gen’s 2003/2 – I mass media moderno areopago Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2003-2-i-mass-media-moderno-areopago/ — pag. 1 — Editoriale Babele o Pentecoste? Giovanni Paolo Il Ai Vescovi amici dei Focolari Ghiara Lubich | media:.l’amore che unisce a cura di Claudio Mantovano NetOne, un'altra comunicazione Manuel Maria Bru Alonso Giornalisti — professione e fede Peter Klasvogt «Storie di sacerdoti» Mario Spaki Preti on-line Wilfried Hagemann Iniziative per ravvivare la comunione (Cl NVETEVENI i «Farsi uno» con chi non:crede Spedizione in abbonamento postale — art. 2 anno XXXI Il comma 20 /C legge 662:/96 — filiale di Roma Marzo - aprile — pag. 2 — - aprile 2003 33 EDITORIALE 34 MESSAGGIO 36 SPIRITUALITÀ 43 TESTIMONIANZA 46 ESPERIENZE 50 53 56 FLASH DI VITA 59 piaLOGO 61 MONDO DEI SEMINARI Babele o Pentecoste? Enrico Pepe Spiritualità di comunione e fratellanza universale Il Papa ai vescovi amici dei Focolari Giovanni Paolo Il L’amore che unisce Un aspetto della spiritualità dell'unità: i mass media a servizio della fraternità universale Chiara Lubich NetOne, un’altra comunicazione In dialogo con un gruppo di comunicatori protagonisti di una nuova esperienza mediale a cura di Claudio Mantovano Giornalisti per una “nuova” comunicazione Un gruppo di operatori nei media impegnati a coniugare serietà professionale e fedeltà alla propria fede Manuel Maria Bru Alonso “Storie di sacerdoti” Un'iniziativa inedita nell’ambito della pastorale vocazionale Peter Klasvogt Preti on-line Anche internet può aiutare a costruire la comunione tra i sacerdoti Mario Spaki Iniziative per ravvivare la comunione Wilfried Hagemann Appuntamento mattutino con la Parola Christian Heim “Farsi uno” con chi non crede Carlo Malavasi Notizie dal mondo dei seminari — 35 a cura della segreteria internazionale del movimento gens — pag. 3 — editoriale Babele o Pentecoste? ono andato a visitare una mostra storica sulle comunicazioni che, partendo dalla selce su cui sono state impresse le prime scritture della civiltà sumerica, arrivava fino al silicio col quale sono fatti i microchip dei nostri computer. Sono rimasto stupito nel constatare che l’umanità per lunghi millenni ha usato sempre gli stessi mezzi per trasmettere messaggi: l’urlo della voce umana, il rullo dei tamburi, i segnali luminosi come il fuoco e quindi il fumo, oppure l’invio di corrieri a piedi e a cavallo per portare messaggi orali o scritti. Dobbiamo arrivare alle scoperte del telefono, della radio e della televisione per assistere ad un’impennata in questo campo, negli ultimi cento anni. i Oggi la comunicazione via internet ha quasi annullato del tutto le distanze di luogo e di tempo. Si calcola che entro il 2005 almeno 940 milioni di utenti avranno accesso a questo mezzo, mentre solo l’anno passato sono state spedite oltre 640 miliardi di e-mail. Tutti questi mezzi — che hanno fatto della popolazione della terra praticamente “un solo villaggio”, per usare la nota espressione di McLuhan — possono contribuire a realizzare l’unità della famiglia umana, ma possono anche essere usati per «sfruttare, manipolare, dominare e corrompere»! le persone, seminando tra i popoli la discordia. Giustamente Giovanni Paolo II ha paragonato la storia delle comunicazioni ad un lungo viaggio che può condurre l’umanità «dall’orgoglioso progetto di Babele, con la sua carica di confusione e di mutua incomprensione, fino alla Pentecoste e al dono delle lingue»?. E ultimamente, parlando ad un gruppo proveniente dagli Stati Uniti, ha aggiunto: «Lo sviluppo di internet in questi ultimi anni offre un'opportunità senza precedenti di ampliare la portata dell’opera missionaria della Chiesa, poiché esso è divenuto la fonte principale di informazione e di comunicazione per così tanti contemporanei, specialmente giovani»*. Vorremmo che tutte le persone di buona volontà si unissero per utilizzare al meglio le potenzialità e la forza innovativa della “rete telematica” per costruire insieme la fratellanza universale, perché solo così si potrà attuare uno sviluppo integrale dei popoli nel segno della giustizia e della solidarietà. Ovviamente per contribuire efficacemente al raggiungimento di simili mete, dobbiamo prima costruire la comunione nei nostri ambienti, perché questi stupendi mezzi moderni sono sempre e solo strumenti; essi possono veicolare soltanto la realtà che noi siamo e viviamo. E. P. 1) Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, Etica in internet, n. 1, 22.2.2002. 2) Cf cit. in Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, La Chiesa e internet, n. 2, 22.2.2002. 3) Discorso ai direttori delle Pontificie Opere Missionarie degli Stati Uniti del Nord America, 21.2.2003. Gen's 2/2003 — pag. 4 — Spiritualità di comunione e fratellanza universale Il Papa ai vescovi amici dei Focolari Oltre 90 vescovi amici del Movimento dei focolari provenienti da 45 Paesi dei cinque Continenti si sono radunati al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo (Roma) dall’8 al 14 febbraio scorso per una settimana di vita in comunione e di riflessione sul tema “Spiritualità di comunione: unità ecclesiale e fratellanza universale”. La mattina del 13 il gruppo è stato ricevuto in udienza speciale dal Papa nella sala Clementina. Qui il moderatore del convegno, l’arcivescovo di Praga, card. Miloslav VIk, nel saluto rivolto al Santo Padre a nome di tutti i presenti, ha espresso «un vivissimo grazie per questo momento così atteso che ci riunisce attorno a chi rappresenta nella sua persona l’Uno del Collegio episcopale e della Chiesa intera! E qui che siamo “a casa”, ed è da qui che ripartiremo per andare a tutte le genti». Il Papa ha rivolto loro il seguente discorso. Venerati fratelli nell’episcopato! 1. Sono lieto di porgervi il mio cordiale benvenuto a quest’incontro, che si svolge nel contesto del Convegno spirituale di vescovi amici del Movimento dei focolari. Esso ha come tema: “Spiritualità di comunione: unità ecclesiale e fratellanza universale”. Vi saluto tutti con affetto. Saluto, in particolare, il cardinale Miloslav VIk, arcivescovo di Praga, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha poc’anzi rivolto a nome dei presenti, tracciando un quadro sintetico dei vostri lavori. Un saluto cordiale dirigo a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento, intervenuta al vostro convegno. In questi giorni di riflessione, di scambio di testimonianze e di esperienze pastorali, vi siete proposti di approfondire la “spiritualità di comunione”, rispondendo all’invito, contenuto nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, a «promuovere una spiritualità di comunione» e a «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione» (cf n. 43). Le riflessioni e il confronto tra voi hanno contribuito a mettere meglio in luce la permanente necessità di un’autentica spiritualità di comunione, che animi in maniera sempre più incisiva la vita e l’attività del popolo cristiano. 2.La “spiritualità di comunione” si articola in diversi elementi, che affondano le proprie radici nel Vangelo, e risultano arricchiti dal contributo che all’intera Comunità cristiana offre il Movimento dei focolari, impegnato a testimoniare la “spiritualità dell’unità”. Tra gli altri, mi piace qui ricordare l’unità come “testamento” lasciato da Gesù ai suoi discepoli (cf Gv 17), il mistero di Cristo crocifisso e abbandonato come “via” per raggiungerla, la celebrazione dell’ Eucaristia come vincolo di comunione, l’azione dello Spirito Santo che anima la vita del Corpo mistico di Cristo e ne unifica le membra, la presenza della Vergine Maria, Madre dell’unità, che tutti ci conduce a Cristo. Gen's 2/2003 — pag. 5 — messaggio Non va poi dimenticato il carattere dinamico della “spiritualità di comunione”, che deriva dal legame esistente tra l’amore di Dio e l’amore per il prossimo. È indispensabile, in questa prospettiva, apprendere l’arte di “santificarsi insieme”, in un cammino personale e comunitario. Occorre, altresì, una comunione sempre più organica «tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica» della Chiesa. Si tratta, infatti, di due dimensioni co-essenziali che «concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo» (cf Messaggio al Congresso Mondiale dei Movimenti ecclesiali, n. 5, in: Insegnamenti, XXI/1 [1998], p. 1065). 3. L'impegno per la “spiritualità di comunione” imprime un rinnovato slancio all’ecumenismo, poiché spinge ad individuare forme e modi atti a meglio favorire la concretizzazione dell’anelito all’unità di tutti i cristiani, che Gesù ci ha lasciato come dono e come missione nell’ Ultima Cena. Una spiritualità di comunione apre pure grandi possibilità per il dialogo interreligioso, che però, come ricordavo nella citata Lettera apostolica Novo millennio ineunte, non può essere fondato sull’indifferentismo religioso. Né si deve temere «che possa costituire offesa all’altrui identità ciò che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore» (n. 56). 4. Venerati e cari fratelli! Lo sforzo di costruire una “spiritualità di comunione” richiede il superamento di ogni eventuale difficoltà, incomprensione e anche insuccesso. Occorre proseguire senza sosta sulla strada intrapresa, confidando nel sostegno della grazia divina, per dare vita ad un’autentica “unità ecclesiale” e ad una salda “fratellanza universale”. Invoco per questo la materna protezione della Vergine del Santo Rosario e, mentre vi assicuro il mio affetto, avvalorato da un costante ricordo nella preghiera, imparto di cuore a ciascuno di voi qui presenti una speciale benedizione apostolica, che volentieri estendo alle Comunità affidate alle vostre cure pastorali e a tutte le persone a voi care. Giovanni Paolo II N.B.: 1 saluti, i discorsi e i messaggi di Paolo VI e Giovanni Paolo II, rivolti ai vescovi amici del Movimento dei focolari dal 1997 al 2002, sono ora documentati dal volume: Chiesa - comunione. Paolo VI e Giovanni Paolo Il ai Vescovi amici del Movimento dei focolari, a cura di H. Blaumeiser e H. Sievers, Città Nuova, Roma 2002. Gen's 2/2003 — pag. 6 — 36 spiritualità Un aspetto della spiritualità dell’unità: i media a servizio della famiglia umana L'amore che unisce di Chiara Lubich Con questo argomento Chiara Lubich conclude la trattazione degli aspetti concreti della vita cristiana vissuta a corpo mistico'. Lo fa parlando ad un folto gruppo di vescovi amici del Movimento dei focolari, riuniti a convegno nel febbraio scorso a Castelgandolfo. L'autrice ripercorre la storia di una scoperta affascinante che affonda le sue radici nella vita stessa di Dio. Anche la comunicazione, volendo essere un’espressione dell’amore, viene paragonata ad uno dei sette colori dell’arcobaleno: il violetto. Introduzione Signori cardinali, signori vescovi, come loro sanno, in questi ultimi due decenni, il Santo Padre ha lanciato la “nuova evangelizzazione” dando per essa, di tempo in tempo, precise norme. Nei suoi vari interventi al riguardo, egli ha affermato che i Movimenti ecclesiali sono strumenti suscitati dallo Spirito Santo proprio per questa evangelizzazione nuova. Uno dei Movimenti presenti nella Chiesa è il nostro: il Movimento dei focolari, chiamato anche Opera di Maria, che svolge tale compito, vivendo ed offrendo una spiritualità evangelica: la spiritualità dell’unità, che poggia su una dozzina di cardini fondamentali? e si concretizza in sette aspetti, come sta scrit- Gen's 2/2003 to negli Statuti e nei nostri Regolamenti. Questi aspetti, fra noi, prendono nome dai sette colori dell’arcobaleno. Essi sono manifestazioni dell’amore che si vive nel Movimento, come la comunione: l’amore porta alla comunione anche dei beni; l’apostolato: l’amore irradia; l’amore di Dio: l’amore eleva; la sapienza: l’amore illumina; la comunicazione: l’amore unisce, ecc. In questi ultimi anni abbiamo sentito la necessità di approfondire sia i cardini che gli aspetti. Unità e mezzi di comunicazione Quest'anno, in tutto il Movimento, si va in profondità con l’aspetto della comunicazione, intitolato: “Dell’unità e dei mezzi di comunicazione”, chiamato: “violetto”. Il modello di quest’aspetto è da cogliersi, come per tutti gli altri, nella vita della Santissima Trinità dove la comunicazione è perfetta. Lo possiamo capire da Gesù che, riferendosi al Padre, ha detto: «Tutto ciò che è mio è tuo» (cf Gv 17, 10). Affrontando questo tema, però, mi sono resa conto di quanto siano già ricchi ed esaurienti al riguardo del “violetto” gli Statuti e il voluminoso libro Come un arcobaleno? e, per andare a fondo in questo aspetto, non mi è rimasto che analizzare documenti (scritti, — pag. 7 — spiritualità 37 discorsi, diari, ecc.) della nostra Opera, usciti durante il corso della sua vita, per cogliere ancora qualche particolare di qualche particolare, quasi una serie di campanelli d’allarme per tenere vivi e presenti in noi piccoli 0 grandi doveri. Riporterò qualcosa del “violetto” soffermandomi decennio per decennio. Negli anni ’50 Iniziamo dagli anni ’50. Come forse alcuni sanno, il 22 gennaio del 2000, in occasione della cittadinanza romana che mi veniva conferita, il Santo Padre Giovanni Paolo II, in una lunga lettera, mi scriveva fra il resto: «Invoco su di lei la forza e la luce dello Spirito Santo, perché possa continuare ad essere testimone (...) di fede e di carità non soltanto tra i membri dei Focolari, ma anche tra tutti coloro che incontra sul suo cammino». Era una parola nuova, un'indicazione inedita: dovevo, dunque, comunicare la luce del carisma a chiunque incontrassi. Non vivere per sé Questo pensiero mi ha subito riportato alla memoria uno scritto del ’51, una pagina rimasta per noi fondamentale. S’intitolava: «Come l'Opera di Maria sta in relazione con le persone che non vi appartengono»*. Ed esordiva così: «L'Opera di Maria non vive per sé. A somiglianza di Maria Santissima, che visse soltanto per Gesù, l'Opera di Maria vive per la Chiesa. Vive, quindi, per quelli che direttamente non vi fanno parte ed, amandoli, trova la sua realizzazione, la sua santità. Non pensando a sé, dovunque è disunità, freddo, mondo, croce, solitudine, malattia, guerra, liti, ecc. i focolarini portano unità, calore, cielo, compagnia, salute, pace, concordia. Per cui tutti i campi sono aperti alla sua azione». «Fra i focolarini e le altre persone, poi [siamo ancora soltanto nel mondo cattolico], si stabilisce — in forza dell’Ideale stesso [della nostra spiritualità] — un rapporto di fraternità; e Gesù, che vive spiritualmente fra i focolarini uniti nel suo nome, potrà vivere anche fra noi e gli altri, consumando tutti in uno. I focolarini non vogliono portare nessuna innovazione se non quella dell'amore che sanno capace di cambiare la faccia della terra. Né vogliono portare alcuna nuova organizzazione, fuorché quella dell'Opera di Maria, perché nella Chiesa è già tutto organizzato. Ma vogliono contribuire alla vita di tutte le organizzazioni, affinché tutto ciò che si fa nella Chiesa sia fatto nella carità, più profondamente e in modo più continuato, acquistando così nuovo vigore». Questo scritto esprime un po’ l’anima, il perché del “violetto”, e cioè la tensione a vivere fuori di noi stessi, per gli altri; al dovere di comunicare più al largo possibile il tesoro che possediamo. Una finalità di questo aspetto Stando sempre negli anni ’50, un discorso ai responsabili di zona parla del modo di vivere quest’aspetto di comunione all’interno dell’Opera: «Quello che è dell’uno si comunichi agli altri (...). Si cerchi di fomentare sempre, con collegamenti orali, epistolari, ecc., l’unità fra i membri del Movimento. Per norma non si può conoscere nulla che non venga comunicato, nei debiti modi, naturalmente, perché con questo il Movimento rimane vivo come un corpo, in cui il sangue circola sempre». La rivista “Città Nuova” E, sin dagli anni ’50, si parla di “Città Nuova”, come uno strumento di comunicazione. La si vede come portatrice dello spiri- Gen's 2/2003 — pag. 8 — 38 spiritualità to nostro e strumento per tenerci tutti uniti. In una mia lettera del marzo ‘58 si legge: «Abbiamo saputo che “Città Nuova” piace a molti, perché parecchi articoli portano l’Ideale [lo spirito dell’unità]. Pensate cosa sarebbe se il giornale si potesse far arrivare a 50, 70, 100 mila persone! Gesù, anche attraverso minuscole esperienze scritte, fiorite dal vivere il Vangelo, potrebbe (pian piano) infiammare del suo amore molti ed aver in esso uno strumento che tiene legati insieme tutti noi». Leggendo questa lettera viene, ora, da ringraziare Dio per le 29 edizioni di “Città Nuova” nel mondo e per le 70.000 copie solo di quella italiana! Gli anni ’60 E passiamo agli anni 60. L'unità e l’universalità Piaceva il fatto che l’unità — come osservavamo nella preghiera di Gesù — non si poteva vedere disgiunta dall’universalità: «Che tutti siano uno!». «Se questo Ideale — si scriveva — fosse venuto in terra al tempo di san Francesco, non si sarebbe potuto realizzare, perché non era stata ancora scoperta l’ America. L'unità, invece sarebbe più possibile ora. Essendo al tempo dell’aereo, della radio, della televisione, cooperando con la Chiesa, si potrebbe perseguirla meglio». E, sempre a proposito dell’universalità del nostro Ideale, ecco un altro pensiero di quegli anni: «Il Testamento di Gesù non dice soltanto “che siano uno come io e te”, ma dice “che tutti siano uno”. I nostri focolari, il nostro Movimento sarebbero un cerchio chiuso se noi non avessimo, con l’unità, l'universalità. Se il timbro dell’universalità non cammina di pari passo con quello dell’unità, la nostra unità è falsa. Gen's 2/2003 Il nostro convento è il mondo. Noi dobbiamo convenire, certo, radunarci (Chiesa viene da assemblea, da adunanza), ma ... per adunare tutti». L'aspetto della comunicazione e Maria Desolata Negli anni °60 è dominante nella nostra mente e nel nostro cuore la realtà di Maria Desolata ai piedi della croce, quando Gesù le affida una nuova maternità, quella di Giovanni in cui tutti gli uomini sono rappresentati: Maria Desolata, che lo Spirito Santo si preoccupava di svelarci e farci amare sotto tanti lati e profondamente: non solo come monumento di tutte le virtù, ma, proprio come madre universale, che tiene insieme, col suo amore, tutti gli uomini suoi figli. Per questo legavamo la figura di Maria Desolata al “violetto”. In quegli stessi anni si cominciava a parlare anche delle relazioni da stendere periodicamente sull’andamento del Movimento, spedite dalle zone al Centro e viceversa, sempre come uno strumento di quest’aspetto. Trovo scritto: «Questo è l’anno delle relazioni. Maria proprio nella sua desolazione è diventata vincolo d’unità con tutti i suoi figlioli, perché è proprio così (come Desolata) che ha pagato la sua maternità spirituale universale. Maria e le relazioni. Anche se queste sembrano strumenti burocratici, in realtà sono un modo perché Ella, nella sua Opera [sempre infatti si è pensato il Movimento come Opera sua], possa tenersi in contatto con noi sparsi nel mondo». Le relazioni e gli Atti degli apostoli E a proposito ancora di relazioni vi è scritto: «Le relazioni assomigliano un po’ agli Atti degli apostoli. Passeranno magari cent'anni e si andrà a vedere, nell’archivio, gli atti di noi, primi “apostoli” dell’ideale dell’unità. Per esempio, si vorrà sapere come è nato e si è — pag. 9 — spiritualità 39 sviluppato il nostro Movimento in Francia, che cosa ha portato in Algeria, ecc. Sono documenti di un’Opera di Dio. Diranno come Maria [noi consideriamo Maria come nostro capo, vera presidente] si muoveva, come governava, come regnava in quest’Opera. Alle volte certe Opere vengono studiate soltanto a base di documenti. I documenti sono un po’ la fotografia di un’Opera e rappresentano la presenza viva di un passato che ha condizionato il presente». Ed è bello anche l’accenno a san Paolo. «L'aggiornamento? — ho trovato scritto — è essenziale come l’apostolato e come tutto il resto. Sto leggendo gli Atti degli apostoli. Dovunque Paolo va, semina al largo e sempre lascia un gruppetto di discepoli, che poi si coltiva con altre visite, con lettere, con esortazioni, con lunghe permanenze, col creare fra loro la gerarchia ecclesiastica che continua la sua opera. Quando ritorna in comunità già costituite, aggiorna i discepoli di tutto quanto il Signore ha operato per mezzo suo e tutti danno gloria a Dio». Noi camminiamo su questa linea. La premessa di ogni comunicazione Significativa per il “violetto” è una pagina del mio Diario sempre degli anni ’60, tempo in cui appare la “norma delle norme”, “premessa di ogni altra regola”, e cioè la necessaria presenza di Gesù fra noi prima di ogni altra cosa. Vi è scritto: «Gesù fra noi è l’anima anche del “violetto”. Senza di Lui i mezzi sono morti e inutili. (...) Dovunque c’è Lui, vive la Chiesa nel volto nuovo che il Concilio le ha dato. (...) Dobbiamo tenerlo presente, averlo in mente e soprattutto nella pratica, come un chiodo fisso, come il primo dovere del focolarino. Tutto il resto (anche il “violetto”) viene dopo». Corrispondenza ed uso dei mezzi anche più moderni Si parla anche della corrispondenza sottolineandone l’importanza: «Una delle attività del “violetto” è la corrispondenza. Siccome la nostra vocazione non è direttamente quella di curare gli ammalati, o gli orfani, o i carcerati, ecc., ma di coltivare e, a volte, convertire le persone, la corrispondenza è un nostro “bisturi” per raggiungere tale Scopo». In un altro Diario si legge: «Lo Statuto sottolinea che occorrono i mezzi più “efficaci” e “moderni” e dice che ciò si deve alla necessità di portare le nostre idee al “maggior numero di persone bisognose di Dio”. Dobbiamo, quindi, non rassegnarci, ma puntare, oltre che sulla stampa, anche sulla radio (che ora già usiamo), sulla TV (che cominciamo ad usare), sul cinema, sul teatro. Tutti mezzi, questi ultimi, da affidare per ora a Gesù perché, a suo tempo, li faccia fiorire dandoci le idee e la possibilità tecnica ed economica». Ed è quello che sentiamo in quest’ultimo tempo: grazie a Dio, sembra che ci si spalanchi la possibilità di fare del cinema. Si sente anche la necessità di non lasciare infruttuoso tutto quanto si comunica, e si consiglia di rimeditare, un po’ alla volta, tutto quel materiale ricco di sapienza. Gli anni ’70 E passiamo ora a qualche pensiero degli anni ’70. L'archivio Nel maggio del 1970 si ritorna sull’importanza dell’archivio: «Stiamo sistemando — è scritto nel Diario — l’archivio. Ci sono — a tesoro dell'Opera — documenti importantissimi usciti di anno in Gen's 2/2003 — pag. 10 — 40 spiritualità anno, e dicono, ad esempio, la graduale e sempre più decisa approvazione della Chiesa. E una ricchezza inestimabile per noi, per tutti i secoli che verranno. Leggendo certi dossier hai l'impressione d’un magnifico romanzo: è la storia di un’Opera di Dio». Di grande importanza è poi quanto ho scritto e detto sulla nostra Regola (= gli Statuti). Ho sperimentato, infatti, che, nello stendere, nei diversi anni, i nostri 12 Statuti, sempre più completi a mano a mano che l’Opera cresceva, si è avuta una grazia speciale sia per come si presentava l'Opera in quel tempo, sia per come si presenterà in futuro, quasi che il carisma contenesse una qualche spinta profetica. Un esempio di “violetto” vissuto Un Diario del °71 descrive come ci si sforza di vivere l’unità nel mio focolare. Lo riporto qui a mo’ d’esempio, perché si veda anche quale può essere il frutto del “violetto” vissuto, dell’esserci ogni giorno comunicato tutto, sì da essere e da divenire sempre più una cosa sola. «La filadelfia° nel mio focolare è più che una realtà. E qui che io prendo forza per affrontare le croci di ogni giornata, dopo l’unione personale con Gesù. Qui l’una si preoccupa dell’altra a seconda del bisogno. Qui si va dalla sapienza, comunicata con spontaneità, ai consigli pratici sulla salute, sul vestito, sulla casa, sul mangiare; ad aiuti continui, quotidiani, con sacrifici che spesso non si contano. Qui, insomma, sei convinto che non sarai mai giudicato, ma amato, scusato, aiutato. Qui scorre sangue di casa, ma celeste». Gli anni ’80 E veniamo agli anni ’80. “Non aprire la diga” Per quanto riguarda il modo di comunicare la luce del nostro Ideale, è scritto: Gen's 2/2003 «Dobbiamo essere come dei serbatoi, delle dighe, che però non vanno aperte subito. L'acqua deve essere sempre alta. Noi la raccogliamo dalla vita “ideale” che conduciamo, dallo Spirito Santo dentro di noi, dalla liturgia, dalla teologia, dalla Storia Sacra, dal Vangelo... Ma, ripeto, non dobbiamo aprire subito la diga. Abbiamo i nostri momenti che sono, ad esempio, gli incontri, i convegni dell’Opera. Così, se ho una bella idea, o un'intuizione, mi faccio un appunto... e l’acqua sale... E, quando c’è un incontro, verso Îì un po’ d’acqua; poi in un altro ancora un po’ d’acqua, e faccio altrettanto nei contatti personali...». Le letterine Bello e importante l’accenno alle lettere che circolavano i primi tempi: «Le letterine (così le chiamavamo) sono i più numerosi documenti rimasti dei primi tempi. Si scriveva alle compagne per trascinarle nello stesso ideale, ai genitori, agli altri parenti e si voleva arrivare, attraverso questi, ad altri ed altri. Si scriveva a sposati, a sacerdoti (ed eravamo ragazze), si scriveva a religiosi... E, come il fuoco avvolge tutto quanto incontra, come nulla e nessuno gli è estraneo e tutto addenta con le sue fiamme, così brucia il fuoco spirituale in quelle lettere». Il Vangelo è sempre alla stessa altezza Si pensa pure al futuro dell'Opera. Nell’84 scrivevo: «Gli anni passano e tutti dobbiamo capire che l’ora, arrivata per Pina [una focolarina partita per il Cielo in quel tempo], verrà anche per noi e che dobbiamo prepararci. Anch'io, naturalmente, penso a ciò. Però quando leggo il materiale che abbiamo, o risento le cassette, o rivedo le carte..., penso che mi basterebbe un pezzettino di quanto colgo lì per far sì che Gesù viva in me. L’archivio, ben usato, fa in modo che dovunque, nel Movimento, tutti sanno come vivere. E quando non ci sarò più, si potrà tornare a risentire tutto quanto è stato detto, e si — pag. 11 — spiritualità 4l vedrà che sono idee, sono pensieri tutti dello stesso valore, perché il nostro iter spirituale non è stato una salita, ma siamo penetrati sempre più nel Vangelo, e il Vangelo è sempre alla stessa altezza, è sempre alto, è sem- pre “Gesù”». Negli anni ’90 Uso prudente della TV Nel ’90, vista la presenza in TV di programmi deleteri e assolutamente negativi, si danno direttive sul come comportarsi: «Occorre avere tutta la prudenza con i mezzi di comunicazione. Anzi, soprattutto noi, focolarini, dobbiamo fare una scelta coraggiosa, radicale che, forse, non tutti comprendono: rinunciare, in certo senso, alla televisione. Si guardi solo il telegiornale, le trasmissioni religiose e sportive o documentari o film apportatori di valori, assicurandosi che non vi sia nulla di negativo». In seguito a questa mia direttiva, le esperienze dei focolarini sono state molto positive anzi, si può dire, entusiastiche. La “rinuncia” alla televisione ha accresciuto il clima soprannaturale in focolare e l’unità. Lo Spirito Santo protettore dei mezzi di comunicazione In quegli anni vediamo nello Spirito Santo il protettore dei mezzi di comunicazione: «Lo Spirito Santo il cui compito è quello di unire, deve essere il protettore di ogni mezzo di comunicazione». Si cerca poi di documentare ciò che è frutto della nostra vita ideale, conservando scritti, giornali, audiovisivi, ecc., per poter consegnare alle future generazioni un patrimonio che le aiuti a proseguire nella nostra rivoluzione d'amore. Predicare dai tetti E si capisce che è arrivata l’ora di predicare il nostro Ideale “dai tetti”. «Finora siamo stati un po’ calmi, ma adesso non più; bisogna uscire a vita pubblica, parlare, predicare dai tetti. Perciò usare la parola, ma — si ricorda nuovamente — anche la corrispondenza, la stampa in genere, una maggior diffusione della “Parola di vita', i libri, la radio, la TV..., ogni mezzo». «E chiediamoci ogni sera: oggi ho parlato più di ieri? che significa pure scrivere, o parlarne fra noi per tenere alta la temperatura spirituale nei nostri ambienti e nelle nostre manifestazioni ecc. Parlare, parlare agli altri, cercando tutte le occasioni». Vivere e parlare Si precisa pure [negli anni ‘90 il Santo Padre aveva già dato qualche direttiva sulla “nuova evangelizzazione”] che la nostra evangelizzazione è questa: vivere e parlare. Dice, infatti, il Santo Padre: «La vocazione della Chiesa all’evangelizzazione significa soprattutto vivere il Vangelo più profondamente. Una tale testimonianza vissuta ogni giorno è un iniziale atto di evangelizzazione. Ma - continua — la testimonianza cristiana attraverso l’esempio personale ha anche bisogno di essere accompagnata dalla proclamazione di Gesù Cristo»*. Far sì che Dio “torni di moda” Si comprende il bene che possono fare i mezzi di comunicazione. Sta scritto: «Dio deve tornare di moda — è un nostro motto —, e lo può fare nelle case e in tutti gli ambienti attraverso la televisione, il teatro, i giornali, i libri, le interviste». Abbiamo compreso poi la necessità dei mezzi di comunicazione specie per l'esterno (poiché all’interno dell’Opera già si usano), nell’ultimo tempo, da quando autorevolmente ci è stato detto che il nostro Movimento ha bisogno di maggior “visibilità”. Gen's 2/2003 — pag. 12 — 42 spiritualità Abbiamo accolto questo suggerimento sulla maggior visibilità pensando alle parole di Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16). Il più alto comunicatore: Gesù crocifisso ed abbandonato Per concludere, colgo un pensiero da un discorso nuovo, ricco di contenuti, che ho fatto ad un nostro Congresso dei media del giugno 2000: «Gesù abbandonato, fattosi vuoto, nulla infinito, è la Pupilla dell’occhio di Dio sul mondo e quella del mondo su Dio. Egli perciò è stato il più alto, il divino comunicatore: ha legato il Cielo alla terra e la terra al Cielo»?. Gen's 2/2003 È anche Lui, come la S.S. Trinità, il modello per noi che vogliamo vivere pienamente, il “violetto”. Chiara Lubich 1) Cf la pubblicazione delle precedenti conversazioni in “Gen’s” 1998/2; 1999/1; 2000/2; 2001/1; 2002/1. 2) Cf C. LUBICH, La spiritualità collettiva: suoi punti cardine, in “Gen’s” 1996/1 e 1997/2. 3) Pubblicazione ad uso interno del Movimento dei focolari, Roma 2000. 4) In tutte queste pagine riporterò brani vari, autentici, spesso orali, ma rimaneggiati per renderli più comprensibili e metterli in un italiano scritto. 5) Il termine sta ad indicare la comunicazione delle notizie riguardanti la vita del Movimento [n.d.r.]. 6) Cioè l’amore fraterno evangelico [n.d.r.]. 7) Il commento scritto ad una frase del Vangelo che si vive mensilmente nel Movimento [n.d.r.]. 8) GIOVANNI PAOLO II, Ai vescovi del Ghana (in visita “ad limina”), 6.11.1987, in “La Traccia” 8 (1987) pp. 1224-1225. 9) CfC. LUBICH, Il Movimento dei focolari e i m comunicazione sociale, in “Gens” 30 (2000) p. 1 di — pag. 13 — testimonianza 43 In dialogo con un gruppo di comunicatori protagonisti di una nuova esperienza mediale NetOne, un’altra comunicazione a cura di Claudio Mantovano Sono sei gli operatori dei media che formano la cosiddetta “commissione centrale” di NetOne, la nuova realtà associativa del Movimento dei focolari che opera nel mondo della comunicazione: Nedo Pozzi (pubblicista e scrittore), Carla Cotignoli (giornalista radiofonica), Paolo Crepaz (giornalista sportivo), Mariarosa Logozzo (informatica), Lella Siniscalco (regista e critica televisiva), Michele Zanzucchi (giornalista e studioso dei media). Li abbiamo intervistati per sapere cos'è NetOne, da dove arriva e dove vuole arrivare. Una iniziativa del Movimento dei focolari GEN'’S: Cominciamo subito col nome. Cosa vuol dire NetOne e quando è nata? NetOne, che significa “rete uno”, — inizia Nedo Pozzi — è il nome breve di quella che noi chiamiamo «inondazione dell’ideale dell’unità nei mezzi di comunicazione sociale», un titolo troppo lungo per il linguaggio sintetico di oggi. Come forse alcuni lettori sanno, Chiara Lubich adopera il termine “inondazione” per definire sinteticamente l’azione dell’ideale dell’unità nei vari campi professionali. NetOne è nata nel giugno 2000, al termine di un importante congresso sui media, nel quale Chiara Lubich fece un discorso che per noi è la sorgente e il fondamento di questa esperienza. I media: ricchezza o problema? GEN'S: Oggi i media sono una realtà ingombrante. Come mai? Lo chiediamo a Lella Siniscalco. Noi tutti sappiamo come i media rappresentano oggi, da una parte una grande ricchezza per l'umanità, dall’altra un problema sempre più grave. Perché? I motivi sono molti e complessi. Possiamo sintetizzarli in uno solo: ci sembra che i media non siano usati per la loro intima potenzialità, che è favorire l’unità di tutti gli uomini e la fratellanza universale, ma per interessi di parte, di un uomo su gli altri, di un gruppo o una nazione sul resto del mondo. In quel discorso del congresso 2000, Chiara invece fece una considerazione bellissima: analizzando come il Movimento aveva usato i media dal 1943 ad oggi, mise in luce che c’era una linea nuova, un modo ideale di comunicare. Noi ci riconosciamo in quella linea. Così è nata NetOne. Gen's 2/2003 — pag. 14 — 44 testimonianza GEN'S: Quale messaggio porta? Che una autentica comunicazione, nei media, nasce solo dall’amore: per la persona che si intervista, ad esempio, presentandola con rispetto e non tradendo il suo pensiero; 0 per la realtà di cui si parla, essendo attenti alla complessità delle situazioni ed evitando distorsioni ideologiche; e, ancora, per il fruitore della comunicazione, esprimendosi con discorsi chiari ed esaurienti, senza ricorrere a volgarità e a immagini violente. Questi sono solo alcuni brevi spunti, dai quali ognuno può misurare la distanza rispetto alle idee e alle dinamiche attuali dei media. Formazione e rapporti GEN’S: Paolo Crepaz, cosa avete incominciato a fare? Per prima cosa abbiamo cercato subito di vivere noi insieme, questa linea controcorrente. Tanti di noi che da anni operavano già nei media, hanno cominciato ad alzare la testa, a cercarsi, per prendere coscienza e diffondere questa nuova cultura. Primo strumento di diffusione è la nostra stampa. Abbiamo iniziato una piccola rubrica su “Città Nuova” (si chiama “Brevi Media” ed è curata da me), piccola ma che vuole essere un segno, un seme di questa nuova vita. Ma è tutta la nostra stampa ed editoria che ne è testimonianza, da tanti anni... GEN'S: Mi sembra che facciate anche incontri periodici... Sì — interviene Mariarosa Logozzo — a un certo punto ci è stato chiesto di incominciare a Roma una specie di corso di formazione per tutti gli amici interessati all’idea e che lo desiderano. Ecco allora che ogni mese ci troviamo a riflettere su un punto della spiritualità dell’unità, con l’aiuto di una delle prime compagne di Chiara. Poi uno di noi ne fa l’applicazione alla vita professionale. Seguono alcune esperienze concrete e un lungo Gen's 2/2003 ricco dialogo che dice la gioia e la preziosità di questo ritrovarsi insieme. La radice di questa scuola è stato Guglielmo Boselli, tra noi noto come Guglia, da decenni direttore del periodico “Città Nuova”. Nel primo incontro di questo corso tenne una magistrale lezione su “Dio Amore e la comunicazione”. Poi è volato subito in cielo, dove per noi resta l’angelo protettore. GENS: Chi partecipa a questi incontri? Partecipano in genere da 50 a 100 persone: giornalisti della carta stampata e della TV, registi, scrittori, sceneggiatori, fotografi, informatici, studiosi e studenti dei media, produttori, eccetera... E per noi una esperienza interessante, perché è una vita che cresce e si diffonde. Poi, durante il mese i rapporti vanno avanti... Si vede che sta per nascere qualcosa di nuovo, si risveglia in molti la purezza della vocazione originaria, ci si trova dentro nuova forza e insieme la speranza di poterla vivere questa vocazione, al di là dei pesanti condizionamenti che troviamo. C'è un fervore di idee e di progetti che coinvolge tutti e si comincia a studiare e a riflettere su nuovi paradigmi mediali; stanno nascendo piccole società di produzione per programmi di fiction e documentari TV, per cinema eccetera... E i componenti del gruppo ormai vanno ben al di là della città di Roma. Una rete che si estende GEN'S: Insomma, è una realtà che cresce... NetOne, appunto, è una rete — commenta Michele Zanzucchi — e come tale si va estendendo in tante parti del mondo. Ed ecco appunto la nascita di alcuni gruppi in altri paesi, in genere in occasione di viaggi di qualcuno di noi in nazioni dove la vita dell’ideale dell’unità tra persone impegnate nei media crea le premesse per poter iniziare questa esperienza: così ad Algeri, Beirut, — pag. 15 — testimonianza 45 Trento e, recentemente, Madrid. Sono realtà appena nate, ma che già cominciano a muovere i primi passi. GEN S: Interessa tutti i campi della comunicazione? Proprio tutti — continua Michele — perché infatti un’altra novità che è venuta in luce quest'anno è lo sviluppo del mondo del cinema e della fiction, quella che noi chiamiamo “dimensione Hollywood”. Nel mese di agosto 2002 una delegazione di NetOne, composta da Marco Aleotti (regista televisivo), Marc Rhuse di Melbourne (produttore cinematografico) e dal sottoscritto, ha partecipato ad un convegno promosso dai nostri di Hollywood, un gruppo di operatori del mondo del cinema che era stato qui al congresso di giugno 2000. Stanno nascendo prospettive nuove. Sembra che in questo campo stia finendo l’inverno e cominciando una timida ma promettente primavera. Tanti dei nostri nel settore si stanno muovendo, in varie parti del mondo, e le sinergie si moltiplicano. C'è grande speranza. GEN'’S: Prospettive imminenti? Questo anno nel Movimento dei focolari — riprende Paolo Crepaz — l’abbiamo dedicato all’approfondimendo dell’aspetto della comunicazione ed abbiamo progettato un secondo grande Congresso sui Media, che avrà luogo nell’autunno 2004. Abbiamo iniziato da subito la preparazione, che avrà una tappa importante nel giugno prossimo: un incontro su invito per 150 operatori e studiosi dei media, al fine di mettere a punto i contenuti ed il programma del congresso. Vorremmo che fosse un grande appuntamento, per leggere il cammino fatto e aprire gli occhi sulle prospettive future, che sono veramente stimolanti per tutti noi. E già iniziato un intenso scambio di idee tra tutti i nostri di NetOne, con un confronto appassionato e creativo. Cultura per la fratellanza GEN’S: Un’impressione finale? Ci sembra che Maria — conclude Carla Cotignoli — abbia fretta di appropriarsi anche di questo mondo che finora, in buona misura, pare in mano ad altri... L'importante è che tutti ci crediamo ed ognuno faccia la propria parte: sia chi ha i talenti e i mezzi per essere operatore dei media, sia chi ne è soltanto un fruitore. Già si intuisce quale potenzialità scaturirà quando si svilupperà proprio tra operatori dei media e utenti una unità dinamica, con comunicazione di proposte e critiche. Ognuno di noi cerca di essere cosciente di avere una grande responsabilità per contribuire a creare, vivere e diffondere una nuova cultura nella comunicazione, una cultura che ponga le premesse al nascere di una fratellanza universale. Per chi ci sta, abbiamo creato anche un sito apposito, proprio per condividere tutto e cementare l’unità tra di noi. Il nome del sito è www.netone.flars.net. L'indirizzo e-mail: netone@flars.net. a cura di Claudio Mantovano 1) Chiara Lubich usa l’espressione “inondazione”, rifacendosi ad un brano di san Giovanni Crisostomo che, in un suo commento al Vangelo di Giovanni (Omelia 51), parla dello Spirito Santo come «Acqua viva, perché opera senza interruzione» e «zampillante per indicare un’inondazione». Gen's 2/2003 — pag. 16 — 46 esperienze Un gruppo di operatori nei media impegnati a coniugare serietà professionale e fedeltà alla propria fede Giornalisti per una «nuova» comunicazione di Manuel Maria Bru Alonso L’autore, dopo aver conseguito il dottorato in giornalismo all’Università della capitale spagnola, è stato nominato delegato episcopale dell’arcidiocesi di Madrid per le comunicazioni sociali. Prima di assumere questo incarico aveva fatto per tre anni un tirocinio come redattore dell’informazione ecclesiale nella rivista “Ciudad Nueva”. La vocazione del giornalista oggi Mentre frequentavo l’Università e portavo avanti un piccolo programma d’informazione ecclesiale nella radio, sono venuto a contatto con alcuni giovani che con me studiavano giornalismo e partecipavano attivamente alla vita della Chiesa. Essi sentivano ben chiara la vocazione al giornalismo, ma allo stesso tempo sperimentavano la problematica del rapporto tra fede, esperienza cristiana, appartenenza reale e gioiosa alla Chiesa da una parte e dall’altra il difficile mondo della comunicazione sociale. Un mondo che si presentava loro come una gigantessa macchina che ingoiava inesorabilmente i suoi operatori. Chi entrava nel suo ingranaggio doveva lottare senza scrupoli se voleva farsi largo, lasciando da parte la propria fede religiosa, che restava confinata nel microcosmo dei piccoli gruppi cristiani senza alcuna incidenza rilevante nel macro- Gen's 2/2003 cosmo della complessa professione di chi desiderava operare nei media. Davanti alla tentazione di chiudersi nel privato pensando ai propri interessi di carriera, ho invitato i miei amici a riflettere insieme. E abbiamo scoperto questo “areopago” moderno della comunicazione sociale come una realtà che ci chiamava al servizio della comunione e del progresso fra gli esseri umani e i popoli, un luogo privilegiato dell’evangelizzazione e un cammino verso la realizzazione di un mondo unito. Ed abbiamo visto la bellezza della nostra professione: per noi cristiani una missione profetica attraente, una vera vocazione. In questi anni alcuni di questi giovani, mentre portavano avanti gli studi, sono entrati a far parte di un gruppo chiamato “Cronaca bianca” e adesso, già laureati, lavorano in diversi ambiti del mondo della comunicazione sociale. La loro formazione teorica e pratica ricevuta nell’ Università è stata accompagnata da incontri con giornalisti che hanno trasmesso la provocante e attraente testimonianza della propria fede con momenti di preghiera e di comunione fraterna. Erano incontri nei quali ognuno aveva la possibilità di aprire il proprio cuore. Ricordiamo con grande emozione il giubileo dei giornalisti nel 2000 e l’invito del Papa ad essere «autentici cristiani ed eccellenti giornalisti». Parole toccanti che ancora risuo- — pag. 17 — esperienze 47 nano in noi come un dono e una sfida, e ci spronano a fare il nostro lavoro lasciandoci guidare da questa luce. In occasione del giubileo abbiamo partecipato anche ad un congresso organizzato dal Movimento dei focolari su “Comunicazione e unità”. Qui questi giovani hanno potuto conoscere di prima mano la spiritualità dell’unità come spiritualità per il comunicatore, quella realtà che io già da tempo, anche se imperfettamente, avevo cercato di trasmettere loro, e che costituiva l’attrattiva della mia proposta. Di ritorno da Roma ho scritto al mio arcivescovo, il card. Antonio Maria Rouco Varela, una breve relazione del viaggio, confidandogli che il poter condividere con questo gruppo di giovani comunicatori la spiritualità dell’unità era per me il più prezioso e importante lavoro come suo delegato per i mezzi di comunicazione. Due anni dopo, quando avevo già dimenticato questa lettera, l’arcivescovo mi ha detto: «Non dimentichi quello che mi ha scritto l’anno scorso, perché è proprio vero: questo lavoro pastorale con i giovani giornalisti è molto importante, nonostante possa sembrare poco appariscente». In questi anni è stato molto proficuo per “Cronaca Bianca” il rapporto con “NetOne”, iniziativa del Movimento dei focolari per il collegamento tra le persone e i gruppi che operano nella comunicazione sociale nel rispetto assoluto della dignità della persona umana e avendo come fine il “mondo unito”. Il rapporto con i promotori di questa iniziativa mondiale e con l’équipe della rivista “Ciudad Nueva” qui a Madrid è stata una buona base per confrontarci continuamente con l’ideale di una comunicazione di nuovo stile. Ma cos’è «Cronaca Bianca»? Come abbiamo già accennato sopra, il gruppo “Cronaca Bianca” è nato dall’esperienza di giovani studenti e professionisti del giornalismo di Madrid che, in rapporto con l'équipe dei responsabili della Delegazione dei mezzi di comunicazione sociale dell’arci- diocesi di questa città, vogliono fare un’esperienza di comunità, di scuola e di laboratorio di giornalismo, cercando di far convergere la vocazione fondamentale del cristiano in quella specifica del giornalista. Una comunità di credenti In primo luogo, come comunità, vogliamo vivere l’unità e la fraternità tra di noi, aiutandoci a vicenda, personalmente e professionalmente, per attuare tra noi il comandamento del Signore: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato» (Gv 13, 34). Cerchiamo quindi di fare in modo che sia la presenza di Gesù in mezzo a noi (cf Mt 18, 20) a radunarci, guidarci, orientarci. Si tratta di una comunità di vita, di preghiera e d’azione. Siamo coscienti, infatti, che questo bell’albero della missione giornalistica resta in piedi se il tronco che sostiene i rami è a sua volta alimentato dalle radici di una comunione profonda con Dio e tra di noi, una comunione che è anche contemplazione, un “vivere dentro per vivere fuori”, come Maria. Soltanto così possiamo attingere a quell’acqua pura che ci permette di fare “giornalismo genuino”, un giornalismo cioé che vada incontro alle più profonde esigenze della vita umana. Così si è espresso a questo riguardo Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giornalisti: «L'incontro con Cristo — “il perfetto modello del comunicatore” (Communio et Progressio, 126) sia il punto di partenza della vostra vicenda personale e professionale. Mentre il servizio all'uomo — qualunque uomo, specie il meno protetto dalle manipolazioni, e in qualunque fase della vita o circostanza egli si trovi — deve essere il vostro punto di arrivo e il contenuto inalienabile della missione di giornalisti, che in tal senso non esiterei a definire militanti: militanti, ossia non acquiescenti, per la causa della dignità e della libertà dell’uomo. «Più che il denaro, la carriera, il successo voi dovete amare la gente, il pubblico a cui vi rivolgete, perché solo amandolo potete Gen's 2/2003 — pag. 18 — 48 esperienze rispettarlo, trattarlo da adulto, da interlocutore serio, da soggetto e non da oggetto a cui vendere comunque il prodotto-giornale. Per questa via potete instillare nei lettori l’inquietitudine per la libertà specialmente interiore, l’irrequietezza di fronte ai conformismi opprimenti e mortificanti, la sete di sapere sempre di più e di andare sempre più a fondo nella comprensione delle vicende umane»'. Impegnati a vivere una spiritualità comunitaria, dove l’esperienza cristiana è comunicata sempre come donazione, stimolo e testimonianza, cerchiamo di realizzare una comunicazione che parta dall’ascolto profondo dell’altro, dal “farsi uno”, creando una reciprocità che sottolinea il positivo, il costruttivo, quello che dà speranza, tenendo presente che “l’importante è la persona e non il mezzo”. Siamo convinti, infatti, che il vero comunicatore deve avere uno sguardo capace di generare mezzi non invasivi ma solidali, non guidati da interessi particolari ma dal bene pubblico, non strumentalizzanti ma rispettosi della presenza di Dio in ogni persona, non banali ma radicati nei valori umani universali, non appiattiti ma capaci di veicolare la comunione tra civiltà e culture?. “Cronaca bianca” è dunque una comunità, i cui membri si propongono uno stile nuovo di comunicazione, che essi cercano di attuare nei loro rapporti interpersonali e professionali. E uno stile che si ispira alla visione cristiana di Dio-Trinità, modello originario di ogni autentica comunicazione. Una scuola di vita In secondo luogo, come scuola, vogliamo imparare — partendo dal magistero della Chiesa e dalle riflessioni e testimonianze di noi stessi e degli altri giornalisti cristiani — a perfezionarci come comunicatori, ispirandoci al Vangelo nel discernere, sentire e agire nel mondo del giornalismo, vissuto come servizio alla società. Gen's 2/2003 Stiamo scoprendo che gli insegnamenti della Chiesa in questo campo sono un impressionante corpus di sapienza evangelica che insegna ad essere critici davanti al mondo della struttura comunicativa a volte poco affidabile nei nostri giorni. Essere “scuola” significa per noi fare in modo che questo magistero — grande sconosciuto — sia il fondamento robusto e agile allo stesso tempo, che ci faccia veritieri e fermi, responsabili davanti alla nostra coscienza e alla società e non schiavi del potere politico, economico e ideologico. Ma ci comprendiamo anche come scuola in cui impariamo gli uni dagli altri, soprattutto dai nostri fratelli maggiori, professionisti che hanno attraversato tante maree, remando spesso contro corrente. Guardando uomini e donne del giornalismo spagnolo — come Cristina Lépez Schilinchting, Ramén Pi o José Luis Restan, per citarne soltanto qualcuno, — abbiamo imparato a non lasciarci abbagliare, ma a trasmettere una visione oggettiva e concreta della realtà, guidati appunto dalla visione cristiana della vita. Laboratorio per imparare In terzo luogo, come /aboratorio, collaboriamo nelle diverse iniziative giornalistiche dedicate in vari modi alla trasmissione della vita ecclesiale e partecipiamo alle attività teoriche e pratiche per migliorare nella metodologia delle comunicazioni sociali. In questo laboratorio abbiamo imparato a lavorare insieme per una verifica del rapporto tra vita di fede e comunicazione sociale in modo tale che non vi sia separazione tra la prima e la seconda, rispettando scrupolosamente l’autonomia delle leggi, del linguaggio e i suoi processi, e non cadendo nei convenzionalismi. Ed è proprio per questo che spesso il nostro lavoro giornalistico professionale è stato riconosciuto e apprezzato anche dagli altri. È risaputo che, superando l’assurda dicotomia tra “cattolici nei mezzi o mezzi cattolici” e testimoniando quello che veramente — pag. 19 — esperienze 49 siamo, l’iniziativa cattolica nei mezzi di comunicazione è tra le migliori e più esigenti scuole. Perché non c’è da illudersi: dichiararsi pubblicamente cristiano oggi in questa professione significa correre il rischio di essere visti come persone che hanno rinunciato alla libertà, all’apertura, all’indipendenza. È questa una difficoltà che si aggiunge al già difficile tentativo di entrare in quello che chiamiamo ‘mercato del lavoro”. Perché c’è un ampio margine tra il lavoro durante 1’ Università con borse di studio nelle diverse forme di pseudocontrattazione, e la ricerca poi della minima stabilità nel lavoro, di per sé così versatile e instabile. Tutto ciò ci obbliga ad essere “migliori”, non presentandoci come tali di fronte agli altri, ma migliorando ogni giorno noi stessi nella professionalità e nella coerenza. Forse per questo, nonostante tutte le difficoltà incontrate in questi anni, da quel piccolo gruppo di studenti sono già venuti fuori professori universitari, delegati diocesani dei mezzi di comunicazione, redattori di giornali e presentatori televisivi di tutto rispetto. Allo stesso tempo i giovani di “Cronaca bianca” hanno capito che l’appartenenza a questo gruppo non è — almeno per adesso — una pedana di lancio per una facile sistemazione nel mondo del lavoro. Una goccia nel fiume Comunità, scuola e laboratorio, sperando che “Cronaca Bianca” possa essere una goccia d’acqua nel fiume — non nello stagno, perché è in movimento — della presenza ecclesiale nella comunicazione sociale, un contributo per portare una boccata di vita evangelica nella cultura mediatica della nostra società. “Cronaca Bianca” è stata per me un vero dono di Dio, perché mi ha permesso di costatare ogni giorno che il Vangelo può vivificare la comunicazione e che la spiritualità dell’unità può dare un contributo affinché il soffio vitale dello Spirito penetri ed illumini il mondo della comunicazione. “Cronaca Bianca” vuol essere un minilaboratorio in questa direzione. Manuel Maria Bru Alonso 1) Giovanni Paolo Il ai redattori del quotidiano “Avvenire” in “La Traccia” 14 (1993) p. 487. 2) CfC. LUBICH, Il Movimento dei focolari e i mezzi di comunicazione sociale, in ‘“Gen’s” 30 (2000) pp. 110- 17. Gen's 2/2003 — pag. 20 — 50 esperienze Un'iniziativa inedita nell’ambito della pastorale vocazionale «Storie di sacerdoti» di Peter Klasvogt In un contesto fortemente segnato dal calo delle vocazioni come quello della Germania, il seminario di Paderborn percorre vie nuove. Partendo da una lucida analisi di quanto vivono i giovani oggi davanti alla scelta del ministero presbiterale, si è messo a punto il progetto “Storie di sacerdoti” che unisce le nuove opportunità dell’odierna società telematica al valore imprescindibile della testimonianza personale. U n episodio: di ritorno dalle vacanze apro il computer e mi imbatto in un’e-mail senza contenuto, proveniente da un mittente a me ignoto. Forse una svista — penso — e ne avverto l’autore. Due giorni dopo ricevo da lui un’ulteriore e-mail. Si tratta di un giovane che ha letto in internet con grande interesse le dieci “Storie di sacerdoti” ed ha azionato “involontariamente” l’opzione “Invio”. Ma giacché ora siamo in contatto, vuole raccontarmi di sé. Fatto l’esame di maturità, fra pochi giorni inizierà il suo servizio civile. Riguardo alla sua futura professione ha già idee precise. Ma ultimamente — così mi scrive — gli vengono tanti ripensamenti. Non gli lasciano pace gli interrogativi circa Dio ed una vita improntata alla fede. Anzi — così mi confida — c’è anche il pensiero inquietante di essere forse chiamato al sacerdozio. Con questo stato animo questo giovane si è imbattuto Gen's 2/2003 nelle “Storie di sacerdoti” e si è sentito immediatamente coinvolto. Si tratta di un episodio dall’esito ancora aperto, sintomatico per tante reazioni simili suscitate dalla piccola brochure! che è in circolazione dal maggio 2002 e di cui fa parte anche un apposito sito internet con questo nome: www.priestergeschichten.de. I sacerdoti che qui si presentano sono sono persone con aspirazioni ideali che nel corso degli ultimi 15 anni hanno frequentato il Seminario dell’arcidiocesi di Paderborn e sono ora al lavoro negli ambiti pastorali più vari. Nella brochure non si formulano infatti idee o appelli, per quanto possano essere brillanti. Ci sono a loro volta giovani che si sentono interpellati da queste storie di alcuni sacerdoti che hanno come tutti le loro aspirazioni, speranze, limiti e dubbi, ma che sono rimasti appassionati da un’idea, da un ideale e giocano la loro vita per questo. Si tratta di due categorie di persone insolite che qui si incontrano: sacerdoti che sono disposti a lasciare che altri si addentrino nella storia della loro fede e vocazione, e raccontano di come cercano di tradurre i loro ideali in vita; e giovani che sono attirati proprio da questo stile sincero ed autentico ed hanno voglia di approfondire il senso della loro vita, protetti dall'anonimato della rete elettronica o comunque nello spazio, anch'esso protetto, dell'incontro personale. — pag. 21 — esperienze SI Tempo per la vocazione L'intento di questa iniziativa del Seminario dell’arcidiocesi di Paderborn è quello di presentare in maniera facilmente accessibile molteplici e diversi tipi di sacerdoti, forme di ministero e vie di preparazione al sacerdozio, intercettando così lo spettro più ampio possibile di identificazione. E ciò è assai necessario, perché i giovani con i loro interrogativi circa la propria vocazione si sentono lasciati soli, come ha messo in rilievo recentemente un'inchiesta? commissionata dalla Conferenza episcopale statunitense. Agli albori del XXI secolo, anche in Germania il clima non è molto favorevole a vocazioni religiose o sacerdotali. Diversamente da una o due generazioni fa, giovani che considerano seriamente di impegnare la loro vita nella Chiesa, sempre più raramente trovano sostegno ed incoraggiamento nei loro ambienti. Sovente la percezione di una vocazione viene piuttosto messa in discussione se non addirittura negata. Se un tempo, nell’affrontare la domanda circa la propria vocazione, si avevano per alleati la famiglia, la parrocchia e spesso anche buoni amici, oggi la situazione si è ampiamente capovolta. Internet: uno spazio «protetto» per interrogativi esistenziali In queste condizioni, è di grande vantaggio uno strumento mediale attraverso il quale si possono procurare informazioni di prima mano, senza dover manifestare all’esterno un interesse personale. Le “Storie di sacerdoti” cercano di tener conto di questo, offrendo la testimonianza di dieci sacerdoti che hanno fatto la loro scelta di vita percorrendo vie molto diverse. Essi riferiscono senza riserve il loro travaglio nella ricerca e la risposta che hanno trovato; le difficoltà, gli ostacoli ed anche le divagazioni con cui hanno dovuto fare i conti, ma poi anche la gioia e la soddisfazione interiore che si provano quando si è individuato il proprio progetto di vita. Ma c’è anche l'opportunità di andare al di là di una prima informazione che assicura l’anonimato. Sia la brochure che il sito internet hanno per obiettivo di rendere possibile un contatto riservato con i sacerdoti ivi intervistati. Tutti gli articoli riportano pertanto il nome, il recapito e l’indirizzo e-mai/ dell’autore — nella homepage sotto forma di un link. Raccontare la propria storia Le storie stampate e diffuse attraverso la rete elettronica hanno però un difetto rilevante: si tratta appena di dieci storie esemplari, mentre varrebbe la pena raccontare la storia di ogni sacerdote. Perciò questa iniziativa vuole incoraggiare tutti i sacerdoti e laici impegnati a dare testimonianza della loro vocazione ed a raccontare la propria storia. Non pochi sacerdoti esitanti potrebbero constatare con sorpresa quanti sono interessati alla loro storia. «Vocational teams» Così le “Storie di sacerdoti” sono parte integrante di un progetto più ampio di pastorale vocazionale. L'obiettivo deve essere quello di mettere sacerdoti e fedeli in grado di rendere prontamente ragione della loro fede e della loro rispettiva vocazione. Fa pensare il fatto che la già menzionata inchiesta statunitense annota: «Molti giovani che si interrogano sulla loro vocazione, affermano di non approfondire ulteriormente questa ricerca magari “perché mai nessuno si interessa di questo argomento”». In altre parole: «Ci sono molti Samuele, ma manca chi fa la parte di Eli». Perciò la pastorale vocazionale deve prendere il via dai portatori di una vocazione e cercare di motivarli a riscoprire la bellezza della propria chiamata e a manifestarne pure il fascino verso l'esterno. Perché ciò che attira i giovani, in fin dei conti è soltanto la testimonianza personale, in un’atmosfera improntata all’apertura ed all’autenticità, Gen's 2/2003 — pag. 22 — 2 esperienze nella quale il tema della vocazione sia presente in maniera né drammatica né invadente. Per questo il card. Degenhardt (l’arcivescovo di Paderborn recentemente scomparso; n.d.r.) nella sua ultima Lettera per la Pentecoste ha chiesto esplicitamente che si facciano nascere nelle parrocchie e nelle unità pastorali i cosiddetti vocational teams. Si tratta di gruppi vocazionali di giovani che si ritrovano regolarmente per la liturgia dei vespri, per incontri biblici e per altre attività Gen's 2/2003 adatte a loro, durante le quali qualcuno racconti la storia della sua vocazione. Le “Storie di sacerdoti” possono essere di stimolo. Peter Klasvogt 1) PETER KLASVOGT (ed.), Priestergeschichten. Von und fiir Idealisten, Bonifatius, Paderborn 2002 2) Survey of Youth and Parents Connected With Parish Programs: Findings and Implications for Vocations: Center for Applied Research in the Apostolate — pag. 23 — esperienze 53 Anche internet può aiutare a costruire la comunione tra i sacerdoti Preti on-line Mario Spaki Forse mai, dopo il Concilio Vaticano II, un documento pontificio ha toccato così profondamente il problema della comunione nella Chiesa come la “Novo millennio ineunte”. Questa Lettera apostolica interessa tutti e, in maniera speciale, i sacerdoti. Ma come possono essi vivere concretamente in comunione se, data la loro scarsità numerica, sono sovraccarichi di lavoro e in alcune regioni vivono enormemente lontani gli uni dagli altri? Un gruppo di preti brasiliani ha trovato un modo moderno ed originale per mantenere vivi i loro rapporti, superando gli ostacoli delle grandi distanze. uando la Novo millennio ineunte ha invitato tutti a mettere a base della vita ecclesiale una spiritrualità di comunione, per noi, che da anni eravamo impegnati a vivere la spiritualità dell’unità, era come gettare benzina sul fuoco. Da tempo percorrevamo centinaia e centinaia di chilometri per incontrarci tre o quattro volte l’anno per rafforzare la comunione tra noi, alimentarci spiritualmente e condividere le nostre esperienze. Vedevamo che questo ci aiutava molto per camminare insieme nella via della santità e per attuare una pastorale il più possibile al passo coi tempi. In seguito alla lettera del Papa ci siamo resi conto che trovarsi solo alcune volte l’an- no era troppo poco, perché col passare dei mesi la vita di comunione tra noi si allentava ed eravamo facilmente risucchiati dall’attivismo quotidiano. Ma le distanze sono quel che sono e così pure il tempo a disposizione. Cosa fare? Un’idea originale Nel gennaio dell’anno scorso — in Brasile i primi due mesi dell’anno cadono in piena estate e quindi sono tempo di vacanze — due di noi siamo andati insieme al mare per una settimana di riposo. Una sera, camminando lungo la spiaggia, condividevamo quanto avevamo in cuore. Ho raccontato l’esperienza fatta nei sei anni passati a Roma, mentre portavo avanti gli studi in una comunità di seminaristi di varie parti del mondo, tutti decisi a vivere una vera esperienza di comunione. Ricordavo la gioia che sperimentavamo nel condividere i frutti che produceva nella nostra vita la Parola di Dio, mentre ora, immerso nelle attività di una grossa parrocchia cittadina, come avrei potuto mantenere vivo questo stile di vita? Possono bastare incontri solo sporadici durante l’anno? Il mio collega mi ha ascoltato ed, all’improvviso, ambedue abbiamo avvertito in cuore una risposta: «Ma oggi c’è internet! E Gen's 2/2003 — pag. 24 — 54 esperienze quanto ci serve per mantenerci uniti anche quotidianamente». Era stata Chiara Lubich a suggerire l’uso di internet per tenere salda la comunione tra noi sacerdoti, che spesso viviamo così distanti gli uni dagli altri. Quest’idea ci ha affascinato ed abbiamo pensato di attuarla subito. «Chi comincerà e quando? Noi due e subito!», ci siamo detti. Tornato a casa, ne ho parlato a due sacerdoti della mia città e la loro adesione è stata immediata. Poi, assieme a loro due, siamo andati a trovare un giovane parroco che abita da solo in una città poverissima a 100 km da noi per presentare la nostra proposta. Già all’arrivo egli ci ha confidato: «Qui la più grande sfida è la solitudine». L'abbiamo contagiato con il nostro entusiasmo ed egli si è dato da fare per trovare una connessione ad internet. Da allora altri sacerdoti si sono aggiunti e, da pochi che eravamo, ormai siamo già in 23 collegati regolarmente attraverso la rete. Come attuarla Naturalmente per comunicare vita e non semplici parole, innanzi tutto ci impegnamo tutti a vivere la Parola, poi facciamo dono delle nostre esperienze agli altri. Queste sono inviate al mio indirizzo via e-mail ed io le metto in un certo ordine, aggiungo un testo di spiritualità e poi le mando a tutti. Ve ne racconto qualcuna. «Ho avuto l’idea questa mattina presto — ci scrive un prete — di mettere 20 fagioli nella tasca sinistra dei pantaloni. Ed ogni volta che ponevo in pratica la Parola, prendevo un fagiolo e lo passavo nell’altra tasca. Dopo pranzo ho raccontato ad un sacerdote amico questa trovata ed anche lui ha voluto contare. Gli ho dato nove fagioli. A sera ho messo la mano nella tasca sinistra e mi sono accorto che era vuota. Ben 20 volte, dunque, durante la giornata avevo messo in pratica una Parola del Vangelo. Ho Gen's 2/2003 provato tanta gioia nel mio cuore come poche volte in passato». Questa piccola esperienza, che a qualcuno potrebbe sembrare banale, essendo stata vissuta e comunicata, ha provocato una reazione a catena. «Anch'io ho messo dei fagioli in tasca», ci comunicava via internet un altro sacerdote. Ed un altro ancora: «Ho fatto tre chiamate telefoniche che mi sono valse tre fagioli!». E persino dei parrocchiani, notando la nostra serenità forse non usuale, ce ne hanno chiesto il motivo e si sono aggiunti a noi! Un'altra esperienza condivisa: «“Misericordia io voglio e non sacrificio”: era la Parola di vita che avevamo scelto da vivere in quel mese. Nell’omelia ho parlato su questo argomento alla comunità ed alla fine abbiamo fatto un patto: durante la settimana ci saremmo sforzati a vedere i valori positivi in ogni prossimo, andando al di là degli eventuali difetti. Mezz’ora dopo presso un passaggio a livello mi sono trovato davanti una macchina che andava così lenta che quasi si fermava. Dentro di me ho già lanciato un giudizio negativo verso l’autista. Poco dopo lo stesso autista davanti ad un semaforo rosso ha spento il motore e poi non riusciva a riavviarlo. Avevo fretta e mi sentivo ribollire il sangue, ma mi sono ricordato del patto che avevo proposto mezz'ora prima in chiesa ed ho ritrovato la pace, ringraziando Dio per la luce che mi era venuta dalla Parola». Un'esperienza donata ne genera facilmente un’altra, perché il bene sa contagiare in maniera unica. Infatti un altro ha scritto: «Ieri ho sentito che, per vivere il Vangelo, devo essere più calmo quando guido, che è volontà di Dio rispettare i segnali senza innervosirmi per eventuali ritardi. Ritornando dall’ufficio una macchina davanti a me andava così lenta che il semaforo è diventato rosso. Ho fatto l’esperienza di vivere un minuto di attesa pieno di significato, perché ho avuto tempo per pregare dicendo: per te, Gesù, io sono fermo qui». Sono fatti all'apparenza piccoli, ma quante volte il nervosismo provocato dal traffico — pag. 25 — esperienze Sb) ci toglie la serenità e deteriora, tra l’altro, i nostri rapporti con i parrocchiani! Tutte le situazioni che viviamo possono colorarsi di Vangelo. I frutti Le esperienze messe in circolazione tra noi, ravvivano la comunione. Forse nel frattempo non siamo riusciti a trovarci e nemmeno è stato possibile sentirci per telefono, ma l’amore dei fratelli è arrivato fino a me attraverso questo mezzo, dandomi la certezza che Gesù è presente in mezzo a noi anche se siamo distanti. È successo poi che, da quando facciamo questa comunione fraterna on-line, abbiamo sentito più forte l'esigenza di non perdere gli incontri regolari che facevamo prima. I sacerdoti giovani, che spesso vivono in posti lontani, non sono così esposti ai pericoli, perché si sentono membri di una famiglia; il loro cuore è sereno, perché la Parola vissuta e comunicata li fa dimorare in Dio; e le nostre comunità parrocchiali scoprono un modo di vivere il Vangelo alla portata di tutti, anche delle persone più semplici e dei bambini. E questo fa crescere la vita di comunione fra tutti in parrocchia. Qualcuno di noi ha fatto questa riflessione: se pronunciando la Parola di Dio sul pane e sul vino, questi diventano il corpo ed il sangue di Gesù, cosa avviene in noi quando la Parola ci vive, illuminando anche le più piccole azioni? La vita della Parola non solo ci mantiene in piedi, ma pian piano ci fa diventare altri Gesù. Non c’è da meravigliarsi quindi se in una conferenza, all'improvviso, qualcuno in mezzo all'assemblea si alza e ti ringrazia dicendo: «Nessuno mai ci aveva parlato così!». Qui in Brasile c’è la convinzione che sacerdoti anziani e giovani non riescono a stare insieme nella stessa casa. Per alcuni di noi che abitiamo insieme è avvenuto il contrario: non solo andiamo d’accordo, ma il cuore esulta di gioia per la presenza di Gesù fra noi. Per dire la verità, non ci siamo nem- meno accorti della differenza d’età, perché quando c’è un’armoniosa intesa, il più giovane gode della sapienza dell’anziano e questi con la nuova generazione si sente ringiovanire! Questo stile di vita, basato sulla comunione fraterna, sta penetrando anche nei seminaristi. Nel dicembre scorso siamo stati invitati dal vescovo di Dourados nello Stato del Mato Grosso do Sul, a predicare gli esercizi spirituali ai suoi 32 seminaristi. Poi, nel gennaio appena trascorso, ci siamo lanciati in un campeggio nella spiaggia. Avevamo chiesto a Gesù che venissero 50 seminaristi. Ne sono venuti 52 e tra questi sette di Dourados, che fra andata e ritorno hanno fatto ben 2.500 km. Inoltre abbiamo ricevuto la visita di più di 10 sacerdoti. L’incontro è andato così bene che all’ultimo giorno abbiamo chiesto se fosse il caso di ripeterlo l’anno prossimo. Tutti immediatamente hanno detto di sì, persino l’autista del pullman, che nei pochi contatti con noi aveva colto qualcosa. Eravamo partiti da internet come strumento moderno di comunione tra sacerdoti e siamo finiti con un’esperienza di vacanzecomunione tra seminaristi. Questo non sarebbe stato possibile se la nostra testimonianza di persone unite e gioiose non li avesse attirati. Abbiamo scoperto che possiamo dare anche noi un piccolo contributo per fare della Chiesa una casa e una scuola di comunione. Mario Spaki 1) Cfnotizia riportata a p. 61 di questo numero. Gen's 2/2003 — pag. 26 — 56 esperienze Flash di vita O Iniziative per ravvivare la comunione In una società caratterizzata da continui cambiamenti, con conseguenze talvolta anche dolorose, i primi a risentirne i contraccolpi sono proprio i pastori delle nostre Chiese, sottoposti ad un lavoro estenuante e spesso senza vederne i frutti. Dalla Germania ci comunicano come alcuni di loro, ispirandosi alla spiritualità dell’unità, riescono non solo a sopravvivere ma anche a nutrire una fondata speranza nel futuro cristiano della loro terra. Un sito internet Lo scoraggiamento che spesso troviamo tra i pastori, sia cattolici che evangelici, è comprensibile ma non ineluttabile. In questi anni abbiamo sperimentato che le difficoltà sono superabili, quando viviamo l’unità richiesta per noi da Gesù al Padre. Anzi, esse sono una pedana di lancio che ci spinge a riscoprire e a vivere il Vangelo con più radicalità. Allora ci siamo chiesti: nel tempo della comunicazione multimediale, perché non utilizzare internet per diffondere questa speranza che è rifiorita nel nostro cuore? E abbiamo realizzato una homepage: www.fokolarpriester-nordwest.de. Gen's 2/2003 Conferenza telefonica E per mantenere viva, prima di tutto tra noi, una vita di comunione, abbiamo inventato anche una conferenza telefonica settimanale: ogni domenica sera alle 22.30 ognuno può liberamente parteciparvi. Se il telefono serve per attivare il commercio, per rinsaldare le amicizie, perché non usarlo per comunicarci le cose positive vissute da noi e dalle nostre comunità parrocchiali durante la settimana? Ci sembra di essere entrati in un gioco d’amore, nel quale ognuno può dare e ricevere. Sapendo poi che alcuni di noi stanno facendo studi a Roma e vivono con sacerdoti di altri Continenti che spesso non hanno i mezzi per mantenersi, ci siamo chiesti come aiutarli ed abbiamo costituito un fondo, invitando quali sponsor persone delle nostre parrocchie che desiderano donare regolarmente ogni mese 10 oppure 30 euro per questa intenzione. La risposta è stata positiva. Incontri specifici per sacerdoti Abbiamo in cuore la certezza, confermata ormai da anni di esperienza, che il Vangelo oggi si può ancora annunziare con frutto, anzi è l’unica via per risanare la nostra società materialista. Per questo stiamo svolgendo incontri specifici con altri sacerdoti. Così a Paderborn 1°8 dicembre 2002 si sono radunati 70 sacerdoti; ad Aquisgrana il 29 dicembre 15 giovani preti; così pure a Miinster e Borghorst; ad Osnabriick otto seminaristi. Tutti desiderosi di conoscere la — pag. 27 — esperienze ST spiritualità dell’unità che porta alla comunione. Abbiamo riscontrato in tanti una tale sete di comunione che quest'anno continueremo ad organizzare altri incontri di questo tipo, anche per dare il nostro piccolo contributo alla comunione nella Chiesa. Un'altra iniziativa bene accolta è la creazione di un “laboratorio per il futuro della Chiesa”, che ha radunato dal 2 al 3 febbraio a Schwerte, vicino a Solingen, nell’ Accademia diocesana, 60 sacerdoti. Il laboratorio portava il titolo: Duc in altum! Si è parlato di come essere sacerdoti oggi, come portare di nuovo la nostra gente, che spesso non riconosce più i valori vitali del cristianesimo, a riscoprire la persona di Gesù. Dopo una celebrazione dei vespri con la partecipazione del vescovo Mussinghof di Aachen, del vescovo ortodosso Tamiolakis pure di Aachen e del sovrintendente delle comunità protestanti Henz di Iserlohn, ci siamo divisi in tanti piccoli gruppi e siamo entrati nel tema. Anche due laici consacrati, esperti in comunione, hanno collaborato in uno dei gruppi di lavoro. Era per tutti motivo di gioia scoprire nuove prospettive per la Chiesa in generale e per il loro lavoro. Conoscevamo quanta sofferenza essi portano con sé, dovendo attendere ognuno a due o tre parrocchie e non sapendo cosa scegliere in un mare di cose da fare. E si è capito che, prima di qualsiasi attività, noi dobbiamo fare una nuova scelta di Dio, mettendo al primo posto una vita spirituale non solo personale, ma anche comunitaria. L'incontro ha dato un nuovo orientamento ai sacerdoti convenuti, un orientamento basato sul Vangelo e pieno di tanta serenità. Per il prossimo anno stiamo pensando ad un altro “laboratorio” che avrà come tema: La Chiesa e la gioventù. Lo faremo con l’aiuto dei Movimenti ecclesiali, soprattutto di giovani del Movimento dei focolari che già hanno dato la loro adesione. Un'altra attività è stata organizzata dal seminario della diocesi di Paderborn dal 16 al 19 dicembre scorso. Si tratta di un simposio dal titolo: Sacerdoti per il 21° secolo. Vi hanno preso parte 180 persone, fra cui 15 vescovi, 40 rettori di seminari tedeschi, austriaci e svizzeri, 10 padri spirituali e responsabili di noviziato e juniorato. Noi del Focolare abbiamo dato una collaborazione consistente. In seguito ci sono stati molti echi positivi in diverse riviste teologiche tedesche come la Herder Korrespondenz. Anche Neue Stadt (Città Nuova in lingua tedesca) ha fatto un reportage dettagliato di tre pagine. Libri che raccontano la vita Christian Hennecke, parroco dal settembre 2002 e responsabile per la catechesi nella diocesi di Hildesheim, ha scritto un libro sui suoi sette anni di parroco a Bremen-Achim. L'ha intitolato Sette anni grassi, rifacendosi al sogno biblico, interpretato da Giuseppe, delle sette vacche grasse dell’Egitto. L’autore racconta lo sviluppo della vita di comunione nella sua parrocchia, attraverso fatterelli nello stile di “fioretti”, che però aprono orizzonti molto dinamici della vita parrocchiale. Solo nelle prime sei settimane sono stati venduti più di 1000 esemplari. Il libro si sta rivelando un prezioso contributo per formare comunità parrocchiali vive. Un altro libro sta avendo grande diffusione. E scritto da Stefan Tobler, un focolarino riformato svizzero, professore a Tubinga, ed ha per titolo: L'abbandono di Gesù come evento di salvezza nella spiritualità di Chiara Lubich. Con l’occhio e il cuore di un cristiano protestante l’autore presenta le prospettive soteriologiche emergenti dalla spiritualità dell’unità, utilizzando centinaia di citazioni originali di Chiara Lubich. Molti usano questo libro non solo per un aggiornamento teologico, ma anche per fare meditazione. Prossimamente un gruppo di sacerdoti s'incontrerà con l’autore nella città di Solingen per una giornata di studio. Vogliamo approfondire insieme il carisma dell’unità che si sta rivelando, anche nella nostra terra, particolarmente adatto a creare comunione tra le persone. Wilfried Hagemann Gen's 2/2003 — pag. 28 — 58 esperienze DI Appuntamento mattutino con la Parola Tutto è iniziato durante una vacanza con un gruppo di giovani sul Mar Baltico. «Questa volta un altro tipo di vacanza, dove Dio può farsi veramente presente, dove c’è spazio per Lui», così Andreas, diciottenne, aveva reclamato in precedenza. Siamo partiti ed abbiamo vissuto otto giorni belli, indimenticabili, intensi. Ogni mattino prendevamo in mano il Vangelo del giorno, lo leggevamo e ci chiedevamo che cosa potesse significare per noi durante la giornata. Lo traducevamo nel linguaggio adatto ai giovani e ci proponevamo di viverlo concretamente. Alla fine Jan, anch'egli diciottenne, mi ha detto: «E stata la settimana più bella di tutta la mia vita». Di ritorno a casa lo “shock culturale”: il tentativo di “portare nel quotidiano” quest’esperienza fatta con Dio si rivelava difficile e sembrava finire come un atterraggio con avaria. Tre giorni dopo il ritorno mi veniva l’idea di mandare ad alcuni dei più grandi via SMS (short message service) la Parola biblica del giorno riassumendola in un motto. Quella sera, Sebastian mi ha raccontato: «Ero di nuovo immerso a capofitto nel giro quotidiano, nella frustrazione della scuola, nello stress con i colleghi; e poi, nella pausa, scoprivo il tuo messaggio via SMS: Mt 14, 22-33: i discepoli sulla barca. Hanno il vento contrario, ma Gesù dice: “Non abbiate paura”. Motto: “Credere a Gesù anche nel vento contrario”. E immediatamente mi sono trovato di nuovo dentro la nostra vita». Tutto ciò un anno e mezzo fa. Nel frattempo questa on word community (comunità nella Parola) si è allargata a 45 giovani e adulti, e sempre mi avvicinano altre persone interessate e mi dicono: «E una trovata formidabile; posso parteciparvi anch’io?». Sonia, ventenne, ha risposto così in un pomeriggio ad un mio SMS: «Ero coinvolta in una discussione con miei colleghi della classe. Dicevano che Dio è soltanto una proiezione, un’invenzione umana. Ero inti- Gen's 2/2003 midita e quasi volevo dire: “Forse avete ragione!”, ma in quel momento è squillato il cellulare che normalmente a scuola tengo sempre spento. È arrivata la Parola. Ho letto: “Le 12, 4-12: confessare senza paura; Dio non ti dimentica; lo Spirito ti aiuta. Motto: Professa la tua fede in Gesù, anche se ti mancano le parole”. Ero come fulminata. La discussione con i colleghi prendeva una svolta. Raccontavo loro della mia esperienza con Dio». In maniera anonima e discreta l’aiuto della Parola via digitale raggiunge tanti nella scuola, senza che essi portino un'etichetta: «Credo in Gesù e vivo la sua parola». Lì, infatti, a tanti il vento gelido batte in faccia. Mi ha scritto Peter: «Ero nel treno, che aveva 15 minuti di ritardo. Certamente perderò la coincidenza. Devo informare gli altri che arriverò in ritardo. Ero agitato. Ed ecco che suona il cellulare: Mf 10, 28-33: Non dobbiamo temere nulla. Egli ha tutto nelle sue mani. Motto: “Non preoccuparti”. Sono proprio felice per la Parola come aiuto di vita. Mi da serenità e indirizza il mio sguardo sull’essenziale. Posso davvero affidare a Dio tutte le mie preoccupazioni: le grandi e le piccole. Con calma ho accettato di perdere la coincidenza, perché mi rendevo conto che la mia anima non aveva subito alcun danno». Certo, è sempre una sfida mettermi per primo sotto la Parola e trasmetterla non in una lunga predica con tante belle parole, ma portare il messaggio evangelico al punto giusto con i 160 segni disponibili nel cellulare. Volker mi ha scritto: «Al mattino saltare dal letto, fresco e gioioso, non è proprio il mio forte. Troppo spesso a sera faccio tardi e al mattino non prendo la curva giusta. Ma il cellulare, vicino al letto, comincia a suonare piano ma insistente. Egli mi sveglia ogni mattina. E Gesù con la sua parola, la sua sfida per la giornata. E mi fa bene, mi rimette nell’essenziale». Nel frattempo ho scoperto un miglioramento tecnico per l’invio dei messaggi. Ora posso spedirli con un solo clic anche a 25.000 persone a soli 5,9 centesimi di euro. Se ciò non è una buona prospettiva! Christian Heim — pag. 29 — domande aperte 59 Dialogo con i lettori S ono responsabile di una parrocchia dove la maggioranza è immersa nel materialismo « pratico, ma ciò nonostante non sono rari i casi di persone che per vari motivi, dopo anni di lontananza dalla fede, vengono a contatto con il sacerdote. Purtroppo non sempre quest’incontri hanno esito felice. Come stabilire con loro un dialogo vero che dia speranza e faccia riscoprire i valori della nostra fede?». Dl “Farsi uno” con chi non crede Sono anch’io un parroco nella terra di Romagna e capisco la sua domanda perché me la sono posta da anni. Quanto dirò, quindi, è frutto della mia piccola esperienza. Sono arrivato alla conclusione che il vero dialogo esige alcuni atteggiamenti di fondo molto impegnativi. Innanzi tutto l’ascolto. Ascoltare fino in fondo, senza pensare alla risposta, fino a diventare l’altro. È importante, mentre si ascolta, non pensare a cosa rispondere, non lasciarsi prendere dal desiderio di voler correggere, illuminare, ecc. La cosa più importante è prendere l’altro dentro di sé, diventare in qualche modo l’altro. Posso dire per esperienza che le persone lo percepiscono. Avvertono che non le giudichi, che non vuoi indirizzarle da nessuna parte, che le ami in modo disinteressato. Quando viene per te il momento di parlare ti ascoltano nella libertà piena, una libertà anche da se stesse. Il tuo parlare allora — nella misura in cui è veritiero ed è condito di sapienza evangelica — incide profondamente e tocca il cuore di chi ascolta. Per far questo bisogna avere i/ coraggio di passare dall’altra parte. Ovviamente avver- Un parroco della Romagna — Italia to la distanza fra il mio modo di credere e di concepire la vita rispetto a quello di una persona formata in una cultura laica. Spesso per quanto riguarda la fede, per esempio, da una parte si avvertono serenità, gioia e pace, mentre dall’altra c'è l'ombra del dubbio, dell’insicurezza e non raramente anche un velo di tristezza. E in genere senza colpa. Nell’amare queste persone è proprio necessario superare questa distanza, fare lo sforzo per “passare dalla parte dell’altro”: sperimentare cosa vuol dire dubbio e insicurezza con chi vive in questa situazione esistenziale, ricordando le parole di san Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia?» (2Cor 11, 29). Deve stabilirsi con l’altro una vera unità di fondo. Non è possibile compiere questo salto (ed è un vero salto nel vuoto) senza l’amore hic et nunc a Gesù abbandonato, che ha fatto proprio questo: è passato dalla nostra parte e si è fatto dubbio, tenebre, peccato per noi. Nel vivere quest'esperienza spesso ho provato smarrimento, insicurezza: è un vero distacco dal mio mondo interiore, dalle mie certezze religiose. In un certo senso è un “perdere Dio” al quale ho donato tutta la mia vita. Se questo rapporto è vissuto intensamente, si sperimenta un vero abbandono, si rimane come sperduti. Inoltre, tante volte ho avuto l'impressione di non adempiere bene il mio Gen's 2/2003 — pag. 30 — 60 domande aperte ministero, quasi di tradirlo. Mi sono chiesto se stavo osservando bene le norme sagge della Chiesa, se la mia misericordia era vero amore o una porta verso la permissività, ecc. Ho sentito allora il bisogno di consigliarmi con chi poteva dirmi una parola sicura e sono stato incoraggiato ad andare avanti senza timore, perché quando si semina nei cuori l’amore, essi ricevono anche la luce per capire le esigenze del Vangelo, e la forza per metterle in pratica. Non spegnere mai il lucignolo fumigante, ma riaccenderlo sempre. E i tanti frutti raccolti in questi anni me l’hanno poi confermato. Accenno a qualche esperienza. Alle persone adulte che vengono a chiedere il sacramento del matrimonio o della cresima, diciamo sempre che è nostra intenzione non imporre nulla: «Non abbiamo alcuna pretesa di cambiarvi, potete quindi manifestare liberamente le vostre convinzioni così come noi vi manifestiamo tutte le esigenze della fede e della vita cristiana senza nasconderne alcune o addomesticarne altre». Durante un affollato corso di cresime per adulti ci siamo trovati proprio su due sponde diverse: da una parte noi animatori e dall’altra tutti i partecipanti in una situazione di difesa, quasi di sospetto. Abbiamo avvertito il dovere di passare dalla loro parte per superare diffidenze e difficoltà. Abbiamo raccontato loro come, nonostante il dono della fede, avevamo anche noi le nostre incoerenze, i nostri dubbi e sentivamo tutto il peso della nostra natura umana così imperfetta. Nonostante però tutti i nostri sbagli, non volevamo mai arrenderci. Dopo questa nostra apertura si è stabilito un clima di mutua confidenza ed anch'essi hanno avuto il coraggio di raccontarci della loro vita e del desiderio di cambiare. Alla fine del corso, davanti a persone felici e piene di fiducia, abbiamo spiegato il passo compiuto da noi mesi prima: come eravamo passati dalla loro parte. La risposta unanime è stata: «Voi siete passati dalla nostra parte, adesso siamo noi a passare dalla vostra!». Ed hanno fatto scelte coraggiose di vita cristiana persino nel campo della castità. Gen's 2/2003 Per rispondere alla sua domanda vorrei aggiungere che dobbiamo guardare l’umanità con l’ottica di Gesù, perché solo quando si entra in quest'ottica si può percepire il significato vero e la preziosità di ogni situazione umana, anche la più disastrata. Infatti, ogni vuoto, ogni peccato non è solo vuoto e peccato (ottica umana), ma è innanzitutto il volto di Gesù abbandonato (ottica divina), presente in quella vicenda da lui già redenta. Non si coglie la verità profonda delle vicende umane se non si vedono nel mistero dell’abbandono di Gesù. Questa visione di fede è richiesta a noi pastori e ad ogni cristiano ed essa è già l’inizio della soluzione dei problemi, innanzitutto dentro di noi che ascoltiamo e poi anche in chi ci sta davanti, perché in quest'ottica anche situazioni che sembrano senza speranza, s'illuminano. Nella nostra regione incontriamo tante separazioni, tante infedeltà, tanto materialismo. Ognuna di queste situazioni ha un nome: il Separato che si riunisce al Padre, Colui che fa l’esperienza della solitudine e si riabbandona a Dio, l'Uomo Dio che sembra rimanere senza Dio e pronuncia l’atto supremo di fede. Solo facendo questo legame delle vicende umane con la grande vicenda di Gesù abbandonato si scopre il vero senso della nostra condizione e la sua profonda spiegazione. E da qui nasce la speranza e una visione nuova del mondo che non è pieno solo di errori e di colpe, ma è pieno di lui, è quasi un santuario di Gesù abbandonato ed ogni persona ne è tempio vivo. Mi vengono spesso alla mente le parole di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo»; e le altre: «Non temete, io ho vinto il mondo». È vero: Gesù abbandonato lo troviamo continuamente presente in ogni piaga dell’umanità. Tocca a noi farlo risorgere col nostro amore, perché lui risorto ha vinto il mondo. Carlo Malavasi — pag. 31 — PERCHE Notizie dal mondo dei seminari - 35 TUTTI SIANO n dicembre, 10 seminaristi delle diocesi di Ponta Grossa e di Toledo, nel Sud del Brasile, assieme a un sacerdote, per invito del vescovo si sono recati a Dourados nel Mato Grosso, per animarvi un ritiro-convivenza con i 32 seminaristi del posto. Ecco, in sintesi, quanto ci hanno scritto della loro avventura. «Prima di iniziare il viaggio di 1.700 km, ci siamo riuniti per tre giorni, per tuffarci insieme nella vita della Parola di Dio e per rafforzare l’unità fra di noi. Durante quei giorni abbiamo meditato e pregato, ma soprattutto abbiamo lavorato per preparare un regalo di Natale per tutti i sacerdoti della nostra diocesi. (...) «Un giorno, davanti a Gesù eucaristia, abbiamo deciso di vivere i giorni che ci attendevano, sempre “fuori di noi”, senza mai rientrare in noi stessi, in modo da essere continuamente in donazione. «A quel punto avevamo già sperimentato la provvidenza di Dio. Per trovare un mezzo che potesse trasportare 11 persone ad una tale distanza, ci eravamo rivolti pieni di fiducia al Padre celeste. Qualcuno di noi aveva infatti detto: “Non è possibile che circolino centinaia di pulmini per le vie della città e che non ci sia nessuno che debba servirci per portare avanti il Regno di Dio”. E avvenuto proprio così. Una famiglia che aveva da poco acquistato un nuovo mezzo, ce l’ha messo a disposizione. Era un pulmino così bello che chi ci vedeva con esso diceva: “Questi seminaristi devono essere molto ricchi”. E noi rispondevamo: “No! Noi siamo poveri, ma abbiamo un Padre ricco”. «Arrivando a Dourados, non sapevamo che cosa sarebbe avvenuto, ma una cosa era chiara: ciascuno di noi non sarebbe vissuto per sé, ma per i fratelli. E così è stato sin dal primo momento: l’amore che pulsava nei nostri cuori, non lasciava che qualcuno ci sfiorasse invano. «I seminaristi, al momento di accoglierci, si chiedevano chi sarebbe stato il predicatore di questo ritiro-convivenza. Era troppo presto perché si potessero rendere conto che sarebbe stato soprattutto Gesù in mezzo a noi. «Abbiamo preso le mosse dalla Novo millennio ineunte. E perché tutto ci portasse alla Trinità, abbiamo proposto di dedicare ciascuna delle tre giornate ad una delle tre divine Persone. «Il primo giorno era incentrato sul Padre, la Fonte dell’ Amore. Siccome egli ci ha amati per primi, anche noi, in quel giorno, abbiamo cercato di imitarlo. Qualcuno di noi ha avuto l’occasione di raccontare la sua “storia”: il disegno meraviglioso che il Padre aveva realizzato nella sua vita. Veniva allora in rilievo che Dio ha un sogno (segue a pag. 64) a cura della segreteria internazionale del movimento gens LA TRINITA’ sul volto dei FRATELLI Gen's 2/2003 - 61 — pag. 32 — Piccoli grandi PASSI Vedere ognuno con occhi nuovi Francia. «Nel mio gruppo in seminario, ormai ci conosciamo bene, con tutti i vantaggi che ciò comporta ma anche le difficoltà. Cerco allora di vedere ognuno sempre con occhi nuovi. Stasera, ad esempio, parlavamo di una proposta avanzata da uno di noi. Eravamo tutti concordi, con una sola eccezione. Mi pesava che è sempre lo stesso compagno a dissentire, ed ero un po’ arrabbiato. Ma poi sono andato da lui, per parlare con calma di questa situazione. Solo che quel compagno non aveva affatto la voglia di farlo. Ne sono rimasto infastidito. Ma ho sentito che dovevo fare ancora un passo in più, e mi sono interessato delle sue vacanze. Ne è nato un bel dialogo. Dopo quel momento abbiamo fatto le preghiere della notte con tutto il nostro gruppo. C'era una grande pace fra noi. E mi sono ricordato della prima lettura di quel giorno che parlava della morte e risurrezione di Gesù. E proprio vero — mi dicevo —; solo quando sono pronto a morire a me stesso, perdonando gli altri, cambiando le mie idee, ecc., trovo la luce, la pace e la vita». (J.G.) Perché giudicare? Slovacchia. «Nel nostro seminario, di tanto in tanto si svolgono incontri di persone handicappate ed io sono uno degli studenti incaricati a seguire la preparazione e lo svolgimento di quelle giornate. Al mattino, prima delle ore 9.00 quando tutti arrivano, si devono fra l’altro aprire le porte dei bagni che normalmente sono chiuse a chiave. Oggi Gen's 2/2003 - 62 questo compito è affidato ad un mio compagno. Verso le 8.30, passando davanti ad una di queste porte, verifico se è aperta. Trovandola ancora chiusa, mi viene da dire: “Se non faccio tutto io, alla fine le cose non vengono fatte”. Ma subito una voce dentro di me mi dice: “Perché giudicare? Tu non sai perché non l’ha fatto e se lo farà ancora”. Sono andato avanti senza giudicare. Poco dopo, passando davanti alla stessa porta, ho visto che nel frattempo era stata aperta». (J.M.) Più concretamente Spagna. «A tavola mi sono trovato a fianco ad un compagno che mi ha sempre trattato con arroganza. Quando ha iniziato a prendermi in giro per le mie convinzioni, stavo per scattare e sfogare tutta la rabbia che avevo dentro. Dopo un attimo di riflessione, amando Gesù in lui, con amore, ma anche con grande chiarezza gli ho detto che era solo pieno di pregiudizi e che in fondo non mi conosceva per nulla. Lui è rimasto bloccato e mi ha chiesto subito scusa. Il giorno dopo è venuto in camera mia e mi ha fatto capire che il motivo che lo spingeva ad essere così nei miei confronti, era dovuto al fatto che io non ero mai passato in camera sua e che egli pensava che ce l’avessi con lui per chissà che cosa. Qualche giorno dopo è stato nuovamente da me e abbiamo avuto un dialogo molto profondo. Ho scoperto così l’importanza di amare tutti più concretamente». (S.M.) Prova di coraggio Brasile. «Quest'anno ci troviamo in una nuova sede. Alcuni giorni fa, dopo che avevamo fatto pulizia nell’orto, un seminarista ha voluto bruciare i rifiuti. Nonostante gli altri si fossero opposti a questa idea, egli ha appiccato il fuoco a questo falò che per di più era un po” umido. Si è alzata una nube di fumo che si è estesa sul nostro quartiere. Ha coperto la casa di uno dei nostri vicini ed ha raggiunto la biancheria appena lavata di un’altra vicina. Quest'ultima, piena di sdegno, ci ha — pag. 33 — Athenagoras | Disarmarsi isogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta. Per anni ed anni. E stata terribile. Ma ora, sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché “l’amore scaccia la paura”. Sono disarmato dalla volontà di spuntarla, di giustificarmi a spese degli altri. Non sono più all'erta, gelosamente aggrappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne vengono proposti altri migliori, li accetto volentieri. O piuttosto, non migliori, ma buoni. Lo sapete, ho rinunciato al comparativo... Ciò che è buono, vero, reale, dovunque sia, è il migliore per me. Perciò non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (...) Ma se ci disarmiamo, se ci spogliamo, se ci apriamo al Dio-uomo che fa nuove tutte le cose, allora è lui a cancellare il passato cattivo e a restituirci un tempo nuovo dove tutto è possibile. Athenagoras I Patriarca ecumenico di Costantinopoli dal 1948 al 1972 rimproverato con parole pesanti. Vedendo quanto era successo, ho sentito fortemente che dovevo annullarmi, svuotarmi, e fare un atto d’amore andando incontro a quelle persone e chiedere scusa a nome della nostra comunità. L'ho fatto ancor prima che scendesse la notte. Sono venuto così a sapere che quel giorno era l’unico in cui quella signora aveva potuto lavare le cose, perché lavorava durante tutta la settimana. Mi ha detto pure che aveva dovuto lavare nuovamente tutto. Ho ricevuto il suo perdono e si è instaurato un dialogo bellissimo. Lo stesso è avvenuto con le altre famiglie dalle quali mi sono recato. Questo è stato il primo contatto con i nostri vicini. Tornando al seminario, ho trovato i miei compagni riuniti. Mi hanno chiesto dove ero andato. Ho raccontato loro ogni cosa e sono rimasti ammirati del mio coraggio. Più tardi il rettore è venuto verso di me e mi ha detto: “Sono orgoglioso di te! Questo gesto che hai fatto è un segno di maturità”». (J. N.) Gen's 2/2003 - 63 — pag. 34 — Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani Costa d’Avorio. «Sin dall’inizio dell’anno avevamo fatto nostra l’iniziativa di questa Settimana. Ne abbiamo quindi parlato col padre spirituale e anche col rappresentante di tutti i seminaristi. Per nostra sorpresa, ne è nato un programma che ha coinvolto l’intera comunità. Così il Rosario del sabato è stato animato dai diversi gruppi di spiritualità presenti in seminario, ed è durato un’ora e un quarto, al posto della consueta mezzora. È stato un momento formidabile. Pareva rinnovata questa preghiera mariana. Era come a Cana, quasi la Vergine ci dicesse: “Fatte quello che Egli vi dirà e si ritroverà l’unità”. E come se lei, col suo silenzio sotto la croce, ci facesse capire che la sofferenza del suo Figlio continua ancor oggi nelle divisioni dei suoi discepoli. Altri momenti forti erano il giovedì con la proiezione di un videodocumentario, e la chiusura della Settimana con il lancio dei punti della “arte d'amare” e la preghiera finale alla quale sono intervenuti tutti i gruppi e Movimenti». Nell’amore, nonostante tutto Filippine. «Non riuscivamo più a sopportare il programma e le maniere soffocanti del nostro direttore spirituale, tanto che ormai tutti cominciavano a ribellarsi contro di lui. Ricordandoci che anche questo era un volto di Gesù abbandonato, ci siamo accordati di rimanere nell’amore nonostante tutto e di stare uniti a lui anche se questo significava morire a noi stessi molte volte. Dopo alcuni mesi le cose sono iniziate a cambiare. Il direttore spirituale incominciava ad essere più aperto con noi, al punto che ora è un vero amico e il formatore a noi più vicino». Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 2/2003 - 64 La Trinità... (segue da pag. 61) per ciascuno dei suoi figli e che, quando noi ci lasciamo guidare da lui, la vita si trasforma in un’avventura divina. «Il secondo giorno era dedicato al Figlio. Abbiamo parlato di come si attua in concreto il nostro rapporto con lui: per mezzo della vita della Parola, nella comunità nella quale egli si fa presente, nell'Eucaristia e persino là dove sembra che egli sia assente: nel dolore e nell’abbandono. Abbiamo raccontato ai seminaristi tante esperienze su tutto ciò e la presenza di Gesù in mezzo ha toccato molti cuori. Nessuno avrebbe voluto che quel giorno terminasse. «Nella terza giornata, dedicata allo Spirito Santo, abbiamo messo in luce che Egli è il vincolo d’unità fra il Padre e il Figlio. Egli è la Comunione! Ed è il donatore dei nuovi carismi che abbelliscono la Chiesa. Se nei giorni precedenti la condivisione era avvenuta nei gruppi, questa volta si è protratta per più di un'ora la comunione fra tutti. Lo stile di vita trinitario che cercavamo di vivere coinvolgeva ormai tutti. «Siamo rimasti molto stupiti nel constatare come Gesù in mezzo a noi ha parlato ad ognuno e proprio di quello che a ciascuno più occorreva. “Il vostro cammino — ha detto un seminarista — ha rimesso in moto il mio che si stava arrestando fra le pietre delle difficoltà”. Ed un altro: “Qui ho incontrato persone ricche di Dio e questo è stato meraviglioso. Persone gioiose e che condividono la vita. Sono riuscito anch'io ad amare per primo e questa è una grande esperienza della mia vita”. «Per il ritorno, ci attendevano altre due giornate di viaggio. Ma con il cuore pieno di gioia, nulla ci poteva scoraggiare. Veniva spontaneo vivere tutto quel tragitto come un atto di gratitudine verso Dio per quanto Egli aveva operato». — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen !s gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. cri ti ri li 9 ens rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. 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