gen’s 2000/1 Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2000-1/ — pag. 1 — cen's Editoriale IlGiubileo del 2000 Gérard: Rossé «Gesù in mezzo» in prospettiva ecclesiale Lia Brunet Una città non basta Enrique GCambòn La Chiesa chiede perdono... Alberto Ferrucci «Cancellate il debito estero!» Hubertus.Blaumeiser Storico accordo tra cattolici e luterani Wolfgang Schneck ‘ Insieme è meglio Spedizione in abbonamento postale - art. 2 anno KKX comma 20 /C legge 662 //96 - filiale di Roma gennaio-febbraio — pag. 2 — 1 EDITORIALE Il Giubileo del 2000 Enrique Cambon 3 SPIRITUALITÀ «Gesù in mezzo a noi» in prospettiva ecclesiale È nella fratellanza vissuta che la presenza di Gesù nella Chiesa si manifesta e diventa operante Gérard Rossé 7 TESTIMONIANZA Una città non basta Ovunque saremo a casa, se meriteremo la presenza di Cristo in mezzo a noi, mentre anche in patria siamo stranieri, se lui non è tra noi Lia Brunet 12 STUDIO La Chiesa chiede perdono... Un processo onesto e coraggioso, che esige creatività e cambiamento Enrique Cambon 18 ECONOMIA «Cancellate il debito estero!» Una pesante ipoteca non soltanto per i Paesi poveri ma per il futuro del mondo Alberto Ferrucci 21 LACHIESA NEL MONDO Johannes Hanselmann Joachim Schwind Storico accordo tra cattolici e luterani Hubertus Blaumeiser Indulgenze: tema centrale e delicato a cura della redazione Ecclesia in Asia Sergio Centofanti 26 FLASH DI VITA Insieme è meglio Wolfgang Schneck 29 MONDO DEI SEMINARI Notizie dal mondo dei seminari - 23 a cura della segreteria internazionale del movimento gens di ridi — pag. 3 — editoriale Il Giubileo del 2000 I a Bolla di indizione del Grande Giubileo indica i temi prioritari che la Chiesa cattolica propone da vivere nell’anno 2000. Ne abbiamo affrontati alcuni, cercando di offrire elementi utili alla riflessione e alla vita delle nostre comunità. La Bolla si apre con un lungo paragrafo dedicato alla persona di Cristo: «Il nostro oggi e il futuro del mondo sono illuminati dalla sua presenza. Egli è il Vivente (Ap 1, 18)», si legge tra l’altro. Infatti ciò che 1’ Anno Santo celebra non è un fatto accaduto 2000 anni fa, ma un evento sempre attuale: Gesù vivo oggi in mezzo a noi. Perciò abbiamo voluto cominciare questo numero con uno studio biblico di Gérard Rossé sulla presenza di Gesù “dove due o più...”, presentato in un incontro ecumenico internazionale di vescovi ad Amman. Il contributo di questo studio è che non solo pone in rilievo una realtà che l’esperienza fa apparire adatta per tutte le culture e fondamentale per l’evangelizzazione («importa offrire questa presenza di Gesù al mondo come ha fatto Maria... Tutto il resto viene di conseguenza», diceva C. Lubich in un suo scritto inedito), ma allo stesso tempo, mette l’espressione matteana in rapporto con tutta la Scrittura e ne rileva il suo spessore ecclesiale. Il n. 2 dello stesso documento d’indizione è dedicato all’impegno missionario della Chiesa. Forse mai nella storia si è parlato tanto come oggi sulla necessità della missione. Eppure tutti sappiamo che le “vocazioni missionarie” non crescono soltanto scrivendo trattati o predicandone la necessità. Quando viene vissuto un cristianesimo evangelico genuino, quando si “è visto” qualcosa, quando si è fatta un’esperienza profonda di Dio e della sua Parola gustando in qualche modo la realtà di Cielo promessa dal Vangelo, la vita straripa da sé incontenibile, si diventa missionari per necessità interiore, perché si desidera condividere con gli altri la propria pienezza e felicità. Senza badare a fatiche, stenti, rischi. E si acquista una fecondità straordinaria, perché si comunica ciò che si è sperimentato, si fa partecipare agli altri la realtà che si vive, assistendo spesso a dei miracoli. Lo conferma una rapida sintesi offertaci da Lia Brunet, una delle prime compagne di Chiara Lubich, raccontandoci i primi passi dell’Ideale dell’unità nell’immenso continente latinoamericano. Il n. 3 del documento enuncia il tema centrale del Giubileo: Gesù «rende manifesto il mistero di amore della Trinità... L’Anno Santo dovrà essere un unico, ininterrotto canto di lode alla Trinità». E il n. 4 prosegue: «Possa questo inno alla Gen’s 1/2000 — pag. 4 — N editoriale Trinità... essere innalzato insieme da quanti, avendo ricevuto lo stesso Battesimo, condividono la medesima fede nel Signore Gesù. Il carattere ecumenico del Giubileo sia un segno concreto del cammino che, soprattutto in questi ultimi decenni, i fedeli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali stanno compiendo». Perciò nella rubrica Notizie ecclesiali informiamo su qualche avvenimento ecumenico che apre forti prospettive per il futuro. Dopo aver parlato di altre realtà caratteristiche del Giubileo, come il valore del pellegrinaggio o il senso della porta santa, nei nn. 9-10 la Bolla affronta il tema delle indulgenze. Com'è noto si tratta di un argomento delicato, che costituisce una “croce ecumenica” e non solo. Per cui, sempre nelle Notizie ecclesiali, riportiamo una breve nota dove si suggeriscono alcuni elementi che speriamo possano essere utili per la catechesi, la predicazione e la vita concreta delle comunità. Nel n. 11, in continuità con la Zertio millennio adveniente, si afferma che il Giubileo è un momento eccezionalmente propizio per una «purificazione della memoria», che «chiede a tutti un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani». Oltre a chiedere perdono, «i cristiani sono invitati a farsi carico, davanti a Dio e agli uomini offesi dai loro comportamenti, delle mancanze da loro commesse». Abbiamo perciò dedicato un breve articolo a riflettere sul segno dei tempi che costituisce questo nuovo atteggiamento della Chiesa, cercando di capire quali condizioni sono richieste per assecondare l’azione di Dio nella storia e per non ritardare i cambiamenti necessari. Infine il n. 12 parla di una realtà oggi sentita in modo particolare: «Ia carità, che apre i nostri occhi ai bisogni di quanti vivono nella povertà e nell’emarginazione». Si sofferma specialmente sul debito — da cui sono oppresse tante Nazioni, specialmente quelle più povere —, che «ha assunto proporzioni tali da renderne praticamente impossibile il pagamento». Su questa tematica abbiamo realizzato un’intervista ad Alberto Ferrucci, particolarmente competente in questo campo, perché ci chiarisca i termini del fenomeno, qualche possibile via di soluzione e quali strade potrebbe battere il nostro impegno concreto. La Bolla si conclude facendo presenti due temi fondamentali: il martirio, riconosciuto come «la prova più eloquente della verità della fede», e la figura di Maria, Madre di Dio e della Chiesa, «donna del silenzio e dell’ascolto, docile nelle mani del Padre... (fino) ai piedi della croce». Maria è il “tipo” della Chiesa e dell’umanità, che tutti possiamo rivivere affinché il cammino giubilare ci faccia crescere personalmente e comunitariamente nel diventare Cristo, portandoci ad “entrare”, a “dimorare” in modo sempre più consapevole e denso di conseguenze per l’umanità, nel seno del Padre. EG. Gen’s 1/2000 — pag. 5 — spiritualità È nella fratellanza vissuta che la presenza di Gesù nella Chiesa si manifesta e diventa operante «Gesù in mezzo» in prospettiva ecclesiale di Gérard Rossé Un punto centrale della spiritualità del Movimento dei focolari è la promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Non si tratta di un testo piuttosto marginale nel Nuovo Testamento? Potrebbe infatti sorprendere che questa parola — così isolata e unica nella sua espressione, poiché si legge soltanto nel vangelo di Matteo e non altrove in tutta la Rivelazione neotestamentaria — abbia acquisito un'importanza così fondamentale nella spiritualità dei focolari. Non rischia di essere compresa come una parola di consolazione per piccoli e intimi gruppi di devoti? P er incominciare, osserviamo che la parola afferma una verità che emerge in tutto il Nuovo Testamento, e cioè la certezza che la risurrezione, anche se ha tolto Gesù dalla condizione terrena di questo mondo, non lo ha affatto allontanato dall’umanità: Gesù, anche se in modo invisibile, è sempre e più che mai presente. Quando Luca, nel racconto dell’ascensione, scrive che «una nube sottrasse Gesù risorto allo sguardo dei discepoli» (cf At 1, 9), egli non vuole dire che Gesù è ormai lontano dal mondo delle umane creature, ma significare un modo nuovo di presenza: Gesù è vicino a noi nella trascendenza (vedi il simbolismo biblico della nube). Anche l’affermazione che Cristo è seduto alla destra di Dio vuole indicare che egli anche nella sua realtà di uomo ha rivestito prerogative divine, egli, glorificato, è diventato Signore del cosmo, e non vuole dire che egli si trova ormai in un Cielo lontano. Gesù risorto dunque non si assenta dal nostro mondo, ma ha ricevuto un modo nuovo di vicinanza più immediata e totalmente diversa dal tipo di prossimità esteriore che egli, come ogni essere umano, aveva durante la sua esistenza terrena. La presenza di Gesù al mondo, alla storia, in mezzo a noi, è quindi una dimensione essenziale della risurrezione. Gesù è ormai presente in profondità ad ogni essere, non essendo più limitato dal tempo e dallo spazio. Una presenza personalizzata Tuttavia quando Matteo parla della presenza di Gesù in mezzo a credenti radunati nel suo nome, egli non pensa tanto a questa presenza universale e generale di Gesù nel creato. Matteo pensa ad una presenza, diciamo, “personalizzata”. Gesù è presente come crocifisso risorto, e cioè in quell’apertura di donazione totale vissuta in croce dove egli, con tutta la sua umanità si apre all’azione divinizzante del Padre, e si dona totalmente a noi comunicandoci il suo Spirito, lo Spirito santo. La presenza del Risorto non è dunque una presenza statica, un essere-qua e basta, Gen's 1/2000 — pag. 6 — 4 spiritualità ma è una presenza relazionale, una presenza che bussa alla porta del cuore «e se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20); è una presenza che raduna e unifica e che di conseguenza aspetta la nostra risposta, cioè la fede. In breve, la prossimità di Cristo raduna «i figli di Dio dispersi» per fare di essi la Chiesa. La Chiesa è fatta Una da Cristo; l’unità è la sua costituzione profonda che la identifica a Cristo, poiché ne è il suo Corpo. Come si legge in un agrafon (cioè in una parola di Gesù non contenuta nei vangeli): «Quando siamo in tre, il nostro radunarsi fa in qualche modo una Chiesa che è il Corpo perfetto di Cristo e la sua nitidissima immagine» (citato da A. Resch, Agrapha..., Leipzig 1906?). A questo punto diventa chiaro che la parola di Matteo sulla presenza di Gesù in mezzo a due o tre radunati nel suo nome, non può essere considerata come una verità quasi marginale o del tutto particolare della Rivelazione. Prendere M? 18, 20 come punto della spiritualità significa aver centrato un elemento fondamentale della vita cristiana: la sua dimensione cristica ed ecclesiale. E dunque coscientizzare i credenti sul valore della presenza di Cristo anche fra due o tre, non significa creare gruppuscoli chiusi ma ridare al comportamento cristiano l'orientamento fondamentale all’unità, e scoprire in ciò l’identità profonda della Chiesa da poter attuare anche tra due o tre. In continuità con l'Alleanza Un approccio più dettagliato al testo di Matteo non farà che confermare quanto appena detto. Prendiamo in considerazione l’espressione: «Io sono in mezzo a...». La formula «io sono in mezzo» 0 «JHWH è con qualcuno», nell’ Antico Testamento, è tipica della terminologia dell’alleanza per esprimere la relazione di JHWH col popolo eletto. Dunque in particolare l’espressione «io sono in mezzo a voi» appartiene al formulario dell’alleanza nella sua caratteristica Gen's 1/2000 centrale di presenza di Dio in mezzo ad Israele. Presenza divina che protegge, guida, consola e punisce; presenza che si manifesta nella Tenda nel deserto durante l’Esodo, poi nel tempio di Gerusalemme, anche se i profeti e gli autori sacri avvertono di non limitare la presenza divina al santuario. Una formula tipica dell’alleanza condensa bene questa realtà: «Vivrò in mezzo a voi, sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Lv 26, 12). Il popolo appartiene a Dio e gode della Sua vicinanza. Non insisto; questi pochi accenni bastano per situare M? 18, 20 nella grande linea della teologia dell’alleanza, nella quale Israele ha sperimentato e interpretato il suo.rapporto con Dio. Nell’ottica matteana, il Cristo presente in mezzo è l’Emmanuele, cioè il Dio-con-noi, come l’evangelista stesso traduce la parola ebraica. Matteo non vuole dire che Gesù risorto prende il posto di Dio, di JHWH; ma per l’evangelista Gesù risorto realizza al meglio la presenza di Dio in mezzo alla Chiesa, al popolo escatologico di Dio. Con la risurrezione di Gesù la promessa della presenza definitiva di Dio, la promessa dell’alleanza definitiva dunque, trova il suo compimento. La presenza di JHWH in mezzo ad Israele raggiunge la sua finalità nella permanente presenza del Risorto in mezzo al suo popolo chiamato ad includere l’intera umanità, e non solo Israele (cf. M? 28, 19s). E quindi vivere con Gesù in mezzo è dare attualità fin d’ora al disegno finale di Dio sull’intera storia e umanità. La teologia dell’Alleanza Cerchiamo di approfondire ancora di più la teologia dell’alleanza. Un punto costante: i profeti e gli autori sacri non si stancano di ricordare al popolo eletto che JHWH ha l’iniziativa del Patto concluso al Sinai con Israele. JHWH si è rivelato come il Dio entrato nella storia, il Dio che ha liberato gli Ebrei dalla schiavitù in Egitto, l’ha scelto tra le nazioni e costitui- — pag. 7 — spiritualità to come Suo popolo concludendo un’alleanza con esso. Dio dunque ha fatto il primo passo, ha salvato Israele e continua a prendersi cura di esso. JHWH è il Dio d’Israele, e per questo può esigere l'obbedienza, comunicare la sua Legge, espressione della Sua volontà. L'intervento storico di Dio a favore d'Israele richiede come risposta un comportamento del popolo nei confronti di JHWH che può soltanto essere di obbedienza liberamente accettata. Allora Israele gode della presenza salvifica di Dio in mezzo ad esso. La stessa logica si ritrova in Mt 18, 20 che parla della presenza dell’Emmanuele nella comunità cristiana. Gesù Cristo è all’origine del popolo escatologico di Dio, cioè della Chiesa; egli è «il Salvatore del suo Corpo, la Chiesa» (Ef 5, 23); e lungo i secoli egli non cessa, mediante la Parola del Vangelo, di convocare e di radunare «i figli di Dio dispersi» (Gv 11, 52). Questo popolo non è più determinato dalla razza né legato ad un luogo, ma tutti sono uniti tra di loro perché direttamente inseriti nel Cristo presente, mediante i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia in particolare. Rispondere con la vita A questa iniziativa del Crocifisso risorto, i credenti sono chiamati a rispondere con un comportamento adeguato, a vivere cioè il suo comandamento che è l’amore reciproco, e quindi ad attuare nella loro esistenza ciò che già sono diventati per grazia: l’unità come rivelazione della volontà ultima e definitiva del Padre. Anche Mt 18, 20 segue la logica dell’alleanza e pone in stretta relazione la presenza di Cristo e il comportamento etico dei cristiani decisamente orientato alla comunione, alla fratellanza. L'amore reciproco, cioè l’esigenza di Gesù, rende operante, rende manifesta la presenza ecclesiale del Risorto nell’esistenza quotidiana. È dunque ovvio che Mf 18, 20 non può essere considerato come un corpo estraneo nel contesto parenetico del cap.18. La men- zione di Gesù in mezzo appare al contrario del tutto evidente in un contesto di esortazioni alla fratellanza: l'obbligo di prendersi cura dei più deboli, di non scandalizzare, di correggere il fratello come sforzo di convincere un fratello che pecca, di pregare in unità, e soprattutto l’esigenza del perdono senza limiti. Per Matteo è essenziale salvaguardare la fratellanza come espressione della Chiesa costituita dalla presenza di Cristo. È vero che nel testo di Mt 18, 20 viene utilizzato il verbo “essere radunati, essere riuniti” (e non “essere uniti”) che potrebbe originariamente evocare le assemblee cristiane. È infatti in particolare nel radunarsi per l’eucaristia e per il pasto fraterno (1’Agape) che i cristiani prendevano coscienza dell’essere Chiesa (ricordiamo l’espressione paolina: «la Chiesa di Dio che è a Corinto»), e sperimentavano in modo intenso la realtà della Chiesa come popolo convocato (la Qehal JHWH), e quindi la presenza del Risorto che, come nei pasti con i discepoli (soprattutto nell’ultima cena) continua a svolgere la funzione di padrone di casa che dà se stesso alla comunità radunata, la costituisce nella sua identità di Chiesa, la rende partecipe del Suo cammino pasquale verso il Padre. Tuttavia, nel vangelo di Matteo, la parola di Gesù non è più limitata — se mai lo era — alla sola assemblea liturgica. Lo conferma il contesto parenetico, che dà importanza al comportamento etico come risposta dei credenti che rende efficace la presenza di Cristo; lo conferma inoltre l’espressione «dove due o tre», sapendo che in quell’epoca tutta la comunità (e non soltanto due o tre) partecipava all’assemblea. E dunque, già diventati Uno in Cristo per il battesimo, anche due o tre credenti possono vivere nell’amore reciproco ciò che costituisce la loro identità profonda: l'essere Chiesa. Rendere visibile la presenza del Risorto Il punto della spiritualità che riguarda Gesù in mezzo esprime insomma una verità fondamentale dell’essere cristiano di ognu- Gen's 1/2000 — pag. 8 — 6 spiritualità no, ed era necessario farlo emergere dall’oblio: il prendere coscienza dell’identità profonda del battezzato (l’essere Uno in Cristo: cf. Gal 3, 27s) e il conseguente invito a viverla con un comportamento orientato all’unità di comunione che sola rende “visibile” dinanzi al mondo la presenza del Risorto. Matteo ha formulato nella categoria dell’alleanza una costante essenziale dell’insegnamento del Nuovo Testamento. Infatti l'insegnamento di Paolo non è diverso anche se formulato in una categoria più “mistica”, quando parla della comunità come il Corpo di Cristo nel contesto eucaristico (cf. / Cor 10, 17). I Padri della Chiesa diranno: «La partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che prendiamo» (S. Leone). Paolo scrive: «Voi siete il Corpo di Cristo» soprattutto in contesto di esortazione (I Cor 12, 27). Con questa affermazione l’apostolo vuole ricordare ai lettori la loro identità vera: il loro volto cristico quando vivono uniti. Per Paolo, la comunità cristiana, unita dall’amore reciproco, è sulla terra il luogo attuale dove Gesù risorto emerge nella storia, si rende “visibile”. E non a caso l’apostolo, come Matteo, parla di tale realtà proprio in contesto parenetico, in esortazioni alla vita d’unità. Perché la comunità è il Corpo di Cristo, l’amore riceve un deciso orientamento all’unità nella distinzione; le divisioni e rivalità interne sono uno scandalo: viene infatti alterata l’identità profonda che è Cristo presente. «Cristo è stato forse diviso?», rimprovera l’apostolo ai Corinzi separati in partiti. Un Cristo frammentato è infatti irriconoscibile. Giovanni, da parte sua, nel quarto vange- lo, sceglie il genere “discorso di addio” per inculcare la stessa convinzione ai suoi letto- Gen's 1/2000 ri. In questo genere letterario il morente è circondato dalla sua famiglia, formula promesse e fa conoscere la sua ultima volontà. Così, nel lungo discorso dell’ultima cena, Gesù risponde al problema della sua partenza. In questo discorso di addio è già Gesù risorto che si rivolge a tutta la Chiesa delle generazioni future, quelle che non hanno conosciuto il Gesù storico. E Gesù promette «Non vi lascio orfani, ritornerò tra voi», dà il comandamento nuovo dell’amore reciproco, prega il Padre per l’unità. Tutto il discorso tende a far prendere coscienza alla Chiesa della sua identità, del mistero divino che la costituisce: tra le Persone divine e la comunità dei discepoli circola la medesima Vita: l’Agape divina che li unisce e li inserisce, nel Figlio, nel Seno del Padre. Le generazioni future non sono quindi sfavorite rispetto alla generazione di discepoli che ha conosciuto il Gesù storico, anzi! Gesù è sempre presente nella Chiesa e continua ad operare ciò che fece durante la sua vita terrena. La vocazione cristiana è vivere l’unità Questo breve sguardo agli scritti principali del Nuovo Testamento può servire da conclusione. In essi emerge ovunque questa convinzione fondamentale: la presenza di Cristo è costitutiva della Chiesa e il conseguente comportamento cristiano deve tendere a vivere l’unità, a vivere cioè fin d’ora la realtà divina che l’abita. L'ecclesiologia di Matteo lo esprime nella categoria dell’alleanza e ciò ha il vantaggio di inserire la novità cristiana — anche due o tre uniti godono della presenza del Risorto — nella continuità della storia della salvezza, come attuazione anticipata del suo compimento. Gérard Rossé — pag. 9 — testimonianza Ovunque saremo a casa, se meriteremo la presenza di Cristo in mezzo a noi, mentre anche in patria siamo stranieri, se lui non è tra noi Una città non basta di Lia Brunet La diffusione dell’Ideale dell’unità al di là dell'Europa inizia in America Latina nel ’58. Ecco il racconto, che ha i connotati di una vera avventura, vissuta in prima persona da una delle prime compagne di Chiara Lubich. I E un sacerdote che promette a Chiara che in America latina avremmo trovato casa, lavoro, tutto; invece non sarà per nulla così. Ma l’arcivescovo di Trento — dal quale andiamo per chiedere la sua benedizione — ci assicura quella di Dio: «Se io che sono un povero uomo — ci dice — vi do di cuore la mia, pensate quanto più grande ve la dà il Signore!». E così è stato. Un altro momento, altrettanto importante prima di partire, è un viaggio con Chiara ed alcuni focolarini e focolarine a Lourdes. In quel Santuario, dopo quanto Chiara ci ha detto con tanta sapienza, raggiungendo la grotta di Massabielle è come se Maria stessa ci consegnasse — come ai missionari — il Crocefisso vivo, Gesù quando grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». E Chiara ci ha appena detto che la misura della nostra fedeltà a Lui, sarà l’unità tra noi per l’amore scambievole. E ce lo ribadisce scrivendo che ovunque saremo a casa, se meriteremo la Sua presenza in mezzo a noi, mentre anche in patria siamo stranieri se Cristo non è tra noi. Con questa consegna partiamo l’ultima domenica d’ottobre, quando la Chiesa nella liturgia della messa ci mette sulle labbra «chiedimi e ti darò in eredità tutte le genti fino ai confini della terra» (Sa/ 2,8). La stessa preghiera che anni addietro in quello stesso giorno Chiara ha fatto con noi prime focolarine. Ricordo d’aver avuto allora forte l’impressione che era Gesù in Chiara che chiedeva ciò al Padre. Per cui, tornando a casa nel primo focolare a Trento in Piazza Cappuccini, quella cucina, quelle stanze era come se non avessero né pareti né soffitto. Dentro di me quella casa aveva preso le dimensioni del mondo. Recife: la prima comunità Partiamo. I nostri posti erano già fissati sul transatlantico Andrea C, ma grazie alla pubblicità d’una compagnia aerea sulla nostra rivista “Città nuova” alla fine viaggiamo — quali figli d’un Padre-Amore — in aereo. Certo non è un boeing, bensì un quadrimotore che fà tantissimi scali per rifornirsi, anche all’Isola del Sale in mezzo all’ Atlantico. La prima tappa è Recife, dove non ci aspetta nessuno, anche se prima di partire abbiamo inviato una cartolina a due sacerdoti conosciuti anni addietro a Roma ma che poi non si erano più fatti vivi. Mentre scendiamo dalla scaletta dell’aereo vediamo un gruppo festoso che saluta e Gen's 1/2000 — pag. 10 — testimonianza saluta, ma solo quando ci chiamano per nome ci rendiamo conto che sono lì proprio per noi! Ciò che è avvenuto a Recife in quei giorni, prolungatisi per quasi due mesi, si spiega solo come risposta di quel Dio-Amore al quale con Chiara ci eravamo consacrate e al quale lei aveva chiesto «tutte le genti fino agli ultimi confini della terra». Non abbiamo sosta, dalla mattina alla sera è un susseguirsi di incontri personali e con gruppi. Ognuno di noi va in posti diversi e raccontiamo sempre la nostra storia... «erano i tempi di guerra e tutto crollava... ma c'è un Ideale che non passa e quest'Ideale è Dio che è Amore — ripetiamo — ed è appunto Lui-Amore che abbiamo scelto... o meglio Lui ha scelto noi...». Questa storia detta e ridetta, senza conoscere la lingua del posto, senza traduzione, fa breccia, e diventa un invito a scegliere Dio-Amore anche in parrocchie e associazioni, in scuole ed università dove con gli studenti anche i professori si mostrano interessati, come pure, negli ospedali, gli ammalati e i medici. E piovono inviti dalle famiglie sia ricche e facoltose che povere. L'appuntamento quotidiano — per un tacito accordo — è alla messa nella chiesa di sant'Antonio, dove la gente viene a cercare “gli italiani che parlano di Dio” e lì si prendono accordi. Nell’ampia e signorile villa che ci accoglie, circondata da un incantevole parco — che ormai tanti chiamano focolare — è un andirivieni di gente, e c’è pure chi prende nuove decisioni. Dobbiamo presentarci al vescovo per mettere nelle sue mani ciò che è fiorito nella sua Chiesa. E lui, che cammina a stento colpito da una malattia mortale, ci accoglie a braccia spalancate e, senza chiedere alcuna presentazione ufficiale, ci benedice assicurandoci che l’Ideale da noi portato è quello dei nostri tempi e prima o poi fiorirà ovunque nel mondo. Vuole che ci fermiamo finché non avremo suscitato un gruppo che porti avanti la nuova vita. E con lo stesso tono profetico afferma che Chiara verrà varie volte in America perché «c'è bisogno di lei», e ci confida che quanto è avvenuto a Recife non è dovuto all'ambiente recettivo e aperto ma «è un fatto Gen's 1/2000 straordinario, perché mai è accaduto qualcosa di simile». Prima di continuare con le altre tappe di questo viaggio, desidero raccontare quanto ci è accaduto nel volo di ritorno verso l’Italia. Infatti la nostra compagnia aerea non doveva fare scalo a Recife, ma noi, quali spettatori riconoscenti a Dio per simile vendemmia in quella città, abbiamo chiesto questa tappa all’Onnipotente. E che cosa succede? Dopo poche ore di volo si brucia uno dei quattro motori e viene annunciato uno scalo tecnico a Recife! Anche se arriviamo nel cuore della notte, ci basta telefonare a uno dei nostri nuovi amici, perché immediatamente tutti siano avvisati; e sale e salotti dell’albergo di prima classe, che ci ospita a spese della compagnia aerea, si riempiono di gente di tutte le età, poveri e ricchi con tanto stupore dei passeggeri e dell’equipaggio. Realmente un buon viaggio — come il nome dell’albergo: “Nossa Senhora da boa viagem” — perché è Maria che ci fa fermare tre giorni e mezzo mentre si ripara l’aereo, giusto il tempo perché in alcune giovanette e giovani si maturi un proposito che pare un sogno. Ma nulla è troppo difficile per loro. Ottengono permessi e racimolano denaro vendendo oggetti preziosi, corredi da sposa, di tutto; e per una gara di generosità di tutta la comunità, riescono nell'impresa. Ci raggiungono in Italia alla Mariapoli che nel ’59 per l’ultima volta si svolge a Fiera di Primiero. Così si rendono conto dove “Nossa Senhora” li ha portati. Rio de Janeiro: la luce avanza Riprendiamo dunque il nostro cammino. La nuova tappa è Rio de Janeiro. Un’esperienza diversa di quel Dio-Amore che mai si ripete, ma che costantemente ci benedice. Incontriamo difficoltà d’ogni genere, e mi rivedo in fila con le operaie d’una fabbrica a prendermi un pasto più che frugale. Intanto all’abbazia di San Benedetto convergono industriali e operai, giornalisti e insegnanti e tante persone assetate di conoscere l’Ideale che ci ha spinti al di là dell’ Atlantico. Ed è — pag. 11 — testimonianza 9 forse perché uno di questi giornalisti ha colto nel più profondo di sé la storia dei tempi di guerra che sempre ripetiamo che, a nostra insaputa, la pubblica sul più noto giornale di Rio: «Un’esperienza arrivata in questi giorni fino a noi, un invito in forma piana, mariana, ma convincente». E pochi giorni dopo sullo stesso giornale troviamo un invito: «Incontro del Movimento dei focolari con gli intellettuali di Rio». Prima di partire ci troviamo in un'elegante sala a raccontare la divina avventura di Lui in mezzo a noi. San Paolo Ma forse l’esperienza più bella ci attende a San Paolo. Se finora tutto è stato fantastico e imprevedibile, qui invece coviamo una certezza quasi matematica: quella di trovare finalmente il sacerdote che ha dato a Chiara ogni assicurazione per una confacente nostra sistemazione. Ma all’aeroporto, guarda guarda, proprio non c’è. E giacché non vogliamo la maledizione dell’«uomo che confida nell’uomo», non ci è difficile riabbandonarci come bambini nelle braccia di quel Dio che abbiamo sperimentato Amore: in tanta pace, posiamo le valigie a terra e, sedute su una panchina, tiriamo fuori scritti di Chiara per far meditazione. Grazie a Gesù in mezzo a noi anche quel rumoroso aeroporto diventa la nostra casa, la nostra chiesa. E per far tutta la nostra parte sfogliando l’agenda troviamo l’indirizzo d’un padre scalabriniano conosciuto a Roma col quale però da cinque anni non abbiamo più contatto, e ugualmente gli telefoniamo. Felice del nostro arrivo, non frappone tempo per venirci a prendere con la sua jeep. Uruguay Lo strumento del Signore per portar la nostra vita in Uruguay ed oltre è P. Richard, fondatore del Movimento Familiare Cristiano, che per l’Epifania del °59 ha indetto a Montevideo un congresso al quale partecipano insieme a numerose coppie di sposi e fidanzati un centinaio di sacerdoti e molti vescovi. Il padre — che a Roma si é incontrato con Chiara — vuol farci conoscere e invita Marco — già in apertura del congresso — a raccontare la storia dei tempi di guerra, quella che sempre raccontiamo e che come sempre fa breccia. Molti chiedono di sapere di più e sacerdoti e vescovi ci invitano nei loro ambienti. Un vescovo del Paraguay ci invita ad Asunci6n, un sacerdote di C6rdoba al congresso eucaristico che si terrà nella sua città, il vescovo di Montevideo ha già programmato parecchi incontri con i suoi. Ci sembra non a caso che quel giorno la Chiesa festeggi 1 Epifania; a noi pare un’epifania dell’Opera di Maria in Ispanoamerica. Argentina Un altro sacerdote, che abbiamo conosciuto durante i suoi studi a Roma e al quale é stata assegnata la parrocchia della cittadina di Santa Maria sulle pre-Ande, ci invita in Argentina. Egli é rimasto unito al Movimento, facendolo conoscere anche ad altri attraverso “Città nuova” che traduce in spagnolo. E sarà ancora lui che Chiara avvertirà nel '61 quando invia Marita e me ad aprire il focolare a Buenos Aires: il primo in Ispanoamerica. Simpatica l’avventura nel presentarci al cardinale della metropoli per avere la sua approvazione. Anche se abbiamo un po’ di batticuore, perché a Roma siamo ancora sotto studio, più forte è la certezza della benedizione di Dio. Subito vuol sapere da dove veniamo e sentendo che tutte e due siamo trentine, comincia a parlarci con entusiasmo d’un gruppo di friulani stabilitisi a Buenos Aires, e continua, continua a darci particolari di questa brava gente. Pur rendendoci conto che ci crede friulane, non troviamo spazio per fargli presente il suo errore geografico, che il Trentino e il Friuli sono vicini sì, ma non la stessa cosa. Ma, l’udienza è finita! E con grandissima gioia nostra ci benedice, e salutandoci domanda: «Ma come si chiama questa vostra Opera?». Di essa non Gen's 1/2000 — pag. 12 — 10 testimonianza avevamo detto una parola! «Movimento dei Focolari o Opera di Maria». E lui: «Bene, bene: qui siete Opera di Maria». Diversa l’avventura per trovar casa a Buenos Aires. Non possiamo infatti continuare ad invadere con i nostri nuovi amici il soggiorno delle signorine che ci hanno ospitate sì, ma offrendoci una stanza a due letti. La difficoltà nell’affittare un appartamento è che bisogna versare una grossa somma iniziale a fondo perduto, secondo l’usanza del posto. E sono questi nuovi amici a farlo: modeste insegnanti, impiegate, studenti che chiedono un prestito e per ammortizzarlo si impegnano a versare mensilmente una quota del loro stipendio. Così con la casa — sulla generosità di questa gente — nasce qui la prima comunità dell’Opera di Maria. Dopo un viaggio a Santa Maria indimenticabile per i sacrifici superati con amore dal parroco, la vendemmia spirituale è così abbondante che Chiara — contrariamente a quanto stabilito iniziando l’anno — decide di aprire a Buenos Aires anche il focolare maschile. Gioia ed emozione per il significato profondo del prossimo arrivo di Vittorio Sabbione, uno dei primi focolarini. Strategia evangelica Intanto una grazia particolare il 24 marzo, vigilia dell’ Annunciazione. Con alcune giovanette appena conosciute, meditiamo lo scritto di Chiara: “Una città non basta”. Ogni parola è luce, fuoco, «stabiliamo tra noi un patto... ci promettiamo amore perpetuo e constante cosicché il Conquistatore del mondo sia sempre in mezzo a noi e ci sia condottiero... prendiamo le misure della città», dividendo su una cartina la metropoli in cinque parti «per lievitarla e minarla con l’amore», e giacché siamo in dieci ne affidiamo ciascuna parte ad un “manipolo” di due, «promettendo d’incontrarci per comunicarci l’esperienza che nasce dalla vita». È una tappa indimenticabile, suggellata il giorno dopo alla messa nella nostra parrocchia di Nuestra Sefiora de los Buenos Aires, Gen's 1/2000 illuminata a festa perché si celebra uno sposalizio di gala. Siamo subissate dalla grandezza e larghezza, dalla profondità e altezza di quel Dio-Amore che ci ha scelte. «Ma con un Dio che ci visita ogni mattina se vogliamo — continua lo scritto di Chiara — una città è troppo poco», anche se ha parecchi milioni di abitanti come Buenos Aires... «con Lui miriamo più lontano, al mondo». Ho ancora negli occhi quello schedario rosso, piccolo piccolo, che conteneva gli indirizzi di poche persone ma di tutti i paesi dell'America spagnola. Così da Buenos: Aires teniamo contatti con tutti scrivendo e facendo anche viaggi. Agli inizi del ’63 si apre il focolare a Montevideo e quanta vita, quante Mariapoli in Uruguay e, sempre partendo da Buenos Aires, anche in Paraguay. Cile, Bolivia, Perù, Colombia... Nel °67 su invito di mons. Valdés, Chiara ci dice di iniziare un focolare in Cile, dove ancor nel primo viaggio del ’59 il seme era Stato gettato a Santiago. Ma questa volta il vescovo lo desidera nella sua diocesi ad Osorno, molto lontano, nel sud del Paese. Siamo così poche che oso chiedere ad una giovanetta non ancora diciottenne che desidera seguire la strada di Chiara, ora infatti è una delle responsabili in Argentina — se ha il coraggio d’avventurarsi a vivere per meritare Gesù in mezzo con una focolarina al di là delle Ande. Più tardi è il vescovo stesso che capisce l’opportunità di trasferire il focolare a Santiago nella capitale. In quegli anni si raggiunge pure la Bolivia e il Pert. Quando arrivo a Lima, dopo una forte scossa di terremoto, è Anna che viene a prendermi all’aeroporto. Dopo un susseguirsi di tanti incontri due giovanette fan cadere un bigliettino nel pozo del pedido, nel quale santa Rosa aveva gettato la chiave del suo cilizio per non toglierselo mai più. Nel bigliettino hanno chiesto il focolare a Lima, perché si dice che la patrona — assieme a san Martin de Porres — di quella storica città — pag. 13 — testimonianza il ottiene tutte le grazie che si indicano in quel miracoloso pozzo. E se quelle ragazze hanno atteso, non son rimaste certo deluse dall’intercessione della santa! Nel °72 Chiara decide di aprire un focolare in Colombia a Bogotd e da lì tanti viaggi in Ecuador e Venezuela. Di quegl’inizi ho viva un’esperienza: mentre gli orari delle suore che ci ospitano sono confacenti a custodire le educande, non lo sono affatto per noi che ci sentiamo bruciare dall’ansia dell’ut omnes, dal desiderio d’incontrarci a tutte le ore con tante persone. E giacché il prezzo degli affitti è elevatissimo, con la fede dei piccoli, chiediamo al “Padre nostro che é nei Cieli” di comperarci una casa! Arriva provvidenzialmente una grossa somma per l’anticipo d’una bella casa spaziosa a due piani con giardino davanti e dietro. Ed è la garanzia di due noti religiosi che incoraggia il proprietario — assai dubbioso sulla nostra possibilità di versare mensilmente considerevoli rate per due anni — a consegnarcela subito. Egli non crede ai suoi occhi quando dopo 15 giorni gli versiamo la grossa somma che copre tutto il debito! Siamo sommerse dall’ Amore di quel Padre che “ha contato i capelli del nostro capo”. Sono ormai passati molti anni e in tutto questo tempo quanto spessore di vita nei focolari, nei centri Mariapoli, nelle Cittadelle del Movimento! E poi quanti focolarini e focolarine latino-americani che sono responsabili anche in altre nazioni nel mondo, come in Tailandia, Irlanda, Giappone, Canada. Realmente la benedizione di Dio ci ha accompagnati ovunque, come ci aveva assicurato il vescovo di Trento; la profezia dell’arcivescovo di Recife ci sembra avverata; ed è tutto “Opera di Maria”, come la Chiesa aveva voluto dandoci la sua approvazione con le parole del cardinale di Buenos Aires. Lia Brunet Gen's 1/2000 — pag. 14 — 12. studio Un processo onesto e coraggioso, che esige creatività e cambiamento La Chiesa chiede perdono... di Enrique Cambén Con molta probabilità uno degli atteggiamenti che verrà maggiormente ricordato nella storia del pontificato di Giovanni Paolo II, sarà la sua reiterata richiesta di perdono per gli errori commessi dai cristiani lungo la storia. Quali esigenze implica, questo gesto lucido e coraggioso, per il futuro della vita ecclesiale? ra Paolo II vuol fare nel Giubileo una solenne richiesta di perdono per i peccati storici dei cristiani e specificamente dei cattolici. La data fissata è la prima domenica di quaresima di quest'anno. Ciò non fa che confermare i suoi numerosi mea culpa a nome della Chiesa nei suoi viaggi per il mondo. Ha parlato di reciproche responsabilità a Casablanca (per ciò che riguarda i rapporti sofferti con l’Islam) ed a Vienna (per le guerre di religione), ha chiesto perdono per la partecipazione o non sufficiente opposizione dei cristiani alla tratta di schiavi neri a Yaoundé (Camerun) e a Goré (Senegal), ha riconosciuto nella Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Santo Domingo i torti fatti agli amerindi, quelli nei confronti degli ebrei alla sinagoga di Roma, “gli errori dell’Inquisizione” in Spagna, ha reso omaggio a Hus (bruciato come eretico) a Praga, a Lutero a Magonza, a Galileo a Pisa...! Gen's 1/2000 Leggere le sue parole in queste occasioni costituisce una commovente e stimolante scuola di onestà intellettuale, di lettura della storia alla luce del Vangelo, di purificazione della memoria, di ricerca di conversione nel presente per evitare tragedie simili in futuro. È vero che, per ciò che si riferisce alla Chiesa cattolica, qualche esempio consistente l’aveva ricevuto già dai suoi predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (vedi LG 8 sulla Chiesa “santa e sempre bisognosa di purificazione”, UR 7 sulle “colpe contro l’unità”, GS 19 nei riguardi dell’ateismo...). E vero pure che nella nostra epoca gesti di quel tipo si trovano anche in altre Chiese cristiane e fuori del cristianesimo?. Eppure la forza e la reiterazione con cui li ha fatti questo Papa, senz’altro lasciano un segno per il futuro. Alcuni dei dubbi avanzati Non sono mancate delle critiche e perplessità, come succede di fronte ad ogni gesto profetico. C'è stato chi si è augurato che non si arrivi a chiedere perdono per “leggende nere anticlericali”’. Qualcuno invece teme che questo tipo di gesti siano strumentalizzati dagli avversari della Chiesa per denigrarla, seminando smarrimento nel popolo cattolico. Altri vorrebbero che alle parole seguissero dei fatti concreti, dove si dimostri la vera — pag. 15 — studio 13 intenzione di “emendarsi”, di cambiare cioè rotta in certe condotte e strutture che considerano sbagliate o inadeguate. Mentre dei cristiani provenienti dalla Riforma hanno espresso il loro accordo con tali manifestazioni, esprimendo però l’auspicio che quando si tratti di episodi che hanno coinvolto non solo la Chiesa cattolica, potessero essere realizzate insieme, offrendo così una più grande testimonianza al mondo e dando un peso maggiore al gesto compiuto. Tuttavia ogni possibile riserva, per quanto contenga di valido, non toglie niente all’importanza dei passi fatti: «la considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente»?. Evidentemente con queste parole il Papa vuole eliminare persino la parvenza di cercare degli alibi autogiustificatori. Soprattutto un tale atteggiamento mette nelle condizioni di realizzare qualcosa di fondamentale da una prospettiva cristiana: puntare ad una costante revisione della propria vita alla luce del Vangelo. La Chiesa infatti «intende essere come il vero penitente, che non chiede soltanto di cancellare gli errori compiuti, ma, consapevole della ricorrente possibilità di ricadervi, decide di percorrere strade nuove, quasi in un costante esame di coscienza... La fede cristiana ha tutto da guadagnare dal presentarsi umile e consapevole delle proprie debolezze». Come ha scritto un noto giornalista laico, «il volto della Chiesa, così, si fa più attraente». Ritardi storici Più degli sbagli pur gravissimi, commessi nel passato, ciò che produce maggiore sconcerto e sofferenza in tantissime persone è il ritardo con cui la Chiesa spesso è arrivata agli appuntamenti della storia, salvo poi a riconoscere, dopo decenni o secoli, che quelle realtà a cui si era opposta contenevano delle verità che dovevano essere accettate e promosse. Sarebbe stimolante ma soprattutto istruttivo spiritualmente e intellettualmente, uno studio comparativo di condanne fatte autorevolmente nella Chiesa attraverso i secoli, confrontandole con affermazioni posteriori 0 attuali di segno completamente opposto. L’elenco, come si sa, sarebbe lungo. Uno dei fatti più sintomatici lo costituiscono alcune delle principali istanze della Riforma protestante, entrate in pieno — dopo quasi cinque secoli — nel Concilio Vaticano II. O l’opposizione a certi aspetti della rivoluzione francese oggi giustamente difesi dalla Chiesa come conquiste irrinunciabili di civiltà. O i rifiuti «dei principali errori dell’età nostra» nel Sy/- labus (1864), affermazioni nella maggior parte accettate e difese dalla Chiesa nel nostro tempo. E così sarebbe possibile andare avanti, dall’indipendenza dell’ America alla sovranità della Polonia nei riguardi della Russia, dalla proibizione della vaccinazione alle resistenze contro la democrazia, dal noto non possumus di Pio IX riguardo alla perdita dei territori dello Stato pontificio, alla enciclica del 1928 contro l’ecumenismo agli antipodi dell’impegno attuale della Chiesa cattolica in questo campo... E via discorrendo. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi con facilità. Perché questo tipo di “costanti” storiche? Come mai — come si legge in un noto manuale di storia della Chiesa — più volte è successo che essa si sia alleata con i suoi avversari di ieri, per combattere i suoi avversari del presente, che sarebbero stati poi i suoi alleati di domani? È verissimo che la storia della Chiesa non può ridursi a descrivere i suoi peccati, i suoi errori, le violenze e le guerre in cui è stata coinvolta. Però queste realtà sono conosciute e sono oggetto di interrogativi spesso sofferti da parte di studenti, intellettuali e persone di ogni estrazione, fuori e dentro la Chiesa. Per cui è necessario cercare di offrire delle risposte vere, appaganti, chiarendo con serenità quel che c’è da chiarire quando si è deformata la verità, ma evitando atteggiamenti apologetici ed ingenui che a lungo andare risultano sempre controproducenti. Certamente, nel giudicare il passato, non bisogna essere né moralistici in senso anacronistico (chiedendo, a partire dalle nostre Gen's 1/2000 — pag. 16 — 14 studio acquisizioni attuali, una “coscienza impossibile” alle persone di altre epoche), né superficialmente unilaterali (come se tutta la colpa fosse da una parte). L'essere umano e gli eventi storici si muovono sempre sotto l’influsso di stimoli molto svariati e complessi. Bisognerebbe cercare di trovare, anche dietro atteggiamenti sbagliati o poco lungimiranti, quali valori i protagonisti del tempo volevano affermare. O individuare i motivi — storici, psicologici, ecc. — per cui non riuscivano a vedere l’importanza delle nuove idee che si facevano strada. O addirittura cogliere persino gli aspetti positivi che in certi casi emergevano anche a partire da giustificazioni e condotte che oggi sappiamo insufficienti o errate... Comunque non è questo l’ordine di cose che qui vogliamo analizzare. Ciò che ci sembra importante è tentare di capire quali accorgimenti mentali, spirituali, strutturali, sarebbero necessari per imparare la lezione della storia e cercare di non ricadere in sbagli analoghi in futuro. Diceva K. Rahner che «il problema della distinzione tra la sostanza e la sua forma storicamente condizionata, è uno dei compiti più essenziali e urgenti dell’ecclesiologia»; distinguere cioè quello che nella Chiesa è permanente da ciò che è relativo. Però sappiamo che non sempre questo risulta evidente ed agevole. Come discernere oggi (è più facile farlo col senno del poi) le proposte inaccettabili dai cambiamenti necessari? Come fare per accelerare tali cambiamenti in modo da non far soffrire inutilmente tante persone e da non ritardare la crescita del Regno di Dio nel mondo? Una costatazione necessaria Il primo atteggiamento da evitare è una sorta di autolesionismo o masochismo ecclesiale, patologia sempre in agguato per i cristiani. Un teologo ortodosso, esprimendo l’alto concetto di Chiesa presente nella teologia orientale, scriveva: «La Chiesa è la Sposa di Cristo, con un volto bellissimo ed ornata con un vestito meraviglioso. E vero che ha i Gen's 1/2000 piedi infangati. Ma voi occidentali sembra che guardiate sempre i suoi piedi!». Infatti bisogna riconoscere che, intrecciati con le realtà negative, altri due grandi fenomeni si avvertono percorrendo tutta la storia del cristianesimo. Il primo è che «in tutte le epoche della storia della Chiesa il Vangelo autentico sempre è rimasto vivo ed è stato vissuto intensamente da minoranze ferventi che non si contentavano dello schema dominante»ì . La seconda constatazione è la seguente: mentre tante volte la Chiesa non ha trovato l’apertura necessaria per riconoscere tempestivamente certe conquiste dell’umanità, invece per ciò che riguarda il campo dell’amore fraterno, del servizio ai poveri ed ai sofferenti, le cose in genere sono andate diversamente. Come se alla difficoltà che si riscontra spesso, da parte dell’istituzione ecclesiale, nell’accogliere le idee nuove e nell’assecondare i segni dei tempi, corrispondesse per contro una specie di chiaroveggenza, di “istinto evangelico” che la spinge nella pratica a “vedere” e a lenire tante sofferenze umane. Con le limitazioni culturali del tempo, ovviamente, ma con una forza spesso straordinaria, come mostra tutta la storia. Dai lebbrosari all’erezione dei primi ospedali, dagli orfanotrofi ai manicomi con caratteristiche più umane, dalla costruzione dei ponti alla creazione delle banche nate per liberare i poveri dalle mani degli usurai, dal far nascere le prime scuole a ogni tipo d’iniziative per sollevare la fame dei più bisognosi...°. Tante delle grandi personalità carismatiche di tutti i tempi e delle famiglie religiose formatesi attorno a loro, sono nate, come si sa, per andare incontro precisamente a tali bisogni dell’umanità. Il nostro tempo non poteva costituire un’eccezione («sul terreno laico della carità la Chiesa si è guadagnata la stima del mondo», si leggeva recentemente in un giornale laico di grande tiratura). Infatti è sotto gli occhi di tutti che, senza atteggiamenti trionfalistici, cristiani di tutte le tradizioni e le stesse Chiese in modo ufficiale si trovano in prima fila nell’ambito della condivisione e — pag. 17 — studio 15 del servizio. Lo fanno con una presenza massiccia nel campo del volontariato, con l’accorrere dove esplodono conflitti o calamità, col promuovere iniziative a tutti i livelli per individuare e cercare soluzioni alle cause dell’abisso assurdo che separa la minoranza ricca dalla immensa maggioranza dei poveri, o per andare incontro ai milioni di bambini di strada, drogati, persone coinvolte nella prostituzione, malati di aids, e tante altre sofferenze del nostro tempo. Oppure la Chiesa si fa presente denunciando e collaborando per superare — spesso pagando di persona attraverso alcuni dei suoi membri più impegnati — i nuovi imperialismi economici, i colonialismi culturali, le mafie varie, la mancanza di rispetto dei diritti umani, i danni ecologici, e così via. Comunque la domanda rimane. Se — per dirla con le parole di Gorbaciov — «chi arriva in ritardo, la storia lo punisce», come cercare di evitare i ritardi? Diversi atteggiamenti Un approccio psicosociologico alle istituzioni cristiane avrebbe tanto da dirci a questo riguardo: le leggi tipiche di ogni organismo sociale permettono una maggiore comprensione delle lentezze storiche. Ciò aiuta almeno a non scoraggiarsi di fronte ai cambiamenti che si considerano imprescindibili ma non si vedono arrivare. Ma dal momento che qui non abbiamo lo spazio per affrontare né gli aspetti sociologici, né quelli teologici o pastorali che possono offrire luce a questa tematica, ci limitiamo a segnalare tre atteggiamenti fondamentali che si riscontrano fra i cristiani, i quali non necessariamente si escludono del tutto a vicenda. Alcuni decidono di promuovere i cambiamenti cercando la verità e, quando sembra loro di averla trovata, la dicono sempre, opportune et importune. Anche pagando di persona, con uno stile severo e schietto che forma parte dell’atteggiamento dei profeti di tutti i tempi, e ben presente tanto nella condotta e nelle parole di Gesù (attraverso le sue invettive, i suoi “guai”, le sue denunce dure, senza indugi, sconvolgenti per tanti suoi contemporanei), come nella vita di tanti dei suoi grandi seguaci attraverso i secoli. Altri pensano che una tale posizione portata avanti ad oltranza ed in ogni circostanza contiene più aspetti distruttivi che costruttivi, e che comunque le cose nella Chiesa raramente cambiano attraverso il conflitto e le posizioni di forza. Per cui scelgono di andare avanti con serenità, nell’attesa che il fiume della storia si porti via tutto ciò che ha da essere spazzato, nella sicurezza che presto 0 tardi ciò che è giusto e vero finisce per imporsi per il proprio peso. Altri ancora preferiscono costruire puntando soprattutto ad un impegno positivo: «se si analizza a fondo la loro vita e le loro opere, si scoprirà che essi non partono da una generica protesta negativa, ma dall’attuazione positiva di studi o iniziative che si rifanno sostanzialmente al Vangelo; inoltre, rimangono assetati di comunione con l’autorità della Chiesa e non si danno pace finché non trovano una soluzione, anche se occorresse del tempo, perché il Signore li spinge a non rinunciare al proprio messaggio. Essi non partono da un “non”, ma da un “sì”, il sì a una verità scoperta nell’ambito della fede e poi illustrata in opere e pubblicazioni; o da una riscoperta di alcuni valori evangelici, vissuti prima nella loro vita e poi effettuati nel concreto»”. Idee e prassi Sono le idee a muovere il mondo, si dice a ragione. Bisognerebbe però chiarire che tipo di idee ed a quali condizioni. Ed aggiungere che spesso le idee precedono la prassi, ma alle volte sono suscitate da essa, dal momento che in ogni esperienza, anche in quella più inconsapevole, c’è «un’idea che si ignora». E. Schillebeeckx rilevava infatti quanto l’umanità si muova a forza di “esperienze di contrasto”. Di fronte a certe realtà — schiavitù, disuguaglianza della donna, discriminazioni, guerre, criminali sperequazioni economiche — si produce ad un certo momento del Gen's 1/2000 — pag. 18 — 16 studio cammino dell’umanità una reazione, grazie al fatto che cresce il numero di coloro che sentono dentro: “questo non va più”, “questo non è più sopportabile, non possiamo accettarlo”. E allora si trovano le ragioni, a livello individuale e collettivo, per legittimare i cambiamenti, assieme ai mezzi e alle strutture organizzative per concretizzarli. Importante è che ognuno sappia portare avanti il proprio ruolo. Niente è piccolo e senza importanza. Se molti costruiscono in senso giusto dalla propria angolazione, con le proprie possibilità e capacità, e si cercano i contatti ed i coordinamenti adeguati nei momenti storici maturi, crescono delle convinzioni nell’opinione pubblica e magari quando meno lo si aspetta si produce un salto di qualità che provoca dei rovesciamenti nel mondo. Anche la storia recente offre degli esempi epocali in questo senso, da certe conquiste ecumeniche in ambito religioso, impensabili pochi decenni prima, al crollo dei regimi socialisti che ha colto di sorpresa anche le persone più avvedute. Dio agisce nella storia C'è chi ha parlato di Dio come “cospiratore”, nel senso che costantemente co-spira con noi nella storia. Non sempre però è facile avvertire la sua azione nelle vicende della Chiesa e del mondo, anche se tutti sappiamo — come ha affermato insistentemente il Vaticano II — che Dio agisce in tutti gli avvenimenti umani. Oggi la teologia, utilizzando un termine biblico, parla di kairòi, momenti storici particolarmente significativi quando i tempi diventano propizi per far possibili delle particolari irruzioni dello Spirito. In questo modo i momenti di crisi, di smarrimento, persino d’inadeguatezza dell’istituzione ecclesiale di fronte alle svolte della cultura e della società, li si avvertono allo stesso tempo non solo come sfide, ma anche come chance (come kairòs, appunto) per nuove sintesi, nuove crescite, maturazioni, fioriture a cui Dio ci chiama, ed alle quali bisogna essere attenti per poterle assecondare. Gen's 1/2000 Alle volte sono i cristiani o una parte di essi che aprono strade affinché si producano nell’umanità delle aperture in avanti verso il progetto di Dio. Altre volte sono persone e correnti, istituzionalmente lontani dal cristianesimo, che in forza della tendenza propria dell’essere umano al vero, al bene, al bello, e nonostante le forze negative con cui devono fare i conti, vanno più avanti della Chiesa in certi campi e provocano i cristiani a crescere. Non ci si dovrebbe meravigliare né dei ritardi prodotti da persone che agiscono in buona fede ma senza ampiezza di vedute, né della piccolezza, l’ambizione, la sete di potere, l’intolleranza e lo spirito settario che ostacolano l’azione di Dio anche dentro la Chiesa. Dio non può agire senza passare attraverso di noi, con tutti i rischi e i ritardi che ciò può comportare. Rivolgersi agli esseri umani come a dei veri partner, rispettando il loro protagonismo, la loro libertà, i loro ritmi, è un’esigenza ineluttabile di un Dio che è Amore . Chi si scandalizza degli errori storici dei cristiani, non ha colto nella sua grandezza la serietà con cui l’ Amore di Dio prende la storia umana. Per vedere meglio L'importante è che il nuovo atteggiamento e la rivisitazione storica messi in atto dalle richieste di perdono della Chiesa, per non rimanere nelle sterili buone intenzioni, servano a promuovere «una maggiore sensibilità nell’individuare in quali ambiti oggi ci viene chiesta una conversione, una trasformazione dei nostri criteri di comportamento e di scelta»). Coloro che sanno quanto contano, per l’evoluzione ecclesiale o della società, certe doti come la sensibilità per cogliere il nuovo, le qualità politiche e organizzative, la capacità di trattativa, trovare idee forti e saperle formulare in modo accessibile al maggior numero, creare correnti d’opinione che facciano cultura cambiando le mentalità, e via discorrendo, spesso sono diffidenti nei riguardi dei “consigli spirituali”. Temono che essi diano, sì, consolazione ed evitino con- — pag. 19 — studio 17 flitti, ma contemporaneamente addormentino le coscienze senza produrre i cambiamenti necessari. Eppure bisogna riconoscere che, quanto più saremo capaci di acquistare “la mente di Cristo” (/ Cor 2, 16) — vedendo cioè le cose, per quanto è possibile, come Dio le vede —, più luce avremo per promuovere delle riforme che vadano nella direzione giusta e quindi, come conseguenza, siano efficaci, facciano felice la gente e durino nel tempo. Per questo abbiamo bisogno di santi, di mistici, di grandi carismatici che, seguendo non calcoli utilitaristici ma lasciandosi ispirare dagli impulsi dello Spirito, suscitino nuove idee ed una vita evangelica che rispondano a quanto c’è di positivo nelle esigenze del nostro tempo. Alle volte sembra che essi non vedano i limiti umani di tanti membri della Chiesa e puntino dritto al centro del Vangelo, trascinandoci dietro con una fede incrollabile nell’amore di Dio e nella possibilità umana di accoglierlo. Chi ha la fortuna di trovare queste persone, impara da loro come amare la Chiesa e come essere Chiesa viva oggi, facendo vedere ed emergere “cose vecchie e nuove” dal tesoro di verità e di vita che essa contiene al di là degli errori umani e dei limiti storici. D'altronde è tale la complessità del mondo moderno, la vastità e varietà dei problemi da affrontare, che l’individuo isolato facilmente si smarrisce, rimane schiacciato 0 finisce per rifugiarsi in un intimismo senza incidenza nella trasformazione del mondo. Ci vuole la comunità. Non una comunità qualunque, ma con caratteristiche così profondamente evangeliche ed all’altezza dei tempi, che provochi un sovrappiù d’intelligenza. Più che dei geni solitari abbiamo bisogno di “comunità conoscitive” che formino persone affinate nell’intellectus amoris (J. Sobrino), più ancora, nell’intellectus unitatis (K. Hemmerle). Se com'è stato detto, più che il tempo dei santi individuali viviamo un’epoca che esige una santità di popolo che manifesti la presenza del Santo in mezzo a noi (C. Lubich), oggi abbiamo bisogno di comunità dove, vivendo “a mo’ della Trinità”, cresca una teologia sempre più rispon- dente ai tempi: «Teologia di Gesù, non del Gesù storico, s’intende, ma di Lui risorto che vive oggi nella comunità cristiana che attua l’unità»!0. Ci sono due cose sulle quale non ci si può illudere. La prima è che anche le riforme più genuinamente evangeliche sono segnate dalla storia, e contengono degli aspetti culturali che in seguito dovranno essere superati. La seconda, che niente può assicurarci la garanzia assoluta di muovere sempre i passi e di attuare i cambiamenti più adeguati. Però è certo che l’imparare a pensare in unità, il dialogo fatto dall’ascolto di tutti (anche di coloro che non la pensano come noi) nella più profonda comunione, aumenta enormemente le possibilità di avere quella luce e quella capacità operativa che vengono dallo Spirito. Enrique Cambén 1) Cf una documentazione completa in N. SARALE, Giovanni Paolo II. Non temiamo la verità. Le colpe degli uomini e della Chiesa, Piemme, Casale Monferrato, 1995; L. ACCATOLI, Quando il Papa chiede perdono. Tutti i mea culpa di Giovanni Paolo II, Leonardo/Mondadori, Milano 1997. 2) Cfr. diversi esempi nella prima parte di L. ACCATO- LI, cit., pp. 15 ss. 3) GIOVANNI PAOLO II, udienza | settembre 1999, e Tertio millennio adveniente, 35. 4) A. MONTICONE, La richiesta di perdono, premessa di conversione, in “Jesus”, ottobre 1999, p. Il. 5) J. COMBLIN, Vocagao para a liberdade, Paulus, San Paolo 1998, p. 6. 6) La descrizione di alcune di queste iniziative attraverso i secoli, possono trovarsi ad es. in V. PAGLIA, Storia dei poveri in Occidente. Indigenza e carità, Rizzoli, Milano 1994. 7) P. FORESI, Problematica d'oggi nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1970, pp. 88-89. 8) Cfr. riferimenti utili ad es. in: GS 3, 10, 11, 22, 26, 30, 34, 36, 38, 41, 57, 76, 86. Basta osservare la quantità di questi testi per capire quale importanza ha voluto dare il Concilio a questo tema. 9) C. CASALONE, La Chiesa chiede perdono, in “Aggiornamenti sociali” 1 (1998) p. 57. 10) P. CODA, Alcune riflessioni sul conoscere teologico nella prospettiva del carisma dell’unità, in “Nuova Umanità” 122 (1999) p. 198 (tutto l'articolo offre degli elementi fondamentali di questo conoscere “nuovo”, “trinitario””). Gen's 1/2000 — pag. 20 — 18 economia Una pesante ipoteca non soltanto per i paesi poveri, ma per il futuro del mondo «Cancellate il debito estero!» Intervista ad Alberto Ferrucci «Nello spirito del Libro del Levitico (25, 8- 28), i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo, proponendo il Giubileo come un tempo opportuno per pensare, tra l’altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale che pesa sul destino di molte nazioni» (Tertio millennio adveniente, 51). Una situazione drammatica GEN'’S: Impegnarsi a superare la piaga del debito estero dei Paesi poveri è diventato da anni per la Chiesa cattolica ed altre Chiese cristiane, una priorità. Perché? Quale la situazione attuale e che importanza riveste per il futuro? Nel mondo attuale nessuna nazione, tanto meno le più piccole, può pensare di fare a meno degli scambi commerciali con i Paesi più industrializzati, se non altro per acquistare le attrezzature mediche, i farmaci ed i pezzi di ricambio che non produce al suo interno: tutti prodotti da pagare in valuta forte di quelle nazioni, che si può ottenere in prestito solo se si mantengono gli impegni riguardo ai debiti del passato. Per questa ragione tutti i Paesi fanno ogni sforzo per onorare le rate di debito ed interessi, e se impossibile, per ottenere una dilazione del dovuto. Gen's 1/2000 Ne consegue che la valuta forte ottenuta con le esportazioni viene indirizzata in modo prioritario a tali scopi, e non può essere invece utilizzata per migliorare le strutture sanitarie e di formazione che servirebbero per lo sviluppo della popolazione, in particolare delle nuove generazioni. GEN’S: Com'è nato questo debito? Il debito, in precedenza molto modesto, si è ingigantito negli anni settanta, quando le banche occidentali decidevano di finanziare a tassi di interesse minimi, ma legati a quelli internazionali, industrie, dighe, centrali nucleari, strade e metropolitane nei grandi Paesi del Sud. Paesi che esse consideravano affidabili perché ricchi di materie prime. Per fare questi finanziamenti usavano i petrodollari accumulati dai i Paesi in quegli anni grazie ai vertiginosi aumenti del prezzo del petrolio, e che avevano loro affidato. Quando negli anni ottanta Reagan decideva di ridurre le tasse all’interno degli USA emettendo Buoni del Tesoro ad alto rendimento, i tassi di interesse internazionali crescevano moltissimo, proprio mentre crollavano i prezzi delle materie prime. Le grandi nazioni del Sud si trovavano così d’improvviso a dover pagare interessi molto elevati, in un periodo in cui le loro materie prime stavano perdendo valore. Si trovavano in difficoltà ad onorare i loro impegni finanziari, anche perché spesso gli — pag. 21 — economia 19 investimenti che avevano effettuato non producevano ricchezza, essendo più di prestigio che di reale utilità, quando non erano stati per armamenti o non si erano dispersi nella corruzione. Atti criminali GEN'S: Tanti fanno notare che, strozzare questi Paesi poveri, impedendo il loro sviluppo, per continuare ad erogare somme ingenti ai Paesi ricchi, a banche e istituzioni finanziarie internazionali, non solo costituisce un’ingiustizia etica, economica, sociale, ma sono “atti criminali” con dei risvolti giuridici che nessuno di loro riesce a far valere. Tra l’altro si fa presente che ormai il debito iniziale è già stato pagato attraverso le rate e gli interessi versati... Purtroppo nei Paesi più poveri, come quelli africani, molti finanziamenti sono stati erogati in passato per guadagnare un Paese al proprio schieramento quando ancora esisteva la logica dei due blocchi al tempo della guerra fredda, e spesso essi sono stati sperperati in armi o sono finiti nelle mani dei pochi ricchissimi governanti locali. Prestiti concessi quindi nell’ottica di interessi politici o economici del mondo industriale, cioè per l’interesse privato, anziché pubblico. Gli Stati indebitati potrebbero rivalersi sui propri governanti del passato che hanno accumulato grandi ricchezze, chiedendo la collaborazione dei Paesi in cui tali ricchezze sono state messe al sicuro. Mi piace qui citare un prezioso opuscolo preparato dalla Conferenza episcopale italiana, dove si legge quanto segue. «Secondo autorevoli economisti, il debito in realtà è già stato pagato: se si ricalcolano le cifre dovute e quelle pagate prendendo come unità di misura non il solo dollaro ma un “paniere” di più monete, l'ammontare degli interessi pagati supera spesso di svariate volte l'ammontare del capitale prestato. Forse non erano queste le intenzioni dei creditori, ma i Paesi poveri non si troverebbero molto peggio se allora si fossero messi nelle mani degli usurai. Il loro dramma è stato inoltre acuito dalla crescita dei prezzi di petrolio e derivati, a fronte di una stagnazione dei prezzi dei prodotti non petroliferi esportati dai Paesi più deboli e quindi impossibilitati a imporre una propria politica dei prezzi. Tutto questo non è stato senza conseguenze: le istituzioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) hanno operato affinché, nonostante tutto, i Paesi poveri pagassero, rifinanziandoli ma imponendo loro le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, che hanno demolito le poche garanzie sul fronte sociosanitario, faticosamente costruite. Scelte miopi, che non vedevano, o non volevano vedere, le dimensioni reali del peso caricato sulle spalle dei Paesi indebitati, col peggioramento di tutti gli indicatori macroeconomici e di quelli sociali. I frutti amari di queste scelte sono stati, fra gli altri, l’aggravarsi della malnutrizione, l'aumento delle malattie, un minore impegno nell’istruzione. Mentre il Nord "liberamente" cresceva, si è determinato un aumento della povertà nei popoli del Sud del mondo, denunciato anche dai documenti dell'ONU che affrontano il tema del debito. (...) Riflettendo su come il debito internazionale si è formato, dovremmo chiederci perché i creditori non l’hanno ancora rimesso 0 almeno fortemente ridotto. Infatti appare chiaro, sotto il profilo etico, che viene meno il dovere di pagare quei debiti che in realtà sono stati già pagati e dal cui adempimento conseguono inesorabilmente mali più grandi rispetto al bene della sicurezza dei rapporti creditizi che si vuol salvaguardare». GEN'S: Cominciano ad alzarsi delle voci per denunciare che qualche politica e meccanismo proposti ultimamente per il condono del debito, in realtà non costituiscono una vera soluzione. Le iniziative di condono del debito vengono considerate possibili solo per i Paesi poverissimi, quelli per i quali la probabilità di una effettiva restituzione è estremamente Gen's 1/2000 — pag. 22 — 20 economia bassa. È però richiesto a tali Paesi di effettuare politiche di aggiustamento della propria economia tali da scongiurare un ulteriore indebitamento: se questo può sembrare logico, spesso produce ulteriori sofferenze alla popolazione più povera, perché porta all’aumento del prezzo dei beni fondamentali come i generi alimentari o le spese per l’istruzione o la sanità. Cosa fare? GEN'S: Sappiamo che la Chiesa italiana ha avviato un’operazione che può avere un forte valore simbolico e di stimolo per altri. Questo sarà sufficiente? La Chiesa italiana attraverso un organismo della sua Conferenza episcopale chiede agli italiani in occasione del giubileo del 2000, di raccogliere cento miliardi. Con essi si ripropone di riscattare, ad un valore molto più basso del nominale, perché difficilmente recuperabile, parte del debito di un Paese, che si sia dichiarato disponibile a riscattare a sua volta, ma in moneta locale, il corrispettivo del debito. In collaborazione con la Chiesa locale e le Ong i fondi così ottenuti serviranno per avviare progetti di sviluppo in due Paesi africani: Guinea Conakry e Zambia. Così il risanamento del debito andrà a vantaggio della popolazione e non nelle tasche dei ricchi locali come sembra sia capitato quando il Fondo Monetario Internazionale ha versato l’ultima rata di finanziamento al governo russo. E un progetto bellissimo per il suo valore profetico, che se fosse emulato dalle Conferenze episcopali degli altri Paesi industrializzati permetterebbe di incidere effettivamente sulla situazione debitoria, ad esempio, dei Paesi africani. Un progetto che però non può risolvere il problema di fondo dei grandi Paesi indebitati, quali il Brasile, l’ Argentina, la Colombia, il Messico, il Venezuela, a cui dopo la crisi asiatica si sono aggiunti l’Indonesia, la Corea, la Tailandia, le Filippine. Paesi che forse riusciranno con grandi sacrifici a paga- Gen's 1/2000 re gli interessi del loro debito, ma che molto difficilmente riusciranno a liberarsene. Una strada per risolvere questo problema consisterebbe nell’imporre una piccolissima tassa sui movimenti speculativi di capitale, i quali ogni giorno assommano ad un importo pari all’intero debito estero dei Paesi in via di sviluppo, circa 2.000 miliardi di dollari. Applicando una tassa dello 0.05 % su tali movimenti, il Fondo Monetario Internazionale potrebbe raccogliere almeno 100 miliardi di dollari all’anno, con i quali potrebbe dimezzare il peso complessivo degli interessi, liberando nei Paesi del Sud le risorse necessarie a togliersi il debito in pochi anni. Perché non si è ancora fatto? In effetti l'ONU lo proporrebbe, ed il parlamento canadese si è già dichiarato favorevole, ma sembra che gli ostacoli maggiori siano di carattere politico, perché il laccio dei debiti da rinnovare o meno può essere uno strumento efficace per condizionarne il comportamento internazionale di un grande Paese, meno sanguinoso di interventi armati: la Russia in occasione della guerra per il Kossovo, e l’Indonesia nella controversia di Timor, sono state convinte anche per questo tramite. La dilazione del debito estero è uno strumento che lo prolunga per un tempo senza fine. Anche se tale espediente nel presente può apparire meno doloroso, di fatto produce un impatto enorme sul futuro di quel terzo di umanità che — proprio a causa del permanere del debito — viene privato di salute e d’istruzione, diritti essenziali allo sviluppo di ogni essere umano. Si è quindi in una situazione che potrebbe essere smossa solo dall’intervento della Provvidenza che orienta la storia dell’umanità. Una Provvidenza che può essere espressa da una nuova cultura del dare e della solidarietà, che si diffonde in tutto il mondo di persona in persona fino a diventare pubblica opinione, e che può essere espressa da voci che, in forza dell’amore per l'umanità, sanno essere così autorevoli da travolgere la forza della finanza e degli eserciti. a cura della redazione — pag. 23 — attualità ecclesiale 21 La Chiesa nel mondo DI J. Hanselmann: una guida ascoltata Appassionato l’impegno del vescovo evangelico-luterano Johannes Hanselmann per giungere all’accordo della Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della Giustificazione. Era una figura di grande rilievo nell’ecumenismo mondiale. Era stato vescovo a Monaco di Baviera per 19 anni e, dal 1977 al 1990, dapprima vicepresidente e poi presidente della Federazione luterana mondiale. Si deve a lui l’avvio di incontri regolari tra membri della Federazione luterana mondiale e del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Questi incontri, divenuti poi annuali, hanno facilitato molto il progresso del dialogo teologico tra le due Chiese. Così lo ricorda nel messaggio alla Chiesa evangelicoluterana, il card. Cassidy, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. E il vescovo Walter Kasper, già Presidente della Commissione teologica luterano-cattolica e attuale segretario del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, parla di lui come di un «uomo di grande spiritualità, un ministro di Dio in ascolto di ciò che lo Spirito Santo dice oggi alla Chiesa, profondamente legato alla Parola di Dio, alla tradizione spirituale luterana». «Un cuore nuovo ed uno spirito nuovo! Proprio questo è necessario per rinnovare le nostre chiese, la nostra società». Così Johannes Hanselmann aveva concluso il suo saluto nella Sala d’oro del Municipio di Augsburg, meno di un anno fa, in occasione del ricevimento offerto dal sindaco Peter Menacher ai 34 vescovi di sei Chiese, riuniti per il loro convegno annuale — su invito del Movimento dei focolari — nella vicina cittadella ecumenica di Ottmaring. “Cuore e spirito”, due qualità che in lui sovrabbondavano e si esprimevano con un tratto caratteristico: la fraternità. «Ho un ricordo molto vivo delle sue parole e del suo modo di avvicinarmi. Mi avevano fatto fare una scoperta gioiosa: quella di aver trovato un fratello!». Questa l’esperienza del vescovo di Aachen, Klaus Hemmerle, anni fa, al suo primo incontro con Hanselmann durante l’inaugurazione del Centro ecumenico di Ottmaring. Una fraternità che con gli anni si è approfondita nella condivisione della spiritualità dell'unità dei Focolari. «Cercavamo nell’altro il fratello, e trovavamo nel e col fratello nientedimeno che Dio stesso che si manifestava in questa fraternità». Con queste parole il vescovo Hanselmann descriveva l'atmosfera dei convegni annuali di vescovi di varie Chiese iniziati da Klaus Hemmerle nel 1982. Tranne alcune interruzioni a causa della salute, dal 1983 Hanselmann vi aveva sempre partecipato. Più era unito con i fratelli e le sorelle delle altre Tradizioni cristiane, più si faceva acuta in lui l’ansia e l’impegno per la piena, visibile comunione tra le Chiese. «Resta nel nostro cuore — scrive Chiara Lubich nel telegramma di cordoglio alla signora Ruth Hanselmann e ai suoi 4 figli — la profonda riconoscenza a Dio per il dono che l’amato vescovo Hanselmann è stato per tutti noi e l'ammirazione per il prezioso contributo che Egli ha dato per l’unità». Joachim Schwind Gen's 1/2000 — pag. 24 — 22, attualità ecclesiale ia) Storico accordo tra cattolici e luterani «Guardate stasera il cielo di Augsburg e vedrete una nuova stella che annuncia un periodo di unità e di amore». Con questo invito il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, il 30 ottobre scorso si è rivolto a 1700 giovani riuniti nella chiesa evangelica di Sant'Ulrich dell’antica metropoli della Svevia. E Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, nella stessa occasione: «Se noi ci amiamo a vicenda, cristiani cattolici e evangelici, allora ad Augsburg inizia la rivoluzione cristiana». Il seguitissimo incontro dal titolo “Prezioso - io?”, promosso dalla cittadella ecumenica di Ottmaring in collaborazione con numerose associazioni giovanili luterane e cattoliche del posto, faceva da contorno alla storica firma della “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” avvenuta il 31 ottobre scorso ad Augsburg ad opera della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale. Quanto mai significativi la data — l'anniversario della pubblicazione delle 95 tesi sulle indulgenze e festa annuale della Riforma - e il luogo di tale firma: la città di Augsburg (Augusta) nella quale, in occasione della Dieta del 1530, era fallito l’ultimo tentativo di conciliazione fra le parti, attraverso la Confessio augustana; € più precisamente la chiesa evangelica di Sant'Anna, dove Lutero abitò nell’ottobre del 1518 durante i suoi colloqui con il card. Cajetano, quando si preannunciò la rottura della Cristianità occidentale. Dopo 30 anni di dialogo ufficiale, la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale, con la ratificazione di questo documento, hanno dichiarato che non vi è più tra di loro motivo di separazione riguardo alla fatidica questione — «come posso trovare la grazia di Dio?» — attorno alla quale nel sedicesimo secolo era esploso, con imprevedibili conseguenze, il conflitto fra Lutero e la Chiesa del suo tempo. A distanza di quasi cinque secoli e dopo un approfondito esame dei testi Gen's 1/2000 dottrinali delle due Chiese, ad Augsburg si è potuto infatti constatare che, fra cattolici e luterani, esiste un «consenso su verità fondamentali della dottrina della giustificazione» tale da poter dichiarare con tutta l’autorevolezza: «L'insegnamento delle Chiese luterane presentato in questa Dichiarazione non è colpito dalle condanne del concilio di Trento. Le condanne degli Scritti confessionali luterani non colpiscono l’insegnamento della Chiesa cattolica romana come esso è presentato in questa Dichiarazione» (n. 41 della Dichiarazione). Se le due Chiese per secoli si contrapposero in nome della “fede” e delle “opere”, quasi il sola fide dei luterani escludesse l’importanza dell’agire morale o l’attenzione dei cattolici alle buone opere vanificasse necessariamente la salvezza per sola gratia, nella Dichiarazione congiunta si afferma con decisione: «Insieme confessiamo che soltanto per mezzo della grazia e nella fede nell’opera salvifica di Cristo e non in base ai nostri meriti noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere» (n. 15). Le differenze fra le due Chiese, nella dottrina della giustificazione, non sono con ciò del tutto eliminate. Ma si riconosce che esse sono tali da non essere più motivo di reciproca condanna (cf. n. 5). Piuttosto si tratta di diverse spiegazioni di una medesima realtà che sono aperte l’una all'altra (cf. n. 40). A fianco a quanto le due Chiese confessano insieme — e come una spiegazione di ciò — la Dichiarazione riporta punto per punto la caratteristica prospettiva luterana e poi quella cattolica. E questo per ben sette volte, in altrettanti sottocapitoli, che affrontano i principali punti di discordia, primo fra tutti la famosa formula protestante del giustificato come simul iustus et peccator. Agli occhi di Giovanni Paolo II la firma di questa Dichiarazione rappresenta «una pietra miliare sulla non facile strada della ricomposizione della piena unità fra i cristiani» e quindi «una base sicura per il proseguimento della ricerca teologica ecumenica e per affrontare le difficoltà che in essa permango- — pag. 25 — attualità ecclesiale 25 no con una più fondata speranza di risolverle in futuro» (Parole all’Angelus, 31.10.99). Che occorrerà proseguire nel dialogo ed affrontare le questioni tuttora aperte (rapporto fra Parola di Dio e Magistero; dottrina sulla Chiesa e specialmente sull’autorità, sul ministero e sui sacramenti; ecc.) lo riconosce la stessa Dichiarazione (cf. n.43). Ma intanto, ad Augsburg, era festa. Dopo le nubi temporalesche della prima mattina, la processione dal duomo cattolico alla chiesa evangelica di Sant’ Anna si è potuta svolgere sotto un sole ridente. E più forte del dissenso manifestato da 243 professori di teologia evangelici, e di più timide manifestazioni di disaccordo nelle file cattoliche, era la coscienza che «dopo secoli mettiamo per la prima volta piede sul suolo comune» — come ha detto nella sua omelia il vescovo Christian Krause, presidente della Federazione luterana mondiale. «Non dobbiamo mai più lasciare le mani che tendiamo (oggi) gli uni verso gli altri». Per l’altro grande protagonista dell’avvenimento, il Card. Edward I. Cassidy, «si è trattato di un vero test: potevamo o no raggiungere un accordo tramite il processo del dialogo ecumenico su una questione così fondamentale?». «Se avessimo fallito — ha ribadito il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani in un'intervista — sarebbe stato un grande dolore per coloro che lavorano nel movimento ecumenico. Invece, possiamo dire: sì, siamo stati in grado di giungere ad un consenso; possiamo fare in modo che sia ricevuto ufficialmente dalle nostre Chiese». Quanto ai due segretari generali, il rev. Ismael Noko della Federazione luterana mondiale e il vescovo Walter Kasper del Pontificio Consiglio per l’unità, ha parlato più di tutto il loro spontaneo abbraccio, fuori programma, subito dopo la firma, fra lo serosciante ed interminabile applauso dei presenti. Ma vale la pena portare con noi, nel grande viaggio ecumenico, anche le coraggiose parole pronunciate nella chiesa cattolica di Sant'Ulrich da mons. Kasper, durante i Vespri ecumenici alla vigilia, alla luce del brano di Ez 11, 17-20: «Anche affermazioni dottrinali delle Chiese, che sono pur vere ed importanti e che dobbiamo mantenere, possono diventare idoli quando non vengono più intese come indicazioni segnaletiche e promemoria del Mistero di Dio, ma diventano fine a sé stesse, idolo, feticcio, grido di battaglia». Ad Augsburg, dopo i travagli del percorso, ha trionfato il coraggio dell’unità. E chi vi è stato presente in prima persona ne è rimasto segnato. H. B. dl Indulgenze: tema centrale e delicato Nella Sala stampa della Santa Sede è stata presentata la 4a. edizione dell’ Enchiridion indulgentiarum. Oltre a riaffermare la dottrina e le forme tradizionali riguardanti le indulgenze, l’occasione ha dato modo di constatare la tensione in atto nella Chiesa cattolica ad essere, anche in questo campo, attenti alle esigenze del Vangelo e del nostro tempo. Uno degli elementi che lo dimostrano è, ad esempio, l’evidenza che si è voluto dare nella conferenza stampa alle tre possibilità di indulgenze di carattere generale già presenti nell’Enchiridion promulgato da Paolo VI: esse possono essere ricevute dal fedele che 1) nel compiere i suoi doveri e nel sopportare le avversità della vita innalza con umile fiducia l’animo a Dio, aggiungendo, anche solo mentalmente, un’invocazione; 2) con spirito di fede e con animo misericordioso pone se stesso o i suoi beni a servizio dei fratelli in necessità; 3) in spirito di penitenza si priva spontaneamente e con suo sacrificio di qualche cosa lecita. In questa nuova edizione — si è rilevato ancora — ne è stata aggiunta una quarta: chi dà una pubblica testimonianza della propria fede in determinate circostanze della vita di ogni giorno, quali la partecipazione frequen- Gen's 1/2000 — pag. 26 — 24 attualità ecclesiale te ai sacramenti, l’inserimento nelle forme comunitarie di espressione della fede e dell’evangelizzazione, l’annunzio, con la parola e con l’esperienza, della vita cristiana a chi è lontano dalla fede. La dottrina e la prassi delle indulgenze non vuole in fondo altro che rinnovare quella continua conversione e quel continuo processo di santificazione, a cui tutti siamo chiamati. Perciò ogni cattolico è invitato, già dal proemio dell’ Enchiridion, a «informare allo spirito cristiano le azioni di cui è intessuta la sua vita, ed a cercare la perfezione della carità nelle sue ordinarie occupazioni». Un altro esempio. Oltre alle consuete forme di devozione (pellegrinaggi a luoghi santi della cristianità, preghiera in certe chiese ed a certe condizioni, ecc.), sono segnalate come mezzi per “l’indulgenza plenaria” altre due dimensioni fondamentali: le opere di misericordia e quelle di penitenza. Però è da notare - e ciò ha trovato vasta eco nei mezzi d’informazione - le esemplificazioni orientative con cui si illustrano tali opere. Tra le prime (che oggi, oltre che di misericordia, si tende a riconoscerle come opere di solidarietà e di giustizia), quella di recarsi «a rendere visita per un congruo tempo ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, handicappati, ecc.), quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cf Mt 25, 34-36)»; sostenere con un significativo contributo opere di carattere religioso o sociale (in specie a favore dell’infanzia abbandonata, della gioventù in difficoltà, degli anziani bisognosi, degli stranieri nei vari Paesi in cerca di migliori condizioni di vita); dedicare una congrua parte del proprio tempo libero ad attività che rivestono interesse per la comunità. Tra le seconde, si punta a non fare opere di penitenza solo autoreferenziali e individualistiche: «l’indulgenza plenaria giubilare potrà essere acquistata anche mediante... l’astenersi almeno durante un giorno da consumi superflui (per es. dal fumo, dalle bevande alcoliche, digiunando o praticando l’astinenza...) e devolvendo una proporzionata somma in denaro ai poveri». Gen's 1/2000 Vorremmo segnalare ancora, per chi legga le riflessioni teologiche con cui l’Enchiridion fonda la pratica delle indulgenze, quanto esse cerchino di muoversi entro una visione della fede, della storia, del ruolo della Chiesa nel mondo, informata dai venti nuovi che nella Chiesa cattolica soffiano a partire dal Vaticano II. Anche chi abbia difficoltà ad accettare la realtà delle indulgenze, non può non avvertire questa direzione e, in questo senso, rallegrarsi. Si avverte da più parti lo sforzo di presentare l’ Anno Santo come una proposta di vita a tutto tondo. Si trova in ciò un’indicazione fondamentale per pastori e comunità, valida in tutti gli ambiti della Chiesa: mentre si continuano a ripensare, approfondire, aggiornare le forme del passato, è sempre possibile rivitalizzare anche le pratiche più tradizionali, cercando di ancorarle al Vangelo, ad un cristianesimo il più genuino possibile, e quindi facendo sprigionare da esse una chiara valenza comunitaria e sociale. a cura della redazione Dl Ecclesia in Asia Nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Asia il Papa ricorda che proprio in questo Continente Gesù è nato, morto e risorto. Ed è davvero un mistero — scrive il Papa — che qui egli sia rimasto fino ad oggi largamente sconosciuto. Ma Giovanni Paolo Il nutre la speranza che nel prossimo millennio l’ Asia sarà terra di una messe abbondante. Per questo l’evangelizzazione deve essere una priorità assoluta per queste Chiese. Come annunciare il Vangelo in Asia? Gli abitanti di questo Continente, culla delle più grandi religioni, hanno un intenso desiderio di Dio e posseggono grandi valori spirituali come la contemplazione, l'umiltà, il silenzio, l’armonia, la semplicità. I padri sinodali hanno osservato che proclamare Gesù quale unico Salvatore può presentare — pag. 27 — attualità ecclesiale 25 particolari difficoltà nelle culture asiatiche, per le quali ci sono molteplici manifestazioni del divino che mediano la salvezza. Il Papa precisa che la salvezza giunge per grazia anche per quanti non professano esplicitamente la fede in Gesù. E lo Spirito sparge costantemente semi di verità e di bene fra tutti i popoli e nelle loro religioni e culture. Lo Spirito assume un ruolo di preparazione all’accoglienza di Gesù che esplicitamente deve essere proclamato come il solo ed unico Salvatore. Ogni persona ha infatti il diritto di udire la Buona Novella di Dio che rivela e dona se stesso in Cristo. La Chiesa proclama tutto ciò, rispettando la libertà di ogni persona dal momento che la fede richiede sempre una libera risposta da parte dell’individuo. I diversi modi dell’annuncio C'è un approccio asiatico, una pedagogia per introdurre le persone passo dopo passo alla piena appropriazione del mistero di Cristo. Così c’è un linguaggio adatto che inizialmente può presentare Gesù come Maestro di Sapienza, il Guaritore, l’Illuminato, l’Amico compassionevole dei poveri, la Guida spirituale. Gli aspetti dell’evangelizzazione quali la testimonianza, il dialogo, l’annuncio, la conversione, l’integrale sviluppo umano possono procedere come a tappe. E legittimo proporre gradualmente Cristo, ma alla fine è la completa verità su Gesù che deve essere annunciata e l’accettazione della fede da parte di una persona deve basarsi su una comprensione certa di Gesù. Il Papa a questo punto sottolinea l’importanza dell’autonomia delle Chiese orientali cattoliche, sempre in comunione con la Chiesa universale, nel percorrere le vie dell’evangelizzazione. Gli evangelizzatori L’Asia crede più ai testimoni che ai maestri, più alla santità della vita che agli argomenti intellettuali. Per questo il Papa esorta tutti i cristiani a dare un’esemplare testimonianza dell’amore di Dio. E cita madre Teresa di Calcutta. La Chiesa in Asia è molto attiva nel campo sociale e opera a favore degli emarginati, i diseredati, gli ultimi. Nello stesso tempo, proprio per parlare con il linguaggio asiatico, il cristiano deve imparare ad essere sempre di più un contemplativo, una persona di preghiera. Il futuro della missione — scrive con forza il Pontefice — dipende in grande misura dalla contemplazione. Un fuoco infatti non può essere acceso che mediante qualcosa che sia esso stesso infiammato. La promozione sociale In Asia milioni di persone soffrono discriminazione, sfruttamento, povertà ed emarginazione. Le principali vittime appaiono soprattutto le donne, i bambini, le popolazioni indigene. La Chiesa si fa voce per i senza voce, voce di libertà e di pace e offre per questo la sua collaborazione a tutte le altre religioni e a tutte le persone di buona volontà. Il Papa nota comunque che il cittadino asiatico sta diventando sempre più cosciente della propria dignità e opera sempre di più per cambiare le strutture ingiuste. Gli appelli finali Lancia poi una serie di appelli: per la libertà religiosa, in particolare in Cina, dove i fedeli cristiani offrono una testimonianza silenziosa ed eroica sotto le persecuzioni. Per la pace in Terra Santa. Per la fine delle sofferenze in Irag, dove continuano a morire tante vittime innocenti soprattutto tra i piccoli a causa. dell’embargo. Per la riduzione o la cancellazione del debito estero e per una campagna contro la corruzione di chi gestisce il potere. Contro l'incremento degli arsenali di armi di distruzione di massa definito immorale. Per una globalizzazione economica nella solidarietà. Per la pace nel mondo, perché la Chiesa è fermamente convinta che la guerra non solo non risolve i problemi umani, ma li moltiplica. In Asia come ovunque la Chiesa, a imitazione del suo Maestro, annunziando la Buona Nuova, si pone a servizio della persona umana. S.C. Gen's 1/2000 — pag. 28 — 26 esperienza Flash di vita dl Insieme è meglio Mi chiamo Wolfgang Schneck, ho 44 anni e dal settembre del ‘94 sono parroco a Mindelheim, ca. 60 km da Monaco di Baviera. Prima lavoravo nella pastorale giovanile e mi trovavo bene, ma da sempre avevo il desiderio di convivere con altri sacerdoti. Da tante esperienze avevo capito quanto sia vero che un’azione fatta in unità, vale molto di più che fatta da solo. Già da seminarista avevo conosciuto i giovani del Movimento dei focolari e dopo l’ordinazione sacerdotale cercavo di sperimentare questo stile comunitario di vita anche con i sacerdoti. Ci incontravamo una volta la settimana, ma mi rimaneva sempre vivo il desiderio della vita communis. E dopo dieci anni la mia speranza è divenuta realtà. Un sogno realizzato Nella cittadina di Mindelheim, nella Baviera in Germania, si cercavano un nuovo parroco, un cappellano e anche un sacerdote che seguisse i giovani delle 94 parrocchie del circondario. Il vescovo ed i suoi consiglieri hanno accettato la nostra proposta ed adesso con me vivono due giovani sacerdoti di 33 anni. Bisogna dire che questi due con cui abito non fanno parte del Movimento dei focolari ma, stando insieme, ne hanno conosciuto e apprezzato lo spirito. Tante volte anche tra noi sacerdoti è difficile mostrare quello che sentiamo dentro. In seminario non s'impara ad esprimere i propri sentimenti o a raccontare un’esperienza fatta Gen's 1/2000 con la Parola di Gesù. Questo allora è la prima cosa da apprendere: vivere la Parola e metterne in comune i frutti. Non basta mettersi insieme perché automaticamente ci sia uno spirito di comunione o, come diciamo tra noi, ci sia Gesù in mezzo. È uno stile di vita evangelica che bisogna imparare. Ed anch’io, dopo anni, continuo sempre ad apprendere. Per questo mantengo vivi i contatti col Movimento, che per me è una continua scuola di vita. Ora siamo arrivati al punto che apertamente parliamo di Gesù, delle esperienze fatte durante il giorno, e abbiamo imparato a guidare il nostro agire alla luce della Parola di Dio. Oggi ci diciamo anche l’espressione: “Teniamo Gesù in mezzo”. E la nostra unità s’irradia nella parrocchia. Come filmare Gesù oggi? Nella primavera dell’anno 1997 un’équipe della televisione ha registrato un film con il titolo: “Insieme invece che soli”, un film di 45 minuti che è stato mandato in onda nei paesi di lingua tedesca, suscitando tanti echi positivi. Per tre mesi la nostra vita é stata osservata e ripresa. I membri dell’équipe della TV ponevano ripetutamente la domanda: perché vivete insieme? Dopo aver esposto tante ragioni pratiche, che loro potevano facilmente capire, un giorno Adalbert ha risposto: «Viviamo insieme perché crediamo in Gesù Cristo risorto e presente in mezzo a noi uniti nel suo nome». La reazione è stata interessante. La regista e il suo team dopo qualche giorno avevano di noi una buona impressione ed erano molto interessati a guardare dentro le pareti di una — pag. 29 — esperienza 27 casa parrocchiale, ma su questo “Gesù in mezzo” la regista ci faceva notare: «Noi siamo abituati alle immagini, dobbiamo produrre immagini, cose da vedere. Se noi possiamo filmare questo “Gesù in mezzo a voi”, bene; altrimenti non possiamo mettere questo argomento nel film». Mi sono ricordato dell’apostolo Tommaso che diceva quasi la stessa cosa dopo la resurrezione: «Se non posso vedere, non credo». Questa sfida ci ha costretti a vivere di più il Vangelo, a far vedere l’invisibile. Il team della TV ha voluto mostrare nel film la nostra vita quotidiana: da quando ci alziamo al mattino, a come prepariamo la colazione e affrontiamo le diverse attività del giorno fino alla sera. Noi non abbiamo una domestica. Così diversi lavori di casa dobbiamo sbrigarceli da noi; e lo vogliamo, perché proprio il tenere in ordine la cucina ed anche semplicemente innaffiare i fiori, sono esercizi utili per imparare la reciprocità. In genere io mi alzo per primo e preparo la colazione. L'ho fatto per un certo tempo, ma dopo tutti hanno capito la reciprocità e adesso ci si dà il cambio. Martin è spesso fuori con i giovani. Il suo lavoro finisce tardi. Tante volte lo aspettiamo per sentire come è andata la giornata. Impariamo a raccontare le cose: non si fa solo un elenco di dati, ma si dice anche come Gesù è vissuto ed ha influito in ciascuno durante la giornata. Qualche volta Martin non torna a casa, perché ha una giornata o un week-end con i giovani. È chiaro che spesso ci telefoniamo per assicurarci che siamo uniti l’uno all’altro e rassicurarci che Gesù è in mezzo a noi. Se arriva un nuovo studente dal seminario per condividere per un periodo la nostra vita, ognuno è pronto a cambiare le cose. Si cerca di capire il gusto del nuovo arrivato, cosa porta di mobili, quadri, dove gli piace dormire. Così ho cambiato stanza già per la quarta volta, e si sono cambiati i quadri ed altre cose in casa nostra. Il nuovo è preso sul serio come persona e non come un aiutante. Come reagiscono i parrocchiani? All’inizio vi era una certa paura che i tre giovani sacerdoti fossero troppo progressisti, ma questa paura subito è sparita. Sì, noi abbiamo tante idee ma cerchiamo di capire prima i nostri parrocchiani. Pensando dal punto di vista degli altri, si ha una luce nuova che annulla in loro il timore del nuovo. Un falegname aveva costruito un ambone per la chiesa. Secondo il nostro gusto non era riuscito bene e per me era troppo alto. Tagliarlo o dipingerlo sarebbe stato un’offesa all’artista. Abbiamo capito insieme che dovevamo fare con questo ambone una cosa più bella. È nata l’idea di farne un "trono per la Parola". Adesso è collocato in un posto molto bello nella chiesa e serve per mostrare il Vangelo aperto ai fedeli. Così altri cambiamenti fatti in questa maniera in parrocchia sono stati accettati senza difficoltà. Sentiamo che i conservatori ed anche i progressisti ci prendono sul serio e i rapporti si approfondiscono e si moltiplicano. Siamo tre preti, quindi come tre piste per entrare in contatto con la realtà parrocchiale. Questo esige che dobbiamo per forza essere una sola cosa tra di noi. Ogni disunità produrrebbe effetti negativi tra la gente. Unità nella diversità Noi tre siamo molto differenti. Questo si vede anche nei nostri vestiti. Martin veste leggero e con diversi colori. In occasione di grandi feste usa anche la talare. Io invece mi vesto abitualmente in forma un po’ più ufficiale. Il terzo ha una preferenza per le cravatte. Spesso ci chiediamo se questo o quel vestito è un segno di rispetto per le persone che incontriamo. È bello che su questo si può parlare apertamente. Martin per esempio qualche volta l'abbiamo convinto a cambiarsi, perché non eravamo pienamente d’accordo con il suo modo di presentarsi. Gli inviti ufficiali dei rappresentanti politici o per un’inaugurazione vengono inviati a me con il chiaro intento che sia il parroco ad intervenire. Ma a causa dei tanti impegni non è possibile dire sempre di sì. Allora il parro- Gen's 1/2000 — pag. 30 — 28 esperienza co si scusa per non poter andare. Ma ora ci siamo divisi gli impegni e riceviamo solo echi positivi in quanto le persone hanno l’impressione che è il parroco ad essere presente. Soprattutto da parte delle persone della comunità, avvertiamo che sono contenti della nostra unità nella diversità. Tutti i giorni a casa arrivano tante cose: frutta, marmellata, inviti a pranzo, soldi. Alcuni vogliono aiutare in vario modo, come lavare e stirare la biancheria, curare il giardino o aiutare nella pulizia della chiesa. Cresce così il numero di persone con cui siamo in contatto e non raramente siamo invitati alle loro feste anche dai cosiddetti “lontani”. Con i sacerdoti anziani Nella cittadina adesso vi sono quattro parroci emeriti, cioè il mio predecessore con il quale c’è un bellissimo rapporto e altri tre. Essi ci aiutano in tante occasioni. Uno perfino si sentiva così attratto che non voleva più partire anche se aveva comprato in Svizzera una casa ove trasferirsi. Quando è possibile ci incontriamo tutti insieme, così la famiglia dei sacerdoti si allarga. E nato il desiderio di curare noi la tomba dei sacerdoti. Se io sono al cimitero, che da noi non è lontano dalla chiesa, per curare i fiori, la gente spesso si ferma e scopre che anche noi abbiamo una parentela e una tomba da curare come loro, e che la famiglia dei sacerdoti va oltre la morte. Naturalmente è molto importante per noi l’unità con il vescovo. Un giorno siamo stati ad Augsburg, dove egli abita. Festeggiava l’anniversario della sua nomina. Spontaneamente si decideva di andare da lui per congratularsi. Altri sacerdoti che erano con noi dicevano di no, perché temevano che ci fosse tanta gente. Ma quando siamo arrivati non c’era nessuno, ed il vescovo si è trattenuto tanto tempo con noi. Nei mass media La nostra vita è diventata così interessante da finire nei mass media. Non abbiamo una Gen's 1/2000 casa per le riunioni. Così tanti gruppi vengono nella casa parrocchiale. Per noi significa dover essere molto aperti e anche pazienti, ma la gente è contenta perché così può guardare all’interno della casa parrocchiale. Il giornale della regione ha pubblicato una nostra foto sui pattini, perché per fare un po” di sport abbiamo comprato dei pattini in line scates. Questo ha suscitato interesse in tanti altri giornali, anche di una certa importanza in Germania, come pure in stazioni radio e TV. Dopo la notizia sensazionale per la stampa dei preti sui pattini volevano conoscere la nostra vita normale. La domanda che ci ripetevano sempre: «Ma come vivete?». Martin ha raccontato come fa la cucina, come amministriamo i soldi, come passiamo il Natale, ece.. Le reazioni hanno dimostrato che non c’è bisogno di fare réclame per Gesù in mezzo: è la vita che lo mostra. La radio della regione ci ha invitati a mandare in onda un breve pensiero ogni giorno. Queste trasmissioni durano solo un minuto, ma la preparazione è intensa. Uno prepara un testo, poi lo legge con un altro e viene limato, finché arriva alla registrazione in studio. Vediamo che è bene spendere questo tempo per i mass media. La fonte Per le cose pubbliche più impegnative ci facciamo aiutare dai focolarini di Ottmaring. Questo tra l’altro è sempre un’occasione per immergerci nella spiritualità collettiva. Infatti senza questo legame con la fonte del carisma dell’unità non sarebbe possibile vivere sempre con nuovo slancio e forse ci mancherebbero idee e forze. Gli altri che vivono con me colgono qui, nella normalità della vita di altre persone, questa presenza di Gesù nella comunità e poi ne sperimentano personalmente i frutti, sentendo l’esigenza di una preghiera più profonda e sperimentando una grande gioia interiore. Wolfgang Schneck — pag. 31 — PERCHE TUTTI SIANO Fu questa la prospettiva del Congresso internazionale di seminaristi che, nel dicembre 1998, ha riunito nei pressi di Roma 800 studenti ed una trentina di formatori. Ad un anno di distanza, che cosa si può dire della vita di questi giovani? Numerosi fatti testimoniano come molti siano tornati con uno sguardo nuovo nei loro ambienti. Dove prima si scorgeva semplicemente un dolore in famiglia, un incidente o un compagno in difficoltà, ora si ravvisa un volto di Gesù crocifisso. E quindi ci si sente spinti a mettere in moto tutta le proprie risorse di donazione. E stato possibile, in questo modo, affrontare malattie serie senza rimanerne schiacciati, non lasciarsi scoraggiare dal prolungato rifiuto della propria scelta vocazionale da parte dei genitori, privarsi delle proprie sicurezze per aiutare chi era in necessità. E tutto questo non a malincuore, ma con gioia. Nei seminari, a partire dalla scelta di Gesù crocifisso, si è costruita la comunione, dedicandosi ai nuovi arrivati ed ai compagni stranieri; si sono superate situazioni di emarginazione con un di più di amore; si sono condivise fatiche e beni. Ed in modo speciale si è costruito il rapporto fra i diversi Movimenti, in maniera che la molteplicità delle vie non vada a scapito dell’unità, ma risulti piuttosto di arricchimento per tutti. Particolarmente significativa è stata l’esperienza in campo ecumenico. Continuano, in Romania, Germania e Svezia, i contatti con i nostri amici ortodossi ed evangelici-luterani avviati al ministero nelle loro Chiese. Con speciale impegno si è vissuta la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Durante l’estate, un gruppetto di seminaristi è stato a Istanbul. Altri fatti si sono svolti in Germania e in Terra Santa. Ne riferiamo per esteso sulle prossime pagine. L’anelito all’unità, che sale dal cuore del Crocifisso, ha suscitato nuova attenzione pure nei confronti delle grandi religioni. E che dire di quei Paesi in cui regnano guerra o povertà? Per la verità, non sempre è facile avere notizie da quelle nazioni. In EI Salvador, qualcuno dei nostri amici incontra ed ama Gesù crocifisso nelle famiglie povere che stanno lentamente risollevandosi dalle conseguenze dell’uragano Mich. In Burundi numerosi seminaristi si pongono decisamente al di là delle divisioni etniche e sono in mezzo a tutti elemento di riconciliazione ed unità. Se poi si pensa ai numerosi incontri di seminaristi che si sono svolti in questi mesi — dal Madagascar alla Corea ed al Mali (per ricordarne solo qualcuno) — si costata che c’è un notevole fermento nel mondo dei seminari, volto a rendere sempre più concreta la prospettiva di una presenza della Chiesa che sia a tutti gli effetti lievito di unità. « G esù crocifisso e abbandonato: ponte fra Cielo e terra». Notizie dal mondo dei seminari - 23 a cura della segreteria internazionale del movimento gens un anno dopo Gen's 1/2000 - 29 — pag. 32 — Che siano UNO A contatto con il mondo ortodosso Istanbul. Per 17 giorni quattro seminaristi e un sacerdote, cattolici, provenienti dall’Italia, dalla Slovacchia e dalla Germania, nel mese di luglio hanno vissuto un’avventura unica sulle sponde del Bosforo, a contatto con la Chiesa ortodossa che qui ha un suo importante centro nella veste del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Ore indimenticabili in Santa Sofia che, con i suoi spazi secolari, si presenta come un grandioso inno al mistero dell’Incarnazione, e ricordo del grande Patriarca Atenagora I nel cimitero che ne custodisce la tomba. Gita all’Isola di Chalki dove si trova l’ Accademia teologica del Patriarcato, purtroppo chiusa, e, culmine di tutto, un dialogo di 25 minuti con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il quale si fa raccontare quanto opera la spiritualità dell’unità fra i seminaristi, per poi formulare una precisa esortazione: Non cessate di lavorare per la Chiesa, per l’ecumenismo, per l’unità! Dopo aver espresso tutta la sua stima per il Movimento «Predisporci al sacrificio dell'unità significa mutare il nostro sguardo, dilatare il nostro orizzonte, saper riconoscere l'azione dello Spirito Santo che opera nei nostri fratelli, scoprire volti nuovi di santità, aprirci ad aspetti inediti dell'impegno cristiano». Giovanni Paolo Il (18.1.2000) Gen's 1/2000 - 30 dei focolari, invita quel gruppetto a tornare ancora: Questa è la vostra prima visita a Costantinopoli, ma spero che non sia l’ultima. Un giorno di speranza Gerusalemme. Il 9 dicembre 1999 per un gruppetto di nostri amici nel seminario latino di Beit Jala è un giorno speciale. In occasione della visita in Terra Santa di 26 Vescovi amici del Movimento dei Focolari ortodossi, siro-ortodossi, anglicani, evangelici-luterani e cattolici, nell’ Ecumenical Institute di Tantur si svolge un pomeriggio d’incontro per il quale sono invitate personalità delle varie chiese presenti a Gerusalemme. L'adesione è numerosa e qualificata: 150 i presenti, tra cui numerosi Vescovi, appartenenti a 11 Chiese. Nei vari servizi da svolgere sono impegnati anche i nostri amici i quali rimangono ben sorpresi dalla testimonianza di unità che si svolge davanti ai loro occhi. Una breve presentazione dei Focolari, interventi di Vescovi di varie Chiese sul loro incontro con questo spirito e sugli effetti che esso ha avuto nella loro vita e nel loro ministero, la video-registrazione di un discorso di Chiara Lubich sui capisaldi di una spiritualità ecumenica e una Preghiera finale, durante la quale si legge, nella lingua delle varie tradizioni cristiane rappresentate (armeno, siriaco, greco, etiopico, copto, latino,...), il capitolo 17 di Giovanni e che si conclude con preghiere d’intercessione formulate da esponenti delle diverse Chiese. Tutto è pervaso da un forte soffio di comunione che riempie i cuori di gioia e fa sì che ci si trattenga ancora a lungo durante il successivo rinfresco. Per Gerusalemme, un giorno di speranza! Nei luoghi della firma della Dichiarazione congiunta Ù Ottmaring- Augsburg. Nelle vacanze natalizie una settantina di seminaristi di 19 nazioni si sono dati appuntamento nei pressi di Augsburg, la città dove, il 31 ottobre (segue a pag. 32) — pag. 33 — Chiara Lubich Il volto di Gesù crocifisso Ss ovente si ama Gesù crocifisso soltanto nei momenti di sofferenza. Come far sì che egli sia di continuo il nostro compagno di viaggio? Se voi vivete la spiritualità dell’unità ed orientate la vostra vita a Gesù abbandonato, lo troverete dappertutto. Gesù dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». La prima cosa da fare è dunque rinnegare se stessi, attraverso l’esercizio di tutte le virtù. (...) Ci sono, poi, tanti dolori nella vita: malattie, disgrazie, insuccessi. Anche qui si tratta di scoprire e di amare Gesù abbandonato. Troviamo il suo volto pure nelle persone deluse, amareggiate, scoraggiate, nei disgraziati, traditi, falliti, negli orfani e nelle vedove... Tutti loro in qualche modo assomigliano a Gesù abbandonato e ciò ci spinge ad amarli. Troviamo Gesù abbandonato, ancora, nei dolori della chiesa. Ci sono porzioni del popolo di Dio tremendamente colpite dalla persecuzione. (...) Ma poi ci sono anche tante spaccature nella Chiesa e c’è, soprattutto, la divisione fra i cristiani che fa sì che la chiesa non sia bella come Gesù la voleva. Abbracciando Gesù abbandonato in queste lacerazioni, noi possiamo aiutare a superarle. (...) Gesù abbandonato ci fa guardare anche ai fedeli delle altre religioni. Gesù è morto per tutti, e quindi dobbiamo amare tutti, mussulmani, buddisti, induisti..., e raccogliere così, come Maria sotto la croce, con un cuore di madre, tutti coloro per i quali Gesù ha dato la vita redimendoli. E c’è infine tutta la fascia di coloro che non credono. Bisogna amarli, “farsi uno” anche con loro, condividere quei valori che hanno in comune con noi, come la legalità, la libertà, la solidarietà, finché arriverà la fede. Non è quindi cosa da poco amare Gesù abbandonato. Si tratta di spendere la vita per il mondo intero! Per cui non ci si può certo ripiegare su qualche sofferenza personale. Tutti i dolori del mondo sono nostri, perché siamo cristiani, siamo seguaci di Cristo. E un programma immenso. E sapete quale ne è l’effetto? Abbracciando tutto il giorno Gesù abbandonato — questa è un’esperienza del Movimento dei focolari —, avrete il cuore pieno di Spirito Santo. Ed egli vi sarà molto vicino, sarà molto propenso ad aiutarvi. Quando dal petto squarciato di Gesù sono usciti acqua e sangue — dice l’esegesi dei Padri —, si è riversato lo Spirito sulla Chiesa rappresentata ai piedi della croce da Maria e Giovanni. C'è quindi un collegamento fra la croce e lo Spirito Santo. Al congresso internazionale di seminaristi, Castel Gandolfo, 31.12.98 Gen's 1/2000 - 31 — pag. 34 — Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: (segue da pag. 30) scorso, luterani e cattolici hanno firmato solennemente la Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della giustificazione. Ad accoglierli per quattro giorni è stata la cittadella ecumenica di Ottmaring dove ha avuto sede la segreteria organizzativa del recente avvenimento e che, in fatti d’ecumenismo, vanta una storia ormai trentennale. Sin dal 1968, infatti, qui convivono membri del Movimento dei focolari e della Fraternità evangelica della vita comune, in tutto ca. 150 persone, ed offrono alla cristianità una testimonianza quotidiana di comunione nel vivere insieme il vangelo. Conoscere da vicino le varie espressioni ed attività della cittadella, partecipare ogni sera alla Preghiera ecumenica cui danno vita gli abitanti, assistere — tanti per la prima volta — alla celebrazione della Cena evangelica e venir informati di prima mano sul recente accordo di Augsburg e sulle prospettive di speranza legate ad esso, ha impresso nei cuori di tutti come un sigillo: una nuova e concreta ansia per l’unità dei cristiani. A contatto con “il dialogo della vita” che è in atto ad Ottmaring, si è capito con chiarezza che il lavoro per la causa della piena comunione visibile dei cristiani non può rimaner confinato nelle commissioni di esperti né portato avanti unicamente dai responsabili delle chiese, ma che è indispensabile un ecumenismo che coinvolga l’intero popolo cristiano. La città di Augsburg ne diventa sempre più un simbolo luminoso. A conclusione del secolo, nella serata del 31 dicembre, le due chiese — luterana e cattolica — nel centro-città non hanno dato vita a celebrazioni particolari, ma si sono ritrovati insieme dapprima per la celebrazione dei Vespri nella storica chiesa di St. Ulrich e poi, i giovani, in attesa della mezzanotte, nella cattedrale. ° stato ultimato in questi giorni il video-docu- . mentario Ponte fra Cielo e terra: nuova generazione sacerdotale davanti alle sfide di oggi. Più che proporre una sintesi dell’omonimo Congresso, il filmato ne presenta la prospettiva di fondo con il linguaggio della cinematografia: Gesù crocifisso ed abbandonato Un video-documentario Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen’s 1/2000 - 32 come modello del sacerdote. In una trama vivace e ricca, per 35 minuti si avvicendano interviste e testimonianze a raggio mondiale con immagini che ricordano momenti salienti dell’Incontro, come l’udienza con il Santo Padre e l’incontro-dialogo con Chiara Lubich. Dopo aver ricordato, in apertura, la fioritura dei nuovi Movimenti ecclesiali come uno dei fattori di speranza per la Chiesa alle soglie del 2000, il documentario si sofferma sulla scoperta di Gesù crocifisso e abbandonato agli inizi del Movimento dei Focolari, per evocare poi, fatti alla mano, i frutti che questo punto-chiave della spiritualità dell’unità va portando nella vita di numerosi sacerdoti e seminaris mondo in cui vengono meno i punti di riferimento, e la via per costruire la comunione ecclesiale anche nelle circostanze più difficili. . Emerge così l’identità del sacerdote in un Per far richiesta del video, che sarà tradotto presto nelle principali lingue e che può servire non soltanto nell’ambito dei seminari e della vita sacerdotale, ma anche per cineforum e nella pastorale vocazionale, rivolgersi alla Segreteria internazionale del Movimento gens (contributo spese: Lit. 60.000). — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi degli abbonati fanno parte dell'archivio della rivista Gen! gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. es rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. 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