gen’s 2000/2 – La salute Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2000-2-la-salute/ — pag. 1 — gens Editoriale La salute dell’uomo Giovanni Paolo Il Quale modello di salute? Ghiara Lubich L’amore risana a cura della redazione IlVangelo e la salute Renato Chiera Mi sento stanco, anzi sfinito... Mario Bodega Ogni giorno della vita è un dono Silvano Cola L'uomo del:dialogo. Chiara Lubich Il Paradiso Spedizione in abbonamento postale - art. 2 SIOMIO XK comma 20 / C legge 662 / 96 - filiale di Roma marzo-apri ile — pag. 2 — 33 35 49 51 SS 57 61 EDITORIALE MESSAGGIO SPIRITUALITÀ TESTIMONIANZA ESPERIENZA ESPERIENZA LA CHIESA NEL MONDO FLASH DI VITA DIALOGO CON I LETTORI MONDO DEI SEMINARI La salute dell’uomo Silvano Cola Quale modello di salute? Giovanni Paolo II L’amore risana Valore del corpo, malattia, anzianità, morte e resurrezione, alla luce della spiritualità dell'unità Chiara Lubich Il Vangelo e la salute Nella fazenda la vita gira intorno a Parole estratte dalla Bibbia, Parole antiche ma che nella convivenza sprigionano un dinamismo sorprendente e innovatore a cura della redazione Mi sento stanco, anzi sfinito... Riposare, quando è il momento, ha lo stesso valore, la stessa sacralità del pregare Renato Chiera Ogni giorno della vita è un dono Ogni cristiano “completa in se stesso quel che manca alla passione di Cristo” per il bene dell'umanità Mario Bodega ” Giubileo a Gerusalemme Graziano Motta Convegno ecumenico di vescovi in Giordania a cura della redazione L’uomo del dialogo Silvano Cola Ama per primo Gerhard Bauer e Martin Gogler Il Paradiso Chiara Lubich Notizie dal mondo dei seminari - 24 a cura della segreteria internazionale del movimento gens dida i nl RAI Pe ri ci Mica a ica eli asia — pag. 3 — editoriale La salute dell’uomo D io ha rivelatose stesso per mezzo del Figlio, lo stesso Figlio per mezzo del quale ha fatto anche il mondo e l’uomo. Ma “questo Figlio è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (cf Eb 1, 2-3), e l’uomo, fatto per mezzo di lui, è “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1, 26-27), irradiazione e impronta, insomma, del suo Essere. Ormai si concorda, generalmente, che l’essere umano è costituito da tre componenti: lo spirito, la psiche (o anima) e il corpo, e che non esiste un “umano” o solo corpo, 0 solo anima o solo spirito. L'essere umano è dunque una totalità, una unità di diversi, come lo era anche l’uomo Gesù. Unità di diversi, ma ben distinti tra loro, senza confusione. La differenza tra noi e lui, in quanto uomo, non è data da altro che, mentre in lui tutto era unificato e uno — l’aspetto biologico rispondeva ed era in armonia con lo psichico e lo spirituale, lo psichico con lo spirituale e il biologico, lo spirituale in armonia e unificante lo psichico e il biologico —, noi siamo, chi più chi meno, limitati già in ogni componente e sperimentiamo la dissociazione tra i componenti stessi; per cui sentiamo, come san Paolo, che per quanto la mente (lo psichico) sia interiormente d’accordo con la legge di Dio (lo spirituale) , un’altra legge tende a renderci schiavi della legge del peccato (cf. Rm 7, 14-25); senza contare che spesso anche lo psichico è guasto e non trova l’accordo con lo spirituale. Sia la medicina, sia la psicologia, sia i maestri di spirito hanno già formulato terapie dette olistiche, o della totalità, ma quasi sempre limitatamente alla propria disciplina: si prendono cura dell’essere umano, è vero, e non solo dei sintomi o organici o psichici o spirituali, ma raramente hanno formulato terapie che lo vedano globalmente nel suo insieme di spirito, psiche e corpo. La psico-somatica ha visto l’interdipendenza di due componenti, le più osservabili sperimentalmente, ed ha fatto un grande passo avanti; ma se ascoltiamo l’esperienza di san Paolo, dovremmo dar credito alla sua testimonianza espressa con queste parole: “(è) la legge dello Spirito che mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (psichica e biologica). Queste parole bisogna intenderle: non si dice che lo Spirito elimina le malattie psichiche e fisiche, ma che ci può rendere liberi da esse, ossia non più condizio- Gen's 2/2000 — pag. 4 — 34 editoriale nati da esse, capaci di non lasciarci chiudere in noi stessi quasi che fossimo il centro dell’universo, ma di continuare ad aprirci agli altri secondo la legge dell’amore, perché è proprio l’amore che ci viene comunicato dallo Spirito (cf. Rm 5, 5). Ma avendo lo Spirito, oltre al potere liberante — che oltretutto è la migliore collaborazione alla guarigione perché decondiziona lo spirito e la psiche — anche quello unificante, Egli “dà la vita” (Rm 8, 10-11), ossia dà senso anche alle malattie, illuminandole con le leggi fondamentali della vita, quelle stesse che hanno portato Gesù al mistero della morte e della risurrezione e che permettono a noi di vivere ad ogni attimo l’autentico mistero pasquale: il passare dalla morte alla vita attraverso l’amore e arrivare, come Lui, alla “perfetta statura” di Uomo. Il testo di Chiara Lubich (pp. 36-43) a me è parso una Summa della visione evangelica dell’armonia dell’essere umano, e della legge psicologica della personalizzazione che include anche il rapporto con la sofferenza, sia essa organica o psichica o spirituale. S.C. Gen's 2/2000 — pag. 5 — messaggio 35 Quale modello di salute? G esù non ha solo curato e guarito i malati, ma è anche stato un instancabile promotore della salute attraverso la sua presenza salvifica, l'insegnamento, l’azione. Il suo amore per l’uomo si traduceva in rapporti pieni di umanità, che lo conducevano a comprendere, a mostrare compassione, a recare conforto unendo armonicamente tenerezza e forza. Egli si commuoveva di fronte alla bellezza della natura, era sensibile alla sofferenza degli uomini, combatteva il male e l’ingiustizia. Affrontava gli aspetti negativi dell’esperienza con coraggio e senza ignorarne il peso, comunicava la certezza di un mondo nuovo. In Lui, la condizione umana mostrava il volto redento e le aspirazioni umane più profonde trovavano realizzazione. Questa pienezza armoniosa di vita egli vuole comunicare agli uomini di oggi. La sua azione salvifica mira non solo a colmare l’indigenza dell’uomo, vittima dei propri limiti ed errori, ma a sostenerne la tensione verso la completa realizzazione di sé. Egli apre davanti all’uomo la prospettiva della stessa vita divina: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). (...). In questo contesto, i credenti sono chiamati a sviluppare uno sguardo di fede sul valore sublime e misterioso della vita, anche quando essa si presenta fragile e vulnerabile. «Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso, e proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà». (Evangelium vitae, 83). È un compito, questo, che investe particolarmente gli operatori sanitari: medici, farmacisti, infermieri, religiosi e religiose, amministratori e volontari che, in virtù della loro professione, a titolo speciale sono chiamati a essere custodi della vita umana. Ma è compito che chiama in causa anche ogni altro essere umano. «La domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà, di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno». (/bid., 67). (...). Proprio perché la salute non si limita alla perfezione biologica, anche la vita vissuta nella sofferenza offre spazi di crescita e di autorealizzazione ed apre la strada verso la scoperta di nuovi valori. (...). Questo modello di salute impegna la Chiesa e la società a creare un’ecologia degna dell’uomo. L'ambiente, infatti, ha una relazione con la salute dell’uomo e delle popolazioni: esso costituisce “la casa” dell'essere umano e l’insieme delle risorse affidate alla sua custodia e al suo governo, “il giardino da custodire e il campo da coltivare”. All’ecologia esterna alla persona, però, deve congiungersi un’ecologia interiore e morale, la sola adeguata ad un retto concetto di salute. Considerata nella sua integralità, la salute dell’uomo diventa, così, attributo della vita, risorsa per il servizio al prossimo ed apertura all’accoglienza della salvezza‘. Giovanni Paolo Il * Dal messaggio del Papa per l’ottava Giornata mondiale del malato. (11.2.2000) Gen's 2/2000 — pag. 6 — 36 spiritualità Valore del corpo, malattia, anzianità, morte e resurrezione, alla luce della spiritualità dell'unità L'amore risana di Chiara Lubich Meditando questo scritto ci pare di poter dire che la visione cristiana della vita in tutti i suoi aspetti ritorna alle sue origini bibliche più autentiche perché, ponendo al centro l’amore, la libera dall’influsso esercitato sul cristianesimo dalla cultura greca che, per valorizzare lo spirito, spesso portava a trascurare il corpo. Qui tutto l’essere umano, anche la sua componente corporale, è opera prima del Creatore e lo svolgersi delle varie fasi dell’esistenza, anche quelle più dolorose, è un camminare verso la pienezza della vita. 9 anno scorso abbiamo preso in considerazione la nostra vita spirituale, e in particolare quella riguardante ciascuno di noi come persona. E, sapendo che ogni aspetto del nostro vivere, conforme al carisma che ci è stato dato, è un’espressione della carità, dell’amore, che ci è infuso nei cuori dallo Spirito Santo, abbiamo dato a quel tema il titolo: «L'amore eleva». Approfondendo in esso i vari momenti giornalieri, che portano il nostro cuore verso Dio (la preghiera, la meditazione, l’unione con Lui), abbiamo tentato di spiegare come noi possiamo, per essi, venire purificati, nutriti, elevati, perfezionati, santificati. Quest'anno ci proponiamo di ripensare il quarto aspetto, ulteriore effetto dell'amore da Gen's 2/2000 noi vissuto: quello non tanto riguardante la vita della nostra anima, ma quella del nostro corpo. E il titolo del nuovo tema è: «L’'amore risana». Il quarto è un aspetto, quindi, attinente alla vita fisica, alla salute, a tutto il decorso della vita umana, che comprende anche le malattie e la morte, come pure la risurrezione; ed ha a che fare anche con il creato, di cui l’uomo è la sintesi. E, poiché vocazione di tutta l'Opera è l’amore, tutti i momenti della vita umana, e oltre, sono vissuti da noi nell'amore e come amore. Di ogni aspetto della nostra vita ideale sono raccolte nello Statuto generale, nei vari regolamenti e in diversi Vademecum — ora intitolati: “Come un arcobaleno” —, le principali idee, patrimonio che pensiamo donato dallo Spirito Santo al nostro Movimento, perché la sua vita sia conforme al piano di Dio. Per approfondirle occorre, quindi, coglierle lì. Qui, in una breve conversazione, potrò solo dare il senso delle cose, così come sono viste e si cercano di vivere fra noi. Mi avvalerò, come sempre, di spunti, idee, sottolineature, pensieri, illuminazioni avute nel tempo, sin dall'inizio. Ma quale importanza, in genere, diamo noi cristiani al nostro corpo? — pag. 7 — spiritualità 37 Ce lo dice Paolo VI: «(...) il corpo umano (...) è sacro. (...) Sì, il divino vi abita; (...) La vita umana è impregnata del pensiero di Dio. L'uomo è la Sua immagine. Di più: quando la grazia santifica l’uomo, il suo corpo non è soltanto lo strumento dell’anima e il suo organo, è anche il tempio misterioso dello Spirito Santo. (...) E come dire — continua Paolo VI — che una concezione nuova della carne umana si apre davanti ai nostri occhi; (...) che non altera affatto la visione della realtà fisica e biologica; al contrario, la illumina. La riempie di un’attrattiva nuova, (...) che supera l’attrattiva sensibile e quella estetica, che pure sono così reali e così forti, e molte volte così malvagie e fatali; un’attrattiva che, potremmo dire, mistica; un’attrattiva nuova, che né il piacere, né la bellezza suggeriscono, ma che l’amore del Cristo ispira»!. Della salute Il nostro corpo è un dono di Dio. Nel mondo è curato persino troppo alle volte e non certo per questo motivo. Ma quante volte è trascurato da noi persone al servizio di Dio, anche se consacrate! Eppure la vita che conduciamo, ad esempio, nel Movimento è stata regolata assai bene dallo Spirito Santo. Lo dicono, appunto, i nostri Statuti e i regolamenti. Ma quanta fatica si nota nell’applicarli. L’attivismo è sempre in agguato e vuole imperare. Ed è la salute che ha la peggio. Consola, ma non giustifica, il fatto che gli stessi santi, non di rado, si sono rovinati la salute, come sant’Ignazio di Loyola, anche se ciò gli fu di lezione per ordinare bene la vita dei suoi figli. Il non dar la necessaria cura al corpo porta necessariamente ad uno squilibrio fra quello che si dà allo spirito, e si è consumato di cervello e di anima, e quello che si dà al corpo, trattato spesso come un povero asino che si accontenta solo di tanto in tanto. Questi pensieri, nella nostra storia, sono stati spesso oggetto di preoccupazione per se stessi e per gli altri. Ecco cosa dice questo brano di diario di tanti anni fa. «Oggi ho capito che queste vacanze debbono essere proprio tali. Così mi sembra le desideri la volontà di Dio (...). Vorrei però facessero altrettanto i focolarini che riposano. Organizzarsi la giornata riempiendola di ciò che fa bene alla salute: dimenticare (in certo modo) il Movimento; mantenere vive (...) e meglio fatte le pratiche di pietà; poi passeggiate lunghe, ginnastica, remate sul lago, se c’è, giocate all’aperto o alla sera attorno al tavolo; vedere qualche documentario o film sani e distensivi. Tutto ordinato con un sonno abbondante e senza orari troppo fissi; relax anche giornalieri e mangiare bene. Il tutto perché (...) a noi Dio domanda (...) di tener bene questo corpo finché Lui vorrà, pronti ad offrirglielo alla chiamata»?. Ma ciò che aiuta più di ogni altra cosa la salute è la vita sempre ordinata. Così hanno sempre pensato i vari fondatori. Nella Regola dei Giuseppini del Murialdo si trova scritto: «La serenità della vita comunitaria è favorita (...) da una saggia organizzazione che assicuri ad ogni confratello tempi di preghiera, di lavoro, di studio e di sollievo». E noi abbiamo i sette aspetti che ci ordinano la vita. Della malattia Nel Movimento per quanto riguarda i suoi membri ammalati si ha questo pensiero. Quando qualcuno non sta bene, dobbiamo cercare tutti i modi, tutti i mezzi per guarirlo, perché la salute dei membri è un patrimonio dell’Opera. Nello stesso tempo, a chi è ammalato è chiesto il distacco dalla salute. Non solo. Egli è incoraggiato a vedere nella malattia e nella morte addirittura dei doni di Dio, perché Gen's 2/2000 — pag. 8 — 38 spiritualità espressione della sua volontà e quindi amore di Dio. Quando s’affaccia una qualche malattia noi siamo invitati a credere e a dire che tutto è amore, amore di Dio, ricordando santa Teresa di Lisieux che, allorché ebbe il primo sbocco di sangue, non sottolineò quel malanno, ma disse: «E arrivato lo Sposo». Ma, se la malattia e la morte sono amore di Dio, quale particolare significato esse hanno? Per noi le malattie sono espedienti, in mano alla Provvidenza di Dio, per cavare, dalla massa informe del nostro io, la figura di Gesù, Gesù. Siamo sempre stati attratti perciò dalla spiegazione che san Vincenzo de’ Paoli dà delle malattie. «Succede a noi — dice — come a un blocco di marmo con il quale si vuole fare una bella statua della Vergine. Che dovrà fare lo scultore per portare a termine l’idea che ha in mente? Dovrà impugnare il martello e togliere via da quel blocco tutto il superfluo. E per fare ciò comincia a colpire il blocco dall’alto, con ben assestati colpi..., tanto che direste che vuol spaccare tutto. Ma, dopo che ha tolto via il grosso, impugna un martello più piccolo e poi ancora lo scalpello per incominciare a modellare la figura in tutti i suoi particolari, e poi ancora altri strumenti sempre più delicati per dare alla statua quella perfezione che ha in mente. Dio usa la stessa tecnica anche con noi. Prendiamo una figlia della carità o un missionario. Prima che Dio li tragga dal mondo, vivono nella grossolanità e nella brutalità, come grossi blocchi di marmo. Ma Dio vuol farne delle belle statue e per questo comincia a lavorarli e a colpirli dall’alto con forti colpi di martello (...) Chi non sa vedere che le apparenze delle cose (nelle prove spirituali o fisiche) potrà dire che questa figlia è sfortunata; ma, se uno sa scorgere il disegno di Dio, vedrà che tutti questi colpi non sono vibrati che per dare una forma a quella bella idea»?. Nel Movimento si ha poi un proprio concetto dell’ammalato, degli ammalati. È scritto in un altro diario dell’aprile 68: Gen's 2/2000 «Noi, nel lavoro, nei trionfi... che quest'Opera esuberante e fiorente porta, siamo tentati alle volte di vedere nelle persone in sofferenza casi marginali da curare, da visitare, ma possibilmente da aiutare perché tornino al più presto all’attività, quasicché sia questo il primo nostro dovere, il centro della nostra vita. E invece no: quelli che fra noi soffrono, giacciono ammalati, muoiono sono gli eletti. Sono essi al centro della gerarchia d’amore del Movimento. Essi quelli che più fanno, più operano»*. E in altro momento si scrive: «Si vedranno negli ammalati delle ostie viventi, che uniscono il loro patire a quello di Cristo, dando così il migliore contributo allo sviluppo dell'Opera e della Chiesa»!. Anche Papa Giovanni XXIII era di quest'idea. Scriveva ad un Vescovo a riposo: «Ora il tuo compito è mutato (nei confronti della Chiesa): devi per essa pregare. E ciò non è meno importante dell’agire». | fondatori È bello e anche interessante accostarsi in questo momento a qualche regola di vita di altre famiglie religiose, per vedere come lo Spirito Santo è costante nel suggerire ai vari fondatori norme simili alle nostre. Nella Regola di san Benedetto, ad esempio, leggiamo al cap. XXXVI: «Degl’infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza d’ogni altra cosa (...)»f. Nella Regola non bollata di san Francesco sta scritto: «E prego il frate infermo di rendere grazie di tutto al Creatore e che quale lo vuole il Signore, tale desideri di essere, sano o malato, poiché tutti coloro che Dio ha preordinato alla vita eterna, li educa con i richiami stimolanti (...) così come dice il Signore: “Io quelli che amo, li correggo e li castigo”»?. È amore quindi la malattia, è tutto amore quello che fa soffrire, anche per san France- Sco come per Nol. — pag. 9 — spiritualità 39 Nel Movimento poi le malattie, col loro carico di sofferenze, sono viste come prove di Dio, per la prova finale: il passaggio all’ Altra vita. Si scriveva negli anni 60: «Dio, facendosi uomo, quindi mortale, nacque su questa terra per morire. Ed è questo il senso della vita: vivere come il chicco di grano il cui destino è morire e marcire per la vita vera ed eterna. (...) Dobbiamo vedere le malattie che ci colgono come gradini preparati dall'amore di Dio per scalare la vetta, prove per “la prova”: piccolo stato d’ostie, non perfettamente consumate, per il “consummatum est” completo che tutti attende. Così: mortali col Mortale per risorgere con Lui ed iniziare una Vita che non avrà termine. Signore, che il fare la tua volontà sia l’incenso che t’offriamo in questa “Messa” che prepariamo»*. Ed è noto lo scritto intitolato: “La Sua, la nostra Messa”. Parla del dolore. Forse è utile — in questo tema — riportarne una parte perché si può leggere, anche qui, il senso che hanno per noi malattie e sofferenze: «Se tu soffri e il tuo soffrire è tale che t’impedisce ogni attività, ricordati della Messa. Nella Messa Gesù, oggi come allora, non lavora, non predica: Gesù si sacrifica per amore. Nella vita si possono fare tante cose, dire tante parole, ma la voce del dolore, magari sconosciuta agli altri, del dolore offerto per amore, è la parola più forte, quella che ferisce il Cielo. Se tu soffri, immergi il tuo dolore nel suo: di’ la tua Messa; (...) e lascia scorrere il tuo sangue a beneficio dell’umanità: come Lui! La Messa! Troppo grande per essere capita! La sua, la nostra Messa»?. Dell’anzianità C’è un brano di tanti anni fa in uno dei nostri libri di spiritualità che fa capire anche il concetto che nel Movimento si ha per quella specie di malattia naturale che è l’anzianità. «Agli occhi di Dio, sarà più bello il bambino che ti guarda con occhietti innocenti, tanto simili alla natura limpida e tanto vivi, o la giovinetta che splende come la freschezza d’un fiore appena aperto, o il vecchio (...) quasi inabile a tutto, in attesa forse soltanto della morte? Il chicco di grano, tenue più d’un filo d’erba, aggrappato ai chicchi fratelli componenti la spiga, che attende di maturare e svincolarsi, solo e indipendente (...) è bello e pieno di speranza! È bello però anche quando, ormai maturo, è scelto fra gli altri, perché migliore, onde, sotterrato, dar vita ad altre spighe. (...) È bello, è l’eletto per le future generazioni delle messi. Ma quando sotterrato, avvizzendosi, riduce il suo essere in poca cosa, più concentrata, e lentamente muore, marcendo, per dar vita ad una pianticella, diversa da esso, ma che di esso contiene la vita, forse è più bello ancora. Bellezze varie. Eppure una più bella dell’altra. E l’ultima la più bella. Dio le vedrà così le cose? Quelle rughe che solcano la fronte della vecchietta, quel camminare curvo e tremolante, quelle brevi parole piene d’esperienza e di sapienza, quello sguardo dolce di bambina e donna insieme, ma più buono dell’una e dell’altra, è una bellezza che noi non conosciamo. (...) Gen's 2/2000 — pag. 10 — 40 spiritualità To penso che Dio veda così le cose e che l’appressarsi al Cielo sia di gran lunga più attraente che le varie tappe del lungo cammino della vita, che in fondo serve solo per aprire quella porta»!0. Della morte Non è per far pensieri neri — noi diciamo — ma d’oro, che pensiamo alla morte. (...) Più si apprezza e si approfondisce il dolore, più capiamo anche che la morte è l’ultima offerta di noi “sacerdoti regali”, qui sulla terra, quindi il culmine della nostra vita»!!. C’è anche gioia pensando alla morte. A volte nel Movimento la si vede come san Francesco: sorella morte. «La morte significherà — si trova scritto — se la misericordia di Dio ce lo concederà, vedere Maria, vedere Gesù. Come allora mettere lutto attorno a quel passaggio anche se (...) avviene nella cruda realtà d’una lunga o breve agonia o comunque nello sfacelo del guscio umano della nostra vita? (...) Che il Signore ci tenga sveglia questa visione nell’anima e accresca questa gioia. Nulla con essa potrà più far paura. Anzi! La morte sarà la dolce amica attesa»!?. E ancora: pensiamo che chi vede la morte è piuttosto chi sta al di qua di colui che muore, che lo vede morire. Ma chi muore ha l’avventura di vedere la vita, perché la morte è l’incontro con Cristo. È una verità di fede che subito vedremo Gesù: una verità che dà una consolazione immensa. San Paolo parla del suo «desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1, 23). Parla quindi di un’esistenza con Cristo che succede direttamente alla morte senza attendere la risurrezione finale (cf 2Cor 5, 8). Dunque è vero che — in certo modo — la morte non è: essa è l’incontro col Signore. Ma alla morte occorre prepararvisi prima che succeda. Gen's 2/2000 Fare come Gesù, che è vissuto per la sua ora”. “ Anche ciascuno di noi ha la sua “ora”. Occorre porla in cima ai nostri pensieri, come è in cima alla nostra esistenza quaggiù. E pregare per essa, all’Ave Maria, per esempio, dove sempre si dice: «Prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte». Perciò, mentre siamo ancora sani, dobbiamo vivere in quell’attesa, scegliendo fin da adesso lo stato d’animo più consono: «Sei tu, Signore, l’unico mio bene». Ed offrire quell’“ora” per gli scopi che Gesù ci ha affidato. Se così faremo, non ci sorprenderà più nulla. Della risurrezione Ma, alla fine, risorgeremo. Risusciteremo perché Gesù è risorto. Risorgeremo in forza dell’Eucaristia di cui ci saremo nutriti durante la vita: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54). E Lui, Gesù, è la risurrezione stessa: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25). Noi siamo legati a Lui che si è messo come primo fratello a capo di tutti noi per andare verso il Padre. E come risorgeremo? Risorgeremo con il nostro corpo, non con un altro, perché noi siamo una persona, come dice Giovanni Paolo II, irripetibile, con un’anima e con un corpo che formano questa persona'. Risorgeremo con il nostro corpo, ma tutto diverso, spiritualizzato, come il corpo di Gesù risorto. E saremo, se Dio vuole, felici in Paradiso. Quando qualche amico o parente parte per l’Aldilà, spesso lo si dice “scomparso”, lo si pensa perduto. — pag. 11 — spiritualità 41 Ma non deve essere così per noi. «La sua vita è mutata, ma non tolta»'4. L’amore che il nostro fratello ci portava, l’amore vero perché radicato in Dio, rimane, perché tutto passa; passano persino, con la scena di questo mondo, la fede e la speranza, ma la carità resta (cf /Cor 13, 8). E Dio non è così poco generoso con noi da toglierci ciò che Lui stesso, nel fratello, ci aveva donato. Quel fratello, quei fratelli continuano ad amarci con una carità che, adesso, non subisce oscillazioni. (...) No, non sono perduti i nostri fratelli. Essi sono di là, come fossero partiti di casa per portarsi in un altro luogo. Essi vivono nella patria celeste e, attraverso Dio, in cui sono, possiamo continuare ad amarci a vicenda, come il Vangelo insegna!5. La risurrezione e il cosmo Parlando ancora della risurrezione si presenta, a volte, nel Movimento, questo pensiero singolare riguardante l’habitat dell’uomo e cioè il cosmo. Gesù che muore e risorge è certamente la causa vera della trasformazione del cosmo. Ma, dato che Paolo ci ha rivelato che noi uomini completiamo la passione di Cristo e che la natura attende la rivelazione dei figli di Dio, può essere anche che Gesù attenda pure il concorso degli uomini, cristificati dalla sua Eucaristia, per operare il rinnovamento del cosmo. Se l'Eucaristia è causa della risurrezione dell’uomo, non può essere che il corpo dell’uomo, divinizzato dall’ Eucaristia, sia destinato a corrompersi sotterra per concorrere alla risurrezione del cosmo? Si potrebbe quindi dire che in forza del pane eucaristico l’uomo diventa “Eucaristia” per l'universo, nel senso che è, con Cristo, germe di trasfigurazione dell’universo. La terra ci mangerebbe, quindi, come noi mangiamo l’Eucaristia, non per trasformare noi in terra, ma la terra in “cieli nuovi e terre nuove”. E un pensiero nostro. Nel Movimento è molto sentita anche la cura del luogo dove sono deposti i loro corpi, destinati alla Risurrezione. Le Parole di vita, che hanno illuminato la loro esistenza, vengono scolpite sulle loro tombe. E le persone del Movimento, visitando il cimitero e leggendole, si edificano. Vogliamo poi che i nostri cimiteri siano belli come giardini. Cosicché quelle tombe parlano. Sappiamo di qualcuno che, passando da una all’altra, e vedendovi l’amore che continua, ad un dato punto ha pianto. Il cosmo durerà, subirà una trasformazione, ma durerà e ci sarà in eterno. Quindi va già guardato così: le galassie, i tramonti, i fiori, i pini, i prati, il cielo vanno guardati pensando: questa cosa resterà. E anche le cose che sono fattura dell’uomo resteranno, tanto più se sono fatte per amore, perché allora sono già purificate, sono fatte da Gesù dentro di noi o fra noi; e le cose fatte da Gesù durano. E come sarà il Paradiso? Sarà come la terra, ma trasformata: non si sa se succederà come una specie di catastrofe e poi una nuova terra e cieli nuovi, oppure se sarà una trasformazione di essa. Noi propendiamo per pensare ad una trasformazione di questa stessa terra, di questi stessi cieli. Questi pensieri portano a dar valore anche all’ecologia che nel Movimento è particolarmente sentita. Occorre che manteniamo bene questa terra, per rispetto, dato che anche lei ha una sua funzione nel futuro. Una sola famiglia Nel nostro Movimento si pensa che tutti noi, graziati dallo Spirito Santo d’un suo carisma, che è come un sangue nuovo e comune che ci lega, siamo e rimarremo sempre una sola famiglia, di cui qualche membro è già partito, una famiglia sempre in attesa di riunirsi. Gen's 2/2000 — pag. 12 — 42 spiritualità Condividiamo infatti ciò che scrive don Alberione, fondatore dei paolini: «Congregavit nos in unum Christi amor. Un medesimo amore ha raccolto i nostri cuori intorno al Cuore di Gesù Cristo. Così è di ogni Istituto religioso, il quale non si scioglie per la morte; perciò la Congregazione può avere membri nella Chiesa trionfante, altri nella Chiesa purgante, altri nella Chiesa militante. Tutti con un solo vincolo: la carità. (...) I nostri fratelli della Chiesa trionfante danno aiuto ai fratelli della Chiesa purgante ed ai fratelli della Chiesa militante. I fratelli della Chiesa purgante danno gloria ai fratelli della Chiesa trionfante, mentre pregano per i fratelli della Chiesa militante ed aspettano aiuti dagli uni e dagli altri. I fratelli della Chiesa militante suffragano i fratelli della Chiesa purgante e chiedono aiuto ai fratelli della Chiesa trionfante e della Chiesa purgante. (...) La Congregazione si consolida e perfeziona con la morte. Come fratelli in diverse condizioni; ma uniti ancora nel fine: gloria a Dio, pace agli uomini»!9. Scrivevo il 25 dicembre 1973 ai focolarini questo brano che vale tuttora: «Se oggi dovessi lasciare questa terra e mi si chiedesse una parola, come ultima che dice il nostro Ideale, vi direi — sicura d’esser capita nel senso più esatto —: “Siate una famiglia”. Vi sono fra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali? Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia. Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Patite con loro. Cercate di comprendere fino in fondo i loro dolori. Fateli partecipi dei frutti della vostra vita apostolica affinché sappiano che essi più che altri vi hanno contribuito. Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere voi al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante. Gen's 2/2000 C’è qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godete con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l’animo non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. C'è qualcuno che parte? Lasciatelo andare non senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti dov’è destinato. Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, né spirituale, né apostolica, allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete. E dove andate per portare l’ideale di Cristo, per estendere l'immensa famiglia dell’ Opera di Maria, niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... è (...) la carità vera, completa. Insomma, se io dovessi partire da voi, in pratica lascerei che Gesù in me vi ripetesse: “Amatevi a vicenda... affinché tutti siano uno». Ed ora, aggiornati alla nuova volontà di Dio espressaci dalla Chiesa nel Santo Padre Giovanni Paolo II la vigilia della Pentecoste 1998 in Piazza San Pietro, direi: allargate questo spirito di famiglia a tutti i Movimenti e Comunità ecclesiali esistenti; offrite il vostro amore a tutte le famiglie religiose che con noi rappresentano l’aspetto carismatico della Chiesa; non esitate a porgerlo generosamente a Cristo che vive in tutti coloro che rappresentano l’aspetto istituzionale di essa, perché la “Chiesa-comunione” sia una realtà nel Terzo Millennio. E non dimentichiamo quelli che stanno fuori la Chiesa, nel mondo, per il quale Gesù è venuto, e noi siamo chiamati ad incendiare. Conclusione Il carisma dell’unità del Movimento ci ha sempre orientato, per quanto riguarda tutti gli aspetti della nostra vita, a pensare — per così dire — alla grande. E cioè a considerare, ad — pag. 13 — spiritualità 43 esempio, la salute non solo fisica, ma anche quella spirituale, non solo personale ma anche collettiva. Infatti noi leghiamo a questo argomento realtà spirituali come la presenza di Gesù in mezzo a noi e la Santissima Eucaristia. Gesù in mezzo a noi perché la perfetta salute dell’anima nostra sta nella sua presenza fra noi. La nostra tipica spiritualità esige che si raggiunga la salute spirituale non da soli. Come uomini e come cristiani siamo noi stessi solo in relazione con altri. È il rapporto, l’amore ai prossimi che ci fa pienamente noi stessi e cioè Gesù, un altro Gesù. Per questo, per dirci sani spiritualmente e cioè completi, perfetti, realizzati, nella pienezza 1) Insegnamenti di Paolo VI, I (1963), p.141, 2) C. LUBICH, Diario, 4-8-1968. 3) M. AUCLAIR, La parola a San Vincenzo de' Paoli, Roma 1971, p. 289-290. 4) C. LUBICH, Diario, 11-4-1968. 5) ID., Statuti generali dell'Opera di Maria, art. 52. 6) Regole monastiche antiche (a cura di G. TURBESSI), Roma 1978, p. 442. 7) Fonti francescane, Padova 1980, p. 109. 8) C. LUBICH, Tutto è incominciato, in Scritti Spirituali/l. L’attrattiva del tempo moderno, Roma 1997, p. 246-247. della gioia, dobbiamo amare gli altri fino a far in modo che Gesù sia in mezzo a noi. Leghiamo, inoltre, quest’aspetto alla Santissima Eucaristia non solo perché è causa della nostra risurrezione, in cui troveremo perfezionata e perpetuata la salute fisica e spirituale, ma anche perché è per essa che diveniamo concorporei e consanguinei con Cristo; è essa che ci trasforma tutti nel Cristo che riceviamo, che ci fa Cristo ed è con ciò la nostra salute spirituale. Iniziamo allora il nuovo anno ideale in tutto il Movimento con nel cuore la nostra e l’altrui salute fisica e spirituale, a gloria di Dio e per il bene di molti. Chiara Lubich 9) ID., Scritti Spirituali/I, cit., p. 47. 10) ID., Forse più bello ancora, in Scritti Spirituali/I, cit. p. 112-113 11) ID., Pensieri d’oro, in Scritti Spirituali/2. L'essenziale di oggi, Roma 1997, p.177. 12) ID., Diario, 14-6-1968. 13) Cf GIOVANNI PAOLO Il, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull'amore umano, Roma 1985, p. 79. 14) Prefazio della Messa dei defunti. 15) Cf C. LUBICH, Diario, 13-12-1968. 16) G. ALBERIONE, Mese di esercizi spirituali, Capo IX — Istruzione IX. Gen's 2/2000 — pag. 14 — 44 testimonianza «In questo luogo la vita gira intorno a Parole estratte dalla Bibbia, Parole antiche ma che nella convivenza sprigionano un dinamismo sorprendente e innovatore» Il Vangelo e la salute a cura della redazione Abiamo incontrato Hans Stapel, un simpatico francescano dal corpo robusto e dal cuore grande. Da giovane s’imbatté con la spiritualità del Focolare nella sua terra di Germania e, approdato in Brasile, studiò teologia nel convento di Petrépolis. Appena ordinato sacerdote fu mandato a lavorare in una parrocchia e qui, a contatto diretto con la miseria e con le tante sue conseguenze, ebbe inizio la storia della “Fazenda da Esperanca”. Un moderno santuario Se ti capiterà di andare ad Aparecida del Brasile, potrai contemplare il santuario nazionale dei brasiliani con la sua grandiosa basilica e qualcuno ti racconterà che lì vicino prima c’era solo una piccola cappella con una minuscola statuetta della Madonna. Un brutto giorno, ai tempi dell’impero portoghese, vi arrivò piangendo una schiavo fuggitivo inseguito dal suo padrone deciso a riprenderselo o a farlo fuori. Quando però si avvicinò alla porta della chiesetta, il mulo che egli cavalcava s’imbizzarrì e lo disarcionò. Tentò di entrarvi a piedi con l’arma in pugno, ma non riuscì a varcare l’uscio. Questo racconto esprime plasticamente la convinzione che Maria ha sempre protetto gli umili, quali figli suoi prediletti. Se ne ha con- Gen's 2/2000 ferma quando, lasciando alle spalle il santuario, ci si inerpica sul terreno montagnoso chiamato Serra da Mantiqueira, perché ad un certo punto t’incontri con la Fazenda da Esperanca (Fattoria della Speranza). “Fattoria” perché prima vi si coltivava la terra e si allevava il bestiame, “della Speranza” perché ora è un complesso di tante casette dove avviene qualcosa di umanamente incredibile. Giustamente il cardinale Aloisio Lorscheider, vescovo del posto e quindi spettatore del fenomeno, ha detto che nella Fazenda “il Vangelo è la migliore medicina che cura persone che hanno ormai perso il senso della vita o non hanno più nessuna speranza nel futuro”. Qui i disperati riacquistano speranza e ritornano ad essere persone vere. Qui Maria ha creato un nuovo tipo di santuario, dove il Figlio suo si fa presente e continua ad operare miracoli come nei tempi antichi in terra di Palestina. Ma ascoltiamo direttamente da frate Hans come tutto ciò è nato. «Una notte bussò alla porta della mia casa una ragazza incinta chiedendo da mangiare e un posto per dormire. Immediatamente entrai in conflitto con me stesso: come può un francescano, appena ordinato prete, ricevere nella sua casa, di notte, una ragazza bella e incinta? Mi sono però ricordato delle parole di Gesù: “Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. San Francesco, al mio posto, cosa avrebbe fatto? Sparirono i — pag. 15 — testimonianza 45 dubbi e aprii la porta. La ragazza si rifocillò e dormì fino a tarda mattinata, quando mi disse grazie e se ne andò. Qualche tempo dopo ritornò per ringraziarmi di nuovo e mi confidò che se io non le avessi dato un posto per dormire quella notte, il suo bambino non sarebbe mai nato, perché aveva già preso l'appuntamento con il medico per abortire. Per me fu un segno profetico. Da quell’episodio nacque una casa per ragazze-madri, dove ne sono state accolte finora più di 100. «Un'altra sera la polizia mi condusse tre ragazzi di strada. Ancora una volta le parole del Vangelo risuonarono dentro di me: “Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”. Preparai per i tre una stanza, offrii loro una doccia e dei vestiti, diedi loro da mangiare, poi mi misi a giocare con loro. Qualche giorno dopo trovai tre famiglie per adottarli. Da questa esperienza sorse un’altra casa: per bambini che attendono di essere adottati. Finora più di 400 bambini hanno trovato una nuova famiglia. «Un giorno, un ragazzo drogato, in un momento di disperazione, venne a cercarmi. Nelson, un giovane della parrocchia, proprio in quel periodo aveva capito che doveva amare il fratello se voleva amare Dio per davvero. In queste parole aveva scoperto tutta la forza del Vangelo e si era reso disponibile ad amare concretamente, entrando in contatto con un gruppo di giovani drogati del suo quartiere. Questo fu l’inizio di un’avventura che ormai ha la sua storia». Il rischio di un’esperienza inedita Inoltriamoci ora in quella che è la prima Fazenda da Esperanga. Qui vivono circa 250 persone — uomini e donne — in comunità distinte anche se si ritrovano tante volte insieme. La maggioranza è logorata dall’alcool o dalla droga, o proviene dagli ambienti della prostituzione o del crimine. Nonostante i diversi e dolorosi cammini percorsi, un fatto li unisce: vogliono correre il rischio di tentare una nuova vita nella segreta speranza — che man mano si farà certezza — di ritrovare la dignità e la gioia di vivere. Ognuno ha la sua storia, una via crucis spesso accompagnata dalla umiliante esperienza di essere considerati spazzatura della società fino a convincersene anch’essi e a sentirsi ripugnanti a se stessi. Sono giovani che hanno toccato il fondo nella dipendenza dall’alcool o dalla droga, ma che per la prima volta in questo posto si sentono trattati come esseri umani degni d’amore e con la possibilità immediata di sviluppare forze nuove, che spesso neanche sospettano di avere. E cominciano a rapportarsi in modo nuovo con gli altri, a dimostrare comprensione, solidarietà, simpatia, a donare anch'essi amore, quell’amore che affonda le radici in Dio stesso. Quando ti guardi attorno puoi vederli al lavoro nei campi, nelle officine, in piccole industrie, perché ogni casa si mantiene da sé. Questo è un elemento importante nella terapia, poiché la maggioranza di quelli che arrivano qui non sono abituati ad un lavoro serio e regolare. E interessante vedere la loro reazione quando sperimentano il successo di un mobile rifinito o di un pezzo di terra seminato che comincia a germinare: riacquistano la gioia di vivere e quella stima di se stessi che avevano ormai perduta. Il lavoro è svolto in comune. Una condizione importante questa per la terapia, perché il drogato sperimenta la corresponsabilità e un po’ alla volta impara ad aprirsi, mettendo da parte l’egoismo. La medicina miracolosa Trovare oggi case di cura per drogati non è difficile. Molto spesso sono gestite da persone con un forte ideale che si ispira al Vangelo. Frate Hans racconta: «Noi non avevamo medici e medicine, e non era facile procuraseli. Allo stesso tempo dovevamo venire incontro a chi non poteva attendere e ci siamo messi all’opera con l’unico mezzo a nostra disposizione: la spiritualità che noi cerchiamo di vivere — quella del Focolare — , uno stile di vita che ti spinge a uscire da te stesso e a donarti all’altro. Abbiamo cercato di risvegliare nei giovani il dinamismo dell’amore cristiano ed abbiamo constatato che Gen's 2/2000 — pag. 16 — 46 testimonianza questo metodo produce effetti a dir poco interessanti non solo nel campo della fede, ma anche per uscire dal tunnel droga». Nella Fazenda, infatti, la vita gira intorno a Parole estratte dalla Bibbia, Parole antiche ma che nella convivenza sprigionano un dinamismo sorprendente e innovatore. Sono Parole semplici, di facile comprensione e di lineare chiarezza, e per questo motivo servono come regole per la convivenza. All’inizio ogni comunità sceglie come programma /a regola d’oro, una frase del Vangelo ben nota e di facile accettazione: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». La prima sorpresa è che realmente si può vivere così durante tutto il giorno. A sera poi i membri della comunità si ritrovano insieme e si raccontano come hanno vissuto la frase scelta: se sono riusciti a non offendere, a non ferire, a non sospettare... In seguito la stessa frase viene proposta nella sua formulazione positiva: «Tutto quanto volete che gli altri facciano a voi, anche voi fatelo a loro». Influenzare positivamente il proprio pensare e il proprio agire è per la maggioranza di questi giovani un’esperienza assolutamente inusitata, specialmente all’inizio, quando il fisico si ribella non ricevendo più la sua dose di droga e quando il lavoro corporale, il ritmo di una vita organizzata e l'inserzione in una comunità sembrano una tortura disumana per chi è vissuto sempre senza norme. Qualcuno allora chiede la droga, ma si sente rispondere che quella “parolaccia” nella Fazenda neanche la si pronuncia, perché al suo posto ognuno ha deciso liberamente di “assumere la Parola”. «Le persone arrivano qui piene di orgoglio, dominate dal sesso, dalla droga, dal denaro e da tante altre cose passeggere — dice Vamberto. Noi cerchiamo di donare loro una nuova luce: mostrando con la nostra vita che esiste qualcosa di più grande, qualcosa che dura per sempre». Sono parole che hanno un peso, perché escono dal cuore di chi da alcuni anni è riuscito a liberarsi da quel mondo oscuro. Col tempo questi sforzi fatti insieme producono i loro effetti positivi, portando i Gen's 2/2000 giovani a rapportarsi in modo diverso tra loro. Quando, per esempio, qualcuno ha perso la pazienza e si è lasciato prendere dal calore della discussione e poi trova la forza di riconoscerlo, sperimenta che non è umiliante ammettere il proprio sbaglio, chiedere perdono e ricominciare di nuovo, perché sente la gioia che gli canta nel cuore. Collocare in pratica, una dopo l’altra, le parole del Vangelo, dialogare su di esse e metterne in comune i frutti: è questa la pedagogia fondamentale e la dinamica terapeutica di questo progetto. E il Vangelo orienta il vissuto di questi giovani e tanti hanno già trovato la forza per ricominciare una vita nuova. Qualcuno si spaventa di fronte agli impegni da assumere in comunità e torna nel vecchio ambiente. Non è raro però il caso che poi ritorni deciso a ritentare, «perché fuori — dice — la vita è un inferno!». Nella Fazenda si entra e si resta liberamente, per propria scelta; ed anche chi viene per “sperimentare” deve accettarne lo stile di vita. Per questo è chiaro fin dall’inizio che si comincia una vita nuova. Quelli che ad esempio prendevano la droga, subito devono smettere. Questo provoca in loro una crisi salutare. Ed è l’amore concreto degli altri che fa scoprire le risorse che ognuno può attivare dentro di sé con l’aiuto della comunità. La “cena dei peccatori” Amano chiamare così la celebrazione eucaristica, e a sera gli abitanti della Fazenda vi accorrono numerosi. La maggioranza non aveva più alcun contatto con il cristianesimo e molto meno con la Chiesa. Ora, però, coloro che lungo la giornata cercano di mettere in pratica la Parola di Dio, sviluppano con il tempo una sensibilità nuova verso la fede. Certo non si tratta di gente pia, perché sono uomini e donne di tutti i ceti sociali che hanno conosciuto la cosiddetta “vita” in tutti i suoi alti e bassi, ma il contatto col Vangelo risveglia in loro qualcosa che orienta verso Dio e dà gioia e forza per iniziare una nuova — pag. 17 — testimonianza 47 avventura molto più interessante di quella senza senso vissuta fino a quel momento. Chi, venendo da fuori, assiste a questa messa resta sorpreso dal clima denso di raccoglimento e sente che le parole che lì si dicono o si ascoltano sono vere e penetrano nell’intimo. Tutto questo tocca coloro che, all’inizio della terapia, vengono in chiesa “senza alcun compromesso”, cioè stando a guardare con un certo distacco. E non di rado si risveglia in loro la fede assopita o la incontrano per la prima volta. Per questo con una certa regolarità dei giovani dai diciotto ai trent'anni ricevono i sacramenti del battesimo, della cresima e della prima eucarestia. Durante l’anno si celebrano matrimoni di novelli sposi ed anche di coppie che convivevano perché non conoscevano il valore del sacramento. Ed è sempre una festa. La legge di chi deve far da guida Ma chi porta avanti le piccole comunità nelle casette? Tra coloro che da tempo vivono questo stile di vita, vengono scelti i responsabili dei vari gruppi, naturalmente dopo una opportuna preparazione e un continuo accompagnamento. Ad ognuno di loro si dice: «Tu hai già appreso molto ed hai molto da donare». Questo metodo li tocca nel profondo per la stima che si dimostra verso di loro; ed anche negli altri, che sono all’inizio della loro terapia, questa fiducia riposta nei loro compagni ormai “ricuperati” riaccende la speranza. In ogni comunità poi ci sono sempre due responsabili più maturi, che cercano di fare le cose sempre in unità tra loro e con gli altri, mettendo alla base della convivenza il comandamento nuovo di Gesù. Questo modo di convivere, di dare e ricevere, di perdonare, di amare per primi, tocca anche quei compagni un po’ più rudi che condividono lo stesso tetto. E col tempo fiorisce uno stile di vita familiare, un'atmosfera nella quale — anche se non lo sanno — Gesù è presente in mezzo a loro, secondo la promessa evangelica (Mt 18, 20). Ed è questo il vero segreto della riuscita dell’esperienza. Oggi come ieri Gesù cura il corpo e lo spirito dei suoi “poveri”, e in mezzo a loro stabilisce il suo Regno. A questo punto anche le consulenze dei competenti e le medicine si rivelano più efficaci e sono di aiuto. La presenza di Maria La Fazenda non cessa di stupire. Se la scintilla iniziale è partita dal cuore di un figlio di san Francesco che attraverso la spiritualità del Focolare ha riscoperto più pienamente il suo fondatore, trovando in ciò la forza per seguirne i passi nelle attuali problematiche umane, altre persone hanno sentito la spinta a donarsi in quest'opera di “risurrezione”. Due congregazioni religiose, una brasiliana e l’altra tedesca, hanno offerto braccia e cuore. Le suore, che qui si impegnano nella cura delle ragazze, si rinnovano anche nel loro carisma ed acquistano nuovo entusiasmo nel vivere la propria vocazione. A contatto con i drogati e gli infetti di AIDS, il gesto di Francesco che abbraccia il lebbroso sprigiona una forza nuova che illumina e affascina. Ma ormai ci sono anche ragazzi e ragazze che, pur non essendo stati toccati dalle sofferenze dei loro coetanei, hanno sentito la chiamata a donarsi a Dio per servire questi fratelli e sorelle “meno fortunati”. Anche giovani chiamati al sacerdozio, col permesso dei loro vescovi, passano qui alcuni anni continuando gli studi nel vicino Istituto Teologico e immergendosi nella vita della Fazenda. Essi hanno l'impressione di essere formati come gli apostoli al seguito di quel Gesù che non disdegnava di accogliere peccatori e peccatrici. Queste persone consacrate o avviate su questa strada danno a Maria la possibilità di far sentire qui la sua presenza materna e costituiscono la perla preziosa, il cuore pulsante di quest'opera. Gen's 2/2000 — pag. 18 — 48 testimonianza «Gli abitanti della Fazenda — ci fa notare frate Hans — man mano si son resi conto che alla base della nostra nuova vita c’è la spiritualità di Chiara Lubich. Per questo tanti di loro hanno colto l'occasione di una sua visita al nostro Paese, per scriverle ed hanno affidato le loro lettere ad un vescovo che stava per incontrarla. Chiara ha inviato loro una risposta». Rocca di Papa, 21 febbraio 1998 Carissimi, giovani della “Fazenda da Esperanca”! In questi giorni mi sono state consegnate, da Sua Ecc. Mons. Dino Marchiò, le vostre graditissime lettere, che mi hanno commossa profondamente e vi ringrazio con tutto il cuore. Avrei voluto rispondere a ciascuno personalmente, ma siete tanti ...! Lo faccio attraverso questa lettera collettiva che vorrei giungesse come dono ad ognuno di voi. Dalle vostre parole ho appreso che a tutti voi, in un modo o nell'altro, Dio ha manifestato il Suo amore attraverso il dolore. Ed ora, usciti da quel “tunnel oscuro”, lo riconoscete anche voi e siete, chi nell’incanto della vita nuova del Vangelo, chi in procinto di far dono di questa vita a tanti altri cuori, chi ancora all’inizio della “rivoluzione d’amore” e nella fatica di costruirla giorno per giorno, tutti protagonisti della propria storia. Vi seguo con amore in questa “conquista” quotidiana e chiedo alla Madonna — che vi ha seguiti e amati anche quando ne eravate ignari — che continui ad aiutarvi a diventare “uomini nuovi” e vi renda sempre più testimoni delle meraviglie che Dio può operare in un cuore che si rende docile al Suo lavoro divino. Avrei voluto recarmi da voi per conoscervi anche personalmente, ma non mi sarà possibile perché è troppo breve il mio soggiorno in Brasile. Ma vi assicuro che sono sempre Gen's 2/2000 con voi, nella fedeltà di ogni giorno a Dio e al Vangelo. E conto su di voi per costruire insieme un mondo più unito. Salutatemi particolarmente Padre Hans, Nelson e Cesar. Chiara La lettera è considerata dai destinatari un programma di vita. Sapersi amati dalla fondatrice dell’Opera di Maria è per loro motivo di gioia e di incoraggiamento a perseverare nella via del Vangelo. Ma la Fazenda da Esperanca non si è fermata sulle colline della Mantiqueira: dopo aver preso stabile dimora in altri cinque regioni del Brasile, ha varcato l'Oceano e si è stabilita a Berlino e a Mosca, mentre altri progetti sono ancora in gestazione. Ed ora, all’inizio del nuovo anno, il vescovo del posto — il cardinale Aloisio Lorscheider — ha dato ufficialmente l’approvazione ecclesiastica diocesana alla Famiglia della Speranza, che raccoglie in unità tutte le varie Fazendas, ed il vescovo Dino Marchiò ha ordinato i primi quattro diaconi che da sacerdoti continueranno a prestare il loro servizio in quest’Opera. Per l’occasione sono convenuti a Guaratinguetà ben 700 giovani delle varie Fazendas per ringraziare Dio di questo duplice dono. Chiara Lubich ha inviato un nuovo messaggio, dove tra l’altro dice: «Mi rallegro con tutti e sono particolarmente unita a quanti portano avanti quest’Opera, che continua a crescere e a generare abbondanti frutti. La Madonna, Madre della Speranza, avvolga questa Sua famiglia e la guidi sempre. A Lei affido in modo specialissimo i nuovi diaconi, ogni consacrato e tutti i giovani che saluto con tutto il cuore». a cura della redazione — pag. 19 — esperienza 49 Riposare, quando è il momento, ha lo stesso valore, la stessa sacralità del pregare Mi sento stanco, anzi sfinito... di Renato Chiera Questo sacerdote italiano della diocesi di Mondovì (Cuneo) è da più di vent'anni in Brasile e lavora a Miguel Roxo, una delle località socialmente più a rischio nell’hinterland di Rio de Janeiro, nella famigerata “Baixada Fluminense”. Per andare incontro soprattutto ai ragazzi di strada, abbandonati a se stessi e spesso vittime degli “squadroni della morte”, ha messo su la “Casa dos meninos da rua”. Un lavoro estenuante che può far crollare la salute di chiunque. Come fa un prete ad assentarsi? È difficile sopravvivere in mezzo a problemi, conflitti e tensioni in questa dura realtà della “Baixada Fluminense”. Il corpo perde colpi e la testa non riesce più a funzionare. Il medico mi ordina almeno un mese di riposo assoluto. Da solo non riesco a prendere questa decisione. Ho accettato di predicare il ritiro ai sacerdoti della diocesi di Itaguai, tra poco devo riprendere a dar lezioni in seminario, non posso lasciar solo Giovanni nel lavoro della parrocchia di san Giuda Taddeo e poi qui in casa stiamo attraversando una fase delicata e difficile. Come si fa ad assentarsi per un mese? I miei collaboratori si rendono conto della mia situazione e la comunicano per telefonano ai miei amici sacerdoti, Francesco e Giovanni. Questi non perdono tempo. Me li vedo arrivare la sera stessa e mi aiutano a decide- re di partire la mattina seguente per un mese di riposo secondo le indicazioni del medico, mettendo da parte i miei impegni. Ci penseranno loro a sistemare ogni cosa. Cerco di resistere, ma inutilmente. «Tu adesso devi riposare e basta!», mi dicono con decisione. La Parola di vita che cerchiamo di porre in pratica in questo periodo è: «Beata tu che hai creduto...». Anch'io devo credere a Gesù che mi parla attraverso i fratelli, devo credere al loro amore e mi arrendo a quello che Dio vuole da me. Intanto qualcuno ha già preparato la mia valigia e mi conduce all’aeroporto con destinazione San Paolo, dove mi attende Andrea che mi porta alla casa dei sacerdoti nella Mariapoli Araceli, una delle cittadelle del Movimento dei focolari. Qui respiro subito il clima di famiglia. Anche Andrea ha bisogno di riposo e il suo collega Antonio insieme al seminarista Michele assolveranno i suoi impegni in parrocchia e noi due partiamo per Lindoya, una cittadina all’interno dello Stato di San Paolo, dove un vescovo amico ha messo a nostra disposizione una casetta. Ottimo clima, buona cucina e l’amore di tante persone. Dopo qualche giorno Antonio ci telefona per assicurarsi che stiamo veramente bene e ci ricorda che per noi in questo mese «passeggiare, alimentarci, dormire senza orari è la stessa cosa che celebrare l’eucarestia». Ora lo capisco: Gesù è sempre lui sia quando dorme che quando predica, quando mangia e quando opera miracoli. Ma è necessario che te lo dica qualcun altro! Gen's 2/2000 — pag. 20 — 50 esperienza Gesù fra noi è la salute Cerchiamo di vivere bene, direi che facciamo con solennità anche le piccole cose, e mi accorgo che la presenza di Gesù tra noi non è una pura dottrina teologica, ma una realtà. Nella presenza sua che ci avvolge, si riposa veramente. È la prima volta in vita mia che faccio le vacanze così. La comunione tra noi è così profonda da poterci comunicare gioie e dolori e vedere tutto nella luce. Andrea mi aiuta molto con la sua gioia semplice ed esplosiva. Facciamo insieme la meditazione, la preghiera del breviario e del rosario; concelebriamo l’eucarestia. Quando passeggiamo egli ha un passo un po’ più svelto, ma si accorge che non riesco a seguirlo e allora rallenta e prende il mio ritmo. Egli prepara la colazione e la cena, io faccio le compere e lavo i piatti. Il pranzo invece lo troviamo già pronto. La parrocchia è senza parroco, ma c'è una piccola comunità di suore che la porta avanti. Noi concelebriamo ogni giorno e c’è sempre un bel gruppetto di persone. Non facciamo l’omelia, ma raccontiamo brevemente come cerchiamo di vivere il Vangelo in questi giorni. Ci ascoltano con interesse e poi commentano: «Ma voi siete preti sereni, liberi e spargete intorno tanta gioia!». In chiesa il giorno precedente la nostra partenza, una suora ha commentato con la gente: «Abbiamo vissuto una vera settimana santa!». Torniamo all’Araceli ed io penso di ripartire subito per Rio de Janeiro, ma i miei amici si rendono conto che una settimana anche se bellissima non è un mese come prescritto dal medico. Se tornassi a casa, mi immergerei nei problemi e in pochi giorni brucerei la vitalità riacquistata. Antonio mi invita a continuare il mio riposo. Credo di nuovo all’amore del fratello. Egli ha proprio ragione, perché ogni tanto la mia testa non regge e corro il rischio di perdere l'equilibrio e non poter più lavorare. Guardando a Gesù sulla croce nel suo abbandono comincio a sperimentare il valore del “non fare”, del dolore offerto per amore. Vengo a sapere che un seminarista, Cesare, Gen's 2/2000 della Fazenda da Esperanca ha avuto un incidente ed è in pericolo di vita. Offro a Gesù la mia vita per lui: egli è giovane e deve vivere. Dopo qualche giorno è fuori pericolo. Buone notizie invece mi arrivano da Rio. Ad Itaguai il ritiro lo hanno fatto senza predicatore: i sacerdoti hanno scelto su cosa meditare e chi doveva proporre ogni meditazione. E cresciuta tra loro la corresponsabilità e soprattutto la comunione fraterna e Gesù ha parlato come faceva con i dodici. Anche Giovanni mi comunica che in parrocchia va tutto bene: i laici hanno preso in mano tante cose che prima pesavano sui sacerdoti. Buone notizie persino dalla Casa dei ragazzi. I responsabili che ho lasciato sentono l’opera come propria e da quello che mi dicono ho l'impressione che sono più maturi. Due di loro sono andati ad un ritiro nella Fazenda da Esperanga e hanno sentito la chiamata di Dio per iniziare una vita di totale donazione. Ora sono convinti che solo “Gesù in mezzo alla comunità” può aiutare i nostri ragazzi a liberarsi dai traumi del passato per cominciare una vita nuova. Sento in cuore una immensa gratitudine verso Dio per quello che egli sta operando e sento anche un po’ di vergogna perché nel passato tante volte mi sono mosso come se fossi io a dover risolvere da solo ogni cosa. Il mese è passato, la salute sembra rifiorita, ma anche la mia vita è cambiata. Solo adesso mi rendo conto in quale buco nero mi stavo cacciando e certamente senza l’aiuto dei fratelli non ne sarei mai venuto fuori. Ora non posso più vivere come prima. Quel che sento anche gli altri me lo confermano. Da adesso il mio compito non sarà più quello di fare tante cose, di essere presente ovunque, ma di vivere innanzitutto la piena comunione con Dio e con i miei fratelli sacerdoti e laici e cercare di agire sempre d’accordo con loro. Nella casa dei ragazzi mi dedicherò soprattutto alla formazione dei responsabili per creare insieme a loro quel clima di famiglia, di cui non solo i ragazzi di strada ma ogni essere umano ha bisogno per la salute a tutti i livelli. Renato Chiera — pag. 21 — esperienza SI Celebrando l’Eucaristia e unendosi a Gesù nelle proprie sofferenze, ogni cristiano “completa in se stesso quel che manca alla passione di Cristo” per il bene dell’umanità Ogni giorno della vita è un dono di Mario Bodega Quando la malattia ti accompagna ogni giorno e non ti lascia progettare il futuro, allora impari più facilmente a vivere il momento presente e scopri per sola grazia che hai tra le mani un tesoro: puoi trasformare la tua sofferenza in amore e contribuire al bene dell'umanità come e più di quando godevi buona salute. Dietro al cucchiaio Non avevo sentito molto dolore quando cadendo dalla bicicletta, troppo alta per me, che avevo preso di nascosto al papà, mi ero fratturato il braccio destro. Avevo, credo, nove anni e per salire sulla bici mi ero accostato a dei gradini ma, terminata la corsa, è stato più problematico scendere. L’ambulanza è arrivata subito e mi sono trovato in ospedale con un braccio al collo. In tutto questo trambusto non avevo pianto. In fondo quel guaio me l’ero procurato da me. A cena mi servono una scodella di minestra, ma senza il cucchiaio. In quel momento mi sono messo a piangere. Non l’avevo fatto né al momento della frattura, né mentre mi portavano in ambulanza e neppure al pronto soccorso. Solo in quel momento ho preso coscienza che mi trovavo in un posto dove non avevo con me la famiglia. È stato forse il mio primo dolore: la percezione di una realtà nuova, la solitudine. Per una spinta fallosa Passano gli anni ed entro in seminario. Mi trovo bene con i miei compagni di studio, cresce il rapporto con Dio e la vocazione al sacerdozio trova il suo centro nell’amore a Gesù che sulla croce aveva sacrificato la sua vita per tutti. Non posso tenere solo per me questa certezza, devo comunicarla a più persone possibili. In questa serena realtà c’è anche lo spazio per lo sport, come le partite di calcio. Una domenica pomeriggio mi trovo sotto porta con una possibile azione da goal e un pensiero mi passa per la mente: perché non provare anch'io una volta a spingere l’avversario e rubargli così un pallone prezioso per il risultato? Attuo l’idea che risulta in tutti i sensi funesta: l'avversario si sposta e io mi trovo per terra e non riesco a rialzarmi, non riesco a sollevarmi perché il braccio sinistro nella precipitosa caduta si è incrinato. All’ospedale riscontrano una frattura. Lì mi trovo in camera con un pluritraumatizzato per un incidente sul lavoro piuttosto grave. Attorno a lui un andirivieni di colleghi. Un giorno, avendo saputo che ero seminarista, uno di questi mi chiede perché mai Dio a quel loro compagno, il più buono tra i lavoratori, aveva permesso una disgrazia così grave. Gen's 2/2000 — pag. 22 — SO esperienza Mi trovo alle strette, come un pugile messo alle corde. E una domanda che mi supera e che mette in discussione il centro della fede, cioè Dio-Amore. Quella domanda ha sottolineato in me la stessa considerazione del mio interlocutore: veramente quell’uomo dolorante, disteso accanto a me, era buono e soffriva molto. E mi è venuto un pensiero, forse un’ispirazione: certamente se c’era un uomo buono, giusto, era Gesù e lui è andato in croce tra mille sofferenze. Nello stesso tempo non potevo nemmeno dubitare che Dio Padre non lo amasse infinitamente. Ho semplicemente detto questa mia convinzione a quell’ope- ‘raio. Forse per la prima volta prendevo coscienza che Gesù si era fatto uno come noi, come me, come il mio compagno d’ospedale per dare risposta ai nostri grandi “perché”, riempiendo di significato e di valore ciò che solitamente cerchiamo di scrollarci dalle spalle: il dolore. Una luce nuova sul mio cammino Sono al penultimo anno di teologia e faccio l'assistente di una classe di alunni di terza media. Un giorno chiedo al rettore che intervenga nei confronti di uno di loro che si diverte a prendermi in giro. Il rettore mi ascolta, rimane un momento in silenzio, poi mi dice: «Bisogna fare come Gesù sulla croce: stava dando la vita per quelli che lo avevano crocefisso e ha pregato per quelli che in quel momento lo deridevano». Sono rimasto senza parole. Quello che mi viene detto in quel momento è vero. Quel prete ci crede e vive così. Non basta studiare il Vangelo, devo incominciare a viverlo concretamente. E avendoci provato mi sono reso conto che, volendo bene a quel ragazzo, comprendo la sofferenza che sta dentro di lui e che lo fa reagire in quel modo. Ed anche lui, sentendosi capito, ha poi cambiato atteggiamento. Una luce nuova penetra in me attraverso quel rettore che, come ho saputo in seguito, è un prete focolarino. Gen's 2/2000 Mi accorgo che altri due miei compagni fanno meditazione come me su un libro di Chiara Lubich. Cominciamo allora a scambiarci le esperienze e ci aiutiamo a vedere Gesù nei superiori e nei compagni. Sperimentiamo una libertà e una gioia mai provate prima. Possiamo dire sinceramente: «Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». Questa esperienza ci ha profondamente legati e dopo l’ordinazione sacerdotale, anche se sparsi in luoghi distanti, siamo rimasti uniti. Il poterci vedere un giorno alla settimana e sentirci collegati anche per telefono ci ha fatto sperimentare la concretezza del corpo mistico di Gesù. È stato fondamentale aiutarci a riscegliere * Dio mettendolo al primo posto nelle situazioni concrete, come quando il vescovo mi chiama ad una nuova destinazione pastorale. Chi mi dà forza e decisione nel lasciare i miei progetti per seguire il progetto di Dio? Certamente il Signore che ‘parla forte’ tra noi uniti nel suo nome. Io non avrei avuto la forza di continuare ad amare quei 1600 ragazzi e giovani di cui sono direttore spirituale in un collegio. Ma questi amici sacerdoti mi ricordano che se io non ho la forza, Gesù in me invece ne è capace. Così ricomincio ad amare e tutto diventa più semplice. Con la forza che viene dall’unità mi è stato quasi naturale accettare la proposta di fare il cappellano in un ospedale con 1800 ammalati e 5000 operatori sanitari. È evidente che solo Gesù tra noi può “sfamare tanta gente” e dare la vera risposta ai “perché” gridati dal dolore degli ammalati e dei loro parenti. Ricordo che un giorno, mentre sto per iniziare la visita ai reparti, mi viene spontaneo dire a Gesù che sono disponibile ad offrire quello che lui vuole perché tra noi operatori sanitari ci sia la sua stabile presenza. Ed ho constatato come a lui tutto è possibile: è lui che dà la forza di dire di sì alla vita anche quando svaniscono le speranze umane e tanti si riconciliano con quel Gesù crocefisso e abbandonato che sentono così vicino. — pag. 23 — esperienza 33 Dopo sette anni mi sono ammalato ed ho dovuto lasciare il lavoro, ma in quell’ospedale Gesù è rimasto presente in un gruppo di operatori sanitari uniti nel suo nome. Solo di fronte alla morte Da alcuni mesi mi ritrovo con un’asma bronchiale. Una mattina mi sento soffocare ed ho la netta impressione che sto per morire. Mi dispiace che in quel momento non ci sia nessuno. Poi mi riprendo e supero quella crisi. Più tardi riesco a comunicare ad un amico sacerdote quanto avevo provato. Come risposta mi dice: «Sai, capita anche a me. Ma tutto è amore di Dio». Non mi aspettavo quella risposta e in quel momento ho fatto fatica ad accettarla. Poi mi sono ritrovato a fare meditazione su un testo di Marisa Cerini: Dio Amore nel pensiero di Chiara Lubich. È così forte quanto mi viene annunciato che sembra sparire quanto avevo sperimentato qualche ora prima, o meglio rientra in questa nuova luce: veramente è tutto amore di Dio. Poi un momento in cappella davanti a Gesù Eucaristia: lì è come se tutto si decantasse e potevo aggrapparmi a colui che è la Vita. Prima non ci avevo mai pensato. Ci voleva l’esperienza del morire per trovare il Vivente e il Vivificante. Vivo ma morituro Proprio un anno e mezzo fa, dopo due broncopolmoniti ravvicinate ho sperimentato ancora che cosa vuol dire la mancanza d’aria. Chiedo, con quel poco fiato che mi resta, di aprire le finestre della stanza del pronto soccorso, ma sono io incapace di respirare. L'ossigeno prontamente dato e le flebo che scendono a tutta velocità mi hanno ripreso “per i capelli” e mi sono ritrovato in un letto d’ospedale accanto ad altri cinque pazienti. Il giorno seguente possono staccarmi l’ossigeno, ma la situazione richiede esami approfonditi e invasivi come la broncoscopia e la tac. Non posso negare l’evidenza. Davanti a Gesù Eucaristia nella cappella dell’ospedale mi ritrovo a pensare seriamente alla morte. Capisco che devo prendere coscienza della morte come normale condizione umana. Sì, in teoria lo sapevo già, ma ancora come qualcosa che riguarda gli altri. Qualcosa giustamente da evitare, da tenere lontano. E quindi pensavo che in realtà non mi riguardasse. Invece no, mi riguarda, fa parte della vita. Devo fare, dunque, un altro passaggio: devo accettare la mia morte. Arriverà per me il momento in cui ogni rapporto umano qui cesserà per sempre. La situazione di malattia in cui vivo puo portarmi anche a breve scadenza a questo evento. Lo spessore della concretezza entra dentro di me in maniera nuova. Infine è necessario che la morte diventi la mia morte, acquisti le dimensioni dello spazio, del tempo e le modalità che ancora non conosco ma che si realizzeranno certamente. Quando, dove, come avverrà? In quel momento di preghiera silenziosa vengo educato (nel senso etimologico del termine, condotto fuori) a passare dall’incoscienza del mio essere vivente alla coscienza dell’essere vivo ma “morituro”. Devo accettare questa realtà anzitutto come uomo, prima che come cristiano. Questo mi fa ritrovare tanto simile ad ogni uomo, solidale con ciascuno, unito nella stessa esperienza di precarietà e nello stesso tempo di fortissima comunione. Perché esisto? Sto pregando col rosario in mano, solo. È una bella giornata, fuori. Dentro sono meno sereno, quando, ad un certo punto di quella salita verso il cimitero di Rocca di Papa mi sorge dentro spontanea una domanda: «Perché esisto?». Mi stupisco e mi preoccupo: «Cosa mi viene in mente?». Ma subito quasi a superare quella domanda inquietante ritrovo una risposta ugualmente di fondo: «Esisto per puro amore gratuito». Certo, è vero, perché fra tante persone possibili in tutto il mondo, in tutti i tempi, mi sono trovato ad esistere per pura gratuità, senza alcun merito mio ma per l’amore di Qualcuno verso di me. Incalzante però un’altra domanda più concreta: «Perché sono qui?». Tra centomila e Gen's 2/2000 — pag. 24 — s4 esperienza più possibilità, sono qui per puro amore gratuito. Sicuramente non poteva venirmi in mente una risposta più giusta e guardacaso è uguale alla prima. Allora forse, anzi senza forse, anche quello che mi accadrà non potrà essere che «puro amore gratuito». Che scoperta! Passato, presente e futuro racchiuso dentro lo stesso Amore e io non ci pensavo, ed è così evidente. Anche dentro di me si rispecchiava quel sole che splendeva fuori. La malattia ci unisce di più a Dio Un po’ per curiosità, un po’ perché i medici chiedono dei tuoi trascorsi di malattia (trascorsi poco onorevoli, ma alquanto onerosi, che per fortuna si vivono uno per volta), così mi sono trovato lo scorso agosto su un letto d’ospedale per degli accertamenti a contare quante volte sono stato in quei luoghi come ammalato. Sono ben quindici. Altre volte, istintivamente, mi sarei chiesto il perché, ma questa volta sento più forte l’unità coi fratelli per i quali offro questa mia nuova situazione dolorosa. Davanti a Gesù Eucaristia nella cappellina del reparto è ancora più chiara la presenza di Gesù Îì “per me”, “per noi” come dono totale di sé, quasi mi voglia dire: «Sono qui per te, per voi tutti» e «non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici». Allora quando vengono i dolori è più facile dirgli: «Per te». Una luce particolare mi è venuta da un pensiero di Chiara Lubich trovato proprio in quei giorni. In quello scritto dell’undici agosto 1980 riferisce di un suo colloquio con Gesù: «Vada — dice Chiara — secondo i tuoi programmi, non badare a me, perché tu sai che quando ci bastoni un pochino, siamo tutti in gamba, nel senso che torniamo tutti a te, siamo pronti sempre a tutto...». In questa luce tutto acquista significato e valore, aldilà del sapere quando uscirò dall'ospedale e aldilà dell’esito dei numerosi esami, Gen's 2/2000 Poter vivere ancora! Che gioia! La malattia è stata l'occasione per prendere più coscienza che Gesù ha una cura speciale per ognuno di noi. È stato capire che quello che vale è l’unione con Dio durante il “santo viaggio” della vita, l'affare più importante dell’umana esistenza. A volte mi domando quanto tempo ho ancora da vivere. Forse poco. E mi ritrovo con le mani vuote. Come mi presenterò davanti a Dio? Che cosa avrei potuto fare di bene e non l’ho fatto? L'esito degli esami mi ha rivelato che il “gioco” della vita per il momento si riapre. E proprio in quel giorno ho avuto tra le mani un altro scritto di Chiara, quasi una conferma del mio riprendermi in salute. Vi si legge: «Lì davanti a lei (la Madonna) ho capito, mi sembra, il motivo per il quale lei mi ha guarita. In quest’ultimo periodo della mia vita avevo come un dolore: quello di non riuscire a ricominciare la vita per farmi veramente santa, non per me, lo sapete, ma per fare un piccolo dono a lei che lo portasse a Gesù. «So che Paolo dice: “Voluntas Dei santificatio vestra: è volontà di Dio la vostra santificazione”, e quindi, se è volontà di Dio avrei voluto diventarlo a tutti i costi, ma mi sembrava di avere poco tempo. Ero quindi presa da una specie di dolore, profondo, per non avere ancora il tempo e gli anni necessari per poter farmi santa. Mi sembra che la Madonna mi abbia guarita per dirmi: puoi ricominciare». L'ho preso come un augurio per me ed un impegno a spendere i giorni che mi restano per servire nel migliore dei modi — col dolore, con la preghiera e col lavoro — l’umanità nei fratelli che Dio mi mette accanto. Mario Bodega — pag. 25 — notizie ecclesiali DI La Chiesa nel mondo dl Giubileo a Gerusalemme I responsabili delle comunità cristiane della Terra Santa (cattolici, ortodossi e protestanti), hanno aperto a Betlemme con una cerimonia ecumenica le celebrazioni del bimillenario della nascita di Gesù. Nel loro messaggio ricordano che il Grande Giubileo è tempo di adorazione, di perdono e di riconciliazione, poi aggiungono: «Dobbiamo confessare onestamente e francamente che non abbiamo conservato perfettamente durante il nostro pellegrinaggio in questa Terra Santa l’unità dello spirito con il legame della pace e che la nostra obbedienza è stata imperfetta alla preghiera del Salvatore nell’ultima Cena: “che tutti siano uno, come tu Padre sei in me e io in te, affinché il mondo creda” (...) Ciascuno ha preso la propria strada, da solo, come se Cristo fosse diviso. Siamo divenuti stranieri, gli uni gli altri, e perfino rivali. Ma Dio in questi giorni ha riavvicinato i nostri cuori: non vogliamo restare prigionieri dei nostri errori e dei nostri peccati del passato; non vogliamo fermarci ad eventi o memorie amare, allo scopo di scusarci o di rimproverare i nostri fratelli. (...).. Oggi chiediamo a Dio di colmarci della sua misericordia e della sua clemenza, di darci la grazia di rileggere insieme la nostra storia passata e di donarci in questa nostra vita presente più amore e più unità, al fine di essere uniti nel medesimo spirito e nel medesimo pensiero». I vari capitoli del messaggio, uno più interessante dell’altro, riguardano rispettivamente: l’unità dei cuori nella testimonianza di Cristo e nell’azione comune, restando tutti fedeli alla propria Chiesa e alle proprie tradizioni; la convivenza nella società araba, che — si afferma — è cristiana e musulmana insieme. Si parla poi del processo di pace con un invito alla riconciliazione basata sulla giustizia, l'eguaglianza dei diritti-doveri, il rispetto della dignità umana e il riconoscimento di uno status particolare per Gerusalemme. Il messaggio è anche ricco di contenuti verso i fratelli musulmani, invitati a costruire insieme un nuovo periodo della storia comune basato sulla fede in Dio e nel rispetto verso il popolo ebraico. Un saluto speciale, infine, è rivolto ai pellegrini attesi nella terra di Gesù per uno scambio di doni nell’unità dei cuori. Graziano Motta [I Convegno ecumenico di vescovi in Giordania Animato dalla spiritualità dei Focolari, 26 vescovi (ortodossi, siro-ortodossi, anglicani, evangelico-luterani e cattolico-romani) sono convenuti dal 3 al 7 dicembre ad Amman in Giordania per il 18° Convegno ecumenico di vescovi amici del Movimento dei Focolari Nel corso della loro convivenza hanno rievocato alcuni dei frutti più significativi nel cammino delle Chiese verso l’unità durante questo ultimo anno, come la recente firma della dichiarazione luterano-cattolica sulla dottrina della giustificazione, gli incontri di Giovanni Paolo II con i Patriarchi ortodossi della Romania e della Georgia e il documen- Gen's 2/2000 — pag. 26 — 56 notizie ecclesiali to della Commissione per il dialogo teologico fra anglicani e cattolici “Il dono dell’autorità”. Meditazioni bibliche dettate da rappresentanti delle varie Chiese hanno fatto risplendere i tesori spirituali dell'Oriente e dell’Occidente cristiano. Chiara Lubich ha parlato ai vescovi del cammino di comunione iniziato tra i nuovi Movimenti ecclesiali e si è poi soffermata sulla presenza vivente di Gesù tra due o più uniti nel suo nome (cf. Mt 18, 20), cioè nel suo amore, “pezzo forte” della spiritualità ecumenica. Infine, le testimonianze di vescovi e di focolarine e focolarini di differenti Chiese hanno messo in luce i frutti di comunione e di rinnovamento della spiritualità dell’unità, che si va sempre più diffondendo nelle Chiese. Un fatto che il primate della Chiesa episcopaliana del Brasile, dom Glauco Soares de Lima, ha messo in collegamento con l’attuale situazione pluralistica e secolarizzata: «La novità di questa spiritualità è molto importante per il cristianesimo nel mondo oggi». Da parte delle Chiese sono giunti vari messaggi. Il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che aveva inviato un suo personale rappresentante, ha formulato questo invito: «Riponiamo la nostra fede nell’unico Signore Gesù Cristo, non nel Cristo della ‘mia’ fede o della ‘tua’ fede, ma in Gesù Cristo oggi, domani e sempre». L'arcivescovo di Canterbury, George Carey, ha scritto: «Mentre si avvicina il terzo millennio cristiano, l'esempio del Movimento dei Focolari ci incoraggia a lavorare insieme a tutti i livelli per l’unità della Chiesa». Il cardinale Edward Idris Cassidy, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha espresso l’augurio «che l’incontro avvenga nella gioia che si prova quando si sperimenta la presenza del Signore». «Penso che la comunione sperimentata tra noi sia tale, che non si può pensare che un giorno potremo trovarci separati gli uni dagli altri», ha commentato alla fine del convegno il vescovo luterano emerito di Stoccolma, Gen's 2/2000 Henrik Svenungsson, alludendo al tema della riunione: “Promuovere la presenza di Cristo fra i fedeli e fra le Chiese — via alla comunione piena”. E il Card. VIk ha constatato: «Incontrare il Dio vivo, sbalordisce sempre di nuovo» ed ha definito l’incontro «un evento dello Spirito Santo ed una grande speranza». L’8 dicembre i vescovi hanno iniziato un significativo pellegrinaggio in Terra Santa, che è passato per i luoghi delle comuni radici (Betlemme, il Getsemani, il Calvario, il Santo Sepolcro) ed è culminato, nella mattinata del 9 dicembre, nei pressi del Cenacolo, con un insolito gesto: nel corso di una breve celebrazione, in cui si era letta l'istituzione del comandamento nuovo di Gesù, il Card. Miloslav VIk, moderatore del Convegno, ha lavato i piedi a quattro rappresentanti di diverse Chiese. Subito dopo i vescovi, con una solenne preghiera, si sono promessi di cercare in tutto e prima di tutto l’amore scambievole: «che la croce dell’uno sia la croce dell’altro e la gioia dell’uno la gioia dell’altro». Dichiarazione che parla da sé in questa città che, pur solcata da secolari divisioni politiche e religiose, ha una speciale vocazione all’unità. L'ultima tappa si è conclusa, nel pomeriggio del 9 dicembre, presso l’Istituto ecumenico di Tantur, dove per iniziativa del Movimento dei focolari si è svolto un incontro ecumenico con 150 rappresentanti delle varie Chiese di Gerusalemme. Erano presenti patriarchi e loro vicari, vescovi, sacerdoti e personalità di 10 Chiese. Un intenso momento di preghiera, animato da vescovi di varie Chiese ed incentrato sul testamento di Gesù “Che siano uno... affinché il mondo creda”, ha concluso questo pomeriggio che, per la grande rappresentatività e l’inedita apertura reciproca è stato — come hanno affermato personalità del posto — “una vera benedizione del Cielo”, “un apporto originale nel progressivo cammino dei rapporti ecumenici in Terra Santa”. (Cf ) a cura della redazione — pag. 27 — esperienze 57 Flash di vita M. L'uomo del dialogo Voglio erigere una piccola stele a ricordo di un uomo silenzioso che ha terminato il cammino da pochi mesi, alla soglia degli ottant'anni. Anzi, non sono io ad erigerla, perché l’hanno già eretta. Sono stati i suoi compagni di viaggio che ne hanno tracciato un ritratto sorprendente durante il rito funebre, concreto, autentico, rifinito: una parrocchiana cattolica e un sindaco, ora emerito, di “ideale filosofico” diverso. Era nato nella Lorena, vicino alla frontiera tedesca. Entrato in seminario, fu uno dei seminaristi che durante la guerra del ’39-°45 vennero costretti a prendere la divisa dell’esercito tedesco e a combattere sul fronte russo. Al termine di questa esperienza disse: «Di ritorno dalla guerra, dove ogni giorno avevo rischiato la morte, ogni giorno di vita lo considero un puro dono di Dio». Già prete, negli anni ‘50 partecipa ad una Mariapoli in Belgio dove «ho incontrato delle persone — racconta — che il vangelo lo vivevano, mentre io lo predicavo soltanto». Come parroco non farà altro che essere fermento di unità, presenza di Gesù nel mondo industriale di Konaker, «città operaia spuntata dalla terra come un fungo». Residui di disturbi contratti durante la guerra lo portano a poco a poco alla quasi cecità, tanto da costringerlo a sospendere il lavoro pastorale. Ne approfitta per partecipare alla scuola sacerdotale del Movimento dei focolari a Grottaferrata dove, stranamente, la vista migliora, così che il vescovo gli affida un’altra parrocchia, rurale questa volta. «Sì, lei era fermento di unità — testimonierà con calore l’intelligente parrocchiana, Christiane Charpentier — perché ci ha trasformati da ‘categorie’ di persone in persone intere, e tutto il suo lavoro è consistito nel fare incontrare uomini e donne di buona volontà per costruire una città nuova, dove la dignità della persona e la libertà di ciascuno venivano rispettate. «Abbiamo vissuto un’esperienza eccezionale; abbiamo formato una comunità con un senso di solidarietà, con relazioni umane qualificate, belle e sincere. «Lei ha vinto la sfida di far vivere insieme operai e ingegneri, medico e farmacista, commercianti e contadini, bambini e giovani e adulti e anziani in un reciproco rispetto. Il Vaticano II l’ha colmato di gioia e di speranza: la persona prima di tutto. «Assisi, quanto al rispetto reciproco tra le grandi religioni, noi l'abbiamo preceduta: musulmani, ebrei, cristiani non cattolici, ortodossi... ebbene, si era fatto qualcosa di concreto con quei pastori e pope dell’epoca. «L'Europa da noi era già in cantiere: tedeschi, italiani, spagnoli, portoghesi, lussemburghesi e francesi, noi l’ Europa la vivevamo ogni giorno sui posti di lavoro, a scuola, ovunque. «Tra i Movimenti ecclesiali lei ha instillato il rispetto reciproco: Azione cattolica, L.O.C., Figlie di Maria, Scouts e Focolari non avevano che una parola d’ordine: “Amatevi gli uni gli altri per il bene di tutti e per la maggior gloria di Dio”. Gen’s 2/2000 — pag. 28 — 58 esperienze «Lei ci ha formati e ci ha trasmesso un’eredità bella ed esigente: essere, tra i nostri fratelli, segno dell’ Amore di Dio per ognuno. «Se ne è andato la domenica 12 luglio, giorno in cui il vangelo parlava del Buon Samaritano, di colui che si fa prossimo delle difficoltà umane, proprio quello che lei è stato, giorno dopo giorno.» Un altro dialogo non nominato prima è stato quello stabilito col sindaco del paese che dice con commozione: «Lui era l’apostolo d’una fede inalterabile alla quale non poteva rispondere l'ideale filosofico che avevo io. Ma queste due vie parallele erano così vicine che potevamo camminare verso il medesimo orizzonte tenendoci per mano. «Per ventisette anni abbiamo condiviso i nostri doveri, le nostre responsabilità. Eravamo, ciascuno a nostro modo, uomini di buona volontà. Ciò che avevamo in comune, ciò per cui ci sforzavamo di lavorare, era il bene delle persone; il percorso e l’orizzonte nostro era identico. Per questo abbiamo anche condiviso gli incontri che aveva con gli amici focolarini nelle Mariapoli, (...) dove riprendeva forza, gioia e vita. «Ma la sua missione era più importante della mia, poiché toccava il bene delle anime e la loro maturazione attraverso un progresso continuo verso una certa perfezione a cui credeva profondamente. «Il nostro lavoro comune era fatto di riflessione, di proposte discrete da parte sua. Quante miserie nascoste, nella gente, dietro una dignità piena di pudore! Quando lui sapeva che io, sindaco, potevo medicare una piaga che egli stesso non era in grado di guarire, me lo faceva sapere. Era una meravigliosa complicità che non potrò mai dimenti- CAPS «È stato malato per lungo tempo, ma ne parlava con serena tranquillità. Era una testimonianza della sua fede, fermo nella certezza che il suo Cristo non avrebbe potuto né ingannarsi né ingannarlo, perché era lui stesso la risurrezione e la vita.» (Dietrich Raymond, sindaco emerito di Gosselming). Gen's 2/2000 Si chiamava Paul Beckmann. Per il suo ministero aveva preso Maria come modello. È stata Lei a farne “l’uomo del dialogo” a trecentosessanta gradi. Silvano Cola n) Nella casa “Paolo VI” nella cittadella ecumenica di Ottmaring in Germania abitano insieme alcuni sacerdoti della diocesi di Augsburg. Tra loro c’è un anziano ultraottantenne, Hans Heikenbrinker. Abbiamo chiesto a due dei suoi colleghi come egli vive l’anzianità. Ama per primo Chi al mattino si alza per primo nella nostra casa è Hans con i suoi 87 anni. Un saluto breve e cordiale mi giunge attraverso la fessura della porta socchiusa della mia stanza. Egli si sta recando in cappella, passando prima in giardino per prendere una boccata d’aria pura. Comincia la giornata in preghiera davanti al tabernacolo. In certi giorni lo si sente cantare un salmo o la melodia di un corale oppure l’alleluia. Poi va in cucina e prepara con cura la colazione per tutti. Abitualmente siamo solo in quattro, mentre il lunedì, quando si uniscono a noi altri sacerdoti, arriviamo anche a 12, e il giovedì abbiamo sempre tre ospiti evangelici. Nell'aria non solo aleggia il profumo del caffè, ma si respira anche una particolare atmosfera che invita volentieri a sedersi a tavola. Hans è sempre stato un tipo molto attivo: pensa con i giovani, si mette in viaggio quando è necessario, prende parte alla vita della Chiesa e della società, esprime la sua opinione e, se necessario, sa anche difenderla con passione. E un uomo aperto. Molti lo cercano per un consiglio nella vita spirituale, ma anche per problemi quotidiani come il cambio di casa, le difficoltà negli studi, la scelta di un lavoro e così via. È apprezzato come compagno di conversazione e lo era anche come predicatore. Il suo forte era la teologia narrativa nel miglior — pag. 29 — esperienze 39 senso della parola. Gli veniva in aiuto la sua memoria di ferro. Ora ha dovuto perdere una cosa dopo l’altra: «Non posso più predicare, non mi viene in mente niente», dice sorridendo. A volte quando gli si chiede di dire una parola nella messa, resta seduto ore ed ore per prepararsi. «Dimentico tutto», commenta. Fino al suo ottantesimo compleanno andava ancora bene. Poi ebbe un brutto incidente stradale, dove fu investito da una moto e catapultato sulla strada. Nel 1995 si ammalò gravemente per una erisipela facciale molto dolorosa, che ancora oggi gli causa grossi problemi. Inoltre sembra che abbia avuto, in una caldissima estate, una lieve apoplessia. Ma non è il tipo che si lascia abbattere e con una lodevole energia si è sempre ripreso. Ogni mattina fa la sua ginnastica. Prima faceva anche una verticale a gambe in su. Fino ad oggi fa parte del suo ritmo di vita una passeggiata quotidiana di almeno un’ora e, se il tempo non è veramente brutto, va in bicicletta sino al prossimo paese a 5 km per la messa. Questo suo comportamento è per molti nella parrocchia un esempio che spinge alcuni a cambiare abitudini e dà coraggio a coloro che si trovano in simili situazioni. Hans non dice mai che gli pesa non poter più fare le tante cose prima così importanti per lui. Non lo si vede mai di cattivo umore. Ogni mattino si alza pensando consapevolmente alla Parola di vita e ripete questa preghiera: “Perché tu sei abbandonato, Gesù...”, preparandosi così a riconoscere il volto del Crocifisso in qualsiasi dolore. Quando gli si chiede di raccontare un’esperienza di Vangelo vissuto, in genere risponde con semplicità che non ne ha. A sentirlo non sembra fare particolare esperienze, ma noi le facciamo di continuo con lui: è una persona che ama continuamente e per primo. Quando, per esempio, a colazione manca lo zucchero o qualcuno dei commensali ha un desiderio, egli si alza per primo e va verso la dispensa o il frigorifero. Non facciamo nemmeno in tempo ad accorgerci e lui l’ha già fatto. Sappiamo che ogni volta che si alza dalla sedia, deve sopportare forti dolori: si capisce tra le righe che il ginocchio gli fa male, che non riesce più a camminare speditamente e che la schiena gli duole molto. Hans va regolarmente dal suo medico e si lascia consigliare. Una volta l’ho accompagnato da un medico a 100 km di distanza, quando i dolori causati dai nervi facciali erano diventati insopportabili. Per lui, oltre l'allenamento fisico, è importante mantenere vivo lo spirito. Legge molto, anche se spesso dice col sorriso in volto che non riesce a ricordare ciò che ha letto. Comunque non ne fa un problema o, per lo meno, chi lo vede dal di fuori non lo avverte. Quando, senza chiedere il suo parere, si crede di dovergli risparmiare qualche fatica, per esempio evitandogli di dover dire una messa, interviene con fermezza: «Ma certo che posso farcela!». Non vuole essere considerato un anziano da cui non ci si può più aspettare niente, anche se a volte, dopo un lavoro impegnativo, gli sfugge di dire: «Non ce la faccio più!». E dà I’mpressione che, dopo aver fatto un bilancio della situazione, abbia dato solennemente al suo Creatore buona parte delle sue forze vitali. Abbiamo l’impressione che Hans sfrutta fino in fondo le possibilità che la natura ancora gli lascia, arrivando a volte sino al limite o addirittura andando oltre. Le occasioni sono sempre di meno, ma egli vuol realizzare il suo compito fino in fondo con le forze che ancora gli restano. Hans non sta invecchiando, perché vive in pieno la vita della sua età; anzi è ancora giovane, perché un giovane non si comporterebbe diversamente. Per una persona giovane è solo più facile, perché non è ostacolata da barriere fisiche. Hans vede la vita come un dono, un talento da far fruttificare, e cerca di corrispondervi con le possibilità fisiche del momento. Per questo sul suo volto c’è sempre il segno della gioia. Gerhard Bauer e Martin Gògler Gen's 2/2000 — pag. 30 — 60 domande aperte Dialogo con i lettori Via Gallagher, noto giornalista e scrittore inglese, nel suo libro “Chiara Lubich - Dialogo e profezia” della San Paolo, così descrive il momento in cui pose alla fondatrice dell’Opera di Maria la domanda su come immaginava il Paradiso: «Lei sollevò in aria le mani, ridendo: “Magari potessi raccontarti cos'è il Paradiso!”, come per dire: “Mica poco, quello che chiedi!”. E tornata subito seria, cominciò a dirmi come lo vedeva». in, Il Paradiso Penso che il Paradiso sia partecipare, attraverso Cristo, della Santissima Trinità; che sia trovarci nel cuore del Padre. E lì partecipare, come dice san Giovanni della Croce, alla vita delle tre Persone della Trinità. E alla vita di Gesù: una replica dei misteri della vita di Gesù. Questo, credo, sarà il Paradiso. Vedremo sempre nuove cose, sempre nuove cose. Così come io lo vedo, saremo introdotti nella Trinità. Nella dinamica della Trinità. E sarà tutto sempre nuovo, sempre nuovo, sempre NUOVO... Perché, come dicono i padri della Chiesa, se avremo vissuto da cristiani, saremo divinizzati. E benché adottivi, saremo veri figli di Dio. Dunque, a me sembra, saremo veramente Dio; non uguali a Dio, perché Dio è Dio, ma saremo realmente Dio per partecipazione. E riceveremo l’eredità di Gesù, che è tutto quanto il Paradiso, in tutta la sua evoluzione, perché il Paradiso non è una cosa statica, fissa. E una cosa dinamica. E penso che ci sia un continuo rinnovamento dell’unione con Dio, con le Persone della Trinità, con tutti noi. Ciascuno di noi sarà il Paradiso dell’al- Gen's 2/2000 tro. Ma il nostro Paradiso sarà prima di tutto la Trinità. Perché nella Trinità ci saranno Gesù, Maria, ciascuno di noi; saremo Paradiso per l’altro perché ciascuno di noi sarà Dio, ciascuno con la sua personalità. Ciascuno avrà qualcosa di diverso, pur essendo tutti Dio. E tutto ciò che costituisce l’eredità del Cielo ci apparterrà. In Gesù, come dice san Paolo, « ... non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede» (Ga/ 4,7). Così anche se già qui sulla terra avessimo una vita bellissima, straordinaria, magari come quella dei santi alla fine della loro vita, il Paradiso è infinitamente di più. Così la morte non sarà nulla di triste, sarà una porta che si aprirà per noi su qualcosa di straordinario. E ci saranno cose nuove: nuovi cieli e nuove terre. Penso che tutto sarà pieno di colore. E proprio come noi, quaggiù, vediamo i campi e le stelle, ci saranno delle cose, perché ci saranno un nuovo cielo e una nuova terra. Ci sarà l’unione delle anime. E, penso, ci sentiremo natura, perché la natura sarà tutt’uno con noi. Perché nella nostra umanità anche la natura troverà, in qualche modo, la propria redenzione. Il Paradiso è qualcosa di assolutamente meraviglioso. Chiara Lubich — pag. 31 — PERCHÉ TUTTI SIANO i ha fatto un bene enorme costatare che ci sono persone in ogni parte del globo che si giocano la vita per ‘ costruire la comunione in seminario». Così ha scritto un giovane della Spagna a chi gli aveva passato queste pagine con notizie dal mondo dei seminari. Ed ha colto nel segno quello che sembra uno dei frutti principali del Congresso internazionale Gesù crocifisso e abbandonato: Ponte fra Cielo e terra, svoltosi a Roma alla fine del 1998. Attraverso questo incontro fra seminaristi di tante nazioni si è creata una rete di comunione che abbraccia il mondo. Nulla di formale, di organizzato. Piuttosto una corrente di vita, uno stile che si propaga attraverso l'esempio. Facciamo il caso dell’Argentina. In occasione della convivenza annuale con uno dei corsi, il rettore di un seminario propone: facciamo fra noi una comunione dei beni nello stile dei Focolari. I seminaristi accettano di buon grado. O ancora: in Slovacchia. Una sera, J. tira fuori dal portamonete un foglio e segna le spese del giorno. Un compagno di camera gli chiede il perché di questo modo di fare che ha osservato da tempo. «Vivo la comunione di beni con altri, secondo l’esempio dei primi cristiani». «Metti anche questo nella vostra cassa!», gli dice l’altro visibilmente toccato e gli passa un biglietto da 100 corone. O ancora: in Perù. C. è il segretario del seminario ed ha lavorato fino a notte fonda. È appena andato a dormire quando si sente chiamare: «Puoi portarci in città? Dobbiamo alllestire un tappeto floreale per la processione del Corpus Domini». Sono le due. E la voglia è poca. Ma occorre amare per primo. Conclusione di quel viaggio notturno: nasce un rapporto fra due seminaristi che prima si sentivano piuttosto estranei. Oggi sono impegnati insieme per l’unità. Ovunque nel mondo, sono sempre più numerosi i seminaristi che si ritrovano per mettere in comune le loro esperienze di Vangelo vissuto e poi affrontare con un’anima nuova, più sensibile agli altri, le situazioni di ogni giorno. Racconta un gruppetto di studenti del Centreuropa: «Tutti cerchiamo di essere a disposizione degli altri. R. ha la responsabilità, in seminario, di un piccolo negozio dove si possono comprare articoli di cartoleria, ecc.; P. e A. animano la musica ritmica in cappella; F. cerca di portare unità fra gli animatori di una comunità giovanile; J. insegna l’italiano a 10 seminaristi». Piccole cose, ma che “fanno differenza”, come dicono gli inglesi. E non si tratta tanto di particolari attività, ma sono piuttosto espressione di un modo d’essere che ha fatto esclamare a chi ne ha colto i riflessi: «persone così fanno andare avanti la nostra casa». Notizie dal mondo dei seminari - 24 a cura della segreteria internazionale del movimento gens per la comunione Gen's 2/' 2000 - 61 — pag. 32 — Viaggio in Burundi Firmin Niyonemeye della segreteria internazionale del Movimento gens riferisce di un viaggio in dicembre-gennaio che gli ha fatto vivere intensi momenti a contatto con la realtà dei seminari del Burundi. Terra di dolori e terra di speranza. Terra in cui sono nato e cresciuto — il Burundi — ma nella quale questa volta mi reco unicamente per sostenere quella corrente di comunione che da qualche anno a questa parte va attraversando la vita delle comunità cristiane, i presbitéri diocesani, i seminari. Parto da Roma a metà dicembre ed arrivo via Addis Abeba a Bujumbura. Ad attendermi sono i focolarini e i numerosi seminaristi maggiori e minori che in questo Paese vivono la spiritualità dell’unità. Andrò a far visita a parecchi di loro nei rispettivi seminari. E soprattutto, nei giorni di Natale, ci riuniremo con una rappresentanza dei vari gruppi per approfondire insieme l’Ideale dell’unità. Sono appena arrivato e le circostanze fanno sì che posso esporre al Nunzio quanto è in programma per questi giorni. «Vi do tutte le mie benedizioni», mi dice ed esprime un sogno: vedere i seminaristi protagonisti di una nuova mentalità, quella evangelica, che è l’unica a poter risolvere le tante sfide che deve affrontare questa nazione. Dopo i contrasti, la vita Una prima visita mi porta al seminario minore di Ciya, riaperto da poco. Devastato dalla guerra civile, era chiuso per quattro anni. Ovunque se ne vedono ancora i segni, orme di Gesù crocifisso, che fanno da sfondo all’aria di festa con cui vengo accolto. Il giovane rettore, un sacerdote focolarino, mi mostra le piccole colline Gen's 2/2000 - 62 dove i seminaristi coltivano ananas ed altri frutti e verdure, per potersi mantenere, e mi illustra i lavori per la ricostruzione. Per i seminaristi, è periodo di esami. L'appuntamento con loro è a fine mattinata, dopo due prove scritte, «per quelli che vogliono». Sono presenti tutti, sorridenti e contenti. Lascio la parola innanzi tutto a loro e conosco così i vari Movimenti presenti in seminario: Schònstatt, Croisade eucharistique, Xavéri, Scouts... Parlo poi della spiritualità dell’unità e in particolare dell’arte d’amare. L'incontro si prolunga e se avessero potuto non sarebbero neppure andati a pranzo... Famiglia, in un monolocale Sono di ritorno al focolare di Bujumbura. Arrivano 26 seminaristi dei due seminari maggiori, quello filosofico in città e quello teologico a Gitega. Con loro trascorriamo cinque giornate che si possono riassumere in una sola parola: famiglia di veri fratelli. A favorire quest'esperienza è lo stesso ambiente che ci accoglie: un ampio monolocale che alla sera si trasforma in dormitorio, mentre durante il giorno fa da sala per i pasti e le riunioni — continua occasione per esercitare la carità, mettendo in gioco la propria comodità. Il rapporto fra noi è immediato. Approfondiamo punti centrali della spiritualità dell’unità e ci raccontiamo come riusciamo a metterla in pratica nei nostri ambienti. C'è una grande irradiazione di questo stile di vita nei seminari, con decine e decine di seminaristi che vivono, mese per mese, la Parola di vita, si ritrovano per scambiarsi le loro esperienze e si impegnano nel servire gli altri. Tutto ciò contribuisce a gettare ponti, a creare comunione. Inseriti nella grande famiglia dei Focolari, ogni giorno per alcune ore partecipiamo alla costruzione di una casa per la comunità. È il nostro contributo a quell’intenso lavoro di formazione di persone di tutte le vocazioni, che il focolare sta portando avanti e che si ripercuote nelle parrocchie e in varie espressioni della vita civile nel Paese intero. Trasportare mattoni ci fa vivere lo spirito di — pag. 33 — Chiara Lubich Il rapporto fra le persone uale il rapporto delle persone tra loro? Se penetriamo bene il Vangelo, se scrutiamo fino in fondo la volontà di Dio, vedia- “mo che una parola emerge potente ed atta ad illuminare tutte le altre. Essa è amare. Amor è l’atteggiamento tipico dei cristiani. Ma non amare con quella carità che è sinonimo di elemosina o beneficenza. Ma amare come Gesù, che si era “fatto uno” con tutti dopo essersi fatto uomo come noi. Farsi uno: ecco l’amore. Farsi uno con quanti incontriamo durante la nostra giornata Farsi uno finché chi è così amato comprende l’amore e vuole amare a sua volta. E nasce così l’amore reciproco, il distintivo, ancora oggi, come ai tempi dei primi seguaci di Cristo, dei cristiani. Amore reciproco che è il comando per eccellenza di Gesù, la vita della Santissima Trinità trasferita in terra. Da: La spiritualità collettiva e la Chiesa-Comunione famiglia: è occasione per parlarci, per scherzare, per conoscerci meglio... Alla vigilia di Natale siamo in cattedrale. Celebra il vescovo. Vederci riuniti per un cammino di comunione tra futuri sacerdoti, lo riempie di gioia. Spontaneamente ci presenta all’assemblea con parole cariche di benevolenza e... con un tocco di ammirazione. Più tardi, in focolare, si fa festa. Sono presenti tante persone del Movimento a Bujumbura: giovani, ragazzi, sposati. Mancano solo i sacerdoti che sono, ovviamente, straimpegnati. Il clima di Gesù in mezzo ci fa toccare con mano la realtà di Natale: felicità traboccante, umano-divina, che si esprime ben presto nelle danze tradizionali. Ore di Cielo! Avventura... senza freni Mentre il 28 mattino i seminaristi partono, mi attende un altro appuntamento. Proprio in questi giorni si riunisce a Gitega l’associazione del clero burundese della quale fa parte la quasi totalità dei sacerdoti. Una buona opportunità per tuffarmi nella loro realtà, per instaurare legami con tanti, per colloquiare con vecchi amici con cui eravamo insieme in seminario. Con me erano saliti a Gitega quattro gens. Con l’avvicinarsi della fine dell’anno abbiamo premura di rientrare a Bujumbura. Vogliamo raggiungere il focolare prima di capodanno, per il “Te Deum” con la comunità. Assieme ad altri quindici persone, saliamo su un pulmino. Bisogna far presto. Per ragioni di sicurezza è consigliabile arrivare nella capitale prima del tramonto. Avviene però... che i freni di quel mezzo non funzionano affatto. Ogniqualvolta bisogna fermarsi e ripartire, il conducente deve fare tante peripezie. E pensare che abbiamo davanti un lungo tratto nelle montagne, con tantissime curve: 1.400 m di dislivello! Tra i passeggeri si fa largo il panico e ad alcuni non manca la rabbia. E noi, quale atteggiamento tenere? Ci guardiamo in faccia e abbiamo uno stesso pensiero: è Gesù in croce che viene a trovarci in quest’imprevisto. Occorre “fargli festa”. Per due volte l’autista rischia un incidente. Cerchiamo di mantenere la calma, di non pesare su di lui che già si trova in una situazione penosa. Ad un certo punto i passeggeri gli chiedono indietro i soldi e li affidano ad uno di noi. Lentamente prosegue il viaggio. Sta ormai per tramontare il sole e siamo ancora lontani da Bujumbura. Impossibile Gen's 2/2000 - 63 — pag. 34 — Segue: .. in Burundi Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 2/2000 - 64 arrivarci entro stasera, a questo passo. Fuori la pioggia si intensifica e nei dintorni non ci sono case. Chiediamo all’autista di fermarsi. Senza badare alla pioggia né alla vergogna, ci dirigiamo verso le macchine che passano per chiedere un passaggio. Riusciamo a far partire le donne, i giovani. Siamo concordi: prima occorre pensare agli altri, dopo a noi. Può darsi che ciò significhi passare la notte lì, all’aperto. Ma la fiducia nel Padre è grande. Alla fine rimaniamo in pochi. A sorpresa, il nostro autista decide di scendere a Bujumbura. Pensa di usare solo la prima e la seconda marcia. Saliamo nuovamente sul pulmino. In viaggio, per tenere su l’aria, intoniamo canti di Natale e canzoni della Mariapoli. Gli altri rimangono stupiti della nostra gioia, primo fra tutti l’autista. Torna la gioia e cancella il disagio dell’attesa sotto la pioggia e nel freddo. Arrivando in città, l'autista, tutto contento di avercela fatta e di aver riavuto i soldi per il passaggio, trova per noi una macchina che ci porta fino al focolare. Siamo stanchi ma contenti di aver aiutato tante persone. Martiri della fratellanza Ed inizia l’ultima tappa del mio soggiorno. Nei primi di gennaio mi trasferisco nel nord del Paese. Trovo a Burasira i seminaristi dell’anno propedeutico che non hanno potuto partecipare all'incontro con gli altri a Bujumbura. L'accoglienza da parte dei formatori è ottima. E così dei seminaristi. Tanti sono impegnati già da tempo nell’avventura dell’unità. Chiedono notizie sugli ultimi sviluppi del Movimento e sono ansiosi di capire come mai questo Ideale attiri perfino credenti di altre religioni. Mi domandano come fare per comunicare a tanti quella vita che hanno scoperto. Nel pomeriggio ci ritroviamo, questa volta anche con i seminaristi che appartengono ad altre aggregazioni. E l'occasione per parlare della comunione fra i movimenti, creatasi in seguito all’incontro con il Papa nella Pentecoste 98. Alla fine lancio l’arte d’amare “per vivere il paradiso già in seminario”. Torno a Bujumbura e riparto quasi subito. La meta, questa volta, è il seminario minore di Buta. Forse il punto più luminoso nella geografia dei seminari del nostro Paese. Nell'aprile "97 vi hanno versato il loro sangue 40 seminaristi. Non avendo voluto separarsi per etnie hanno preferito morire assieme, essendo così fedeli al loro ideale cristiano. Ormai tutti, a cominciare dal vescovo, li chiamano “martiri della fratellanza”. Un santuario ricorda la loro offerta. Dopo la messa con tutti, mi trovo con i seminaristi che vivono la spiritualità dei Focolari. E una nuova fioritura, perché a quell’assalto era scampato solo uno del gruppo dei gens. Con la sua testimonianza, ha attirato altri. Sono una ventina. Il loro desiderio è essere testimoni di unità come i loro fratelli che non hanno risparmiato la vita. Passa al volo quest'ora, coronata dall’intervento del vicario generale che ha incoraggiato tutti ad andare avanti in questo impegno che ha definito fondamentale per tutti. Prima di ritornare a Roma, a metà gennaio, vado a congedarmi dal mio vescovo. Lo metto al corrente di tutto. E molto contento. E sottolinea quanto siano preziosi questi gruppi nei seminari. In cuor mio, mentre riprendo l’aereo, regna una gratitudine immensa. Porto con me tanti incontri, il ricordo di tanti volti radiosi, e dò lode a Dio per il grande dono della comunione. — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi degli abbonati fanno parte dell'archivio della rivista Gen + gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. eis rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe. Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. 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