gen’s 2000/3 – Il ministero futuro nella comunione Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2000-3-il-ministero-futuro-nella-comunione/ — pag. 1 — GEL'S Editoriale Lo stress dei preti Chiara Lubich Guardare tutti i fiori Toni Weber Una “casa” per i sacerdoti Andrea Caelli i Crisi o esigenza di autenticità? Garlo Malavasi Fare del presbiteriouna famiglia W. Hagemann e P. Christian Dall’isolamento a nuove forme di comunione Karel Pilîk Perseguitati ma uniti Johannes: Distelberger Patto di sangue e patto d’unità Spedizione in abbonamento postale - art. 2 anno VKX comma 20 / C legge 662 / 96 - filiale di Roma maggio-giugno — pag. 2 — maggio - giugno.2000 65 EDITORIALE Lo stress dei preti Enrique Cambon 67 SPIRITUALITÀ Guardare tutti i fiori Chiara Lubich 68 RIFLESSIONE Una “casa” per i sacerdoti Toni Weber 70 STUDIO Crisi o esigenza di autenticità? Non basta essere intellettualmente preparati, occorre essere soprattutto esistenzialmente testimoni Andrea Caelli 74 ESPERIENZA Fare del presbiterio una famiglia La comunione può illuminare tutti gli aspetti della vita Carlo Malavasi 78 TESTIMONIANZA Dall’isolamento a nuove forme di comunione In una società secolarizzata Dio si testimonia nell’unità Wilfried Hagemann e Paul Christian 83 STORIA Perseguitati ma uniti Nella persecuzione o nella libertà ì ciò che ci salva è la vita di comunione Karel Piltk 86 TESTIMONIANZA Patto di sangue e patto d’unità Dalla cultura africana un contributo alla comunione Johannes Distelberger 90 ESPERIENZA In dono gli uni per gli altri Saper “perdere tempo” per costruire l’unità Enrico Pepe 95 FLASH DI VITA Il dono della malattia L'unità vera esige che si ami tutti 99 DIALOGO CON I LETTORI Comunione e solidarietà Luigino Bruni 101 monpo DEI SEMINARI Notizie dal mondo dei seminari - 25 a cura della segreteria internazionale del movimento gens leciti coi Ai lc lar ZI MRO AAC DE ci in n RETI MATA i DTA i SA cid PD i n° — pag. 3 — editoriale Lo stress dei preti S i sa che lo stress e la depressione sono sempre più diffusi, specialmente nelle grandi città e nel mondo sviluppato. Ultimamente la psicologia ha coniato un nuovo termine: il burn-our, utilizzato nell’originale inglese per non aver trovato ancora una traduzione adeguata nelle altre lingue. Significa che una persona è “bruciata”, è “scoppiata” o “cortocircuitata” psicologicamente, a causa di una professione particolarmente logorante. : È una sindrome che si manifesta soprattutto nelle professioni “prosociali”: personale sanitario che lavora con malati terminali, assistenti sociali, psicoterapeuti, polizia carceraria, docenti, certe frange di avvocati, ecc. Venendo a contatto con persone in situazioni estreme, spesso questi operatori rimangono molto scossi emotivamente, soffrono perdita di autostima per non riuscire a risolvere i problemi, arrivando in alcuni casi a vere e proprie ossessioni che prendono tutta la loro vita, per cui devono abbandonare il lavoro e chiedere aiuto terapeutico. Le cifre diventano così allarmanti, che ormai esiste una miriade di pubblicazioni e il tema entra nei curriculum di formazione. Si cerca d’individuare quali siano gli atteggiamenti necessari affinché non siano distrutte quelle persone che — spesso con motivazioni ideali ed altruistiche — assumono delle professioni d'aiuto. Ultimamente si moltiplicano anche gli studi sul burn-out dei sacerdoti, che stanno diventando una delle categorie a più forte rischio, non soltanto per le caratteristiche del loro ministero ma anche per i contesti in cui devono muoversi. È evidente che non è facile per essi trovare il proprio ruolo ed avere incisività in società sempre più secolarizzate, atee, indifferenti. Rischiano di sentirsi un po” come gli ultimi esemplari d’una specie in estinzione, difensori senza troppa speranza di ideali negati dai più, carenti dell’apertura di mentalità e delle nuove categorie necessarie per rispondere alle attuali esigenze. Per cui spesso non trovano successo né rilevanza nella loro azione, con i conseguenti contraccolpi anche sulla psiche. Nei posti invece dove i cristiani sono esigua minoranza o dove i problemi sociali e d’inculturazione sono enormi, la nuova consapevolezza con cui li si avverte fa sì che i sacerdoti sentano, a volte con una coscienza drammatica, che il loro compito supera totalmente le proprie forze e possibilità. dl Gen’s 3/2000 — pag. 4 — editoriale Questi e tanti altri problemi ben noti, possono portare i sacerdoti a diventare degli individualisti che si rifugiano in un cantuccio con una spiritualità miope e intimista. Oppure rischiano — ecco il burn-out — di ridursi a una specie di burocrati dell’istituzione, ripetitivi, senza grandi ideali né prospettive, insoddisfatti a livello affettivo, demotivati... Le vere e proprie crisi di rigetto che può provocare una tale situazione, sono tra le cause che spiegano certi abbandoni del ministero e persino qualche suicidio. Attraverso gli eventi storici, lo si sa, Dio ci chiama a cercare un cristianesimo sempre più genuino e rispondente ai bisogni dei tempi. Nessuno però, di fronte alla complessità e alle dimensioni dei problemi, è oggi in condizioni di farlo da solo. Per cui molti sacerdoti cercano di condividere la propria esistenza in una comunità dove sia possibile integrare i diversi aspetti della vita: salute e riposo, equilibrio psichico, sapienza nell’ordinare le proprie attività, aggiornamento spirituale, pastorale e teologico, e così via. Certo, non può trattarsi di una condivisione dovuta semplicemente a motivi funzionali, per andare incontro al loro numero sempre più scarso, al loro invecchiamento e al moltiplicarsi delle attività pastorali. Tanto meno possono essere delle comunità che riducano la loro finalità ad una compensazione affettiva e ad una protezione. Il cristianesimo ci presenta delle mete ben più alte e sostanziose. Perciò in questo numero, più che parlare in modo teorico della “crisi del prete”, abbiamo preferito mostrare nella pratica certe condizioni che possono aiutare ad evitarla o superarla. Offriamo un’ampia gamma di esperienze, in diverse situazioni ecclesiali, sociali e culturali, sulle possibilità e conseguenze della “vita di famiglia” tra i sacerdoti. Se il Regno di Dio che Gesù ha annunziato è la stessa vita della Trinità — incarnata nella storia fino al suo compimento nell’eschaton —, se la missione della Chiesa è quella di “trinitizzare” la vita del mondo («come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda», Gv 17, 21), si capisce come mai il Nuovo Testamento presenti la dimensione comunitaria frutto dell’agape come il cuore del messaggio evangelico. Se in altri tempi un certo stile di separazione dal mondo e le mura degli edifici sacri costituivano una difesa, oggi si sente l’esigenza di una comunità di vita che faccia sperimentare, nel mondo, tutta la bellezza e l’attrattiva della presenza di Dio in mezzo a noi. D'altronde, come farebbero i pastori ad assecondare le spinte dello Spirito verso l’unità che si producono a tutti i livelli civili ed ecclesiali, veri segni dei tempi, senza possedere loro in prima persona un’esperienza profonda d’unità? Evidentemente la comunione autentica non è qualcosa di facile o di sentimentale. Molte volte da queste pagine (cf. il n. 4-5/1999, interamente dedicato al tema) abbiamo sviluppato la realtà di Gesù crocifisso ed abbandonato come chiave dell’unità. Senza quel passaggio essa non è possibile. Anche quando non lo dicono esplicitamente, è questo il “segreto” della riuscita di ognuna delle esperienze che riportiamo. EG, Gen's 3/2000 — pag. 5 — spiritualità 67 Guardare tutti 1 fiori I fedeli, che tendono alla perfezione, cercano, in genere, di unirsi a Dio presente nel loro cuore. Essi stanno come in un grande giardino fiorito e guardano ed ammirano un solo fiore. Lo guardano con amore nei particolari e nell’insieme, ma non osservano tanto gli altri fiori. Dio — per la spiritualità collettiva che Egli ci ha donato — chiede a noi di guardare tutti i fiori perché in tutti è Lui e così, osservandoli tutti, si ama più Lui che i singoli fiori. Dio che è in me, che ha plasmato la mia anima, che vi riposa in Trinità, è anche nel cuore dei fratelli. Non basta quindi che io Lo ami solo in me. Se così faccio il mio amore ha ancora qualcosa di personale e, per la spiritualità che sono chiamato a vivere, tendenzialmente egoistico: amo Dio in me e non Dio in Dio, mentre questa è la perfezione: Dio in Dio. Dunque la mia cella, come dicono le anime intime a Dio, e, come noi diciamo, il mio Cielo, è in me e come in me nell’anima dei fratelli. E come Lo amo in me, raccogliendomi in esso — quando sono sola —, Lo amo nel fratello quando egli è presso di me. Allora non amo solo il silenzio, ma anche la parola, la comunicazione cioè del Dio in me col Dio nel fratello. E se i due Cieli si incontrano ivi è un’unica Trinità, ove i due stanno come Padre e Figlio e tra essi è lo Spirito Santo. Occorre sì sempre raccogliersi anche in presenza del fratello, ma non sfuggendo la creatura, bensì raccogliendola nel proprio Cielo e raccogliendo sé nel suo Cielo. E, giacché questa Trinità è in corpi umani, ivi è Gesù: 1’ Uomo-Dio. E fra i due è l’unità ove si è uno, ma non si è soli. E qui è il miracolo della Trinità e la bellezza di Dio che non è solo perché è Amore. Allora l’anima, quando tutto il giorno volentieri ha perso il Dio in sé per trasferirsi nel Dio nel fratello (ché l’uno è uguale all’altro, come due fiori di quel giardino sono opera dell’identico fattore) ed avrà fatto ciò per amore di Gesù crocefisso e abbandonato che lascia Iddio per Iddio (e proprio Dio in sé per il Dio presente o nascituro nel fratello ... ), ritornata su se stessa o meglio sul Dio in sé (perché sola nella preghiera o nella meditazione), ritroverà la carezza dello Spirito che — perché Amore — è Amore per davvero, dato che Dio non può venir meno alla sua parola e dà a chi ha dato: dà amore a chi ha amato. Così scompare la tenebra e l’infelicità con l’aridità e tutte le cose amare, rimanendo solo il gaudio pieno promesso a chi avrà vissuto l'Unità. Il ciclo è completo. Chiara Lubich Gen's 3/2000 — pag. 6 — Una “casa” per i sacerdoti Tanti nostri lettori ricordano con gratitudine la figura di Toni Weber, che per tanti anni ha lavorato per la formazione dei sacerdoti prima in Brasile, poi nella Scuola sacerdotale internazionale in Italia e infine in quella delle Filippine per il mondo asiatico. Crediamo di fare cosa gradita pubblicando questo suo scritto. Visitando i sacerdoti nei posti dove svolgono il ministero, mi rendo conto dell’importanza di incarnare l’amore in tutti gli aspetti della vita. Questo spesso è mancato nella loro formazione. E quanto è necessario per una testimonianza anche umana del Vangelo! Economia, apostolato, preghiera, casa, vestito, cibo, studio, programma della giornata, vita di famiglia tra i sacerdoti, devono essere armonizzati secondo la sapienza del vangelo. Altrimenti il prete vive improvvisando e non gli serve a niente nemmeno la teologia. Maturità umana Oggi più che mai è urgente aiutare i sacerdoti nella loro formazione. Il 90 per cento dei giovani che si sposano non sono preparati, perché non hanno la maturità umana o cristiana; ma la stessa cosa direi per i candidati al sacerdozio: tanti diventano sacerdoti e non sono pronti per esserlo. So bene qual è la preoccupazione di un vescovo, di un rettore di seminario, di un vicario generale: vedendo la mancanza di sacerdoti, vogliono assicurare la vita pastorale, per cui ordinano persone che in altre circostanze non accetterebbero. D'altra parte, mi accorgo che nell’esperienza che facciamo alla Scuola sacerdotale, tutta puntata sulla vita di comunione — e per farla i partecipanti vengono liberamente —, è più facile discernere i problemi di vocazione, di celibato, di capacità di creare una comunità, e via dicendo. Nella vita di comunione, se è autentica, vengono a galla problemi che altrimenti mai sarebbero affrontati e risolti. Ora quanti sono i preti che hanno avuto una formazione alla comunione? Magari sono stati preparati per la pastorale, per organizzare attività parrocchiali, per predicare, per confessare o celebrare la messa, per pregare... Più trascurate la catechesi e le conoscenze pedagogiche e psicologiche. Ma ancora molto meno s'impara a vivere veramente in comunione. Mentre se esistesse una vera formazione in questo campo, i sacerdoti avrebbero una maggiore maturità umana e, per riflesso, ci sarebbe una fioritura di vocazioni e si avrebbero grandi frutti nella pastorale. Una vita unificata La vita d’unità, infatti, tocca e trasforma progressivamente tutti gli aspetti della vita nelle sue dimensioni personali e sociali. Sappiamo che la vita cristiana è normalmente espressa in vari settori con obblighi e azioni da compiere durante la nostra giornata. Per Gen's 3/2000 — pag. 7 — riflessione esempio, c’è un tempo per lavorare e un tempo per riposare, un tempo per pregare e un tempo dedicato all’apostolato, e così via. Se ci rendessimo conto che, in realtà, in tutte le nostre attività c'è una sola cosa da fare: amare Dio, allora si opererebbe in noi e attorno a noi una rivoluzione, perché noi andremmo al lavoro o alla preghiera, al pranzo o a fare sport per amore, per amore a Dio e al fratello. La nostra vita, così unificata, diventerebbe luminosa e affascinante. Una famiglia come gli apostoli con Gesù Come si può esigere dal prete che lasci tutto: padre, madre, fratelli, campi, se non gli si offre una nuova famiglia in una vita di comunione fra sacerdoti? Gesù non ha agito cosi! Sì, ha chiesto ai suoi di lasciare tutto per seguirlo, ha sradicato gli apostoli dal loro ambiente naturale, dalle loro famiglie, ma contemporaneamente ha offerto loro una vita a corpo, una nuova famiglia che si attuava nella convivenza quotidiana con lui. La piena disponibilità a lasciarsi portare dove mai si vorrebbe andare o si sarebbe sognato di andare, si conquista attraverso l’esperienza di una vita di comunione fraterna, dove si sperimenta libertà interiore dai condizionamenti culturali, familiari e locali. Urge far crescere questa comunione fraterna tra i sacerdoti, e in senso tanto concreto: dai soldi alla salute, dalla vita spirituale allo studio, creando tra loro legami più forti, più vitali e più profondi di quelli di una famiglia naturale. Sacerdoti, in altre parole, che vivendo uniti tra loro, vedono attuarsi le parole del Maestro: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Urge moltiplicare nelle diocesi simili nuclei, che sono ben altra cosa che una vita in équipe a scopo funzionale; gruppi che sono fermento per realizzare un vero corpo sacerdotale col vescovo, spiritualmente e materialmente. È di conseguenza che aumenta la disponibilità per qualunque forma di servizio in qualsiasi posto sulla terra. Per questo ho sempre sentito un’esigenza fortissima di aiutare i preti a trovare una casa, ad avere un posto dove vivere in famiglia. Mi sembra, infatti, che se uno non ha una casa, necessariamente va incontro a tanti problemi. L’ottobre scorso abbiamo fatto un ritiro in Corea, con l’aiuto di Lazzaro You, un sacerdote del posto. È stata una cosa meravigliosa! I sacerdoti erano 85 e l’unica preoccupazione nostra è stata quella di fare ogni cosa in unità, affinché Gesù fosse presente. Il commento del vescovo, alla fine, è stato: «Non ho parole per dire cos’è stato questo ritiro!». Noi eravamo contenti nel vedere quei sacerdoti così gioiosi, felici, perché prima i rapporti non erano così facili in quella diocesi. «Finalmente siamo di nuovo a casa!», dicevano. Erano a casa, sì, perché ora c’era Gesù fra loro nel presbiterio, fra loro e con il vescovo. È questa la forza più travolgente, più rivoluzionaria per la nostra realizzazione personale e per la fecondità del nostro lavoro. Toni Weber Da: E. Cambòn - S. Cola, L’ansia di Toni Weber, «far casa ai sacerdoti», Città Nuova, Roma 1994. Gen's 3/2000 — pag. 8 — 70 studio Non basta essere intellettualmente preparati, occorre essere soprattutto esistenzialmente testimoni Crisi o esigenza di autenticità? di Andrea Caelli La vita del prete oggi, come nel passato, non è priva di difficoltà, ma quello che più impressiona è una certa stanchezza interiore che in molti si manifesta, già nei primi anni di ministero, con tentazioni neo-clericali o spinte a facili abbandoni. E un problema da affrontare con le dovute attenzioni. Cosa fare? Uno sguardo al presente, che tenga conto del passato, potrà essere di aiuto per accogliere con spirito di fede quanto Dio vuol dirci attraverso le attuali circostanze. L’autore dell’articolo, rettore del seminario di Como, ha scritto un libro sull’argomento!. er venire incontro ai bisogni dei sacerdo- ti, soprattutto giovani, si creano spazi di formazione permanente, si studiano processi graduali d’inserimento nella pastorale, s’interpellano esperti e si creano figure educative nuove. Nell’epoca della globalizzazione il clero sembra omologarsi attorno alle stesse tensioni. I contesti culturali ed ecclesiali possono essere differenti ma tratti comuni connotano la struttura del clero di oggi. Non mancano tentativi di lettura del problema. A questo riguardo si svolgono convegni e si fanno analisi sul disagio pastorale del prete. Rimando, ad esempio, alla bella lettera dell’episcopato tedesco sulla vita e il ministero sacerdotale del 1992. Gen's 3/2000 Uno sguardo alla storia Lasciando agli esperti possibili ipotesi d’interpretazione socio-culturale, vorrei mettere in luce brevemente alcuni criteri evangelici, che provengono dalla storia della spiritualità e che ci possono aiutare per guardare con fiducia e realismo al futuro della vita e del ministero presbiterale. Ogni rinnovamento ecclesiale ha avuto origine da forti carismi, dati da Dio per fermentare col tempo l’intera Chiesa. Così dal monachesimo fino ai nostri giorni. Il cardinal Ratzinger direbbe che ogni tanto, nei momenti cruciali della storia, lo Spirito “riprende la parola”. E il clero come ha reagito? Alcuni a volte hanno osteggiato le novità, altri sono rimasti a guardare ed altri ancora, per fortuna, hanno colto i segni dei tempi e si sono lasciati trasformare dall’azione dello Spirito. Interessante è stata la reazione del popolo cristiano che nell’antichità andava nei monasteri a cercarsi i propri pastori. Così il monasterium clericorum di Sant’ Agostino ha fornito vescovi a tutta l’ Africa del nord e quello di Eusebio a Vercelli ne ha dati molti a tutta l’Italia del centronord. San Gregorio Magno, con la sua Regola pastorale d'ispirazione benedettina, ha avuto per lungo tempo un influsso decisivo sul clero di tutto il mondo allora evangelizzato. — pag. 9 — studio 71 Basterebbe poi pensare all’incidenza sul presbiterio dei canonici regolari, della spiritualità ignaziana, dei chierici regolari del ’500 o degli Oratori francesi del ’600, dei sacerdoti per le missioni popolari o degli istituti di vita apostolica dell’800... Nella misura in cui un carisma risvegliava la vita evangelica nel popolo, anche i presbiteri camminavano di pari passo, ispirandosi alla vita apostolica, dove fraternità, generosità evangelica e disponibilità missionaria trovavano una forte sintesi. Un richiamo a vivere il Vangelo Si potrebbe dire che le crisi non sono mai di alcuni soggetti ecclesiali ma della Chiesa nel suo insieme, in quanto chiamata a fare un passo in avanti nell’incarnazione del messaggio evangelico nelle nuove realtà storiche. In questa visione le difficoltà, che i preti incontrano oggi, non sono una disgrazia ma una opportunità ed uno stimolo per una vita cristiana più autentica. È interessante notare la presenza di questa costante evangelica: in periodi storici completamente diversi, si ripropone sempre come soluzione l’Apostolica vivendi forma. Le attuali crisi presbiterali diventano così richiamo per una vita sacerdotale radicata nella comunione come gli apostoli attorno a Gesù. «Fin dall’epoca di sant’ Agostino di Ippona, — raccontano gli storici — si erano avuti dei tentativi isolati di riunire i chierici dell’episcopio a vita comune, fondata sull’esempio dei primi cristiani, che implicasse il celibato, una riserva comune per il vitto e l’abbigliamento, e uno stile di vita quasi monastico. All’epoca della decadenza, questo tipo di organizzazione scomparve. Riapparve ad ogni seria riforma». Per questo penso che le difficoltà odierne del clero, sentite in maniera speciale dai giovani, non vanno disgiunte dalle tante vissute nella storia della Chiesa. Anche se cambia il modo in cui accostiamo il problema, dobbiamo metterci davanti alla crisi non con ansio- sa preoccupazione ma con sano realismo e con profondo spirito di fede. Dentro questo nodo della storia attuale della Chiesa dobbiamo trarre nuova forza e rinnovata spinta evangelizzatrice. Un principio che porti all’unità Ovviamente ha profondo significato l’attenzione tutta particolare rivolta ai giovani preti, che hanno un loro modo di pensare, agire, progettare. Come ogni età, anche questa non va enfatizzata, ma neppure trascurata né demonizzata. L’età giovanile, anche quella del prete, avverte oggi in modo spesso drammatico la frantumazione che porta alla dispersione e al disordine anche interiore, e sente l’urgenza di trovare un principio unificatore che dia senso ad ogni azione della giornata. Una prima grossa frattura è quella ereditata dalla mentalità dualistica greca: corpoanima, sentimenti-ragione... I risvolti di questo pensiero dualistico nella vita presbiterale sono molteplici. Basti pensare alla pressante e irrisolta difficoltà di coniugare in sé vita umana e sacramento dell’ordine, pastorale e spiritualità. Il giovane prete è immerso in questa tensione. Non regge più questo dualismo destrutturante. Invoca unità tra le esortazioni teoriche — così abbondanti nel periodo della formazione — e le esperienze concrete — spesso contraddittorie nel primo impatto ministeriale. Ecco allora la prima grande chance: tradurre, riconvertire, creare percorsi unitari, nei quali la spiritualità metta al centro la persona in tutte le sue dinamiche soggettive e comunionali. Questa conversione richiede una paziente riproduzione di categorie, di esperienze, di progetti, che non si possono ridurre a facili slogans, ma che richiedono una lenta e personale adesione al mistero di Cristo dentro un’esperienza di vita evangelica. E un lavoro lungo che si deve tradurre in itinerari flessibili, percorsi inediti, cammini spirituali nuovi. Gen's 3/2000 — pag. 10 — 12 studio In un contesto comunitario Il contesto esperienziale evangelico che fa vivere e prepara testimoni per il mondo è quello comunitario: i preti giovani e meno giovani, imbevuti di una cultura prevalentemente individualista, necessitano di confronti, verifiche, incontri fraterni, anche se non privi di difficoltà per diversità di vedute. Spesso sono loro stessi, che si organizzano in incontri informali, esprimono una richiesta esplicita di una vita di comunione. «Mostrami la tua umanità e dirò chi è il tuo Dio», diceva già Teofilo d’Antiochia. Potremmo tradurre: «Mostrami la tua capacità e qualità di relazione e ti dirò chi è il tuo Dio». Già da tempo vanno nascendo gruppi di preti che cercano la fraternità, non in chiave prettamente funzionale, ma come espressione di una vita cristiana che necessita di relazioni concrete dove s’impara ad accogliere e a comporre anche i conflitti e le diversità. D'altra parte sono gli stessi vescovi che riconoscono l’esigenza di una vita fraterna e comunitaria: «Di fronte a queste difficoltà, ma anche in considerazione del fatto che la particolare testimonianza del Vangelo deve effettuarsi nella comunione, si raccomanda uno stile di vita comunitario da parte del sacerdote... Dovremmo riflettere più profondamente sui modi diversi di una vita in comune, che anche il Concilio Vaticano II raccomanda caldamente». Alcune esperienze sembrano andare esattamente in questa direzione. L'istanza che emerge è quella di cercare e creare centri di fraternità con modelli nuovi di vita evangelica, anche al di fuori delle istituzioni già esistenti. Oggi è richiesta una vita comunitaria che tenga conto anche del cammino dei singoli, dell’ospitalità e dell’accoglienza di quanti vogliono vivere la gioia della vita comune e del servizio. Un ambiente dove sia vissuto l’ecumenismo, inteso come apertura alla grande tradizione cristiana. Una comunità con la presenza armoniosa di differenti vocazioni, con la riscoperta dei valori della gioia Gen's 3/2000 e dell’amicizia, e la condivisione anche di momenti di svago e di studio. Questi modelli comunitari assumono il carattere di vero richiamo per il presbiterio diocesano, i cui incontri spesso si mostrano solo organizzativi e formali. Nessuno dovrebbe meravigliarsi se questi modelli comunitari si ispirano ai carismi sorti nella Chiesa in questi ultimi cinquant'anni. Che sarebbe accaduto, se il clero avesse rifiutato l'influsso del carisma di sant’Ignazio di Loyola nei seminari sorti dopo il Concilio di Trento? Lo stesso si dica di tutte le altre spiritualità che lungo i secoli hanno formato tanti sacerdoti. Troppo spesso si teme che, chi aderisce ad un carisma, possa allontanarsi dalla vita diocesana o non abbia la capacità di essere a disposizione di tutti. Dovrebbe essere il contrario: più uno vive il Vangelo - ed è questo che tutti i carismi esigono - più dovrebbe sentire l’esigenza dell’unità all’interno e l’apertura al dialogo verso l’umanità intera. In una Chiesa-comunione Alcune difficoltà del prete, soprattutto in Occidente, sono legate ad una caduta della sua /eaderschip anche sul piano religioso e culturale. Ne consegue spesso la ricerca di una compensazione col fare una quantità di attività per sentirsi utili. Quando poi ci si accorge che si spende cento per produrre uno, subentra scoraggiamento e stress e cominciano i dubbi anche circa la propria vocazione. La ricomprensione della figura del prete, poi, è troppo spesso affidata in gran parte alla sua sensibilità, competenza, generosità. Ne risulta che, al meglio, i tentativi di soluzione, appaiono parziali e frammentari. Anche l’attenzione alle singole competenze personali ha in sé un grosso rischio che porta alla settorializzazione e ad una carenza di visione d’insieme. Senza poi contare che gli interessi particolari assunti e vissuti come assoluti e indispensabili nelle scelte pastorali, sono in realtà per qualcuno un riscatto e — pag. 11 — studio 73 motivo di superamento delle problematiche connesse con l’identità. Quest’approccio, a seconda dei casi, fa leva sulle caratteristiche più varie e più richieste, come la capacità di animazione, il talento organizzativo, l’impegno entusiasta, la gestione economica... Tutto questo non fa che catturare energie, tempi, forze organizzative senza offrire un vero contenuto evangelico. Nasce così un nuovo modello presbiterale molto clericale, accentratore. E ciò sta accadendo spesso nei giovani. Per evitare questi pericoli e per essere al passo con i tempi lo Spirito richiede a noi preti di non vivere e agire da leaders solitari, fortemente clericali, ma di lavorare in modo più comunitario, di progettare insieme con gli altri presbiteri e con i laici, di sapere dialogare sia con chi vive nelle strutture ecclesiali come con coloro che se ne stanno fuori. Ecco che questo disagio dei preti ci interpella allora sulla realtà più ampia della Chiesa comunione. E urgente che siano posti segnali forti e positivi a chi rischia di essere travolto dalla mancanza di speranza e di fiducia. Urge una proposta di vita per il clero che miri all’edificazione del Regno di Dio e si compia nello stile evangelico di una convi- venza fraterna; e che abbia di mira la crescita delle persone senza trascurare le strutture, l’adesione a Gesù senza trascurare la conoscenza teorica di una dottrina. Il problema si sposta sulla formazione del clero, che le istituzioni devono favorire con intelligenza e lungimiranza, valorizzando gli apporti che oggi ci vengono da tutti i carismi. Per far questo gli educatori dovrebbero essere esperti in comunione, non solo in teoria, ma anche e soprattutto nella quotidianità della vita. Vale anche qui il richiamo del Papa che «l'annuncio di una verità, soprattutto nell’ordine morale-spirituale, è tanto più credibile quanto più chi lo proclama ne è, non solo accademicamente dottore, ma innanzi tutto esistenzialmente testimone»‘. Andrea Caelli 1) A. Caelli, La vita comune del clero — storia e spiritualità, Città Nuova, Roma 2000. 2) M. D. Knowels — D. Obelenky, Nuova storia della Chiesa. Il medioevo, Il, Marietti, Torino 1971, 216. 3) Conferenza Episcopale Tedesca, // servizio sacerdotale in Germania, n. 29, Bonn 1992. 4) Messaggio di Giovanni Paolo II al card. W. Baum; cit. in Radiovaticana del 3 aprile 2000. Gen's 3/2000 — pag. 12 — 74 esperienza La comunione può illuminare tutti gli aspetti della vita Fare del presbiterio una famiglia di Carlo Malavasi Non farò un tema teologico o pastorale, racconterò semplicemente qualcosa della nostra storia. Sento una certa ritrosia, dovendo parlare di noi stessi. Mi muove unicamente un sentimento di riconoscenza verso Dio che ci ha fatto incontrare la spiritualità dell’unità. Ri queste pagine sono qualche tratto di storia, di una quarantina di sacerdoti, dei quali i più giovani hanno solo sei mesi di ordinazione mentre i più anziani celebreranno già le nozze d’oro. Apparteniamo ad una ventina di diocesi collocate nelle regioni di Emilia, Romagna e Marche. Abbiamo in comune l’aver trovato un bel giorno una perla preziosa: la spiritualità dell’unità, che ha arricchito in modo straordinario il nostro essere preti diocesani. Per alcuni questa esperienza è iniziata verso la fine degli anni cinquanta, per altri nei decenni successivi fino ai nostri giorni. Ebbene, cosa è avvenuto? Innanzitutto, la scoperta di un Dio che ci ama immensamente. Non più lontano, altissimo e severo come lo spiegavano la teologia del dopo guerra ed una rigida spiritualità che da essa scaturiva, ma vicino a ciascuno, un Dio che ama ognuno personalmente. Amore, appunto, fino a dare il proprio Figlio sulla croce. Gen's 3/2000 Incontrare questa spiritualità e sentirsi una cosa sola fra noi è stato un tutt'uno. Abbiamo iniziato a frequentarci, secondo le possibilità, a volte tutti insieme, più spesso a piccoli gruppi. Dedicavamo, ed è così anche oggi, al nostro stare insieme un giorno alla settimana. L'abbiamo chiamato il “nostro” giorno del Signore. In quei lunedì il nostro vivere si svolgeva, in assoluta libertà, in attività nuove non consentite dal premere degli impegni durante gli altri giorni. Nel dialogo fraterno ci si raccontava come le singole parole del Vangelo iniziavano ad irrigare i mille momenti della nostra settimana. Le chiamia- 0 “esperienze sulla Parola di vita”. Oppure un far dono agli altri delle fasi di vita spirituale, in cui l’amore di Dio introduceva ciascuno di noi. Sempre si è trattato di una condivisione profonda, molte volte commovente. Quale forza scaturisce da questo ascoltarci, da questo edificarci l’un l’altro nella scelta di Dio solo! Poi, passeggiate e cucina, aggiornamenti teologici secondo le competenze di ciascuno. Ma non solo questo. Comunione a tutti i livelli Da allora abbiamo messo in comune i problemi: la situazione di un familiare malato e l’arredamento della casa canonica, gli stati d’animo difficili e le necessità economiche. Già, perché non aveva senso tenere ciascuno — pag. 13 — esperienza 79 i propri soldi, quando si era già condivisa la parte più preziosa di noi, come il rapporto con Dio, le nostre esperienze umane e di lavoro pastorale. “In comune le nostre esperienze, in comune anche il nostro portafoglio”. Può sembrare un motto ed è stata, invece, una esigenza profonda. In questo modo, in quasi quattro decenni di vita condivisa, fra noi non c’è mai stato alcun indigente, come si afferma della prima comunità cristiana. Tutti hanno avuto il necessario nel momento in cui occorreva. Un necessario visto non dagli occhi di uno solo, ché il giudizio può essere troppo stretto 0 troppo largo, ma guardato con gli occhi e il cuore di tutti. In definitiva, abbiamo vissuto una vita normale, quella stessa che i nostri laici sono chiamati a vivere nelle loro famiglie. Perché noi preti non possiamo avere una famiglia, bella, armoniosa, seppure originale? Noi l’abbiamo trovata, e tuttora cresce in bellezza, giacché abbiamo sperimentato che i rapporti di amore reciproco, per i quali ciascuno vede e serve Gesù nell’altro, generano vincoli più solidi e durevoli dei normali affetti umani. Con Gesù come gli apostoli Sì, fra noi vive Gesù, come promette il Vangelo a coloro che sono uniti nel suo nome. Questa straordinaria presenza è la nostra forza, la nostra gioia, che ci consente di correggerci nell'amore e di ringraziarci per gli esempi costruttivi che riceviamo. In questa famiglia è presente anche Maria, nella sua veste di madre di casa. Perché ognuno di noi si prende cura dell’altro: della sua salute e del vestito, del lavoro e dell’abitazione, degli studi e del riposo, come una madre in famiglia. Non lo raccomandava anche san Francesco ai suoi frati? E splendido! Si diceva che siamo preti giovani e anziani, insieme. Facile o difficile? Soprattutto arricchente. Se in ciascuno primeggia la scelta di Dio, se si è pronti a dare la vita per il fratello, che impedimento può essere l’avere età diverse? I giovani portano allegria, vivacità; gli anziani esperienza e non di rado anche provata santità. Siamo preti diocesani e null’altro Il legame con il Movimento dei focolari è solo una ricchezza, non un vincolo giuridico. Siamo sempre stati pronti a dire di sì ad ogni richiesta del nostro vescovo, anche per gli incarichi meno appariscenti o comunque non facili. Cerchiamo di rapportarci con lui e con gli altri preti con lo stesso stile sperimentato fra noi. Il nostro stare insieme, il “far focolare”, come diciamo noi, suggerisce idee e proposte concrete su come potrebbe essere la vita d’unità di un presbiterio attorno al pastore della diocesi. Dove si mette al primo posto l’amore reciproco, dove si cerca per prima cosa la presenza di Gesù fra tutti, pronti a perdere tutto il resto, come pensieri, desideri e persino ispirazioni personali, perché accada fra noi solo il regno di Dio. Molte volte abbiamo potuto immedesimarci e risolvere problemi e difficoltà di altri sacerdoti, facendo tesoro dell’esperienza vissuta fra noi. Di questo amare per primi l’altro, perdendo tutto il resto, abbiamo un modello perfetto in Gesù crocifisso e abbandonato, che guida le nostre scelte, aiutandoci a preferire ciò che in quel momento può essere meno gradito, in una parola “ciò che ci fa male”. I frutti Siamo preti diocesani e ci teniamo. Siamo pronti alla vita comune, la desideriamo. Qualora se ne presenti la possibilità, la chiediamo ai vescovi lasciandoli liberi di comporre e scomporre queste nostre comunità secondo le esigenze delle singole persone e delle situazioni. In tanti dei diversi aspetti sopra descritti ci pare di poter realizzare quella vita di comunione che il Concilio propone e caldamente raccomanda a tutti i sacerdoti. Una Gen's 3/2000 — pag. 14 — 76 esperienza vita di comunione che scaturisce spontaneamente dal carisma che abbiamo incontrato, il testamento di Gesù: “che tutti siano uno”. Questo stile di vita ha prodotto effetti positivi nella vita pastorale. Ci ha insegnato a metterci veramente al servizio dei parrocchiani, a non pretendere mai, ma a dare sempre, ponendoci sulla loro sponda di una fede poco conosciuta e vissuta, ponendoci dentro le loro ferite di matrimoni in difficoltà o falliti. Quante persone, dopo che ci siamo fatti uno con loro, hanno sentito dal di dentro il desiderio di conoscere e abbracciare quel Gesù che il nostro atteggiamento aveva fatto scoprire già presente, già all’opera dentro di loro. Ci impegniamo a non considerare nessuno fuori dalla Chiesa, nessuno lontano da Dio. Anzi, guardiamo ad ognuno come già amato da Dio, riconoscendo il volto di Gesù abbandonato nelle loro situazioni difficili, un volto di salvezza e di misericordia. Essi stessi riconoscono questa sorgente di vita e vi si legano fino a rinnovare pezzo per pezzo la loro esistenza. Così le convivenze o i matrimoni solo civili spesso vengono consacrati nel sacramento e non sono mancati casi di coppie che, per poter ricevere l’Eucarestia, hanno scelto spontaneamente di vivere nella castità in attesa che la Chiesa dia un giudizio sulla eventuale nullità del matrimonio precedente. La parrocchia? E dove si vive l’amore reciproco Intanto le parrocchie non sono solo luogo di culto, ma divengono l’ambiente dove si vive l’amore reciproco, dove anche chi non crede o dubita può trovarsi a casa. Le stesse celebrazioni hanno al primo posto l’amore fra le persone, sono attraenti per un clima che molti non si sanno spiegare, ma che è generato da chi viene in chiesa per amare prima ancora che per il bisogno della preghiera personale e comunitaria. Sono comunità guidate non da un uomo, pur investito di un ministero ufficiale, ma guidate il più possibile dalla presenza di Gen's 3/2000 Gesù nella comunità. Dove le persone sono tutte uguali, tutte importanti, perché importa soprattutto l’amore che ciascuno dona. I sacerdoti vecchi e ammalati: sempre tra noi Su trenta anni di sacerdozio ne ho vissuto 18 in curia, a fianco di tre vescovi. La nostra è una diocesi piccola, vivace certamente ma con poche strutture, senza la possibilità concreta di far fronte a tutte le necessità ed emergenze, come ad esempio i sacerdoti anziani che si ammalavano. Essi venivano collocati sistematicamente su di una collina isolata, in una bella casa del clero, dove venivano trattati molto bene, ma si sentivano completamente sradicati dai loro affetti e dalla vita pastorale diocesana. Nei frequenti ricoveri in ospedale noi preti giovani ci davamo il turno nell’assistenza soprattutto notturna. Poi, però, non si riusciva a reggere. I sacerdoti giovani erano pochi e gli anziani bisognosi di assistenza crescevano di numero. Quando un giorno il vescovo riunì il consiglio per vedere dove collocare un sacerdote affetto da tumore e bisognoso di assistenza, non c’era altra scelta che inviarlo alla già descritta destinazione. Ricordo lo stato d’animo provato con grande chiarezza. «No, quel prete era mio fratello, non poteva essere allontanato, doveva vivere e morire fra noi». Dissi queste convinzioni con una forza insolita, quasi con una decisione che non ammetteva repliche. Dissi che mi assumevo io tutti gli oneri di questa scelta, purché restasse nella casa del seminario, dove anch’io ero ospite. Poi affermai che era ora di dare vita ad una piccola casa del clero dove i sacerdoti potessero rimanere sempre in famiglia con noi. Qualche giorno dopo il vescovo mi disse che aveva deciso di adattare una parte del seminario allo scopo, a patto che io trovassi i soldi per ristrutturare e far vivere questa nuova realtà. Mi chiese cento milioni per le opere murarie. — pag. 15 — esperienza 77 Dopo appena qualche mese gli portai duecento milioni, tutti raccolti tra i sacerdoti della diocesi, che avevo visitato ad uno ad uno e che avevano aderito volentieri all’iniziativa. Poi fu la volta di reperire il personale di assistenza, fondare un consiglio per regolare lo svolgimento della vita in questa casa del clero, dove ci sono otto mini appartamenti singoli con la mensa in comune con gli ospiti del seminario, l'assistenza 24 ore al giorno, ecc. La casa funziona tuttora bene, i sacerdoti sono tutti contenti, la gente dice che non solo predichiamo che occorre fare il possibile per tenere in casa i propri anziani, ma lo facciamo. E i giovani che si stressano? Un giovane sacerdote, dopo alcuni anni di attività febbrili, è entrato in periodo di oscurità. Egli stesso racconta come ha recuperato la gioia della propria vocazione. «Ho vissuto un periodo in cui tutto mi diventava difficile e l'entusiasmo per il lavoro pastorale, era sparito. Per fortuna sentivo di avere una famiglia molto attenta e vicina, con un amore concreto, frutto della presenza di Gesù in mezzo a noi; e questo mi facilitava anche il farmi aiutare. Ho aperto cuore, anima e mente ad un fratello durante una passeggiata e ho fatto presente la situazione difficile che stavo vivendo. Potevo dire tutto il negativo che mi tormentava, perché sentivo un amore vero e sincero da parte sua e di tutti ed avevo la certezza che nessuno di loro mi giudicava. Era vero: dovevo fermarmi col lavoro pastorale per curarmi e riposare. Ci organizzammo in modo da poterlo fare e in questo tempo di sosta sentivo la vicinanza reale e discreta di questi amici. Nel clima d’amore reciproco, vedevo nella luce anche questa prova che stavo passando e riscoprivo una nuova consapevolezza delle motivazioni che stanno alla base del mio ministero sacerdotale. Nell’unità vissuta con loro, ho riscoperto l’amore di Dio per me ed una rinnovata gioia di appartenergli». Occhi e cuore ben aperti Questo giovane ha ritrovato le forze e la luce per andare avanti, ma l’episodio ci ha fatto riflettere. Della quarantina di sacerdoti che aderiscono alla spiritualità del Movimento dei focolari e di cui abbiamo descritto qualche esperienza, una quindicina hanno meno di dieci anni di messa. Fino ad ora, nonostante le difficoltà esterne, fra noi non si è verificato in tutti questi anni alcun ritiro dalla vita presbiterale. È una grazia grande, ma non possiamo cullarci sugli allori, dobbiamo avere gli occhi e il cuore aperti per far bene la nostra parte. Siamo sicuri che i preti giovani oggi faticano di più nell’inserirsi nelle attività pastorali e soprattutto nel rimanere fedeli al celibato. In un mondo così pieno di sollecitazioni, sperimentano la stessa fragilità dei loro coetanei che affrontano scelte impegnative per tutta la vita. Essi, dunque, meritano più attenzione, più premure da parte nostra. Noi adulti non possiamo guardare e criticare, dobbiamo dare loro di più: ascoltare, capire, condividere. Ed ecco cosa è scaturito da queste riflessioni: perché non attingere al bagaglio delle nostre esperienze, anche delle difficoltà da noi sostenute e dagli errori da noi commessi alla loro età e metterle in comune, per parlare poi insieme di quello che loro stanno vivendo o che temono di affrontare? Abbiamo deciso di dedicare nella prossima estate una settimana intera di vacanze in un posto accogliente e isolato in Svizzera, a questo dialogo a tutto campo. Ci confronteremo su affettività e unione con Dio, tentazioni di managerialità e ascolto dello Spirito, capacità di leggere i segni dei tempi per poi collaborare con un’attività pastorale illuminata che incida sull’oggi e costruisca il futuro sulla roccia del Vangelo. Carlo Malavasi Gen's 3/2000 — pag. 16 — 78 testimonianza In una società secolarizzata Dio si testimonia nell’unità Dall’isolamento a nuove forme di comunione di Wilfried Hagemann e Paul Christian La Germania negli ultimi cento anni ha attraversato molte tempeste. La spaventosa ascesa alla dittatura del Nazionalsocialismo, gli orrori della seconda guerra mondiale, la divisione tra Est e Ovest, il sistema comunista con il suo controllo capillare della vita pubblica e privata nella Repubblica Democratica Tedesca, la rivoluzione studentesca del 1968 nell’Ovest. Sono solo alcuni degli avvenimenti che hanno scatenato un massiccio processo di secolarizzazione sradicando esteriormente ed interiormente molte persone dai valori su cui basavano la loro vita. La riunificazione della Germania nel 1989/90 ha mostrato che i cristiani attivi nella società sono di gran lunga una minoranza. Tutta questa situazione ha lasciato tracce profonde, colpendo in modo particolare il clero. La Chiesa tedesca in cifre Nella Germania dell’Est, nei cosiddetti nuovi stati federali, la situazione dei sacerdoti, ma anche dei cristiani in generale, è ancora molto difficile, perché manca una prospettiva di fede che faccia capire come andare avanti. Fino al 1945 il territorio che costituiva la Repubblica Democratica Tedesca era quasi esclusivamente evangelico e, con una radicalità forse unica in Europa, in esso si è Gen's 3/2000 sviluppata in maniera impressionante la secolarizzazione. Per questo 1°80% della popolazione è lontana dalla Chiesa. Basta dire che su 100 bambini solo 5 vengono battezzati; di questi il 2,5% sono cattolici e 2,5% evangelici. Qui i cattolici vivono in diaspora e in molti centri abitati non c’è neanche un cattolico attivo. Una diocesi dell’Est ha al massimo 300.000 cattolici, ma in un territorio che per la sua estensione normalmente in occidente comprenderebbe tre diocesi. Nell’Est, per fortuna, a causa del numero limitato dei sacerdoti (120-200 per diocesi); questi hanno un rapporto molto personale con i vescovi. Ma il costante diminuire del numero dei partecipanti alla liturgia domenicale e l’assenza dei giovani pesa molto sul clero. La stragrande maggioranza della gioventù si è trasferita nella Germania dell’Ovest in cerca di lavoro. Rimane il gruppo degli anziani. Il numero dei bambini che ricevono la Prima Comunione oscilla tra 0 e 15 e quello dei matrimoni tra 0 e 5 all’anno. Il sociologo E. Neubert parla di una catastrofe della Chiesa in questa parte della Germania. Ciò che ci è stato trasmesso di Chiesa nel 1990 dalla RDT è una diffusa distruzione. A Berlino Est solo 1’ 1% dei giovani appartiene alla Chiesa e questo processo di erosione va avanti. Senza i soldi occidentali anche al tempo del governo comunista la Chiesa come organizzazione sarebbe crollata. — pag. 17 — testimonianza 19 Il teologo E. Tiefensee costata: «Nel giro di due generazioni i cambiamenti sono stati drammatici. Nel 1946 182% della popolazione della Germania Orientale si dichiarava evangelico, il 12% cattolico; nel 1960 ancora il 60% evangelici e 1’8% cattolici; nel 1990 si parla solo di 26% di evangelici e di 6% di cattolici. I numeri mostrano in un periodo relativamente breve il regresso dei cristiani e il decuplicarsi di coloro che non si riconoscono in alcuna confessione religiosa. Anche oggi non si vede una svolta in questa tendenza. Definire ciò come una catastrofe della Chiesa non è un’esagerazione». Anche nella Germania dell'Ovest la situazione non è per nulla rosea, perché il 15% non appartiene ad alcuna confessione, il 45% si dicono evangelici e il 40% cattolici, ma la maggioranza non è praticante. In questi ultimi decenni si è accentuata la crisi dei sacerdoti e sono stati molto numerosi gli abbandoni del ministero anche dopo appena uno o due anni di ordinazione. La sofferenza dei preti I sacerdoti oggi si sentono come buttati allo sbaraglio in un Paese dove ai cristiani sono state strappate le radici stesse della fede. E coloro che ancora credono vivono in forte minoranza e hanno grosse difficoltà a mantenere il collegamento con la sorgente della fede. E non di rado questo appassire della vita cristiana viene attribuito ai sacerdoti — nascostamente ma anche espressamente — provocando sensi di colpa. Spesso il prete si domanda: «Cosa faccio di sbagliato? Sono un fallito? Cosa dovrei fare? Come andrà a finire?». Molti si confrontano con queste domande in situazioni che non offrono speranze, anzi con la prospettiva di un inarrestabile peggioramento. Anche se in alcuni prevale l’esperienza frustrante dell’essere sottovalutati, la cosa più notevole è che la maggioranza si sente sovraccarica di impegni e delusa per lo scarso successo. Questa impressione viene continuamente rafforzata dalle necessità crescenti che costringono molti sacerdoti a prendersi cura di più parrocchie, a causa della mancanza sempre crescente di vocazioni. Anche qui il malcontento della popolazione si sfoga sul sacerdote che non può portare avanti una linea pastorale come in passato, anche perché le sue forze sono già assorbite dalla parrocchia principale. Una speranza Cosa fare per aiutare i sacerdoti in questa situazione? Volgendo uno sguardo d’insieme sulle diocesi, si può notare che negli ultimi 20 anni è sempre più cresciuto tra loro il desiderio di comunione. Ciò appare dal fiorire di molte comunità sacerdotali come Jesus Caritas, Schònstatt, Comunità Emanuel, Movimento dei focolari, ma anche da diverse forme di pensare e agire insieme di sacerdoti che non appartengono ad alcuna comunità particolare. Ed è una tendenza trasversale tra le generazioni. Inoltre questo desiderio, espresso anche in forme di vita comune, non è ostacolato dalle diocesi con la vecchia motivazione che il parroco deve risiedere permanentemente in mezzo ai parrocchiani; al contrario si fanno molti sforzi per renderlo possibile. I vescovi tedeschi in una lettera sul ministero sacerdotale scrivono: «Di fronte a queste difficoltà, ma anche tenendo conto che la comunione deve suscitare una particolare testimonianza del Vangelo, si consiglia uno stile di vita comunitario per i sacerdoti... Dovremmo riflettere più intensamente sui diversi modi di una vita comune che, come abbiamo visto, vengono caldamente raccomandati anche dal Concilio Vaticano II. Anche l’appartenenza a comunità sacerdotali fa parte di questo ambito. In effetti, ogni prete, se non se la sente di inserirsi in una comunità sacerdotale, dovrebbe almeno cercare regolarmente di mantenersi in contatto con uno o due altri confratelli, anche a costo di coprire lunghe distanze». La nostra esperienza Per i sacerdoti aderenti al Movimento dei focolari ha una grande importanza vivere in Gen's 3/2000 — pag. 18 — 80 testimonianza comunità o incontrarsi settimanalmente per un’intera giornata. Avere il tempo per raccontarsi la propria vita, vedere insieme alla luce del Vangelo i progetti pastorali di ognuno, trovare il tempo per il riposo in comune: tutto ciò si rivela fonte di rinnovamento profondo e regolare. Inoltre l’essere inseriti in un Movimento ecclesiale nel quale molti laici vivono il cristianesimo in maniera altrettanto intensa è di grande sprone. In Germania sono sempre più numerosi questi punti di vita communis, come qui si usa chiamare. Le case parrocchiali dove tre, quattro o cinque sacerdoti vivono insieme, si sviluppano velocemente. Anche i vescovi ricorrono volentieri a queste case quando vogliono dare un po” di respiro a sacerdoti in difficoltà. Molti di essi, infatti, pur non considerandosi direttamente appartenenti al nostro Movimento, vengono volentieri in queste case e trovano nello spirito della comunità nuovo coraggio per andare avanti. E normale che in tali comunità vengano accolti anche sacerdoti ammalati o in pensione. Nelle grandi città si sta sviluppando l’abitudine della mensa comune. Sacerdoti che abitano in diverse località non troppo distanti si incontrano per il pranzo in una delle parrocchie. La spiritualità dell’unità fa scoprire sempre nuove forme per coltivare la comunione. La meta non è tanto lo star bene insieme, bensì una sempre nuova apertura verso il Cristo risorto presente tra coloro che si riuniscono nel suo nome. Ma vivere in comunione, oggi così necessario per la stessa sopravvivenza, non è semplice. Le forti tendenze all’individualismo e alla privatizzazione presenti nella società sono di ostacolo alla comunione, all’apprendimento di un tale stile di vita. Proprio per questo gli incontri regolari e l'apertura reciproca sono di grande aiuto non solo per il sostegno che ognuno riceve, ma anche perché quando tutto sembra fallire, si ripete l’esperienza dei discepoli di Emmaus: Gesù fra loro spiega il senso della storia, riaccende i cuori, aiuta a dirigere lo sguardo verso Dio e mette ordine nelle attività pastorali. Il sacerdote allora riesce a definire la propria identità Gen's 3/2000 in base all’essere e all’essere insieme, più che in base al lavoro e ai successi nella pastorale. Gli incontri settimanali, che cominciano già la sera prima, donano continuamente nuovi orientamenti sia per la comunione delle nostre esperienze evangeliche come pure per l’aggiornamento su quanto lo Spirito opera nella vita della Chiesa anche attraverso il carisma dell’unità. Questo continuo rinnovamento e la freschezza interiore che proviene dall’esperienza della presenza di Gesù tra noi, ha avuto conseguenze sulla nostra pastorale in genere ed anche nei nostri contatti con i parroci evangelici. Ma non ci scambiamo solo le esperienze spirituali. Anche nell’ambito finanziario cerchiamo di costruire la famiglia tra noi, vedendo la nostra economia con l’occhio della condivisione. In questo modo il pericolo di una certa ricchezza nei sacerdoti tedeschi scompare. Cerchiamo di trascorrere insieme anche le vacanze. Ed è bello vedere che persino i sacerdoti anziani mantengono la loro freschezza, perché in questo stile di vita sono continuamente stimolati. Anche studenti di teologia trovano posto fra noi, sperimentando così la famiglia che possono scegliere nel futuro. Lo stile di comunione si diffonde Nella regione Sud-Ovest della Germania i sacerdoti che seguono la spiritualità dell’unità si sono posti la domanda di come si possa trovare un equilibrio tra lavoro e spiritualità, tra unione con Dio e attività pastorali. Dietro questa domanda c’è il problema che il lavoro quotidiano del prete minaccia continuamente la sua vita spirituale e quella della sua comunità fino a soffocarla. Ne è venuto fuori che il lavoro pastorale deve essere ordinato e strutturato in modo nuovo, ma che dei cambiamenti sono possibili solamente se i sacerdoti si mettono insieme, perché spesso il singolo non ha abbastanza resistenza e decisione. Così è nata l’idea di un “cantiere per il futuro”, dove imparare a pro- — pag. 19 — testimonianza 81 gettare l’attività pastorale in una Chiesa in cambiamento. “La Chiesa che cambia — dove andiamo?”. Tempo di cambiamento non vuol dire solo che qualcosa crolla, ma anche che qualcosa di nuovo nasce. Che cosa vuol dirci oggi lo Spirito di Dio, per aiutarci a spianare la strada a ciò che verrà? Partendo da queste domande sono state sviluppate quattro linee che possono dare un orientamento nell’attuale situazione di cambiamento. La Chiesa del futuro, come quella delle origini, sarà segnata: — dalla parola vissuta, anima di un’autentica celebrazione eucaristica; — dal sacerdozio regale come sostanza del popolo di Dio che è la Chiesa; — dalla vita comune con la presenza del Risorto più che da una pietà individualista; — dall’impegno dei laici per la trasformazione del mondo più che dalla ricerca e difesa di privilegi per le strutture ecclesiastiche. Il “cantiere per il futuro” si è sviluppato con successo a Speyer, mentre a Paderborn è sorta l’iniziativa communio che, sulla stessa scia, vuole offrire ai sacerdoti interessati la possibilità di capire come essere in missione nel mondo secolarizzato di oggi. Qui i convegni di più giorni si sono svolti nell’accademia diocesana di Schwerte ed hanno affrontato i seguenti temi: — Lungo respiro e forza interiore per essere sacerdoti in una fase di transizione (R. Lettmann, vescovo di Miinster). — Il Signore si dà ai suoi, mentre essi dormono. Istruzioni per gli “operai del cantiere” (Joachim Wanke, vescovo di Erfurt). — “Oh Signore, siamo così pochi”. Parole di conforto ai pochi operai di una grande messe (L. Averkamp, arcivescovo di Ambur- 80). — Perché sono diventato prete? Identità sacerdotale e mandato pastorale (Peter Klasvogt, rettore del Seminario a Paderborn). Anche a Miinster è stato fatto un convegno dal titolo: “La Chiesa in una società in movimento e il ministero dei sacerdoti”, mentre nella cittadella ecumenica di Ottma- ring il tema del convegno era “Il dialogo della vita”. Qualcosa dunque si muove e si ravvivano le speranze. Un decano di una diocesi, dopo aver partecipato, per incarico del suo vescovo, ad un corso per managers di industrie per conoscere come questi dirigono le imprese, rinnova- - no le strutture e le rendono dinamiche in vista di nuove mete, ha posto al decanato queste domande: «Cosa vuole Dio da noi cristiani e cristiane in questa città, in questo decanato? Quali sono i prossimi passi che sacerdoti e laici dobbiamo fare per portare il Vangelo a tutte le persone che vivono in questa regione? Come investire in maniera più sapienziale le poche persone e le poche forze che abbiamo?». Esaminando e riassumendo le risposte si è constatato che i sacerdoti che hanno un’esperienza di comunione non erano rimasti soli e scoraggiati a guardare un mondo che cambia ma, al contrario, avevano già messo in atto tutti i mezzi a disposizione per fare delle loro parrocchie comunità vive e per creare tra i sacerdoti delle rispettive diocesi iniziative di rinnovamento basate appunto sulla comunione. Non sono pochi i sacerdoti e i laici che, toccati da questo modo di essere, trovano la forza per ricostruire pazientemente, ma con una meta ben precisa, la Chiesa viva come la vuole il Concilio Vaticano II. Cosa fanno i vescovi? Per essere vicini ai loro sacerdoti nella situazione determinata da così tanti fattori, i nostri vescovi stanno cercando di costruire un dialogo personale e strutturale. La diocesi di Paderborn, ad esempio, ha fatto nel 1998 un’inchiesta per cominciare con loro questo dialogo, per capire i loro bisogni concreti, anche pensando alla formazione dei futuri sacerdoti. Delle 1000 schede distribuite, ne sono tornate compilate 316. Alla domanda quale sia per i sacerdoti il motivo portante e la sorgente della forza nel loro ministero, la risposta più frequente è stata questa; amicizia Gen's 3/2000 — pag. 20 — 82 testimonianza e spiritualità vissuta... Le risposte, insomma, trasmettono l’impressione che si debba dare assoluta priorità alle esigenze delle premesse strutturali e personali di fraternità vissuta, se si vuole dare aiuto ai preti di oggi. È interessante anche il fatto che il 25% dei sacerdoti esprimano esplicitamente il desiderio della vita communis. Proprio di fronte alla mancanza di chiarezza nella società secolarizzata, che pretende dal sacerdote una maggiore flessibilità, si sente il bisogno di “isole di stabilità”, luoghi in cui si è socialmente “a casa” e spiritualmente ben radicati. La disponibilità dei vescovi nell’aiutare concretamente i sacerdoti che vogliono iniziare un’esperienza a vita comune è aumentata decisamente negli ultimi anni. Il fatto che le parrocchie vengono ristrutturate e ridisegnate in territori più vasti viene incontro a questa esigenza e rende più facile, o addirittura offre l'occasione, a diversi sacerdoti di poter vivere insieme. La formazione dei futuri presbiteri Come logica conseguenza di tutto ciò, ci sembra che questa strada debba essere sempre più presa in considerazione nella forma- Gen's 3/2000 . zione dei futuri sacerdoti. La formazione alla capacità di comunione, la preparazione ad una cooperazione concreta tra le parrocchie e tra le persone che ricoprono incarichi fanno parte oggi della formazione standard dei sacerdoti. Oggi da noi è obbligatorio accompagnare e aiutare i gruppi dei diaconi e dei giovani sacerdoti. Inoltre cresce la disponibilità e si sente la necessità di forme comunitarie di spiritualità. Si riscopre anche il valore del colloquio spirituale, della lectio divina, della preghiera quotidiana personale e comunitaria. Ed è così in quasi tutte le diocesi. La nuova immagine di sacerdote che, attraverso circostanze spesso drammatiche, lo Spirito ci spinge a scoprire, è quella di una persona non solo esperta nella comunione con Dio, ma anche impegnata nel costruire una vita di comunione con il presbiterio diocesano. Solo così egli riuscirà più facilmente a immunizzarsi contro la mentalità efficientistica del rendimento e del successo, tipica della nostra società, e trovare proprio nella comunione quelle forze spirituali che salvaguardano dalle facili alienazioni del “mondo”. Wilfried Hagemann e Paul Christian — pag. 21 — storia 83 Nella persecuzione o nella libertà ciò che ci salva è la vita di comunione Perseguitati ma uniti di Karel Pilik Oggi noi dimentichiamo molto facilmente, ma l’esperienza di comunione, vissuta durante la persecuzione comunista in un Paese dell’Est da sacerdoti che vennero a contatto con il carisma dell’unità, merita di essere ricordata. Essi, oltre ad aver conservato eroicamente la fede in Dio e la fedeltà piena alla Chiesa, sono riusciti a conservare intatto anche il loro equilibrio fisico e psichico ed hanno aiutato in maniera molto concreta tanti cristiani. Un po’ di storia La storia della Chiesa nel nostro Paese negli ultimi cinquant'anni è stata molto drammatica. Il 25 febbraio 1948 si è realizzato il colpo di stato comunista e man mano si è scatenata una drastica persecuzione contro la Chiesa e altre componenti della società. Abolizione di tutti gli istituti ecclesiastici, seminari compresi; isolamento dei vescovi, alcuni imprigionati, e molte centinaia di sacerdoti in carcere. Nell’aprile del 1950, nel corso di una notte, vennero soppressi tutti gli ordini religiosi maschili e i loro membri deportati in un campo d’isolamento strettamente sorvegliato dalla polizia. Le religiose vennero confinate in campi di lavoro, gestiti anch'essi dalla polizia. I superiori maggiori maschili e femminili, dopo processi inscenati, furono condannati a molti anni di prigione. Il regime, inoltre, faceva di tutto per distruggere il legame della nostra Chiesa col Papa, per scalzare l’autorità dei vescovi e mettere al loro posto fondazioni pseudoecclesiastiche, come il Movimento dei preti per la pace o più tardi quello chiamato Pacem in terris. La cortina di ferro paralizzava qualsiasi contatto con la Santa Sede. La vita della Chiesa era forzatamente chiusa all’interno delle chiese, i parroci incessantemente sorvegliati dalle spie, sempre in pericolo di essere imprigionati o privati del consenso statale necessario per svolgere il lavoro normale nelle parrocchie. I seminari diocesani (erano circa 12) aboliti e sostituiti da due soli seminari sotto controllo permanente della polizia segreta. Il profilo spirituale e morale del clero di quel tempo era in genere abbastanza alto. Ci si alimentava con la Sacra Scrittura e i sacramenti, si nutriva una forte fiducia nella Madonna e si rimaneva spiritualmente uniti col Papa, per quanto lontano e irraggiungibile; i vescovi imprigionati erano venerati come martiri per la loro fedeltà alla Chiesa. Anche noi che eravamo in carcere cercavamo, pur fra tante difficoltà, di vivere una vita cristiana intensa, e clandestinamente celebravamo ogni giorno la messa, senza libri liturgici, tutto a memoria. Gen's 3/2000 — pag. 22 — 84 storia Anche quelli, che in seguito abbiamo conosciuto la spiritualità dell’unità, abbiamo trascorso molti anni in carcere con tutte le sofferenze tipiche di questo ambiente, ma anche con il vantaggio di poter testimoniare il Vangelo nella sua essenza. Una sorprendente scoperta E questo fino al 1960, quando la maggioranza degli imprigionati politici potè beneficiare di un’amnistia generale ed essere rimessa in libertà. Non potevamo però ritornare nelle parrocchie: dovevamo lavorare come operai per otto anni, fino al 1968, quando ci fu la cosiddetta “primavera di Praga”. Il regime diventò più liberale, i vescovi (con eccezione dell’arcivescovo Beran di Praga) potevano ritornare nelle loro sedi e noi sacerdoti potevamo riprendere il lavoro parrocchiale. Fu in questo periodo che siamo venuti a contatto con il Movimento dei focolari. Alcuni di noi già nell’anno ’67, a causa di una certa liberalizzazione del regime, altri nel °68. In quel tempo l’Occidente per noi era chiuso, ma si poteva aver contatti con la Germania dell'Est. Un sacerdote di Dresda, Joachim Reinelt — attualmente vescovo — parlò a me e ad un altro sacerdote mio amico, Bohumil Kolar, di un gruppo di medici focolarini e focolarine. Quello che ci raccontava ci fece un’impressione profonda, suscitando in noi il desiderio di conoscere questo Movimento alla fonte. E ciò fu possibile per noi proprio nel tempo dell’occupazione sovietica del nostro paese nell’agosto ’68. In quel tempo, paradossalmente e per breve tempo,abbiamo respirato di nuovo un po’ di libertà e abbiamo ottenuto i passaporti per poter andare a Roma. La nostra unica intenzione era di entrare in contatto con l’Opera di Maria. Giunti a Roma ci rivolgemmo a Igino Giordani, che avevo conosciuto quand’ero ancora seminarista nel Collegio Nepomuceno negli anni 740, ed egli ci aprì la porta. Facemmo ripetute visite al Centro sacerdotale a Grottaferrata, avemmo un brevissimo ma indimenticabi- Gen's 3/2000 le incontro con una delle prime compagne di Chiara, Natalia Dalla Piccola, e con il dottor Giuseppe Santanchè — allora ambedue responsabili dei focolarini nella Germania dell’Est. Tutto c’incantava, offrendoci uno stile di vita cristiana che sorpassava di molto ogni nostra aspettativa, perché si poteva vivere anche nelle situazioni drammatiche della nostra terra. Visitammo anche la cittadella di Loppiano, che allora era agli inizi, ma le esperienze ascolate rimasero così impresse che le ricordiamo ancora. Restammo profondamente impressionati dai frutti della spiritualità dell’unità nelle realtà parrocchiali e dalla vita evangelica dei focolarini, che parlavano della vita spirituale con un’incredibile competenza che poteva venire solo dall’esperienza. Ci ha sostenuto la vita di comunione tra noi Sarebbe bello raccontare come Dio aveva scavato profondamente nella nostra vita con nove anni di carcere duro in mezzo ai comuni delinquenti, ma questo non rientra nel quadro di un articolo. Per farla breve, noi avevamo trovato e ritornavamo in patria con la convinzione che l’unica cosa necessaria era vivere l’unità. Nel venerdì santo del 69 due focolarine vennero a ricambiarci la visita a Praga. Col loro aiuto cominciammo ad incontrarci in un piccolo gruppo. Eravamo sacerdoti, seminaristi, giovani e ragazze. Andavamo avanti insieme con la Slovacchia, dove il punto di riferimento era un altro sacerdote, Peter Wiederholt. Nell’estate del ’69 facemmo la prima Mariapoli nell’attuale Repubblica Ceca, sotto l’etichetta di vacanze in montagna per non dare all’occhio della polizia. Purtroppo, dopo un breve periodo di libertà, venne la cosiddetta “normalizzazione”: di nuovo chiusi dietro la cortina di ferro e sotto l’occupazione sovietica. Per molti fu un colpo terribile: la perdita di ogni speranza. — pag. 23 — storia 85 Non vorrei banalizzare gli aspetti negativi, che erano molto rilevanti, ma nei piani della Provvidenza questa permissione di Dio portava anche qualcosa di positivo. Mi spiego. Questa nuova chiusura verso l’Ovest ritardava il riversarsi da noi del consumismo occidentale e, nell’atmosfera dell’oppressione, ci si rendeva conto che nella vita c’è un solo ideale che non dipende dalle vicende politiche: Dio, la fede in lui. E per parecchi il tramonto della libertà si cambiava in albori di una vita cristiana più profonda. In questa situazione noi eravamo coscienti che la spiritualità dell’unità era il modo migliore di vivere il cristianesimo senza farci condizionare dal regime comunista. La maggioranza delle persone venute a contatto con questa spiritualità erano in un primo tempo soprattutto sacerdoti e seminaristi, ma poi si sono moltiplicati anche i laici. Incontrarci per avere Gesù in mezzo a noi diventava sempre più frequente e regolare. Ci trovavamo nelle nostre parrocchie, negli appartamenti di alcune famiglie, che diventavano vere chiese domestiche, dove si imparava a vivere il Vangelo in maniera direi affascinante. Spesso facevamo lunghi viaggi per passare insieme un giorno e mezzo in baite di montagna, dove ci sentivamo più liberi. I focolarini ci seguivano e ci visitavano dalla Germania comunista e noi copiavamo a mano il materiale che ci portavano. Le bobine viaggiavano continuamente da un posto all’altro e venivano tradotte a viva voce. Il piccolo magnetofono lo portavamo sempre con noi, come un amico prediletto, nelle montagne, nei boschi, per ascoltare Chiara. AI nostro gruppo si unirono anche molti religiosi di diversi ordini, ufficialmente proibiti e perseguitati. Quando qualche volta la polizia scopriva che un sacerdote era religioso, era peggio che se avessero scoperto un delinquente. Nei seminari i giovani erano costretti a fare una dichiarazione scritta che non erano religiosi, altrimenti non potevano essere ordinati. Tanti allora avevano paura di ritrovarsi insieme, ma noi avevamo un’altra ottica. Nonostante il clima di persecuzione, facevamo di tutto per incontrarci regolarmente, coscienti che non facevamo questo per far dispetto al regime, ma per avere Gesù tra noi. Il contatto con i religiosi dispersi contribuì molto a mentenere vivo il loro carisma. Facevamo ogni tanto incontri solo per loro; poi anche per religiose. Le suore che in quel tempo lavoravano negli Istituti per handicappati, c’invitavano nelle loro comunità desiderose anch'esse della nostra spiritualità. Attorno a noi si costituirono piano piano diversi gruppi di sacerdoti, che si prendevano cura di altri preti, facendo sperimentare loro il clima di famiglia. Tra noi c’era anche quel sacerdote che faceva il lavavetri delle vetrine di Praga, Miloslav VIk, attualmente cardinale e arcivescovo di questa città. Non fa meraviglia se in seguito il Papa ha scelto alcuni di questi sacerdoti per il ministero episcopale. Penso che la loro esperienza di fedeltà al Vangelo in circostanze critiche e la loro vita di comunione sono, in un certo senso, una garanzia che saranno capaci di costruire la fraternità nella nostra Chiesa. Forse ora ci vuole più coraggio Nel 1989, dopo 40 anni, ci veniva ridata la libertà. Passata l’euforia del nuovo clima, sono venuti a galla nuove possibilità di lavoro pastorale, nuovi bisogni, ma anche tanti problemi. I sacerdoti diocesani corrono il rischio di essere soffocati dal lavoro. È più difficile incontrarsi ora che durante la persecuzione. Sembra un paradosso, ma è così. D'altra parte, se la vita di famiglia ci ha tanto sostenuti nei tempi duri, ci aiuterà anche oggi a non farci travolgere dall’attivismo e dal consumismo, e a renderci testimoni credibili del Vangelo. Karel Pilik Gen's 3/2000 — pag. 24 — 86 testimonianza Dalla cultura africana un contributo alla comunione tra sacerdoti Patto di sangue e patto d’unità di Johannes Distelberger Nell’Africa subsahariana tradizionale una persona prima di tutto appartiene ad una comunità, perciò la famiglia e il clan giocano un ruolo molto importante. Nella visione delle diverse culture di queste regioni la persona si definisce così: “Io sono perché noi siamo”. L’africano — forse più di ogni altro — si sente realizzato pienamente soltanto quando vive in relazione con gli altri. Forse per questo la spiritualità dell’unità fa presa anche tra i sacerdoti di questo Continente. L’anima africana Il presidente e fondatore dello stato indipendente del Kenya, Jomo Kenyatta, diceva: «Nessuno è un individuo isolato... ma ogni persona è membro di un gruppo famigliare. La sua vita è basata su questo fatto, spiritualmente, economicamente ed anche biologicamente. Il lavoro che fa ogni giorno è determinato da questo ed è questa la base della sua responsabilità morale e di qualsiasi obbligo sociale». Per gli africani è nella famiglia e nel clan che si sperimentano gli elementi comunitari come solidarietà, calore nelle relazioni umane, accoglienza, dialogo, comunione. Si tratta, ovviamente, di una verità valida per ogni essere umano, ma sottolinata in modo particolare e originale nella cultura africana. Gen's 3/2000 Per questo motivo i vescovi nel sinodo per l’Africa in preparazione al giubileo del 2000, per definire la Chiesa hanno privilegiato l’espressione biblica “famiglia di Dio”, facendo di questa realtà l’idea centrale dell’evangelizzazione per il loro Continente. Ed hanno rivolto ai teologi l’invito a «sviluppare la teologia della Chiesa come famiglia con tutte le ricchezze contenute in questo concetto». In questo modo il sinodo non solo ha messo in luce questa dimensione ecclesiale, ma ha lanciato una grande sfida. Essere famiglia L'ideale dell’unità, così come è stato vissuto fin dall’inizio nel Movimento dei focolari, ha sempre avuto la caratteristica di una vita di comunione molto intensa, di vera famiglia. Quando alcuni focolarini, dietro invito di un vescovo, sono arrivati in Africa hanno trovato un terreno sotto questo aspetto molto adatto. Anche alcuni missionari legati a questa spiritualità hanno capito che dovevano presentarsi ai sacerdoti del posto vivendo lo spirito di famiglia con loro. Non una famigliarità fatta di semplice amicizia, ma quella proposta da Gesù nel Vangelo quando dice. «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Questo cardine della spiritualità cristiana risponde pienamente alla più schietta esigenza del mondo africano. — pag. 25 — testimonianza 87 Formare, dunque, una famiglia che sia allo stesso tempo evangelica e africana. Nel quarto capitolo del documento sinodale africano si legge: «La famiglia è il luogo dove il valore profondo africano della vita si realizza, è protetto e nutrito, un posto dove la comunione e la solidarietà sono il cuore della vita quotidiana e dove ognuno si sente a casa». Come realizzare questo impegno? Quando noi sacerdoti, che in Africa seguiamo la spiritualità dell’unità, abbiamo cominciato a incarnarla nei vari aspetti della nostra vita, dall’uso dei beni all’uso dei mezzi di comunicazione sociale, abbiamo scoperto una grande consonanza con una caratteristica fondamentale del nostro popolo, quella che noi chiamiamo la famiglia come “comunità di vita”. Vincent Mulago, nel suo libro Una faccia africana del cristianesimo, scrive: «Per il fatto che noi nasciamo in una famiglia, un clan, una tribù, siamo immersi in una corrente vitale particolare che ci incorpora, ci forma e ci orienta a vivere sul modello di quella comunità, plasmando ontologicamente tutto il nostro essere. In questo modo la famiglia, il clan, la tribù sono un “tutto” di cui ciascun membro è solo una parte. Lo stesso sangue, la stessa vita, condivisa fra tutti e ricevuta dal primo antenato fondatore del clan, scorre nelle vene di tutti». Anche un focolarino africano, Martin Nkafu, nella sua opera // pensare africano come vitalogia sviluppa il concetto che “la vera personalità africana è la comunità”. E perché essa si consolidi vengono fatti tutti gli sforzi, mentre sono rifiutati quei fattori che potrebbero diminuirla. C’è, dunque, una grande affinità fra il carisma dell’unità e questa visione della vita nella tradizione africana, e, nello stesso tempo, questi due fattori si influenzano e si rinforzano a vicenda. Comunione dei beni La comunione dei beni, per esempio — il primo aspetto della vita d’unità — è molto importante nella vita africana. Nella nostra tradizione non esisteva la proprietà privata, tutto era in comune. Soltanto la vita moderna ha cambiato questa realtà. Se noi sacerdoti ci sforziamo di vivere questa comunione anche nei beni materiali come i primi cristiani, siamo inseriti nella nostra più sana tradizione e nello stesso tempo diamo una forte testimonianza evangelica. Così abbiamo deciso di creare un fondo comune diviso in tre parti: la prima per le necessità ordinarie di ognuno, la seconda per i bisogni urgenti e la terza per la formazione di quei sacerdoti che desiderano approfondire questo stile di vita. Un altro modo di vivere la comunione dei beni è la seguente: ognuno esamina quello che ha e decide se può mettere in comune qualcosa che serva ad un altro. Tutte le cose raccolte vengono messe insieme e distribuite a seconda delle necessità di ciascuno. Questo è sempre un avvenimento gioioso, perché ci abitua a misurare il nostro superfluo sulle necessità degli altri, ci fa vivere la povertà come condivisione e accresce fra noi l’unità. Per mantenere sempre vivo questo spirito di famiglia ci troviamo insieme almeno una volta al mese. È il nostro giorno di festa per l’atmosfera di gioia che si crea tra tutti: è la famiglia che si riunisce. In queste occasioni, nella fiducia scambievole, ognuno comunica le sue sofferenze, i problemi e le gioie. Lo scambio diventa ricchezza per tutti e spesso troviamo o le risposte di cui ciascuno ha bisogno o almeno il sostegno fraterno per affrontare situazioni difficili con la forza di andare avanti, ispirandoci al Vangelo. Un episodio significativo Uno di noi aveva avuto una discussione con il suo parroco a proposito di un gruppo carismatico. Malgrado questo gruppo fosse riconosciuto nella diocesi, non trovava spazio in parrocchia. Il nostro amico aveva pre- Gen's 3/2000 — pag. 26 — 88 testimonianza parato una lettera molto forte diretta al parroco, difendendo il suo punto di vista. Prima di inviarla ha voluto leggerla nel nostro incontro per sentire il consiglio degli altri. Dopo avere ascoltato tutti, ha deciso di strappare la lettera. Aveva capito che doveva portare avanti la soluzione del problema non attaccando il parroco, ma cercando di ascoltarne le ragioni per poi dire il proprio pensiero con serenità e oggettività e per puro amore. Le visite Dopo gli incontri cerchiamo di tenere vivi questi legami di famiglia con telefonate — quando è possibile — o con lettere e visite. Nel contesto africano le visite sono molto importanti, perché dimostrano appunto lo spirito di famiglia. Alle volte questo non è facile per le grandi distanze e per le strade molto brutte. Un giovane sacerdote, si trova in una missione molto isolata, al confine con l’ Uganda, vicino al lago Vittoria. E quasi impossibile per lui venire ai nostri incontri, perciò ci manteniamo in contatto epistolare. Un giorno abbiamo deciso di andarlo a trovare. Otto di noi siamo riusciti a liberarci dagli impegni per fare questo viaggio e portargli un segno concreto dell’amore di tutti. Malgrado il lunghissimo viaggio di 12 ore non ci siamo mai sentiti stanchi o annoiati, perché c’era fra noi tanta gioia. Siamo arrivati di notte, ma egli e il suo parroco ci hanno accolti a braccia aperte. Il giorno dopo abbiamo celebrato la messa per la comunità cristiana locale, abbiamo visitato le opere della missione e poi abbiamo dovuto riprendere la lunga strada del ritorno. Il parroco, alla fine della nostra visita, ha manifestato la sua ammirazione dicendo che, in quarant'anni di vita pastorale, non aveva mai visto un gruppo di sacerdoti venire da così lontano solo per salutare un loro confratello. E concludeva: «Dovete avere una grande unità tra voi!». Ci siamo resi conto che quella visita non era stata solo motivo di gioia per i sacerdoti Gen's 3/2000 e la comunità cristiana locale, ma anche un grande arricchimento per noi stessi. In Africa le feste sono molto importanti. Chi vi partecipa, mostra che fa parte della famiglia. Per questa ragione facciamo il possibile per essere presenti quando qualcuno riceve il diaconato o il sacerdozio. Il patto In certe regioni del nostro Continente famiglie o persone, non legate da parentela, possono creare un’alleanza tra loro con il cosiddetto “patto di sangue”: provocano una piccola ferita e attraverso di essa mescolano il loro sangue. Coloro che lo praticano restano profondamente uniti per tutta la vita. Noi facciamo il patto di unità che ci impegna più profondamente, perché con esso promettiamo di amarci come Gesù ci ha amati. E lo rinnoviamo ogni giorno nella messa, perché sia lui a ratificarlo. Questo è anche il momento in cui preghiamo gli uni per gli altri e, così uniti, ci offriamo a Dio per la Chiesa e per l'umanità. Spesso, quando ci ritroviamo insieme, constatiamo che abbiamo superato situazioni difficili, perché ci sentivamo sostenuti dall’unità con gli altri. Anche il dolore è per la comunione L’8 agosto ’98, John Kiongo, andando a far visita a un suo fratello che lavorava presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Nairobi, venne a trovarsi nell’edificio proprio quando scoppiò una terribile bomba innescata da terroristi. Suo fratello e sua nipote morirono all’istante ed egli rimase gravemente ferito. Il suo braccio destro si era staccato quasi completamente e i suoi occhi non vedevano più. Abbiamo cercato di fare tutta la nostra parte per restituirgli la salute, disposti anche a trasferirlo all’estero, se necessario, per le cure più appropriate. In seguito ci ha raccontato l’esperienza di quei giorni. — pag. 27 — testimonianza 89 «Quando ero in ospedale, gravemente ferito e cieco, ho sperimentato l’amore concreto di tutti voi. Vi siete interessati del mio caso e, nonostante i vostri impegni, siete venuti continuamente a visitarmi. Mi arrivavano in continuazione lettere, cartoline e fax. Mi avete dato tanto conforto, perché avete sofferto e pregato per me: vi ho sentiti veramente fratelli. Il vostro amore era così concreto che quasi non sentivo più i dolori ma, al contrario, provavo tanta gioia interiore che mi veniva da piangere per la commozione. Ma l’esperienza più forte l’ho fatta quando i medici mi hanno detto che molto probabilmrnte sarei rimasto cieco e senza braccio. In quei giorni, attraverso la vostra unità, ho ricevuto una forza eccezionale ed ho accettato serenamente anche questa eventualità. Poi, a poco a poco ho ricominciato a vedere ed anche il mio braccio è ritornato normale». Una scuola per sacerdoti Noi sentiamo fortemente il bisogno di trovare la via africana dell’evangelizzazione e abbiamo incontrato nella spiritualità dell’unità un aiuto molto concreto. Questo spiega la rapida diffusione di questo carisma in molti paesi africani e il desiderio espresso da alcuni dei nostri vescovi che sorgesse una scuola per i sacerdoti che desiderano formarsi in questo spirito nella cittadella del Movimento dei focolari presso Nairobi nel Kenya. Essi, infatti, sanno che per costruire una Chiesa secondo le genuine aspirazioni dell’animo africano, occorrono pastori con un cuore senza frontiere. Johannes Distelberger brare la messa. Nella tragedia del Burundi Quando in Burundi si sparse la notizia che le due etnie erano ormai sul piede di guerra, alcuni di noi, che condividiamo la vita in unità, ci trovavamo insieme per una giornata di ritiro. Fu un dolore grande per tutti e in quel giorno rinnovammo il patto di essere pronti a dare la vita gli uni per gli altri e a lavorare insieme per la pacificazione, pur essendo coscienti di esporci alla vendetta di coloro che non vogliono la pace. Come poi accadde al sacerdote focolarino, Silvestre Hakizimana. Preso di mira a causa del suo lavoro di pacificazione tra le etnie, egli sapeva che la sua vita era in pericolo. Sarebbe potuto fuggire dal Paese per salvarsi, ma volle restare. Ci disse chiaramente che preferiva dare la vita per la sua gente. Venne ucciso mentre si recava a cele- Lo stesso avvenne con mons. Joachim Ruhuna, arcivescovo di Gitega, nostro carissimo amico. Pochi giorni prima di essere assassinato, si era detto pronto a pagare con il suo sangue l’unità del popolo burundese. Anche un gruppo di seminaristi, la maggior parte dei quali condivideva con noi l’ideale dell’unità, fu massacrato per non aver voluto dividersi secondo le etnie. Oggi la nostra chiesa ammira in tutti loro la testimonianza evangelica dei martiri. Vivere l’unità è certamente una via per l’inculturazione del cristianesimo in Africa e, conseguentemente, è anche un mezzo di fondamentale importanza per risolvere alla radice i conflitti che attualmente dilaniano i popoli del nostro Continente. Léon Sirabahenda Gen's 3/2000 — pag. 28 — 90 esperienza Saper “perdere tempo” per costruire l’unità In dono gli uni per gli altri di Enrico Pepe Verso la fine del ’64 e l’inizio del ’65 tre sacerdoti diocesani focolarini partirono per il Brasile, mandati dai propri vescovi su proposta del Movimento dei focolari. Si misero subito al lavoro secondo i bisogni delle diocesi di destinazione: due nelle parrocchie e Toni Weber, medaglia d’oro alla Gregoriana, come professore e direttore spirituale nel seminario maggiore di Recife, che allora accoglieva seminaristi di quasi tutta la regione nordestina. Li nostra andata in Brasile fu una vera avventura. Dopo il primo periodo d’incanto nella scoperta della bellezza della natura tropicale e del carattere aperto e accogliente degli abitanti, abbiamo cominciato a toccare con mano le profonde e secolari sofferenze del Nordest, dove la schiavitù dei neri e lo sfruttamento irrazionale del suolo avevano trasformato questa regione, un volta economicamente la più ricca, nella più miserabile dell’intero Paese. Ma quello che più profondamente ci addolorava era la crisi che questa Chiesa allora Stava attraversando. Tanti bravi sacerdoti erano stati perseguitati dal regime militare ed erano fuggiti all’estero, tanti altri scoraggiati dalla situazione insostenibile in cui operavano, abbandonavano il ministero. Anche i seminaristi diminuivano a vista d’occhio, i Gen's 3/2000 seminari man mano sparivano e le ordinazioni diventavano sempre più rare. Ricordo il lamento di dom Helder Càmara. Rivolto ad un suo sacerdote che gli chiedeva di essere dispensato dal ministero, il santo vescovo, molto rispettoso della libertà di ogni essere umano, si lasciò sfuggire una frase con un tono di voce che lasciava trasparire il suo dolore di pastore: «Ma ve ne volete andare tutti?». Eppure non era stato così nel passato. Studiando la storia, andavamo scoprendo che questa terra aveva dato sacerdoti di grande valore. Alcuni di loro erano ancora al lavoro, altri erano diventati vescovi ed alcuni di questi si erano imposti all’ammirazione in ambito mondiale. Certamente le motivazioni dell’attuale crisi erano molte, ma quella di fondo ci sembrava fosse una sola: di fronte alla nuova presa di coscienza degli enormi problemi sociali, culturali e pastorali i preti si sentivano soli e impotenti. Per fortuna avevamo “una casa” Toni Weber, che nel seminario aveva contatti a livello regionale e nazionale, ripeteva spesso: «Anche in questa terra i preti non hanno “la loro casa”». Noi eravamo stranieri e dovevamo inculturarci. E vero, avevamo nel cuore il carisma — pag. 29 — esperienza 91 dell’unità e il Movimento dei focolari, già operante sul posto sin dagli anni sessanta, aveva attratto molte persone di ogni categoria sociale, dagli abitanti dei mocambos ai professionisti e a vari sacerdoti. Per noi immergerci in questa comunità era come respirare l’aria pura e riprendere coraggio. Organizzavamo anche incontri per soli sacerdoti. Ne venivano pochi, ma tutti desiderosi di un’autentica vita evangelica. Erano contenti soprattutto di sperimentare concretamente l’amore fraterno. Confesso che non avevo minimamente il coraggio di affrontare i problemi del clero locale, ma vivevo volentieri all'ombra di Weber. Egli con la sua santità e competenza teologica ispirava a tutti sicurezza. Così per due anni. Ma un giorno, durante un incontro per sacerdoti, mi chiamò da parte e mi disse: «Il mio vescovo mi ha richiamato in Svizzera e fra due mesi dovrò partire. Il compito di portare l’Ideale dell’unità tra i sacerdoti del Brasile ora è affidato a te». Ebbi l'impressione che il soffitto mi crollasse addosso: era assurdo, impossibile! Non fui capace di dire una parola, ma egli si accorse che il colpo era stato troppo forte e mi rassicurò: «Tu non dovrai fare altro che quello che hai fatto finora: vivere il comandamento nuovo in modo che Gesù sia in mezzo a voi, ed egli farà dono del carisma dell’unità ai sacerdoti». Era vero. Avevamo fatto così in quei due anni ed era andata bene. Mi rasserenai e continuammo l’incontro. Un luogo per la formazione Dopo qualche anno venne costruito un Centro Mariapoli vicino a Recife ed io col permesso di dom Acacio Alves, il mio vescovo brasiliano, vi fui trasferito. Mio compito era dare assistenza religiosa negli incontri dei laici ed occuparmi dei sacerdoti che desideravano vivere la spiritualità dell’unità. Durante i mesi estivi, quando in questi luoghi il sole cocente sembra spaccare anche le pietre, mi trasferivo in un appartamento affittato sulla spiaggia e qui accoglievo nel primo mese un gruppo di preti e nel secondo uno di seminaristi. Venivano da ogni parte del Brasile, erano pochi e desideravano una sola cosa: bere alla fonte del carisma dell’unità. Avevo per questo l’aiuto dei focolarini e delle focolarine. Si vede che il buon Dio dà grazie particolari per ogni inizio, perché tanti, che oggi sono preti e vescovi, ricordano quell’esperienza con immensa gratitudine. Mentre tutto intorno a loro sembrava crollare, essi trovavano in quella convivenza la luce ed anche la gioia per andare avanti. Ricordo un giovane prete venuto da Rio de Janeiro. Nei primi giorni era un po’ scuro in volto. Pensai fosse stanco, ma dopo chiesi a cuore aperto se avesse qualche problema. Mi rispose: «I miei compagni migliori hanno abbandonato il sacerdozio ed io mi domando se non devo fare la stessa cosa». «In questi giorni intanto ti puoi riposare — gli dissi — e poi vedremo con calma cosa sarà meglio fare». Passarono alcuni giorni e mi disse: «Qui mi sembra di essere in paradiso e voglio vivere anch'io con Gesù in mezzo a nol». Ritornò al suo lavoro in una parrocchia di 100.000 abitanti, ma vicino a lui c’era un altro prete disposto a vivere in unità e questa comunione fu la salvezza per ambedue. Oggi questo giovane pretino di allora è arcivescovo in una capitale di uno Stato del Brasile. L’avventura nell’Araceli Man mano che gli anni passavano anche i sacerdoti e i seminaristi che facevano quest’esperienza di comunione si moltiplicavano. Recife non era di facile accesso per tutti loro, mentre il Movimento iniziava a San Paolo, dove convergono tutte le vie di comunicazione, la costruzione di una sua cittadella chiamata “Araceli”. Vi andai insieme al mio vescovo per tenere un incontro di preti. Verso la fine i sacerdoti chiedevano che io mi trasferissi colà, Ma Gen's 3/2000 — pag. 30 — 92 esperienza chi prendeva il mio posto nel Nordest? Nessuno aveva il coraggio di parlarne col vescovo, conoscendo le necessità della diocesi. Questi, di sua iniziativa, mi prese da parte e mi disse: «Tu devi venire qui e prenderti cura dei preti». Non credevo fosse vero e gli chiesi: «Se vengo qua, lei dovrà dare un altro prete che prenda il mio posto nel Nordest». «Tutto è possibile», mi rispose. Ed io: «Ma come farà in diocesi?». «Come vescovo devo vivere anch’io la collegialità e non posso guardare solo al bene della mia diocesi. Il tuo posto è qui. Quanto a me, il Signore mi darà il centuplo. Non ha forse detto: “Date e vi sarà dato”?». E il Signore mantenne la parola. Prima di mettermi al lavoro mi presentai all’arcivescovo di San Paolo e spiegai il motivo della mia presenza nella sua diocesi. Egli mi benedisse, dicendomi che lavorare per i sacerdoti era la cosa più importante in quel momento storico. Avevamo tutte le benedizioni del Cielo, ma non avevamo ancora un’abitazione. Intanto gli incontri per sacerdoti si moltiplicavano ed anche il numero dei partecipanti. In uno di questi era presente un vescovo, che spontaneamente si rese conto di questa necessità e durante la messa disse a tutti che aveva sentito una forte spinta interiore a dare un contributo per iniziare la costruzione di una casa per i sacerdoti. Altri preti misero a disposizione quanto potevano e in breve tempo la casa era pronta e con me venne un altro sacerdote ad abitarla. Furono gli stessi sacerdoti a seguirne con noi i lavori, a preparare intorno un bel giardino, a ripulire un boschetto. Era la loro casa e oggi posso affermare che fu anche la loro fortuna. La cittadella, infatti, cresceva in tutte le sue componenti e i suoi abitanti seguivano una sola regola: impegnarsi nel vivere il Vangelo. I sacerdoti venivano volentieri: la maggioranza una o due volte l’anno per i grandi incontri, ma un piccolo gruppo veniva ogni mese per tre giorni: si riposava, si immergeva nella vita della cittadella a contatto con gli altri abitanti e imparavano anch'essi a vivere l’unità. Venivano anche da molto lontano: Gen's 3/2000 qualcuno in aereo in poche ore, altri con dodici ore di macchina o di pulman. Un giorno un vescovo mi disse tutta la sua preoccupazione, perché i suoi migliori preti ogni mese affrontavano questo viaggio. «Sono bravi e si vede quanto ciò sia dovuto al contatto col Movimento, ma se capita un incidente e muoiono, la mia diocesi verrà decimata... Non puoi venire tu qui? Ti paghiamo il viaggio in aereo». Rimasi perplesso e spaventato. Capivo il problema reale del vescovo, ma capivo anche che l’unica ricchezza che io potevo offrire ai sacerdoti non era la mia persona o la mia scienza, ma mostrare loro un modello di società dove si vive il Vangelo. E questo, allora, in Brasile era possibile solo nell’ Araceli. Non sapendo cosa rispondere, cercai di spiegare la cosa come mi fu possibile: «Lei ha perfettamente ragione e se crede in coscienza di proibire questi viaggi, io appoggerò la sua richiesta e i preti obbediranno». Rimase pensoso per un bel momento e poi, guardandomi negli occhi, mi disse: «E troppo grande quello che stanno ricevendo, non posso impedire loro di continuare. Che Dio ci protegga». Dopo circa dieci anni lo stesso vescovo, venuto a Roma, mi fece visita in ospedale, mi ringraziò e mi confidò che il bene ricevuto dalla diocesi a causa di questi preti era impagabile. Uno di loro aveva riaperto il seminario e fatto rifiorire le vocazioni. In dieci anni egli aveva potuto ordinare ben 86 nuovi preti. Il mondo dei seminari Un altro capitolo si era aperto, infatti, riguardo ai seminari. Dopo il periodo di crisi, i vescovi volevano riaprirli, ma dove trovare i formatori? Tra gli altri, anche alcuni preti di varie diocesi che da qualche tempo seguivano la spiritualità dell’unità, furono invitati ad assumere questo compito. Rimasero molto perplessi, non avendo avuto una preparazio- — pag. 31 — esperienza 93. ne specifica per lavorare in questo campo, che d’altronde si annunziava particolarmente difficile. In uno degli incontri alla Mariapoli Araceli esaminammo insieme la cosa e arrivammo alla conclusione che bisognava accettare con spirito di fede l’invito dei vescovi. Da allora ogni mese questi formatori si ritrovavano insieme anch’essi per tre giorni all’Araceli per mettere insieme le gioie e i dolori, gli esiti positivi e quelli negativi. Erano giorni particolarmente fecondi, sia per sostenersi a vicenda imparando gli uni dagli altri, sia per vedere come impostare la vita dei nuovi seminari. Potevano ispirarsi alle idee-forza del tipo di formazione che 1’ Opera di Maria dà ai suoi membri. Il ruolo del formatore poteva assumere caratteristiche impensate nel passato. Per esempio il rettore di un seminario teologico doveva provvedere anche al sostentamento degli alunni, cercando la provvidenza presso i parroci e, mentre i seminaristi erano all’università, egli preparava loro il pranzo. Nel pomeriggio era poi a disposizione per aiutarli negli studi. Questo modo di fare ha avuto un influsso molto positivo sulla formazione, facendo comprendere, più con i fatti che con le parole, che il seminario è una famiglia dove si vive l’amore fraterno e il sacerdozio è innanzi tutto servizio. Oggi questo rettore è il vescovo della loro diocesi. La conferenza episcopale del Brasile riunì in un organismo i rettori dei seminari per prepararli meglio. Uno dei nostri preti fu scelto come responsabile nazionale e, vista la buona riuscita, fu poi richiesto come coordinatore per tutti rettori dell’America Latina. Al suo posto venne messo un altro rettore, anch’egli del Movimento, ed anche questi venne chiamato a lavorare nel CELAM (Consiglio episcopale latino americano) nel settore delle vocazioni. Questi, per il suo lavoro, ha visitato tutta l'America Latina, dando corsi di formazione per coloro che operavano nel mondo dei seminari. In questo modo l’esperienza che aveva dato buoni frutti nei loro seminari, veniva riconosciuta e apprezzata, e si diffondeva ovunque. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci fosse di speciale nel loro metodo. Forse potremmo dirlo in una sola parola: fare del seminario un luogo di comunione come la famiglia di Nazareth o come il gruppo degli apostoli attorno a Gesù. E farlo vivendo la Parola di Dio e mettendone in comune i frutti. A volte bastava solo raccontare qualche esperienza e gli altri capivano; e la sapienza che sgorgava dal Vangelo vissuto faceva crescere le persone più che qualsiasi bella teoria. | religiosi In Brasile il popolo spesso non distingue un religioso da un diocesano: ogni sacerdote è chiamato “padre” e basta, e il contatto tra diocesani e religiosi è molto intenso, anche perché tantissimi religiosi lavorano nella pastorale parrocchiale. Forse per questa vicinanza essi furono facilitati ad incontrarsi con noi e scoprivano che il loro carisma, a contatto con quello dell’unità, veniva illuminato e rafforzato. Una volta, quasi per gioco, ci dividemmo in gruppi: i diocesani da una parte e i religiosi dall’altra, e questi si suddivisero secondo le congregazioni e gli ordini di appartenenza. Ogni gruppo doveva riflettere sul proprio carisma per poi presentarlo a tutta l’assemblea. Ai religiosi non sembrava vero poter far conoscere a tutti la bellezza del proprio carisma, mentre i poveri diocesani non sapevano che pesci prendere. Si domandavano: «Ma abbiamo noi un qualche carisma?». Finché uno di loro disse: «Mi sembra che il nostro carisma si possa riassumere nel Testamento di Gesù: che tutti siano uno». Tra la spiritualità dell’unità e la preghiera sacerdotale di Gesù il ciack era perfetto. Dopo questo incontro i religiosi si distinsero per approfondire i loro carismi e noi diocesani continuammo il nostro cammino, pur rimanendo sempre collegati. Per esempio quando eravamo chiamati a predicare gli Gen's 3/2000 — pag. 32 — 94 esperienza esercizi al clero nelle diocesi, spesso andavamo in due: un religioso e un diocesano, sapendo che avremmo incontrato anche dei religiosi. L'unità tra i due predicatori era così vera che una volta a Manaus, capitale dell’ Amazzonia, dopo due giorni un sacerdote chiese a chi li aveva invitati: «Mi devi spiegare una cosa. I predicatori sono due, ma è come se fossero uno solo e chiunque di loro parla è come se parlasse Gesù. Qui c’è sotto qualcosa di grosso che mi sfugge». L'altro rispose: «E più semplice di quanto tu possa immaginare: è veramente Gesù che parla, perché essi cercano di mettere in pratica le parole di Matteo 18, 20: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”». Era questo, infatti, il nostro sforzo continuo: far sperimentare ai sacerdoti la realtà di Gesù in mezzo a loro, pienezza di vita, fonte di luce, di pace, di Spirito Santo. I seminaristi La vita nuova diffusa tra i preti aveva toccato anche tanti seminaristi ed anch’essi vollero avere una casetta per loro all’ Araceli. Qui alcuni di loro, col permesso dei superiori, si fermavano un anno per imparare concretamente a vivere l’unità e nello stesso tempo si mantenevano in contatto con i compagni nei vari seminari, tenendoli aggiornati e facendo circolare la vita. Qualche superiore, impressionato per i cambiamenti che notava in seminario ad opera degli alunni che seguivano la spiritualità dell’unità, venivano da noi per rendersene conto di persona. E non era difficile spiegar le cose: bastava guardarsi attorno. Gen's 3/2000 Erano a volte così entusiasti di questo stile di vita che spesso dovevamo frenarli, perché non facessero pressione sui seminaristi per venire da noi e diventare così “più buoni”. Dicevamo: «Non potete strumentalizzarli, essi devono vedere nei formatori come si vive in unità». E non era facile per la vecchia generazione, non ancora abituata a questo stile di vita. Quando poi arrivavano le vacanze l’ Araceli si riempiva di 40-60 seminaristi desiderosi di approfittare di questo periodo di libertà dagli studi per vivere un’esperienza d’unità più profonda. Il contatto con laici consacrati (i focolarini e le focolarine), con i giovani della loro età (i gen), con le famiglie — ma tutti impegnati nel seguire Gesù — era una scuola di vita. La presenza nella stessa città di focolarine e di ragazze, piene di vita e dagli occhi puri, dava ai seminaristi la misura di come dovrebbe essere il mondo femminile, facendo loro scoprire il vero disegno di Dio sulla donna: Maria. La vita continua Ormai da circa sedici anni ho lasciato questa terra, ma la spiritualità dell’unità, diffusa nel frattempo in quasi tutte le diocesi, continua a dare i suoi frutti. Attualmente sono quattro le cittadelle del Movimento, dislocate dal nord al sud del Paese. Ovviamente la vita di comunione non è circoscritta in questi luoghi, ma compenetra anche le strutture stesse della Chiesa ad opera di tante altre forze vive suscitate dallo Spirito. Enrico Pepe — pag. 33 — esperienze 95 Flash di vita [I Il dono della malattia «Ringrazio Dio di avermi chiamato al sacerdozio e di avermelo fatto vivere per la più parte della vita nella sofferenza, collaborando così all’apostolato della Chiesa. Mi sono sforzato, colla grazia di Dio, di realizzare le parole di san Paolo: “Completo in me i patimenti di Cristo per la sua Sposa, la Chiesa”. Anche le altre parole dell’apostolo: “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria che sarà rivelata in noi”, mi sono state di luce durante le lunghe e spesso dolorose giornate». In queste poche frasi si può riassumere la vita di Gino Damiano della diocesi di Perugia. Questo prete, nel pieno delle sue forze, vede aprirsi davanti a sé, in maniera irreversibile, una sola strada, la via crucis. Egli, però, non si perde d’animo e mentre cerca di capire il misterioso disegno di Dio, s'imbatte nella spiritualità dell’unità. Più tardi scriverà nel suo testamento: «Ringrazio ancora Dio di avermi fatto conoscere il Movimento dei focolari e del grande aiuto spirituale che ne ho ricevuto in questi circa venticinque anni». Ma lasciamo che egli stesso ci racconti la sua avventura. «Nel 1949, quando mi sono ammalato, non mi hanno spiegato la natura del male, perché credevano che fosse a breve esito. Quando ne ho letto il nome sulla cartella clinica — morbo di Addison — sono andato a leggere nell’enciclopedia: le previsioni parlavano di pochi mesi di vita ed io avevo 38 anni. Mi sono sentito di fronte alla morte. Mi pareva d’avere preso un colpo alla testa. Non riuscivo a rendermene conto. Poi è subentra- ta la rassegnazione: a denti stretti accettavo quella volontà di Dio. La cosa più dolorosa è stata passare dall’attività pastorale continua alla debolezza massima: non riuscivo più nemmeno a leggere una pagina di seguito. Dopo un po’ mi sono ritirato nel nascondimento, completamente inattivo dal punto di vista pastorale. Poi pian piano ho capito: il Signore voleva da me che questa sofferenza non andasse sprecata. In seguito per maturare questa convinzione è stato fondamentale conoscere, tra i punti della spiritualità del Movimento dei focolari, quello su Gesù crocifisso e abbandonato. Egli sulla croce sperimentò il più grande dolore, sentendosi abbandonato dagli uomini e da Dio, ma proprio così compì l’opera della redenzione nostra e del mondo. Era il 1964. Le focolarine da Foligno venivano a Perugia per incontrare un gruppetto di persone. Qualcuno ha parlato loro di me ed esse sono venute a trovarmi. Ciò che mi colpiva in loro era l’amore reciproco che le legava e che traspariva da tanti gesti concreti. Anch'io volevo vivere come loro. Ho cercato di cambiare i rapporti con le due persone che stavano con me: mia madre e mia cugina. Se fino a quel momento mi ero lasciato servire, ora dovevo anch'io fare qualcosa. Mi sono messo allora a spazzare la casa, a pulire il bagno, a dare la cera... compatibilmente con le mie forze. Mi chiedevo poi: perché noi sacerdoti non ci volevamo bene come loro? Anch’io fino a quel momento ero stato molto duro nei rapporti con gli altri: pretendevo e giudicavo anche quelli che lavoravano con me. Ricordo ad esempio che per motivi politici non ero stato gentile col mio collaboratore. Cercai di Gen's 3/2000 — pag. 34 — 96 esperienze cambiare io per primo, dimenticando la mia malattia e facendomi uno con tutti quelli che venivano a trovarmi, interessandomi ai loro problemi e alle loro attività. Fu così che non rimasi solo. La Provvidenza mandò un primo sacerdote, poi un secondo e un terzo, tutti desiderosi di vivere il Vangelo insieme. C’incontravamo regolarmente ogni settimana, dapprima a casa mia, finché il numero dei partecipanti aumentò e andammo in una casa più grande che serviva ordinariamente per gli incontri del clero. Una seconda cosa mi impressionava: le persone del Movimento erano pronte a perdere tutto per fare la volontà di Dio. Capivo che anch’io dovevo fare questa scelta, perdendo anche le cose che mi stavano più a cuore, come lo studio, per aiutare in casa.. In quegli anni una mia cugina, che era di aiuto a mia madre e a me, fu travolta da una frana e morì sotto le macerie. Furono momenti molto duri per noi, ma l’unità con gli altri sacerdoti mi aiutò a rimanere in Dio e a trovare la forza per andare avanti. Un'altra esperienza mi è rimasta impressa. Una volta ho potuto partecipare ad un incontro di sacerdoti a Roma. Però il viaggio fu così faticoso che ho dovuto rimanere tutto il tempo a letto senza prendere parte al convegno. Me ne lamentai con un sacerdote il quale mi ricordò che io avevo scelto Dio, non l’incontro. Bastò perché ritrovassi la pace. Per un certo periodo, per motivi di salute, non potevo frequentare gli incontri in focolare. Mi sosteneva la presenza costante accanto a me di un sacerdote, Lucio Luchetti. La sua carità concreta, fatta di tante attenzioni, di tanti gesti e soprattutto vissuta in maniera evangelica, mi faceva sentire la vita di tutti. Lucio, quando la persona che mi assisteva in questi ultimi anni andava in ferie, ne prendeva il posto e si trasferiva a casa mia per tutto il tempo. Condividevamo le nostre esperienze: egli mi parlava del suo apostolato e di come le persone crescevano nel rapporto con Dio; io gli raccontavo le mie cose e lo seguivo con la mia preghiera. Poi, in modo inatteso, per una malattia mortale don Lucio è andato in Paradiso, ma al suo posto Gen's 3/2000 sono subentrati gli altri del mio focolare e per me è stata l’occasione per tuffarmi a pieno titolo nella vita di comunione con tutti loro. Intanto maturava sempre più in me la convinzione che la mia sofferenza doveva essere offerta per la Chiesa. Se non potevo fare apostolato attivo, potevo però offrire come Gesù in croce. Quando il nostro arcivescovo ha voluto dare un’onorificenza ad alcuni preti ammalati, tra i quali c'ero anch’io, mi parve di ricevere la conferma della mia vocazione. Ed ho gioito nel vedere come la Chiesa oggi valorizzi la preziosità della sofferenza. In tutti questi anni non mi sono mai sentito inutile, anche perché ho visto come attraverso la mia persona è passata in tanti la grazia di Dio. Negli anni scorsi vari gruppi di giovani sono venuti a trovarmi con regolarità. Alcuni di loro hanno maturato scelte cristiane totalitarie. Per questo'spesso ringrazio il Signore della situazione in cui mi ha posto. Mi sembra di vivere la parola: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”». Il suo vescovo di allora, Ennio Antonelli, aveva un profondo rapporto di amicizia e di affetto con don Gino. Prima di lasciare Perugia per andare a Roma come segretario della Conferenza episcopale italiana, gli ha fatto visita e gli ha chiesto di offrire la sua sofferenza per il bene di tutta la Chiesa in Italia, accompagnandolo nel nuovo lavoro con l’offerta della sua vita. «Questo — gli disse — perché il soffrire è più prezioso del lavorare». Don Gino si sentì molto onorato di un tale “incarico” e due giorni prima di morire, in un momento di preghiera fatta insieme con altri sacerdoti, questi gli hanno domandato cosa desiderasse chiedere a Dio, ed egli: «Che nella Chiesa cresca la presenza del Risorto». Durante il funerale l’attuale vescovo diocesano, Giuseppe Chiaretti, rilevava che la vita di questo sacerdote era stata una continua offerta d'amore, seminando ovunque la gioia e diventando per tanti fonte di vita. Alberto Veschini — pag. 35 — esperienze 97 DI Anche gli anziani possono amare Era il 1947 e mi trovavo ancora in seminario, quando un prete sconosciuto venne a visitare il nostro rettore. Ci parlò di un gruppo di ragazze che avevano avuto il coraggio di leggere da sole il Vangelo, di capirlo in modo nuovo e soprattutto di viverlo, e poi anche di donarsi reciprocamente ciò che avevano sperimentato. Dentro di me pensai: «Questa è una vera novità! Ogni cristiano può vivere il Vangelo e poi annunciarlo agli altri come buona novella». Sarei andato subito a Trento per conoscere da vicino queste persone per vivere come loro. Ma non era possibile. All’inizio del ministero sono stato mandato a Poschiavo come insegnante. Poi sono stato nominato vicario, quindi parroco a St. Moritz. In seguito ho lavorato a Lenzerheide insieme ad un altro. Ma come fare per avere una vita comune? Forse non ero ancora preparato. Intanto conoscevo a fondo la spiritualità dei focolari e imparavo a vivere l’unità con altri sacerdoti. Una ginnastica impegnativa, ma che ti fa entrare nel cuore del Vangelo. In seguito ho chiesto al vescovo di poter attuare questo stile di vita con un altro prete in una nuova destinazione, ma non era possibile. Quando ho compiuto 70 anni, sono andato dal vescovo e gli ho detto: «Devo rinunziare al mio incarico, ma vorrei rendermi ancora utile alla Chiesa. Potrei vivere insieme con un altro parroco, dedicandomi un po’ al Movimento dei focolari, con cui da più di trent'anni condivido la spiritualità». Il vescovo ha acconsentito e mi ha dato la sua benedizione. Così sono andato ad Adliswil, dove ho fatto vita comune con altri due preti per cinque anni. Un’esperienza bella. E per farla breve, mentre godevo “il mio paradiso”, mi sono sentito come afferrato da Dio. Un mio caro amico prete, colpito da un ictus un anno fa, praticamente ha dimenticato tutto. Riesce però a prendere contatto con le persone e a conversare. Bisogna stargli vicino e creargli un ambiente d’amicizia. Quando è stato dimesso dalla clinica ed è tornato nel suo appartamento, ho notato subito che non avrebbe più potuto vivere da solo. Ho cercato a lungo una soluzione, ma non ne ho trovata una soddisfacente. Un giorno ho detto a Gesù: «Oggi devi darmi un segno per capire che cosa fare». A sera, dopo aver celebrato la messa a Baar nel Centro del Movimento dei focolari, improvvisamente mi è stato domandato: «Don Emilio, quando ti trasferirai qui?». Ero abbastanza sorpreso, ma ho risposto spontaneamente: «Appena troviamo un appartamento». L’appartamento era pronto. Il segno era chiaro. Così io e il mio confratello ci siamo trasferiti a Baar. Siamo anziani, ma anche da vecchi si può amare. Facciamo veramente vita comune come in famiglia, nelle piccole cose di ogni giorno. Per esempio io preparo il cibo e lui lava i piatti. Il venerdì o il sabato io pulisco la cucina e il bagno ed egli passa l’aspirapolvere in tutto l'appartamento. Per cinquanta anni ho atteso questa opportunità; adesso sono stato esaudito. Pur con i limiti della nostra età, siamo ottimisti e ogni nuovo giorno lo prendiamo come un dono di Dio da riempire con l’amore fraterno. E se un giorno non fossimo più autosufficienti, l’amore degli altri fratelli ci verrà incontro. Emilio Zanetti DI L’unità vera esige che si ami tutti Ho cercato fin dall’inizio di creare rapporti veri con sacerdoti di ogni età e carattere, perché nella spiritualità dell’unità non è possibile amarci fra di noi senza amare nello stesso tempo tutti gli altri. Gen's 3/2000 — pag. 36 — 98 esperienze È nato così spontaneamente nella mia zona un gruppo di sacerdoti che si incontrano regolarmente per alimentarsi con questa spiritualità. Alcuni di questi all’inizio trovavano difficoltà con gli altri membri del presbiterio, ma piano piano le cose si sono appianate. Ora ci incontriamo fraternamente una volta al mese presso un convento francescano. Leggiamo la Parola di vita, ci scambiamo le esperienze in un clima di profondo e sereno ascolto, poi ci tratteniamo a pranzo. Anche con i religiosi che ci ospitano si è creato un rapporto spontaneo: all’inizio ci apparecchiavano il pranzo in una sala a parte, ora vogliono che mangiamo insieme a loro. Qualche volta è venuto anche il vescovo, che ha sempre apprezzato i nostri incontri. È stata l'occasione per ricomporre il dialogo con qualche sacerdote. Quando il vescovo mi ha nominato vicario generale, mi ha invitato come prima cosa a creare lo spirito di famiglia tra i preti. Questo mi ha dato l’occasione di aprire un dialogo con tutti, specialmente con gli anziani, gli ammalati, quelli che vivono isolati e, in qualche caso, di entrare a contatto con chi aveva, appunto, difficoltà nel presbiterio diocesano. Non mi sono mai arreso di fronte alle difficoltà, neanche quando erano rapportate con la mia persona. Una volta mi telefona un sacerdote preannunciandomi che di lì a poco sarebbe venuto a sfogarsi con me, perché insoddisfatto di come stavo risolvendo la sua situazione: «Sentirai quante te ne dirò!». Ho pensato alle parole di Gesù: «Se qualcuno ha qualcosa contro di te...» e, nonostante fossero le due del pomeriggio, in piena estate, sono salito in macchina e sono andato da lui. Nella telefonata mi aveva detto che mi avrebbe restituito anche il vasetto di miele che qualche giorno prima gli avevo portato per la sua mamma anziana. «Sta a vedere — pensavo dentro di me — che mi tira quel vaso sulla testa». Gen's 3/2000 Arrivo a casa sua e suono il campanello. Si affaccia dalla finestra e, sorpreso di vedermi, dice soltanto: «Ah! Sei venuto tu?». Poi scende, parliamo a lungo e da quel giorno le cose sono andate sempre meglio. A volte la sera, specialmente di domenica, se ho un po’ di tempo libero, telefono a qualche sacerdote o vado a trovarlo. Sono sempre esperienze positive. A volte mi capita di trovarmi di fronte a situazioni inattese o a problemi insospettati. Nel contatto personale, però, si rettificano giudizi, nascono rapporti nuovi e si aprono porte che prima sembravano sigillate. Ultimamente sono andato da un sacerdote che vive completamente isolato e da anni estraneo alla vita della diocesi. Ero andato qualche altra volta, ma era molto difficile trovarlo. Quella sera era in casa. Mi accolse cordialmente e pur avendo potuto parlare appena qualche minuto, perché doveva uscire d’urgenza, qualcosa doveva essersi sbloccato. Pochi giorni dopo, infatti, mentre ero per la strada, si è fermata vicino a me una macchina: era lui che mi invita a salire e così abbiamo potuto anche parlare a lungo di temi sociali che lo interessano tantissimo; ma il motivo vero era di farmi sentire la sua amicizia. Ora ha iniziato a frequentare i nostri incontri mensili. Vorrei dire che a fare il vicario generale in questo modo può diventare persino gratificante, perché vai scoprendo che il cuore di ogni prete è pur sempre segnato dall’amore. Piero Sapesi — pag. 37 — domande aperte 99 Dialogo con i lettori S ta esplodendo il commercio elettronico grazie all'avvento di Internet sui mercati finan- <Ò ziari. Il mondo dell'economia sta cambiando volto. Si parla tanto di New Economy. Di ra che si tratta? L'esperienza dell focolari, quale incidenza potrà avere?». a, Comunione e solidarietà L'espressione New Economy è entrata relativamente da poco nel vocabolario economico, e viene usata in accezioni diverse, e, non di rado, in modo poco preciso. Ciò che possiamo individuare come lo zoccolo duro della Nuova Economia mi sembra sia lo spostamento che si sta verificando nei sistemi economici dalla produzione di “merci” verso la fornitura di beni e servizi ad elevato contenuto di conoscenza (si pensi ai prodotti informatici). L'esplosione del commercio elettronico (e-commerce) è una conseguenza molto evidente di questo cambiamento. Quali le conseguenze? Si creano nuove figure professionali, ricercatissime, ma anche un crescente numero di nuovi analfabeti, i cosiddetti i/litterates del computer. E con ciò la tendenza verso una crescente polarizzazione e radicalizzazione del mercato del lavoro: da una parte un’élite di super-specialisti super-pagati, e dall’altra una crescente massa di disoccupati. Saremo in grado di inventarci nuove figure di lavoratori? Qui il ruolo dell’istruzione, della scuola, e più in generale della cultura, sarà decisivo. Certamente si intravvedono anche dei pericoli. Riuscirà la globalizzazione dell’economia e della finanza ad offrire nuove chances ai più poveri? Economia di comunione”, promossa dal Movimento dei (Giampietro Baldo — Castello Tesino — Trento) Per ora possiamo solo constatare che il dislivello tra Paesi ricchi e poveri sta aumentando in questi ultimi anni di globalizzazione, e che delle sue opportunità hanno goduto principalmente i Paesi che stavano meglio prima che la globalizzazione esplodesse. Occorre dire che la Nuova Economia apre anche altri scenari, meno cupi. Oggi, grazie al commercio elettronico, qualunque impresa, che in qualsiasi parte del globo possieda un modem e poche centinaia di dollari per una pagina web, può entrare nel mercato globale e competere con le grandi multinazionali. È una grande e inedita opportunità per le piccole e medie imprese, anche nei paesi poveri. Se non avremo un capitalismo popolato solo da anonime mega-corporations (come si pensava solo qualche anno fa), questo lo si dovrà anche alle opportunità offerte dalla Nuova Economia. Ma da dove ripartire per un agire economico finalizzato al bene comune? La sfida etica è cruciale. Personalmente però credo che la dimensione etica debba fiorire dall’interno di questi mondi: ormai le discipline e i diversi ambiti della vita umana hanno raggiunto una propria autonomia, che rende molto difficile il dialogo con istanze e richiami etici esterni a quei mondi. In questo senso credo vada ripensato anche il ruolo della dottrina sociale della Chiesa, che sempre più dovrà arrivare in questi mondi attraverso l'impegno civile di laici, Gen's 3/2000 — pag. 38 — 100 domande aperte per tradurre quei valori dentro il linguaggio e i metodi tipici di quei mondi: economisti, politici, imprenditori cristiani che rinnovino dal di dentro teoria e pratica economica. Mi sembra questo un terreno fertilissimo, con prospettive di grandi speranze. Abbiamo segnali positivi che questo processo è già iniziato e il dato di maggior ottimismo proviene da un altro movimento in continua crescita, anch'esso globalizzato, e cioè quello dell’economia civile: esperienze che nascono dal basso, dalla società civile, e che stanno avendo un crescente peso anche nelle politiche e negli orientamenti macroeconomici. Si pensi al ruolo delle ONG (organizzazioni non governative) nel recente meeting di Seattle. All’interno di questo movimento di economia civile c’è un sottoinsieme che mi sembra particolarmente significativo, e cioè quello costituito dalle cosiddette “imprese sociali”, imprese appunto che, restando a tutti gli effetti nel mercato, lo “utilizzano” per creare solidarietà e comunione. Penso ad esempio a molte cooperative sociali, e — per rispondere alla domanda — all’Economia di comunione: un'esperienza nata dieci anni fa dall’ispirazione di Chiara Lubich e che oggi coinvolge 761 imprese nei cinque continenti. Le imprese che aderiscono all’Economia di comunione sono infatti normalmente imprese for-profit. Il binomio non-profit/for-profit non mi sembra in grado di catturare la peculiarità di tali esperienze. Nel caso dell’economia di comunione, per esempio, gli utili realizzati dalle imprese sono messi “in comunione” e sono divisi una parte per affrontare il problema della povertà, un’altra per promuovere una nuova cultura ed un’altra ancora per l’autofinanziamento delle imprese. Ciò che mi sembra molto interessante e nuovo in queste imprese sociali è il superamento di una logica dicotomica dell’azione, poiché in esse c’è una forte spinta a voler coniugare il meglio della logica e della cultura dell'impresa e del mercato con la logica della comunione. In quest'ottica si può essere imprenditori sociali etici sia occupandosi Gen's 3/2000 di anziani e malati, sia producendo frigoriferi e computer. Un aspetto nuovo di questi ultimi due-tre anni è che l’esperienza delle imprese sociali, dell’Economia di comunione in modo particolare, sta attirando l’attenzione anche degli studiosi, che cercano di dare fondamento e dignità scientifica a quest'esperienza e alla sua logica: cercare di trarre dall’ Economia di comunione spunti per una “Teoria economica di comunione”. Ormai studiosi di diverse branche dell’economia leggono quest’esperienza con i loro strumenti, e — a partire dai fatti — offrono interessanti prospettive di superamento dell’attuale impostazione della scienza economica, che mal si presta a descrivere esperienze “a movente ideale”. Ci si può chiedere se queste esperienze non siano che mere “utopie”. Io sono ottimista, e credo che l’economia civile, le imprese sociali, l'Economia di comunione, non siano “utopie” (nel senso etimologico del termine), e neanche esperimenti destinati a restare marginali, ad occupare una nicchia di soggetti particolarmente altruisti. Su quale base fondo il mio ottimismo? Ci può essere utile guardare semplicemente e correttamente alla storia. Se infatti guardiamo la storia economica dell’umanità in modo miope, restringendo lo sguardo solo agli ultimi due secoli, allora dobbiamo affermare che la regola nella prassi economica sia il tornaconto personale, e la comunione sia l’eccezione. Ma se invece osserviamo la storia, allargando lo sguardo attraverso i secoli, e se arriviamo fino alle culture non occidentali, come quelle africane o asiatiche, allora le cose in parte si capovolgono, e ci accorgiamo che spesso la regola è la comunione, come sanno bene gli antropologi. È questo passato (e presente) che deve farci essere ottimisti. Luigino Bruni 1) Cfri due numeri monografici di “Nuova Umanità”, 80- 81 (1992), 126 (1999). — pag. 39 — PERCHÉ | TUTTI SIANO Notizie dal mondo dei seminari - 25 uone notizie! Le vocazioni sacerdotali sono in aumento. a cura della segreteria Secondo l’ Annuario Statistico della Chiesa, pubblicato internazionale poche settimane fa, il numero dei seminaristi diocesani del movimento gens degli anni di filosofia e teologia ha raggiunto i 70564, con un aumento di 521 nel corso del 1997-98. Da tener presente la distribuzione geografica di questa crescita. Sono in attivo 1° America Latina, l’Asia e l'Africa, oltre che l'Europa centro-orientale. Il Nordamerica, l’Oceania e l'Europa dell'Ovest assistono invece ad un costante calo che in alcuni casi si presenta addirittura drammatico. È su questo sfondo che assumono rilievo alcuni fatti. Citiamo innanzi tutto il caso di due seminari che negli anni scorsi hanno risentito pesantemente della mancanza di vocazioni: quello di Lucerna in Svizzera (diocesi di Basilea) e quello di Hasselt in Belgio. Se nel primo, nell’ottobre ’99, si sono presentati sei nuovi seminaristi, nel N secondo, su un totale di 13 studenti, cinque sono entrati nello scorso uove seminaristi provengano dai nuovi Movimenti. Cambiamo scena. Siamo in Italia, nelle Marche. Regione anch'essa e vita di caratterizzata da una certa penuria di vocazioni. Racconta un giovane diventato sacerdote in settembre: «Da tempo pensavo che, al DIV momento dell’ordinazione, dovessi chiedere una grazia, con la cer- tezza che Dio l’avrebbe esaudita. Così ho celebrato la prima messa con l’intenzione che quest'anno qualcuno della parrocchia entrasse in seminario. Nei giorni successivi, un giovane ha espresso il desi- derio di donarsi a Dio e due settimane dopo ha iniziato gli studi in seminario. Passato qualche mese, un giovane della parrocchia in cui presto da un anno servizio come responsabile vicariale della pasto- rale giovanile, è entrato anch’egli in seminario per l’anno propedeu- tico». E andiamo nel nord della Germania che sta vivendo, attualmente, una stagione difficile dal punto di vista vocazionale. Uno degli studenti lascia il seminario e chiede alla diocesi di poter diventare operatore pastorale laico. Prima di venir accolto, dovrà fare un tirocinio di un anno. Domanda allora di essere assegnato ad una parrocchia dove ci siano sacerdoti che facciano vita comune. S’imbatte così in due sacerdoti focolarini. Per mesi condivide la loro vita, sperimenta grande attenzione e rispetto. Finché si avvicina l'ordinazione sacerdotale di due suoi ex-compagni. È per lui un momento difficile, di travaglio. La mattina del giorno dell’ordinazione, a sorpresa, si presenta tutto radioso a tavola. «Ritornerò al seminario», dice. E spiega: «Vedere quanto è normale la vostra vita mi ha fatto coraggio». Buone notizie, per davvero! anno. Fa pensare il fatto che, in quest’ultimo caso, quattro dei neo- VOCAZIONI Gen's 3/2000 - 101 — pag. 40 — Cittadelle di TESTIMONIANZA Sono quasi una ventina le cittadelle dei Focolari, sparse nei cinque Continenti, cui accorrono migliaia di persone per vedere come sarebbe la società se a base di ogni cosa si mettesse il comandamento dell'amore. In questi ultimi mesi è venuta in evidenza la forte rilevanza che queste realizzazioni-pilota possono avere anche nell’ambito della pastorale vocazionale e nella stessa formazione sacerdotale. Quattro giorni pieni di sorprese Loppiano (Italia). È nel 1964 che, nei pressi di Firenze, inizia l'avventura di Loppiano. Cresciuta come il granello di senape, questa cittadella, che offre a persone delle più varie vocazioni la possibilità di conoscere ed approfondire la spiritualità dell’unità, conta attualmente 6611 popolo di Dio ha bisogno di vedere sacerdoti che si amano, e fanno a gara nello stimarsi tra di loro. E questa la prima condizione perché possano amare quanti sono loro affidati. E questa una forte testimonianza perché i giovani guardino a loro come a possibili modelli da imitare. Con l’aiuto di Dio, la penuria di vocazioni si potrà guarire quando veramente la Chiesa apparirà trasparente nella sua testimonianza, credibile nel suo annuncio, ardente nell’amore fraterno 9 9 Giovanni Paolo Il (O.R. 13-14.12.99) Gen's 3/2000 - 102 850 abitanti. Come vera città, è dotata non soltanto di abitazioni, ma anche di scuole, aziende, strutture ricreative... È in questa cornice che dal mercoledì della Settimana Santa alla domenica di Pasqua si sono ritrovati 27 giovani aperti al sacerdozio. Significativa la loro provenienza: in gran parte da Paesi che, in termini vocazionali, destano piuttosto preoccupazione: Francia, Belgio, Svizzera, Germania... Il loro obiettivo: vivere con Loppiano il Triduo pasquale. Più in concreto: immergersi nelle varie espressioni di questa città del Vangelo, condividendone la vita per alcune giornate, dal lavoro quotidiano alle celebrazioni liturgiche, ai momenti di relax. Tutto si è svolto nella luce dei misteri di quei giorni: amore e servizio reciproco che trova il suo emblema nella lavanda dei piedi; rapporto a tu per tu con Gesù che, con la sua offerta in croce, invita ad una nuova e totalitaria risposta d’amore; piena disponibilità ai disegni di Dio, come è stata vissuta in maniera esemplare da Maria, mistero su cui viene spontaneo meditare nel Sabato Santo; gioiosa accoglienza dei doni di vita e di luce che si sprigionano dal Cristo Risorto. Per quattro giorni questi misteri hanno rivelato tutto il loro fascino e la loro carica vitale, perché non si sono soltanto meditati e celebrati, ma soprattutto vissuti, con l’aiuto anche di un breve motto per ogni giorno: “(amare) per primi”, “per te, Gesù”, “eccomi”, “vedere in tutti Gesù”. La reazione dei giovani ha superato ogni attesa: un coinvolgimento pieno che, entro poche ore, ha fatto di gente tra loro estranea un blocco solo e da lì in poi ha fatto andare le cose “come da sé”. Da sé si è riscoperto il dono dei sacramenti, dell’adorazione. Da sé questi giovani hanno sentito che nella vita una sola scelta conta: quella di Dio. Spontaneamente hanno avvertito la necessità di dare carta bianca a Gesù. E sono partiti con il proposito di infuocare il loro ambiente con queste scoperte. Molto ci sarebbe da dire su quei giorni: sulle meditazioni con cui è iniziata ogni giornata, sulle ore di lavoro manuale, sugli interventi-testimonianza di persone — pag. 41 — di varie vocazioni, sulla visita al Campo Santo della cittadella, fortissimo incontro con cristiani per davvero “realizzati”. Ma lasciamo la parola ai giovani stessi: «Giorni di luce che non dimentico più» (un belga). «Ti parlo in verità. Devi credermi, voglio andare in profondità, senza aspettare. Dobbiamo parlare» (un francese). «Grazie a te, Signore per questo luogo, dove respiro Dio» (un altro francese). «Si è potuto toccare quasi con mano questo Gesù in mezzo. Così dovremmo vivere anche in seminario» (uno svizzero). «Un giorno in questo santuario d’amore vale più che mille altrove» (dal testo di una canzone che due giovani partecipanti hanno composto ad hoc). «Quando siamo arrivati in diocesi — racconta l’accompagnatore del gruppo francese — tutti hanno aiutato a lavare la macchina prima di renderla alla famiglia che ce l’aveva prestata». E conclude: «Alla fine, la macchina — come tutti noi — era più bella di quando siamo partiti». Esercizi nello stile della Chiesa-comunione Recife (Brasile). Dall'8 all’11 marzo, 36 seminaristi maggiori di tre diocesi del Nordest del Brasile, assieme ai loro formatori, hanno vissuto i loro esercizi nella Mariapoli Santa Maria, la nascente cittadella dei Focolari in quella regione. L’idea di svolgere il ritiro annuale insieme ed in quel posto era sorta durante un incontro dei tre vescovi con i responsabili delle rispettive case di formazione, con l’intento di avviare un cammino in comunione fra i seminaristi. Inizialmente si pensava ad un ritiro in stile più classico, portato avanti da un solo predicatore. Ben presto però, di comune accordo, si è deciso di optare per una formula più comunitaria e si sono coinvolti per le varie meditazioni oltre a qualche sacerdote anche alcuni focolarini e focolarine. La Parola, l'Eucaristia, la volontà di Dio, il fratello, Maria, sono stati i temi fondamentali, trattati con costante riferimento alla vita concreta. Ai seminaristi è molto piaciuto questo approccio: «Cose 66A chi guardano i giovani, che Dio può aver chiamato allo stesso compito, per capire come sarà il loro avvenire al servizio di Dio e degli uomini? Sono sacerdoti uniti, col regno di Dio in mezzo a loro e tutte le conseguenze che esso comporta, coloro che possono dimostrare quanto è vera la risposta di Gesù a Pietro: «chiunque ha lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi per il mio nome, riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna» 9 Chiara Lubich (Aula Paolo VI, 30.4.’82) semplici che abbiamo bisogno di sentire», hanno commentato. Ed hanno messo in luce il carattere di testimonianza: «Loro parlavano di quello che vivono». «Secondo il desiderio degli studenti — ci ha scritto uno dei formatori —, il programma prevedeva sia momenti di silenzio che momenti di dialogo per favorire la reciproca conoscenza. Così, dopo ogni meditazione, non c’era ombra di albero, nei dintorni della casa, dove non si trovasse un seminarista impegnato in un personale colloquio con Dio. Negli incontri di gruppo, invece, ma anche nel lavaggio dei piatti, si creava con immediatezza la comunione. La Messa quotidiana, assieme agli abitanti della cittadella, faceva la sua parte, immergendo tutti in una realtà di Chiesa-famiglia. Alla fine — prosegue il racconto — tutti eravamo avvolti da un'atmosfera di divino, che è culminata nella Messa conclusiva nella quale si avvertiva fortemente la presenza dello Spirito Santo». Alcuni commenti ad esercizi conclusi: «E stato veramente un momento santo, nella mia vita». «Un'esperienza inedita, un luogo ideale per incontrare Gesù ed il fratello nella condivisione e nell’amore». «Credo ‘ che abbiamo generato comunione e nella comunione si rivela la Trinità. Ho scoperto quanto la vita comunitaria e la preghiera siano importanti per compiere la volontà di Dio». Gen’s 3/2000 - 103 — pag. 42 — pr Dall’ Honduras, un gruppo di seminaristi ci Notizie È flash comunica quest'esperienza di uno di loro: «Il lavoro pastorale che mi è stato assegnato quest'anno, è un po’ difficile. Mi sarebbe piaciuto di più lavorare in un altro campo. La riflessione di Chiara, pubblicata sull’ultimo notiziario (quello di gennaio; n.d.r.), mi ha aiutato ad accogliere con gioia quanto mi è stato proposto». Nella posta, alcune notizie che ci hanno fatto piacere. Dal Burundi, i focolarini ci scrivono:«Vogliamo ringraziarvi delle Notizie dal mondo dei seminari (che là arrivano in versione francese; In Spagna, un sacerdote manda le notizie a n.d.r.) tanto apprezzate fra i sacerdoti e i semi- vari seminaristi che ne sono molto contenti. naristi. Sono un mezzo che ci aiuta a tenerci Fra questi, uno ha scritto: «È stata una “boccollegati. Attualmente ne distribuiamo un cata di aria fresca”, in un momento che è per centinaio di copie». me un po’ duro». a stagione degli esami, come si sa, nei seminari è sempre un momento delicato. Dilagano il nervosismo e l’iic solamento e... addio comunione. Radicati nella Parola di Dio, si può però anche superare questa diffusa febbre e vivere quel momento in modo diverso. Ci ha scritto un seminarista latinoamericano: «Oggi ho fatto l’esame De universa theologia. Tutto bene, in conclusione. Ma il percorso è stato arduo. Ad un certo punto due professori, istaurando una specie di competizione tra loro, sembravano voler mostrare quanto sapevano ed hanno cominciato a porci domande su argomenti che non c’erano nelle tesi. Ho ricordato in quel momento un pensiero che mi aveva accompagnato durante la preparazione. L’avevo scritto su un cartellino e messo sulla mia scrivania: “studiare per innamorarmi di più di Dio”. Mi ha fatto capire che, alla fine, non importava né il voto né questa scorrettezza: importava amare. Ho quindi cominciato ad ascoltare i professori con attenzione. E notando come uno dei due era molto arrabbiato, con qualche battuta di buon umore ho fatto capire che non serbavo nei suoi confronti nessun risentimento. Così l’esame si è concluso tra una risata generale ed anzi i professori mi hanno ringraziato. Ero contento di aver superato bene l’esame. Ma soprattutto mi sono reso conto che esso in realtà non era il mio “ultimo esame”, ma solo un allenamento per quello definitivo, il più importante, per il quale sappiamo già le domande: ero nudo, ero forestiero, ero malato...». Alcuni seminaristi che studiano a Roma raccontano: “Anziché vivere davanti agli esami un po” nella trepidazione, abbiamo vissuto nell’attesa di un incontro coi professori. Portare a loro la materia era espressione di reciprocità: risposta a quanto loro ci avevano donato. In questo clima di libertà, veniva spontaneo instaurare un rapporto profondo. E sono successi tanti fatti sorprendenti, come, ad esempio, quando uno di noi ha fatto l’esame di pedagogia. La professoressa gli ha chiesto come fare perché i rapporti fra i membri di una famiglia aiutino ciascuno a realizzarsi, ed egli ha risposto con tante esperienze concrete sull’amore reciproco. La professoressa ne è rimasta entusiasta ed, uscendo alla fine dall’aula, ha detto agli studenti: Fategli un applauso perché ha fatto un esame molto bello!” 1 esami DÌ 2 FI iS = 2 E SS s Q U vo] [al [si 5 & v (O) Gen's 3/2000 - 104 Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Febbre d — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. eis rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. 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