gen’s 2000/6 – Gesù abbandonato e l’unità Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2000-6-gesu-abbandonato-e-lunita/ — pag. 1 — Editoriale Essere Chiesa Klaus Hemmerle Natale a Istanbul. Ghiara Lubich Cosa. opera Gesù abbandonato G. M. Zanghì La dinamica della Scuola Abbà Antonietta Cipollini Fontem: esperienza di una nuova evangelizzazione Mauricio @uri “Come colui che serve” Imad:Aziz El-Banna Regalo di Natale Spedizione in abbonamento postale - art. 2 anno XX comma 20 / G legge 662 / 96 - filiale di Roma novembre-dicembre — pag. 2 — novembre - dicembre 2000 145 EDITORIALE 147 porsia 148 spirrruaLITÀ 152. inTERVISTA 158. TESTIMONIANZA 161 rsPERIENZA 165 chissa NEL MonDO 167 rLasH DI VITA 169 MONDO DEI SEMINARI 173 INDICE Essere Chiesa Hubertus Blaumeiser Natale a Istanbul Klaus Hemmerle Cosa opera Gesù abbandonato L'abbandono di Gesù: misura dell'amore, chiave dell'unità Chiara Lubich La dinamica della Scuola Abbà Quale tipo di rapporto con gli altri può farmi uscire dall'immagine di Dio che mi sono fatta, per approdare a Dio com'è in sé? Intervista a G. M. Zanghì Fontem: esperienza di una nuova evangelizzazione L'annuncio del Vangelo esige testimonianza Antonietta Cipollini “Come colui che serve” L'impegno di un sacerdote melkita per costruire l’unità tra i sacerdoti Mauricio Curi Congresso mariologico Giubileo delle Università Religioni per la pace Charta Oecumenica Regalo di Natale Cambia posto, ma è sempre “a casa” Notizie dal mondo dei seminari - 27 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Indice analitico 2000 Sitia i si — pag. 3 — editoriale Essere Chiesa È da poco uscito l’ultimo libro di Chiara Lubich dallo scultoreo titolo “Il grido”. All’interno, un sottotitolo ne precisa il contenuto: “Gesù crocifisso e abbandonato nella storia e nella vita del Movimento dei Focolari dalla sua nascita, nel 1943, all’alba del terzo millennio”. Una dedica precede il testo e ne svela l’intimo movente: “Come una lettera d’amore a Gesù abbandonato”. Non è la prima volta che Chiara scrive del mistero dell’abbandono di Cristo. In un precedente volume aveva riferito della scoperta di Lui come il “Dio di oggi” e delle successive comprensioni su “come amarlo”. In questo nuovo scritto va oltre e, con il coraggio del poi, consegna al pubblico la singolare testimonianza di una storia che abbraccia oltre 50 anni di vita. Dei molti risvolti, profondi e attuali, del libro vorremmo metterne in risalto uno in particolare. Come ha rilevato G. M. Zanghì in una recente intervista, l’autrice «esprime il suo straordinario amore non solo per Dio, ma anche per la Chiesa». È la “storia di un'anima”, che colpisce per il fatto che qui la personale testimonianza va mano nella mano con una forte esperienza di Chiesa, una storia grande e, per certi versi, tremenda, certamente toccante, ma soprattutto carica di luce per il modo in cui, con puntuale racconto, evidenzia quanto sia ardua la via che conduce a diventare, fino in fondo, Chiesa. Penso sia bene, a questo proposito, lasciare la parola a Chiara stessa: «Iniziava... per noi — racconta — uno studio lungo e approfondito. Era una cosa semplice e doverosa per la Chiesa, ma per noi significava sospensione e insicurezza... quasi insopportabile. Per capire questo, bisogna sapere cos'era per noi la Chiesa... La Parola “Chi ascolta voi ascolta me” (Le 10, 16), riscoperta nel Vangelo sin dal nascere del Movimento, ci aveva rivelato che cos’era veramente la Chiesa, chi i suoi rappresentanti. Era un’unica cosa con Dio. E noi, solo in Lei e attraverso di Lei, eravamo uniti a Dio» (pp. 61-63). «Se noi pure — prosegue Chiara —, come tutti quelli che s’impegnano in una vita di fede radicale, dovevamo passare attraverso delle prove — e di queste sentivamo il bisogno —, esse non dovevano essere dissimili da quelle che aveva sperimentato il nostro leader: Gesù abbandonato. Egli aveva provato l’abbandono da parte di Colui che chiamava Padre, Abbà, da Lui tanto amato. A noi queste prove doveva- Gen's 6/2000 — pag. 4 — 146 editoriale no venire, in qualche modo, attraverso chi ci rappresentava il Padre sulla terra, o la Madre: la Chiesa, che tanto amavamo, e nella quale e per la quale volevamo spendere la vita. «Ma come Gesù — conclude l’autrice —, dopo quella prova che lo fece in quel grido quasi un altro Padre, salì al Padre, alla sua destra, così noi, finita la prova, ci siamo sentiti formati “Chiesa”» (pp. 65-66). Esperienza singolare, senza dubbio. Eppure in essa si staglia quella che è, in definitiva, la porta d’accesso per diventare in pienezza “anima-Chiesa”. Inseriti nel nuovo popolo, noi ci troviamo coinvolti non soltanto — secondo la prospettiva del Vaticano II — in quel dinamismo di comunione che ha la sua fonte e il suo modello ultimo nella vita della SS. Trinità, ma siamo pure chiamati a rivivere — nel piccolo o nel grande — tutta la parabola dell’esperienza del Figlio incarnato nel rapporto col Padre: dalla grazia della figliolanza alla notte dell’abbandono, fino alla gioia traboccante della risurrezione. Sta qui la radice e la piena realizzazione dell’ecclesialità. «Se siamo cristiani — ha sottolineato recentemente Chiara, parlando ad un folto gruppo di sacerdoti —, non esistiamo per noi stessi, esistiamo per gli altri... Dobbiamo innestarci gli uni negli altri come le Persone della Trinità perché siamo membra del Corpo mistico, chiamati a vivere questo corpo. Ma, per innestarci l’uno nell’altro, la possibilità è solo Gesù abbandonato»: un amore che trae la sua misura dall’ Abbandonato. È a partire da un essere Chiesa vissuto con questa profondità che ai nostri giorni si possono aprire orizzonti innovativi per la teologia (cf. l'intervista a Giuseppe Maria Zanghì). E si schiudono nuove prospettive per l’evangelizzazione e prima ancora per la promozione della comunione ecclesiale, come mostrano le testimonianze che abbiamo raccolte. Ma è soprattutto a partire da un essere Chiesa vissuto con questa profondità che si accende potente quella speranza che il card. Poupard nella prefazione al volume di Chiara ha espresso così: «All’annuncio della “morte di Dio” che pareva dominante negli ultimi due secoli, corrisponde oggi l’annuncio di una nuova alleanza, di una rinnovata ed approfondita amicizia giacché attraverso il Cristo abbandonato e crocifisso, “finestra” aperta fra Dio e l’uomo, come la definisce Chiara, il Padre guarda noi e noi possiamo ritornare a contemplarlo e a gioire della sua presenza». H. B. Gen's 6/2000 — pag. 5 — poesia 147 Natale a Istanbul La grande Santa Sofia Istanbul una Betlemme? L'edificio monumentale un presepe? Luogo santo, dove i discepoli di Gesù si separarono, e da allora già quasi mille anni sono trascorsi. Luogo santo, dove Cristo non ebbe l’ultima parola, dove caratteri più grandi annunciano un messaggio che non è il suo. Luogo santo, dove vanno e vengono estranei, ai quali tanto Cristo quanto il Profeta sono divenuti estranei. Ma alla sommità dell’abside, da un mosaico scintillante, Maria ci guarda silente, e ci porge il Bambino. Pace ai lontani, pace ai vicini. Gloria al Lontano, che è così vicino. La piccola Santa Sofia Vogliamo visitare la chiesa, che anticipò di quasi tre secoli il sogno del duomo di Aquisgrana, il sogno della Gerusalemme celeste. È chiusa, la chiesa, il muezzìn se n’è andato. Ce lo riconduce un ragazzino. Quando lasciamo lo spazio celeste e terrestre della chiesa divenuta moschea, il ragazzino, lì alla porta, ci attende. Ha colto per ognuno di noi un fiore. Dov'è il paradiso? Dentro o fuori? Auguro a noi tutti che il Bambino ci doni la chiave per entrare e il fiore per uscire. Auguro a noi tutti che il Bambino ci faccia trovare il cielo e che noi quel cielo sappiamo donarlo. Klaus Hemmerle Gen's 6/2000 — pag. 6 — 148 spiritualità L'abbandono di Gesù: misura dell’amore, chiave dell’unità Cosa opera Gesù abbandonato di Chiara Lubich Sta arrivando nelle librerie l’ultimo volume di Chiara Lubich, “Il grido”, su Gesù abbandonato, punto cardine della spiritualità dell’unità. E un testo — ci sembra — che, per intensità mistica e profondità di pensiero, farà storia. Ne anticipiamo ai nostri lettori un brano centrale, al quale fa riferimento tutto il contenuto di questo numero. ( J esù abbandonato era anche Colui che ricomponeva l’unità fra noi, ogniqualvolta si fosse incrinata. Solo nell’unità, dove è Gesù in mezzo, avevamo trovato la pienezza della vita. Fuori di essa il vuoto. Ed ecco allora l’antidoto: Lui. Chi stava nel focolare, ferito per l’abbandono del fratello, comprendeva di essere in uno stato d’animo simile al suo e si sforzava di godere di questo dolore. Non solo, ma vedeva nel fratello un altro Gesù abbandonato da amare. E l’amore ristabiliva l’unità. Se quelli che hanno dato inizio al Movimento non avessero avuto Lui nelle prove della vita, l’unità non ci sarebbe, a meno che Dio non avesse voluto suscitarla uguale in altri posti. Gen's 6/2000 Gesù abbandonato ha vinto in noi ogni battaglia, le più terribili. Ma occorreva essere pazzi d’amore per Lui, sintesi di tutti i dolori del corpo e dell’anima; medicina quindi di ogni dolore dell’anima e sollievo di ogni dolore del corpo'. Quando arrivava lo si abbracciava d’impeto, e vi si trovava la vita. Fa perfetti nell’unità Gesù abbandonato era colui che ci faceva perfetti nell’unità. Gesù nel suo testamento aveva detto: «Io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità» (Gv 17, 23). Se Gesù era in me, se Gesù era nell’altro, se Gesù era in tutti, saremmo stati, in quell’attimo, perfetti nell’unità. Ma - ripeto — perché Gesù fosse in noi dovevamo amare Gesù abbandonato in tutti i dolori, i vuoti, i fallimenti e le tristezze della vita. Se Gesù era in me e negli altri, incontrandoci, ci riconoscevamo l’uno nell’altro e ci sentivamo fratelli. E la grazia ci spingeva a vivere questo ideale con decisione e perseveranza proprio perché la perfezione dell’unità non venisse mai meno. — pag. 7 — spiritualità 149 Fa diventare madri e padri di anime Inoltre, vivendo così, attorno a noi si moltiplicavano le conversioni. Era presente nella nostra anima la Parola: «Senza spargimento di sangue non c’è perdono» (Eb 9, 22). E anche senza spargimento di lacrime non ci sono capovolgimenti di anime. Vedevamo che quella luce, quella gioia, quella pace particolari, fiorite dal dolore amato, colpivano e scioglievano anche le persone più difficili. Si sperimentava che, inchiodati in croce, si era madri e padri di anime. La vita in unità con Gesù abbandonato aveva quindi come effetto la massima fecondità. Più amavamo Gesù abbandonato e più comprendevamo qualcosa del mistero dell’unità operata da Gesù in croce. Ci eravamo messe come tanti legni incrociati per essere accesi e bruciati da Gesù fra noi. Il calore mantenuto e accresciuto si era diffuso, così che molte persone, venute a contatto con noi, erano convinte d’aver trovato Dio. Si è andata cosi formando, fin dai primi mesi, la comunità con Cristo in mezzo a tutti. E le persone andavano assimilando lo spirito di Gesù. Le sue parole decidevano il nostro modo di agire. Ogni quindici giorni se ne viveva una in profondità. E le promesse evangeliche da esse rivelate si avveravano alla lettera. «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33). Così si faceva. Ed Egli stesso metteva mano agli affari nostri, penetrava persino i più piccoli pensieri o desideri e li soddisfaceva. Il Vangelo, tutto il Nuovo Testamento, ci nutriva l’anima. E le parole di Dio — come la Chiesa le interpreta — venivano a suggellare, oltre che a ispirare, la nostra azione. «Non fatevi chiamare maestri». (Mt 23,10). E per noi solo Gesù fra noi era maestro, padre, guida. Nuove luci su Gesù abbandonato Mentre la nostra vita si andava rievangelizzando, l’amore a Gesù abbandonato si approfondiva. Comprendevamo che Gesù abbandonato è il modello di quelli che amano Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, degli “innamorati” di Dio. Infatti Gesù abbandonato ama Dio proprio quando Dio l’abbandona. Gesù abbandonato è il modello di chi deve fare l’unità con i fratelli. Infatti io non posso entrare in un altro spirito se il mio è ricco. Per amare un altro fratello devo farmi costantemente tanto povero di spirito da non possedere se non amore. E l’amore è vuoto di sé. Gesù abbandonato è il modello perfetto di un povero di spirito: è così povero che non ha nemmeno Dio, per così dire. Non lo sente. Gesù abbandonato è il modello di rinnegamento e di mortificazione. Egli infatti non è solo mortificato in ogni senso esterno, perché crocifisso, ma anche mortificato nell’anima. Nell’anima rinuncia a ciò che ha di più caro: la sua unione con Dio. E la rinuncia a se stesso di un Uomo-Dio. È il modello perfetto di colui che perde la propria anima in Dio. Modello delle persone, per esempio, che devono rinunciare alle proprie idee, non solo, ma anche alle ispirazioni della grazia, per sottometterle ai propri superiori. È modello, quindi, di vera unità con chi ci rappresenta Dio. Come Gesù e il Padre sono una cosa sola, così ogni persona col proprio superiore deve essere una cosa sola. Gesù abbandonato è colui che dà luce a chi spera contro ogni speranza. È il modello di colui che confida: Abbiate fiducia — aveva detto —: «Io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33). Infatti nessuno ebbe una fiducia più grande di lui che, abbandonato da Dio, si fidò di Dio, abbandonato dall’ Amore si affidò all’ Amore. Gen's 6/2000 — pag. 8 — 150 spiritualità Gesù abbandonato è il modello di chi vuole dar gloria a Dio. Infatti egli nell’abbandono, annullando completamente se stesso, dice che Dio è tutto. Gesù abbandonato è il modello dei «morti che muoiono nel Signore» (Ap 14, 13). Infatti egli è misticamente morto e come tale muore anche fisicamente in Dio. Dice l’ Apocalisse: «le loro opere li seguono» (Ap 14, 13). E l’opera di Gesù è stata quella di aver dato al Padre tanti figli, rigenerandoli con la propria vita. Gesù abbandonato vive tutto il Vangelo Se prendessimo in rilievo ogni esortazione di Gesù fatta nel Vangelo, vedremmo che egli le ha vissute tutte in quel momento. Gesù abbandonato rivive in sé, in quell’attimo, il «chi non pospone padre, madre e perfino la propria vita» (cf. Le 14, 26). Gesù abbandonato può ripetere in sé tutte le beatitudini. In Gesù abbandonato splendono in maniera unica /e virtù: la fortezza, la pazienza, la temperanza, la perseveranza, la giustizia, la magnanimità... Gesù nell’abbandono appare solo uomo: mai quindi è stato così vicino all’uomo come in questo momento e mai perciò l’ha amato tanto. E, nello stesso tempo, mai è stato così vicino al Padre?; è per amor suo che muore, e muore in quel modo. Se dunque nell’amore di Dio e del prossimo sono «la legge e i profeti» (Mt 7, 12), Gesù qui ha adempiuto pienamente ogni desiderio e comando di Dio. Gesù abbandonato è dunque /a via diritta alla santità perché provoca l’unità col Santo. Gen's 6/2000 Bastava dunque guardare a Lui, vivere come Lui ogni momento e avremmo fatto tutto. Si è fatto cosi. Ogni cosa si è semplificata. Un periodo luminoso Ci si sforzava in pratica di vivere il nulla di noi perché Egli vivesse in noi. E anche il nulla di noi perché Egli trionfasse fra noi. Un giorno del 1949, su questo nulla, alla santa Comunione, amata e riscoperta come vincolo d’unità, Igino Giordani? ed io abbiamo chiesto a Gesù di unire, come Lui sapeva, le nostre anime. E si è sperimentato — per una grazia speciale — cosa significava essere una cellula viva del Corpo mistico di Cristo: era essere Gesù, e come tali in seno al Padre. E «Abbà, Padre!» (Rm 8, 15 fiorito sulle nostre labbra. ; Gal 4, 6) è La religione, in quel momento, ci è apparsa nuova. Ci è sembrato che essa consistesse nel mettersi accanto a Gesù, nostro fratello, nell’amare il Padre. Così è iniziato un periodo luminoso, particolare, in cui, fra il resto, ci è sembrato che Dio volesse farci intuire qualche suo disegno sul nostro Movimento. Abbiamo capito meglio anche molte verità della fede, e in particolare chi era per gli uomini e per il creato Gesù abbandonato, che tutto aveva ricapitolato in sé. L'esperienza è stata così forte da farci pensare che la vita sarebbe stata sempre così: luce e Cielo. La realtà, invece, che ne è seguita, è stata quella di ogni giorno. — pag. 9 — spiritualità 151 Seconda scelta di Gesù abbandonato Nel brusco risveglio di ritrovarci — per così dire — in terra, uno solo ci ha dato forza di vivere ancora: Gesù abbandonato, presente nel mondo che dovevamo amare, quel mondo che è tale proprio perché non è Cielo. E in una seconda scelta, più cosciente, più consapevole di Colui che ci aveva chiamato a seguirlo, è sgorgata dal mio animo la nota decisione: «Ho un solo Sposo sulla terra: Gesù Abbandonato; non ho altro Dio fuori di Lui. In Lui è tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l’ Umanità. Perciò il suo è mio e null’altro. E suo è il Dolore universale e quindi mio. Andrò per il mondo cercandolo in ogni attimo della mia vita. Ciò che mi fa male è mio. Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto (è quello il mio Gesù). Mio tutto ciò che non è pace, gaudio, bello, amabile, sereno..., in una parola: ciò che non è Paradiso. Poiché anch'io ho il mio Paradiso, ma è quello nel cuore dello Sposo mio. Non ne conosco altri. Così per gli anni che mi rimangono: assetata di dolori, di angosce, di disperazioni, di malinconie, di distacchi, di esilio, di abbandoni, di strazi, di... tutto ciò che è Lui e Lui è il Peccato, l'Inferno. Così prosciugherò l’acqua della tribolazione in molti cuori vicini e — per la comunione con lo Sposo mio onnipotente — lontani. Passerò come Fuoco che consuma ciò che ha da cadere e /ascia in piedi solo la Verità. Ma occorre esser come Lui: esser Lui nel momento presente della vita». Ho scritto che «Lui è il peccato, l’inferno»*. Dice P. Evdokimov: «Lo Spirito Santo non lega più il Figlio al Padre e il Figlio costata la rottura, l'abbandono; ed è la solitudine all’interno della Trinità, la sofferenza di Dio, l’inferno di Dio...»î. Per H. U. von Balthasar Gesù abbandonato è e non è l’inferno: «(...) la tenebra dello stato peccaminoso viene certamente esperita da Gesù, in una maniera che non può essere identica con quella che i peccatori (che odiano Dio) avrebbero dovuto esperire (... ), è tuttavia più profonda e più oscura di questa, perché essa si svolge all’interno della profondità della relazione delle ipostasi divine, inimmaginabile a ogni creatura. Si può quindi sostenere altrettanto bene che l'abbandono di Dio in Gesù è il contrario dell’inferno, e che è esattamente l’inferno (Lutero, Calvino), addirittura la sua estrema intensità». Chiara Lubich 1) K. Rahner dice: «A me pare il Crocifisso le abbia passate in rivista tutte quante, allorché sulla croce esclama senza ideologie pietistiche: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonati sottintendendo tacitamente, e con animo generoso: “Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio” (Lc 23, 46)» (La grazia come libertà, Alba 1970, p. 267). 2) A Caterina da Siena, dopo una grave tentazione, vinta con supremo sforzo di volontà, apparve Gesù crocifisso: «Figlia mia Caterina — le disse — vedi quanto ho patito per te? Non ti rincresca, dunque, di patire per me...”. Ma lei: “Signore mio, dov’eri quando il mio cuore era tribolato da tante tentazioni?”. E il Signore: “Stavo nel tuo cuore» (G. Joergensen, Santa Caterina da Siena, Torino 1941, p. 49). 3) Igino Giordani, deputato, scrittore, giornalista, è ora considerato nel Movimento confondatore per l’apporto da lui dato in vari modi al Movimento. 4) Anche il teologo ortodosso O. Clément scrive: «Attraverso la sua umiliazione, la sua passione, la sua morte di maledetto, il Cristo lascia entrare in sé tutto l'inferno, tutta la morte della condizione decaduta, fino all’accusa terribile dell’ateismo: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Riflessioni sull'uomo, Milano 1975?, p. 147). 5) P. Evdokimov, La conoscenza di Dio secondo la tradizione orientale, Roma 1969, p. 109. 6) Teodrammatica, IN, cit., p. 313. Scrive J. Ratzinger: «Il grido di Gesù in croce è designato da Ernst Kiisemann come una preghiera scaturente dall'inferno, come il rilancio del primo comandamento nel deserto dell’apparente assenza di Dio» (Introduzione al cristianesimo, Brescia 1969, p. 241). Gen's 6/2000 — pag. 10 — 1152 intervista Quale tipo di rapporto con gli altri può farmi uscire dall'immagine di Dio che mi sono fatta, per approdare a Dio com'è in sé? La dinamica della Scuola Abbà intervista a G. M. Zanghì Trascriviamo l’intervista con uno dei responsabili degli studi nel Movimento dei focolari. Essa ha i vantaggi e gli svantaggi di ogni conversazione: si guadagna in semplicità e chiarezza, ma non si può pretendere che ogni punto sia esposto con la completezza e i corredi di un trattato. Con quest’ovvio presupposto, essa offre a nostro avviso degli spunti particolarmente stimolanti. Scuola Abbà GEN'’S: Esiste nel Movimento un gruppo internazionale di studiosi, che si trova regolarmente attorno a Chiara Lubich in quella che si chiama “Scuola Abbà”. Chi la compone, qual è la sua funzione e quali lavori ha cominciato a produrre? Se n’è parlato già più volte in diverse sedi e pubblicazioni. Attualmente sono venticinque gli studiosi delle più svariate provenienze e discipline, che si ritrovano regolarmente attorno a Chiara per meditare e approfondire le intuizioni fondamentali che scaturiscono dal carisma dell’unità. Essi, a partire dalle loro singole specializzazioni, cercano di evidenziare la dottrina contenuta in questo carisma e di sviscerarne le conseguenze nei vari campi della conoscenza. Attorno ad alcuni di questi esperti si raccoglie poi un buon numero di studiosi sparsi in tutto il mondo. Questi Gen's 6/2000 si tengono in contatto continuo con l’esperto centrale della propria disciplina e si trovano tra di loro più volte l’anno, portando avanti degli studi utili alla Scuola Abbà. Una volta l’anno poi i diversi gruppi si ritrovano tutti insieme. Nella rivista di cultura del Movimento, “Nuova Umanità”, a partire dal n. 102 (siamo adesso al 132), sotto la rubrica “Nella luce dell’ideale dell’unità”, è apparsa una buona quantità di questi studi. Molti di essi sono stati raccolti in appositi quaderni anche in altre lingue: finora in spagnolo, portoghese, francese, inglese, polacco. In questo momento Chiara avverte che si è conclusa una prima tappa della Scuola Abbà e se ne apre un’altra. Si è chiuso il periodo iniziale, quando la nostra principale preoccupazione era quella di saldare l’esperienza e la luce del carisma dell’unità con la grande Tradizione della Chiesa, attraverso un confronto, oltre che con la Scrittura, anche con il magistero, i Padri della Chiesa, i grandi teologi, i maestri della vita spirituale... Adesso Chiara ci mette innanzi un altro traguardo: cominciare ad enucleare la dottrina che è contenuta nel suo carisma. Dottrina che ha molte facce: fondamentalmente è un’esperienza spirituale nel senso più ricco del termine, una luce spirituale altissima, e come tale — in nuce — è già teologia; però si coglie che dentro c’è anche una filosofia, e la possibilità di uno sviluppo delle dottrine politiche ed economiche, dell’arte, dei mezzi — pag. 11 — intervista 153 di comunicazione, di ogni ambito della vita umana. C’è la possibilità di sviluppare quelle che, utilizzando l’espressione di un Padre della Chiesa, sono state chiamate “le inondazioni”, cioè l’incarnazione di quella luce nei vari settori della società. A questo riguardo si sta preparando una collana di volumetti di 120-180 pagine, fatti dai membri interni della Scuola Abbà, in un linguaggio il più possibile “popolare”, adatti quindi non soltanto agli addetti ai lavori ma anche ad un pubblico il più vasto possibile. In questi testi dobbiamo da una parte evidenziare quanto è fiorito in particolare, ma non solo, dalla vita di duemila anni di esperienza cristiana; e su questa base, si può cominciare a proporre una nuova fioritura, la novità della dottrina che cercheremo di focalizzare. Perché la luce del carisma apre ad esempio ad una penetrante visione della Trinità, dell’evento pasquale, dell’antropologia, che devono essere sviscerate. C’è tanto lavoro da fare. E ci vuole un particolare aiuto dello Spirito Santo per portare avanti un compito simile. GEN'’S: Che importanza ha la presenza della fondatrice per il vostro lavoro? Per dirla francamente, e a gloria di Dio, Chiara è una fonte zampillante in mezzo a noi. Nella Scuola Abbà, mentre lavoriamo, abbiamo con lei un rapporto profondissimo. Leggiamo insieme pagina per pagina i suoi appunti di quel periodo illuminativo intensissimo che lei ha vissuto nel ‘49. Per quanto noi possiamo cercare di penetrare quegli scritti, per quanto Chiara ci porti ad “entrare” nelle realtà lì descritte, noi non ne abbiamo fatto esperienza diretta. Mentre per lei non si tratta di una semplice memoria: quelle realtà vissute nel °49 continuano ad essere vive dentro di lei. E come se Chiara rivisitasse una realtà di oggi. La luce di quel periodo è l’ambiente nel quale lei vive e da cui attinge per comunicare anche a noi la medesima luce. Senza la sua esperienza e la sua presenza, quindi, la “Scuola Abbà” non sarebbe mai esistita né, oggi, esisterebbe. Chiara è la testimone viva di quello che è stato il ‘49. Non un testimone che mi racconta qualcosa del passato: quando ci parla, ci accorgiamo che lo Spirito di Dio agisce dentro di lei, presente, operante adesso come lo era allora. Quindi per noi la cosa vitale, prioritaria, è vivere in piena unità con Chiara, per poter cogliere la ricchezza, anche per il pensiero, del suo carisma. Teologia che viene dal carisma GEN'S: È una grande fortuna, una garanzia per i secoli futuri, che possiate portare avanti questo lavoro mentre lei è fra voi e può dirvi se ciò che dite lo avverte in sintonia con il carisma che Dio le ha dato... Quest'estate, mentre eravamo a Mollens in Svizzera, è venuto a trovare Chiara il vescovo ausiliare di Coira, mons. Peter Henrici, gesuita, che è stato per trentadue anni professore di filosofia all’ Università Gregoriana. Ero presente anch'io. Gli abbiamo raccontato a lungo della Scuola Abbà. Ed egli ci ha detto: «Voi con questa Scuola state realizzando qualcosa che ancora non è stato fatto». E ricordava, da grande conoscitore di von Balthasar, una bellissima pagina della sua opera Gloria, dove si dice che nei grandi carismi, come quello di Francesco o di Ignazio, c'è una teologia, che però non è del tutto emersa. San Bonaventura ha cercato di tradurre in teologia il carisma di Francesco, ma la teologia di Bonaventura è la teologia scolastica di quel tempo, all’interno della quale, pur lasciandosi illuminare dal carisma del suo fondatore, egli ha cercato di sistemare il carisma di Francesco: e in fondo gli ha dato un abito concettuale che non era propriamente il suo. Lo stesso è successo con Ignazio. La teologia di Sufrez ad esempio non nasce in modo pieno da Ignazio, “pescando” a fondo nel suo carisma, esplicitandolo, ricavando da esso una teologia “nuova”. Per questo von Balthasar auspica un tempo in cui la teologia nasca veramente dai carismi, in modo che essi non vengano presi e incapsulati in una teologia preconfezionata, Gen's 6/2000 — pag. 12 — 154 intervista per quanto illuminata e lievitata da quei carismi. GEN’S: Un tema sempre ricorrente nella storia del cristianesimo è quello della successione dei carismatici. Come tutto ciò che fate, anche a livello degli studi, potrà continuare quando Chiara non sarà più presente? Più volte è stata rivolta a Chiara questa domanda. Ricordo, ad es., che ad una di queste — durante la Scuola GEN (corso di formazione dei giovani del Movimento), nell’aprile del °78 — lei rispose loro: «Amate Gesù abbandonato, ché con lui non si crolla mai, e portate dovunque la presenza di Gesù in mezzo. Se questo ci sarà, state tranquilli, il Movimento andrà avanti». Adesso ciò che dobbiamo chiederci in profondità e radicalmente è: «Cosa significa però amare Gesù abbandonato ed avere Gesù in mezzo a noi?». Per capirne qualcosa dobbiamo andare indietro nella storia del cristianesimo. Il “caso serio” dell’incarnazione Ho l’impressione che i cristiani ancora non siamo riusciti a cogliere il mistero dell’incarnazione fino alle sue ultime conseguenze. Poco tempo fa rileggevo la terza parte della Summa Teologica di san Tommaso, dove si parla, nella sezione cristologica, dell’unione ipostatica. In una nota il teologo domenicano che ha curato quel volume fa rilevare che la soluzione di Tommaso, quando parla dell'umanità del Cristo come “strumento congiunto” della divinità, in fondo non supera del tutto lo scoglio del monofisismo (la dottrina sostenuta dal monaco Eutiche di Costantinopoli nel V secolo, al quale era talmente cara la divinità del Verbo in Cristo, da sacrificare ad essa la sua umanità, facendola assorbire dalla divinità). L’incarnazione non può essere semplicemente “usare uno strumento”: incarnarsi è farsi veramente uomo. Questa realtà non l’abbiamo assimilata fino in fondo. Eppure Gesù ci ha fatto capire quanto è decisiva la comunione con la sua umanità per Gen's 6/2000 entrare in questo mistero. Il sacramento centrale della fede cristiana non è l’Eucaristia, non è avere comunione di carne e di sangue con Gesù? Nel Medioevo si pensava che l'umanità di Cristo ad un certo punto della vita spirituale doveva essere superata per poter attingere le profondità di Dio in quanto Dio. C'è stata in seguito la reazione fortissima di santa Teresa d'Avila. Lei affermava che anche in Paradiso l’umanità di Cristo resterà la mediazione senza la quale non possiamo avere la visione di Dio. Quella umanità non è qualcosa che ci viene offerta per poi superarla e metterla da parte. Quello che Dio fa è fatto per sempre. Gesù è portatore del “carisma” per eccellenza — la sua realtà di Figlio di Dio — e noi non possiamo avere comunione con il Figlio di Dio, e in lui con tutta la Trinità, senza avere comunione con la sua umanità. Quando Dio manda dei grandi carismi, la legge è analogamente la stessa. Egli ce li offre in creature umane, e non può essere altrimenti. Quel certo carisma si fa creatura, si fa Domenico, si fa Benedetto, si fa Caterina... E io non posso avere comunione con il loro carisma — che poi è Cristo in loro, lo Spirito Santo in loro — se non ho comunione con la loro umanità. Devo in qualche modo “cibarmi” della loro umanità. La domanda che io mi faccio è questa: «Siamo sicuri che la teologia cristiana, nata sempre dal “carisma” di Gesù, non si sia contaminata per strada con altre realtà che bisognava pur assumere per inculturarsi in quel determinato ambiente, ma che in qualche modo l’hanno condizionata?». Ricordo l’impressione che provai ad es. leggendo Dionigi l’ Areopagita. Quando si fa riferimento a lui si parla in genere del De divinis nominibus e del De mystica theologia, però altre opere fondamentali sue sono il De coelesti hierarchia e il De ecclesiastica hierarchia. Quando lessi queste ultime, rimasi sconcertato, perché la sua è la visione neoplatonica del mondo, con i gradi dell’essere, con la scalarità, ecc. Non saprei dire cosa c'entri il carisma cristiano lì dentro. Eppure voi sapete quanto influsso egli ha avuto nel cristianesimo posteriore, non soltanto tra i — pag. 13 — intervista 155 grandi maestri della mistica, ma — come fanno notare gli studiosi — sullo stesso san Tommaso. Dionigi l’ Areopagita è stato per secoli maestro indiscusso. Perciò tante volte Chiara parla della “teo- | logia di Gesù”. Il cuore profondo della teologia cristiana deve essere raggiunto in maniera compiuta, e questo può accadere elaborando categorie che “nascano” da questo cuore. Aveva ragione E. Gilson quando diceva che il cristianesimo porta una realtà talmente nuova, che è “costretto all’originalità”. La “teologia di Gesù” Tutto quello che è accaduto nella storia certamente è assunto nei piani di Dio, e la teologia ci ha offerto tante cose importanti attraverso le categorie culturali e sociali di ogni epoca, quasi sempre anche rinnovandole e superandole. Proprio per questo prezioso lavoro, oggi ci sembra giunto il momento di domandarci con coraggio qual è il vero pensiero di Gesù. Mi si dirà che egli non era un teologo. D'accordo, però Paolo nella 1 Corinzi dice: «Noi abbiamo il nous, la mente di Cristo». Noi oggi abbiamo o no questo nous di Cristo? Si racconta che Tommaso d’Aquino, quando aveva un problema che non riusciva a penetrare, si portava in chiesa, apriva il tabernacolo e metteva dentro la sua testa. A parte la storicità o meno del racconto, esso vuol significare che Tommaso si rivolgeva al Signore per dirgli che egli la sua parte l’aveva fatta fin dove era riuscito, e adesso chiedeva a Gesù di fare la sua. Tommaso indubbiamente è stato il grande teologo dell'Eucaristia, e si capisce come nella sua santità vivesse in questo atteggiamento. Noi non mettiamo la testa nel tabernacolo, ma in Gesù presente in mezzo a noi. Dobbiamo crederci. Ma questo non può essere possibile, se non ho comunione con la sua umanità. Passare per i fondatori GEN'’S: Questo, per ciò che riguarda il rapporto con Gesù. Ma a partire da un tale presupposto, e tornando al carisma dell’unità, quale relazione deve esserci fra la persona di Chiara e coloro che la seguono? Se accolgo pienamente il suo carisma, Chiara mi strappa dal mondo delle mie idee e mi fa partecipe della luce che ha ricevuto. Ma quando lei mi strappa a seguirla nella sua esperienza spirituale, io mi trovo a dover lavorare con il carisma grandissimo dell’unità così come mi viene dato e presentato nell’umanità di Chiara. Qual è l’errore tragico che noi potremmo fare? Che, per prendere il suo carisma, dicessimo: «Bene, questa è la sua umanità, la mettiamo da parte e prendiamo solo la sua spiritualità». A questo punto noi non prenderemmo niente. Dobbiamo avere una comunione profonda, intensissima con l’umanità di Chiara, se vogliamo che il suo carisma passi a noi, e produca in noi i suoi frutti. A questo punto, in pratica, cosa succede? L'umanità di Chiara non è la mia. Lei ha la sua storia, la sua sensibilità, la sua intelligenza, la sua tradizione, la sua cultura, cose tutte per tanti versi differenti dalla mia realtà... Ma se vogliamo attingere il suo carisma, dobbiamo — ripeto — passare attraverso la sua umanità, farla nostra, lasciarci consumare da essa. Ora, questo ha un effetto forte sulla nostra umanità, come se la distruggesse. In che senso? Il cuore del messaggio di Chiara è di condurci dall’essere io-Gesù, tu-Gesù, l’altro-Gesù... ad essere il più possibile semplicemente Gesù. Questa è stata l’esperienza che lei ha vissuto nel ’49. In poche parole, ciò significa uscire da me e dal modo come io contengo Dio in me, per approdare a Dio in sé. Chiara una volta ci ha detto: «La perfezione non è Dio in me o Dio in te, la perfezione è Dio in Dio». Però per fare questo c’è una strada obbligata. Bisogna che la mia umanità subisca quella “devastazione” che ha subito l'umanità di Gesù sulla croce. Lui è stato Gen's 6/2000 — pag. 14 — 156 intervista annientato da chi? Certamente dagli uomini, che l’hanno condannato e crocifisso, ma soprattutto dal Padre che l’ha abbandonato. Se vogliamo entrare nel cuore del messaggio spirituale che Dio ha affidato a Chiara perché lo dia alla Chiesa e all'umanità di oggi — ed è per questo che cerchiamo di far emergere dal carisma l’antropologia, la teologia, la psicologia, la pedagogia, ecc. —, noi dobbiamo accettare che la nostra umanità sia crocifissa. Non essere per essere C'è una intensissima frase di Chiara: «Gesù abbandonato perché non è, è; noi se siamo non siamo, se non siamo, siamo». Cosa vuol dire questo? Non è che io “sono e quindi non sono” quando ho l’uomo vecchio, per usare l’espressione paolina, cioè quando sono egoista, quando mi lascio portare dall’aggressività, dalla sete di possesso, di dominio, dalle tendenze meno nobili della mia natura. No. Parrà strano, ma “io sono” nel senso che “non sono”, anche quando vivo solo all’interno di me pur abitato dal mio Dio. Non è che Chiara voglia cancellare questa intimità. Ma Gesù ha gridato «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Cioè non devi fermarti al Dio in te, al quale tu non puoi non imporre la tua finitudine, “capendolo”, limitandolo, chiudendolo. Devi accedere a Dio in sé. Perché questo possa accadere, la tua umanità dev’essere condotta sulla croce e nell'abbandono, come quella di Gesù, in unità con la sua, nella sua. È seguendo la sua umanità nell’abbandono che la nostra umanità può venire crocifissa per risorgere, ricostituita, rifatta, «non da mani di uomo», come dice la Scrittura, ma da Dio stesso. E questo riguarda anche il nostro pensare, nel senso più profondo e integrale. Gen’s 6/2000 Il “Castello esteriore” Uno dei mille modi con cui Chiara ci presenta la novità del suo carisma è attraverso quello che ha chiamato il “Castello esteriore”. Ma cos'è? Va capito bene. Non è qualcosa di esteriore, altrimenti non sarebbe più “vita interiore”. “Castello esteriore” vuol dire che io, dalla mia interiorità nella quale trovo il Dio dentro di me, mi lascio strappare dallo Spirito all’interiorità stessa di Gesù, che attingo nella sua umanità tanto in quanto esco dalla mia; e se tu, contemporaneamente, esci dalla tua, c’incontriamo tutti e due nella croce, nell’ Abbandonato, nell’umanità di Cristo, presente in mezzo a noi come frutto dell’Eucaristia vissuta nella reciprocità dell’agape. Ovviamente, quando Gesù fa questo, se io ho comunione con lui, il fatto che egli in me esprima se stesso nel modo suo, si colora sempre di me. Ma questo lo fa lui, non devo farlo io. Non devo essere io il custode geloso della mia individualità, della mia umanità. Io la consegno a lui, come il Figlio ha consegnato al Padre la sua umanità. È lui che, uno con il Padre nello Spirito, me la ridà nella sua, trasformata, cambiata, ma sempre mia, un mio però che non è più quello che conosco, perché non è più il “mio” isolato che si oppone al tuo, ma è il mio che, in unità con il tuo, è Gesù in mezzo a noi. Soltanto così, penso, si può arrivare ad una visione rinnovata di Dio ed in lui di tutte le cose. Farmi uno con Gesù nell’altro GEN'’S: E come posso arrivare a questo concretamente? Ho solo un modo: farmi uno con Gesù nell’altro. Ciò che produce questo salto di qualità nella mia umanità e mi consente di accedere dal Dio in me al Dio in Dio, è l’unità che consumo con gli altri, il Gesù in mezzo che posso realizzare con loro. — pag. 15 — intervista 157 Dovremmo cercare di vivere fra di noi in questa maniera. Se mi trovo con un altro che condivide questa stessa vita, questo incontro cosa dovrebbe significare? Che io, con un atto di violenza assoluta iniziale, mi scordo di me (e quando dico di me dico anche della forma, del limite che ho dato a Gesù in me) per accogliere Gesù dall’altro. Ma non posso accogliere il Gesù in lui se non passo attraverso la sua umanità; e per passare attraverso la sua umanità, la mia dev'essere crocefissa ed abbandonata, altrimenti non passa. Chiara fa sempre notare che Gesù nell’abbandono non ha gridato: «Padre mio perché mi hai abbandonato?», ma ha gridato «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Egli si era fatto uno con noi fino al fondo della nostra derelizione e individualità di creature umane. Lì sente di perdere Dio. Qual è il frutto di questa perdita? Egli perde Dio nella sua umanità crocifissa e abbandonata per farlo vivere e trovarlo nei fratelli, che ora sono il suo Corpo. Infatti, quando Gesù appare dopo la risurrezione, dice: «Va’ dai miei fratelli e dì: — Io vado al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Il commento classico che si faceva era: Gesù distingue, perché Dio era Padre suo in modo diverso da come lo è di noi. Oggi si preferisce pensare che Gesù voleva dire: “Vado da quel Dio mio che adesso è anche Dio vostro”. A me sembra più vera questa seconda interpretazione. La nostra umanità ha subîto in Gesù questo abbandono totale, per ritrovare Dio in modo più autentico, più pieno. Allora tutto ciò che diciamo nella Scuola Abbà, gli studi che facciamo, se non vogliamo che restino flatus vocis, devono passare per questa dinamica: non ricercare te, non ricercare Dio solo in te, ma cercalo anche nel fratello. E questo ti spalanca la porta del Dio in sé, nella sua Trinità. Certo, se il fratello rimane fermo, indifferente, senza amore, o ad aspettare che io vada da lui senza che egli venga da me, allora inevitabilmente io sentirò la tenebra dell’abbandono: L'abbandono diventa risurrezione, quando il fratello fa la stessa operazione. Io esco da me per andare al Cristo in te, tu esci da te per andare al Cristo in me. E dove c’incontriamo? Nel Cristo in mezzo a noi, nella sua interiorità. E realizzare la vera personalità, che è comunione Il patto d’unità GEN'S: Infatti sappiamo che cominciate ogni incontro con un patto... Chiara comincia sempre con il patto d’unità fra tutti noi; però, ci diceva ultimamente, bisogna che stiamo attenti che questo patto sia vero, che non diventi una formalità. Non si può soltanto dire: “Io sono pronto a morire per te, tu sei pronta a morire per me...”, allora cominciamo a studiare. No, no, deve essere reale quello che sto dicendo. E perché diventi reale, c’è la vita, e non occorre pensare chissà quali cose. Se io vivo con un altro, devo farmi uno con la sua umanità, ma in modo tale che non siamo più due che ci vogliamo bene, rapportandoci con una specie di gentleman'’s agreement, come dicono gli inglesi, di mutua cortesia, ma tu rimani lì e io qui. Siamo invece chiamati a diventare “una sola cosa” come Gesù chiede al Padre. E affinché ciò accada, dobbiamo entrare nell’esperienza della croce, sino al franamento della mia umanità e della tua, per arrivare ad una compenetrazione reciproca, che ha il suo termine non nella tua e neppure nella mia umanità, ma in quella di Cristo risorto, che è l'Uomo nuovo vivente in mezzo a noi. Se io lascio che chi mi è vicino cerchi di aprirsi spazio dentro di me mentre io cerco di entrare in lui, questo non può che crocifiggermi, crocifiggerci, come abbiamo detto. Quale sarà però il risultato, se lo facciamo nell’amore vero, nell’agape? Per la dinamica trinitaria dell'amore che viene da Dio, il risultato è Gesù, Gesù Verbo di Dio, Parola di Dio fattasi uomo, vivente in noi e in mezzo a noi: cioè in noi uno in lui, Lui. a cura della redazione Gen's 6/2000 — pag. 16 — 158 testimonianza L'annuncio del Vangelo esige la testimonianza Fontem: esperienza di una nuova evangelizzazione Antonietta Cipollini Ci ha sorpresi questa fresca e gioiosa lettera della responsabile della “Comunità Redemptor hominis” in Camerun che, assieme a don Emilio Grasso, fondatore e responsabile generale dell'omonimo Movimento con sede in Belgio, e con altri membri della loro comunità, hanno visitato la cittadella di Fontem, “la Betlemme del Movimento dei Focolari in Africa”. La loro visita avveniva dopo due mesi circa che Chiara vi era stata per la terza volta e vi aveva lanciato la “nuova evangelizzazione”. Antonietta scrive una lettera per aggiornare il vescovo di Hasselt, mons. Schruers, loro amico e protettore, che è stato anche l'occasione del rapporto di comunione nato tra i due Movimenti. Per questo abbiamo pensato di pubblicarla: è un’altra testimonianza del clima nuovo che sta nascendo tra i carismi dopo l’evento della Pentecoste ’98 col Papa in piazza San Pietro. La Betlemme africana dei focolari Scrivo per comunicare la gioia vissuta nei giorni trascorsi in visita ai focolarini di Fontem, insieme ad Emilio, Emanuela, ed alcuni fra i nostri giovani: Richard, Justine, Jeannine, Dorothée e Diana. Avevamo già avuto l’occasione di conoscere questa “cittadina sul monte”, un faro Gen's 6/2000 della spiritualità dei focolarini, durante la visita di Chiara Lubich, nel maggio scorso. L'entusiasmo che aveva contagiato i nostri giovani e i crescenti rapporti di amicizia con il loro Movimento, ci hanno spinti a ritornarci, ad incontrare i focolarini di Yaoundé e ad inserire una visita con Emilio nel programma della sua recente tournée in Camerun. Insieme ai responsabili del Centro di Fontem avevamo fissato i giorni 10 e 11 di agosto, festa di santa Chiara. Abbiamo così trascorso due giorni molto belli e di scambio profondo con la comunità dei focolarini e partecipato alla festa di popolo in occasione di santa Chiara, che è festa anche della luce di riconciliazione e di amore che Chiara Lubich ha portato fra i Bangwa, in questo angolo sperduto dell’Africa che è diventato, come lo definì Chiara stessa, la “Betlemme del Movimento in Africa”. Siamo stati profondamente toccati dalla delicata accoglienza che ci hanno voluto riservare proprio alla vigilia di una festa così importante, dedicandoci il loro tempo per farci visitare il centro e le sue opere e soprattutto per donarci la loro esperienza di Dio. All’arrivo, dopo una lunga pista che si arrampica sui monti, attraversando una zona di poveri coltivatori di caffè, siamo rimasti ammirati nel vedere questa cittadina costruita con amore e intelligenza; il Centro Mariapoli, di recente costruzione, centro d’incontro e d’irradiazione della loro spiritualità; — pag. 17 — testimonianza 159 l’ospedale che è un gioiello di professionalità e che, con le 33.000 visite all’anno, rappresenta una testimonianza di carità e di responsabilizzazione delle popolazioni (l’ospedale è finanziariamente in attivo); i collegi per formare le nuove generazioni e trasmettere loro la fiaccola della verità e dell’amore evangelico; la parrocchia di santa Chiara che, anche attraverso la sua struttura e le raffigurazioni scolpite in legno, racconta l’epopea di questa alleanza tra il popolo Bangwa e la spiritualità dei focolarini. E infine l'orgoglio di un’ingegnosa centrale idroelettrica che fu costruita in condizioni difficili dal focolarino ing. Piero Pasolini', e che ora serve per numerose attività della cittadella. Saremmo tentati di descrivere ampiamente queste opere, ma sarebbe fuorviante come il fermarsi al dito che indica il Signore e non andare diretti alla realtà indicata, fermarsi al segno e non alla realtà più profonda. Il Vangelo nei volti delle persone Chiara affermò una volta: «Spero che visitando quest’ospedale, le persone non dicano “che bell’ospedale!”, ma piuttosto “che bella gente vi lavora!”». Prima ancora di conoscere questo desiderio di Chiara, è stata proprio questa la nostra impressione ed è il ricordo più bello che riportiamo e comunichiamo da Fontem, e che ci ha fatto esclamare: «Che gente meravigliosa abbiamo incontrato!». Come dimenticare, ad esempio, Tim ed Emanuela, il medico e la giovane ostetrica che prima ancora di spiegarci le loro attività, hanno voluto esprimere lo spirito che li sostiene, quella Parola di vita ascoltata insieme con gli altri al mattino prima d’iniziare il lavoro, che li porta ad essere dei veri contemplativi in azione, ad applicarsi nell’amore, a vedere nel volto dei malati il volto del Cristo sofferente? Quella Parola che li spinge a cercare insieme la soluzione ai problemi che si presentano? “Cristo in mezzo a loro” li guida all’unità superando le differenze. Come dimenticare Clelia che ha messo da parte i suoi impegni e ci ha accompagnati durante tutta la visita, dandoci una lettura intelligente della vita e del carisma del Movimento, ma anche spalancando il suo cuore con grande semplicità, trasmettendo la sua esperienza e quella dei fondatori di questa cittadella che affermano all’unisono: «Siamo qui per Dio». Un'esperienza che parte dall’impegno generoso, sulla parola di Chiara, per «saldare un debito d’amore con l’Africa», che giunge ad una progressiva nudità, attraverso la sequela di Gesù crocifisso e abbandonato, per radicarsi in quella Croce che è fonte d’energia e di gioia, perché contemplata già nella luce della Resurrezione. Il “miracolo” di Fontem Forse, in questo senso, il ricordo più bello è il volto raggiante e commosso di Pino?, che ci ha dedicato il suo tempo prezioso poco prima del raduno della popolazione Bangwa per rilasciarci un'intervista — il prossimo numero del nostro giornale Missione RA lo dedicheremo a Fontem — che è diventata ben presto un colloquio di profondità. Siamo rimasti molto colpiti dal suo racconto di trent'anni di vita dedicati a Fontem, per realizzare la volontà di Chiara che rende presente e intelligibile la volontà di Dio. Trent'anni vissuti in una fedeltà dinamica. Chiara aveva posto la prima pietra di questa cittadella e l’ha affidata ai suoi figli. E ritornata dopo trent'anni ed ha trovato “il miracolo” di Fontem. Miracolo di queste persone che hanno lavorato ed amato, chiedendosi nel tremore religioso se Chiara si sarebbe ritrovata in ciò che avevano fatto. E poi la gioia liberata dalla visita di Chiara che ha riconosciuto, assunto e dato un impulso profondo a tutto il loro lavoro, lanciando un programma di nuova evangelizzazione del popolo Bangwa. Emilio era profondamente colpito da questo incontro con Pino, da come si sia realizzato il passaggio del carisma da Chiara al Movimento, come il suo spirito, lei ancora vivente, sia stato già consegnato loro. Come, nella povertà e nella fedeltà, essi sappiano Gen's 6/2000 — pag. 18 — 160 testimonianza indicare nella loro persona, il volto dell’amore di Gesù, contemplato in Chiara. Abbiamo ammirato anche il loro sapersi mettere all’ascolto di Emilio per cogliere la ricchezza e la diversità dei doni dello Spirito, per realizzare nella vita e nell’accoglienza profonda il progetto d’unità dei movimenti, lanciato da Chiara ed incoraggiato dal Papa. La sfida dell’evangelizzazione oggi La serata passata in parrocchia da don Antonio e don Claudio? è stata, infatti, un momento di scambio della.nostra esperienza attraverso la voce dei nostri giovani e di Emilio che si è sentito a casa, fra amici. Si è parlato molto della loro testimonianza di vita comune, come sacerdoti, che non è una facile formula, ma dono che scaturisce da una spiritualità che dovrebbe essere più presente anche nei seminari per riportare a questa verità semplice, ma essenziale, che ogni attività ad extra viene da una vita di comunione vissuta ad intra, come ogni missione scaturisce dalla vita intima della Trinità. Emilio ha insistito anche sull'importanza di questa testimonianza d’internazionalità dei focolarini, in un contesto nel quale anche gli istituti religiosi perdono spesso questa dimensione profetica di “segno levato sopra le nazioni” e cadono nella tentazione di fare tante comunità quante sono le differenze di cultura, arrivando ad una falsa concezione dell’indigenizzazione e dell’inculturazione. Si è parlato anche delle sfide dell’evangelizzazione dei Bangwa, di questo popolo pieno di fierezza che viene da una vita dura, strappata ad un ambiente difficile; un popolo segnato da divisioni molteplici ed antiche, guidato da un capo, il Fon, che riconosce in Chiara la madre di un popolo nuovo che potrà nascere da un rilancio della nuova evangelizzazione. Ci si è soffermati sull’opportunità che rappresenta quest’alleanza ed anche sui rischi e sulla necessità di annunciare una Parola che è indirizzata innanzi tutto a ciascuna persona, che suscita una fede personale e non sociologica, che sconvolge anche Gen's 6/2000 i criteri di giudizio delle culture e tutte le misure, come un filo a piombo, sulla persona del Cristo. Il giorno della festa di Santa Chiara, presenti i capi delle popolazioni, abbiamo potuto constatare quale impatto il Movimento abbia su questi popoli, ancora lontani dall’esplosione della tradizione; quanto la fede di Chiara, che cammina in una storia fatta di luci ed ombre, abbia profondamente toccato questo popolo, i cui capi hanno testimoniato come dopo il suo passaggio abbiano fatto i primi passi per superare antiche divisioni. Il Fon ci è venuto incontro per conoscerci e per testimoniarci personalmente il suo legame profondo con Chiara e quanto ella abbia rinnovato la vita del suo popolo. Ha lasciato ad Emilio il dono della cola, frutto locale e segno tradizionale di amicizia, che Emilio mi ha donato a sua volta e che conservo gelosamente come segno di questo indimenticabile viaggio e dell’amicizia stretta con Fontem. Questo dono è unito al prezioso ricordo del libro di Chiara Lubich, con una prefazione del Cardinal Poupard: // Grido. Gesù crocifisso e abbandonato nella storia e nella vita del Movimento dei focolari, dalla sua nascita, nel 1943, all’alba del Terzo Millennio, con la dedica: «Carissimi don Emilio e tutti, da noi un grande grazie, un pensiero, un ricordo, ed un augurio perché continuiate a cercare e dare Dio. Nel Risorto in mezzo a noi: Pino, Ciaccio, Antonio, Claudio, Clelia, Tim, George, Anne, Mariana». Siamo ripartiti, lasciando dietro a noi, in una festa ricca di costumi e di colori, i volti di questi amici focolarini con la promessa di rincontrare qualcuno di loro a Mbalmayo, in un prossimo viaggio. Antonietta Cipollini 1) Uno dei primi focolarini che hanno seguito il carisma di Ch. Lubich. Era uno scienziato ed ha lavorato con molto impegno a Fontem. 2) Giuseppe Trova, insieme ad Anna Maria Santanché, sono i responsabili del Movimento a Fontem. 3) Antonio Mascia e Claudio Cavallo sono i due sacerdoti diocesani focolarini che attualmente, d’accordo con i rispettivi vescovi, curano la parrocchia di Fontem. — pag. 19 — esperienza 161 L'impegno di un sacerdote melkita per costruire l’unità tra i sacerdoti “Come colui che serve” di Mauricio Curi L’autore è nato a Pedro Leopoldo di Minas Gerais (Brasile) da una famiglia cristiana originaria della Siria. Ha avuto una sorella, * Aida, considerata la Maria Goretti del Brasile per aver difeso col martirio la propria verginità. Terminati gli studi di filosofia nel seminario di Rio de Janeiro, fu inviato a Gerusalemme per gli studi teologici. Venne ordinato sacerdote a Saydnaya (Siria), villaggio di origine dei suoi genitori, per la diocesi personale dei melkiti del Brasile. Attualmente è parroco al Cairo. ER giovane prete e stavo pensando di abbandonare la mia diocesi, perché non mi trovavo bene col vescovo e con i sacerdoti con cui abitavo. Mentre ero immerso in questa confusione interiore, mi sono incontrato con un mio collega di seminario. Era don José Lessa — oggi arcivescovo, ma allora giovane prete. Mi parlò di un Movimento nuovo nella Chiesa e un giorno mi lesse alcune lettere di sacerdoti piene di serenità e di speranza. Dentro di me si accese una piccola luce: «Se ci sono persone così, non tutto è perduto!». Ebbi modo allora di conoscere la spiritualità dell’unità. Sentivo tanta gioia quando mi parlavano di Dio Amore, del comandamento nuovo, dell’unità e facevo volentieri delle belle omelie su questi temi. Mi rendevo conto, però, che non potevo solo ammirare queste pagine evangeliche e predicarle agli altri: dovevo metterle in pratica nei miei rapporti quotidiani, cominciando in casa. Non dovevo cambiar diocesi, ma stile di vita. Dopo due mesi ero tornato a vivere col vescovo, sforzandomi di stabilire rapporti fraterni con tutti. Con stupore notavo che nella nostra convivenza il clima cambiava. Il vescovo anziano aveva bisogno di compagnia ed anche di assistenza per i suoi acciacchi. Prima nello stare con lui mi sembrava di buttare al vento i miei anni migliori, ora sapevo che servivo Gesù in lui e questa testimonianza concreta d’amore edificava la comunità cristiana molto più che le mie prediche. Il vescovo era felice e prima di dare le dimissioni per limiti di età, volle farmi un dono, nominandomi archimandrita. Un sacerdote anziano, con il quale collaboravo in parrocchia, si era ammalato gravemente ed era stato ricoverato in ospedale. Dissi a me stesso: “Questo è proprio il momento giusto per rivivere Maria che va a servire Elisabetta”. Stetti con lui in ospedale giorno e notte per più di una settimana. Dalle sue parole pronunziate prima di morire ho colto quanto fosse contento della mia presenza. Prima di partire da questo mondo mi ha detto: «Tu mi hai voluto bene!». Quando, anni dopo, chiesi a Chiara Lubi- ‘ch a quale frase del Vangelo secondo lei avrei potuto ispirare il mio agire, mi indicò queste Gen's 6/2000 — pag. 20 — 162 esperienza parole di Gesù: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve». Ho cercato di farne il mio programma di vita. Una causa della crisi del clero Pur costatando che il Vangelo vissuto cambiava qualcosa nei nostri rapporti, non potevo ignorare la crisi del clero in quegli anni. In Brasile i preti s’interrogavano sulla loro identità, anche a causa dei gravi problemi sociali del nostro Paese. Vedevo sacerdoti della mia età che, uno dopo l’altro, si ritiravano dal ministero. Non mi era facile accettare questo, anche perché fra loro c’erano i miei direttori spirituali del tempo del seminario. D'altra parte sperimentavo anch'io il fallimento del mio lavoro pastorale e i piccoli successi del momento non riuscivano a colmare il vuoto che si era creato dentro di me. Quando seppi che il Movimento aveva una Scuola per la formare sacerdoti diocesani alla vita d’unità, chiesi al vescovo di potervi partecipare nella speranza di trovarvi una risposta adeguata. Le circostanze allora non lo permisero, ma nel 1979, inaspettatamente, lo Stesso vescovo mi propose di andare a Roma. Arrivai alla Scuola sacerdotale nell’ottobre del 1979 e vi rimasi fino alla Pasqua del 1980. Eravamo una settantina tra sacerdoti e studenti di teologia e il nostro responsabile era Toni Weber, uno dei primi sacerdoti diocesani focolarini. Dall’individualismo alla comunione Vi arrivai stanco, fisicamente e psichicamente. Da anni prendevo dei sonniferi, ma da quando mesi piede nella Scuola, ne facevo a meno e dormivo tranquillo. Mi sembrava un miracolo. Più tardi capii che spesso la miglior medicina sono i sani rapporti tra noi. Dopo i primi entusiasmi, forse per l’impatto del carisma dell’unità con la mia forma Gen's 6/2000 mentis, con la mia formazione individualista, dovetti affrontare momenti di vera oscurità. La vita evangelica che ci veniva proposta, tutta incentrata sulla comunione secondo il modello trinitario, mi pareva un’illusione collettiva, quasi fossimo tutti vittime di un trucco psicologico. E onestamente volli dirlo a Toni Weber, aggiungendo che, essendo egli uno svizzero ed io un brasiliano, sarebbe stato impossibile capirci. Egli mi ascoltò per più di due ore senza nulla rispondere. D'altra parte sarebbe stato perfettamente inutile farlo in quel momento. Ma a sera, entrando nella mia stanza, trovai un suo biglietto: «Carissimo Maurizio, grazie. Dio mi ama veramente e questo mi basta. Sono molto contento e voglio soltanto amare. E Dio prende sul serio il desiderio del mio cuore. Ciao, Toni». Sapevo che quelle parole erano vere. Toni mi portava ad un livello superiore senza lasciarmi arenare nelle difficoltà che mi sembravano grandi ed in realtà erano piccole. Dovevo anch'io buttarmi nell’avventura dell’amore evangelico. Man mano che i mesi passavano, dentro di me cadevano tanti piccoli idoli, soprattutto scoprivo quanto fosse radicato in me l’individualismo. Nella misura in cui riuscivo a penetrare con la vita alcuni aspetti del Vangelo, mi veniva spontaneo comporre delle canzoni: “Ormai tu ti fai strada dentro di me”, “Non c’è più buio, appare una stella”, “Se Lo amiamo (Gesù crocifisso e abbandonato) siamo luce, pace e risurrezione”, “Ho nascosto il mio volto, ma solo per un instante”. Ogni canto esprimeva una tappa importante della mia vita e aumentava la comunione con gli altri sacerdoti nella scuola. Comunione fino alle tasche? Durante questo periodo non mi pesavano più i servizi umili, come ordinare le stanze o pulire i bagni, ma una cosa mi risultò particolarmente difficile: mettere in comune i miei soldi. Partendo dal Brasile avevo messo da parte mille dollari per un viaggio in Siria, la mia terra d’origine. Pur volendo fare un’esperien- — pag. 21 — esperienza 163 za totalitaria di fiducia nella Provvidenza, mettendo tutto in comune, non volevo rinunziare alla certezza di poter fare il mio viaggio. Seppi più tardi di un sacerdote americano che aveva tenuto da parte un po’ di soldi, ma ogni volta che incontrava Toni Weber gli sembrava di avere una banconota di 20 dollari stampata in fronte. Mi liberai da questo peso e sperimentai una libertà nuova, mai provata prima. E non finiva lì. Io sono un sacerdote greco-melchita, cattolico di rito bizantino, e quando mi dissero che potevo concelebrare con gli altri nel rito latino, all’inizio mi fu difficile accettare, ma poi tutto servì per entrare di più nel cuore stesso della liturgia, indipendentemente dal rito, e a scoprire nella mia liturgia tesori di cui prima non mi ero reso conto, come il “due o tre riuniti nel mio nome”, “l’amore scambievole”, “l’unità”. Nelle solenni celebrazioni eucaristiche bizantine, al bacio della pace, i sacerdoti concelebranti salutano con questa affermazione: «Gesù sta in mezzo a noi», a cui si risponde: «Egli c’è e ci resterà». In Siria: dalla teoria alla pratica Terminata la Scuola ebbi il permesso dal mio vescovo per svolgere un lavoro pastorale in Siria. Sembra incredibile, ma dopo un periodo così bello di formazione all’unità, arrivato in questo nuovo posto di lavoro, passai per una prova durissima. La situazione nuova in cui mi trovavo e le difficoltà che incontravo mi facevano pensare che forse avevo sbagliato vocazione. Mi ha salvato l’unità con un sacerdote che viveva la stessa spiritualità: poter mettere in comune ogni cosa con lui, fidandomi della luce di Gesù in mezzo a noi, è stata questa la forza per abbracciare la croce ed evitare decisioni avventate. In Siria cominciammo i nostri incontri periodici con altri due sacerdoti. Scoprendo insieme quanto la spiritualità dell’unità fosse particolarmente adatta per ridare vitalità alle nostre comunità religiose e civili, esprimemmo il desiderio che il Movimento aprisse un focolare in quella terra. Chiara ci rispose che per il momento non era possibile, aggiungendo: “Si vede che Gesù si fida della sua presenza in mezzo a voi”. Mi convinsi allora che percorrere regolarmente quei 90 chilometri per trovarmi con Massaud, con Michel e con altri sacerdoti, avrebbe portato tanti frutti non solo per la mia vita personale, ma anche per quel Paese dove le vie di Dio mi avevano condotto. Lavoravo nel Paese di origine dei miei genitori ma, nonostante avessi riscoperto le mie radici, non era facile adattarmi. Ero nato e vissuto in Brasile e tutto lì era nuovo per me, a cominciare dalla lingua araba. Dovevo inoltre affrontare ogni giorno gravi problemi in parrocchia, sforzarmi per “farmi uno” con la mentalità del posto, dove si sentiva forte l’influsso della presenza di confessioni cristiane diverse oltre che del mondo musulmano. Mi sentivo un po’ stressato, quando è sopraggiunta un’epatite che mi ha costretto a venire in Italia per avere cure mediche appropriate. Quante volte in questo periodo ho pensato che, a causa della salute, forse non avrei più potuto assumere responsabilità in futuro. Allora, guardando a Gesù nel suo abbandono sulla croce, ripetevo: “Anche se questo male mi assediasse per tutta la vita, anche se non potrò mai più lavorare, l'importante è fare la volontà del Padre”. In Egitto: “far casa” ai sacerdoti Invece le forze sono ritornate e dopo qualche anno sono stato invitato ad assumere una parrocchia melchita al Cairo in Egitto. Nella nostra Chiesa bizantina questi spostamenti nei vari Paesi del Medio Oriente sono abbastanza normali. Ho capito che per me era un’occasione preziosa non per fare turismo, ma per contribuire a far conoscere il carisma dell’unità soprattutto ai sacerdoti del posto. In Egitto la situazione del prete cattolico e ortodosso non è facile. Con la presenza massiccia e spesso opprimente del mondo musulmano, le comunità cristiane dei vari riti cercano di difendersi e spesso si chiudono in se Gen's 6/2000 — pag. 22 — 164 esperienza stesse. Viene a mancare allora la capacità del dialogo non solo con i musulmani, ma anche tra i cristiani dei vari riti. Insieme a tutti i membri del Movimento presenti in questo Paese mi sono messo anch’io a servizio della Chiesa, avvicinando tanti sacerdoti. Alcuni hanno subito iniziato a vivere in unità tra di loro e col proprio vescovo, mentre altri, che attraversavano un periodo di crisi, hanno trovato nel nostro gruppo la serenità necessaria per scegliere la propria strada. Volendo amare tutti, siamo andati incontro ai sacerdoti più bisognosi sia spiritualmente che materialmente. Uno che si era allontanato dalla diocesi, dopo essere stato accolto da noi, ha chiesto scusa al suo vescovo ed ora, d’accordo con lui, lavora serenamente in un’altra diocesi. Un sacerdote sudamericano in missione al Cairo aveva perso ogni speranza ed aveva già deciso di lasciare il ministero. Sono diventato suo amico per un anno intero, cercando di capirlo senza mai giudicarlo. Alla fine ha voluto trascorrere un periodo alla nostra Scuola sacerdotale a Loppiano ed ora è un vero artefice d’unità in diocesi. Abbiamo accompagnato anche due sacerdoti che ora hanno lasciato il ministero: il primo cattolico e l’altro ortodosso. Li abbiamo seguiti nella loro decisione sofferta, finché hanno trovato Gen's 6/2000 il loro posto e sanno che possono continuare a contare sulla nostra amicizia. Se nella parrocchia siriana, pur in mezzo alle difficoltà, avevo visto fiorire tra i giovani delle vocazioni di consacrazione a Dio, qui in Egitto sto assistendo al diffondersi della spiritualità dell’unità tra i sacerdoti. L'Opera di Maria, presente da anni in questi Paesi del Medio Oriente, ha portato questo spirito tra cristiani e musulmani. Attualmente una cinquantina di sacerdoti e alcuni vescovi hanno scoperto la preziosità di questo carisma per la loro vita, per quella delle loro comunità e per il dialogo interreligioso. La radice di ogni sprazzo di vita evangelica è sempre la croce, il cui “fulcro” è Gesù nel suo grido d’abbandono. Anche per me in questo periodo non sono mancati momenti di sofferenza, come quando ho scoperto di avere una malattia che poteva essere mortale. Ho offerto per l’unità nella Chiesa l’incertezza dell’attesa dei risultati della biopsia. Anche questa volta, però, la malattia è stata superata e posso continuare su questa terra la mia divina avventura. Mauricio Curi — pag. 23 — attualità ecclesiale 165 La Chiesa nel mondo Notizie brevi DI Congresso mariologico — In occasione del Giubileo per quanti operano nei santuari mariani, la Pontificia Accademia Mariana Internazionale ha organizzato dal 15 al 25 settembre un Congresso mariologico che ha avuto per tema // mistero della Trinità e Maria. Vi hanno preso parte rappresentanti di 36 Paesi. Oltre le conferenze plenarie al mattino, in cui si sono susseguiti esponenti anche di varie denominazioni cristiane per puntare l’obiettivo su questo grande argomento di portata universale: la Trinità e Maria nelle singole Chiese, ci sono state varie sessioni linguistiche, che hanno incluso non soltanto le associazioni mariologiche della Francia, dell’Italia e della Spagna, ma anche le sezioni dell’Africa, dell’ Asia e dell’ America Latina. Secondo il mariologo monfortano Stefano De Fiores, la scelta del tema è stata particolarmente attuale. Si è partiti dalla Trinità, perché questo mistero centrale del cristianesimo deve essere più conosciuto e vissuto nell’ambito del popolo di Dio. Non possiamo, infatti, contemplare Maria, a cominciare dall’ Annunciazione, senza pensare alle Persone della Trinità: «Introdotta dal Padre nel seno stesso della Trinità, dove, per lo Spirito Santo, Dio genera in lei il Figlio nella carne» — come scrive Piero Coda, uno dei relatori del Convegno, nel suo bello e toccante libretto Magnifica il Signore anima mia, appena apparso nella San Paolo. Maria è quindi una finestra aperta sul grande ed altissimo mistero trinitario. Sotto la spinta del Concilio Vaticano Il, che ha messo maggiormente in luce la realtà di Maria ben inserita nel mistero di Cristo e della Chiesa, si è rivolta grande attenzione in questi anni alla dimensione storico-salvifica della mariologia, non con considerazioni astratte, ma partendo dal concreto della storia della salvezza. La mariologia si deve ora aprire, sotto l’impulso della Marialis Cultus, alle culture e agli aspetti antropologici, in modo che la figura di Maria sia significativa per il nostro tempo e per le diverse culture. A livello di studio c'è un grande impegno, anche sistematico, e possiamo dire che l’Italia ha un ruolo trainante, perché attraverso la rivista Theotokos conduce un discorso interdisciplinare molto apprezzato. A livello devozionale, secondo il De Fiores e tanti altri studiosi e pastoralisti, il popolo continua la sua devozione a Maria, vedendo la Vergine come un «tu vivente al quale rivolgersi soprattutto nei momenti difficili, nei momenti di sofferenza e di angoscia». Questo lo si vede ogni giorno nei pellegrinaggi che sono in continuo aumento. Spetta ai teologi e ai pastori proporre nuove prospettive per assumere Maria come modello degli atteggiamenti con cui la Chiesa celebra e vive la vita in Cristo: la Vergine in ascolto, la Vergine orante, la Vergine offerente e la Vergine Madre. Certo per la maggioranza dei cristiani «rivivere Maria», ripercorrendo le tappe fondamentali della sua vita, è ancora una meta da scoprire. Questo Congresso mariologico ha cercato di aprire nuove prospettive verso una devozione a Maria che, portando ad un’esperien- Gen's 6/2000 — pag. 24 — 166 attualità ecclesiale za più profonda della vita trinitaria, spinga anche a riscoprire Maria quale modello di vita cristiana. Giubileo delle Università — Ricevendo in udienza i docenti universitari convenuti a Roma da tutto il mondo per la celebrazione del Giubileo, il Papa ha rivolto loro un discorso. Ne riportiamo qualche breve stralcio. «Ispirandovi a Cristo — ha detto Giovanni Paolo II — rivelatore dell’uomo all’uomo, avete voluto riaffermare l’esigenza di una cultura universitaria veramente “umanistica”. E ciò anzitutto nel senso che la cultura deve essere a misura della persona umana, superando le tentazioni di un sapere piegato al pragmatismo o disperso negli infiniti rivoli dell’erudizione, e pertanto incapace di dare senso alla vita. Avete per questo ribadito che non c’è contraddizione, ma piuttosto un nesso logico, tra libertà della ricerca e il riconoscimento della verità, a cui appunto la ricerca mira, pur tra i limiti e le fatiche del pensiero umano. È un aspetto da sottolineare, per non cedere al clima relativistico che insidia gran parte della cultura moderna. In realtà, senza orientamento alla verità, da cercare con atteggiamento umile ma, al tempo stesso fiducioso, la cultura è destinata a cadere nell’effimero, abbandonandosi alla volubilità delle opinioni e magari consegnandosi alla prepotenza, spesso subdola dei più forti. Una cultura senza verità non è una garanzia, ma piuttosto un rischio per la libertà. (...). Fate in modo che le Università diventino “laboratori culturali” nei quali tra teologia, filosofia, scienze dell’uomo e scienze della natura si dialoghi costruttivamente, guardando alla norma morale come a una esigenza intrinseca della ricerca e condizione del suo pieno valore nell’approccio alla verità. (...) L’umanesimo che auspichiamo propugna una visione della società centrata sulla persona umana e i suoi diritti inalienabili, sui valori della giustizia e della pace, su un corretto rapporto tra individui, società e Stato nella logica della solidarietà. E un umanesimo capace di infondere un’anima allo stesso progresso economico, perché esso sia volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo». Gen's 6/2000 Religioni per la pace — «La sola religione degna di tale nome è quella che conduce alla pace e la vera religione è travisata quando la si associa a conflitti e violenze». Lo ha affermato il Papa in un messaggio al presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Francis Arinze, mentre partecipava al vertice mondiale di leaders religiosi a New York presso le Nazioni Unite. «I problemi di fronte all’umanità oggi sono così ampi e complessi — aggiunge Giovanni Paolo Il — che nessun singolo popolo 0 nazione può risolverli da solo; neppure la costruzione della pace può essere opera esclusiva di politici o diplomatici. Si tratta di un compito a cui tutti devono contribuire; i leaders religiosi e spirituali hanno un ruolo particolarmente importante da svolgere. Le religioni non possono offrire soluzioni tecniche, ma saggezza morale e spirituale che illumina ed insegna la trascendente verità della persona umana. Solo da ciò scaturisce il rispetto per la dignità umana senza cui non c’è giustizia né solidarietà né pace». Charta Oecumenica — La prima bozza della Charta oecumenica per la collaborazione tra le Chiese in Europa, elaborata da un apposito comitato misto del Consiglio delle Conferenze episcopali cattoliche d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese protestanti ed ortodosse (KEK), sta suscitando notevole interesse negli ambienti cristiani del vecchio Continente. Dibattuto per oltre un anno e tradotto in almeno 20 lingue europee, il documento è stato inviato ad organizzazioni ecclesiali e conferenze episcopali di tutta Europa, con la richiesta di osservazioni e commenti. Il risultato è stato confortante: al Comitato sono giunte oltre 150 risposte contenenti pareri, incoraggiamenti ed anche qualche utile critica. Alla luce di questi contributi l'organismo ecumenico si è riunito ai primi di ottobre a Ginevra, per limare ulteriormente il testo della bozza alla luce delle reazioni giunte da ogni parte. La versione ridefinita sarà approntata per il prossimo gennaio, per essere ulteriormente studiata durante l’incontro ecumenico europeo di Strasburgo in aprile. a cura della redazione — pag. 25 — esperienze 167 Flash di vita D Regalo di Natale Da un sacerdote di Bassora in Iraq ci è giunta questa esperienza. Una notte d’inverno suona il telefono. Chi chiama m’informa che una persona gravemente ammalata ha bisogno del sacramento dell’unzione e dell’eucaristia e il sacerdote della sua parrocchia è in viaggio fuori paese. Mi faccio dare l’indirizzo e prendo subito un taxi perché era un posto assai lontano dalla chiesa. Qualcuno mi sta aspettando fuori. Entriamo in una specie di deposito dove, in una stanza totalmente dimessa, trovo per terra una persona morente. I suoi vestiti sono ridotti a brandelli marci, un forte odore esce dalle ulcere della gamba e da altre parti del corpo. Guardandolo in quella situazione mi dà l’impressione di una persona più morta che viva. Poi, alla luce di una candela, gli somministro il sacramento degli infermi e la comunione. Ho subito sentito che è Dio che, alla vigilia di Natale, mi ha fatto incontrare questa persona e attirato dall’amore per lui, cerco di vedere Gesù sofferente e abbandonato. Con l’aiuto d’altre persone riusciamo a trasportarlo in ospedale. Una volta in sala d'urgenza nessuno vuole avvicinarlo a causa del cattivo odore, allora mi metto a togliere i suoi vestiti io stesso in modo che gli si possano fare gli esami medici necessari. Dopo un po” di tempo, il medico mi comunica i risultati: si tratta di una grave malattia nel sangue e non c’è nessuna possibilità di sopravvivere. Lui non ha né parenti né amici... allora m’inginocchio accanto al suo letto e incomincio a pregare. Sebbene agonizzante, riesce a farmi un sorriso come per ringraziarmi. Sono rimasto accanto a lui fino alla sua morte verso l’una e mezza di notte. Era spirato in pace nonostante i forti dolori. Tornando a casa, sentivo di ringraziare Dio per quel dono di Natale, per averlo incontrato in chi soffre. Imad Aziz El-Banna Dl Cambia posto, ma è sempre “a casa” Aveva accettato il compito di rettore di un grosso seminario in un momento particolarmente difficile. Con l’amore a Gesù abbandonato durante otto anni ha creato tra i seminaristi e i formatori un clima di comunione. Ma è arrivato il momento di rimettere nelle mani del vescovo l’incarico per assumerne un altro. Com’è avvenuto questo passaggio? «La parola del Vangelo che cerchiamo di vivere in questo mese — ci scrive — mi fa da guida nel mio cammino. Mi sento figlio di Dio solo se mi lascio guidare dallo Spirito di Dio, e rimanendo in questa realtà sono in pace e contento, sono sempre “a casa”, Se in Gen's 6/2000 — pag. 26 — 168 esperienze qualche momento sento un certo peso per i “tagli” che devo fare o una certa apprensione per la fatica di iniziare un nuovo servizio, è sufficiente che mi dica: «Sei tu, Gesù abbandonato, l’unico mio bene», e subito, come per incanto, ritorna la serenità e la pace. La settimana scorsa sono stato invitato a raccontare la mia esperienza di trasferimento. La realtà più bella è stata vedere nella luce questo momento della mia vita. Mi ritornano continuamente nell’anima queste parole di una lettera di Chiara Lubich: «Il Signore la sta lavorando in profondità per realizzare in lei i Suoi piani di santità». Voglio lasciarmi lavorare “in profondità” e per questo mi affido a Maria. Lei si è lasciata guidare sempre dallo Spirito Santo ed in lei si è realizzato alla perfezione il piano di Dio». Riferendosi poi a quest’ultimo periodo in seminario, aggiunge che è stato «particolarmente intenso e ricco di emozioni ma, soprattutto, di tanta riconoscenza a Dio per il dono della spiritualità dell’unità; perché è solo grazie a questo dono che riesco a vivere nella serenità questi momenti ed ho potuto compiere tutte quelle cose di cui i seminaristi e i preti del seminario mi ringraziano in questi giorni». Infatti ci sono state da parte dei formatori e dei seminaristi sincere attestazioni di stima, che rivelano quanto la sua testimonianza abbia inciso in questa struttura ecclesiale. Ne trascriviamo qualcuna. «Il tuo spirito di fede — gli scrive uno dei collaboratori — si è dimostrato nell’accettare di venire a fare il rettore del seminario in un momento particolarmente difficile, e nel sopportare la “grande tribolazione” di quel passaggio. Si è dimostrato anche nell’invito costante ad andare oltre, tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Si dimostra adesso nella serenità con cui affronti questo nuovo cambiamento. Ti sono veramente riconoscente per questa e per molte altre cose». Gen's 6/2000 «In questi giorni — è la testimonianza di un seminarista — una voce comune sta circolando nei corridoi di tutti i piani del Seminario. E una voce che ti farebbe piacere sentire, perché forse ti consolerebbe di tutte le fatiche, umiliazioni e stanchezze che nessuno in questi anni ti ha risparmiato. Da destra, da sinistra, da quelli che ti hanno voluto bene e da quelli con cui il dialogo è stato più difficile si è levato nei tuoi confronti un sincero sentimento di ammirazione per la fede e la coerenza che hai dimostrato. Tante volte tu ci hai chiesto di mantenere la comunione con l’autorità ecclesiale, di vedere la volontà di Dio dove non pareva proprio esserci segno della Sua presenza, ed ora ecco che tu mantieni tutto questo senza borbottamenti ma con il tuo solito comportamento disteso e sereno. Non ti abbiamo mai ascoltato tanto come in questi giorni di silenziosa sofferenza. Hai fatto tante prediche ma la più bella te la sei preparata per il finale e questa sta davvero incidendo nel cuore di tutti. Poche volte in comunità si sono espressi pareri così unanimi». «Mi piace ricordare uno dei temi a te più caro: la comunione — scrive un altro seminarista. Tante volte ne hai parlato, ce l’hai messa tutta per educarci ad essere uomini di comunione ora e nel futuro ministero. In otto anni hai più volte richiamato l’importanza di fare del Seminario una grande famiglia, un Cenacolo in cui siamo chiamati a stare con Gesù... Ti ringraziamo per la capacità di ascoltarci che hai avuto: hai accolto i nostri sfoghi, le nostre pene e sofferenze, aiutandoci a far luce sul disegno di Dio per noi. Grazie! Permettici di dirti il nostro grazie per l’esempio che ci hai dato in quest’ultimo periodo, un esempio di obbedienza al vescovo e di amore alla Chiesa... Grazie per quella gioia di essere prete che hai sempre manifestato: penso che per chi, come me, è partito da molto lontano ed è in dirittura d’arrivo, questa gioia sia di incoraggiamento». a cura della redazione — pag. 27 — PERCHÉ TUTTI Notizie dal mondo dei seminari - 27 SIANO a qualche settimana, in molte parti del mondo, i seminari hanno riaperto le porte per un nuovo anno di formazione, mentre i neosacerdoti fanno i loro primi passi nella pastorale. Come sempre, si parte con ottime intenzioni. Finché sogni e buoni propositi si scontrano con qualche inconveniente. E allora di frequente si torna al tran tran quotidiano, al grigiore della routine, alle piccole, e a volte meno piccole, dialettiche che finiscono in dispiacevoli tensioni. Ci si rifugia allora nei libri o, semplicemente, nell’attesa di tempi migliori: il fatidico momento dell’ordinazione, un cambio di parrocchia, un nuovo incarico... Per fortuna, questa è soltanto una parte del panorama: si può anche rompere la routine, lasciarsi alle spalle la logica dell’attesa, costruire qualcosa di meno grigio. Bastano a volte piccoli gesti. Come è stato il caso di Erwin che vive a Dagupan City, nelle Filippine. Di ritorno in seminario, dopo le vacanze, pulisce il dormitorio, prima che gli altri arrivino. I compagni ne sono felici. Nasce uno spontaneo scambio di esperienze vissute durante l’estate e subito si crea un’aria di famiglia. Oppure Jirka, seminarista nella Repubblica ceca. Durante i finesettimana è in parrocchia. Quella volta ha avuto un pomeriggio libero. Mentre dice il rosario, gli viene in mente che potrebbe fare qualcosa di utile per i sacerdoti. Una semplice ora di pulizia dei bagni, e scatta un rapporto più profondo tra lui e il viceparroco. Ma non solo. Dentro di sé avverte una conferma della sua chiamata: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”. In un seminario della Colombia sono in quindici a ritrovarsi per raccontarsi esperienze di Vangelo vissuto. Un giorno guardano insieme il video del Congresso internazionale di seminaristi UNO perché tutti siano UNO. E per loro una spinta a fare qualcosa in più. Mettono allora insieme delle cose da mangiare e le portano ad una famiglia povera. In un altro seminario della Colombia, per guadagnarsi i soldi per un incontro estivo, svolgono qualche lavoretto. Dapprima ciascuno si impegna per sé. Ma poi fanno una cassa comune. Sono in 12. Piccoli gesti, grazie ai quali in molti seminari si passa dal “non ancora” al “già”. Ovvero dall’attesa del giorno X dell’ordinazione all’esperienza concreta ed attuale della presenza di Cristo fra coloro che sono uniti nel suo nome. Presenza che rende fratelli. E che fa sì che il seminario diventi casa. a cura della segreteria internazionale del movimento gens Inizia un nuovo anno Gen's 6/2000 - 169 — pag. 28 — Primi PASSI “Aspettavo di trovare una bella stanza” Brasile. Racconta un giovane sacerdote, ordinato da poco: «Arrivando in parrocchia, pensavo di trovare una stanza ben sistemata. Ma c’era per me soltanto un piccolissimo ambiente mal arredato. E sorto in me un senso di tristezza e mi sono detto fra me e me: “Non avevano assicurato che tutto era preparato?”. Non sono riuscito neppure a disfare le mie scatole e valigie. Mentre riflettevo, una voce si è fatta strada in me: “Ma tu, che cosa avevi scelto?”. 6 6 Ci si chiede: ma come è possibile che questa fontana Speranza scorra eternamente, eternamente giovane, fresca, viva... Dio dice: brava gente, ciò non è poi così difficile... Se fosse con acqua pura che essa avrebbe voluto fare fonti pure, non ne avrebbe mai trovato abbastanza in tutta la mia creazione. Ma è proprio con le acque cattive che essa fa le sue fonti di acqua pura. Ed è per questo che non le manca mai. Ma è anche per questo che essa è la Speranza... Ed è il più bel segreto che esista nel giardino del mondo 99 Charles Péguy (da: Le porche du mystère de la deuxième vertu) Gen's 6/2000 - 170 È cambiata immediatamente la visuale: “Guarda che cosa Dio mi ha preparato!”. Con questo nuovo spirito ho aperto le valigie e con serenità ho messo ogni cosa al suo posto. Prima mi era parso che non sarei riuscito a sistemare quanto avevo portato, ma lasciandomi guidare da Gesù ho trovato posto per tutto e la stanza ha cambiato aspetto. Alla fine mi sono seduto sul letto. Veniva da dire: “Quanto sei grande, Gesù!”. Ed ho rinnovato la mia scelta di lui in croce». (M.R.) “Che senso avrebbe avuto quell'ora di studio?” Italia. Racconta un seminarista del Nord: «Era il giorno delle pulizie. Avevo già sistemato la mia stanza e la cappella e avanzava ancora del tempo. Pensavo di studiare un po’, quando mi sono accorto che un mio compagno stava pulendo l’aula della classe da solo senza l’altro di turno. “Se lo aiuto — ho pensato dentro di me — non farò in tempo a studiare abbastanza. E poi non tocca a me”. Ma anche un altro pensiero si è fatto largo in me ed ha avuto la meglio: che senso avrebbe avuto quell’ora di studio, se qui Gesù mi chiedeva una mano? Il mio compagno è rimasto stupito di ricevere un aiuto. Ma più sorpreso ancora ero io quando il giorno dopo un altro compagno, conoscendo la mia difficoltà nello studio dell’ebraico, si è offerto ad aiutarmi». (S.V.) Ascoltare, comprendere, amare Argentina. Un seminarista ci scrive: «Il vescovo mi ha mandato a stare con un sacerdote che ha da seguire vari villaggi assai distanti l’uno dall’altro. Per la verità, questa convivenza non è facile, perché il sacerdote è abituato ad arrangiarsi nella pastorale completamente da solo. Cerco sempre di nuovo di ascoltarlo, comprenderlo ed amarlo, anche se a volte dice cose che sono un po’ dure per me o dissente da me su questioni che mi sembrano insignificanti. A poco a poco è cresciuto il rapporto fra noi, al punto che egli recentemente mi ha detto: “Ti devo — pag. 29 — Chiara Lubich Con disinteresse ‘ a carità è un amore che viene dall’alto. Dice Paolo: “...l’amore di Dio la è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Perciò essa, la carità, è una partecipazione all’“agape” divina. Questa carità, questo amore è spontaneo, è sempre nuovo, trova sempre modi diversi per manifestarsi, non si lascia codificare, inventa soluzioni imprevedibili. Dice ancora l’Apostolo: “...lasciatevi condurre dallo Spirito Santo”. Le sue caratteristiche sono il disinteresse, l’iniziativa, l’universalità, il dono di sé fino al sacrificio. Per amare, il cristiano deve fare come Dio: non aspettare di essere amato, ma amare “per primo”. E poiché non può fare questo verso Dio, perché Dio ama sempre per primo, il cristiano lo attua col prossimo. San Giovanni, dopo aver detto che Dio ci ha amati, non conclude — come sarebbe stato più logico — che, se Dio ci ha amati, noi dobbiamo amarlo in contraccambio, ma dice: “Carissimi, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”. confidare una cosa: sei il primo seminarista che sta attento a tutto; fai le cose con ordine e non ti fai servire”». (D.E.) “Vivere la comunione trinitaria” Brasile. Alcuni seminaristi del Nordest ci riferiscono dell’inizio del nuovo anno: «AI nostro primo incontro eravamo in sette, al secondo in dodici. Nostro comune proposito è “vivere la comunione trinitaria”. Alla luce di questo motto, al rientro in seminario ci siamo resi conto che nel refettorio mancavano un certo numero di tazze. Il fatto che esse venivano sostituite da bicchieri non sembrava molto soddisfacente. Oltretutto i tavoli in questo modo si presentavano poco armoniosi. Senza dir niente a nessuno, abbiamo dato vita ad una comunione di beni e abbiamo comprato venti tazze per il seminario. Da: Scritti Spirituali / 4, p. 209 Fuori di noi dodici, nessuno è venuto a sapere di dove venivano. Ma tutti ne sono rimasti contenti». (A.J.) Una gioiosa sorpresa Rwanda. Dal seminario maggiore di Kigali riceviamo quest'esperienza: «Avevo messo in ammollo i miei vestiti, per lavarli l'indomani. Il giorno dopo, però, una malattia mi ha costretto a letto. Passando in lavanderia, un compagno ha riconosciuto i miei abiti. Pensava di lavarli, ma poi si è ricordato che doveva prepararsi per un’interrogazione. Giunto in stanza e messosi a studiare, non si è sentito in pace. E tornato allora in lavanderia ed ha dedicato il suo tempo di studio a questo atto di carità. Il giorno dopo l’interrogazione è andata molto meglio del previsto». (E.S.) Gen's 6/2000 - 171 — pag. 30 — Ponte fra Cielo e terra È stata ultimata in questi giorni la versione tedesca del videodocumentario “Ponte fra Cielo e terra. Nuova generazione sacerdotale davanti alle sfide di oggi”. Sono disponibili inoltre le versioni in italiano, inglese, L francese, spagnolo, portoghese ed ungherese. Offrendo un ampio ventaglio di esperienze di sacerdoti e seminaristi dei cinque continenti, il documentario è uno stimolo a riflettere su ciò che più vale, sia nei seminari che nell’ambito della pastorale vocazionale. Per prenotazioni: rivolgersi alla Segreteria internazionale del Movimento gens, inviando un contributo spese di 30.000 Lire per la duplicazione e la spedizione. a Chiesa in Venezuela si prepara per celebrare il Primo Concilio Plenario Nazionale. Al centro delle riflessioni sarà la realizzazione della Chiesa-Comu- nione. Tra i seminaristi si sente la voglia forte di costruire una Chiesa rinnovata all’insegna dell’unità e della fraternità e di incominciare a vivere ciò sin dal periodo della loro formazione. In questo contesto la spiritualità dell’unità ha suscitato promettenti esperienze di comunione in alcuni dei 17 seminari maggiori della nazione. A Caracas un focolarino lavora per la manutenzione ed un sacerdote focolarino fa il professore nel seminario filosofico. La loro testimonianza di gioia e di unità ha colpito i ragazzi. Alcuni di loro ricevono la “Parola di vita” e anche questo notiziario “Perché tutti siano UNO”. Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 6/2000 - 172 Nel seminario di Valencia sulla scia dei “punti dell’arte d'amare” (cf. il n. 15 del notiziario) è nata una corrente di vita che sta pian piano trasformando la comunità. Quest'anno si è tenuta la Mariapoli in quella città e vi hanno partecipato 13 studenti ed il rettore. In seguito a quest'esperienza, che coronava tante altre iniziative svolte in seminario durante i mesi passati, i rapporti tra i seminaristi e con i formatori hanno visto una svolta. Ormai in tutti gli aspetti della vita, dallo studio all’apostolato, si punta di più sulla carità reciproca. Si è stabilito così un crescente clima di famiglia fra tutti. A Merida nelle Ande, 40 seminaristi ed i formatori sono rimasti molto toccati dalla proiezione del videodocumentario “Ponte fra Cielo e terra”, al punto da definire quell’ora passata insieme “un ‘ vero ritiro”. Per tutti, due commenti: “Qui c’è una chiave per non lasciarsi divorare dall’attivismo”. E ancora: “Senza questo amore radicale alla croce non c’è futuro per la vita dei preti oggi”. A Los Teques, una piccola città vicino a Caracas, un sacerdote focolarino è stato invitato a predicare gli esercizi spirituali ai seminaristi. Le varie meditazioni sono state incentrate sull’unità, l’amore reciproco e la vita di comunione. Frutto di questo ritiro: un nuovo progetto di vita per il seminario che mette in luce la formazione alla comunione e la vita di comunità. Per il prossimo futuro nella regione si prospettano due incontri per seminaristi che riproporranno sul posto l’esperienza del Congresso “Gesù crocifisso e abbandonato — ponte fra Cielo e terra” svoltosi nel ’98 a Roma: il primo in aprile in Venezuela, il secondo agli inizi di luglio in Panamà. — pag. 31 — indice 173 INDICE ANALITICO 2000 All’interno delle singole tematiche gli autori degli articoli sono in ordine alfabetico. Dopo il titolo di ogni articolo seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo ed infine quello della pagina. SPIRITUALITÀ Gesù in mezzo ROSSÉ Gérard “Gesù in mezzo” in prospettiva ecclesiale. È nella fratellanza vissuta che la presenza di Gesù nella Chiesa si manifesta e diventa operante. 2000/1/3 Gesù crocifisso e abbandonato LUBICH Chiara Cosa opera Gesù abbandonato. L'abbandono di Gesù: misura dell’amore, chiave dell’unità. 2000/6/148 Varie BLAUMEISER Hubertus Essere Chiesa (Editoriale). 2000/6/145 HEMMERLE Klaus Natale a Istanbul (Poesia). 2000/6/147 LUBICH Chiara Guardare tutti i fiori. 2000/3/67 ASPETTI DELLA VITA CRISTIANA Natura e vita fisica BODEGA Mario Ogni giorno della vita è un dono. Celebrando l’Eucaristia e unendosi a Gesù nelle proprie sofferenze, ogni cristiano “completa in se stesso quel che manca alla passione di Cristo”. 2000/2/51 CAMBÒN Enrique Lo stress dei preti (Editoriale). 2000/3/65 CHIERA Renato Mi sento stanco, anzi sfinito... Riposare, quando è il momento, ha lo stesso valore, la stessa sacralità del pregare 2000/2/49 COLA Silvano La salute dell’uomo (Editoriale). 2000/2/33 LUBICH Chiara L'amore risana. Valore del corpo, malattia, anzianità, morte e resurrezione, alla luce della spiritualità dell’unità. 2000/2/36 REDAZIONE (a cura della) Il Vangelo e la salute. (Fattoria della speranza per il ricupero dei tossicodipendenti). In questo luogo la vita gira intorno a Parole estratte dalla Bibbia, Parole antiche ma che ... sprigionano un dinamismo sorprendente e innovatore. 2000/2/44 Sapienza e studio ZANGHI Giuseppe La dinamica della Scuola Abbà. (Intervista). Quale tipo di rapporto con gli altri può farmi uscire dall'immagine di Dio che mi sono fatta, per approdare a Dio com'è in sé? 2000/6/152 Unità e mezzi di comunicazione CAMBÒN Enrique Mass media e unità del mondo. (Editoriale). 2000/4-5/105 COEN Margaret Nel mistero del cuore umano. Anche negli ambienti più difficili si scopre che ogni persona ha qualcosa di positivo da donare. 2000/4-5/124 Gen's 6/2000 — pag. 32 — 174 indice COTIGNOLI Carla Convegno sui media (Attualità ecclesiale). 2000/4-5/134 GIOVANNI PAOLO II L’areopago del nostro tempo. 2000/4-5/107 HENDRIKS Erik Televisione con meno orpelli e più contenuti. L'alta qualità dei programmi è data dalla felice combinazione tra professionalità artistica e contenuti di valore. 2000/4-5/132 LEHOCZKY Lészl6 Una testimonianza coraggiosa. Il servizio della TV? Mettere in luce i valori umani universali nell’attuale contesto storico. 2000/4-5/130 LOMBARDI Luîs Un contributo all’evangelizzazione (Flash di vita). 2000/4-5/137 LUBICH Chiara Il Movimento dei focolari e i mezzi di comunicazione sociale. Per una comunicazione mondiale nella libertà tra le civiltà e le culture. 2000/4-5/110 PONTIFICIO CONSIGLIO delle Comunicazioni Sociali Gesù modello del comiunicatore. 2000/4-5/108 PURCELL Brendan Meglio non rompere (Flash di vita). 2000/4-5/138 REDAZIONE (a cura della) Una radio a servizio della gente. La peggiore povertà è la mancanza di rapporti. 2000/4-5/127 SALDANHA Conrad Chiesa e Internet (Attualità ecclesiale). 2000/4-5/135 ZAVOLI Sergio Comunicare, ma con quali parole? "Darsi un progetto di unità nella distinzione: cogliere cioè il significato di ognuno nel tutto". 2000/4-5/117 VITA DELLA CHIESA Avvenimenti ecclesiali CAMBÒN Enrique La Chiesa chiede perdono... Un processo onesto e coraggioso, che esige creatività e cambiamento. 2000/1/12 Indulgenze: tema centrale e delicato. (Attualità ecclesiale). 2000/1/23 Gen's 6/2000 CENTOFANTI Sergio Ecclesia in Asia (Attualità ecclesiale). 2000/1/24 COLA Silvano Il Giubileo del 2000. (Editoriale). 2000/1/1 MOTTA Graziano Giubileo a Gerusalemme (Attualità ecclesiale). 2000/2/55 REDAZIONE (a cura della) Charta oecumenica (Attualità ecclesiale). 2000/6/166 Congresso mariologico (Attualità ecclesiale). 2000/6/165 Convegno ecumenico di vescovi in Giordania (Attualità ecclesiale). 2000/2/55 Giubileo delle 2000/6/166 Religioni per la pace (Attualità ecclesiale). 2000/6/166 università (Attualità ecclesiale). Documenti GIOVANNI PAOLO II L’areopago del nostro tempo. 2000/4-5/107 GIOVANNI PAOLO II Quale modello di salute? 2000/2/35 PONTIFICIO CONSIGLIO delle Comunicazioni Sociali Gesù modello del comunicatore Sacerdoti AZIZ IL-BANNA Imad Regalo di Natale (Flash di vita). 2000/168 BAUER Gerhard e GÒGLER Martin Ama per primo (Flash di vita). 2000/2/58 CAELLI Andrea Crisi o esigenza di autenticità? Non basta essere intellettualmente preparati, occorre essere soprattutto esistenzialmente testimoni. 2000/3/70 . COLA Silvano L'uomo del dialogo (Flash di vita). 2000/2/57 CURI Mauricio “Come colui che serve”. L'impegno di un sacerdote melkita per costruire l’unità tra i sacerdoti. 2000/6/161 — pag. 33 — indice 175 DISTELBERGER Johannes Patto di sangue e patto d’unità. Dalla cultura africana un contributo alla comunione. 2000/3/86 HAGEMANN Wilfried e CHRISTIAN Paul Dall’isolamento a nuove forme di comunione. In una società secolarizzata Dio si testimonia nell'unità. 2000/3/78 MALAVASI Carlo Fare del presbiterio una famiglia. La comunione può illuminare tutti gli aspetti della vita. 2000/3/74 PEPE Enrico In dono gli uni per gli altri. Saper "perdere tempo" per costruire l’unità. 2000/3/90 PILIK Karel Perseguitati ma uniti. Nella persecuzione o nella libertà ciò che ci salva è la vita di comunione. 2000/3/83 REDAZIONE (a cura della) Cambia posto, ma è sempre “a casa” (Flash di vita). 2000/6/167 SAPESI Piero © L'unità vera esige che si ami tutti (Flash di vita). 2000/3/97 SCHNECK Wolfgang Insieme è meglio (Flash di vita). 2000/1/26 VESCHINI Alberto Il dono della malattia. (Flash di vita). 2000/3/95 WEBER Anton (Toni) Una “casa” per i sacerdoti. 2000/3/68 ZANETTI Emilio Anche gli anziani possono amare (Flash di vita). 2000/3/97 Seminari e vocazioni AA.VV. Notizie dal mondo dei seminari - 23. 2000/1/29 AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari - 24. 2000/2/61 AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari - 25. 2000/3/101 AA. VV, Notizie dal mondo dei seminari - 26. 2000/4-5/141 AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari - 27. 2000/6/169 VIE DELLA PASTORALE Dialogo ecumenico BLAUMEISER Hubertus Storico accordo tra cattolici e luterani (Attualità ecclesiale). 2000/1/22 SCHWIND Joachim J. Hanselmann: una guida ascoltata (Attualità ecclesiale). 000/1/21 Dottrina sociale FERRUCCI Alberto “Cancellate il debito estero!”. Una pesante ipoteca non soltanto per i Paesi poveri, ma per il futuro del mondo. 2000/1/18 Evangelizzazione BRUNET Lia Una città non basta. Ovunque saremo a casa, se meriteremo la presenza di Cristo in mezzo a noi, mentre anche in patria siamo stranieri, se lui non è tra noi. 2000/1/7 CIPOLLINI Antonella Fontem: esperienza di una nuova evangelizzazione. L'annuncio del Vangelo esige testimonianza. 2000/6/158 RUBRICHE Dialogo con i lettori BRUNI Luigino Comunione e solidarietà (Domande aperte). 2000/3/99 GALLAGHER Jim Anche il giornalista deve “farsi uno”? (Domande aperte). 2000/4-5/139 LUBICH Chiara Il Paradiso (Domande aperte). 2000/2/60 Gen's 6/2000 — pag. 34 — — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675/1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen's gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. I i ci i ARI LR eis rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser. 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