gen’s 2001/2 – Il rapporto Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2001-2-il-rapporto/ — pag. 1 — Editoriale Come stabilire un autentico contatto interpersonale? Chiara Lubich Il carisma dell’unità e suoi effetti nella pedagogia Igino Giordani «Sarò lo il tuo maestro!» Giuseppe Milan Il rapporto educativo Giuseppe Petrocchi «Non contentatevi di cose piccole» Carlo Malavasi Prima di tutto curare il rapporto Vincenzo Zani Riforma della scuola in Italia Enrique Cambòn Una catechesi vitale Spedizione in abbonamento postale - art. 2 anno XXXI comma 20 / C legge 662 / 96 - filiale di Roma marzo-aprile — pag. 2 — | marzo - aprile 2001 33 EDITORIALE 34 SPIRITUALITÀ 41 ESPERIENZA 44 RIFLESSIONE | 47 TESTIMONIANZA 53 ESPERIENZA 55 CHIESA IN ITALIA 57 FLASH DI VITA 61 MONDO DEI SEMINARI 59 DIALOGO CONI LETTORI Come stabilire un autentico contatto interpersonale? Silvano Cola Il carisma dell’unità e suoi effetti nella pedagogia Un contributo alla formazione della persona umana e della società nel campo dell’educazione Chiara Lubich «Sarò Io il tuo maestro!» Una suggestiva pagina inedita Igino Giordani Il rapporto educativo Una proposta che va al cuore dell'educazione Giuseppe Milan Un invito ai giovani: «Non contentatevi di piccole cose» Quale pedagogia per la pastorale giovanile? Giuseppe Petrocchi Prima di tutto curare il rapporto Nella pastorale bisogna capire l’altro mettendosi dalla sua parte Carlo Malavasi Riforma della scuola in Italia Vincenzo Zani «Vivere nel concreto la comunione» a cura della redazione Pastorale vocazionale Ruedi Beck Il cuore di una catechesi vitale Enrique Cambon Notizie dal mondo dei seminari - 29 a cura della segreteria internazionale del movimento gens stai ni — pag. 3 — editoriale Come stabilire un autentico contatto interpersonale? N el processo educativo si stabilisce un rapporto tra due soggetti singoli (educatore - educando), tra un soggetto singolo e un piccolo o grande gruppo di individui, o tra un gruppo educante e un gruppo di individui da educare. Ma la realtà è che il rapporto, in definitiva, è sempre e solo tra due soggetti individuali, poiché ogni educando si ritiene in relazione diretta e personale con l’educatore. La deontologia di questo rapporto è la stessa sia tra medico e paziente, sia tra psicologo o psicoterapeuta e paziente, sia nella stessa intimità della famiglia tra marito e moglie, tra genitori e figli: si tratta prima di tutto di “stabilire una comunione” con l’altro. Ma è anche vero che detta deontologia vale per ogni colloquio che voglia essere produttivo, per ogni discussione, per ogni dialogo a dimensione di gruppi, di Chiese, di religioni o di popoli. E questo perché ogni rapporto è un processo dialettico nel quale ognuna delle due parti è ugualmente coinvolta, al punto che se, ad esempio, l’educatore non sa mettersi in discussione, può venire ostacolato nel successo da possibili pregiudizi più o meno inconsci, così come dalla sua fondamentale concezione del mondo. Questo significa che quando si entra effettivamente in comunione, anche l’educatore deve farsi educando. Entrare in contatto con l’altro vuol dire allora accettarlo sinceramente come egli è, altrimenti il contatto non è possibile. Chi ha un giudizio negativo, anche inespresso, verso chi si rivolge a lui, non può stabilire con lui alcun rapporto educativo, alcun dialogo utile. Sa quindi di assoluto la norma evangelica e paolina di “non giudicare” il prossimo. Lo stesso fallimento si otterrebbe cercando di compiacere l’altro in ogni cosa, dandogli sempre ragione. Solo un atteggiamento umano che sia rispettoso dell’altro, della sua dignità infinita come persona, per quanto possa essere offuscata da ferite o da situazioni tragiche, può arrivare a stabilire un autentico contatto interpersonale benefico. E pertanto, la norma deontologica e psicologica da seguire per poter entrare in comunione, sarebbe quella che si applica in teologia al fatto dell’incarnazione del Verbo: “ciò che non viene assunto non viene redento”. Ma non sembra nemmeno difficile assumere l’altro così come è, se si osserva la regola data da san Paolo: “considera l’altro superiore a te stesso” (cf Fi/ 2, 3). È una condizione, questa, che può diventare ostica da raggiungere, se non si parte dalla convinzione che dobbiamo anzitutto accettare noi stessi così come siamo, cosa che spesso è disagevole se non cerchiamo di autoingannarci. Ma sappiamo del resto che “si passa dalla morte alla vita amando il fratello” (cf /Gv 3, 14), e che nell’amore vero c’è il superamento di ogni limite personale. S.C. Gen's 2/2001 — pag. 4 — 34 spiritualità Un contributo alla formazione della persona umana e della società nel campo dell’educazione Il carisma dell’unità e suoi effetti nella pedagogia di Chiara Lubich Il 10 novembre scorso Chiara Lubich riceveva la laurea ‘honoris causa’ in Pedagogia presso l'università cattolica di Washington e in quell'occasione pronunciava il discorso che riportiamo. Ci sembra particolarmente significativo per la luce che il carisma dell’unità proietta sulla pedagogia. LI grazie di cuore a questa illustre Università per aver pensato di attribuire questo dottorato in Pedagogia alla mia persona ed in essa, al Movimento dei Focolari, che — penso — voglia significare un riconoscimento al contributo, che possiamo aver dato, alla formazione della persona umana e a quella della società nel campo dell’educazione. Se, da una parte, questa laurea honoris causa mi meraviglia, dall’altra vorrei dire che non mi sorprende del tutto. E ciò perché ogni tensione del nostro agire è religiosa e s’incentra sempre e anche, quindi, nello sforzo educativo, su Cristo che ha collegato il concetto di educatore addirittura a se stesso: «E non fatevi chiamare ‘maestri’, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo» (Mt 23, 10). Prima di passare a trattare dell’aspetto dell’educazione nel nostro Movimento, che è Gen's 2/2001 chiamato anche “Opera di Maria”, penso sia necessario, almeno per chi non lo conosce, presentare brevemente la spiritualità che lo anima e genera un nuovo stile di vita. Le origini del carisma dell’unità L’Opera di Maria è un Movimento ecclesiale. Le sue dimensioni (in 182 nazioni con milioni di membri) la dicono Opera di Dio. Così, infatti, la pensano Giovanni Paolo II e la Chiesa. Lo scopo di questo Movimento è concorrere a realizzare il testamento di Gesù: «Che tutti siano uno» (Gv 17, 21), fine che si raggiunge appunto attraverso questa che è una spiritualità personale e comunitaria insieme. Le sue linee di svolgimento poggiano su dei cardini: parole o realtà evangeliche che si comprendono bene conoscendo come lo Spirito Santo le ha impresse nel nostro animo già nei primi mesi della nostra nuova vita. Siamo in Italia negli anni °40. Infuria la seconda guerra mondiale. Mentre compio un atto di carità, avverto che Dio mi chiama a donarmi per sempre a Lui. Lo farò il 7 dicembre 1943. Sarà considerato la data dell’inizio del Movimento. Per vari motivi avvicino giovani della mia età che vogliono seguire la mia strada. — pag. 5 — spiritualità 35 Il 13 maggio 1944 Trento, la mia città, subisce un terribile bombardamento, uno dei molti. Con le mie nuove compagne un giorno cerco rifugio in una cantina buia, con la candela accesa e il Vangelo in mano. Lo apro. V’è la preghiera di Gesù prima di morire: «Padre... Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17, 21). Quelle parole ci mettono in cuore la convinzione che per tale pagina del Vangelo eravamo nate. I bombardamenti continuano e con essi scompaiono quelle cose o persone che formavano un po’ l’ideale dei nostri giovani cuori. Crollano le possibilità di farsi una famiglia perché il fidanzato non torna dal fronte, di proseguire gli studi, di poter avere una casa e così via. La lezione che Dio ci offre con le circostanze è chiara: «Tutto è vanità delle vanità» (Qoelet 1, 2). Tutto passa. E io avverto in cuore una domanda: «Ci sarà uno scopo, un ideale per cui spendere la vita, che nessuna bomba può far crollare?». E subito la risposta: «Sì, c’è: è Dio». Decido con le mie compagne di far di Dio il perché della nostra esistenza. Ma chi era Dio? La scoperta di Dio-Amore All’apparire del suo nome nel cielo della nostra anima, come per una folgorazione, abbiamo capito o meglio ricapito che Dio è Amore. E da quel momento ci siamo sentite avvolte dal suo amore. ° Anche prima sapevamo che Dio esisteva, ma era pensato da noi piuttosto lontano, al di là delle stelle, inaccessibile. Ora tutto era cambiato. Come se gli occhi si fossero aperti per vedere che Dio, perché Amore, era vicino a noi, ci seguiva in ogni nostro passo, si nascondeva sotto tutte le circostanze della vita liete o tristi, sapeva tutto di noi. E “Dio Amore” è divenuto il primo cardine della nostra spiritualità. La Parola di Dio Ma, se Dio è Amore — pensavamo —, quale il nostro atteggiamento nei suoi confronti? La vita di Gesù è stata per noi di luce: Egli ha amato il Padre facendo la sua volontà. Così noi. La volontà di Dio è il secondo cardine della nostra spiritualità. Le bombe cadevano giorno e notte costringendoci a raggiungere, anche undici volte al giorno, il rifugio e non potevamo portare con noi null’altro che un piccolo libro: il Vangelo. In esso — eravamo certe — avremmo trovato le richieste di Gesù, la sua volontà. L’aprivamo e quelle parole s’illuminavano tutte. Le capivamo come per la prima volta ed una forza, che pensiamo dello Spirito, ci spingeva a metterle in pratica. Si leggeva: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (M? 19, 19). Il prossimo. Dove era il prossimo? Era in tutte quelle persone colpite dalla guerra che avevano fame, sete, erano ferite, senza vestito, senza casa. E ci dedicavamo subito a loro. Il Vangelo assicurava: «Chiedete e vi sarà dato» (Mf 7, 7; Le 11,9). Si chiedeva per i poveri e si era ogni volta riempiti di ogni ben di Dio che si portava a chi ne aveva bisogno. «Date e vi sarà dato» (Lc 6, 38), abbiamo letto ancora. Davamo. Vi era un giorno qualche mela in casa? La davamo al povero che chiedeva. Ed ecco in mattinata arrivarne un sacchetto. Davamo pure quelle e in serata ne arrivava una valigia. Gesù aveva promesso ed ora manteneva. Il Vangelo, dunque, era vero. Questa costatazione metteva le ali al nostro cammino appena intrapreso. Si comu- Gen's 2/2001 — pag. 6 — 36 spiritualità nicava agli altri ciò che accadeva ed essi, incontrandoci, avvertivano di imbattersi in Gesù vivo. La Parola di Dio è il terzo punto della nostra spiritualità. L'amore evangelico Tutte le Parole di Gesù ci hanno colpito. Ben presto però lo Spirito Santo ci andò sottolineando in particolare quelle che riguardano proprio l’amore, l’amore evangelico. E l’amore è stato un ulteriore cardine della nostra spiritualità: il quarto. L’amore reciproco e Gesù in mezzo a noi Essendo esposte sempre alla morte, «vi sarà — ci siamo domandate un giorno — una sua volontà a cui Egli tiene particolarmente? Vorremmo vivere proprio quella prima di morire.) Nel Vangelo c’era un comando che Gesù aveva detto “mio” e “nuovo”. Quello che ci voleva: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12- 13). Volevamo viverlo e lo abbiamo espresso in un patto. Ci siamo dette vicendevolmente: «Io sono pronta a morire per te. Io per te. Tutte per ciascuna». E da quel momento la nostra vita è cambiata. Cos’era successo? Con quell’atto avevamo messo in moto la carità. E l’amore ci aveva unito come Gesù aveva desiderato quando aveva detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome (nel mio amore) io sono in mezzo a loro» (M? 18, 20). Egli si era dunque posto in mezzo a noi. E quanto di nuovo, di bello, avvertivamo nel nostro cuore, era effetto della sua presenza. Amore reciproco e Gesù in mezzo a noi: quinto e sesto punto della nostra spiritualità. Gen's 2/2001 Gesù crocifisso e abbandonato Non sempre naturalmente riuscivamo a vivere così. Alle volte difetti anche piccoli offuscavano lo splendore di quella unità. Il Vangelo però ci poteva insegnare ad affrontare anche questi momenti. In una circostanza eravamo venute a sapere che Gesù aveva sofferto il massimo dei suoi dolori quando in croce, sperimentando persino l’abbandono del Padre, aveva gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mf 27, 46). Siamo state toccate da questo fatto e ci siamo decise di seguire nella nostra vita Gesù proprio così. Da allora, abbiamo scoperto, dappertutto, il suo volto e Lo abbiamo amato: nei dolori personali, nelle persone sole, abbandonate, sofferenti, nelle divisioni del mondo. Gesù crocifisso e abbandonato è il settimo aspetto della nostra spiritualità. L'unità Ma Gesù non aveva, forse, detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35)? E «che siano uno... affinché il mondo creda» (Gv 17, 21)? Ecco che chi ci stava attorno ravvivava la sua fede e ri-credeva o credeva per la prima volta in Gesù. Con l’amore reciproco, poi, che generava Gesù fra noi, eravamo pronte ad attuare l’unità invocata da Gesù: «Che siano uno come io e te» (cf Gv 17,21). L’unità è l’ottavo punto della nostra spiritualità. Questa un po” la nostra Opera. Ho cercato di mostrarla — come ho detto — dal punto di vista spirituale. Ma il nostro Movimento può essere visto anche sotto l’aspetto teologico, filosofico, — pag. 7 — spiritualità Sf culturale, sociale, economico ed educativo, così come ecumenico o interreligioso. Le conseguenze pedagogiche Cercherò ora di esporre alcune delle conseguenze pedagogiche dei più significativi punti di questa spiritualità. Infatti, il nostro Movimento e la nostra storia possono essere visti come un grande, straordinario evento educativo. Vi sono presenti tutti i fattori dell’educazione ed è pure evidente la presenza di una teoria dell’educazione, di una ben delineata pedagogia che fonda il nostro agire educativo. Ma — chiediamoci subito — che cos'è l’educazione? Essa può definirsi come l’itinerario che il soggetto educando (individuo o comunità) compie, con l’aiuto dell’educatore (degli educatori), verso un dover essere, un fine che si ritiene valido per l’uomo e per l’umanità. E quali sono gli elementi caratteristici della nostra pedagogia legati, come ho detto, ai cardini principali della spiritualità che viviamo? Dio Amore: l’educatore per eccellenza Se teniamo presente il primo punto: la rivelazione — passi la parola — di Dio come Amore, possiamo costatare come nella nostra storia, fin dai suoi inizi, è stato presente un unico educatore, l’Educatore per eccellenza, appunto Lui: Dio Amore, Dio Padre. È Lui che ha preso l’iniziativa nei nostri riguardi, che ci ha accompagnati, ci ha rinnovati, rigenerati — con l’intenzionalità che guida il vero educatore — lungo un ricchissimo itinerario di formazione personale e comunitaria. È Lui che ha fatto recuperare a noi ed a molti il senso della più Grande Paternità: una scoperta di portata enorme se pensiamo che una certa cultura tenta di affermare — sul piano teorico e su quello pratico — che “Dio è morto”. Eclissi del Padre che ha favorito anche un’eclissi di padre, una perdita di autorevolezza sul piano del rapporti umani ed educativi, un relativismo morale, un’assenza di regole nella vita individuale, nelle relazioni interpersonali e sociali (spesso con conseguenze gravi come forme di violenza, ecc.; ... quasi a dar ragione a Dostojevskij quando afferma «uccidere Dio è il più orrendo suicidio» ... e «Se Dio non c’è , allora tutto è per- Messo»). Noi abbiamo avuto la grazia di conoscere Dio. Egli, che è Amore, non è certamente un giudice lontano, un nemico geloso che annienti con la sua potenza l’uomo o che non se ne curi, Al contrario, è un educatore che riconosce l’uomo nella sua identità unica e irripetibile, che esalta l’uomo. Egli ama l’uomo e per questo è anche esigente: da vero educatore chiede ed educa alla responsabilità, all’impegno. Dio è Amore, e per questo ci ha liberati dalla schiavitù più grande, riaprendoci le porte di Casa sua, e sappiamo qual è il prezzo che suo Figlio ha pagato per questo riscatto. Nessun educatore ha mai considerato tanto l’uomo, quanto un Dio che è morto per lui. Dio Amore ha innalzato l’uomo, ogni uomo, alla dignità altissima di figlio ed erede. Ogni uomo! Ed era proprio sulla costatazione che tutti siamo figli dello stesso Padre che si fondava l’idea forte di Comenius', grande rappresentante della pedagogia moderna: bisogna «insegnare tutto a tutti»). L'unità esistenziale tra Parola e Vita Ed ora un altro cardine della nostra spiritualità: la Parola di Dio. «Insegnare tutto a tutti», si è detto, ma per questo è necessario usare — lo diceva Comenius stesso — la regola pedagogica della gradualità. Quella gradualità, a pensarci bene, che proprio il Padre sembra averci suggerito quando, fin dai primissimi giorni, ci ha spinti a vivere la sua Parola scegliendo del Vangelo una frase alla volta, da mettere in pratica per un mese, nella vita di ogni giorno. Gen's 2/2001 — pag. 8 — 38 spiritualità Ma questo ci ha dato subito “Tutto”, perché in ogni Parola è presente tutto Gesù (e nella Parola vissuta è Lui che vive in noi); nello stesso tempo, come bambini nutriti dalla sua Parola, ci siamo sempre più rivestiti di essa, crescendo così come adulti nella fede e nella vita. E con questa semplicissima tecnica pedagogica della gradualità e della pienezza, la luce del nostro Ideale si è diffusa e continua a diffondersi ben al di là di noi, come esperienza spirituale ed educativa forte e in continua espansione. L’unicità della Parola di Dio poi è che essa è Parola di Vita, che si fa esperienza, in un mondo, anche pedagogico, spesso macchiato di verbalismo. E abbiamo sperimentato la forza educativa, alternativa e contestativa, di questa Parola sempre viva e sempre nuova. A poco a poco, impressa nella nostra vita, essa le ha conferito — compito immane, proprio dell’educazione — un'unità esistenziale, favorendo il superamento della frammentazione-frantumazione che l’uomo prova spesso nella sua relazione con se stesso, con l’altro, con la società, con Dio, facendo emergere, nel contempo, l’unicità, l’originalità, l’irripetibilità di ciascuno. Ed è per questa unità esistenziale tra Parola e Vita, tra dire e fare, che la nostra esperienza è per molti credibile e convincente, provoca profondi cambiamenti nell’esistenza personale, mette perciò in atto in tante persone un vero processo educativo. L'esperienza della vera libertà La volontà di Dio altro punto. La fedeltà alla Parola di Dio ci ha anche abituati a “perdere la nostra cattiva volontà”, quella che ancora ci lega alle anguste modalità esistenziali dell’Io autocentrato, e a seguire la volontà di Dio, che ci porta al continuo autotrascendimento, ad un oltrepassamento verso il Tu che ci arricchisce e ci fa liberi. Di norma nell’educazione morale della persona, dalla necessaria fase iniziale di Gen's 2/2001 dipendenza (moralità eteronoma) si passa gradualmente alla moralità autonoma (che dovrebbe contraddistinguere il soggetto adulto e maturo); anche nella nostra esperienza avvertiamo il passaggio educativo dall’iniziale adesione ad una volontà altra, alla sua Legge (che si manifesta in tanti modi) — alla quale ci aggrappiamo come un bambino che si affida totalmente alla guida dell’adulto —, alla forte percezione di libertà per l’interiorizzazione della Legge stessa, quando sentiamo che essa è diventata la nostra legge, quando essa è così impressa in noi da farci sentire adulti proprio perché in grado di dire: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Ga/ 2, 20). II grido dell’abbandonato: misura della nostra azione pedagogica E ancora: Gesù che grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mf 27, 46; Mc 15, 34). Gesù abbandonato è il nostro segreto, la nostra idea-chiave, anche per l’educazione. Ci indica il limite senza limiti della nostra azione pedagogica; fino a quale punto e con quale intensità essa debba muoversi. Chi è Gesù abbandonato, per il quale abbiamo deciso di avere un “amore di preferenza”? Egli è figura dell’ignorante (la sua è l’ignoranza più tragica, la domanda più drammatica), del disagiato, del disadattato, dell’handicappato, del non-amato, del trascurato, dell’emarginato, di tutte quelle realtàesperienze umane e sociali per le quali c’è — più che in ogni altra — un urgente e speciale bisogno di educazione. Gesù abbandonato è il paradigma di chi, carente di tutto, ha bisogno di qualcuno che gli dia tutto e per lui faccia tutto. Perciò è anche l’idea-limite, il parametro dell’educando, che postula la responsabilità dell’educatore. Egli ci indica perciò il limite senza limiti di tale bisogno e, nel contempo, il limite senza limiti della nostra responsabilità nell’aiuto e nell’educazione. Gesù abbandonato però, che ha superato il suo infinito dolore aggiungendo: «Nelle tue — pag. 9 — spiritualità 39 mani, Padre, raccomando il mio spirito» (Le 23, 46), ci insegna pure a vedere la difficoltà, l'ostacolo, la prova, l'impegno, l’errore, il fallimento, il dolore, come qualcosa da affrontare, da amare, da superare. Generalmente noi uomini, in qualsiasi campo di attività, tentiamo con ogni mezzo di evitare tali esperienze. Anche in campo educativo — in tanti modi — con forme di iperprotettività, si tende a preservare i minori da qualsiasi difficoltà, abituandoli a vedere la vita come una strada in discesa, facile, comoda. In realtà, li si lascia in forte disagio di fronte alle inevitabili prove della vita e, in particolare, li si rende passivi e renitenti rispetto alle responsabilità che ogni essere umano deve assumersi di fronte a se stesso, al prossimo, alla società. Per noi, invece, proprio per la scelta di Gesù abbandonato, ogni difficoltà va amata e affrontata. L'educazione al difficile, come impegno che coinvolge sia l’educando che l’educatore, è perciò un altro punto cardine della nostra pedagogia. La finalità dell'educazione: l’unità con Dio e tra noi Ci sono poi altri due punti che voglio prendere in considerazione: l’unità e Gesù in mezzo a noi. Qui potremmo chiederci: qual è la finalità di questo processo educativo? La nostra è la stessa finalità di Gesù che potremmo definire: la sua finalità educativa: «Che tutti siano uno»: l’unità, quindi, profonda e sentita con Dio e fra gli uomini. L’unità è un’aspirazione attualissima. Nonostante le innumerevoli tensioni del mondo contemporaneo, il nostro pianeta, quasi paradossalmente, tende all’unità: l’unità è un segno e un bisogno dei tempi. Tuttavia questa intima spinta — come nell’e-ducere (tirare fuori) dell'educazione — va fatta emergere positivamente: è perciò implicata, su tutti i piani dell’agire umano, un’azione educativa coerente con le esigenze dell’unità, per fare del nostro mondo non una Babele senz’anima ma un’esperienza di Emmaus, di Dio con noi capace di abbracciare l’umanità intera. Sembra un progetto utopico, ma ogni pedagogia autentica è portatrice di una tensione utopica, da intendere come idea regolativa a costituire tra noi quel paese che ancora non c’è, ma dovrebbe esserci; l’educazione, in tale prospettiva, è vista come mezzo per avvicinarsi al fine utopico. Nella nostra pedagogia, per la quale il piano spirituale e quello umano si compenetrano e si unificano (per l'incarnazione), 1’ Utopia non è né sogno, né illusione, né mèta inavvicinabile: essa è tra noi, e ne avvertiamo i frutti, quando attualizziamo il «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (cf Mf 18, 20): questo fa sì che la finalità, la méta più alta, sia realtà. La socialità autentica Qui sperimentiamo la pienezza della vita di Dio che Gesù ci ha donato, una relazione trinitaria, la Socialità più autentica, dove si attua una sintesi meravigliosa tra l’istanza pedagogica dell’educazione dell’individuo e l’istanza pedagogica della costruzione della comunità. Crediamo che nella nostra esperienza di spiritualità comunitaria trinitaria si realizzino pienamente le idee sostenute da quanti, grandi nella storia della pedagogia, pur partendo spesso da premesse diverse, hanno insistito sull’importanza dell’educazione nella costruzione della società fondata su rapporti autenticamente democratici. Pensiamo, solo per fare un nome, al grande contributo a tutto il mondo pedagogico offerto a partire dagli Stati Uniti, da John Dewey. Troviamo molte consonanze anche con la recente “pedagogia di comunità” in cui viene proclamata la necessità di coniugare la promozione dell’individuo e la promozione della comunità. Gen's 2/2001 — pag. 10 — 40 spiritualità La pedagogia evangelica: a) ci forma come icona della Trinità Naturalmente la nostra esperienza di vita comunitaria si fonda sull’invito di Gesù: «Amatevi come io vi ho amati... Siate una sola cosa»: motivazione questa che è di natura religiosa, ma sono straordinari gli effetti sul piano educativo. La finalità da sempre assegnata all’educazione (formare l’uomo, la sua autonomia) si esplica, quasi paradossalmente, nel formare l’uomo-relazione, che per noi è l’uomo icona della Trinità, capace di autotrascendimento continuo nella realtà di Gesù in mezzo a noi. È attraverso questa prassi spirituale ed educativa dell’amore reciproco, del consumarci in uno — prassi che viene seguita da tutti i membri del Movimento, chiamati tutti a vivere l’esperienza comunitaria in piccoli gruppi — che noi operiamo per quella finalità delle finalità, espressa dalla preghiera-testamento di Gesù: «Che tutti siano uno»: l’Utopia-Realtà per la quale, come strumenti guidati da Lui, intendiamo spendere la nostra vita. b) prepara al dialogo e porta alla santità Ed è attraverso una seria educazione che possiamo diventare, come individui e come Gen's 2/2001 comunità, capaci di collaborazione, di dialogo, di incontro con altre persone, con altri Movimenti, ecc. È attraverso una seria educazione, infine, che — con la grazia di Dio — possiamo puntare alla santità personale e comunitaria. Maria è l’esempio del vivere in modo eccelso i punti pedagogici ai quali ho fatto riferimento. Naturalmente Gesù, che ha saputo compiere questo itinerario pedagogico, questo andirivieni tra l’abbandono e la Trinità, e che, nella sua esperienza terrena, ha vissuto con intensità eccelsa la relazione interpersonale con gli altri, praticando l’empatia, l’accettazione, la speranza, la lotta educativa, la vita di unità col Padre e “con i suoi”: Lui è il testimone più autentico e più esigente di cosa significhi essere educatori. Cari amici, spero che questi accenni siano stati sufficienti a spiegare l’esperienza pedagogica che emerge dal nostro Movimento e possano farvi intuire quanto sia contenta e mi senta onorata al ricevere questa laurea in pedagogia. Che Gesù Maestro formi in tutti noi dei veri e validi educatori. Chiara Lubich 1) Nato in Moravia (Cechia), vissuto dal 1592 al 1670, ha tentato, oltre la prima radicale riforma pratica, la prima sistemazione organica della pedagogia come scienza. — pag. 11 — esperienza 41 Una suggestiva pagina inedita «Sarò Io il tuo maestro!» di Igino Giordani Siamo negli anni 1939-1941, ai primi albori del Movimento dei focolari. Chiara Lubich insegna in una scuola elementare, prima in un paesino di montagna e poi a Trento nell'Opera Serafica dei Padri Cappuccini, che accoglie bambini orfani. Quale il suo metodo? Ce lo illustra brevemente l’autore in questo dattiloscritto che, pur rispecchiando lo stile del suo tempo, ci sembra interessante per la sua profondità e attualità. De che ebbe conseguito la licenza magistrale (nel 1938) Chiara s’accinse a proseguire gli studi, mirando alla filosofia. Ma i suoi genitori erano poveri. Partecipò allora ad un concorso per 33 posti gratuiti all’Università Cattolica, pensando che là avrebbe appagato il suo sogno: ma fu ascritta al trentaquattresimo posto, e cioè per un punto fallì. Donde dolore grande. Il Signore parlò alla sua anima: «Sarò Io il tuo Maestro». Ed ella intanto fece la maestra elementare, in un villaggio remoto, di montagna, a Castello di Ossana, in Val di Sole, vicino al passo del Tonale dove, nel 1938, le fu affidato l’insegnamento di tutte le quattro classi elementari miste. Appena giunta al paesino si mise a disposizione della parrocchia per ser- vire in qualsiasi ramo di attività. Il parroco fu sorpreso e felice d’una maestra che si offriva con tale disinteresse. La pedagogia del Vangelo Una ragazza quindicenne, Elena Molignoni — poi focolarina, sorella del focolarino Giacomo — fu presa dal fascino di quella maestra che ogni giorno andava in chiesa; e la seguì più volte per vedere come pregava, poiché pregava in un modo nuovo. Elena era buona cristiana, ma non aveva mai pensato che si potesse essere rapiti così. Pregò Dio che gliela facesse conoscere. E fu il parroco ad avvicinarla a Silvia' con l’intento di farla coltivare da lei e poi, all’occorrenza, di farle fare le veci della maestrina. Nell’incontro Elena fu sorpresa della familiarità onde fu accolta: appena entrò nella stanza Silvia la prese sotto braccio. Mai una maestra aveva trattato così una scolara. Silvia s’interessò della famiglia e di tutti i suoi casi, e la fece parlare a lungo, togliendole ogni impaccio, anche l’impaccio del dialetto piuttosto duro. Elena uscì con la gioia in seno; e ricordò il proverbio: “Chi ha trovato un amico ha trovato un tesoro”. 1) Silvia è il nome di battesimo di Chiara Lubich Gen's 2/2001 — pag. 12 — 42 esperienza AI pari di Elena tante altre ragazze del popolo vennero per conoscere la Lubich: soprattutto per ritrarne la gioia inesprimibile della sua vista, della sua voce. La voce, con cui parlava loro di Dio, di Gesù Eucarestia, e dei misteri della fede, colpiva soprattutto per la limpidezza e la semplicità onde avvicinava l’Eterno agli uomini. Alle più vicine e anche a ragazzi maturi parlava altresì del sacramento del matrimonio e della bellezza di esso. Il parroco s’ammalò, a un certo momento, di peritonite. Fece chiamare Silvia anziché il medico. Ma Silvia lo convinse a far venire subito il medico, da cui fu fatto trasportare in ospedale. Assente il parroco, la Lubich, per ordine di lui, fece in chiesa la novena dello Spirito Santo: e tutti erano affascinati da quella vocina, densa di quella pietà. Mantenere vivi i rapporti anche da lontano Per l’anno scolastico 1940-41 fu invitata a insegnare a Cognola (vicino a Trento) all’Opera Serafica. E passò a Trento, ma si tenne legata alle giovinette di Castello con lettere quasi settimanali; lettere che esse la sera, al ritorno dal lavoro duro dei campi, leggevano insieme attingendovi, nell’unità, una vita nuova. Nelle lettere ella insegnava a far meditazione, a coltivare la purezza, la fortezza, a servire il prossimo... E narrava dei propri alunni, nei quali stava suscitando una partecipazione continua alla vita della Chiesa, che allora era partecipazione alle sofferenze dei cattolici polacchi. Insegnava soprattutto a vivere: la religione è fatta per la vita, non per la morte. L’antireligione, quei giorni, preparava la sua missione: la crescita dei cimiteri; e per riuscirvi combatteva il cristianesimo. Quando era maestra elementare, Silvia aveva già bene appreso e già insegnava questa alternativa. Praticamente, mostrava l’essenza della dottrina. Gen's 2/2001 “Farsi uno” La scuola di lei consisteva anzitutto nell’amare i discepoli, e per amore, farsi uguale a loro. Eguale, non per gioco ma per immedesimazione d’anime. E perciò in classe, là nelle povere aule del collegio, ella sedeva ora a un banco, ora a un altro, accanto agli scolaretti di prima elementare, che finivano per considerarla una di loro, pur amandola come superiore a loro. Ché ad essi dava Gesù: e dava la vita. Così si faceva una con loro e le veniva spontaneo di sedersi sempre in mezzo ad essi. Impostava l’insegnamento sul farsi uno coi piccoli. Educare alla vita con la vita Sceglieva, d'accordo, ogni settimana, un motto dell’Evangelo; e lo applicava con loro. E ne parlava di giorno in giorno, dicendo le sue esperienze, anche le deficienze, a cui essi, presi da quella ingenuità e fiducia, aggiungevano le proprie: comunione di anime bambine che ella suggellava ricordando che Gesù perdona sempre. Non le forzava nell’istruzione religiosa: amava la loro libertà e voleva sempre la loro libera scelta. Dio così non era imposto a loro: nasceva dal loro cuore. Erano educati alla vita con la vita. Così, entrando in aula, modesta, raccolta, senza por mente a chi faceva chiasso e monellerie, ella andava dritta alla cattedra: e via via che passava, calavano le voci, si faceva silenzio: entrava il sacro e lo avvertivano. E così parlava loro sottovoce e ogni cosa faceva con garbo, così che le loro anime si conformavano a lei e si placavano: e la disciplina diveniva un effetto della riverenza, l’aura della convivenza con Dio, dove non si udiva una voce, se ella non la moveva. In una stessa aula si contenevano due scolaresche: una di prima elementare e una di prima media. Ma ella sapeva “farsi una” con i bambini che iniziavano e “una” con gli adolescenti che sbocciavano: e quando quelli apprendevano, questi contemplavano o face- — pag. 13 — esperienza 43 vano i compiti, in silenzio, con aria protettiva; e quando questi leggevano o apprendevano, i piccoli guardavano o facevano i compiti, con un’aria di ammirazione. La didattica di Gesù: amare ognuno come se stesso Era già solo il suo sguardo e tutto il suo tratto a farli buoni e disciplinati. Ché ella applicava il metodo didattico di Gesù: si santificava per santificarli, amandoli ognuno come se stessa. Ché la lezione significava per lei lo svolgimento della volontà di Dio: quindi un atto sacro. E vi si preparava con cura diligente, prestabilendone lo svolgimento minuto per minuto, sì che nulla fosse affidato al caso: uno sbaglio — capiva — avrebbe potuto sciupare l'incanto e compromettere l’intera lezione. E per questo la lezione era sempre nuova e ricca di attrattive e diveniva gioco perché vita. Se la lezione era un gioco, i pezzi del gioco erano i bambini stessi. La lezione era fatta da loro, per loro, sotto la guida amicale di lei, fusa con loro. Per spiegare le piante, ad esempio, e il loro comportamento, non si serviva di figure, ma conduceva gli alunni in campagna, e faceva vedere e amare i pini e le margherite, i monti e le acque. Se doveva spiegare la geografia non potendoli condurre, come ella avrebbe voluto, sulle isole e nei continenti, impersonava fiumi e paesi in alunni e li metteva in movimento coreograficamente. E quando, chinato il capo sul banco, nel pomeriggio, per due ore i bimbi dormivano, ella passava, in punta di piedi, in mezzo a loro, come angelo, recitando il rosario: e se la vedevano, ricordavano il Paradiso; e se lei ne vedeva uno sveglio, gli reclinava, con una carezza, il capo sul banco; e poi a uno a uno li affidava a Gesù. Li copriva d’amore anche per l’avvenire, quando orfani, senza affetti, sarebbero entrati nella vita. Igino Giordani Il testo è tratto dal dattiloscritto “Storia del Movimento dei focolari” di Igino Giordani, Rocca di Papa, maggio 1977, pp.15-19. Gen's 2/2001 — pag. 14 — 44 riflessione Una proposta che va al cuore dell’educazione Il rapporto educativo di Giuseppe Milan Il presente articolo, il cui autore è docente universitario di pedagogia, costituisce un commento fatto con competenza al tema di Chiara Lubich riportato all’inizio di questo numero. Essendo i sacerdoti, per la loro stessa missione, degli educatori nei vari ambiti del ministero, pensiamo che questo contributo — nella sua brevità e chiarezza — potrà essere loro utile. La problematicità del rapporto La riflessione pedagogica ha sempre assegnato grande importanza al rapporto. Il processo educativo, infatti, si evolve attraverso un gioco di relazioni complesso, che tuttavia possiamo semplificare considerandone gli elementi essenziali: esso si esplica come rapporto interpersonale io-tu aperto al mondo. Questo gioco relazionale è chiamato a sviluppare in tutte le loro potenzialità i soggetti che lo costituiscono: è evidente, in primo luogo, che l’educando e l’educatore possono umanizzarsi sempre più attraverso la reciprocità di un incontro che consente a ciascuno di raggiungere traguardi di personalizzazione e di comunione sempre più elevati; ma è pure evidente che tale incontro è aperto al mondo, “per dargli un nome”!. Dare “un nome al mondo” significa rapportarsi al sapere, alla storia, al patrimonio culturale, alla più ampia Gen's 2/2001 società, all’umanità intera nella sua realtà e nella sua vocazione; significa incontrare tutto questo come /u, come interlocutore da ascoltare, da conoscere, da comprendere, da amare e, per molti versi, da costruire: un interlocutore, oltretutto, da cui farsi costruire. Ecco che si delinea, allora, l'autentica funzione dell’educazione come “rapporto finalizzato”, guidato da una chiara intenzionalità a realizzare nel modo migliore l’evento educativo, che è problematico e obbliga alla ricerca, perché sempre contraddistinto da dimensioni per certi versi opposte (come libertà/autorità, individuo/società ecc.): non è facile, nella concretezza dell’esperienza educativa, evitare quegli errori che derivano dall’annullamento della suddetta problematicità, cioè dall’assolutizzazione di un elemento a scapito dell’altro (ad es. enfatizzare l’autorità, negando la libertà, o viceversa); non è facile mettere in giusto rapporto quegli elementi, vedendoli come “polarità pedagogiche” chiamate a dialogare, a sostenersi reciprocamente, e non come antinomie. Per impostare coerentemente il rapporto in educazione, è necessario trovare risposte pertinenti attorno a tre questioni fondamentali: “chi è ’homo educandus?”, “a cosa deve tendere?”, “quali mezzi possono aiutarlo nel suo itinerario?”. Questa tripartizione è imposta dalla stessa realtà dell’educazione, la quale è — come Chiara stessa la definisce nel suo tema — «l’itinerario che il soggetto educando (individuo o comunità) compie, con l’aiuto dell’ educatore (degli educatori), — pag. 15 — riflessione 45 verso un dover essere, un traguardo, un fine che si ritiene valido per l’essere umano e per l’umanità». La nostra proposta dovrebbe pertanto prevedere: 1) un’antropologia; 2) una teleologia pedagogica (i fini dell'educazione); 3) una metodologia (come? quale strada utilizzare? con quali strumenti?). L'essenziale della proposta Una risposta, espressa in estrema sintesi, potrebbe definire nel modo seguente l’articolazione di fondo del rapporto educativo: 1) Il soggetto dell'educazione (antropologia pedagogica) è Gesù abbandonato, il paradigma di qualsiasi carenza sul piano educativo, di qualsiasi “perché?” che necessiti di una risposta; paradigma, nel contempo, dell’amore che tutto dona: la vita, la verità, il sapere, la conoscenza. Per usare ancora le parole di Chiara, Egli ci indica “il limite senza limiti di tale bisogno e, nel contempo, il limite senza limiti della nostra responsabilità nell’educazione”. Gesù abbandonato, perciò, è il punto di partenza, la motivazione prima di ogni relazione educativa. 2) L'itinerario, il movimento che si realizza attraverso il rapporto educativo, è il passaggio, l’evento pasquale che conduce (teleologia pedagogica) verso /a finalità “uomo nuovo”: Gesù in mezzo, la vita dell’unità, la Trinità vissuta tra di noi, nella prospettiva del “che tutti siano uno”. 3) Come fare, nel rapporto educativo, per realizzare tale passaggio? Quale metodologia applicare? Potremmo qui esemplificare a lungo, entrando nei dettagli dell’esperienza di vita comunitaria, anche quella del Movimento dei focolari, che racchiude una miniera di accorgimenti pedagogici per rendere sempre più efficace il viaggio educativo. Un efficacissimo sunto metodologico è espresso nei vari punti del sempre attuale volumetto di Chiara La Carità come Ideale? (idee-chiave per la relazione interpersonale e per la vita comunitaria); anche la “vita degli aspetti”? indica una suggestiva e organica proposta su come realizzare un cammino educativo integrale in ogni ambito dell’ attività umana. Nel tema di Washington, Chiara propone la “prassi spirituale ed educativa dell’amore reciproco” e prospetta come modello Gesù, “il testimone più autentico e più esigente di cosa significhi essere educatori”: Egli “nella sua esperienza terrena, ha vissuto con intensità eccelsa la relazione interpersonale con gli altri”. E Chiara menziona alcuni atteggiamenti interpersonali praticati da Gesù, decisivi per ogni pedagogia, ai quali ora vogliamo accennare brevemente*. Gli atteggiamenti dell’educatore I. Accettazione Accettare l’altro come “tu”, come soggetto, cogliendo e apprezzando la necessaria “distanza” che separa e relaziona allo stesso tempo, è indispensabile requisito del rapporto educativo. Accettazione: dal latino accipio, accipere, vuol dire contenere l’altro e prenderlo con sé nella sua diversità; l’educatore accoglie, contiene e “concepisce” (la stessa derivazione di accipere) il tu nella sua unicità (come l’artista, che accoglie una forma nuova, unica, e concepisce l’opera d’arte originale). Tale disponibilità accettante da parte dell’educatore permette al soggetto in formazione di avvertire l’esperienza del rapporto autentico e attraverso questa esperienza egli stesso percepisce più chiaramente la propria unicità, riconosce se stesso come soggetto e si fa presente nel gioco della reciprocità. 2. Empatia Il rapporto educativo autentico si fonda anche sull’unicità e irripetibilità del soggetto stesso. E un “farsi uno” che unifica mentre rispetta e valorizza il senso della distinzione. Tale capacità di mettersi al posto dell’altro, di condividere il suo mondo pur restando se Gen's 2/2001 — pag. 16 — 46 riflessione stessi, è chiamata empatia ed è una forma di intuizione (andare al tu). L’educatore, per fare emergere il tu, deve spingersi verso questa comprensione dall’interno, che è immaginazione, “fantasia reale” (Martin Buber), “chiaroveggenza” (Victor Frankl): mettersi al posto dell’altro e immaginare ciò che ancora non è ma può diventare, Tale atteggiamento, pertanto, non va applicato soltanto alla condizione presente del soggetto, ma è anche aperto al futuro. Educare, infatti, significa anche preparare con chiaroveggenza il domani. 3. Lotta educativa Per educare non basta comprendere, non basta empatizzare, non basta prevedere. Il passo ulteriore che l’educatore deve compiere è la /otta educativa: un'immagine metaforica che evoca l'impegno, la fatica, il prezzo, le sconfitte e le vittorie che la dinamica educativa implica per chi ne è coinvolto. Non ci riferiamo certo ad un’azione distruttiva, come normalmente si intende nel parlare di lotta: qui usiamo il concetto in senso positivo, attribuendogli il significato di un complesso e dinamico rapportarsi al soggetto educativo per promuoverne le risorse, per potenziarne la personalità, per aiutarlo a diventare ciò che può e deve diventare. La “lotta educativa” è quindi l’appassionato € sempre nuovo dialogo educatore-educando attraverso il quale il primo aiuta il secondo a conformarsi — senza mai precludere spazi alla reciprocità e alla creatività — a quanto la “fantasia reale” consente di intravedere. La lotta educativa deve essere lotta con l’altro, perché non può prescindere dalla necessità di coinvolgerlo come soggetto in ciò che gli viene richiesto; lotta per l’altro, perché proprio lui è il fine dell’educazione; anche, all’occorrenza, lotta contro di lui, contro gli aspetti inadeguati del suo comportamento (passività, incoerenza, mancanza di impegno, egocentrismo, conformismo ecc.), che obbligano l’educatore a dire “non sono d’accordo con te”, “hai torto”, “puoi fare meglio” e ad agire di conseguenza. La lotta Gen's 2/2001 va posta come insostituibile ingrediente della prassi educativa, la quale in vari modi — come afferma Chiara — è anche “educazione al difficile”, proprio perché ogni essere umano ha bisogno di qualcuno che lo solleciti a migliorare. Abbiamo così percorso un itinerario tra gli atteggiamenti dell’educatore, il quale, spinto dalla speranza — che, come energia propulsiva, orienta e fa amare le finalità cui tendere (vedere Gesù nell’altro) — deve esserne “testimone”, portandoli come “testo interno”. Solo così il soggetto educativo può acquisire vera fiducia nell’educatore e in se stesso e rendere meno accidentata la propria ricerca del senso. Si tratta di modalità relazionali che non ammettono limiti di spazio, di tempo, di condizione personale e sociale: sempre, per primi, con continuità, in qualsiasi ambito, con ogni soggetto, in qualunque tappa della sua evoluzione. Chiara nel suo tema ha utilizzato un concetto che ci sembra particolarmente suggestivo: l’itinerario pedagogico è “andirivieni” tra l’abbandono e la Trinità. In conclusione, crediamo che il fondamento autentico del rapporto pedagogico possa essere intravisto proprio in questo andirivieni che lega strettamente la realtà — così intrisa di bisogni, di sofferenza, di “perché” e l’utopia (che per noi è utopia-realtà: Dio tra noi); un andirivieni di cui l’educatore può essere primo interprete e testimone nel cammino dell’educazione, che si configura come incontro dialogico chiamato ad una piena reciprocità illuminata dall’ Amore. Giuseppe Milan ) P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano 1971, p. 107. 2) In Scritti spirituali/3. Tutti uno, Città Nuova Ed., Roma 1996}, pp. 73-115. 3) Cf AA.VV. Come un arcobaleno, gli “aspetti” nel movimento dei focolari, ad uso interno, Roma 1999. 4) Per un possibile approfondimento di questa tematica rinviamo a: G. Milan, Disagio giovanile e strategie educative, Città Nuova Ed., Roma 2001 (in particola Parte terza: Gli atteggiamenti dell’educatore). — pag. 17 — testimonianza 47 Quale pedagogia per la pastorale giovanile? Un invito ai giovani: «Non contentatevi di piccole cose» di Giuseppe Petrocchi Presentiamo, per il suo valore pedagogico, una catechesi del vescovo di Latina in occasione della Giornata mondiale dei giovani durante il Giubileo. Ci sembrano pagine significative per la lucidità di analisi della situazione giovanile, per il rilievo dato agli aspetti positivi e per il taglio progettuale. L'autore offre proposte utili e coraggiose per una pastorale giovanile che sappia guardare in alto. tando ad una “diagnosi sociologica”, lar- gamente condivisa dagli esperti, un ampio settore del mondo giovanile contemporaneo è affetto da una sorta di “anemia spirituale” a carattere epidemico. La causa è da individuare nell’influsso patogeno di una cultura materialistica, edonistica, consumistica. Sembra, cioè, che nelle arterie dell’anima e della psiche di molti giovani circoli un “sangue spirituale” povero di risorse vitali, quindi carente di difese immunitarie contro i virus di una mentalità neopagana, invadente ed aggressiva. Detto in termini evangelici, dalle analisi risulta fortemente insufficiente la vitamina “C” (come carità) ed é invece tristemente alta la presenza della tossina “E” (sigla che sta per “egoite”: rattrappimento progressivo dell’io su se stesso). Sintomi del malessere giovanile Vorrei provare a raccogliere alcune manifestazioni tipiche di questa “malattia dell’anima”, formulando un elenco dei “10 sintomi principali” riscontrabili nel malessere che colpisce il mondo giovanile odierno. Vertigini di fronte ai tempi “totali” Dinanzi a prospettive che impegnano l’intero arco dell’esistenza il giovane sperimenta un senso di vertigine. Si resta abbarbicati all’oggi e dintorni. Di qui una marcata allergia al “per sempre”, la difficoltà a fare scelte definitive e radicali. Appartiene allo stesso atteggiamento di “provvisorietà cronica” la refrattarietà ad impegnarsi su temi sociali di ampio respiro. Tra i giovani — si legge in un recente documento dell’Episcopato italiano — appare «prevalente una cultura rinunciataria e frammentata, ripiegata sul privato... incapace di grandi progetti e di coraggiose spinte ideali» (E7C, n. 61). Narcisismo radicato Un narcisismo che genera un’attenzione amplificata su di sé e la tendenza alla autoaffermazione a tutti i costi. Di qui la pretesa del tutto e subito: con uno scarto negativo tra l’esigere (attestato su coefficienti molto alti) e il dare (generalmente modesto e fatto pesare). Gen's 2/2001 — pag. 18 — 48 testimonianza Non è difficile costatare frequenti casi di “scoliosi psichico-relazionali” dovute al continuo ripiegamento su di sé. Spiccato rigetto del sacrificio A tale rigetto si unisce anche una bassa soglia di tolleranza alla sofferenza, avvertita sempre e comunque come un attentato al proprio diritto alla felicità. Risulta conseguente a questo quadro esistenziale la fragilità nell’impatto con i problemi e la tendenza a reagire alle inevitabili frustrazioni o con l’atteggiamento depressivo o con un’irritata ricerca di risarcimento. Diventa facile, pertanto, contrarre la “sindrome dell’incompreso” e il “complesso dell’abbandonico” (tipico di chi si sente “escluso” sempre e comunque dalla stima e dall’affetto delle persone significative). Culto del divertimento Questo culto porta a contrarre facilmente la nevrosi dell’effimero, che si esprime nella ricerca di gratificazioni immediate, intense e fatue. Ciò espone ad una dipendenza dai messaggi seduttivi provenienti dall’industria che produce bisogni artificiali. Conformismo e consumismo ne risultano gli inevitabili derivati sociologici. Si riscontra ampiamente un forte tasso di suggestionabilità e di ansiosità pervasiva e di qui la ricerca di facili compensazioni nell’assunzione di sostanze stupefacenti, nell’alcol, negli psicofarmaci, ecc. Labilità affettiva Tale labilità è caratterizzata da grandi erogazioni emotive, ma di breve durata. L’umoralità prevalente sembra a “corrente alternata”, con forti oscillazioni tra esaltazione e scoraggiamento, entusiasmo e abbattimento, euforia e delusione. Scarsa è la stabilità del “cuore”. Anche i legami sentimentali risultano, con crescente frequenza, “intermittenti” e cadenzati da un’alta banda di oscillazione. Gen's 2/2001 Pensiero debole Il pensiero è troppo spesso circoscritto a questioni di portata modesta e condizionato dalla ricerca di interessi e del profitto individuale: frutto anche della difficoltà ad emanciparsi dalla comunicazione per immagini, tipica della comunicazione massmediatica. Etica solipsistica e relativizzata Ciò equivale a dire che ciascuno diventa misura del bene e del male. Viene tendenzialmente rifiutata ogni norma proveniente dall’esterno: si assegna il titolo di normalità al trasgressivo. Ciò causa un endemico offuscamento del significato della sessualità umana dovuto ad un dilagante erotismo: risultano facili i cedimenti alla tentazione di porre una gestualità disordinata e connotata da ricerca egoistica di piacere. Deprivazione della memoria Si ritiene che la lezione del passato sia poco significativa per affrontare il presente e progettare il futuro. L'esperienza di chi è “nato prima” viene facilmente estromessa, perché considerata “moneta fuori corso” e “medicina ormai scaduta”. Se il passato diventa un tempo esiliato, l’oggi si assolutizza, e il domani appare imprevedibile e minaccioso: di qui la tendenza a drammatizzare gli eventi e ad ingigantire singoli episodi che assumono proporzioni smisurate. Un senso confuso del sacro Il sacro subisce il fascino del prodigioso, dell’inedito, dell’alternativo, dell’occulto. La scala valutativa con cui si misura la validità di un’esperienza spirituale troppo spesso è tarata sul sensazionale (capacità di suscitare vibrazioni emotive forti) e sull’intimistico. I percorsi proposti dalle grandi religioni vengono omologati e confusi in un irenismo in cui le identità e le differenze si offuscano: anche il Vangelo diventa uno tra i tanti messaggi offerti negli stands del sacro. — pag. 19 — testimonianza 49 Appartenenza non impegnata «Appartenenza solo parziale e condizionata alla vita e alla missione della Chiesa» (PdV, n. 8), che induce a vivere una religiosità «desacralizzata, soggettiva, che assume funzione consolatoria e perde la funzione di bussola nell’orientare le scelte esistenziali» (Avvenire, 27 maggio 1999). Risorse straordinarie Sarebbe, questa, una “cartella clinica” desolante se non fosse equilibrata da numerosi fattori positivi, che sono indicatori non solo di una salute non irreversibilmente compromessa, ma esprimono risorse capaci di produrre straordinari sviluppi spirituali, sociali e culturali. La lista completa degli “aspetti favorevoli”, accertabili nei giovani di oggi, sarebbe grazie a Dio molto lunga. Lascio a voi il compito di tessere l’elogio di questa generazione. Mi limito solo ad alcuni accenni telegrafici: un’anima aperta alla ricerca religiosa, non più imbrigliata nei condizionamenti ideologici; attenzione moltiplicata ai valori della persona; sete di autentica libertà; apertura incondizionata al dialogo; centralità assegnata all’amicizia; importanza attribuita alla solidarietà e alla giustizia; bisogno di trasparenza e di autenticità; impegno per la pace; sensibilità ai temi della mondialità e della comunicazione globale, consentita anche dalle moderne tecnologie informatiche, nuova considerazione della dignità e della missione della donna; sano apprezzamento del valore della corporeità. Con questi brevi tratti descrittivi intendo sottrarre il discorso ad ogni pessimismo cupo e aprirlo sul versante della speranza, che è quello che ci prepariamo ad esplorare insieme. Una proposta ardita: la santità In “quest'ora magnifica e drammatica della storia” (CAL, n. 3), proprio dentro un tempo percorso da luci intense e da ombre dolorose, risuona, per i giovani, l’invito forte e insistente dell’Onnipotente: «Siate santi perché io sono santo» (Lv 11, 44). E un imperativo che Gesù ripresenta nel Vangelo, con un’assolutezza che lascia stupefatti e quasi smarriti: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (M? 5, 48). Proprio così: il Signore chiama i giovani di questo millennio a scalare le vette ardite e splendide della santità, fino a raggiungere “la perfezione della carità” (cfr CAL, n. 16). Di ciascuno di voi si può dire che: «Gesù fissatolo lo amò» (Me 10, 21). Colui che vi ha creato e conosce le fibre più nascoste del vostro cuore, ha un progetto meraviglioso che può realizzare solo se incontra il vostro “sì”. A voi per primi è rivolto l’invito stupendo e sconvolgente: «Vieni e seguimi» (cfr Mc 1, 16-20). Certo: se innalziamo lo sguardo fino ai vertici del monte santo e guardiamo con onesta umiltà la nostra condizione umana, afflitta da tanti malanni spirituali e psicologici, viene da dire — come purtroppo fanno tanti —: «Me ne resto accampato in pianura, alle falde del monte. L'ascesa su quelle pendici scoscese non fa per me: è una impresa da campioni; io al massimo sono in grado di spingermi fino alle propaggini di questa impervia altura: ma non più in sw». Sono pensieri da perdenti e da increduli: non tengono conto del fatto che da quando Gesù è morto e risorto la parola “impossibile” è stata cancellata dal dizionario del credente. Nella pasqua del Signore le nostre infermità sono state assunte e guarite e ci viene comunicata una vita nuova che ci rende davvero figli di Dio (cfr /Gv 3, 1). Chi pensa “in negativo” e da rinunciatario non pensa male solo di se stesso, pensa male di Dio, perché non si fida dell'amore del Padre, che non chiede mai qualcosa senza aver donato prima la forza per farla. Marciando in cordata con Gesù e facendosi accompagnare da amici veri si possono percorrere gli ardui sentieri della perfezione cristiana, fino ad arrivare alla cima, dove sono giunti i grandi santi: anche loro, quando sono partiti, erano come noi e da lassù ci incitano a diventare come loro. Gen's 2/2001 — pag. 20 — 50 testimonianza Il segreto? Considerare ogni istante un gradino da salire, facendo la volontà di Dio. Così tutti i giorni, ricominciando sempre, anche quando ci si accorge di aver sbagliato. Ciò che conta è non alzare mai bandiera bianca, perché abbiamo creduto all’ Amore (cfr /Gv 4, 16). Sant’Ireneo usa un’immagine ardita e commovente: dice che il Figlio e lo Spirito Santo sono le due “mani” del Padre, con le quali egli ci accarezza, ci abbraccia, ci sostiene e ci solleva verso di sé. (cfr Adv. Haer: IV, 4). Ciò che conta, dunque, è farsi amare da Dio-Trinità e riamare con lo stesso amore che è stato effuso nei nostri cuori (cfr Rm 5, 1). Permettetemi di confidarvi alcune idee, che proprio per il lungo contatto con tanti giovani si sono radicate dentro di me. La santità ha dei tratti comuni e ritornanti (il DNA della perfezione cristiana ha sempre come codice genetico di base la carità), ma presenta anche un volto che assume fisionomie diverse in ogni epoca della Chiesa. Pensate alla grande stagione del monachesimo; alla comparsa entusiasmante degli Ordini mendicanti; alle meraviglie compiute da Congregazioni religiose e da laici nell’opera dell’evangelizzazione, nell’assistenza ai poveri, nell’istruzione di schiere innumerevoli di ragazzi poveri, nel soccorso reso ai malati... Non basterebbe una enciclopedia per ripercorrere i sentieri tracciati dallo Spirito nella storia della Chiesa. La mia convinzione è che la santità del nuovo millennio avrà una “figura eminentemente comunitaria”. Una santità-Chiesa Lo Spirito ci convoca “in uno” perché occorre essere Chiesa per farsi santi. Da soli non si va lontano: sulle vie di Dio si avanza insieme, come «un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (S. Cipriano, De orat. dom., 23). Ma è anche vero che bisogna essere santi per essere Chiesa. Così è scritto in un recente documento del magistero: «I santi e le sante sem- Gen's 2/2001 pre sono stati fonte e origine di rinnovamento nelle più difficili circostanze di tutta la storia della Chiesa. Oggi abbiamo un grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità» (Sinodo dei Vescovi 1985, Relatio finalis, II, A, 4). Ai giovani di tutti i tempi i Padri del Concilio hanno scritto con speranza profetica: «La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore. Essa è la vera giovinezza del mondo (...), guardatela e troverete in lei il volto di Cristo» (Vaticano II, Messaggio ai giovani, 8/12/1965). Comprendete allora perché se si dovesse istituire l’Università dei Santi, io vi suggerirei di iscrivervi in massa al corso di laurea in “unità trinitaria” (così si diventa “dottori della Chiesa”!) e conseguire la specializzazione in “comunione”. Sì, oggi più che mai occorrono persone esperte in unità, affinché la Chiesa possa risplendere sempre più come “icona” viva della Trinità e annunciare con efficacia la buona novella, perché «solo una Chiesa comunione può essere soggetto credibile dell’evangelizzazione» (£7C, n. 27). E una santità così è una santità di serie A: infatti la carità che genera la comunione è la sintesi di tutte le virtù e la nemica di tutti i vizi. Insieme ai santi-di-comunione vi invito a riscoprire la comunione-dei-santi, che occupa un posto centrale nella vita e nella missione della Chiesa. Nessuno può considerarsi un “compartimento stagno”: tutti, volenti o no, siamo collegati come vasi comunicanti. E questa misteriosa osmosi spirituale non agisce solo tra noi che camminiamo nel tempo ma risulta ancora più attiva con quelli che hanno già varcato la soglia dell’eternità. Per questo «si è potuto dire che “ogni anima che si eleva, eleva il mondo”. A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione del peccato, per cui un’anima che si abbassa per il peccato, abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero» (Riconciliazione e penitenza, n. 16). — pag. 21 — testimonianza S1 Contemplativi nel mondo Ecco un’altra condizione irrinunciabile per essere i santi del nuovo millennio: mantenere la più alta unione con Dio-Trinità pur restando immersi nelle vicende del mondo. Detto in altre parole: dovete essere amici di casa nella dimora del Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. «Giovani di ogni continente — vi esorta il Papa —, siate contemplativi ed amanti della preghiera; coerenti con la vostra fede e generosi nel servizio ai fratelli, membra attive della Chiesa ed artefici di pace» (GMG XV, n. 3). In una cultura che abbonda di “voci fatue” la vostra esistenza deve risuonare come un’eco limpida e appassionata del Verbo-fattouomo. In un mondo che, pur avvertendo la nostalgia dell’ Assoluto, sembra disperso nel deserto dell’effimero, voi dovete essere anime-specchio che, riflettendo il divino, consentono, anche ad occhi non più abituati a guardare in Alto, di scoprire il volto del Padre che è nei cieli. Forti della croce Si sa che «il cammino che conduce alla santità comporta l’accettazione del combattimento spirituale» (VC, n. 38). La Scrittura lo dice a note chiare: chi vuole entrare nel regno di Dio deve attraversare molte tribolazioni (cfr At 14, 22). Ma l’annuncio della croce non vi fa paura anzi rafforza la vostra speranza, perché avete imparato a fare Pasqua: ogni giorno e insieme. «La croce, che sembra innalzarsi da terra, in realtà pende dal cielo, come abbraccio divino che stringe l’universo» (GMG XV, n. 2): tutto vince, tutto guarisce, tutto trasforma. E su ogni amore-crocifisso si accende la luce della risurrezione. Da questa fonte misteriosa scaturisce la forza che vi rende capaci di vincere il mondo (cfr 1Gv 2, 14) e di offrire la testimonianza della comunione. Proprio il Papa proclama davanti al mondo, che «la croce cammina con i giovani e i giovani camminano con la croce» (GMG XV, n. 1). Portatori della gioia Nella nostra epoca c’è una sovrapproduzione di occasioni di piacere, ma si registra una drammatica carestia di gioia. Essa non può essere comperata nei supermercati della società dei consumi. E non può che essere così. La gioia, infatti, è un bene spirituale: non scaturisce dalla semplice soddisfazione dei propri desideri, ma fiorisce dalla carità, cioè dall’amore accolto e donato secondo la volontà di Dio. Ecco perché nella civiltà tecnologica «il denaro, le comodità, l’igiene, la sicurezza materiale spesso non mancano; e tuttavia la noia, la malinconia, la tristezza rimangono sfortunatamente la porzione di molti» (Paolo VI, La gioia cristiana, n. 1). Purtroppo da tempo è in atto una grande mistificazione: hanno pubblicizzato come “cava della gioia” la moderna discarica di idee e di comportamenti neopagani. E tanti giovani restano ipnotizzati da questi surrogati di felicità: pensano di rifornirsi di gioia, invece trovano solo delusione e noia. La gioia vera, quella che il mondo non può dare, si raccoglie solo dall’albero della croce, piantato sul terreno della carità. Fiorisce, dunque, e fruttifica abbondante nei campi del Vangelo vissuto. E «gioia esaltante dell’esistenza e della vita; gioia dell’amore casto e santificato; gioia pacificante della natura e del silenzio; gioia talvolta austera del lavoro accurato; gioia e soddisfazione del dovere compiuto; gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione; gioia esigente del sacrificio» (Paolo VI, La gioia cristiana, n. 1). In mezzo a tanti giovani sazi ma con l’animo spento, voi siete inviati come i testimoni credibili e contagiosi del “di più” di Dio. Gioia e santità sono termini reversibili e direttamente proporzionali: quanto più cresce l’uno, tanto più aumenta l’altro. Per la nuova evangelizzazione del mondo giovanile occorre un’effusione di gioia: voi siete gli apostoli della letizia dell’ Altissimo, come grazia ricevuta e donata. Sta scritto infatti: la gioia di Dio è la nostra forza (cfr Ne 8, 10). Gen's 2/2001 — pag. 22 — 92 testimonianza Santità missionaria Di nuovo diamo la parola al Papa: «Nel nostro tempo, secolarizzato e pur affascinato dalla ricerca del sacro, c’è particolare bisogno di santi che, vivendo intensamente il primato di Dio nella loro esistenza, ne rendano percepibile la presenza amorosa e provvida. L’umanità ha bisogno... di giovani che abbiano scoperto personalmente Cristo e ne siano restati affascinati così da appassionare i loro coetanei alla causa del Vangelo». Sono persuaso che quando lo Spirito del Risorto ha pensato ad un lievito evangelico da spargere tra le nuove generazioni, per fermentarle con la potenza della parola e della grazia, ha pensato proprio a voi. Non abbiate paura di essere giovani contro-corrente. Sono i profeti i veri costruttori di un mondo nuovo: perché solo chi ha il coraggio di cambiarsi può cambiare il mondo in cui vive. Andate in mezzo ai vostri compagni, e gridatelo con coraggio: «Non mettete la vostra vita in garage» (cfr Raoul Follereau, // libro d'amore, A.I.F.O. 1999, p. 77). Annunciate loro non un Dio lontano, conosciuto solo “per sentito dire”, ma il Verbo della vita, che si è fatto carne ed ha posto tra noi la sua tenda. Lui e lui solo ha il potere di renderci figli di Dio e uomini tutti interi. Infatti «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa anch'egli più uomo» (GS, 41). Chi vuole può incontrarlo: anche oggi. Dove? Nella comunità ecclesiale, di cui voi, a titolo speciale, siete il volto simpatico e il sorriso fraterno. Fatevi eco dello stile missionario, antico e sempre nuovo, dell’apostolo Giovanni, che proclamava, con trascinante convinzione: «Ciò che era fin da principio, il Verbo della vita.... quello che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (/Gv 1, 2-3). Atleti dello spirito Santi non ci s’improvvisa. Anche la muscolatura dell’anima, come quella del corpo, ha bisogno di palestra: e non di un allenamento occasionale, ma di un esercizio continuo, fatto di ascolto della Parola, di sacramenti vissuti con responsabile fede e Gen's 2/2001 regolare frequenza (specie la confessione e l’eucaristia), di preghiera profonda e quotidiana, di vita interiore curata anche con l’aiuto di una guida esperta, di amore alla croce abbracciata con gioia, di tanta pratica nella carità scambievole. Volete un indirizzo-sintesi dove trovare in sovrabbondanza ogni opportunità di crescita spirituale? Eccolo: mettetevi alla scuola di Maria. Lei, modello dei credenti, vi insegnerà l’arte di amare Dio e i fratelli. E sarà a vostro fianco, sempre, con l’affetto e la sollecitudine di una mamma premurosa, fino a rendervi santi e immacolati nella carità (£/1, 4). Pellegrini nel tempo, protesi verso l’eterno Non permettete a «una civiltà commerciale, edonistica, materialistica che tenta ancora di spacciarsi come portatrice di avvenire» (Paolo VI, ibid., n. 6), di murare i vostri orizzonti dentro le pareti anguste di una temporalità asfissiante, perché chiusa in se stessa. Mantenete la mente e il cuore spalancati sull’eternità. Solo chi mantiene la bussola dell’anima orientata alle cose che non passano può impegnarsi a edificare quaggiù la civiltà dell’amore. Voi avete «una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi cose grandi» (Vita consecrata , n. 110). Siete le avanguardie della Chiesa, che marcia, nel tempo, verso la Gerusalemme celeste: voi costituite la «prossima tappa storica del popolo di Dio» (Paolo VI, ibid., n. 6). Camminate sereni, ponendo nel Signore la vostra fiducia, e non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello della carità vicendevole (cfr Rm 13, 8), poiché «l’amore è l’unico passaporto valido per l’eternità» (Frangois Pavreau). Come vescovo guardo con ferma speranza al futuro. Mi chiedete perché? Innanzitutto perché confido nella Provvidenza, che sempre agisce nella storia. Ma c’è anche un’altra ragione, che mi consente di guardare al domani con fondato ottimismo. Volete sapere quale? Perché il domani siete Voi. Giuseppe Petrocchi — pag. 23 — esperienza 93 Nella pastorale bisogna capire l’altro mettendosi dalla sua parte Prima di tutto curare il rapporto di Carlo Malavasi L'esperienza delle popolazioni dell’Emilia- Romagna in Italia è stata particolarmente segnata dall’anticlericalismo prima e dal comunismo poi. Attualmente è molto diffuso l’indifferentismo religioso, ma contemporaneamente, soprattutto tra i giovani, c'è la ricerca dei valori. I pastori sono preparati a farli riscoprire in un dialogo aperto e sincero? N° mesi scorsi 13 giovani, dai 16 ai 30 anni, si sono rivolti alla nostra parrocchia per chiedere di ricevere il sacramento della cresima. La tipologia delle persone era molto varia: una diciassettenne in attesa di potersi sposare portava in sé la piccola figlia; lei ha invitato anche sua sorella ed un’amica entrambe di 16 anni. Queste venivano a conclusione della loro giornata di lavoro, spesso della durata di oltre dieci ore, e non avevano ancora fatto cena. Accanto alla giovane mamma sedeva il padre della figlia, pure minorenne. Facevano parte del gruppo anche due commercialisti, conviventi per necessità, poi una coppia di fidanzati, più un fratello di lui, due giovani donne già sposate religiosamente e un uomo sposato solo nel civile. Di questi una sola persona si è dichiarata praticante, mentre tutti gli altri, da anni ormai, non avevano alcun rapporto con la Chiesa e due dovevano ancora ricevere la prima comunione. Una scelta difficile Cosa fare? Imporre norme o amare per primi? Ho parlato con Bruna, impegnata anch’essa in questa avventura ed abbiamo deciso che dovevamo donare solo l’amore fino a far sperimentare loro la presenza di Gesù tra coloro che si riuniscono nel suo nome. All’inizio abbiamo provato una sensazione di disagio, perché eravamo come due gruppi che si osservano: loro senza una pur minima preparazione religiosa si sentivano al di là, mentre Bruna ed io eravamo sull’altra sponda. Bisognava colmare il fossato. Ma come? Abbiamo fatto una scelta coraggiosa. Sin dalla prima sera abbiamo detto loro: «La cresima, se la desiderate, è assicurata per tutti: sarete ammessi senza alcuna difficoltà. Farete solo i passi che vi sentirete di fare». È stata una scelta difficile. Era un rinunciare a fare le cose “per bene”, a richiedere, ad esempio, che iniziassero a partecipare alla messa festiva, che si accostassero al sacramento della riconciliazione e della comunione. Non nascondo che personalmente ho passato momenti di dubbi, mi sembrava quasi di tradire le norme della Chiesa. Poi mi sono Gen's 2/2001 — pag. 24 — 54 esperienza superato. Non diceva san Girolamo che preferiva essere giudicato da Dio per aver usato troppa misericordia piuttosto che troppa giustizia? Per i nostri amici questo gesto di fiducia è stato importante, forse determinante. Si sono sentiti subito accolti con amore da chi rappresentava la Chiesa. Scoprire i valori nascosti in ognuno Ben presto si è sviluppato un dialogo a tutto campo, spontaneamente, con scambio di esperienze e di convinzioni umane e religiose. Ognuno manifestava quello che era: la propria storia, le personali convinzioni, le scelte di vita, i desideri da realizzare. In questo clima di ascolto reciproco venivano alla luce valori nascosti ma molto importanti, come la fedeltà alla parola data, la generosità davanti a chi è nel bisogno, la sincerità. Ogni volta noi mettevamo in rilievo che questi sono valori evangelici e ogni sera vedevamo crescere la loro gioia. Anche noi abbiamo narrato qualcosa della nostra vita, come le esperienze sulla Parola vissuta, i fallimenti e l’impegno quotidiano nel ricominciare, fidandoci dell’amore del Padre. Questa libertà e questo distacco da quanto avevamo di importante in cuore per donarlo solo al momento opportuno, ci venivano ricambiati con uguale misura. E quando ci è sembrato che loro desiderassero conoscere i tesori della fede, ci siamo sentiti liberi di proporre tutto quello che la Chiesa dice sulla vita cristiana, sui sacramenti, sui valori da vivere nel fidanzamento, ecc. Avevamo iniziato chiedendo loro in “quale Dio” credevano ed ora potevamo narrare la nostra scoperta di Dio Amore, come mettere in pratica la sua volontà, ascoltando la voce della coscienza, e proporre l’arte di amare che porta all’unità, e tanti altri aspetti del Vangelo. Erano assetati e accoglievano tutto con interesse: assorbivano e gioivano. Gen’s 2/2001 Alla fine del corso ho visto qualcosa che mi ha sbalordito: sia chi conviveva sia chi era solo fidanzato, tutti desideravano impegnarsi nel vivere la castità per preparasi bene al matrimonio. Quanto alla partecipazione alla messa domenicale non solo non avevano nessuna difficoltà, ma sarebbe stato ormai difficile non farlo. E quando abbiamo parlato del sacramento della riconciliazione, ci hanno chiesto di insegnar loro come far bene questo passo, perché o non l’avevano mai fatto o comunque non ne ricordavano nulla. E in prossimità della cresima tutti hanno chiesto un incontro personale per ricevere il sacramento della confessione. Dio opera nella gioia In questo clima d’amore vero e disinteressato, ci veniva restituita senza misura la fiducia che avevamo riposto in loro all’inizio. La sera prima della cresima ciascuno ha voluto ricordare che cosa erano stati i nostri incontri nei quattro mesi di preparazione. Il commercialista: «Questa era la mia ora di oasi settimanale dopo la fatica del lavoro». La sua fidanzata affermava: «Qui ho trovato sempre Gesù». Ognuno diceva la propria gioia. Ci narravano quanto fossero cambiati i rapporti fra i fidanzati o con il coniuge o con i genitori e con i colleghi sul posto di lavoro. Quando il sacerdote ha iniziato a narrare la sua esperienza di questo corso dicendo: «Per amarvi, ho rinunciato a tutto, ad ogni sicurezza, per mettermi dalla vostra parte», era interrotto dai presenti che, quasi in coro, dicevano: «Ed ora noi tutti siamo dalla tua parte». Siamo stupiti di come si sentono persone nuove, forse fatte nuove da un amore che non giudica, cerca di ascoltare e sa “perdere” anche il tempo. Ma anche noi ci sentiamo nuovi. Carlo Malavasi — pag. 25 — attualità ecclesiale 55 La Chiesa in Italia UD Riforma della scuola in Italia L’attuale passaggio dal secondo al terzo millennio è segnato, per varie ragioni, dall’emergenza “formazione”, anche se non tutti la pongono correttamente in evidenza. Tutti i governi sono impegnati a ripensare la fisionomia e l’organizzazione dei sistemi formativi, a studiare forme più efficaci di rapporto tra scuola e lavoro, ad adeguare i programmi di insegnamento e, soprattutto, a sconfiggere le permanenti sacche di analfabetismo, sottoanalfabetismo, marginalità culturale, ad integrare un insufficiente senso della cittadinanza, a rafforzare il reticolato dei valori comuni. Si tratta di una notevole opera di ripensamento che si svolge all’interno di profondi processi di transizione, quali ad esempio il fenomeno della globalizzazione, che non riveste solo un carattere economico ma coinvolge e condiziona la coscienza e la libertà del soggetto, i processi migratori accompagnati dal forte ritorno dei localismi, le imponenti dimensioni della comunicazione che ci ha ormai introdotti nella “civiltà del telecosmo”. In questa opera di innovazione, tra i vari documenti orientativi, si colloca il rapporto all’UNESCO della Commissione Internazionale sull’educazione per il XXI secolo (Rapporto Delors), nel quale vengono illustrati i pilastri dell’educazione o meglio alcuni principi guida che intendono ispirare la riorganizzazione dei sistemi formativi dei diversi Paesi. In tale contesto anche l’Italia ha avviato da alcuni anni un complesso e articolato progetto di riforma dell’intero sistema nazionale di istruzione e di formazione. Siamo ormai giunti alle tappe finali e con il prossimo anno scolastico 2001-2002 inizieranno ad entrare gradualmente in vigore, insieme all’autonomia, anche i nuovi cicli dell’istruzione. Senza addentrarci nei particolari delle leggi già approvate, ci interessa sottolineare che la riforma andrà correttamente in porto se saprà porre effettivamente al centro la crescita globale e la piena valorizzazione della persona, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e delle identità di ciascuno, e se i processi formativi saranno fondati su una corretta relazione educativa. Il successo della riforma e gli indispensabili correttivi che vi andranno apportati dipendono dal coinvolgimento dei docenti e dal coraggio di puntare su una riqualificazione della loro professione. A livello di riflessione pedagogica, vale la pena di sottolineare alcuni orientamenti di fondo, finalizzati a sostenere l'impegno dei cattolici nella scuola. Per una società schiacciata sull’immediatezza, giocata tutta sull’emotivismo dell’istante, occorre attivare una educazione che sia in grado di maturare nelle persone atteggiamenti interiori che sappiano restituire identità e unità alla persona stessa. Questo esige che l’impegno educativo si configuri come un apprendistato della vita di relazione. Nell’epoca della realtà virtuale l'impegno educativo, non solo nella scuola, ha una grossa chance: quella del rapporto interpersonale che nessuna rete di internet potrà mai surrogare. Ma questo apprendistato della vita di relazione diventa positivo se viene inscritto Gen's 2/2002 — pag. 26 — 56 attualità ecclesiale non all’interno di una logica utilitaristica o egocentrica, ma di autentica apertura e dialogo reciproco. Il rapporto interpersonale deve essere esercitato a partire dal primato del noi, a partire dal primato della terza persona. Perché solo a partire da lì si può, nella scuola e anche negli altri ambienti educativi, allenare al tirocinio della gratuità. Questo primato del noi ha la capacità di far “entrare” nella società, dove a volte domina una logica di interesse, ma anche di “far uscire” dalla società, nel senso di suggerire livelli di gratuità che oltrepassano la società. Guardando agli esiti e alle prospettive che potranno scaturire dall’attuazione delle riforme, credo valga la pena di sottolineare che la scuola potrà adempiere al suo servizio alla persona, anzitutto ponendosi come spazio di comunicazione interpersonale. L’educazione infatti — come scrive Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie — «è una comunicazione vitale, che non solo costruisce un rapporto profondo tra educatore ed educando, ma li fa partecipare entrambi alla verità e all’amore, traguardo finale a cui è chiamato ogni uomo» (n. 16). I vescovi italiani seguono con grande attenzione le trasformazioni che interessano le istituzioni scolastiche e formative. Gli organismi della C.E.I. che curano questo ambito, da alcuni anni operano su due versanti: da una parte cercano di aiutare le comunità cristiane a farsi sempre più aperte verso le tematiche della scuola, intesa come un’istituzione avente come fine la promozione e la formazione della persona in quanto tale; dall’altra elaborano progetti specifici e di qualità per sostenere gli educatori e gli operatori scolastici, chiamati oggi a ritrovare le motivazioni profonde del loro impegno Gen’s 2/2001 responsabile e professionale in un sistema scolastico in radicale trasformazione. Vincenzo Zani DM «Vivere nel concreto la comunione» Alla chiusura della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a San Paolo fuori le mura hanno preso parte 22 delegati delle altre Chiese. Durante la celebrazione liturgica della Parola il Papa, tra l’altro, ha detto: «Nel secondo millennio siamo stati opposti e divisi, ci siamo reciprocamente condannati e combattuti. Dobbiamo dimenticare le ombre e le ferite del passato ed essere protesi verso l’ora di Dio che viene. Purificare la memoria significa anche edificare una spiritualità di comunione, ad immagine della Trinità, che incarna e manifesta l’essenza stessa della Chiesa. «Dobbiamo vivere nel concreto la comunione che, quantunque non piena, già esiste tra noi. Lasciando alle spalle i malintesi, dobbiamo incontrarci, conoscerci meglio, imparare ad amarci reciprocamente, collaborare fraternamente insieme per quanto ci è possibile fare. Il dialogo della carità, tuttavia, non sarebbe sincero senza il dialogo della verità». Il metropolita Gennadios, rappresentante del patriarca Bartolomeo I, ha commentato in un'intervista alla Radio vaticana: «Ho ammirato la forza del Papa, il suo coraggio, il suo amore, la sua speranza di realizzare la volontà di Dio». a cura della redazione — pag. 27 — esperienze IT Flash di vita U Pastorale vocazionale Dopo tre anni di lavoro in una parrocchia dove moltissimi giovani venivano alla messa e partecipavano ai gruppi mi è stato chiesto un servizio come viceparroco in un’altra parrocchia, dove alla messa domenicale i giovani si vedevano proprio poco. Riflettendo su questa situazione insieme al parroco, con cui condividevo la spiritualità dell’unità, ambedue avevamo l’impressione che il nostro primo impegno non era di portare i giovani alla messa. Questo lo poteva fare solo Dio. A noi spettava aprirci, con il massimo rispetto e con amore disinteressato, a tutte le persone che incontravamo. Il primo anno ho fatto la conoscenza di tanti giovani, sempre fuori della chiesa, durante incontri, giornate ricreative, campeggi... Ho cercato di interessarmi del loro mondo, abbiamo organizzato gite, a volte abbiamo fatto anche delle pazzie, fino a giocare per un’intera notte. Sono nate delle amicizie e con qualcuno una vera confidenza. Ogni giorno, insieme al parroco, ho affidato questi giovani al Padre. Dopo un anno ci è sembrato che alcuni erano pronti a conoscere Gesù e a sperimentarne la vita. Ma sarebbe stato impossibile farlo conoscere con le parole, perché non erano interessati a sentirne parlare. Ci è venuta allora un’idea: possiamo farlo vedere non attraverso un filmato, ma vivo; non per qualche momento, ma per una settimana intera. Avevo in programma una settimana di vacanze con l’amico Beda, un sacerdote di un’altra parrocchia, non solo per riposarci e per conoscere un nuovo ambiente, ma prima di tutto per stare insieme da veri fratelli, amandoci come Gesù ci ama. E abbiamo offerto ai giovani la possibilità di stare con noi. Ne sono venuti 10, ragazzi e ragazze, delle nostre due parrocchie, quasi tutti non praticanti, ma nostri veri amici. Quasi automaticamente hanno cominciato a vivere come noi: l’uno per l’altro e nessuno per se stesso, superando con facilità, quasi senza accorgersene, i propri limiti e i propri gusti. Qualcuno, a cui il calcio non piaceva, ha preso parte al gioco ed è rimasto felice. Ad un certo punto ognuno era spontaneamente disponibile per l’altro. Ed è avvenuto ciò che avevamo desiderato: hanno potuto vedere, toccare Gesù. E entrato nella loro vita un nuovo personaggio, fino a quel momento totalmente sconosciuto. Un giovane che poche settimane prima affermava di non riuscire ad immaginarsi che Dio potesse esistere, diceva: «Mi sembrava che qualcuno — penso Gesù — si aggiungesse al nostro gruppo dicendo: “Ci sto anch’io nel dare la vita per voi”». Durante quella settimana è nato un piccolo seme che senz'altro voleva crescere. L’idea di dar vita ad un gruppo giovanile che si incontrasse regolarmente, era per noi sacerdoti attraente, ma non l’abbiamo attuata. Sapevamo infatti che noi non possiamo forzare la crescita del seme; a noi spetta irrigarne il terreno. Sarà Dio a farlo sviluppare. Ciò significava interessarmi ancor di più di ciascuno personalmente. «Com'è andata quando sei tornato a casa? Hai potuto raccontare qualcosa ai tuoi? Hanno capito? E a scuola? La gioia è rimasta? ...». Telefonate Gen's 2/2001 — pag. 28 — 58 esperienze anche di un ora: ascoltare ed ascoltare, senza aspettarmi niente. Sentivo di dover spostare tutte le mie preoccupazioni e idee per potermi interessare solo alla persona che avevo davanti. Conoscendo così ogni giovane da vicino arrivava l’occasione di poter dire, per esempio, ad Andreas: «Sai che Evelyne sta facendo un’esperienza simile alla tua?». Poi da alcuni di loro si faceva insistente una richiesta: «Sarebbe bello ritrovarci insieme». Così abbiamo cominciato a scambiarci le esperienze fatte e senza accorgerci è nato non un gruppo, ma un punto d’incontro regolare con la sfida di continuare nel quotidiano la vita conosciuta nelle vacanze. Nel corso di due anni, l’amore come ce lo propone Gesù nel Vangelo è diventato sempre più l’ideale e la vita di questi giovani che, con sorpresa, si sono scoperti cristiani vivi, parte della Chiesa. Automaticamente si sono aggiunti altri, compagni di scuola ed amici, portando sempre una nuova ricchezza di idee, dando vita ad iniziative varie non solo per i giovani ma anche per i bambini. Era affascinante vedere come ciascuno aveva la sua personalità, la sua vita e la sua vocazione. Se Thomas ha trovato presto un rapporto personale con Dio ed ha scoperto la messa, Andreas riusciva a creare dei rapporti bellissimi con tutti, ma non con Dio. Ciascuno aveva la sua bellezza che cercavo di scoprire e di mettere in evidenza. Sono nati così due piccoli gruppi, uno di 5 ragazze ed uno Gen's 2/2001 di 4 ragazzi, che sentivano dentro l’esigenza di approfondire maggiormente la vita del Vangelo. A questo punto i giovani scoprivano la spiritualità dell’unità come una sorgente di luce per andare in profondità e tradurre il Vangelo in vita. Nasceva tra noi una vera comunione. Ogni incontro con tutto il gruppo o solo con qualcuno di esso significava non solo per loro, ma anche per me, una grande gioia, una luce per la mia vita e per le attività in parrocchia. Vedevo fiorire un pezzo di Chiesa viva per la presenza del Risorto tra noi. In quest’atmosfera o meglio per questa presenza di Gesù in mezzo a noi, i giovani hanno percepito la chiamata di Dio. Così un giovane elettricista s’incammina verso il sacerdozio; una ragazza di 17 anni sente sempre più chiaramente di dover seguire Gesù con radicalità, anche se con una certa trepidazione e timore; un giovane, che aveva iniziato la carriera militare, butta all’aria i suoi progetti, perché capisce che Dio vuole qualcos’altro; uno studente si mette sempre più radicalmente al servizio della parrocchia. Devo dire che questo cammino con i giovani era per me una continua gradevole sorpresa nel contemplare il lavoro dello Spirito in loro. E ogni incontro mi arricchiva di qualcosa di nuovo che mi aiutava a seguire Dio con più decisione. Ruedi Beck — pag. 29 — domande aperte 59 Dialogo con i lettori 5 fe catechesi è un aspetto fondamentale della funzione educativa della Chiesa e dello {CL stesso ministero sacerdotale. Cosa consiglieresti per renderla più feconda ed efficace?» O Il cuore di una catechesi vitale Ricordo un libro edito diversi anni fa che raccoglieva gli atti di un congresso d: catechetica realizzato a Rocca di Papa, dal titolo: Per una catechesi vitale. Oggi tutti riconoscono che la catechesi non può ridursi a “lezioni”, a trasmissione teorica di nozioni, ma ogni incontro catechistico deve proporre un cristianesimo calato nella vita quotidiana e nella storia concreta dell’umanità. È una conseguenza della consapevolezza raggiunta nella cristianità che tutte le verità di fede hanno delle conseguenze importanti per la vita della persona e della società. E che il nostro cristianesimo è misurato, prima ancora che dall’esattezza delle affermazioni teologiche, dalla coerenza e radicalità della nostra vita evangelica. In altre parole, è come se risuonasse anche per la catechesi il detto biblico «siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori» (Ge 1, 22). La finalità della catechesi infatti è quella di produrre un incontro vitale con la Parola di Dio, che possa interpellare, orientare, trasformare la vita. Questo sembra ormai quasi un’affermazione banale, universalmente riconosciuta, ma quando lo si vuol far passare nella prati- (Parroco ed équipe di catechisti - Abruzzo) ca, non risulta facile aiutare i catechisti a capire come attuarlo. Infatti, avendo lavorato molti anni nella formazione dei catechisti, la maggior parte dei miei sforzi creativi erano rivolti a cercare modi diversi di presentare soprattutto un’idea: far catechesi significa sostanzialmente seminare la Parola di Dio e poi accompagnarne la crescita. Più in concreto, quello che non può mancare in nessun metodo catechistico è di fare, alla fine di ogni incontro, una proposta da vivere a partire dell’insegnamento di quel giorno, e nell’incontro seguente prevedere sempre lo spazio per raccontarci reciprocamente come l’abbiamo vissuta. E” il modo per far sì che le realtà di fede che proponiamo scendano nella vita. In altre parole, l’obiettivo della catechesi è quello di tendere a fare dei veri discepoli di Gesù, che imparino a pensare, ad agire, a vivere come lui. Il successo della nostra catechesi si vede dalle “conversioni” che Dio opera, dai frutti che produce nelle persone, nelle famiglie, nei posti di lavoro, nell’impegno ecclesiale e sociale, e via discorrendo. Direi che in questo senso, se molti aspetti possono risultare importanti per la catechesi (come l’atteggiamento positivo delle persone che la ricevono, i testi usati, il modo aggiornato, didattico ed inculturato di proporla), la realtà decisiva sono i catechisti. Perché i migliori testi e contenuti, con catechisti che non sappiano donare e suscitare vita, diventano inefficaci; mentre catechisti che partano Gen's 2/2001 — pag. 30 — 60 domande aperte da un’esperienza personale e comunitaria evangelica, saprebbero ricavare frutti di vita praticamente da qualunque testo. Il Vaticano II assieme a documenti e studi ecclesiali di tutti i generi, mettono oggi in rilievo ciò che è il centro del messaggio evangelico: Dio è Amore, e il suo progetto sull’umanità è far circolare quello stesso amore fra gli esseri umani. Ancora nella sua ultima lettera aprendo il Terzo Millennio, il Papa riafferma che «la comunione incarna e manifesta l’essenza stessa della Chiesa». E poi aggiunge, echeggiando la prima lettera ai Corinzi: «Tante cose saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa, ma se mancherà la carità (agape) tutto sarà inutile». Così è, ovviamente, anche nella catechesi. Quindi, per dirlo da una prospettiva intonata con tutto il presente numero della rivista, il rapporto è al centro della catechesi. Non per niente si parla di “catechesi relazionale” e della necessità che i catechisti possiedano una “personalità relazionale”. E ciò almeno in un triplice senso. In primo luogo perché la catechesi deve poggiare su un rapporto di carità autentica all’interno del corpo dei catechisti, e fra il catechista e coloro che ricevono la catechesi. Questo, come in ogni rapporto pedagogico, fa sì che le persone si aprano maggiormente al messaggio positivo che ricevono, ed abbiano più luce per capirlo e per metterlo in pratica. In fondo, le proposte di vita che facciamo attraverso i vari livelli di catechesi, non hanno altro scopo che insegnare l’arte di saper rapportarsi con tutto e con tutti secondo la mentalità ed i valori del Vangelo. Rapporti che siano uno spiegarsi dell’amore evangelico in tutti gli ambiti dell’esistenza. Infine, da decenni, i documenti ecclesiali (dal Vaticano II al Sinodo dei vescovi del ?77 sulla catechesi, dalla Catechesi tradendae al recente Direttorio Generale della Catechesi, per citarne solo alcuni più importanti) si riferiscono alla comunità come origine, luogo e fine della catechesi. Ed è logico, perché da una parte la testimonianza di una autentica comunità cristiana supporta e fa credibile la Parola che trasmettiamo, e dall’altra «accoglie i catechizzandi in un ambiente fraterno in cui potranno vivere nel modo più pieno ciò che hanno appreso» (DCG, 220). Poiché ho accennato alla lettera Novo mi/- lennio ineunte, vorrei concludere con una sua frase che mi è sembrata un programma anche per la catechesi: «Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscete, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia». Enrique Cambén Dal 26 al 28 giugno 2001 a Castelgandolfo (Roma) il Movimento sacerdotale dell’Opera di Maria promuove un Convegno internazionale teologico pastorale per sacerdoti diocesani, diaconi permanenti e seminaristi sul tema «I Movimenti ecclesiali per la nuova evangelizzazione» Gen's 2/2001 — pag. 31 — — PERCHÉ È DE TUTTI \ Notizie dal mondo dei seminari - 29 —_ SIANO\/ | bbiamo avuto in visita l’incaricato per le vocazioni di —@ cura della segreteria A una grande diocesi di lingua tedesca. Sotto l’urto della internazionale secolarizzazione, questa Chiesa locale sta vivendo del movimento gens momenti di tensione e crisi. Su un milione di cattolici, i candidati al sacerdozio sono appena 15. A voce alta, molti reclamano l’abolizione del celibato sacerdotale. Non è questa la soluzione a cui pensa il nostro ospite. E non sono nemmeno articolate campagne pubblicitarie, come si sono tentate in posti, dagli USA alla Germania, che vivono analoghe situazioni. Le convinzioni che ci ha manifestato il nostro interlocutore e che si sono rafforzate in questi giorni, sono altre. Innanzi tutto: il celibato sacerdotale agisce come segno, se cammina mano nella mano con uno stile di vita semplice ed essenziale e con la piena disponibilità. Vale a dire: con la povertà e l’obbedienza, vissute. Altrimenti non “parla”. Dall’altra parte: ogni persona umana ha una sua chiamata; chiamata che si presenta non di rado in veste “laica” e come tale concorre ad edificare il Regno di Dio. Per il bene della Chiesa e del- \ are l’umanità, si tratta di promuovere e l’uno e l’altro aspetto. Ma con " quali programmi? pazi Riscontriamo, nel nostro ospite, ancora una volta un’opzione di della semplicità: niente frenesia né attivismo. Si tratta di scoprire, nella a Chiesa, quello che lo Spirito fa crescere, sotto la superficie dell’ap- comunione parente crisi. Valorizzare le esperienze autentiche, vive, e metterle “in rete” tra loro. Favorire, soprattutto, momenti in cui si possa realizzare un ambiente di comunione, di donazione, sulla base del Vangelo. E lasciare che così la Chiesa rinasca e con essa lè vocazioni. Convinzioni che in maniera sorprendente sembrano riecheggiare la voce di un Papa che, sulla soglia del nuovo millennio, non perde occasione per reclamare una “spiritualità della comunione” come presupposto di ogni attività ecclesiale. Ne ha scritto, con parole inequivocabili, nella Novo millennio ineunte. E ne ha parlato ai nuovi Cardinali, ribadendo che essi venivano costituiti “a far sì che /a spiritualità della comunione cresca nella Chiesa”. E’ torriato sul tema, a proposito del Convegno diocesano a Roma nel prossimo giugno, e poi ancora coi parroci della Città: “La Quaresima è tempo favorevole per far crescere in ogni comunità quella spiritualità di comunione che dall'incontro più intenso con il Signore rifluisce nei rapporti reciproci (...) Risulta decisiva in ogni comunità la comunione presbiterale, che si manifesta nella fraternità vissuta”. Una sfida che riguarda in maniera speciale i seminari e che tanti seminaristi in tutto il mondo ormai cercano di raccogliere. Gen's 2/2001 - 61 — pag. 32 — L'ALTRO uno che mi appartiene "Tutti ce la faranno" Polonia. «Sono riuscito a concludere la tesina di baccelierato prima del tempo, e così ho potuto dare una mano a due compagni che mi hanno chiesto aiuto. Ho passato con loro molte ore davanti al computer. Finito questo lavoro, con pace mi sono messo a preparare gli esami. Ma c'erano ancora altri colleghi, rimasti molto 66 Nei secoli passati si è spesso pensato di andar a Dio da soli. E” questa una conseguenza ancora di quel lontano periodo della storia in cui i cristiani, scemato il primitivo fervore che aveva visto stringersi la comunità di Gerusalemme in un cuor solo ed un’anima sola, e passate le persecuzioni, pensarono di salvare la propria fede ritirandosi nel deserto. Oggi i tempi sono cambiati. In quest'epoca lo Spirito Santo chiama con forza gli uomini a camminare accanto ad altri uomini, anzi ad essere con tutti quanti lo vogliono un cuore ed un’anima sola. Si va a Dio insieme con l’uomo, insieme con i fratelli, anzi si va a Dio attraverso l’uomo@@ Chiara Lubich Gen's 2/2001 - 62 indietro e poco esperti nell’uso del computer. Ho sentito la spinta ad offrire loro il mio aiuto. Ogni giorno passo metà giornata davanti al computer, per correggere e stampare le tesine dei miei compagni. Ormai siamo in pieno periodo di esami e ne ho fatto già quattro, tutti con voti massimi. Ho nel cuore una gioia profonda e nel corso si sente un’atmosfera d’unità difficile da descrivere. Tutto è pervaso da uno stile di aiuto reciproco: ognuno vuole che l’altro vada bene nello studio e tutti si sono messi ad aiutarsi l’un l’altro. Le tesine dovranno essere consegnate entro questa settimana e tutti ce la faranno». (A.R.) "Non riuscivamo più a dialogare" Spagna. «Sul nostro ‘corridoio, in seminario, usiamo in due lo stesso bagno. Una vita di per sé agiata, ma con qualche particolarità, perché il mio vicino di camera al mattino impiega molto tempo a prepararsi, tanto che io ero costretto a fare.la doccia di sera. Tutto bene, finché una mattina, alzandomi prima, occupai il bagno. Pensavo che comunque rimanesse ancora abbastanza tempo per lui. Improvvisamente la situazione si fece tesa, Nei giorni successivi, non si riusciva più a dialogare. Affidai a Gesù questa situazione: “Sei tu, abbandonato. Come amarti meglio?”. Pareva che il contrasto non avesse via d’uscita, quando il mio compagno ricevette in dono una macchina fotografica che egli non riusciva a far funzionare. Fu l’occasione per amarlo in modo concreto. Cercai di spiegargli come usarla e durante il fine settimana la portai ad un amico perché la pulisse e la sistemasse. Con questo gesto il nostro rapporto è migliorato di tanto». (M.S.) Crescere come famiglia Kenya. «Due anni fa un compagno ed io siamo venuti in contatto col Movimento dei focolari e abbiamo iniziato così un cammino di comunione. Sapevamo che niente vale, se non c’è innanzi tutto Gesù fra noi, attraverso il comandamento nuovo vissuto, — pag. 33 — Giovanni Paolo II Una spiritualità di comunione. sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fede- F are della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco /a grande li al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6, 2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita. (Novo millennio ineunte, n. 43) Mangiavamo allo stesso tavolo nel refettorio e ci raccontavamo come cercavamo di mettere in pratica il Vangelo. I seminaristi che venivano a stare con noi a tavola, ne erano toccati. Ben presto altri hanno voluto condividere il nostro impegno. Ne abbiamo parlato con il Rettore ed egli ci ha incoraggiati ad andare avanti. Abbiamo cominciato a porci in varie maniere al servizio di tutta la comunità. Così, ad esempio, abbiamo pulito la biblioteca del seminario che era un po” trascurata, e abbiamo comprato nuove piante per abbellirla. Abbiamo anche un cesto nel quale mettiamo le nostre cose superflue, affinché possano servire ad altri. Per avere qualche piccola entrata, abbiamo pure iniziato un allevamento di conigli che procede bene. Sin dall’inizio ciò che ci ha uniti è stata la comunione di esperienze della Parola vissuta. Due volte al mese ci incontriamo per rivedere la nostra vita in questa luce e per crescere come famiglia». (C.G.) Gen's 2/2001 - 63 — pag. 34 — Dal Brasile Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzare a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. N risuonata fortemente nella Chiesa in Brasile. Con l’ultima Assemblea dei Vescovi, che ha commemorato pure i 500 anni dell’evangelizzazione della nazione, ha preso il via il Progetto Essere Chiesa nel Nuovo Millennio. Basato sugli Atti degli Apostoli, questo documento mira al rinnovamento e alla dinamicizzazione delle comunità ecclesiali, a partire dal dialogo, dall’unità e dalla missione. ( omunione. Alle soglie del nuovo millennio, questa parola è Nella stessa direzione si è mosso anche un incontro nazionale di presbiteri con il tema Nuovo millennio, nuovo presbitero? Nel testo conclusivo, i 376 partecipanti, provenienti da tutto il Brasile, hanno affermato che la realizzazione personale, affettiva e pastorale del presbitero dipende in larga misura da un’effettiva esperienza di fraternità sacerdotale. Ed hanno indicato, citandoli col nome, vari Movimenti che offrono un valido contributo per incrementare la comunione nella Chiesa. Riguardo ai seminari, mentre cresce costantemente il numero delle vocazioni, le diocesi puntano spesso all’esperienza delle piccole comunità a stile familiare, per avviare gli studenti alla tanto necessaria comunione presbiterale. In questo impegno a rendere la Chiesa sempre più comunione, i seminaristi che vivono la spiritualità dell’unità cercano di essere protagonisti. A Recife, nel Nordest brasiliano, si è realizzato a fine gennaio un incontro con 46 seminaristi di varie diocesi. Alla luce della Comunione trinitaria, essi hanno approfondito, anche attraverso workshops, vari aspetti della vita in unità: la preghiera, la condivisione dei beni, l’armonia personale e dell’ambiente, l’evangelizzazione, ecc. “Un nuovo tempo d’unità” è stato il titolo di questo incontro. Anche nel Sud del Paese si è realizzata un’analoga iniziativa. Nel settembre 2000 un Congresso teologico-pastorale ha riunito a Ponta Grossa seminaristi diocesani e religiosi di 12 diocesi e quattro congregazioni. Per tre giorni, i 75 partecipanti si sono soffermati sul tema “Trinità: modello di comunione per il Nuovo Millennio”. Particolare attenzione è stata dedicata al tema dell’obbedienza e dell’affettività, ma anche al dialogo ecumenico ed al dialogo con la cultura contemporanea. Sulla base dell’esperienza di comunione vissuta in questi incontri e in molti seminari, si sta preparando ora un secondo grande congresso nazionale di seminaristi. Il primo, che nel 98 ha radunato 300 studenti, assieme a vari Vescovi e formatori, nei pressi di San Paolo nella Mariapoli Araceli, ha delineato il profilo del sacerdote nel nuovo millennio come un costruttore d’unità. Recentemente un gruppo di quattordici seminaristi di tutte le regioni del Paese si è ritrovato nello stesso posto, per iniziare insieme la “maratona” della preparazione del nuovo congresso. Qualcuno, a questo scopo, ha affrontato anche 50 ore di viaggio. Abbondante la provvidenza che ha pensato non soltanto alla cioccolata ma anche ad un biglietto aereo. Nei prossimi mesi si realizzeranno visite ai seminari, workshops e incontri regionali, un giornale con riflessioni, notizie e esperienze sul congresso. Un cammino che con il vibrante appello, espresso da Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte, di “fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione” vedrà certamente un’ulteriore accelerazione. i — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. cen's rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser. 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