gen’s 2001/3 – Dialogo con l’Induismo Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2001-3-dialogo-con-linduismo/ — pag. 1 — Editoriale Elogio della pazienza Giovanni Paolo Il Una sfida positiva Chiara Lubich In dialogo con la terra di Gandhi a cura della redazione Tappe di un viaggio in India Darryl D’Souza Uno sguardo all’Induismo George Mendes In diaspora tra gli indù Alejandro Rebòn Così ho riscoperto il Cristianesimo Spedizione in abbonamento postale - art. 2 lune) KXXI comma 20 / C legge 662 / 96 - filiale di Roma maggio-giugno — pag. 2 — 65 EDITORIALE 67 68 MAGISTERO SPIRITUALITÀ 74 TESTIMONIANZA 79 STUDIO 84 ESPERIENZA 89 FLASH DI VITA 91 CHIESA NEL MONDO 93 MONDO DEI SEMINARI Elogio della pazienza Enrique Cambon Una sfida positiva Giovanni Paolo Il In dialogo con la terra di Gandhi Costruire insieme una civiltà degna della persona Chiara Lubich Tappe di un viaggio in India Coniugare la via dell’amore con la verità di Cristo: un contributo al dialogo con l'Induismo, offerto da Chiara Lubich a cura della redazione Uno sguardo all’Induismo Peri maestri indù una dottrina vale per quanta bontà riesce ad incarnare in chi la professa Darryl D'Souza In diaspora tra gli indù: un uomo di Dio a servizio di tutti Un sacerdote abbraccia con fede la sua croce e la comunità cristiana dispersa ritrova l’unità e rinasce a vita nuova George Mendes Così ho riscoperto il Cristianesimo Alejandro Rebòn Dialogo interreligioso Charta oecumenica Premio alla Comunità di Sant'Egidio a cura della redazione Notizie dal mondo dei seminari - 30 a cura della segreteria internazionale del movimento gens libocbnicaiaizi biriti tri iie — pag. 3 — editoriale Elogio della pazienza I e proposte del cristianesimo, se autenticamente evangeliche, appaiono decisive per la qualità di vita dell’umanità. Ma devono sempre sormontare la difficoltà di apparire mete utopiche. Ci può essere qualcosa di apparentemente più lontano ed irraggiungibile del tendere a realizzare fra tutti i popoli della terra una sola famiglia, dove si annullino le disuguaglianze ingiuste e dove i conflitti si superino con il dialogo e la solidarietà fraterna? Ci può essere qualcosa che desti più scetticismo agli occhi di tanti, di una “cultura del dare” e di un’economia di comunione, quando tutti sanno per esperienza quali meccanismi e istinti negativi è capace di suscitare quel simbolo sociale potentissimo che è il danaro? Ci può essere qualcosa di più stridente dello spettacolo offerto da coloro che — pur dicendosi discepoli di Colui che è venuto a dare la vita «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 52) — si sono divisi a tal punto da far sembrare umanamente impossibile arrivare ad un’unità organica fra tutti i cristiani? E per ciò che riguarda il tema di questo numero, cioè il dialogo religioso in genere ed in specie coll’Induismo, possiamo nasconderci che, nonostante ci uniscano delle realtà così alte e dei valori nobilissimi, le difficoltà per un dialogo fecondo ed unitivo sono gigantesche? È vero che la speranza cristiana non si basa sulle forze umane ma sulla preghiera di Gesù al Padre, “che tutti siano uno”. Dio però ci chiama a costruire la storia da veri protagonisti, cercando risposte concrete e responsabili. Per contribuire a far questo abbiamo presentato in queste pagine delle istanze e delle esperienze sul dialogo interreligioso a partire dal carisma dell’unità, che sono state da tanti riconosciute inedite ed efficaci. Riguardano l'atteggiamento di profondo ascolto che sa “mettersi nella pelle dell’altro”, il dialogo della vita, la centralità dell’amore che può essere universalmente compreso ed accettato, ed altre ancora che il lettore stesso potrà trovare. Si capisce allora come mai Dio susciti dei carismi lungo il corso della storia. Perché di fronte ai problemi immensi che l’umanità deve affrontare, c’è bisogno di una fede e di una certezza carismatiche per andare avanti verso il disegno di Dio senza scoraggiarsi mai. Perciò è normale nei fondatori trovare presenti in modo vivissimo due virtù inseparabili. La “fretta dello Spirito Santo” per lasciare ben piantati dei semi Gen's 3/2001 — pag. 4 — 66 editoriale autentici, e la pazienza storica, sapendo che quei semi dovranno fruttificare attraverso i secoli. Un libretto di qualche anno fa, dei teologi E. Jiingel e K. Rahner, si chiamava La pazienza di Dio e dell’uomo. Il libro si apriva con la frase seguente: «La pazienza è il lungo respiro della passione. Ogni grande passione ha bisogno della pazienza». Anche la passione per l’unità. È interessante notare a questo riguardo con quale forza il Nuovo Testamento parli del “Dio della pazienza” (Rm 3, 26; 2Pt 3, 9), e descriva la storia come “il tempo della pazienza di Dio” (Rm 15, 5; 9, 22; /Pt 3, 20). Bisognerebbe guardare quali sono le caratteristiche di questa pazienza divina: quanto rispetta i ritmi umani di maturazione ma senza abbandonarci mai, con una dedizione totale, ricominciando sempre, credendo sempre, aspettando sempre, lenendo le piaghe, ridando vigore, condividendo dal di dentro anche i nostri più profondi tormenti, costantemente disponibile a suscitare vita nuova e genuina... È chiaro che per costruire qualcosa di positivo nel mondo bisogna che diventiamo partecipi di queste qualità della pazienza divina. Non si tratta di fare un’esortazione moralistica: «siamo buoni, andiamo avanti nonostante tutto, non molliamo». Si tratta di assumere la storia con tutte le sue lentezze, complessità, iniquità, sapendo vivere “la stoltezza della croce” con la sapienza e la potenza della vita di Dio. Non per niente — forse non ci abbiamo fatto caso — la pazienza è stata annoverata fra i frutti dello Spirito Santo (Gal 5, 22). Perciò aveva ragione chi recentemente dichiarava, riferendosi al dialogo interreligioso (ma vale per ogni altro dialogo), che coloro che vogliano portarlo avanti costruttivamente devono «farsi guidare dallo Spirito Santo, per coglierne i tempi e i modi: per parlare e per tacere, per muoversi e per attendere, per avere insomma la pazienza di Dio, e dire le parole giuste al momento giusto». E.C. Gen's 3/2001 — pag. 5 — magistero 67 Una sfida positiva Riconoscere e rispettare l’opera dello Spirito Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è un'attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Con esso la Chiesa intende scoprire i “germi del Verbo”, i “raggi della verità che illumina tutti gli uomini”, germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell’umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e la carità e porterà frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e dell’azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l’integrità della Rivelazione, di cui è depositaria per il bene dì tutti. Deriva da qui lo spirito che deve animare tale dialogo nel contesto della missione. L'interlocutore dev'essere coerente con le proprie tradizioni e convinzioni religiose ed aperto a comprendere quelle dell’altro, senza dissimulazioni o chiusure, ma con verità, umiltà, lealtà, sapendo che il dialogo può arricchire ognuno. Non ci deve essere nessuna abdicazione né irenismo, ma la testimonianza reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di esperienza religiosa e, al tempo stesso, per il superamento di pregiudizi, intolleranze e malintesi. Il dialogo tende alla purificazione e conversione interiore che, se perseguita con docilità allo Spirito, sarà spiritualmente fruttuosa. Dialogare con la vita AI dialogo si apre un vasto campo, potendo esso assumere molteplici forme ed espressioni: dagli scambi tra esperti delle tradizioni religiose o rappresentanti ufficiali di esse alla collaborazione per lo sviluppo integrale e la salvaguardia dei valori religiosi; dalla comunicazione delle rispettive esperienze spirituali al cosiddetto dialogo di vita, per cui i credenti delle diverse religioni testimoniano gli uni agli altri nell’esistenza quotidiana i propri valori umani e spirituali e si aiutano a viverli per edificare una società più giusta e fraterna. Tutti i fedeli e le comunità cristiane sono chiamati a praticare il dialogo, anche se non nello stesso grado e forma. Per esso è indispensabile l’apporto dei laici, che «con l’esempio della loro vita e con la propria azione possono favorire il miglioramento dei rapporti tra seguaci delle diverse religioni», mentre alcuni di loro potranno pure dare un contributo di ricerca e di studio. Giovanni Paolo Il Il testo è tratto da: Redemptoris missio, nn. 56-57. Gen's 3/2001 — pag. 6 — 68 spiritualità Costruire insieme una civiltà degna della persona In dialogo con la terra di Gandhi di Chiara Lubich Il cinque gennaio di quest'anno Chiara Lubich, dopo aver ricevuto a Coimbatore nel sud dell’India il premio di “Difensore della Pace”, ha offerto ai presenti, dietro loro richiesta, la propria esperienza religiosa. Un esempio di dialogo che testimonia come, ponendo a base l’amore vero degli uni verso gli altri, si può donare anche quanto di più profondo e di più universale ognuno possiede. G entili Signori e Signore, grazie di cuore per il dono che hanno voluto farmi, per il titolo che hanno voluto darmi: “Difensore della pace”. Grazie soprattutto a chi 0 a coloro che ne hanno avuto la prima idea. Nella terra di Gandhi, nella Patria della “non violenza” e della pace, non potevo aspettarmi nulla di più gradito. Quale il mio atteggiamento d’ora in poi? Onorerò questo loro riconoscimento impegnandomi ancora di più, finché Dio mi darà tempo, a ravvivare fra quante persone e gruppi incontrerò, in quante città e nazioni visiterò, l’unità, specifico carisma del mio Movimento, che è garanzia di pace. Dico la verità: sono venuta in India soprattutto col desiderio di ascoltare, di imparare Gen’s 3/2001 da voi, per aprire un cordiale dialogo con voi, che considero miei fratelli e sorelle. So, infatti, quanto la vostra antichissima cultura e tradizione religiosa siano ricche e nello stesso tempo so quanto siete sensibili ai valori spirituali, ovunque essi si trovino nel mondo. Ma ora non mi è tanto possibile ascoltare. Lo farò in queste prossime settimane di soggiorno nel vostro grande e bel Paese, ricco di mistero. Nacque così un’opera di Dio per l’unità di tutti Sono stata invitata a narrarvi io stessa la mia esperienza spirituale. Essa coincide, in certo senso, con quella del Movimento dei Focolari che rappresento e di cui Dio mi ha fatto strumento assieme a molti altri. Accettatela come un dono cordiale e sincero. Ripercorrendo le tappe della storia di questo Movimento, che ha ormai 58 anni di vita, vorrei disegnare qualche tratto della sua spiritualità. Essa è definita spiritualità dell’unità, perché ha puntato sempre sull’unità con Dio, sull’unità fra le singole persone, sull’unità fra i gruppi, fra le città, fra i popoli, eliminando più discriminazioni possibili, e sognando una futura realtà che potrebbe essere espressa dalle parole: mondo più unito, mondo unito. E questo sogno e il Movimento che tende a realizzarlo (con — pag. 7 — spiritualità 69 quanti altri aspirano a questo ideale) non è opera semplicemente umana. Con le nostre autorità religiose, che hanno studiato a fondo il Movimento, noi per primi dobbiamo dire: questa è Opera di Dio. Ed è ciò che abbiamo costatato fin dai suoi albori. Tutto ha inizio nel 1943, a Trento, una tranquilla cittadina dell’Italia, in Europa. Sono insegnante e do anche lezioni private per aiutare la famiglia che attraversa un periodo di povertà. Ho 23 anni. Un giorno, mentre compio un’opera d’amore, un’inaspettata chiamata: “Donati a Dio”. Pochi giorni dopo, offro la mia vita al Signore per sempre. La mia felicità è incontenibile. Non mi balena in testa alcun progetto per la vita. Sono di Dio per sempre: questo mi basta. Esternamente anche quello è un giorno come gli altri. Ma la mia anima è invasa da una grazia particolare, una fiamma è accesa. E se la fiamma è accesa, non può non ardere, non può non comunicarsi. Pochi giorni dopo alcune giovani mi seguono. Intanto la seconda guerra mondiale imperversa e colpisce duramente. Anche a Trento rovine, macerie, morti. Con i bombardamenti scompaiono quelle cose o persone che formavano un po’ l’ideale dei nostri giovani cuori. Una amava la casa: è stata sinistrata. Una seconda si preparava al matrimonio: il fidanzato non torna più dal fronte. Il mio ideale è lo studio: la guerra mi impedisce di frequentare l'università. Ogni avvenimento ci tocca profondamente. La lezione che Dio ci offre con le circostanze è chiara: tutto è vanità delle vanità. Tutto passa. Dio ci ama immensamente Contemporaneamente Dio mette nel mio cuore una domanda: ma ci sarà un ideale che non muore? Un ideale che nessuna bomba può far crollare, a cui poter dare tutte noi stesse? Sì, c’è. E Dio. Decidiamo di far di Dio l’ideale della nostra vita. Dio, che in mezzo alla guerra, frutto dell’odio, ci si manifesta, come fosse la prima volta, per quello che è: Amore. Così lo presenta un nostro Libro sacro, il Nuovo Testamento, che dice: “Dio è amore” (/Gv 4, 8). Dio, dunque, è tutto per noi: Dio-Amore. Ed è stata questa una luce nuova nelle nostre anime. Sì, una grande novità per la nostra vita spirituale, così grande da operare in noi un profondo cambiamento. Mentre prima, infatti, pur cercando di essere brave cristiane vivevamo come orfane, come persone che avevano padre e madre, ma... solamente terreni. Poi, conosciuto in modo nuovo Dio Amore, ci siamo sentite, con più coscienza, figlie del Padre che è nei cieli. È stato come se si sviluppasse in noi una fede nuova. Non era soltanto la fede in Dio, ma proprio la fede nel suo amore. Per cui ci sembrava che niente potesse esprimere meglio la vita, che stavamo iniziando, che la frase della Scrittura: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi» (/Gv 4, 16). E di questa fede nell’amore di Dio per noi, per ciascuno, per tutti, per l’umanità intera, è stata illuminata, da allora, tutta la nostra esistenza. E qui mi pare di avvertire una certa consonanza con la vostra fede. Un antico inno della vostra religione dice infatti: «Dio è il primo ad amarci, poiché fu lui a dare a noi l’amore e in noi lo accresce quando lo cerchiamo». Perché si dice ancora: «Il Signore è per natura amore, (...) egli risiede nell'amore, la sua suprema realtà...». Dio dunque ci amava! Egli era il creatore nostro. Egli, colui che ci sosteneva attimo per attimo; che conosceva tutto di noi. Il suo amore si nascondeva dietro tutte le circostanze della nostra e dell’altrui vita, quelle gioiose o indifferenti, e anche quelle dolorose. Avevamo, dunque, trovato l'ideale per cui vivere: Dio, Dio Amore. Ma come corrispondere? Gesù dice: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio» (Mt 7, Gen’s 3/2001 — pag. 8 — 70 spiritualità 21). Niente, dunque, pietismo o sentimentalismo. Fare la volontà di Dio: questo importa, per noi, ma anche per voi, mi sembra. Non dice forse un vostro maestro: «Fare la volontà del Signore è un atto più grande che cantare le sue lodi»? Ma chi ci avrebbe detto la volontà di Dio? Gesù c’insegna col suo Vangelo Correvamo in fretta nei rifugi, ogniqualvolta suonava l'allarme, e non portavamo con noi se non un piccolo libro sacro: il Vangelo. In esso avremmo potuto trovare le richieste di Gesù, la volontà di Dio. L’aprivamo. Ed ecco la meraviglia: quelle parole, che avevamo sentito tante volte, s°illuminavano come se una luce s’accendesse sotto. Le capivamo ed una forza, pensiamo dello Spirito, ci spingeva a metterle in pratica. Leggevamo: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mf 19, 19). Il prossimo. Chi è il prossimo? Era lì accanto a noi. Era quella vecchietta che a mala pena, trascinandosi, raggiungeva ogni volta il rifugio. Occorreva amarla come sé: aiutarla, dunque, ogni volta, sorreggendola. Il prossimo era lì in quei cinque bambini spaventati accanto alla loro mamma. Occorreva prenderseli in braccio e riaccompagnarli a casa. Il prossimo era quell’infermo bloccato a casa, senza possibilità di ripararsi, bisognoso di cure. Occorreva avvicinarlo, procurargli delle medicine. Si leggeva nel Vangelo: «Qualunque cosa hai fatto al minimo dei miei fratelli, hai fatto a me» (cf Mt 25, 40). Le persone attorno a noi, per le terribili circostanze, avevano fame, sete, erano ferite, senza vesti, senza casa. Cucinavamo allora pentoloni di minestra che si portavano a loro. A volte i poveri battevano alla porta della nostra casa e li invitavamo a sedersi accanto a noi: un povero e una di noi, un povero e una di noi. Il Vangelo assicurava: «Chiedete e vi sarà dato» (Mt 7, 7). Si chiedeva a Dio per i poveri e si era ogni volta riempiti d’ogni bene: pane, latte in polvere, marmellata, legna, vestiario..., che si portava a chi ne aveva Gen's 3/2001 bisogno. Un episodio emblematico, che racconto sempre, è questo: un giorno un povero mi chiede un paio di scarpe n. 42. In chiesa ho chiesto: «Dammi, Signore, un paio di scarpe n. 42 per Te nel povero». Uscita di chiesa una signorina mi porge un pacco. Lo apro: vi era un paio di scarpe da uomo n. 42. E questo è uno degli innumerevoli episodi che sono poi successi. «Date e vi sarà dato» (Le 6, 38), leggiamo un altro giorno nel Vangelo. Davamo. Vera un solo uovo in casa per tutte? Lo porgevamo al povero. Ed ecco in mattinata arrivare una dozzina di uova. E così con tante altre cose. E quando comunicavamo ad altri ciò che accadeva ogni giorno, molti, colpiti da questi fatti, volevano fare la stessa esperienza. Il cuore del vangelo e la Regola d’oro Il Signore ci guidava così verso il cuore del suo Vangelo che è la legge dell’amore; a vivere cioè quella “Regola d’oro” che è comune a tutte le religioni: «Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te» (cf Lc 6, 31), 0, come dice il Mahabharàta: «Non fare agli altri ciò che a te farebbe male». O come ha detto mirabilmente il Mahatma Gandhi: «Io e te siamo una sola cosa. Non posso ferirti senza fare del male a me stesso». E l’amore cristiano che si viveva verso il prossimo era esigente. E un’arte e occorre conoscere quest'arte. Quest'amore va indirizzato a tutti. Non ammette accettazione di persone. Non considera questo amore se uno è simpatico o antipatico, bello o brutto, grande o piccolo, della mia patria o straniero. Tutti vanno amati. Anche Dio, il Padre celeste, ama tutti mandando pioggia e sole sui buoni e sui cattivi. Quest'amore ama per primo. Non vuole che si aspetti d’esser amati. L'amore ha sempre l'iniziativa. Quest'amore ama l’altro come se stesso. E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a se stessi. E quell'amore che sa ‘farsi uno’ con la persona amata: che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, por- — pag. 9 — spiritualità 71 tare i pesi altrui. È un amore, quindi, non di sole parole, ma di fatti concreti. Un amore indirizzato all'amico ma anche al nemico. E fa del bene a lui, prega per lui. Mi sembra che ci sia una bellissima immagine della tradizione indù per descrivere l’amore al nemico: «La scure taglia il legno di sandalo, mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendola profumata». Ma ora arriviamo al cuore della nostra esperienza spirituale fatta mentre la guerra continuava ed eravamo in grande pericolo. Si poteva veramente morire da un momento all’altro. Occorreva vivere bene, fare fino in fondo la volontà di Dio. Un giorno ho pensato: vi sarà una sua volontà a cui Dio tiene particolarmente? Vorremmo attuare proprio quella prima di morire. Il patto dell'amore Nel Vangelo abbiamo trovato questa frase di Gesù: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13). Era un comando che Egli diceva “nuovo” e “mio”. Quello che ci voleva per noi. Abbiamo capito allora che, se fino a quel momento il Vangelo ci aveva spinte ad amare gli altri, specie i poveri, ora dovevamo rivolgere l’attenzione anche l’una verso l’altra e amarci a vicenda, fino ad esser pronte a morire l’una per l’altra. Naturalmente, non sempre ci era chiesto di dare la vita per le compagne. Ma sotto ogni atto d’amore doveva esserci senz'altro questa disposizione. Lo abbiamo fatto. Anzi, lo abbiamo espresso in un patto. Ci siamo dette reciprocamente: «Io sono pronta a morire per te». E l’altra: «Io per te», «io per te», «io per te». Tutte per ciascuna. E la nostra vita da quel momento è cambiata. Ha fatto un balzo di qualità: una nuova pace, una nuova gioia, un desiderio ardente di far il bene, una luce ci invasero. Cos’era successo? Lo abbiamo capito quando abbiamo letto che Gesù aveva detto: «Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). E noi eravamo proprio così: un piccolo gruppo unito nel suo amore. Dunque, Gesù era spiritualmente fra noi. Ciò che di nuovo avvertivamo nell’anima era effetto della sua presenza. Ci si impegnò a vivere tanto bene l’amore reciproco da aver sempre Gesù con noi. l’unità: la nostra magna charta Ma ancora un episodio sintomatico: ci siamo radunate un giorno in una cantina, per ripararci dai pericoli della guerra, e abbiamo aperto il Vangelo a caso; e ci siamo trovate di fronte alla solenne preghiera di Gesù in cui chiede l’unità degli uomini con Dio e fra loro. Abbiamo cominciato a leggere e abbiamo avvertito la certezza che per quella pagina eravamo nate; abbiamo visto in essa la magna charta del nuovo Movimento nascente. Ma come realizzare l’unità? Come comprendere ed attuare questo Ideale? La chiave l’abbiamo trovata in quel momento della vita di Gesù che, per noi cristiani, è segno del più grande amore e cioè quando soffre sulla croce per tutti i peccati del mondo, fino a sentirsi abbandonato da Dio. Ma per questo, come per tutti i dolori della croce, assicura agli uomini la salvezza. E siamo stati spinti a vivere come Gesù, a imitarlo, raccogliendo su di noi — se così si può dire — le sofferenze dell’umanità. Da allora, abbiamo visto il nostro posto dovunque appariva il dolore: dove si incontravano divisioni e traumi, nelle famiglie separate, nello spacco fra le generazioni, nelle Chiese divise, nelle lotte religiose, nelle tensioni fra chi crede e chi non crede. E, amando Gesù abbandonato nel dolore, vedevamo ricomporsi l’unità e rinascere la speranza, la gioia, la pace. Per questo, nel 1960, quando sulla nostra via noi, cristiani cattolici, abbiamo incontra- Gen's 3/2001 — pag. 10 — TZ. spiritualità to cristiani di altre Chiese, non siamo rimasti chiusi in noi stessi. Ci siamo potuti aprire a loro, costruendo tutta quella unità che era possibile. Sono crollate le barriere che erano state innalzate fra noi e loro nei secoli; sono sfumate molte incomprensioni; abbiamo deciso soprattutto di vivere insieme questi punti della nostra spiritualità come fratelli che si comprendono e si amano, e con essi tutto ciò che avevamo in comune nella nostra fede cristiana. Così fedeli luterani, anglicani, ortodossi, riformati, metodisti, battisti e altri, anno dopo anno, hanno ingrossato le fila di questa pacifica rivoluzione d’amore. Sono ora di 360 Chiese i cristiani presenti nel nostro Movimento. Il dialogo con le altre Religioni Ma il piano di Dio non si è fermato qui. Noi non lo conoscevamo, lo sapeva Dio che attraverso le più varie circostanze ce lo ha rivelato con l'andare del tempo. Così è stato per il dialogo con le altre religioni. Molte sono state, fin dagli inizi del Movimento, le occasioni di incontro con fratelli e sorelle di altre fedi religiose. Ma la prima forte esperienza è stata per me quella che ho vissuto più di 30 anni fa in una sperduta valle dell’Africa camerunense. Eravamo a contatto con i bangwa, una tribù fortemente radicata nella religione tradizionale, quasi sterminata dalla mortalità infantile, che avevamo iniziato a debellare. Un giorno, il loro capo, il Fon, con i notabili e le migliaia di membri del suo popolo si sono radunati per una festa, in una grande radura in mezzo alla foresta, per donarci i loro canti e le loro danze. Ebbene, è stato lì che ho avuto la forte impressione che Dio, come un immenso sole, abbracciasse tutti noi, noi e loro con il suo amore. Per la prima volta nella mia vita ho intuito che avremmo avuto a che fare anche con persone di tradizione non cristiana. L’altra grande esperienza è stata quando, nel 1977, in occasione del Premio Templeton Gen's 3/2001 per il progresso della religione, dovetti portarmi a Londra. In quella circostanza ho parlato nella Gui/dhall, ad un nutrito pubblico, nel quale si notavano persone delle più varie religioni: ebrei, musulmani, buddisti, indù, sikhs... Anche lì, mentre parlavo, ho avuto l’impressione che Dio, come un sole, avvolgesse tutta quella gente, ed ho avuto la certezza di una sua particolare presenza. Ho capito che dovevamo prendere contatto con tutti, come se Dio lo volesse. E così sono cominciati i nostri dialoghi d'amore fraterno, di vita e di preghiera con i fedeli di altre religioni. E poiché il Movimento si andava diffondendo in tutto il mondo, si è preso tale atteggiamento in ogni punto della terra. Eravamo coscienti che, dove c’era una sinagoga, una moschea, un tempio, lì era il nostro posto. Eravamo, infatti, e siamo convinti d’essere chiamati a concorrere a costruire la fraternità universale con tutti loro, poggiandoci soprattutto su quei principi, quei valori che abbiamo in comune. In questi ultimi anni si sono moltiplicati gli incontri, gli scambi di esperienze, con arricchimento reciproco. Sono ora circa 30.000 i fedeli di altre religioni in rapporto con il Movimento. Oltre gli indù, buddisti giapponesi e tailandesi; ebrei, d’Israele, Argentina, Europa; musulmani dell’Asia, dell’Africa e degli USA, e molti altri. Pure moltissime persone di altre culture, anche senza un riferimento religioso, s'impegnano nel Movimento per la salvaguardia dei valori comuni: la solidarietà, la pace, i diritti umani, la libertà. Effetti della spiritualità dell’unità E gli effetti di questa spiritualità vissuta da milioni di persone sono molti. Se volessimo condensarli ora in poche parole, potremmo dire che i suoi frutti sono: anzitutto, cambiamenti radicali di vita, ritorni a Dio e sulla via del bene. Il formarsi così di cittadini che — pag. 11 — spiritualità 73 vivono in profondità e con rinnovata coscienza tutti i loro doveri. Per iniziare dalle persone più giovani, ma speranza del domani, gli adolescenti non sono più persone immature. Si comportano da protagonisti, nella vita religiosa e civile, sanno affrontare il dolore; amano essere “diversi” perché, pur nel mondo, non assorbono ciò che di negativo il mondo può offri- Te; I giovani puntano in alto; si preparano seriamente alla vita futura; mettono in atto microrealizzazioni d’ogni genere per la salvaguardia dei veri valori. Famiglie disgregate dalle separazioni e dai divorzi si ricompongono, adottano bambini... L'intero mondo sociale è investito da questa spiritualità comunitaria: da quello dell’economia e del lavoro a quello della politica, della sanità, dell’educazione, dell’arte e così via. i E, per concludere, una osservazione: poiché è l’unità la nota che riassume tutto il nostro Ideale, osservando il Movimento, nei suoi effetti, si può dire che è come un film che cammina a ritroso. Quali drammatiche divisioni, quali impoverimenti, in quali crisi è arrivato il mondo immerso nel materialismo, nel consumismo, nell’indifferentismo! Qui il mondo va avanti tornando in certo modo indietro e cioè a quell’unità della famiglia umana, così come Dio l’aveva pensata quando l’ha creata. Che Dio, Padre di tutti, voglia sempre fecondare le nostre fatiche, con quelle di quanti sono impegnati a fini eccelsi quanto i nostri. «E che si possa — come ha detto Gio- vanni Paolo II all'ONU, il 5 ottobre 1995, nel cinquantesimo della sua fondazione — costruire (...) per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana...». «Possiamo e dobbiamo farlo! — ha continuato — E, facendolo, potremo renderci conto che le lacrime del secolo passato hanno preparato il terreno ad una nuova primavera dello spirito umano». Ed è quello che tutti vogliamo sperare. Anzi perché ciò si realizzi, alzo a Dio una preghiera della vostra tradizione che faccio mia, e imploro il gran dono dell’unità, che solo da Dio possiamo ottenere: Preghiera «O Dio, tu sei per noi padre, madre, fratello, amico, maestro, ricchezza. Tu sei tutto, tu il solo rifugio, aiutaci a vivere in te, in te solo. O Amore infinito, dona ai nostri cuori aridi un po’ del tuo amore. O Signore, rendi pura l’anima dei tuoi servi, che essi non vedano le ombre di alcun essere. O Padre pieno d’amore, trasporta i tuoi servi fuori dei brevi limiti personali. Il nostro io prenda il volo nell’infinito cielo, come goccia nell’immenso oceano. O Signore, dimora in noi e le tue parole, i tuoi pensieri, le tue azioni siano le nostre. Tu sei la pace immutabile, tu sei l'Eterno, l’Incomprensibile, l’infinita Gioia». Chiara Lubich Gen's 3/2001 — pag. 12 — 74 testimonianza Coniugare la via dell'amore con la verità di Cristo: un contributo al dialogo con l'Induismo, offerto da Chiara Lubich Tappe di un viaggio in India a cura della redazione Diamo questo breve resoconto del viaggio di Chiara Lubich in India per situarci nell’ambiente non solo geografico, ma anche religioso per quanto è possibile in queste poche righe. La Chiesa cattolica in India, pur minoritaria come persone, vanta una tradizione che risale ai primi tempi del cristianesimo ed è presente con i suoi vari riti in tutto il Paese. E ben nota poi l’opera evangelizzatrice di san Francesco Saverio. Oggi molti cristiani — pastori, teologi e Ordini contemplativi — stanno facendo un grande sforzo per dialogare con il mondo indù. Il Movimento dei focolari offre il suo contributo, apprezzato dai vescovi cattolici del posto per il suo approccio “inedito ed efficace”. 1 Movimento dei focolari è presente in India dal 1980, quando, su richiesta di un vescovo, fu aperto il primo centro a Bombay. Nel 1999 si è resa necessaria l'apertura di un altro centro a Bangalore per attendere alle numerose richieste del sud dell’India. La spiritualità dell’unità in un primo tempo si è diffusa negli ambienti cattolici: parrocchie, seminari, comunità religiose, con il pieno appoggio di vescovi; poi c’è stato uno sviluppo ecumenico inatteso soprattutto nella Chiesa siro-ortodossa del Kerala, che Gen's 3/2001 ha voluto donare la spiritualità dell’unità a tutti i suoi membri più ragguardevoli durante le loro assemblee annuali; infine, per i contatti del Movimento con la W.C.R.P. (Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace), uno dei presidenti di questa organizzazione, il dr. Aram, — di religione indù e senatore a vita per essere riuscito a mantenere unite all'India le province del Nordest— anni fa ha rivolto un pressante invito a Chiara. Egli desiderava che lei visitasse la cittadella da lui fondata a Coimbatore, nello Stato del Tamil Nadu, e presentasse la sua esperienza religiosa ad indù ed anche a membri di altre religioni presenti in India. Il volto misterioso dell’India L'invito, subito accolto, solo quest'anno è stato possibile attuarlo e negli ultimi giorni del dicembre scorso Chiara poneva piede per la prima volta in terra indiana. Con quali sentimenti? Ce lo dice lei stessa. «Più entriamo in contatto con l’India, più essa ci si rivela come un mondo grande, intenso, con un suo volto, per noi occidentali non facilmente decifrabile, unitario nella sua ricchissima diversità. Si sente che siamo di fronte ad uno scrigno di tesori spirituali, di tensione mistica di tutta la natura umana, tensione alla quale non è certamente estranea l’opera della Grazia. E questo scrigno si apre solo a chi gli si accosta con rispetto pieno — pag. 13 — testimonianza 75 d’amore e, soprattutto, con la convinzione che Dio ha tanto da dirci attraverso questa cultura millenaria. Essa, nel difficile e tormentato mondo contemporaneo ha, infatti, una sua parola, essenziale e vitale per tutti: una parola che mette in forte evidenza il primato della vita interiore. Mi chiedo: che cosa potrà scaturire dall’incontro dell’India col Gesù offerto dal carisma dell’unità? Portando a piena maturazione i semi del Verbo presenti in essa — lavoro immenso, ciclopico, che richiederà anni ed anni, forse secoli — potrebbe far scaturire Gesù dal cuore stesso della realtà indiana. Ma in che modo? Essendo, da parte nostra, quella presenza di Maria, che è l’unica capace di offrire, di donare Gesù nella sua verità più profonda, ma facendolo nascere dal cuore stesso della realtà alla quale lo dona». A Coimbatore: insieme per un mondo di pace Dopo alcuni giorni di ambientazione e soprattutto di ascolto, Chiara si porta a Coimbatore, dove ad accoglierla non c’è più il dr. Aram, ma la sua signora, la vedova Minoti, con tutto lo staff che attualmente dirige l’organizzazione da lui fondata, lo Shanti Ashram, di cui lei è presidente. La loro figlia, la dottoressa Vinu Aram, ha dato il benvenuto, dicendo fra l’altro: «Stiamo unendo le mani per costruire un mondo di pace». Poi nel corso di una cerimonia ufficiale svoltasi il 5 gennaio, davanti a un pubblico qualificato di oltre 500 persone, tra cui alcuni anziani compagni di Gandhi, le viene conferito il premio “Difensore della pace”. Un premio istituito da due prestigiose istituzioni induiste gandhiane: lo Shanti Ashram, organizzazione di carattere sociale ed educativa a favore dei più bisognosi — con cui da tempo collabora il Movimento Famiglie Nuove, diramazione dei Focolari, con le adozioni a distanza — e il movimento Sarvodaya, che s’ispira ad una delle idee-forza di Gandhi, l’impegno a favore di una vita dignitosa per tutti. Il riconoscimento, riservato a personalità di elevata statura morale, è stato assegnato finora otto volte, ed ha visto premiati, tra gli altri, il rev. Kajitan, discepolo di Gandhi, Homer Jack, primo segretario della Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace, e Madre Teresa di Calcutta. A Chiara Lubich, come si legge nella motivazione del premio, è stato riconosciuto «il suo ruolo instancabile nel gettare semi di pace e d’amore fra tutti gli uomini. Segno che il messaggio di Gesù Cristo è sempre rilevante, fresco e benefico nel risolvere le questioni contemporanee». Caloroso, e in profonda sintonia spirituale, è stato il discorso pronunciato dal presidente della sede di Coimbatore del Bharatiya Vidya Bhavan, istituto culturale e religioso considerato come uno dei punti di riferimento dell’ortodossia indù. Il suo presidente, Shri Krishnaraj Vanavarayar, ha salutato Chiara come una persona «capace di mostrarci la strada per superare le divisioni e l’odio». «L'India — ha aggiunto — pur avendo una grande eredità culturale e religiosa, pluralista e tollerante, deve affrontare oggi sfide nuove, problemi sociali accompagnati da tensioni e divisioni, e deve misurarsi con uno sviluppo economico e tecnologico segnato spesso da una mentalità materialista e priva di valori morali». «Il problema centrale — ha osservato ancora Vanavarayar — è come vincere l’odio con l’amore, come trasmettere l’amore ad altri. Chiara ha una forza in lei che ha reso possibile questo sogno, perché ha fatto l’esperienza di Dio». Alla Lubich era stato chiesto di presentare nel suo discorso di accettazione la propria esperienza spirituale. Prima di farlo, ha però voluto sottolineare come il suo desiderio principale, qui in India, fosse quello di ascoltare, di imparare, per aprire un “cordiale dialogo” con persone che vengono da un’antichissima cultura e tradizione religiosa, molto sensibili ai valori spirituali. Delineando con trasparenza i passaggi fondamentali della propria esperienza di Gen's 3/2001 — pag. 14 — 76 testimonianza Vangelo vissuto, ha fatto spesso riferimento alla tradizione induista. Il giorno seguente, Chiara ha voluto consegnare lo stesso messaggio d’amore anche ai bambini seguiti dallo Shanti Ashram nel loro progetto educativo. In un colorito ed affettuoso incontro con alcune centinaia di loro — svoltosi alla periferia di Coimbatore, dove sorge la sede dello Shanti Ashram, — ha chiesto ai piccoli di lasciare spazio «alla fiamma d’amore che essi portano nel cuore», e di essere di esempio anche per i grandi, amando tutti senza distinzioni. A Bombay: in dialogo con docenti e studenti Un altro incontro è stato organizzato all’università di Vidyavihar (Bombay) per desiderio della prof.ssa Kala Acharya, che aveva conosciuto Chiara a Coimbatore ed era entrata in un'immediata sintonia con il suo pensiero. È direttrice di un istituto universitario di cultura e di ricerca nell’Università Somaiya ed ha approfondito il dialogo con l'Induismo; per ben due volte è stata ricevuta in udienza da Giovanni Paolo II. Dall’incontro personale con Chiara è scaturita in lei la spinta ad aprire un dialogo a tutto campo col Movimento dei Focolari, inserendolo nel quadro di vari incontri interculturali già promossi dal suo istituto. Il giorno 12 gennaio erano raccolti sotto un tendone del campus universitario circa 600 persone, molte delle quali del corpo accademico. Cordialissimo il saluto da parte del presidente dell’Università, il dott. Shantilal Somaiya, figlio del fondatore dell’ateneo, e dei presidi delle facoltà che hanno voluto onorarla con doni e ghirlande di fiori. Dopo la preghiera proposta da fedeli indù, giainisti, buddisti e cristiani, Chiara ha tenuto una conferenza dal titolo: “Una spiritualità per la fratellanza universale”, che ha avuto un’ampia risonanza nel pubblico presente. Gen's 3/2001 La dottoressa Vinu Aram, venuta apposta da Coimbatore, ha testimoniato di persona la calorosa accoglienza riservata a Chiara nella sua città dalle organizzazioni gandhiane e dai rappresentanti qualificati dell’Induismo Tamil. Un avvocato, docente universitario, ha fatto notare che la Lubich «ha riassunto in modo eccellente l’intero pensiero di questo Paese, elaborato nel corso dei secoli. Noi crediamo nell’unità e nella diversità delle religioni e delle culture, ma il concetto che sottostà a tutto è l’unità e la fratellanza universale. Il suo messaggio sarà molto apprezzato dalle masse di questo Paese». E un docente del Politecnico: «Su questa strada sono sicuro che possiamo raggiungere insieme qualcosa di importante per la nostra vita». Il presidente dell’ Università diceva di aver fatto «un’esperienza, insolita, spiritualmente molto elevata» e si augurava di poter avere altri incontri col Movimento «per continuare questo dialogo». Calcutta: con la Conferenza Episcopale Chiara aveva ancora un altro impegno: era invitata a parlare ai vescovi della Conferenza episcopale indiana di rito latino riuniti a Calcutta dal 10 al 13 gennaio, dove trattavano il tema: “I laici per una Chiesa-comunione”. I vescovi desideravano ascoltare la testimonianza della Lubich su questo argomento e lei si è soffermata appunto sulla spiritualità dell’unità che anima il Movimento. Questo le ha permesso di comunicare ai vescovi la sua gioia per aver trovato proprio in questi giorni un’alta parola di conferma nella lettera del Santo Padre Novo millennio ineunte, appena pubblicata, che auspica per la Chiesa intera, nel terzo millennio, quel nuovo dinamismo che può scaturire solo da una spiritualità di comunione. Esponendo poi l’esperienza di dialogo del Movimento con l'Induismo, ha trovato un — pag. 15 — testimonianza ST consenso generale. La strada intrapresa dal Movimento in questo campo è apparsa ai vescovi indiani una via inedita ed efficace. E stato apprezzato in particolare un approccio al dialogo basato sull’amore e sulla proposta di una teologia vissuta che — è stato detto — soddisfa pienamente le esigenze sia dell’annuncio sia del dialogo. Non può esservi contrapposizione — facevano notare — quando il messaggio che si dona è genuina esperienza di vita cristiana, perché veicola in forma vitale tutte le verità della nostra fede ed è sincero apprezzamento per quei “semi del Verbo” che sono sparsi in abbondanza nell’antichissima e ricca tradizione indiana. Mons. Aloysius P. D’Sousa, vescovo di Mangalore, commentava ancora: «Questo messaggio di Chiara penso sia molto importante e tempestivo per il nostro Paese che attraversa un momento di recrudescenza di fondamentalismo religioso». E mons. Patrick Nair di Meerut: «Non sono parole ma teologia vissuta. Per questo fa effetto anche sui non cristiani, perché l’amore è la cosa più importante in un Paese come il nostro con tante diversità». Alla tomba di Madre Teresa Il giorno prima Chiara era andata a visitare la tomba di Madre Teresa per quell’amicizia che la legava e per l'ammirazione che sente verso di lei. Passando per un vicolo, si arriva alla Casa Madre e subito al pianterreno si trova la grande tomba bianca. Nella parte superiore del sarcofago, su una tavoletta di marmo rialzata, è scritto: “Amatevi come io vi ho amato — Madre Teresa 1910- 1997”. E disegni di petali di fiori colorati danno un tocco d’orientale all'ambiente. Le sorelle si alternano appoggiando la fronte sulla tomba, quasi parlandole come continuassero un colloquio di anni prima. Di fronte un grande crocefisso con la scritta: “Ho sete”, Chiara si sofferma in preghiera, poi sale al primo piano, dove suor Nirmala, succeduta a Madre Teresa, pur assente, ha radunato circa 300 delle sue suore, di cui 120 novizie, chia- mate da tutti i conventi di Calcutta. Sono riunite nella grande sala-chiesa dove Madre Teresa, seduta a terra, si raccoglieva in preghiera. Tutti ricordiamo quell’immagine, ora scolpita quasi a grandezza naturale e messa nello stesso posto dove lei si poneva. Prendendo la parola, Chiara ha ricordato il suo rapporto con “la Madre” — come qui tutti la chiamano — e ha ripetuto la frase che le diceva: «Quello che io faccio tu non lo puoi fare e quello che tu fai io non lo posso fare». Ha raccontato dei loro incontri al Centro del Movimento a Rocca, al Sinodo dei Vescovi del 1985, a Firenze per la difesa della vita, a New York quando già stava male. Poi in modo spontaneo ha parlato del suo carisma, degli inizi, del Vangelo. Infine ha invitato ad approfondire i legami di comunione fraterna tra il Movimento e la loro Opera. Finito il discorso, le suore — tutte attentissime e dal volto luminoso — sono subito tornate, come api lavoratrici, al loro lavoro nelle proprie case e in giro per la città. Una suora ha commentato: «Oggi Madre Teresa avrà esultato in Paradiso. Lei e Chiara s'intendevano bene prima, chissà ora!». A Bombay: con la comunità del focolare È stato questo l’incontro conclusivo, senza dubbio il più festoso. E avvenuto a Bombay ed erano presenti 900 persone del Movimento provenienti da ogni parte dell’India, anche dai luoghi più lontani come lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Nepal con la presenza dell’arcivescovo del posto, ora card. Dias, del cardinale emerito Pimenta e del vescovo Rosario, il primo a chiedere un focolare per l’India. E stata una mattinata di festa iniziata con la celebrazione eucaristica, durante la quale l’arcivescovo ha avuto parole di grande riconoscenza per quanto l’Opera di Maria sta attuando in terra indiana, invitando a portare a tutti il carisma dell’unità: «Questo amore di Dio deve andare fuori, a quelli che non lo Gen's 3/2001 — pag. 16 — 78 testimonianza conoscono o che non lo conoscono completamente, a tutti quelli che appartengono alla razza umana». Un momento intenso è stato quando uno sposato ha presentato in forma poetica alcune frasi delle scritture indù. Ne citiamo una: «Siate uniti, parlate in armonia, pensate all’unisono, pregate in comune, incontratevi per gli stessi scopi, prendete decisioni all’unanimità, mantenete l’unità dei cuori e di intenti, che la vostra unità sia perfetta» (Rig Veda 10, 191, 24). Poi, in un clima molto familiare, un dialogo aperto con tutti i presenti. In ogni Paese, dove è arrivata la spiritualità dell’unità, essa è entrata in dialogo con i seguaci di altre religioni. In India, chiamata il subcontinente asiatico per la sua estensione e per il suo alto indice di popolazione a maggioranza indù, non poteva mancare il dialogo con questo mondo religioso. Tutti dicono che è un dialogo non facile perché, se non si è ben radicati in una vita cristiana autentica, si corre il rischio di rimanerne travolti e assorbiti. Molti stanno cercando di portarlo avanti anche in campo teologico, mentre il Movimento si sforza di dare la sua testimonianza di vita, facendo scoprire agli stessi indù tutti quei valori che già ci uniscono, e in tal modo è possibile costruire insieme un ambiente di mutua comprensione. Quando il dialogo è autentico... Chiara, di ritorno in Italia, ha sintetizzato brevemente quello che l’Induismo ha provocato in lei durante questo breve soggiorno. Gen's 3/2001 «L'India misteriosa — ha detto — è un pozzo senza fine. E un elemento che emerge da essa è il fattore spirituale. Perché anche questo è l’India: terra di spiritualità, di interiorità, di fede. E chi è soltanto un po” sensibile a queste cose, le coglie nell’aria. Esistono laggiù pratiche e usanze diverse e lontane da quelle che si vivono, ad esempio, nella nostra religione cristiana; eppure, vi è sempre, in questo popolo una tensione verso l’alto. Per loro, per gli indiani, Dio è dovunque (anche se in maniera diversa da come noi lo pensiamo), e forse è proprio questa convinzione che non permette loro d’essere insensibili a Lui. Così, mentre si costata questo, nel tuo cuore di cristiano, lo Spirito Santo lavora, approfondisce in te la tua fede, i vari aspetti della tua religione, il tuo modo di amare Dio. Così è stato per noi, per me. Mi è sembrato infatti, fra il resto, di essere spinta a vivere più in profondità tutte le nostre pratiche religiose. E fra queste, la santa messa. L'ho vista ancor meglio sotto un suo aspetto: quello del dono. Non solo, ma anche come straordinaria consolantissima possibilità di dare a Dio qualcosa di proporzionato alla sua Regale Maestà». Non dovrebbe essere questo il primo frutto, per noi cristiani, di ogni dialogo con l'Induismo? a cura della redazione — pag. 17 — studio 79 Per i maestri indù una dottrina vale per quanta bontà riesce ad incarnare in chi la professa Uno sguardo all’Induismo di Darryl D’Souza Presentare l’Induismo agli occidentali è un'impresa difficile. Anche solo descrivere le tappe storiche della sua evoluzione richiederebbe non solo competenza, ma anche molto spazio, e tutto questo non è possibile in poche pagine. Ho pensato allora di offrire ai lettori alcuni elementi fondamentali della storia di questa antichissima religione per poi soffermarmi sull’Induismo moderno allo scopo di dare la possibilità di orientarsi, almeno un po’, in questo mondo religioso ricco di valori, ma anche assai complesso e misterioso per chi non è cresciuto al suo interno. Nei nostri tempi molte forze vive della Chiesa cattolica stanno intensificando un dialogo fecondo con l’Induismo e su questa scia si è inserito anche il Movimento dei focolari secondo il suo stile caratteristico: il dialogo della vita. 1 sottofondo storico dell’Induismo risale al terzo millennio avanti Cristo, perché quando gli ariani provenienti dall’ Asia centrale penetrarono nell’India e si stabilirono lungo le fertili sponde del fiume Indo, qui già erano fiorenti una civiltà e una religione ben sviluppate che essi recepirono e amalgamarono con la loro cultura. A causa dell’enorme estensione del Paese l’Induismo si sviluppò prendendo forme diverse nelle varie regioni, inglobando con una capacità unica le culture regionali. Per questo esso è molto diversificato e allo stesso tempo ha un’unitarietà di fondo. Si può parlare di un’unica religione ma multiforme. L’Induismo, nella sua storia plurimillenaria, si è dimostrato sempre assai flessibile. Ogni volta che ha dovuto affrontare gravi sfide, dopo momenti di confusione e di smarrimento, ha ritrovato in sé sufficiente creatività e dinamismo, non solo per superarle, ma anche per arricchire il suo patrimonio con l’apporto delle nuove esperienze. Un po’ di storia Rinunciando a percorrere tutte le tappe dell’evoluzione dell’Induismo, cerchiamo di capire cosa è avvenuto nell’incontro con le altre grandi religioni. a) L’incontro col cristianesimo Sappiamo che il cristianesimo arrivò in India già nei primi secoli. I cristiani di questo Paese sono orgogliosi di richiamarsi all’apostolo Tommaso. Pur non essendoci fonti scritte, gli storici riconoscono che la presenza cristiana qui è molto antica. Basta considerare gli antichissimi riti liturgici conservati ancora oggi dentro e fuori la Chiesa cattolica. C'è poi uno Stato, il Kerala, a maggio- Gen's 3/2001 — pag. 18 — 80 studio ranza cristiana, con una presenza molto viva della Chiesa cattolica e di quella Siro-ortodossa. Esse, però, non ebbero influssi notevoli sul resto dell’India. Con lo sbarco di Vasco Da Gama sulla costa occidentale nel 1498, l'Occidente stabilì un nuovo contatto per motivi commerciali attraverso le vie marittime. Con i commercianti portoghesi vennero anche i missionari cristiani, ma l’influsso della cultura europea sull’Induismo nel suo complesso fu praticamente trascurabile. Le missioni cattoliche (portoghesi) e quelle protestanti (olandesi e danesi) portarono la novità del Vangelo solo in alcune zone costiere. Un periodo promettente per la presenza cristiana si ebbe nei secoli XVI e XVII con san Francesco Saverio e soprattutto con Roberto De Nobili. Quest'ultimo cercò di accogliere la cultura locale nella catechesi e nella liturgia, ma con la soppressione dei gesuiti anche la loro opera andò distrutta. Bisognerà arrivare ai nostri giorni per vedere un rifiorire del cristianesimo in India, con tentativi lodevoli di inculturazione sia nel campo monastico che in quello pastorale. b) L’incontro col Buddismo Ma torniamo indietro. Nel secolo VI a.C. in India sorsero il Buddismo e il giainismo, per reazione, tra l’altro, ad alcuni eccessi e abusi all’interno dell’Induismo da parte dei brahmini di allora, come ad esempio, il ritualismo esagerato, i sacrifici cruenti, la loro indebita supremazia. Nell’incontro con queste due nuove religioni, l’Induismo assimilò la loro filosofia morale e diede particolare rilievo al principio della non-violenza. Di conseguenza i sacrifici cruenti diventarono sempre più rari e, quanto all'istituzione monastica, oltre al suo tradizionale monachesimo solitario, adottò anche il sistema cenobitico, caratteristico del Buddismo. c) L’incontro con l’Islàm Un'altra fase importante nella storia fu l’incontro con l’Islàm. Gli islamici incominciarono le loro incursioni sporadiche in India Gen's 3/2001 nel 712. Queste divennero sempre più frequenti verso il secolo XI ed entro il secolo XIII la maggior parte dell'India passò sotto il governo islamico. In seguito l’islam consolidò la sua conquista che durò fino al secolo XVII. L’islamismo entrò in India con uno zelo missionario tale da imporre la sua fede ai seguaci delle religioni locali, cosiddetti noncredenti. Con mezzi non solo pacifici riuscì ad ottenere numerose conversioni, perché le caste più basse trovavano nella nuova religione il desiderato sollievo dall’emarginazione e dall’oppressione sociale delle caste più alte. Il regno islamico, con la sua intolleranza religiosa, costituì una gravissima minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Induismo. Ogni indù, che non si convertiva, era costretto a pagare un tributo. L’Induismo nel tentativo disperato di autodifesa si ripiegò su se stesso, rafforzò le barriere delle caste e si rese più o meno impenetrabile. Nonostante tutto, le due religioni subirono profondi influssi reciproci. Ancora oggi non vi è aspetto della vita indiana che non porti qualche impronta della cultura musulmana. E questo lo si nota nell’arte, nell’architettura, nella letteratura, nella musica. Nella religione indù l’Islàm ha influito, ad esempio, nell’accentuare maggiormente la fede monoteista, nel riconoscere sempre di più i difetti dell’idolatria e dell’istituzione rigida delle caste. Anche il misticismo islamico a sua volta si è notevolmente arricchito a contatto con l’Induismo. d) L’incontro con la cultura europea La presenza britannica in India apportò grandi cambiamenti. Gli inglesi, sbarcati come commercianti all’inizio del secolo XVII, vi si stabilirono come governanti negli ultimi decenni del secolo XVIII, e continuarono fino al 15 agosto 1947. In questo periodo avvenne forse il primo incontro vitale dell’Induismo con la cultura occidentale e, conseguentemente, anche con il cristianesimo, — pag. 19 — studio 81 L’Induismo stava attraversando un periodo di crisi con usanze incomprensibili alla sensibilità moderna, come l’immolazione delle vedove nel fuoco della pira del marito, il matrimonio tra fanciulli, la proibizione del matrimonio alle vedove, l’intoccabilità, ecc. In quest'epoca gli evangelizzatori occidentali, cattolici e protestanti, si impegnavano con vigore a favore della gente emarginata. Erano intransigenti nel criticare apertamente i mali reali e presunti della tradizione indù. Per quanto riguarda l'educazione il loro contributo è stato senz'altro rimarchevole. Nel primo quarto del secolo XIX i missionari protestanti diffusero traduzioni della Bibbia in una ventina di lingue locali, dando la possibilità agli indiani di conoscere meglio il cristianesimo. Nel 1835 il governo britannico introdusse l’educazione scolastica occidentale di tipo inglese. Anche se in India esisteva già una tradizione educativa molta antica con alcuni centri di insegnamento superiore, questi seguivano un sistema ormai sorpassato: l’istruzione veniva impartita in sanscrito e lo studio era prevalentemente di carattere religioso. L'’inefficacia di questo sistema era ovvia. Di conseguenza il governo britannico diede vita a varie istituzioni educative e i missionari cristiani contribuirono notevolmente ad estenderle. Benché non fosse giusto imporre un sistema straniero d'istruzione senza riguardo allo sfondo culturale del Paese, questo servì per mettere i popoli dell’India in contatto vitale con idee, pensieri e ideali sociali, politici e religiosi dell'Occidente. E, contemporaneamente, contribuì anche al risveglio religioso e sociale dell’Induismo. L’opera dei riformatori Gli occidentali, durante il periodo coloniale, si dedicarono con fervore allo studio della cultura, della religione e della letteratura indiana. Tradussero in lingua inglese i diversi libri sacri ed opere letterarie indù, renden- do accessibili, per la prima volta agli occidentali ed anche a molti degli stessi indiani, le ricche fonti della loro antica cultura. In questo modo i leaders indù divennero più consapevoli e fieri della ricchezza delle loro culture millenarie e nello stesso tempo si resero conto che a valori perenni e sublimi della loro tradizione si erano aggiunti lungo i secoli anche dei disvalori. Di qui la nascita di movimenti di riforma dell’Induismo. I principali di questi movimenti sono il Brahma Samaj, V Arya Samaj, e la Missione di Ramakrishna. Il primo impulso fu quello di riformare l’Induismo, adottando “senza riserve” la visione occidentale con i suoi principi cristiani. Il Brahma Samaj fu fondato da Ram Mohan Roy (1772-1833), chiamato “il padre dell'India moderna”. Egli, professando una religione monoteista di tipo razionalista e adottando i principi morali del Nuovo Testamento, promosse molte riforme nella società indù; respinse la credenza tradizionale nella reincarnazione delle anime, la pratica dell’idolatria, il sistema sociale delle caste e, insistendo sulla paternità di Dio e la conseguente fratellanza degli esseri umani, cercò di inculcare una nuova sensibilità sociale. Il Brahma Samaj esercitò una forte influenza sugli intellettuali indù, ma non penetrò nelle masse. Il secondo impulso fu dato da un ritorno al vedismo antico. Swami Dayananda Saravsati (1824-1883) fondò l’Arya Sama. Egli dichiarò che tutto quello che non aveva una conferma nei Veda era un’escrescenza posteriore che contaminava la purezza dell’ Induismo; combatté le superstizioni, l’idolatria, la discriminazione delle caste ed altre pratiche odiose, ed intraprese varie riforme sociali. Volendo inculcare negli indù l'orgoglio per la superiorità della loro religione millenaria, osteggiò l’islamismo e il cristianesimo, introducendo metodi per riconvertire all’Induismo coloro che erano diventati musulmani o cristiani. Il terzo movimento, il Ramakrishna Mission, fondato da Vivekananda (1863-1902), cercò di diffondere il messaggio del grande Gen's 3/2001 — pag. 20 — 82 studio mistico Sri Ramakrishna (1834-1886). Egli con la vita e le parole insegnava l'armonia fondamentale esistente tra le varie religioni in quanto mezzi per arrivare all’unica Realtà Suprema chiamata diversamente nelle varie tradizioni. Per lui non è necessario cambiare religione, basta praticar bene la propria. Vivekananda fu il primo indù che si portò in Occidente per farvi conoscere l’Induismo. Nei discorsi e negli scritti sottolineava frequentemente la complementarietà della cultura orientale ed occidentale: la prima perché ricca di spiritualità e di mistica, la seconda perché ricca di risorse materiali e di tecnologie. Quest’idea è ripetuta spesso da tutte le grandi figure dell’Induismo moderno. A questi riformatori bisognerebbe aggiungere i nomi di altri grandi maestri induisti come Rabindranath Tagore, Ramana Maharshi, Mahatma Gandhi e Sri Aurobindo. Per tutti loro i fondamenti per una nuova civiltà si trovano nei principali libri sacri e negli insegnamenti sapienziali della loro tradizione, ma questi interpreti moderni sottolineano l’oggettività e l’importanza, pur sempre relativa, anche di questo mondo. Essi presentano una visione spirituale della vita senza sradicarla da questa terra. Cercano anche di superare l’individualismo della spiritualità indù per creare una nuova coscienza sociale basata sull’uguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani. Anche per quanti praticano una severa vita ascetica e mistica, ridimensionano la solita insistenza sulla rinuncia al mondo e sul monachesimo solitario, inculcano lo spirito di servizio, soprattutto verso gli oppressi e gli emarginati, e cercano l’equilibrio tra la contemplazione delle realtà divine e l’azione a favore del prossimo. Testimone di questa svolta fu Tagore, che nel suo libro Gitanjali, ammoniva: «Smettila di cantare i tuoi inni, di recitare le tue orazioni! Chi adori in quest’angolo buio e solitario d’un tempio, le cui porte sono tutte chiuse? Apri i tuoi occhi e guarda: non è qui il tuo Dio. Gen's 3/2001 Egli è là dove l’aratore solca la dura terra, dove lo spaccapietre apre una strada. È con loro nel sole e nella pioggia, la sua veste è coperta di polvere. Levati il manto sacro e scendi con lui nella polvere. Liberazione? Dove credi di poter trovare la liberazione? Il tuo stesso Signore ha preso su di sé lietamente i legami della creazione ed è legato a noi tutti per sempre». Tra queste personalità occupa un posto privilegiato Gandhi a tutti ben noto nel suo impegno per la liberazione e la pacificazione del suo popolo, fino a dare la vita per questa causa. L'Induismo dei nostri giorni Pur riconoscendo l’influsso che questi fermenti di rinnovamento hanno esercitato sulla società indiana, almeno nelle classi più istruite, come è la vita dei suoi seguaci? Le pratiche indù oggi L’osservanza religiosa degli indù di oggi è in stretto legame con la loro tradizione e va dal culto delle immagini sacre alla venerazione degli antenati e dei maestri spirituali, dalla recita delle formule sacre alla celebrazione di feste religiose, dall’osservanza di vari riti sacramentali alla visita ai templi e ai pellegrinaggi verso i luoghi santi, dall’immersione nei fiumi sacri all’esercizio di qualche disciplina come via di perfezione e liberazione finale. Il culto delle immagini avviene generalmente in una stanza della casa ed è l'aspetto più popolare. L'immagine deve essere prima debitamente vivificata dal sacerdote. Egli invoca la divinità che prende possesso della sua immagine, la quale da quel momento non è più qualcosa d’inanimato, ma è palpitante della vita e della potenza della divinità che la — pag. 21 — studio 83 abita. Naturalmente di queste divinità ce ne sono a migliaia. Eppure non sarebbe esatto dire che l’indù è politeista. I più colti di loro insegnano apertamente che il culto rituale è utile soltanto a coloro che non sono ancora in grado di contemplare la propria identità nell'Assoluto, che è impersonale, trascendente, “Unica realtà senza un secondo”. La tradizione indù attribuisce grande valore spirituale al pellegrinaggio. Esso è la migliore espiazione per i peccati commessi in tutte le incarnazioni passate e la fonte di ogni bene in questa vita e in quella futura. L'efficacia del bagno nel Gange è tale che purifica non solo chi lo pratica, ma anche i suoi discendenti fino alla settima generazione. Dopo il bagno purificatore, il pellegrino compie l’atto più importante, la circumambulazione: il cammino devoto attorno ad un oggetto o luogo sacro, ripetendo una preghiera di espiazione, come ad esempio: «Sono un peccatore, ho commesso peccati, sono colpevole, un uomo smarrito. Salvami, o Dio, con la tua grazia, tu che ami chi si rifugia in te!». Negli abitanti dei villaggi Circa 1'’80% degli indù vive nei villaggi e rimane radicata nelle sue credenze ancestrali; crede nel destino ed evita di venire a contatto con oggetti e persone ritenute impure, fonti di malanni di ogni tipo. Tutti sentono ovunque la presenza della divinità, che prende innumerevoli forme, alcune benigne, altre neutre ed altre ancora malevoli. Per questo ogni villaggio pullula di esorcisti, astrologi, guaritori, ecc. Nella classe media delle città Diversa è la mentalità della classe media cittadina, che ha eliminato buona parte delle paure ancestrali e.privilegia i valori etici sulle osservanze rituali. Non per nulla alcuni valori occidentali ispirati al Vangelo sono stati incorporati nella Costituzione indiane. Nelle città ci sono ancora i tradizionali Bramini che si alzano presto e passano le prime 4 o 5 ore in una complicata serie di purificazioni rituali, recitando lunghi tratti di scritti sacri in sanscrito, per poi eseguire il rituale culto delle immagini e la meditazione. Ma il loro numero è in continuo declino. Non manca neanche una frangia urbana di indù agnostici che rigettano le credenze tradizionali e le pratiche rituali. Tra loro si contano scienziati, professori universitari, medici, magistrati, operatori sociali e politici. Quale dialogo? È questo l’Induismo con cui la minoranza cristiana dell'India deve convivere e dialogare. Parliamo di minoranza, perché i cristiani in India sono circa 18 milioni (i cattolici 12 milioni) su una popolazione di circa um miliardo, di cui 0,5% sono giainisti, 0,71% buddisti, 1,82% cristiani, 11,35% islamici e ben 83% induisti. In un ambiente a prevalenza induista vale il dialogo della vita, di cui si parla in queste pagine. Lo stesso card. Tomko, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, dopo aver saputo della linea seguita da Chiara su questo argomento, ha scritto: «...sentiamo di unirci a voi nel rendere grazie al Signore per questa via che, attraverso la persona e l’opera di Chiara, lo Spirito Santo ha voluto aprire alla Chiesa». Infatti per i leaders induisti più illuminati il criterio ultimo per giudicare la validità e la credibilità di una dottrina o di una religione non è la sua coerenza logica, tanto meno le dichiarazioni sublimi delle rispettive Scritture, ma la vita esemplare dei suoi seguaci: un'esperienza spirituale che sappia tradurre in vita le verità professate. Non diceva Gandhi che avrebbe abbracciato la fede cristiana, se i seguaci di Cristo vivessero come san Francesco d'Assisi? Anche per lui una dottrina vale per quanta bontà riesce ad incarnare in chi la professa. Darryl D’Souza Gen's 3/2001 — pag. 22 — 84 esperienza Un sacerdote abbraccia con fede la sua croce e la comunità cristiana dispersa ritrova l’unità e rinasce a vita nuova In diaspora tra gli indù: un uomo di Dio a servizio di tutti di George Mendes L'autore è un indiano che, dopo una carriera ben affermata nel campo professionale, ha sentito la vocazione al sacerdozio e si è donato a Dio con lo slancio dei neofiti. Ma dopo aver iniziato con entusiasmo l’esercizio del suo ministero, per false denunce è costretto a fare il custode di una fattoria. E qui ha inizio la sua avventura. S ono nato e cresciuto accanto ad un tempio indù e per me vivere immerso in una realtà multireligiosa è stata da sempre una cosa normale e, forse anche per questo, il mio rapporto con gli indù è spontaneo. Ovviamente la molteplicità delle varie credenze suscitava in me degli interrogativi, sviluppando un profondo desiderio d’unità. Così, quando ho incontrato la spiritualità del Movimento dei focolari, ne sono stato subito attratto. Dopo la mia ordinazione il vescovo mi ha inviato in un villaggio molto umile, formato da persone appartenenti ad una tribù. Ero animatore di un gruppo composto da suore, sacerdoti e un laico consacrato. La comunità cristiana era molto piccola e noi lavoravamo soprattutto nel campo dello sviluppo sociale di tutti gli abitanti del villaggio, indipendentemente dalla religione di appartenenza. Gen's 3/2001 Tutti possiamo sbagliare Un giorno, nel 1989, sono stato convocato dal vescovo. Dopo un lungo viaggio sono arrivato da lui e, con mia grande sorpresa, mi sono sentito dire che gli era stato riferito per iscritto da persone fidate che io ero un uomo miscredente, soprattutto riguardo all’Eucaristia. Una copia di quest'accusa era stata inviata agli altri sacerdoti della curia. Senza tener conto delle mie osservazioni sull’infondatezza di simili accuse, il vescovo ha creduto bene di mandarmi in un’altra località. Quando ho ricevuto la lettera di trasferimento sono rimasto sconvolto, perché l'ordine impartito era un vero castigo. Mi chiedeva, infatti, di prendermi cura, non dei cristiani che in quel luogo si pensava non vi fossero, ma di una fattoria della diocesi, che era stata requisita dal governo e su cui pendeva da anni un’azione giudiziaria. Stando alle norme canoniche avrei potuto rifiutarmi di obbedire, appellandomi ad istanze superiori, come tanti mi consigliavano. Dentro di me sentivo il peso di un dilemma: il consiglio che mi davano era giusto, ma potevo mettermi contro il vescovo, causando uno scandalo in diocesi? D'altra parte perché subire supinamente un castigo immeritato? Capivo che il Vangelo è più esigente del Diritto Canonico e sentivo il bisogno di un supplemento di sapienza. Ho esposto il mio caso ai miei amici del Movimento dei focolari e questi, pur prendendo parte al mio — pag. 23 — esperienza 85 dolore, mi hanno ricordato una frase di Chiara Lubich: «E meglio il meno perfetto in unità che il più perfetto fuori dell’unità». Questa visione evangelica dei rapporti nella Chiesa mi ha dato tanta pace ed anche la forza di accettare serenamente il trasferimento. Ho iniziato con impegno il nuovo lavoro. Più tardi, volendo fare le cose in unità col mio vescovo, sono tornato da lui per aggiornarlo su come mi stavo organizzando nella fattoria. Egli forse si stava rendendo conto di aver preso un abbaglio, perché ad un certo momento della nostra conversazione ha detto, come per inciso, che anche i vescovi possono sbagliare. Non ha saputo, però, rimediare alla diffamazione che avevo subito, né mi sembrava evangelico avanzare pretese. Con i serpenti in casa La mia nuova abitazione era una vecchia casa colonica molto malandata. Nelle fessure delle sue mura abitavano indisturbati i serpenti cobra. Un giorno ne ho trovato uno arrotolato dentro un armadio dalla porta sgangherata. Per giungere alla fattoria la strada era pessima; l’erogazione della corrente elettrica s’interrompeva frequentemente. La situazione, già triste per se stessa, peggiorava perché non mi era stato affidato nessun lavoro pastorale. Dovevo semplicemente far da guardiano ad una fattoria che aveva già vissuto giorni migliori, per impedire al governo di appropriarsene definitivamente. Parte di questa proprietà terriera era diventata un rifugio per i più poveri e per questo motivo vi erano sorti tanti s/um di gente della casta bassa. Il tasso di disoccupazione era molto alto e la povertà acuta. Il risultato era un aumento continuo di criminalità. C'erano con me due laici consacrati che si prendevano cura del posto, mentre io cominciavo a visitare ogni giorno gli slum. Ho scoperto delle famiglie cattoliche che frequentavano la Chiesa soltanto a Natale e a Pasqua, perché abitavano molto lontano. I loro figli non frequentavano le scuole cristiane, ma quelle della bassa casta. Non sapevano cosa fosse la vita di una comunità cattolica. Naturalmente i giovani si univano tranquillamente con i non cristiani, perdendo lentamente ogni traccia di cristianesimo. I figli nati da queste unioni normalmente non venivano battezzati. Mi sono accorto che in una tale situazione di estrema povertà e di mancanza di fede, l’unica cosa che potevo fare era amare queste persone. Ho iniziato a visitarle regolarmente per stare semplicemente con loro, accettandole così com'erano. Dal pollaio nasce una Chiesa viva Nel frattempo, il vescovo aveva sentito parlare del buon lavoro che si stava compiendo e, anche se la nostra non era una parrocchia, mi ha chiesto di organizzare il sacramento della cresima in un luogo della fattoria dove la gente potesse convenire. Nel giorno stabilito è arrivato per la celebrazione ed è rimasto molto sorpreso nel vedere un gruppo così numeroso e mi ha chiesto da dove fosse venuto. Ho risposto che erano abitanti dei vari slum della zona. Senza pensarci due volte mi ha annunciato che bisognava erigere lì una parrocchia. Gli ho risposto che non avevamo una chiesa e che la liturgia domenicale veniva fatta in un capannone già adibito ad allevamento di polli, ma in uno stato di totale abbandono. Ha suggerito allora di rimetterlo in ordine, adattandolo a chiesa nel migliore dei modi. Nel giro di tre mesi il lavoro è stato compiuto, l’edificio è stato benedetto e la parrocchia inaugurata ufficialmente. Era il 1981. Ma come far sperimentare la comunità a cristiani così dispersi e così lontani gli uni dagli altri? Dovevo trovare un modo per avvicinarli anche fisicamente alla Chiesa. Mi è sembrato di capire cosa potevo fare: forse è stata un’ispirazione. Il terreno della fattoria si estendeva per 14 ettari e la sua proprietà era contestata da più di 25 anni. Se la nostra gente così povera fosse accolta in questo terreno, certamente sarebbe meglio assistita e, conseguentemente, anche il nostro dissidio con lo Stato si sarebbe risolto più facilmente a nostro favore. Ho lanciato l’idea e nel 1992 il primo gruppo di cristiani è arrivato ed ha Gen's 3/2001 — pag. 24 — 86 esperienza preso stabile dimora nel terreno della fattoria. Tra loro c'erano anche persone con un passato poco pulito: dovevamo riabilitarle e tenerle lontane dalle vecchie abitudini che a volte avevano rasentato la pratica del crimine. Abbiamo dovuto usare anche maniere forti, avendo però sempre nel cuore l’amore per loro e per le loro famiglie. È stato un lavoro lungo, ma fruttuoso, perché anche i criminali sono sensibili all’amore e alla gioia della redenzione. Pian piano il numero di persone che frequentavano la chiesa è aumentato. Tramite un processo di catechesi i non praticanti si sono avvicinati ed hanno sperimentato la Chiesa come madre. Di conseguenza, adulti battezzati hanno voluto regolarizzare i loro matrimoni; tanti figli di cristiani hanno chiesto il battesimo per sé e per i loro bambini e quindi anche il matrimonio religioso. Abbiamo potuto rievangelizzare circa 1000 cristiani che si erano allontanati dalla pratica religiosa. Oggi i frutti sono abbondanti. Abbiamo sette gruppi che lavorano in parrocchia. Quando sono arrivato non ce n’era neanche uno. Attualmente i parrocchiani praticanti sono più di 5000. La nostra diocesi conta circa 20.000 cattolici e noi siamo la seconda parrocchia più grande. Abbiamo anche una scuola e nell’insegnamento usiamo la lingua locale. Sono sorte poi tante iniziative per riabilitare gli ex-carcerati e per cercare lavoro per i disoccupati. Facciamo del nostro meglio per aiutare nel campo dell’educazione, della sanità e nel trovare alloggi adatti ai bisogni delle famiglie. Un grande contributo per la formazione dei bambini ci viene dal programma di adozione a distanza di Famiglie Nuove del Movimento dei focolari. | frutti dell’unità Un giorno è venuto a trovarci il vescovo ausiliare, che mi ha detto qualcosa di molto bello. Queste le sue parole: «Quando sei stato trasferito qui, naturalmente eri molto Gen's 3/2001 turbato. A pensarci bene è stato proprio un vero castigo mandarti in questo luogo. Con tutte le tue qualifiche, esperienze e capacità di organizzazione, potevi ricevere un incarico più nobile. Ora però si vede chiaro che Dio ti voleva proprio qui per costruire questa comunità. Senza quell’azione disciplinare, tutto questo non sarebbe accaduto. Riconosciamo i piani di Dio e ammiriamo i frutti della tua obbedienza e del tuo faticoso lavoro». Per me era una riprova che, vivendo la vita nell’unità col vescovo e con i fratelli, niente è impossibile a Dio. In tutti questi anni di lotta è stata, infatti, la vita d’unità che mi ha sostenuto e portato avanti. Oggi posso affermare chiaramente che quando si riconosce nel dolore Gesù abbandonato, i frutti sono sempre abbondanti. A_ volte si presentano situazioni assurde, ma se le vivi con spirito di fede, presto o tardi scopri il filo d’oro che lega la storia tua e degli altri. Le avventure, però, non finiscono mai. Avevamo formato un comitato per coordinare i nostri sforzi e ottenere il diritto di residenza per la gente che aveva occupato il terreno della fattoria requisita dal governo. Un sabato sera il presidente e il segretario del comitato sono venuti a dirmi che l’avvocato aveva comunicato che dovevamo pagare una tassa di 1500 dollari agli ufficiali giudiziari e governativi per salvaguardare le case costruite sul nostro terreno conteso; diversamente, tutte le case sarebbero state demolite dai buldozer. Avevo con me meno di 100 dollari. Sono andato ai piedi della statua della Madonna e ho chiesto aiuto. Poi sono andato a trovare l'avvocato. Mi ha detto chiaramente che non c’era via di scampo: bisognava pagare. Il giorno seguente era domenica ed ho celebrato come di solito le tre messe ed ho fatto anche alcuni battesimi. Concluso il lavoro sono tornato ai piedi della Madonna per chiederle un miracolo. Sono andato di nuovo dall’avvocato, sperando che avesse trovato una soluzione, ma ha ribadito quanto aveva detto il giorno prima. Il tempo stringeva, ma dove prelevare i soldi prima di sera? E qui il miracolo è avvenuto. Ho parlato con alcune per- — pag. 25 — esperienza 87 sone, chiedendo un prestito e queste si sono date da fare anche presso i loro amici, riuscendo a racimolare i soldi necessari. Eravamo salvi. Pensavo che la questione fosse stata risolta definitivamente, ma un bel giorno vedo arrivare i bulldozer inviati dalle autorità per iniziare la demolizione delle case. Per fortuna la sera precedente avevo ricevuto un ordine del giudice che lo proibiva. Di fronte a questo documento i bulldozer hanno dovuto fare marcia indietro. Recentemente abbiamo scoperto che un uomo della comunità era malato di AIDS. Abbiamo fatto il possibile per trovargli un ospedale, ma tutte le porte si sono chiuse ed alla fine egli è morto nella sua piccola capanna, straziato dal dolore davanti alla giovane moglie e ai tre figli con meno di cinque anni. Tutta la comunità si è impegnata a raccogliere il denaro necessario per le spese della sepoltura e tanti hanno partecipato al funerale, esprimendo così la loro unità con la famiglia in lutto. Poi abbiamo eseguito un controllo medico sulla vedova, scoprendo che anche lei aveva contratto la stessa malattia. Una famiglia le ha offerto casa e cibo e, data la paura per questo morbo, tale gesto è stato una vera testimonianza d’amore. Ora la comunità fa a turni e gratuitamente la pulizia della chiesa, mentre normalmente nelle altre parrocchie questo lavoro è fatto a pagamento. Nel periodo natalizio i giovani vanno di casa in casa, offrono i canti di Natale e raccolgono soldi. Le offerte servono per abbellire le celebrazioni liturgiche, per promuovere eventi sportivi, culturali e varie gare di pittura, scrittura, ecc. Conoscendo la cultura del posto, non ho potuto mettere un orario per ricevere le persone in casa. Tutti sono benvenuti a qualsiasi ora. Se sto facendo colazione, condivido con loro la tazza di thè o di caffè. Con questi piccoli gesti tante barriere sono cadute. Naturalmente essi stessi capiscono come comportarsi per lasciarmi il tempo di riposare. Piccoli fioretti Una parrocchiana aveva una relazione extra matrimoniale con un signore e questa situazione stava portando alla frantumazione della sua famiglia. Con delicatezza rispettosa mi sono fatto amico di ambedue i coniugi, ascoltandoli pazientemente. Allo stesso tempo sono stato molto deciso nel dire a lei che doveva interrompere questo rapporto. Ho dovuto passare delle ore con ciascuno di loro. Una notte mi trovavo immobilizzato a letto da un fortissimo dolore di schiena. Era appena trascorsa la mezzanotte ed ho sentito qualcuno che mi chiamava. I due erano venuti fino alla mia casa litigando. Era difficile muovermi, ma li ho accolti e mi sono seduto con loro per più di un’ora. Non era semplice ricomporre l’unità, ma Gesù sulla croce aveva pagato anche per questa tragedia famigliare. Oggi posso dire con gioia che i due sposi vivono bene. Forse anch’io quella notte sono stato chiamato a dare un piccolo contributo alla loro felicità. Un'altra volta è stata una ragazza a svegliarmi sempre verso la mezzanotte. Era sconvolta ed aveva camminato per sei chilometri in piena notte per raggiungere la chiesa. Un orfano che abitava con me ha cercato di convincerla a tornarsene a casa, perché non voleva disturbarmi. Ero appena andato a letto dopo una giornata abbastanza pesante. Il rumore che facevano mi ha svegliato. Mi sono alzato e sono andato ad accogliere questa ragazza sola e triste. Ho pensato a Gesù sulla croce e mi son detto: devo essere per lei un'espressione di quell’amore. Mi ha raccontato la sua storia d’innamoramento con un ragazzo che poi l’aveva abbandonata. La sua stessa famiglia l’aveva rigettata, perché lei stava passando per un esaurimento nervoso e gli altri non la capivano. L'ho ascoltata con pazienza, le ho fatto una tazza di thè caldo e dopo circa un’ora l’ho accompagnata a casa. Qui ho parlato con i suoi genitori e fratelli, aiutandoli a comprendere la situazione della ragazza e, soltanto quando tra loro è tornata la pace, ho ripreso il cammino verso casa. Erano ormai le ore piccole del mattino. Gen's 3/2001 — pag. 26 — 88 esperienza Rapporti con gl’induisti C'è un tempio indù abbastanza vicino alla nostra chiesa e attorno vi abitano tanti indù. Abbiamo ottimi rapporti con loro. Ci sono voluti tanti anni per costruire quest’amicizia. Ho seguito la tattica dell’amore che Chiara spesso ci ricorda: amare tutti e amare per primi. Ogni volta che li incontro, li saluto, converso con loro e accetto l’invito a prendere un tè. Quando celebrano le loro feste religiose vi assistiamo per quanto ci è possibile. Spesso gli indù, quando si trovano in difficoltà, si rivolgono a me. Per esempio li aiuto quando non hanno i soldi a sufficienza per pagare le rate scolastiche o quando non hanno da mangiare. Attualmente due gruppi di indù di caste differenti sono in lite tra loro a causa di un pezzo di terreno necessario per la costruzione di un tempio. Per la fiducia che hanno in me i rappresentanti dei due gruppi mi hanno chiesto di aiutarli a trovare una soluzione amichevole. Alcuni /eaders locali del partito nazionalista indù vengono puntualmente a portarmi gli auguri di Natale. Quando ho delle difficoltà con l’amministrazione locale o con la polizia, proprio loro — normalmente accusati di essere contrari ai cristiani — sono i primi ad aiutarmi. Nei loro incontri, dove possono prendere parte solo persone scelte, vogliono che io sia presente. Ogni anno il governo dello Stato organizza incontri di massa a favore della pace e svolge programmi interreligiosi nel compleanno del Mahatma Gandhi. E ogni volta, m’invitano come rappresentante della comunità cristiana della città. Per la preghiera scelgo quei brani del vangelo che parlano d’amore e d’unità ed offro un breve commento incoraggiando tutti i presenti ad amarsi reciprocamente andando al di là di tutte le differenze religiose. Promuovere la pace fra tutti L'area abitativa è suddivisa in varie zone e ognuna è occupata da persone che seguono la stessa religione, per cui è stato facile desi- Gen's 3/2001 gnarle col nome della religione dei suoi abitanti. Ogni contrasto che sorge tra la zona cristiana e quella indù sembra abbia una connotazione di origine religiosa, mentre spesso è di tutt'altro genere. Ho cercato di far capire che siamo tutti fratelli e sorelle, perché figli dell’unico Dio, invitandoli a non usare il nome della religione per identificare la propria zona, ma piuttosto i nomi che le località già hanno da sempre. Pian piano mi hanno ascoltato. Una volta mancava l’acqua nella zona accanto a noi e i suoi abitanti venivano ad attingerla nei pozzi dei cristiani. Questi non volevano e gli indù sono venuti da me a lamentarsi. Ho fatto in modo che la situazione si risolvesse. Ora ricevono tutta l’acqua di cui hanno bisogno. La nostra zona è fornita di elettricità, mentre la zona accanto non ne ha. Sto lavorando per fornire anche la corrente elettrica utilizzando le nostre strutture. Abbiamo formato un comitato misto di membri delle due zone per rafforzare i nostri legami. Così quando sorgono dei problemi, li affrontiamo e risolviamo insieme. Oggi non sono più considerato soltanto il sacerdote della comunità cattolica, ma l’uomo di Dio a servizio di tutti. A questo punto il governo statale è intenzionato a nominarmi “magistrato esecutivo speciale” per questa zona. Dovrò autentificare i documenti, avviare a soluzione i problemi sociali e civici ed anche dirimere, come giudice di pace, le difficoltà che possono sorgere tra gli abitanti della circoscrizione. Anche qui, come ovunque, l’annuncio del Vangelo diventa credibile solo se passa attraverso l’amore concreto. George Mendes — pag. 27 — esperienza 89 Flash di vita dI Così ho riscoperto il Cristianesimo L’Induismo conta 30 milioni di aderenti in Occidente. Quali valori li hanno attratti? Riportiamo l’esperienza di un giovane, che può aiutarci a capirlo. Da adolescente avevo ricevuto una formazione cristiana povera, nozionistica, e crescendo notavo nelle persone che conoscevo una separazione abissale tra la fede professata e la vita quotidiana. Essi non erano molto diversi da chi non credeva. Quando lasciai la mia città di provincia e venni nella capitale per gli studi universitari, anche le poche convinzioni religiose dell’infanzia naufragarono. Studiando ingegneria elettronica ed entrando nella conoscenza della fisica, la matematica, la chimica, mi rendevo conto che ero soltanto un punto nel meraviglioso spettacolo della Creazione, e questo faceva crescere in me un forte desiderio di conoscere i misteri dell'universo. La scienza però non rispondeva fino in fondo a questa mia esigenza di verità, che notavo anche nei miei colleghi, che spesso la mascheravano con la ricerca del piacere, dell'avere, del potere, ma erano insoddisfatti. Fu a questo punto che incontrai l’Induismo. La mia prima impressione fu d’ammirazione perché mi poneva davanti a un mistero che supera le nostre capacità e ci avvolge. Trovavo in esso tanti aspetti positivi. Dietro il cosiddetto “panteismo” indù mi si svelava l’esigenza umana, che era anche mia, di essere immersi in Dio in tutti gli aspetti della vita (società, economia, cultura, ecc.), essendo avvolti internamente ed esternamente dalla presenza della divinità. Questo mi ha fatto rivalutare la natura, il mio rapporto con l’universo, e mi ha fatto allargare il concetto di salvezza universale: dagli esseri umani a tutto il creato. Inoltre, mi attirava il fatto di poter accedere alla conoscenza del divino attraverso vari generi letterari, come favole, poemi, storie, preghiere, di cui l’Induismo è così ricco. Dietro le innumerevoli statue trovavo lo sforzo di rispondere al bisogno umano di sentire vicina la divinità, di convivere con lei. Il fatto stesso di rappresentare la divinità in diverse forme: umane (maschili e femminili), animali, vegetali ecc., mi faceva capire l’illimitata ed infinita realtà della divinità, che non può mai essere racchiusa in modo esauriente nelle nostre categorie umane. Dietro la reincarnazione, un’altra realtà centrale dell’Induismo, ho intravisto l’infinita misericordia di Dio, che offre un’opportunità per ricominciare una nuova vita, superando gli errori della vita anteriore. Nella plurimillenaria saggezza indù, ho trovato altri lodevoli tentativi di risposte a tanti interrogativi, come l’ordine universale, il principio di causalità, la morte, il dolore, le differenze sociali, ecc. Cercando di penetrare l’Induismo, mi sono imbattuto in due personaggi particolarmente importanti. Tagore, che per la bellezza, profondità e sapienza della sua opera letteraria mi piace accostare a san Giovanni della Croce, e Gandhi, che attraverso i suoi scritti mi ha fatto riscoprire la grandezza del cristianesimo, soprattutto leggendo quanto Gen’s 3/2001 — pag. 28 — 90 esperienza egli dice sulle beatitudini evangeliche. Mi ha fatto addirittura rivedere la mia posizione carica di pregiudizi verso il cristianesimo. Egli scrive: «Come posso abbracciare un’altra religione, senza avere prima approfondito la mia?». Mi ha colpito soprattutto la coerenza della sua vita ed il richiamo che fa ai cristiani paragonandoli alle pietre del fiume, immerse nell’acqua ma secche all’interno. Gandhi ha contribuito a riaccendere in me l'interesse per il cristianesimo e a riconoscere che la precedente esperienza negativa che avevo avuto si doveva ad una conoscenza deformata o insufficiente. A questo punto mi sono impegnato a riscoprirlo, col desiderio di viverlo concretamente. Ho iniziato questo nuovo cammino e ho sentito in maniera fortissima — potrebbe sembrare inspiegabile — il desiderio di donare la mia vita a Dio nel sacerdozio. Sono entrato in un seminario impostato sulla spiritualità dell’unità da un sacerdote, che ce la trasmetteva soprattutto con un ascolto paziente e con la sua vita. Attualmente mi trovo, con altri seminaristi e sacerdoti di tante parti del mondo, in una Scuola di vita del Movimento dei focolari a Loppiano, nei pressi di Firenze. Qui, dove il Vangelo costituisce il cuore e la legge dei suoi abitanti, si può vedere, come in un laboratorio, come sarebbe la società se fosse imbevuta degli insegnamenti evangelici. Sto facendo varie scoperte. La prima — che ha saziato pienamente la mia sete spirituale — è Dio Amore, il quale, proprio per questo, è Uno e allo stesso tempo Trinità, comunione. Ciò mi porta ad avere una visione antropologica nuova, scoprendo la mia vera essenza nell’essere in relazione di amore con tutti. Nell’Induismo mi sentivo immerso nella divinità, ma questa rimaneva per me impersonale e lontana, e non mi portava ad avere una relazione nuova con gli altri. Ero esortato chiaramente a vivere l’amore verso il prossimo, ma rimaneva per me come un’esigenza esterna, un mezzo per la liberazione dalla ruota delle reincarnazioni. Inoltre devo dire che, tra le varie presenze di Dio nell’universo e nell’umanità, l’espe- Gen's 3/2001 rienza della presenza di Gesù in mezzo ad una comunità dove si vive secondo il suo amore, ha appagato ancora di più la mia esigenza di essere immerso in Dio, di avvertirne la “vicinanza”. Un'altra scoperta che sto realizzando in modo esistenziale, sempre a livello antropologico, è che la mia persona intera è valorizzata perché immagine di Dio. Quindi un giusto apprezzamento del corpo umano creato ed amato da Dio. Nell’Induismo sentivo il corpo fisico come un mezzo per la reincarnazione, non una parte costitutiva, essenziale della persona. Mi affascina ad esempio l’aver scoperto che coloro che si cibano di Gesù Eucaristia, dopo la loro morte diventino “Eucaristia della terra” e contribuiscano così al piano di salvezza universale di tutta la Creazione. Ho trovato anche il superamento di una visione dell’esistenza umana chiusa in caste, un sistema sociale che contraddice la libertà e l’uguaglianza tra gli esseri umani, contro il quale Gandhi ha lottato con tutte le sue forze. Nel leggere e meditare alcuni testi sacri dell’Induismo, pur con la profondità e bellezza che trovavo in essi, tante volte ho avuto la sensazione di vivere fuori della realtà che avevo attorno. Nell’incontro col Vangelo sperimento che tutto ha un sapore oggettivo di verità, perché tutto è applicabile alla vita. Ogni volta che lo metto in pratica mi sento più inserito nella realtà e più pieno di umanità. Persino il dolore, l'errore, la morte e tante altre esperienze negative — che prima trovavano una spiegazione nella reincarnazione — ora acquistano una pienezza di luce nell’ab- bandono di Cristo sulla croce, misura divina dell’amore che dà senso ad ogni perché. Potrei raccontare tante altre scoperte. In sintesi direi che l’Induismo è stata una tappa importante della mia vita, che ha costituito una preparazione per accogliere con maggiore coscienza e pienezza la ricchezza del cristianesimo. Alejandro Rebén — pag. 29 — attualità ecclesiale 91 La Chiesa nel mondo o Dialogo interreligioso Convegno in India — “cristianesimo e nazionalismo”: è il titolo di un importante incontro tenuto, nel gennaio scorso, a Bangalore presso il seminario carmelitano Dharmaram Vidyakshetram. L’incontro ha visto la partecipazione di 300 teologi con l’intervento, tra gli altri, di padre Felix Wilfred, ex segretario esecutivo della commissione teologica, oggi Ufficio per gli affari teologici della FABC (Federazione delle Conferenze Episcopali dell’ Asia), sul tema dell’integrazione del cristianesimo nel contesto multireligioso asiatico. Padre Wilfred, già membro della Commissione teologica internazionale, ritiene che il cristianesimo in India deve assumere un linguaggio più comprensibile al fine di un’integrazione completa ed ha aggiunto che alcuni grandi leaders indù, che hanno studiato la Bibbia e compreso il messaggio cristiano, hanno avuto nel loro Paese un impatto superiore a quello di esponenti cattolici. Ed ha citato Gandhi: un uomo che ha saputo trarre dalla Bibbia molti insegnamenti al servizio del suo popolo. Molti altri interventi hanno sottolineato l’importanza del rinnovamento interno dell’India attraverso una maggiore evangelizzazione e la necessità di un cristianesimo più inculturato nel contesto indiano. Incontro a Sarajevo — Una realtà che le Chiese cristiane d'Europa si trovano ad affrontare è la presenza crescente dell’Islàùm in questo Continente. Cosa si pensa di dover fare per una convivenza pacifica? La Conferenza delle Chiese Europee evangeliche ed ortodosse (KEK) e il Consiglio delle Conferenze Episcopali cattoliche d’ Europa (CCEE) stanno preparando un congresso che si terrà il prossimo autunno a Sarajevo, dove inviteranno anche rappresentanti islamici europei. I temi saranno quelli della reciprocità, della famiglia, dei matrimoni interreligiosi e del rapporto tra religione e nazione e tra religione e politica. Nel dialogo le nostre diversità possono diventare doni reciproci e far nascere una realtà nuova nei rapporti tra cristiani e islamici. ©. Charta cecumenica La firma della Charta oecumenica nell’aprile scorso a Strasburgo costituisce senza dubbio un grande traguardo ecumenico. I contenuti della Charta vanno dall'impegno comune per l’evangelizzazione allo stile dei rapporti ecumenici, alla ricerca insieme per dare un’anima cristiana al continente, guardando anche a fenomeni come l’emigrazione e la presenza sempre più massiccia di nuove religioni e credi in Europa. (Il testo integrale della Charta si può trovare in www.kath.ch/ccee/). Lungo e laborioso è stato il cammino per arrivare alla firma. E passato per varie tappe: dall'assemblea ecumenica di Graz nel giugno del 1997 all’incontro fra KEK e CCEE in Portogallo all’inizio di quest'anno. Questo ha permesso il contributo delle varie Chiese europee nella stesura della Charta e certa- Gen's 3/2001 — pag. 30 — 92 attualità ecclesiale mente comporterà un contributo non indifferente al progresso dell’ecumenismo. In questo campo negli ultimi anni si accusava una certa stanchezza. Abbiamo chiesto a mons. Aldo Giordano, segretario generale del CCEE, se all’inizio del nuovo millennio sia cambiato qualcosa nel clima ecumenico. «Ho avuto l’impressione — ci ha risposto — che il 2000 è stato un po’ un anno di aratura del campo ecumenico, con grossi segni di speranza e con altri segni che sono stati interpretati in maniera contraddittoria. Adesso abbiamo l’impressione che in questo campo arato stanno germogliando delle cose nuove e interessanti. I responsabili delle Chiese durante questi incontri hanno dimostrato che si cerca veramente di creare qualcosa di comune. Le parole chiare del Papa alla chiusura della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest'anno sono state molto sentite; inoltre c’è stata tra noi una riflessione sulla Dominus Iesus, che ha chiarito come questo documento va letto all’interno di tutto il magistero della Chiesa cattolica ed anche degli ultimi interventi del Santo Padre. Questo è venuto in luce chiaramente quando abbiamo discusso in Portogallo il nuovo testo della Charta oecumenica sulle linee di fondo per un cammino di riconciliazione delle Chiese d'Europa. Nei mesi precedenti s’intravedevano delle nubi da parte di alcune Chiese, mentre ora esse hanno condiviso questo nuovo testo che offre adeguati criteri per sviluppare una cultura ecumenica del dialogo e della collaborazione. L’esserci ritrovati insieme in aprile a Strasburgo più di 100 responsabili e 100 giovani, con una dimensione quindi di futuro e con la volontà di affidare il testimone dell’ecumenismo alla nuova generazione, ci sembrano segni di un forte valore simbolico». Gen's 3/2001 DD Premio a Sant'Egidio Quest'anno l’Unesco ha conferito alla Comunità di Sant'Egidio il premio Fefix Houphouet Boigny per la pace a motivo del contributo dato alla risoluzione dei conflitti in varie parti del mondo soprattutto in Africa, dove è presente in più di 20 Paesi e dove nel ’92 riportò la pace in Mozambico. In qualche modo questo riconoscimento dice una cosa di cui Sant'Egidio è convinto da sempre e cioè che la pace, anche in questi Paesi così straziati da conflitti, che qualcuno vuole definire molto frettolosamente etnici, è possibile. Ce lo conferma il fondatore di Sant'Egidio, Andrea Riccardi. «Sì, la pace è possibile ed è la scelta più razionale per tanti popoli di questo mondo, anche per i popoli africani. Io temo che le diverse identità etniche e religiose siano alla fine strumentalizzate da politici furbi, i quali per fare interessi di parte seminano la divisione e il conflitto. In questo senso dobbiamo stare molto attenti, far tornare la simpatia tra cristiani e musulmani, cercare di dialogare e affermare i diritti della propria identità non in contrasto con quelli dell’altro. Bisogna imparare una grande lezione, quella che ci viene dall’ Africa e dai Balcani, e cioè che la storia e la vita sono coabitazione con l’altro». La Comunità di Sant'Egidio ha attualmente altri progetti in cantiere? Ci risponde ancora il prof. Riccardi: «Stiamo lavorando ad un programma di cura del- AIDS e alla ricostruzione del nostro ospedale in Guinea Bissau, distrutto dalla guerra. «Non abbiamo un progetto di mediazione particolare, ma non voltiamo le spalle ai Paesi in guerra, all'Africa delle malattie e delle lotte intestine. Questo per quanto riguarda l'Africa, ma Sant'Egidio non è soltanto lì, ma in tanti Paesi d’Europa come ad esempio in Francia, Belgio, Spagna, Germania, nell'Europa dell’Est e a Mosca ed ancora in America Latina e in Indonesia». a cura della redazione — pag. 31 — PERCHÉ TUTTI Notizie dal mondo dei seminari - 30 SIANO ‘accoglienza semplice e piena d’amore da parte vostra ci ha dato la percezione di un ritorno a casa. Ci avete accolti nella vostra famiglia e noi ci siamo sentiti subito famiglia, assorbiti da quell’unico Amore che fa tutti uno». Così una coppia di fidanzati ha scritto ad alcuni seminaristi. E proseguono: «Dalla vostra vita comune, dalla vostra volontà di avere Gesù fra di voi, dal vostro sì a questa avventura divino-umana non potevamo non cogliere la bellezza, la serenità, lo stupore, anche la fatica umana, per far sempre e comunque, prima di tutto, la scelta di Dio con la fede adamantina che tutte le altre cose ci vengono date in sovrappiù». Pochi giorni dopo — era la Pasqua — nella casa di questi stessi seminaristi mette piede un giovane. Da tempo è in ricerca della sua strada. Si sente attratto dal sacerdozio, ma ha in mente anche altro. Il rapporto fra lui e gli abitanti della casa è immediato, pieno di gioia. Visitano i vari ambienti e non è difficile notare che quel giovane si trova visibilmente a suo agio. Durante il successivo colloquio, afferma: «Appena sono entrato per la porta, mi sono sentito a casa. Mentre vedevo le vostre stanze, tutto mi parlava della vostra chiamata. E mi sono detto: qui vorrei vivere! Ormai per me non:c’è più dubbio». Passa una settimana, e viene un’altra persona in visita. Nuovamente, l’impatto con la casa e con la comunità è immediato. Appena sedutasi, quella persona, che sta passando un momento non facile, dice: «Non mi sarei aspettato di trovare un ambiente del genere. Qui è tutto pieno d’armonia». «In che senso?», le chiedono i suoi interlocutori. E lei: «Qui non si sentono tensioni». Passano alcune ore di profonda condivisione. Ci si parla a cuore aperto. AI momento di ripartire, l°ospite afferma: «Questa serata è stata un dono del Signore». Ed è ancora domenica. Questa volta a venire in visita, è un sacerdote africano, assieme ad un’altra persona. Girano la casa e rimangono impressionati dalla semplicità e dall’ordine delle camere. «Ma dove tenete le vostre cose?», chiedono ai seminaristi. E questi rispondono: «Noi cerchiamo di avere solo quanto serve, un po’ come i fiori, che traggono dalla terra quel tanto di nutrimento che è loro necessario». Nasce anche qui un intenso colloquio. : Momenti semplici che fanno pensare all’intuizione che Chiara Lubich aveva 33 anni fa quando, proprio a Pasqua, in seno al Movimento dei Focolari, dette vita al Movimento gens (generazione nuova sacerdotale): vivendo il Vangelo nella dimensione dell’amore reciproco, non soltanto molti sarebbero arrivati a realizzare effettivamente la loro vocazione, ma gli stessi seminari, per l’unità vissuta, sarebbero diventati potenti centri d’irradiazione. E anche questo un aspetto di quella “spiritualità di comunione” che invoca Giovanni Paolo II: che il seminario sia casa; casa che ospita una famiglia di veri fratelli. a cura della segreteria internazionale del movimento gens L'amore fa casa Gen's 3/2001 - 93 — pag. 32 — ARMONIA In nol e fra noi “Pensavo ormai che il mio ordine fosse il disordine” Burundi. «Facevo fatica a tener ordinata la mia camera e ormai pensavo che il mio “ordine” fosse il disordine. Alle volte cercavo di rimediare, ma dopo due giorni 66 Questo mondo — hanno detto — nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa » 1 comunicare nell’ammirazione”. “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell'invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile”? Concilio Vaticano II, Messaggio agli artisti, 8.12.'65 Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4.4.°99 Gen's 3/2001 - 94 tutto era come prima. Finché ci siamo messi al lavoro assieme ad un compagno. Strana cosa: ora riesco a tenere la camera in ordine. Gli altri seminaristi mi chiedono che cosa è successo. Ma ciò che più mi dà gioia: ora la mia stanza è espressione della comunione che c'è fra noi». (C.B.) “Dopo due ore guardare la scrivania era cosa diversa” Slovacchia. «Facendo meditazione sulla conversazione di Chiara Lubich “L'amore fa casa” (cf. Gens 1/01), mi sono detto: ma qui devo proprio convertirmi! Già da qualche tempo l’ordine nei miei cassetti e dossiers non era proprio esemplare. Mettendomi al lavoro, in fondo ad un cassetto ho trovato degli scritti che cercavo da tempo, e mi sono pure imbattuto in alcuni libri che reclamavano il loro padrone. Dopo due ore, guardare la scrivania era cosa diversa, proprio piacevole e in sintonia con l’anima. Avvertivo una pace che non sentivo da tempo. Ho avuto la luce per affrontare alcuni piccoli problemi. Mi dicevo: “È impressionante quale grazia porta con sé questo aspetto dell’amore!”». (J.M.) “Questa volta non ero da solo” Italia. «Durante un incontro in focolare, sono rimasto profondamente toccato dal tema “L’amore fa casa”. Ritornando al seminario, mi chiedevo come avrei potuto mettermi al servizio degli altri in questo aspetto. Siccome il giorno dopo tutti avrebbero fatto una gita ed io invece sarei dovuto rimanere a casa per cure mediche, ho subito pensato di pulire a fondo la stanza della nostra classe che versava in condizioni veramente poco ospitali. La mattina dopo, armato di santa pazienza, mi sono dedicato ad una pulizia radicale, pensando di fare dell’aula di classe un luogo di “carità” per quanti ci vivono. L'episodio ha avuto un gioioso epilogo: il giorno dopo, si è replicato con una pulizia generale della cappella che necessitava di un — pag. 33 — Chiara Lubich Un riflesso di Dio n qualsiasi ambiente abitiamo, dobbiamo ricordarci che quella è una casa dove abita una famiglia di veri fratelli, che, perché uniti nel suo nome, hanno Cristo fra loro: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20). (...) [Questa casa], ospitando dei fratelli veri nel senso soprannaturale, dei fratelli divenuti tali in seguito alla rivoluzione cristiana in atto, accoglie una cellula del Corpo mistico di Cristo. La realtà di fratelli uniti nel nome di Gesù è qualcosa di così armonioso, che non può non avere il suo riflesso sulla casa che li circonda. (...) Non importerà tanto che abbiamo pochi o molti oggetti da porvi, ma che questi siano disposti in maniera tale da incontrare il gusto di tutti e concorrere a fare così delle nostre case un riflesso dell'Opera di Dio. E siccome deve guidarci sempre la carità, la casa dev'essere accogliente; e, dato che dobbiamo farci uno col tempo in cui viviamo, essa dev'essere moderna. (...) Nonostante però tutto questo amore per la casa, siccome il nostro Ideale è Dio e rimane soltanto Dio, per non uscire mai da questa linea sarà bene pensare di viverci con sommo distacco. (Da: Come un arcobaleno, pro manuscripto, Roma 1999, pp. 439-441) bell’intervento. Questa volta non ero da solo. Altri quattro si sono aggiunti». (S.M.) documenti privati e poi certi irrepetibili ed amati programmi. Questo computer l’ho sognato da tempo. Potrebbe ritornare guasto...*. Ho detto allora di no. Ma ancora lo stesso giorno mi sono domandato: “E perché no? Che cosa vuoi che sia un computer?”. E quindi l’ho prestato al mio compagno. Ero orgoglioso di me stesso, pur avendo tanti timori. Dopo due mesi, quando mi è stato restituito il computer, il suo contenuto era veramente irriconoscibile. Praticamente si trattava di riformattare il disco rigido. Ma questo non era più “Potresti darmi in prestito il tuo computer?” Polonia. «Un po’ sul serio e un po’ scherzando, un compagno mi ha chiesto se potevo dargli in prestito il mio computer. Forse sotto una spinta dello Spirito Santo, al primo acchito ho pensato: “Perché no?”. Ma subito dopo mi hanno assalito dubbi ed esitazioni: “Il computer? Ma il computer è una cosa molto personale! Ci sono i miei importante. Più importante era ciò che era cambiato in me!». (A.R.) Gen's 3/2001 - 95 — pag. 34 — 1 comunione ad Spiritualit Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 3/2001 - 96 Il’inizio della Quaresima, i 21 studenti del Sud-Ovest A della Francia che frequentano il seminario interdiocesano di Bordeaux, hanno vissuto tre giorni di ritiro all’insegna di alcuni temi forti della Novo millennio ineunte. Ad animare queste giornate di riflessione e di revisione di vita sono stati due sacerdoti focolarini, l’uno piuttosto giovane, appartenente alla diocesi di Périgueux, l’altro di età matura, impegnato a svolgere il suo ministero nella periferia di Parigi. La prima giornata era dedicata ad approfondire la chiamata all’unità, alla luce della parola “Perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 22). Una conversazione di fondo, testimonianze e incontri per gruppo hanno offerto l’occasione per prendere coscienza dell’importanza che nel presbiterio, attorno al vescovo, diventi sempre più “affettiva ed effettiva” la comunione. «E la prima volta — ha commentato un seminarista — che vedo una presentazione della vocazione e del ministero del sacerdote in chiave così positiva e attraente, dove la dimensione dell’essere è così centrale». Non per ultimo, la vivace comunione fra i due predicatori era una vivente testimonianza che è possibile realizzare un’unità concreta tra due generazioni assai diverse. Allo stesso tempo la giornata ha spalancato gli orizzonti sui quattro grandi dialoghi che Paolo VI inaugurò con la sua programmatica enciclica Ecclesiam suam, come cerchi concentrici in cui si realizza l’unità. Le riflessioni e testimonianze della seconda giornata, che aveva per titolo i/ segreto dell’unità, prendevano le mosse dal grido di Gesù in croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15, 34), da quel momento cioè nel quale — come ha scritto Giovanni Paolo II — Gesù “vede limpidamente la gravità del peccato e soffre per esso” (NMI 26). Penetrando in questo mistero, i seminaristi hanno potuto rileggere in una luce nuova tante situazioni della loro vita e del loro ambiente. “Gesù abbandonato in croce riassume in sé tutta l'umanità ed è allo stesso tempo il punto d’incontro col Cielo” — così un seminarista ha formulato la sua impressione. Particolarmente importanti sono state, in quella giornata, le esperienze concrete che hanno raccontato i due predicatori. La terza ed ultima giornata aveva per titolo da/ Grido alla Parola ed ha messo in luce come dal grido del Cristo in croce sorge una vita feconda per l'umanità e come per questo sia importante che la Chiesa sia veramente comunione, costantemente rinnovata dalla Parola di Gesù. In questo contesto, si sono messi a fuoco alcuni strumenti per attuare in concreto una spiritualità di comunione, come la condivisione delle esperienze con il Vangelo vissuto, l’ammonimento e l’edificazione reciproca, il “patto” dell’amore vicendevole. Con l’invito a tradurre in vita la Parola e di mettere in comune quanto ne fiorisce nella vita, si è concluso questo ritiro. «Penso che non sono molti i giovani preti che si sarebbero arrischiati in questa avventura», ha scritto in una lettera di ringraziamento ai predicatori il rettore del seminario. Ed ha soggiunto: «Si è avvertita la solidità delle vostre prospettive spirituali. Voglio dire che sapete dove andate e lo dite». — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. cen's rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser. 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