gen’s 2001/4 – Novo millennio ineunte Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2001-4-novo-millennio-ineunte/ — pag. 1 — Editoriale Scuola di comunione Giovanni Paolo Il Lettera ai vescovi amici del Movimento dei focolari Chiara Lubich Gesù crocifisso e abbandonato: radice della Chiesa-comunione Piero Coda Chiesa per il terzo millennio Mons. José A. Tosi Marques La comunione come scuola di vita Ferenc Tomka Parrocchie vive nonostante tutto Mons. Frantisek Radkovsky L’unità tra i Movimenti ecclesiali Spedizione in abbonamento postale - art. 2 clalelo) XXXI comma 20 / C legge 662 / 96 - filiale di Roma luglio-agosto — pag. 2 — dcr cmricitirriation 97 99 100 102 108 113 117 121 125 131 133 EDITORIALE SPIRITUALITÀ DOCUMENTO SPRITUALITÀ STUDIO INTERVISTA ESPERIENZA TESTIMONIANZA ESPERIENZA CHIESA IN ITALIA MONDO DEI SEMINARI Scuola di comunione Hubertus Blauumeiser Il segreto della comunione dalla “Novo millennio ineunte” Lettera ai vescovi amici del Movimento dei focolari La spiritualità dell’unità porterà frutti di rinnovamento Giovanni Paolo Il Gesù crocifisso e abbandonato: radice della Chiesa-comunione Un approfondimento nel solco della Novo millennio ineunte Chiara Lubich Chiesa per il terzo millennio Solo una spiritualità di comunione, incarnata ad ogni livello, pone i cristiani all'altezza dei tempi Piero Coda La comunione come scuola di vita La vita d’unità ha preparato mons. José A. Tosi alle responsabilità di pastore nella Chiesa a cura di Enrico Pepe Parrocchie vive nonostante tutto Il tenace impegno di alcuni sacerdoti ungheresi per tessere la comunione ecclesiale nella società post-comunista a cura di Ferenc Tomka L’unità tra i Movimenti ecclesiali Dopo l’incontro in Piazza San Pietro nella Pentecoste ‘98 Mons. Frantisek Radkovsky Movimenti ecclesiali in parrocchia Tutti uniti, conservando la propra identità Giorgio Pugliese La diocesi del Papa a convegno a cura della redazione Notizie dal mondo dei seminari - 31 a cura della segreteria internazionale del movimento gens iti PRIZNTA | — pag. 3 — editoriale Scuola di comunione S otto la spinta del Concilio Vaticano II l’ecclesiologia di comunione ha fatto sentire concretamente in questi anni il suo influsso nella vita della Chiesa. In nome della comunione, infatti, si è rafforzata la collegialità episcopale, si sono svolti numerosi Sinodi dei vescovi, si sono universalmente istituite le Conferenze episcopali, si è posto un forte accento sul presbiterio diocesano e, tra l’altro, si sono creati i Consigli pastorali sia a livello diocesano che parrocchiale. La recente Lettera apostolica Novo millennio ineunte porta, però, un’indicazione sostanzialmente nuova, quasi ovvia, eppure — se si guarda ai fatti — per nulla scontata: per far “camminare” la Chiesa-comunione, ci vuole una spiritualità di comunione. Con tratti rapidi e scultorei, il Papa delinea alcune caratteristiche di una tale spiritualità, che sola potrà rendere effettiva la comunione: portare lo sguardo del cuore sul mistero della Trinità; sentire il fratello di fede nell’unità del Corpo mistico; considerarlo quindi come “uno che mi appartiene”. E ancora: vedere innanzi tutto ciò che di positivo c’è nell’altro; accoglierlo e valorizzarlo come un dono di Dio per me; saper “fare spazio” al fratello; condividere le sue gioie e le sue sofferenze (cf. n. 43). Tutte indicazioni che rinviano alla prassi, ad un tirocinio da fare giorno per giorno, nella vita. La comunione, infatti, s'împara lentamente, in un continuo processo di crescita. Senza sosta, Giovanni Paolo II nei primi mesi di quest'anno è tornato su questo tema: dal saper mettere in atto una spiritualità di comunione dipende il progredire del cammino ecumenico (25.1.01), la spiritualità della comunione, vissuta dai vescovi, oltre che dai laici, porterà frutti fecondi di rinnovamento per tutti i credenti (14.2.01); i nuovi Cardinali sono costituiti per far crescere in tutta la Chiesa la spiritualità della comunione (20.2.01). La stessa santità personale si nutre della spiritualità di comunione: occorre diventare santi con e per gli altri (12.4.01). Facendo riferimento alla diocesi di Roma, ricorda che: bisogna soprattutto far crescere la spiritualità della comunione (14.2.01). E rivolgendosi ai parroci romani riafferma che risulta decisiva in ogni comunità la comunione presbiterale che si manifesta nella fraternità vissuta: vivere insieme, pregare insieme, decidere insieme e poi operare insieme (1.3.01). Con sempre nuove sfumature, il Papa ripete così l’invito da lui formulato nella Novo millennio ineunte: «Gli spazi della comunione vanno coltivati e dilatati giorno per giorno, ad ogni livello, nel tessuto della Chiesa». E questo non solo fra Gen's 4/2001 — pag. 4 — 98 editoriale le singole persone, ma anche fra le varie componenti della compagine ecclesiale: «tra Pastori e intero Popolo di Dio, tra clero e religiosi, tra associazioni e Movimenti ecclesiali» (n. 45). Per vivificare la Chiesa e dare efficacia alla sua azione, si tratta, in sostanza, di passare da paradigmi monolitici o dialettici a impostazioni radicalmente comunionali. «La teologia e la spiritualità della comunione, infatti, ispirano un reciproco ascolto tra Pastori e fedeli», osserva la Novo millennio ineunte a proposito dei Consigli presbiterali e pastorali. E precisa: «Se dunque la saggezza giuridica, ponendo precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della comunione conferisce un’anima al dato istituzionale» (n. 45). Un significativo sviluppo in questa direzione è senz’altro la comunione fra i Movimenti ecclesiali che si è instaurata in seguito al loro incontro con Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, nella veglia della Pentecoste ‘98. Se prima si procedeva su binari paralleli e si rischiava quasi di ignorarsi a vicenda, oggi c’è una crescente convergenza, che non ha nulla di strutturato, ma è semplicemente conoscenza e aiuto reciproco, comunione vissuta, fraternità in atto. Da qualche tempo in qua questa nuova corrente di comunione voluta dal Papa, si allarga anche ai più antichi carismi. Crescono i momenti di contatto e di interscambio, come testimonia, fra l’altro, l’incontro fra il Movimento dei focolari e la famiglia francescana ad Assisi il 26 ottobre scorso. E non solo. Pure in seno alle altre Chiese e Comunità ecclesiali, questo sviluppo ha suscitato attenzione ed interesse. Basti pensare che alla fine di quest'anno, a Monaco di Baviera, si svolgerà un grande incontro di Movimenti cattolici ed evangelici-luterani, dopo che ci si è già ripetutamente ritrovati a livello di responsabili. Ma “spiritualità della comunione” vuol dire di più che non soltanto comunione fra i carismi. Occorre una profonda compenetrazione con tutto ciò che — non senza il soffio dello Spirito e non senza carisma! — è espressione della dimensione istituzionale della Chiesa. È con questo spirito che Chiara Lubich ha accettato in questo periodo di incontrarsi con i superiori e gli alunni di tre seminari, fra cui quello romano. Ed è in questa linea che il Movimento dei focolari promuove l’ormai imminente Convegno di sacerdoti, diaconi e seminaristi a Castegandolfo su “I Movimenti ecclesiali per la nuova evangelizzazione”. Occorre, infatti, promuovere la reciproca conoscenza fra sacerdoti e Movimenti, affinché ci si veda non come concorrenti ma quali preziosi collaboratori nella missione. È l'ora della Chiesa-comunione. Dopo che si sono messe, col Vaticano II, le necessarie basi teologiche e si è dato vita alle strutture di comunione, ora urge rendere dinamico tutto ciò, in vista della nuova evangelizzazione. Per questo Giovanni Paolo II lancia alla Chiesa intera la sfida di diventare “scuola di comunione” (n. 43). H.B. Gen's 4/2001 — pag. 5 — spiritualità 99 Il segreto della comunione L a contemplazione del volto di Cristo ci conduce... ad accostare l'aspetto più paradossale del suo mistero, quale emerge nell’ora estrema, l’ora della Croce. Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione. (...) Non finiremo mai di indagare l’abisso di questo mistero. È tutta l’asprezza di questo paradosso che emerge nel grido di dolore, apparentemente disperato, che Gesù leva sulla croce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). È possibile immaginare uno strazio più grande, un’oscurità più densa? In realtà, l’angoscioso “perché” rivolto al Padre con le parole iniziali del Salmo 22, pur conservando tutto il realismo di un indicibile dolore, si illumina con il senso dell’intera preghiera, in cui il Salmista unisce insieme, in un intreccio toccante di sentimenti, la sofferenza e la confidenza. (...) Il grido di Gesù sulla croce, carissimi fratelli e sorelle, non tradisce l’angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell’amore, per la salvezza di tutti. Mentre si identifica col nostro peccato, “abbandonato” dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre. I suoi occhi restano fissi sul Padre. (...) Di fronte a questo mistero, accanto all'indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la “teologia vissuta” dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come “notte oscura”. (...) Del resto, la stessa narrazione degli Evangelisti dà fondamento a questa percezione ecclesiale della coscienza di Cristo, quando ricorda che, pur nel suo abisso di dolore, egli muore implorando il perdono per i suoi carnefici (cfr Le 23, 34) ed esprimendo al Padre il suo estremo abbandono filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). (...) La Chiesa continua a restare in contemplazione di questo volto insanguinato, nel quale è nascosta la vita di Dio ed offerta la salvezza del mondo. Ma la sua contemplazione del volto di Cristo non può fermarsi all'immagine di lui crocifisso. Egli è il Risorto! (...) Nel volto di Cristo (risorto) essa, la Sposa, contempla il suo tesoro, la sua gioia. Confortata da questa esperienza, la Chiesa riprende oggi il suo cammino, per annunciare Cristo al mondo, all’inizio del terzo millennio. Giovanni Paolo II Da: Novo millennio ineunte, nn. 25-28 Gen's 4/2001 — pag. 6 — La spiritualità dell'unità porterà frutti di rinnovamento per tutti «Nel passaggio storico che stiamo vivendo è di fronte a noi un’impegnativa missione: fare della Chiesa il luogo dove si vive e la scuola dove si insegna il mistero dell’amore divino». È quanto ha scritto Giovanni Paolo II in una lettera inviata ai partecipanti all’annuale convegno dei vescovi amici del Movimento dei focolari svoltosi presso il Centro Mariapoli di Castelgandolfo. La riportiamo integralmente, perché ci sembra una chiave interessante per la lettura della “Novo millennio ineunte”. Signori Cardinali Venerati Fratelli nell’ Episcopato! 1. Sono lieto di rivolgervi il mio cordiale saluto in occasione del vostro Convegno spirituale tra amici del Movimento dei focolari, in corso in questi giorni presso il ‘“Centro Mariapoli” di Castelgandolfo. Grazie per l’odierna visita, espressione della comunione ecclesiale che vi unisce al Successore di Pietro. Vi siete dati appuntamento per una comune riflessione, in base a relazioni, esperienze e testimonianze, sullo stimolante tema: “Il Cristo crocifisso e abbandonato radice della Chiesa-comunione”. Nel manifestare vivo apprezzamento per questa iniziativa, giunta alla sua venticinquesima edizione, vi incoraggio a lasciarvi guidare dalle indicazioni che ho stilato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte. In essa, infatti, invito l’intero popolo cristiano a fissare lo sguardo sul volto di Cristo crocifisso e risorto e ad approfondire il mistero di dolore e di amore da cui nasce e si rinnova costantemente la Chiesa-comunione come icona vivente della Santissima Trinità. 2. Nella croce di Cristo troviamo la fonte genuina della salvezza, la rivelazione suprema dell’amore di Dio e la radice profonda della comunione con Dio e fra di noi. Nell’agonia di Gesù sulla croce, che appare come il momento della vittoria delle tenebre e del male, in realtà è il trionfo di Cristo che si realizza attraverso il suo amore obbediente al Padre e solidale con gli uomini, prigionieri del peccato. Nella citata Lettera apostolica ho scritto in proposito: «Il grido di Gesù sulla Croce ... non tradisce l’angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre dell’amore, per la salvezza di tutti. Mentre si identifica col nostro peccato, "abbandonato" dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre» (Novo millennio ineunte, 26). Dunque in Cristo crocifisso ed abbandonato il male ed il peccato sono definitivamente sconfitti, e viene resa possibile la piena unità dell’umanità col Padre e degli uomini fra di loro. Secondo le parole dell’evangelista Giovanni, ispirate ad un precedente oracolo del profeta Zaccaria, gli uomini «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37). Questo movimento convergente verso la croce è da Cristo orientato verso il Padre, per costituire intorno a Lui una nuova Comunità d’amore. Davvero non finiremo mai di indagare questo grande mistero (cfr Novo millennio ineunte, 25)! Gen's 4/2001 — pag. 7 — documento 3. L'amore al Crocifisso, contemplato nel momento culminante della sofferenza e dell’abbandono, costituisce la via maestra non soltanto per rendere sempre più effettiva la comunione a tutti i livelli della compagine ecclesiale, ma anche per aprire un fecondo dialogo con le altre culture e religioni. A tale scopo, vi saranno di grande aiuto i temi spirituali, le riflessioni teologiche e le testimonianze con cui vi confrontate in questi giorni. Dalla contemplazione del volto del Crocifisso abbandonato non possono non scaturire importanti conseguenze che portano a vivere in profondità il grande mistero della comunione in esso contenuto e rivelato: «Se abbiamo veramente contemplato il volto di Cristo — ho scritto nella citata Lettera apostolica Novo millennio ineunte — la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al “comandamento nuovo” che egli ci ha dato: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34)» (n. 42). Nel passaggio storico che stiamo vivendo è di fronte a noi un’impegnativa missione: fare della Chiesa il luogo dove si vive e la scuola dove si insegna il mistero dell’amore divino. Come sarà possibile questo senza riscoprire un’autentica spiritualità della comunione? Occorre innanzitutto percepire con gli occhi del cuore il mistero trinitario presente in noi, per saper poi coglierlo sul volto degli altri. Il fratello di fede va considerato come uno che ci appartiene nell’unità misteriosa del Corpo mistico. Solo facendo spazio al fratello, per cogliere ciò che di positivo c’è in lui, è possibile comprendere quanto egli sia un dono per me (cfr Novo millennio ineunte, 43). Così vissuta, la spiritualità dell’unità e della comunione, che caratterizza il vostro Movimento, non mancherà di portare frutti fecondi di rinnovamento per tutti i credenti. 4. Venerati e cari Fratelli! Agli approfondimenti ed alle riflessioni di questi giorni voi recate l'apporto della vostra esperienza e del vostro ministero pastorale. Voi stessi, grazie a Dio, siete testimoni dei frutti di reciproca comprensione e stretta collaborazione che stanno maturando nella Chiesa grazie all'impegno posto in essere dai vari Movimenti. Siatene voi stessi gli animatori generosi e responsabili. Sappiate fare del Convegno di questi giorni un'occasione propizia per crescere in questa dimensione, nello spirito della collegialità effettiva ed affettiva che deve contraddistinguere la vostra missione. Dall’amore reciproco trarrete motivo di incoraggiamento, di rinnovato vigore e di salda speranza. Con questi sentimenti e voti, invoco su ciascuno di voi, sulle vostre Comunità ecclesiali e su quanti vi sono cari la costante protezione della Vergine Maria, Madre dell’unità, mentre vi imparto con affetto una speciale Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 14 Febbraio 2001 Giovanni Paolo Il Gen's 4/2001 — pag. 8 — 102 spiritualità Un approfondimento nel solco della Novo millennio ineunte Gesù crocifisso e abbandonato: radice della Chiesa-comunione di Chiara Lubich Parlando ad un gruppo di vescovi cattolici nel Centro Mariapoli di Castelgandolfo, Chiara Lubich ha trattato questo tema che, per i suoi molteplici riferimenti alla “Novo millennio ineunte”, ne costituisce un significativo commento basato sull’esperienza. Perché l’aggettivo “abbandonato”? È mio compito parlare loro sul tema: “Alle radici della Chiesa-comunione: Gesù crocifisso e abbandonato, chiave dell’unità”. (...) Prima d’addentrarmi nella specificità di questo tema, vorrei rispondere all’ipotetica domanda che qualcuno potrebbe farsi: come mai un nuovo aggettivo per Gesù, quello di “abbandonato”, aggiunto a quello consueto di “crocifisso”? E come mai se ne parla tanto nel Movimento? Hans Urs von Balthasar spiega che, quando lo Spirito Santo manda un carisma sulla terra, è come se s’aprisse nel Cielo della Chiesa, per la prima volta, una finestrella, attraverso la quale ci viene rivelata una verità nuova, pur contenuta nel patrimonio della fede!. Ecco: attraverso la finestrella aperta dallo Spirito Santo col carisma dell’unità, si è intravisto — per quanto è stato possibile a noi creature umane — qualcosa del mistero che si Gen's 4/2001 nasconde nel grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46; Mc 15, 34). Gesù “abbandonato” perciò con tutto ciò che questo nome significa: prova abissale del Figlio di Dio per l’abbandono del Padre, che Giovanni Paolo II, nel capitolo “Volto dolente”, della lettera Novo millennio ineunte, definisce «l’aspetto più paradossale del suo mistero (...). Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione» (n. 25). Gesù “abbandonato” anche però, per ciò che le seguenti sue parole manifestano: «/n manus tuas, Domine, commendo spiritum meum» (Lc 23, 46), e cioè fiducia sconfinata di Lui nel Padre. Il Santo Padre spiega: «Non finiremo mai di indagare l’abisso di tale mistero. E tutta l’asprezza di questo paradosso che emerge nel (suo) grido di dolore, apparentemente disperato (...). E possibile immaginare uno strazio più grande, un’oscurità più densa? In realtà, l’angoscioso ‘perché’ rivolto al Padre con le parole iniziali del Salmo 22, pur conservando tutto il realismo di un indicibile dolore, si illumina con il senso dell’intera preghiera, in cui il Salmista unisce insieme (...) la sofferenza e la confidenza» (n. 25). Nel n. 26, poi, il Papa aggiunge: «La tradizione teologica non ha evitato di chiedersi come potesse, Gesù, vivere insieme l’unione profonda col Padre, di sua natura fonte di — pag. 9 — spiritualità 103 gioia e di beatitudine, e l'agonia fino al grido dell’abbandono. La compresenza di queste due dimensioni apparentemente inconciliabili è in realtà radicata nella profondità insondabile dell’unione ipostatica». La lezione più alta dell'amore Ma quale il motivo di tanto dolore e di tanta confidenza in Gesù abbandonato? Lo esprime bene san Giovanni della Croce: «(Gesù) proprio mentre ne era oppresso, compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere umano»?. E noi aggiungiamo: e d’aver riconciliato gli uomini fra loro. Per chi poi è chiamato a realizzare l’unità, come nel nostro caso, a concorrere cioè a realizzare il Testamento di Gesù, Egli abbandonato, che si riabbandona al Padre, è la rivelazione di Colui che può dirsi espressione di ogni disunità, ma pure modello di come si può ricomporre ogni disunità, “porta” quindi, “chiave” dell’unità. E a proposito di Gesù abbandonato, per quanto ancora questo mistero tocca noi, nell’introduzione d’un mio libro scritto recentemente e intitolato // grido, si può leggere: «L'argomento che mi sono proposta di svolgere è per me, come pure per i membri del Movimento dei Focolari, di un’importanza capitale, di un fascino particolare. Dovrò parlare di Colui che, nell’unica vita data a noi da Dio, un giorno, un preciso giorno, diverso per ciascuno, ci ha chiamato a seguirlo, a donarci a Lui. Si capisce, allora, come tutto ciò che vorrei dire vorrebbe essere un canto...». Sì, un cantò, perché Gesù abbandonato è stato Colui che ha spiegato ed ha aiutato noi a risolvere tutti i problemi che abbiamo potuto incontrare nella vita, ma soprattutto le disunità, le divisioni, le contrapposizioni, le lacerazioni, i traumi, le disarmonie che si potevano presentare in noi e in tutto il mondo. Le spiegazioni dei teologi Di Lui poi e del suo grande mistero non sono rari i teologi che hanno cercato di darne una spiegazione, come abbiamo fatto noi, piccoli certo, ma chiamati a vivere tanto vicino a Lui, anzi a vivere di Lui. Noi, ad esempio, abbiamo sempre pensato che Gesù nell’abbandono, almeno come uomo, avesse avuto la terribile impressione che la Santissima Trinità, di cui era la seconda divina Persona, quasi s’incrinasse. Forse — così pensiamo — il Padre, vedendo Gesù obbediente fino al punto d’essere pronto a portare tutto il peso dei peccati dell’umanità intera, e con ciò a rigenerare i suoi figli, a donargli una “nuova creazione” (cf 2 Cor 5,17), lo ha visto così simile a sé, uguale a sé, quasi un altro Padre, da distinguerlo da sé. Di qui un abbandono reale per l’umanità di Gesù, perché Dio la lascia nel suo stato senza intervenire. Abbandono irreale invece per la sua divinità, perché Gesù, essendo Dio, è Uno col Padre e con lo Spirito Santo e non può dividersi; semmai può distinguersi. Ma questo non è più dolore: è amore. Infatti, J. Maritain scrive: «La sofferenza esiste in Dio in modo infinitamente più vero di quanto esista la sofferenza in noi, ma senza alcuna imperfezione, poiché in Dio essa fa assoluta unità con l’amore»?. Per quanto riguarda i teologi, diversi si sono cimentati nell’ardua impresa di dare una spiegazione al mistero di Gesù abbandonato. Scrive S. Bulgakov, leggendo in profondità il mistero dell’abbandono di Gesù: «Il calice del Getsemani (...) continua a essere bevuto anche sul Golgota, quando la divina Giustizia (...) raggiunge il culmine col suo abbandono (...) davanti alla morte: ‘Perché mi hai abbandonato?” La stessa inseparabilità Gen's 4/2001 — pag. 10 — 104 spiritualità della Trinità Santissima sembra spezzarsi, il Figlio rimane solo e con questo terrificante sacrificio di Dio la salvezza del mondo giunge al “tutto è compiuto”»*. E pure Giovanni Paolo II ha un parere simile, se nella Salvifici doloris scrive: «Queste parole sull’abbandono nascono sul piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre, e nascono perché il Padre “fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (/s 53, ©)»'. Chiave e porta dell’unità Ora però, considerato l’immenso dolore e l’eroico e confidente riabbandonarsi al Padre da parte di Gesù, vediamoLo un po’ come “chiave”, come “porta” dell’unità. Egli è tale anzitutto per noi e fra noi cristiani della nostra Chiesa cattolica. Noi sappiamo che la Chiesa non è lei se non è crocifissa: «La passione del Signore, capo della Chiesa, continua nelle sue membra, nel suo mistico corpo, la Chiesa. Voi lo sapete — ha detto Paolo VI — questa è la storia della Chiesa, e non soltanto storia passata, ma, in non poche regioni del mondo, storia presente». Se poi pensiamo non solo alla Chiesa come porzione di umanità circoscritta al suo aspetto istituzionale, ma a quella distesa su tutta la terra, allora le sue croci vengono a coincidere con quelle dell'umanità intera. La Chiesa: commisurata da tutta l'umanità La Chiesa è commisurata non solo dal numero dei cattolici, ma da tutti gli uomini, perché Gesù ha versato il suo sangue per ognuno. Secondo san Tommaso «tutti gli uomini (...) sono in qualche modo membri di Cristo e perciò la Chiesa (...) è costituita da tutti gli uomini che vanno dal principio del mondo fino alla fine»”. Gen's 4/2001 Ed è anzitutto questa Chiesa, ampia come tutto il mondo, che appare un grande Gesù abbandonato da amare, a cui dedicarsi per portarvi il rimedio possibile. Dei suoi vari volti se ne vede subito uno che copre tutta la terra: è l'infinito frazionamento, a volte violento, di quella fraternità universale, che è iscritta nel DNA di ogni persona e che Cristo è venuto in terra per ricomporre in unità. Il volto di Gesù abbandonato si può vedere anche nei popoli in via di sviluppo. E Lui il “meno che uomo”, il sottosviluppato per eccellenza. Su quella croce, in quello stato ha provato cos’è l’oppressione, la schiavitù, la carcerazione, l’essere senza salute, senza tetto, senza cibo, l’essere miserabile, moribondo. Ricorda poi Lui quel rilassamento, onda lunga della secolarizzazione, che ha intaccato, ad esempio, la morale e porta alla rovina molti. E non ultimo il consumismo, trionfo dell’avere che fa i poveri sempre più poveri, come Gesù abbandonato, figura dei poveri che si sentono sempre più sprofondare in una povertà senza fondo. E per citarne altri: tutti quei mali di oggi, che conosciamo: le masse di giovani, e non solo, schiavi del sesso e coloro che hanno intrapreso la via della droga, dell’a/cool, ecc. Mali nominabili, ma anche innominabili, come Egli abbandonato era per i primi cristiani: un vertice tale di dolore incomprensibile che era difficile per loro nominarlo. Ci sono poi i grossi i problemi della nostra Chiesa, limitata al suo aspetto istituzionale. Ella patisce dovunque per mancanza d’unità: nelle famiglie in seno alle coppie, fra le generazioni; fra le Associazioni e i Movimenti, a volte per lo meno indifferenti fra loro e privi quindi di unità, di comunione; nelle strutture della Chiesa stessa dove la disunità, se non è palese a tutti, è pur presente; in seno a quell’aspetto carismatico della Chiesa, le famiglie religiose, che spesso non si riconoscono sorelle. E poi nel mondo profano, i cui problemi di disunità sono spesso macroscopici, — pag. 11 — spiritualità 105 E ancora, specie in Occidente, ma non solo, la diffusione di idee, che minacciano alla radice la fede confinando la religione nell’ambito del privato, mettendo il dubbio su tutto e tutti: altra espressione di Gesù abbandonato, figura qui della insicurezza. Gesù abbandonato capovolge tutto il male in bene Parallela però a questo quadro nero, ma vero, non possiamo non notare un’aspirazione vaga, ma sentita nel mondo, d’unità. E non un’aspirazione soltanto ma, nel campo politico, ad esempio, già realizzazione di forme di unità diverse in diversi continenti. Nel campo sociale ed economico dove vibra nell’aria un senso di solidarietà. E nella Chiesa, dove la Pentecoste del Concilio alza ancora la sua autorevole parola. Ma in modo speciale, direi, in quei Movimenti o Comunità ecclesiali per i quali il Santo Padre vede il fiorire d’una nuova primavera della Chiesa. Tutti segni che possono dire che il travaglio dell’umanità e della Chiesa è permesso da Dio per un fine più alto. E qui ritorna alla mente la figura dell’ Abbandonato, coperto delle situazioni più assurde, di tutti i peccati che, nel suo grido e nel suo riabbandono al Padre, capovolge tutto il male in bene. Ed è in questa Chiesa che grida, chiamando il divino a risplendere per far vivere la terra; l’ordine morale a ristabilirsi; la fede a riconfermarsi più bella, più vera; la carità per farla testimone di Cristo in questa Chiesa che, nonostante tutto, spera e spera molto in Gesù, vincitore del mondo, che tutti siamo chiamati ad agire oggi. La comunione: frutto dell'amore Ma come portare un nostro efficace rimedio nella nostra Chiesa anzitutto? C’è — dice un detto — un grimaldello che apre tutte le porte ed è l’amore. L’amore vince tutto. Noi, focolarini, ne siamo quotidiani testimoni. Ma l’amore crea comunione, realizza l’unità. Ed è proprio su questo tema che ci imbattiamo nuovamente nella Novo millennio ineunte, dove vi è scritto: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia (...). Che cosa significa questo in concreto? (...) Il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato (...). Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano (...). Spiritualità della comunione significa (...) capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico (...), per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze (...); capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell'altro (...), saper “fare spazio” al fratello (...) respingendo le tentazioni egoistiche che (...) generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione» (n. 43). L’ecumenismo E poiché si parla d’unità, balza subito alla mente anche uno dei problemi più importanti di oggi: quello ecumenico. Gesù abbandonato lo si scopre evidente nella divisione fra i cristiani. Gen's 4/2001 — pag. 12 — 106 spiritualità Come si sa, Cristo ha fondato la sua Chiesa una e unica in cui si entra con il battesimo, “il vincolo sacramentale dell’unità che esiste fra tutti i cristiani”*. Si sa però che non basta essere uniti solo spiritualmente nel comune battesimo. «Il fine ultimo del Movimento ecumenico è, infatti, il ristabilimento della piena unità visibile di tutti i battezzati»? . Ma allora, se le cose stanno così, qui viene in rilievo il ruolo fondamentale dell’ecclesiologia. Il card. Willebrands, quasi profeticamente, scrisse che «un'approfondita ecclesiologia della comunione è forse la grande possibilità dell’ecumenismo di domani»'°. E si sa che un’ecclesiologia di comunione è ormai accettata nei dialoghi teologici fra le Chiese come il modo di concepire la Chiesa e l’unità ecclesiale. Ma, accettata l’ecclesiologia di comunione, è ovvio quanto sia importante per il problema ecumenico una spiritualità di comunione. Dialogo universale Gesù abbandonato si può vedere pure nelle altre religioni, nella loro reciproca disistima, a volte nell’astio che serpeggia non di rado fra loro, e nei nostri confronti. Ora l’amore e una spiritualità di comunione sono determinanti nel rapporto fra loro e con noi, specie se si fa leva sui “semi del Verbo” presenti in tutte e da vivere insieme. Si può così comporre, in questo modo, con i fedeli di altre religioni, almeno porzioni di fraternità universale in attesa che comprendano e seguano Gesù. ù C'è poi il mondo dei non credenti, gli atei, i materialisti. In realtà, i più disgraziati, i più miseri di questo mondo non sono tanto coloro che muoiono di fame, sono piuttosto quelli che, dopo questa vita, non conosceranno l’Altra se per propria responsabilità hanno respinto Dio e al suo posto hanno messo la materia. In essi è evidente il volto di Gesù Gen's 4/2001 abbandonato che, avvertendo d’aver perso Dio, li ricorda, in qualche modo, essendosi fatto egli stesso figura dell’ateismo. “Una robusta spiritualità di comunione” Spiritualità di comunione, dunque, sostanziata di carità reciproca come l’ha descritta il Papa nel brano che ho prima menzionato. Spiritualità di comunione. Ma dove trovarla? Può essere che lo Spirito Santo ne abbia suggerito più d’una nella Chiesa o molte. Senz'altro quella del Movimento dei Focolari, è una spiritualità così. E non è impossibile che il Santo Padre, parlando di spiritualità di comunione, abbia pensato anche alla nostra, se tempo fa, in un incontro di vescovi amici del Movimento, ha dimostrato di stimarla definendola “robusta spiritualità”. Sarà bene perciò, nell’ultima parte di questo tema, soffermarci un po’ su di essa. Vorrei evidenziare di essa un suo straordinario effetto. Se vissuta con autenticità e radicalità, ha in genere questa conseguenza sulle persone, in tutti i dialoghi: fa sì che Gesù viva in noi pienamente. Conosciamo l’iter di questa nostra vita spirituale e i diversi suoi cardini, che qui enumero se non fossero ancora conosciuti. Anzitutto, si sceglie Dio come ideale della propria esistenza e credendo fortemente al suo infinito amore per noi, Lo si pone al primo posto della nostra vita. Lo si riama a nostra volta compiendo attimo dopo attimo la sua volontà che si trova nelle Parole del Vangelo. Ci si concentra sull’amore- verso i prossimi, sintesi d’ogni altro comando, e lo si attua anche reciprocamente fino ad attuare l’unità. Si superano le difficoltà con l’amore a Gesù abbandonato per mantenere l’unità, che — pag. 13 — spiritualità 107 si suggella con la santa Eucaristia, vincolo d’unità. Per l’unità vissuta si vive la Chiesa come comunione, sempre nell’obbedienza a chi in essa rappresenta Cristo e si ama Maria contemplata nei suoi misteri, quale via privilegiata per arrivare a Cristo. Si dà gloria allo Spirito Santo obbedendo alla sua voce interiore, onorandolo quale terza divina Persona e vincolo fra le membra del Corpo mistico. Vivendo così si sperimenta, come ho detto, che vive fra noi e in noi, sempre più costantemente, Gesù. La comunione deve rifulgere in tutti i rapporti Ma a Gesù — dovunque ed in chiunque lo incontrano — a Gesù che ha pagato per la salvezza di ognuno, non possono non orientarsi inavvertitamente tutti gli uomini e le donne del mondo che, se in buona fede, ne sentono l’attrattiva e Lo seguono. Di qui l’efficacia ed il successo, a gloria di Dio, di chi opera con questo spirito nei quattro dialoghi ai quali anche noi focolarini siamo chiamati. Si è sperimentato poi che la nostra è una spiritualità la quale, contenendo in pratica tutte le principali verità della fede, se fatte conoscere a chiunque, pur a mo” di dialogo, si trasforma in un’autentica evangelizzazione che esordisce, proprio come vuole il Santo Padre nella Novo millennio ineunte, con l’annuncio di Dio Amore. Sono presenti poi nella lettera il desiderio e il pensiero del Santo Padre che una spiri- tualità di comunione soggiaccia dovunque nella Chiesa: «In quegli ambiti e strumenti che (...) servono ad assicurare e garantire la comunione. (...) come il ministero petrino, e, in stretta relazione con esso, la collegialità episcopale (...)». «Molto — è scritto — si è fatto dal Concilio Vaticano II in poi anche per quanto riguarda la riforma della Curia romana, l’organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali. Ma certamente molto resta da fare (...) La comunione deve (...) rifulgere nei rapporti tra vescovi, presbiteri e diaconi, tra i pastori e l’intero popolo di Dio, tra clero e religiosi, tra associazioni e movimenti ecclesiali». (nn. 44-45) Ringraziamo Dio d’aver dato anche a noi una spiritualità di comunione e non solo per i dialoghi che si praticano nell’ambito religioso, ma anche per il rinnovamento di tutti gli aspetti della vita umana attraverso le cosiddette “inondazioni” dello Spirito, per chiamarle come suggerisce san Giovanni Crisostomo!!. Chiara Lubich 1) CfJ. Cordes in “30 Giorni”, marzo 1986, p. 56. 2) Salita del Monte Carmelo, 1Il,7,11. 3) Approches sans entraves. Scritti di filosofia cristiana, II, Roma 1978, p. 291. 4) L'Agnello di Dio, Roma 1986, p. 433. 5) Salvifici doloris 18; EV 9, 650. 6) Insegnamenti di Paolo VI, IV (1966), Roma, p. 828. 7) Cf Summa Theologica III, q. 8, a. 3 c. 8) Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei Cristiani, Direttorio ecumenico, n. 92. 9) Giovanni Paolo II, Ut Unum Sint, n. 77. 10) L'avenir de l’oecuménisme, in “Proche Oriente Chrétien” 25 (1975), pp. 14-15. 11) Cf /n Johannem homilia, 51; PG 59, 284. Gen's 4/2001 — pag. 14 — 108 studio Solo una spiritualità di comunione, incarnata ad ogni livello, pone i cristiani all’altezza dei tempi Chiesa per il terzo millennio di Piero Coda Nella sua ultima lettera apostolica Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai cattolici, li invita ad assumere «un deciso impegno programmatico: quello della comunione che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa», perché solo così essa «si manifesta come “sacramento”, ossia “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” » (n. 42) e può rispondere ai segni dei tempi. olpisce la lettura profetica del presente e del futuro della Chiesa che Giovanni Paolo II ci offre nella Novo millennio ineunte. Certamente c’è dietro la grande lezione del Vaticano II, c’è la grande sorpresa dell’evento giubilare, ci sono gli impulsi di rinnovamento dei carismi elargiti dallo Spirito Santo con gratuita larghezza anche al nostro tempo, c’è l’esperienza di tutto il Popolo di Dio, c’è l’attesa dell’umanità. «No, non una formula ci salverà — dice il Papa — ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! Non si tratta di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già (...). Esso si incentra (...) in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia» (n. 29). Gen's 4/2001 Ma come vivere questo? L'esperienza e le esigenze emerse nel cammino del postconcilio ci dicono che per attuare una Chiesa trinitaria, una Chiesa-comunione, occorrono una spiritualità che muova e informi le coscienze, e uno stile di vita personale ed ecclesiale capace di tradurre in vita i rapporti trinitari. La disillusione e addirittura il senso di impotenza che talora è dato di percepire nelle nostre Chiese di fronte all’ideale di un’autentica Chiesa-comunione nasce, penso, dall’aver creduto che essa sia frutto dei nostri progetti e delle nostre azioni. Mentre è necessario un dono dall’ Alto e insieme un’esigente “scuola di ecclesiologia di comunione” — come l’ha definita Giovanni Paolo II Una scuola in cui si pratichi il passaggio da una spiritualità piuttosto individuale a una più comunitaria e, conseguentemente, si metta in atto una formazione mirata e programmata a uno stile di comunionalità, come premessa di ogni agire ecclesiale. Comunione all’interno della Chiesa Allo stesso tempo, per evitare la tentazione di un angelismo disincarnato, occorre un’attenzione più meditata e conseguente a quelle forme e strutture di comunione e di partecipazione in cui concretamente, nella — pag. 15 — studio 109 valorizzazione dei differenti ministeri e carismi, si incarna una reale vita di comunione. Ho ricevuto l’altro giorno un biglietto di un caro amico, il teologo benedettino Ghislain Lafont che, tra l’altro, mi ha inviato il testo di un intervento del metropolita ortodosso russo in Gran Bretagna, Antonio, che ha oltre 86 anni. Egli si domanda: «Non è forse che stiamo per mancare il momento e la possibilità che ci è offerta di trasformarci in Chiesa, mentre sinora eravamo un’organizzazione ecclesiastica?». È questa una percezione che attraversa tutte le Chiese: che le invita alla conversione e ad aprirsi le une alle altre. L'attuazione di una Chiesa-comunione esige, infatti, in fedeltà a ciò che è essenziale e permanente, l’umile e coraggiosa capacità di innovazione e di riforma. A tutti i livelli. Pensiamo al rapporto tra primato e collegialità episcopale e alle importanti ricadute di una sua corretta e rinnovata comprensione ed esperienza, non solo per la vita della Chiesa cattolica ma anche per il cammino ecumenico. Giovanni Paolo II, nell’Uf unum sint, ha avuto la lucidità e il coraggio profetico di affermare: «Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l'aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova» (n. 95). Qualcosa di analogo, penso, va detto sul ruolo della donna nella Chiesa, sulla partecipazione dei laici alla vita ecclesiale, sul rapporto tra principio gerarchico e principio carismatico (che sulla scia della Lumen gentium 12, Giovanni Paolo II ha definito coessenziali), sul modo di concepire il cammino verso la piena comunione tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e comunità ecclesiali in chiave non di uniformità ma di scambio di doni — per non portare che qualche esempio. Si tratta, in fondo, di vivere il principio della reciprocità trinitaria come legge di vita fondamentale del popolo di Dio in tutte le espressioni della sua vita e della sua missione (cf LG 9b). A servizio dell'umanità Perché una Chiesa-comunione? La risposta è nella preghiera di Gesù: perché il mondo creda. Nella misura in cui la Chiesa diviene comunione avrà la capacità di attuare la nuova evangelizzazione Chi è il mondo, o, meglio, chi sono gli uomini e le donne cui, come Chiesa, siamo inviati? Anch’essi, come noi, sono già presi dentro l’evento dell’incontro tra Dio/Amore Trinità e la storia, evento che si è realizzato “una volta per tutte” in Cristo Gesù. Il disegno d’amore e di salvezza universale di Dio, che è Abbà e abbraccia tutti. Il Figlio — scrive la Gaudium et spes, riproponendo l’insegnamento dei Padri — incarnandosi s’è in certo modo unito ad ogni essere umano (cf. GS 21) e nella kenosi della croce, spinta sino all’esperienza estrema di provare l’abbandono del Padre, ha raggiunto anche il più lontano da Dio. Nulla, dunque, e nessuno resta più fuori dell’abbraccio d’amore del Padre realizzato attraverso il Figlio suo incarnato e crocifisso. E lo Spirito non solo precede e prepara la venuta di Cristo, nel popolo che è “eletto” e negli altri popoli, nessuno dei quali è “dimenticato”, ma offre a tutti la possibilità, nei modi che Dio conosce, di venire a contatto con il mistero pasquale di Cristo (cf. GS 21). Tutto ciò è elementare, dal punto di vista teologico, eppure richiede e provoca una conversione del nostro sguardo e, di conseguenza, della prassi. Quella conversione cui ci richiama, ad esempio, san Paolo, quando afferma: «Tutto è vostro (...), ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (/Cor 3, 21.23). Gen's 4/2001 — pag. 16 — 110 studio Oggettivamente, ex parte Dei. in Gesù Cristo tutto e tutti sono già ricapitolati e salvati. Nel senso spiegato da san Tommaso d’Aquino: «tutti gli uomini predestinati alla salvezza sono in qualche modo membri di Cristo e perciò la Chiesa, che è il Corpo mistico di Cristo, è costituita da tutti gli uomini che vanno dal principio del mondo fino alla fine» (Summa Theologica III, q. 8, a. 3 c). Il suo pensiero è ripreso anche dalla Lumen Gentium (n. 16). Certo, se tutto è fatto dalla parte di Dio, come grazia, tutto resta ancora da fare dalla parte della persona umana, come libertà che accoglie e fa agire in sé la grazia ricevuta. Annuncio e dialogo È di qui che nasce la dialettica, che nel nostro tempo è diventata una delle più acute e feconde a livello teologico e pastorale, tra annuncio e dialogo. Il Cristo crocifisso e risorto ci dice che entrambi sono essenziali. Da un lato, non può venir meno l’impegno a evangelizzare — lo sottolinea Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte — perché occorre annunciare e trasmettere esplicitamente, attraverso la parola, i sacramenti, la testimonianza della carità e della comunione ecclesiale l’evento di Gesù Cristo. Dall’altro, occorre farlo non solo nel rispetto della libertà dell’interlocutore (la Dignitatis humanae è un’ acquisizione fondamentale dell’autocoscienza ecclesiale), ma anche nel rispetto e nella valorizzazione della sua esperienza umana e religiosa. «Il dovere missionario — scrive la Novo millennio ineunte — non ci impedisce di andare al dialogo intimamente disposti all’ascolto. (...) Non raramente lo Spirito di Dio, che “soffia dove vuole” (Gv 3, 8), suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo a comprendere più profondamente il messaggio di cui sono portatori» (n. 56). Gen's 4/2001 Una conversione pastorale Che cosa ne consegue, concretamente, per l’atteggiamento di ciascuno e per quello della comunità verso chi non è cristiano? Innanzi tutto che egli va visto, accolto e trattato — uso un’espressione di Chiara Lubich — come un candidato alla comunione piena con Dio e tra i figli di Dio. Cristo — scrive la lettera agli Efesini — ha già abbattuto «il muro di separazione che era frammezzo» (2, 14). Non hanno più diritto di cittadinanza le contrapposizioni dentro/fuori, vicino/lontano. Ciò che era “fuori” e “lontano”, Gesù crocifisso e abbandonato, in sé, l’ha portato “dentro” e “vicino”. La Chiesa, è vero, ha una sua identità e una sua interiorità, in cui è custodita e testimoniata la presenza del Risorto tra coloro che sono adunati nel suo Nome. Ma ciò non significa che debba considerare estranei gli altri: perché, se così facesse, considererebbe estraneo Cristo stesso, che s’è fatto loro. La vita della Chiesa è un movimento ritmico di “sistole” e “diastole”: di convocazione nel cenacolo del Risorto e di esodo “fuori dalle mura” per incontrare il Crocifisso. Così la lettera agli Ebrei: «Anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui...» (Eb 13, 12-13). Il Regno di Dio si rende presente e operante in questo passaggio pasquale dalla koinonia del Crocifisso, che tutti già abbraccia, alla koinonia del Risorto, in cui riecheggia vivo l’annuncio della Pasqua che chiama a entrare “nella gioia del Signore”. La presa di coscienza di questo fatto comporta una “conversione pastorale”. «E ormai tramontata — costata il Papa —, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una ‘società cristiana’ che, pur tra le tante debolezze che sempre segnano l’umano, si rifacevano esplicitamente ai valori evangelici» (n. 40). — pag. 17 — studio 105 Dobbiamo “prendere il largo” e dare la parola alla fantasia dello Spirito Santo e della carità: «nella causa del Regno non c’è tempo per guardare indietro» (cf. n. 15). In concreto, occorre creare degli spazi differenziati in cui coloro che vengono a contatto con una comunità ecclesiale viva, possano sentirsi a casa e sperimentare, progressivamente, l’incontro con il Risorto. È la grande intuizione teologica e pastorale che sta dietro l’Ecclesiam suam di Paolo VI e l’Ecclesia de Trinitate del Vaticano II. I centri concentrici del dialogo, che la Chiesa conciliare ha cominciato a tracciare, non sono che la logica conseguenza della comprensione cristologica e trinitaria della Chiesa come segno e strumento dell’avvento del Regno di Dio. Il dialogo — nel senso alto del termine, come reciproco incontro e scambio di ciò che decide ultimamente il nostro esistere — è lo spazio in cui si può dischiudere, passo passo, l’esperienza del Crocifisso/Risorto. Nell’interpretazione dei testi e dello spirito conciliare offerta dal Sinodo dei vescovi del 1985 si afferma che «il dialogo autentico tende a far sì che la persona umana apra e comunichi la sua interiorità al suo interlocutore», cosicché «Dio può servirsi del dialogo (...) come via per comunicare la pienezza della grazia». Ancora più esplicito quanto affermato da Giovanni Paolo II a Madras il 5 febbraio 1986 ai rappresentanti delle religioni non cristiane: «Il frutto del dialogo è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio (...). Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio». Analogamente, ciò vale anche per chi non crede esplicitamente in Dio. In questo contesto mostra la sua straordinaria attualità quell’«arte di amare» che Chiara Lubich propone come via privilegiata dell’evangelizzazione: amare tutti, amare per primi, farsi uno con l’altro sul modello di Gesù abbandonato, servire... Un nuovo umanesimo Della missione della Chiesa, attraverso l’incarnazione del Vangelo, soprattutto da parte dei fedeli laici nelle varie dinamiche della vita culturale e sociale, fa parte essenziale la testimonianza di un umanesimo e di una socialità in cui agiscano le “radici trinitarie” della salvezza. Tutto ciò riveste una particolarissima urgenza nel nostro tempo. Mi limito a richiamare due dati. Il primo concerne quella che, globalmente, possiamo chiamare la fine della modernità, vale a dire la conclusione di un’epoca in cui s'è sperimentato un modello di umanesimo centrato sull’affermazione del soggetto in una contrapposizione programmatica all’alterità, fosse essa quella di Dio o di un altro essere umano: sia a livello individuale che collettivo. Ci troviamo in un grande spazio aperto che attende il nuovo: di qui, non a caso, il successo delle più svariate e anche riduttive e pericolose proposte di “ritorno del Sacro”. Un secondo dato riguarda il cammino irreversibile verso l'acquisizione di una coscienza planetaria della famiglia umana, che richiede la comprensione e la gestione delle differenze (di cultura, di tradizione, di religione, ecc.) in un contesto di apertura all’altro e di relazione reciproca, a tutti i livelli (politico, economico, culturale e spirituale). Anche in questo caso, l’umanità è sollecitata a varcare la soglia di una novità impegnativa e come tale rischiosa. Sullo sfondo di questo quadro, diventa sorprendentemente attuale l’autocoscienza ecclesiale espressa dal Concilio Vaticano II sin dal n. 1 della Lumen gentium: «La Chiesa, è in Cristo, come un sacramento e cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Dio e l’essere umano, l’io e il tu— in altri termini — non sono concorrenti secondo la logica duale del servo/padrone, ma in Cristo crocifisso e risorto sono accolti, rivelati e redenti nello spazio della reciprocità trinitaria. Gen's 4/2001 — pag. 18 — 112 studio Fermento di una nuova socialità La Chiesa, muovendo dalla sua realtà di comunione, è chiamata ad essere presenza viva della novità dell’amore trinitario nella storia come fermento di una socialità nuova. Mi sembra che talvolta non riusciamo a rendere percepibile che cos’è la salvezza che Cristo ha portato e che la Chiesa testimonia e realizza. In quale senso, infatti, Cristo ci ha salvati e in quale senso la Chiesa .è sacramento di salvezza? Nel senso che ci fa vivere la pienezza della vita come Dio l’ha pensata per noi: la vita della comunione. La salvezza, quindi, è la comunione. La comunione che si vive nella storia e in cui la persona umana si realizza secondo le dinamiche del suo esistere sociale, tendendo e attendendo il compimento escatologico. Ed è, allora, proprio la comunione che diventa “utopia” non velleitaria o ideologica, ma reale e concreta, dove la società umana può trovare fermenti di rinnovamento e linee di orientamento per il proprio cammino. E ciò senza essere ecclesiocentrici: la Gaudium et spes sottolinea giustamente che in questo cammino di progettazione e realizzazione di una socialità più matura, la Chiesa impara sì dalla Parola di Dio, ma impara anche dal mondo o meglio dallo Spirito Santo che si esprime attraverso le aspirazioni, le conquiste e anche le sofferenze e i problemi più gravi del mondo stesso. Lo ricorda Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte: «Pur attuando un operoso e vigile discernimento, per cogliere i “veri segni della presenza o del disegno di Dio”, la Chiesa riconosce che non ha solo dato, ma anche ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano» (n. 56). Anche questo c’insegna la contemplazione del volto di Cristo crocifisso e risorto. Guardandolo risuonano oggi in tutta la loro Gen's 4/2001 forza le parole: «Ho avuto fame... ho avuto sete... ero forestiero... nudo... malato... carcerato... ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 3155). «Questa pagina — sottolinea il Papa — non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo» (n. 49). Si tratta di una scelta preferenziale — quella dei poveri — imposta dal Vangelo di Cristo e chiamata a «qualificare in modo egualmente decisivo la vita cristiana, lo stile ecclesiale e la programmazione pastorale» (ibid.). Occorre fare in modo che i poveri, e di tutti i tipi di povertà, «si sentano, in ogni comunità cristiana, come “a casa loro”» (cf. n. 50) e che una nuova “fantasia della carità” si faccia «servizio alla vita, alla cultura, alla politica, all'economia, alla famiglia» (n. 51). La via della Chiesa Il volto del Cristo giovanneo, “elevato” da terra che tutti attira a sé, è la via della Chiesa. Come non vedere che da Lui si riversa sulla Chiesa, per tutti, quel “fiume d’acqua viva”, che disseta e rinnova, infondendo speranza e rivestendo di bellezza la Sposa che invoca il ritorno dello Sposo? «Della bellezza di questo volto della Chiesa — scrive Giovanni Paolo II — abbiamo goduto nell’anno giubilare. E forse solo un inizio, un'icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito ci prepara» (n. 40). Piero Coda — pag. 19 — intervista 113 La vita d’unità ha preparato un giovane sacerdote brasiliano alle responsabilità di pastore nella Chiesa La comunione come scuola di vita Intervista a mons. José Antonio Tosi Marques Si avverte sempre più nella Chiesa l’esigenza che i sacerdoti chiamati al servizio episcopale siano già formati ad una vita di comunione, capaci quindi di vivere una collegialità affettiva ed effettiva. È molto significativo, infatti, che la “Novo millennio ineunte” chieda di “promuovere una spiritualità di comunione... dove si educano i ministri dell’altare” (n. 43). Su questo argomento abbiamo rivolto alcune domande ad un nostro amico, mons. José Antonio Tosi Marques, arcivescovo di Fortaleza nel Nordest del Brasile. Egli ci ha risposto con la sua esperienza semplice ma significativa, raccontandoci come un carisma moderno ha contribuito nel formarlo alla comunione. Non pensavo di diventare prete GENS: Come mai lei ha scelto il sacerdozio in un periodo nel quale i seminari si svuotavano e tanti preti non avevano la forza di portare avanti il loro ministero? A dire il vero non ho mai scelto il sacerdozio e per spiegarmi devo raccontare qualcosa della mia infanzia. Quand’ero ancora ragazzo ho sperimentato una luce ed ho capito che Dio mi amava e che la mia vita avrebbe avuto senso solo se fosse stata un dono per gli altri. Non so dire di più, se non che que- sta realtà era entrata nella parte più intima della mia persona. Non pensavo neanche lontanamente al sacerdozio; volevo essere soltanto un cristiano che ama il prossimo. Forse per questo ad un certo momento avevo accettato l’incarico di catechista. Un giorno il parroco mi rivolse questa domanda: «Non ti piacerebbe diventare prete?». Al momento risposi deciso che volevo essere semplicemente un cristiano. Poi quella domanda cominciò a lavorarmi dentro e pian piano mi divenne chiaro che avrei potuto amare Dio e il prossimo anche diventando sacerdote. Quando sono entrato in seminario, nel 1966, avevo 17 anni ed ho iniziato subito il corso filosofico. Allora nella Chiesa si respirava l’atmosfera del post-Concilio e tutto parlava di novità, mentre nella società civile del nostro Paese era l’epoca della rivoluzione militare con la conseguente repressione: dovunque ti giravi c’era divisione e non poca confusione. In seminario il mio entusiasmo e le mie attese un po’ ingenue si scontrarono ben presto con una realtà abbastanza dura. GENS: Era il tempo della contestazione e si sentiva l’esigenza di cambiamenti, ma a volte si arrivava a delle esagerazioni... Lei come ha reagito? Mi sono posto delle domande. Dove mi sono cacciato? Perché non tornare al mio primo progetto di semplice cristiano? In Gen's 4/2001 — pag. 20 — 114 intervista fondo in parrocchia il Vangelo lo si viveva meglio che in seminario. Ma proprio in questo momento il rettore propose che una rappresentanza di seminaristi partecipasse ad una Mariapoli del Movimento dei focolari ed io ero uno dei cinque prescelti. Non conoscevo affatto i focolarini, ma accettai volentieri. Alla conclusione della Mariapoli mi risuonavano nel cuore frasi come queste: «Se vuoi amare Gesù, devi amare anche la sua Chiesa; non fuggire la croce, ma abbraccia questa situazione di dolore e torna in seminario per amare i formatori e i compagni; anche lì si può costruire una Chiesa che sia famiglia». Durante la Mariapoli, nella convivenza fraterna di tante persone, avevo constato che era possibile vivere il Vangelo oggi, e questo poteva avvenire anche in seminario. Stavamo muovendo i primi passi in questo nuovo stile di vita, quando terminai il corso di filosofia e cominciai lo studio della teologia. Una vera scuola di comunione Se la spiritualità dell’unità, conosciuta in Mariapoli, mi aveva sostenuto in quegli anni, ora cominciava per noi seminaristi del sud del Brasile un periodo nuovo, perché alcuni sacerdoti diocesani, che vivevano questa spiritualità, presero a cuore la nostra formazione, organizzando incontri per noi nell’allora nascente Mariapoli Araceli (oggi Mariapoli Ginetta), vicino alla città di San Paolo. Due cose ricordo di quel periodo. Innanzitutto siamo venuti a contatto con i vari punti della spiritualità, come Dio-amore, la Parola di vita, l’unità, Gesù crocifisso e abbandonato, Maria, ecc... Era una continua scoperta dei cardini del cristianesimo in una luce crescente. Conseguentemente anche lo studio della teologia s’illuminava. Mentre i professori, in quel periodo di grandi cambiamenti, spesso non sapevano cosa insegnare, per noi le verità della fede si rivestivano di luce. Non saprei spiegarlo. Può Gen's 4/2001 sembrare esagerato, ma io attribuisco la mia formazione teologica a questa scuola nella spiritualità dell’unità. Ricordo che nei nostri incontri c’era una comunione profonda tra noi seminaristi e con i sacerdoti: potevamo parlare di Vangelo vissuto e intravedevamo il nostro futuro molto interessante. La comunità cristiana degli Atti degli Apostoli non era un’utopia o un avvenimento ormai sorpassato, ma una realtà che sperimentavamo e un giorno avremmo potuto promuovere nelle nostre parrocchie, perché Dio ci stava donando gli strumenti per farlo. Nei seminari a volte non mancavano le critiche nei nostri riguardi, dovute spesso alla non conoscenza della funzione dei carismi nella Chiesa. Questo, però, non c’impediva di andare avanti e di creare rapporti di amicizia con tutti. Non di rado i formatori e i nostri colleghi, stupiti della nostra serenità e dell’impegno nel creare un clima di fraternità, ce ne domandavano il perché, dandoci la possibilità di raccontare qualcosa della nostra scoperta. E il numero dei seminaristi che ci seguivano nella via dell’unità aumentava. Forse per questo gli anni di seminario li ricordo come un periodo di luce. GEN'’S: Divenuto prete, ha potuto continuare questa vita di comunione? Appena ordinato sacerdote, il vescovo mi pose come direttore spirituale del seminario diocesano, mentre un mio compagno di studi era nominato rettore. Sia il vescovo che noi due eravamo stati toccati dal carisma dell’unità e non fu difficile l’intesa tra noi. Questo facilitava un clima di fraternità nel seminario e, mentre altre regioni lamentavano la mancanza di vocazioni, noi ne avevamo a sufficienza. La vita d’unità, che cercavamo di vivere in seminario, andava avanti anche fuori, perché c’erano sacerdoti di altre diocesi con i quali c’incontravamo regolarmente. Il contatto poi con i laici del Movimento, impegnati nel vivere con radicalità il Vangelo, era di stimolo per noi. Gli aggiornamenti, che ci veniva- — pag. 21 — intervista 115 no comunicati e che provenivano da ogni parte del mondo, davano un respiro ampio su tutte le realtà della Chiesa. E questo avveniva senza disturbare minimamente la nostra realtà di preti diocesani, anzi la illuminava, dando maggior fecondità al nostro ministero. Penso stia qui uno dei motivi per cui non pochi di questi miei colleghi di quel periodo sono stati scelti come formatori nei seminari e poi come vescovi. Scuola che continua GEN'’S: E anche lei è stato chiamato al ministero episcopale. Come è avvenuto? Fu una sorpresa che in un primo momento mi lasciò sconcertato. Ero spaventato pensando alla mia piccolezza davanti a tanta responsabilità, senza dire del salto che ero chiamato a fare. Fino a quel momento avevo lavorato prima in seminario, poi in parrocchia e nel coordinamento della pastorale diocesana ma in un ambiente prevalentemente agricolo e tradizionalmente cristiano; avevo collaborato con un vescovo che mi voleva bene e con un clero ben disposto e a me ben noto. Ora mi si chiedeva di andare a lavorare nell’archidiocesi di Salvador da Bahia come vescovo ausiliare di un cardinale che non conoscevo, in un ambiente cittadino che si diceva fosse particolarmente problematico per la difficile situazione sociale e per la fortissima presenza di tradizioni religiose sincretiste. Fidandomi della parola incoraggiante del mio vescovo e dell’appoggio che mi veniva dai sacerdoti con i quali condividevo questa vita di comunione sin da seminarista (alcuni di questi erano già vescovi), dissi il mio sì. Andai a Salvador per continuare lo stesso stile di vita in profonda comunione col cardinale Lucas Moreira Neves. Nello stesso tempo mantenevo vivi i contatti, insieme ad altri vescovi, con la fonte del carisma dell’unità, come avevo fatto da prete. A Salvador mi vennero affidati la formazione permanente del clero, la cura del semi- nario, il coordinamento della pastorale diocesana e quello dei Movimenti laici, ed altro ancora. Furono otto anni di lavoro intenso, ma anche fecondo. Attribuisco questo al fatto che mi sforzavo di ascoltare le persone fino in fondo, di promuovere il positivo di ognuno, di stabilire rapporti di unità con tutti. GENS: Lei ora da due anni è arcivescovo di Fortaleza. Come sta vivendo la comunione nel ministero episcopale? Quando il Nunzio mi ha comunicato la designazione pontificia, mi ha messo nelle mani un dossier su questa archidiocesi. L'ho letto ed ho avuto paura, perché Fortaleza, dal punto di vista ecclesiale e civile, è una realtà molto complessa. I miei predecessori erano personalità di grande valore ed io mi sentivo una nullità. Ho manifestato le mie perplessità, ma poi ho detto di sì, confidando nell’aiuto di Dio e dei fratelli. In questi due anni ho percorso l’intera arcidiocesi, ho stabilito una relazione personale con tutti i sacerdoti, ho visitato tutte le parrocchie e le comunità religiose. Ed ho sperimentato che, cercando di vivere il comandamento nuovo, anche le situazioni più difficili si aprono alla speranza. In fondo tutti, dai preti alle autorità civili, dagli adulti ai bambini, vogliono essere accolti e trovare ascolto nel vescovo. Ho incontrato molte problematiche e spesso non avevo alcuna soluzione nella manica, ma almeno potevo condividere le gioie e i dolori altrui. Tante volte, dopo aver stabilito un rapporto di fiducia, veniva anche la luce per risolvere i problemi concreti o almeno per affrontarli insieme senza sentirsene schiacciati. Penso che è qui il fondamento di ogni pastorale. In fondo la vita del Vangelo è di una semplicità straordinaria, ma con frutti sorprendenti. Gen's 4/2001 — pag. 22 — 116 intervista Collegialità affettiva e poi effettiva GEN'S: Come ha cercato di vivere la collegialità episcopale durante questi anni? La mentalità ancora corrente vede nel vescovo il responsabile di tutto e da lui ci si aspetta tutto. Ho cercato di migliorare quest'immagine. Per l’esperienza vissuta fin da giovane ho visto che chi riveste un ruolo di autorità deve mettersi a servizio degli altri, creando un clima di famiglia, muovendosi non come “padrone” ma come perno d’unità. Non ho mai visto la collegialità come spartizione di poteri, ma come comunione fraterna. La condivisione delle responsabilità avviene di conseguenza e nell’armonia dell’insieme. Anche da vescovo sento il bisogno di continuare la mia formazione a questa vita di comunione e il carisma dell’unità mi ha aiutato molto. Se da prete mi ritrovavo regolarmente con altri sacerdoti, perché non farlo anche da vescovo? E vero che noi vescovi viviamo lontani gli uni dagli altri, ma abbiamo tante occasioni per incontrarci. Quest'anno, per esempio, un bel gruppo di vescovi abbiamo passato le vacanze insieme in una località tranquilla della mia arcidiocesi. La convivenza fuori dell’ambiente di lavoro ha favorito la preghiera, ha permesso lo scambio di esperienze in conversazioni informali e, soprattutto, ci ha fatti sentire fratelli. Abbiamo avuto la sensazione di rivivere, secondo la misura della nostra piccolezza, l’esperienza degli apostoli attorno a Gesù. E in questo ambiente che mette radici la collegialità affettiva per poi diventare anche effettiva. Prima l’essere, poi il fare. È vero che ogni vescovo si confronta col suo presbiterio, ma lì egli è visto più come colui che fa la parte del Maestro; invece in Gen's 4/2001 questi incontri informali tra noi soli, siamo tutti fratelli e l’unico Maestro è Gesù. La sua presenza dà gioia, ma anche purifica, raddrizza e soprattutto armonizza l’insieme. E ogni vescovo torna a casa arricchito da questa esperienza di comunione. GEN'’S: Ma questi incontri avvengono solo tra vescovi che condividono questo stile di vita. Non c’è il pericolo di chiudersi in un circolo ristretto di amici? Come accennato sopra, quando ero prete mi trovavo con altri sacerdoti per approfondire la spiritualità dell’unità e quella convivenza, anche se di pochi giorni, ci rinnovava. Poi ognuno di noi tornava nella sua diocesi con nuovo slancio, pronto ad amare tutti, a portar bene la propria croce, a costruire ponti... La stessa cosa sta avvenendo adesso tra noi vescovi. Ci ritroviamo insieme, quando possiamo, per approfondire non tanto teoricamente ma in modo concreto la spiritualità di comunione. Questo non ci chiude tra noi, ma ci allena e ci rende più disponibili verso tutti, facilitando i rapporti con gli altri fratelli vescovi nella Conferenza episcopale regionale e nazionale. E questo lo stiamo già sperimentando, perché la spiritualità di comunione non tende alla chiusura ma alla realizzazione della preghiera sacerdotale di Cristo: “che tutti siano uno”. D'altra parte il Papa nella Novo millennio ineunte avverte di non farci «illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (n. 43). a cura di Enrico Pepe — pag. 23 — esperienza 117 Il tenace impegno di alcuni sacerdoti ungheresi per tessere la comunione ecclesiale nella società post-comunista Parrocchie vive nonostante tutto a cura di Ferenc Tomka Alcuni sacerdoti ungheresi, leggendo la “Novo millennio ineunte”, hanno steso attraverso uno di loro queste interessanti riflessioni sulla storia della loro Chiesa. Essi, grazie alla spiritualità di comunione del Movimento dei focolari, sono riusciti a mentenere viva la fede durante i tempi duri della persecuzione ed ora stanno suscitando comunità parrocchiali vive nonostante l’eredità ateista lasciata dal comunismo e l’invadenza sempre più capillare del consumismo. Pî noi è stata veramente una gioia e una conferma leggere la Novo Millenio ineunte, perché essa mette in rilievo degli aspetti che sono stati fondamentali per la nostra vita, sia durante la persecuzione comunista, sia adesso che ci troviamo sempre più immersi nel consumismo. Ne ricordo alcuni: la tensione alla santità (nn. 30-34, 38), una profonda spiritualità di comunione (nn. 43-46), l’unità all’interno della nostra Chiesa e con gli altri cristiani (n. 48), la nostra vita radicata nel mistero pasquale, in Gesù abbandonato e risorto (nn. 25-28). Questi pilastri della vita cristiana, già accennati nel Concilio Vaticano II e in altri documenti come, per esempio, la Christifideles laici e la Salvifici doloris, noi li avevamo assimilati durante il tempo della persecuzione attraverso l’incontro provvidenziale con la spiritualità del Movimento dei focolari. I focolarini non solo ce li facevano conoscere, ma ci aiutavano a metterli in pratica, nonostante — ma potremmo dire anche grazie — alle situazioni particolarmente difficili in cui ci trovavamo. Possiamo testimoniare, perciò, con la nostra esperienza che è proprio vero quanto afferma il Papa nella sua Lettera: che la spiritualità di comunione, basata sull’amore a Gesù crocifisso-abbandonato e risorto, è il futuro della Chiesa. Al tempo della persecuzione Il regime comunista sapeva che la comunità è per se stessa una grande forza. Per questo ostacolava con ogni mezzo l’esistenza di qualsiasi comunità ecclesiale ed ha sciolto gli ordini religiosi e tutte le associazioni laicali o sacerdotali. Ai sacerdoti era lecito incontrarsi solo nei convegni ufficiali organizzati dai vescovi o dal movimento “Preti per la pace”, perché controllati dal regime. Ogni altro incontro, specialmente se avveniva con una certa regolarità, poteva essere punito col carcere. Molti religiosi, dopo la dissoluzione dei loro Ordini, sono stati incarcerati per questo motivo. E molti altri sacerdoti e religiosi in Gen's 4/2001 — pag. 24 — 118 esperienza tali circostanze sono rimasti completamente isolati. Il Movimento dei focolari, usando sempre molta prudenza, ci comunicava la sua spiritualità e noi sperimentavamo una tale luce e gioia nel trovarci insieme da farci pensare che nessuna polizia avrebbe potuto ostacolarci. Ovviamente i nostri incontri erano sempre segreti come facevano anche altri Movimenti ed Ordini religiosi. Ma, mentre questi sono stati scoperti più volte dalla polizia segreta, noi siamo passati quasi inosservati, forse perché ci incontravamo mescolandoci con i laici, con le loro famiglie durante i fine settimana o nelle vacanze. In questo periodo particolarmente difficile la nostra vita di comunione — che ci faceva sperimentare la presenza di Gesù tra noi sacerdoti e fra noi e i laici (Mt 18, 20) — ci dava un sostegno forte. E mentre anche negli incontri ecclesiali ufficiali spesso si avvertiva un certo pessimismo e tanti sacerdoti cercavano rifugio nei Paesi occidentali, noi avevamo la certezza che il futuro sarebbe stato migliore e siamo rimasti al nostro posto. Per anni i nostri incontri a molti sembravano non solo un rischio troppo grande — e forse lo erano — ma anche un lusso. Spesso ci chiedevano come poteva un sacerdote, con tante cose da fare, trovare ogni settimana un giorno intero libero da trascorrere insieme ad altri. Poi, però, col passare del tempo scoprivano sempre più i frutti di questa vita di comunione. Ai nostri incontri invitavamo altri sacerdoti, anche alcuni che attraversavano profonde crisi spirituali. Tanti di questi hanno ritrovato la pace, rimanendo fedeli alla loro vocazione. Oggi è ancora più importante Ora quei tempi tragici sono passati, ma ne sono sopraggiunti altri sotto certi aspetti più difficili: al comunismo, infatti, è subentrata la secolarizzazione con l’attrattiva allettante del consumismo; e se prima i sacerdoti erano perseguitati, ora spesso sono emarginati. Gen's 4/2001 Predicare le beatitudini evangeliche e costruire un’autentica comunità cristiana è un compito particolarmente laborioso. Per riuscirvi non basta predicare, bisogna mostrare un modello concreto. Notiamo che il nostro stile di vita, basato sulla comunione che il Vangelo richiede nel quotidiano, riesce ancora oggi ad impressionare tante persone. Vari vescovi e superiori di seminario c’invitano a farlo conoscere agli altri. Non è raro che sacerdoti e seminaristi, che stanno attraversando un periodo difficile, riescano a superarlo convivendo per un certo tempo nelle nostre case. Oggi non è più proibito organizzare incontri e noi lo facciamo regolarmente, offrendo ai sacerdoti la possibilità di ritrovarsi tra loro in piccoli o in grandi gruppi. Per esempio, dopo le feste natalizie, diamo la possibilità di riposarsi in un clima di comunione fraterna. Nell'ultimo di questi incontri un giovane sacerdote ci ha scritto: «Mi ha toccato la franchezza e l'amicizia fra di voi. Non avevo mai avuto la possibilità di vedere dei sacerdoti che si ascoltano così profondamente. Quest’incontro mi ha ridato tanta speranza per la mia vita. Vorrei far parte anch’io della vostra comunità». Da anni ci sentiamo responsabili per i seminaristi, perché sono il futuro della nostra Chiesa. Li visitiamo regolarmente nei seminari e per loro organizziamo incontri estivi, dove cerchiamo di mostrare con la nostra vita la bellezza di una spiritualità di comunione. Essi osservano con interesse come ci rapportiamo tra noi e con i parrocchiani. Anche in queste occasioni ci arrivano echi di questo tipo: «Ho ritrovato la bellezza della mia vocazione: voglio vivere il sacerdozio come lo vivete voi». Oggi i responsabili dei seminari sono molto contenti delle nostre visite e dei nostri incontri, perché sentono la necessità di offrire ai seminaristi la possibilità non solo di conoscere, ma anche di sperimentare la comunione. — pag. 25 — esperienza 119 Così costruiamo le comunità parrocchiali Può sembrare strano, ma la persecuzione comunista in qualche modo consolidava l’unità dei cristiani convinti e le parrocchie, anche se più povere di membri, erano più unite. Dopo la caduta del comunismo l’individualismo e la “cultura” consumista stanno sgretolando le comunità ecclesiali ancora esistenti. Oggi la domanda che più spesso si pone da noi nel campo pastorale é come trasformare la parrocchia in comunità cristiana. La spiritualità di comunione, vissuta secondo lo stile del Movimento dei focolari, ha costituito da sempre la base fondamentale della nostra attività pastorale: invitavamo i cristiani a vivere insieme l’essenza del Vangelo: l’amore fraterno. Per noi oggi è di grande consolazione leggere nella Novo millennio ineunte queste parole: «Spiritualità della comunione significa capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque come uno che mi appartiene, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, ...per vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, ...respingendo le tentazioni egoistiche, le diffidenze, le gelosie» (n. 43). E se tutto questo é difficile, il Papa ci mostra il “volto dolente”: Gesù crocifisso e abbandonato (nn. 25-27). Egli, che ha portato tutti i dolori e tutti i peccati dell’umanità, ci dà l'esempio e la forza per amare sempre l’altro. Con questo “stile” nacquero da noi delle belle comunità nelle città e nei villaggi. Abbiamo esperienze interessanti al riguardo, dove spesso tutto è cominciato con l’unità fra due sacerdoti impegnati a vivere così, in modo che Gesù fosse presente in mezzo a loro. E questa loro unità ha trasformato lentamente la parrocchia in comunità viva. Alcuni di noi vivono in quartieri nuovi, dove prima della svolta politica non si poteva costituire una parrocchia, né costruire una chiesa. Qui è cresciuta per anni una popolazione giovane educata all’ateismo. E proprio in questi ambienti abbiamo sperimentato in modo speciale la forza della spiritualità di comunione. All’inizio della costituzione di nuove parrocchie in questi quartieri i parrocchiani erano pochissimi e per lo più anziani. Pian piano anche i giovani si sono avvicinati, attratti dal nostro stile di vita. Il numero dei parrocchiani ha cominciato a crescere rapidamente e abbiamo assistito anche a conversioni grosse e profonde. La Conferenza episcopale d’ Ungheria nel 1999 ha introdotto il catecumenato, perché dopo la svolta politica tanta gente, che prima si diceva atea, chiedeva il battesimo o altri sacramenti. Le parrocchie animate dai Movimenti ecclesiali hanno avuto un ruolo decisivo nell’introduzione del catecumenato. Cercando di vivere una spiritualità di comunione, non solo suscitano molte conversioni, ma sono capaci di accogliere i catecumeni e di portarli fino alla maturità di una vita veramente cristiana. Anche nei villaggi più piccoli, dove é più difficile operare una svolta da uno stile di vita individualista ad uno comunitario, con la spiritualità del Movimento dei focolari — introducendo la Parola vissuta in comunità e lo scambio delle esperienze sulla stessa — abbiamo potuto creare piccole comunità vive. Con questo metodo siamo riusciti a portare a buon termine un’esperienza di catecumenato anche fra gli zingari. Alcune parrocchie nostre e altre, portate avanti da Movimenti ecclesiali, sono additate oggi come “modelli” di pastorale comunitaria. Molti chiedono qual è il nostro “segreto”. Agenti di pastorale — sacerdoti, seminaristi e laici — spesso vengono a visitarci per conoscere come si fa a trasmettere in maniera pratica e viva una spiritualità di comunione. In molti incontri pastorali siamo invitati a presentare la nostra esperienza. Il nostro ecumenismo La popolazione ungherese fino agli anni 80° per il 70% era battezzata nella Chiesa cattolica, per il 23% nelle Chiese protestanti Gen’s 4/2001 — pag. 26 — 120 esperienza e altri pochi in quella ortodossa. Il comunismo applicava il suo metodo di divide et impera anche in campo ecumenico, frenando ogni sviluppo, anzi cercando di creare tensioni fra le Chiese. Dopo la svolta le comunità cristiane e i loro responsabili hanno fatto dei passi in avanti, ma anche da noi — come dice il Papa — c'è «ancora tanto cammino da fare». Il Papa nella Novo millennio ineunte ci ripete l’invito, già formulato dal Concilio, «di promuovere la comunione nel delicato ambito dell’impegno ecumenico» (n. 48). In tutti questi anni, vivendo la spiritualità del Movimento, era cresciuto in noi l’anelito verso l’unità e il bisogno di stabilire rapporti con tutti i fratelli cristiani. Nel maggio scorso abbiamo organizzato un incontro ecumenico per sacerdoti e pastori su come possiamo portare avanti l’unità dei cristiani. Durante la preparazione ci siamo resi conto che quasi tutti i sacerdoti del Movimento dei focolari, che vivono in territori “misti”, hanno contatti costruttivi con i pastori del posto e s'incontrano regolarmente per colloqui e preghiere. Un fatto questo non facile e, perciò, un po’ raro in Ungheria. Molti di questi pastori e alcuni sacerdoti ortodossi hanno accettato l’invito a quest’incontro organizzato da noi, per cercare insieme le vie dell’unità, attraverso un ecumenismo basato sull’impegno di vivere più intensamente il Vangelo: un ecumenismo della vita. E stato questo il primo incontro nazionale con la partecipazione di un gran numero di pastori di diverse Chiese. Gesù abbandonato e la risurrezione Abbiamo accennato sopra alla spiritualità di comunione e ai suoi frutti nella nostra vita Gen's 4/2001 e nella vita della Chiesa ungherese. Non possiamo però omettere che il fondamento della comunione é sempre l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato. Quest’amore — che è al centro della vita del focolare — è stato ed è fondamentale non solo per la nostra vita personale, ma anche per la fecondità nell’evangelizzazione. L'amore all’ Abbandonato ha dato forza a tanti sacerdoti nel sopportare la persecuzione dello stato comunista e, a volte, anche l’incomprensione di confratelli e di alcuni superiori. Sotto la pressione dello Stato, che si adombrava nel vedere delle comunità cristiane vive, più volte siamo stati trasferiti dalle parrocchie dove era rifiorita la vita in posti lontani, dove le comunità erano spente. Abbiamo capito che anche questo in fondo era provvidenziale, perché ci permetteva di ravvivare il cristianesimo in altri luoghi dove spontaneamente non saremmo andati. L’amore a Gesù nel suo abbandono ci ha spinti a creare la comunità in ogni ambiente e nelle situazioni più difficili, ovunque la Provvidenza ci metteva. Un'ultima cosa. Nonostante i buoni propositi e la luce che proviene da una spiritualità di comunione, tante volte abbiamo sperimentato le difficoltà nel viverla tra noi. L’amore a Gesù crocifisso e abbandonato, rinnovato ogni mattino al nostro risveglio, ci ha permesso in tutti questi anni di superare le difficoltà provenienti dalle diversità di carattere e di vedute o anche dagli sbagli commessi da noi o dagli altri. Possiamo testimoniare che chiedersi perdono e ricominciare a vivere in piena comunione è stato sempre motivo di gioia e di un’unità nuova e più profonda tra noi, e ha dato maggiore credibilità alla nostra attività pastorale. a cura di Ferenc Tomka — pag. 27 — testimonianza 121 Dopo l’incontro in Piazza San Pietro nella Pentecoste ’98 L'unità tra i Movimenti ecclesiali di mons. Frantisek Radkovsky Pubblichiamo una conferenza tenuta a Praga, in occasione del II incontro nazionale dei Movimenti ecclesiali e Nuove Comunità, nello scorso aprile, dal delegato per i laici della Conferenza episcopale della Cechia. Il vescovo Radkovsky tratteggia in poche pennellate il cammino di comunione in atto tra vari Movimenti in tante diocesi con l’incoraggiamento dei rispettivi vescovi. D ove è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio, «Je dove è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa ed ogni grazia», afferma sant’Ireneo di Lione già nel secondo secolo. Lo Spirito Santo spesso si manifesta attraverso i suoi doni che si chiamano carismi. Questi «possono prendere varie forme perché sono l’espressione della libertà assoluta dello Spirito che li mantiene, e sono la risposta alle varie necessità lungo la storia della Chiesa» (Christifideles laici 24). La storia della Chiesa, contemplata dal punto di vista dei vari carismi, che fanno nascere diversi “Movimenti”, ci offre nel suo insieme la visione complessiva della dottrina di Cristo. La sua comprensione si sviluppa verso una larghezza e una pienezza sempre più complete. Come dice la Costituzione del Vaticano II Dei Verbum, n. 8, «la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengono a compimento le parole di Dio». Il frutto concreto di questa crescita sono nuove forme della sequela di Cristo nei nuovi “Movimenti” carismatici. Specialmente gli ultimi decenni sono caratterizzati dalla loro nascita e da uno sviluppo straordinario. Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, spesso viene in contatto in tutto il mondo con il fenomeno dei nuovi Movimenti ecclesiali. Una delle sue intuizioni geniali è stata quella di mostrare a tutti questa nuova faccia carismatica della Chiesa, questa “primavera della Chiesa” che sta per risvegliarsi e che è stata prevista già dal Vaticano II. Questo è avvenuto in Piazza San Pietro, alla vigilia di Pentecoste, il 30 maggio 1998. Alla fine del ventesimo secolo, tutti i presenti hanno dato la loro testimonianza d’unità nella diversità e della ricchezza dei diversi carismi, diffusi dallo Spirito Santo nella Chiesa all’alba del terzo millennio. Il volto carismatico della Chiesa Si comprese la portata di quell’evento alla luce delle parole pronunciate dal Papa a conclusione dell’incontro. «Quel che accadde a Gerusalemme duemila anni orsono è come se questa sera si rinnovasse in questa piazza!». Fu in quella occasione che il Santo Padre diede grande risalto alla dimensione carismatica della Chiesa, definendola “coessenziale” alla dimensione istituzionale-petrina. Gen's 4/2001 — pag. 28 — 122 testimonianza Dopo quell’incontro, i Movimenti iniziarono un nuovo cammino di dialogo, di collaborazione e di comunione fra loro. In quella circostanza Chiara Lubich, di fronte a vari Fondatori e a mezzo milione di membri dei Movimenti, fece una promessa al Santo Padre: «...poiché il nostro Movimento — gli disse — ha il carisma dell’unità, mi premurerò, assieme ad altri già da qualche tempo orientati a ciò, di intraprendere un’azione per la comunione più piena fra i Movimenti». E cominciò effettivamente una nuova stagione nella Chiesa. In ogni parte del mondo i responsabili nazionali o locali dei vari Movimenti hanno iniziato a incontrarsi per proporre ai vescovi un programma da svolgere nelle cosiddette “Giornate Pentecoste 98”: si voleva rivivere in loco l’esperienza fatta in Piazza San Pietro. E si può dire effettivamente che l’effusione dello Spirito Santo iniziata nel Cenacolo di Piazza san Pietro — come ebbe a dire il Santo Padre — non si è più interrotta. La gioia di incontrarsi, la scoperta che ognuno faceva della bellezza e della varietà dei carismi, la collaborazione che si è instaurata, la sorpresa, la contentezza e lo stupore dei vescovi di fronte a questo nuovo volto della Chiesa che univa al profilo petrino di essa anche il coessenziale profilo mariano, sono stati le note comuni di ogni Giornata. Il profilo mariano oltretutto ci suggerisce la vera comprensione del ruolo della donna nella Chiesa. La donna è il cuore della Chiesa come vergine, sposa e madre, e da qui deriva la sua indiscussa “autorità mariana” che consiste nel custodire il valore più prezioso nella Chiesa che è l’amore. E un’autorità con il suo carattere, diverso dall’autorità del sacerdozio ministeriale, con il quale tuttavia può molto bene coesistere. L'uso giusto di ambedue queste autorità nella prassi della vita dei Movimenti opera come una medicina perfetta contro le deformazioni maschiliste oppure femministe nella comunità ecclesiale. Attraverso il rinnovamento delle comunità di base si arriva al rinnovamento della Chiesa intera dove i Movimenti — data la vasta scala dei loro doni — possono avere un ruolo decisivo ed insostituibile. Gen's 4/2001 Un’altra caratteristica importante dei Movimenti è quella che nella struttura della Chiesa di oggi mantengono viva la sua dimensione spirituale e sono un correttivo salutare alla corrente mentalità secolarizzata. Hanno la forza di creare e presentare una cultura ecclesiale propria; e già col loro essere richiamano costantemente alla dimensione universale della Chiesa in armonia con quella della Chiesa locale. La collaborazione tra i Movimenti e le diocesi Vorrei menzionare alcuni esempi di come è sentita questa collaborazione. Una delle ultime Giornate celebrate è stata quella di Lisbona, che ha raccolto 14.000 membri di 50 Movimenti nel Padiglione Atlantico della capitale. «Oltre ogni aspettativa», hanno scritto; tanto da suscitare echi di ammirazione sulla stampa locale con titoli come questi: «I cattolici hanno invaso la capitale»; «Il più grande incontro di Movimenti laici, tutti portoghesi...»; «L'altro volto della Chiesa»: «Una marea di laici con una grande presenza di giovani celebrano la Fede»... E il Patriarca di Lisbona, mons. José Policarpo, dopo un caloroso ringraziamento, ha esortato i Movimenti «a conservare la loro forza, forza non tanto di strategie quanto dei rispettivi carismi che portano alla santità». Nel bellissimo incontro tra i /aeders dei nove principali movimenti presenti nell’ Archidiocesi di Los Angeles, USA, il vescovo Gerald Wilkerson ha affermato: «Oggi è stato un segno di speranza per la Chiesa e il mondo intero. Questa unità, già sperimentata tra di noi, sarà la forza risanatrice contro la disunità. Siate fedeli ai vostri carismi: voi siete i custodi di questo sogno... con la vostra testimonianza continuate a iniettare fuoco e passione nella vita della Chiesa e dell’umanità. Voi siete un visibile segno di speranza!». — pag. 29 — testimonianza 123 A Sofia, in Bulgaria, dopo l’incontro dei Movimenti, mons. Christo Proykov, Esarca apostolico e presidente della Conferenza episcopale bulgara, ha detto: «Voi tutti avete ringraziato gli organizzatori, ma io ringrazio voi Movimenti che, con la vostra presenza, avete reso possibile vivere questo momento. Oggi avete fatto vedere che nonostante la Chiesa cattolica bulgara sia piccola, vive la stessa realtà della Chiesa Universale. Vi incoraggio a proseguire sulla strada che oggi avete incominciato. Si dice che la bellezza consiste nella diversità, ma vi dico che la bellezza è l’unità nella diversità». A Spalato, in Croazia, a conclusione della Giornata, mons. Barisic ha detto: «Stanno arrivando tempi nuovi per la Chiesa, tempi che hanno futuro. I Movimenti formano anche sacerdoti, e i parroci li devono appoggiare e incoraggiare». E, sempre a Spalato, mons. Juric: «I Movimenti sono fondamentali per la nuova evangelizzazione. A contatto con loro ho apprezzato la loro umiltà, la sottomissione alla autorità ecclesiastica, l’unità col vescovo e questa è la conferma che sono sulla strada giusta». Il vescovo di Zara, mons. Prendjia, ha detto fra l’altro: «La Chiesa non deve temere i Movimenti, perché la arricchiscono e sanno portare le persone direttamente a Dio». Comunione tra carismi nuovi e antichi Possiamo dire che questa comunione è già iniziata. L'occasione è stato l’invito della vasta famiglia francescana per iniziare con loro la via del dialogo e della collaborazione. Nel mese di ottobre scorso, Chiara Lubich, accolta dal caloroso “abbraccio” di tutta la Famiglia francescana, desiderosa di ascoltare la sua testimonianza, ha sviluppato il suo tema riguardante la comunione fra i carismi, presentandola come una «comunione sempre possibile, sia perché i vari carismi, essendo diversi l’uno dall’altro, si attraggono, sia perché, essendo tutti doni dello stesso Spirito Santo, hanno, non di rado, qualcosa di simile fra loro». E ha continuato: «Ho sempre in cuore quelle parole di Giovanni Paolo II, quando ha definito i Movimenti come “significative espressioni dell’aspetto carismatico della Chiesa, anche se non le sole”. Anche se non le sole, ha detto, perché esistono nella Sposa di Cristo gioielli senza numero, fucine di santi, di eroi, dottrine stupende (...) frutti di carismi elargiti dallo Spirito attraverso i secoli. (...) Che il Signore voglia questa comunione anche con loro, gloria e vanto della Chiesa, affinché il suo aspetto carismatico acquisti nuovo vigore, nuovo splendore e, nella unità piena e cordiale con l’aspetto istituzionale, dia frutti mai visti (...), una Chiesa più una, più attraente, più calda, più familiare, più dinamica, più mariana, più carismatica». Questo dialogo tra carismi antichi e nuovi ha tutta l’aria di essere un momento storico, di fondazione. Un francescano commenta: «Abbiamo assistito a una nuova effusione dello Spirito Santo che parla alla Chiesa del terzo millennio. Non si può più tornare indietro!». Un ecumenismo dei cuori Il fatto che non possiamo tornare indietro vale pure per la collaborazione iniziata tra i Movimenti cattolici e quelli della Chiesa evangelica. Chiara è stata invitata in Germania, a Rothenburg, per parlare della sua esperienza e del dialogo nato tra i movimenti cattolici ad un centinaio di responsabili di circa 50 movimenti, la maggior parte della Chiesa evangelica-luterana, alcuni delle Chiese libere ed altri delle nuove Comunità spirituali. Suor Anna Maria, priora della Fraternità di Cristo di Selbitz, che faceva parte del gruppo che prepara questi incontri di responsabili, comunicando la sua impressione personale ha detto: «I giorni a Rothenburg per me sono risultati un grande segno di speranza. (...) Ho avuto l’impressione, come poche volte prima, che Dio stesso agisse. Lui ci riunisce Gen's 4/2001 — pag. 30 — 124 testimonianza e ci indica una via per superare gli ostacoli che a causa del passato si frappongono tra noi cristiani delle diverse Chiese. Questo incontro ha aperto un sentiero verso l’unità. (...) Ci vuole effettivamente un’altra cosa, come ho sperimentato all’incontro di Rothenburg: lì ho costatato in effetti che i cuori s'incontrano. Parlerei così di un “ecumenismo dei cuori”. Penso che questi due modi di fare ecumenismo si completino a vicenda». Decisero intanto di andare a Roma per incontrare, oltre il Centro del Movimento dei Focolari, anche la comunità di Sant'Egidio e il Rinnovamento nello Spirito italiano. Ma il denso programma conteneva la visita alla comunità evangelica di Roma, al card. Cassidy del Pontificio Consiglio per 1’ Unità dei Cristiani, e l’udienza dal Santo Padre. Qualcuno di loro ha poi riassunto: «Siamo andati all’origine della nostra fede comune e abbiamo visto tante pietre antiche. Ma soprattutto abbiamo visto pietre vive della Chiesa di Cristo oggi. Con la loro ospitalità ed il loro amore concreto ci hanno fatto sperimentare la Chiesa viva di Gesù Cristo». Una nuova primavera Abbiamo l’impressione che in quest’inizio di millennio lo Spirito Santo voglia rivelare al mondo un nuovo e più maturo volto della Chiesa. Si tratta del suo profilo carismaticomariano. Ma questa ventata di Spirito Santo è stata fortemente favorita dal Pontificio Consiglio per i Laici che in Vaticano aiuta il Santo Padre per tutto il laicato cattolico. Gen's 4/2001 Per dare un esempio, vi accenno alle risposte date in una intervista dal Presidente dello stesso Consiglio, il Card. Stafford. Egli ha dichiarato che uno dei momenti più significativi dell’importanza data dal Santo Padre al laicato è stato «tra gli eventi recenti, (...) il raduno a Roma nel 1998 di 500 mila membri dei movimenti e delle associazioni laicche, insieme a molti dei loro fondatori e leaders». «Sono essi — ha continuato — il principio della primavera. Le iniziative più promettenti nella Chiesa oggi vengono dal laicato. (...) Sarebbe utile indagare perché questi nuovi movimenti e associazioni sono emersi nella Chiesa oggi. Provo a suggerire una spiegazione. La formazione e lo sviluppo di questi nuovi gruppi laicali indica che i bisogni spirituali di molti cattolici non sono adeguatamente intercettati dalle istituzioni tradizionali della Chiesa. I desideri spirituali disattesi del laicato hanno portato benefici inattesi alla Chiesa e alla società. (...) Le aggregazioni laicali sono l’avanguardia della “nuova evangelizzazione”. Sono la manifestazione dei nuovi significati dell’evangelizzazione, “nuovi in ardore, metodi ed espressioni”, per usare le parole di Giovanni Paolo». La maturità crescente dei Movimenti ecclesiali si manifesta nella fedeltà ai loro rispettivi carismi, messi pienamente a disposizione della Chiesa e della sua unità. Infatti, questa è la premessa di ogni sforzo della Nuova evangelizzazione, espressa nelle parole di Gesù «che tutti siano ‘uno perché il modo creda» (Gv 17, 21). Frantisek Radkovsky — pag. 31 — esperienza 125 Tutti uniti, conservando la propria identità Movimenti ecclesiali in parrocchia di Giorgio Pugliese L’autore è parroco in una delle 13 parrocchie di Monopoli, una città dell'Italia del Sud particolarmente interessante per le sue spiagge accoglienti e per la sua storia che affonda le radici nella Magna Grecia. La religiosità popolare lascia trasparire ancora oggi una certa fusione tra il cristianesimo bizantino e quello latino. Basta visitare qualcuna delle chiese rupestri per rendersi conto di quanto profonda fosse qui la vita cristiana già nel primo millennio. Su queste radici religiose così antiche come s'inseriscono i nuovi Movimenti ecclesiali? te posa stato chiamato a servire questa comunità parrocchiale agli inizi degli anni novanta. L'impatto è stato subito positivo. Chi mi aveva preceduto aveva lavorato bene soprattutto con i giovani. Infatti tutto era in fermento, con una collaborazione ben avviata nei vari ambiti della pastorale. Soprattutto si distingueva un gruppo di giovani del Movimento “Fede e Luce”, fondato da Jean Vanier, che si dedica ai ragazzi con handicap, e formano una bella comunità dove questi ragazzi insieme ai loro parenti e amici cercano di vivere una stessa realtà di famiglia, con incontri e condivisione. Notando la mia apertura ai Movimenti, ben presto altri gruppi hanno chiesto di esse- re accolti per attuare uno stile di vita cristiana più consono alle loro aspirazioni. La fioritura Ho aperto loro le porte e ho lanciato l’idea di sperimentare a vivere il Vangelo nel quotidiano, trovandoci a riflettere sulla “Parola di vita” commentata ogni mese da Chiara Lubich. All’inizio diverse persone hanno aderito. In seguito con un piccolo gruppo abbiamo fatto una prima esperienza forte nella cittadella di Loppiano a contatto con giovani provenienti dai più diversi Paesi e qui riuniti per vivere il Vangelo con la maggior coerenza possibile. Eravamo partiti in vacanza per visitare altri ambienti e conoscere altre comunità cristiane e non era nostra intenzione fermarci a Loppiano, ma dopo il primo impatto con quella realtà nessuno desiderava andar via per visitare altri posti e vollero tutti restare lì per abbeverarsi a quella fonte. Ritornati in parrocchia, quei sette giovani non potevano tacere l’esperienza vissuta e nella comunità nacque l’esigenza di realizzare fra noi quello che avevamo sperimentato in quei giorni, per poi ritrovarci ogni settimana e raccontarci cosa eravamo riusciti a concretizzare. Al primo gruppo si univano altri giovani, attirati da quell’éntusiasmo di mettere come fondamento dei rapporti l’amore reciproco. Gen's 4/2001 — pag. 32 — 126 esperienza L’anno successivo, all’invito di un’altra visita a Loppiano, si sono presentate 50 persone. Le difficoltà della crescita Se la parrocchia cresceva in queste realtà nate spontaneamente, sorgevano anche dei disagi. Se in un primo tempo i membri delle varie realtà associative gioivano nel vivere insieme, adesso ognuno si rafforzava nell’ambito in cui era fiorita la propria esperienza cristiana. Cominciavano così i contrasti tra i vari gruppi: qualche volta erano gli appartenenti al Movimento “Fede e Luce” che non andavano d’accordo con quelli del “Rinnovamento nello Spirito”; altre volte gli appartenenti al Movimento dei Focolari entravano in contrasto con questi ultimi. Per me era una grande sofferenza vedere che parlavano lingue diverse e lasciavano emergere lo spirito di rivalità. Eravamo partiti col proposito di vivere tutti il Vangelo, ma questi comportamenti ne erano la negazione. Manifestavo il mio disappunto soprattutto a coloro che avevano deciso di fare un’esperienza d’unità, chiamati quindi ad amare tutti, a rispettare qualsiasi scelta degli altri. Era necessaria una vera conversione: amare il Movimento altrui come ed anche più del proprio, e servire tutti senza distinzione. E stato un periodo molto duro per il pericolo di vedere la comunità frantumarsi. Pentecoste ’98 Eravamo in questa situazione dolorosa quando nella Pentecoste del ’98 c’è stato il grande raduno dei Movimenti ecclesiali a Roma. Con delicatezza ho lanciato l’idea di partecipare a quell’avvenimento. Siamo riusciti a riempire un pulmann con membri dei vari Movimenti, e anche con persone che frequentavano la parrocchia senza appartenere a nessun gruppo specifico. L'esperienza di quella Pentecoste rimarrà forte in tutti. Durante il ritorno ognuno rac- Gen's 4/2001 contava qualcosa di positivo. Ci ritrovavamo tutti fratelli, con le varie realtà che portavamo dentro. Si apriva davanti a noi una nuova vita. Era una vera festa: improvvisamente ci siamo ritrovati comunità, pur nella diversità delle esperienze che ognuno aveva potuto cogliere in quei momenti a Roma. Le parole del Papa: «Oggi qui si è verificata una nuova Pentecoste», non erano per noi semplici parole, perché avevamo sperimentato in modo tangibile la presenza dello Spirito. Tutti ci univa l’amore e in tutti c’era la voglia di ricominciare una vita nuova. Naturalmente gioivo per quanto era accaduto ma, dopo le esperienze passate, ho pensato che bisognava andare avanti con cautela, non lasciandomi prendere dall’entusiasmo, lavorando giorno per giorno, spronando gli uni e gli altri a percorrere il cammino che lo Spirito aveva suggerito a ciascuno. Iniziava un anno abbastanza tranquillo, ma con altri problemi. Questa volta erano alcuni parrocchiani ad avere difficoltà di rapporto nei confronti dei Movimenti. Forse si sentivano trascurati 0 poco valorizzati: verso di loro dovevo avere una premura maggiore. Capivo che queste difficoltà nascevano soprattutto dal fatto di non conoscersi bene. L’anno successivo ho organizzato una mezza giornata con tutti gli appartenenti ai tre Movimenti più emergenti in parrocchia, estendendo però l’invito anche alla comunità parrocchiale in genere. È stata una partenza cauta, per non creare traumi. Unico motto per tutti era di vivere le parole di Gesù: «da questo vi riconosceranno miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri». In un clima di festa tutti hanno potuto presentarsi e comunicare quello che ognuno aveva trovato nel proprio Movimento. Poter donare la propria identità, accogliere quella dell’altro e poter entrare nella parte più intima della vita del fratello, è stato facile, proprio perché eravamo interessati gli uni agli altri. Si è conclusa quella prima giornata con un momento di preghiera, dove sentivamo la presenza di Gesù in mezzo a noi. In seguito ho chiamato un esperto a parlare dei carismi nella Chiesa e del rapporto tra — pag. 33 — esperienza 127 carismi e istituzione. Tanti hanno ringraziato di questo momento, perché ha chiarito equivoci accumulati nel tempo. Soprattutto è stato interessante capire che quello che avevano trovato non era un luogo dove sentirsi bene, ma una chiamata personale dello Spirito Santo a giocarsi la vita. L’anno scorso abbiamo concluso l’incontro con la celebrazione eucaristica. Sedersi alla stessa mensa, comunicarsi allo stesso Corpo, sentirsi tutti fratelli non era solo una verità teologica astratta, ma esperienza viva. Quest'anno si è rafforzata l’unità in ogni settore. Non c’è più distanza tra i gruppi e tutti si sentono impegnati nel servire la comunità. Vista l’esperienza positiva abbiamo pensato di fare della prossima Pentecoste la giornata della comunità e i responsabili dei Movimenti si sono offerti per organizzarla e per presentare proposte nuove. La visita pastorale Nel frattempo il vescovo ha organizzato la visita pastorale. La città di Monopoli costituisce una zona pastorale. Il nostro vescovo, mons. Domenico Padovano, invita i parroci e i consigli pastorali a preparare la sua visita, tenendo conto delle nuove linee del Concilio ed anche della Lettera del Papa, Novo millennio ineunte. Perciò tra i vari incontri programmati c’è quello delle associazioni presenti nel territorio. Quando ci si accorge che non si è tenuto conto dei Movimenti ecclesiali esistenti in diocesi, i parroci della città mi affidano il compito di organizzare un incontro del vescovo con loro. I responsabili dei Movimenti erano entusiasti ed anche qualche Associazione, che in un primo momento era un po’ perplessa, ha dato poi la sua piena adesione. La sera stabilita, per la prima volta, i membri delle varie Associazioni e Movimenti ecclesiali si ritrovano riuniti attorno al proprio pastore. Dopo una breve presentazione del vicario zonale, sono stato invitato a coordinare lo svolgimento della serata. Avevo precedentemente avvisato che ogni raggruppamento presentasse brevemente la propria esperienza. L'ascolto era non solo attento, ma di stupore di fronte a questa carrellata di brevi esperienze di vita evangelica che mostravano i tratti di una nuova primavera nella Chiesa. Non tutti hanno potuto parlare, ma tutti hanno goduto. Alcuni esprimevano la gioia di aver conosciuto delle realtà ecclesiali nuove, facendo riferimento soprattutto ai Movimenti. Il vescovo ascoltava e gioiva. La sua parola alla conclusione è stata stimolante. Ha sottolineato come oggi nella Chiesa ci sono tante ricchezze capaci di rinnovare non solo la vita interna della comunità cristiana, ma anche la società stessa. Per riuscire bene in questo compito è necessario lavorare tutti uniti ma non massificati, perché ogni carisma è unico ed ha un suo preciso compito. Ognuno dunque era invitato a perseverare nella strada intrapresa e mettere a servizio della comunità la sua peculiarità. E concludeva: «Sento che Dio ha scelto ciascuno di voi per esser artefice, come una pietra preziosa che compone il bellissimo mosaico della famiglia». Segue un invito: «Non possiamo lasciare che ognuno vada avanti da solo, vi invito a fissare alcuni appuntamenti in cui sia possibile un confronto reciproco per il bene di tutti». Dei partecipanti, alcuni hanno ringraziato per aver conosciuto con più chiarezza la valenza ecclesiale del proprio Movimento; altri hanno manifestato soddisfazione per aver avuto l'opportunità di raccontare la propria esperienza dinanzi ai parroci che, sovraccarichi di lavoro, non avevano finora avuto l’opportunità di conoscerli bene. Concludendo la visita pastorale il vescovo notava come fosse stato per tutti una sorpresa conoscere le ricchezze dei gruppi presenti sul territorio e invitava i parroci a prenderne atto e ad approfondire la conoscenza dei carismi. Invito raccolto con gioia non solo per un mutuo arricchimento, ma anche per una crescita dell’intera nostra Chiesa. Giorgio Pugliese Gen's 4/2001 — pag. 34 — 128 esperienze Flash di vita MM Operare in armonia per il bene comune Saludècio è un antico borgo della Romagna, appollaiato su di un colle a 348 metri d’altezza con lo sguardo rivolto verso la valle del Conca. Nel Medioevo era roccaforte della famiglia Malatesta e ancora oggi si possono ammirare il castello, i resti della cinta muraria fortificata, l’antica torre civica, la casa Albini con bel cortile cinquecentesco. Nominato parroco dieci anni fa in questa realtà territoriale piccola ma ricca di storia, mi sono posto in ascolto della gente, curando in maniera speciale lo svolgimento della liturgia ed iniziando una catechesi sistematica, tutta basata sulla Parola di Dio. Mentre portavo avanti queste attività tipicamente formative, sono maturate in seno alla comunità altre due decisioni 0, se vogliamo, due linee di lavoro prioritarie in senso temporale. La prima si è concretizzata nel restauro della chiesa, gloria del paese e santuario del Beato Amato Ronconi, le cui spoglie sono qui esposte alla venerazione di quanti accorrono da ogni parte. La seconda ha toccato di più l’aspetto laico della vita del paese e dei suoi amministratori. Ci siamo accorti, infatti, che la comunione ecclesiale non può rinchiudersi dentro le mura della chiesa o nella celebrazione dei sacramenti, ma deve compenetrare tutta la vita dei cristiani e creare armonia anche tra coloro che non frequentano la chiesa. D'altra parte le finestre della casa parrocchiale e della chiesa si trovano di fronte a Gen's 4/2001 quelle del comune sulla stessa piazza e mi sembra che questa configurazione architettonica, scelta dai saggi antenati, costituisce già un orientamento ideale, un invito a guardarci continuamente negli occhi. Abbiamo cercato, perciò, di creare tra comune e parrocchia collaborazione e fiducia reciproca, nel rispetto dei ruoli e delle competenze. Gli incontri con il primo cittadino e le iniziative maturate insieme sono orientati al bene comune di questo borgo. Un’integrazione organica e necessaria che alla fine sta dando i suoi frutti. Soprattutto con il sindaco è fiorito un dialogo fecondo. L'amicizia che n’è nata lo ha incoraggiato a partecipare, insieme ad altri sindaci della regione, al conferimento della cittadinanza onoraria di Rimini a Chiara Lubich nel settembre del ‘97. In questa occasione l’ha anche incontrata personalmente e, al ritorno, letteralmente commosso, mi ha detto: «E una donna straordinaria!». Ed ha voluto che gli procurassi il testo del suo discorso e anche dell’intervento di Chiara l’anno precedente all’università di Piacenza sull’Economia di comunione. Nel nostro paese si organizza ogni anno un’attività culturale e ricreativa chiamata “Ottocento Festival”, fiore all’occhiello delle iniziative dell’amministrazione comunale. Per dieci giorni il paese si anima e diventa teatro di proposte artistiche, culturali, associative, gastronomiche e ricreative che spingono a rivivere memorie del secolo scorso. Nonostante le resistenze, che nascono dal dubbio di giocare fuori casa, ho capito che la crescita spirituale della persona avviene anche dalla coscienza e dal riconoscimento delle proprie radici, al tempo stesso storiche — pag. 35 — esperienze 129 e di fede. Il mio impegno cordiale in tale settore non lo ritengo tempo rubato a lavori più specifici o di mia diretta competenza. La mia sincera accoglienza di valori e realtà umane, amate e condivise, è stata la strada perché altri potessero riconoscere e condividere ciò che anima il mio ministero. Ho così capito che anche questo è una pista per ravvivare la realtà della presenza di Gesù in mezzo alla comunità. L’Ottocento Festival è giunto alla sua XVII edizione. Migliaia di persone ogni sera affluiscono entro le mura del lo dei Malatesta, immergendosi nel clima di quell’epoca. Data l’intesa, ho proposto anche quest’anno la partecipazione della Compagnia di balletto classico dì Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, ben sapendo che la bellezza artistica di questo spettacolo apre la strada ad un assoluto che è “Arte” e, allo stesso tempo, la trascende. Il direttore artistico del festival è stato felice dell'idea, solo spiacente per non poter affrontare, per intero, la spesa. Ho cercato allora degli sponsor, ma con risultati deludenti. Un vero peccato, però, perdere la possibilità di questo momento artistico. Ne ho parlato con i miei collaboratori e abbiamo giudicato corretto che i bilanci della parrocchia coprissero la metà delle spese, così da rinsaldare la nostra collaborazione col Comune oltre la sfera puramente organizzativa. Poi, anche se un po’ dopo, la Provvidenza ci è venuta in aiuto con il suo centuplo. Lo spettacolo è stato un’esplosione di bellezza artistica, che faceva trasparire Dio! Mai un applauso così lungo. Una mamma commentava: «Straordinario! Per me sarebbero stati sufficienti anche solo questi due brani con Liliana». Al momento conviviale, offerto dal sinda- co, egli si è impegnato a sovvenzionare lo spettacolo per il prossimo anno. Il “guardarsi negli occhi” ha portato un altro frutto interessante. In occasione dei festeggiamenti del patrono del paese, tutte le componenti della comunità si sono mobilita- te e, per la prima volta negli ultimi decenni, il comune, la parrocchia, la pro loco (istituzione che promuove le realtà locali) e la società sportiva hanno lavorato in piena armonia e con gioia di tutti. Franco Staccoli [MM Vuoi la comunione? Semina l’amore In una casa per anziani L'edificio che li ospita e il panorama che li circonda sono accoglienti, ma l’esperienza che questi 140 pensionati fanno all’interno della casa, spesso è di solitudine: i vincoli familiari si sono allentati, i parenti si fanno vedere poche volte e loro si sentono abbandonati e non riescono a ricostruire uno spirito di famiglia nel nuovo ambiente. Il vescovo mi ha affidato l'assistenza spirituale di queste persone. Ho cercato di sciogliere un po’ questo clima di freddezza e d’indifferenza, salutandoli personalmente, interessandomi alla loro salute, ascoltandoli a lungo, cercando di venire incontro ai loro problemi. All’inizio sembrava che non ci fosse alcuna risposta; poi, pian piano, hanno cominciato ad aprirsi: ho visto il viso di molti illuminarsi e tanti hanno cominciato a raccontarmi i loro problemi. Ormai ‘ogni giorno, prima o dopo la celebrazione eucaristica, c’è sempre qualcuno che mi vuol parlare. Parecchi sono lontani dalla pratica religiosa e alcuni si professano atei. Ebbene anche costoro, sentendosi accolti, mi parlano apertamente delle loro situazioni e alcuni sentono il bisogno di rivedere la propria posizione. Non solo con me, ma anche tra loro i rapporti stanno migliorando notevolmente: si Gen’s 4/2001 — pag. 36 — 130 esperienze salutano con più cordialità, si aiutano più frequentemente e si sentono un po’ più in famiglia. Hanno capito che voglio loro bene e molti vanno a gara nel fare qualcosa per me: c’è sempre chi m’invita al bar o alla loro mensa. Una signora ha voluto farmi dono di alcuni suoi scritti: sono poesie, racconti, disegni ecc. Lei in passato aveva partecipato con successo a vari concorsi letterari e mi ha consegnato quel che costituiva il suo tesoro dicendomi: «Non vale la pena che tenga questi scritti solo per me; è meglio che servano a dare un po’ di gioia al prossimo». Anche un’altra signora ha voluto regalarmi una sua pubblicazione di poesie. Un giorno è deceduto un signore, già generale dell’esercito, che si dichiarava apertamente ateo. La figlia mi ha chiesto se poteva portare la salma del papà in chiesa per una breve preghiera. Ho risposto di sì e prima di impartire la benedizione, anche per aiutare coloro che avrebbero avuto qualche difficoltà nell’ accettare questo gesto, ho detto: «Mentre noi cristiani crediamo in Gesù uomo e Dio, il nostro fratello defunto lo ha ammirato e amato come uomo. Allora, come segno del nostro comune amore verso l’uomo Gesù, leggiamo qualche pagina del suo Vangelo». E stato un momento di serenità e di pace. La figlia e un’altra persona, dopo la lettura del Vangelo, si sono sentite libere di dire anch’esse qualcosa in un clima di famiglia e di raccoglimento. Terminata la cerimonia una terza persona mi si è avvicinata e mi ha detto di essere stata colpita dal fatto che avevo accolto in chiesa un non credente senza giudicarlo. Sto costatando quanto siano vere le parole di san Giovanni della Croce: «Dove non c’è amore metti amore e troverai amore». Gen's 4/2001 In ospedale Prima di entrare in Ospedale per sottopormi ad un’operazione chirurgica sono andato a fare la mia confessione. Il sacerdote mi ha detto: «Vai senza preoccupazione alcuna, ma solo per amare i medici, gli infermieri, gli ammalati, tutti quelli che incontrerai». Queste parole hanno illuminato le mie giornate durante la permanenza in ospedale. C'era con me nella stanza un uomo anziano che non poteva muoversi ed era un po’ agitato. Continuamente mi chiedeva qualcosa: accomodargli il cuscino, sollevargli il letto, radergli ogni giorno la barba e tante altre cose. Avevo moltissime occasioni durante tutto il giorno per esercitarmi nell’amore concreto e questi piccoli sforzi mi davano tanta gioia. La mattina in cui dovevo sottopormi all'intervento chirurgico, stavo steso sul letto, aspettando che arrivasse l'infermiere con la barella. Avevo anche un po’ di paura e mi sembrava che in quel momento non avrei potuto pensare agli altri dovendomi occupare di me stesso. Ebbene, anche in quel momento il mio vicino, forse senza rendersi conto della mia situazione, mi chiedeva con insistenza di radergli la barba. Dapprima ho pensato: «Ma non vede che sto per entrare in sala operatoria? Se comincio e poi devo interrompere a metà?» E altri pensieri simili mi passavano per la mente. Ma poi ecco una luce: «Non c’è modo migliore di prepararmi all'operazione che fare un atto d'amore». E con tranquillità gli ho fatto la barba. Avevo appena finito, quando sono venuti per portarmi in sala operatoria. Ed anche la mia paura era diminuita. Eugenio Borrotti — pag. 37 — attualità ecclesiale 131 La Chiesa in Italia DI La diocesi del Papa a convegno Dal 9 al 10 giugno si è svolto a Roma un convegno diocesano per mettere in atto quanto il Papa augura nella Novo Millennio ineunte a tutte le diocesi: che «l’unico programma del Vangelo continui a calarsi... nella storia di ciascuna realtà ecclesiale» (n. 29). Punto di partenza del convegno è stata una riflessione sulla missione cittadina, svolta in preparazione al Giubileo, che ha coinvolto dodicimila missionari, in gran parte laici. Il suo svolgimento è avvenuto in tre momenti: la preparazione dei missionari; l’avvicinamento al territorio, soprattutto con la visita alle famiglie; e la missione negli ambienti di lavoro. Tale attività ha suscitato una grande sorpresa sia per l’apertura degli abitanti della città ai missionari sia perché questa esperienza, vissuta anche fuori dei tradizionali schemi parrocchiali, ha permesso alla Chiesa di Roma di venire a contatto con tante realtà, dove ormai la presenza cristiana non aveva più incidenza. L'annuncio del Vangelo, infatti, è stato portato nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nei ministeri, nelle aziende pubbliche e private, e persino nei negozi. La collaborazione di tante persone e l’incontro di tanti carismi hanno rivelato la presenza a Roma di forze cristiane molto vive che attendevano solo di essere sollecitate per mettersi all’opera in maniera unitaria e armoniosa. E questo ha significato per la diocesi di Roma l’inizio di una nuova stagione evangelizzatrice. Partendo da queste premesse, il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di sant'Egidio, durante una tavola rotonda del Convegno da lui guidata, si è rifatto alle parole del Papa “Duc in altum!” ed ha sintetizzato la sfida missionaria della diocesi facendo notare che «l'invito a “prendere il largo” si rivolge a tutti i cristiani: laici, religiosi, religiose e preti, perché escano da comunità cristiane concepite come un'isola. Una logica che chiede un’estroversione della comunità ecclesiale per testimoniare e conunicare il Vangelo. Quello che colpisce è che la missione non è solo un'attività lungo le mura della parrocchia, ma una dimensione con cui vivere la propria vita nella città». Un nuovo modo di essere Chiesa Tra gli orientamenti di fondo emessi durante il convegno, due ci sembrano di particolare importanza: l’insistenza su un nuovo modo di essere Chiesa e quello sull’apporto che possono dare i Movimenti ecclesiali. Di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione e dal mutevole intreccio di popoli e culture, i cristiani non devono limitarsi ad organizzare le parrocchie come stazioni di servizio religioso sul territorio, e non possono spendere tempo prezioso per alimentare una pastorale di conservazione rassegnata o aggressiva. Esse devono trovare un nuovo modo di essere Chiesa, capace di aprire nuovi orizzonti e portare avanti un’azione più incisiva nell’evangelizzazione. Una nuova missionarietà, dunque, che non potrà essere affidata ad una porzione di specialisti, ma dovrà coinvolgere in questa responsabilità tutto il popolo di Dio. Gen's 4/2091 — pag. 38 — 132 attualità ecclesiale Quanto all’apporto che stanno dando in questo senso i Movimenti ecclesiali, si può notare come essi, ponendo in atto il proprio carisma e operando a livello più ampio di quello parrocchiale, riescono a portare la vita evangelica dove le strutture tradizionali delle parrocchie non possono arrivare. Un lavoro, quindi, sempre coordinato a livello diocesano, ma anche con strutture diverse da quelle parrocchiali. Con obbiettivi ben precisi L’evangelizzazione abbraccia tutti gli ambiti della vita umana, ma poi concretamente bisogna fare una scelta delle priorità. La diocesi di Roma le ha individuate nella famiglia, nei giovani e nei poveri. Sono questi i tre soggetti portanti, sia come destinatari, sia come protagonisti. La famiglia. La famiglia è il primo ambiente dove i laici sono chiamati a svolgere la loro missione di testimonianza e di proposta alternativa alla cultura dell’individualismo e della frammentazione. «Alle famiglie cristiane — così il Papa nel suo messaggio — chiedo di aprire la propria casa per accogliere altri fratelli e sorelle nei centri di ascolto del Vangelo e più ampiamente di prendersi a cuore le situazioni di difficoltà morale, spirituale o materiale in cui versano tante altre famiglie, offrendo loro una testimonianza concreta di amicizia, di ascolto e di condivisione». In questo campo ci sono ora proposte pastorali concrete, accompagnate da adeguati itinerari di formazione. La diocesi del Papa s'impegna a sviluppare una rete di solidarietà tra le famiglie e ad avviare in ogni parrocchia una struttura pastorale che accolga con amore le coppie e le famiglie che la comunità va via via avvicinando. I giovani. Dopo l’esperienza della Giornata mondiale della gioventù, la pastorale giovanile della diocesi romana vuol continuare sulle vie di un quotidiano impegno di formazione e di missione dei giovani e con i giovani, in particolare verso i loro coetanei. Per questo si vuol creare un progetto unitario Gen's 4/2001 diocesano di pastorale giovanile che punti a non isolare i giovani ma ad inserirli dentro il tessuto vitale della comunità cristiana, aiutandoli a dialogare con gli adulti, le famiglie, gli anziani. I giovani, infine, sono chiamati a diventare “evangelizzatori” dei loro coetanei, soprattutto dei “lontani” negli ambienti di studio, di lavoro e di tempo libero. Ai giovani, nel suo messaggio, il Papa ha detto: «Rinnovo l’invito di essere “le sentinelle del mattino” di questo terzo millennio appena iniziato. Non tiratevi indietro di fronte alle chiamate anche più impegnative che il Signore vi rivolge, non abbiate paura di proporre con gioia e semplicità l’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei». I poveri. Infine quale posto hanno i poveri nelle comunità cristiane? La diocesi pone in atto un costante monitoraggio delle povertà presenti sul territorio, per raggiungere con segni concreti di solidarietà chi è indigente, malato od emarginato, e la sua famiglia, attraverso l’incontro personale nelle case, per la strada, in carcere. Queste tre scelte sono preferenziali ma non escludono altri impegni missionari, in particolare quelli riguardanti la scuola, l’università, la sanità e i luoghi di lavoro. Queste ed altre conclusioni del convegno saranno ora presentate al Papa ed egli, con il cardinale vicario della diocesi e con gli altri suoi collaboratori in ambito diocesano, provvederà a stendere le linee del piano pastorale per i prossimi anni. Già nel messaggio iniziale il Papa aveva ricordato un principio basilare per l'efficacia di qualsiasi piano pastorale. Aveva scritto: «Sulla via della missione occorre procedere uniti, sostenuti da comunità in cui si vive l’amore fraterno come principio educativo». E, rivolgendosi sia ai parrocchiani che a quelli che sono impegnati in altre comunità o Movimenti ecclesiali, aveva aggiunto: «Ogni nostra parrocchia e comunità sia casa dove si sperimenta dal vivo la comunione». Un augurio e una sfida. a cura della redazione — pag. 39 — PERCHÉ TUTTI SIANO el rapporto fra seminari diocesani e Movimenti ecclesiali, dal Concilio ad oggi, si possono distinguere varie È fasi. Se nell'immediato post-concilio, i contatti erano faciliati, semplicemente perché, in molti posti, l’istituzione “seminario” aveva perduto i suoi chiari contorni e si era alla ricerca di nuove vie, a partire dagli anni °70, con la pubblicazione della Ratio fundamentalis e poi delle Ratio nazionali per la formazione al ministero sacerdotale, è iniziata una progressiva riorganizzazione che ha portato all’elaborazione di itinerari educativi articolati e ben definiti. Sembrava, in questa fase, che il rapporto dei seminaristi coi Movimenti ecclesiali ed i loro carismi rappresentasse un fattore di incertezza e di disturbo o comunque un accessorio, rispetto alla formazione in seminario. E questo forse non tanto per motivi arbitrari, quanto piuttosto per l’intrinseca dinamica dell'evoluzione in atto. Va tuttavia tenuto presente, che la Pastores dabo vobis, in seguito alle accurate riflessioni del Sinodo dei vescovi del’90, stabilì che i giovani che hanno ricevuto la loro formazione di base nelle aggregazioni e nei Movimenti non andavano sradicati dal loro ambiente d’origine e che «la partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a particolari spiritualità o aggregazioni è certamente, in se stessa, un fattore benefico di crescita e di fraternità sacerdotale». Allo stesso tempo esortò questi giovani ad affidarsi «con schietta fiducia» alla guida dei formatori e a prendere coscienza che occorre essere aperti e disponibili verso tutti (cf. n. 68). È proprio su questa linea che attualmente sembra aprirsi una terza fase. Ora che si è delineato con nuova chiarezza l’identità dei seminari e che, dall’altra parte, il cammino dei Movimenti giunge sempre più alla «maturità ecclesiale» (Giovanni Paolo II, 30.598), si assiste a segnali di una crescente apertura reciproca, stimolata dall’ansia di entrare in una maggiore logica di comunione. Ne sono testimonianza, fra l’altro, gli incontri che Chiara Lubich, per desiderio dei rispettivi vescovi e rettori, ha avuto in queste settimane, con le comunità dei seminari di Praga, di Roma e, ultimamente, di Trento. Tre momenti che hanno avuto ciascuno un caratteristico profilo — riferiamo, sulle prossime pagine, su quello con il Seminario Romano Maggiore — ma che si sono contraddistinti, tutti ugualmente, per una nota gioiosa. Un segnale, ci sembra, all’alba di questo terzo millennio, di un futuro pieno di speranza, che valorizza, nel rispetto e nella comunione reciproca, tutti quei doni di cui il Signore ha arricchito la sua Chiesa. Notizie dal mondo dei seminari - 31 a cura della segreteria internazionale del movimento gens SEMINARI COMUNIONE Gen's 4/2001 - 133 — pag. 40 — Chiara Lubich al Seminario Romano In uno dei più antichi seminari 22 maggio 2001. Per invito del Rettore, don Pietro Maria Fragnelli, Chiara Lubich visita il Pontificio Seminario Romano Maggiore ed offre ai 169 seminaristi e 19 formatori la sua testimonianza di fede. Il luogo e la circostanza sono significativi. Fondato nel 1565, subito dopo il Concilio di Trento, il Seminario Romano è uno dei primi al mondo ed è da sempre un luogo di grande prestigio e tradizione. Ed è il seminario di Roma, e pertanto del Papa, il quale lo visita annualmente nella Festa della “Madonna della fiducia”. L'incontro con Chiara Lubich fa da conclusione di un ciclo di conferenze incentrate sulla fede, che ha contraddistinto quest'anno di formazione e si è articolato in tre tappe: la fede come fiducia (sulla figura di Papa Giovanni), la trasmissione della fede (tema svolto dal Card. Ratzinger) e, questa volta, l’operosità della fede. «Un’assemblea di seminaristi» Quando Chiara entra nella sala, parte un applauso. Un piccolo coro esegue con maestria l’antica antifona Alma Redemptoris Mater, a più voci. Poi il benvenuto del Rettore, che afferma: «L’accogliamo come un segno della cura che il Padre ha nei confronti di ciascuno di noi». E prosegue: «Sentiamo che è un privilegio poter incontrare testimoni della fede che forse a tanti nostri amici non è consentito di poter incontrare così di persona. Vorremmo idealmente allargare questa comunità oggi, perché davvero possa essere un’assemblea di seminaristi che incontrano Chiara Lubich». L’incontro comincia con una lettura biblica: Gen's 4/2001 - 134 la Preghiera di Gesù per l’unità (Gv 17). Chiara apre il suo intervento con alcune parole a braccio. Sin dalle prime battute, si crea così un’aria di famiglia, d’immediatezza e semplicità. Dovrei parlare dell’operosità della fede — spiega — ma forse più giustamente il titolo di questa mia testimonianza dovrebbe essere «l’operosità di un carisma». Presenta quindi i principali punti della spiritualità dell’unità, con un particolare accento sulla presenza di “Gesù in mezzo” (cf. Mt 18,20) e su “Gesù abbandonato” (cf. Mc 15, 34). Ripetutamente il suo racconto si rifà ad una parola, un fatto, legato al rapporto del Movimento dei Focolari coi Papi, da Pio XII a Giovanni Paolo II. L’operosità di un carisma Chiara riferisce anche degli effetti di questa corrente di comunione che ha preso il via 20 anni prima del Concilio Vaticano II: la diffusione in 183 nazioni, milioni di persone di tutte le vocazioni, compresi i seminaristi che «fanno dei seminari — come dice oggi il Papa — case di comunione». Segue un cenno alle numerose opere ed azioni sociali fioriti dal Movimento dei focolari, ed ai quattro grandi dialoghi inaugurati dal Concilio, che coinvolgono cristiani di 350 Chiese, seguaci di altre religioni, persone di convinzioni diverse. Ed ancora, al lavoro della “Scuola Abbà” (il centro studi del Movimento), fino all’incidenza della spiritualità dell’unità nel sociale. Dio che si è posto fra noi — dice Chiara — comincia a rispondere anche alle domande drammatiche dell’umanità. Con un rinnovato cenno al Papa, si conclude questo racconto che i seminaristi hanno seguito con grande interesse: «Spero di aver aiutato a capire l’importanza della spiritualità dell’unità o spiritualità di comunione, i cui due principali cardini, l’unità e Gesù abbandonato, sono oggi così autorevolmente confermati dalla Lettera Novo millennio ineunte dove il Santo Padre, universalizzandone l’applicazione, chiama tutto il popolo di Dio, dai cardinali e vescovi all’ultimo fedele, a farla propria». — pag. 41 — Comunione a tutto campo Inizia un dialogo nel quale Chiara fa intervenire anche focolarini e focolarine che sono venuti con lei. Un educatore chiede del rapporto fra la spiritualità dell’unità e quella di Charles de Foucauld. Chiara coglie l'occasione per parlare della comunione fra i Movimenti ecclesiali e fra carismi antichi e nuovi, che cresce costantemente da quando Giovanni Paolo II, nella Pentecoste del ‘98, ha incontrato in Piazza san Pietro i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. «Ma come coniugare bene le esigenze dei Movimenti, proiettati nella dimensione della Chiesa universale, e le esigenze territoriali delle parrocchie?», domanda un seminarista. Anche qui — spiega Chiara — si stanno facendo molti passi avanti. E porta esempi concreti. «È difficile che i sacerdoti vivano la comunione tra loro e con i parrocchiani», osserva un seminarista. Chiara accenna all’esperienza collaudata dei focolari e nuclei sacerdotali e fa poi intervenire un sacerdote focolarino. Viene in rilievo la vita di famiglia che nasce, sin dal seminario, quando si vive una spiritualità di comunione che affonda le sue radici nell'amore a Gesù crocifisso ed abbandonato. Bisogna che il mondo incontri un cristianesimo “bello” «Quando si incontra una persona col sorriso, con molta probabilità è un focolarino», fa notare un altro seminarista, egli stesso sorridente. «Ma ora che ho letto il libro Il grido [il recente volume della Lubich su Gesù crocifisso ed abbandonato nella storia del Movimento dei focolari; n.d.r.] mi rendo conto della profondità che c’è alla base di questa gioia». «Noi siamo nati per essere dispensatori di gioia al mondo», ribadisce Chiara. Bisogna che le persone «conoscano un cristianesimo bello, non un cristianesimo che allontana». «E l’unità nel sapere, nella formazione?», domanda il Rettore. Un focolarino studioso spiega allora come è nata la Scuola Abbà (il centro studi del Movimento), come lavora, come, dopo essere partita dalla teologia e filosofia, ora arriva anche alle altre scienze e riesce ad individuare, nell’attuale crisi della cultura, quei semi di positivo che fanno sperare in un grande futuro. Quando uno studente chiede dell’esperienza del Movimento nell’oltrecortina, Chiara fa intervenire una focolarina che è stata tra le pioniere in quelle terre e che racconta le sorprendenti vicende del Movimento sotto il dominio comunista: anche in quelle circostanze, l’amore, e con esso il Vangelo, si sono fatti strada. Il prete diocesano oggi Per concludere, il Rettore formula ancora una domanda: «Come vede il prete diocesano, che cosa si aspetta da lui?». Con semplicità, Chiara Lubich riccorre ancora una volta all’esperienza e formula alcune convinzioni (cf. riquadro) che vengono accolte con un prolungato applauso. 6 6 Parlando ai sacerdoti del Movimento dei focolari, spesse volte mi è venuto da dire: a me piacerebbe essere un parroco, perché avrei affidato un territorio circoscritto. In una parrocchia, si possono subito diffondere le idee e la spiritualità di comunione che il Papa propone nella Novo millennio ineunte, attraverso la predicazione, la catechesi, la scuola. Si potrebbe fare della parrocchia un esempio di unità per tutta la Chiesa”. “Si tratta di mettere a base di tutti i doveri l’amore. Oggi il sacerdote è portato non di rado all’attivismo — e si rovina, perché lavora, lavora e poi non ha la pace dentro — e qualche volta arriva la tentazione, perché è solo. Se, invece, vive nella comunione, sperimenta il clima di famiglia soprannaturale. Lì c'è Gesù, c’è il Risorto 9 Gen's 4/2001 - 135 — pag. 42 — Parla il Rettore Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 4/2001 - 136 Riportiamo qui l'intervista che il Rettore del Seminario Romano, Mons. Pietro Maria Fragnelli, ha rilasciato a “Città Nuova” (n. 11 / 2001) in seguito all’incontro con Chiara Lubich. «Dopo il grande incontro dei movimenti con il papa, nella veglia di Pentecoste ’98, si è intensificata in seminario l’esigenza di dialogare con i loro carismi. E abbiamo voluto incominciare con Chiara perché lei può lievitare un dialogo fecondo tra istituzione e movimenti e può aiutarci a impostarlo bene». Seminario e nuovi carismi in rapporto. Una bella novità. «Rientra nel cammino di conoscenza della chiesa. Lo scopo è prendere coscienza della varietà e della ricchezza dei carismi. E maturata l’esigenza di conoscere l’“unico corpo” e corresponsabilizzare la comunità ecclesiale alla vita del seminario. Perché formare preti diocesani non è una preoccupazione esclusiva dell’ équipe educativa, ma di tutta la Chiesa in tutte le sue componenti. È importante che l’intera comunità ecclesiale aiuti i futuri preti, che vivranno in un territorio preciso, ad avere un respiro universale nella missionarietà. Alcuni seminaristi hanno preso parte ad incontri del Rinnovamento nello Spirito, degli Scout, dell’ Azione Cattolica, proprio per stimolare il dialogo con le diverse realtà ecclesiali». Così avete deciso di invitare Chiara. «L'invito a Chiara ha anche un motivo spirituale, legato al cammino formativo di quest'anno: per testimoniare la maturazione nella fede, abbiamo voluto mettere i giovani a contatto con persone adulte nella fede. In questo senso, la figura di Chiara poteva dare con la sua vita (pensiamo solo a tutte le persone da lei coinvolte) e con la sua parola una preziosa testimonianza. Poteva essere un grande segno di fiducia. «Chiara appare come l’adulto custode della memoria collettiva (di un secolo segnato da morte e distruzione, ma anche da risposte d’amore), e soprattutto come l’adulto nella fede che è custode della speranza». Quali indicazioni l’hanno colpita? «La sua risposta finale, per esempio, su come vede il prete diocesano, è per noi un’eredità da sviluppare. Abbiamo bisogno di capire come la comunità ecclesiale ci vede e ci desidera, facendo tesoro del dono di ciascun Movimento senza necessariamente farne parte. «Con le sue parole, Chiara ha svolto un lavoro impagabile in termini di personalizzazione della fede. Ha colpito quell’idea del carisma quale dono di luce e di grazia che si traduce subito in vita. Se a questo si unisce una sapienza ecclesiologica così chiara e matura... Nel panorama della chiesa, Chiara è modello di come si entra, tutti insieme, in una logica di comunione. «I doni carismatici e gerarchici devono essere sempre in dialogo nella formazione dei sacerdoti. La dimensione istituzionale viene vivificata dalla dimensione carismatica e questa trova piena identità nel rapporto con l’istituzione. Da qui, una Chiesa che può cogliere l’azione dello Spirito nel mondo, protesa nel dialogo con tutti, valorizzando anche i semi del Verbo nelle grandi religioni». — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen's + gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. en's rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Guglielmo Boselli Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser. 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