Il dialogo teologico tra cattolici e anglicani Redazione (a cura della) Fonte: Gen's 1/2002, p. 36 – https://it.ekklesiaonline.org/gens-2002-1-il-dialogo-teologico-tra-cattolici-e-anglicani/ In Armenia, egli aveva avuto espressioni molto toccanti riguardo all’ecumenismo: «Dobbiamo — diceva — gareggiare tra noi non nel creare divisioni o nell’accusarci reciprocamente, bensì nel dimostrarci mutua carità. L’unica competizione possibile tra i discepoli del Signore è quella di verificare chi è in grado di offrire l’amore più grande». E, sempre in Armenia, in un’altra occasione: «Mai più cristiani contro cristiani, mai più Chiesa contro Chiesa! Camminiamo piuttosto insieme, mano nella mano, affinché il mondo del ventunesimo secolo e del nuovo millennio possa credere». Giovanni Paolo Il, concludendo l’udienza, si compiaceva perché durante il Simposio era venuto in rilievo che l’ordine a cui deve mirare il Codice è appunto «quello che assegna il primato all’amore, alla grazia e al carisma», un veicolo di quella carità che «dev'essere profondamente radicata nell’anima di ogni essere umano». [I Ildialogo teologico tra cattolici e anglicani Il 24 novembre 2001 i 15 componenti del nuovo Gruppo internazionale di lavoro cattolico-anglicano, istituito lo scorso anno in Canada e giunto a Roma per l’incontro inaugurale, sono stati ricevuti da Giovanni Paolo II. Nell’occasione il Papa ha ripercorso le grandi tappe del cammino ecumenico della Chiesa anglicana e della Chiesa cattolica, un cammino certamente faticoso e forse ancora lungo, ma che ha già prodotto tanti frutti. Ora si richiedono ulteriori sforzi, nella «speranza di essere guidati dalla presenza del Risorto e dalla forza inesauribile del suo Spirito, capace di sorprese sempre nuove». Il pensiero del Papa è andato spontaneamente all’incontro tra Paolo VI e l’arcivescovo di Canterbury Ramsey nel 1966, da cui scaturì la prima Commissione internazionale anglicano-cattolica, con la loro Dichiarazione comune che avviò un dialogo serio e fruttuoso. Poi il nuovo impulso dato al dialogo durante la visita di Giovanni Paolo II a Canterbury nel 1982, quando l’arcivescovo Runcie e lo stesso Giovanni Paolo II istituirono la seconda Commissione internazionale e nella loro Dichiarazione congiunta riconobbero la necessità di sviluppare il dialogo teologico nella mutua comprensione, nell'amore fraterno e nella comune testimonianza del Vangelo. Altra pietra miliare, nel 1996, quando l’arcivescovo Carey e Giovanni Paolo Il pubblicarono una Dichiarazione comune, da cui apparve sempre più chiaro che «la piena e visibile unità non sarebbe venuta come risultato della volontà e dei programmi umani, per quanto importanti essi siano, ma come un dono divino — ha detto il Papa — in un tempo che noi non possiamo conoscere ma per il quale ci dobbiamo preparare». Per i prossimi passi concreti, il Papa ha sottolineato che «solo l’esperienza di una più profonda comunione ci consentirà di rendere una più efficace testimonianza a Cristo nel mondo e di compiere la missione che ci ha affidato». «E chiaro — ha poi aggiunto — che la mancanza d’unità ha danneggiato la nostra missione nel mondo». Di fronte al sorgere di scoraggiamenti e nuove difficoltà, Giovanni Paolo II ha invitato a confidare nella potenza dello Spirito Santo, il quale può compiere quello che a noi sembra impossibile. a cura della redazione umenta, nei seminari, la presa di coscienza di quanto sia importante realizzare un’autentica vita di comunione. Ce ne ha scritto recentemente uno studente dell'Ungheria: «All’inizio di quest'anno nel nostro seminario è iniziato un cambiamento. Il nostro cardinale arcivescovo Làszl6 Paskai ci ha parlato della spiritualità di comunione secondo la Lettera Apostolica Novo millennio ineunte. Era una sorpresa. Anche i nostri formatori sottolineano molto spesso il motivo della comunità. In particolare, il giorno di sabato è dedicato a questo scopo, con riunioni, gite, visite a sacerdoti, ecc.» Naturalmente, per entrare nella logica della comunione, si esige un allenamento progressivo, che richiede tempo ed a volte anche coraggio. Così in un seminario d’oltralpe, dove la maggioranza degli studenti aveva preso l’abitudine di darsi del “lei” rivolgendosi ai loro compagni non con il nome, ma con un “signor N.”. E° bastato che alcuni si mettessero d’accordo di andare “controcorrente”, per iniziare a creare un clima diverso e più fraterno. Non a caso, Giovanni Paolo II, nella Novo millennio ineunte, fra gli ambienti in cui occorre promuovere una spiritualità della comunione, nomina esplicitamente i seminari e ribadisce la necessità di far emergere tale spiritualità come “principio educativo” (cf NMI 43). Davanti a tali istanze di comunione, è significativo come un giovane diacono colombiano, dopo anni di formazione alla vita comunitaria, ha reagito ad un attentato che ha colpito la casa a fianco alla parrocchia che gli era stata appena affidata. Dopo aver provveduto ai soccorsi immediati, ha fatto il giro dei sacerdoti della città, per accordarsi con tutti a vivere ancor più uniti, da veri fratelli. E” proprio da questo nuovo passo nella comunione che è nato anche un aiuto concreto per le vittime di quel triste fatto. Nella stessa nazione, studenti di vari seminari hanno deciso di dar vita, in occasione della prossima Mariapoli, l’annuale incontro estivo del Movimento dei focolari, ad una “scuola di comunione” per seminaristi, nello spirito della Novo millennio ineunte. Ma non è l’unica iniziativa in questo senso. In Brasile si è concluso appena un congresso nazionale di seminaristi di cui riferiamo sulle prossime pagine. Un analogo appuntamento è in preparazione anche per l'Africa occidentale, con il titolo: «Gesù abbandonato: sorgente di una spiritualità di comunione per i sacerdoti». In Corea, nel Kenya, in Polonia, a Roma ed in altri posti ancora, esistono ormai incontri annuali che offrono ai seminaristi la possibilità di approfondire insieme i cardini di una spiritualità di comunione. Ed ogni volta è un appuntamento con la speranza. Perché è nella logica della comunione il nostro futuro.