gen’s 2002/1 – Sapienza e studio Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2002-1-sapienza-e-studio/ — pag. 1 — Editoriale Chi vive la sapienza è credibile Pasquale Foresi ‘Scegliere la sapienza Chiara Lubich L'amore genera sapienza Giuseppe Maria Zanghì Per una visione sapienziale della cultura Thomas Norris Teologia e vita: un binomio inscindibile Ramòn Dus - Un’esperienza di formazione Lorenzo Campagnolo Omelie per vivere la Parola Giovanni Paolo. Il a Nuovo impulso all’ecumenismo Spedizione in abbonamento postale — art. 2 Glaluo) XXXII comma 20 / C legge 662 / 96 — filiale di Roma gennaio-febbraio — pag. 2 — Pescia 1 EDITORIALE Chi vive la sapienza è credibile Enrico Pepe 3 SPIRITUALITÀ Scegliere la sapienza Pasquale Foresi 4 SPIRITUALITÀ L’amore genera sapienza AI cristiano non basta lo studio, occorre la sapienza. Come acquistarla? Chiara Lubich 12 STUDIO Per una visione sapienziale | della cultura contemporanea Motivi di speranza nella crisi del mondo d'oggi Giuseppe Maria Zanghì 18 TESTIMONIANZA Teologia e vita: un binomio inscindibile I riflessi teologici di un'esperienza che rende più credibili ed attraenti le realtà cristiane Thomas Norris 24 TESTIMONIANZA Un’esperienza di formazione La nostra comprensione della Parola di Dio si arricchisce vivendo la sapienza Ramon Dus 28 ESPERIENZA Omelie per vivere la Parola Preparare insieme le omelie, puntando sulla vita | per suscitare comunità che si nutrono di Vangelo Lorenzo Campagnolo 31 LA CHIESA NEL MONDO Nuovo impulso all’ecumenismo Giovanni Paolo Il Convegno ecumenico di vescovi in Svizzera Lavorare per l’unità tra Oriente e Occidente | Il dialogo teologico tra cattolici e anglicani | a cura della redazione 37 MONDO DEI SEMINARI Notizie dal mondo dei seminari — 32 a cura della segreteria internazionale del movimento gens did ibi a — pag. 3 — editoriale Chi vive la sapienza è credibile U n bimbo, annoiato dalla predica del parroco durante una messa domenicale, ad un certo punto ha detto alla mamma che voleva andare via. Invitato a star calmo, ha resistito ancora un po’ ma poi, ricordandosi che la madre dopo la predica faceva la sua offerta, le ha detto: «Perché non paghiamo subito e così possiamo andarcene?». Come mai la predica è diventata così spesso sinonimo di noia, non solo per i bambini ma anche per gli adulti? Perché l’annuncio del Vangelo, che significa appunto “Buona Novella”, non suscita in genere entusiasmo e neppure una certa curiosità? La causa non può trovarsi solo negli altri o nelle circostanze storiche che viviamo. Forse per molti le nostre parole non sono credibili più di tanto. Non manca qualcosa nel nostro modo di trasmettere il cristianesimo? D'altro canto assistiamo anche a fenomeni opposti. Ci sono persone che quando parlano di Dio sono ascoltate con interesse non solo dai credenti, ma anche da coloro che vivono lontani dalla pratica religiosa o che addirittura si dicono atei. Avete mai assistito ad una Mariapoli? Non c’è solo l’ascolto attento, ma anche la gioia, l'entusiasmo e il vivo desiderio di mettere in pratica quanto si annuncia. Si avverte che le Parole del Vangelo sono state pronunciate da Gesù proprio per l’umanità di oggi, per risolvere i problemi nostri, sono rivolte ad ognuno personalmente e alla comunità nel suo insieme, e attirano per la loro bellezza e attualità. Quando parlava Teresa di Calcutta, anche di fronte ad assemblee di politici, tutti ascoltavano con rispetto e ammirazione; eppure questa donna minuta e curva sotto il peso degli anni diceva parole semplici che, pur andando spesso al di là degli schemi mentali degli uditori, colpivano il loro cuore e ne illuminavano le menti. Un arcivescovo, dopo aver ascoltato Chiara Lubich, mi ha detto: «Che cosa ha questa donna? Ha parlato di Vangelo, quello che io conosco e predico da decenni. Eppure le sue parole mi hanno toccato nel profondo e gettano una luce nuova sulla mia vita!». La medesima impressione mi comunicava un altro vescovo: «Noi predichiamo le stesse cose e la gente rimane indifferente, mentre Chiara suscita interesse e trascina verso Dio, perché racconta il Vangelo vissuto». Vangelo vissuto non solo da lei personalmente, ma da migliaia e migliaia di persone che la seguono e vivono in comunione tra loro. Gen's 1/2002 — pag. 4 — 3 editoriale Adalberto, vescovo di Praga, nel 989 venne a Roma e rimise nelle mani del Papa il suo incarico e si fece monaco, perché i praghesi non erano interessati alla sua predicazione ed egli non intendeva passare la vita celebrando semplicemente solenni cerimonie, quasi fossero ricreativi spettacoli teatrali. Dopo alcuni anni i suoi concittadini lo supplicarono di tornare. Egli accettò l’invito loro e del Papa ad una condizione: «Tornerò — disse — se posso portare con me un drappello di monaci e costruire un’abbazia vicino alla capitale». E spiegò al Papa: «Conosco i miei concittadini: credono solo a quello che vedono con i loro occhi e toccano con le loro mani. Prima ancora di predicare devo mostrare loro uno stile di vita più nobile e più attraente di quello che loro stanno vivendo». E partì dunque per Praga portando con sé dodici monaci esperti in agricoltura e nei vari mestieri, ma soprattutto uniti tra loro dall'amore fraterno. Così la sua parola divenne efficace non solo a Praga, ma portò la luce del Vangelo fino alla Polonia. Oggi è necessaria una nuova presentazione della Verità, ma per far questo non basta una conoscenza teologica aggiornata — pur sempre necessaria — e neanche bastano la capacità oratoria e l’uso dei mezzi moderni di comunicazione. Chi parla di Dio deve poter dire: «Venite e vedete». La realtà annunciata per essere credibile deve essere palpabile. Per questo dietro chi annuncia il Vangelo deve esserci una comunità di persone che si sforzano di incarnarlo nel quotidiano e non ciascuno per suo conto, ma in comunione. Solo in questo modo chi ha il compito di parlare può far “vedere”, far “gustare” la sapienza. E allora l’annuncio diventa non solo credibile, ma anche attraente. Una delle definizioni più pregnanti e belle della sapienza la dà san Tommaso nella prima parte della Somma Teologica: «E un dono dello Spirito, che cresce con la carità». Oggi, però, è necessaria una carità vissuta ancor più a corpo. Non per nulla il Papa nella Novo millennio ineunte ci invita a fare della Chiesa una casa e una scuola di comunione, affinché tutti i cristiani diventino portatori della sapienza con la parola e con le opere, secondo il compito affidato ad ognuno. Forse, proprio per venire incontro a questo estremo bisogno di comunione nell’umanità, lo Spirito ai nostri giorni ha suscitato nelle varie Chiese cristiane tanti nuovi carismi. Ognuno di questi, secondo la propria ispirazione, sta creando comunità dove si cerca di vivere appunto la comunione fino agli aspetti più concreti della vita. Di fronte ai fallimenti di tutte le ideologie moderne, spesso con conseguenze devastanti a livello mondiale, solo un’esperienza comunionale della Parola di Dio farà riscoprire ai nostri contemporanei la sapienza del Vangelo e ridonerà al mondo la fiducia in un futuro di pace, di uguaglianza e di fraternità. E. P. Gen's 1/2002 — pag. 5 — spiritualità 3 Scegliere la sapienza La sapienza non poggia né sulla conoscenza sensibile né sull’intellettualismo: essa ci fa posporre questi tipi di conoscenza per arrivare ad avere ‘anche intellettualmente un contatto con l’intelligenza per eccellenza che è Dio. Ma ci si potrebbe porre una domanda: «È fatta per me la sapienza; sono capace io di acquistarla? Non è difficile? Non sono solo i grandi geni che possiedono questo tipo di conoscenza?». Leggiamo cosa dice al riguardo il libro della Sapienza: «Anch'io sono un uomo mortale come tutti, discendente del primo essere plasmato di creta. (...) nessun re iniziò in modo diverso l’esistenza. Per questo pregai (...) e venne in me lo spirito della sapienza»'. Questa risposta è di grande consolazione: per ottenere la sapienza non occorre aver ricevuto un’educazione particolare. Pur essendo figli di Adamo, plasmati di fango, basta chiederla con la preghiera. Tutti possiamo possederla. È indispensabile, però, fare una scelta: «La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure ad una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana»?. Quindi per avere la sapienza bisogna mettere Dio al primo posto nella nostra vita, non essere attaccati a beni di nessuna specie, amare il prossimo e vivere una vita di comunione. Qualcuno potrebbe pensare che, se potesse dedicare più tempo allo studio, il suo profitto sarebbe maggiore. Invece non è così, perché la sapienza la si acquista attraversando tutte le difficoltà concrete che una vita normale comporta. Anzi, stando a gomito a gomito con ogni genere di persone, apprendiamo molte cose su certi valori dell’esistenza umana, che nessun libro potrebbe mai darci. Parlare della sapienza è parlare di Dio che ci illumina in una maniera profonda. Se abbiamo in noi la stessa vita di Dio, diventiamo persone sapienti. La sapienza «sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età, entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza»?. Chi ha intuito e sperimentato cos'è la sapienza, sente il desiderio di sposarla, donandosi completamente a Dio nella sua specifica vocazione. Pasquale Foresi 1) 7, 1-7 passim. 2) 7,8-10. 3) 7,27-28. Gen's 1/2002 — pag. 6 — 4 spiritualità AI cristiano non basta lo studio, occorre la sapienza. Come acquistarla? L'amore genera sapienza di Chiara Lubich Questa conversazione è stata presentata nell'ottobre scorso a tutti i responsabili del Movimento dei focolari nel mondo convenuti a Rocca di Papa (Roma). Dopo aver fatto notare che esistono varie pubblicazioni dove si offre una descrizione sia degli aspetti spirituali del tema sia delle realizzazioni pratiche (corsi, scuole, università, ecc.), l’ Autrice si limita ad esporre alcuni pensieri di fondo, frutto della luce e dell’esperienza del carisma dell’unità. 9 amore vissuto, se crea comunione, se irradia, se eleva, se risana, se fa casa, se unisce, è in grado anche di generare luce, sapienza. C'è nella storia del Movimento dei focolari un momento conosciutissimo che abbiamo sempre ritenuto fondante e fondamentale per quanto riguarda quest’aspetto. Si tratta di quel giorno, degli anni ‘40, in cui nel primo focolare, a Piazza Cappuccini, ho lasciato i miei amatissimi libri, riponendoli in soffitta. Risolvevo così quella contraddizione, che avevo avvertito evidente nella mia vita: cercare la verità nella filosofia mentre essa era tutta intera in Gesù Eucaristia che ricevevo ogni mattina. Gen's 1/2002 Infatti, una luce dello Spirito Santo mi aveva fatto chiaramente comprendere che avrei trovato la verità piena, autentica, indiscussa, alta e profonda in Lui, Verità: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). “Ho visto una luce” È questo fatto — penso — l’esordio dell’aspetto che trattiamo. Ed a proposito di esso, negli archivi dell’Opera, ho trovato recentemente una lettera di quei primi tempi scritta ad un’amica. «Vedi — dicevo — io sono una persona che passa per questo mondo. Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle. Un giorno, un indefinito giorno, ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre cose belle e la seguii. M'accorsi che era la Verità». Questa lettera mi ha sorpreso: come mai — ho pensato — posso aver detto così? Ed ho supposto che la luce, di cui qui ho parlato, sia quella del carisma che lo Spirito Santo ci ha donato e che poi la Chiesa ha studiato e, col dono del discernimento, ha approvato. Quello che ho trovato di interessante in scritti, discorsi, diari riguardanti quest’aspet- — pag. 7 — spiritualità to che, per semplicità chiamerò “indaco”, non sono in genere lunghi pensieri compiuti, meditati. Sono gocce, forse di sapienza o di semplice saggezza umana, che s’aggiungono o spiegano meglio cose già conosciute; o piccoli corollari che ho scelto e ho voluto mettere in evidenza semplicemente perché, belli, hanno in sé — penso — un raggio della bellezza che è, al contempo, la verità di Dio. O, ancora, previsioni che sorprendono perché realizzatesi poi dopo anni e anni. | sette aspetti dell'amore Siamo negli anni ’50. Nel 1954 lo Spirito Santo ci aveva illuminato sui sette aspetti dell’amore e sin dal 1955 si parla dell’indaco. Ed ecco un fatto che meraviglia assai: sembra che, sin d’allora, lo Spirito Santo voglia comunicarci il progetto che ha sul nostro Movimento. Ci fa capire che tre sarebbero stati, nel tempo, i periodi della nostra Opera precisandoli con questi nomi: Assisi, Parigi, Hollywood, già presenti nel DNA di essa, se così si può dire, per il carisma che l’ha suscitata e sempre condotta, ma venuti in piena luce solo alcune decine di anni dopo. È un discorso che riprenderò solo nell’88?: «Noi distinguiamo — ho detto — nel nostro Movimento tre periodi: il primo è stato quello in cui è nata la nostra spiritualità, il nostro stile di vita. E lo abbiamo chiamato “Assisi». Il secondo è stato quello nel quale ho incominciato a studiare per confrontare gli aspetti della nostra spiritualità con la dottrina della Chiesa. Ed abbiamo visto che coincidevano, anche se prevedevamo l’apertura di nuovi orizzonti. E l’ho comunicato a tutti. Ci aveva fatto impressione e timore, a questo proposito, fra il resto, una frase forse di san Francesco, timoroso che i frati s’attaccassero ai libri: «Parigi, Parigi, tu distruggi Assisi». «Noi — si affermava — vogliamo che Parigi esista, ma anche Assisi. Noi viviamo la spiritualità, ma vogliamo anche studiare». Ed ora — come tutti sappiamo — s’è già aperto il terzo periodo che abbiamo intitolato ad un’altra città simbolo: Hollywood. Esso presenta e presenterà il contenuto del nostro Movimento in pubblico attraverso le varie espressioni artistiche e i grandi mezzi di comunicazione. Ma affrontiamo direttamente il tema della sapienza. Cos'è la sapienza? Riportiamo questa pagina di un libro del "64: «Per il dono della sapienza l’anima è messa a contatto delle realtà eterne (...) Essa scruta la profondità di Dio e ne scorge la fulgida bellezza. Vede ciò che non sa ridire, e beve a quella sorgente inesauribile, senza essere mai sazia, con un desiderio sempre più vivo — come di cerva giunta alla sorgente — Ci. Ma, scoperto e quasi assaporato Dio, con quella luce negli occhi può guardare il mondo, e vederci bene (...) tutto giudicando secondo ragioni divine, quasi proiettando su tutto la luce dell’infinito sguardo di Dio. Nella mente del saggio cristiano viene quasi ricostruito l'ordine ideale che ‘è nella Mente di Dio. Lo svolgersi delle ère e delle età, il succedersi e il concatenarsi degli avvenimenti, il fluire delle cose, l'avanzare della storia, lo svilupparsi della propria vita, tutto è visto nel suo rapporto di dipendenza e di convergenza a un divino disegno (...) con la stessa “sintesi mentale” di Dio, che vede ogni cosa nel Verbo e ogni cosa ama nello Spirito, e tutto conosce amando e tutto ama nell’atto stesso della sua contemplazione infinita»?. «Il membro del Movimento deve possedere la sapienza». Lo si dice, lo si ripete negli scritti, nei diversi Statuti. È un imperativo. Ma vien da chiedersi: come si può avere la sapienza? Gen's 1/2002 — pag. 8 — spiritualità Lo stesso Spirito Santo, che ci comanda qualcosa (attraverso gli Statuti da Lui ispirati), ci dà anche la risposta. E la risposta, nel tempo, è divenuta sempre più chiara. Come ottenere la sapienza La sapienza si può ottenere in quattro modi: domandandola a Dio, amando Dio e il prossimo, amando Gesù abbandonato, ponendo Gesù in mezzo a noi. 1) Si è sempre pregato per avere la sapienza, sin dai primi giorni — direi — quando, per prepararci a parlare al nostro piccolo pubblico, stavamo anche un’ora di fronte a Gesù nel tabernacolo ripetendogli: «Tu sei Tutto ed io sono nulla», affinché Lui e Lui solo parlasse per mezzo nostro. E lì — occorre ricordarlo — tutto è iniziato. Preghiamo anche tuttora il Padre, con uno o più consenserint (così chiamiamo la preghiera insegnataci da Gesù: «Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (M? 18, 19) che spesso pronunciamo insieme prima di un discorso, per avere lo Spirito Santo. 2) Si può ottenere la sapienza, ancora, amando: amando Dio e il prossimo. È sempre stata una nostra convinzione ed esperienza che l’amare porta luce. È, infatti, dei primi anni il nostro speciale amore per questa Parola di Gesù: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). San Beda diceva: «A chi ha amore per la Parola (nella quale è Cristo), sarà data anche l’intelligenza per comprendere la parola che ama; mentre chi non ama la Parola non gusterà affatto le delizie della vera sapienza. Anche se crede, per le sue doti naturali e per i suoi studi, di possederla, non la possiede»*. «Per avere la sapienza — spiegavamo ulteriormente — bisogna essere un altro Gesù e per essere un altro Gesù occorre amare: la Gen's 1/2002 luce che si ha amando è la sapienza». Come la luce della bicicletta s'accende pedalando, così la sapienza s’accende in noi amando. E si ricordava un proverbio orientale: «Dammi il tuo cuore — [cioè ama] — e ti darò un paio di occhi», che vuol dire: ama, e ti farò vedere. La sapienza si ha, dunque, amando. 3) La si ha pure amando Gesù crocifisso e abbandonato. Nel capitolo VI degli Statuti attuali si dice: «Le persone che fanno parte dell'Opera cercheranno di possedere anzitutto la vera sapienza cristiana. “Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza” (Sap 7, 28). Per questo, abbracciando con Cristo la sua croce e il suo abbandono, cercheranno di fare splendere nel proprio cuore il Risorto, che irradia i doni dello Spirito» (art. 58). Già nel 1967 dicevo che la sapienza si ha amando Gesù abbandonato. «Se noi non amiamo la croce, se non viviamo che per essa, non esiste nel nostro cuore vero amore per Dio e per i fratelli, non esiste la sapienza. Noi, offrendo la nostra giornata, ripetiamo sempre ogni mattina, come quando eravamo appena nati a questa nuova vita: “Perché sei abbandonato Gesù, perché sei desolata Maria”. E Lui è tutta la sapienza per noi. E capiamo perché ancora san Bernardo dicesse che nel crocifisso è la sua più alta filosofia». Si legge in un libro edito da Città Nuova che Bernardo da Chiaravalle disse ad un professore di Parigi: «A quanto ho saputo tu commenti libri dei Profeti. Ma puoi tu dire che comprendi le loro lezioni, ed in particolare il loro insegnamento su Cristo? Tu comprenderai meglio Cristo seguendolo piuttosto che insegnandolo». Montfort confonde quasi la sapienza con la croce. Da lui si apprende che l’albero della croce distilla nettare eterno: sapienza, raggio, riflesso, partecipazione alla sapienza eterna che è il Verbo di Dio. — pag. 9 — spiritualità E dice che la sofferenza insegna ciò che in nessun'altra arte si può apprendere. Essa siede sulla più alta cattedra. E maestra di sapienza e chi ha la sapienza è beato. Beati, infatti, coloro che soffrono. Essi saranno consolati non solo col premio di là, ma con la contemplazione di cose celesti di qua. 4) Quarto modo per avere la sapienza è porre Gesù in mezzo a noi. «(Le persone) cercheranno inoltre — continua lo Statuto — di essere unite fra loro affinché Cristo, presente nell’amore reciproco, possa elargire anche in mezzo a loro i doni dello Spirito» (art. 58). Ci siamo sempre più convinti che «dobbiamo aver la sapienza singolarmente (mediante il Risorto in noi) e collettivamente (con Gesù fra noi). Dobbiamo imparare (con ciò) — si è affermato — ad essere “fontane zampillanti”». Un segno che la sapienza è presente in chi parla, è l’esclamazione: “Che bello!” di chi ascolta. Essa non è riferita mai ad un ragionamento umano che si è udito, ma al soprannaturale. Se nelle nostre parole, ad esempio, si sente il filo d’oro che lega tutti gli avvenimenti della nostra vita, lasciandoci ammirati, vuol dire che qui c’è della sapienza. E la sapienza è stata abbondante nella nostra Opera sia nel delineare la sua spiritualità che la sua struttura. Un solo Maestro Come spesso ricordiamo, ancor prima della nostra avventura volevo conoscere Dio, ed avevo avuto l’impressione di sentire nel mio cuore le parole: «Sarò io il tuo Maestro». E lo è stato per me e per molti. Per questo all’Università di Buenos Aires (UBA) nel ’98 ho potuto dire: «Con sorpresa, posso affermare ora, a sola gloria di Dio, che, dopo decenni della mia impegnativa e splendida sequela, il Signore ha avuto la bontà di far conoscere a me, ed a quanti seguono il Movimento, qualcosa della sua infinita sapienza. E non solo per quanto ha a che fare con lo studio su Dio, la teologia, ma — sembra — anche per altri ambiti del sapere, dandoci la possibilità di cogliere quelle linee che devono innervare — per renderle autenticamente vere ed accette a Lui — le varie scienze umane». Ed ecco cosa sta scritto a questo proposito nel libro della Sapienza: «Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova (...). Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere» (Sap 7, 27-30). Lo studio a servizio della sapienza Passiamo ora a parlare dello studio. Si vuole lo studio, però con una precisazione: «L’“indaco” non è tanto lo studio ma la sapienza, perché è un colore dell’amore: l’amore che diventa sapienza, che illumina». Lo studio non è quindi un’aggiunta alla sapienza, ma un mezzo per ampliarla, per renderla più irradiante. «L’alfa e l’omega — è scritto — resta la sapienza. Il principio è la sapienza: il fine è la sapienza: Dio». Si precisa pure il posto dello studio: «Lo studio (...) sgabello alla sapienza». Lo studio comunque ha per noi il suo peso. Si è sempre saputo che «per aumentare la sapienza occorreva studiare». E fra noi, grazie a Dio, finora ci sembra di poter dire che «Parigi non ha distrutto Assisi». Lo studio è stato a servizio della sapienza. E si incoraggia anche lo studio dicendo: «Ma potrebbe essere molto di più (a servizio della sapienza). Un settimo della nostra vita (considerando i sette aspetti dell’amore) sia dedicato sempre allo studio». Gen's 1/2002 — pag. 10 — spiritualità Già nel ’60 troviamo scritto: «La sapienza sarà corredata dalla conoscenza della teologia e di quante altre nozioni profane servono a questi scopi. Mai però la teologia soffochi la sapienza, ma viceversa: la sapienza aiuti la teologia». E si ribatte: «A me è venuta una grande gioia pensando che nella nostra Opera lo studio è visto come la “settima” espressione della nostra vita, come un aspetto dell’amore. Ci può essere però a condizione che serva all’amore di Dio e del prossimo. Altrimenti è un disturbo, è Parigi che distrugge Assisi». Le “inondazioni” C'è poi un pensiero (fra i tanti) che fa capire che anche lo studio umanistico e scientifico è una precisa volontà di Dio per noi. Nel tempo poi si sarebbe data ragione a questa precisazione e specie ora con le nostre cosiddette “inondazioni”. Per lo studio dei focolarini, ad esempio, già nel ‘66 si diceva: «Per quanto concerne gli studi umanistici e scientifici, si prevede che il focolarino si tenga aggiornato su quello che riguarda la sua professione e vada sempre più perfezionandosi. Bisogna pensare che, con l’andar del tempo, molti focolarini della stessa professione saranno raggruppati nelle opere che nasceranno. Questo farà sì che dovranno mettere in comune, con Gesù in mezzo a loro, anche quelle idee, quelle nozioni, quegli approfondimenti che di giorno in giorno avranno acquistato. La presenza di Gesù in mezzo ad operai dello stesso mestiere, ad esempio, farà sì che sia sempre di più Gesù in essi ad operare in quel dato settore ed illuminerà anche il mestiere stesso. Nello stesso tempo questi focolarini potranno essere anche lievito nei Centri del Movimento». (Si tratta appunto delle “inondazioni”). Gen's 1/2002 La nostra teologia «Per quanto riguarda invece lo studio teologico, si prevede che i focolarini dovranno frequentare corsi superiori di teologia». E qui c’è un pensiero assai ricorrente: «Noi, per quanto riguarda la teologia, dovremo approfondire la dottrina del Corpo di Cristo», studio che si andrà perfezionando anche nei dettagli. «Questo patrimonio di dottrina del Corpo di Cristo sarà messo in comune nell’Opera di Maria e sarà una ricchezza anche per la Chiesa». E qui c’è un altro concetto importante: «Naturalmente la dottrina del Corpo di Cristo (che domanda che si viva sul modello trinitario) avrà un riflesso anche nel corpo sociale che verrà edificato, almeno per quanti lavorano nell’Opera di Maria, a immagine e somiglianza del Corpo di Cristo». Come studiare? Per quanto riguarda il modo di studiare, nel 1974, ad una domanda di un gens’ che suonava così: «Come vedi che possiamo passare attraverso lo studio della teologia senza rischiare di lasciarci prendere troppo o perdere il senso della radicalità del Vangelo?», rispondevo: «La cosa è molto semplice. Ho studiato anch’io e per 14 volte mi era stato detto di lasciare lo studio e poi di riprenderlo. Ebbene, ricordo la mia ultima ora di studio. L'ho sempre in mente. Ero seduta su una pelle per terra; avevo l’atlante da una parte e le dispense dall’altra, e studiavo per un esame di geografia. “Adesso — ho detto — voglio proprio studiare benissimo per fare la volontà di Dio e non andrò avanti se non so bene quanto ho studiato precedentemente come so l’ Ave Maria”. E così ho fatto. Mi sembrava che il mio studio fosse come incenso che andava a Dio perché era fare — pag. 11 — spiritualità bene la volontà di Dio. Ricordo che l’ultima ora mi è parsa un capolavoro. E, finita l’ora, ecco un’altra volontà di Dio: far da mangiare per le focolarine perché ero l’unica a casa; le altre erano negli uffici. Dopo quell’ora mi è stato detto di non studiare più. E sono stata felice perché la vita è amore, non è studio. Quindi importante è fare la volontà di Dio, perché così si ama. Facendo in tal modo, non c’è pericolo d’attaccarsi allo studio». Si cerca pure che lo studio sia fatto come si deve perché «ben fatto può aiutare la contemplazione». E una convinzione di Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, che di contemplazione se ne intendeva; i dotti, per lei, sono facilitati, «se veri dotti, alla contemplazione», e quindi ad acquistare sapienza. Le seguenti parole del 1960 ci dicono ancora come comportarci di fronte agli studi. «Lo studio per noi non vale niente se non è effetto del nostro amore. È stato detto: “surgunt indocti, sorgono gli indotti e rapiscono il Regno di Dio e noi con i nostri studi andiamo nel profondo dell’inferno”. Così era di quelli che davano troppo peso allo studio di fronte allo spirito di pietà, di orazione». Studiamo perché amiamo Per noi l’amore dunque deve essere molla dello studio. «Perché noi — ho trovato scritto — vogliamo studiare? Perché noi vogliamo non smettere mai di studiare? Perché amiamo Dio e quando uno ama qualcuno e ne è innamorato, vuol sapere di questo qualcuno tutto quello che può sapere. Noi vogliamo sapere tutto quanto è possibile su Dio per poterci innamorare sempre più di Lui. Allora i libri non saranno un ingombro per la nostra anima, qualcosa che spegne lo spirito di orazione, ma saranno come paglia sul fuoco...». Lo studio, poi, non deve esser solo effetto della carità ma deve servire la carità. Per noi, come per san Bernardo, ogni conoscenza, e la stessa conoscenza della Scrittura, devono «servire la carità». Perché è nella carità che l’uomo impara a conoscere se stesso ed a conoscere Dio, restaurando la “somiglianza” con Dio. Lo stesso Bernardo, in un celebre sermone, diceva: «Tutta la mia alta filosofia, oggi, consiste nel conoscere che Gesù è, e che è stato crocifisso». E quando Bernardo cominciò, con i suoi primi compagni, la strada che Dio gli aveva indicato, e “scelse Dio solo”, «la sua vita con i compagni — dicono — era carità». «Coloro che vedevano come essi si amavano, riconoscevano che Dio era in loro». Così deve essere sempre di noi, anche di quelli più dedicati allo studio. L'amore deve pure essere l’anima dello studio. Giovanni Paolo II, parlando ad un gruppo di intellettuali, ha detto che bisogna che gli studiosi, i teologi, abbiano di fronte, come modello, Teresina di Lisieux, perché è l’amore che può fare una teologia viva”. Si poteva pensare a san Tommaso come modello. E invece il Papa ha indicato Teresa di Lisieux. Una nuova dottrina Da tempo si pensa che dal carisma dell’unità debba nascere una dottrina. O, meglio ancora, dalla vita d’unità. Si dice sempre, infatti, che come dal Padre è stato generato il Figlio, suo Verbo, sua Luce, sua Bellezza, così dalla vita d’unità deve sorgere una teoria, una dottrina. Ecco alcuni pensieri in proposito: «Se non ci fosse la vita vostra non ci sarebbe neanche la dottrina, perché il Padre ha bisogno di esserci per generare il Figlio, e la dottrina è come il Figlio di fronte al Padre. Gen's 1/2002 — pag. 12 — 10 spiritualità Questa realtà nuova (la dottrina), che tutti ci abbraccia, non andrebbe avanti se noi non vivessimo così (...)». «Questa vita evangelica è come una scuola, anzi come la fonte di una nuova dottrina che sintetizza e amplia le conoscenze già acquisite». «Una dottrina che sarà una sintesi nuova perché l’ideale dell’unità fa l’unità degli opposti. Nel campo teologico ci sono tante scuole. Il carisma dell’unità ha la forza, con Gesù in mezzo, di fare una sintesi e non un compromesso». E la si vide, questa dottrina, collegata con Maria: «Verrà una nuova teologia, una teologia della Chiesa, che è anche una teologia mariana, perché è la teologia dell’Opera di Maria. Sarà Maria qui, che con il suo carisma particolare ci aiuterà a raccogliere tutto quello che è stato frutto, attraverso i secoli, di tutti i carismi, di tutte le scuole, per poter fare una nuova sintesi, una sintesi mariana, la sintesi che oggi l'umanità aspetta onde (...) rivestire il volto della Chiesa non solo di carità ma di luce perché Gesù è la luce venuta nel mondo». Un giorno, parlando con un nunzio in Africa dei “semi del Verbo” presenti in ogni cultura, mi sembra d’aver capito che la dottrina che emerge dal carisma dell’unità, non è fondata su nessuna cultura umana, perché è dallo Spirito Santo. E allora è una luce che non ha colore. È una luce bianca che può servire a tutte le culture. Può penetrare nel profondo di ogni essere umano perché Gesù è l'Uomo: non un uomo, ma l'Uomo. Per quanto riguarda l’“indaco” scrivevo: «Ciò che mi interessa è la dottrina che si ricava. Non è che io bevo il vino mangiando l’uva. Io bevo il vino dopo che l’uva è stata pestata. Il vino sarebbe la dottrina che si ricava dal grappolo di uva e il grappolo sarebbe l’esperienza nostra tutta intera. Il vino sarebbe la dottrina con la quale dovremo tutti diventare brilli: tutti illuminati, tutti felici». Gen's 1/2002 La Scuola Abbà I seguenti sono pensieri un po’ nuovi che senz'altro contengono una previsione. «Abbiamo l’impressione che, nell’Opera di Maria, il Signore stia sviluppando non solo una dottrina nuova, ma la stia incarnando anche in forme di vita, le più varie, che saranno tanti campi di esperimento e faranno, esse stesse, parte della scuola (le “inondazioni” sono legate alla Scuola Abbà*). Così, per studiare bene la dottrina sociale cristiana (per il nostro particolare apporto) occorrerà andare a vedere come si vive nelle industrie, nelle aziende che l’Opera di Maria avrà fatto nascere. E, per conoscere a fondo i problemi pedagogici, legati all'educazione, occorrerà andare a vedere quelle scuole nelle quali si vive il nostro Ideale. Tutta l'Opera di Maria apparirà come un campo di prova, come una palestra di questa dottrina e sarà, nello stesso tempo, generatrice di essa». È impressionante ciò che si diceva sin dal 1967: «Io vorrei che nascesse dal nostro Movimento (giacché il contributo che noi dobbiamo dare alla Chiesa non è tanto, ad esempio, quello dei Compagnons Bàtisseurs®) un’opera di luce. Dovranno nascere dalla nostra spiritualità una cultura, una filosofia, una sociologia, una teologia. E questo è veramente da augurarsi. Voglio dire che, fra le cose concrete che devono uscire dal Movimento dei focolari, questa è la più indovinata, la più logica. Questa sarebbe una delle opere, mi sembra, che l'Opera deve fare e proprio perché ha una spiritualità. Siccome è cristianesimo visto con l’occhio del ventesimo secolo, con le esigenze del ventesimo secolo, che suppone tutto il passato, deve per forza avere degli studiosi e delle studiose». — pag. 13 — spiritualità ll E già nel 1974 ritroviamo i prodromi della Scuola Abbà. «La lettura di queste pagine dava a voi dei barlumi per comprendere una cosa o l’altra. E metteva in voi soprattutto una grande carica di speranza che questi barlumi un giorno diventassero luce. I barlumi erano i più vari: andavano dal campo della sociologia a quello della politica, alla scienza, ecc. Ora noi ci siamo radunati oggi proprio per incominciare a raccogliere questi barlumi. Non potrà però avvenire niente di tutto questo se noi non ricreeremo fra noi tutti quell’aria, quell’atmosfera di unità, di altissima unità che è 1’ Anima! e io penso che oggi potrebbe essere un giorno che domani chiameremo storico, il 2 dicembre del ’74. Perché potrebbe essere la pre-nascita della dottrina dell’Opera di Maria». Maria modello di sapienza E concludiamo ora con un pensiero preso dal libro della Sapienza: «La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni» (Sap 6, 12-15). La Madonna è sede della sapienza, non perché ha parlato, non perché è stata un dot- tore della Chiesa, non perché è stata seduta in cattedra, non perché ha fondato università; è sede della sapienza perché ha dato al mondo Cristo, la Sapienza incarnata. Ha fatto un fatto. Così pure noi: avremo la sapienza se vivremo in modo che Gesù sia in noi, sia fra noi, ci sia di fatto. ()) 7) 8) 9 Chiara Lubich ione dei membri dell’Opera di Maria è l Amore vissuto personalmente e comunitariamente, a Corpo mistico. Esso ha varie espressioni, che a noi piace paragonare alla luce, che si rifrange nei sette colori. Per questo nel Movimento dei focolari si usa chiamare “colore” ciascuno di questi aspetti: (...) L’aspetto della sapienza e dello studio è detto “indaco”». Cf. AA.VV., Come un arcobaleno, Roma 1999, ad uso interno, pp. 17-18. Sono discorsi parlati che trasformo in discorso scritto. R. Spiazzi, Lo Spirito Santo e la vita cristiana, Roma 1964, p. 229. Beda, Commento al Vangelo di Marco, Vol. I, Roma 1970, p. 129. Mutuando il termine da san Giovanni Crisostomo, con “inondazioni” si intende la penetrazione forte e intensa della vita e della luce del carisma dell'unità nelle realtà umane. I gens rappresentano i giovani seminaristi che aderiscono alla spiritualità del Movimento dei focolari. Cf Discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 24 ottobre 1997, in “L'Osservatore Romano”, 25/10/1997, p. 5. La Scuola Abbà è costituita da un gruppo di studiosi del Movimento dei focolari, per l’approfondimento teoretico ed interdisciplinare dei contenuti dottrinali del carisma di Chiara Lubich. Associazione sorta in Belgio nel 1953 allo scopo di aiutare le popolazioni vittime delle distruzioni della seconda guerra mondiale. 10) Questa espressione di Chiara Lubich si rifà ad un’e- sperienza di profonda unità sperimentata da lei con le prime focolarine e focolarini nel 1949 e trasmessa poi ai membri del Movimento. Essa si richiama alla vita dei primi cristiani: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un'anima sola» (Ar 4,32). Gen's 1/2002 — pag. 14 — 12 studio Motivi di speranza nella crisi del mondo d’oggi Per una visione sapienziale della cultura contemporanea di Giuseppe Maria Zanghì In ogni epoca di grandi cambiamenti, come la nostra, è più facile vedere ciò che crolla che le nuove sintesi che ci attendono. In questa conversazione ai giovani, in forma sintetica e con un linguaggio a tutti accessibile, l’Autore, ispirandosi al carisma del Movimento dei focolari, offre sprazzi di luce e di sapienza per affrontare in modo costruttivo le crisi di fondo della storia che stiamo vivendo. L’ateismo postmoderno Oggi si parla molto di postmoderno, in genere come “crisi” del moderno, intendendo per moderno quell’epoca culturale che in Europa ha avuto inizio con l’Umanesimo e il Rinascimento ed ha posto al centro di tutto l’uomo come singolo nella sua alterità, spesso compresa come indipendenza da Dio. Mentre l’uomo medioevale era tutto in relazione con Dio, l’uomo moderno, rinascimentale, non rinnega Dio all’inizio ma si pone già di fronte a lui. Il postmoderno può essere inteso anche come un’epoca culturale diversa con sue caratteristiche, delle quali però si riesce a dire assai poco. È certo comunque — ed in questo gli studiosi sono tutti d’accordo — che il nostro è tempo di crisi. E un tramonto di forme di vita Gen's 1/2002 con i valori ad esse legati. Per esempio, pensiamo al passaggio dalla cultura contadina, che era ancora dominante nell’Europa fino alla seconda guerra mondiale, alla cultura operaia che già cominciava nell’Ottocento ma divenne dominante solo allora. Poi, la cosiddetta cultura del terziario; e, quindi, la cultura dei “media”, dell’informazione, della virtualità. È una successione di forme di vita che sono via via tramontate con i valori ad esse collegati. Tramonto soprattutto di riferimenti ad una Realtà assoluta: Dio, con un conseguente ateismo e teorico e pratico. Bisogna, quindi, riconoscere con chiarezza questo tramonto: la cultura contemporanea, infatti, o fa a meno di Dio considerandolo “un’ipotesi che non serve” — come diceva Laplace a Napoleone — oppure lo considera un affare privato di chi crede. Pochi oggi nell’Occidente costruiscono esplicitamente la loro vita su Dio. Questa crisi era già stata intravista, nel suo nascere, con grande lucidità da Dostoevskij nel suo libro / demoni, un testo fondamentale per capire che cosa ha vissuto l’Europa in questi ultimi anni. Ancor prima, però, tale crisi era stata avvertita da un politologo francese, Alexis De Tocqueville, che nel suo libro La democrazia in America, aveva colto il successivo dilagare dell’ateismo proprio nella struttura stessa di un certo modo di intendere e gestire la democrazia in quel Paese. — pag. 15 — studio 13 Ma che cos'è una crisi? È il momento in cui passato e futuro si scontrano nel presente. E come il momento del crepuscolo mattutino, quando non è più notte e non è ancora giorno. Questo è tipico della cultura di oggi. Crisi che supera sempre più le frontiere dell’Occidente per diventare crisi mondiale. Bisogna allora riflettere su questo per capire il perché della violenta reazione all’Occidente di tanta cultura non occidentale. Abbiamo l’esempio dell’Islam odierno. Si possono certamente contestare tanti suoi modi di fare, ma nel fondo c’è che esso si sente aggredito da una cultura — la nostra — che veicola delle crisi estranee alla sua cultura. Si parla per questo di una vera notte oscura epocale. Lo diceva Paolo VI, lo diceva il Patriarca Athenagoras, l’ha detto Giovanni Paolo II, parlando proprio sulla tomba di san Giovanni della Croce in Spagna. Lo dice Maria Zambrano, una grande pensatrice spagnola morta da poco. Così essa scrive: «Siamo di fronte ad “una delle notti del mondo più buie che abbiamo mai visto”». E ancora prima di questi, alle soglie della modernità, in maniera profetica così scriveva F. Hélderlin, un grande e tormentato poeta del XVII secolo: «Ma ahimè!, vaga nella notte, e come negli inferi senza divinità, vaga la nostra generazione». Cos’è una “notte dello spirito”? Essa è buio e silenzio di Dio. È smarrimento del senso essenziale della vita, naufragio dell’io e del cosmo in un non-senso tanto più tragico quanto più lo si vuole sostituire con il consumo. Un vuoto antropologico, di umanità dunque, e un vuoto cosmologico, di un universo spogliato di senso. E, prima ancora, e tragicamente, un vuoto di Dio. Assenza di Dio E non è questo che oggi si vive, se analizziamo attentamente la nostra cultura? Alcuni, la maggioranza, cercano di colmare il vuoto con tante “cose”, cui spesso vendono la propria coscienza; altri, pochi, stanno di fronte all’abisso e si interrogano, dolenti. Ne cito tre. Un grande poeta, Mario Luzi, scrive: «Densissimo silenzio / tra noi uomini e il cielo, / arido / per aridità di mente / o scomparsa degli angeli / rientrati nel Verbo, muti, / alla sorgente, / afasia, anche, / o morte dei profeti». E così si duole e prega un altro poeta, ateo, A. Zinov’ev: «Ti supplico, mio Dio / cerca di esistere, almeno un poco, per me, / apri i tuoi occhi, ti supplico! / Non avrai da fare nient'altro che questo, / seguire ciò che succede: è ben poco! / Ma, o Signore, sforzati di vedere, te ne prego! / Vivere senza testimoni, quale inferno! / Per questo, forzando la mia voce, / io grido, io urlo: / Padre mio, / ti supplico e piango: / esisti!». Da notare che prima parla di Dio, poi parla del Padre! Così, ancora, si esprime un filosofo non credente, Norberto Bobbio: «Perché l’essere e non piuttosto il nulla? (...) E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole (...). C’è in me un fondo religioso che mi assilla, mi agita, mi tormenta». Pochi testi esprimono così bene questa realtà culturale dell'Occidente come questa celebre pagina tratta da La gaia scienza (n. 125) di F. Nietzsche, il grande filosofo del nichilismo. Così egli scrive: «Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “E forse perduto?”, disse uno. “Si è perduto come un bambino?”, fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura Gen's 1/2002 — pag. 16 — 14 studio di noi? Si è imbarcato? È emigrato?”, gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n'è andato Dio? — gridò — ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dal suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Lontano da ogni sole? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne anche al mattino?». L'uomo della modernità è stato svuotato di se stesso, paradossalmente con il proposito di farlo se stesso, ma di fatto conducendolo all’alienazione. Penso che il postmoderno sia la presa di coscienza disincantata di questo esito della modernità. E se l’uomo moderno soffriva per questa crisi, l’uomo postmoderno ne prende atto in modo disincantato e come anestetizzato. Come leggere quanto oggi accade? La chiave è Gesù in croce che grida l’abbandono. Ed è importante questa chiave, altrimenti la cosa più ovvia e coerente sarebbe arrivare ad un pessimismo radicale. Egli è l'Uomo che ha toccato le radici più profonde e desolate della creaturalità, sino all’abbandono di Dio; egli è Dio, che ha raggiunto l’uomo nell’abisso privo di luce, ma per aprirlo e condurlo alla luce. Per questo, di fronte a Gesù Abbandonato, il “negativo” è certamente negativo — non posso negare che il buio sia buio — ma è anche vero che è la “promessa” di una novità di vita — di una risurrezione — grande quanto è grande la crisi. Gen's 1/2002 Noi ci poniamo di fronte a Lui, che ha fatto sue tutte le negatività. E in lui cerchiamo di leggere la crisi della cultura occidentale, per porne in evidenza sia l’aspetto notturno sia, e inseparabilmente, anche le promesse di novità che, se fecondate dal cristianesimo, avranno esiti inauditi. Perché nel buio Dio sta comunicando se stesso come Egli è în Sè alla creatura, al di là delle immagini che ce ne possiamo fare. E Lui che si comunica come Egli è; ma per fare questo, deve spazzar via tutte le immagini che ci siamo fatti di Lui e poter dire: «Io sono questo». Accenniamo qui solo brevissimamente ad alcuni aspetti di questa crisi nel loro volto duplice: di “notte” e di “promessa di giorno”. Il concetto di democrazia Se esso ha dato origine certamente al “popolo sovrano” — che è una grande conquista dei tempi moderni —, lo ha però lasciato orfano di un vero capo: di quell’uno che può dare “senso politico” ai molti e che può fare del corpo sociale una realtà vitale. Da qui, lo sbriciolamento della realtà politica in mille interessi particolari, incapaci di giungere a progetti forti proprio per l'assenza di un uno che li raccolga e li trascenda nel bene comune. Questo è l'aspetto “notturno”. Ma non dimentichiamo anche — è la promessa del nuovo — che la democrazia ha spogliato l’antico uno sociopolitico di quella sorta di sacralizzazione che lo poneva lontano e fuori dagli altri uomini, svuotando così la realtà del sociale di una reale consistenza perché il capo del sociale, l'uno, era “fuori” di esso. La democrazia ha restituito il sociale all'uomo aprendolo così, nella temporalità storica, a realizzazioni ricchissime. Nelle culture antiche l'aspirazione dell’uomo per la propria realizzazione era tutta in verticale. Per esempio, nell’India la realizzazione dell’uomo, dopo che s’era formato una famiglia, dopo che aveva studiato e operato, era darsi alla ricerca di Dio nella solitudine. La democrazia moderna ha dato un futuro temporale all’uomo, la possibilità di uno sviluppo nel tempo, che è una cosa molto diversa. — pag. 17 — studio 15 È certo però che non si può fare a meno dell’Uno; ma l’Uno che si attende ora non può essere più una persona, un singolo: ricadremmo nella sacralizzazione del potere. Ma neppure un collettivo, sia esso un partito, un regime — collettivo che è sempre meno della realtà dei singoli che lo compongono. Il collettivo non ha mai il valore delle persone che lo compongono. Quest’ Uno dev'essere certo una persona, ma tale da farci noi stessi persona mentre ci assume e ci consuma in sé nell’Uno. Allora non può che essere la Persona del Verbo. Egli che, come dice Chiara Lubich, nel seno del Padre restituisce al Padre, essendo Egli per Sé niente per amore, gli infiniti toni della Parola amore (Dio dice amore in infiniti toni e siamo noi ognuno di quei toni, noi pensati da Dio). Ci restituisce al Padre tutti Lui, ma ciascuno se stesso. Questo che il Verbo fa nell’eternità della Trinità, lo fa incarnato nel mondo. Questo è Gesù in mezzo a noi, reso presente dal nostro amore reciproco. Allora non ho timore di affermare che la presenza di Gesù in mezzo alla comunità umana è la chiave per una compiuta democrazia. Il valore del singolo Pensiamo, ancora, allo sviluppo forte del senso dell’individualità, che però — non giungendo alla realtà della persona che, come Dio ci mostra, è amore, dono di sé — ha finito per alzare mura che allontanano l’altro, chiunque egli sia, come a me estraneo, spesso nemico. Sartre, uno dei più grandi testimoni di questa notte oscura epocale, diceva: «L'altro per me è l’inferno». Mura all’interno delle quali l’io si consuma prigioniero e dalle quali cerca di evadere inutilmente in mille modi — possono essere la droga, il consumismo sfrenato, il sesso, la stessa violenza etc. Questo è “l’aspetto notturno”. È vero però anche che questo individualismo ha messo in luce la preziosità insostituibile di ciascuno, come portatore di un disegno di Dio unico ed irripetibile. Il singolo nelle culture arcaiche, compresa quella greco-romana, non aveva valore. E invece qui il singolo è portatore di un valore, di un disegno di Dio. Occorre allora salvare l’individuo. Ma come? Conducendolo fuori di sé nella Persona di Gesù, nella quale egli è fatto se stesso nel dono totale di sé e nella comunione con tutti gli altri individui. San Paolo dice nella lettera ai Galati che «non c’è più giudeo né greco; non c’é più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28). In greco il pronome che adopera Paolo non è il neutro en (una sola cosa), ma eis (una sola persona). Cioè, voi siete una sola persona in Gesù, la Sua! Allora, bisogna aprire l’individuo a capire che egli è persona in Gesù. E Gesù che mi personifica. Ambiente ed ecologia Pensiamo, ancora, allo smarrimento della realtà della natura: essa non è più sentita come l’interiorità infinitamente ricca di Dio esternamente comunicata. Dio è ricchezza infinita, quella ricchezza uno-molteplice che molta teologia ortodossa chiama la Sofia. Ora, la natura non è altro che la comunicazione ad extra di questa infinita ricchezza di Dio. È quel paradiso terrestre, che il peccato può compromettere ma non cancellare in noi. Quel paradiso terrestre il cui accesso ci è stato riaperto in Gesù, perché in Lui la natura ha ritrovato la sua immacolatezza. Certo, per superarlo e raggiungere poi il paradiso “celeste”, perché il Paradiso terrestre è un momento di passaggio per arrivare a quello celeste. La natura, oggi, non è più il grembo vivente che genera e custodisce ogni uomo: quel luogo sicuro (e quanta insicurezza c’è oggi!) in cui affondano le radici di ciascuno di noi; quella terra-madre che custodisce tutti verso una destinazione sicura, sottratta all’arbitrio del singolo. La tecnica così come è usata sta violentando la natura, e con essa l’uomo, reso orfano delle sue radici. Ma — ed ecco l’altro aspetto — non possiamo dimenticare le potenzialità plastiche della natura stessa aperte proprio dalla rivoluzione scientifica della modernità. La natura per l’uomo antico era uno scrigno chiuso; l’uo- Gen's 1/2002 — pag. 18 — 16 studio mo moderno l’ha aperto e ne scopre ed elabora tutte le potenzialità. Potenzialità che, se rettamente usate, possono in qualche modo ridare alla terra — ed è quanto Gesù vuole — il volto del giardino dell'Eden, pur con tutta la precarietà dell’esistenza non ancora giunta alla sua piena maturità. La maternità della natura potrebbe essere esaltata proprio dal sapere scientifico, se rettamente usato. Gesù vuole che riabitiamo nel Paradiso terrestre, anche se in questa vita non mancheranno mai le tribolazioni. Ma ciò è possibile se abbiamo Gesù fra noi, amandoci veramente come egli ci ha amato e ci ama. È qui il segreto per portare nel mondo il profumo del paradiso terrestre, senza confonderlo col paradiso celeste, ma senza neppure cancellarlo. La scienza Pensiamo ancora alla frantumazione dei saperi in una molteplicità di linguaggi non comunicanti fra loro. Il filosofo e il fisico non si capiscono; all’interno della stessa filosofia, il metafisico e il filosofo analitico non si capiscono. In questa molteplicità di linguaggi l’uomo-uno naufraga. La malattia psichica è la dissociazione, è la frantumazione dell’uomo come uno. Se io presento all’uomo dei saperi dissociati, l’uomo sente in sé la dissociazione; ma non può non tendere disperatamente all’uno: da qui il malessere interiore. L’uomo smarrisce se stesso nel labirinto delle forme che i vari saperi assumono. Ma è anche vero che il sapere è cresciuto, si è aperto ed è maturato in molti saperi che ci consentono una conoscenza della realtà una volta impensabile. Chi può fare, oggi, la sintesi dei saperi che una volta era affidata a delle intelligenze altissime? Solo Gesù fra noi può fare la sintesi dei molti saperi in un nuovo sapere: quella Sapienza che è madre di tutte le conoscenze e punto di approdo di esse in una unità che mentre le fa se stesse, le apre alla verità tutta Gen's 1/2002 intera. Questa Sapienza è Gesù fra noi. Gesù in ciascuno di noi. I diversi Gesù nell’unico Gesù. E qui cito una frase di Chiara Lubich: «È Gesù che risolve tutti i problemi, ma non il Gesù storico, o lui in quanto capo del Corpo mistico adesso in Paradiso. Lo fa Gesù-noi, Gesù-io, Gesù-tu». La libertà Pensiamo, infine, al senso acuto della libertà (Pico della Mirandola), vista come la possibilità offerta all’uomo di farsi-ciò-chevuole (Sartre). Da qui, il rigetto della nozione di “peccato”, inteso come negazione della libertà. Da qui, lo scontro terribile con il “reale”, che resiste alla mia libertà: il reale “naturale”, il reale “sociale”, il reale “Dio”. La libertà a questo punto implode nella distruzione dell’uomo. Ma non possiamo non intravedere come, proprio nella libertà, si apre la scoperta di Dio amore e la scoperta dell’uomo come amore, perché i due non sono vissuti in opposizione ma in un essere l’uno nell’altro, superando quella “esternità” che corrode la libertà. Ombre che richiamano la luce Abbiamo accennato ad ombre e luci e abbiamo intravisto promesse di una luce grande. Per questo, quell’accadimento epocale che è /a morte di Dio (e dell’uomo), visto nella luce di Gesù abbandonato e di Gesù risorto e in mezzo a noi, non termina in una fredda disperazione né, tanto meno, in una pseudo-esaltazione dell’uomo. Esso si apre su un'immensa speranza grande come la crisi. Così scriveva nel 1919 un grande teologo ortodosso, S. Bulgakov: «Ammettiamo pure che l’essere spirituale della contemporaneità sia piagato da problemi e trasudi di dubbi, ma nel suo cuore non si esaurisce la fede, risplende la speranza. E forse questa complessità tormentosa nasconde una possibilità religiosa, forse ad essa è dovuto un compito — pag. 19 — studio 17 particolare (...) e tutta la nostra problematica (...) non è che un’ombra gettata da Colui che viene». L’alba della Pasqua segue alla notte del silenzio di Dio della nostra civiltà (cf. la lettera pastorale del card. Martini: “La Madonna del Sabato Santo”). L'incontro col Dio vivo segue la morte di Dio. E già oggi l’alba della Pasqua? Io dico di sì. All’orizzonte, al di là delle molte immagini che abbiamo potuto farcene, si presenta oggi Dio nel volto suo più vero: quello di Padre-amore infinito. E per questo si presenta la possibilità di un'immensa fraternità, di una società civile a livello mondiale e, più in là, di una società politica anch’essa a livello mondiale. Occorre allora — ed è la sfida decisiva che la Chiesa sente oggi come sua ma non sempre sa come attuarla — occorre far incontrare il mondo in crisi con il Risorto e con la sua cultura. Ora, i carismi che lo Spirito oggi suscita non sono gli angeli che annunciano che Gesù non è più nel sepolcro e ci spingono ad incontrarlo nelle vie del mondo? In questo contesto anche il carisma del- l’Opera di Maria, in un suo modo tutto particolare, ci porta al di là della crisi. Nella cul- tura che esso genera con la presenza di Cristo nella comunità, c’è già la cultura del futuro. L’eschaton, infatti, non è più soltanto un orizzonte sempre lontano e sempre rimandato, né tanto meno un immaginario sognato nel profondo del cuore. Esso è in certa misura già qui presente, perché Gesù fra noi, il Risorto, è l’eschaton realizzato, qui ed ora. A condizione che il qui e l’ora siano vissuti nel seno del Padre! Nel luogo in cui egli ci ha introdotti. Questa è la condizione. Questa unità nel grembo del Padre di singoli ciascuno Gesù e tutti l’unico Gesù, è già la cultura nuova, è il sole che si è levato. E più siamo questa realtà, più il sole — uso un'immagine di Chiara — è a mezzodì, alto e illuminante senza ombre. Se siamo “una sola anima”, se siamo cioè Chiesa nel senso più autentico, siamo già nel cuore della luce. E la luce si irradia dai nostri cuori, fusi in uno, su tutte quante le cose che ci circondano immergendole nelle acque della Sapienza. Le tenebre, che ancora si addensano, e ci sono, si schiariranno nella misura del nostro saper irrigare tutte le realtà di questa luce. Irradiarla con la bellezza della nostra vita, perché l’unità è bella; con l’amore dei nostri cuori; con la sapienza della nostra intelligenza. Giuseppe Maria Zanghì Gen's 1/2002 — pag. 20 — 18 testimonianza | riflessi teologici di un’esperienza che rende più credibili ed attraenti le realtà cristiane Teologia e vita: un binomio inscindibile di Thomas Norris L'autore, teologo irlandese, è professore di teologia dommatica all’ Università Pontificia St. Patrick's College a Maynooth. Inoltre è segretario del Comitato ecumenico delle Chiese cristiane irlandesi e, dal 1997, membro della Commissione Teologica Internazionale. Egli ci narra cosa ha significato per lui l’incontro col carisma dell’unità sia nello studio che nell’insegnamento della teologia. gli inizi di dicembre del 2000 si tenne un corso di ecumenismo presso il Focolare Center for Unity a Welwyn Garden City vicino a Londra. Il tema centrale era il documento dell’ ARCIC (Anglican-Roman Catholic International Commission) sulla Chiesa come comunione (1991). I vari contributi erano stati preparati antecedentemente in un clima di profonda unità tra gli insegnanti. A me era stato affidato il tema “Dio come comunione”, nel quale ho cercato di mostrare come Cristo ci aveva portato sulla terra uno stile di vita modellato su quello delle tre Divine Persone. Tra i presenti, che rappresentavano una gamma molto varia di comunità ecclesiali, ho trovato un grande consenso alla mia esposizione. Ricordo, ad esempio, l'impressione di una signora: «Avevo sempre pensato alla Trinità come a qualche cosa che consideravo fuori di me. Ora, di colpo, facevo un’espe- Gen's 1/2002 rienza della Trinità nella mia vita. Tutto è così semplice e così reale. Ho capito che non basta amare l’altro, ma che io devo permettere all’altro di amarmi a sua volta ed essere aperto per ricevere quest’amore. Solo così, infatti, l’amore diventa reciproco, viviamo “alla Trinità” e possiamo avere Gesù presente in mezzo a noi». Questo tipo di approfondimento e di reazione è una delle molte sorprese che ho incontrato nella mia ricerca teologica, da quando ho scoperto la spiritualità dell’unità nel Movimento dei focolari. Teologia e santità Infatti, non è stato sempre così, perché quando ho iniziato a studiare teologia in preparazione al sacerdozio negli anni sessanta, già notavo un divario, quasi una separazione tra teologia e spiritualità. Più tardi ho letto la diagnosi fatta su questo argomento da von Balthasar. Egli in un celebre articolo dal titolo Teologia e santità ha fatto notare come in tutta la storia della teologia cattolica non è stato sufficientemente analizzato il fenomeno che, dopo il grande periodo della Scolastica, ci sono stati pochi teologi santi. E in un’altra sua opera ha descritto in termini forti il risultato di questa separazione: «Da una parte le ossa senza la carne, cioè la teologia tradizionale; dall’altra parte la carne senza le ossa, cioè tutta quella letteratura molto pia che pre- — pag. 21 — testimonianza 19 senta un misto di ascetismo, misticismo, spiritualità e retorica». Anche all’interno della teologia stessa, così come allora si presentava, sembrava ci fosse un certo appiattimento del contenuto della fede. Non che ci fosse qualche cosa di non ortodosso nella presentazione della fede «trasmessa ai credenti una volta per tutte» (Gd 3), ma c’è stato senza dubbio un annacquamento di ciò che era essenziale, un’emarginazione involontaria di ciò che era genuinamente centrale. La buona teologia ispira e richiede la buona vita: la teologia e la spiritualità sono scienze distinte ma non separate. Se sono separate, ambedue s’impoveriscono. Teologia e vita trinitaria Mi sentivo d’accordo con le valutazioni di Karl Rahner e ancora di Hans Urs von Balthasar, secondo i quali se la dottrina della Trinità fosse stata tolta dal credo, la fede, la preghiera e la vita dei cristiani comuni apparentemente non ne avrebbero subito alcun trauma. Il mistero fondamentale della fede non ha, dunque, niente a che fare con la vita quotidiana e con la comprensione profonda di Dio? La novità assoluta del Nuovo Testamento non è, forse, la rivelazione della Trinità: Dio Padre che ci ha benedetti con il dono del suo Figlio e con l’invio dello Spirito Santo? Forse che per un Ireneo di Lione, ad esempio, questa rivelazione non aveva niente da suggerire nel plasmare la comunità cristiana? Ed è mai possibile credere che la realtà trinitaria non abbia niente da offrire ai problemi sociali, economici, politici, culturali del nostro e di tutti i tempi? Questi pensieri mi affliggevano. Per generazioni noi candidati al sacerdozio abbiamo studiato due trattati sul mistero di Dio. Uno portava il titolo De Deo Uno e l’altro De Deo Trino. Il primo era di carattere più filosofico e si concentrava principalmente sulle prove del- l’esistenza di Dio e sugli attributi divini. Il secondo riguardava il mistero dell’unità e trinità di Dio e impiegava l’“analogia psicologica”, come era stata abbozzata da sant’ Agostino ed elaborata da san Tommaso d’ Aquino. Tale scelta dell’analogia intra-personale ha prodotto inevitabilmente una teologia della Trinità che non ha niente da dire alla completezza della nostra natura che è, essenzialmente, anche interpersonale e sociale. Essa rischiava di generare, sul piano esistenziale, un ripiegamento su se stessi senza aiutare a creare rapporti veri con gli altri. Di conseguenza, il mistero della Trinità, il principale della nostra fede, in pratica non aiutava a vivere i più grandi comandamenti del Vangelo. Per usare un'espressione di Pascal, il Dio dei filosofi aveva preso il posto del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo. La novità del Concilio Vaticano Il Avevo iniziato i miei studi teologici mentre si svolgeva il Vaticano II. Nei testi leggevo ovunque la preoccupazione di mettere in luce il mistero del Dio unitrino come principio d’integrazione e d’ermeneutica per tutta la nostra fede. La Chiesa era un popolo fatto uno dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (cf LG 4). La Costituzione sulla Chiesa poneva in rilievo il fatto che «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo» (LG 9). Infatti, tutto il caleidoscopio dei documenti del Concilio è impregnato del tema della comunione che costituisce il cuore della divina rivelazione, il disegno di Dio sull’umanità e la sua storia. E questa fondamentalmente la teologia che balza dalle pagine dei testi conciliari e che mi ha sempre affascinato. Sapevo che questa dottrina si trova già in nuce nei Padri, i cui scritti costituiscono il “diario” della Chiesa giovane. Avevo letto in sant'Agostino: «In verità, tu vedi la Trinità, Gen's 1/2002 — pag. 22 — 20 testimonianza se vedi la carità», e anche: «Essi sono tre: l’amante, l’amato, e l’amore». In un altro dei grandi padri, Gregorio Nazianzeno, — che conoscevo bene — avevo notato come il suo pensiero era tutto impregnato di questa stessa convinzione. All’inizio degli anni settanta, iniziando a leggere John Henry Newman, ritenuto un “Padre della Chiesa del diciannovesimo secolo”, avevo notato che per lui la dottrina della Trinità non è proposta nella Scrittura come un mistero, ma piuttosto come forma della nostra vita con Dio e tra noi, perché ogni verità è finalizzata alla pratica. Basterebbe sfogliare i volumi dei suoi Sermoni parrocchiali per ritrovarselo detto in mille modi e sfumature diverse: «La rivelazione non ci è stata data per soddisfare i nostri dubbi, ma per farci migliori». Capivo anche che la fede cristiana doveva essere vigorosamente, anzi costitutivamente, comunitaria se voleva essere fedele alle sue credenziali rivelate, agl’insegnamenti patristici e ai testi autorevoli del Concilio. Ma dove si trovava una tale espressione di fede che si fa vita nel quotidiano? Nei primi anni di sacerdozio l’ho cercata attorno a me, ma non l’ho trovata. Mi sono sforzato di individuare una via, una spiritualità per vivere il mistero della Chiesa come comunione della vita trinitaria sulla terra, che raccogliesse in uno i figli dispersi dell’umanità. E il mio cercare è diventato sempre più ansioso nella misura in cui mi sono accorto che Gesù aveva elevato l’unità e la comunione allo status di principi essenziali per la fecondità pastorale: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35); «Padre, che siano uno come io e te, affinché il mondo creda» (cf Gv 17,21. 23). E allora un imperativo mi saltava fuori dalle pagine che studiavo: «O vivi così o non riuscirai a trovare quella pienezza che Dio vuole da te. E la Chiesa stessa attorno a te non può fiorire!». Gen's 1/2002 L’incontro con il carisma dell’unità È stato in quel periodo che sono stato invitato ad un incontro del Movimento dei focolari. Era il 1974 e c’erano circa cento persone: anziani e giovani, sposati e vergini, sacerdoti e laici. Sapevo poco o niente del Movimento, se non quanto avevo udito da un amico sacerdote che ne aveva incontrato alcune persone quando studiava filosofia a Lovanio alla fine degli anni sessanta. Questo incontro è stato per me una vera esperienza di Dio. In quell’occasione si sono impressi in me alcuni aspetti del mistero cristiano che suonavano come musica per il mio udito più intimo. Ho visto che era possibile superare il divario tra il pensare la fede e il viverla, perché dall’inizio alla fine di quei giorni indimenticabili il motto che ci è stato proposto come guida era: «Ama, affinché tu possa capire!». Qui ho visto realizzato il primato del “fare” sul “parlare”. Ho riconosciuto un principio del Nuovo Testamento: anche Gesù ha iniziato prima a fare e soltanto dopo a insegnare (cf. At 1, 1). Egli ci aveva avvertiti che ad entrare nel Regno dei Cieli non sono quelli che professano la fede con la bocca, ma coloro che osservano le sue parole e le mettono in pratica (cf Mt 7,21.24-27). Che cosa ci veniva chiesto di vivere in Mariapoli? Le parole di Gesù con semplicità, immediatezza, radicalità, sine glossa. In particolare quelle parole che sottolineavano il servizio concreto ad ogni prossimo, o meglio a Gesù in ogni prossimo. Infatti, non è egli presente nella Parola, nell’Eucaristia, negli altri Sacramenti, e poi ancora nel vescovo, nei poveri e nei sofferenti, e in mezzo a coloro che sono riuniti nel suo nome? Ovviamente avevo sentito nominare tutte queste presenze nel corso dei miei studi teologici. I testi del Concilio Vaticano II le menzionano tutte. Ero attratto inoltre dal fatto che l’una o l’altra di queste presenze fossero state già vissute dai grandi amici di Cristo come, per esempio, san Francesco col suo amore per Madonna Povertà, che vedeva e serviva Gesù in ogni persona povera e spe- — pag. 23 — testimonianza 21 cialmente in ogni situazione di sofferenza fino a ricevere nel suo corpo, due anni prima della morte, le stimmate del Crocifisso. E così tanti altri ancora. In breve, in quell’incontro mi sembrava che teologia e santità finalmente si coniugavano. Me lo confermava un sacerdote gesuita, che in quell’occasione ci raccontò come il carisma di Chiara Lubich lo aveva aiutato a capire ancora meglio quello di sant’Ignazio, da lui trasmesso a tutti i suoi figli e all'intera Chiesa. La luce di Gesù in mezzo Per un attimo mi è venuto il dubbio che quelle persone fossero un po’ fuori del normale. Notavo però che a sera, quando andavo a letto, ero felice come non mai e restavo a pensare meravigliato a quanto avevo visto e udito e a chiedermi cosa mai mi fosse successo. E il giorno seguente l'avventura continuava: avevo il gusto di “vivere” e questo stile mi piaceva sempre di più. E i dubbi svanivano come la rugiada del mattino. L’atmosfera di luce non soltanto è continuata, ma si è approfondita e all'improvviso ho capito: Gesù è in mezzo a noi, perché siamo uniti nel suo nome ed è lui che c’illumina! Potevo dire anch'io che avevo “visto” e perciò avevo creduto. Non solo, ma mi sono pure reso conto che tutte quelle persone, vivendo unite nell’amore evangelico e rendendo così possibile la presenza di Gesù in mezzo a loro, mi avevano ottenuto la grazia di una nuova comprensione della mia fede. Vivevano la reciprocità dell’amore, “perla del Vangelo”, come la chiama Giovanni Paolo II, ed io avevo goduto della luce che questo comportava, come è promesso dal Vangelo. Mi avevano fatto trovare Dio in una maniera nuova. Ora che avevo capito, mi sentivo fortemente attirato nella stessa avventura. Ormai avevo sperimentato che il vivere poteva precedere il parlare, e ciò è stato per me, teologo, una nuova e impegnativa meta. Imparare a “fare teologia” Ora vedevo la teologia in una luce diversa. Nel mondo irlandese e anglofono generalmente si parla di “fare la teologia”. La scoperta della via della vita mi ha suggerito un insieme di nuovi imperativi e categorie del pensiero teologico per quel “fare”. Ora non soltanto il metodo teologico stava per esserne influenzato, ma anche il contenuto doveva essere riveduto a fondo. Come prima cosa, mi era evidente che vivere da uomo, da cristiano e da sacerdote era più importante di ciò che facevo da teologo. E qui mi venivano in mente le note parole di Paolo VI: «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41; cf 75). Questo imperativo voleva dire che vivere il Vangelo era di primaria importanza. E ciò richiedeva un vivere in funzione dell’unità per generare la presenza di Gesù in mezzo alla comunità senza fermarsi neanche davanti al mistero della croce. Ho incominciato a rendermi conto che era proprio ciò che san Paolo intende quando dice: «Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (/Cor 2, 2), ed anche: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (ICor 2, 16), perché è Gesù crocifisso “la sapienza di Dio” (/Cor 1, 24; cf Col 2,3). Riflessi per il metodo nell’insegnamento Di conseguenza, il rapporto con l’altro è diventato una preoccupazione centrale anche nel modo di insegnare. Era più importante vivere per Gesù negli studenti, pormi concretamente al loro servizio, che svolgere temi eccellenti di teologia senza questo rapporto. Erano essi i miei prossimi più immediati. Certamente la preoccupazione di servire Gesù in loro, attraverso l’insegnamento, mi ha fatto, quasi automaticamente, stare più attento a ciò che insegnavo e a come lo face- Gen's 1/2002 — pag. 24 — DI testimonianza vo, e quindi più attento ai loro interrogativi e alle loro necessità ed esigenze più profonde. Capivo che bisognava cercare di insegnare come Gesù l’avrebbe fatto. In fondo è lui l’unico Maestro. Occorre permettergli di esserlo. Quando sono riuscito a creare con gli studenti questo tipo di rapporto, ho notato in loro quella «comprensione molto fruttuosa dei misteri della fede», che la Chiesa identifica come meta della teologia. Inoltre potevo notare che gli studenti che s’impegnavano a vivere concretamente nel quotidiano una frase compiuta del Vangelo secondo la prassi del Movimento dei focolari, riuscivano ad acquistare un contatto più diretto con la persona di Gesù. Egli non appariva più come il fondatore, distante nei secoli, del cristianesimo, ma il Signore vivo e sempre presente, che ancora oggi insegna e corregge e mostra la via della vita. E, poiché la sua «Parola è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4, 12), le esperienze fatte con le sue “Parole di vita” sono divenute meravigliosi strumenti pedagogici. Spesso servivano ad illustrare i punti più difficili e sottili della dottrina e della teologia. Esse hanno anche fornito il giusto atteggiamento ermeneutico nei confronti della Scrittura, della Tradizione e dell’insegnamento della Chiesa. Forse il riflesso più significativo di questo metodo è che tale partecipazione attiva degli alunni ha dato alle lezioni di teologia una vitalità e un’attrattiva che diversamente non sarei riuscito a dare. Era come se l'impegno a “vivere la Parola” trasformasse gli orecchi in occhi. Non per nulla giganti nella santità e nella teologia, come Riccardo da San Vittore e Tommaso d'Aquino, dicevano: «Ubi amor, ibi oculus»: è l’amore che fa vedere! Una luce anche per i contenuti Dal punto di vista dei contenuti, la luce della rivelazione del Nuovo Testamento, che ci presenta Dio come amore (cf /Gv 4, 8. 16), gettava la sua luce su tutta la teologia. Poco Gen's 1/2002 dopo aver scoperto questa spiritualità, ebbi una conversazione — impressasi indelebilmente nella mia memoria — con un mio amico anch’egli teologo, Anton Weber. Egli mi confermava che bisognava “imprimere” in ogni area della teologia la realtà del mistero della Trinità. Con ciò voleva dire che solo Dio, che è Uno e Trino, è l’interprete divino di tutte le sue opere. Questa affermazione mi ha portato tante intuizioni. Faccio qualche esempio. L’ecclesiologia del Vaticano I e II tratta dell’autorità del Papa e di tutto il collegio dei vescovi uniti al Papa. Chiara Lubich, nel suo libro Uomini a servizio di tutti, armonizza questo duplice soggetto alla luce dell’unità e trinità di Dio: «Anche il governo si può pensare concepito ad immagine di Dio Uno e Trino. Il Papa ha il supremo potere. E anche il Collegio ha il supremo potere... Il Papa ricorda il mistero dell’unità di Dio. Il Collegio, formato da una molteplicità di persone, ci ricorda per analogia la Trinità». Nella teologia dell’Eucaristia, si riconosce che essa “fa la Chiesa” (Henri de Lubac), perché fa di molti un sol corpo (cf /Cor 10, 17), e attira i molti all’interno del mistero del Dio Uno e Trino (cf Gv 6, 57). Quando insegno il trattato sulla Divina Rivelazione e la sua trasmissione, è affascinante per gli studenti scoprire che l’autocomunicazione di Dio al mondo consiste soprattutto nel portare nella storia, attraverso il Figlio, l’amore pericoretico delle divine Persone, affinché diventi fin da adesso la nostra vita. Nuovi “loci” teologici Ma non era soltanto il metodo del mio insegnamento a dover cambiare vitalmente e non erano solo i contenuti a dover essere ricompresi; era tutto il mio “fare teologia” che doveva mutare. La teologia doveva avere, per così dire, dei nuovi /oci. Essa prende le mosse dall’interno del Mistero di Cristo, «mediante il quale gli uomini per — pag. 25 — testimonianza 23 mezzo di lui, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura» (cf £f2, 18; 2P1 1, 4) (DV 2). Quindi il “luogo teologico” per eccellenza è il seno del Padre. Infatti, «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18). Avevo studiato il metodo teologico del cardinale Newman. Avevo posto in rilievo che la sua intuizione è una guida per i teologi dei nostri tempi. Ora mi accorgevo che la rivelazione cristiana ci presenta un Teologo che è il Padre, una Teologia che è il Verbo fatto carne nella storia, e una Guida che è lo Spirito Santo che ci «guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16, 13). Era necessario, da parte nostra, fare spazio a questa Teologia. Ma come? Vivendo tra noi il patto dell’amore reciproco in modo che, essendo «riuniti nel suo nome» (cf Mt? 18, 20), egli presente in mezzo a noi ci facesse diventare lui e ci illuminasse. In questo modo anche la Mariologia veniva ad avere un posto centrale proprio come modello di colei che ha creduto, meditato e messo in pratica la Parola di Dio. Maria è la donna tutta rivestita della Parola al punto tale da diventare la Theotokos. Ella è l’icona di chiunque vuol ricevere la Parola di Dio e trasmetterla fedelmente con la vita, con l’insegnamento e con gli scritti. Una settimana prima di morire il vescovo teologo Klaus Hemmerle diede un’intervista sull’esperienza di Dio in Chiara Lubich. Concluse il suo commovente racconto autobiografico con le seguenti parole, che faccio pienamente mie: «È questa la cosa interessante: Chiara Lubich ci ha presi in una scuola di vita; questa scuola di vita è nello stesso tempo anche una scuola per la teologia. Il risultato non è tanto un miglioramento della teologia, quanto teologia vissuta che viene dall’origine della rivelazione». Thomas Norris Gen's 1/2002 — pag. 26 — 24 testimonianza La nostra comprensione della Parola di Dio si arricchisce vivendo la sapienza Un'esperienza di formazione di Ramén Dus L’autore, dottore e docente in Sacra Scrittura e rettore di seminario in Parand (Argentina) dopo una consistente attività pastorale, ci dona la sua esperienza mostrando, tra l’altro, l’importanza della vita e dell’unità vissuta per la comprensione della Bibbia, e per la rilevanza e incisività della Parola di Dio nella storia umana. el lavoro di ricerca della mia tesi in Sacra Scrittura, ho trovato una frase di Einstein che mi ha illuminato sul metodo dei miei studi: «E assolutamente scorretto credere che una teoria si sviluppi a partire dall’osservazione. È vero il contrario. È la teoria che decide ciò che possiamo osservare». A prima vista potrebbe apparire unilaterale e persino ideologicamente pericolosa un’affermazione di questo tipo. Eppure contiene una verità innegabile. Ognuno riesce a “vedere” soltanto ciò che in qualche modo già possiede dentro di sé. Non dicevano gli antichi che «quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur»? Ci avviciniamo ad ogni testo, ad ogni realtà, con delle esperienze, con dei pre-giudizi, e questi hanno un influsso decisivo su ciò che riusciamo a capire, in bene ed in male. Possono deviarci e deformare la conoscenza, 0 possono aprirci a significati e a Gen's 1/2002 comprensioni che altrimenti non riusciremmo mai a raggiungere. Se dovessi dirlo con più precisione, raccogliendo l’esperienza mia e di tanti altri, più che di teoria parlerei di un’intuizione, una visione delle cose che dà una chiave di lettura, una lente con la quale si osserva meglio l’oggetto che si vuole analizzare. Così è nello studio, così è in tutta la nostra esistenza. Si constata che, se c’è in noi l’amore di Dio che è luce, essa orienta ed illumina anche la nostra conoscenza. Lo afferma abbondantemente la Scrittura e lo si potrebbe fondare da tanti punti di vista (antropologico, psicologico, pedagogico, sociologico...). La conoscenza diventa così un’avventura, qualcosa di più completo. Parte da tutta l’esistenza umana e a sua volta la nutre non in modo solo cervellotico ma integrale. Per ciò che mi riguarda, l’aver scelto Dio e il suo amore come il tutto della mia vita, l’ho avvertito sempre come l’atto d’intelligenza più alto che potevo realizzare, guida preziosa ed illuminatrice dei miei passi come uomo, come studioso, come formatore. Gli studi a Roma Quando sono arrivato a Roma per iniziare il dottorato nel Pontificio Istituto Biblico, inaspettatamente, per una circostanza acci- — pag. 27 — testimonianza 25 dentale, mi sono trovato a non avere dove abitare. Arrivando da un altro continente, questa esperienza mi ha segnato a fuoco. Sulla scala che andava al primo piano, dove un sacerdote mi prestava la sua stanza per riposare un po’, ho capito in modo molto chiaro e forte che in questo incidente dovevo riconoscere il “volto dolente” del Figlio; l’incertezza e la sospensione, la forma di quel “paradosso dell’amore divino” (per dirla con la bella espressione della Novo millennio ineunte 25), che è Gesù abbandonato. Ho ricordato nitidamente che per lui ero venuto, per lui avevo chiesto ed ottenuto dal vescovo il consenso per vivere in un “focolare” con altri sacerdoti mentre studiavo. La realtà mi ha subito fatto capire che, come sempre, mi prendeva in parola, e adesso mi chiamava a dimostrare la mia fiducia. In seguito tutto si è risolto velocemente, però quell’esperienza mi aiutò a capire che il cammino d’unità ed anche di luce che mi aveva attratto fin lì, non avrebbe avuto un’altra Porta. Così, con altri sacerdoti che studiavano altre discipline e con i quali condividevamo la spiritualità dell’unità, sono cominciati i primi passi, cercando di applicare nella nostra convivenza la concreta dinamica del saper “dare e ricevere” evangelico. Le difficoltà ovviamente non mancavano, come in ogni rapporto. Nell’affrontarle, per molto tempo mi accompagnò una frase della Scrittura dove si promette il centuplo alla fedeltà: «Riusciranno tutte le sue opere» (Sa/ 1, 3). Allo stesso tempo era viva in me la coscienza che, se mi fossi ritirato di fronte alle difficoltà, negavo tutto: la coerenza personale, la responsabilità che avevo assunto davanti alla diocesi, quella scelta ideale di vita che avevo fatto già dal tempo del seminario e che volevo continuare ad approfondire. Un episodio dei primi momenti degli studi sintetizza l’itinerario che ho percorso. A causa del caotico traffico romano, sono arrivato in aula quando la lezione inaugurale era già incominciata. Il decano mi vede e mi accompagna ai primi posti. Ad un certo punto, mentre c’era un momento di distensione, ho notato nelle mie mani i segni delle faccende demestiche (noi, infatti, facevamo anche tutti i lavori di casa). In quel momento ho colto la bellezza e l’importanza di poter coniugare il mio sforzo per raggiungere il livello di studio alto ed esigente dell’Istituto Biblico, con l’impegno di una vita di comunione che includeva tutti gli aspetti concreti della vita. Ho preso coscienza che ciò, pur essendo una sfida ardua, costituiva una grazia per la mia formazione, non solo “professionale” ma anche cristiana e umana. Questo lavoro concreto non mi avrebbe permesso uno studio astratto, asettico, e quindi arido per me e per gli altri, ma incarnato nella vita. Tutta l’esperienza di quegli anni l’ha confermato. Dopotutto, niente di più logico; infatti è una “legge” tipicamente biblica, il nesso inscindibile che corre fra conoscenza e vita, tra fede e amore. Tempo “perso”, tempo guadagnato Ovviamente questa esperienza, se da una parte era più ricca, esigeva anche un plus di vigilanza, di sapienza nell’ordinare le cose, di disciplina nell’essere fedeli agli orari per proteggere il tempo necessario allo studio. È stata l’unità conquistata giorno per giorno tra noi che abitavamo in quella casa, che ci ha permesso di farlo. Non soltanto avevamo in comune i beni e condividevamo i risultati dei nostri studi come un dono per tutti, ma anche ci aiutavamo nei vari lavori arricchendoci reciprocamente. Per non illudere, devo riaffermare che è stata la “sapienza di Dio” che è Gesù crocifisso (/Cor 1, 24) ciò che ci ha sostenuto e permesso di andare avanti. Tornare sempre a questa misura dell'amore ci permetteva di ricominciare quando sbagliavamo, oliando gli ingranaggi quando diventavano un po’ arrugginiti. Anzi, l’esperienza era che dopo ogni problema, quando si ristabiliva il rapporto d’amore reciproco, trovavamo che l’unità non era più quella di prima, era cresciuta e più bella. La grazia della vita del focola- Gen's 1/2002 — pag. 28 — 26 testimonianza re è stata quella di custodire questa scelta di Gesù crocifisso ed abbandonato come centro della nostra vita, come chiave dell’unità. Sperimentare il suo potere era ciò che ci permetteva di convertirci sempre e continuare il nostro cammino. Perdere in certe occasioni i propri gusti 0 priorità personali per privilegiare la vita d’unità, ogni volta che riuscivamo a farlo ci faceva percepire che era Gesù in mezzo a noi il vero Maestro. Inoltre la comunione con gli altri sacerdoti della zona di Roma che seguivano la spiritualità dell’unità, è stata per noi un sostegno, un impulso sempre nuovo, fonte di gioia e di vita. Ricordarlo oggi mi fa sentire profondamente riconoscente verso tutti loro. Il fatto di essere riuscito dopo anni di arduo lavoro, come ben sanno coloro che hanno studiato all’Istituto Biblico, a raggiungere il dottorato, mi si presenta come un frutto conquistato dall’unità con tutti questi sacerdoti. La docenza Adesso come professore di Antico Testamento in due grandi seminari della mia regione in Argentina, non faccio altro che cercare di portare a scoprire quella Sapienza nascosta nella Scrittura, che la luce del Risorto aiuta a mettere in evidenza. Parafrasando l’affermazione di sant’ Agostino ricordata dal Vaticano II (DV 16), direi che la capacità per rendere manifesta la verità del Vangelo latente nell’ Antico Testamento, si trova nell’ Amore rivelato dall’abbandono di Gesù, “mistero nel mistero” (NMI 25). Quante volte con gli alunni abbiamo colto, per esempio, in Giobbe o nel Qoelet, una fede immensa in quei personaggi, che pur con meno ragioni storiche di quelli del Nuovo Testamento, abbracciavano dubbi e tensioni in un grido aperto verso l’immensità di Dio. E quante altre volte abbiamo compreso che sposare la Sapienza come Salomone Gen's 1/2002 (cf Sap $, 2-9), significa riconoscere «la stoltezza di Dio più sapiente degli uomini, la debolezza di Dio più forte degli uomini» (ICor 1, 25), perché sceglie ciò che non conta, ciò che è disprezzabile agli occhi umani, per farlo abitare nella sua intimità. Con questo stesso atteggiamento sono andato ogni volta che mi hanno chiamato a parlare ai sacerdoti di diverse diocesi del mio Paese. Più volte, in corsi di aggiornamento biblico, mi sono meravigliato come rimanevano soddisfatti nello scoprire insieme questo mistero di Dio rivelato; lo stupore non veniva mai soltanto da qualche novità scientifica, ma piuttosto dalla conquista di quella luce che è frutto dell’amore reciproco e che ci fa innamorare della Scrittura. Qualche mese fa, in una diocesi nel nord dell’Argentina, molto povera e con grandi divisioni a livello ecclesiale, dovute tra l’altro dal modo diverso di porsi davanti a questa povertà estrema, sono stato invitato dal vescovo a presentare al suo presbiterio, assieme al responsabile del Movimento dei focolari in quella regione, la spiritualità di comunione contenuta nella Novo millennio ineunte. Il tema, fondato biblicamente a partire dalla Pasqua ed esemplificato con esperienze, è stato ricevuto con gioia. Diversi sacerdoti rilevavano che avevano colto meglio la novità contenuta nella lettera papale, come luce per la loro vita e per la loro azione pastorale. Recentemente sono stato invitato da un altro vescovo, nel contesto della formazione permanente del clero della sua diocesi. Desiderava che si trattasse il tema dei carismi nella Bibbia, completandolo ed illustrandolo con una presentazione ecclesiologica dei nuovi Movimenti ecclesiali. L'obiettivo esplicito del vescovo era di “porre il tema a livello del presbiterio”, e così è stato. In un clima aperto e di interscambio, abbiamo potuto condividere alcuni frutti degli studi della Scuola Abbà (di cui si parla in questo stesso numero nel tema svolto da Chiara Lubich), raccolti in tanti articoli apparsi nella rivista “Nuova Umanità”. L'incontro, profondo intellettualmente, è servito per — pag. 29 — testimonianza 23, aggiornarsi, per dialogare, per condividere esperienze che aprivano alla comunione. Nella pastorale e nel seminario In questi incontri mi guida sempre un’esperienza che, quando mi si offre l’occasione, comunico volentieri. Quando ho dovuto lavorare da viceparroco nella cattedrale della mia diocesi, c’era un gruppo molto numeroso di persone del Rinnovamento Carismatico che non avevano un punto di riferimento ecclesiale. Loro mi hanno proposto che li guidassi ed ho accettato, confessando però la mia mancanza di conoscenza nei riguardi del carisma del loro Movimento. Quando avevamo appena cominciato il cammino, sono venuti a trovarmi tre di loro, due uomini ed una donna, che m’impressionarono non soltanto per la loro povertà, ma soprattutto per la loro sincerità ed impegno. Dopo alcune parole mi hanno detto che, per poterli aiutare, avevo bisogno di una conversione, per cui mi domandavano se fossi disposto a partecipare ad un seminario di vita. To ero sacerdote, con tutti i miei studi e la mia esperienza, e inoltre ero l’incaricato della pastorale in cattedrale. Eppure, quella parola “conversione” mi è suonata giusta e vera. Capii che per partecipare della grazia particolare di un carisma, è necessario sempre da parte nostra un atto d’umiltà. Infatti quando avevo conosciuto il Movimento dei focolari, per me c’era stata, quasi senza rendermene conto, un’autentica conversione. Facendo quel seminario di vita a cui mi hanno invitato, ho potuto penetrare in un nuovo carisma, capendolo ed amandolo dal di dentro. Questa comunione disinteressata da parte mia è diventata immediatamente reciproca. Ho costatato ancora una volta che quella dinamica che ci svuota di noi stessi per accogliere il dono di Dio, venga da dove venga, arricchisce ed allarga la comunione di questa Chiesa pluriforme e bella che si va configurando nel terzo millennio. L’anno scorso sono stato nominato rettore del seminario arcidiocesano. Nell’omelia alla Messa d’inaugurazione dell’anno accademico, l'arcivescovo mons. E. Karlic concludeva con il desiderio che «il seminario, a cominciare dallo stesso rettore, sia una comunità che si spiega soltanto a partire dalla Trinità e dalla Chiesa, che si spiega solo a partire da Maria (...). Il seminario quindi è ciò che deve essere, soltanto se esiste dalla Trinità, dalla Chiesa e da Maria». Questo ideale di contribuire a far sì che la Chiesa sia “casa e scuola di comunione” (NMI 43), ha mosso tutti noi formatori a cercare di vivere la comunione prima di tutto fra di noi, per poterla poi irradiare. Avvertiamo che questa prospettiva fa della nostra vita, nell’alternarsi delle varie circostanze, una costante avventura d’amore. Ramén Dus Gen's 1/2002 — pag. 30 — 28 esperienza Preparare insieme le omelie, puntando sulla vita, per suscitare comunità che si nutrono di Vangelo Omelie per vivere la Parola di Lorenzo Campagnolo Paolo VI, parlando dell’omelia in una parrocchia romana, diceva: «Udendo le spiegazioni del Vangelo, ogni cristiano dovrebbe appropriarsi almeno di una preziosa nozione, e tornando a casa durante l’intera settimana alimentarsi di questa Parola del Signore. Essa deve tramutarsi in azione e guidare la vita; va applicata al nostro stile, al nostro modo di vivere, di giudicare e di parlare. In tal modo la vita cristiana si rivela oltremodo attraente». Presentiamo l’esperienza di tante comunità parrocchiali che cercano di muoversi su questa linea. erso gli anni ‘90 alcuni preti e laici — desiderosi, sotto la guida di Gesù presente in mezzo a noi attraverso l’amore reciproco, di animare uniti le nostre parrocchie e comunità ecclesiali — abbiamo preso l’iniziativa di mettere in evidenza una Parola domenicale compiuta, che fosse sintesi e guida per la comunità durante l’intera settimana. Essa sembrava richiesta tra l’altro dalla vita moderna così frammentata e veloce, bisognosa di essenzialità e in sintonia con la tradizione della Chiesa, che per ogni Pasqua settimanale non offre tutta la Scrittura, ma solo qualche brano a significato compiuto. Facciamo in modo che la frase tratta dalla Liturgia della Parola sia di immediata comprensione e di facile traduzione in vita. Gen's 1/2002 Strumenti didattici Per portare avanti questa iniziativa sono progressivamente sorti alcuni strumenti: Il Manifesto, formato cm 66 x 96, da porre dinanzi all'assemblea, con la Parola-sintesi, breve e possibilmente esortativa, della liturgia festiva. Il Giornale mensile, formato A3. Dopo il punto sulla vita ecclesiale nella prima pagina, riporta un breve commento esegeticoesortativo ed un’esperienza di vita vissuta alla luce della Parola-sintesi delle singole festività. Il Foglio settimanale, formato A4. La prima pagina riporta la Parola-sintesi con il commento, la quarta un’esperienza, mentre la seconda e la terza vengono riservate per le comunicazioni delle singole parrocchie. Il Calendario di tutto l’anno, che evidenzia le festività con la Parola-sintesi. Il libro di canti e preghiere /nsieme nella lode, per favorire la partecipazione attiva sia nell’assemblea sia in famiglia. Il metodo è efficace se si vive la comunione La Parola esposta, commentata, corredata da testimonianze, serve da punto di riferi- — pag. 31 — esperienza 29 mento per l’omelia del celebrante e viene utilmente ripresa anche nelle messe e negli incontri della settimana. Tutti possono portarla a casa per meditarla e incarnarla nella vita quotidiana e farla oggetto di riflessione, di preghiera e di scambio di esperienze in famiglia e nei gruppi parrocchiali. Nel nostro cammino siamo stati colpiti dal fatto che nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli si dice che «la Parola si diffondeva e si moltiplicava». E ci siamo accorti che una delle sfasature della pastorale consiste nel preoccuparsi che crescano le istituzioni, le attività, gli edifici... più della Parola vissuta, con il rischio di costruire le impalcature senza la casa. In questi anni di esperienza abbiamo inoltre constatato che questo “metodo” è efficace se ci sono dei cenacoli di cristiani che accolgono Gesù vivo nella Parola e comunicano tra loro i frutti di questa vita; altrimenti si riduce ad uno dei tanti sussidi. Chi prende il giornale mensile o settimanale deve sapere che prende un tesoro nascosto, che accoglie una possibilità nuova di avere il Risorto presente oggi nella vita e di far progredire con Lui il Regno di Dio. Recentemente nell’ambito di una missione parrocchiale ho partecipato alla “consegna della Parola”. Ogni persona usciva a prendere da un cesto un biglietto contenente una frase della Scrittura che le veniva letta da un prete. Era sorprendente constatare che molti vedevano in quella frase la luce giusta per la loro vita! Pensavo: bisognerebbe accogliere così ogni Parola di Dio della domenica, come una fortuna, luce e alimento per la settimana! La Parola si fa vita la vita si fa parola Il giornale, nella forma mensile e in quella settimanale, porta come titolo “Camminare insieme. Parola che si fa vita, vita che si fa parola”, perché ogni domenica contiene una breve spiegazione della Parola come aiuto e avvio per viverla e contiene un’esperienza di questa Parola, affinché il vissuto donato aiuti altri a vivere. In questo modo la Parola alimenta un camminare insieme, un divenire Chiesa. Abbiamo scoperto così una strada semplice ed essenziale perché la Chiesa locale trovi la traccia e l’alimento del proprio cammino, in modo che laici e pastori insieme si alimentino e si lascino guidare dalla Parola. Ci sembra in questo modo di dare un contributo ad alcuni importanti obiettivi indicati dal Concilio e dal magistero della Chiesa: la centralità vitale della domenica quale pasqua settimanale per il popolo di Dio, il cammino spirituale e pastorale ritmato dall’anno liturgico, l’importanza della mensa della Parola insieme a quella eucaristica per essere alimentati dal pane di vita. Vivere per primi quello che vogliamo donare Il principio che ci guida è costituito dal detto di Gesù: «Le Parole che tu, Padre, hai dato a me, io le ho date a loro». I sussidi vogliono essere solo dei canali per renderci partecipi di questa corrente di vita trinitaria. Essi sono preparati da cristiani che cercano di vedere e fare le cose insieme, vivendo essi stessi per primi quello che tentano di comunicare. Questo principio vitale sta alla base di tutto questo lavoro, come crediamo dovrebbe essere per ogni azione evangelizzatrice e pastorale. Cerchiamo che ogni pensiero, ogni parola ed ogni azione sorgano dal confronto, dall’apporto di ognuno, anche dalla perdita delle proprie idee, perché emerga Colui che sta al di là di ognuno ed in cui ciascuno si trova sommamente espresso e realizzato. Facendo questo lavoro di evangelizzazione, ci sentiamo per primi evangelizzati, perché solo così partecipiamo a quel processo di vita che ha origine nella Trinità stessa e si estende alle persone più impensate che possiamo raggiungere. Gen's 1/2002 — pag. 32 — 30 esperienza Nasce una struttura portante Per favorire la diffusione dei sussidi, da qualche anno ci siamo costituiti in associazione, che porta un nome per noi molto significativo: Camminare insieme. L’associazione non ha scopo di lucro ed aderisce al progetto di Economia di Comunione, perché nel caso in cui i soci facciano oblazioni superiori alle spese, queste vengano sempre donate ai poveri. I manifesti raggiungono oggi oltre un migliaio di parrocchie e di comunità ecclesiali. I giornali mensili sono circa 13.000 e quelli settimanali 6.000; ma sappiamo che gli scritti vengono riprodotti in tanti altri modi. Gli echi Sono per noi motivo di gioia le risonanze che ci pervengono dai posti più impensati, comunicandoci come il Vangelo cammina e la Vita parte e ritorna arricchita. «Camminare insieme sprizza vita da tutte le parole» (un vescovo). «Ho utilizzato Camminare insieme nella catechesi domenicale in parrocchia. In poche parole viene comunicata la bellezza della vita cristiana e il modo di seguire fino in fondo Gesù. Le testimonianze aiutano a concretizzare la Parola. E proprio un bel servizio che nasce da Gesù in mezzo a noi ed esprime l’amore a Lui» (Imola). «Senza Camminare Insieme mi sembra di andare a celebrare da solo; quando me lo “immagazzino” e me lo interiorizzo, mi sembra di essere con uno stuolo di fratelli... Non mollate questo servizio così prezioso ed utile, perché pure in questa era del computer rimane per sempre quanto abbiamo “masticato” insieme» (Modena). Gen's 1/2002 «Desidero ringraziarvi del bellissimo lavoro che fate anche per noi, per mettere la Parola di Dio al centro delle vita delle nostre comunità» (Torino). «I manifesti domenicali sono stupendi, perché semplici, decorosi, piacevoli. Grazie» (Grosseto). «Solo i titoli sono una risposta ad una aspirazione, ad un desiderio, ad uno stato d’animo. Tutto poi contribuisce a fare una diagnosi esatta di un modo di essere, di vedere, di comportarci attuale: come una radiografia! E poi ecco, come per incanto, la cura, la “medicina” per guarire completamente, anzi diciamolo pure, per “risorgere”. E questo ogni volta! Grazie di cuore» (Torino). «Trovo le riflessioni di Camminare insieme profonde e vive, adatte per un luogo delicato com’è l’ospedale» (un cappellano). «Il giornale Camminare insieme mi piace nel suo contenuto e nel modo di esporre i brani del Vangelo. Ringrazio per le copie che mi inviate; mi sono veramente gradite e le faccio leggere anche agli altri miei compagni di detenzione. Camminare insieme ci tiene compagnia ed è motivo di diramazione anche quando al sabato ci riuniamo nel gruppo del catechismo» (un detenuto). Degli echi ci arrivano anche dall’estero: «Camminare insieme mi piace e mi aiuta nella pastorale come nella vita personale» (Belgio). «Voglio ringraziarvi per il giornale che tanto mi aiuta a prepararmi per fare bene, con Gesù in mezzo a noi, le omelie domenicali in parrocchia» (Brasile). Lorenzo Campagnolo Per maggiori informazioni rivolgersi ai coniugi: Claudia e Giuseppe Possia Tel. e fax 0444-639273; e-mail: — pag. 33 — attualità ecclesiale 31 La Chiesa nel mondo DM. GiovaniPaoloII dà nuovo impulso all’ecumenismo Offriamo alla riflessione dei nostri lettori questo prezioso messaggio del Papa. Esso costituisce una sintesi del cammino ecumenico già percorso e sprona in modo vigoroso e concreto all’impegno per il futuro. E stato inviato il 10 novembre scorso al card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, in occasione della Sessione plenaria del Consiglio, riunito per trattare un tema quanto mai significativo: “Comunione: dono ed impegno. Analisi dei risultati dei dialoghi e futuro della ricerca ecumenica”. «I. Formulo fervidi auspici che anche quest’importante riunione contribuisca a far avanzare il cammino ecumenico verso il ristabilimento della piena unità di tutti i cristiani, priorità pastorale che sempre è stata presente al mio spirito sin dall’inizio del Pontificato. Ho infatti voluto pienamente assumere, nell’intraprendere il mio ministero petrino, l’invito del Concilio Vaticano Il a impegnare la Chiesa cattolica “in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica, ponendosi così all’ascolto dello Spirito del Signore, che insegna come leggere attentamente i segni dei tempi” (Ur unum sint, 3). “I segni dei tempi”! La Chiesa cattolica, consapevole che “credere in Cristo significa volere l’unità; volere l’unità significa volere la Chiesa” (ibid., 9), non cessa di inoltrarsi fiduciosa in questa via difficile, ma tanto ricca di gioia, che conduce all’unità e alla piena comunione fra i cristiani (cfr ibid., 2). Quanti segni dei tempi hanno rinfrancato e sostenuto il nostro percorso nei diversi decenni che ci separano dall’ Assise conciliare ed in questo inizio di un nuovo millennio! Le stesse celebrazioni ecumeniche, che hanno scandito il Grande Giubileo dell’ Anno 2000, hanno offerto segni profetici e commoventi e “ci hanno fatto prendere più viva coscienza della Chiesa come mistero d’unità” (Novo millennio ineunte, 48). E che dire poi dei tanti segni incoraggianti che offre la ricerca teologica condotta a livello delle maggiori Chiese e Comunità ecclesiali? Le commissioni di dialogo internazionali, con pazienza e costanza, vincendo talora scoraggiamenti e sfiducia, sono pervenute a risultati di convergenza che, seppure intermedi, costituiscono una base solida su cui proseguire la comune ricerca. Si moltiplicano, poi, a livello nazionale, iniziative di dialogo, di studio e di riflessione, che dimostrano quanto proficui siano questi scambi: essi aiutano a meglio conoscersi e a confrontare le rispettive posizioni nella carità, propiziando una pronta acquisizione dei risultati in quest'epoca di comunicazione in rete. La ricezione dei risultati e la conseguente accentuazione della dimensione ecumenica nella catechesi, nella formazione e nella diaconia, rappresentano altresì un provvidenziale binomio, che non mancherà di dare consistenza agli sforzi ecumenici finora compiuti. Dall’alacrità di quest’'impegno ecclesiale dipende la possibilità di entrare sempre maggiormente in quel dinamismo di mutuo arricchimento fra le comunità ecclesiali, che Gen's 1/2002 — pag. 34 — 32 attualità ecclesiale abbiamo già ricevuto come dono, e che è forza propulsiva verso la piena koinonia. 2. “Per la prima volta nella storia l’azione in favore dell’unità dei cristiani ha assunto proporzioni così grandi e si è estesa ad un ambito tanto vasto. Ciò è già un immenso dono che Dio ha concesso e che merita tutta la nostra gratitudine” (Uf unum sint, 41). Questo dono ho sperimentato di persona nei pellegrinaggi apostolici, durante i quali spesso vengo fatto oggetto di non pochi segni di genuina e fraterna carità da parte dei membri di altre Chiese e Comunità ecclesiali. Ho potuto così verificare il grado di comunione esistente tra i cristiani, rafforzandomi nella convinzione che saper “fare spazio” al fratello, portare i suoi pesi ed affidargli i propri contribuisce a far crescere in quella spiritualità di comunione che deve caratterizzare tutto il nostro agire e, a maggior ragione, il nostro agire ecumenico. Due sono gli orientamenti che sempre debbono guidare questo sforzo: il dialogo della verità e l’incontro nella fraternità. Sono orientamenti che si sono come saldati in un tutto organico consentendo, grazie al loro interscambio, di percorrere un lungo cammino: abbiamo individuato più chiaramente lo scopo, abbiamo ricercato i mezzi per perseguirlo efficacemente, abbiamo stabilito norme e principi capaci di sostenere l’impegno ecumenico della Chiesa cattolica. In particolare, sollecitiamo la presenza degli altri cristiani. In ogni circostanza solenne e significativa, quando ci si imbatte in difficoltà o ostacoli, ci viene in aiuto la fraternità ritrovata stimolandoci a quell’atteggiamento fondamentale di conversione che apre il cuore al perdono. Né sarebbe possibile altrimenti, perché ci siamo già più volte scambiati la promessa di perdonarci abbandonando nelle mani misericordiose di Dio le memorie e le colpe del passato. Sì! La piena comunione di tutti i cristiani non è ancora purtroppo raggiunta, né ci è dato sapere quale sviluppo lo Spirito Santo vorrà imprimere alla ricerca ecumenica negli anni a venire. È innegabile però che un lungo tratto di strada è stato percorso, e ben diverso, rispetto al passato, è il clima che regna Gen's 1/2002 oggi fra i cattolici e i cristiani delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Iniziamo il terzo millennio consapevoli di trovarci in una situazione nuova, difficilmente immaginabile anche solo cinquant'anni fa. Oggi sentiamo di non poter più fare a meno di questo sforzo che ci accomuna. Ci aiuti il Signore a far tesoro di ciò che è stato sinora realizzato, a custodirlo con cura e ad affrettarne gli sviluppi. Dobbiamo fare di questo tempo, per così dire, intermedio un’occasione propizia per intensificare il ritmo del cammino ecumenico. 3. Il tema scelto per la Plenaria mette tra l’altro in evidenza come i dialoghi teologici ora in corso convergano, a vari livelli e con diverse accentuazioni, attorno al concetto chiave di “comunione”. Ciò corrisponde alla visione del Concilio Vaticano Il ed evidenzia il nucleo fondamentale dei suoi documenti. Approfondire il senso teologico e sacramentale della nozione di “comunione” equivale, in fondo, a riconfermare gli insegnamenti conciliari come bussola dell'impegno ecumenico nel nuovo millennio. Approfondendo la ricerca e il dibattito su questo tema, la teologia ecumenica affronterà il banco di prova più impegnativo. La messa a punto di una vera nozione ecclesiale di “comunione”, a mano a mano purificata da accentuazioni antropologiche, sociologiche o semplicemente orizzontali, renderà possibile un sempre maggiore arricchimento reciproco. Possa il dialogo ecumenico essere vissuto da ciascuno come un pellegrinaggio verso la pienezza della cattolicità che Cristo vuole per la sua Chiesa, armonizzando la pluralità delle voci in una sinfonia unitaria di verità e di amore. Sono certo che, nello scambio di doni a cui il movimento ecumenico ci ha abituati, nella ricerca teologica rigorosa e serena, nella costante implorazione della luce dello Spirito, potremo affrontare anche le questioni più difficili ed apparentemente insormontabili nei tanti nostri dialoghi ecumenici come, ad esempio, quella del ministero del vescovo di Roma, su cui mi sono pronunciato in particolare nella mia Lettera enciclica Ut unum sint (cf nn. 88-96). — pag. 35 — attualità ecclesiale 33 4. Il cammino resta lungo e arduo. Il Signore non ci chiede di misurarne la difficoltà con categorie umane. C’è oggi una prospettiva nuova, profondamente diversa rispetto al passato ancora recente: ne siamo grati a Dio. Che questo infonda coraggio e induca tutti a bandire dal vocabolario ecumenico parole come crisi, ritardi, lentezze, immobilismo, compromessi! Pur nella consapevolezza delle presenti difficoltà, invito ad assumere come parole chiave per questo tempo nuovo quelle di fiducia, pazienza, costanza, dialogo, speranza. E vorrei aggiungere ad esse anche impulso ad agire. Mi riferisco qui al fervore suscitato da una buona causa, di fronte alla quale si è stimolati a ricercare i mezzi per sostenerla, alimentando l’inventiva e a volte anche il coraggio di cambiare. La coscienza di servire una buona causa funziona come forza propulsiva che spinge a coinvolgere anche gli altri perché la conoscano e si uniscano a noi nel sostenerla. L’impulso ad agire ci farà scoprire quante cose nuove è possibile fare per sostenere la comune tensione verso la comunione piena e visibile di tutti i cristiani. Non intendo però con ciò suggerire semplicemente l’atteggiamento di Marta che - secondo le parole di Gesù - si preoccupava ed agitava per molte cose, tralasciando di ascoltare i suoi insegnamenti (cfr Le 10,41). Indispensabile è, infatti, la preghiera e l°ascolto costante del Signore, perché è Lui che, con la forza del suo Spirito, converte i cuori e rende possibile ogni concreto progresso sulla strada dell’ecumenismo. Mentre auspico che la Sessione Plenaria di codesto Pontificio Consiglio offra spunti importanti di riflessione in prospettiva del futuro lavoro, raccomando al Signore ogni vostro progetto. A Lui chiedo, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa, di aiutare tutti i cristiani ad operare sempre secondo il comandamento dell’unità, che Egli stesso ci ha lasciato nel cenacolo: “Ut unum sint”. Con tali voti, invio a Lei e a ciascuno dei partecipanti all'importante riunione una speciale Benedizione Apostolica.» Giovanni Paolo Il DI Convegno ecumenico di vescovi in Svizzera Il Grossmiinster, l’antica chiesa che domina la città di Zurigo e dove Huldrych Zwingli iniziò la sua Riforma, il 17 novembre scorso ha accolto ospiti di rilievo provenienti da vari Paesi. Assieme al pastore Ruedi Reich ed a Chiara Lubich, vi sono convenuti il cardinale Miloslav VIk di Praga, il vescovo ausiliare cattolico per Zurigo Peter Henrici e altri 21 vescovi di 9 Chiese: ortodossi, siroortodossi, anglicani, evangelico-luterani, cattolico-romani. Con oltre 1300 persone da tutta la Svizzera, riformati e cattolici, membri di Movimenti di diverse Chiese, religiosi e religiose, ma anche persone distanti dalla vita di fede, essi, nel segno della riconciliazione e della fratellanza, hanno invocato da Dio il dono della piena unità visibile della Chiesa. «Tre o quattro anni fa non avrei immaginato che un avvenimento di questa portata potesse aver luogo qui, al Grossmiinster», ha commentato il vescovo ausiliare per Zurigo, Henrici. «Ero scossa e sfiduciata dopo i tragici eventi dei mesi scorsi — commenta una donna — ma ora ho ritrovato la speranza». Mentre una ragazza afferma: «Ho difficoltà con tutto ciò che riguarda la Chiesa. Ma qui ho avvertito qualcosa di carismatico che irradiava al di sopra di tutto». E qualcun altro ancora: «Oggi ho sentito una chiamata speciale a vivere la solidarietà e la fraternità». «Da oltre 1000 anni il Grossmiinster è un luogo di annuncio del Vangelo». Con queste parole il pastore Ruedi Reich, presidente del consiglio della Chiesa evangelico-riformata nel cantone di Zurigo, in apertura della grande celebrazione ecumenica aveva sottolineato non la rottura ma ciò che unisce. Ed aveva ricordato l’antica tradizione di questa chiesa edificata da Carlo Magno sulle tombe dei martiri Felice, Regola ed Essuperanzio della Legione tebana. Fu qui e nel vicino Fraumiinster che Zwingli, assieme ai suoi collaboratori, tradusse la Bibbia in tedesco. Gen's 1/2002 — pag. 36 — 34 attualità ecclesiale Un pressante appello alla piena comunione fra i cristiani Dopo una preghiera d’apertura formulata dal parroco del posto, Hans Stickelberger, e la lettura della Preghiera di Gesù per l’unità (Gv 17), Chiara Lubich è stata invitata a prendere la parola. Lei nota che, in seguito agli eventi dell’ 11 settembre scorso, la riconciliazione fra i cristiani non può restare soltanto un desiderio ma è un’assoluta necessità. E ribadisce: «Non è tutto solo colpa del terrorismo, se stiamo vivendo un momento di tanta emergenza». E non è neppure da attribuire semplicemente al fatto pur grave «che nazioni più ricche non hanno aiutato altre nazioni in grande ed estrema povertà». C’è anche, secondo la fondatrice dei Focolari, una seria responsabilità dei cristiani che spinge ad agire con urgenza: «Se oggi alcuni arrivano, tragicamente, a qualificare noi cristiani addirittura come ‘atei’ e ‘infedeli’, una ragione Ced Bisogna riconoscere, infatti, che pur essendo oltre un miliardo nel mondo, siamo ancora divisi. Mentre solo nell’amore reciproco, nell’unità, secondo le parole di Gesù, c’è il distintivo vero dei cristiani. «Lavoriamo. Non diamoci pace», esorta quindi la Lubich e aggiunge: «Quando ci sarà fra noi la piena comunione visibile, un fremito di nuova vita invaderà la terra per il bene dell’umanità». Parole che hanno avuto un forte impatto sui presenti e sono state accolte con un lungo applauso. Mentre la cerimonia prosegue, fra i canti eseguiti da una nutrita corale giovanile e le preghiere, l’assemblea si fa sempre più compatta. E non manca una certa commozione nel momento in cui cinque vescovi di diverse Chiese e il pastore Reich formulano davanti a tutti le loro intenzioni di preghiera; quando tutti insieme recitano il Padre nostro; quando i vescovi presenti si dirigono fino ai posti più remoti della chiesa per dare un segno di pace e unità ai fedeli, così come quando Chiara Lubich con una preghiera chiede a Dio di suggellare la volontà della ricerca dell’unità Gen's 1/2002 dei cristiani «in modo tale da essere e apparire a tutti una sola comunità cristiana, preludio e testimonianza della piena comunione visibile della Chiesa». «Lasciamoci incoraggiare dalla gioia della cerimonia che abbiamo vissuto stasera», così il pastore Reich durante il ricevimento coi vescovi e i responsabili del Movimento dei focolari subito dopo la cerimonia. Ed aggiunge: «L’ecumenismo non deve essere l’eccezione ma la regola, la normalità. E importante che sottolineiamo quello che già ci lega, rispettando ciò che ancora ci distingue». Spiritualità di comunione tra le Chiese Questo avvenimento ecumenico era stato preceduto da una settimana di convivenza fraterna tra 24 vescovi di varie Chiese, esperienza che si ripete da 20 anni. Quest'anno si era svolta al Centro Unità, a Baar nel cantone di Zug in Svizzera, dal 13 al 20 novembre. Provenivano da 12 nazioni: dalla Siria alla Svezia, dall'Inghilterra all'India. Si trattava di «fare un’esperienza di quella spiritualità di comunione che secondo Giovanni Paolo II deve caratterizzare tutto il nostro agire e, a maggior ragione, il nostro agire ecumenico», spiega il moderatore del Convegno, il card. VIk. E il frutto è stato visibile. «Nella preghiera in comune e nel dialogo fraterno, durante le meditazioni bibliche e le conversazioni di spiritualità ecumenica, abbiamo potuto sperimentare quasi un presagio della piena comunione visibile fra le Chiese», affermano i vescovi nei messaggi che hanno inviato ai Capi delle rispettive Chiese a conclusione della loro riunione. Messaggi nei quali hanno espresso senza mezzi termini la loro risoluzione di testimoniare, in seno alle Chiese e tra i fedeli loro affidati, «quella fratellanza che ci unisce sin d’ora, e di adoperarci in ogni modo, affinché si affretti il giorno nel quale i cristiani potranno accostarsi insieme alla mensa del Signore e testimoniare in pienezza Cristo all'umanità, attraverso la nostra visibile unità». — pag. 37 — attualità ecclesiale 35 Una via per affrontare anche le differenze Mentre nelle edizioni precedenti del Convegno ci si era soffermati di più a sottolineare gli aspetti di convergenza, questa volta si sono toccati anche alcuni punti di divergenza, perché, come spiega il card. VIk: «La profonda unità in Cristo che abbiamo cercato di realizzare, permetteva di dialogare su argomenti delicati come l’eucaristia o il. ministero petrino in un clima di amicizia e nel vicendevole ascolto». Tornando nei loro Paesi, i vescovi vogliono approfondire questi temi e, nel Convegno dell’anno prossimo, si spera di raccogliere i primi frutti. Nel desiderio di «conoscere di più la tradizione dell’altro per potersi amare di più», i partecipanti hanno visitato anche diverse comunità cristiane del posto: dall’ Abbazia benedettina di Einsiedeln, al Monastero siroortodosso di Sant’ Augin ad Arth e a Zurigo «sulle orme di Huldrych Zwingli». Occasioni per dare insieme una testimonianza di quella fraternità che è forse il risultato più importante del cammino ecumenico fin qui compiuto. Giornata d’incontro con personalità di varie Chiese Il ricco frutto di questo Convegno è confluito nell’ultima giornata, quando altre 32 personalità del mondo ecumenico sono venute a Baar, fra cui rappresentanti delle Chiese riformate svizzere, delle Chiese libere, del Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra, della Federazione luterana mondiale, del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e di altri Patriarcati ortodossi, della Chiesa Armeno-apostolica in Francia, il nunzio apostolico di Berna e altri vescovi cattolici. A loro Chiara Lubich, in un efficace intervento, ha fatto dono dell’esperienza e della fecondità che si sprigiona dal mistero di “Gesù crocifisso e abbandonato: luce sul cammino verso la piena comunione fra le Chiese”. Sono seguite testimonianze di vescovi, sacerdoti, pastori e laici che approfondivano la spiritualità di comunione vissuta nel Movimento dei foco- lari nell’ambito dell’evangelizzazione, nel lavoro teologico e nell’azione per il rinnovamento della società. «È questa una spiritualità che ci incoraggia, che apre nuove porte, che ci fa vedere nuove strade nel linguaggio della fede», ha commentato il dott. Martin Robra, rappresentante del Consiglio Ecumenico delle Chiese. E il direttore dell’Istituto ecumenico di Bossey, il sacerdote rumeno ortodosso Ioan Sauca: «Se non scopriamo una spiritualità di comunione, l’ecumenismo rischia di fermarsi a dichiarazioni vuote. Chiara Lubich ci indica la via per vivere la nostra identità in un cortesto di pluralità». DM Lavorare per l’unità tra Oriente e Occidente «Il cammino di riconciliazione tra Oriente ed Occidente sia per voi una preoccupazione costante e prioritaria, come lo è per il vescovo di Roma». È l’auspicio che Giovanni Paolo Il ha espresso davanti a circa 500 studiosi ricevuti in udienza a conclusione del Simposio internazionale per il decimo anniversario dell’entrata in vigore del Codice dei canoni delle Chiese Orientali, promosso in Vaticano nello scorso novembre dalla rispettiva Congregazione. Ora, nella luce profetica degli eventi giubilari trascorsi, egli ha rinnovato l’invito a guardare «con speranza, all’inizio del terzo millennio, al cammino futuro verso la piena unità dei cristiani». Giustamente, perciò, il Simposio ha avuto presente «la necessità di intensificare le relazioni fraterne con gli altri cristiani e, in particolare, con le Chiese ortodosse». Con questo spirito il Papa aveva compiuto i recenti viaggi apostolici in Grecia, Siria, Ucraina, Kazakhstan e Armenia. E ricordava con gioia le liturgie e gli incontri fraterni vissuti in questi Paesi e che erano stati per lui «un incessante motivo di consolazione». Gen's 1/2002 — pag. 38 — 36 attualità ecclesiale In Armenia, egli aveva avuto espressioni molto toccanti riguardo all’ecumenismo: «Dobbiamo — diceva — gareggiare tra noi non nel creare divisioni o nell’accusarci reciprocamente, bensì nel dimostrarci mutua carità. L’unica competizione possibile tra i discepoli del Signore è quella di verificare chi è in grado di offrire l’amore più grande». E, sempre in Armenia, in un’altra occasione: «Mai più cristiani contro cristiani, mai più Chiesa contro Chiesa! Camminiamo piuttosto insieme, mano nella mano, affinché il mondo del ventunesimo secolo e del nuovo millennio possa credere». Giovanni Paolo Il, concludendo l’udienza, si compiaceva perché durante il Simposio era venuto in rilievo che l’ordine a cui deve mirare il Codice è appunto «quello che assegna il primato all’amore, alla grazia e al carisma», un veicolo di quella carità che «dev'essere profondamente radicata nell’anima di ogni essere umano». [I Ildialogo teologico tra cattolici e anglicani Il 24 novembre 2001 i 15 componenti del nuovo Gruppo internazionale di lavoro cattolico-anglicano, istituito lo scorso anno in Canada e giunto a Roma per l’incontro inaugurale, sono stati ricevuti da Giovanni Paolo II. Nell’occasione il Papa ha ripercorso le grandi tappe del cammino ecumenico della Chiesa anglicana e della Chiesa cattolica, un cammino certamente faticoso e forse ancora lungo, ma che ha già prodotto tanti frutti. Ora si richiedono ulteriori sforzi, nella «speranza di essere guidati dalla presenza del Risorto e dalla forza inesauribile del suo Spirito, capace di sorprese sempre nuove». Gen's 1/2002 Il pensiero del Papa è andato spontaneamente all’incontro tra Paolo VI e l’arcivescovo di Canterbury Ramsey nel 1966, da cui scaturì la prima Commissione internazionale anglicano-cattolica, con la loro Dichiarazione comune che avviò un dialogo serio e fruttuoso. Poi il nuovo impulso dato al dialogo durante la visita di Giovanni Paolo II a Canterbury nel 1982, quando l’arcivescovo Runcie e lo stesso Giovanni Paolo II istituirono la seconda Commissione internazionale e nella loro Dichiarazione congiunta riconobbero la necessità di sviluppare il dialogo teologico nella mutua comprensione, nell'amore fraterno e nella comune testimonianza del Vangelo. Altra pietra miliare, nel 1996, quando l’arcivescovo Carey e Giovanni Paolo Il pubblicarono una Dichiarazione comune, da cui apparve sempre più chiaro che «la piena e visibile unità non sarebbe venuta come risultato della volontà e dei programmi umani, per quanto importanti essi siano, ma come un dono divino — ha detto il Papa — in un tempo che noi non possiamo conoscere ma per il quale ci dobbiamo preparare». Per i prossimi passi concreti, il Papa ha sottolineato che «solo l’esperienza di una più profonda comunione ci consentirà di rendere una più efficace testimonianza a Cristo nel mondo e di compiere la missione che ci ha affidato». «E chiaro — ha poi aggiunto — che la mancanza d’unità ha danneggiato la nostra missione nel mondo». Di fronte al sorgere di scoraggiamenti e nuove difficoltà, Giovanni Paolo II ha invitato a confidare nella potenza dello Spirito Santo, il quale può compiere quello che a noi sembra impossibile. a cura della redazione — pag. 39 — PERCHE | | TUTTI | SIANO | umenta, nei seminari, la presa di coscienza di quanto sia importante realizzare un’autentica vita di comunione. Ce ne ha scritto recentemente uno studente dell'Ungheria: «All’inizio di quest'anno nel nostro seminario è iniziato un cambiamento. Il nostro cardinale arcivescovo Làszl6 Paskai ci ha parlato della spiritualità di comunione secondo la Lettera Apostolica Novo millennio ineunte. Era una sorpresa. Anche i nostri formatori sottolineano molto spesso il motivo della comunità. In particolare, il giorno di sabato è dedicato a questo scopo, con riunioni, gite, visite a sacerdoti, ecc.» Naturalmente, per entrare nella logica della comunione, si esige un allenamento progressivo, che richiede tempo ed a volte anche coraggio. Così in un seminario d’oltralpe, dove la maggioranza degli studenti aveva preso l’abitudine di darsi del “lei” rivolgendosi ai loro compagni non con il nome, ma con un “signor N.”. E° bastato che alcuni si mettessero d’accordo di andare “controcorrente”, per iniziare a creare un clima diverso e più fraterno. Non a caso, Giovanni Paolo II, nella Novo millennio ineunte, fra gli ambienti in cui occorre promuovere una spiritualità della comunione, nomina esplicitamente i seminari e ribadisce la necessità di far emergere tale spiritualità come “principio educativo” (cf NMI 43). Davanti a tali istanze di comunione, è significativo come un giovane diacono colombiano, dopo anni di formazione alla vita comunitaria, ha reagito ad un attentato che ha colpito la casa a fianco alla parrocchia che gli era stata appena affidata. Dopo aver provveduto ai soccorsi immediati, ha fatto il giro dei sacerdoti della città, per accordarsi con tutti a vivere ancor più uniti, da veri fratelli. E” proprio da questo nuovo passo nella comunione che è nato anche un aiuto concreto per le vittime di quel triste fatto. Nella stessa nazione, studenti di vari seminari hanno deciso di dar vita, in occasione della prossima Mariapoli, l’annuale incontro estivo del Movimento dei focolari, ad una “scuola di comunione” per seminaristi, nello spirito della Novo millennio ineunte. Ma non è l’unica iniziativa in questo senso. In Brasile si è concluso appena un congresso nazionale di seminaristi di cui riferiamo sulle prossime pagine. Un analogo appuntamento è in preparazione anche per l'Africa occidentale, con il titolo: «Gesù abbandonato: sorgente di una spiritualità di comunione per i sacerdoti». In Corea, nel Kenya, in Polonia, a Roma ed in altri posti ancora, esistono ormai incontri annuali che offrono ai seminaristi la possibilità di approfondire insieme i cardini di una spiritualità di comunione. Ed ogni volta è un appuntamento con la speranza. Perché è nella logica della comunione il nostro futuro. Notizie dal mondo dei seminari - 32 a cura della segreteria internazionale del movimento gens LOGICA della COMUNIONE Gen's 1/2002 - 37 — pag. 40 — BRASILE: seminaristi a Congresso 50 ore in pullman C'è festa alla Mariapoli Ginetta, cittadella del Movimento dei focolari vicino a San Paolo. Sono appena giunti due pullman dai quali scendono 80 seminaristi del Nordest del Brasile. Erano partiti da Recife la mattina del 26 dicembre. Tre giorni e due notti di viaggio, ma sui volti dei nuovi arrivati non c’è stanchezza. La gioia di incontrarsi con seminaristi di tutti gli stati del “subcontinente” brasiliano, 300 in tutto, fa dimenticare ogni fatica. La mattina dopo, il 29 dicembre alle ore 9.00, si apre il secondo congresso nazionale di seminaristi, promosso dal Movimento dei focolari. Due clown danno il benvenuto ad un’assemblea che vibra d’attesa. E si capisce immediatamente: qui non si tratta di un convegno scientifico sull’ecclesiologia, ma di un’esperienza vitale di Chiesa. Lo dice lo stesso titolo del congresso, che campeggia sul fondo del palco: «Vida de comunhào para a Igreja comunhdo - vita di comunione per la Chiesa comunione». Preparazione piena di sorprese «Verremo in 80 e non solo in 50» avevano fatto sapere, un mese prima del congresso, quei seminaristi del Nordest, con una telefonata a Ricardo Pinto e Mario Spakf, che coordinano la preparazione del congresso. Ed hanno messo in comune la loro preoccupazione di non avere i soldi per pagare un secondo pullman. Mancano 3000 Reals (ca. 1.600 dollari). Ricardo e Mario si Gen's 1/"2002 - 38 guardano in faccia e, non avendo nulla a disposizione, si dicono: «Sicuramente il Padre farà qualcosa». Due giorni dopo un sacerdote, che ha sentito parlare del congresso, comunica di voler contribuire con 3000 Reals. Né uno in più, né uno in meno! Innumerevoli anche le attività, in ogni angolo del Brasile, per raccogliere fondi. Non mancava l’impegno e neppure la fantasia. Tutto era buono per essere messo in palio attraverso lotterie improvvisate: una bicicletta, dei CD, un’antenna parabolica... C'era chi vendeva Hot Dog e chi inventava la “serata della lasagna” con una grande fede ed un amore che si vedeva. Qualcuno ha commentato: «Così come sono, riuscirebbero a vendere sabbia persino nel deserto». La Chiesa - casa di comunione Nella scia della Novo millennio ineunte, il congresso ha presentato ai partecipanti i punti fondamentali della spiritualità di comunione come sono emersi nella storia del Movimento dei focolari. Momenti di riflessione teologica si alternavano con esperienze di comunione vissuta, presentate da seminaristi, giovani, sacerdoti ed anche da una famiglia. La presenza di sei vescovi — uno di loro ha partecipato all’intero convegno — era una forte testimonianza e sottolineava l’importanza di quest’iniziativa per la Chiesa in Brasile. Ha detto Dom Joào d’Aviz, vescovo di Ponta Grossa: «La partecipazione di 300 seminaristi, provenienti da ogni parte del paese, significa per il futuro cammino della nostra Chiesa una speranza enorme». Per tutti, infatti, i cinque giorni del congresso erano una scoperta indimenticabile; scoperta di quella Chiesa comunione di cui ovunque si parla, ma che spesso stenta a farsi vita. Era per i seminaristi un’esperienza formidabile sentirsi profondamente fratelli con tutti: con colleghi di provenienza geografica, sociale e spirituale totalmente diversa, con sacerdoti e laici e anche e soprattutto con i vescovi che, dopo aver svolto un tema di teologia, — pag. 41 — Seminaristi di 20 nazioni ad Istanbul In ascolto delle Chiese d'Oriente Un breve videofilm documenta l’indimenticabile esperienza che 50 seminaristi di 20 paesi hanno potuto vivere dal 17 al 28 luglio 2001 nell’antica Costantinopoli, a stretto contatto con le Chiese d’Oriente. Informato dell’iniziativa, il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, card. Walter Kasper, in un messaggio ai seminaristi, ha formulato la sua gioia per questo corso nel luogo «dove si sono riuniti i sette Concili ecumenici che hanno stabilito la fede comune a cattolici e ortodossi». Ed ha espresso la convinzione che «nei partecipanti tale esperienza lascerà un’impronta indelebile». Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, ricevendo il gruppo nel Monastero dell’Haghia Triada, già Accademia teologica del Patriarcato ecumenico, sull’isola di Halki, ha avuto parole piene di calore: «Oggi non c'e protocollo - ha affermato - dovete sentirvi a casa vostra». Ed ha improvvisato un discorso a braccio: «Con semplicità voglio esprimere la nostra soddisfazione sincera, la nostra autentica gioia di avere qui una cinquantina di seminaristi italiani, tedeschi, francesi, africani, asiatici... da tutta la oikumene, seminaristi che appartengono al nostro Movimento, così amato e apprezzato, dei Focolari». Ha quindi tracciato un quadro dei rapporti fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa durante gli ultimi cinquant'anni, ed ha concluso: «Purtroppo non possiamo ancora celebrare e avere la comunione dello stesso calice, ma lavoriamo e preghiamo per questo. Come diceva [il Patriarca] Athenagoras, questo giorno grande e glorioso verrà». In un clima non meno cordiale si sono svolti anche gli incontri con il Patriarca degli Armeni Apostolici ad Istanbul e in tutta la Turchia, Mesrob II Mutafyan, il quale ha sottolineato l’importanza della spiritualità del Focolare, incentrata nella vita della famiglia di Nazaret, per rendere concreta e accessibile la “comunione trinitaria”, e con il Vicario patriarcale per i sîro-ortodossi in Turchia, il Metropolita Filiksinos Yusuf Cetin, che ha espresso ai seminaristi la sua gioia per l’incontro, avuto poche settimane prima, con Giovanni Paolo Il a Dama- SCO. (Per prenotazioni del videofilm: rivolgersi all'indirizzo indicato sull’ultima pagina) facevano con tutti la fila per il pranzo o aiutavano a sparecchiare i tavoli. «Qui ho trovato una Chiesa nuova», ha commentato Marcos di Bel Horizonte «Il mio concetto di sacerdozio è cambiato profondamente. Sono passato da un'esperienza di vaga religiosità ad un’esperienza del Dio vivo». E un'altro seminarista: «Appena arrivato mi sono trovato a casa e mi sono detto, in questo posto non mi sentirò solo». Una rete di comunione Nessuno voleva ripartire senza rimanere collegato con gli altri, per continuare 1’ esperienza iniziata e diffondere insieme quella spiritualità di comunione che si è potuta conoscere in quei giorni e che il Papa vuol vedere promossa nella Chiesa intera. Commentava Gustavo: «Per me che sono membro del Rinnovamento dello Spirito credo che sia preziosissimo vivere il Carisma del Focolare. Penso che sia ideale per una vera comunione nella Chiesa». Ancora prima della partenza, i seminaristi di ogni regione del Brasile hanno fatto un piccolo programma per l’anno che sta iniziando. Hanno fissato le date per i prossimi appuntamenti nelle diverse regioni, hanno creato una rete d’informazione per far circolare le esperienze fra tutti, e hanno lanciato la sfida di venire al prossimo congresso nazionale non tanti in più. Gen's 1/2002 - 39 — pag. 42 — Ma in fondo, non è giusto parlare di girato di nuovo tutto il Paraguay per trovare “congresso nazionale” perché c'erano, fra i i soldi per la nostra venuta in Brasile». E un partecipanti, anche otto studenti del suo collega: «Ero arrivato all’incontro con Paraguay che, vista la loro situazione un forte dolore nell’anima, a causa di una economica, quasi per miracolo sono riusciti situazione difficile a casa mia. Durante quea venire a San Paolo. Da tempo avevano sti giorni qualcuno ha messo dentro di me fatto di tutto per trovare i mezzi per il lungo una gioia ed una pace infinita». Sono ripare costoso viaggio. Racconta Oscar: «Prima titi per Asunci6n con la decisione di essere di entrare in seminario facevo il pugile; e nel loro seminario al servizio di ciascuno e per questo ero sempre in viaggio. Ora ho di far crescere la comunione fra tutti. Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. All Un Gen's 1/2002 - 40 tà Gregoriana IVErsI 27 novembre 2001 Chiara Lubich ha offerto la sua testi- monianza di fede alla comunità accademica della Pontificia Università Gregoriana, prestigioso centro di studi a Roma che, da quando fu fondato nel 16° secolo da S. Ignazio di Loyola con il nome “Collegio Romano” ha formato decine di migliaia di futuri sacerdoti, religiosi, vescovi, professori di teologia e laici qualificati del mondo intero. Aprendo l’incontro che si è svolto nell’ Aula Magna alla presenza di oltre 500 persone, il Rettore ha sottolineato la speciale affinità fra 1’ Università Gregoriana e il Movimento dei focolari: «Credo che ci unisce questa preoccupazione, questo dono di cercare l’universalità, l’unità». Ed ha proseguito: «L'immagine che viene in mente davanti a Chiara, è quella del seme di senape del Vangelo che è piccolo all’inizio, ma che cresce e nei cui rami vengono a posarsi tanti uccelli del cielo». Nel suo intervento, Chiara Lubich ha raccontato le meraviglie alle quali lei e le sue prime compagne, guidati da un carisma dello Spirito Santo, hanno assistito dal 1943 ad oggi: la scoperta di una spiritualità di comunione incentrata tutta nel Vangelo, la nascita di un’Opera che raccoglie nel suo seno persone di tutte le vocazioni, i frutti insperati nel campo dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, l’irradiazione sempre più vasta anche negli ambiti più laici della vita umana, come la politica e l’economia. Un cenno alla “spiritualità di comunione” proposta da Giovanni Paolo Il nella Novo millennio ineunte all’intero popolo di Dio, «dalle Eminentissime personalità della Curia Romana all’ultimo fedele», ha completato l’intervento che è stato seguito dall’uditorio con grande interesse. Concludendo l’incontro, il Rettore Magnifico ha ringraziato Chiara Lubich per aver fatto vedere «come il Signore vivo può essere incontrato in una vita umana e trasformarla e comunicarsi a molti». Ed ha soggiunto: «Paolo VI diceva che la Chiesa ha bisogno di maestri, ma soprattutto di testimoni. Credo che ci è stata data una testimonianza e che a noi rimane l’invito, il messaggio di essere testimoni». Un invito che è stato recepito come sottolineano i molteplici commenti a quest’incontro che per 40 minuti ha messo a confronto due realtà che rinviano l’una all’altra: il Vangelo vissuto e il mondo universitario. «Chiara'ha una incredibile capacità di comunicare», ha detto un giovane sacerdote italiano. E uno studente sudamericano: «Sono rimaste due cose nel mio cuore: la testimonianza di qualcuno che ha saputo incarnare in se stesso il Vangelo e la certezza che l’unità è possibile». Gli fa eco un suo collega: «Quello che più mi ha colpito è Gesù crocifisso e abbandonato come fonte e propulsore dell’unità fra gli uomini». P er invito del Rettore Magnifico, p. Franco Imoda s.j., il — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen's gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. dci dtt dini dituit eu's rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseope Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. 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