gen’s 2002/2 – La nuova Evangelizzazione Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2002-2-la-nuova-evangelizzazione/ — pag. 1 — Editoriale Annuncio rispettoso ius Hemmerle ‘Gome comunicare la Parola ‘Chiara Lubich La nuova evangelizzazione Vincenzo Zi ar ostra cultura: un progetto della Chiesa in Italia Spedizione in abbonamento postale — art. 2 - “anno XXXII comma 20 / © legge 662 / 96 — filiale di Roma Marzo - aprile i — pag. 2 — marzo - aprile 2002 41 EDITORIALE 43 SPIRITUALITÀ 44 MESSAGGIO 46 sPIRITUALITÀ 52 RIFLESSIONE 56 TESTIMONIANZA 61 FLASH DI vITA 65 LA CHIESA NEL MONDO 69 Monpo DEI SEMINARI Annuncio rispettoso Enrico Pepe Come comunicare la Parola Klaus Hemmerle Un’autentica e profonda spiritualità di comunione Ai vescovi amici del Movimento dei focolari Giovanni Paolo Il La nuova evangelizzazione Dieci principi della “nuova evangelizzazione” nel pensiero di Giovanni Paolo II e l'apporto che può venire dal Movimento dei focolari per attuarli Chiara Lubich Evangelizzare la nostra cultura: un progetto della Chiesa in Italia «Un processo teso a far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese» Vincenzo Zani L’Operazione “Roma-Amor” Il contributo del Movimento dei focolari per ravvivare la vita cristiana nella città di Roma Maria Cristina Russo e Giancarlo Faletti Tanto amore e un pizzico di fantasia Come si possono evangelizzare oggi gli abitanti di una parrocchia? Mariano Cocco Lasta La parola del Papa AIl’Opus Dei Alla Comunità di Sant'Egidio A Comunione e Liberazione In dialogo con la Chiesa ortodossa di Grecia a cura della redazione Notizie dal mondo dei seminari — 33 a cura della segreteria internazionale del movimento gens css n ua — pag. 3 — editoriale Annuncio rispettoso hi osserva con attenzione la storia del mondo, almeno di quello occidentale, non può non percepire che ad ogni grande svolta della storia c’è stata la riscoperta di determinati valori evangelici, con o senza un riferimento esplicito al cristianesimo. Basta ricordare l’opera civilizzatrice dei monasteri benedettini in Europa o i tre famosi principi della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fraternità. La stessa ideologia comunista, se ha avuto tanto seguito, non è perché si proponeva di promuovere l’uguaglianza? E se poi ha fallito, non è perché ha dimenticato la libertà e la fraternità, avendo voluto cancellare dalle coscienze la consapevolezza che siamo figli dello stesso Padre? E se oggi il capitalismo selvaggio fa acqua da ogni dove, affamando tanta parte dell’umanità, non è perché sottovaluta la fraternità umana? Forse mai come oggi il mondo ha bisogno di un nuovo annuncio del Vangelo da parte dei cristiani. Ma come parlare di Dio a chi è sommerso da tante parole allettanti, anche se ingannatrici? Come far capire che la Parola vera e portatrice di vita è una sola, quella inviata a noi dal Padre? Anche nei Paesi tradizionalmente cristiani la società ormai è sempre più multietnica e multiculturale ed è segnata dalla presenza di religioni molto diverse tra loro. Bisogna farne calcolo, senza inutili allarmismi. Sant’ Agostino, che non era un uomo dalle corte vedute, quando i Goti invasero la sua Africa, portando ovunque distruzione, pensò fosse arrivata la fine del mondo. Invece iniziava per l’Europa una nuova epoca, perché dopo Agostino sarebbe venuto Benedetto. E quei popoli, che per secoli erano stati tenuti al di fuori dei confini dell'Impero romano divenuto ormai cristiano, irrompevano dentro con violenza, quasi volessero rimproverare ai cristiani del tempo di non aver portato loro l’annuncio del Vangelo. Forse non è azzardato pensare che gli sconvolgimenti che travagliano l’umanità dei nostri giorni sono una pressante invocazione per ricordare a noi cristiani di qualsiasi Chiesa e comunità ecclesiale che, messa da parte le divisioni del passato e del presente, dobbiamo saper accogliere e dialogare con tutti per costruire insieme una civiltà nuova, quella dell’amore vero che, affondando le sue radici in Dio, si pone decisamente a servizio di ogni uomo. Nel portare così il proprio contributo all’avvenire dell’umanità, in ogni Continente i cristiani devono trovare la propria via per annunziare il Vangelo. Nel futuro, man mano che questo annuncio prenderà forma nelle varie culture, potremo vedere bellezze nuove sul volto della Chiesa. Gen's 2/2002 — pag. 4 — 42 editoriale Non è per questo che sono stati celebrati i sinodi continentali? E non è su questa linea il magistero di Giovanni Paolo II sulla nuova evangelizzazione? E il dialogo ecumenico ed interreligioso non ci aprono a questi orizzonti? Certamente dobbiamo prepararci a donare il Vangelo innanzi tutto con la nostra vita. Mai un annuncio è stato efficace, se smentito dalla vita di chi lo porta. San Gregorio Magno consigliava agli evangelizzatori del suo tempo che prima di far risuonare la loro parola, fossero con i fatti della loro vita testimoni qualificati di quanto stavano per dire. Oggi, però, non basta neanche essere semplici testimoni, occorre che il nostro annuncio sia “rispettoso”, rispettoso della libertà dell’altro. Dobbiamo ascoltarlo fino in fondo, calarci per quanto ci è possibile nella sua realtà culturale, valorizzare i semi del Verbo disseminati nel suo cuore e farli crescere al calore dell’amore. È un’arte che può sembrare nuova e a qualcuno persino pericolosa, quasi volessimo porre sullo stesso piano tutte le religioni. Eppure è un’arte già praticata dai santi. San Martino di Tour evangelizzava i contadini pagani della sua terra, andando in mezzo a loro e lasciando sul posto a due a due i suoi monaci che insegnassero a coltivare meglio la terra e a scoprire piano piano anche le realtà del Cielo. Non ha fatto così Teresa di Calcutta con i suoi poveri? Non domandava loro se erano cristiani, ma li raccoglieva e li curava: donava loro l’amore. E non di rado essi scoprivano il tesoro del Vangelo e chiedevano il battesimo. Lo stesso si può dire di Charles de Foucauld. All’umanità di oggi, così gelosa della propria libertà personale, il Vangelo non si può imporre neanche appellandosi alla forza della verità, ma bisogna offrire ad ognuno l’occasione di scoprirlo e di innamorarsene. Vedremo allora rifiorire il cristianesimo, un cristianesimo però più cosciente. E.R. Gen's 2/2002 — pag. 5 — spiritualità 43 Come comunicare la Parola Abba, Padre amato La Parola, che in principio era presso Dio ed era Dio, si fece carne e si espresse, e disse ciò che di più profondo e sommo poteva dirci, quando in aramaico balbettò: “Abba!”, “Padre amato!”. In questo “Abba!” c’è ogni cosa. È il grido redentore di tutti i silenzi e di tutte le incapacità di trovare le parole, è la trasfigurazione di ogni perché e di ogni grido di disperazione, è il superamento di ogni mutismo, la riconciliazione di ogni dissidio tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo. In questo “Abba!” del bimbo c’è la venerazione di Dio, c’è la pace per gli uomini. E in questo “Abba!” c’è, nella prossimità degli uomini, senza mediazioni, l’eterno dialogo tra Figlio e Padre nello Spirito, oltre al quale non c’è mistero più profondo, realtà più primigenia, principio più primo. All’amore sta a cuore l’altro Il Concilio Lateranense IV (1215) chiarì che ogni parola umana — inclusi i dogmi e la stessa Sacra Scrittura — dice più come Dio non è, che come Dio è. Quando Dio stesso ci parla in parole umane, necessariamente si abbassa e si sminuisce. Ma come poté Dio, come poté la Parola “rischiare” l'incarnazione e la rivelazione di sé in forma umana e in parole umane? Più delle singole parole, è questo autosminuirsi a dirci chi è Dio. Egli è amore — ed è amore nella misura in cui non resta in sé, ma si dona. All’amore sta a cuore l’altro al punto che non esita a compromettersi, a esporsi a malintesi ed equivoci, ad abbassarsi al disotto del proprio “livello”. Questa è la vera comunicazione Se Dio è amore, allora la sua parola può essere compresa e propagata solo in questo modo. Questa modalità dell’amore è tuttavia traduzione. Ti dico la mia parola nella tua lingua, entro in certo qual modo in te, per formulare, a partire da te e dal tuo orizzonte, la parola che nel mio intimo più riposto intendo dirti. E viceversa, tu oltrepassi le tue capacità di comprensione per entrare nelle mie, per riguadagnare questa parola da me e riportarla nel tuo essere, nella tua vita, nel tuo contesto, tra le tue esperienze. Tra di noi deve accadere ciò che accade tra Dio e noi. Lo stesso amore, in cui Dio si spoglia, si aliena, in cui la sua parola incessantemente più grande e la nostra parola incessantemente più piccola si compenetrano, è anche l’evento linguistico ed esistenziale in cui ci impossessiamo di questa Parola ed entriamo anche noi nella sua dinamica, nel suo mistero, nell’amore. Da: La luce dentro le cose, Città Nuova, Roma 1998, pp. 332-334. Klaus Hemmerle Gen's 2/2002 — pag. 6 — 44 Un’autentica e profonda spiritualità di comunione Il 28 febbraio scorso il Papa ha ricevuto in udienza una ottantina di vescovi, che avevano partecipato nel Centro Mariapoli di Castel Gandolfo al loro Convegno annuale promosso dal Movimento dei focolari. Nel saluto rivolto al santo Padre, il card. Miloslav Vik ricordava che il primo di questi Convegni si tenne 25 anni addietro nel febbraio del 1997. In quell’anno i vescovi riuniti da mons. Klaus Hemmerle, allora vescovo di Aquisgrana, erano 12. Oggi sono varie centinaia a ritrovarsi nelle diverse parti del mondo per approfondire la spiritualità di comunione. Venerati Fratelli! 1. Con grande gioia vi accolgo, durante il vostro convegno di approfondimento della spiritualità di comunione, promosso dal Movimento dei Focolari. A ciascuno rivolgo il mio cordiale saluto, con uno speciale pensiero di gratitudine al Cardinale Miloslav VIk, che si è fatto interprete dei comuni sentimenti, illustrando i temi del vostro incontro. Un saluto particolare desidero riservare alla Fondatrice del Movimento, Chiara Lubich, che ha voluto essere presente qui con noi. Un deciso impegno programmatico per vivere e manifestare la comunione Carissimi, voi state riflettendo sulla comunione, realtà costitutiva della natura stessa della Chiesa. La Chiesa, come ben sottolinea il Concilio Vaticano II, si trova, per così dire, tra Dio e il mondo; adunata nel nome della Santissima Trinità per essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). La comunione all’interno del popolo cristiano, pertanto, chiede di essere sempre più assimilata, vissuta e manifestata, anche grazie ad un deciso impegno programmatico, a livello sia di Chiesa universale che di Chiese particolari. Occorre coltivare un’ autentica e profonda spiritualità di comunione, come ho voluto sottolineare nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte (cfr n. 43). Si tratta di un’esigenza che riguarda tutti i membri della Comunità ecclesiale. Questo compito spetta però anzitutto ai Pastori, chiamati a vigilare affinché i diversi doni e ministeri contribuiscano alla comune edificazione dei credenti ed alla diffusione del Vangelo. Gen's 2/2002 — pag. 7 — messaggio Il servizio dell’unità: segnato dalla croce, confortato dal Risorto 2.Il servizio dell’unità, su cui voi giustamente amate molto insistere, è intrinsecamente segnato dalla Croce. Il Signore ha sofferto la passione e la morte per distruggere l’inimicizia e riconciliare gli uomini col Padre e tra di loro. Seguendone l’esempio, la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, ne prolunga l’opera. Con la forza dello Spirito Santo partecipa intimamente al Mistero pasquale, al di fuori del quale non vi è crescita del Regno di Dio. L'esperienza della storia evidenzia che la Chiesa vive la passione e la croce indissolubilmente unita al suo Signore risorto, illuminata e confortata dalla presenza che Egli stesso le ha garantito per tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28, 20). È lo stesso Signore, nel cui corpo glorioso permangono i segni dei chiodi e della lancia (cfr Gv 20, 20.27), ad associare i suoi amici alle sue sofferenze, per conformarli poi alla sua gloria. Questa fu, in primo luogo, l’esperienza degli Apostoli, a cui i credenti nel loro pellegrinaggio fanno costante riferimento. Il loro ministero di comunione e di evangelizzazione ha goduto della stessa fecondità di quello di Cristo: la fecondità del chicco di grano, come ricorda l’evangelista Giovanni, che produce molto frutto se e perché muore nella terra (cf Gv 12, 24). Con Maria, la Vergine dell’amore fedele 3. Segno per eccellenza di tale fecondità pasquale sono i frutti dello Spirito, anzitutto “amore, gioia e pace” (Gal 5, 22), che caratterizzano, pur nella varietà degli stili e dei carismi, la testimonianza dei santi di ogni epoca e di ogni nazione. Anche nella prova, anche nelle situazioni più drammatiche niente e nessuno può togliere a colui che vive unito a Cristo la certezza del suo amore (cf Rm 8, 37-39) e la gioia di essere e di sentirsi una cosa sola con Lui. Questo amore, questa gioia e questa pace invoco in abbondanza per ciascuno di voi, carissimi Fratelli nell’Episcopato, e per le Comunità che vi sono affidate. Maria, la vergine dell’amore fedele, vegli su di voi e sul vostro ministero. Vi aiuti a camminare in perfetta sintonia con il cuore del suo divin Figlio, sorgente di immensurabile carità e misericordia. Io vi assicuro un costante ricordo nella preghiera e ben volentieri vi imparto una speciale Benedizione, estendendola a quanti quotidianamente incontrate nel vostro servizio pastorale. Giovanni Paolo Il Gen's 2/2002 — pag. 8 — 46 spiritualità Dieci principi della nuova evangelizzazione nel pensiero di Giovanni Paolo Il e l'apporto che può venire dal Movimento dei focolari per attuarli La nuova evangelizzazione di Chiara Lubich Portare la linfa vitale e rinnovatrice del Vangelo nei vari ambiti dell’attività umana è stata da sempre la passione di ogni fondatore. Oggi è particolarmente sentita da tutta la Chiesa, anche dai Movimenti ecclesiali. Quale il contributo del Movimento dei focolari? Ne ha parlato Chiara Lubich in occasione del recente convegno di vescovi di vari Continenti, nel Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. S ignori vescovi, parlerò oggi della “nuova evangelizzazione”. Non è la prima volta che tratto quest’argomento e devo dire che ne ho avuto sempre una gioia particolare. Perché? Perché le indicazioni del Santo Padre al riguardo sono stupende, veramente particolari e attuali. Ma anche perché — lo dico subito parlando a vescovi amici del nostro Movimento — mi sono resa conto di quanto sia vero ciò che il Papa dice nella Redemptoris missio e cioè che i Movimenti ecclesiali e le Nuove comunità «[sono un] vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propriamente detta»', per cui egli si aspetta per la Chiesa soprattutto da essi una nuova primavera. Gen's 2/2002 È per tale motivo perciò che, in ogni occasione, parlando della “nuova evangelizzazione”, ed elencandone i principali aspetti, non ho mancato di raffrontarli con quelli che caratterizzano queste nuove realtà ecclesiali e in particolare — è ovvio — col Movimento dei focolari. Spero ora fare cosa gradita se mi mantengo in questa linea anche al presente. La “nuova” evangelizzazione Come mai alla parola “evangelizzazione” è stato aggiunto l’aggettivo “nuova”? Lo ha fatto Giovanni Paolo II nel 1983. Durante gli anni seguenti, poi, ha formulato dei principi, delle caratteristiche di questa “nuova evangelizzazione”. Intanto occorre dire che, fin dai primi decenni del ‘900, aveva in certo modo pronunciato questa parola “nuova” lo Spirito Santo, quando ha iniziato a mandare sulla terra — come fa di tempo in tempo — carismi particolari, per una rievangelizzazione della cristianità, che ne aveva bisogno, ed una più estesa evangelizzazione dell’umanità, dando origine così a vive e vibranti nuove forme associative, come i Movimenti, appunto, e le Comunità ecclesiali. I principi e le caratteristiche più importanti della “nuova evangelizzazione” annunciata dal Santo Padre sono una decina. L’evangelizzazione deve essere: — pag. 9 — spiritualità 47 — nuova nel suo ardore; — nuova nei suoi metodi; — nuova nelle sue espressioni; — ilprimo annuncio che deve fare: “L'uomo è amato da Dio”; — è destinata alla formazione di comunità ecclesiali mature; — occorre prima evangelizzare se stessi; — la Parola del Vangelo che metterà in rilievo sarà l’amore; — dovrà far attuare il Comandamento Nuovo di Gesù; — non la si potrà realizzare senza puntare sulla santità; — per una “nuova evangelizzazione” necessiterà naturalmente anche la Parola detta. Tutti chiamati ad evangelizzare Come si sa, le Parole di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) segnano la nascita dell’evangelizzazione. Esse erano dirette ai suoi apostoli, ai loro successori ed a quanti avrebbero collaborato con loro. E per 20 secoli è stato così. Tutti i cristiani, e non solo, sono a conoscenza di missionari vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e qualche laico che, lasciando patria, casa, famiglia, lavoro, studi..., hanno adempiuto, lungo i secoli, questo comando. E a tutti è noto quale tipo di vita essi abbiano scelto per compiere tale missione; e quale esistenza, spesso eroica, abbiano condotto e conducano, ancor oggi, per annunciare il Vangelo alle genti. Evangelizzazione questa che, pensiamo, continuerà. Primo principio: “nuova nel suo ardore” Tuttavia oggi la Chiesa, per bocca del Papa, afferma la necessità di una “nuova”. Anzi, parlando ai vescovi del Celam in Haiti, già il 9 marzo ’83, il Santo Padre pre- cisava: “nuova nel suo ardore”. E sarà tale se, man mano che procede, cresce, in chi la promuove, l’unione con Dio. L’evangelizzare gli altri, i prossimi, il mondo, ha da portare, dunque, un aumento dell’unione con Dio in chi la opera? Può apparire nuovo quest’accostamento, ma non è così. Emerge infatti dalla Scrittura e dall’esperienza del nostro Movimento, che — come afferma Paolo nell’inno alla carità (/Cor 13, 1-13) — nulla vale se non è animato dall’amore al prossimo: nemmeno quindi l’evangelizzazione. Poiché, però, vi è uno stretto legame fra l’amore al prossimo e l’amore a Dio, più cresce l’uno, più aumenta l’altro e viceversa. Noi portiamo sempre l’esempio della pianticella: più cresce la sua radichetta, più s'alza il fusticino. E più s’allunga quest’ultimo — per il contributo dell’ossigeno, ad esempio —, più s’affonda la radichetta. Ecco, quindi, la possibilità per tutta la Chiesa di un’“evangelizzazione nuova” che fa crescere l’unione con Dio, l’“ardore” nei cuori. Secondo principio: “nuova nei metodi” Questa evangelizzazione deve essere “nuova nei metodi”*. Lo ha detto il Santo Padre nel 1988, in un’omelia a Salto, in Uru- guay. Nuova nei metodi significa che, questa volta, sarà attuata non solo da persone speciali, come sarebbero gli ecclesiastici o i religiosi, ma dall’intero popolo di Dio. Vanno mobilitati, dunque, tutti i fedeli. Ed anche qui: non è forse così per il nostro Movimento, come per tutti gli altri in genere? Lo Spirito Santo, nel caso nostro, ha scelto sin dall’inizio proprio laici, o meglio laiche, per suscitare questa realtà ecclesiale, che è strumento di evangelizzazione. Gen's 2/2002 — pag. 10 — 48 spiritualità E tuttora il nostro Movimento, anche se comprende tutti gli stati di vita, dai bambini ai vescovi, è costituito prevalentemente da laici. E anche qui, dunque, il popolo che evangelizza e lo fa da quasi 60 anni. Ora però questo metodo deve diventare prassi per tutta la Chiesa. Terzo principio: “nuova nelle sue espressioni” La “nuova evangelizzazione” sarà nuova anche “nelle sue espressioni”*. Afferma sempre il Santo Padre: «E ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione (come l’Europa), la situazione di una ‘società cristiana’, che (...) si rifaceva ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare (...) una situazione (...) nel contesto della globalizzazione e del nuovo (...) intreccio di popoli e culture che la caratterizza»'. Per questo occorrono nuove espressioni di evangelizzazione. E non c’è dubbio che fra le forme di evangelizzazione moderne emergano i dialoghi, nei quali sono impegnati pure diversi Movimenti o Comunità ecclesiali. Dialogo tra i cattolici Il nostro Movimento, diffondendosi nel mondo — come loro sanno — ma lo riassumo per chi fosse nuovo a questo convegno — ha aperto sin dall’inizio, il dialogo nella nostra Chiesa, fra singoli cattolici e più recentemente fra i Movimenti ecclesiali e altre Associazioni, come pure con Famiglie religiose nate da antichi carismi. È un dialogo che, fra il resto, raggiunge lo scopo tanto desiderato oggi dalla Chiesa: essere “comunione”, “Chiesa-comunione”. Dialogo ecumenico Nel 1961 è iniziato poi quello ecumenico, dove facciamo calcolo del molto che abbiamo in comune con i cristiani delle altre Chiese: il battesimo, la Scrittura, il credo, i primi Gen's 2/2002 concili, e la nostra stessa spiritualità dell’unità, che si vive insieme quasi integralmente. Essa è ritenuta qua e là, fra il resto, spiritualità ecumenica. In tal modo, per tutti questi elementi comuni, sentiamo di poter già formare con i cristiani di 350 Chiese, che aderiscono al nostro Movimento, un solo popolo cristiano in attesa della piena unità. E ciò allevia di molto i dolori della divisione. Dialogo interreligioso Alla fine degli anni ’70 si è aperto il dialogo con i fedeli di altre religioni, nel quale, come primo passo, cominciamo col vivere assieme la “Regola d’oro” presente in quasi tutti i Libri Sacri, regola che, nel Vangelo, recita così: «Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi» (cf Le 6,31). E quella regola menzionata recentemente ad Assisi dal Santo Padre e da altri. Per l’amore al prossimo, che essa chiede da ambo le parti, è già possibile mettere a base del rapporto fra noi e gli altri l’amore reciproco. Ed ecco nascere brani di fraternità. Poi, in questo clima, ponendosi sullo stesso piano, si può stabilire il dialogo col proprio partner, dialogo nel quale si cerca di farsi nulla per “entrare”, in certo modo, in lui. Ci si pone quindi in quest’atteggiamento importantissimo e imprescindibile, che ha un duplice effetto: aiuta noi ad inculturarci nel mondo dell’altro, a conoscerne la cultura ed il linguaggio, e predispone l’altro ad ascoltare noi. Si passa così al “rispettoso annuncio”? — bella e indovinata espressione del Santo Padre — dove, per lealtà davanti a Dio, a se stessi, come pure per sincerità davanti al prossimo, diciamo quanto la nostra fede afferma sull’argomento di cui si parla, senza con ciò imporre nulla all’altro, senza voler conquistare nessuno, senza ombra di proselitismo, quindi. Ma per amore. Il nostro dialogo interreligioso abbraccia fedeli delle più importanti religioni: ebrei, musulmani, buddisti, scintoisti, indù, ecc., — pag. 11 — spiritualità 49 dai quali siamo spesso stimati ed amati sì da chiamarci a portare la nostra esperienza cristiana anche in moschee musulmane (in 40 finora negli USA), in templi buddisti, in centri ebraici, ecc. Ci può essere poi chi abbraccia liberamente il cristianesimo, come è stato di migliaia di persone di un popolo africano, per il quale abbiamo dovuto costruire una chiesa ed è stata istituita la parrocchia. Dialogo con persone di buona volontà Anche le persone di buona volontà, pur senza un riferimento religioso, si rendono conto che l’amare gli altri non è solo dei cristiani, ma è un imperativo inscritto nel DNA d’ogni uomo, perché — così noi pensiamo — ogni uomo è creato ad immagine di Dio che è Amore. Si può perciò amarsi a vicenda pure con loro e può nascere, anche con essi, il dialogo, col nostro “annuncio rispettoso” delle verità cristiane. E, poiché credono nell’uomo, si lavora insieme, a gloria di Gesù, uomo oltre che Dio, a salvaguardare i grandi valori umani a cui danno, come noi, tanta importanza, quali la libertà, la solidarietà, i diritti umani, l’unità, la pace, ecc. Ma i dialoghi non sono solo monopolio dei focolari. Altri Movimenti li praticano con grandi effetti. Ne è un modello la Comunità di Sant'Egidio. Si tratta dei quattro dialoghi già annunciati da Paolo VI nell’ Ecclesiam suam’, previsti oggi da Giovanni Paolo II per la Chiesa intera. Quarto principio: “luomo è amato da Dio” Il primo annuncio da dare sarà: “L'uomo è amato da Dio!”*, perché — ha detto il Papa ai vescovi degli Stati Uniti nel 1998 — «l’evangelizzazione è lo sforzo della Chiesa di proclamare a tutti che Dio li ama, che ha offerto la propria vita per loro in Cristo Gesù e che li invita a una vita eterna di felicità»®. Meravigliosa sintetica definizione della Buona Novella. E qui si può capire come la precisazione di questo doveroso primo annuncio da fare al mondo, non può non aver stupito noi ed altri. Non siamo soli, infatti, ad iniziare proprio, in tal modo, l’evangelizzazione. Per quanto ci riguarda, come molti sanno, lo Spirito Santo, sin dai primi giorni della “nostra nuova vita”, ha impresso nel nostro cuore una forte convinzione: “Dio ci ama”. Dicevamo a tutti, in tutti i modi: «Dio ci ama immensamente». E noi abbiamo creduto all’amore di Dio e, da allora, abbiamo continuato ad annunciarlo nei 58 anni di vita del nostro Movimento. Ed è stato da quella fede che tutto è incominciato e s'è sviluppato dando origine così alla nostra “spiritualità dell'unità”. In obbedienza allo Spirito Santo, che parla nel Santo Padre, ora quest’annuncio potrà essere universalizzato in tutta la Chiesa. Quinto principio: “formare comunità cristiane mature” «Questa nuova evangelizzazione, rivolta non solo alle singole persone ma anche ad intere fasce di: popolazioni, (...) è destinata alla formazione di comunità ecclesiali mature»!°. “Comunità mature”. Mi sembra sia proprio questo, in genere, il traguardo che raggiungono i Movimenti e così il nostro. Perché non ci si impegna tanto ad evangelizzare le persone unicamente, ad esempio, nella tenera età, né una volta ogni tanto con qualche missione o altro. L’evangelizzazione nei Movimenti è continua e può far sperare veramente nella formazione di comunità cristiane mature. In particolare poi: «I laici — precisa il Papa nella Christifideles laici — hanno la loro parte da compiere nella formazione di simili comunità ecclesiali, non solo con la loro Gen's 2/2002 — pag. 12 — 50 spiritualità insostituibile testimonianza (nei vari ambiti umani), ma anche con l’azione missionaria vera e propria»"!. E non è forse questa la duplice azione dei laici, ad esempio, del nostro Movimento? Alcuni si dedicano all'annuncio del Vangelo attraverso le varie diramazioni del Movimento. Altri attraverso le cosiddette “inondazioni” (termine mutuato da san Giovanni Crisostomo' per dire l’invasione della Sapienza evangelica negli ambiti umani più diversi: il mondo della politica, dell'economia, dell’arte, della scienza, della cultura, ecc.). In modo analogo si comportano anche altri Movimenti, ed è certamente anche nei piani pastorali di certe diocesi. Sesto principio: “evangelizzare se stessi” Ed ecco ora un altro principio per una “nuova evangelizzazione” che il Santo Padre ha annunciato, sempre nel 1998, ai pellegrini della diocesi di Torun, principio che a noi ha fatto grande impressione per la coincidenza del metodo. Certi Movimenti lo vivono e il nostro, in modo, vorrei dire, tutto particolare, alla lettera, in pieno. «Non si può evangelizzare, se non si è personalmente oggetto di evangelizzazione», e quindi se prima non si evangelizza se stessi, perché «soltanto un uomo trasformato, per cui l’unico indicatore di strada e l’unica guida sono la legge d’amore di Cristo e la luce dello Spirito Santo, può operare una vera metdnoia dei cuori e della mente di altri uomini, dell’ambiente, della nazione o del mondo». Loro sanno come una delle prime nostre preoccupazioni, da sempre, è stata ed è quella di cambiare il nostro modo di pensare, di volere, di amare con quello di Gesù, vivendo sempre, per un certo periodo, parole del Vangelo dal senso compiuto. E ciò per rievangelizzare anzitutto noi stessi. Ora chissà quali modi troverà ovunque la Chiesa per attuare questo principio, se già non lo fa. Gen's 2/2002 Settimo principio: “mettere in rilievo l’amore” Questa trasformazione «si riassume prima di tutto nelle opere di misericordia»", e quindi nell’amore del prossimo, così sempre il Papa ai pellegrini della diocesi di Torun. E anche a noi, come a molti altri, pur dando la massima attenzione a tutte le Parole del Vangelo, lo Spirito Santo ha sottolineato particolarmente quella, in cui sta tutta la Legge e i Profeti: l’amore. «L'amore è la scintilla ispiratrice di tutto quanto si fa sotto il nome di focolare»' così Giovanni Paolo II in un suo discorso diretto a noi nell’84. Se poi specifica che l’amore si esprime nelle opere di misericordia o opere di carità, a testimonianza d’un amore vero, sappiamo che tutti i Movimenti le hanno, come il Movimento dei focolari. E senza numero sono nelle varie Chiese. Ottavo principio: “attuare il comandamento nuovo” Per l’evangelizzazione è fondamentale la testimonianza dell’amore vicendevole. Diceva Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). E i primi cristiani davano pienamente questa testimonianza se di loro si diceva: «Guarda come si amano e l’un per l’altro è pronto a morire»'9. Nel Movimento dei focolari, come si sa, non solo si vuol vivere il Comandamento Nuovo, ma lo si pone a base di tutto, seguendo quanto san Pietro dice: «Prima di tutto abbiate fra voi il mutuo amore» (cf /Pt 4, 8), che è per noi la norma delle norme. Da qualche mese, poi, l’amore reciproco è sottolineato in modo tutto particolare nella Chiesa dalla Novo millennio ineunte dove è annunciata quella “spiritualità di comunione”, che il Santo Padre vuole vissuta ad ogni livello. La via maestra per poterla attuare è — — pag. 13 — spiritualità 51 come lui scrive — l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato. “Spiritualità di comunione” sinonimo della nostra “spiritualità dell’unità”, come il Papa stesso ha affermato in una lettera a loro, Signori Cardinali e vescovi, l’anno scorso". Nono principio: “puntare alla santità” Per la “nuova evangelizzazione” è chiesta ancora e si vede necessaria la santità". E pure qui: che dire della nostra esperienza? I diversi membri del Movimento, che vari vescovi considerano tali da poter proporre come modelli, iniziando così un processo per la loro beatificazione, non sono forse una conferma che non solo è possibile farsi santi seguendo il nostro carisma, ma che, grazie a Dio, la tensione alla santità è presente nella nostra Opera in tutti i suoi membri chiamati ad evangelizzare il mondo? D'ora in poi sarà dovere di tutti i cristiani tendere alla santità se vorranno contribuire efficacemente alla “nuova evangelizzazio- ” ne . Decimo ed ultimo principio: “la Parola detta” «La “nuova evangelizzazione” sarà efficace se saprà proclamare dai tetti quanto ha prima vissuto nell’intimità con il Signore»'?. Lo facciamo noi? Certamente. E lo fanno tutti i Movimenti. La Chiesa intera vi tende in tanti modi. Per quanto ci riguarda risuona la Parola in ogni nostro angolo: nei rapporti personali, nei nostri convegni e congressi, nelle oltre 170 Mariapoli temporanee o nelle 24 Cittadelle permanenti, ecc. Si parla direttamente e attraverso i mezzi di comunicazione più moderni: stampa, radio, TV, teatro, collegamenti telefonici, complessi musicali, ecc. Ecco un po’ i 10 principi lanciati dal Santo Padre. Ecco come lo Spirito Santo li ha sottolineati da tempo nella Chiesa attraverso i carismi più vari. Per cui, come avranno capito, Signori vescovi, la “nuova evangelizzazione”, proposta dall’ Alto, ha dato a noi le ali, come, penso, sarà stato per gli altri Movimenti. Ora è una grazia enorme che il Papa l’abbia proposta, ed in questi termini, a tutta la Chiesa. A noi non rimane, quindi, che metterci all’opera per incrementarla ed a tutti i cristiani per attuarla. Che lo Spirito Santo ci dia di essergli fedeli. Chiara Lubich 1) Redemptoris Missio 72, in EV 12, 688. 2) “La Traccia” 4 (1983), p. 269. 3) “La Traccia” 9 (1988), pp. 523-525. 4) Novo millennio ineunte 40. 5) Ibid. 6) Cf ibid. 56. 7) Ecclesiam suam, in EV 2, 163-210. 8) Christifideles laici 34 in EV 11, 1751-1752. 9) “La Traccia” 19 (1998), p. 257. 10) Christifideles Laici 34, in EV 11, 1751-1752. 11) /bid. 12) Cf Giovanni Crisostomo, In Johannem Homelia, 51; PG 59, 284. 13) “La Traccia” 19 (1998), pp. 174-175. 14) Ibid. 15) “L'Osservatore Romano”, 21.8.1984, p, $. 16) Tertulliano, Apologetico, 39,7. 17) Cf Lettera ai Vescovi amici del Movimento dei focolari, 14.2.2001, n.3. 18) Cf Veritatis splendor 106. in EV 13, 2798. 19) Vita consecrata 81, in EV 15, 684, Gen's 2/2002 — pag. 14 — 52 riflessione “Un processo teso a far emergere il contenuto culturale dell'evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese” Evangelizzare la nostra cultura: un progetto della Chiesa in Italia di Vincenzo Zani L’autore, già direttore dell'Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Conferenza episcopale italiana, ed ora sottosegretario alla Congregazione per l’educazione cattolica, è coinvolto in prima persona in questo progetto culturale. Egli ci introduce nello sforzo attualmente in atto in seno alla comunità cattolica italiana. L’ idea di un progetto culturale della Chiesa italiana appare, per la prima volta, nella prolusione del cardinale Camillo Ruini al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana nel maggio 1994. Successivamente i vescovi hanno discusso questa proposta più volte: in particolare nella loro Assemblea generale del maggio 1995, nel Convegno ecclesiale di Palermo e nell'Assemblea straordinaria del novembre 1996. Punto di sintesi della fase di avvio può essere considerato il documento della Presidenza del gennaio 1997, Progetto culturale orientato in senso cristiano. Una prima proposta di lavoro, diffuso nel marzo successivo con il contemporaneo avvio del Servizio nazionale per il progetto culturale. A questo Servizio della Segreteria generale fanno capo da allora numerose iniziative di sensibilizzazione e di collegamento, a diversi livelli, tra realtà accademiche, ecclesiali, associative, culturali, ecc. operanti sul territorio. Gen's 2/2002 Finalità del progetto: evangelizzare Nel documento del gennaio 1997 si trova un'efficace descrizione, più che una definizione, del progetto culturale: esso è «un processo teso a far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese» (ivi, 2). Questa formulazione sintetica è accompagnata da considerazioni di metodo e di obiettivi, con indicazioni di aree di approfondimento da privilegiare, e dall’importante precisazione che la cultura, di cui si parla, è da comprendere in senso antropologico, per indicare cioè «non soltanto le idee ma il vissuto quotidiano delle persone e della collettività, le strutture che lo reggono e i valori che gli danno forma» (ivi). Questa affermazione sintetizza il senso di tale intuizione: la Chiesa italiana oggi deve far passare l’evangelizzazione, cioè il suo compito proprio, attraverso un rinnovato e più intenso confronto critico con le forme della cultura diffusa. C’è forte nei testi del cardinale Ruini, raccolti nel volumetto della Piemme Per un progetto culturale orientato in senso cristiano, la consapevolezza che stiamo dentro una svolta storica 0, comunque, in una fase di transizione piena di incertezze e i cui sviluppi avranno conseguenze significative riguardo alla valorizzazione o all’emarginazione dell’eredità cristiana che ha alimentato e costruito la nostra civiltà. Si coglie in questi testi una forte passione intel- — pag. 15 — riflessione 93 lettuale per il futuro del cristianesimo, in particolare del cattolicesimo italiano. Gli interrogativi si concentrano sulla qualità evangelica del nostro cattolicesimo, sui suoi tratti peculiari nel quadro del cattolicesimo europeo, sulla sua disponibilità al dialogo con le altre componenti religiose e culturali presenti nel contesto pluralistico della società italiana odierna, sulle sue potenzialità di proiezione missionaria e, più al fondo, sulla sua capacità di tenuta di fronte ai corposi processi di scristianizzazione della mentalità e del costume che sono sotto gli occhi di tutti. Guardare fuori Il progetto culturale nasce da queste domande e si alimenta di questa tensione verso una rinnovata capacità di testimonianza e trasmissione del messaggio evangelico della Chiesa italiana in tutte le sue articolazioni. Sono cadute, almeno in parte, le forti tensioni intraecclesiali degli anni Settanta e continuate ancora negli anni Ottanta — tensioni tra aggregazioni ecclesiali, tra queste e le parrocchie, tra progressisti e tradizionalisti, all’interno del clero, ecc. —, che hanno segnato una stagione della Chiesa italiana e hanno contribuito a renderla così autoreferenziale, assorbita dai problemi interni, come bloccata e incapace di slancio genuinamente missionario. Sono cadute tante polemiche interne e si fa ora possibile un nuovo cammino, in cui farsi carico degli enormi spazi di non credenza, di povertà spirituale e morale, di richiesta di senso, di domanda diffusa, ma vaga, di religiosità. Indubbiamente un contributo al cambiamento è venuto dagli Orientamenti pastorali della C.E.I. degli anni Novanta, incentrati sul Vangelo della carità e tesi a rifare con l’amore il tessuto cristiano della comunità ecclesiale, affrontando le sfide dell’evangelizzazione e cogliendo le nuove frontiere della testimonianza della carità. Su questa linea si è inscritta la straordinaria esperienza del Convegno ecclesiale di Palermo riassunta nel documento finale Con il dono della carità dentro la storia. Ne è uscita una comu- nità cristiana con una consapevolezza ecclesiale nuova e l’umile atteggiamento che si interroga su cosa il Signore voglia oggi dalla Chiesa in Italia. Il cattolicesimo italiano oggi AI fondo di questi interrogativi c'è una lettura e una valutazione del cattolicesimo italiano di oggi, difficili da fare, ma abbastanza delineate da indagini svolte proprio in relazione al progetto culturale. I più recenti studi sociologici, realizzati per conto della C.E.I. dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, descrivono il nostro cattolicesimo come popolare, devozionale e che ha sentito molto nel passato e sente forte ancora oggi la dimensione sociale e politica. Cattolicesimo di popolo I dati raccolti dimostrano che c’è in Italia un cattolicesimo di popolo che sembra resistere alla pressione della secolarizzazione. Questa persistenza di un cattolicesimo di massa, che è singolare nel panorama europeo, si può spiegare per la speciale storia dell’Italia, terra che ospita il centro del cattolicesimo e che eredita lo straordinario lascito sia del cattolicesimo riformistico — che penetrò profondamente nelle popolazioni delle regioni italiane — sia della dimensione organizzativa e dello slancio attivistico del cattolicesimo intransigente dell’Otto-Novecento; ma più immediatamente si spiega anche per le scelte pastorali dell’episcopato italiano negli anni del dopo Concilio, che, a differenza di quanto avvenuto presso altre Chiese europee, come quella francese e quella tedesca, hanno mirato a salvaguardare il quadro di diffusa adesione alla Chiesa cattolica della popolazione. Questo tratto popolare del cattolicesimo italiano viene da alcuni visto come un peso, in realtà esso è piuttosto un compito che investe la Chiesa perché si faccia carico della cura della crescita della fede personale, fino al livello della testimonianza pienamente consapevole e matura. Gen's 2/2002 — pag. 16 — s4 riflessione Cattolicesimo devozionale Il secondo tratto che denota il cattolicesimo italiano è il suo carattere devozionale. È l’eredità del cattolicesimo controriformista, della predicazione missionaria itinerante di gesuiti, redentoristi e cappuccini nel Sei-Settecento, che suggeriva ai fedeli la devozione al Crocifisso, alla Madonna e ai santi quale modalità ordinaria ed esemplare di esercizio della vita cristiana. Del resto la vita devota è l’ideale proposto da tanti maestri spirituali dell’età moderna, la modalità di perfezione cristiana possibile ai laici, secondo l’insegnamento che fu di san Francesco di Sales. E tanta parte della cura pastorale è tuttora indirizzata alla cura delle devozioni. Questi elementi, tuttavia, oggi rischiano di dissolversi o di trasformarsi in un fenomeno di mero consumismo religioso, condizionato e sottoposto alle leggi del mercato e richiamano la necessità di puntare decisamente sulla linea tracciata dagli insegnamenti del Concilio Vaticano II, con la riscoperta della Sacra Scrittura, della vita di comunione con Cristo Risorto attraverso i segni sacramentali e di una testimonianza cristiana capace di fermentare l’intera società. Con una dimensione sociale e politica Il terzo tratto che connota il cattolicesimo italiano è quello della dimensione sociale e politica che lo differenzia da quello di altre nazioni europee. Non è solo la stagione della Democrazia cristiana, ma la diffusa sensibilità per la dimensione civile, per l'impegno sociale, per la testimonianza dei valori umani e cristiani nella società che connota in profondità la vicenda di tanto cattolicesimo italiano. Le organizzazioni cattoliche di volontariato sono una realtà imponente che svolge un’ammirevole opera di solidarietà umana nel Paese. Ma anche qui si tratta di agire nel sociale senza appiattirsi su un’ottica prevalentemente orizzontale, riscoprendo le ragioni ultime ed escatologiche del Vangelo. Gen's 2/2002 Alcuni segni di povertà Accanto alla rilevazione di questi tratti che caratterizzano il cattolicesimo italiano, si constatano anche, come ad esempio sul piano della creatività letteraria, filosofica ed artistica: in questi campi vi è quasi un’incapacità dei cattolici di esprimersi. Questa difficoltà di entrare in tutta la gamma dei linguaggi e della comunicazione non consente di avere peso sugli stili di vita dominanti, di far passare la visione cristiana della vita, di trasmettere il fermento evangelico nella cultura diffusa di oggi. Al fondo di questa difficoltà appare una sorta di anemia spirituale, l'assenza di un'anima autenticamente religiosa. Questa constatazione rafforza la necessità di un progetto ecclesiale e pastorale che sappia combinare la dimensione della spiritualità, l’approfondimento attraverso la vita e lo studio delle verità rivelate e lo slancio di una testimonianza che sappia informare e creare cultura. È questo compito di evangelizzazione della cultura e di inculturazione della fede che definisce propriamente il significato e la finalità del progetto culturale: un’impresa per nulla facile, ma assolutamente indispensabile e connaturale ai compiti della Chiesa. Proposte Nel 1999 il Servizio nazionale della C.E.I. per il progetto culturale pubblica in un Sussidio dal titolo Tre proposte per la ricerca, una prima scelta di temi su cui è urgente avviare una profonda riflessione. Nell’introduzione del Sussidio vengono chiariti lo scopo, il metodo e i contenuti del Progetto. La polivalenza del progetto culturale non riguarda soltanto la sua struttura, ma anche gli effetti che esso vuole produrre e che intendono rispondere a esigenze avvertite da credenti e non credenti. Il soggetto del progetto culturale «è il popolo di Dio, che oggi vive in Italia e che si trova ad affrontare una situazione per molti versi nuova, caratterizzata da un accentuato pluralismo sociale e culturale. Si pone pertanto una forte sollecitazione all’apertura — pag. 17 — riflessione 59 storica del cristianesimo, alla sua capacità di autentica innovazione. Sul piano pratico, è posta una sfida particolare alla varietà delle strutture pastorali, formative e culturali della comunità cristiana» (/vî). A livello di metodo di lavoro viene proposto uno stile aperto e fortemente interattivo così da configurarsi come una grande opera di comunicazione. Infatti il progetto culturale ha bisogno di esempi, opere e iniziative che manifestino questo clima e questo impegno e avverte la necessità di indicare uno schema di contenuti, che diano sostanza a questo movimento e che lo orientino, attuando nel merito dei temi questa logica di estroversione, e non di arroccamento, e nello stesso tempo di rinnovamento e di trasformazione del contesto culturale. In questa linea di azione si sono distinti due livelli di contenuti del progetto culturale. Al primo livello, si vogliono affrontare quelle grandi aree tematiche, per se stesse interdisciplinari, che toccano i contenuti fondamentali della fede nel loro impatto con i nodi più vivi del pensiero e dell’ethos contemporanei. Un secondo livello riguarda quei temi emergenti nel dibattito culturale e nella vita sociale, cui appare necessario offrire risposte evangelicamente illuminate, che orientino il pensiero e l’agire comune dei cristiani e li rendano capaci di entrare in dialogo con tutti. Dopo un periodo di riflessione comune che ha visto la partecipazione di diversi studiosi, si è ritenuto utile cominciare a operare alcune scelte. Tra le “aree tematiche”, quindi, sono state privilegiate le grandi questioni, che da sempre caratterizzano l’avventura della fede e il suo incontro con le culture, e, nel concreto, il dialogo del credente con il non credente: la questione della libertà, la questione sull’identità e la questione della verità. Esse sono affrontate secondo tre piste di ricerca, così formulate: libertà personale e sociale in campo etico; identità nazionale, identità locali, identità cristiana; interpretazione del reale: scienze e altri saperi. Su queste indicazioni, diversi soggetti si sono attivati per avviare gruppi di studio, seminari, convegni, pubblicazioni, ecc. Sviluppi Dalle prime intuizioni fino ad oggi le riflessioni e le iniziative per uno sviluppo del progetto si sono articolare intorno a due percorsi. Il primo ha visto snodarsi la graduale focalizzazione delle tematiche attraverso i periodici incontri e confronti del Forum, cioè un folto gruppo di docenti universitari di diverse discipline e di rappresentanti delle più significative istituzioni culturali presenti in Italia. In uno di questi Forum è emersa come centrale la questione antropologica e insieme l’esigenza di declinarla in termini nuovi: la persona è evidentemente crocevia dei processi di accelerazione che caratterizzano il tempo presente nei diversi ambiti della vita. L'ultimo Forum ha affrontato il tema // futuro dell’uomo. Un progetto di vita buona: corpo, affetti, lavoro. Su questi temi si sviluppano diverse iniziative di riflessione e approfondimento. È solo un inizio di percorso che dovrà ulteriormente svilupparsi come modalità di discernimento del cambiamento in atto e di studio attraverso gruppi disciplinari o interdisciplinari che coinvolgono le differenti istituzioni culturali sparse sul nostro territorio. Il secondo percorso è stato definito Cantiere del progetto culturale. Si tratta di una programmazione annuale sul territorio di iniziative definite dai diversi soggetti del progetto culturale: in primo luogo le diocesi, ma anche le università, i centri culturali, le proposte editoriali, i gruppi e i movimenti ecclesisali. In questa linea emerge sempre meglio il ruolo del referente del progetto che è stato scelto in ogni diocesi e della rete di collaborazioni che si vanno creando, in particolare a livello regionale. Il proliferare di iniziative anche spontanee, di diverso livello culturale, l’emergere di diverse competenze, i convegni svolti sul piano nazionale lasciano ora intravedere la necessità di un raccordo promozionale e propositivo, la costituzione di piccoli gruppi di lavoro per competenze e, quindi, il ruolo specifico di coordinamento del Servizio nazionale istituito presso la CEI Vincenzo Zani Gen's 2/2002 — pag. 18 — 56 testimonianza Il contributo del Movimento dei focolari per ravvivare la vita cristiana nella città di Roma L'operazione “Roma-Amor” di Maria Cristina Russo e Giancarlo Faletti Durante l’incontro di vescovi amici dei Focolari, nel febbraio scorso, gli autori di questo contributo, responsabili del Movimento nella città di Roma, sono stati invitati a presentare quella che è stata chiamata “Operazione Roma-Amor”, il contributo cioè che le persone del Movimento danno, secondo il proprio carisma, per incrementare la vita del Vangelo nella capitale del cattolicesimo, da sempre luogo d’incontro di popoli e civiltà, simbolo in un certo modo della “patria di tutti”. er presentare il contributo del Movimen- to dei focolari attualmente in atto a Roma, sarà bene ricordare i primi anni della sua presenza in questa città. Quando nell’anno 1948 Chiara lasciò Trento, culla del Movimento, per stabilirsi a Roma, erano gli anni difficili del dopoguerra e la città stentava a riprendersi sia civilmente, sia spiritualmente. Furono anni intensissimi, ricchi di incontri e di episodi di ogni genere, con una forte penetrazione della spiritualità dell’unità in ambienti diversi, dai vari collegi internazionali al Parlamento italiano. Chiara in quegli anni espresse la sua visione cristiana della capitale in uno scritto dal titolo significativo: La risurrezione di Roma. Gen's 2/2002 In quelle pagine si avverte il forte anelito di far rivivere la vita dei primi secoli, quando i santi e i martiri illuminavano col loro amore questa città. Era molto vivo, infatti, in Chiara e nelle altre persone del nascente Movimento, il desiderio di dare un contributo a questo profondo rinnovamento. Ma i piani di Dio erano altri perché, proprio a partire da Roma, il Movimento doveva prima diffondersi nel mondo intero, fino a raggiungere le attuali 182 nazioni. Nel contempo le persone dei Focolari presenti nella capitale hanno continuato a irradiare lo spirito dell’unità capillarmente tra gente di ogni età, estrazione sociale e vocazione. Sono passati in questo modo 50 anni. La città, per l'impegno profuso in ogni ambito da autorità civili e religiose, dal 1948 ad oggi ha registrato un continuo, innegabile progresso, anche se sono emersi nuovi problemi, tipici di una metropoli cresciuta a dismisura. Quella di oggi è la Roma degl’immigrati in cerca di condizioni di vita più dignitose; del lavoro frenetico, tra le esigenze della new economy e il traffico congestionato; degli scontri politici, tra manifestazioni di piazza e polemiche via media; della vita mondana, tra consumismo e individualismo. Ma è pure una Roma in qualche modo ravvivata per aver appena vissuto la grande stagione del Giubileo e la missione cittadina preparatoria, — pag. 19 — testimonianza 37 esperienze in cui anche il nostro Movimento era attivamente coinvolto. Una nuova tappa L’anno del Giubileo ha segnato per noi un salto di qualità, una nuova tappa della nostra presenza e della nostra azione a Roma. Il 22 gennaio del 2000, in occasione del suo ottantesimo compleanno, Chiara ha ricevuto la cittadinanza onoraria romana. Per l’occasione, nella sala “Giulio Cesare” al Campidoglio, oltre al Consiglio Comunale, sono convenute numerose personalità ecclesiastiche e civili. Chiara ha sentito che questo era il momento in cui il Signore voleva concentrare l’attenzione del nostro Movimento nuovamente sulla città di Roma. Davanti alle autorità presenti assunse l'impegno di dedicarsi alla “sua” città “più e meglio”. In particolare ricordò e fece propria un’espressione del Papa il quale, in visita anch’egli al Campidoglio, aveva fatto presente che il nome di Roma, letto alla rovescia, suona “amor”. Roma-Amor: una capitale, dunque, animata, nelle sue varie espressioni, dall’amore evangelico. Questo intervento di Chiara suscitò un entusiasmo non comune fra i presenti. In un successivo grande incontro con i membri del Movimento, Chiara precisò con quali strumenti “lavorare più e meglio” a vantaggio dell’Urbe. Osservava che a Roma le strutture ci sono, sia in campo civile che ecclesiastico: bastava perciò “ridare loro un’anima”. E con quali strategie attuare questo programma? Con “l’arte di amare”, partendo dagli ambienti in cui si vive: innanzitutto in famiglia, poi nel quartiere, nei luoghi di studio, di lavoro, nei luoghi d’incontro, nelle parrocchie. Chiara rilesse poi per noi quel testo di cui si diceva in apertura, scritto nell’ottobre del 1949 ed intitolato Risurrezione di Roma. Ne riportiamo qui un breve tratto: «Bisogna far rinascere Dio in noi, tenerlo vivo e traboccarLo sugli altri come fiotti di Vita e risuscitare i morti. E tenerlo vivo tra noi amandoci (e per amarsi non occorre strepito: l’amore è morte a noi — e la morte è silenzio e vita in Dio — e Dio è silenzio che parla). Allora tutto si rivoluziona: politica ed arte, scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto». E poi prosegue: «Dio non è in noi come il Crocifisso che sta alle volte quasi amuleto su una parete di un’aula scolastica. E in noi vivo — se lo facciamo vivere — come legislatore d’ogni legge umana e divina, che è tutta fattura sua. Ed egli dall’intimo detta ogni cosa, ci insegna — Maestro eterno — l’eterno e il contingente e a tutto dà valore». «In pratica — concluse dinanzi a noi romani membri del Movimento — gli strumenti da usare per questa “risurrezione” o meglio “rianimazione” della città, sapete quali sono? Siete voi, il vostro cuore, la vostra mente. Voi con la grazia di Dio, col lasciar vivere Cristo in voi attraverso l’amore, scoprendolo negli altri e tirandolo fuori e ravvivando la sua presenza in mezzo a voi. E lasciare che lui faccia la rivoluzione attraverso altri, altri e altri ancora, finché Roma sarà incendiata». Tanti fuochi vivi Quelle settimane segnarono per noi una vera e propria svolta. Cominciammo a guardare con occhi nuovi la nostra città e ci rendemmo conto che Dio, quasi in silenzio, dal 1948 ad oggi, aveva già acceso tanti fuochi vivi. Nella capitale ci sono quattro focolari femminili e sei maschili e attorno a loro oltre 1200 persone di tutte le vocazioni ed età che si riuniscono regolarmente, per approfondire la spiritualità dell’unità e per viverla nel proprio contesto; e attorno a questi un alone di circa 10.000 aderenti e simpatizzanti del Movimento, anch'essi desiderosi di vivere il Vangelo. Esistono poi numerose “cellule d’ambiente” — piccoli gruppi che lavorano uniti con varie iniziative di servizio e di solidarietà in un dato ambiente — nelle scuole, negli ospedali, nelle università, nelle strutture amministrative e nei luoghi di lavoro. Per non parla- Gen's 2/2002 — pag. 20 — 58 testimonianza re dell'impegno delle persone del Movimento nelle comunità parrocchiali. Negli ultimi anni, poi, sono nate a Roma e dintorni ben 10 aziende della cosiddetta “economia di comunione” che stanno portando avanti un nuovo stile nelle attività economiche basato, appunto, sulla comunione. Altre realtà presenti nella città erano e sono invece legate direttamente al centro internazionale del Movimento, come la nostra casa editrice Città Nuova e il Centro Incontri Romani, nato su invito di Paolo VI per fornire un'adeguata accoglienza a persone provenienti allora dall’Est europeo, ed ora in grado di offrire questo servizio a pellegrini provenienti a migliaia da tutto il mondo, aiutandoli a scoprire il volto autentico della città eterna, quale “casa comune” per tutti, di qualsiasi razza e credo religioso. C'è, dunque, a Roma una presenza costante, pluriforme e ormai collaudata del Movimento, quindi un potenziale di testimonianza, che può essere messo a frutto per questo nuovo impegno a servizio della città. L’inizio dell'Operazione Roma-Amor Abbiamo iniziato questa nuova tappa con tre giorni di intensa preghiera allo Spirito Santo per essere da lui illuminati nella scelta dei passi successivi. Si è deciso, quindi, di dar vita ad una specifica operazione d’evangelizzazione che ben presto si è chiamata O.R.A.= Operazione Roma-Amor. Il primo passo è stato la creazione di una commissione centrale, composta di persone impegnate nei vari campi. Il secondo passo è consistito nell’organizzare un incontro, in cui far convergere tutte quelle persone, dagli adulti ai bambini, che abbiamo avvicinato negli ambienti che frequentiamo e che sono rimaste attratte dalla spiritualità dell’unità. I primi tre incontri hanno visto una crescente partecipazione fino ad arrivare a 3.000 persone. A questo punto ci siamo concentrati Gen's 2/2002 su incontri meno numerosi da tenersi nei diversi quartieri di Roma. Nel quartiere le persone di quel territorio si ritrovano, a seconda del numero, in una casa delle nostre famiglie o in una sala o in un ambiente parrocchiale. E un moltiplicarsi di incontri, aperti a tutti, in cui si cerca di donare la “spiritualità di comunione”, secondo le indicazioni della Novo millennio ineunte, scambiandosi anche esperienze, idee, progetti, per creare un tessuto di coesione e di armonia tra gli abitanti. Si vanno formando così delle piccole comunità territoriali. Ognuna di queste — attualmente sono 50 — ha due responsabili che, insieme ad altri membri del Movimento presenti sul luogo, preparano il programma secondo una linea di massima che viene elaborata dalla commissione centrale. La consistenza numerica di questi incontri è varia, ma essi si tengono anche là dove ci fossero solo due persone ben formate nella spiritualità dell’unità, perché bastano anche due unite nel nome di Gesù per generare e testimoniare la sua presenza nella comunità. Seguendo questa linea, abbiamo visto verificarsi significativi sviluppi con gruppi che vanno dalle 10-15 persone fino a 200. All’incontro mensile di quartiere si alterna quello generale di tutta la città. Questa alternanza aiuta molto, perché negli incontri generali si allargano gli orizzonti, ci si aiuta nel promuovere progetti ed iniziative ad ampio respiro e soprattutto cresce l’unità tra noi come città. L'incontro di quartiere invece serve per approfondire la conoscenza dell’ambiente civile ed ecclesiale in cui si vive, si lavora o si studia, diffondendo localmente questo spirito di comunione attraverso rapporti personali. Una presentazione progressiva delle verità centrali della fede Cosa si fa in questi incontri? In ognuno di essi si comunica a tappe ciascuno dei cardini della spiritualità dell’unità, iniziando da Dio Amore, la volontà di Dio, l’amore al fratello, — pag. 21 — testimonianza 59 l’amore reciproco, l’unità, per arrivare poi all’Eucaristia, alla Chiesa, a Maria e allo Spirito Santo. Passando in rassegna e facendo vivere concretamente questi punti, si toccano un po’ alla volta le verità fondamentali del nostro Credo in un modo progressivo, con quei metodi e quelle nuove espressioni che contraddistinguono la nuova evangelizzazione. Presentate secondo questo percorso, molte realtà della nostra fede sono accessibili anche alle persone non credenti o di altre religioni, che sempre sono presenti ai nostri incontri. Abbiamo notato, a contatto con loro, che tutti possono capire che bisogna amarsi, trattarsi da fratelli, perché l’amore è come inscritto nel DNA di ogni persona. Interventi brevi, incisivi, chiari Cerchiamo di offrire discorsi brevi, esperienze incisive, scenette divertenti, corti stralci di video, numeri artistici, ecc., in modo che questi incontri per la “nuova evangelizzazione” risultino moderni, vivaci e interessanti, come esige la nostra società mediatica. Non possiamo nascondere la trepidazione che avevamo quando, nel primo incontro generale, ci siamo trovati davanti ad una moltitudine di persone diverse per cultura, razza, lingua, religione, anche se la maggioranza era composta da cristiani cattolici. Per superare questo timore che sinceramente avvertivamo, abbiamo cercato di annullare quella distanza che può crearsi tra chi parla e chi ascolta, coinvolgendo subito tutti, rendendoli protagonisti di questa avventura. Dopo aver esposto le motivazioni del nostro incontro, abbiamo proposto l’arte di amare — amare tutti, amare per primi, farsi uno con ogni prossimo — per dare alla nostra città un volto più umano. Sapendo che la pratica dell’amore evangelico genera fiducia, stima reciproca e, per grazia di Dio, la presenza di Gesù tra persone unite nel suo nome, potevamo assicurare che sarebbe stato Gesù stesso a fare questa rivoluzione, comin- ciando da noi e facendola sviluppare attraverso tutti coloro che sarebbero stati contagiati dal nostro amore. Sentivamo che l’assemblea capiva e condivideva il messaggio. Ogni incontro rappresenta dunque un’incisiva e variegata catechesi su un punto della spiritualità dell’unità. Come conclusione si offre a tutti la proposta di un impegno concreto da vivere fino al prossimo appuntamento. In questo modo la realtà che abbiamo chiamato “Roma-Amor” passa nel quotidiano dei vari quartieri della città. Fioriscono, là dove le persone vivono, rapporti nuovi e alle volte anche iniziative più consistenti per affrontare i problemi di un determinato ambiente. Queste esperienze vissute nel proprio quartiere spesso sono semplici, ma contribuiscono a ravvivare il tessuto sociale. E una piccola rivoluzione d'amore che s’inserisce nella trama delle relazioni tra i cittadini, tra i cittadini e gli amministratori, tra le realtà laiche ed ecclesiali. Le esperienze più interessanti vengono poi donate a tutti negli incontri che man mano si susseguono. Altri campi d’azione Altri approcci dell’Operazione Roma- Amor alla città avvengono attraverso le varie diramazioni del Movimento: le famiglie, i giovani, i bambini, e così via. Un buon numero di membri e aderenti del nostro Movimento collaborano nelle strutture ecclesiali, mentre altri animano attività come trasmissioni radio, gruppi di vari ambienti professionali, incontri per giovani coppie, assistenza ai carcerati, centri di formazione, ecc. Inoltre membri del Movimento, spiritualmente maturi e culturalmente preparati, mantengono contatti con persone di nazioni, razze e religioni diverse, partecipando ad alcune feste ebraiche e musulmane. C’è un dialogo con luterani, valdesi, ortodossi, anglicani, metodisti, eritrei copti nel quartiere Parioli. Siamo in contatto con il Centro buddista di piazza Bologna e collaboriamo Gen's 2/2002 — pag. 22 — 60 testimonianza con il doposcuola di italiano per bambini stranieri all’Esquilino. E ci sono — come accennato prima — una decina di imprese medio-piccole che aderiscono all’ Economia di Comunione. E ancora, le varie forme di presenza nelle Università. Circa 50 sono i docenti universitari impegnati a portare negli ambienti accademici lo spirito della “fratellanza universale” in collaborazione con altri Movimenti ecclesiali. Tutte queste forme di servizio e di evangelizzazione ormai confluiscono, come tanti rivoli, in un unico quadro d’insieme. Ce ne rendiamo conto negli incontri plenari con partecipanti sempre più numerosi, tanto da rendere difficile reperire, a costi a noi accessibili, sale adeguate. Quando in questi incontri, dopo aver donato ogni volta un punto della spiritualità, si mettono in comune iniziative, sviluppi, episodi, sempre di più scopriamo il volto di una Roma che si rinnova col Vangelo vissuto. Sono fatti di riconciliazione, esperienze di giovani e adulti che sanno andare “controcorrente” per affermare con la vita la propria fede. Sono momenti intensi di comunione con l’apporto anche dei più piccoli. Anche se siamo ancora all’inizio, lavorando in sintonia con tante altre forze ecclesiali e civili, possiamo contribuire alla costruzione di una Roma veramente più cristiana. Incontri con politici, comunicatori, operatori della giustizia Data la vicinanza a Roma del centro del Movimento dei focolari, Chiara in questi ultimi due anni ha potuto dare un contributo diretto, lasciando tracce profonde nel tessuto umano-sociale della capitale. Così nel dicembre del 2000 nella Sala della biblioteca della Camera dei deputati, a Palazzo San Macuto, su invito del Presidente della Camera stessa, ha parlato a parlamentari e personalità del mondo politico, appartenenti a tutti i partiti.Quell’appuntamento è proseguito fino ad oggi con incontri periodi- Gen's 2/2002 ci mensili in un intenso dialogo, alla luce dei punti-cardine della nostra spiritualità. In questo modo l'Operazione Roma-Amor ha coinvolto anche alcuni responsabili della politica. Nei mesi successivi l’esperienza dei politici ha dato una spinta a lavorare per la “fratellanza universale” in diversi campi dell’agire umano con incontri mensili tra professionisti nei settori dell’economia, dei media, della medicina, della giustizia. E altri se ne apriranno prossimamente. In campo strettamente ecclesiale, non si può non fare un accenno all’invito rivolto a Chiara da parte del Seminario Romano e poi della Pontificia Università Gregoriana. I suoi interventi come testimone del Vangelo sono stati particolarmente apprezzati. Maria, Salus populi romani Di tutto quanto facciamo come Opera di Maria nella città di Roma abbiamo sempre tenute informate le autorità ecclesiali, ed in particolare il card. Ruini, vicario del Papa, sia attraverso contatti personali sia tramite la nostra partecipazione alla consulta diocesana, al consiglio pastorale, alla pastorale universitaria, al forum delle famiglie, ecc. Pure in campo civile cerchiamo di informare le rispettive autorità per quanto le riguarda, anche perché, a motivo di alcune iniziative, ci troviamo spesso a doverci confrontare con loro. Vorremmo concludere accennando alla realtà spirituale che c’è alla radice di questo impegno. Come tanti sanno, il Movimento dei focolari si chiama anche “Opera di Maria”. Quando questa nostra attività stava appena decollando, ci siamo recati con Chiara nella Basilica di Santa Maria Maggiore, per affidare tutto alla Vergine. Tornando da quella visita, lei scrisse questa preghiera: «Madre nostra Maria, Salus populi romani, conduci tu la nostra Operazione Roma-Amor e noi ti seguiremo». M. Cristina Russo e Giancarlo Faletti — pag. 23 — esperienza 61 Flash di vita in Tanto amore e un pizzico di fantasia Come si può evangelizzare oggi gli abitanti di una parrocchia? Don Mariano ci racconta, con la semplicità che gli è tipica, come la luce della Parola di Dio sta penetrando nella parrocchia di Almisano Lonigo in provincia di Vicenza nel nord dell’Italia. «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» Quando ho saputo della nomina a parroco ho subito ricordato la frase del vangelo che fin dall’87 Chiara Lubich, dietro mia richiesta, mi aveva suggerito come programma di vita: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 14). Per prepararmi al nuovo compito ho cercato di vivere più intensamente “l’arte di amare”: farsi uno, amare per primo, amare tutti, vedere Gesù nell’altro. Dovevamo gestire un campeggio di adolescenti. Assieme ad altri cinque animatori adulti ci siamo proposti di mettere in pratica questa “tecnica dell’amore”, disposti a “perdere” il nostro programma per servire in ogni momento Gesù in loro. Il campeggio è riuscito bene: si sono creati rapporti veri in un clima di gioia e di libertà. Poi ho potuto trascorrere dieci giorni di vacanza al mare con un mio collega, don Luciano Meneguzzo. Qui abbiamo trovato sull’altare della cappellina il “dado dell’amore” — quello che i ragazzi del Movimento dei focolari stanno diffondendo nel mondo. Su ogni lato c’è una frase dell’arte di amare e tirando a sorte ogni mattina, ci si impegna a viverla. Lo abbiamo adottato, coinvolgendo anche altre persone. I pasti, le passeggiate, la Messa, il lavare i piatti con le cuoche, il preparare le tavole con le cameriere, hanno creato un clima di vera familiarità nel quale era spontaneo comunicarsi qualche esperienza di Vangelo vissuto. La settimana prima dell’ingresso ufficiale, sono andato nella nuova parrocchia ed ho vissuto, pranzato e pregato col parroco uscente, don Alessandro Burati, che segue il Cammino neocatecumenale. Ho potuto così cogliere tutto il positivo che lui aveva costruito con tanta sapienza. Nella preghiera fatta insieme è venuta in risalto più volte questa frase di S. Paolo: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12, 10). Mi è sembrato di cogliere la spinta dello Spirito a metterla come base della vita della parrocchia. Il giorno dell’ingresso ho raccontato a tutti quanto era stato bello vivere e pregare con don Alessandro e come mi era venuta in rilievo questa Parola di San Paolo, che avrei voluto scegliere come programma da vivere insieme ai parrocchiani. Ho aggiunto poi un motto ben noto dalle nostre parti: “prediche corte e saladi lunghi”, che vuol dire “poche chiacchiere e tanta sostanza”. Passiamo ai fatti Il giorno seguente ho cercato di ascoltare con attenzione le persone che venivano a trovarmi; aiutandole ad entrare nella logica del «gareggiate nello stimarvi a vicenda». Alcuni hanno espresso il desiderio di avere gli avvisi parrocchiali per iscritto ed ho lanciato la proposta di adottare il settimanale Gen's 2/2002 — pag. 24 — 62 esperienza “Camminare insieme” col relativo manifesto e calendario, tanto diffuso nella nostra regione, dove si riporta anche la frase della Parola di Dio da vivere come comunità. Nel Consiglio Pastorale ho presentato questa iniziativa come un modo semplice e pratico per vivere bene uno dei punti centrali del piano pastorale diocesano. Tutti l’hanno condivisa e il primo foglio l'abbiamo stampato nella festa della Madonna del Rosario e diceva : «Siamo servi inutili»; e l’abbiamo interpretato così: «Siamo servi gli uni degli altri senza ricercare utili, perché amiamo gratuitamente essendo tutti gratuitamente amati da Dio». Nella giornata missionaria mondiale la Parola era “pregare sempre” e abbiamo pregato per tutti i missionari partiti da Almisano; ricordando ciascuno per nome: 16 suore e 16 tra sacerdoti e religiosi. Per domenica 11 novembre la diocesi ci proponeva di vivere la giornata della Parola. Abbiamo trascritte in bigliettini e poste in un cestino alcune frasi tratte da Rm 12, 1-16, frasi che aiutano a vivere una spiritualità comunitaria. Tutti i partecipanti alle Messe erano invitati a scegliere un bigliettino per poi tradurre in pratica quella Parola. Il brano l’avevamo già meditato con il Consiglio parrocchiale, con le catechiste e gli animatori. Molti si sono sentiti chiamati da Dio a mettere in pratica quella frase pescata dal cestino offerto loro dai chierichetti dopo la comunione. Nella domenica 18 novembre, sempre assecondando le direttive diocesane, abbiamo messo al centro il tema del pane eucaristico. Le catechiste hanno fatto fare dei piccoli pani; benedetti e messi in un sacchetto erano accompagnati da un foglietto con una preghiera di benedizione da fare in famiglia a pranzo. Alcuni hanno portato il pane agli ammalati, altri l'hanno diviso con famiglie vicine o hanno rinunciato al proprio per darlo ad un ammalato. Condividere per crescere Quando ho saputo di queste piccole esperienze ho pensato di comunicarle a tutti nella domenica successiva. Questo ha dato gioia e ha fatto crescere il senso di famiglia tra noi. Gen's 2/2002 Anche il far conoscere alcuni bisogni della canonica è stato positivo. Invece di spendere soldi per un attaccapanni a colonna, per un orologio a muro, ecc., ho pensato che fosse bene chiedere prima se qualcuno ne avesse già di inutilizzati. Ne sono arrivati subito due di ciascun tipo. In prossimità dell’ Avvento ho pensato di lanciare l’«arte di amare» prima nell’ambiente catechistico e poi coinvolgendo tutta la comunità nelle Messe dominicali. Mentre preparavo questo piano, sono stato invitato a mangiare una pizza dalla famiglia di un missionario gesuita, tornato a casa per un paio di giorni. Lì per lì non avrei voluto accettare sia perché di sera la pizza mi è pesante, sia perché non avevo ancora ben chiaro come proporre il tema dell’ arte di amare alle catechiste che avrei incontrato subito dopo. Ma mi son detto: qui non posso pensare a me stesso, devo solo farli contenti. Mentre ero con loro, mi è venuto tra le mani il cubetto di legno che nel ristorante indica il numero del tavolo e ho detto che stavo cercando chi mi facesse alcuni di questi dadi. Uno dei parenti mi ha presentato un suo cognato presente in un’altra stanza della pizzeria. Gli ho spiegato come e quanti me ne occorrevano e il giorno dopo me li ha portati tutti e 90. Con questa gioia in cuore ho contagiato le catechiste, poi sono passato classe per classe spiegando ai ragazzi cos’era l’«arte di amare» e invitandoli a scrivere gli atti d'amore su pezzetti di carta gialla che, arrotolati, sarebbero diventati la paglia della culla di Natale. Per la prima domenica d’Avvento abbiamo messo vicino all’altare una culla vuota, da riempire con tanti atti d'amore. In ogni incontro chiedevo alle persone se avevano qualcosa di bello da donare. Tanti adulti mi dicevano che quello che vivevano non era degno di entrare nella mangiatoia. Allora cercavo di far capire che «nulla è piccolo di ciò che è fatto per amore» e che dobbiamo aiutarci a scoprire in noi e attorno a noi il bene che già c’è e farlo circolare, «gareggiando nello stimarci a vicenda». Far questo per assumere l’atteggiamento che Dio vive costantemente verso di noi. Egli infatti valo- — pag. 25 — esperienza 63 rizza anche il più piccolo gesto d’amore, come un bicchier d’acqua offerto a chi ha sete. Così un po’ alla volta hanno preso confidenza e trovato il gusto di unire la loro vita ordinaria a quella di Gesù. Per tutto 1’ Avvento abbiamo cercato di mettere a fuoco un solo punto dell’arte di amare, cioè “amare tutti”. La prima persona da amare è Gesù che ha dato la vita per l’unità della comunità cristiana e del mondo. Abbiamo sentito il bisogno di imparare un nuovo saluto che esprimesse la spiritualità comunitaria. Finora nella Chiesa abbiamo accentuato piuttosto la spiritualità personale, individuale: salvarsi l’anima. Questa veniva trasmessa anche con il saluto: «Sia lodato Gesù Cristo» e con la risposta: «Sempre sia lodato». Un saluto che mette ciascuno davanti al Signore, senza però invitarlo esplicitamente a riscaldare le relazioni con gli altri. Ho raccontato come in altre parrocchie hanno adottato un nuovo tipo di saluto. Il sacerdote dice: «Teniamo Gesù...» e gli altri rispondono: «... in mezzo a noi». È piaciuto subito ed ora ogni tanto rinnoviamo così il patto d'amore reciproco. Per “amare tutti” a Natale abbiamo scelto alcune persone come ministri momentanei dell'Eucaristia, per portare a tutti gli ammalati la Comunione, andando a due a due subito dopo la Messa del mattino. E stata un’esperienza toccante sia per i ministri che per le famiglie degli ammalati. “Amare tutti” vuol dire anche far arrivare l’amore oltre la nostra comunità. Così tra il Natale e l’Epifania ho invitato a preparare pacchetti regalo per un monastero di clausura. Poi sono venuto a conoscenza della situazione tragica dell’ospedale di Betlemme in Terra Santa e abbiamo raccolto anche del denaro a questo scopo. L’incontro con le suore nel monastero, nel portar loro i doni, è stato bello. La prima volta sono andato con i ragazzi della cresima e i loro genitori e la seconda volta con quelli della prima comunione e i rispettivi genitori. Abbiamo pregato con le suore e poi si è instaurato un dialogo con domande e risposte con i ragazzi. Questi scoprivano una realtà bella che non immaginavano ed erano felici, ma i più toccati erano i genitori. Per coinvolgere un po’ tutti Per la notte di Natale abbiamo distribuito dei lumini rossi da accendere su una finestra di ogni casa. Questo ha dato la possibilità di fare altri piccoli gesti d'amicizia, come portare il lumino alla nonna o ai vicini. Il paese sembrava un presepe illuminato dall’amore. Quattro giorni dopo il Natale, in due gruppi, siamo andati a cantare il canto natalizio, il “canto della stella”, in ogni famiglia. Il ricavato l’abbiamo destinato a un nostro missionario in El Salvador. E così l’amare tutti varcava l’oceano. La notte di capodanno con alcuni del Rinnovamento nello Spirito abbiamo organizzato una veglia di adorazione, pregando per tutte le 1.130 persone della parrocchia, leggendo in chiesa il nome di ognuna. La gente è rimasta contenta di questa attenzione. Un momento importante era stato anche la Messa della sera del 7 dicembre con la partecipazione di tre Movimenti: il Cammino neocatecumenale, il Rinnovamento nello Spirito ed io, sacerdote focolarino. Nell’unità abbiamo sperimentato qualcosa di divino. Il giorno di Natale è venuto a fare la comunione un uomo cieco da qualche anno, accompagnato dalla moglie. Per stabilire un rapporto con lui, gli ho fatto una carezza sulla guancia. Questo piccolo gesto ha fatto del bene a molte persone ed ha dato tanta gioia alla famiglia. I parrocchiani sono rimasti impressionati dal fatto che alcuni sacerdoti, che vivono con me la spiritualità dell’unità, hanno dedicato un bel po’ di tempo per aiutarmi a mettere in armonia l'arredamento della casa. Un parrocchiano mi ha detto che prova un senso di pace quando mette piede in canonica. Anche il brindisi natalizio fatto nella sede della squadra di calcio è stato importante per stabilire un buon rapporto con gli sportivi. Alcuni dirigenti ci ospitavano in questa sede ogni sera quando tornavamo dal “canto della stella” e preparavano un vino brùlé per noi. Un giorno ci è venuta un’idea: per l’Epifania non dovevamo regalare a Gesù oro, incenso e mirra, ma il nostro amore vissuto. Gen's 2/2002 — pag. 26 — 64 esperienza Così abbiamo raccolto i 277 bigliettini che formavano la paglia della mangiatoia, scegliendo quelli più belli per metterli in sacchetti legati a dei palloncini e farli volare verso il cielo con dentro una breve spiegazione dell’arte di amare e il nostro indirizzo. Aiutati da tre re magi (uno era indiano induista) abbiamo lanciato 20 palloncini che, per nostra imperizia, sono partiti aggrovigliati in due gruppi. E sono volati ben lontano, fino ad una località chiamata Praticello di Gattatico in provincia di Reggio Emilia, posando nel giardino di una casa di campagna. Il papà è andato a prendere la legna ed è stato attirato dall’abbaiare continuo della cagnetta che vedeva i palloncini muoversi sul terreno. La famiglia era riunita: con i genitori c'erano la figlia Caterina di 7 anni e 4 nipotini. Erano appena tornati dal paese e i bambini erano un po’ delusi dalla festa della Befana. Quando hanno visto i palloncini con i bigliettini, hanno gioito per questo regalo venuto dal cielo, hanno letto le esperienze cercando di capire, poi mi hanno telefonato lasciando un messaggio in segreteria. Li ho richiamati il giorno dopo. La mamma Patrizia, tra l’altro, mi ha detto che avrebbero portato i bigliettini a scuola e al catechismo. Mi ha chiesto poi una preghiera, perché stava per affrontare un parto un po’ difficile. Ora è nata Bianca Maria e noi abbiamo messo anche il suo fiocco rosa nel nostro albero della vita presso l’altare della Madonna. E la storia continua In questa quaresima stiamo valorizzando il suggerimento del nostro vescovo di nutrirci della Parola per far fiorire la vita di Gesù in noi. Abbiamo scelto otto frasi del quarto capitolo della prima lettera di san Pietro. Nella prima domenica di quaresima, dopo la comunione, i chierichetti sono passati con dei cestini contenenti queste frasi. Ciascuno ne sceglieva una col proposito di meditarla e di viverla. Sapendo che per nutrire la Vita di Gesù è importante amare e qualche volta è bene anche contare questi atti d’amore per Gen's 2/2002 vedere se la vita cresce. Per questo abbiamo preparato tanti sacchetti di chicchi di grano da dare ad ogni famiglia per contare appunto gli atti d’amore. Ogni domenica questi chicchi, che indicano gli atti d'amore compiuti per Gesù, vengono portati in chiesa e versati in un grande calice di vetro posto vicino all’altare. Di fianco al calice c’è anche uno scrigno dove si possono mettere i bigliettini dove sono scritte le nostre esperienze. I bambini della prima confessione e della prima comunione invece hanno un quadernetto apposito all’interno del quale c’è la sintesi dell’arte di amare. Su di esso scrivono le proprie esperienze per offrirle a Gesù il giorno del grande incontro con lui. I chicchi di grano saranno poi macinati per fare dei piccoli pani da condividere con i familiari nella festa della prima comunione. Il panettiere nel programmare questi pani ha pensato di non macinare alcuni grani per porne uno nel cuore di ogni pagnottina in modo da ricordare l’atto d’amore: pane che nutre, seme che fa riconoscere la Vita! Questa proposta ha contagiato anche persone di altre comunità cristiane. Un bulgaro ortodosso, sposato con una cattolica impegnata, venuto a conoscenza dell’esperienza dei palloncini, ha voluto conoscermi. L'ho accolto facendogli festa e presentandogli i chierichetti che avevano scritto qualcuno dei bigliettini. E partito anche lui con un sacchetto di chicchi per la sua famiglia. Anche gli amici di Reggio Emilia partecipano a questa gara d’amore. Pure i giocatori della nostra squadra di calcio si sono impegnati. Ho proposto questa iniziativa come un gioco, dando una scatoletta piena di chicchi e invitandoli a scegliere una delle loro coppe dei campioni dove deporre un chicco di grano per ogni cosa bella fatta da loro fino a Pasqua. L'allenatore è stato tra i primi a deporvi un chicco perché, dopo essersi arrabbiato con la squadra, aveva chiesto scusa a tutti, ricostruendo l’unità. Mariano Cocco Lasta — pag. 27 — attualità ecclesiale 65 La Chiesa nel mondo [La parola del Papa All’Opus Dei Nel centenario della nascita del fondatore dell’Opus Dei, il beato Josemaria Escrivd, Giovanni Paolo II ha voluto sottolineare alcune note caratteristiche della sua spiritualità particolarmente attuali. Ha ricordato che egli «fin dagli inizi del suo ministero sacerdotale pose al centro della propria predicazione la verità che tutti i battezzati sono chiamati alla pienezza della carità, e che il modo più immediato per raggiungere questo comune traguardo si trova nella normalità quotidiana. (...) «Per ogni battezzato, che voglia seguire fedelmente Cristo, la fabbrica, l’ufficio, la biblioteca, il laboratorio, l’officina, le pareti domestiche possono trasformarsi in altrettanti luoghi di incontro con il Signore, che scelse di vivere per trent'anni nel nascondimento. Si potrebbe forse porre in dubbio che il periodo passato da Gesù a Nazaret fosse già parte integrante della sua missione salvifica? Anche per noi, pertanto, il quotidiano, nel suo apparente grigiore, nella sua monotonia fatta di gesti che sembrano ripetersi sempre uguali, può acquistare il rilievo di una dimensione soprannaturale ed esserne in tal modo trasfigurato. «Nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte — continua il Papa — ho ricordato, in proposito, che l’ideale della perfezione cristiana “non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni «geni» della santità”, ed aggiungevo: “È ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria” (n. 31). A ogni battezzato il Signore concede le grazie necessarie per raggiungere i vertici della divina carità. I piccoli eventi della giornata racchiudono in sé un’insospettabile grandezza, e proprio vivendoli con amore verso Dio e i fratelli è possibile superare in radice ogni frattura fra fede e vita quotidiana. (...) La preghiera, il lavoro e l’apostolato, come avete appreso dal beato Josemarfa, si incontrano e si fondono se sono vissuti in questo spirito. Egli vi ha sempre incoraggiati ad “amare il mondo appassionatamente”. E aggiungeva un’importante precisazione: “Siate uomini e donne di mondo, ma non siate uomini o donne mondani” (Cammino, 939). Riuscirete così ad evitare il pericolo del condizionamento di una mentalità mondana, che concepisce l'impegno spirituale come un qualcosa riconducibile alla sfera privata e pertanto irrilevante per l’agire pubblico». Alla Comunità di Sant'Egidio Il 7 febbraio scorso Sant'Egidio commemorava i 34 anni di fondazione con un raduno internazionale a Roma di vescovi e sacerdoti e di personalità di varie Chiese e Comunità ecclesiali. Il Papa ha messo in rilievo il primato della santità e della preghiera nella vita di questo Movimento ecclesiale. «Tra le dimensioni decisive del cammino della Chiesa — ha detto il Papa — ci sono la santità e la preghiera: “Per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della Gen's 2/2002 — pag. 28 — 66 attualità ecclesiale preghiera” (NMI, 32). Le nostre comunità cristiane debbono diventare autentiche “scuole di preghiera” (ibid., n. 33). La Comunità di Sant'Egidio ha tratto la sua forza di amore proprio dallo sforzo di farsi “scuola di preghiera”. Ogni sera, a Roma, i suoi membri si raccolgono nella basilica di Santa Maria in Trastevere a pregare. E così fanno gli aderenti alla Comunità nelle chiese dislocate in tante altre parti del mondo. (...) Il secolo appena iniziato attende che il Vangelo venga comunicato “sine glossa”, come amava dire san Francesco; attende discepoli che ne siano testimoni coerenti sino in fondo. Sta davanti a noi l’innumerevole schiera di vescovi, di sacerdoti e di fedeli, che nel Novecento hanno dato la loro vita per il Vangelo. La testimonianza di questi “nuovi martiri”, che ho voluto ricordare in modo particolare durante il Giubileo, sia per tutti noi un’eredità preziosa. Sono certo che l'amicizia con la Comunità di Sant'Egidio vi è di giovamento sia sul piano personale che su quello ecclesiale. Ho incontrato la Comunità fin dall’inizio del mio pontificato, e ne ho potuto constatare la Vitalità spirituale e la passione missionaria. L'ho vista operare nella Chiesa di Roma e di qui incamminarsi per le vie del mondo. Mi piace ricordare un bel canto che la accompagna ovunque: “Noi non abbiamo molte ricchezze, ma solo la Parola del Signore”. Questo canto, in cui riecheggiano le parole di Pietro al paralitico seduto alla Porta Bella del Tempio (cf At 3,6), ricorda come il Vangelo sia la vera forza della Chiesa e la sua ricchezza. Lo era agli inizi e lo è ancora oggi... Mentre ringrazio monsignor Vincenzo Paglia per le parole che mi ha rivolto, saluto di cuore il professore Andrea Riccardi, che in quel 7 febbraio del 1968 iniziò il cammino della Comunità. Sono ormai passati 34 anni. Sono stati anni di ascolto del Vangelo e di amicizia con tutti. Si potrebbe dire che l’amicizia caratterizza ogni dimensione della vita della Comunità di Sant'Egidio. L’amicizia vissuta con sensibilità evangelica è un modo efficace di essere cristiani nel mondo: permette di varcare frontiere e di colmare distanze, anche quando sembrano insupera- Gen's 2/2002 bili. Si tratta di una vera e propria arte dell’incontro, di un’attenzione premurosa per il dialogo, di una passione amorevole per la comunicazione del Vangelo. Questa amicizia diviene forza di riconciliazione; una forza davvero necessaria in questo tempo drammaticamente segnato da conflitti e da scontri violenti. ‘ Abbiamo appena celebrato l’incontro di preghiera per la pace nella città di san Francesco. Dal primo incontro del 1986, la Comunità si è fatta promotrice, anno dopo anno, di incontri che hanno portato lo “spirito di Assisi” a soffiare nel cielo di varie città europee. Ne è nato come un singolare movimento di uomini e di donne di religioni diverse i quali, senza confusione alcuna, non cessano tuttavia di invocare da Dio la pace per tutti i popoli. Questo inizio di millennio, venerati Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, amici della Comunità di Sant'Egidio, vi trovi tutti attenti alla chiamata del Signore, perché “andiate al largo” a comunicare a tutti i popoli il Vangelo dell’amore». A Comunione e Liberazione In occasione del ventesimo anniversario del riconoscimento pontificio della “Fraternità di Comunione e Liberazione”, il Papa ha inviato una lettera autografa a mons. Luigi Giussani. Ne riportiamo qualche stralcio che ben qualifica l’importanza di questo carisma per il nostro tempo. «Riandando con la memoria alla vita e alle opere della Fraternità e del Movimento, il primo aspetto che colpisce è l'impegno posto nel mettersi in ascolto dei bisogni dell’uomo di oggi. L'uomo non smette mai di cercare: quando è segnato dal dramma della violenza, della solitudine e dell’insignificanza, come quando vive nella serenità e nella gioia, egli continua a cercare. L’unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall’incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare. — pag. 29 — attualità ecclesiale 67 Il movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo. Egli è la Via, la Verità e la Vita, che raggiunge la persona nella quotidianità della sua esistenza. La scoperta di questa strada avviene normalmente grazie alla mediazione di altri esseri umani. Segnati mediante il dono della fede dall’incontro con il Redentore, i credenti sono chiamati a diventare eco dell’avvenimento di Cristo, a diventare essi stessi “avvenimento”. Il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è pertanto l'avvenimento di un incontro. È questa l’intuizione e l’esperienza che Ella ha trasmesso in questi anni a tante persone che hanno aderito al movimento. Comunione e Liberazione, più che ad offrire cose nuove, mira a far riscoprire la Tradizione e la storia della Chiesa, per riesprimerla in modi capaci di parlare e di interpellare gli uomini del nostro tempo. Nel Messaggio ai partecipanti al Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e nuove comunità, il 27 maggio 1998, ho scritto che l’originalità del carisma di ogni movimento “non pretende, né lo potrebbe, di aggiungere alcunché alla ricchezza del depositum fidei, custodito dalla Chiesa con appassionata fedeltà” (n. 4). Tale originalità, tuttavia, “costituisce un segno potente, un richiamo suggestivo e convincente a vivere appieno, con intelligenza e creatività, l’esperienza cristiana. Sta in ciò il presupposto per trovare risposte adeguate alle sfide e alle urgenze dei tempi e delle circostanze storiche sempre diverse” (ibid.). Occorre ritornare a Cristo, Verbo di Dio incarnato per la salvezza dell’umanità. Gesù di Nazaret, che ha vissuto l’esperienza umana come nessun altro avrebbe potuto, si pone quale traguardo di ogni aspirazione umana. Solo in Lui l’uomo può giungere a conoscere pienamente se stesso La fede appare in tal modo come un’autentica avventura della conoscenza, non essendo un discorso astratto, né un vago sentimento religioso, ma un incontro personale con Cristo, che dà nuovo senso alla vita. L’o- pera educativa che, nell’ambito delle vostre attività e comunità, tanti genitori e insegnanti hanno cercato di svolgere, è consistita proprio nell’accompagnare fratelli, figli, amici, a scoprire dentro gli affetti, il lavoro, le più differenti vocazioni, la voce che porta ciascuno all’incontro definitivo con il Verbo fatto carne... Questo dialogo permanente con Cristo, alimentato dalla preghiera personale e liturgica, è stimolo per un’attiva presenza sociale, come testimonia la storia del movimento e della Fraternità di Comunione e Liberazione. La vostra è, in effetti, storia anche di opere di cultura, di carità, di formazione e, nel rispetto della distinzione tra le finalità della società civile e della Chiesa, è storia anche di impegno nel campo politico, un ambito per sua natura ricco di contrapposizioni, in cui arduo risulta talora servire fedel- mente la causa del bene comune. In questi vent'anni la Chiesa ha visto sorgere e svilupparsi al suo interno tanti altri movimenti, comunità, associazioni. La forza dello Spirito di Cristo non smette mai di superare, quasi di rompere, gli schemi e le forme sedimentate della vita precedente, per urgere a inedite modalità espressive. Questa urgenza è il segno della vivace missione della Chiesa, in cui il volto di Cristo si delinea attraverso i tratti dei volti degli uomini di ogni tempo e luogo della storia. Come non stupirsi dinanzi a questi prodigi dello Spirito Santo? Egli compie meraviglie e all’alba di un nuovo millennio spinge i credenti a prendere il largo verso frontiere sempre più avanzate nella costruzione del Regno. Anni fa, in occasione del trentennale della nascita di Comunione e Liberazione, ebbi a dirvi: “ Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore” (Roma, 29 settembre 1984, n. 4). All’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, con forza e gratitudine vi affido di nuovo lo stesso mandato. Vi esorto a cooperare con costante consapevolezza alla missione delle diocesi e delle parrocchie, dilatandone coraggiosamente l’azione missionaria sino agli estremi confini del mondo». Gen's 2/2002 — pag. 30 — 68 attualità ecclesiale DI In dialogo con la Chiesa ortodossa di Grecia «Ci auguriamo che la nostra presenza qui possa contribuire a realizzare il suo scopo e aprire una nuova era d’amore e di collaborazione efficace tra le nostre due Chiese». Dalle parole del capo-delegazione della Chiesa ortodossa di Grecia, il metropolita Panteleimon, si coglie la dimensione “storica” di questa visita, la prima della Chiesa ortodossa di Grecia, alla Santa Sede. L'indirizzo rivolto al Papa rivela la gratitudine per questo invito e ricorda l'emozione del pellegrinaggio del Papa ad Atene lo scorso anno. Non tace la travagliata storia di questi 10 secoli di separazione «caratterizzati da molti errori e sofferenze» che hanno provocato «non senza ragione in gran parte del popolo, del clero e soprattutto tra i monaci, un clima di sfiducia e di sospetto verso la cristianità d’occidente». Ma all’alba del XXI secolo — afferma il metropolita «è nostro dovere ritornare al cammino comune dei primi secoli». «Ora — ha aggiunto — dobbiamo inaugurare una collaborazione su questioni pratiche, di ordine morale e sociale, una collaborazione che si rivelerà più facile ed efficace del dialogo teologico», anzi, «lo faciliterà». Gli stessi sentimenti di gioia e gratitudine sono stati espressi dal Papa: «Nel quadro dell’evoluzione che caratterizza attualmente il nostro continente l’ora della collaborazione è scoccata!» Giovanni Paolo II parla della «necessità della nuova evangelizzazione dell’Europa che le permetterà di ritrovare pienamente le sue radici cristiane», che affondano nelle «tradizioni orientale e occidentale». Il Papa, sottolineando la grande ed unica tradizione cristiana e apostolica, indica come ispirazione comune il carisma luminoso di Massimo il confessore, grande teologo, contemplativo e martire d’Oriente che nel VI secolo, anche a costo di persecuzioni, seppe far da ponte tra le due tradizioni. Gen's 2/2002 «I cristiani — ha aggiunto — debbono ora cercare insieme di trovare un rimedio ai gravi problemi etici che pongono le scienze e la tendenza di ignorare ogni riferimento alla dimensione trascendente dell’uomo o persino negarla». E qui il Papa ha sottolineato il dovere «di fare tutto ciò che è in nostro potere perché le radici cristiane dell’Europa e l’anima cristiana possano rimanere intatte». Ed ha ricordato l’eredità della fede e della vita cristiana custodita dalla Chiesa ortodossa di Grecia: «Il nome della Grecia risuona dappertutto dove il Vangelo è proclamato... Dall’era apostolica sino ai nostri giorni, la Chiesa ortodossa di Grecia costituisce una ricca sorgente a cui la Chiesa d’Occidente ha attinto la sua liturgia, la sua spiritualità e il diritto». Il Papa ha ribadito che l’ecumenismo «non significa né assorbimento, né fusione, ma un incontro nella verità e nell’amore». «Dobbiamo approfondire — ha detto — la nostra collaborazione per far risuonare con forza la voce del Vangelo in questa nostra Europa, dove le radici cristiane dei popoli devono riprendere vita». In occasione della visita della delegazione sua Beatitudine Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, ha inviato al Papa un messaggio in cui esprime la gioia per questo incontro tra le «Chiese apostoliche di Roma e di Grecia che si incontrano per la prima volta nella storia» presso la sede di Pietro. L'invio della delegazione — scrive ancora l’arcivescovo Christodoulos — «mira a creare un ponte di comunicazione, di riconciliazione e di fiducia tra noi nell'Unione europea, affinché la nostra testimonianza di cristiani sia più intensa, più credibile e più efficace in una società che sta per perdere i valori tradizionali della fede in Cristo Redentore». La delegazione della Chiesa ortodossa di Grecia è giunta a Roma venerdì 8 marzo scorso ed ha svolto un fitto programma di colloqui e visite a vari dicasteri vaticani e con soste di preghiera nelle basiliche romane e alle catacombe. a cura della redazione — pag. 31 — uello della comunione non è un tema indolore. Tutti, in linea di principio, sono d’accordo che essa rappresenti una priorità nella vita della Chiesa oggi, e tanto più dei seminari. Tuttavia, proprio a questa istanza sono legate tanta delusione e rassegnazione. La comunione, sembra, è un bel valore, una bella parola, ma quando si tratta della sua effettiva realizzazione, tanti, pur con rammarico, si fanno scettici. Si potrà stabilire un rapporto d’amicizia con l’uno o con l’altro, si potrà anche trovare la maniera di comportarsi correttamente con tutti, ma creare un vero rapporto di comunione fra tutti sembra un ideale quasi utopico. Eppure, spesso basta che ci sia qualcuno che ci creda per davvero. Come X., in un seminario della Germania. Con dispiacere egli si rendeva conto che, durante i momenti di condivisione nei gruppi in cui si articola il seminario, difficilmente si parlava della propria esperienza. Egli si propose quindi di cogliere quelle occasioni per “non parlare di altri, ma di se stesso”. Al primo tentativo, il risultato non era proprio confortante. Durante un incontro con il suo gruppo, il padre spirituale espose un determinato punto della regola di vita. Silenzio. X. raccoglie allora tutto il proprio coraggio e dice come egli cerca di vivere questo punto. Nuovamente silenzio. Viene il periodo dell'Avvento. Per X. è l’opportunità di andare soprattutto verso coloro che in qualche modo vengono lasciati ai margini della comunità. Si stabilisce così un rapporto con vari studenti. A volte essi si ritrovano e si realizza tra loro una bella condivisione. Ne nasce poi un’idea: quando tutta la comunità si riunisce prima del Natale, si inizia con una mezz'ora di scambio. Per la prima volta si riesce a parlare seriamente di quello che vivono i singoli studenti. Anche se non tutti intervengono, il “muro del silenzio” è crollato. Il fatto è che la comunione è realtà pasquale. Perché nasca, c’è sempre un prezzo più o meno grande da pagare: un rischio da correre, un primo passo da fare, una mano da tendere, un’idea o un progetto da posporre per “fare spazio al fratello”. Ne ha parlato lucidamente Giovanni Paolo II, quando ancora un anno fa ha ricordato che con la Novo millennio ineunte ha voluto invitare “l’intero popolo cristiano a fissare lo sguardo sul volto di Cristo crocifisso e risorto” per “approfondire il mistero di dolore e di amore da cui nasce e si rinnova costantemente la Chiesa-comunione”, ed ha sottolineato che “1’amore al Crocifisso, contemplato nel momento culminante della sofferenza e dell’abbandono, costituisce la via maestra (...) per rendere sempre più effettiva la comunione a tutti i livelli della compagine ecclesiale”. Quando si parte da lì, l’utopia si fa realtà. Notizie dal mondo dei seminari - 33 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Comunic MISTERO PASQUALE D Gen's 2/2002 - 69 — pag. 32 — Un lavoro che Inizia dentro di noi Innanzi tutto, ascoltarci Italia. «Insieme ad alcuni compagni del seminario dovevo preparare la veglia di preghiera in suffragio del nostro vescovo defunto. Ma il clima fra noi non era per niente sereno e non riuscivamo a mettere in atto un lavoro comune. Tutti sembravano arroccati sulle proprie idee, tutte belle, ma tanto diverse. Ho cercato di abbracciare questo dolore e mi sono messo ad ascoltare ciascuno profondamente. Dopo un po’ un compagno mi ha chiesto: “Ma tu non vuoi dire niente?”. L'ho guardato negli occhi e ho fatto presente che forse innanzi tutto dovevamo ascoltarci e poi avremmo compreso il da farsi. Pian piano il clima cominciava a mutare e infine abbiamo trovato la strada. Quando a tarda sera abbiamo concluso, tutti eravamo stanchi, ma nella pace e qualcuno ha chiesto pure scusa di come si era mosso in un primo momento. Dopo la veglia il rettore ci ha chiesto a che cosa ci eravamo ispirati nella preparazione. “All’unità”, ha risposto proprio quel compagno che aveva chiesto scusa. E il rettore, visibilmente contento: “Avete preparato le cose con armonia e ci siete riusciti». (M.S.) Prendere l’ultimo posto Svizzera. «In preparazione al seminario, frequento una scuola per adulti per conseguire la maturità, e vivo in una casa Gen's 2/2002 - 70 parrocchiale. La pulizia della canonica è affidata ad una signora, ma di quella della scala mi occupo io. Un giorno in cui ero tanto preso dalla studio, mi sono accorto che la scala era sporca. Dopo un po’ di esitazione, sono andato a chiedere alla signora gli attrezzi necessari. Per tutta risposta ella mi ha detto: “Se già pulisci la scala, potresti fare anche la sala delle conferenze”. Quelle parole mi hanno ferito, perché suonavano come un’imposizione. Inoltre, volevo il più presto possibile riprendere lo studio. Ma poi mi veniva in mente, cosa significa prendere l’ultimo posto. Allora ho accettato quel piccolo dolore e mi sono messo a pulire anche la sala, per Gesù in quella signora. Alla fine lei mi ha portato un dolce ringraziandomi calorosamente. E” stato il centuplo». (S.P.) Correzione fraterna Filippine. «Un giorno, un compagno mi ha chiesto di parlarmi. Ho accettato, e lui, con delicatezza, mi ha fatto presente alcuni punti deboli del mio comportamento ai quali dovrei prestare più attenzione. Pensando che mi comportavo abbastanza bene, mi sono sentito umiliato. “L'uomo vecchio” in me si è ribellato e subito avrei voluto far notare a questo mio compagno i suoi limiti. Ma l’amore, che proprio con lui ci siamo promessi di vivere, era più forte ed ha fatto tacere il mio “io”. Con semplicità ho accolto la verità e il dolore che comportava ed ho ricominciato ad amare. Dopo alcuni giorni mi sono reso conto quanto il mio compagno mi ha aiutato per essere una persona migliore e più libera. Sono andato a ringraziarlo e gli ho detto che sono contento di accogliere altri momenti di verità». (J.T.) «Se voglio la pace, devo cominciare nel mio ambiente» Belgio. «Mi sono trovato a fare un viaggio in macchina con uno dei nostri professori con il quale noi studenti ogni tanto abbiamo qualche problema. — pag. 33 — Chiara Lubich Fare spazio al fratello essuno, come Gesù abbandonato, s’è fatto uno con i fratelli. Per questo Egli è il modello di colui che ama, è la via e la chiave dell’unità con i prossimi. "Farsi uno”. Ma cosa significano e cosa esigono queste due piccole parole, così importanti da essere il modo d'amare? Non si può entrare nell’animo di un fratello per comprenderlo, per capirlo, per condividere il suo dolore, se il nostro spirito è ricco di una preoccupazione, di un giudizio, di un pensiero,... di qualunque cosa. Il “farsi uno” esige spiriti poveri, poveri di spirito. Solo con essi è possibile l’unità. E a chi si guarda, allora, per imparare questa grande arte d’esser poveri di spirito, arte che porta - lo dice il Vangelo - il Regno di Dio con sé, il regno dell’amore, l’amore nell’anima? Si guarda a Gesù abbandonato. Nessuno è più povero di Lui: Egli, dopo aver perso quasi tutti i discepoli, dopo aver donato la madre, dà anche la vita per noi. E prova la terribile sensazione che il Padre stesso lo abbandoni. Guardando Lui, si comprende come tutto va dato 0 posposto per amore dei fratelli: vanno donate 0 posposte le cose della terra ed anche - se occorre - in certo modo, i beni del Cielo. Guardando Lui, infatti, che si sente abbandonato da Dio, quando l’amore per i fratelli ci chiedesse (e può succedere anche spesso) di lasciare persino - come si dice - Dio per Dio (Dio per esempio nella i preghiera, per “farsi uno” con un fratello nel bisogno; Dio in quella che ci sembra un'ispirazione per essere completamente vuoti ed accogliere in noi il dolore del fratello), guardando Lui è possibile ogni rinuncia. E il “farsi uno” comporta questa rinuncia, anche se poi sappiamo quale ne è il guadagno. I fratelli amati così sono spesso conquistati a Cristo (“mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi son fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”; 1Cor 9, 22). E, una volta conquistati, anch'essi amano ed ecco l’unità. (Da: L’unità e Gesù abbandonato, Roma °1998, pp. 104-106) Puntualmente è nata una discussione con Durante una preghiera per la pace mi sono lui, ed alla fine abbiamo litigato, in fondo detto: “Se voglio la pace, devo cominciare per una cosa banale. nel mio ambiente”. Ho avvicinato allora il Trovandomi più tardi con i seminaristi, pur professore per parlare con lui. Era un essendo conscio che non era giusto, ho momento molto bello. Insieme abbiamo raccontato loro quanto era avvenuto. E deciso di ricominciare. Dopo ho cercato di subito si facevano largo dei giudizi nei fare la mia parte anche in seminario, coi confronti di quel docente. Nei giorni compagni. Ho capito che aiuta molto successivi, l'atmosfera nel nostro piccolo mettere in luce sempre il positivo. Così seminario era poco serena. Capivo che facendo, non si comincia a giudicare gli dipendeva da me cambiare qualcosa. altri». (J.S.) Gen's 2/2002 - 74 — pag. 34 — Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Gen's 2/2002 - 72 Il Vuoto «Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (Is 64, 7). Plasmare la creta per fare un bel vaso non è tutto Il colore, l'ampiezza e la sua attrazione non ne danno l’utilità, ma il vuoto centrale. Una casa è utilizzabile se vuota; l’utilità essenziale appartiene al vuoto. L’uomo non è importante per la sua altezza, per la sua bellezza, il suo aspetto, ma per ciò che porta dentro. Dentro l’uomo trovi ciò che vi può entrare nella misura del suo vuoto. (es, Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato me stesso e non mi son ritrovato. Ho accolto l’altro e in lui ho incontrato tutti e tre. Accogliere è avere pienezza dell’Essere. Una stanza senza porte e finestre non “è” stanza, perché non vi si può sostare. (...) Ritagliamo porte e finestre nelle pareti; questi vuoti la rendono accessibile e ne realizzano il suo fine ospitale ed accogliente. Dio Padre ha ritagliato la sua porta di accesso. Il Crocifisso è il vuoto attraversabile per accedere al Padre. Egli è la porta d’accesso e il ponte percorribile che colma il vuoto abissale di separazione. Senza il vuoto non c’è pieno, non c’è pienezza. Senza l’esperienza del Vuoto Cristico; non è possibile giungere alla pienezza del proprio Essere che trova radici celesti. Noi, se intagliamo nella parete di noi stessi uno spazio vuoto, daremo accesso all’ Altro. Il pieno ha la sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto. Cristo nella kénosis è il Vuoto, ed è in quel Vuoto che siamo stati accolti. Chiamati altresì al vuoto, non ci resta che accogliere. Egli vuoto di sé si è riempito di noi. Egli nel Nulla d’ Amore ha fatto il Pieno di noi in Dio e di Dio in noi. Plasmaci o Signore e donaci la forma di calice vuoto per essere riempiti di Te. Noi siamo argilla e Tu colui che ci ha ridato forma in Cristo. Giacinto Magro — pag. 35 — linbazictnae Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. eis rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser. Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma). tel. 06-94315553, fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 36320000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’Il marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, c/o Brendan Leahy, Focolare Centre, Prosperous, Co. Kildare, Irlanda. Gen*, c/o Victor Agius, Gen's. PO. Box 328, Ayala Alabang Village Post Office, 1799 Muntinlupa, Metro Manila, Filippine. Gen, c/o Michael Mulvey, 194 Cardinal Road, Hyde Park. New York 12538, U.S.A. Bilingue Inglese/Cinese: Being One, c/o Fr. Peter Leung, 2A Broadwood Rd., Happy Valley. Hong Kong. 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