gen’s 2002/4-5 – Parrocchia comunità in dialogo Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2002-4-5-parrocchia-comunita-in-dialogo/ — pag. 1 — Temi, interviste, © ‘ esperienze ‘del Congresso internazionale . di animatori delle comunità «parrocchiali; Spedizione in abbonamento postale — art. 2 anno £ XXXII comma 20/C legge 662/96 — filiale di Roma luglio-ottobre — pag. 2 — — pag. 3 — dimensioni dell'incontro Dialogo: urgenza improrogabile di Adolfo RAGGIO D ialogare per non morire»: « questa espressione del teologo Tillard' evidenzia in modo un po’ paradossale ma efficace un’urgenza ineludibile del mondo d’oggi. Viviamo infatti in una società che diventa sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale, con un infittirsi di rapporti fra persone le più varie, ma anche con l’accentuarsi di contrasti e barriere, che esigono improrogabilmente di aprire un dialogo a 360 gradi. Non un dialogo “slavato”, o che si ferma ai gesti cordiali e fraterni’, pur imprescindibili, ma un dialogo integrale, orientato alla conoscenza, all'ascolto, alla comprensione dei valori di ognuno, superando pregiudizi e affrettate valutazioni e rispettando la fede dell’altro?.Un dialogo che tenda a suscitare rapporti d’amicizia e miri alla fraternità universale*, prendendo come modello quell’amore disinteressato e radicale che Gesù ha insegnato e vissuto, e come meta il suo testamento: «che tutti siano uno». b* di questo tipo di dialogo che necessitano oggi le parrocchie e le diocesi, che sempre più risentono della mobilità e molteplicità variegata delle persone presenti nel loro territorio. Esigenza cui ha inteso andare incontro il Congresso internazionale “Per una comunità in dialogo”, promosso dal Movimento parrocchiale e dal Movimento diocesano, diramazioni del Movimento dei focolari composte da sacerdoti e laici che operano a servizio della Chiesa locale, animandone le strutture e attività con la spiritualità dell’unità. Apres di scottante attualità perché il cammino del dialogo, lanciato dal Concilio Vaticano II e già delineato nell’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI ed in altri documenti del magistero, non sempre ha trovato piena attuazione nelle comunità parrocchiali e diocesane, dove esistono tuttora prevenzioni e paure che lo frenano: prevenzioni che nascono da pregiudizi antichi, da immobilismo, da forme di integrismo e di proselitismo; paure perché si teme che il dialogo possa affievolire la fede e portare ad un sincretismo religioso. Eppure il dialogo vero, soprattutto se fondato in una visione cristiana della persona umana, permane uno strumento essenziale per fomentare rapporti d’amicizia, di mutua comprensione, e giungere alla comunione nel rispetto delle differenze, eludendo scivolamenti nel relativismo e nell’annacquamento dell’annuncio della Buona Novella. gen's 4-5/2002 - 99 — pag. 4 — ignificativa al riguardo è l’esperienza di dialogo del Movimento dei focolari: un’esperienza valida, riconosciuta tale dalla Chiesa e ormai comprovata da molti anni. Suo fondamento è l’icona di Gesù crocifisso e abbandonato: colui che ha aperto la via al dialogo universale, colui che ha svelato la radicalità del dialogo intimo della SS. Trinità. Tema questo che, nel suddetto Congresso, è stato approfondito da Chiara Lubich parlando di «Gesù abbandonato: via maestra per una comunità in dialogo». Con sapienza e chiarezza ha guidato passo passo i partecipanti a penetrare nell’abisso del mistero del suo abbandono, ed ha spalancato orizzonti sorprendenti mostrandone l’incidenza nei dialoghi che il Movimento dei focolari sta realizzando. Da notare la piena consonanza con quanto il S. Padre scrive in una sua lettera ai vescovi amici del Movimento dei focolari: «L'amore al crocifisso, contemplato nel momento culminante della sofferenza e dell’abbandono, costituisce la via maestra non soltanto per rendere più effettiva la comunione a tutti i livelli della compagine ecclesiale, ma anche per aprire un fecondo dialogo con le altre culture e religioni»”. Una introduzione a questa prospettiva è stata la sintesi del cammino di dialogo delineato nei documenti pontifici e attuato nella vita della Chiesa, dal Concilio Vaticano II alla recente Giornata di Assisi, magistralmente presentata da Mons. Piero Coda, professore all’ Università Lateranense. e caratteristiche che il dialogo assu- me quando è attuato secondo la spiritualità di comunione tipica del Movimento dei focolari e i frutti che esso porta, sono emersi dalla tavola rotonda con gli incaricati nel Centro del Movimento per ciascuno dei quattro dialoghi. Riguardo al dialogo all’interno della propria Chiesa, Silvano Cola ha messo in 100 - gen’s 4-5/2002 dimensioni dell'incontro rilievo l'impegno del Focolare, in particolare dopo l’incontro dei Movimenti col Papa a Roma nella Pentecoste ’98, nel suscitare e favorire una sempre maggiore comunione fra i Movimenti e i frutti maturati dalle varie Giornate svolte in numerose nazioni a questo scopo. A livello parrocchiale è stata di luce l’esperienza della comunità di Vargem Grande Paulista (Brasile) dove i vari Movimenti, e sono una dozzina, collaborano in fraterna armonia. Sulla ricca esperienza ecumenica del Movimento ha parlato Gabriella Fallacara, facendo notare come la spiritualità dell’unità sia una spiritualità ecumenica che suscita il dialogo del popolo, il dialogo della vita, portando così un nuovo elemento di unione fra coloro che la vivono. Una prova del riflesso che ne deriva nelle comunità parrocchiali delle varie Chiese ove essa è vissuta, si poteva cogliere dall’esperienza forte ed incisiva del sacerdote anglicano Christopher Evans dell’Inghilterra. L'ascolto, il farsi uno, il vivere l’altro, cogliere i “semi del Verbo”, vivere la “regola d’oro”, sono alcune delle sfaccettature che Natalia Dallapiccola ha messo in luce nel dialogo interreligioso. Un dialogo questo che investe anche comunità nelle quali in passato neppure se ne prospettava la possibilità, ma che diventa sempre più attuale nel contesto multiculturale in cui oggi vengono a trovarsi. E già in tante parrocchie, come ha mostrato quella di S. Lucia a Verona, sono nate iniziative e attività per fomentarlo. Di grande rilievo per le comunità parrocchiali e diocesane l’esperienza fatta dal Movimento dialogando con persone di convinzioni non religiose. Troppo spesso nelle nostre parrocchie si spendono tante energie per curare le persone che frequentano la Chiesa e non si pone altrettanto impegno per andare incontro a coloro che non hanno una fede religiosa e che, anche nei Paesi di tradizione cristiana, stanno diventando la maggioranza. Arnaldo Diana ha mostrato quali siano i punti di — pag. 5 — dimensioni dell'incontro contatto per un fecondo dialogo anche con queste persone, che sono sensibili ai valori umani, sono pronte a impegnarsi a fondo per promuoverli e a volte dimostrano una generosità straordinaria. Uno stile questo che apre nuove prospettive all’azione pastorale delle parrocchie, orientandole ad un atteggiamento di apertura e comprensione che riscopre e mette in luce i lati positivi che sottendono la mentalità laica e positivista di tante persone del nostro tempo. Ne ha dato una testimonianza incisiva la parrocchia del Corpus Domini di Carpi. el contesto del Congresso non poteva mancare una riflessione puntuale sulla parrocchia. L’ha offerta il card. James Francis Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, che ha presieduto la celebrazione della S. Messa il sabato 20 aprile. Nell’omelia ha messo in rilievo l’importanza della parrocchia quale segno del Regno di Dio già presente fra noi, luogo della formazione dei laici, della celebrazione eucaristica e della speranza escatologica dove il popolo di Dio, chiamato alla santità, vive in preparazione del “Signore che viene”. Il Congresso si è concluso domenica 21 in piazza S. Pietro con la benedizione e il saluto del S. Padre dopo il Regina Coeli. Un Congresso vivo, contrassegnato dalla gioia, dall’entusiasmo, dal clima di intenso amore fraterno e d’unità, che faceva sperimentare la presenza di Dio e testimoniava la maturità degli animatori parrocchiali e diocesani. Da rilevare anche l’apporto dato dal complesso musicale “Hope” del Movimento diocesano di Fermo e da momenti artisticomusicali fra cui una splendida danza coreana. A conferma delle prospettive offerte dal Congresso, citiamo almeno una fra le tante 5 impressioni dei partecipanti: «In questi giorni ho compreso come il dialogo abbia le sue radici nella Trinità e come questa vita sia impressa nel profondo della nostra natura creata. Siamo immagine di Dio, e mi sento, dopo questi giorni straordinari, tutto proteso a rianimare la comunione anche nella mia parrocchia. Grazie per averci lanciato in questa meravigliosa avventura. Grazie soprattutto per averci fatto comprendere la via per suscitare comunità in dialogo: è fare di Gesù abbandonato, finestra aperta sulla comunione trinitaria, “la stella del nostro cammino”, come ha detto Chiara»È. Adolfo Raggio 1) È il titolo che J.M.R. Tillard ha dato al libro a cui si sentiva più legato (trad. it. EDB, Bologna 2000). 2) Scrive Tillard: «La mia esperienza nel movimento ecumenico mi ha insegnato che il dialogo non può durare e ben presto muore se si trasforma in semplice relazione di convivialità» (ibid., p. 8). 3) Quando si instaura il dialogo l'altro non è più qualcuno di cui spontaneamente diffidare o aver paura (Ionesco), presenza che dà fastidio e da evitare o, secondo la nota espressione di Sartre, “l'altro è l'inferno”, ma un partner chiamato a diventare “fratello” e “sorella” in umanità (cf ibid., pp.11-12). 4) Scrive Chiara Lubich: «Penso che il dialogo superi di gran lunga la tolleranza... Il dialogo è tutta un’altra cosa: è un arricchirsi reciproco, è un volersi bene, è un sentirsi già fratelli, è un creare una fraternità universale già su questa terra». (Michel Vandeleene [a cura di], Chiara Lubich. La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, p. 384). 5) Il Congresso si è svolto al Centro Mariapoli di Castelgandolfo (Roma) il 19-21 aprile 2002, presenti 2.300 animatori provenienti da oltre 30 nazioni dei vari continenti. 6) Martin Buber fa notare che «ogni singolo tu è una breccia aperta sul Tu eterno». (7! Principio dialogico e altri saggi, S. Paolo, Milano 1993, p. 111). 7) In “L'Osservatore Romano”, 15/2/2001, p. S. 8) Cf infra, p. 16. gen's 4-5/2002 - 101 — pag. 6 — — pag. 7 — messaggio Il saluto del Papa Giovanni Paolo II la domenica 21 aprile 2002, al termine del “Regina Coeli”, ha rivolto ai 2300 partecipanti del Congresso, presenti in Piazza S. Pietro, il seguente saluto: «Rivolgo un cordiale saluto al folto gruppo di animatori parrocchiali e diocesani appartenenti al Movimento dei focolari, convenuti da diversi Paesi per il Congresso sul tema “Per una comunità in dialogo”. Sono lieto, carissimi, che abbiate approfondito le indicazioni della Lettera apostolica Novo millennio ineunte a proposito della spiritualità di comunione e delle sue esigenze concrete. Portate la mia benedizione nelle vostre comunità». Da: “L'Osservatore Romano”, 22-23 aprile 2002. gen's 4-5/2002 - 103 — pag. 8 — — pag. 9 — spiritualità, — pag. 10 — Chiara LUBICH Chiara Lubich ha dato vita nell’ambito dell'Opera di Maria, di cui è fondatrice e presidente, al Movimento parrocchiale e al Movimento diocesano, trasmettendo ai membri che vi aderiscono un’autentica “passione” per la Chiesa, perché contribuiscano ad un suo rinnovamento vivendo l’unità tra loro e con i propri pastori. In questo intervento presenta il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato come l’icona di ogni vero dialogo. 106 - gen’s 4-5/2002 CO III TETTI TI TECTITI TTI TIKI ICI CE TOT: . ° è spiritualità Gesù abbandonato: via maestra per una comunità in dialogo B enarrivati all’attuale Convegno riservato al Movimento parrocchiale ed a quello diocesano! Come tutti sappiamo, queste due realtà ecclesiali sono diramazioni del più vasto Movimento dei focolari. Il loro scopo? Concorrere a dare un volto nuovo, atteso ai nostri tempi, alla parrocchia e alla Chiesa diocesana. Ciò può essere possibile attraverso un particolare dono dall'Alto: il “carisma dell’unità”, offerto dallo Spirito alla Chiesa di oggi. Chiesa-comunione Volto nuovo, dunque, atteso ai nostri tempi, alla parrocchia ed alla diocesi; quindi desiderato dai fedeli e voluto dal Cielo: il volto dell’amore che fa la “Chiesa-comunione” ed è pienamente attuabile con l’aiuto della nostra “spiritualità dell’unità” se vissuta con fedeltà nei suoi vari cardini. Chiesa-comunione desiderata già dal Concilio Vaticano II che vedeva la Sposa di Gesù ad immagine della Santissima Trinità', la più alta e perfetta comunione che si possa pensafé. Chiesa-comunione, di cui parla spesso il Santo Padre, come ad esempio nella Novo millennio ineunte, chiedendo più precisamente che la Chiesa sia “casa della comunione” in se stessa, naturalmente, e cioè vera famiglia soprannaturale, che necessita di un'autentica “spiritualità di comunione”. “Spiritualità di comunione” che, come abbiamo documentato più volte, è, nel pensiero del Papa, sinonimo della “spiritualità dell’unità”. Lo ha dichiarato lui stesso in una nota lettera ai cardinali e vescovi amici del Movimento dei focolari?. Chiesa-comunione — come continua ancora il Papa nella Novo millennio ineunte — che sia pure “scuola della comunione”. Per chi? Per tutti coloro che, nei territori affidati alle parrocchie ed alle diocesi, non conoscessero e non vivessero la comunione, che è unità, che è fraternità. — pag. 11 — spiritualità E cioè — e qui siamo al tema di oggi — per tutti coloro con i quali necessita aprire un dialogo per farla loro conoscere. Comunità in dialogo Ma una comunità, per poter essere in grado di aprire un dialogo, deve essere comunione in atto. Sì, comunione in atto perché, prima di rivolgere la parola agli altri, occorre testimoniarla con la propria vita. Sappiamo però come nelle nostre parrocchie, così come nelle diocesi, solamente una certa percentuale di persone crede in Dio, nella Chiesa. Ed una percentuale, ancora minore, frequenta la chiesa. Su chi puntare, allora, per avere al più presto una comunità in dialogo? È ovvio: su chi crede e frequenta la Chiesa come fate voi: senza contatto con gli altri fedeli, non è possibile creare comunione, comunità. E senza l’Eucaristia, che la Chiesa dona, manca il vincolo dell’unità. Le altre persone costituiscono il campo d’amore, d’attenzione, d’azione, di dialogo delle prime. Per compiere il dialogo, poi, come dice il titolo di questo intervento, riportando parole del Santo Padre, esiste una «via maestra»? e cioè: Gesù crocifisso e abbandonato, il «Volto dolente del Cristo»* come lo definisce la Novo millennio ineunte. Fra noi, molti senz'altro conoscono questo “volto”; alcuni, forse, no. Sarà, comunque, il caso di parlarne, perché chi non lo conoscesse, o non a sufficienza, abbia di che ammirarlo. E chi crede di conoscerlo, di scoprirne di più le infinite ricchezze. Il mistero di Gesù abbandonato Chi è, dunque, Gesù abbandonato? Ce lo ha rivelato un po’ il nostro Ideale. Hans Urs von Balthasar, infatti, un grande teologo del secolo appena trascorso, spiega che, quando lo Spirito Santo manda un carisma sulla terra è come se s’aprisse per la prima volta nel Cielo della Chiesa una finestrella", attraverso la quale ci viene rivelata una verità nuova, pur contenuta nel patrimonio della fede. Ecco: attraverso la finestrella aperta dallo Spirito Santo col nostro carisma dell’unità, si è intravisto qualcosa del mistero che si nasconde nel grido di Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46): una prova abissale del Figlio di Dio per l'abbandono del Padre, ma per la fiducia sconfinata, che Gesù subito dopo dimostra in Lui, per chi è chiamato a realizzare il suo Testamento, la rivelazione di Colui che può dirsi porta, chiave dell’unità. Ricordo che uno dei primi giorni della nostra storia, avendo compreso la finalità del Movimento nascente e cioè realizzare l’unità (misteriosissima parola divina), sintesi dei desideri e comandi di Gesù, oggetto della sua ultima preghiera, avevamo chiesto a Lui di rivelarci il modo d’attuarla, di darcene la “chiave”. Ed ecco che, poco dopo — è un altro episodio noto — ce ne ha svelato il segreto: Gesù crocifisso e abbandonato. Quel Gesù abbandonato che tutti ci sforziamo di amare, di seguire, nostro unico tesoro, quando lo abbiamo compreso per davvero. Ma, poiché Gesù abbandonato costituisce, col dialogo, il titolo del nostro tema, data la sua importanza, vediamo questa volta di approfondire un po’ di più il suo infinito dolore, chiedendoci, ad esempio: cosa dice di Lui la Scrittura? A parlarne per primi sono i Vangeli, come quello di Matteo: «Dall’ora sesta fino all’ora nona si fece buio su tutta la faccia della terra, e all’ora nona Gesù gridò a gran voce: “Eli, Eli, lama sabactani?”, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46). gen's 4-5/2002 - 11 107 — pag. 12 — Durante i primi secoli del cristianesimo, poi, è noto che si preferiva non parlare di questo suo particolare dolore: era un momento della vita di Gesù difficile da spiegare. Solo secoli dopo, qualche raro mistico e teologo accenna a Lui. Dice san Giovanni della Croce: «(...) proprio mentre ne era oppresso, Egli compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere umano»*. Gesù nell’abbandono sembra perdere il vincolo che lo legava al Padre. Ma cos'era questo vincolo? Era lo Spirito Santo. Egli lo perde per darlo a noi. È lo Spirito Santo, infatti, che lega ciascun uomo a Dio e uomo a uomo. Avendoci generati in quel grido, qui nasce la Chiesa, il popolo nuovo. Qui è dato lo Spirito Santo. È lo Spirito Santo che, come Dio, legava Gesù al Padre. E nell’abbandono in Gesù è oscurato il vincolo col Padre. «Essendo lo Spirito Santo — afferma L. Chardon — il vero Paraclito, cioè il perfetto Consolatore (...) opera interiormente nell’anima [di Gesù] una croce più disastrosa (...) [di quella esteriore] con la sospensione delle sue meravigliose consolazioni»”. Fra i teologi contemporanei, si ricorda di frequente l’impressione che Gesù dà con questo suo tremendo strazio: quella che, in quel momento, la Santissima Trinità stessa, di cui è il Figlio, il Verbo, un tutt'uno col Padre e con lo Spirito Santo, quasi si spezzasse. “Quasi” perché non può essere così. Infatti il teologo ortodosso S. Bulgakov afferma: «(Nell’abbandono di Gesù) la stessa inseparabilità della Trinità Santissima sembra spezzarsi, il Figlio rimane solo (9 È questa la morte divina, perché “triste è l’anima mia fino alla morte”, fino alla 108 - gen's 4-5/2002 spiritualità morte spirituale, che è l’abbandono di Dio»*. E S. Bulgakov aggiunge ancora: «Il calice è bevuto fino in fondo, e il Figlio rende il suo spirito al Padre: la SS. Trinità [che è sembrata spezzarsi] si ricompone nell’unità indivisibile»®. Gesù aveva sofferto quel tremendo senso di abbandono, di separazione dal Padre, proprio per l’unità e cioè per riunire tutti noi uomini a Dio, staccati come eravamo dal peccato, e per riunirci fra noi. Era Lui, dunque, il modello, la strada per realizzarla. Infatti, non è rimasto nel baratro del suo infinito dolore, ma con uno sforzo immane e inimmaginabile, si è riabbandonato al Padre, da cui si sentiva come uomo quasi respinto, dicendo: «n manus tuas, Domine, commendo spiritum meum», «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Le 23, 46). Ed ha così ricomposto l’unità con Lui. Un altro teologo che parla di Gesù abbandonato è Hans Urs von Balthasar, già citato, che sottolinea l’immensità di quel dolore. Egli afferma: (Rimettendo) «esplicitamente nelle mani del Padre divino l’eterno vincolo d’unione, che a Lui lo legava, lo Spirito Santo», Gesù sperimenta «fino all’ultimo l'abbandono completo anche da parte del Padre», muore «nelle tenebre estreme abbandonato dallo Spirito»!0. Mentre Karl Barth vi vede il dono stragrande che Egli ci ha fatto: «Dio non tiene per sé la sua divinità come un bottino, come il ladro tiene la borsa, ma Egli si dà»!!. Nella Lettera Novo millennio ineunte Giovanni Paolo II dà una sua spiegazione, mirabile per la sua completezza, di questo dolore di Gesù. Egli, parlando di Gesù abbandonato, come dell’«aspetto più paradossale del suo mistero» (di croce) dice: «È possibile i immaginare uno strazio più grande, un’oscurità più densa?» Poi lo spiega così: «In realtà, l’angoscioso “per- — pag. 13 — spiritualità ché” rivolto al Padre con le parole iniziali del Salmo 22, pur conservando tutto il realismo di un indicibile dolore, si illumina con il senso dell’intera preghiera, in cui il Salmista unisce insieme (...) la sofferenza e la confidenza»". Pasquale Foresi, confondatore del nostro Movimento e teologo, precisa: «Anche se la redenzione è avvenuta per tutti i dolori spirituali e fisici di Gesù, tuttavia il dolore (...) che simboleggia tutta la redenzione è nel momento in cui egli sente la separazione del Padre; è lì che opera il ricongiungimento dell’umanità col Padre»". E qui non possiamo dimenticare i nostri Statuti approvati dalla Chiesa, maestra di dottrina. Essi danno a noi Gesù abbandonato come chiave dell’unità; Gesù abbandonato al quale dobbiamo riservare un posto particolare nel nostro cuore. Fissando una lunga esperienza di vita, essi dicono che «nel loro impegno per attuare l’unità (i membri del Movimento) amano con predilezione e cercano di vivere in se stessi Gesù crocifisso che, nel culmine della sua passione, gridando: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” s’è fatto artefice e via dell’unità degli uomini con Dio e tra loro»"!. Via per ogni dialogo Ora, da tutto quanto è stato detto, si può capire come Gesù abbandonato, avendo realizzato in sé l’unità, avendo riunito Cielo e terra e uomo a uomo, abbia dato compimento al più difficile, importante ed a chiunque altro impossibile dialogo. E lo ha potuto fare perché Egli è 1’ Amore, il massimo Amore, sì da ridursi così, crocifisso, abbandonato dal Padre, per amore nostro. Lo ha fatto già nascendo su questa terra, col farsi uno di noi, come l’amore domanda: un uomo. “Figlio dell’uomo” amava chiamarsi. Avendo assunto la natura umana, ha preso su di sé tutto quanto la riguardava: i nostri dolori, i nostri limiti, le nostre colpe, facendosi persino “peccato”, come dice Paolo, pur senza aver mai peccato, ‘“scomunica”, pur senza essere mai stato scomunicato. E tutto ciò perché il Padre ha caricato Lui, consenziente, dei nostri pesi, dei nostri guai, e a Lui ha chiesto di rimediarvi. È divenuto maestro d'amore, svuotandosi completamente di sé, riducendosi a nulla, perdendo persino il senso d’essere Figlio di Dio, Dio stesso, per fare noi figli di Dio. E così ha indicato a noi cosa significa dialogare: quali esigenze esso comporti, come vedremo in seguito. Il dialogo e la nuova evangelizzazione E passiamo al dialogo vero e proprio, quello che dobbiamo condurre noi. Di dialogo ha parlato il Santo Padre, cominciando dal 1983, quando ha lanciato una “nuova evangelizzazione”. Egli, spiegando perché all’evangelizzazione ha aggiunto la parola “nuova”, ha affermato, fra il resto, che la «nuova evangelizzazione» sarà nuova «nelle sue espressioni». «È ormai tramontata — dice nella Novo millennio ineunte —, anche nei Paesi di antica evangelizzazione [come l’Europa], la situazione di una “società cristiana”, che (...) si rifaceva ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare (...) una situazione (...) nel contesto della globalizzazione e del nuovo (...) intreccio di popoli e culture che la caratterizza». Per questo occorrono nuove espressioni di evangelizzazione. E non c’è dubbio che fra le forme di evangelizzazione moderne emergano i dia- gen’s 4-5/2002 - 13 109 — pag. 14 — ppi4 loghi, nei quali è impegnata la Chiesa e sono impegnati soprattutto diversi Movimenti e Nuove Comunità ecclesiali. Il nostro Movimento — come sapete — ha aperto sin dall'inizio il dialogo nella nostra Chiesa, fra singoli cattolici e più recentemente fra Movimenti ecclesiali e altre Associazioni, come pure con Famiglie religiose nate da antichi carismi. È un dialogo che raggiunge proprio lo scopo di cui abbiamo parlato: la “Chiesacomunione”. Infatti, anche nel mio breve discorso il 24 gennaio 2002 ad Assisi, durante il convegno interreligioso indetto dal Santo Padre sulla pace, assieme a rappresentanti di altre confessioni cristiane e di altre religioni, ho affermato che la Chiesa, svolgendo il primo dialogo fra i suoi figli e le sue figlie, innesca quella comunione richiesta ad ogni livello, che è pace assicurata. Ora possiamo aggiungere: è unità, è fraternità assicurata e certa. E già qui dobbiamo pensare a noi presenti in questa sala per ricevere un impulso al dialogo fra noi, figli e figlie della Chiesa. Come lo possiamo fare bene e con successo? Dialogo fra cattolici Al contatto con cattolici non privi di problemi, di dolori, di dubbi, di pesi, ma anche di gioie da condividere, dobbiamo comportarci come ho già detto di Gesù abbandonato: amarli anzitutto, con tutta l’arte di amare che conosciamo, farci uno con loro, operando un vuoto completo in noi per capire, comprendere appieno l’altro, farci uno, anzi “farci lui”, come Gesù s'è fatto uomo, s’è fatto “peccato”. E occorre ricordarlo bene — non pensare a ciò che dobbiamo dire, ma soffrire 0 godere con lui. Alla fine, quando l’altro ci avrà confidato ogni cosa, lo Spirito Santo ci darà la parola giusta per illuminarlo, sollevarlo, consolarlo o anche, se il caso è diverso, aiutarlo a godere bene delle sue 110 - gens 4-5/2002 spiritualità gioie, dei doni di Dio, condividendo felicità, speranze, sogni. Ho detto che lo Spirito Santo ci darà la parola... Sì, perché, come egli ha agito nell’abbandono di Gesù, così agirà anche con noi se, per amore del fratello, riviviamo un po’ l’abbandono di Gesù. Dialogo ecumenico Il nostro Movimento poi — e anche questo a tanti di voi è noto — nel 1961, ha iniziato il dialogo ecumenico, dove facciamo calcolo del molto che abbiamo in comune con i cristiani delle altre Chiese: il battesimo, la Scrittura, il Credo, i primi Concili, e la nostra stessa spiritualità dell’unità, che si vive insieme quasi integralmente. Essa, fra il resto, è ritenuta qua e là, spiritualità ecumenica. In tal modo, per tutti questi elementi comuni, sentiamo di poter già formare con i cristiani di 350 Chiese e Comunità ecclesiali, che aderiscono al nostro Movimento, un solo popolo cristiano in attesa della piena unità. E ciò allevia di molto i dolori della divisione e inculca pazienza: saper attendere l’ora. Anche di questo dialogo ho fatto cenno ad Assisi. Ora, se pure tutti voi vi comporterete nella maniera dettataci dal carisma, sprigionando cioè tutto l’amore di cui siete capaci a Gesù abbandonato nella disunità, facendo calcolo delle cose comuni e sentendovi con loro una sola famiglia cristiana (il battesimo, che è comune, ci fa tutti figli di Dio!), darete un colpo d’ala all’ecumenismo in parrocchia e, già uniti con tutti in questo modo, preparerete voi e questi vostri fratelli all’unità piena. Non solo. La nostra unità (di noi e loro insieme) sarà già una grande testimonianza di Gesù per altri fratelli: i fedeli di altre religioni e per le persone di convinzioni non religiose. — pag. 15 — spiritualità Dialogo interreligioso Alla fine degli anni 70 si è aperto fra noi il dialogo con i fedeli di altre religioni, nel quale, come primo passo, cominciamo col vivere assieme la “Regola d’oro” presente in quasi tutti i Libri Sacri; regola che, nel Vangelo, recita così: «Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi» (Mt 7, 12). E quella regola menzionata recentemente ad Assisi dal Santo Padre e da altri. Regola per la quale, dato l’amore al prossimo, che si chiede da ambo le parti, è già possibile mettere a base del rapporto fra noi e le persone di altre religioni l’amore reciproco. Ed ecco fiorire brani di fraternità. Poi, in questo clima, ponendosi sullo stesso piano, si può stabilire il dialogo col proprio partner, dialogo nel quale si cerca, come Gesù abbandonato, di farsi nulla per “entrare”, in certo modo, nell’altro. Ci si pone quindi in quest’atteggiamento importantissimo e imprescindibile, che ha un duplice effetto: aiuta noi ad inculturarci nel mondo dell’altro, a conoscerne la cultura ed il linguaggio, e predispone l’altro ad ascoltare noi. Si passa così al “rispettoso annuncio”! — bella e indovinata espressione del Santo Padre — dove, per lealtà davanti a Dio, a se stessi, come pure per sincerità verso il prossimo, diciamo quanto la nostra fede afferma sull’argomento di cui si parla, senza con ciò imporre nulla all’altro, senza voler conquistare nessuno, quindi senza ombra di proselitismo. Ma per amore. Il nostro dialogo interreligioso abbraccia — come sapete — fedeli delle più importanti religioni: ebrei, musulmani, buddisti, scintoisti, indù, ecc., dai quali siamo spesso stimati ed amati sì da chiamarci a portare la nostra esperienza cristiana anche in moschee musulmane (in 40 finora negli USA), in templi buddisti, in centri ebraici e altri. Ci può essere poi chi, rimanendo nella propria religione, l’approfondisce (e sono molti!) e chi abbraccia liberamente il cristianesimo, come è stato — anche questo lo sapete — di migliaia di persone a Fontem, nel Camerun, per le quali abbiamo dovuto costruire una chiesa ed è stata istituita la parrocchia. Quante persone di altre religioni si sono ormai stabilite anche nei nostri Paesi, nelle vostre rispettive parrocchie, nelle vostre diocesi! Il mio consiglio è individuarle, stabilire con loro l’amore reciproco, e pian pianino, con prudenza, dialogare, se si può, con esse come fa il Movimento. Dialogo con persone di convinzioni non religiose Ma anche le persone di buona volontà, pur senza un riferimento religioso, si rendono conto che l’amare gli altri non è solo dei cristiani, ma è un imperativo inscritto nel DNA d’ogni essere umano, perché — così noi pensiamo — ogni essere umano è creato ad immagine di Dio che è Amore. Si può perciò amarsi a vicenda pure con loro e può nascere, anche con essi, il dialogo, col nostro “annuncio rispettoso” delle verità cristiane. E, poiché credono almeno nell’uomo, si lavora insieme, a gloria di Gesù, uomo oltre che Dio, a salvaguardare i grandi valori umani a cui danno anch’essi tanta importanza, quali la libertà, la solidarietà, i diritti umani, la pace. Anche a questo proposito nelle nostre parrocchie, e nelle nostre diocesi, c’è molto da fare. Oggi incontriamo dovunque persone in ricerca, o non credenti. Occorre amarle con l’arte di amare vissuta alla lettera, vedendo in esse Gesù abbandonato e possibilmente lavorare con loro per ideali comuni. Quelli spiegati fin qui sono i quattro dia- loghi già annunciati da Paolo VI nell’Ecclesiam suam'*, e oggi così attuali. gen’s 4-5/2002 - 15 111 — pag. 16 — 16 Rea «Stella del nostro cammino» Ma tutto riusciremo a fare se Gesù abbandonato sarà la stella del nostro cammino! Sempre nel nostro cuore, sempre presente alla nostra mente. Sempre nella 1) Cf LG 4, EV I, 288. UR 2, EV I, 502. 2) Messaggio di Giovanni Paolo II al Convegno spirituale dei vescovi amici del Movimento dei focolari, 14.02.2001, in “L'Osservatore Romano” 15.2.2001, p. 5. Cf “gen’s” 31 (2001/4), pp. 99- 100. 3) Ibid. 4) Novo millennio ineunte, 25. 5) Cf J. Cordes in “30 Giorni”, marzo 1986, p. 56. 6) Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, I,7,11. 7) L. Chardon, La Croix de Jésus, I, Paris 1895, pp. 262, 264. 8) S. Bulgakov, L’Agnello di Dio, Roma 1990, p. 433: 9) Ibid. 112 - gen's 4-5/2002 spiritualità nostra preghiera: «Sei Tu, Signore, l’unico nostro bene». Chiara Lubich 10) H.U.v. Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, Brescia 1969’, pp. 30, 48. 11) K. Barth, Dogmatica in sintesi, Roma 1969, pp.174-175. 12) Novo millennio ineunte, 25. 13) P. Foresi, Conversazioni con i focolarini, Roma 1967, p. 100. 14) Opera di Maria, Statuti generali (1999), art. 8, p.14. 15) Ai Vescovi del CELAM, Port au Prince, Haiti, 9.3.1983, in “La Traccia” 3 (1983) p. 269. 16) Novo millennio ineunte, 40. 17) Ibid., 56. 18) Ecclesiam suam, EV 2, 163-210. — pag. 17 — approfondimenti, — pag. 18 — Card. James Francis STAFFORD Riportiamo l’omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica dal card. J. F. Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Egli tratteggia alcuni aspetti fondamentali della fisionomia della parrocchia oggi. 114 - gen's 4-5/2002 22 LL L 22 CELA CAPA AA AAA LLL ALLA . . è è è ° omelia La Parrocchia: profezia del Regno a parrocchia è il punto focale della nostra Messa odierna nonché del nostro incontro. La parrocchia è una delle strutture più antiche della società occidentale, la cui storia risale senza interruzioni alla fine del terzo secolo. Eppure, negli ultimi cent'anni, la parrocchia è stata oggetto degli attacchi più duri nella sua storia millenaria, attacchi derivanti dall’industrializzazione, l’urbanizzazione e il loro prodotto, la secolarizzazione. L’urbanizzazione ha trasformato le civiltà del passato, rurali, omogenee e religiose, in quelle tecnologico/industriali, pluralistiche e secolarizzate di oggi. Il ventesimo secolo ha visto rompersi l'equilibrio tradizionale tra le popolazioni rurali e urbane, a causa della proliferazione di città con oltre un milione di abitanti e l’espandersi di megalopoli in tutti i continenti. Poiché le parrocchie non sono state in grado di affrontare queste sfide, la Chiesa ha cercato di rispondervi in diver-- si modi, il più importante dei quali è stato il Concilio Vaticano II. Anche prima del Conci- lio, tuttavia, non sono mancate iniziative per risolvere la crisi delle parrocchie. Particolarmente notevoli sono stati il movimento liturgico e un impegno crescente verso la teologia pastorale. Il movimento liturgico include molti elementi che contribuiscono al rinnovamento dei sacramenti nella vita parrocchiale, soprattutto i sacramenti dell’iniziazione cristiana: Battesimo, Confermazione ed Eucaristia. Il nostro dicastero sta dedicando una lunga riflessione a questi tre sacramenti per capire il loro ruolo fondamentale nello sviluppo di una spiritualità laicale e ha già dato alle stampe diverse pubblicazioni in merito. Abbiamo ora in progetto di riflettere sulla natura e il ruolo della parrocchia nelle culture industrializzate. L'attività del nostro dicastero riflette lo sviluppo delle iniziative della Chiesa in Italia negli ultimi settantacinque anni. Penso al movimento liturgico e al Centro di Orientamento Pastorale, creato a Milano nel 1953. Forse ricorderete le figure profetiche collegate a queste iniziative, una delle quali fu don Primo Maz- — pag. 19 — omelia zolari che scriveva: «Dopo la Messa, il dono più grande: la parrocchia». Anticipava così la dottrina del Concilio Vaticano II sulla missione dei laici nel mondo. La loro funzione, scriveva infatti, è di essere intelligenti, coraggiosi e disciplinati al servizio della Chiesa mediante la loro inserzione nella città degli uomini, e al contempo metteva in guardia contro uno dei pericoli più gravi, ossia la clericalizzazione del laicato cattolico. Altro grande sacerdote e profeta italiano fu don Lorenzo Milani, iniziatore di una catechesi impregnata delle caratteristiche uniche dei suoi parrocchiani. Infine vi è la figura di Padre Giulio Bevilacqua, creato poi cardinale, che ha descritto la parrocchia «come il luogo in cui la comunità cristiana prende coscienza della propria identità e in cui si produce e si ripete in qualche modo la consapevolezza della incompatibilità originaria... tra Cristo e il mondo. Tale incompatibilità non assume il significato di una condanna pregiudiziale nei confronti della cultura moderna, ma acquista invece il senso di un cammino ecumenico verso l’unità e la riconciliazione». L'Eucaristia: presenza di Cristo tra noi Desidero soffermarmi sull’ultimo punto sollevato dal Cardinal Bevilacqua: ossia la parrocchia come luogo di un dialogo sacro. Il Cardinale insiste sul fatto che la parrocchia è un luogo specifico, volendo dire con ciò che essa è il centro privilegiato dove il discepolo viene a conoscenza dell’incompatibilità originaria tra Cristo e il mondo. Questa incompatibilità si apprende mediante la partecipazione del laico alla proclamazione eucaristica della morte del Signore fino alla sua nuova venuta. Tale missione avviene nella parrocchia. Ivi infatti il laico apprende l’attitudine abituale del cristiano, la sua riserva escatologica. Nel sacramento dell’Eucaristia, i laici pre- cisano la propria identità e consapevolezza confessando il Mistero della Fede: «Mangiando di questo pane e bevendo a questo calice proclamiamo la tua morte, Signore Gesù, fino alla tua venuta nella gloria». Da qui risulta chiaro come i laici abbiano un’identità escatologica. La gloriosa seconda venuta di Cristo è l’evento culminante nella salvezza del mondo e la sua anticipazione è centrale per la missione del popolo dì Dio. Nella sua Lettera Apostolica Dies Domini Papa Giovanni Paolo II afferma che l'Eucaristia proclama l’identità escatologica del popolo di Dio. «Nella prospettiva del cammino della Chiesa nel tempo, il riferimento alla risurrezione di Cristo e la scadenza settimanale di tale solenne memoria aiutano a ricordare il carattere pellegrinante e la dimensione escatologica del Popolo di Dio. Di domenica in domenica, infatti, la Chiesa procede verso l’ultimo giorno del Signore, la domenica senza fine» (n. 37). I pellegrini sono per definizione persone escatologiche: sono infatti in cammino per la loro santa destinazione. È in questo senso di essere dei meri ospiti temporanei che troviamo l’incompatibilità tra Cristo e il mondo. La stragrande maggioranza dei laici celebra l'Eucaristia nella propria parrocchia. La parrocchia è il segno che il Regno di Dio è già presente tra noi anche se non ancora in pienezza. L’Eucaristia domenicale è per loro il sacramento o segno dell’avvento finale di Gesù per stabilire il suo Regno. Essendo già presente nel mondo, la parrocchia indica ed è sacramento di ciò che non è ancora, la Città di Dio. Anche il Concilio insegna che la parrocchia in quanto Chiesa «è il Regno di Dio già presente in mistero» (LG 3). Nella Chiesa, il Regno cresce progressivamente nella storia come un seme nel terreno, che troverà il proprio compimento e la propria manifestazione piena alla fine dei tempi. Un giorno l’umanità coinciderà con il Regno di Dio. La parrocchia condivide la natura sacramentale della Chiesa. Resta un’istituzione nella storia con strutture, gerarchia, 19 gen's 4-5/2002- 115 — pag. 20 — membri e confini visibili. La parrocchia allo stesso tempo rivela e nasconde la vera realtà delle cose. E il mondo, per parte sua, non è semplicemente soggetto al dominio del Maligno, come non è ancora il Regno di Dio. La Rivelazione attribuisce due significati al termine “mondo”, significati che sono inestricabilmente legati tra loro. Da un lato il termine “mondo” ha il significato di una “creatura molto buona” in cui Dio si è compiaciuto all’alba della creazione; dall’altro ha quello dell’instancabile nemico dei discepoli di Gesù, per il quale Egli non ha pregato. Più dei sacerdoti e dei religiosi, i laici nel mondo devono sostenere le tensioni della Chiesa, il mistero del già e del non ancora. Comunità della speranza La parrocchia è il luogo in cui i laici sono persone del Maranatha. Essi prendono consapevolezza della riserva escatologica della comunità cristiana. Nell’Eucaristia la loro preghiera più profonda è: «Maranatha — Vieni Signore Gesù». Ogni volta che la morte del Signore viene proclamata nel banchetto eucaristico e si eleva il Maranatha, si fa presente a Dio l’acme incompiuta dell’opera di salvezza. Solo quando Gesù verrà di nuovo, sarà raggiunta la consumazione della salvezza, iniziata con la sua morte. Ecco il significato del comandamento di Gesù che sentiamo in ogni Messa: «Fate questo in memoria di me»: la morte del Signore non viene proclamata in ogni celebrazione eucaristica come un evento del passato, ma piuttosto come un evento escatologico, come l’inizio della Nuova Alleanza che giungerà a compimento solo con la sua seconda venuta. La parrocchia è il luogo in cui viene celebrata l'Ultima Cena del Signore. È il luogo in cui nel banchetto pasquale la comunità anticipa la parusia, la venuta finale del Messia. Mangiando il pane benedetto e bevendo il calice della salvezza, il segno del sangue versato per loro, i credenti ricevono un pegno della gloria 116 - gen's 4-5/2002 omelia futura, la comunità con Gesù in una terra trasformata. Allora sarà rotto il grande digiuno del Messia e del suo popolo: «In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel Regno di Dio» (Mc 14, 25). La riserva escatologica del popolo di Dio è intimamente associata con la virtù teologale della speranza. Descrive un tipo di evangelizzazione propria dei laici nella loro missione nel mondo e viene esercitata quando i membri del laicato «proclamano Cristo con le parole e la testimonianza della loro vita» (LG 35). Proprio informando tutti i loro giudizi e le loro azioni nel secolo con una riserva escatologica, i laici «non nascondono questa speranza nell’interno del loro animo, ma con una continua conversione e lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso e contro gli spiriti maligni” (Ef 6, 12) la esprimono anche attraverso le strutture della vita secolare» (LG 35). La riserva escatologica scaturisce dall'amore eterno che s’irradia dall’unione di Cristo e la croce. La testimonianza del Vangelo vissuto Il mondo ha bisogno di vedere nuovamente la testimonianza di confessori laici della fede. Vivendo il già e il non ancora delle beatitudini, dei doni dello Spirito e del Padre Nostro, il beato Federico Ozanam in Francia e Orestes Brownson negli Stati Uniti, entrambi “confessori” laici cattolici del diciannovesimo secolo, hanno proclamato la loro fede e la loro speranza nel fine escatologico dell’uomo. La loro vita è stata un segno del fatto che «la Chiesa è sacramento universale di salvezza». Associata alla riserva escatologica è la chiamata universale alla santità. Il tema della “santità” occupa l’intero quinto capitolo della Lumen Gentium. Ogni persona è chiamata ad essere santa e ha ricevuto una missione divina nella società e nella storia. Nessun pretesto può giustificare una — pag. 21 — omelia rinuncia a questa missione. Nella sua Enciclica Veritatis Splendor, il Papa fa presente che le beatitudini sono «indicazioni normative per la vita morale. Nella loro profondità originale sono una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono invitati alla sequela e alla comunione di vita con Lui» (n. 16). Con i doni dello Spirito, le beatitudini sono segni di santità. Proclamano la speranza nel futuro preparato da Cristo per coloro che credono in lui. Quanti vivono le beatitudini sono in grado di discernere la complessità delle domande ricorrenti su natura e soprannatura, potere e grazia, pretese del potere e croce inevitabile. Le beatitudini: etica dei laici Il Discorso della montagna è l’etica anche dei laici, è la loro via alla santità. Gesù ha espresso la sua pretesa assoluta di essere Figlio di Dio proprio mentre ha reso visibili la sua povertà e vulnerabilità rinun- ciando ad ogni potere e bene terreno. Coloro che ricevono la promessa della salvezza nella speranza sono i poveri di ogni genere, ossia coloro che nella loro libertà diventano poveri nel loro atteggiamento di fondo, coloro che sono stati interiormente svuotati e purificati, i piccoli e gli ultimi. Così li descrive Hans Urs von Balthasar: sono «coloro che vivono nel lutto del presente e nella fame e sete per ciò che dovrebbe essere, facendo tutto ciò che possono nella loro impotenza — essendo misericordiosi, mettendo pace tra gli incattiviti mediante il loro stesso stato di esseri riconciliati — e tutto ciò nell’impotenza che porta loro persecuzione per il bene di ciò che non hanno e che non possono far accadere». Sono i poveri in spirito, coloro che berranno il frutto della vite di nuovo nel Regno dei cieli. Card. James Francis Stafford gen’s 4-5/2002 - 21 117 — pag. 22 — 22 Piero CODA Il teologo Piero Coda, è professore alla Pontificia Università Lateranense, dove insegna teologia trinitaria. Egli ci presenta il cammino percorso dalla Chiesa cattolica sulla via dei quattro dialoghi dal Concilio Vaticano II ad oggi. 118 - gen's 4-5/2002 TRETacasdi sente za zone renze nn URCTINIITITITITITTTTTITOTITITESTTTI CT ITIDTC TITRES TTTTOTOT TALE TORI Tra nonna ee riflessione La via del dialogo all'alba del terzo millennio ruciano nel nostro cuore la piaga aperta dalla tragedia dell’11 settembre e quella, tuttora viva, della Palestina: segno drammatico delle gravi crisi che travagliano il nostro mondo. Eppure, l’umanità è incamminata verso l’unità. Lo dicono i segni dei tempi, lo indica la coscienza della Chiesa, lo illuminano gli impulsi profetici dello Spirito. E per questo il Papa invita: «duc in altum! — prendi il largo!». Ma come, per quale via, la Chiesa di Gesù è chiamata oggi a prendere il largo, come un veliero con le vele gonfiate dal soffio dello Spirito che abbandona il porto sicuro e affronta, fidando nell’aiuto di Dio, il mare aperto? C'è una via che lo Spirito ha indicato attraverso il Concilio Vaticano II: la via del dialogo. L'insegnamento del Concilio — l’ha ribadito Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte — è “la sicura bussola” per intraprendere con coraggio e speranza, fedeltà e fantasia, la via del dialogo universale. Cos'è il dialogo per la Chiesa Cosa ci dicono, a proposito della Chiesa e del dialogo, il Vaticano II e i Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, che ne hanno attualizzato l’insegnamento per attrezzare il Popolo di Dio al grande compito che l’attende in questo nuovo secolo? Il Concilio invita i cristiani ad avere uno sguardo nuovo sull’identità e sulla missione della Chiesa. Avverte lucidamente che siamo all’inizio di un’epoca nuova. Con poche e dense parole, in esordio della Costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, definisce così la Chiesa: essa è «in Cristo il sacramento, e cioè il segno e lo strumento, dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano» (n.1). L'unità, dunque, definisce l’identità della Chiesa: come realtà in cui, grazie a Gesù, si vive l’unità in Dio, che è Padre, tra gli esseri umani che sono tutti fratelli. Ma l’unità definisce anche la missione della Chiesa: inviata per chiamare all’unità, in Gesù, tutti i — pag. 23 — riflessione figli di Dio che sono dispersi (cf Gv 11, 51-52). Se questa è l’identità della Chiesa: l’unità; se questa è la missione della Chiesa: l’unità , la via per realizzare l’una e l’altra è il dialogo. Con una parola di sapore profetico, Paolo VI, nella sua prima enciclica, l Ecclesiam suam, scrive: «Vi è un atteggiamento che la Chiesa cattolica deve assumere in quest'ora della storia del mondo... Andate e ammaestrate tutte le genti: è questo l’estremo mandato di Cristo. Noi diamo a questo interiore impulso di carità il nome di dialogo... La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere... La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (nn. 60, 66, 67). Il dialogo viene da lontano. La Chiesa lo impara da Dio, da come Dio s’è messo in comunicazione con noi per offrirci la sua stessa vita: mediante la rivelazione di Sé — insegna il Concilio — «Dio nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici, per invitarli e suscitare la comunione con Sé» (DV 2). In fedeltà al magistero del Concilio, Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno illustrato, con la chiarezza della parola e la forza dei gesti, che cosa significa concretamente il dialogo per la Chiesa, e quali sono i modi e gli strumenti per realizzarlo. Hanno così esplicitato i quattro cerchi concentrici in cui tale dialogo va sviluppato: quello tra i cattolici; quello tra i cristiani delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali; quello con i membri delle altre religioni; quello con tutte le persone che cercano la verità e il bene. Il dialogo tra cattolici I primi due cerchi riguardano la costruzione dell’identità della Chiesa come Gesù l’ha pensata e voluta: comunità che vive nel mondo come un sol corpo dalle molte membra, testimone dell’amore di Dio. Da qui il dialogo tra i membri della Chiesa cattolica, e cioè tra le varie vocazioni, i diversi ministeri, i differenti carismi; tra i laici, i presbiteri e i réligiosi; tra il Papa e i vescovi; tra i vescovi, i presbiteri e l’intero Popolo di Dio; tra le Associazioni e i Movimenti ecclesiali. Realizzare la comunione tra tutte le membra del Corpo di Cristo diventa possibile vivendo una spiritualità di comunione: imparando cioè l’arte bella ed esigente del dialogo. Il che significa — scrive Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte — «capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico come uno che mi appartiene, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia... capacità di vedere innanzi tutto ciò che c’è di positivo nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un dono per me, oltre che per il fratello che lo ha ricevuto... saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie...» (n. 43). La giornata di Pentecoste del ‘98, che ha visto radunarsi in piazza San Pietro un’innumerevole folla d’appartenenti alle nuove realtà ecclesiali suscitate oggi dallo Spirito, forse come nessun altro evento dopo il Concilio ha manifestato agli occhi della Chiesa e del mondo — cito Giovanni Paolo II — «la bellezza di questo volto pluriforme della Chiesa... un’icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito ci prepara» (ibid., n. 40). Il dialogo ecumenico Ma anche il dialogo ecumenico tra i cristiani delle diverse Chiese, dopo il Concilio, non possiamo più intenderlo né come qualcosa che tocca dal di fuori le nostre gen’s 4-5/2002 - 23 Ahi) — pag. 24 — comunità, né come qualcosa di accessorio nella loro vita. No. Tutti i credenti in Cristo, per la fede e il battesimo sono già uno in Cristo, anche se non perfettamente, e appartengono al suo Corpo che è la Chiesa, la quale è e resta una — nonostante le incomprensioni anche drammatiche tra i cristiani. Per questo — amava dire Giovanni XXIII — tra cristiani è più ciò che ci unisce di ciò che ci divide. Occorre dunque vivere l’amore reciproco tra noi, affinché Gesù stesso — scrive Giovanni Paolo II nella Ut unum sint — si faccia «realmente presente» in mezzo a noi, e c’illumini sui passi da compiere per giungere alla piena unità (cf ti. 22). D'altra parte — ed è sempre il Papa ad affermarlo — Dio è capace di «scrivere dritto sulle righe storte» e può essere che gli errori del passato si trasformino oggi, liberati dalle loro unilateralità, in possibilità di mettere in comune i tesori della fede che ciascuna Chiesa, in questi secoli di separazione, ha potuto scoprire e penetrare'. In ogni caso, i grandi gesti di riconciliazione vissuti da Paolo VI e Giovanni Paolo II coi capi delle altre Chiese — come non ricordare l’abbraccio di pace, a Gerusalemme, tra Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli Athenagoras I? — e il frutto dei dialoghi teologici debbono oggi trovare conferma e sviluppo in un ecumenismo che sia sempre più evento di popolo. Il dialogo interreligioso Tra i diversi cerchi del dialogo è però, forse, quello tra la Chiesa e le religioni che più ci ha stupito. Non solo il Concilio, affermando la necessità di rettificare l'atteggiamento dei cristiani nei confronti dei membri delle diverse religioni, ma anche eventi imprevisti, anzi umanamente quasi incredibili, come l’incontro di preghiera per la pace ad Assisi nell’86 e più ancora nel gennaio di quest'anno, hanno segnato l’inizio di un’e- 120 - gen’s 4-5/2002 riflessione ra nuova: nel rapporto tra le religioni e, di conseguenza, nella costruzione della pace e della giustizia nel mondo. Si capisce come Giovanni Paolo II abbia potuto dire che Assisi è diventata l’immagine per tutti eloquente di che cos'è la Chiesa sognata dal Vaticano II (cf Discorso alla Curia romana, dic. 1986). Questo particolare dialogo è fondato sul fatto che lo Spirito di Dio ha sparso con larghezza semi del Verbo e raggi di Luce in tutte le autentiche tradizioni religiose. Semi e raggi che, con gemiti inesprimibili (cf Rm 8, 26), spingono dall’interno di queste religioni all’incontro con Gesù, Verbo fatto carne e Luce che illumina ogni essere umano (cf Gv 1, 9.14). Il dialogo con tutti Infine, il dialogo con tutti, anche non aderenti a nessun credo religioso, ma aperti con sincerità nella ricerca della verità e impegnati nella costruzione della giustizia. Esso pure tocca da vicino, dal cuore stesso della loro fede, i discepoli di Gesù. Il Figlio di Dio, infatti, insegna il Concilio, facendosi uomo «si è unito, in certo modo, a ogni uomo» (cf GS 22); e lo Spirito Santo, per strade a Dio solo conosciute, offre a tutti la possibilità, nel segreto della propria coscienza, di vivere la propria esistenza sostenuti e illuminati dalla grazia di Dio (cf ibid. 24). Per questo, ogni creatura umana, nella concretezza e ricchezza del suo essere e del suo agire, è “la via della Chiesa” — secondo la felice espressione coniata da Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis. Se scavi dentro ogni autentico valore e ogni autentica esperienza umana, alla fine, vi troverai il divino. E ovunque si dialoga e si coopera in unità d’intenti, desiderosi di verità e di bene, lì Dio è glorificato nella sua creatura, e prima o poi si manifesterà. — pag. 25 — riflessione Oggi, di fronte alle tragiche situazioni di povertà, d’ingiustizia, di guerra, il dialogo è il nuovo nome dell’impegno dell’umanità a diventare ciò che è chiamata ad essere: una famiglia in cui ciascuno è responsabile di tutti, e tutti di ciascuno. L'atmosfera del dialogo Termino con due icone evangeliche del dialogo, che tornano di frequente nel magistero della Chiesa. La prima è quella che San Paolo descrive a partire dal mistero stesso del Verbo di Dio, Parola del Padre, che s’è rivolto a noi non dall’alto e da fuori, ma scendendo dentro la povertà della nostra condizione (cf Fil 2, 1ss.). Si chiede Paolo VI: come la Chiesa «deve farsi idonea a tutti avvicinare per tutti salvare, secondo l'esempio dell’ Apostolo: “mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”?». E risponde: «non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che s’è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere... Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo... Bisogna farsi fratelli degli uomini... Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio» (Ecclesiam suam, 90). Modello e forma di tutto ciò è Maria, la Vergine del dialogo, e per questo la Madre dell’unità: così ce la descrive l’evangelo di Luca quando si reca a servire la cugina Elisabetta che è incinta e, nel dialogo con lei, annuncia e dona Gesù che porta nel suo grembo. La seconda icona è quella dei discepoli di Emmaus, in mezzo ai quali cammina in incognito Gesù risorto e con loro dialoga sino ad accendere in essi la luce della verità e il fuoco dell’amore (cf Le 24, 32). Scrive Giovanni Paolo II: «Il frutto del dialogo è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio... attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio» (a Madras, 5.2.1986). Sì, l'essenziale è che, anche per il nostro farsi uno con l’altro, il Risorto si renda presente, sconosciuto ancora e quasi nascosto, e irradiando il suo Spirito faccia ardere il cuore in petto nel mentre si spezza il pane del dialogo: sino a che, quando e come Lui stesso vorrà, si possa spezzare il pane della Parola di Dio e il pane dell'Eucaristia, perfezione d’unità. E gli occhi si aprano, stupiti e nuovi, sulla sua presenza. Anticipo e forma di «cieli nuovi e terra nuova». Piero Coda 1) Cf Varcare la soglia della speranza, Arnoldo Mondadori. Milano 1994, p. 167. gen’s 4-5/2002 - 25 121 — pag. 26 — — pag. 27 — esperienze — pag. 28 — Dialogo fra etnie a cura di Josef WEISS esperienze COTTI ZITTI TETI TITTI TTTTI TITTI CITTA TITTI CT TITTI TIC CITATE CITTA TICOTT) Sinigo è un quartiere della città di Merano in Alto Adige. Terra di confine fra Austria e Italia, contesa fino ad un recente passato dalle due nazioni, terra profondamente segnata dalla difficile unità fra il gruppo etnico sud tirolese — di lingua e tradizione tedesche — e il gruppo etnico italiano. L'amore fraterno vissuto dai due coparroci appartenenti alle due etnie, ha rotto un gelo secolare, facendo scoprire ai parrocchiani la bellezza delle diversità vissute come dono reciproco. 124 - gen’s 4-5/2002 Da dove cominciare? Don Salvatore Tonini: Mi trovo nella parrocchia di Sinigo dal 1995 insieme a don Josef per una intuizione del vescovo che ci volle lì — un sacerdote italiano e uno tedesco — a contribuire a realizzare l’unità tra i due gruppi etnici e darne testimonianza in diocesi. Ad entrambi la città era conosciuta soltanto per il lato della difficile convivenza spesso sottolineata dai mass media. Ma abbiamo subito accolto la volontà di Dio. Don Josef Weiss: Da dove cominciare? Prima di tutto la nostra più grande chance era amarci tra di noi fino a meritare la presenza di Gesù fra noi. Realizzare l’unità proprio a Sinigo: chi avrebbe potuto farlo se non Lui? Anche noi due eravamo di cultura, lingua, età, formazione e mentalità diverse. Se era possibile fra noi, perché non fra tutti? Tutto poteva cominciare dal nostro amore reciproco. Hubert Flarer: È stato proprio così. Quei due sacerdoti uniti portarono la più grossa novità in paese e attiravano anche noi all’unità. To mi sentivo cambiato. Pensare che da piccolo abitavo nel paese confinante e la mia famiglia considerava Sinigo un paese straniero e lo si evitava, anzi, mi era vietato avvicinarmi, tanto che vi misi piede per la prima volta solo nel 1980. Dopo un anno dalla venuta di don Salvatore e don Josef nella parrocchia, mi sono sentito spinto a dire davanti a tutti i membri del Consiglio Pastorale: «Abbiamo fatto tante cose belle in quest'anno passato, ma la cosa più bella è stata vedere don Salvatore e don Josef che si volevano bene». Cadono le barriere Margareth Flarer: Ad un certo punto i sacerdoti hanno cominciato a poco a poco a svelarci il segreto della loro vita, invitandoci ai vari incon- — pag. 29 — esperienze tri del Movimento dei focolari. Abbiamo capito il valore del vivere il Vangelo, di essere l’amore, soprattutto nel nostro tempo e nel nostro paese. Eravamo felici di conoscere la spiritualità dell’unità e abbiamo ritrovato la fiducia di riuscire ad essere presto un’unica e bella famiglia. Si è trattato di fare dei piccoli passi. Nel mese di novembre il gruppo anziani di lingua italiana organizzò una grande castagnata. Hanno chiesto a noi, il gruppo delle donne di lingua tedesca, di fare dei dolci e delle torte sapendo che li sappiamo fare bene. Ne abbiamo preparato in abbondanza per tutti i partecipanti. Erano contentissimi, e non finivano più di ringraziarci e di dirlo in giro. Roberto Rizzolo: Appartengo al gruppo etnico “italiano”. Dopo decenni non facili, posso ora affermare che essere nato in Alto Adige è una fortuna e che vivere a Sinigo è addirittura un privilegio! Le strategie politiche della nostra provincia di Bolzano, per favorire la pace sociale, hanno imposto la divisione etnica e a tutt'oggi, in modo più o meno palese, da ambo le parti si coltiva la cultura dello “schieramento”. Ma molte persone come me hanno maturato una reazione e una forte esigenza di unità e di fratellanza nel rispetto delle diversità, delle lingue e delle culture. Alcuni anni fa durante la Messa di Pentecoste, la chiesa di Sinigo era colma di fedeli che debordavano sulla piazza antistante. Meravigliato, cercai di capire il motivo di questa improvvisa affluenza e mi accorsi che la metà di questi fedeli era composta da gente sud tirolese, che per la prima volta nella storia di Sinigo assisteva alla Messa “bilingue” insieme agli italiani. Fu un tuffo al cuore! Un’antica speranza che si realizzava. Quando vidi scambiarsi vicendevolmente un “segno di pace”, sussultai! Respiravo la coerenza dell’unità e ringraziavo la Fonte ispiratrice di tutto questo. Anche oggi la mia testimonianza vuole essere ancora un grazie. Una chiesa costruita insieme Diego Cavagna (vicesindaco di Merano): In questo nuovo spirito ed atteggiamento di vita, la comunità e Ja parrocchia di Sinigo tutta, a prescindere dalle diversità di lingua e di cultura, ha voluto fortemente la realizzazione di una chiesa comune. Le autorità politiche competenti, che qui sono venuto a rappresentare, hanno compreso il messaggio di una comunità matura che vedeva nella costruzione della nuova chiesa un traguardo e un obiettivo religioso e spirituale, ma anche sociale e civile. Si sono così create le premesse per la realizzazione dell’opera. Abbiamo messo a disposizione della parrocchia le risorse finanziarie necessarie, e i lavori sono stati avviati e stanno per giungere a conclusione. Ci troviamo così di fronte ad un fatto: nella realtà quotidiana i due gruppi linguistici vivono realmente e concretamente come un’unica comunità, affrontando insieme i problemi, condividendo le avversità, godendo insieme per i successi di tutti. Per questo sono convinto che la nuova chiesa, oltre che comune luogo di culto e di elevazione spirituale, rappresenti anche il simbolo e il riferimento costante per la crescita dei valori umani più veri. gen’s 4-5/2002 - 29 125 — pag. 30 — Testimoniare Dio anche col canto a cura di Vincenzo CHIARLE Sere 00200000 1000000000002 0000010000000 0s0r0ssen00erervros0rest000re00 0000000000 Cosa può capitare in una piccola parrocchia di montagna se viene toccata da una ventata di Spirito Santo? Anche con pochi mezzi la vita del Vangelo s'irradia e produce frutti di autentica santità. È avvenuto a Vallo Torinese (Italia), dove l’esempio di Maria Orsola Bussone continua ad attirare l’attenzione di tanti giovani. 126 - gen's 4-5/2002 Una divina avventura Don Vincenzo Chiarle: Nel giugno 1967 quarantaquattro persone di Vallo Torinese (Italia) partecipano al loro primo Congresso del Movimento parrocchiale a Rocca di Papa. Inizia la rivoluzione evangelica che cambia il volto della nostra comunità parrocchiale e di quelle dei paesi vicini. La parrocchia si apre ad un più concreto ed intenso impegno nell’apostolato: contatti con comunità parrocchiali, gruppi giovanili, incontri con sacerdoti, seminaristi, comunità religiose e diocesane. Nasce un gruppo di giovani, fra cui spicca Maria Orsola, per testimoniare e portare al mondo giovanile la scoperta fatta che Dio è Amore, che è bello vivere insieme il Vangelo per essere Chiesa come lo erano state le prime comunità cristiane. Formano un complesso musicale, il complesso “Gen 70”. Dare “gloria a Dio” era il primo impegno per tutti e esperienze Maria Orsola cantando da soli- Sta ne era espressione. Chiara Lubich il 28 ottobre 1969 invia in parrocchia questa lettera: «Carissime Gen, questa è la Parola di vita che, come desideravate, ho scelto per voi: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8)». Maria Orsola muore in un campo scuola parrocchiale a Venezia l’anno seguente, il 10 luglio 1970, a quindici anni. Il 22 luglio Chiara stessa ci invita a guardare a lei quale «Gen realizzata in Cielo, come luce sul candelabro, come città posta sul monte», e afferma: «Ora la parrocchia di Vallo Torinese e tutti i Movimenti parrocchiali nel mondo hanno una protettrice in Cielo». Nel 1996 è stato avviato dall’archidiocesi di Torino il processo di canonizzazione. Certi della protezione di Maria Orsola, il complesso musicale .ha continuato da allora ad animare con canti sia gli incontri con gruppi ospitati — pag. 31 — esperienze in parrocchia, sia le giornate interparrocchiali che regolarmente fino ad oggi si susseguono nel nostro Centro parrocchiale. Sinora sono state accolte più di centomila persone. Il complesso “Maria Orsola” Sara Giachetti: In una lettera del 30 agosto 1972 Chiara scrive a don Vincenzo: «Colgo l'occasione per dire ai Gen di Vallo che ho scelto per il loro complesso il nome “Maria Orsola”. Così lei, più di prima, sarà con i Gen di Vallo a testimoniare col canto la gioia di essere figli di Dio». Gli anni ’80 sono stati ricchi di occasioni di piccoli spettacoli, non solo in varie parti d’Italia, ma anche in Europa. I più adulti tra noi ricordano particolarmente gli spettacoli fatti in Baviera e anche a Berlino Est nel periodo comunista. Dopo 30 anni, nel 1998, nasce il recital “Oltre il limite”. Attraverso canti, balli e dialoghi, vogliamo continuare a trasmettere non soltanto quella che è stata la testimonianza di Maria Orsola, ma anche il nostro impegno quotidiano a vivere il Vangelo, seguendo il suo esempio nell’affrontare le difficoltà che incontriamo a scuola, al lavoro, in famiglia, credendo all’amore di Dio per ognuno di noi e sapendo che Lui non ci abbandona mai. Vogliamo, con Maria Orsola, fare nostro il suo desiderio: «Sarei disposta a dare la vita perchè i giovani capiscano quanto è bello amare Dio». Certamente, non possiamo donare agli altri questa vita se noi per primi non la viviamo. Ognuno di noi cerca di fare propri quei brani tratti dal diario di Maria Orsola che durante lo spettacolo vengono recitati. Ma non sempre è facile vivere così; anche durante le prove e prima dello spettacolo, spesso ci sono degli ostacoli: stanchezza, preoccupazioni personali, giudizi, incomprensioni che portano a chiuderci in noi stessi e a scoraggiarci. Però poi ci ricor- diamo che l’importante è ricominciare insieme e andare “oltre il limite” del nostro egoismo e delle nostre debolezze. Una ventata di primavera dello Spirito Mario Casale: Il 30 settembre 2000, ad esempio, dovevamo essere in una cittadina vicino a Piacenza per l’inaugurazione del nuovo Centro parrocchiale intitolato a Maria Orsola. Mirko, il nostro tastierista, la notte precedente viene ricoverato in ospedale. Come fare a sostituirlo? Si è messa in moto tra noi una ricerca fantasiosa e abbiamo trovato chi suonasse al posto suo. I canti sono stati provati sul pullman durante il viaggio di andata. Lo spettacolo è andato benissimo, grazie anche alla sofferenza di Mirko che, in ospedale, ha offerto tutto con amore per la serata. Erano presenti anche quattro vescovi brasiliani, in quei giorni ospiti a Vallo. AI ritorno hanno detto: «Siamo rimasti impressionati: durante il recita! era tangibile la presenza di Dio». Dal 4 al 6 giugno 1999 siamo in una parrocchia della zona di Napoli. Si inaugura un nuovo Centro parrocchiale intitolato a “Maria Orsola”. Per noi un’esperienza indimenticabile. Alcune impressioni Lucia scrive: «Il musical “Oltre il limite”, presentato dal complesso Maria Orsola, ha operato una evangelizzazione di massa. Ha coinvolto tutti; anche quelli che erano venuti per curiosare alla fine sono stati conquistati. Mi ha colpito molto l’amore che i componenti del complesso mettono nell’aiutarsi reciprocamente». Una persona di 40 anni presente per caso, ma non praticante, scrive al parroco: «Caro don Salvatore, non sono praticante, non so quanto valga ciò che le dico, ma questa sera mi avete cambiato il cuore». gen's 4-5/2002 - 31 127 — pag. 32 — pa32 L'avventura del complesso, dal 1998 ad oggi, ha avvicinato più di 6.000 persone ed ha toccato molte parrocchie del Piemonte, ma anche di altre regioni d’Italia. Siamo stati anche in Svizzera, invitati dal vescovo di Lugano, durante una serata dedicata ai giovani di quella diocesi. Mons. Giuseppe Torti ci scrive: «Il vostro passaggio a Lugano è stato non solo una ventata di primavera dello spirito, ma un meraviglioso messaggio di fede, di speranza e di amore. Vi ringrazio di cuore: sento 128 - gen's 4-5/2002 esperienze di volervi un gran bene e vorrei abbracciarvi ad uno ad uno». Anche il Papa ci ha scritto una bellissima frase che ci accompagna sempre: «Vi incoraggio a continuare nel generoso impegno di vivere ogni giorno quell’amore a Dio, alla Chiesa, ai fratelli che costituì l’elemento portante della vita di Maria Orsola». — pag. 33 — esperienze L'amore fa breccia in un mondo scristianizzato Le sfide di ieri e di oggi Don Kdaroly: Ho conosciuto la spiritualità dell’unità negli anni 70, quando un gruppo del Movimento dei focolari che la viveva è arrivato in Ungheria. Allora il regime comunista ostacolava con ogni mezzo l’esistenza di qualsiasi comunità ecclesiale, non solo sciogliendo gli ordini religiosi e tutte le associazioni laicali o sacerdotali, ma proibendo ogni forma di convegno pubblico, pena l’incarcerazione. In questo periodo particolarmente difficile la vita di comunione del Focolare ci faceva sperimentare la presenza di Gesù fra noi (sacerdoti, laici, uomini e donne di tutte le età), e ci dava un forte sostegno. Eravamo affascinati dalla proposta di Chiara Lubich di vivere nel quotidiano il Vangelo e con le nostre esperienze nutrivamo quanti erano attorno a noi. Così la persecuzione in qualche modo consolidava l’unità dei cristiani convinti e anche le parrocchie, sebbene più povere di membri, erano più unite. 33 a cura di Kéroly NAGY UL CLI TIC ALATI NUTI FALL LALA LL LOLA LALA ALLA CC ALA CTNA ALIA rnrenonnondosenaeso0e Ora quei tempi tragici sono passati, ma ne sono sopraggiunti altri con altre difficoltà: al comunismo infatti sono subentrate la secolarizzazione, l’individualismo, l’attrattiva allettante del consumismo che stanno sgretolando le comunità ecclesiali ancora esistenti. Ci si trova spesso di fronte ad una popolazione giovane educata all’ateismo, ma assetata di valori autentici. Porsi in dialogo Vivere oggi la spiritualità di comunione dei Focolari in tale contesto parrocchiale significa perciò porsi in dialogo con un mondo estraneo, dove solo l’amore scambievole apre brecce in cuori induriti o indifferenti. È questa la sfida che affrontiamo ogni giorno nella nostra parrocchia di Havanna, alla periferia di Budapest. Sono circa 25.000 le persone che vi sono venute ad abitare da ogni parte dell’Ungheria, come primo approdo alla capitale per poi trasferirsi altrove. Come porsi in dialogo con un mondo estraneo € indifferente in un quartiere della periferia di Budapest, dove al comunismo sono subentrati secolarizzazione e consumismo? Cogliamo una risposta dall’esperienza che ci raccontano don Kdaroly Nagy e alcuni parrocchiani. gen's 4-5/2002 - 129 — pag. 34 — pr34 Appena arrivato in questa parrocchia, ben dodici anni fa, un po’ mi sono spaventato al vedere questo ambiente. Arrivavo infatti da una comunità parrocchiale di campagna, dove la vita era molto diversa. Qui invece famiglie povere, anziani soli, disoccupati e senzatetto sono i volti di Gesù sofferente e abbandonato che incontriamo costantemente, ma è proprio l’amore a questo “volto dolente” che ci dà la forza per amare sempre l’altro. Alcuni anni prima di me è passato un altro sacerdote focolarino e così alcuni in parrocchia già conoscevano qualcosa della spiritualità dell’unità. Con loro abbiamo cominciato a intensificare la vita della Parola di Dio e ben presto si è formato il piccolo gruppo che ha visto fiorire in breve tempo i primi frutti della presenza di Gesù in mezzo. II nostro modo di agire Éva Szées Dévidné: Quando, conosciuta la spiritualità del Movimento, abbiamo capito che vivendo l’amore secondo le parole di Gesù potevamo mantenere la presenza di Gesù tra noi, questo è diventato il nostro modo di agire. E abbiamo visto che Lui in mezzo a noi fa miracoli, come 2000 anni fa. Una volta, dopo la ristrutturazione della casa parrocchiale, era rimasto un mucchio di sabbia nel cortile. Una mamma ha chiesto se poteva portare i suoi bambini a giocare lì. Dopo qualche giorno erano già alcune mamme con i loro bambini e noi potevamo accoglierli, ascoltarli e ben presto è cominciata tra tutti una gara d’amore con piccole attenzioni e aiuto reciproco. Così questo luogo d’incontro è diventato non solo un punto d'arrivo ma spesso e per tanti un punto di partenza verso Gesù. Da questo “seme” — da cui è nato dopo due anni un asilo nido — numerose famiglie sono ritornate ai sacramenti, con diverse conversioni e impegno concreto nella vita della comunità. 130 - gen’s 4-5/2002 esperienze Amare a fatti Gvyòrgy Simongati: C'è una frase evangelica che cerchiamo di vivere con grande serietà: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5). Vogliamo che Lui sia sempre presente tra noi in ciò che facciamo, nelle decisioni da prendere, nel mantenere la carità reciproca, ma anche sentiamo di doverci rivolgere a Lui insieme perché Lui è la Fonte della vita. Per questo ogni venerdì sera facciamo l’adorazione in Chiesa, portando davanti a Gesù ogni cosa, i progetti e i lavori svolti nella settimana. E da questa offerta comune vengono poi le idee concrete dell'amore ai fratelli: accogliere i poveri nella nostra boutique non solo con gli indumenti ma con the caldo o l’azione “zuppa di patata” nel periodo della quaresima peri poveri. La spiritualità del Focolare ormai da 10 anni nutre il lavoro caritativo della Parrocchia tra gli zingari, tra gli ammalati, tra i senzatetto e nelle varie raccolte organizzate per aiutare sempre quel Gesù che incontriamo nel bisognoso. Queste occasioni o le varie feste per gli anziani o per bambini poveri, spesso si trasformano in colloqui profondi, le persone trovano non solo cibo e vestiti, ma un rapporto, e tornano volentieri attratti da quel clima di famiglia che sperimentano. La cerchia si allarga Don Kdaroly: Questa solidarietà e tutti i nostri rapporti servono ad annunciare speranza a tanta gente spesso disperata. Constatiamo che le nostre azioni fanno appena muovere le acque e si può iniziare un rapporto, poi vediamo che è Qualcun altro che abita tra noi a portare avanti tutte queste persone. E Lui ci guida a vedere più lontano quel tipo di povertà che ha segnato la nostra storia recente: la mancanza di Dio, e possiamo dire che l’amore concreto e disinteressato apre i cuori al dialogo e alla condivisione. — pag. 35 — esperienze Professionisti e artisti non credenti hanno cominciato ad offrire il loro aiuto per le nostre attività ed ora un gruppo amatoriale teatrale periodicamente viene in parrocchia a fare degli spettacoli. Un direttore, anche lui non credente, di una scuola vicina, regolarmente celebra le feste ufficiali in parrocchia e così ragazzi e genitori che altrimenti non entrerebbero in contatto con le realtà di Dio, si avvicinano a noi. Spinti poi dal desiderio di unità e di dialogo abbiamo cominciato a costruire rapporti con altre comunità presenti nel quartiere. Dai rapporti di preghiera comune per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è nata l’idea di lavorare insieme per i giovani. Ora c’è un’azione coordinata da un gruppo di cinque parrocchie interessate che s'incontra ogni mese. Per gli adulti invece abbiamo organizzato un coro composto da membri di varie denominazioni cristiane che canta nelle manifestazioni comuni. Anche nella nostra comunità ogni giorno è una piccola Pasqua di morte e risurrezione. Tanta fatica, tanto impegno, ma la vita nasce nelle persone che ne fanno parte e attorno a noi e la vediamo con i nostri occhi. Un nostro amico che poco tempo fa ha cominciato a vivere questa nuova vita ci scrive: «Ritengo straordinaria questa comunità. Le persone hanno una mentalità tutta nuova non solo nel pensare e nel parlare, ma anche nell’agire. Fanno sempre il primo passo quando da qualche parte c’è bisogno. Spero che come loro sono riusciti a vedere il volto di Cristo sofferente in me, anch’io riuscirò a vederLo in altri e trasmettere la stessa vita a tanti». gen's 4-5/2002 35 -131 — pag. 36 — Varcare i confini della propria Chiesa a cura di Francesco BALLARINI TI LILIA LALA LALIALALOLI ALEC LLLILAILA LIA CCC OCA C AAC CCCC AAA sasso rarenoocnnanoneancoceneacec0ecea La maggior parte degli abitanti di Platanos — località con diecimila persone, al sud della Grande Buenos Aires (Argentina) — hanno origini italiane, spagnole, olandesi, jugoslave e ungheresi. Promuovendo lo spirito di comunione non solo è cresciuto il rapporto fraterno fra le persone e le varie realtà ecclesiali, ma si è aperto un fruttuoso dialogo con le comunità di altre Chiese. 132 - gen's 4-5/2002 | frutti della Parola Nella nostra parrocchia di Santa Isabel de Hungrfa a Pl4- tanos, — racconta Monica, impegnata attivamente nella vita della comunità —, durante gli anni ‘70 ci fu un grande flusso migratorio dalle province interne dell’ Argentina, aumentando in poco tempo il numero della sua popolazione. Nel 1990, con l’arrivo come parroco di don Francesco Ballarini, sacerdote focolarino, è nato un gruppo di persone interessate alla Parola di vita'. Poco a poco si è visto che la Parola biblica vissuta cambia le persone e forma la comunità. Su questa base è stato possibile trasmettere la spiritualità dell’unità e, anno dopo anno, questo stile di vita è stato diffuso a piene mani nella parrocchia e nei quartieri. Abbiamo costatato che, come dice Gesù nella parabola del seminatore, c’è chi risponde con il trenta, chi con il sessanta e chi con il cento per cento. L’atteggiamento di noi che avevamo esperienze conosciuto il Movimento dei focolari, è stato quello di proporre a tutti la vita d’unità secondo il carisma di Chiara Lubich, lasciando ogni persona profondamente libera. Si è sempre presentato questa spiritualità come una delle proposte cristiane per seguire Gesù, senza trascurare le altre già esistenti nella parrocchia. Promuovendo questo spirito di comunione, è cresciuto il clima di famiglia tra le persone e tra i vari gruppi ecclesiali. Anni fa, nell’ambito della parrocchia, esistevano tre realtà autonome e a volte in difficoltà tra loro: la comunità parrocchiale, il cammino neocatecumenale, e il collegio delle suore ungheresi. Animati dallo spirito dell’unità abbiamo cercato di amare tutti mettendo in luce le caratteristiche positive di ciascuno. A poco a poco le barriere sono cadute e si è creato un clima di rispetto e di stima reciproca. Attualmente agli incontri della Parola di vita è bello vedere la presenza delle suore — pag. 37 — esperienze e dei membri della comunità neo-catecumenale, che rendono tutti partecipi del proprio cammino spirituale. Rapporti fraterni fra Chiese In questi anni poi, la presenza di Gesù in mezzo a noi non solo ha ravvivato la vita della comunità, ma ci ha aperto a un dialogo profondo con altre denominazioni cristiane. Siccome alcuni giovani della parrocchia sono sposati con persone appartenenti alla Chiesa riformata, ci siamo resi conto che non potevamo vivere nello stesso quartiere cristiani di diverse Chiese ignorandoci. Così sono nati rapporti ecumenici sempre più profondi. Già nel 1992 abbiamo celebrato insieme alla Chiesa riformata la vigilia di Pentecoste e sempre in quello stesso anno, il 10 dicembre, la Giornata Mondiale dei Diritti umani. I rapporti tra la nostra parrocchia e la comunità riformata si sono intensificati, tanto che nel 1995 il nostro vescovo, mons. Jorge Novak, è stato invitato a far visita alla comunità riformata. Una signora ringraziando ha detto: «È la prima volta che un vescovo cattolico mette piede nel nostro tempio. Oggi per me è stato un giorno molto importante, perché lei con la sua presenza ha fatto cadere tutti i muri che c’erano tra noi». Tra il pastore della Chiesa riformata e il nostro parroco, è nato un rapporto fraterno. Il pastore spesso confidava a don Francesco i problemi e le situazioni difficili che incontrava. Un giorno siamo arrivati al tempio per trovarci con lui e ci ha detto che non si sentiva bene a causa della pressione molto alta. Lo abbiamo accompagnato ad un centro medico e, mentre aspettavamo, un dottore è uscito per dirci che le condizioni del paziente non erano molto buone. Abbiamo allora comprato le medicine e gli alimenti appropriati per la sua dieta e poi abbiamo avvisato una coppia della sua comunità, perché gli stesse vicino avvisandoci se ci fosse bisogno di qualcosa. Egli è rimasto strabiliato per queste attenzioni da parte dei fratelli cattolici. Anche i medici rimasero stupefatti nel vedere con quanto amore un sacerdote cattolico accompagnava un pastore protestante. Attività ecumeniche Durante questi anni sono nate molte attività ecumeniche basate su questo rapporto fraterno, tutte approvate dal vescovo. Si sono svolti Corsi biblici nella chiesa riformata ai quali hanno partecipato molti della nostra comunità. E nato un coro ecumenico composto da 50 persone, membri di diverse Chiese. Tutti gli anni, alcuni giorni prima di Natale, si fa una camminata per il quartiere con canti e musica, partendo dalla nostra parrocchia, insieme a giovani e bambini, per concludersi nel tempio della Chiesa riformata. Tutti i Venerdì Santi facciamo la Via Crucis per le strade del quartiere e scegliamo alcune famiglie a caso perché preparino le stazioni nelle loro case. Un anno, quando abbiamo chiesto alla padrona di una delle case se era d’accordo, ci ha fatto notare che apparteneva ad una Chiesa pentecostale. Le abbiamo detto che eravamo ugualmente contenti se lei poteva partecipare. Ha accettato e quando la processione è giunta a casa sua, lei ha fatto un breve e bellissimo commento su alcuni versetti del capitolo 17 di Giovanni, dove si parla proprio dell’unità che Gesù chiede al Padre per i suoi discepoli. La domenica di Pasqua, dopo la Messa, una giovane signora con un bambino fra le braccia, si è avvicinata al parroco e gli ha detto: «Sono venuta per ringraziarla, perché il Venerdì Santo lei ha fatto la stazione della Via Crucis a casa di mia madre. Da quando lei si è convertita alla Chiesa pentecostale si rifiuta di vedere me, mio marito e tutta la mia famiglia. Ieri mi ha chiamato per dirmi che si era resa conto che i cattolici non sono come credeva. Mi ha gen's 4-5/2002 - 37 133 — pag. 38 — 134 38 chiesto scusa per quanto ci ha fatto soffrire e ci ha invitati tutti a pranzo a casa sua». Da alcuni anni la comunità parrocchiale, interpellata dalla difficile situazione sociale in cui viviamo, ha fondato la “Casa del Nifio Lourdes”, una casetta dove tutti i giorni una ottantina di bambini dai tre ai quindici anni fanno colazione, pranzano, ricevono una merenda e, nello stesso tempo, si svolgono diverse attività educative, sportive, ricreative e di formazione professionale. Ogni giorno è una sfida. Sempre più scopriamo che è un’opera di Dio, perché tocchiamo con mano il suo amore tramite la provvidenza. Quasi la metà dei bambini vengono da famiglie di diverse comunità pentecostali. Tutte le settimane insieme agli educatori ed ai bambini della Casa viviamo una parola del Vangelo. Abbiamo costatato in questi anni che la Parola vissuta ci unisce, andando oltre le nostre diversità ecclesiali. Prima di Natale facciamo insieme ad un nonno di alcuni dei ragazzi, che è un pastore evangelico pentecostale, una preghiera ecumenica. Momenti forti di ecumenismo Un momento forte di esperienza ecumenica lo abbiamo vissuto quattro anni fa, la mattina del Venerdì Santo, con un altro pastore pentecostale e la sua comunità. Ritrovarsi insieme per ricordare la morte di Gesù, che ha dato la sua vita senza distinzioni per tutti e per unire tutti, era rendere visibile la redenzione oltre le differenze ecclesiali, culturali e storiche. Insieme ai giovani di quella comunità abbiamo preparato questo incontro sia - gen's 4-5/2002 esperienze nella scelta delle letture bibliche che dei canti realizzati dai cori delle due comunità. Durante varie settimane i giovani si erano incontrati per fare le prove dei canti e redigere i commenti alle letture bibliche. La celebrazione è stata l’espressione visibile di una comunità costruita insieme: c’è stato un profondo clima di preghiera e di comunione. Si poteva vedere la gioia sul volto di tutti. Alcuni giovani della comunità pentecostale, salutandoci ci dicevano: «E stato così bello ciò che abbiamo vissuto che ci sentiamo come a casa nostra». Abbiamo costatato che i momenti di preparazione sono quasi più importanti che la stessa celebrazione, perché è lì dove si instaurano rapporti personali, ci si conosce più in profondità, si esercita l’accoglienza e si vive nell’interesse per l’altro, per la sua famiglia e per la sua comunità. Come frutto di queste esperienze ecumeniche, il nostro vescovo ci ha scelti tra i responsabili per animare l’ecumenismo a livello diocesano. Per questo in tutti questi anni, insieme ai pastori amici, abbiamo realizzato corsi di formazione ecumenica con catechisti a livello di vicariato e di diocesi, oltre che nel seminario diocesano. 1) È una frase biblica a senso compiuto che si sceglie ogni mese nel Movimento dei focolari per viverla. E accompagnata ogni volta da un commento di Chiara Lubich. Viene tradotta in 95 lingue e idiomi e raggiunge oltre 14 milioni di persone di tutto il mondo, attraverso stampa, radio e televisione. In un buon numero di parrocchie si fanno incontri regolari della Parola di vita, per comunicarla, mettere in comune le esperienze vissute ed aiutarsi reciprocamente ad evangelizzare la propria vita. — pag. 39 — i quattro dialoghi, | — pag. 40 — Intervista di Adolfo Raggio a Silvano COLA Silvano Cola da circa quarant'anni segue la realtà dei sacerdoti diocesani che vivono la spiritualità del Movimento dei focolari. Attualmente è incaricato, al Centro del Movimento, anche per il primo dialogo, quello all’interno della propria Chiesa. 136 - gen’s 4-5/2002 CU TIE TTI TITIXTI TITTI CITI XII KXITCT CKTC TETI T TETTO CECCO TE CI COTTO OTTICO TECO TOTO TOTI i quattro dialoghi Primo dialogo: nella propria Chiesa | a Chiesa è stata raffigurata come un giardino con una grande varietà di fiori. Anche nella parrocchia, Chiesa in miniatura, esistono tante realtà: gruppi, associazioni e movimenti. Tutte queste forze sono chiamate a muoversi in armonia. Eppure succede a volte che esse vivono l’una accanto all’altra quasi ignorandosi e persino con un certo antagonismo. L'incontro dei Movimenti con il Papa in piazza S. Pietro nella Pentecoste 98 ha segnato una svolta nel rapporto fra i vari Movimenti ecclesiali e aperto un cammino di comunione fra loro. Puoi dirci come il Movimento dei focolari sta portando avanti questo dialogo? Il 30 maggio 1998, vigilia di Pentecoste, i Movimenti e le nuove Comunità ecclesiali (erano presenti circa 60) s’incontrarono per la prima volta insieme, in Piazza San Pietro, alla presenza del Papa Giovanni Paolo II. Si comprese la portata di quell’evento alla luce delle parole pronunciate dal Papa a conclusione dell’incontro. «Quel che accadde a Geru- salemme duemila anni or sono è come se questa sera si rinnovasse in questa piazza!». Fu in quella occasione che il Santo Padre diede grande risalto alla dimensione carismatica della Chiesa, definendola “coessenziale” alla dimensione istituzionalepetrina. Dopo quell’incontro, i Movimenti iniziarono un nuovo cammino di dialogo, di collaborazione e di comunione tra loro. Fra i promotori protagonista di primo piano fu Chiara Lubich. In quella circostanza, di fronte a vari fondatori e a 350.000 membri di Movimenti, fece una promessa al Santo Padre: «Poiché il nostro Movimento — gli disse — ha il carisma dell’unità, mi premurerò, assieme ad altri già da qualche tempo orientati a ciò, di intraprendere un’azione per la comunione più piena fra i Movimenti». Cominciò effettivamente una nuova stagione nella vita della Chiesa. Su iniziativa di Chiara Lubich insie- — pag. 41 — i quattro dialoghi me ad altri leaders di Movimenti, in ogni parte del mondo i responsabili nazionali o locali dei vari Movimenti iniziarono a incontrarsi per proporre ai vescovi un programma da svolgere nelle cosiddette Giornate Pentecoste '98: si voleva rivivere in loco l’esperienza vissuta in Piazza S. Pietro. Si può dire infatti che l’effusione dello Spirito Santo iniziata nel Cenacolo di quella Piazza — per usare ancora l’espressione del Santo Padre — non si è più interrotta. La gioia di incontrarsi, la scoperta che ognuno faceva della bellezza e della varietà dei carismi, la collaborazione che si è instaurata, la sorpresa, la contentezza e lo stupore dei vescovi di fronte a questo nuovo volto della Chiesa, che univa al profilo petrino anche il coessenziale profilo mariano, sono state le note comuni di ogni Giornata. A tutt'oggi si sono svolte oltre 150 di queste manifestazioni nelle diverse zone del mondo, cui hanno partecipato complessivamente 320.000 membri, appartenenti a 146 Movimenti o nuove Comunità. U na sfida che si pone oggi è proprio quella di accogliere e integrare nella programmazione pastorale della parrocchia e della diocesi la realtà dei vari Movimenti, valorizzando e rispettando il carisma di ciascuno. Dall’esperienza maturata in queste Giornate e nei numerosi incontri fatti per prepararle, ti sembra sia cresciuta l’unità fra i Movimenti e che sia maturato un nuovo atteggiamento nei loro confronti? Per cogliere l’importanza ecclesiale di queste Giornate dei Movimenti riferiamo alcune testimonianze pubbliche pronunciate da personalità di rilievo. Un padre gesuita tedesco ha sottolineato, ad esempio, l’importanza dei Movimenti nel contesto religioso attuale della Germania, affermando: «I Movi- menti sono di per sé un correttivo salutare alla mentalità corrente; nella problematica strutturale della Chiesa di oggi mantengono viva la dimensione spirituale; hanno la forza di creare e presentare una cultura ecclesiale propria; e già col loro essere richiamano costantemente alla dimensione universale della Chiesa, equilibrando una certa tendenza ad accentuare troppo la Chiesa locale». Il presidente della Commissione episcopale portoghese per l’Apostolato dei Laici, a conclusione di una di queste giornate ha detto: «Due note fondamentali hanno caratterizzato questa vasta ed espressiva assemblea: la diversità e lo spirito di comunione. Voi, Movimenti del Portogallo, siete il dinamismo della nostra Chiesa...». E il Patriarca di Lisbona ha esortato i Movimenti «a conservare la loro forza, forza non soltanto di strategie quanto dei rispettivi carismi che portano alla santità». Nel bellissimo incontro tra i leaders dei nove principali Movimenti presenti nell’archidiocesi di Los Angeles, il vescovo Gerald Wilkerson ha affermato: «Oggi è stato un segno di speranza per la Chiesa e il mondo intero. Questa unità già sperimentata tra di noi sarà la forza risanatrice contro la disunità. Siate fedeli ai vostri carismi: voi siete i custodi di questo sogno... con la vostra testimonianza continuate a iniettare fuoco e passione nella vita della Chiesa e dell’umanità. Voi siete un visibile segno di speranza!». A Sofia, in Bulgaria, dopo l’incontro dei Movimenti, mons. Christo Proykov, Esarca apostolico e Presidente della Conferenza episcopale Bulgara ha detto: «Voi tutti avete ringraziato gli organizzatori, ma io ringrazio voi Movimenti che, con la vostra presenza, avete reso possibile vivere questo momento... Vi incoraggio a proseguire sulla strada che oggi avete incominciato. Si dice che gen's 4-5/2002 - 41 137 — pag. 42 — la bellezza consiste nella diversità, ma vi dico che la bellezza è l’unità nella diversità». A Spalato, a conclusione della Giornata mons. Marin Barisic ha detto: «Stanno arrivando tempi nuovi per la Chiesa, tempi che hanno futuro... Il Concilio ha aperto il cuore della Chiesa ai Movimenti ed io oggi ascoltando voi, ho capito che ogni cristiano dovrebbe far parte di un Movimento per essere formato e testimoniare nella vita di ogni giorno. Questa è la migliore rievangelizzazione. I Movimenti formano anche sacerdoti, e i parroci li devono appoggiare e incoraggiare». Il vescovo di Zara, mons. Ivan Prendja, ha detto fra l’altro: «La Chiesa non deve temere i Movimenti, perché la arricchiscono e sanno portare le persone direttamente a Dio. Sono convinto che la Chiesa non ha futuro senza di loro. E anche gli ordini religiosi devono rinnovarsi con questi carismi». P arlare di una parrocchia 0 di una diocesi come “comunità in dialogo” postula anzitutto un vero dialogo all’interno della comunità stessa. Ma non sempre è facile. In particolare con la presenza dei nuovi Movimenti laicali nasce l’istanza di armonizzare l’aspetto carismatico e quello istituzionale. Si prospetta forse l’esigenza di un modo diverso di concepire la Chiesa e quindi anche la parrocchia e la diocesi? Si ha l’impressione che in questo inizio di millennio lo Spirito Santo voglia rivelare al mondo un nuovo e più maturo volto della Chiesa. La teologia, soprattutto per opera di Hans Urs von Balthasar, ha messo in evidenza un aspetto di essa che pur essendo stato fondamentale per la sua vita nel corso dei primi due millenni cristiani, non era ancora entrato capillarmente nella coscienza ecclesiale del Popolo di Dio: il suo profilo carismatico-mariano. Basta pensare all'importanza data da Giovanni Paolo II ai Movimenti e alle Comunità ecclesiali fin dall’inizio del 138 - gen's 4-5/2002 i quattro dialoghi suo pontificato; l’aver egli scritto documenti teologico-pastorali importantissimi riguardanti il laicato, come Christifi- | deles laici e la Mulieris dignitatem; V aver fatto sua e amplificata col suo magistero a tutto il mondo, come abbiamo accennato, la coessenzialità del profilo mariano della Chiesa col profilo petrino; l’aver convocato a Roma i Movimenti laicali vedendo in essi la “primavera della Chiesa” e dando loro un mandato per la nuova evangelizzazione; e l’elenco potrebbe continuare. Questa ventata di Spirito Santo è stata fortemente favorita anche dal Pontificio Consiglio dei Laici. In una intervista il Presidente dello stesso Consiglio, card. James Francis Stafford, ha dichiarato che uno dei momenti più significativi dell’importanza data dal Santo Padre al laicato è stato «tra gli eventi recenti... il raduno a Roma nel 1998 dei membri dei Movimenti e delle Associazioni laicali, insieme a molti dei loro fondatori e /eaders». «Sono essi — ha continuato — il principio della primavera. Le iniziative più promettenti nella Chiesa oggi vengono dal laicato... Sarebbe utile indagare perché questi nuovi Movimenti e Associazioni sono emersi nella Chiesa oggi. Provo a suggerire una spiegazione. La formazione e lo sviluppo di questi nuovi gruppi laicali indica che i bisogni spirituali di molti cattolici non sono adeguatamente intercettati dalle istituzioni tradizionali della Chiesa... Le aggregazioni laicali sono l’avanguardia della “nuova evangelizzazione”. Sono la manifestazione dei nuovi significati dell’evangelizzazione, “nuovi in ardore, metodi e espressione”, per usare le parole di Giovanni Paolo II al Consiglio episcopale latino-americano». E quasi contemporaneamente un sacerdote salesiano, parlando alla conferenza dei superiori maggiori degli Ordini religiosi in Italia, con grande coraggio affermava: «Da 17 anni stiamo tentando di accendere il fuoco del rinnovamento — pag. 43 — i quattro dialoghi e della riattivazione dei carismi religiosi originali, fino al punto di parlare di rifondazione della vita consacrata, ma continuiamo a produrre scintille smorte. La vita consacrata non è ancora uscita dalla crisi (...). Ci troviamo di fronte a due aspetti: uno negativo e l’altro positivo (...). L'aspetto positivo, la “bomba inesplosa”, è data dalla scoperta del nuovo equilibrio della Chiesa come popolo di Dio, di una Chiesa più matura, con spazi più ampi per la santità di tutti. L’eccessiva preoccupazione di accendere il fuoco nel caminetto di casa nostra con legna ancora verde, non ci ha permesso di vedere che vicino a noi ardeva un incendio acceso dal Vati- cano II. Con il Concilio è stata superata la concezione clericale della Chiesa, ed è stata rivalutata la vocazione del laicato, visto, nonostante tutti i suoi limiti, non più come gruppo ausiliario, ma come protagonista del Regno... La nuova Pentecoste di cui si parla tanto sta nella condivisione del carisma: dare e ricevere. Da una parte e dall’altra. E nello stesso tempo. Perché è tramontata l’idea di una parte che dà e di un’altra che riceve, in modo unidirezionale, visto che ess fare comunione di molte vocazioni». gen's 4-5/2002 - 43 139 — pag. 44 — Movimenti ecclesiali in armonia a cura di André HEIUL Una parrocchia di 40.000 abitanti nella zona periferica di San Paolo del Brasile ha realizzato un'interessante esperienza di dialogo fra le Associazioni e i Movimenti presenti nel suo territorio. La raccontano il parroco André Heijligers e alcuni membri della comunità. 140 - gen’s 4-5/2002 IGERS Abbiamo scelto la via del dialogo Don André: Abito nella Mariapoli Ginetta', vivo nel focolare sacerdotale’ insieme ad altri sacerdoti e sono parroco dell’unica parrocchia della città di Vargem Grande Paulista. Nel nostro focolare cerchiamo di vivere l’amore reciproco che genera l’unità fra noi sacerdoti, e mi accorgo che questa esperienza di comunione si riflette poi sulla parrocchia. Mi aiuta a puntare sul dialogo come un cammino per valorizzare ogni persona, ogni gruppo, e a mettere in rapporto d’amore evangelico fra loro i carismi presenti nella comunità. La parrocchia, sorta 23 anni fa, è attualmente organizzata in 20 comunità. Si trova in una zona dove la vita è difficile: violenza, sommosse, povertà. Ma allo stesso tempo riscontriamo qui tanta fede, solidarietà e un amore sempre più grande verso la Chiesa soprattutto attraverso i dieci Movimenti presenti. Sono certamente un fenomeno ecclesiale testimonianze straordinario! Mi sono sentito messo in questione dalla “novità” che essi costituiscono e con il consiglio pastorale abbiamo riflettuto varie volte su come rendere la parrocchia una casa accogliente per tutti questi “segni” che lo Spirito Santo va suscitando. Il cammino scelto è stato il dialogo. L'occasione ce l’ha offerta la Settimana Santa ’98. Non avendo trovato un predicatore per il ritiro di preparazione, abbiamo chiesto ai presenti — erano una sessantina di otto Movimenti — che ci dicessero qualcosa del Movimento di cui facevano parte. E stato un momento speciale: era la prima volta che condividevano reciprocamente la loro esperienza e c’era un ascolto profondo. Tutti sono rimasti contentissimi e ringraziavano la Madonna di questa forte esperienza ecclesiale in cui hanno conosciuto meglio gli altri Movimenti, si sono sentiti fratelli ed hanno scoperto che la Chiesa è più vasta di ciascun gruppo di appartenenza. — pag. 45 — testimonianze Abbiamo poi visto un video sull’incontro dei Movimenti col Papa nella Pentecoste ’98?, e Îì si sono resi conto che il S. Padre e la Chiesa desideravano crescesse la comunione fra i Movimenti per il bene della Chiesa stessa e dell’umanità intera. È stato un nuovo impulso a percorrere la strada del dialogo. Margareth: Abito a Vargem Grande da 20 anni e da allora frequento la parrocchia. Anch'io ho vibrato vedendo la “novità” della nascita nella nostra comunità di un Movimento dopo l’altro. Attualmente sono dieci: Movimento parrocchiale del Movimento dei focolari (1990), Schònstatt (1993), Cammino neocatecumenale (1998), Rinnovamento nello Spirito (1994), Movimento sacerdotale mariano (1996), Apostolato della Preghiera (1998), Incontro con Cristo per sposati (2000), Congregazioni Mariane (2001). Ogni Movimento dà una forte formazione ai suoi membri, aiutando tutta la parrocchia a crescere come una famiglia. Quando ci incontriamo per qualche attività comune c’è sempre un clima di amore fraterno e di gioia. Superiamo le eventuali difficoltà Maria Zélia: Come “impegnati” parrocchiali' sentiamo di far tutta la nostra parte per portare avanti il dialogo nella parrocchia, cercando di amare tutti con la misura dell’amore di cui ci è modello Gesù abbandonato. Una giovane con qualche problema mentale mi dava fastidio per il suo modo esuberante ed eccessivo di comportarsi durante le celebrazioni liturgiche. Cercavo di evitarla. Un giorno entrando in chiesa la vidi sola nel banco e decisi di sedermi accanto. Lei mi guardò sorpresa. La salutai e le diedi la mano. Da quel momento è nato un rapporto nuovo fra noi. Accettarla così com’è era un modo di amare Gesù nelle difficoltà dell’ umanità. Nascono vocazioni al sacerdozio Amauri: Sforzandoci di dialogare con tutti nascono anche delle difficoltà. AIl’inizio ognuno pensava che il suo Movimento fosse il migliore, per la formazione che riceveva, per la preziosa amicizia che vi trovava e per il maggiore contatto con Dio che sperimentava. Per questo cercava di conquistare nuovi membri dentro la parrocchia e questo spirito di conquista creava delle tensioni. Era un nuovo volto di Gesù abbandonato. Occorreva anche qui amare. Gli incontri con gli altri Movimenti e le celebrazioni eucaristiche animate dai vari gruppi aiutano a far crescere nella comunità il rispetto e l’interesse reciproco. Ed è nata una vera collaborazione per iniziative comuni. Quando il nostro vescovo ha chiesto di sostenere economicamente il Seminario e le vocazioni al ministero sacerdotale, tutti i Movimenti si sono impegnati insieme. Quest'anno, al gruppo dei quattro seminaristi della parrocchia si è unito Alessandro, un giovane neo-catecumenale. Tutti gli abbiamo fatto festa, tanto che lui ha detto: «Gesù mi ha sostenuto attraverso i vari Movimenti della Chiesa. È un segno che essi sono veramente opera dello Spirito Santo». Ci si arricchisce reciprocamente Margareth: Nella misura in cui cresce il dialogo constatiamo che ci arricchiamo dei carismi e dei doni gli uni degli altri. Qualche tempo fa mio marito si è ammalato seriamente. Tante persone di altri Movimenti si sono interessati della sua salute e sono venute a visitarci, e persino un coro è venuto a cantare per lui. Altri si son dati da fare per portarlo dal medico o assicuravano di pregare per la sua guarigione. Ora mio marito ha ricuperato un po’ la salute e siamo certi che è frutto dell’amore e delle preghiere di tutti. gen's 4-5/2002 - 45 141 — pag. 46 — È bello come ci aiutiamo reciprocamente. Ad esempio, un gruppo di noi “impegnate” ci occupiamo dell’armonia e della pulizia dei vari ambienti della parrocchia. Una volta il Gruppo degli sposati ci ha chiesto se potevamo preparare la sala per un loro incontro. Lo abbiamo fatto come se fosse stato per il nostro Movimento, adornandola anche con fiori. Sono rimasti molto contenti. Un'altra volta ce lo ha chiesto il gruppo dell’ Apostolato della Preghiera. Anche loro erano felici. Siccome noi del Movimento parrocchiale non abbiamo strumenti musicali, chiediamo la collaborazione di due corali, che hanno imparato le nostre canzoni. Veramente l’amore circola come in una famiglia e cresce la comunione. Malu: Alla conclusione dell’ultimo ritiro dei Movimenti nella Settimana Santa, Lucélia, coordinatrice del Rinnovamento carismatico ha detto: «E stata una grazia! Dio ha aperto il mio cuore verso gli altri Movimenti e vedo che il Signore agisce in tutti e non solo nel mio. Ho capito che Gesù è il Capo e noi siamo le membra, ognuno con la sua funzione. Vedo i vari Movimenti come fiori di un unico giardino, dove ciascuno col suo profumo abbellisce la Chiesa». E Lucila, la segretaria della parrocchia: «L'unità dei Movimenti genera una prima- 142 - gen's 4-5/2002 testimonianze vera divina nella Chiesa, che resterà e porterà frutto». Con la presenza dei Movimenti gli organismi della parrocchia si vanno rinnovando. Vediamo che essi formano nuovi operatori pastorali e persone con spirito missionario. Il Consiglio pastorale della parrocchia è diventato luogo dell’aiuto reciproco, dove si scopre il disegno di Dio sulla comunità parrocchiale. Abbiamo così incontrato un cammino per crescere come Chiesa: unità e diversità guidate dallo Spirito. en | 1) È una delle cittadelle di testimonianza del Movimento dei focolari. Essa si trova nello Stato di San Paolo del Brasile. 2) I sacerdoti diocesani focolarini, quando è permesso dai loro vescovi, vivono a vita comune, cercando di meritare per l’amore scambievole la presenza di Gesù fra loro promessa nel Vangelo (Mt 18, 20). 3) Si tratta del video-documentario “Sulle ali dello Spirito” del Centro S. Chiara del Movimento dei focolari. 4) Gli “impegnati” del Movimento parrocchiale sono laici che assumono l’impegno di vivere pienamente la spiritualità dell'Opera di Maria e sono inseriti nella vita della comunità parrocchiale dove svolgono i più vari servizi, secondo le necessità e la propria vocazione e qualità personali. — pag. 47 — i quattro dialoghi Dialogo ecumenico I Concilio Vaticano II ha sottolineato che l’atteggiamento da tenere nei confronti delle varie Chiese o Comunità ecclesiali è quello di riconoscere il patrimonio comune che ci unisce a cominciare dal Battesimo, “vincolo sacramentale dell’unità che esiste fra tutti i cristiani”', e portare avanti il dialogo in modo da maturare una comunione sempre più profonda. Il Movimento dei focolari ha una lunga esperienza nel dialogo ecumenico. Puoi dirci come è iniziato e quali sono stati i suoi sviluppi? L'esperienza del dialogo ecumenico nel Movimento è nata da circostanze provvidenziali preparate da Dio. Ricordo che Chiara dice: «Il progetto di quest’ Opera non è stato e non è pensato da mente umana, ma viene dall’Alto e sono in genere le circostanze che manifestano ciò che Dio vuole»?. I primi contatti con evangelici della Germania e con riformati della Svizzera si sono avuti negli anni ’60. Chiara parlando della storia del Movimento ad un grup- po di luterani in Germania, trovò in loro una vera comprensione della spiritualità dell'unità. La comunione in Cristo con i fratelli evangelico-luterani della Germania è diventata sempre più profonda finché si decise insieme — d’accordo con i rispettivi responsabili — di dare vita ad una cittadella ecumenica ad Ottmaring, vicino ad Augsburg (Germania). Inaugurata nel 1968, vi abitano cattolici ed evangelici. In questi trenta anni di vita è divenuta un segno di grande speranza per l’unità dei cristiani nella terra dove nacque la Riforma. L'esperienza è andata avanti: dagli evangelici luterani (nella allora Germania occidentale e poi nella ex Germania dell’Est sotto il comunismo), agli anglicani (prima in Inghilterra, poi nelle varie parti del mondo), ai riformati (Svizzera, Olanda), agli ortodossi e ai fedeli delle Antiche Chiese Orientali. Oggi sono 50.000 le persone di circa 350 Chiese e Comunità eccle- 0 LTT TATTICI TIA LIZA NA AII ZA ATALA TIA ATTI TALATATAATA LATI TOTIA CACAO TI CAAA TCA ALOTIAFAI LICATA NALIN LA LALA AITINA ttnrerrosennonoe 47 Intervista di Adolfo Raggio a Gabriella FALLACARA Gabriella Fallacara, è incaricata del Centro Uno — segreteria centrale del Movimento dei focolari per l’ecumenismo — dove lavora fin dagli anni sessanta. gen's 4-5/2002 - 143 — pag. 48 — pr48 i quattro dialoghi lo”. In che senso? Sostituisce i tipi di dialogo menzionati sopra? siali che seguono la spiritualità dell’unità; ci sono 49 focolari con 95 focola- rini e focolarine di varie Chiese, in 19 Paesi: questo ci dice che lo Spirito Santo è all’opera. Guardando a questa esperienza evidenzierei quattro punti. — Il primo: vivere il Vangelo. Fa parte dell’anima del Movimento ecumenico. Il Vaticano II dice: «Quanto più vivranno il Vangelo, tanto più si uniranno tra loro»). — Il secondo lo vedo nello sguardo “nuovo”, largo, caloroso, necessario, che ci fa guardare le persone delle varie Chiese con occhi nuovi: sono nostri fratelli e sorelle, realmente, per il Battesimo. — Il terzo è: amarli in modo da poter avere poi uno scambio reale dei beni spirituali e materiali. Quando Chiara donò la sua esperienza, diciamo il suo bene spirituale, iniziò un autentico dialogo nella carità. Papa Paolo VI e i successivi Pontefici hanno sempre seguito e incoraggiato tale dialogo, così il card. Agostino Bea e i successivi Presidenti del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, e tantissimi vescovi locali. — E qui vedrei un quarto punto: l’ecumenismo si fa, nel posto dove ognuno si trova, d’accordo con il pensiero del vescovo e del parroco del luogo: informandoli dei progetti, dello svolgimento, delle difficoltà e dei successi. In ogni diocesi c’è in genere una Commissione ecumenica (a volte con la presenza di persone del nostro Movimento). Certamente non li sostuisce. Ma come incaricata del Centro Uno, in questi 33 anni, ho visto lo stagliarsi di una fisionomia propria dell’ecumenismo che emerge nel Movimento: è il “dialogo della vita”, che porta ad un “dialogo di popolo”. Cos'è questo dialogo? Per delinearlo meglio mi rifarò ampiamente a testi di Chiara, in particolare ad un suo intervento a Londra nel 1996. Con i fratelli e le sorelle delle varie Chiese, sforzandoci nel vivere insieme il Vangelo, conoscendoci, rafforzando il nostro amore reciproco, abbiamo scoperto quanto siano grandi le ricchezze del nostro patrimonio comune: il Battesimo; il Nuovo e l’ Antico Testamento, i dogmi dei primi Concili, che condividiamo, il Credo (niceno-costantinopolitano), i Padri greci e latini, i martiri e altro ancora come la vita della grazia, la fede, la speranza, la carità, tanti altri doni interiori dello Spirito Santo... Oltre a ciò ci unisce la spiritualità dell’unità. Prima non vivevamo come se ciò fosse realmente vero o ne fossimo coscienti del tutto. Ora ci rendiamo conto che sono le condizioni per realizzare il “dialogo della vita”. Il “dialogo della vita” di cui anche i responsabili delle rispettive Chiese sono al corrente, ha portato — dicevamo — a un “dialogo del popolo”. Perché? Siamo già una famiglia, siamo già, si può dire, “un popolo cristiano” che ha la sua cultura dell’unità: esso interessa N ell’ecumenismo si è parlato di dialogo teologico, dialogo della preghiera, dialogo della carità, dialogo del servizio comune all’umanità. Riferendosi all’ecumenismo del Movimento dei focolari, Chiara Lubich lo ha caratterizzato come “dialogo della vita” o “dialogo del popo- laici, ma non solo, sacerdoti, pastori, vescovi, ecc. E di tutto il popolo di Dio. Non è quindi un dialogo della base che si contrappone o giustappone a quello dei cosiddetti vertici o responsabili di Chiesa. Ma un dialogo di tutti coloro 144 - gen’s 4-5/2002 — pag. 49 — i quattro dialoghi che fanno parte del Corpo Mistico di Cristo. Da questi inizi possiamo fondatamente sperare che altre forme di dialogo, come quello della carità, del servizio comune, della preghiera, quello teologico, potranno venire potenziate dal “dialogo della vita”. E questo è l’impegno, il proposito: «Considerare sempre l’altro come facente parte dell’unico popolo cristiano». La vita insieme — riconoscendoci davvero fratelli e sorelle — ce ne ha reso più coscienti, perché ci ha convinto di questi vincoli reali che già ci uniscono. N dl seconda Assemblea ecumenica europea del 1997 a Graz (Austria) Chiara Lubich, per la sua ricca e fruttuosa attività ecumenica, è stata invitata a presentare la spiritualità dell’unità che la anima. Questa è stata accolta e riconosciuta come una spiritualità ecumenica. Ci puoi spiegare perché? Effettivamente abbiamo constatato che i vari punti della spiritualità dell'unità possono essere condivisi, in maniera diversa, dalle persone delle varie Chie- 6, Accenniamo a questi punti: — Dio Amore? si rivela personalmente a tutti i battezzati e li porta a credere al suo amore’, — Tutti sono chiamati a rispondere all’amore di Dio facendo la Sua volontà. — Tutti possono vivere la volontà di Dio per eccellenza, che è il comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri; come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri»”. — Quindi attirare la presenza di Gesù tra i suoi, perché «dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». — È comune vocazione vivere la Parola, rievangelizzarsi. — Fino a realizzare tutta quell’unità che è possibile. E così gli altri punti della spiritualità li possiamo condividere in vario modo: — Gesù crocifisso e abbandonato lo condividiamo: basta pensare come Lutero parlava di una rheologia crucis, 0 ricordare come la storia della Chiesa armena sia stata sempre una via crucis. -— Anche Maria, se la vediamo come Madre di Dio e la donna modello del cristiano, rivestita della Parola... Le nostre difficoltà sono più sul concetto di Chiesa, sull’ecclesiologia. 49 Ma con le due grandi realtà di ‘“Gesù in - mezzo” e di “Gesù abbandonato” proseguiamo un cammino insieme, secondo l’augurio di Chiara: «Noi ci portiamo avanti. Ci comprendiamo, ci aiutiamo, mettiamo insieme i nostri beni. Andiamo avanti». E qui viene in rilievo un altro punto: è lo Spirito Santo che ci conduce, quindi affidarsi a Lui. Il card. Bea si auspicò che lo Spirito Santo fosse il nostro protettore. Così possiamo dire che non è neanche una spiritualità, ma è Cristo vivo — il Risorto — che ci unisce. Diceva Chiara: «Se tu credi che “dove due o tre sono uniti nel suo nome” lì è Cristo" — e io lo credo — perché non lo crediamo [presente] tra di noi? Noi lo crediamo. E nessuno ci separerà. “Chi ci separerà dall'amore di Cristo?”!%». C onstatiamo che in tante parrocchie si impone l’esigenza di un rapporto più profondo con le persone di varie Chiese 0 Comunità ecclesiali, sia dove queste sono in maggioranza sia dove sono in minoranza. Anche se in una parrocchia non esiste una presenza stabile di persone appartenenti ad un’altra tradizione cristiana, capita di incontrarle di passaggio o per gen’s 4-5/2002 - 145 — pag. 50 — turismo o per motivi di lavoro. Pure nell’ipotesi che non ci fossimo mai trovati con persone di Chiese diverse dalla nostra, è necessario sempre avere un’anima aperta all’ecumenismo: la vocazione ecumenica nasce dal Battesimo. E utile, quindi, per tutti noi sapere come iniziare e come far progredire questo dialogo. Guardando all’esperienza che il Movimento dei focolari ha attuato nel campo ecumenico quali suggerimenti ci daresti? Inquadrerei la situazione generale in cui può venire a trovarsi una parrocchia. È evidente che l’ecumenismo si fa con le varie Chiese o Comunità ecclesiali. Un discorso diverso andrebbe fatto riguardo a quei gruppi che sono conosciuti sotto il nome di sette'?. Condivido il pensiero del card. Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, che qui richiamerei: «L'epoca dell’entusiasmo ecumenico, caratteristico del periodo immediatamente successivo al Concilio, è ormai conclusa. Le conseguenze sono, a volte, la disillusione e lo scetticismo; come anche, molto spesso, una dura critica rivolta alla Chiesa istituzionale, atteggiamenti e atti di protesta, o un ecumenismo selvaggio (...) che è controproducente. (...) Come possiamo vivere e come possiamo plasmare questa situazione intermedia? (...) “L'ecumenismo dell’amore” e “l’ecumenismo della verità”, che mantengono certamente tutta la loro importanza, debbono essere attuati per mezzo di un “ecumenismo di vita”. (...) Senza pericoli per la nostra fede e la nostra coscienza, noi potremmo fare già molto di più insieme di quanto facciamo generalmente. (...) Dobbiamo... fare ciò che è possibile fare oggi». Così il card. Kasper". 146 - gen's 4-5/2002 i quattro dialoghi Allora, cosa fare? — Fare sempre il primo passo, con fiducia e con libertà, sapendo che l’altro crede nella vita del Dio Uno e Trino come te, che vuole vivere il Vangelo come te. — Incominciare, ad esempio, dalla preghiera. Pregare insieme. Incontrarsi per pensare insieme come pregare. Un’occasione unica è la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. — Amare, con l’ascolto pieno, interessato, sapendo che da un fratello cristiano possiamo imparare qualcosa: la sincerità del rapporto con Dio, l’intensità e frequenza della preghiera anche spontanea, la capacità del silenzio in ascolto di Dio, il digiuno degli ortodossi, e così via. — Vivere la spiritualità dell’unità e, per esempio, offrire la Parola di vita! (magari quella che viviamo in quel mese) accompagnandola con esperienze spirituali proprie, personali. — Offrire aiuto, ospitalità. Nelle parrocchie, in questi ultimi anni, c’è stato un vivace scambio di aiuti tra Chiese. So, per esempio, che da Torino sono partiti dei camion carichi per un valore di oltre 60.000 Euro per contribuire a impiantare laboratori di riparazioni tessili, di ceramiche, destinati a comunità di altre Chiese in situazione di povertà, e così VIA. Già in tante parrocchie si è cominciato il dialogo ecumenico: le Chiese si avvicinano l’una all’altra, si conoscono, si aiutano in tutto ciò che è possibile fin d’ora. È bellissima, è toccante l’esperienza anche attuale di parrocchie che vivono così: penso, ad esempio, a quella di Matera nel sud dell’Italia, a quella di Platanos nei pressi di Buenos Aires in Argentina. Allo stesso tempo è importantissima la formazione ecumenica, cioè la prepara- — pag. 51 — i quattro dialoghi zione. Conoscere un po’ della loro storia, della loro liturgia. Per concludere lasciatemi fare una confidenza. Anche se nella vostra vita non doveste conoscere mai una persona di un’altra Chiesa — ma questo non succede perché qui già sono presenti anglicani e luterani — vorrei chiedere che tutti teniamo nel cuore viva, aperta, la responsabilità di dare il nostro contributo per arrivare un giorno alla piena comunione visibile. 1) Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani, Direttorio per l'applicazione dei principi e delle norme sull’Ecumenismo (1993), n. 92. 2) Chiara Lubich, Lublino (Polonia), 19.6.1996. 3) CP URT. 4) CPUR3. 5) 1Gv4, 8.16. 6) Cf /Gv 4,12. 7) Gv 13,34. 8) Mt 18,20. 9) Chiara ha spiegato che «Gesù in mezzo è un formi- 10, dabile aiuto per un vitale ecumenismo» (Cristo nella comunità, in “Città Nuova”, 11/1981, p. 40), e «una necessità ecumenica» (Norimberga, Germania, 7.12.1964, cit. in J. M. Povilus, Gesù in mezzo nel pensiero di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 1981, p.108). Parlando ‘al Katholikentag, a Diisseldorf (Germania) il 3.9.1982, Chiara ha detto che è stato Gesù abbandonato «a lanciarci nell’avventura ecumenica, a darci coraggio di oltrepassare con amore ogni Tutti dobbiamo pregare per ottenere questa grazia. Ma occorre vivere, vivere, vivere! Non è l’ultima chance: è la prima; perché l’unità piena, visibile, non sarà opera solo umana, ma un dono, uno straordinario dono dello Spirito Santo. spacco prodotto attraverso i secoli dal poco amore dei cristiani». 11) Cf Mi 18,20. 12) Cf Rm 8, 35. 13) Il Direttorio ecumenico, già citato alla nota 1, ai nn. 14 35-36, fa riferimento al documento // fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi: una sfida pastorale [pubblicato nel 1986 da quattro dicasteri della Curia Romana], il quale «attira l’attenzione sulla distinzione fondamentale da fare fra le sette ... da una parte e le Chiese e Comunità ecclesiali dal- Valtra. (...) Bisogna insistere sul fatto che i pr pi della condivisione spirituale o della cooperazi ne pratica dati in questo Direttorio si applicano unicamente alle Chiese o Comunità ecclesiali con le quali la Chiesa cattolica ha stabilito relazioni ecumeniche». W. Kasper, Situazione e visione del movimento ecumenico, in “Il Regno-Attualità”, 47 (2002/4) pp. 132-141 passim. 15) Sulla pratica della “Parola di vita”, vedi supra, p. 38, nota n. 1. gen’s 4-5/2002 51 -147 — pag. 52 — «testimonianza Il comandamento nuovo ravviva una parrocchia anglicana di Christopher EVANS COOLER N SONORO Christopher Evans, sacerdote anglicano, è parroco di Watlington in Inghilterra. Egli racconta come l’esperienza vissuta a contatto con il Movimento dei focolari l’abbia aiutato a dare un nuovo stile alla sua attività pastorale. 148 - gen's 4-5/2002 “Lavare i piedi” ai parrocchiani Sono certo che ogni parroco prega per il rinnovamento della sua parrocchia. Negli ultimi sei mesi mi sono chiesto particolarmente che cosa fa di una parrocchia una “parrocchia nuova”? Certamente tutti abbiamo scoperto che la “parrocchia nuova” è quella dove si vive il comandamento di Gesù, non soltanto per se stesso, ma come condizione per avere Gesù in mezzo alla comunità, come egli ha promesso: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mf 18, 20). Sappiamo anche che ha dato questo comandamento subito dopo che ha lavato i piedi agli apostoli nell’ultima Cena, volendo significare con ciò che essere al servizio l’uno dell’altro era la chiave del discepolato cristiano. Quello di cui mi sono reso conto è che io, come parroco, devo dar l’esempio nel vivere il comandamento nuovo se voglio che la parrocchia diventi realmente una parrocchia nuova. Certamente cerco di viverlo in famiglia. Come sapete, essendo un sacerdote anglicano sono sposato, ed ho sei figli. Ma ho capito che questo non bastava. Dovevo chiedermi decisamente: «Sto vivendo il comandamento nuovo nella parrocchia? Sto lavando i piedi dei parrocchiani? Sono pronto a sacrificarmi per loro?». Potrei argomentare che io, come ogni prete, vivo una vita di sacrificio. Questo è vero. Però ho capito che per me vivere il comandamento nuovo e diventarne “modello” per la comunità richiedeva non tanto un cambio di comportamento, ma ancor più un cambio di mentalità. Mi spiego. Sono stato ordinato sacerdote nel 1978. Noi sacerdoti anglicani della mia generazione — e forse questo è vero anche per quelli della Chiesa cattolica — siamo stati formati secondo un modello gerarchico, per cui nella strut- — pag. 53 — testimonianza tura della parrocchia ci vedevamo come sulla cima di una piramide. Questo era ancor più reale per me in quanto ero stato nominato parroco dalla Regina d’Inghilterra dietro suggerimento dell’allora primo ministro, Margaret Thatcher. La mia formazione perciò mi portava a guardare la parrocchia in certo senso come mio possesso. Era la mia parrocchia, il mio popolo, il mio gregge. Eppure l’autunno scorso ho fatto un’esperienza che mi ha fatto guardare le cose in modo completamente diverso. L'esperienza di comunione Ho trascorso un mese del mio riposo sabbatico alla Scuola sacerdotale del Movimento dei focolari nella cittadella di Tagaytay nelle Filippine. Abitavo con 18 seminaristi cattolici che passavano un anno di formazione alla vita di comunione in questa Scuola. Cucinavano, tenevano ordinata la casa, lavavano la biancheria, curavano il giardino e altro ancora. Ma la cosa fondamentale era che vivevano il comandamento nuovo, pronti al servizio e al sacrificio. La ragione per cui sono stati di ispirazione per me era certamente frutto di Gesù presente fra loro. Tornando dal mio riposo sabbatico ho capito che il maggior dono che potevo dare ai miei parrocchiani era quello di amarli mediante il servizio e il sacrificio. Cosa che non si poteva raggiungere se io continuavo a considerare la chiesa come la mia chiesa, e la comunità come mia. Il mio modo di pensare doveva cambiare. Così ho scritto al Consiglio parrocchiale dicendo che io volevo cambiare il mio modo di vedere il ruolo del parroco. Ho spiegato che non avrei più considerato la parrocchia come “cosa mia” ma come “cosa loro”, e che stavo cercando di capire cosa significava essere un “servitore” e non una guida gerarchica. Chiedevo il loro sostegno e incoraggiamento dal momento che stavo cercando di cogliere le conseguenze della mia decisione. La lettera è stata accolta molto bene e nella stessa settimana due membri del Consiglio parrocchiale mi hanno scritto ringraziandomi del mio coraggio nel fare questo passo. Si sono sentiti liberi di proporre che loro avrebbero progettato e portato avanti un programma “laico” basato sugli interessi attuali dei membri della comunità. È stato questo il primo frutto della mia decisione. Difatti sono stati così attenti a creare un programma degno, che hanno proposto per l'apertura del progetto una conferenza del Dr. Arthur Peackock, vincitore del Premio Templeton 2001. Confesso che una parte mia era un po’ preoccupata riguardo a questo cambio. Il risultato sarà l'anarchia? Qualche superattivo membro della comunità cercherà di sostituire la sua autorità alla mia? Come fosse una risposta a queste mie domande inespresse, dodici persone mi hanno invitato a condividere un pranzo con loro per cogliere ulteriormente le implicazioni della mia iniziativa. Abbiamo avuto una profonda comunione in cui ciascuno di noi esprimeva le proprie speranze e i propri timori. Era per me evidente che questi membri della comunità cercavano di costruire una nuova unità con me basata sul comandamento nuovo. Stava nascendo qualcosa di assolutamente nuovo. Ora so che il mio compito principale non è solo vivere e presentare come modello di vita il comandamento nuovo alla parrocchia, ma incoraggiare con l’esempio insegnando sempre più a tradurlo concretamente nell’esperienza quotidiana. E vivendo insieme il comandamento dell’amore vicendevole che nascerà e crescerà la parrocchia nuova. Non perché è la mia parrocchia, e neppure perché è la loro parrocchia, ma perché è la parrocchia di Cristo, presente in mezzo a noi. Christopher Evans 53 gen’s 4-5/2002 -149 — pag. 54 — 54 Intervista di Leandro Fanlo a Natalia DALLAPICCOLA Natalia Dallapiccola è una delle prime focolarine. Per molti anni ha diffuso la spiritualità del Movimento dei focolari nella ex Germania dell’Est e attualmente è incaricata al Centro del Movimento per il dialogo interreligioso. 150 - gen’s 4-5/2002 LILLO LATI LILLA LILLA LL ALAL ALA LA TA LITTA TALL ATTOTAAAL ALLO TONOLAFOCA CCL CONTONFAPT TANTA i quattro dialoghi Dialogo interreligioso A i nostri giorni sono poche le parrocchie rimaste con una popolazione omogenea e con un'unica fede religiosa. I fenomeni dell’immigrazione, della mobilità della popolazione, dell’urbanizzazione, del turismo ed altri ancora stanno creando una società pluralistica dove le varie culture e religioni si trovano a convivere. Nasce di conseguenza l’impegno per la parrocchia di offrire ai cri- stiani, che ne fanno parte, gli elementi per saper dialogare anche con persone di altre fedi. Può essere per questo di aiuto l’esperienza fatta dal Movimento dei focolari. Vuoi dirci quali sono le caratteristiche tipiche del dialogo interreligioso portato avanti dal Movimento? Il nostro dialogo interreligioso si è sviluppato secondo le quattro forme descritte nel documento della Chiesa, questo dialogo della vita, dell’esperienza religio- fondamentale a riguardo": sa, di esperti e delle opere. È un dialogo che trova proprio nella spiritualità dell’unità la sua ragione d’essere e la sua spinta vitale. Ecco un po’ di storia. Molte sono state, fin dall’inizio del Movimento, le occasioni d’incontro con fratelli e sorelle di altre fedi. Però l’esperienza in certo modo fondante che ci ha fatto scoprire la connaturalità col suo carisma è stata l’avvenimento del Premio Templeton ricevuto da Chiara nel 1977 a Londra. Nel suo discorso di accettazione del Premio, di fronte a molti rappresentanti di altre religioni, Chiara fece un esplicito riferimento a queste religioni, citando con grande stima i loro maestri spirituali e parlando dei nostri primi passi in questo dialogo. L'accoglienza, specialmente da parte dei non cristiani presenti in quell’occasione — ebrei, buddisti, sikhs, ed altri —, fu calda e spontanea. Chiara intuì da questa circo- Stanza che il nostro spirito, il nostro amore, il nostro stile di vita era condiviso anche dai fedeli di altre religioni. Due anni dopo, nel 1979, Chiara incontrò a Roma Nikkyo Niwano, fondatore — pag. 55 — i quattro dialoghi di un movimento buddista del Giappone, la Rissho Kosei-kai, che conta sei milioni di membri. Questi nel 1981 invitò Chiara a Tokyo per donare la sua esperienza cristiana davanti a 12.000 buddisti. Fu un inizio storico. È difficile riassumere ciò che poi è accaduto in 25 anni di dialogo, prima con questi buddisti della Rissho Koseikai, poi con i buddisti in Tailandia, con gli ebrei in Sud America, con i musulmani negli USA e con gli indù in India. Sono ora circa 30.000 i fedeli di altre religioni che condividono, come è loro possibile, la spiritualità e gli scopi del nostro Movimento. Ci si potrebbe domandare quale sia la chiave del nostro dialogo e come mai abbia avuto una evoluzione così rapida e feconda. Dopo anni di esperienze si potrebbe rispondere che l'elemento decisivo e caratteristico è la centralità dell’amore nella spiritualità del Movimento che trova un’eco spontanea e immediata nelle altre religioni e culture. Ciò che i fedeli di altre religioni si aspettano da noi è soprattutto una testimonianza concreta di questo amore attinto direttamente dal Vangelo, che tutti accolgono quasi fosse la risposta alla connaturale vocazione all'amore di ogni essere umano. I mpressiona sempre come Chiara Lubich sa “farsi uno” con i gruppi delle varie religioni con cui dialoga, cercando di conoscere la loro cultura, di scoprire e mettere in rilievo i “semi del Verbo” in esse contenuti. “Farsi uno”. Che cosa significano e cosa esigono queste due parole così importanti per il dialogo? C'è un'arte di cui il mondo attuale ha un estremo bisogno: l’arte di amare. Un grande psicologo del nostro tempo dice: «La nostra civiltà molto raramente cerca d’imparare l’arte di amare e, nonostante la disperata ricerca di amore, tutto il resto è considerato più importante...»?. Chiara ha riassunto in alcuni punti quest'arte d’amare, che sono condivisibili da tutte le tradizioni religiose. Uno di questi punti è appunto farsi uno. Farsi uno con gli altri significa far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie. E quello che domandava san Paolo, quando diceva di farsi tutto a tutti. Il farsi uno vale anzitutto nel dialogo interreligioso. E stato scritto: «Conoscere la religione dell’altro implica entrare nella pelle dell’altro, vedere il mondo come l’altro lo vede, penetrare nel senso che ha per l’altro essere buddista, musulmano, indù, ecc.»?. Farsi uno non è solo atteggiamento di benevolenza, di apertura, di simpatia, di stima e di rispetto. Farsi uno è tutto questo e qualcosa di più. Questa pratica di farsi uno con gli altri, dice ancora Chiara, «non è una cosa semplice. Essa esige il vuoto completo di noi: togliere dalla nostra testa le idee, dal cuore gli affetti, dalla volontà ogni cosa per immedesimarci con gli altri». Per farsi uno occorre annientarsi per amore di Gesù crocifisso e abbandonato. Questo vivere l’altro abbraccia tutti gli aspetti della vita ed è la massima espressione dell’amore perché vivendo così si è morti a se stessi, al proprio io e ad ogni attaccamento; si può realizzare quel nulla di sé che, come ha detto Chiara, ha un fascino tutto particolare proprio sui fedeli delle altre religioni. Dunque non è tanto il parlare della croce, quanto il morire a se stessi, per farsi uno con gli altri, che dà testimonianza e colpisce. Farsi uno, in queste due semplici parole sta il segreto di quel dialogo che può generare l’unità. Tutto nasce da un amore che è pronto ad affrontare fallimenti e chiusure, dove si ricerca sinceramente ciò che ci unisce e dove è cer- gen's 4-5/2002 55 -151 — pag. 56 — tamente all’opera lo Spirito Santo, il quale solo fa sì che “tutti siano uno”. E quel dialogo di cui Giovanni Paolo II ha parlato a Madras, durante il suo viaggio in India: «Il frutto del dialogo è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio... Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi; poichè mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio»'. | ip per l’India Chiara ha detto che andava anzitutto per “ascoltare”. È stato importante questo atteggiamento? Quali i vantaggi e i frutti? Andando in India Chiara ha voluto soprattutto ascoltare i nostri fratelli e sorelle indù, per conoscere i loro principi, la loro cultura, quindi fare il vuoto, accoglierli. In quella occasione lei diceva in un’intervista alla Radio Vaticana: «Dialogare significa pure ascoltare ciò che l’altro ha in cuore, aprirsi del tutto... Spostare tutto per poter entrare nell’altro. Dopo, naturalmente, chiedere anche all’altro di ascoltare noi. Si colgono così quegli elementi comuni che si hanno e, nel caso del dialogo che noi portiamo avanti, si può mettersi d’accordo di viverli insieme. Questo dialogo realizza la fratellanza universale, per la quale vogliamo agire». Riporto l'impressione di un professore indù dopo l’incontro a Bombay: «Chiara Lubich ha riassunto in modo eccellente l’intero pensiero di questo Paese, elaborato nel corso dei secoli. Noi crediamo nell’unità e nella diversità delle religioni e delle culture, ma il concetto che sottostà a tutto è l’unità e la fratellanza universale. Il suo messaggio sarà molto apprezzato dalle masse di questo Paese». Può apparire sorprendente che si sia potuto dire questo di lei dopo così poco tempo di permanenza in quel grande Paese. Ciò può essere spiegato come 152 - gen's 4-5/2002 i quattro dialoghi conseguenza di quel suo atteggiamento di amore e di profondo ascolto nei riguardi della cultura, tradizioni e religiosità di questo popolo. N% ‘ultimo incontro d’Assisi fra le religioni per la pace, sia il Papa sia il Patriarca Bartolomeo sia Chiara stessa hanno accennato alla “regola d’oro” come elemento fondamentale per il dialogo interreligioso. Che cosa richiede da parte nostra perché diventi elemento di dialogo? La regola d’oro è un altro punto dell’arte d’amare. Essa viene recepita come un elemento proprio e connaturale dai credenti delle fedi più diverse perché è iscritta, per così dire, nel loro DNA: amare gli altri come se stessi, fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te (cf Lc 6, 31). Questa regola, se vissuta, basterebbe da sola per fare di tutto il mondo una grande famiglia. Nell’ebraismo, ad esempio, e nella ricca tradizione rabbinica, l’amore del prossimo è detto «il grande principio della Torah» (Rabbi Akiba), perché avendo Dio creato l’essere umano a sua immagine, ciò che è fatto a qualsiasi persona è come se fosse fatto a Dio stesso. Nella tradizione islamica incontriamo una “regola d’oro” che riguarda addirittura il cuore dell'Islam: «Nessuno di voi è vero credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso»”. Nell’induismo la “regola d’oro” è espressa così: «Questa è la sostanza del dovere, non fare agli altri ciò che a te farebbe del male» (Mahabharata). E come non ricordare la toccante espressione di Gandhi: «Io e te siamo una sola cosa. Non posso ferirti senza fare del male a me stesso»?? Allora noi diciamo ai fratelli di altre religioni: dobbiamo amare, dobbiamo amarci, trattarci come fratelli. Insieme — pag. 57 — i quattro dialoghi possiamo lavorare alla fraternità universale. E loro sono d’accordo, direi affascinati. Per quanto riguarda noi cristiani, avvertiamo che Dio vuole che perfezioniamo l’amore, ogni giorno. A volte è faticoso ed estenuante, ma è sempre vitale e fecondo. Un esempio. In Tailandia siamo entrati in contatto con vari monaci buddisti. Due di loro sono stati ospiti nella nostra cittadella di Loppiano, vicino a Firenze. Lì hanno visto l’amore fraterno vissuto ed hanno capito che il cristianesimo è la religione dell’amore, e che la morte di Gesù sulla croce, vista dalla loro cultura come simbolo crudele, è in realtà la più alta manifestazione d'amore. I Santo Padre ha parlato di “rispettoso annuncio”. Come conciliare il dovere dell’evangelizzazione secondo il mandato di Gesù: «Andate e predicate il Vangelo a tutte le genti» col rispetto delle altre convinzioni religiose? Avete nel Movimento qualche esempio da presentare? Gli amici di altre religioni a contatto con la nostra spiritualità approfondiscono la loro fede, scoprono quelle verità che ci sono comuni, presenti nella loro tradizione, e si crea una profonda intesa fra di noi. Ogni mese noi cristiani del Movimento viviamo la Parola di vita, cioè una frase biblica; i nostri amici musulmani cercano nei loro libri sacri qualcosa di simile da vivere insieme a noi. Perciò il nostro stile di dialogo è anche annuncio, evangelizzazione, perché con 3, 4 5) 6 7) amore offriamo la nostra esperienza di vita cristiana che veicola le verità della nostra fede. Allo stesso tempo c’è un sincero apprezzamento per quei semi di Verità che sono sparsi abbondantemente in queste religioni. È un “rispettoso annuncio”, come ha detto appunto recentemente il Papa e come ce l’ha ampiamente spiegato Chiara in questo congresso. In tale senso è molto significativa la testimonianza di una dottoressa indù in stretto contatto col Movimento. In un incontro con Chiara svoltosi in un’università di Bombay ha dato la sua esperienza di medico, il cui motivo ispiratore è l’amore evangelico che ha trasformato la sua vita. «Noi parliamo di reincarnazione — ha detto — ma, vivendo la spiritualità di Chiara, ho imparato che ogni volta che amo, muoio e rinasco». Segretariato per i non cristiani, L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni, EV 9 (1983-85), pp. 938-940. E. Fromm, L'arte di amare, Il saggiatore, Milano 1971, p. 18. Cf F. Whaling, Christian Theology and World Religions. A Global Approach, Londra 1986, pp. 130- 131. C. Lubich, L'unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 35. Il dialogo interreligioso nel Magistero Pontificio, Libreria Editrice Vaticana 1994, p. 385. Hadith 13, secondo Al-Bukhari. Cf W. Miihs, Parole del cuore. 365 pensieri sull’amore, San Paolo, Milano 1996, p. 82. gen's 4-5/2002 - 153 57 — pag. 58 — testimonianze Percorsi di integrazione fra persone di culture e religioni diverse a cura di Mario MOLINAROLI La parrocchia di Santa Lucia è situata in un rione di Verona (Italia). Circa ottomila gli abitanti: prevalentemente operai, commercianti e professionisti con ancora saldi i valori sociali e della famiglia, e una soddisfacente pratica religiosa. Medio il grado di benessere. Non si può dire altrettanto circa le condizioni di vita dei numerosi immigrati soprattutto nordafricani, asiatici e dell’Est europeo, che nell’ultimo decennio sono venuti ad accrescere la popolazione locale. 154 - gen’s 4-5/2002 coscsesccsssosesee Una comunità vivace e aperta Don Mario: Mi trovo in questa parrocchia da oltre vent'anni e vi ho visto fiorire vari gruppi e movimenti ecclesiali: Focolari, Azione cattolica, Comunione e Liberazione, Neocatecumenali e Rinnovamento nello Spirito. Con loro la comunità parrocchiale si è vivacizzata e si è aperta a iniziative di solidarietà e di dialogo con le persone di altre culture e fedi religiose. È nato così nel 1996, anche per desiderio del vescovo, il “Centro d’ascolto”, per aiutare le persone in difficoltà. È affollato per lo più da immigrati, spesso oppressi dalla mole di ostacoli per ottenere i permessi di soggiorno, la ricerca di un lavoro o di alloggio. Un gruppo di persone del Movimento dei focolari vi si dedica con generosità, superando numerosi ostacoli. Valentina: Incontrando per le strade del paese persone di colore diverso, provavo diffi coltà a trovare un rapporto con CO O O IITITTTTTIITTTTITTI TITTI TITTI TITTI TOCE] loro. Era una sofferenza per me perché lo desideravo tanto, essendo orientata alla solidarietà e alla socialità. Quando don Mario mi ha chiesto se ero disponibile a lavorare nel Centro di ascolto ho detto subito di sì. Era un’occasione per mettermi in contatto con quel mondo. Mi sono subito accordata con le altre persone che vi lavorano di rimanere uniti e di vedere Gesù in ogni persona che sarebbe venuta. La maggioranza di loro sono appunto immigrati di altri Paesi. Li abbiamo amati uno per uno, facendo nostri i loro problemi: non solo fornendo aiuti materiali ma, partendo dall’ascolto, dal rispetto per la loro cultura, creando anzitutto un rapporto, che prosegue anche al di fuori del Centro e si concretizza sovente in inviti a cena. Ricordo che una volta ci sono state chieste delle pentole. Lì non ne avevamo... Ma chi le chiedeva era proprio nell’immediato bisogno. Mi sono ricordata che in un ripostiglio della parrocchia erano conser- — pag. 59 — testimonianze vate cose varie. Parto per vedere e lungo la strada chiedo a Gesù di farmele trovare per quel povero. Passo in rivista tutto il materiale, ma di pentole neppure una traccia. Sto per tornare, quando vedo in un angolo un sacco di plastica. Metto dentro le mani al buio: ci sono le pentole! A volte si è trattato di aiutarli a superare i contrasti tra loro, a riscoprire i propri valori. Un Imam musulmano, scoraggiato, ha ritrovato la forza di indossare nuovamente i paramenti religiosi e riprendere la sua funzione di guida religiosa. Iniziative di solidarietà Questo rapporto d’amicizia ha fruttato iniziative di solidarietà fra gli abitanti del quartiere e i nuovi arrivati. Un appuntamento che di anno in anno si rinnova, in un crescendo di attività, proposte e partecipazione, è la festa patronale di S. Lucia. Imponente infatti il numero di persone coinvolte, dagli anziani ai giovanissimi, con un’attenzione speciale alle categorie più svantaggiate e un’apertura al dialogo con altre culture. Non è facile dire in sintesi di che si tratta, tale è la varietà delle manifestazioni artistiche, culturali, religiose e sportive che si susseguono dall’ 8 dicembre al 26 gennaio. Nel calendario dei festeggiamenti dell’ultima edizione, la diciottesima, spiccano i “Percorsi di integrazione tra culture diverse”, messi in atto dal gruppo “Insieme per un mondo unito”. Fra le manifestazioni ricordiamo il concerto di un gruppo corale romeno a favore di un Centro per ragazzi ciechi dell’ Africa; canti, danze, musica e poesia di diverse culture; una cena con piatti tipici dei vari continenti. Attività seguite con sempre maggiore interesse che fanno scoprire gli aspetti positivi di altre culture e fanno crescere l'accoglienza e la solidarietà. Ad esempio, il giorno dopo il concerto, varie persone hanno messo a disposizione coperte, vestiario ed altre cose. Una signo- ra africana diceva: «Quando portiamo i nostri bambini a scuola, adesso le altre mamme ci salutano». Una delle iniziative più significative è l’incontro di preghiera per la pace fra cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, che quest'anno ha avuto una partecipazione e una risonanza impensate. Un giovane musulmano ha voluto ringraziare pubblicamente per come era stato accolto nella comunità parrocchiale. E un buddista: «La nostra è più che amicizia: con voi posso aprire il cuore e trovare accoglienza come in famiglia. La religione diversa non ci divide. Ho capito che nel mondo tutti possiamo essere fratelli». Don Mario: Questi “percorsi” hanno avuto, fra l’altro, una premessa di alto significato simbolico: nel novembre scorso — a due mesi esatti dall’attentato alle Torri Gemelle — sono stati piantati degli alberelli d’olivo sul piazzale antistante la parrocchia dai rappresentanti delle otto confessioni religiose presenti sul territorio. In questi anni abbiamo potuto fare l’esperienza che convivere tra persone di religione, cultura ed educazione diverse, è possibile: pregiudizi e diffidenze sono stati superati mediante la conoscenza reciproca e l’ascolto. Ci siamo resi conto che, alimentando questo dialogo rispettoso, fatto anche di reciproci gesti di accoglienza e di comune impegno per progetti concreti, aiutiamo la nostra società a progredire nella via delle pace. Certo non tutti capiscono subito. Ricordo l’osservazione di una persona che «non aveva mai visto nessuno di questi immigrati convertirsi». «Non è nostro intento convertirli — gli ho fatto notare — ma amarli e insieme collaborare per i valori più grandi, come la pace. Il resto è nelle mani di Dio». e _| gen's 4-5/2002 - 59 155 — pag. 60 — Ea60 Intervista di Leandro Fanlo ad Arnaldo DIANA Arnaldo Diana è stato per molto tempo uno dei responsabili del Movimento dei focolari in Germania e da vari anni è incaricato al Centro del Movimento per il dialogo con persone di convinzioni diverse. 156 - gen's 4-5/2002 CO OOO ETTI TTTTTITETTTTT TITTI TTT TITTI ITC TTT ICT CIITCITITTII TTI TI XITI CITATI KI KE TETI TITT CITTA TITTI CATIA IATA TI TITTI ATTI TIA TI i quattro dialoghi Dialogo con persone di convinzioni diverse ggi tante parrocchie anche nei paesi di tradizione cristiana sono considerate “terra di missione”. Cresce il numero di coloro che non hanno rapporti con la parrocchia e che non aderiscono più alla Chiesa. Da vari anni nel Movimento dei focolari si fanno incontri con persone di cultura non religiosa. Puoi parlarcene? Infatti noi credenti, in Occidente, siamo spesso diventati una minoranza. Questo fenomeno è la conseguenza di una situazione più generale, in genere chiamata secolarizzazione, dovuta a profondi mutamenti prodottisi nel mondo occidentale in campo culturale, politico, economico, sociale, e quindi in campo religioso. In molti posti la maggioranza delle persone vive — o sembra vivere — come se Dio non ci fosse. D'altra parte, però, le radici della nostra civiltà sono indubbiamente cristiane, ed i valori umani più importanti e necessari nella vita di tutti sono, anche inconsapevolmente, ispirati al cristianesimo. Si tratta quindi di far emergere nelle persone e nella società queste radici e questi valori, sapendo che quanto di buono c’è in esse può essere cristiano. Fin dall’inizio del Movimento abbiamo avuto rapporti di sincera amicizia con diverse persone di convinzioni non religiose. Nel 1983, Chiara ha incoraggiato i membri del Movimento ad allacciare rapporti di questo tipo con parenti, amici e colleghi. Nel 1992, abbiamo invitato queste persone ad un convegno tutto per loro; ne sono venute più di mille. Una ventina di questi amici non credenti si offrì per portare avanti con noi il dialogo iniziato al convegno. Da quel momento siamo diventati sempre più amici, puntando inizialmente su ciò che ci unisce, creando fra noi una fratellanza tale da poter organizzare con loro, ogni due anni, un convegno più ampio, in cui testimoniamo insieme, con esperienze e relazioni, la crescita del dialogo fra noi. “Dialogo” è per noi tutti — pag. 61 — i quattro dialoghi l’arte di amare, che voi conoscete. Quest’arte è alla base dei nostri reciproci rapporti, essa sostiene e fa progredire il nostro Centro per il dialogo tra persone di convinzioni diverse. Voi capite quanto questo sia importante: amare gli altri ed amarsi reciprocamente ci unisce fra noi ed è profondamente cristiano e profondamente umano, perché Dio è amore e perché ogni essere umano ha nel suo DNA l’amore. Il gruppo iniziale dei più vicini è ora molto più numeroso, e sull’esempio di esso si sono costituiti gruppi analoghi in Europa e Sudamerica. Gli statuti del Movimento, che sono approvati dalla Chiesa cattolica, prevedono per i non credenti la figura di “collaboratori”, oltre a quella di aderenti e simpatizzanti, a seconda del tipo di rapporti più o meno stretti, che questi nostri amici intrattengono con noi. R ifacendoti all’esperienza fatta in tanti anni nel dialogo con queste persone, quali aspetti sono emersi e quali gli atteggiamenti giusti da avere? Esiste anche una collaborazione sul piano concreto? Riguardo agli aspetti emersi dalla nostra esperienza, debbo dire anzitutto che essa è stata illuminata e orientata dai messaggi che Chiara ha inviato ai nostri convegni e dalle risposte che lei ha dato alle domande dei nostri amici non credenti. In base a tutto questo, sono emersi i seguenti punti, condivisi e praticati da tutti. La propria fede o cultura non viene imposta, ma offerta. L'ascolto reciproco arricchisce gli uni e gli altri. Noi rispettiamo nei non credenti la loro libertà, e viceversa. Li affidiamo alla loro coscienza, che sappiamo orientata ai grandi valori umani e cristiani dell'amore, della solidarietà, della giustizia sociale, dei diritti civili e umani, del rispetto dell’identità dell’altro, della pace e della fratellanza universale. 61 Affidandoli alla voce della loro coscienza così orientata, noi li rimandiamo all’ascolto di quella che secondo la fede cristiana è la voce di Dio in loro. È quindi Dio che ci lega tutti insieme e ci lascia tutti liberi. La loro appartenenza al Movimento è assolutamente libera. Nei nostri incontri abbiamo bandito il proselitismo perché lo consideriamo una forma di sottile egoismo (“vi amiamo perché diventiate dei nostri”), e non di amore vero, che è disinteressato. Quanto alla seconda domanda, sì esiste una collaborazione sul piano concreto, sia di singoli che di gruppi. Insieme aiutiamo le varie iniziative della Cittadella Faro' in Croazia, campi profughi in Slovenia, Croazia, Serbia e Albania, case per anziani, un progetto a favore di 180 bambini di strada in Ecuador, l’operazione Africa per il Camerun, sosteniamo delle aziende con fini sociali nell’ambito dell’Economia di comunione? e attività per una politica di servizio ai cittadini. G ià Paolo VI nell’enciclica “Ecclesiam suam” (n.10) apriva al dialogo con le persone di cultura non religiosa. Diceva: «Tutto ciò che è umano ci riguarda». Su quale base si fonda il dialogo con queste persone? C’è un elemento fondante che rende tutti gli esseri umani degni di rispetto, col diritto ad essere amati? Soprattutto gli ultimi Papi danno grande importanza alla persona umana, senza sacrificare l’aspetto spirituale del cristianesimo. Chiara, nel suo messaggio ad un nostro convegno, ha posto in luce la centralità, per la nostra fede, della figura di Gesù, Uomo-Dio. Se nel dialogo cogli altri credenti noi guardiamo a Gesù come Dio, con i non credenti guardiamo l’uomo Gesù: «E uno di voi — dice loro Chiara — prendetevelo». Noi notiamo che i nostri amici non credenti hanno una particolare attenzione e sensibilità per le vicende dell’ umanità, per la pace, per l’aspetto sociale. E certamen- gen’s 4-5/2002 - 157 — pag. 62 — te loro stimano in noi la nostra coerente fede in Dio. Chiara, dichiarando agli amici non credenti che senza di loro la nostra Opera non sarebbe completa, perché mancante di chi ci rappresenta così larga parte dell’umanità, ha loro offerto “pieno diritto di cittadinanza nel Movimento”. Qual è il fondamento di questo dialogo? È triplice: la Creazione, l’Incarnazione e la Redenzione. Tutti siamo creati da Dio a sua immagine, quindi siamo suoi figli e fratelli fra noi. Gesù ha assunto l’intera natura umana. Nella crocifissione e nell’abbandono dal Padre Gesù ha incluso ogni essere umano. Tutto questo è di forte rilevanza ecclesiologica: ai nostri giorni la Chiesa riconosce come parte di se stessa, col vincolo dell’amore, anche le persone non credenti, sull'esempio di Gesù, suo fondatore, che ha agito proprio così. i usa dire che nel dialogo con chi non ha una fede religiosa dobbiamo “fare il vuoto” in noi e in certo senso “perdere Dio” come Gesù abbandonato. Cosa si intende con queste espressioni? “Fare il vuoto” in noi, “perdere Dio”? Semplifico un po’ la cosa. A noi è richiesto di amare con tutto noi stessi. Di amare cioè a tal punto l’altro, da dimenticare noi stessi. Ma più noi amiamo gli altri e dimentichiamo di pensare a noi, più — per la legge evangelica del perdere e trovare — maturiamo come persone e come cristiani. Certamente non possiamo escludere situazioni in cui tale amore incontri difficoltà. Qui il nostro amore cristiano deve orientarsi a quello di Gesù abbandonato, che per amore nostro, per riunirci con Dio e fra noi, si è sentito lontano da Dio, ma non era lontano da Lui, anzi! L'abbandono è per noi la misura dell’amore: Dio ci può chiedere di arrivare sino a quel punto. Ma Gesù abbandonato è tutt'uno con Gesù risorto. Ogni dolore, se trasformato in amore, ci porta 158 - gen's 4-5/2002 i quattro dialoghi ad una ancor maggiore unità con Dio e coi fratelli, come lo è stato per Gesù. ble solo amare, ascoltare, o anche parlare? Che cosa le persone non credenti chiedono al riguardo? Amare, ascoltare o anche parlare? Certo i parroci debbono anche parlare: hanno ricevuto da Dio una grazia per annunciare la Parola nel modo più efficace possibile. Noi laici abbiamo una grazia speciale per vivere quella stessa Parola in famiglia, al lavoro, nel vicinato, nella parrocchia. La nostra parola è innanzi tutto amare coi fatti. Un nostro pescatore della riviera romagnola preparava il caffè, cucinava e lavava i piatti per i suoi aiutanti. La barca da pesca appartiene a lui, e lui anziché comandare serviva. Gli altri, anche i non credenti, ne sono stati conquistati, e quella barca è diventata il “gruppo del dialogo galleggiante”. Quel pescatore parla coi fatti. Anche ascoltare è un parlare coi fatti. A volte costerà un po’ di fatica. Ma come facciamo a capire l’altro, specie se di cultura non religiosa, ad amarlo come lui vuol essere amato, ad aiutarlo nelle difficoltà, a scoprire i suoi valori e i suoi ideali, se prima non lo ascoltiamo profondamente? La parola ci verrà prima o poi richiesta, ma essa cadrà allora su un terreno già preparato dal nostro comportamento. Non dimentichiamo infine che la parola più efficace, oltre alla nostra testimonianza personale, è quella di Gesù fra noi, di Gesù presente nella comunità. Uno dei nostri amici più vicini, che vive in una città del Piemonte, invitato dalla moglie, ha partecipato ad uno dei nostri incontri. È rimasto colpito dal fatto che, pur dichiarando il suo ateismo, i nostri gli hanno fatto festa, hanno solidarizzato con lui, e da allora lui non ha perso un incontro. Sono passati diversi anni, e — pag. 63 — i quattro dialoghi lui si comporta sempre meglio in famiglia, nel lavoro, nel sindacato. Dove non era arrivato il singolo, è arrivata la comunità. Che cosa si aspettano da noi i non credenti? Se li ascoltiamo, lo capiremo. Nella nostra società ognuno è diverso dall’altro, quindi ognuno richiede un amore personale e personalizzato. Molti sono attratti dai valori, altri da attività pratiche con forti idealità sociali, tutti dalla nostra amicizia, dal nostro ascolto. Teniamo presente che non mancano gli indifferenti a qualunque valore o idealità. Qui occorre, con l’arte di amare, risvegliare in loro questi valori e queste idealità, incoraggiarli a compiere anche loro qualche atto di amicizia, a uscire da se stessi, assecondandoli nei loro interessi, magari per lo sport o per la natura. Mi permetto quindi di suggerire che, quanto prima cominciamo con questo meraviglioso dialogo, quanto prima cominciamo ad allargare il nostro cuore ai nostri fratelli non credenti, tanto più rafforziamo la Chiesa di Cristo e rendia- mo più umana e vivibile la nostra società. Vorrei concludere con un pensiero che mi sta particolarmente a cuore: amiamo col cuore di Gesù, che ha dato tutto se stesso per noi e per loro, i nostri fratelli non credenti o non praticanti! Come dice la prima lettera a Timoteo?, Dio vuol salvare tutti. Saranno magari persone qualche volta difficili da capire, perché sono di una cultura diversa, ma Dio benedirà abbondantemente ogni nostro passo verso di loro, perché loro sono i prediletti del Figlio suo! st È una delle oltre venti cittadelle del Movimento dei focolari sparse nei vari continenti dove si cerca di sperimentare una società animata dal Vangelo in tutte le sue espressioni. L'Economia di comunione è il progetto economico del Movimento dei focolari, nato nel 1991. Ispira la gestione di oltre 750 imprese in tutti i Continenti, che s'impegnano a suddividere gli eventuali utili per reinvestimenti, sostegno a persone in stato di necessità e ad iniziative che sviluppino la “cultura del dare”. 1Tm 2,4. gen's 4-5/2002 - 159 — pag. 64 — Una comunità che accoglie tutti a cura di Carlo MALAVASI Siamo nella periferia di Carpi, cittadina dell'Emilia (Italia). Se fino a qualche anno fa la gente di questa terra era in maggioranza di ideologia comunista, oggi è molto presa dagli affari e indifferente verso la religione. Come portare il Vangelo in questo contesto? 160 - gen's 4-5/2002 Scoprire il positivo in ogni persona Don Carlo Malavasi: Sono parroco della parrocchia del Corpus Domini, dove la fre- quenza alla Chiesa è appena del sette per cento. In questo contesto ho sentito particolarmente forte l’esigenza di aprire un dialogo con le persone di cultura non religiosa; un dialogo che è ancora all’inizio, ma che si è già rivelato fruttuoso. E dall’esperienza di questi anni sono maturati alcuni atteggiamenti “nuovi” nei loro confronti. Il punto di partenza è la convinzione che Dio ama tutti, indistintamente, senza escludere nessuno. Ho provato ad assumere questo atteggiamento con ogni persona che incontro, cosciente che ognuno è amato da Dio. Come conseguenza ho deciso di non dire subito: “Questo non lo puoi fare”, ma piuttosto: “Puoi fare questo e questo altro ancora”. Sembra poco ma è un’altra logica, la logica dell’amore di Dio per ciascuno. testimonianze Così alle persone che si sentono escluse dalla vita della Chiesa perché è stato loro detto, per esempio, che essendo sposate solo civilmente non possono ricevere l'Eucaristia, mi sento di ricordare che possono fare tante altre comunioni con Gesù: nella Parola, nel fratello, nel dolore... Quindi non sono persone escluse. «Forse non ho la fede!» Un uomo mi viene a chiedere l’attestato di idoneità per fare da padrino in un battesimo. «Cos'è questo certificato?», mi chiede. Spiego: una dichiarazione che sei disposto ad aiutare questo bimbo a crescere nella fede. Mi risponde: «Ma io non pratico, forse non ho neppure la fede». Sarebbe giusto negare quel certificato, ma non mi arrendo. Chiedo perché vuole fare da padrino. Mi spiega che è per far piacere alla sorella. Un atto d’amore, io dico, un pezzo di Vangelo vissuto. Lui non sa di vivere il Vangelo, ne rimane — pag. 65 — testimonianze sorpreso. Parliamo a lungo di Dio amore... un amore presente in ogni azione vissuta per gli altri. E affascinato. Quindi sul certificato posso scrivere che ha iniziato un cammino di conoscenza del Vangelo. A volte occorre scavare molto per incontrare in loro quel sentimento religioso naturale che è in ogni essere umano. Scavare come? La spiritualità del Movimento mi ha insegnato una via straordinaria: l’arte di amare. Inoltre mi ha aiutato a scoprire che Gesù sulla croce, nel suo grido di abbandono, ha fatto suo ogni vuoto, scacco, peccato. Mi sto allenando, più che a ragionare sulle situazioni negative, a vedere in esse il suo volto e a guardarle con i suoi occhi: Lui è lì per salvare, per trasformare il negativo in risurrezione. Un giorno vado a visitare un ammalato. Tocco il campanello e dall’interno sento la sua voce che mi risponde: «Non ho tempo». Mi sento rifiutato. Tornando a casa penso a Gesù che è stato rifiutato. Posso unirmi al più grande rifiutato della terra... e sono nella pace. Qualche tempo dopo questa persona è partita per l’altra vita fra le braccia della Chiesa. È proprio vero: non tocca a me convertire le persone, ma solo amarle. La conversione è legata ad un incontro personale con Dio, all’accoglienza della sua Parola. Amare per primi In parrocchia c’è un circolo di anziani: la maggioranza per educazione e ragioni storiche ha vissuto un rapporto di ostilità verso la Chiesa. Ora stanno costruendo una nuova sede. Ho proposto al Consiglio pastorale di dare un contributo. All’inizio c’è stata una sollevazione: il parroco cosa pretende fare? Sarebbe meglio andare a parlare loro di Dio... Spiego che tocca a noi, che crediamo al Vangelo, amare per primi. Alla fine accon- sentono di dare una piccola somma. L’accompagno con una lettera calda di ringraziamento per il bene che fanno agli anziani del quartiere. Il gesto ha parlato più di una predica: tutti gli anziani avevano le lacrime agli occhi. E le loro case si sono aperte all’incontro con la Chiesa. Questo amare per primo, andando sempre oltre, ha dato vita a numerosi rapporti autentici. La gente dice che la parrocchia ora è una famiglia dove tutti possono sentirsi accolti e amati. «L'ho fatto per amore...» Cecilia: Avevo alle spalle un matrimonio fallito e vivevo da alcuni anni con Marco. Da bambina e giovanetta avevo ricevuto una formazione cristiana ed ora mi sentivo lontana da Dio e rifiutata dalla Chiesa. Un giorno che mi sentivo molto confusa sono entrata in chiesa ed ho incontrato don Carlo che mi ha salutato e ascoltato. Poi mi ha detto: «Ma sai, Dio ti ama immensamente». E mi ha invitato all'incontro della Parola di vita'. E stata una luce: ho sentito che nella parrocchia c’era un posto anche per me. È iniziato un cammino spirituale che mi ha portato a frequentare la chiesa e a vivere il Vangelo. E l’anno scorso, dichiarato nullo il matrimonio precedente, ho potuto sposarmi in chiesa con Marco. Marco: Ho 45 anni. Anche se non sono credente, o comunque non praticante, frequento la parrocchia. Perché vado in parrocchia? E successo qualche anno fa, quando ho scoperto che la parrocchia non è soltanto un luogo di culto, come io pen savo e che a me non interessava, ma un luogo dove si cerca di vivere l’amore reciproco, un valore che condivido. Ho iniziato a partecipare ad un gruppo della Parola di vita; e qui ho scoperto una gen's 4-5/2002 - 65 161 — pag. 66 — CCI 162 - profonda consonanza fra il Vangelo e i miei ideali di giustizia, di fraternità, che ormai avevo abbandonato perché non li vedevo vissuti in nessun luogo. Ed ora li ritrovavo vissuti in parrocchia. Ho provato anch'io a vivere il Vangelo e questo ha sconvolto tutti gli aspetti della mia vita. Ad esempio il lavoro, che da tempo subivo in modo passivo, senza stimoli. Soffrivo di non poter realizzare nel lavoro gli ideali di fraternità che il Vangelo aveva risvegliato. Così ho deciso di perdere la sicurezza di un buon stipendio, di lasciare colleghi a cui ero legato da molti anni, per entrare in un’azienda dell’ Economia di comunione? che mi assicurava uno stipendio abbastanza modesto e di dedicare altrettanto tempo ad un’ Associazione di solidarietà. Nel compiere questa scelta è stato fondamentale il sostegno della comunità parrocchiale. Questa vita basata sul Vangelo mi ha aiutato a compiere un’altra scelta, che mai avrei fatto, se non avessi incontrato persone che mettono l’amore reciproco sopra ogni altra convinzione. Ad un certo punto Cecilia, con la quale convivevo, ha espresso il desiderio di ricevere l’Eucaristia. Si è rivolta al parroco che le ha indicato, come unica scelta possibile, quanto insegna la Chiesa: cioè vivere fra noi come fratello e sorella, in attesa di una possibile dichiarazione di nullità del suo precedente matrimonio. Cecilia, con coraggio e determinazione, mi ha chiesto di assecondarla in questo suo desiderio. Mi ricordo come fosse oggi quello che le ho risposto: «La castità non entra nelle mie convinzioni. Però, ora, nelle mie convinzioni entra la cultura dell’amore e per amore accetto di vivere la scelta che mi proponi». È stato così per circa due anni, fino a quando abbiamo potuto sposarci. Il parroco mi definisce un “non credente dubbioso”. Anch'io mi sento così: un non credente, che però sente di avere come sua gen’s 4-5/2002 testimonianze cultura quella del Vangelo, l’amore verso gli altri. «Mi arrendo all'amore» Claudio: Sono nato nel ’50. Da piccolo tenevo per gli indiani, nel ‘68 ero sulle barricate, poi mi sono impegnato nel partito comunista. Ho fatto gli studi di architettura. Nell’82 Lucia ed io abbiamo deciso di sposarci: io volevo sposarmi in municipio, lei in chiesa. Lucia ha accettato di sposarmi in municipio per amor mio, io di sposarla in chiesa per amor suo. Però accettare il matrimonio in chiesa mi è costato tantissimo, mi sembrava di non essere coerente. Ho deciso allora che non avremmo fatto battezzare i nostri figli: avrebbero scelto loro quando avessero avuto la consapevolezza per farlo. Un giorno Giulia, la nostra primogenita, ci comunica la sua ferma decisione di farsi battezzare. Frequenta la parrocchia per prepararsi al sacramento. Don Carlo invita mia moglie e me a partecipare al gruppo della Parola di vita e per la prima volta vengo a contatto con la realtà della Chiesa. Rimango fortemente sorpreso per l’accoglienza, la tolleranza, la reciprocità che si respira in quegli ambienti. In questo periodo ho incontrato una grossa difficoltà. Lavoravo in una impresa per la diffusione della comunicazione non violenta, ma l’aspetto economico poco chiaro di questa azienda me la fece lasciare. Senza lavoro, mi sentivo fallito su tutti i fronti. Anche con Lucia le cose stavano precipitando tanto da parlare di separazione. Sono andato a trovare don Carlo. Il colloquio si è concluso con una lunga confessione. — pag. 67 — testimonianze Ho cominciato ad andare a Messa. Superando la vergogna e lo scoramento, ho ripreso a cercare lavoro e lo trovo ma con una remunerazione modesta. Dopo 10 giorni Lucia mi invita ad un incontro a Castelgandolfo?. Ogni attimo di quei tre giorni è stato intenso: cantare insieme sul palco, asciugare i vassoi della mensa, raccontare l’esperienza l’ultimo giorno. Tutte queste cose mi hanno dato il senso di essere vivo. Tornato a casa ho abbracciato Lucia e le ho detto che mi arrendevo. Mi ha chiesto a chi mi sarei arreso. Ho risposto: “Mi arrendo all’amore”. Anche Riccardo e Teresa, il secondo e l’ultima dei nostri figli, la notte di Pasqua venivano battezzati. Prima credevo che la religione fosse oscurantismo, debolezza, buio. Ho scoperto che Dio è intelligenza, forza, luce che illumina la vita. en _| 1) Vedi notaa p. 38. 2) Vedi nota2, p. 63. 3) Si trattava di un incontro del Movimento dei focolari per il dialogo con persone di convinzioni diverse tenuto al Centro Mariapoli di Castelgandolfo (Italia). gen's 4-5/2002 - 67 163 — pag. 68 — 164 - gen’s 4-5/2002 CI IIITITITITITITITITITITI TITTI TI TI TITTI ICI TI CI CITI CI CIT T ICT CTI inno del congresso Dialogo d'amore Ut unum sint, ut unum (si ripete) Vuoto di me accolgo te. e dentro l’anima ritrovo me e te. Nuovo battito di vita, che fa nascere Unità. Vuoto così assomiglio a te. Sul nostro nulla vive Dio in me, in te. Nuovo soffio dell’ Amore, che ci fonde in Unità. Già siamo uno, uno. Sì, siamo uno, in un dialogo d'amore. Sì, siamo uno, e mai più saremo soli, scopriremo un altro cielo nel fratello accanto a noi. Già, siamo uno, uno. Sì, siamo uno, in un dialogo d’amore. Sì, siamo uno, per volare in alta quota e scoprire mondi nuovi nei fratelli accanto a noi. Già, siamo uno, uno. Sì, siamo uno. Sì, siamo uno. Ut unum sint, ut unum (si ripete) Non più io o te, ma “noi”, uomini nuovi con Dio fra noi. Mille voci un solo coro, nell’armonia dell’unità. Già siamo uno, uno. Sì, siamo uno... (si ripete il ritornello) Parole e musica di Mimmo lervolino L'inno è publicato nel CD “Jesus on line”, Ediz. Mesaggero di S. Antonio - Padova — pag. 69 — indice 000200000 00s0s00ronesaerronanenecoonanenonoo0oee cec0000000000000000000 0000000000000 000000 meDimensioni dell'incontro 3 Dialogo: urgenza improrogabile di Adolfo Raggio muMessaggio 7 Saluto del Papa Parole di Giovanni Paolo II ai partecipanti del Congresso muSpiritualità 1 Gesù abbandonato: via maestra per una comunità in dialogo di Chiara Lubich mgApprofondimenti 1 8 La Parrocchia: profezia del Regno del card. James Francis Stafford 2 +, La via del dialogo all’alba del terzo millennio di Piero Coda 69 gen's 4-5/2002 - 165 — pag. 70 — mwEsperienze 28 30 33 36 Dialogo fra etnie a cura di Sepp Weiss Testimoniare Dio anche col canto a cura di Vincenzo Chiarle L'amore fa breccia in un mondo scristianizzato a cura di Karoly Nagy Varcare i confini della propria Chiesa a cura di Francesco Ballarini mol.quattro dialoghi 40 44 47 Primo dialogo: nella propria Chiesa Intervista a Silvano Cola Movimenti ecclesiali in armonia Testimonianze a cura di André Heijligers Dialogo ecumenico Intervista a Gabriella Fallacara 166 - gen’s 4-5/2002 indice — pag. 71 — indice b2 54 58 60 64 Il comandamento nuovo ravviva una parrocchia anglicana Testimonianza di Christopher Evans Dialogo interreligioso Intervista a Natalia Dallapiccola Percorsi di integrazione fra persone di culture e religioni diverse Testimonianze a cura di Mario Molinaroli Dialogo con persone di convinzioni diverse Intervista a Arnaldo Diana Una comunità che accoglie tutti Testimonianze a cura di Carlo Malavasi melnno del Congresso 68 Dialogo d’amore di Mimmo Iervolino 71 gen’s 4-5/2002 - 167 — pag. 72 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen's gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 9 ens rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser. Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma), tel. 06-94315553, fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 36320000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell'11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, c/o Brendan Leahy, Focolare Centre, Prosperous, Co. Kildare, Irlanda. Gens, c/o Victor Agius, Gen's, PO. Box 328, Ayala Alabang Village Post Office, 1799 Muntinlupa, Metro Manila, Filippine. Gens, c/o Michael Mulvey, 194 Cardinal Road, Hyde Park, New York 12538, U.S.A. Bilingue Inglese/Cinese: Being One, c/o Fr. Peter Leung, 2A Broadwood Rd., Happy Valley, Hong Kong. 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