L’arte di amare Solo rapporti ispirati dall’amore disinteressato possono fare dell’umanità una famiglia Graziella De Luca (a cura di) Fonte: Gen's 6/2002, pp. 183-186 – https://it.ekklesiaonline.org/gens-2002-6-larte-di-amare/ , come ci viene presentata nel Vangelo, non ha solo una valenza spirituale per i cristiani ma è la legge fondamentale di ogni sano sviluppo umano sia per la singola persona che per l’intera società. Costituisce pertanto la base insostituibile di ogni sano rapporto umano. 2 amore che Gesù ha portato sulla terra è fondamentale per tutti e, per viverlo bene, occorre conoscere un’arte: l’arte di amare. Chiara Lubich, nel suo discorso in Campidoglio per il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma ha affermato: «La vera arte di amare emerge tutta dal Vangelo. E il segreto di quella rivoluzione che ha consentito ai primi cristiani di invadere il mondo allora conosciuto, ma è un’arte esigente». Amare tutti Essa vuole anzitutto che si superi il ristretto orizzonte dell’amore semplicemente naturale, diretto spesso quasi unicamente alla famiglia e agli amici. Qui l’amore invece va indirizzato a tutti: al simpatico e all’antipatico, al bello e al brutto, a chiunque anche se di un’altra religione, o di un’altra cultura, o avversario o nemico che sia. Occorre amare tutti come fa il Padre celeste. Questo, il primo punto dell’arte di amare: amare tutti senza distinzione. Amare per primi Il secondo punto, a prima vista, sembra il più arduo, il più difficile da attuare, è: amare per primi. Dà all’amore una caratteristica che lo rende simile all’amore che Dio ha per noi, prende sempre l’iniziativa. Non attende l’altro, non aspetta un gesto, una parola, un sorriso per cominciare ad amare. E un amore che considera l’altro come se stesso. Diceva Gandhi: «Tu ed io siamo una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi»'. Chiara, in uno dei suoi primi scritti, dice: «Nell’amore quel che vale è amare. Così su questa terra. L'amore — parlo dell’amore soprannaturale che non esclude il naturale — è una cosa tanto semplice e tanto complessa. Esige la tua parte ed aspetta la parte dell’altro. Se proverai a vivere di amore, t'accorgerai che su questa terra conviene fare la tua parte. L’altra non sai mai se arriva; e non è necessario che arrivi. A volte resterai deluso, ma mai perderai il coraggio se ti convinci che nell’amore quel che vale è amare»?. In questo grave momento di crisi mondiale, in cui l'umanità sembra risucchiata in un vortice di odio e di violenza, occorre una eccezionale testimonianza di amore fraterno. La cristianità, come tanti fedeli di ogni altra religione e molti di varie convinzioni, si interroga sul come e quando prendere l’iniziativa di gesti concreti, che siano un’autentica espressione di una civiltà dove si rispettano i diritti umani, in altri termini di una civiltà dell’amore. Di fronte ai drammatici avvenimenti della storia recente, che rischiano di paralizzare le forze sane e le buone volontà dei singoli e delle comunità religiose e civili, il modo per reagire c’è. E precisamente questa scelta personale e collettiva, sempre coraggiosa, a volte eroica, di porsi davanti a ogni prossimo, sia esso individuo o cultura o nazione, nell’atteggiamento di “amare per primi”, scavalcando tutti gli steccati delle ideologie e delle varie fedi. «Farsi uno» Ed ora il terzo punto: l’amore vero non è fatto solo di parole o sentimento, ma è concreto. Lo si attua bene se ci si fa uno col prossimo. È questo un punto cruciale dell’arte di amare, una delle caratteristiche essenziali della vita del Movimento. “Farsi uno” sono le due parole magiche — così Chiara le ha definite — che esprimono il nostro modo di amare. Il vero comportamento che interpreta la parola “amare”, è il “farsi uno”: significa entrare il più profondamente possibile nell’animo dell'altro, capire veramente i suoi problemi, farsi carico completo dei suoi pesi, addossarsi le sue necessità, come le sue sofferenze. Allora avrà significato il dar da mangiare, da bere, l’offrire un consiglio, un aiuto. «Farsi uno esige il vuoto completo di noi: togliere dalla testa le idee, dal cuore gli affetti, dalla volontà ogni cosa per immedesimarci con gli altri»*, cioè vivere l’altro, come siamo soliti dire. Poiché la nostra strada per arrivare a Dio è il fratello, Chiara ce la spiega così: «Noi abbiamo una vita intima e una vita esterna. L’una dell’altra una fioritura; l'una dell’altra radice; l’una dell’altra chioma dell’albero della nostra vita. La vita intima è alimentata dalla vita esterna. Di quanto penetro nell’anima del fratello, di tanto penetro in Dio dentro di me; di quanto penetro in Dio dentro di me, di tanto penetro nel fratello. Dio-io-il fratello»*. Amare Gesù nel prossimo E infine il quarto punto dell’arte di amare. Occorre amare Gesù nel prossimo. Quest’atteggiamento è chiaro se si pensa al giudizio finale di cui Gesù parla: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere. (...) Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? (...) Rispondendo, il re dirà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 34-40). Quando amiamo un fratello o una sorella è, dunque, Gesù che si sente amato in loro. E fondamentale amare tutti, indistintamente e senza alcun interesse. È questo l’amore che conquista. L’ho imparato quel giorno in cui Dio, dopo lunga ricerca, si è manifestato a me. La sua luce e il suo amore in quel momento hanno letteralmente invaso la mia anima, tanto che, quando ne parlo, dico: non con questi occhi, ma con quelli dell’anima ho visto Dio Amore. E la mia felicità è stata così grande che mi sembrava di morire dalla gioia. Lì ho capito tante cose, per es. che faccio parte — come tutti — di un corpo: l’umanità intera e che se avessi amato, avrei contribuito alla sua crescita — in senso spirituale s'intende — e, diversamente, alla sua decrescenza. Ho capito che questo amore mi avrebbe realizzato pienamente. San Paolo ci aiuta a capire questo quando dice: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (/Cor 13, 1-3). Ma in questo amore emerge un fatto: non sentivo e non sento che devo amare, ma che posso amare. Gesù dice inoltre: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 44-45). Sì, perché l’amore dei cristiani va oltre i limiti naturali; perché figli di Dio partecipiamo allo stesso amore di Dio. Questo perché, per vivere Gesù, dobbiamo essere, come lui, misericordia; perché Gesù non è venuto per apparire, ma per salvare ciò che era perduto. Qualche accenno lo riscontriamo pure in quei “semi del verbo”, parziali verità, che sono presenti nelle grandi religioni. Nel mondo indù si trova un bel detto: «La scure taglia il legno di sandalo mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendola profumata». Il patto di misericordia Già nei primi tempi del Movimento, quando si incontravano ovvie difficoltà per le imperfezioni che ognuna di noi, prossima all’altra, manifestava, si era deciso di non guardarci con l’occhio che scopre la pagliuzza in quello dell’altro, scordando la trave nel proprio, ma di vederci ad ogni incontro come persone nuove, nuovissime, che mai erano incorse in quei difetti. Ci avvicinavamo perciò con quest’“amnistia” completa nel nostro cuore, con quell’amore che tutto copre, come dice S. Paolo, con questo perdono totale. Infatti l’amore chiede non solo di perdonare, ma di dimenticare, come fa Dio con noi. Abbiamo perciò stretto tra noi un patto, che abbiamo chiamato “patto di misericordia”. Dice un detto africano: «Fa' come la palma: le tirano sassi e lei lascia cadere datteri». L’amore, sappiamo, chiede impegno, anzi allenamento quotidiano. D'altra parte non si fa nulla di buono, di utile, di fecondo al mondo senza conoscere, senza saper accettare la fatica, la sofferenza. Ma è proprio questa penitenza che il carisma dell’unità ci ha indicato come propriamente nostra. Perché a noi Dio non chiede particolari dolorose pratiche per raffinare il nostro spirito, chiede di accogliere sempre nel nostro cuore il fratello o i fratelli, con tutti i loro limiti, i loro difetti, le loro pene, le loro aridità, le loro prove. Ed è proprio con quest’amore che si può costruire anche la pace: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono», così il messaggio per la pace di Giovanni Paolo II il primo dell’anno 2002. Oggi escludere la guerra non basta. La pace domanda di superare l’odio per il nemico, per qualsiasi nemico, anzi di amarlo. E lo possiamo fare tutti, ma, poiché l’amore batte in fondo ad ogni cuore umano, lo possono fare anche le persone che non hanno una fede religiosa, magari a titolo di filantropia, solidarietà, non violenza. Così come coloro che, di altre fedi, sono chiamati ad attuare il rispetto e l’amore al prossimo secondo quella “Regola d’oro” che impreziosisce molte religioni. L’amore reciproco E ancora, Dio che è amore in se stesso, è Trinità, amore reciproco. E poiché ci ha fatto a sua immagine e somiglianza chiede a tutti i cristiani di mettere a base d’ogni cosa l’amore vicendevole. La Scrittura dice: «Prima di tutto abbiate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (IPrA4, 8). Prima, quindi, d’ogni nostro impegno personale ed attività: prima di riposare, di mangiare, di dormire, prima di studiare, prima di lavorare... avere, tra noi, l’amore scambievole. A quest'amore reciproco punta la nostra spiritualità. Noi non siamo noi, se non arriviamo ad amarci in modo che l’amore vada e venga. Non possiamo dire, per es., d’avere l’amore reciproco se esso non si concretizza in una qualche comunione di beni spirituali. L’amore reciproco è essenziale per noi, affascinati come siamo dal concetto e dalla realtà della fraternità cui possiamo dar corpo. L’amore reciproco è certamente impegnativo. Se io amo veramente mio fratello, voglio il suo bene. Non bastano le buone maniere, le belle parole, i sorrisi... Occorre arrivare alla stima reciproca, tanto da potersi aiutare mettendo in rilievo sia i lati positivi dell’altro, per incoraggiarlo, per spronarlo e, con estremo amore, anche quelli meno brillanti per aiutarci a fare meglio. L'amore vicendevole porta inoltre, se vero ed autentico, ad avere non soltanto un sol cuore ed un’anima sola, ma anche un solo pensiero. E questo non solamente sui punti dottrinali, ma anche per quanto riguarda tutta la nostra vita. L’avere un solo pensiero non era per i primi cristiani un consiglio, ma un'esigenza. Noi siamo in tempi in cui si ama l’unità, ma si sottolinea: nella diversità. Ed è giusto. Ma per poter raggiungere l’unità di mente c’è una strada: dare all’altro il nostro profondo, totale ascolto. Già questo sarebbe un valido contributo per arrivare un giorno all’unità piena. Amore reciproco, dunque, per edificare e consolidare, almeno fra noi, la fraternità che vogliamo vivere per poterla estendere universalmente. Bello ricordare, a conclusione, le parole di sant'Agostino a proposito della Babele; parole che possiamo fare nostre: «Da una lingua ne vennero tante; non ti meravigliare: questo l’ha fatto la superbia. Molte lingue diventano una; non ti meravigliare: questo lo fa l’amore». a cura di Graziella De Luca 1) Cf W. Miîhs, Parole del cuore, San Paolo, Milano 1996, p. 82. 2) C. Lubich, La dottrina spirituale, A. Mondadori, Milano 2001, p. 125. 3) Id., L'unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1994, p. 30. 4) Id., Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001, p. 8283.