gen’s 2004/1 – Scuole della comunione Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2004-1-scuole-della-comunione/ — pag. 1 — Editoriale La formazione ad una svolta? Chiara Lubich L’arte di amare Vincenzo Zani Sfide e vie della formazione Hubertus Blaumeiser Cristiani prima che sacerdoti Wilfried Hagemann Attorno al Risorto Andrea Caelli Formare nei nostri seminari Ricardo Pinto. La spiritualità di comunione e i seminari Giorgio Maria Olivera Un’esperienza di Regno di Dio Brendan Leahy La spiritualità di comunione in Asia Spedizione in abbonamento postale — art. 2 anno XXX IV comma 20 / C legge 662 /.96 — filiale di Roma gennaio - febbraio — pag. 2 — 10 15 19 23 26 29 gennaio - febbraio 2004 EDITORIALE SPIRITUALITÀ INTERVISTA RIFLESSIONE ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZA La formazione ad una svolta? a cura della redazione L’arte di amare Chiara Lubich Sfide e vie della formazione al ministero presbiterale Intervista a mons. Vincenzo Zani, sottosegretario alla Congregazione per l'educazione cattolica a cura della redazione Cristiani prima che sacerdoti Spiritualità dell’unità e formazione dei futuri sacerdoti Hubertus Blaumeiser Attorno al Risorto: una scuola di vita Germania: formare sacerdoti per una Chiesa evangelizzatrice Wilfried Hagemann Formare nei nostri seminari Italia: come incrementare la dimensione comunitaria Andrea Caelli La spiritualità di comunione e i seminari Brasile: linee di azione nello spirito della «Novo millennio ineunte» Ricardo Pinto Un’esperienza di Regno di Dio Esercizi spirituali nel Seminario maggiore di Haiti Giorgio Maria Olivera La spiritualità di comunione risponde ai bisogni dell’ Asia Esercizi spirituali a seminaristi del Pakistan Brendan Leahy — pag. 3 — editoriale La formazione ad una svolta? L a formazione è ben organizzata... Quasi in tutte le diocesi gli edifici dei semi- « nari sono ristrutturati. Gli incarichi di rettore e di direttore spirituale sono assegnati... Le Direttive nazionali per la formazione sacerdotale... vengono attualmente riviste... Si è introdotto un periodo propedeutico all’inizio degli studi... Il corso teologico di base viene coordinato con le facoltà teologiche... Sono previsti tirocini pratici... Noi formatori temiamo però la domanda: “Quanti candidati avete attualmente?”». Con queste parole l’allora presidente della Conferenza dei rettori dei seminari in Germania, Hans-Werner Thònnes, ha tracciato in maniera schietta il punto della situazione, durante il Simposio per formatori di lingua tedesca che ha avuto luogo alla fine del 2002 a Paderborn con la partecipazione di oltre 200 esperti tra cui 15 vescovi e circa 40 rettori e padri spirituali, presente anche il Card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica!. La sfida, comunque, non è solo quella dei numeri. C’è, fortunatamente, in altre parti del mondo una notevole fioritura di vocazioni. Non di rado, i vescovi hanno un bel da fare per predisporre le necessarie strutture e soprattutto formatori che siano attrezzati per affrontare il loro impegnativo compito. Compito che, si direbbe, ai nostri tempi si fa sempre più arduo. Grossi cambiamenti socio-culturali impongono di riflettere a fondo sulla formazione presbiterale. Non a caso, nel 1990, un Sinodo dei vescovi si è interrogato sulla formazione dei sacerdoti “nelle circostanze attuali”. Raccogliendo i lavori di quell’assise, l'Esortazione postsinodale Pastores dabo vobis ha tracciato indicazioni di valore universale. Nel frattempo, però, sono comparse all’orizzonte ulteriori sfide. Quale, ad esempio, l’impatto, sulla vita dei futuri sacerdoti, della diffusione capillare di internet che penetra, oggi, anche negli spazi più protetti? E quale l’effetto del dilagare della cultura consumistica a livello mondiale e dei conseguenti modelli antropologici che tutti respirano “come l’aria”? C°è in atto una frantumazione interiore delle persone e c’è una nuova crisi dell’autorità, non per la via della contestazione, ma sovente attraverso una tacita evasione. Avanza, nel concerto di messaggi e di stimoli che si abbattono su ogni persona, un sottile individualismo, per il semplice fatto che — quasi per autodifesa — ciascuno cerca di arrangiarsi in qualche modo. Di fronte ad una sfida di tale portata, è ovvio che non sarà risolutivo mettere in piedi nuovi espedienti organizzativi o misure disciplinari. Essi hanno la loro importanza, ma rischiano di rimanere all’esterno delle persone. Rimane l’interrogativo di fondo: come formare in profondità? come trasformare dal di dentro chi si prepara al ministero presbiterale? E ancora: come aiutarlo, anche successivamente, a non essere travolto da quanto lo circonda? Con capacità straordinaria di intuito teologico e di lettura dei segni dei tempi, Giovanni Paolo II agli albori di questo millennio ha indicato alla Chiesa l’obiettivo di Gen's 1/2004 — pag. 4 — 2 editoriale farsi “casa e scuola della comunione”. Ed ha esortato a «promuovere una spiritualità della comunione» come «principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare...» (cf Novo millennio ineunte 43). Per l’anziano Pontefice, il futuro della formazione cristiana e sacerdotale si gioca su “questo cammino spirituale”, senza il quale anche le migliori strutture «diventerebbero apparati senz'anima», mentre «la spiritualità della comunione conferisce un’anima al dato istituzionale» (ibid. 43. 45). Non è questo un compito da poco: creare luoghi che, per la comunione vissuta, abbiano la forza di essere un “mondo alternativo”. Luoghi in cui esiste e cresce un modello antropologico “nuovo”, una mentalità, una cultura “nuova”, ispirata alla logica del dono, dell’amore vero. Luoghi che sono sì uno spazio fisico, ma soprattutto uno spazio interpersonale, una rete di relazioni permeata dal Vangelo: Chiesa, non fatta di muri, ma di rapporti “trinitari”. Offrendo su questo numero di gen $ riflessioni e testimonianze che provengono da vari contesti geografici e culturali, vorremmo contribuire a esplorare questa prospettiva, non in maniera teorica, ma per la via dell’esperienza. Avremmo dovuto e voluto dare ancor più voce ai seminaristi che, oltretutto, in una prospettiva di comunione, non sono semplicemente i destinatari della formazione, ma protagonisti pienamente compartecipi. Lo spazio disponibile ci ha imposto dei limiti. Dall’altra parte, la vita dei seminaristi, su queste pagine, trova regolarmente espressione attraverso la rubrica UNO perché tutti siano uno. Inoltre, sono comparsi come quaderni di questa rivista gli Atti di vari loro Congressi internazionali’. Vogliano i seminaristi perdonarci perciò se questa volta ci siamo posti maggiormente nella prospettiva degli educatori. D’altronde, preparare formatori che, avvalendosi di una precisa competenza culturale e pedagogica, siano soprattutto esperti di comunione sembra essere in questo momento uno dei compiti più impellenti. Torniamo, in chiusura di queste riflessioni, ancora una volta in Germania. Nel maggio 2003, in occasione di un grande incontro nazionale dei seminaristi — presenti all’80%, 800 in tutto —, la Conferenza dei rettori ha reso noto dodici “opzioni” le quali, in una situazione in cui si fa sentire pesantemente la mancanza di sacerdoti, puntano con coraggio alla qualità. Vale la pena riportarne alcune. Per il ministero e la vita presbiterale: «Meglio realizzare, nell’interesse della missione, forme di vita comune, anziché rassegnarsi ad un’esistenza solitaria dei sacerdoti, pur di coprire l’intero territorio di assistenza sacerdotale». Per la formazione: «Meglio realizzare durante il tempo di seminario una vita impegnata secondo il Vangelo e sviluppare l’attitudire alla comunione e alla cooperazione, anziché conservare strutture in cui gli studenti rovano tutto pronto e fatto». Per la pastorale vocazionale: «Meglio lanciare la sfida affascinante della sequela di Gesù, anziché spegnere la gioia della fede attraverso permanenti discussioni». a cura della redazione 1) Cfgli Atti del Convegno: Peter Klasvogt (ed.), Leidenschaft fiir Gott und sein Volk. Priester fiir das 21. Jahrhundert, Bonifatius, Paderdorn 2003. 2) Cf“Quaderni di gen’s” n. 3 (1987), n. 6 (1990), n. 9 (1995), n. 11 (1999). Gen's 1/2004 — pag. 5 — spiritualità 3 L'arte di amare Se Dio è Amore, è Padre nostro, quale il nostro atteggiamento nei suoi confronti? È ovvio: se egli è Padre di tutti noi, noi dobbiamo comportarci da figli suoi e da fratelli fra noi. Vivere in pratica quell’amore che è la sintesi del Vangelo, e cioè tutto quello che il Cielo esige da noi. Il nostro amore verso il prossimo però non dev’essere un amore comune, una semplice amicizia, sola filantropia, ma quell’amore vero che è versato, sin dal battesimo, nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ed è l’amore stesso che vive in Dio. Esso ha speciali qualità. È un amore non limitato come l’amore umano, rivolto cioè quasi esclusivamente ai parenti ed agli amici. Esso va indirizzato a tutti: al simpatico e all’antipatico, a quello della mia patria e allo straniero, della mia e di un’altra Chiesa, della mia e di un’altra religione, amico o nemico che sia. 3 E un amore che spinge ad amare per primi, ad aver sempre quindi l’iniziativa, senza attendere — come sarebbe umano — d’essere amati. Un amore non fatto solo di parole o di sentimento. Sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, aiutare tutti concretamente. Un amore che, anche se diretto all'uomo, alla donna, vuole amare Gesù stesso nella persona amata. Quel Gesù che ritiene fatto a sé quanto di bene e di male si fa ai prossimi (cf Mt 25, 40.45), come ci dirà al giudizio universale. Se poi più d’uno di noi vive quest’amore, ecco apparire l’amore reciproco, ecco realizzarsi il comandamento di Gesù che suona così: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato» (Gv 13, 34). Amatevi a vicenda è — lo può dire chi l’ha vissuto — il Paradiso in terra. Così, proprio così. Proviamo, carissimi giovani, tornando in famiglia, o nelle nostre comunità, oppure a scuola, o in ufficio, dovunque, proviamo tutti ad amare così. Non siamo autentici cristiani altrimenti. Mentre quest’amore praticato può portare nel mondo una rivoluzione in noi e attorno a noi: è la rivoluzione cristiana. Chiara Lubich Da: Messaggio a 15.000 giovani di varie Chiese riuniti a Budapest il 6 aprile 2003. Gen's 1/2004 — pag. 6 — intervista Intervista a mons. Vincenzo Zani, sottosegretario alla Congregazione per l'educazione cattolica Sfide e vie della formazione al ministero presbiterale a cura della redazione Dal gennaio 2002, mons. Vincenzo Zani è sottosegretario alla Congregazione per l’educazione cattolica cui fanno riferimento, oltre alle università e alle scuole cattoliche, anche i seminari. Abbiamo intavolato con lui la seguente conversazione “a ruota libera”, senza pretese di completezza ma affrontando alcuni punti nodali sulla situazione e la formazione dei futuri presbiteri. Sono emerse informazioni, punti di vista e indirizzi che pensiamo di utilità e interesse — e magari forieri anche di qualche sorpresa — per i nostri lettori. La situazione delle vocazioni sacerdotali nel mondo GEN'S: Come si presenta oggi il quadro delle vocazioni sacerdotali a livello mondiale, non tanto dal punto di vista numerico che è risaputo, ma dalle caratteristiche con cui i giovani arrivano ai seminari? Dal punto di vista statistico vale la pena di ricordare che dal 1996 al 2002, a livello mondiale, si è registrato un incremento di vocazioni pari al 6,7%. Quello che più interessa qui, tuttavia, è di riflettere sul contesto culturale ed ecclesiale nel quale maturano le vocazioni. Un primo sguardo potrebbe essere dato ai Paesi in via di sviluppo, dove si trova la mag- Gen's 1/2004 gior parte della popolazione cattolica del mondo. Si tratta spesso di Paesi con grandi estensioni geografiche, con notevoli differenze storiche, sociali e culturali che incidono sulle condizioni formative e organizzative dei seminari. In genere in questi Paesi si registra un significativo aumento di vocazioni, ma contemporaneamente le diocesi devono far fronte a diversi problemi. Innanzitutto quello economico: i candidati provengono quasi tutti da ambienti molto poveri e i parenti non sono in grado di contribuire al loro mantenimento in seminario. Ma il problema più grave riguarda le carenze della famiglia: spesso i genitori vivono separati oppure non hanno potuto dare ai figli una formazione umana e cristiana adeguata. Si deve poi considerare il fatto che molte diocesi, di recente costituzione, sono sprovviste di organizzazione e di strutture pastorali ed educative sufficienti. Ma la questione più importante consiste nella urgenza di preparare un adeguato numero di formatori. Bisogna dire, tuttavia, che si sta compiendo uno straordinario sforzo in questo senso. Pure nei Paesi europei ex comunisti le vocazioni sono numerose. Una grossa fetta di gioventù ha una purezza e una bellezza interiore sorprendenti, ma rivela anche grandi fragilità. — pag. 7 — intervista I giovani sono sensibili alla sincerità ma, allo stesso tempo, risentono ancora degli atteggiamenti tipici della generazione precedente segnata dal regime comunista, cioè il tacere, il non dire tutto, il dire sì ma poi non farlo, il nascondere anche agli amici più intimi i propri progetti, ecc. Negli ultimi anni si fa poi sentire in modo crescente l’impatto con la cultura liberale dell'Occidente. Ciò si nota in maniera speciale di fronte all’autorità. I giovani sentono il bisogno di guide, con facilità danno l’appellativo di maestro, padre, madre, anche nel senso spirituale, eppure difficilmente accettano questo ruolo all’interno di un’istituzione. Questi paradossi non possono sorprendere, data la situazione sociale e storica da cui stanno emergendo questi paesi. La sana tradizione comunitaria sociale, così radicata in queste terre, viene a galla se questi giovani sono iniziati in modo personale alla dimensione autenticamente ecclesiale. Nei Paesi occidentali Potremmo, infine, accennare al quadro socio-culturale dei Paesi occidentali. Sono molto utili, al riguardo, le considerazioni emerse dai Sinodi in preparazione al Giubileo del 2000, dove i vescovi descrivono alcune tra le nuove sfide educative che caratterizzano la formazione in genere e, quindi, anche la formazione dei futuri sacerdoti. Ne sintetizzerei quattro. La prima è la crescente compresenza di varie visioni del mondo e della vita nelle culture occidentali, e non solo a causa della mondializzazione: concezioni immanenti e trascendenti, materialistiche e spiritualistiche, agnostiche e neo-illuministiche, laiciste e confessionali, anziché contrapporsi in nette polarità dialettiche, come poteva avvenire nei tempi passati, convivono piuttosto indifferentemente nel mondo della politica come in quello della educazione pubblica, impregnano i sistemi della comunicazione e gli spazi del tempo libero, e sempre più spesso coabitano anche all’interno dei nuclei familiari. La seconda sfida, complementare, è data dalla caduta di significatività di un certo modello di antropologia e di educazione cristiana normata da parametri di ortodossia veritativa e di ortoprassi morale e molto meno da canoni estetici, emozionali, simbolici che oggi vengono fortemente alla ribalta. Un terzo fronte è costituito da forti fratture che minano l'unità della persona e della comunità umana: la divaricazione tra progresso e valori dello spirito; la separazione tra la sfera pubblica e quella privata con lo sconfinamento dell’attività religiosa e delle scelte etiche nella sfera del privato personale. Un’ulteriore sfida investe gli stessi processi dell’educazione religiosa: /a pertinenza culturale del fatto cristiano. Questa mentalità si riflette anche nella Chiesa, dove sovente l’esperienza religiosa viene vissuta sul registro dell’emotività, per un diffuso clima di abdicazione della “ragione forte” a vantaggio del “pensiero debole”, con il conseguente smarrimento di verità e valori di riferimento e col rischio che la religione venga strumentalizzata da un io narcisistico che in una società molecolare si soddisfa di emozioni, anche episodiche o a corto raggio, più che di ragioni e di responsabilità. Tutto ciò spiega la fragilità che si trova così ampiamente nei giovani, con delle diserzioni dopo breve tempo da un impegno assunto. Non bisogna poi dimenticare l'influsso che la cultura di questi Paesi ha sempre più nel resto del mondo. La formazione umana GEN'S: Di fronte a questo quadro della situazione attuale quali sono i pilastri della formazione nei seminari? La Pastores dabo vobis (PDV) parla di quattro dimensioni fondamentali nella formazione dei futuri sacerdoti. Posso ricordarle brevemente, cominciando dalla prima, cioè dalla maturità umana. Gen's 1/2004 — pag. 8 — intervista Uno sguardo oggettivo mostra chiaramente che l’immagine tradizionale del presbitero si scontra spesso con la realtà. In molti casi il prete non è più un /eader ascoltato, trova difficoltà nel trasmettere certi aspetti dell’insegnamento ufficiale della Chiesa, sempre più facilmente entra in una crisi di coscienza circa il suo compito e perde l’entusiasmo per la propria missione. Questo non fa altro che accentuare la necessità che i sacerdoti siano maturi dal punto di vista umano, coltivando — come rileva appunto la PDV — «una serie di qualità umane necessarie alla costruzione di personalità equilibrate, forti e libere» (n. 43c). La maturazione in particolare delle capacità di relazione è oggi indispensabile ai presbiteri, appunto perché sono chiamati ad «essere responsabili di comunità e ad essere uomini di comunione» (n. 43d), in un contesto sociale e culturale che si fa sempre più sensibile al valore dei rapporti umani e della comunicazione. GEN'S: Non si può non ricordare qui l’aspetto tanto delicato oggi, anche a causa del moltiplicarsi di fatti dolorosi da tutti conosciuti, dell’affettività e della sessualità. In effetti, pure l’argomento riguardante la maturità affettiva e l'educazione alla libertà va letto nella prospettiva relazionale. Non per niente sia nella formazione in tanti seminari come poi nella vita dei presbiteri, si punta a iniziative di vita comune totale o parziale, come raccomandava già il Vaticano II. In questo modo i sacerdoti, e coloro che si preparano a diventarlo, sperimentano la ricchezza di una vera amicizia evangelica tra di loro, come avvenne con gli apostoli attorno a Gesù, e si rendono sempre più consapevoli di aver lasciato una famiglia naturale non come menomazione, ma per una famiglia, sotto tanti aspetti, più vasta e più arricchente. Ovviamente il celibato per il Regno dei cieli sarà sempre segno di contraddizione, ma anche contributo prezioso all’edificazione di una civiltà rispettosa dei valori più autentici della sessualità umana. Gen's 1/2004 Nell’attuale contesto culturale che banalizza in larga misura la sessualità, perché la interpreta e la vive in modo riduttivo collegandola prevalentemente al corpo e al piacere egoistico, acquista tutta la sua rilevanza l’attenzione che attualmente si rivolge nella Chiesa a un’educazione della sfera affettiva e sessuale improntata all’atteggiamento del dono e dell’oblatività, ed alla castità concepita come «virtù che sviluppa l’autentica maturità della persona e la rende capace di rispettare e di promuovere il “significato sponsale” del corpo» (n. 44c). Compreso in questa chiave, il celibato per il Regno dei cieli ha oggi una rilevanza tutta particolare, come segno e testimonianza del fatto che l’amore oblativo e disinteressato è l’unico, in ogni vocazione e stato di vita, che dà significato e pienezza all'esistenza umana. AI di là delle difficoltà che si vanno verificando sotto l’urto di una società permissiva e trasgressista, la più grande parte dei presbiteri è profondamente conscia che la loro azione pastorale è efficace anche grazie a questo vivere controcorrente rispetto alla mentalità del mondo. La formazione spirituale GEN'’S: La seconda dimensione a cui fa riferimento la PDV riguarda la dimensione spirituale intesa come educazione all’interiorità, all'unione con Dio, ad un rapporto vivificante con Gesù e con lo Spirito. La formazione spirituale costituisce il cuore che unifica e vivifica l’essere e il vivere dei preti, e questo non sarà possibile se essi non lo ‘incarnano già nel cammino formativo del seminario. La spiritualità specifica dei presbiteri scaturisce dalla loro conformazione al mistero trinitario e cristologico. Infatti, con il sacramento dell'Ordine, diventano a titolo speciale imago Trinitatis e signum humanitatis. Più precisamente la spiritualità sacerdotale, vista nelle sue radici, può essere espressa — pag. 9 — intervista da tre concetti che il Vaticano II ha ampiamente usato e che la stessa PDV (cf n. 16) ha precisato: mistero, comunione, missione. I presbiteri sono servitori della Chiesa mistero, perché testimoni e dispensatori dei divini misteri in un mondo travolto dall’attivismo e dall’assordimento. Va tenuto presente che l’unione con Dio Trinità — nella sua specificità cristiana — si esprime e cresce non soltanto nel rapporto diretto con Lui, ma anche con Lui presente in ogni prossimo, in quell’interiorità dilatata che sono i rapporti umani vissuti nell’agape, nello stile trinitario di vita e di amore che esprime nella storia, per quanto ciò è possibile, la vita stessa della Trinità Santissima. 1 presbiteri sono servitori della Chiesa comunione, perché in comunione col vescovo e con il presbiterio, costruiscono l’unità della comunità ecclesiale nell’armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi. Sono per definizione costruttori della comunione. L’opera che Cristo ha compiuto con la sua morte in croce è stata quella di «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 52). I sacerdoti attualizzano quest’opera di Cristo nei confronti del Padre, mediante lo Spirito, e nei confronti di un mondo spesso disunito ma che anela, come in nessun’altra epoca, alla comunione. I presbiteri sono infine servitori della Chiesa missione, perché rendono tutta la comunità annunciatrice e testimone del Vangelo. La comunione è la sorgente e il frutto della missione: «la comunione è missionaria e la missione è per la comunione», secondo la felice sintesi della Christifideles laici (n. 32). Come in ogni progetto formativo è necessario avere un principio unificatore che ne renda efficace lo svolgimento, così nel cammino del candidato al presbiterato, l’elemento unificante è la sua vita di comunione con Dio e col prossimo. Questo è il cuore e il centro della formazione di ogni cristiano e a maggior ragione di ogni sacerdote (cf PDV 45c). La formazione intellettuale GEN'’S: La formazione intellettuale dei presbiteri è decisiva oggi per più motivi. Siamo in un'epoca di transizione e cambiamenti profondi, per cui anche a livello della comprensione delle realtà di fede si è alla ricerca di nuove categorie e sintesi che non arrivano ancora in modo universalmente accettato. E questo uno dei disagi più profondi che trovano le persone di fede e i ministri chiamati a presentarla al mondo in modo accessibile, attraente e incisivo. Si rischia altrimenti il fondamentalismo con il conseguente anacronismo che produce rifiuto e irrilevanza. Senz'altro un problema centrale della formazione intellettuale dei seminaristi e della formazione permanente dei presbiteri consiste nel renderli capaci di orientarsi in un contesto culturale a volte ostile, comunque complesso e in rapido movimento. Quindi c’è la necessità che, nell’itinerario formativo, i futuri presbiteri siano aiutati ad acquisire, oltre a contenuti seri e aggiornati nelle diverse discipline previste dal curriculum degli studi, anche un proprio metodo di lettura critica della realtà socio-culturale, radicata in una fede autentica che aiuti a scoprire il disegno di Dio sull’umanità, a non spaventarsi né scoraggiarsi per le vicissitudini della storia, a cogliere l’esigenza positiva che c’è anche dietro a errori intellettuali e pratici che possono pullulare col crescere dell’indifferenza religiosa e del pluralismo culturale. A questo riguardo, non soltanto una teologia sempre più adeguata, ma anche lo studio della filosofia e delle scienze umane, con discipline quali la dottrina sociale della Chiesa, la catechetica, la missiologia e le altre religioni, il tutto con un respiro ecumenico, procurano ai giovani studenti elementi decisivi per una migliore conoscenza teorica e pratica del mondo in cui viviamo. Una formazione con questi criteri ed obiettivi contribuisce a far sì che il candidato al sacerdozio ministeriale abbia a strutturare la propria fede e la propria vita e azione Gen's 1/2004 — pag. 10 — intervista pastorale in maniera intelligente, libera e adulta, per poter affrontare con competenza, con lucidità e con profondità le domande di senso e interiorizzare quei valori sicuri di riferimento di cui l’umanità d’oggi manifesta un’esigenza sempre più impellente e drammatica. Questo tipo d’impegno, in diverse misure e con le possibilità che permettono le varie circostanze ecclesiali e culturali, si può dire che è in atto o se ne sente la necessità, nei seminari dei diversi continenti. Formazione pastorale GENS: Last but not least, /’u/tima dimensione descritta dalla PDV è quella pastorale. Ogni altro aspetto della formazione dev'essere finalizzato a questa dimensione: non si può dimenticare che fondamentalmente si stanno formando dei pastori, degli evangelizzatori. La pastorale è l’azione della Chiesa, pensata, responsabile, bene impostata sotto il profilo evangelico, teologico e storico-culturale. Nel progetto educativo dei seminari è importante che venga evidenziato sempre chiaramente il profondo coordinamento che esiste tra i diversi aspetti delle formazione umana, spirituale e intellettuale nella loro specifica finalizzazione pastorale. La coscienza sempre più chiara della comunione come caratteristica fondamentale della Chiesa, senza la quale essa perde significato e rilevanza, richiede di preparare il candidato al sacerdozio a realizzare una pastorale comunitaria. D'altra parte è questo l’invito che è stato ripetuto con molte sfumature nella stessa Novo millennio ineunte: «Gli spazi della comunione vanno coltivati e dilatati giorno per giorno, ad ogni livello, nel tessuto della Chiesa... tra pastori e intero popolo di Dio, tra clero e religiosi, tra Associazioni e Movimenti ecclesiali» (n. 45). Come gli apostoli, i sacerdoti sono chiamati a prendere parte alla vita di Dio Trinità Gen's 1/2004 d’amore e sono inviati come testimoni dell’amore. Questo è il significato più profondo delle parole del profeta Geremia: «vi darò pastori secondo il mio cuore» (3, 15). È questo l’orientamento di fondo che sta dietro a tutto ciò che promuove ed alle linee sulle quali si muove la Congregazione per l’educazione cattolica. Ci vuole un «di più» GEN'S: Davanti alla sfida di formare presbiteri capaci di penetrare e rinnovare un mondo in cui avanzano l’ateismo, la secolarizzazione, l'indifferenza, il consumismo, è forte l’impressione che oggi, rispetto al pas- sato, ci vuole un “di più” nella formazione sacerdotale. Se lei dovesse sintetizzare le sue convinzioni in un solo consiglio indirizzato alla formazione, a cosa punterebbe per affrontare nel modo più adeguato possibile questa realtà così importante per il futuro della Chiesa e della stessa umanità? Se dovessi limitarmi ad esprimere una sola persuasione, che considero decisiva, direi che il registro comunicativo tipico dell’accompagnamento vocazionale e della formazione sacerdotale non è quello didattico o esortativo, e neppure quello soltanto amicale. I formatori devono testimoniare la propria scelta, anzi devono testimoniare che sono stati scelti da Dio, narrando, non necessariamente a parole, la novità, la gioiosa sorpresa e la bellezza della vita a cui sono stati chiamati, senza nascondere il rischio e la fatica di questa divina avventura. Avviene in questo modo “un contagio” da persona a persona, da cuore a cuore, ricco d’umanità e originalità, di passione e forza convincente, una formazione sapienziale ed esperienziale, che normalmente produce frut- . ti, a volte inaspettati e nelle circostanze più insolite. — pag. 11 — intervista Una «scuola di comunione» a tutti i livelli GEN'’S: Nella Novo millennio ineunte, parlando dell’urgenza che la Chiesa si presenti all'umanità innanzi tutto come “comunione”, Giovanni Paolo II ha posto uno speciale accento sulla formazione dei futuri sacerdoti. Come potrebbero infatti fare della Chiesa la «casa della comunione» senza averne fatto un'esperienza autentica e profonda? Guardando dal vostro luogo privilegiato d'osservazione e di servizio alla Chiesa universale, cosa si sta facendo a riguardo? Ritengo che sotto la questione dei modelli da adottare nelle Raziones nationales e negli statuti che impostano la vita di un seminario, più che la necessità di ricercare formule educative più adatte, ci sia una questione di fondo di natura ecclesiologica: formare i futuri preti significa interrogarsi su quale tipo di Chiesa s’intende promuovere, quale modello di comunità cristiana si vuole costruire. A proposito di Chiesa-comunione e di sacerdoti uomini di comunione, posso assicurare, che si sta lavorando molto nei diversi Continenti, affinché i circa 2.000 seminari maggiori del mondo con i loro 110.000 candidati al clero diocesano e religioso, siano impostati come comunità dove si vive l’esperienza degli apostoli attorno al Maestro — secondo l’idea-guida di seminario che delinea la Pastores dabo vobis (cf in particolare i nn. 42 e 60) — una vera “scuola di comunione”, come si esprime la Novo millennio ineunte. Penso che attualmente l’esigenza sentita in ogni Chiesa locale è quella di individuare e moltiplicare formatori all’altezza di un tale compito. Bisognerà pensare ai luoghi ed ai modi per preparare questi futuri formatori esperti in comunione. Ai seminaristi non basta avere davanti dei maestri accademicamente competenti, essi vogliono “vedere come” si vive la fraternità che porta all’unità voluta da Gesù quando ha chiesto al Padre “che siano una sola cosa come tu ed io siamo uno” (Gv 17,21). Hanno bisogno di persone che sappiano condividere il loro cammino e guidarli — con pazienza, costanza, ricominciando sempre dopo i parziali fallimenti — verso un’esperienza sempre più bella e autentica di comunione nelle sue tre coordinate fondamentali: con Dio, all’interno della Chiesa e aperta sull’umanità intera. La comunione è un dono di Dio, ma anche un compito e un’arte, un’arte che s°impara e si trasmette vivendola insieme. a cura della redazione Gen's 1/2004 — pag. 12 — 10 riflessione Spiritualità dell’unità e formazione dei futuri sacerdoti Cristiani prima che sacerdoti di Hubertus Blaumeiser Durante il simposio di formatori di lingua tedesca che si è tenuto nel dicembre 2002 a Paderborn in Germania', è stato presentato questo intervento riguardante prospettive con cui i nuovi Movimenti ecclesiali possono contribuire alla formazione sacerdotale. L'autore sin dal 1986 coordina i contatti con seminaristi diocesani dei cinque continenti i quali, in piena unità con i superiori dei loro seminari, s ispirano, nella loro vita personale e nel loro cammino verso il sacerdozio, alla spiritualità del Movimento dei focolari. Una spiritualità di comunione La ristrettezza del tempo disponibile non permette di offrire qui una panoramica di quanto i carismi degli odierni Movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità stanno operando — del resto con approcci e metodologie assai diversi tra loro — nel campo della formazione sacerdotale». Dovrò limitarmi all’esperienza di cui sono testimone in prima persona. Cercherò, tuttavia, di mettere in rilievo alcune indicazioni di fondo che penso siano di validità abbastanza universale. Premetto che sono circa 5.000 i seminaristi diocesani, sparsi in 370 seminari dei cinque continenti, che attualmente sono in contatto con il Movimento dei focolari. Gen's 1/2004 Ciò che il Movimento condivide con loro è quella “spiritualità di comunione” che è andata delineandosi sin dagli anni "40 e ’50 e che, nel contesto dello sforzo di mettere in pratica l’ecclesiologia di comunione, ha una sempre più vasta incidenza ecclesiale. A coltivare questi contatti, in accordo con i responsabili dei rispettivi seminari, sono da un lato sacerdoti diocesani particolarmente esperti in questa spiritualità di comunione. Dall'altro lato sono le occasioni più varie in cui seminaristi vengono spontaneamente a contatto con il Movimento dei focolari. È significativo il fatto che si tratta di un movimento di stampo principalmente laico. Ma è proprio questo a renderlo arricchente. Quando i futuri sacerdoti si imbattono in giovani che raccontano di come loro vivono concretamente il Vangelo, quando incontrano coniugi che spiegano che cosa significa per loro affrontare con il Cristo crocifisso e risorto le sfide di una vita di famiglia nel nostro tempo e andare “contro corrente”, quando sentono la testimonianza di bambini che cominciano la loro giornata ogni mattina scegliendo un aspetto diverso dell'amore evangelico da mettere in pratica e che in questo modo fanno tante esperienze sorprendenti, ciò rappresenta per essi un indubbio stimolo. Ma non meno importante è per loro venire a contatto con sacerdoti che condividono concretamente la propria esperienza, mettendo in comune gioie e dolori. — pag. 13 — riflessione 1l Una particolare opportunità sono poi le “Mariapoli”, vale a dire: gli incontri estivi del Movimento dei focolari, nei quali convengono persone delle più diverse vocazioni e situazioni di vita. In essi i seminaristi trovano come una porzione del popolo di Dio rinnovato dal Vangelo e hanno l’opportunità di sperimentare come la vita della Chiesa si trasforma quando si pone la comunione al centro della propria esistenza e di tutti i rapporti. Se dovessi delineare brevemente quali impulsi derivano, per i candidati al sacerdozio, dalla spiritualità di comunione che caratterizza il Movimento dei focolari, indicherei soprattutto quattro punti, nei quali penso si rifletta anche l’esperienza di altri approcci spirituali del nostro tempo. 1. Essere cristiano cioè discepolo prima di essere sacerdote Farsi a tutti gli effetti discepoli di Gesù è forse il compito più impegnativo e comunque quello basilare. Dove il fondamento del battesimo e del sacerdozio battesimale sono ben sviluppati, con quella profonda scelta di Dio che ciò comporta, la formazione al ministero sacerdotale — che costituisce una specificazione della fondamentale chiamata cristiana — viene a poggiare su basi solide. È questa una presa di coscienza che si va facendo strada un po’ ovunque. Nei più diversi contesti ecclesiali si cerca di premettere alla formazione sacerdotale vera e propria una specie di “scuola del discepolato” e di assicurare che anche la successiva formazione abbia questa dimensione. I punti 2-4 che ora seguono sono un dispiegamento di questo impulso fondamentale. 2. Vivere la Parola prima di annunciarla Sia l’Evangelii nuntiandi sia la Novo millennio ineunte chiedono di evangelizzare innanzi tutto se stessi per poter essere testimoni credibili del Vangelo (cf EN 45; NMI 40). Per gli studenti di teologia, abituati come sono a lavorare parecchio di testa, è importante l’accento sulla vita: non solo meditare e studiare la Parola di Dio, bensì viverla. E viverla in modo tale che se ne possa raccontare attraverso testimonianze concrete che parlino di avvenimenti concreti: «Qui ho sperimentato quanto è vero il Vangelo». «Qui Dio mi si è mostrato Padre». «Qui ho ricevuto il “centuplo”». «In questa situazione ho incontrato il Risorto (e non solo: si può incontrare il Risorto)». Nei nostri contatti proponiamo ai seminaristi di vivere giorno per giorno — per esempio nel corso di una settimana o di un mese — una determinata Parola tratta dalla S. Scrittura, e quindi di lasciare che questa Parola informi il loro pensare ed il loro sentire, le loro decisioni ed i loro comportamenti e li guidi. E costatiamo quello che normalmente si sperimenta agendo in questo modo: dove la Parola di Dio abita nei cuori e mette radici nella vita vissuta, gli studenti progrediscono molto di più che non attraverso i migliori propositi o il generico impegno di condurre una vita “spirituale”. A poco a poco si staglia in ciascuno quel profilo interiore che l’apostolo Paolo chiama l’uomo nuovo. Gli studenti cominciano ad avere non solo un’esperienza interiore, ma via via — in linea con la più genuina tradizione della religione biblica-cristiana — una “storia” personale con Dio e diventano quindi testimoni viventi. Due esempi Anni fa venne da me un seminarista per l’accompagnamento spirituale. Egli sapeva Gen's 1/2004 — pag. 14 — 12 riflessione stare inginocchiato con grand: devozione davanti al Santissimo. Ma non aveva quasi rapporto con la Parola di Dio o, per lo meno, non era abituato a vivere di Essa, e pertanto non aveva neppure una “storia” con Dio. Cominciando a vivere concretamente la Parola, poté scoprire quanto Dio fosse presente non solo nel Sacramento, ma nel quotidiano della sua vita. Il rapporto con Gesù nell’Eucarestia trovò in questo modo una nuova pienezza. Noi tutti sappiamo che non è facile trattare con i Testimoni di Geova. Un seminarista che abitava con noi, ha trovato un giorno questo semplice e sorprendente espediente: anziché discutere con loro sull’interpretazione dei vari passi biblici, egli ha raccontato loro come viveva questa o quella Parola della Scrittura. La cosa li affascinava e conduceva a conversazioni costruttive. 3. Vivere la comunione prima di celebrarla Difficilmente il modello del sacerdote del futuro potrà essere quello del single. Quello che oggi si chiede è competenza comunionale: occorre aver fatto un’esperienza vera di comunione, per saper costruire, in un domani, comunità vive. Sorprende, sullo sfondo di un’affermazione così ovvia, quanto i seminaristi siano non di rado pessimisti rispetto alla reale possibilità di instaurare una effettiva vita di comunione. Penso che ciò dipenda, fra l’altro, dal fatto che la comunione non si può realizzare né per la mera via delle strutture né con i metodi della dinamica di gruppo, per quanto possa essere utile tener presenti anche queste dimensioni. Perché la Chiesa possa estrinsecare appieno la sua natura comunionale, occorre una “spiritualità della comunione”, afferma Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte 43. La comunione è, infatti, più che amicizia, perché per sua stessa essenza è universale e multilaterale. E non consiste neppure soltanto in un lavoro ad équipe, ma crea, al di là della funzionalità, una rete di rapporti da persona a persona. Gen's 1/2004 Nella sua dinamica intrinseca essa è partecipazione alla vita della SS. Trinità, superamento delle dialettiche negative e l’instaurarsi di rapporti “trinitari”. Come tale però è un dono di Dio, che nasce da fonti teologali come: l’accoglienza della presenza di Cristo nell’altro, la dimensione pasquale dell’amore cristiano che è sempre un morire ed un risorgere con Cristo, la presenza di Cristo tra le persone che si amano con questa profondità e radicalità (cf Mt? 18, 20). Sempre di nuovo mi rendo conto quanto sia importante per i seminaristi scoprire queste fonti e sperimentare allora che la comunione non rimane un desiderio o un obiettivo, ma diventa realtà raggiungibile qui e adesso. Un particolare aiuto a questo scopo è quella che Chiara Lubich chiama “l’arte di amare”, così come emerge dal Vangelo e si manifesta nella figura di Cristo?. Ella la tratteggia in alcuni punti essenziali i quali, se tradotti in vita, trasformano il modo di rapportarsi con gli altri. Laddove, durante il cammino di formazione, ci si cimenta in questa arte d’amare, crescono non solo quella intesa e quella comunione che noi tutti desideriamo, ma compare, di conseguenza, in una nuova luce pure il celibato. Inoltre — come è evidente — un tale esercizio ha notevoli riflessi sull’attitudine alla vita pastorale. Due esempi Ad uno studente della Colombia, proveniente da una zona dove la violenza è pane quotidiano, di ritorno nella propria diocesi venne affidata subito una parrocchia. Dopo alcune settimane esplose una bomba in una casa vicina. Questa la reazione del giovane: dopo aver prestato un primo aiuto sul posto dell’accaduto, si recò da tutti i sacerdoti della città. «In una situazione così difficile — disse loro — è importante essere profondamente uniti tra noi ed io desidero impegnarmi da subito in tal senso». Tutti i sacerdoti reagirono in modo assai costruttivo a questo gesto. Dalla comunione rinnovata scaturì pure il sostegno necessario per la famiglia colpita. — pag. 15 — riflessione 13 Un altro seminarista, durante gli studi si era abituato a esaminare di tanto in tanto i suoi averi e a mettere in circolazione con gli altri quanto aveva di superfluo. Ritornato in patria, fu assegnato ad una parrocchia in cui la gente godeva di un buon tenore di vita. Costatando che gli abitanti della parrocchia a fianco erano piuttosto poveri, propose ai due parroci di mettere in moto un’esperienza di comunione di beni. Si invitarono quindi i parrocchiani benestanti a vedere se non avevano in casa cose superflue che sarebbero potute servire a chi era nel bisogno. Furono raccolti gli oggetti più vari e poi ridistribuiti nell’altra comunità. Per la gente fu l’occasione di fare l’appassionante scoperta che la vita delle prime comunità cristiane si può verificare anche oggi. 4. Come Gesù sacerdote: prima essere e poi fare Se Gesù Cristo è l’unico sacerdote, e se lo è stato innanzi tutto nella sua estrema offerta in croce, e se è proprio lì, nell’impotenza, che egli ha unito Cielo e terra ed ha generato la Chiesa, allora non può non essere che lì il centro dell’esistenza sacerdotale, prima di ogni attività ministeriale. Vorrei parlarne sotto forma di testimonianza personale. Nonostante tutte le esperienze belle e positive, i momenti decisivi della mia vita in parrocchia erano proprio quelli in cui delusioni e difficoltà mi mettevano con le spalle al muro. Fu in quei momenti che mi trovai in maniera persona- ‘ lissima davanti a colui che è il sacerdote per eccellenza e nel colloquio con lui Crocifisso mi si chiarì in modo nuovo quello che è il cuore della vita sacerdotale. Da simili momenti nasceva ogni volta una nuova libertà interiore, una nuova capacità di amare disinteressatamente e quindi anche una nuova fecondità nel ministero. Uno dei punti culmine della mia vita di sacerdote era poi quando, dopo intensi anni di ministero parrocchiale, fui nuovamente inviato a studiare. Al contatto quotidiano con le persone si sostituì lo scrittoio. Fu un’esperienza dura. Eppure, proprio questa situazione diventò un dono particolare. Laddove l’attività pastorale era ridotta ai minimi termini, e dove venne quindi meno anche quella gratificazione che essa comporta, si stagliò in modo nuovo il nucleo della chiamata: proprio in questa situazione potevo essere sacerdote, offrire la mia vita senza riserve assieme a Gesù, stare come Giovanni con Maria sotto la croce ed essere “canale”, strumento dello Spirito. Potei comprendere allora più profondamente quanto il vescovo mi aveva detto nell’ordinazione: «Renditi conto di ciò che fai, vivi il mistero che è posto nelle tue mani e sii imitatore del Cristo immolato per noi»). Quando i seminaristi fanno l’esperienza di questa comunanza con il Cristo crocifisso € quando ne fanno il centro della loro vita, vengono come da sé condotti a celebrare il mistero pasquale non soltanto come rito, ma a parteciparvi anche esistenzialmente. Anche qui un esempio Uno studente di teologia era venuto da noi per tre mesi. Nel suo seminario era stato una figura guida. Eppure portò con sé anche parecchie domande: era sorto tra lui ed una studentessa un legame particolare. Gli proponemmo di prolungare il soggiorno da noi. Attraverso l’impegno di vivere insieme il Vangelo, maturò in lui una profonda scelta di Dio. Poco dopo il suo rientro in diocesi si ammalò di leucemia. Ce ne scrisse in questi termini: «Non ho nulla di doloroso e triste da comunicarvi. Per me è la visita del mio Signore che bussa alla porta per entrare. Abbraccio tutto con la gioia che ho sempre provato nelle cose di Dio». I mesi fino alla sua morte mostrarono che non si trattava di parole vuote. Molte persone trovarono grazie a lui un nuovo rapporto con Dio e con la Chiesa. AI suo funerale il vescovo parlò di lui come “chicco di grano”. Penso che in una vita del genere l’essere sacerdote aveva trovato in un certo senso una realizzazione già anticipata. Gen's 1/2004 — pag. 16 — 14 riflessione Le «scuole sacerdotali» del Movimento dei focolari Vorrei soffermarmi in conclusione su una particolare realizzazione: la cosiddetta “scuola sacerdotale” nella cittadella di Loppiano, vicino Firenze. Dal 1966 ad oggi oltre 3.000 sacerdoti e seminaristi vi hanno trascorso un periodo che va dai 6 ai 12 mesi. Per desiderio di numerosi vescovi, nel frattempo sono sorti centri analoghi anche per l’Asia, a Tagaytay nelle Filippine, per l'Africa, nelle vicinanze di Nairobi in Kenia, e a San Paolo per il Brasile, sempre nel contesto di cittadelle del Movimento dei focolari, che offrono la possibilità di sperimentare nel quotidiano l’unità e la distinzione delle varie vocazioni del popolo di Dio. Chi partecipa a queste scuole decide, in accordo con il proprio vescovo, di dedicare alcuni mesi della sua vita ad un allenamento alla vita in comunione. Pilastro portante di questo tirocinio è l’impegno a vivere la Parola di Dio con l’arte di amare. La giornata si svolge in modo tale che ogni aspetto della vita sia informato dall’amore reciproco. Dopo la meditazione al mattino, i partecipanti lavorano per le diverse necessità della casa, ma anche in piccole aziende della cittadella. L'importante è che in queste attività si concretizzi il vivere con gli altri e per gli altri. Il pomeriggio è dedicato a lezioni e testimonianze a sfondo spirituale, teologico-culturale e pastorale. Ma tutto in questa scuola è formativo, perché finalizzato alla comunione con Dio e con gli altri, e ciò nella normalità della vita, dai momenti ricreativi alla preparazione dei pasti. Di particolare importanza è la vita in piccoli gruppi che offrono, fra l’altro, lo spazio per un intenso scambio di esperienze sul Vangelo vissuto. Il programma giornaliero, ovviamente, è intervallato da momenti di silenzio e di preghiera personale e culmina nella celebrazione quotidiana dell’Eucarestia. Di non poco conto è il fatto che durante questo tirocinio viene a mancare quanto spesso diventa inconsapevolmente il conte- Gen's 1/2004 nuto principale della propria vita: lo studio, l’attività pastorale, l’essere parroci. Ciò che durante quei mesi conta è vivere il Vangelo, fino alla comunione dei beni. Dopo l’entusiasmo iniziale — se non si manifestano già in partenza delle difficoltà — questo stile di vita conduce non di rado ad una salutare crisi e provoca, in ogni caso, un chiarimento interiore. Costatiamo come i partecipanti in questo modo colgono più nitidamente la presenza e l’azione di Cristo nella loro vita, si rendono conto dei talenti che Dio ha dato loro e comprendono con nuova forza e luce ciò che egli vuole da loro. Sperimentiamo così in che misura una vera vita in comunione sia capace di plasmare le persone e quale cambiamento operi la presenza di Cristo in una comunità che condivide profondamente la vita. Tant'è vero che in questo processo gli stessi responsabili della scuola si trovano ad essere discepoli e beneficiari. Il maestro è Cristo: Cristo, che si rende presente là dove due o più persone si adoperano a mettere in pratica senza riserve la sua Parola, il suo amore (cf Mt 18, 20). Hubertus Blaumeiser 1) Vedi nota 1) a p. 2 di questo numero. 2) È utile tener presenti i precedenti storici. Lungo la storia del cristianesimo, figure e correnti carismatiche hanno sempre arricchito non solo la vita della Chiesa nel suo insieme, ma hanno pure contribuito alla vita ed alla formazione sacerdotale. Basta pensare all’importanza che la spiritualità di un sant’Ignazio ha avuto per la formazione del clero diocesano, a cominciare dagli esercizi spirituali. O ancora al breviario la cui invenzione si deve, in realtà, agli Ordini mendicanti. Cf l’indagine dettagliata di E. PEPE, La formazione dei presbiteri nella storia della Chiesa, in “Gen’s” 19 (1989) pp. 89-98. 3) Vedi testo a p. 3 di questo numero. — pag. 17 — esperienza LS Germania: formare sacerdoti per una Chiesa evangelizzatrice Attorno al Risorto una scuola di vita di Wilfried Hagemann Riportiamo la parte che ci sembra più inte- | ressante per i nostri lettori, della relazione che il rettore del Seminario pastorale di Miinster, Germania, ha tenuto nel dicembre 2002 a Paderborn, durante il simposio sulla formazione dei futuri sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. L'autore si domanda: «Come preparare i seminaristi al loro specifico servizio di evangelizzatori nella nostra società sempre più secolarizzata?). Di quali sacerdoti ha bisogno la Chiesa? Abbiamo bisogno di uomini di Dio competenti spiritualmente e aperti al nostro tempo, capaci anche di affrontare le particolari sfide della situazione odierna. Il sacerdote di oggi e ancor più quello di domani, infatti, non lavora più in strutture ben circoscritte come lo erano le parrocchie di un tempo. Non di rado egli viene ad operare in campi d’azione pastorale nei quali intervengono anche altri sacerdoti, operatori pastorali a tempo pieno e numerosi altri laici che collaborano in vari modi alle dimensioni fondamentali della liturgia, della testimonianza e della diaconia, nonché al compito sempre più impellente di dar vita ad una comunità missionaria. Il sacerdote deve essere dunque maturo e capace di prendere inziativa, ma anche di calibrare e sviluppare il suo approccio alla pastorale tenendo conto delle mutate circostanze della società odierna. E deve fare ciò in armonia con l’insieme del personale pastorale presente in quel determinato luogo, mantenendosi al contempo unito con il vescovo e i suoi collaboratori a livello diocesano. Deve essere in grado di coinvolgere in una vita evangelica persone provenienti da cammini di fede diversi e con interessi differenti e saperle unire, tenendo presente la diversa intensità con cui ciascuna di esse è venuta in contatto col mistero della fede. In una situazione del genere, c’è bisogno di persone che siano da una lato “pionieri” disposti ad avventurarsi in campi nuovi, ma che dall’altro lato siano guidate nel loro agire da una profonda spiritualità e saldamente ancorate alla Chiesa, alla tradizione ecclesiale e a coloro che sono i garanti dell’unità: il Papa e i vescovi. È questa una sfida da non sottovalutare, soprattutto se si considerano le variegate biografie dei candidati attuali. Certamente non tutti dovranno essere in un domani responsabili di una grande parrocchia o di un’unità pastorale, ma anche coloro che sono impiegati in un ospedale, in una scuola o in un centro giovanile, devono saper svolgere il proprio compito e guidare spiritualmente singoli e gruppi in piena intesa con Gen's 1/2004 — pag. 18 — 16 esperienza gli altri sacerdoti e cooperando armoniosamente con i laici. Sorge allora la domanda: i nostri candidati al sacerdozio sono ben attrezzati per questi compiti, o queste sfide sono a volte al di là delle loro capacità? Questa è la mia preoccupazione. Il seminario maggiore Se penso al mio corso — siamo stati ordinati nel 1963 — devo prendere atto che il seminario come era impostato allora, come un ambiente protetto e con una disciplina severa, ha potuto prepararci solo insufficientemente alle sfide della rivoluzione studentesca del 1968, agli sconvolgimenti dell’epoca post-conciliare e soprattutto all’attuale mancanza di credenti e di sacerdoti. Viene da chiedersi: il seminario di oggi è all’altezza di preparare sacerdoti per una Chiesa che è chiamata ad essere decisamente evangelizzatrice? E ancora: nell’educazione che impartiamo, si mantiene viva ed anzi si sviluppa quella passione per Dio e per gli uomini che si avverte spesso nei candidati quando sentono la chiamata al sacerdozio e compiono i primi passi su questa strada? In che misura riusciamo a tenere viva l’intuizione della vocazione, quel fuoco del primo entusiasmo che, a dispetto d’ogni malaugurio, fa sì che anche oggi dei giovani si incamminino sulla via del sacerdozio? È proprio su queste domande che bisogna misurare le strategie per il futuro. Il profilo del sacerdote di domani, come è stato delineato dal vescovo Wanke [nella relazione precedente del simposio accennato sopra; n.d.r.], può offrire indicazioni decisive per l'impostazione dei seminari oggi. A partire da esso, il seminario può essere inteso innanzi tutto come un luogo nel quale i giovani vengono iniziati alla vita del Vangelo. Ma ciò è possibile solo se i responsabili e i seminaristi — pur nel rispetto dei loro ruoli diversi — concorrono a dar vita ad un ambiente che sia un “noi” della fede. Gen's 1/2004 Vorrei sottolineare un aspetto particolarmente importante a questo proposito. Ciò che può unire le persone spesso assai diverse che giungono in seminario, è il Vangelo messo in pratica come Parola di vita. Vivendo concretamente il comandamento nuovo dell’amore scambievole, i candidati imparano a diventare una famiglia di nuovo stile, comunità che è “Chiesa” e che si riunisce intorno al Signore vivente. E di grande aiuto la condivisione periodica delle esperienze che ciascuno fa con il Vangelo. Grazie ad essa gli studenti sperimentano che la comunione nasce dalla condivisione e che è così che si instaura una comunione nel Signore. Una simile esperienza di fede può liberare quei gruppi di vita, in cui siamo ormai consueti di suddividere il seminario, dalla ristrettezza di un mero vivere-l’uno-accanto-all’altro e mangiare-insieme, dove, per un motivo o per un altro, non avviene invece una condivisione dell’esperienza spirituale. Non è certo una via di soluzione se i responsabili dei seminari, nella composizione di tali gruppi, si premurano più di tanto di combinare le persone secondo le loro affinità. Se è essenziale, per il presbiterio e per la Chiesa, che sacerdoti di varie sensibilità si integrino e si completino a vicenda, allora occorre che i candidati sin dal seminario apprendano ad imparare l’uno dall’altro e a stimarsi a vicenda nelle loro peculiarità, così come sono. Nel tempo della Chiesa-comunione e di quella “spiritualità di comunione” di cui parla la Novo millennio ineunte, l’imparare a vivere con gli altri, il “fare spazio” al fratello (cf NMI 43) e l’esercizio dell’amore scambievole sono obiettivi centrali della formazione seminaristica. Se ciò non accade, si rischia, infatti, di formare degli individualisti che saranno, anche in un domani, insensibili verso gli altri e che hanno smarrito l’attitudine di interessarsi degli altri. Un seminario che sviluppasse un tale potenziale controproducente, finirebbe per autodistruggersi. È anche per questo che conviene abbinare il soggiorno in seminario con contatti regolari con le parrocchie, un aspetto che del resto torna a vantaggio anche di una vigile atten- — pag. 19 — esperienza 17 zione dei seminaristi alle necessità del tempo. Visto così, il seminario diventa un luogo privilegiato per sperimentare che è bello radunarsi come Chiesa intorno al Signore Risorto e diventa pure un punto d’attrazione per quei giovani che cercano una Chiesa viva. Il periodo propedeutico Gli elementi appena esposti — il legame tra riferimento alla prassi ed esperienza di Chiesa fatta insieme, tra religiosità personale e comunione spirituale in piccoli gruppi sotto una guida competente — sono di particolare rilievo per il periodo propedeutico, che precede lo studio della teologia. È questa un’acquisizione nuova per la Germania, sviluppata dapprima dall’arcidiocesi di Freiburg. Vivere insieme da cristiani, mettere al centro della giornata il Vangelo, prendersi cura gli uni degli altri ed essere solidali, sono, insieme ad un’iniziazione alla preghiera e alla liturgia, i pilastri portanti di questa tappa. Si tratta, in pratica, di esercizi spirituali nel quotidiano. Se, secondo l’approccio classico, gli esercizi spirituali si svolgono fuori dalla quotidianità, qui vita e spiritualità si compenetrano e diventano punto d’incontro e di unione tra i candidati. Con grande naturalezza si instaura così quella condivisone della vita spirituale che nel seminario di stampo classico a volte poteva apparire forzata, ed apre i giovani a Dio ed agli altri. E se nel seminario non di rado è necessario richiamare a mantenere il contatto con il direttore spirituale, qui questo rapporto cresce nei candidati quasi da sé. Come essere cristiani oggi? E come esserlo insieme? Come posso interessarmi dell’altro, guardare alla sua vita con co-interesse e parteciparvi? Attraverso gli esercizi nel quotidiano e nella successiva “scuola biblica” di sei settimane che si svolge in una località lontana dalla diocesi, queste domande trovano una risposta quasi da sé. Ma il periodo preparatorio, come è stato sperimentato a Freiburg e sta per essere introdotto anche in altre diocesi, porta non solo ad apprendere elementi basilari della vita di fede, ma li collega pure con un tirocinio mirato nel campo sempre più importante della diaconia — per tre giorni alla settimana — presso un ospedale, una casa di riposo, un centro di assistenza sociale. In questo modo trova attuazione concreta quanto Giovanni Paolo II si è auspicato nella Novo millennio ineunte: «Fare della Chiesa la casa e la scuola di comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti..., se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese più profonde del mondo» (n. 43). Incrementare il legame con la prassi Un giovane, che aveva fatto la richiesta di poter entrare nel seminario della diocesi di Miinster, ha accolto volentieri — come del resto tutti gli altri candidati di questo anno — l’invito a partecipare al periodo propedeutico di sei mesi. Mentre durante le ore in seminario viene iniziato al Credo della Chiesa, alla liturgia e, attraverso gli esercizi nel quotidiano, alla vita spirituale, per tre giorni alla settimana si reca in un ospedale dove assiste i malati, come in un normale servizio civile. Inaspettatamente, egli viene assegnato al reparto di oncologia e già durante le prime settimane del suo cammino verso il sacerdozio è quotidianamente alle prese con la realtà della morte. Mentre tra i formatori sorge il timore che ciò possa essere una sfida troppo grande per lui, il giovane assicura che è proprio nell’incontro col dolore e con la morte che egli si è trovato, quasi senza volerlo, davanti a Dio e che il servizio in quel reparto va molto bene per lui. I candidati di oggi hanno bisogno di situazioni “originarie”, nelle quali è la vita stessa a metterli a contatto con Dio e dove lo Spirito di Gesù Cristo li raggiunge quasi da sé. Ciò non accade solo durante il periodo propedeutico. Ho visto verificarsi episodi simili Gen's 1/2004 — pag. 20 — 18 esperienza anche in seminaristi che, dopo il diploma teologico, fanno un anno di pratica nelle parrocchie. Questa esperienza, che è stata introdotta otto anni fa nel piano di formazione della nostra diocesi e che ha prolungato il periodo di formazione pastorale, che precede l’ordinazione sacerdotale, a tre anni, ha contribuito in maniera considerevole a dare ai seminaristi una percezione realistica della fede e dei quesiti delle persone di oggi ed ha sprigionato in loro, allo stesso tempo, notevoli risorse spirituali. L’impatto con la prassi conduce ad una più profonda identificazione con la Chiesa e con il popolo di Dio. Esso offre l’occasione di far esperienza del proprio ruolo di cristiano e, più tardi, di insegnante e catechista nella parrocchia e conferisce così al candidato una nuova sicurezza. Egli si può mettere alla prova. Ha un’esperienza diretta della vita del parroco e dell’équipe pastorale. Comprende immediatamente l’importanza della cooperazione con i diaconi e i laici e si rende conto di quanta competenza portino con sé i vari ministeri non-sacerdotali. Ma ci sono pure altri vantaggi: l’inserimento nella prassi allena ad un agire autonomo e responsabile, poiché in determinati campi della pastorale i candidati possono già assumere una loro responsabilità. Inoltre, essi hanno modo di rendersi conto dei limiti d’impostazione delle parrocchie odierne che Gen's 1/2004 seguono spesso ancora schemi passati. Ne può nascere in loro una riflessione orientata al futuro, che in seguito potrà essere di luce per la loro vita sacerdotale e pastorale. Qui, infine, imparano anche quel giusto rapporto con il mondo che dopo il Concilio è diventato indispensabile, soprattutto per i futuri sacerdoti secolari. È per questo motivo che mi sembrano utili non soltanto periodi di tirocinio pastorale ma anche il regolare contatto, p.e. durante determinati week-end, con una parrocchia di riferimento. L’inserimento nel vissuto delle persone di oggi e dei cristiani nelle parrocchie, stimola lo sviluppo della maturità umana e dell’autorealizzazione e risponde così ad una delle dimensioni fondamentali della formazione indicate dalla Pastores dabo vobis: «Occorre l’educazione all’amore per la verità, alla lealtà, al rispetto per ogni persona, al senso della giustizia, alla fedeltà alla parola data, alla vera compassione, alla coerenza e, in particolare, all’equilibrio di giudizio e di comportamento. (...) Di particolare importanza è la capacità di relazione con gli altri, elemento veramente essenziale per chi è chiamato ad essere responsabile di una comunità e ad essere “uomo di comunione”) (n. 43). a Wilfried Hagemann — pag. 21 — esperienza 19 Italia: come incrementare la dimensione comunitaria? Formare nei nostri seminari di Andrea Caelli L'autore, che è anche impegnato nella Commissione presbiterale dell’Italia e in quella dell’Europa, è rettore del Seminario di Como (Italia), dove la formazione è portata avanti da una équipe di sacerdoti, che si sforzano di testimoniare nel quotidiano che il sacerdote oggi si realizza come cristiano e come pastore se entra nella dinamica di un’autentica vita di comunione. Formarsi è accogliere Colui che dà la «forma» Dall’esperienza fatta in questi anni nel mio seminario e da quanto ho potuto cogliere frequentando i formatori di altri seminari, mi sembra che, insieme a un lavoro generoso e qualificato, si sta creando un clima un po” allarmante: ogni qual volta sorgono difficoltà nel giovane clero, ci si appella ai loro formatori. E liberante, allora, ridirci che l’azione formativa è prima di tutto opera dello Spirito Santo e che il modello, Colui che dà la “forma”, è Cristo in mezzo a noi. Le indicazioni di Giovanni Paolo Il sono estremamente chiare al riguardo: «Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità di comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità» (NMI 43). Questa è la forma richiesta per ogni cristiano e in particolare per il ministro dell’altare, poiché il suo è un ministero che «ha una radicale “forma comunitaria” e può essere assolto solo come un’opera collettiva» (PDV 17). «Senza questo cammino spirituale — osserva ancora il Papa —, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (NM/ 43). Quindi, anche nei seminari siamo chiamati prima di tutto a vivere e a promuovere una spiritualità di comunione, come base dell’intera opera di formazione nelle sue varie dimensioni. L'esperienza di provenienza Il giovane candidato che bussa alle porte dei seminari ha radicato in sé un vissuto che riflette il cammino ma anche la fragilità della cultura e delle nostre comunità ecclesiali. Nuove domande si impongono al formatore che accoglie oggi un giovane candidato: qual è la qualità dell’esperienza cristiana offerta dalle nostre comunità parrocchiali, dalla catechesi sacramentale, dalla pastorale giovanile? E ancora: qual è la qualità della dimensione comunitaria dei cammini di fede da cui provengono i candidati al ministero presbiterale? Gen's 1/2004 — pag. 22 — 20 esperienza V’è un altro dato da considerare ed è la varietà della genesi della loro vocazione. Vanno aumentando domande al presbiterato di giovani già adulti che.non provengono da un cammino ecclesiale integrato nei suoi aspetti fondanti (vita sacramentale, ascolto della Parola, servizio ecclesiale...). Sempre più frequentemente si tratta di giovani con storie frammentate, età differenti, studi variegati, esperienze umane segnate da vissuti pregnanti, ma non sempre positivi. Una realtà questa che va accolta, ma che rilancia una sfida evangelica alle Chiese e ai formatori. Un teologo orientale scriveva: «Se l’esigenza morale non si realizza pienamente in relazioni personali, rimane un principio astratto che può sì illuminare la coscienza, ma non rigenera la vita... Queste relazioni possono essere vissute pienamente solo in un ambiente concreto nel quale ogni individuo è collocato per la sua esistenza quotidiana di ogni giorno»'. Priorità della formazione, a partire da un’esperienza La realtà dei seminari italiani si presenta alquanto variegata. Storie ecclesiali differenti hanno segnato la tradizione formativa arricchendo le singole diocesi di strutture e di itinerari locali. Quello che andrò tracciando è un percorso formativo più che un modello, uno stile più che un progetto definito. È la ricerca, frutto di esperienza condivisa alla luce della spiritualità dell’unità, di elementi, che credo indispensabili, per il cammino formativo. 1. La fraternità dell’équipe dei formatori I giovani vogliono vedere un’esperienza autentica di vita di fede e di fraternità. Sono critici di fronte alla sola esortazione. Va ricordata l’origine dell’esperienza cristiana così come Giovanni ce la trasmette nel Gen's 1/2004 prologo della sua prima lettera: «...quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo a voi perché anche voi siate in comunione con noi» (1, 3). C’è una ragione teologico-spirituale che sostiene questa semplice constatazione: la grazia dà forma solo dentro un’esperienza annunciata, comunicata, trasmessa, che in-forma per la via della vita, dell’esperienza condivisa. La comunità forma non solo presentando contenuti, ma soprattutto mostrando in sé la presenza del Risorto. Ecco allora alcune priorità: È più importante un clima di fraternità che l'assunzione di uno spazio all’interno della comunità. Gli incontri tra i formatori non sono finalizzati solo al servizio, ma anche alla distensione, alla vita di famiglia. Il seminarista percepisce quando un formatore abita il seminario o quando lo subisce. Questo si esprime anche nell’attenzione ai più anziani, ai malati, che per tanti anni hanno servito la comunità. È più importante la compartecipazione da parte dei formatori di tutti gli aspetti della casa che la suddivisione degli incarichi. L’aspetto educativo, economico, pastorale abbisogna di uno sguardo d’insieme. Pur nel rispetto dei loro rispettivi compiti, gli educatori che operano nel seminario non sono estranei alla conduzione dell’intera vita della comunità. ‘ È più importante la condivisione di un progetto formativo che la frantumazione dei ruoli. Il perno di unità è il rettore, ma va programmata la condivisione e la verifica e va pure promossa una comunicazione spontanea e frequente vissuta come occasione di discernimento e momento di grazia. E più importante curare le relazioni fraterne con i seminaristi che le cose che si fanno per loro. Non mancare nei tempi stabi liti (assemblee, ritiri annuali, momenti di preghiera, di svago, di studio) e curare anche gli incontri quotidiani. È più importante partecipare alle celebrazioni comunitarie che assolvere ai propri doveri in forma individuale. Le forme di pietà individualiste non edificano i seminaristi. — pag. 23 — esperienza 21 È più importante l'ospitalità che i programmi. Il seminario diventi la casa della fraternità del presbiterio: accoglienza di sacerdoti di passaggio e di coloro che vogliono venire a studiare e a riposare, e visite a preti malati da parte dei formatori. 2. Imparare l’arte della comunione La spiritualità di comunione richiede una sapiente e graduale attuazione e si riveste di strumenti che innervano il percorso formativo e imprimono uno stile di vita. La condivisione del cammino di fede «Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1, 11-12). Non basta vivere insieme per avere la garanzia di un’autentica vita fraterna. Le realtà più vere, anche tra i giovani che si preparano al ministero, rischiano di non circolare. Una certa timidezza e pudore, il rispetto umano, l’educazione al riserbo per la vita interiore, spesso impediscono di parlare dei cammini di fede con le sue gioie e le sue tentazioni. Il giovane va aiutato a non parlare sempre della fede degli altri e mai della propria, ma a mettersi in gioco personalmente. L’unità di pensiero, chiesta da Paolo alle comunità cristiane primitive, è un obiettivo e un dono da chiedere. «Pensare la stessa cosa non significa che i cristiani debbono avere tutti le stesse idee, le stesse opinioni. Lo vediamo bene in Rm 15, 5-6, dove Paolo non chiede ai forti o ai deboli di rinunciare ai loro modi di vedere, ma di fare in modo che tale legittima pluralità non nuoccia all’unità profonda degli spiriti, che risulta dal fatto di condividere una sola fede»?. Il seminario deve tener conto di questa dimensione e fornirne gli elementi fondativi, le condizioni, i tempi, la verifica. Sarà importante avere momenti di condivisione e di ascolto reciproco per riuscire a capire l’al- tro sino in fondo, rendendosi conto della sua logica interiore, delle motivazioni che lo spingono ad agire in un determinato modo. Il discernimento comunitario «Sottoponete tutto a discernimento» (/75 S, 21). Il discernimento è stato concepito, spesso nel passato, come dato personale con l’aiuto del direttore spirituale. La Chiesa italiana, tuttavia, suggerisce alle comunità cristiane di acquisire il dono di un discernimento spirituale comunitario: «La comunità cristiana deve costituire il grembo in cui avviene il discernimento comunitario»?. È importante in seminario l’assunzione di un corretto discernimento comunitario. Da qui la verifica di alcuni atteggiamenti psicologici-spirituali: la sincera ricerca della verità, l’attenzione al ruolo che giocano i sentimenti più profondi, un sufficiente grado di libertà interiore, un grande spirito di responsabilità e di carità. Soprattutto occorre maturare un robusto atteggiamento di fede: disponibilità all’azione dello Spirito Santo, ascolto dell’altro con fraterna benevolenza facendo il vuoto interiore, saper manifestare il proprio pensiero unicamente ancorati al desiderio di contribuire al vero bene comune e, infine, accogliere la decisione presa come espressione della volontà di Dio assicurando un consenso sul piano operativo. Questo itinerario richiede il paziente contributo dell’intera comunità. La correzione fraterna «Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza» (Co/ 3, 16). Occorre ritrovare le motivazioni di fondo di un esercizio spirituale delicato e squisitamente carico di carità (M? 18, 15-17). La correzione fraterna deve essere mossa dall’amore concreto al fratello. Ci vuole il coraggio di lasciarsi correggere e l’umiltà di accogliere quanto viene detto dagli altri, anche perché spesso l’altro vede in noi cose che da soli non sempre percepiamo. Si tratta di un esercizio esigente che richiede, anche in colui che Gen's 1/2004 — pag. 24 — 22 esperienza deve correggere, il dono dell’amore, perché occorre parlare davanti a Dio, tenendo conto di ciò che l’altro è ora capace di attuare. L’esperienza mi suggerisce che questa pratica spirituale comunitaria, va preparata nella preghiera e applicata in piccoli gruppi. Spesse volte proprio in questi contesti si riesce, per una grazia particolare, a sperimentare una presenza speciale del Signore. La comunità intera sente il beneficio della correzione e i giovani stessi poi la traducono in pratica nelle relazioni quotidiane. La comunione di beni «Tutte le cose mie sono tue...» (Gv 17, 10). C’è una pedagogia della comunione di beni che qualifica la vita e il ministero del futuro presbitero: essa è segno di vera comunione ecclesiale. Questa dimensione nella vita di seminario non può essere disattesa. In questi anni il nostro cammino di formazione si è rivestito di queste scelte: — Sostenere i seminaristi in difficoltà economiche, valutando con discrezione le singole situazioni economiche del candidato e della sua famiglia e coinvolgendo i parroci. — Favorire lo scambio dei mezzi di trasporto personali: auto, moto, biciclette e altri beni personali. — Creare casse comuni per spese comunitarie, devolvendo una parte dei soldi per seminaristi in terra di missione o per opere di carità. — Contribuire al lavoro comune: incarichi in seminario, pulizie della casa e gestione dell’accoglienza dei gruppi esterni. — Maturare il senso estetico nell’abbellire gli ambienti, accogliendo i suggerimenti degli altri e relativizzando il proprio modo di sentire, evitando così personalizzazioni eccessive ed eclettiche. — Aggiornare e rendere partecipi i seminaristi dell’amministrazione ordinaria della comunità. Gen's 1/2004 3. La fraternità: luogo di maturazione vocazionale — La fraternità vissuta è luogo di discernimento. Capita, ad esempio, che i candidati approdino a scelte diverse: vita consacrata, missionaria, monastica, matrimoniale. Si chiarisce sempre più che l’importante è la scelta di Dio qualunque sia la sua chiamata. La comunità intera allora accoglie con serenità e con gioia le partenze quando esse fioriscono in questo clima. — La fraternità vissuta è luogo di confronto e di accettazione delle diversità: l’attenzione ai percorsi formativi personalizzati, e differenziati, non crea contrasti e privilegi. — La fraternità è luogo di responsabilità: in questo spazio ci si educa ad assumere responsabilità dirette e a uscire da facili individualismi. — La fraternità è per i seminaristi uno spazio per imparare uno stile di servizio pastorale da praticare quando vanno ad aiutare nelle parrocchie. In ascolto continuo dello Spirito Concludendo sorge spontanea la domanda se saremo noi ad operare questo rinnovamento della formazione presbiterale o se sarà anche e soprattutto un dono dall’alto. Personalmente credo che anche oggi, come nel passato, i formatori per corrispondere alle attese del nostro tempo devono prestare attenzione alle proposte formative rinnovate e già sperimentate nei Movimenti e Comunità ecclesiali animati dai nuovi carismi. Andrea Caelli 1) V.S. Solov’ev, La justification du Bien, Paris 1939, pp. 107-108. 2) J. Dupont, “L’unione tra i primi cristiani”, in Nuovi studi sugli Atti degli Apostoli, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1985, p. 285. 3) CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del Duemila, n. 50. — pag. 25 — esperienza 23 Brasile: linee di azione nello spirito della “Novo millennio ineunte” La spiritualità di comunione e i seminari di Ricardo Pinto Un documento elaborato dall’episcopato brasiliano nell’aprile dell’anno scorso pone come esigenza fondamentale per un'efficace evangelizzazione la vita di comunione fra i cristiani, una comunione che affondi le sue radici nella vita stessa della Trinità. Di conseguenza anche la formazione dei futuri pastori deve ispirarsi a questo modello. In varie regioni di questo Paese ci si sta già muovendo in tale direzione. L'autore dell’articolo è uno degli incaricati per la formazione nel Seminario teologico dell’arcidiocesi di San Paolo del Brasile. e Direttive generali dell’azione evange- lizzatrice della Chiesa in Brasile (DGAE)' richiamano l’attenzione, tra l’altro, sulla comunione come chiave di lettura ed elemento di propulsione della vita della Chiesa. E stata questa una delle decisioni più importanti dei vescovi di questo Paese riuniti in assemblea generale nell’aprile del 2003. Essi, per elaborare le proposte dell’azione evangelizzatrice della Chiesa dal 2003 al 2007, hanno accolto come “ispirazione ed impegno” la Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nella quale Giovanni Paolo II presenta la comunione come il cammino della Chiesa in questo nuovo millennio. Tutto sta ad indicare che la sfida di «fare della Chiesa la casa e la scuola della comu- nione», proposta nella Lettera del Papa, sarà affrontata con dinamismo nei prossimi quattro anni in tutta la comunità cattolica del Brasile. Non a caso chi sfoglia l’indice tematico del documento episcopale, vi trova numerosi rinvii a testi che parlano di comunione di beni, comunione e partecipazione, comunione fraterna, dialoghi e altri punti correlati. Le Direttive mettono così in primo piano quella comunione che «deve rifulgere nei rapporti tra vescovi, presbiteri e diaconi, tra pastori e intero popolo di Dio, tra clero (diocesano) e religiosi, tra Associazioni e Movimenti ecclesiali» (NMI 45; cf DGAE 106). Riguardo alla formazione dei seminaristi, fa pensare l’enfasi data dal documento alla comunione. Affermando che «l’impegno di costruire la comunione e la partecipazione deve essere assunto con continuità e perseveranza» (DGAE 108), i vescovi sottolineano l’importanza di allenare i futuri presbiteri già negli anni di seminario ad uno stile di vita in cui la comunione occupi un posto chiave. È questo un compito che non si può improvvisare o affidare solo a strutture o a norme disciplinari. La comunione deve diventare vissuto quotidiano nella formazione. La Conferenza episcopale del Brasile risponde così all’indicazione del Papa che «occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi (...) dove si educano i ministri dell’altare» (NM/ 43). Gen's 1/2004 — pag. 26 — 24 esperienza Ma come la “spiritualità di comunione” può diventare elemento vitale nel cammino di formazione? Lo sguardo del cuore rivolto al mistero della Trinità La comunione nella Chiesa — lo si sa — nasce dalla comunione trinitar:a. E questa una delle linee direttrici del Corcilio Vaticano II ed è il fondamento da cui partire per offrire ai giovani una base solida di riflessione e di impegno concreto nel vivere quotidiano. Impegno quanto mai necessario se si tiene presente che c’è oggi nella società un forte ritorno all’individualismo e che questa tendenza culturale ha un influsso imponente sulla vita dei giovani, compresi coloro che intendono consacrarsi a Dio. Una spinta alla vita di comunione li aiuta ad aprirsi verso gli altri e stimola in loro — secondo la NM/ — la capacità di «sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico» (n. 43). Ma soprattutto aiuta i futuri sacerdoti ad avviarsi sin dal seminario a fare l’esperienza di essere «servitore della Chiesacomunione perché — unito al vescovo e in stretto rapporto con il presbiteric — costruisce l’unità della comunità ecclesiale nell’armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi» (Pastores dabo vobis 16). Questo rapporto di comunione, vissuto innanzitutto tra i sacerdoti, diventa testimonianza di quella “identità sacerdotale” che molti desiderano ancora trovare. «E all’interno del mistero della Chiesa, come mistero di comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo ministero», afferma infatti la PDV (n. 12). | «gruppi di comunione» La contemplazione e l’esperienza della vita trinitaria, come centro del mistero cristiano, si concretizzano in momenti di pre- Gen's 1/2004 ghiera personale e comunitaria vissuti con la profondità di chi si sa immerso nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ma si concretizzano pure nella condivisione della propria vita in piccoli gruppi che facilitano l’accoglienza reciproca, l’ascolto e l’aiuto fraterno. In alcuni seminari tali gruppi sono chiamati “gruppi di comunione” e si rivelano sempre più importanti nella costruzione di rapporti veramente “trinitari” tra i seminaristi e quindi come un prezioso punto di riferimento per il loro futuro. Un seminarista dopo essere entrato in questa dinamica confessava che prima si incontrava con i suoi compagni per parlare di cose che erano al di fuori della propria vita, mentre in questa nuova esperienza «per la prima volta ho potuto comunicare quello che portavo nascosto dentro di me». In altri posti i seminaristi hanno proposto ai loro formatori di concedere più tempo per gli incontri di gruppo, perché «ci aiutano a conoscerci ed ad equilibrare meglio la nostra Vita». Ho l’impressione che questi gruppi sono come un’onda rinnovatrice che a poco a poco sta trasformando i singoli e le comunità. Con un effetto molto benefico anche per l’azione pastorale. L’evangelizzazione, soprattutto nelle grandi concentrazioni urbane, è diventata una vera sfida. Tuttavia anche in questi agglomerati che favoriscono l’isolamento, le persone sono sempre più sensibili alla comunione, che costituisce oggi «uno dei segni più eloquenti e una delle vie più efficaci del messaggio evangelico», come afferma la PDV (n. 43). La vita di famiglia tra i sacerdoti È interessante costatare che per i seminaristi conoscere o sentir parlare di esperienze di sacerdoti che vivono la spiritualità di comunione — come viene presentata nella NMI — e che la mettono in pratica magari in piccole comunità, è come “acqua” per un “terreno assetato”. Tutti, infatti, anelano ad — pag. 27 — esperienza 25 una vita di famiglia. È questa un’esigenza inscritta nel più profondo di ogni essere umano, là dove abita la Trinità. Afferma un seminarista, dopo aver trascorso alcuni giorni in una casa dove due sacerdoti cercano di vivere in questo spirito di comunione: «Capisco ora che per me che sono in formazione, questa esperienza è imprescindibile. Desidero conoscerla a fondo e voglio poi fare la mia parte perché si diffonda sempre più tra i futuri sacerdoti». Oltretutto i candidati al sacerdozio in questo modo ritrovano elementi importanti per il loro equilibrio personale che sono a volte andati perduti in mezzo a situazioni dolorose delle loro famiglie d’origine. «Nella dinamica dell’amore trinitario — ha detto un seminarista alla fine di un corso di esercizi incentrato nella vita di comunione —, è avvenuto l’incontro con me stesso e, di fronte alla comunità, ho manifestato il desiderio di ricominciare, di ricostruire i valori, di creare spazi per il dialogo. Ho chiesto a tutti perdono ed ho domandato che mi aiutassero a crescere». Esperienze di questo genere si stanno moltiplicando nei seminari. Ed anche la vita di molti sacerdoti testimonia la realtà della Chiesa-famiglia. Avviene così un certo ritorno alla vita delle prime comunità cristiane, dove tutti erano «un cuor solo ed un’anima sola». Insieme alla scuola di Gesù come gli apostoli Quando la comunione diventa categoria formativa, in molti seminaristi nasce un senso della Chiesa più vivo, più sereno, più impegnato nel servizio al popolo e nell’evangelizzazione. Essi sentono allora il desiderio di uno stile di vita semplice, vicino al popolo di Dio, nel quale l’autorità è quella della “lavanda dei piedi”: abbassarsi per amare e includere in questo amore tutti. Avvertono, di conseguenza, l’esigenza di crescere anche nell’unione con Dio, sia personalmente che comunitariamente. Sono convinto perciò che le varie dimensioni della formazione debbano sempre più convergere verso la comunione quale asse centrale attorno al quale si progetta, si articola, si costruisce ogni cosa. Questo stile di vita esige, però, un impegno nei confronti dei fratelli come ai tempi di Gesù. Vale la pena ricordare la definizione del seminario data nella PDV: «L'identità profonda del seminario è di essere, a suo modo, una continuazione nella Chiesa della comunità apostolica stretta intorno a Gesù, in ascolto della sua parola, in cammino verso l’esperienza della Pasqua, in attesa del dono dello Spirito per la missione» (n. 60). Ricardo Pinto 1) Documento approvato all’unanimità dalla Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani nell'aprile del 2003. Vedi sito: /11p://www.cnbb.org.br/documentos.php. Gen's 1/2004 — pag. 28 — 26 esperienza Esercizi spirituali nel Seminario maggiore di Haiti Un'esperienza di Regno di Dio di Giorgio Maria Olivera Oggi c'è una continua richiesta di persone capaci di orientare ritiri o esercizi spirituali sia per il mondo sacerdotale che per quello laicale. Se ne avverte la preziosità, ma anche la necessità di darli in forma nuova, soprattutto nel loro contenuto, in modo che non migliorino solo il rapporto personale con Dio, ma incrementino anche la comunione nella Chiesa. Riportiamo qui il tentativo fatto da un sacerdote che, essendosi avventurato per la prima volta in questa esperienza con un gruppo di seminaristi, ci sembra abbia raccolto frutti sorprendenti. S ono stato invitato a predicare gli esercizi spirituali al Seminario maggiore di Haiti. Non vi ero mai stato e non conoscevo personalmente nessuno. Avevo delle informazioni sulla realtà del Paese e sulla vita della Chiesa haitiana soltanto in modo indiretto. L’invito mi era stato rivolto dal nunzio apostolico. Quando mi ha chiesto se avessi accettato di andare ad Haiti per predicare un corso di esercizi spirituali ai seminaristi, ho sentito subito di dover “gettare la rete”, credere, cioè, che l’invito venisse da un’ispirazione. Non avevo mai predicato, infatti, un intero corso di esercizi spirituali. Fin dall’inizio l’ho visto come una possibilità di compiere un atto d’amore. Siamo sinceri: pensare che avrei potuto poi godere Sen's 1/2004 alcuni giorni di vacanze nel mare dei Caraibi, mi ha aiutato a superare qualche riserva... Alcune settimane prima di partire sono stato a Padova, e nella cappella dove si venera la lingua di sant'Antonio mi è venuto spontaneo affidargli gli esercizi che avrei dovuto predicare. Di colpo ho capito che non dovevo chiedere il “dono della parola”, perché mi rendevo conto che ci sarebbe stato amor proprio in quella richiesta, ma lo Spirito Santo. Penso che in qualche modo sia stato esaudito. Metodo Ho concepito i tre giorni e mezzo di ritiro come una “esperienza di vita” ed ho invitato i seminaristi a “vivere” oltre che a meditare. Ho cercato di coinvolgerli lanciando una sfida, una scommessa: avrebbero sperimentato i frutti promessi da Gesù ai suoi discepoli (gioia, libertà, luce, pace, ardore...), se avessero messo in pratica quei valori evangelici che avrei loro proposto, con l’atteggiamento del bambino evangelico: Ero convinto che si sarebbe potuto fare un’esperienza di Regno di Dio in quei giorni, ed ho chiesto loro di provare. Non ho domandato il silenzio assoluto ma il costante raccoglimento, proponendo loro 0 di parlare con Dio nel silenzio, o di parlare di Dio, a due a due o in piccoli gruppi. — pag. 29 — esperienza DI Ho incontrato due ostacoli principali da superare: la stanchezza di fine anno (avevano appena terminato gli esami) e, naturalmente, erano già con il pensiero alle meritate vazanze, senza contare che c’era di mezzo la coppa del mondo di calcio! Ho subito capito che non avrei dovuto “pretendere” nulla, ma, allo stesso tempo, dovevo credere che poteva essere per tut:i un momento di grazia e, quindi, avrei dovuto dare tutto, senza pensare ai condizionamenti ed invitandoli a non lasciarsi condizionare: tre giorni e mezzo non sono troppi. Per fare cogliere loro che la cosa importante era “fare un’esperienza di Regno di Dio” ho cercato di illustrare ogni meditezione con esperienze personali. In questo modo era più facile capire che la Parola di Dio che meditavamo è Parola di Vita, cioè Parola da vivere. Inoltre, ho invitato subito tutti a fare un patto, un “patto di misericordia”: dovevano “dimenticare”, almeno per quei giorni, i difetti degli altri — quanti ne avevano visti durante tutto l’anno trascorso insieme! —, e vedere ciascuno con occhi nuovi, come se non si fossero mai conosciuti prima. Ogni giorno, all’inizio della giornata, e più volte nel corso di essa, ricordavo quel patto e li invitavo a rinnovarlo, anche nei miei confronti. Trovandomi in un ambiente nuovo e diverso, anche a me veniva la tentazione di giudicare, di paragonare, di pensare che “da noi non si farebbe così...”. Ho subito avvertito che non ero venuto per giudicare le differenze, ma per cercare di capirle, interpretarle con cuore materno, come fa Dio nei nostri riguardi. Vivere il patto di misericordia valeva prima di tutto per me. Contenuto Il tema che avevo scelto era “Vivere con il Risorto”. Ho presentato sei meditazioni su alcuni punti della spiritualità di comun:one, partendo sempre da una riflessione su un brano del Nuovo Testamento e con un riferimento ad un passo della Novo millennio ineunte. Questi gli argomenti delle meditazioni: 1) l'Amore di Dio per me e per ciascuno; 2) fare la volontà di Dio come risposta al Suo amore; 3) è volontà di Dio che amiamo: i vari aspetti dell’arte di amare; 4) Gesù ci ha chiesto di amarci reciprocamente: il comandamento nuovo; 5) l’amore reciproco genera la comunione: nasce la Chiesa; 6) Gesù crocifisso e abbandonato, segreto della comunione e, infine, tre meditazioni sui consigli evangelici come strumenti della comunione: 7) la povertà come comunione di beni spirituali e materiali; 8) la castità come dono di sé a Dio e ai fratelli; 9) l’obbedienza come via alla libertà. Ho insistito particolarmente nel dire che un frutto della vita con il Risorto, cioè della vita di comunione, è la gioia: se non vi è la gioia piena significa che qualche cosa non funziona. Mi ha fatto piacere quando un seminarista, dopo il primo incontro di gruppo serale, mi ha detto che, nel suo gruppo, «hanno condiviso la loro gioia» per la giornata trascorsa. Effetti Ho visto l’attenzione crescere incontro dopo incontro. I seminaristi sono entrati a poco a poco nel clima di stima e confidenza che mi sforzavo di creare. Credo che ciò che più li ha toccati sia stata proprio l’impostazione “vitale” che ho cercato di dare alle meditazioni (in tutto ho raccontato una ventina di esperienze, tutte personali, tratte specialmente dagli anni di vita in seminario). Quasi tutti quelli con cui ho parlato mi hanno detto di essere stati molto colpiti proprio dalle esperienze. A metà corso, un seminarista è venuto a chiedermi perché ho scelto questi temi “molto adatti per il loro seminario” (e pensare che non conoscevo praticamente nulla!). E mi ringraziava per la semplicità e profondità Gen's 1/2004 — pag. 30 — 28 esperienza delle meditazioni. Ho risposto dicendo che è quanto ho cercato di vivere da quando ero seminarista, e che quindi è tutto quello che ho da dare. E poi, Gesù è lo stesso, non soltanto ieri, oggi e sempre, ma anche in ogni punto della terra! «È stata una testimonianza straordinaria», ha detto il rettore del Seminario maggiore durante la Messa alla conclusione del ritiro. Alcuni giorni dopo, ho incontrato per caso un seminarista che aveva partecipato al ritiro, anche lui mi ripeteva: «E stato molto bello, soprattutto per le esperienze che hai raccontato!». Un frutto immediato I seminaristi dell’ultimo anno, prima dell’ordinazione diaconale, avevano in programma una gita-pellegrinaggio a Porto Rico, sulla tomba del primo beato dei Caraibi, Carlos Manuel Rodriguez. All’ultimo Gen's 1/2004 momento il sacerdote che doveva accompagnarli non ha più potuto farlo. Il rettore mi confidava la sua preoccupazione poiché, alla vigilia della partenza, non riusciva più a trovare nessuno che li accompagnasse. Abbiamo affidato tutto alla Provvidenza. Dopo l’ultima meditazione, quella sull’obbedienza, uno dei sacerdoti formatori si è deciso ad accompagnare il gruppo, e a tavola mi ha detto: «Quando hai parlato dell’obbedienza (come atto d’amore liberante), ho sentito che dovevo cambiare i miei programmi e fare quello che il rettore si aspettava». In mezza giornata è riuscito ad avere il visto, ed il giorno dopo è partito con i seminaristi dell’ultimo anno. Gli effetti positivi, comunque, credo siano stati soprattutto per me. Ho capito che quello che conta è vivere, è amare. Ho constatato che il linguaggio dell’amore è compreso da tutti, ovunque, ed il Signore, poi, ci usa come strumenti del Suo amore. Giorgio Maria Olivera — pag. 31 — esperienza 29 Esercizi spirituali ai seminaristi del Pakistan La spiritualità di comunione risponde ai bisogni dell'Asia di Brendan Leahy Che un sacerdote e docente di teologia dell’Irlanda vada a predicare gli esercizi spirituali ai seminaristi di un lontano Paese asiatico quasi interamente musulmano, può sembrare una pazzia. Eppure l'insistenza della richiesta era fondata. Vediamo perché. C° la faccio?». È la domanda che mi « pongo quando ricevo il pressante invito di don Rufin Anthony, rettore del Christ the King Seminary di Karachi, di tenere un corso di esercizi spirituali dal 30 gennaio al 4 febbraio 2003, ai suoi seminaristi. Passano le settimane e la domanda diventa più specifica: come mi muoverò e di che cosa . parlerò? Un fatto mi dà coraggio e mi suggerisce pure il tema. Leggo della visita di Chiara Lubich nel Seminario di Mumbai in India, dove la fondatrice dei Focolari ha illustrato la spiritualità di comunione di cui parla Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (cf 43-45), raccontando ai seminaristi la sua esperienza, che dura ormai da sessant’anni, nata da un carisma dei nostri tempi. Parlando con i seminaristi, Chiara ha messo in rilievo diversi punti che sono come un “concentrato” della fede evangelica e cardini della spiritualità di comunione: Dio- Amore, la volontà di Dio, l’amore al fratello, l’amore reciproco, la Parola, Gesù crocifisso e abbandonato, l’unità. Maturo allora una decisione, confermata successivamente nel confronto con altri fratelli sacerdoti: devo parlare della spiritualità di comunione. Per far ciò, però, più che le mie parole deve essere la mia vita a parlare. Nemo dat quod non habet... et est! L'ambiente Per prepararmi, cerco di farmi un’idea del contesto del Seminario di Karachi. Forman- ‘ do un complesso unico con l’Istituto cattolico di teologia, è il seminario nazionale. Ci sono 27 seminaristi che provengono dalle sei diocesi della Chiesa cattolica in Pakistan. In questo immenso Paese musulmano di 130 milioni di abitanti — dopo l’Indonesia il Pakistan è il secondo paese più grande del mondo musulmano — i cattolici sono 800.000. La bassissima percentuale riflette la demografia generale dell'Asia dove i cristiani, come si sa, sono appena il 3% della popolazione. Indubbiamente, di fronte a tali statistiche, in Asia, culla delle grandi religioni del mondo, ci vuole una via nuova per parlare del Cristianesimo. Nel documento Ecclesia in Asia il Papa afferma che in questo Continente la gente ascolta più i testimoni che i maestri, e che, in questa regione del mondo dove è nato Gesù, colpisce più la santità di vita che gli argomenti intellettuali. Tutto questo spiega perché Giovanni Paolo II esorta i Gen's 1/2004 — pag. 32 — 30 esperienza cristiani dell’ Asia a testimoniare l’ Amore di Dio. E fa capire perché madre Teresa di Cal- - cutta ha avuto un impatto così incisivo. Una «cellula» di comunione Per fortuna, don Rufin Anthony è di quelli che sentono profondamente la necessità di vivere una spiritualità di comunione. È davvero un uomo di dialogo, stimato da tanti. Conosce e cerca di condurre da anni la sua vita all'insegna della comunione con laici e presbiteri del Focolare, della sua diocesi ed, ora, con tutti i prossimi nel seminario. Sono colpito da cosa significa per lui vivere in comunione. Mi racconta, per esempio, che trovandosi anni fa in parrocchia in un posto isolato e sovraccarico di impegni, egli affrontava in motocicletta un viaggio di 40 km per arrivare al paese più vicino e poter telefonare a qualcuno con cui mettere in comune la vita del Vangelo vissuto. Sì, per don Rufin, il desiderio di proporre ai sacerdoti e ai futuri pastori la spiritualità di comunione, come egli stesso la sperimenta, è un atto d’amore, o meglio, un’esigenza d’amore. Così con lui e con gli altri membri dell’équipe di formazione, vivo in una specie di “cellula di comunione”. Ascoltando loro e scambiandoci le idee trovo luce su come procedere negli esercizi con i seminaristi. E questa “cellula” non è limitata ai superiori. Si apre anche ai seminaristi stessi coi quali riesco a confrontare le mie prime idee. Nella casa di Maria Gli esercizi spirituali si svolgono al “monastero degli angeli” in Karachi, un convento di suore contemplative domenicane, unico nel suo genere in Pakistan. Il posto è eccezionale con una vegetazione tropicale, colorata e incantevole. Gen's 1/2004 Per la circostanza, vivo un momento di grazia con le suore: una di loro, un’americana che da 50 anni è in Pakistan, sta partendo per la casa del Padre. Incontrandomi in diversi momenti con le suore in un clima alto di preghiera e di raccoglimento, diventa facile vedere quanto il monastero sia davvero “giardino chiuso” e “fonte sigillata” dell’unione con Dio. Mi viene da pensare che è proprio quest’unione con Dio, vissuta dai e dalle consacrate nei monasteri durante secoli, che Dio vuole ora far emergere fra il popolo, compresi i seminaristi e i sacerdoti diocesani, con la spiritualità di comunione vissuta nel quotidiano. Forse non è per caso che ci troviamo in una casa di Maria per gli esercizi. Qui viene in rilievo che ciò che conta è l’unione con Dio. Cominciamo Prima di cominciare il ritiro aiuto gli studenti a preparare la sala. È una buona occasione per costruire un rapporto di amicizia. I seminaristi sono bravissimi. Mi accolgono con sincerità e calore. Vediamo come mettere le sedie in un cerchio per far sì che gli esercizi non diventino un “discorso” diretto a loro, ma un avvenimento costruito insieme. Parliamo anche del Shalwar-Kameez, vestito tipico del Pakistan, che, insieme con don Rufin, ho appena comprato strada facendo, e che porterò nei giorni seguenti. Nell’introduzione al ritiro, propongo una base spirituale per la nostra convivenza. Vogliamo che questi giorni siano utilizzati bene e non sciupati. Perciò vogliamo assicurare la presenza di Gesù fra noi. Sappiamo che Egli è presente tra i suoi fino alla fine dei tempi, ma può esserlo in misura maggiore o minore. Dipende da noi. Affinché gli esercizi siano fruttuosi anche per il futuro, ci vuole un amore fra noi che meriti una sua presenza particolare. — pag. 33 — esperienza 31 Prendendo spunto dall'immagine degli scalatori delle montagne che spesso vanno legati in cordata, ho proposto di sentirci tutti responsabili per la riuscita degli esercizi, perché ognuno è responsabile per la santità dell’altro come della propria. E la logica del Vangelo. Facciamo quindi una specie di patto, un momento di silenzio e raccoglimento in cui ognuno può dire a Gesù dentro di sé che vuole, con l’aiuto di Dio, vivere per l’altro, vivere l’altro, amare con la misura di Gesù: pronti a dare la vita gli uni per gli altri. Per le successive meditazioni mi muovo così: avendo letto in un libro del Card. Van Thuan che in Asia contano più le esperienze e le immagini che non i concetti e le teorie, racconto numerose esperienze. Invito anche gli studenti a fare esperienza del Vangelo, vivendo la Parola, anzi lasciandosi v-vere dalla Parola. Gli esercizi: la via della vita Durante gli esercizi c’è silenzio. Ma c’è anche la parola. I pasti, le passeggiate, lo scambio di impressioni e riflessioni dopo le meditazioni, diventano momenti di gioia. Tutto diventa occasione per vivere fre noi l’arte d’amare, aiutandoci, ascoltandoci, rispettandoci. Sono momenti per scoprirci fratelli. Con alcuni, poi, il rapporto nato attraverso la spiritualità di comunione, mi porta luce nuova su come impostare o cambiare il programma giorno per giorno. Così, per esempio, in un bel momento di dialogo un seminarista mi ha suggerito l’idea di invitare gli studenti a venire a trovarmi per raccontere la storia della loro vocazione. Tutti gli studenti desiderano parlare con me. Ogni colloquio si trasforma in una vera comunione d’anima fra di noi, dove emergono con semplicità le luci e le ombre della vita da vedere insieme in questo clima di fraternità, raccoglimento e gioia. L’ultima giornata, poi, come conclusione, tanti mettono spontaneamente in comune ciò che hanno capito per la loro vita durante questi esercizi vissuti nello spirito di comunione. Parlano di una nuova scelta di Dio, della decisione di mettere al primo posto nella vita Lui e non il sacerdozio, e ancora: della scoperta della volontà di Dio e del fratello come via a Dio. Viene in rilievo pure come è cresciuto il bisogno di riconciliazione interpersonale e non solo di quella sacramentale che pure non manca. La reazione dei seminaristi Ogni giorno si è fatto più forte lo spirito di famiglia soprannaturale cosicché tutti — come hanno detto — si sono sentiti più felici, più liberi, più capaci di aprirsi gli uni agli altri e così più illuminati nelle loro scelte. In questo clima è stato possibile anche parlare in maniera molto aperta del celibato come espressione di un amore più grande. Qualcuno ha commentato: «Mi ha molto colpito il tema “Dio è Amore”. Ho partecipato a tanti ritiri, fra cui molti in silenzio, ma quest’esperienza di comunione è più potente e vivace... Qui ho sperimentato e capito che, per raggiungere 1° Amore di Dio e fare la sua volontà, abbiamo bisogno di comunione. Non possiamo andare a Dio da soli...». Un altro: «La spiritualità comunitaria mi ha fatto comprendere che devo costruire la comunione con tutti, qualunque sia la religione, il colore, la razza o la cultura dell’altro». Vari hanno messo in rilievo l’importanza delle esperienze che avevo raccontato e ciò mi ha fatto capire che le esperienze del Vangelo sono parole teofore con una risonanza universale: «Quando avevo sentito che sarebbe venuto un sacerdote dall’estero, ho pensato che sarebbe stato difficile capirlo... Non aspettavo un ritiro piacevole... Ma ora, ho l’impressione che ci conosciamo da molto tempo... Il modo col quale hai condiviso le tue esperienze personali è stato un ottimo metodo, perché sono gli esempi vivi a dare Gen's 1/2004 — pag. 34 — 32 esperienza luce... Mi ritrovo in queste esperienze e vedo che faccio spesso le stesse esperienze». Nell’insieme, quei giorni sono stati un momento di grazia dove si capiva che il seminario non è un “gruppo” qualsiasi dove impera — per dirla con C. G. Jung — quel tipo d’amore per cui ognuno dice «Ti amo, perché ho bisogno di te», ma è piuttosto una casa e scuola di vita “trinitaria”, dove si sperimenta quell’amore maturo, cristiano per cui ognuno dichiara: «Ho bisogno di te, perché ti amo». Un epilogo Nel periodo della mia permanenza a Karachi, ci si preparava alla celebrazione dell’ Eid-ul-Azha, la festa musulmana del sacrificio che commemora, a 40 giorni dal Ramadan, la disponibilità di Abramo a obbedire a Dio. Quanto faceva pensare ad un europeo come me vedere per le vie di una città di 12 milioni di abitanti migliaia di persone che portano a casa animali diversi (capre, pecore, mucche..., cammelli) per sacrificarli sulla strada la mattina della festa! Mi veniva spiegato che, secondo il Corano, la carne dovrà poi essere divisa in tre parti: una per i poveri, una per la famiglia e una per i parenti e vicini. Veniva da dire: indubbiamente solo persone formate in una “casa e scuola della comunione” potranno entrare in dialogo con una cultura musulmana così forte come quella del Pakistan. Vedendo l’accoglienza che i seminaristi hanno dato alla spiritualità di comunione, ho pensato che forse, essendo questo terzo millennio quello dell’evangelizzazione dell’ Asia, essi hanno una grazia in più, una predisposizione tutta speciale, per entrare in questo nuovo stile di vita. Brendan Leahy gen’s su internet: Per accedere ai numeri della nostra rivista già consultabili in internet: entrare nel sito //{p://www.indaco-torino.net e cliccare su: RIVISTA GEN’S. Ringraziamo per l’ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. Gen's 1/2004 — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali. comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen 5 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. eius rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi. Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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Ringraziamo per l'ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. — pag. 36 — bimestrale