gen’s 2005/1 – Ecumenismo: «dialogo della vita» Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2005-1-ecumenismo-dialogo-della-vita/ — pag. 1 — . Editoriale Ecumenismo: nuova tappa Giovanni Paolo Il Via ecumenica: e spiritualità di comunione Ghiara Lubich «Gesù in mezzo ai suoi...» Serafim Joanta Ecumenismo della vita tra vescovi Jozsef Pal Un: piccolo laboratorio ecumenico Ruxandra Llambru Uniti‘nella bellezza'della diversità Gino. Galante La Parola vissuta:via all'Unità Parola:di Vita «L'unico fondamento» Enrique Cambon Il:ministero. petrino Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento » anno XXXV Postale. -:D.L. ‘353/2003 (conv. in L:27/02/2004 n È n-‘46) art. 1 comma 2:DCB!= ROMA gennaio - febbraio — pag. 2 — 1 3 12 15 17 19 22 24 28 29 gennaio - febbraio 2005 EDITORIALE INSEGNAMENTI SPIRITUALITÀ INTERVISTA ESPERIENZA ESPERIENZA TESTIMONIANZA PAROLA DI VITA NOTIZIE ECCLESIALI SEGNALIAMO MONDO DEI SEMINARI «Ecumenismo: nuova tappa» Hubertus Blaumeiser Via ecumenica e spiritualità di comunione In occasione del 40° del decreto conciliare “Unitatis redintegratio” Giovanni Paolo Il Gesù in mezzo ai suoi e il «dialogo della vita» Creare brani di cristianità uniti per preparare la via alla piena visibile comunione tra le Chiese Chiara Lubich Ecumenismo della vita tra vescovi Nella comunione si ritrovano le radici evangeliche della propria Chiesa Metropolita Serafim Joanta Un piccolo laboratorio ecumenico In una città multietnica la ricerca dell’unità tra i responsabili delle Chiese genera armonia Jozsef Pal Uniti nella bellezza della diversità «Piena comunione non significa astratta uniformità, ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi» Ruxandra Lambru La Parola vissuta via all’unità Due comunità nel sud Italia Gino Galante «L’unico fondamento» Un commento al motto della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani Chiara Lubich Passi nella comunione Servizio informazioni Focolari Il ministero petrino Enrique Cambon Notizie dal mondo dei seminari — 42 — pag. 3 — editoriale Ecumenismo: nuova tappa A un secolo dagli inizi del Movimento ecumenico e a 40 anni dalla promulgazione del Decreto conciliare sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, la causa dell’unità dei cristiani appare più che mai urgente. Dalle persistenti divisioni fra i cristiani, la credibilità del messaggio evangelico è, infatti, sempre di nuovo messa a rischio. E non si tratta di una qualsiasi controtestimonianza, ma della smentita di quello che è il fulcro stesso e la missione del cristianesimo: la comunione come riflesso e dono di quel Dio Triuno che solo sa compiere il miracolo che molti si fondano in uno senza annullarsi a vicenda, e che l’unità si apra sempre di nuovo nella ricchezza di una legittima molteplicità di espressioni. Con quale coraggio, e soprattutto con quale speranza di successo, in una situazione del genere la cristianità può presentarsi all’umanità come strumento di salvezza e d’unità (cf LG 1)? La via ecumenica, intrapresa da tante Chiese, è dunque di assoluta priorità. Ma per l’azione ecumenica, questo è tempo di realismo. A 40 anni dal Concilio Vaticano II, quello che si poteva carpire con una certa facilità dai dialoghi teologici, è in gran parte raccolto, benché tuttora poco recepito, anche nel popolo. Nelle commissioni del dialogo teologico si è ora alle prese con le questioni del ministero, della successione apostolica, del ministero petrino: terreno roccioso sul quale, con tutta probabilità, si avanzerà lentamente. In questa situazione, quali le speranze per l’unità? E quale via percorrere? q q pi p q p Innanzi tutto, si tratta di non perdere di vista il grande dono degli ultimi decenni: la ritrovata fraternità fra i battezzati, come è stata segnalata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint (cf n. 415.). Può essere di luce, poi, questa indicazione che il Card. Kasper formulò in occasione della Sessione plenaria del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani nel novembre 2001: dobbiamo «riempire di vera vita lo stadio intermedio che abbiamo raggiunto, di una reale anche se non completa communio ecclesiale. “L’ecumenismo dell’amore” e “l’ecumenismo della verità”, che mantengono certamente tutta la loro importanza, debbono essere attuati per mezzo di un “ecumenismo di vita”»'. È di un tale “ecumenismo di vita” che le pagine di questo numero di Gen 4 vogliono dare testimonianza. E ne intendono mettere in luce pure il fondamento teologico ed ecclesiologico. Il “dialogo della vita”, così come si svolge sotto la spinta del carisma di comunione del Movimento dei focolari, non si prefigge unicamente di superare, attraverso la reciproca frequentazione, l’estraniamento di secoli, ma mira, attraverso l’amore reciproco vissuto radicalmente, a rendere operante la grazia di “Cristo in mezzo a noi” (cf Mt 18, Gen's 1/2005 — pag. 4 — 2 editoriale 20), Colui che è il fondamento e la sorgente, l’essere profondo della Chiesa; e che è pure — come sempre più si comprende — Colui che solo le può ridare la sua visibile unità. Non è utopia perciò né un traguardo lontano la piena unità visibile. Nella misura in cui — come si propone il “dialogo della vita” —, per l’amore reciproco vissuto senza riserve, si fa sempre più reale ed efficace fra cristiani di varie Chiese la presenza del Risorto e il dinamismo travolgente di comunione che viene da lui, possiamo sperare che la visibile unità dei cristiani possa giungere prima di quando ce l’aspettiamo, così come avvenne — come ha fatto notare qualcuno — il 9 novembre 1989 il crollo del muro di Berlino, superando anche le più ottimistiche previsioni. H. B. 1) Cf“Il Regno-attualità” 47 (2002) p. 141. Gen's 1/2005 — pag. 5 — insegnamenti 3 Via ecumenica e spiritualità di comunione Nel 40° anniversario della promulgazione del decreto conciliare “Unitatis Redintegratio”, il Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani ha organizzato una conferenza su retrospettive, situazione attuale e prospettive future del documento. Vi hanno partecipato rappresentanti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, delegati fraterni delle varie Chiese e Comunità ecclesiali, e ospiti. Il 13 novembre 2004, a conclusione della conferenza, il Papa ha pronunziato, durante la celebrazione dei Vespri nella basilica vaticana, un'importante omelia che riportiamo qui quasi integralmente. I titoli sono nostri. L’ecumenismo è compito di tutti L’attuazione di questo Decreto conciliare, voluto dal mio predecessore, il beato Papa Giovanni XXIII, e promulgato da Papa Paolo VI, è stata, sin dall’inizio, una delle priorità pastorali del mio pontificato (Ut unum sint, n. 99). Poiché l’unità ecumenica non è un attributo secondario della comunità dei discepoli (cf ibid., n. 9), e l’attività ecumenica non è soltanto una qualche appendice, che si aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa (cf ibid., n. 20), ma si fonda sul disegno salvifico di Dio di radunare tutti nell’unità (cf ibid., n. 5), essa corrisponde alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, che ha voluto una sola Chiesa e ha pregato il Padre, alla vigilia della sua morte, affinché tutti siano una sola cosa (cf Gv 17, 21). Ricercare l’unità è fondamentalmente aderire alla preghiera di Gesù. Il Concilio Vaticano II, che ha fatto suo questo desiderio di nostro Signore, non ha creato una novità. Guidato ed illuminato dallo Spirito di Dio, esso ha posto in rinnovata luce il senso vero e profondo dell’unità e della cattolicità della Chiesa. La via ecumenica è la via della Chiesa (cf ibid., n. 7), la quale non è una realtà ripiegata su se stessa, bensì permanentemente aperta alla dinamica missionaria ed ecumenica (cf ibid., n. 5). L’impegno per il ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti i battezzati non si applica soltanto ad alcuni esperti d’ecumenismo; esso riguarda ogni cristiano, di ogni diocesi e parrocchia, di ogni comunità nella Chiesa. Tutti sono chiamati ad assumere questo impegno e nessuno può sottrarsi dal fare sua la preghiera di Gesù, affinché tutti siano una sola cosa. Tutti sono chiamati a pregare e ad operare per l’unità dei discepoli di Cristo. Risponde ai bisogni dell'umanità Questa via ecumenica è quanto mai necessaria oggi, di fronte ad un mondo che cresce verso la sua unificazione, e la Chiesa deve raccogliere nuove sfide per la sua Gen's 1/2005 — pag. 6 — 4 insegnamenti missione evangelizzatrice. Il Concilio ha costatato che la divisione fra i cristiani «è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo» (UR 1). L'attività ecumenica e l’attività missionaria sono dunque collegate e sono le due vie lungo le quali la Chiesa adempie la sua missione nel mondo ed esprime concretamente la sua cattolicità. Nella nostra epoca assistiamo alla crescita di un erroneo umanesimo senza Dio e constatiamo con profondo dolore i conflitti che insanguinano il mondo. In questa situazione la Chiesa è a maggior ragione chiamata ad essere segno e strumento dell’unità e della riconciliazione con Dio e fra gli uomini (cf LG 1). Il Decreto sull’Ecumenismo è stato uno dei modi concreti con cui la Chiesa ha risposto a questa situazione, ponendosi in ascolto dello Spirito del Signore, che insegna a leggere attentamente i segni dei tempi (cf Ut unum sint, n, 3). La nostra epoca avverte una profonda nostalgia per la pace. La Chiesa, segno credibile e strumento della pace di Cristo, non può non essere impegnata a superare le divisioni dei cristiani e diventare così sempre più testimone della pace che Cristo offre al mondo. (...) Ci ha fatti riscoprire fratelli I molti incontri ecumenici a tutti i livelli della vita ecclesiale, i dialoghi teologici e la riscoperta dei comuni testimoni della fede, hanno confermato, approfondito e arricchito la comunione con gli altri cristiani, comunione già in qualche misura esistente sebbene non ancora in modo pieno. Non consideriamo più gli altri cristiani come lontani o stranieri, ma vediamo in essi dei fratelli e delle sorelle. «La fraternità universale dei cristiani è diventata una ferma convinzione ecumenica... I cristiani si sono convertiti ad una carità fraterna che abbraccia tutti i discepoli di Cristo» (Ut unum sint, n. 42). (...) Tuttavia non abbiamo ancora raggiunto il traguardo del nostro cammino ecumenico: la comunione piena e visibile nella stessa fede, negli stessi sacramenti e nello stesso ministero apostolico. Grazie a Dio, non poche differenze ed incomprensioni sono state superate, ma molte pietre d’inciampo sono ancora disseminate lungo il cammino. A volte permangono non soltanto malintesi e pregiudizi, ma anche deplorevoli pigrizie e ristrettezze di cuore (cf Nmi 48), e soprattutto differenze in materia di fede, che si concentrano in massima parte attorno al tema della Chiesa, della sua natura, dei suoi ministeri. Purtroppo siamo posti di fronte anche a problemi nuovi, specialmente in campo etico, dove affiorano ulteriori divisioni, che impediscono la testimonianza comune. Continuare il cammino ecumenico con fiducia So bene che è causa di molte sofferenze e delusioni il fatto che tutte queste ragioni ci vietano (...) di partecipare sin da ora al Sacramento dell’unità, condividendo il Pane eucaristico e bevendo al comune Calice della mensa del Signore. Tutto ciò non deve indurre alla rassegnazione, anzi, al contrario, deve essere di incoraggiamento a continuare e a perseverare nella preghiera e nell’impegno per l’unità. Anche se probabilmente la via da percorrere è ancora lunga e faticosa, essa sarà comunque piena di gioia e di speranza. Ogni giorno, infatti, scopriamo e sperimentiamo l’azione e l’impulso dello Spirito di Dio, che, con gioia, constatiamo all’ope- Gen's 1/2005 — pag. 7 — insegnamenti >) ra anche nelle Chiese e Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica. Riconosciamo «le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo, talora sino all’effusione del sangue» (UR 4). Piuttosto che lamentarci di ciò che non è ancora possibile, dobbiamo essere grati e rallegrarci di ciò che già esiste ed è possibile. Fare sin da ora ciò che è possibile ci fa crescere nell’unità e ci dà entusiasmo per superare le difficoltà. Un cristiano non può mai rinunciare alla speranza, perdere il coraggio e l’entusiasmo. L’unità dell’unica Chiesa, che già esiste nella Chiesa cattolica senza possibilità di essere perduta, ci garantisce che un giorno anche l’unità di tutti i cristiani diventerà realtà (cf ibid., n. 4). i Vivendo la spiritualità di comunione Come immaginare il futuro ecumenico? Dobbiamo innanzitutto rafforzare i fondamenti dell’attività ecumenica, cioè la fede comune in tutto ciò che è espresso nella professione battesimale, nel Credo apostolico e nel Credo Niceno-Costantinopolitano. Tale fondamento dottrinale esprime la fede professata dalla Chiesa fin dal tempo degli Apostoli. A partire da questa fede dobbiamo poi sviluppare il concetto e la spiritualità di comunione. “Comunione dei santi” e piena comunione non significano astratta uniformità, ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi e riconosciuti da tutti, secondo il noto adagio «in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas)». Spiritualità di comunione significa, inoltre, capacità di sentire il fratello cristiano, nell’unità profonda che nasce dal battesimo, «come “uno che mi appartiene”, per saper condividere ... e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia» (Nmi 43). Spiritualità di comunione «è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come un dono di Dio: un “dono per me” oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità di comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Ga/ 6, 2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (ibid., n. 43). In sintesi, dunque, spiritualità di comunione significa condividere insieme il cammino verso l’unità nell’integra professione di fede, nei sacramenti e nel ministero ecclesiastico (cf LG 14; UR 2). Concludendo, vorrei riferirmi in particolare all’ecumenismo spirituale, che è l’anima ed il cuore di tutto il movimento ecumenico (...) Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione e purificazione della memoria, senza santità di vita in conformità con il Vangelo, e soprattutto senza un’intensa ed assidua preghiera che faccia eco alla preghiera di Gesù. (...) Dobbiamo comportarci come gli apostoli insieme con Maria, la Madre di Dio, dopo 1’ Ascensione del Signore; essi si sono radunati nel Cenacolo ed hanno pregato per l’effusione dello Spirito (cf At 1, 12-14). Solo Lui, che è lo Spirito di comunione e d’amore, può donarci la piena comunione, che tanto ardentemente desideriamo. “Veni creator Spiritus!”. Amen! Giovanni Paolo Il Gen's 1/2005 — pag. 8 — spiritualità Creare brani di cristianità uniti, per preparare la via alla piena visibile comunione tra le Chiese Gesù in mezzo ai suoi e il «dialogo della vita» di Chiara Lubich In un convegno ecumenico di vescovi a Rocca di Papa nel novembre 2003, Chiara Lubich tratta del contributo specifico che il Movimento dei Focolari è chiamato a portare al comune impegno dei cristiani in vista del ristabilimento della piena comunione visibile tra tutte le Chiese. «Gesù in mezzo» e la spiritualità dell’unità Gesù in mezzo ai suoi. Ma, a quando risale nel nostro Movimento l’idea di “Gesù in mezzo a noi”, espressione massima della spiritualità dell’unità? A quattro anni prima della data che ha segnato la nascita del Movimento. Era il 1939. Avevo 19 anni. Ero stata invitata a Loreto per un convegno di giovani cattoliche. Pur seguendo il corso, ero fortemente attirata dalla grande chiesa-fortezza che custodisce la “casetta” — così noi l’abbiamo sempre chiamata — dove si pensa sia vissuta la sacra famiglia di Nazareth. Mi ci ero recata più volte. E sempre, inginocchiata accanto al muro annerito, qualcosa di nuovo e di divino mi avvolgeva, mi commoveva profondamente e quasi mi schiacciava. Immaginavo e contemplavo la vita vergi- Gen's 1/2005 nale di Maria e di Giuseppe con Gesù in mezzo a loro. Non capivo il perché di quella fortissima impressione. Più tardi, con gli anni, tutto mi è stato chiaro: era la chiamata ad una vita di comunione, realizzata da persone con “Gesù in mezzo” a loro. Era il prodromo d’una spiritualità comunitaria e non solo personale: la “spiritualità dell’unità”, alla quale sarebbe stato chiamato chiunque avesse fatto parte del Movimento nascente. “Gesù in mezzo a noi” si presentava pure come la legge di ogni piccolo o grande nucleo organizzativo di quest’Opera ‘quale il focolare, ad esempio: moderna riproduzione della famiglia di Nazareth, una comunità di alcuni, donne o uomini, vergini e sposati, ma consacrati a Dio, che, per il costante reciproco amore vissuto e sempre rinnovato, hanno Gesù spiritualmente presente fra loro, secondo la sua promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (M? 18, 20). Nel 1943 ha avuto inizio il Movimento ed il primo lavoro dello Spirito Santo nei nostri confronti è stato quello d’imprimerci nel cuore ad uno ad uno i capisaldi della “spiritualità dell’unità”. Ci vollero cinque, sei anni perché potessimo far nostri i principali, che molti di loro conoscono: Dio Amore, la volontà di Dio, vivere ad una ad una le Parole del Vangelo, — pag. 9 — spiritualità soprattutto vedere ed amare Gesù nel fratello, il Comandamento Nuovo, Gesù abbandonato, l’unità. E raggiungessero così il loro vero scopo: insegnarci a vivere con “Gesù in mezzo a noi”. Perché tutti erano in funzione di esso. La vocazione della nostra Opera, infatti, sarebbe stata quella di portare spiritualmente Gesù nel mondo. Quel “Gesù in mezzo a noi” che, con gli anni, si pose pure alla base di ogni nostro agire. La “norma delle norme” scritta all’inizio del nostro Statuto dice infatti: «La mutua e continua carità, che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte del Movimento dei Focolari la base della loro vita in ogni suo aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola». Semplificando le cose si potrebbe dire che la presenza di Gesù in mezzo a noi è frutto del Comandamento Nuovo di Gesù vissuto: «(...) come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). La carità reciproca, infatti, messa in prati- + ca, con impegno e serietà, ha da subito delle conseguenze impensate. Si avverte una sicurezza, una gioia mai sperimentata, una pace nuova, una pienezza di vita, una luce inconfondibile. Perché? Perché Gesù si introduce silenziosamente tra noi, fratello invisibile, e si realizzano così fra noi le sue parole: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Il pensiero dei Padri della Chiesa Negli anni ’70 abbiamo iniziato uno studio per assicurarci che questo nostro modo di vivere fosse conforme alle verità della nostra fede cristiana. Riguardo alla presenza di Gesù in mezzo ai suoi discepoli è stato interessante lo studio dei Padri della Chiesa, comuni a tutti noi. I Padri illustrano le condizioni richieste perché Gesù possa essere presente in mezzo ai suoi discepoli. Per Giovanni Crisostomo si tratta di amare il fratello per amore di Gesù e di amarlo come Cristo, con /a misura di Gesù, che ha dato la vita per i suoi nemici. Egli spiega la frase: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro», chiedendo: «Che dunque? Non vi sono forse due o tre riuniti nel nome suo? Vi sono, sì, ma raramente. Infatti [Gesù] non parla semplicemente di riunione [materiale]... Ciò che Egli dice ha questo significato: se qualcuno mi tiene come causa principale del suo amore verso il prossimo, io sarò con lui... Ma è difficile trovare qualcuno che ami per Cristo, come si deve amare, il prossimo... Chi ama così (cioè per Cristo)... anche se è odiato, insultato, minacciato di morte, continua ad amare... Poiché così Cristo ha amato i nemici... con il più grande amore...))'. Questo Padre, commentando il Salmo 133: «Oh quant’è bello e quanto è soave che i fratelli abitino insieme! ... poiché là il Signore largisce la benedizione», spiega: «Là: dove mai? Su tale abitazione, su tale concordia, su tale accordo, su tale vivere insieme. Ché in ciò è benedizione, così come nel suo contrario è maledizione. Per questo motivo si loda ciò dicendo pure... “Il fratello aiutato dal fratello è come una città forte””» (Pro 18, 19). Origene insiste sull’accordo di pensiero e di sentimenti, fra più persone, così da giungere — dice in modo magnifico — alla concordia che «unisce e contiene il Figlio di Dio»?. Egli afferma anche: «Cristo, dove vede due o tre riuniti nella fede nel suo nome, va là ed è in mezzo a loro, attirato dalla loro fede e provocato dalla loro unanimità»'. I Padri greci hanno magnifiche espressioni per lodare l’esser insieme e metter in guardia contro la solitudine. È di Teofilatto, vescovo della Bulgaria, una frase meravigliosa: «In verità, Dio gioisce non di una grande moltitudine, se mai “dove sono due o tre riuniti nel suo nome, lì è in mezzo a loro”’»î. E, se Dio gioisce dove c’è unità — pensiamo noi —, quale ideale più grande di fare della propria vita una catena di giorni che Gen's 1/2005 — pag. 10 — spiritualità aggiungano sempre nuova gioia alla beatitudine di cui Egli già gode? La presenza di Gesù in mezzo a noi, che stabiliamo secondo la sua promessa, la si può vivere subito. Dice Origene che non bisogna «trascurare le parole del Signore, perché non disse: “dove sono due o tre... io sarò in mezzo a loro”,, ma “io sono (in mezzo a loro)». Anche Teofilatto osserva: «Non dice “sarò” — non tarda infatti, né esita —, ma “sono”, cioè mi trovo già lì». Atanasio applica il versetto di M? 18, 20 anche a coloro che sono distanti, ma uniti spiritualmente. E questo è di grande gioia per noi. «Sebbene ci separi la distanza, tuttavia... il Signore... ci riunisce spiritualmente mediante la concordia e il vincolo della pace»*. Cellule vive del corpo mistico Ma passiamo ora all’esperienza ecumenica del Movimento dei focolari. Ebbene, è soprattutto in forza di questa particolare presenza di “Gesù in mezzo” a quanti sono uniti nel suo nome, che il nostro Movimento ha avuto uno sviluppo ecumenico impensato e che oggi esso può dare un suo contributo specifico alla piena comunione tra le Chiese. Abbiamo capito — dopo i primi anni dalla nascita del Movimento — che Gesù in mezzo a noi vivificava il suo Corpo mistico. Con Egli in mezzo a noi diventavamo “cellule vive” di esso che è la Chiesa. A motivo del nostro comune battesimo c’era un vincolo sacramentale dell’unità, ma le implicazioni di ciò non erano, in genere, vissute fra noi cristiani. Gesù fra i suoi aveva “attivato” quei vincoli, facendoli — si può dire — “funzionare”, sicché scorreva una linfa nuova. E concludevamo fra noi: «Dobbiamo creare continuamente queste cellule vive del mistico Corpo di Cristo — che sono i fratelli uniti nel suo nome — per dar vita all’intero Corpo». Avvertivamo che Dio era fra noi e Gen's 1/2005 volevamo che questa corrente d’amore (che è la corrente dell’Amore trinitario) passasse per il mondo in tutte le membra del Corpo mistico, tutte illuminando. E così, a nostra insaputa, già traspariva la vocazione ecumenica del Movimento, anche se in quegli anni pensavamo solo a lavorare per l’unità fra i cattolici. Il piano ecumenico sul Movimento Dio non ce l’aveva ancora svelato. Nelle Chiese e fra membri di diverse Chiese Poi, negli ultimi 40 anni di impegno ecumenico del Movimento, attraverso cristiani di diverse Chiese, abbiamo cercato di ravvivare le loro stesse Chiese con tali cellule che, vive, accrescono l’unità all’interno delle singole Chiese. Contemporaneamente, prima del Vaticano II, che nel 1964 con il decreto sull’ecumenismo? parla di Gesù in mezzo ai cristiani, e molti anni prima che Giovanni Paolo II scrivesse: «Ci raduniamo nel nome di Cristo che è Uno. Egli è la nostra unità»'’, ci siamo sentiti spinti a porre Gesù in mezzo anche fra cristiani di diverse Chiese (fra un cattolico ed un armeno, ad esempio, fra cattolici e luterani, fra anglicani ed ortodossi, ecc.). E ciò era possibile. Se loro erano in grazia di Dio ed erano disposti a morire per noi e noi per loro (come l’amore reciproco richiede), ci doveva essere la presenza di Gesù. Si formarono e si formano così nella Chiesa cattolica, nelle .altre Chiese e fra membri di diverse Chiese, brani di cristianità uniti nel nome di Gesù in attesa dell’ulteriore vincolo d’unità, l'Eucaristia, quando Dio vorrà. La nostra vocazione ecumenica Ma come siamo arrivati a capire questa nostra vocazione all’unità in chiave ecumenica? — pag. 11 — spiritualità Un po?’ di storia per quelli fra loro, Signori Vescovi, che non la conoscono. Una volta, trovandomi da Giovanni Paolo II, gli rivolsi questa domanda: «Come vede lei il nostro Movimento?». Egli mi rispose: «Come un Movimento ecumenico». Penso abbia detto questo con un significato più ampio della parola, comprendente cioè non solo l’unità dei cristiani, ma anche la fraternità con i fedeli di altre religioni e pure, almeno sul piano umano, con chiunque sia di buona volontà. Comunque il nostro Movimento è anche un Movimento ecumenico che riguarda la Chiesa. Anche se — e questo è noto —, quando nel 1950 il padre gesuita Charles Boyer, fondatore dell’ Associazione e della rivista Unitas, mi aveva chiesto se l’unità, come noi l’intendevamo, fosse in funzione dell’unità della Chiesa, avevo risposto, con fermezza, negativamente. Non immaginavo certo, in quel tempo, che nel 1961 avremmo conosciuto i primi pastori evangelici e che, in seguito, la nostra Opera si sarebbe diffusa al punto che migliaia di cristiani di 350 Chiese e Comunità ecclesiali avrebbero vissuto con i cattolici questa spiritualità dell’unità. Grande risultato dovuto, forse, anche al fatto che questa spiritualità vissuta ha avuto il grande pregio di interessare, colpire e impressionare, sotto un suo aspetto od un altro, i fedeli di Chiese diverse. Gli evangelici luterani, ad esempio, a contatto con noi cattolici, prima del Concilio Vaticano II, sono rimasti meravigliati perché amavamo il Vangelo e lo si viveva con tanta intensità. Hanno desiderato allora di viverlo insieme e di essere aiutati a portare nelle loro parrocchie e comunità questa vita. Gli anglicani d’Inghilterra sono stati attratti dall’idea e dalla prassi dell’unità e ci hanno invitato pure loro. Così gli ortodossi sono stati colpiti dal nostro sottolineare la vita, l’amore e Maria. E i riformati, dalla presenza di “Gesù in mezzo” ai suoi, in piccoli gruppi. Ai metodisti, poi, è piaciuta la tensione alla santità che porta questa spiritualità. Con gli armeni c’è una grande sintonia nell’amore a Gesù crocifisso e risorto nei dolori della vita; con i siro-ortodossi nel voler vivere come le prime comunità cristiane. E così via. E ci siamo trovati, pur essendo cristiani di Chiese diverse, tutti affratellati da questo stile di vita. La “spiritualità dell’unità” si è rivelata perciò, col tempo, come una spiritualità ecumenica ed è stata confermata tale da molti durante la Seconda Assemblea Ecumenica Europea, svoltasi a Graz (Austria), nel giugno 1997. La nostra vita insieme è sempre stata benedetta e incoraggiata, oltre che dalle autorità cattoliche, anche da quelle di altre Chiese. Gli effetti, poi, di questo modo di vivere nelle singole Chiese sono uguali: conversioni a Dio, nuove vocazioni, rinnovamento di parrocchie, di comunità, ricomposizione di matrimoni, unità fra le generazioni, ecc. Con «Gesù in mezzo»: un unico popolo cristiano Ed ora, dopo tanti anni di vita ecumenica del Movimento, vediamo sempre meglio che si delinea un nostro specifico contributo nel campo ecumenico proprio a motivo della “spiritualità dell’unità” molto utile alla causa. La mancanza, infatti, di una spiritualità ecumenica (che gli ecumenisti oggi continuano a sottolineare) rende il compito dell’unità fra le Chiese molto più difficile. Ho preso coscienza di questo nostro contributo in modo tutto particolare a Londra, nel 1996, quando mi sono incontrata con molte persone di varie Chiese, che vivevano come noi. Ho avvertito che, nonostante l’ancora mancante piena comunione tra Chiese e Comunità ecclesiali, eravamo veramente una porzione di cristianità viva, un cuore solo e Gen's 1/2005 — pag. 12 — 10 spiritualità un’anima sola anche per tutto ciò che già ci unisce. Infatti, con i fratelli e sorelle delle varie Chiese, che aderiscono al nostro Movimento, conoscendoci e vivendo insieme la stessa spiritualità, che ci unisce, portando Gesù fra noi e la sua luce, abbiamo valorizzato al massimo l’essere tutti membri del Corpo mistico di Cristo per il comune battesimo; abbiamo avvertito patrimonio di ciascuno e di tutti insieme le grandi ricchezze dell’Antico e Nuovo Testamento, dei dogmi dei primi Concili che condividiamo, del Credo (nicenocostantinopolitano), dei Padri greci e latini (che ho citato poc'anzi), dei martiri e altro ancora, come la vita della grazia, la fede, la speranza, la carità. Ricchezze di cui prima non ne eravamo coscienti del tutto o che si riconoscevano solo teoricamente. Mentre ora vivevamo insieme tutto ciò che è comune tra le Chiese. Sperimentavamo poi che con la presenza di Gesù fra noi, che la comune spiritualità portava, si creava un vincolo così forte fra noi da farci dire con san Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». «Nessuno potrà separarci» perché è Cristo che ci lega. Chiamiamo questo nostro modo di vivere “dialogo della vita”. Ma anche “dialogo del popolo”, perché sentiamo di comporre fra noi “un unico popolo cristiano” che interessa laici, ma anche monaci, religiosi, diaconi, sacerdoti, pastori, vescovi. “Dialogo del popolo” che non è un dialogo della base, che si contrappone o giustappone a quello dei cosiddetti vertici o responsabili di Chiese, ma un dialogo al quale tutti i cristiani possono partecipare. Una via che potenzia le varie forme del dialogo Questo popolo è come un lievito nel movimento ecumenico che ravviva fra tutti il senso che, essendo cristiani, battezzati, nella possibilità di amarci, tutti possono contribuire alla realizzazione del Testamento di Gesù. Gen's 1/2005 Il Signore, con il carisma dell’unità che ci ha dato, ha fatto veramente qualcosa di nuovo. Mentre prima ognuno andava per conto proprio, ora ciascuno si interessava anche degli altri. Per l’amore reciproco che vigeva fra noi, venivamo così a conoscenza delle nostre diverse tradizioni e apprezzavamo l’uno dell’altro i doni che avevamo, come quelli in comune. In questo modo veniva incrementato tra noi il dialogo della carità: Gesù in mezzo a noi ci portava avanti nella comunione e ci faceva fratelli e sorelle. Nell’impegno ecumenico, poi, la preghiera aveva un posto di rilievo perché l’unità è innanzitutto un dono dall’alto. Ora era evidente che si sarebbe ottenuta più facilmente la grazia dell’unità chiedendola insieme piuttosto che da soli. Gesù ha detto: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno (consenserint) per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (M? 18, 19). Non si trattava di essere semplicemente gomito a gomito (in chiesa), ma di pregare veramente uniti spiritualmente, con Gesù in mezzo alla comunità. Dice Giovanni Crisostomo che nessuno si riunisce insieme ad altri a pregare «fidandosi della sua virtù, ma della comunità e dell’accordo, che Dio tiene in massima considerazione e dal quale è commosso e placato. “Poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome — ha detto [Gesù] —, io sono in mezzo a loro”... Ciò che infatti qualcuno non può ottenere pregando da solo, lo otterrà pregando insieme alla comunità. Perché? Perché, anche se la virtù propria non ha una grande forza, l’ha però l’unanimità: “dove sono due o tre riuniti...”»)"!. Con questa preghiera al Padre, fatta in unità, le grazie piovute sul Movimento, grazie spirituali e grazie materiali, sono state e sono senza numero. Confidiamo per questo che la preghiera di un popolo cristiano unito nel nome di Gesù avrà pure essa il massimo effetto nel contribuire al raggiungimento della piena comunione tra le Chiese. Anche il dialogo teologico potrà trarre grande vantaggio dal “dialogo della vita”. Se — pag. 13 — spiritualità 1l infatti i teologi si ameranno a vicenda e stabiliranno con ciò la presenza di Gesù in mezzo a loro, Egli, che è l’unica verità a cui tutti tendono, illuminerà le loro menti e indicherà loro la via da seguire per raggiungere la piena unità di pensiero. Origene afferma: «Se non riusciamo a risolvere e spiegare qualche problema, avviciniamoci a Gesù con tutta la concordia di sentimenti circa la nostra richiesta, poiché egli è presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome e, mentre è presente con la sua potenza e il suo potere, è disposto a illuminare i cuori... per penetrare con l’anima le questioni»"?. Possiamo dunque aspettarci grandi progressi per il dialogo teologico dalla spiritualità dell’unità vissuta da teologi di varie Chiese. La chiave dell’unità: Gesù crocifisso e abbandonato Sarà, però, di somma importanza aver stampato in cuore e nella pratica l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato nel quale, sin dall’inizio della nostra storia, abbiamo ravvisato la chiave dell’unità con Dio e con i fratelli. Non si può, infatti, entrare nell’animo di una persona per comprenderla, per capirla, se il nostro spirito è ricco di una preoccupazione, di un giudizio, di un pensiero..., di qualunque cosa. L'amore e l’amore reciproco esigono la massima povertà di spirito. Solo con essa è possibile realizzare l’unità. Ora, solo Gesù abbandonato che ha perso tutto, che è stato in croce martoriato in modo incredibile, e all’ultimo momento ha gridato l’abbandono, solo Lui può insegnare a staccarsi da tutto, tutto, tutto. Questo massimo distacco esteriore, ma soprattutto interiore, rende tutti capaci di capire gli altri e rende tutti aperti a ricevere i doni che gli altri portano. Infine speriamo pure che il perenne problema della “recezione”, cioè di come la gente possa recepire i progressi nei dialoghi teologici ufficiali, possa esser superato da un popolo ecumenicamente preparato. La storia ci insegna che una dichiarazione formale di unità, fatta anche da responsabili di Chiese, non basta di per sé a sigillare la piena comunione tra le Chiese. Bisogna che il popolo sia informato e viva in modo conforme a quanto è stato capito e dichiarato. Avremo la gioia di assistere allora ad episodi simili a quanto è successo nel Concilio di Efeso, nel 431, quando i Padri conciliari hanno proclamato Maria Theotòkos e tutto il popolo era in festa. Ho cercato di illustrare la presenza di Gesù fra più persone e il contributo che il Movimento dei focolari è chiamato a dare al grande movimento ecumenico che, da quasi un secolo ormai, per grazia dello Spirito Santo, ha investito tutta la cristianità. A questo punto, forse, non ci resta che formulare in cuore un sincero proposito: riparti re dall’amare, amando tutti, amando per primi, amando concretamente Gesù in ognuno, e soprattutto amandoci a vicenda, in modo che Lui sia presente fra noi. Che la Trinità Santissima conceda a noi o a quanti ci seguiranno, di vedere lo straordinario momento della piena visibile comunione della Chiesa. E “Cristo sia in mezzo a noi!”. Chiara Lubich 1) /n Matth., Hom. 60. 3, in PG 88, 587. 2) Cf Expos. in Psalm 133, in PG 55, 385. 3) Comment. in Matth. 14, 1s., in PG 13, 1187. 4) In Cantica Cantic. 41, in PG 13,94. 5) Expos. in Proph. Os. in PG 126, 587. 6) Comment. in Matth. 14, 1s., in PG 13, 1191. 7) Enarr. in Evang. Matth. 18, 19-20, in PG 123, 343. 8) Epist. fest. 10, 2, in PG 26, 1397-1398. 9) Unitatis Redintegratio, n. 8. 10) Ut unum sint, n. 23 11) /n Epist. Il ad Thess., Hom. 4, 4, in PG 62, 491. 12) Comment. in Matth., 13, 15: PG 13, 1131. Gen's 1/2005 — pag. 14 — 12 intervista Nella comunione si ritrovano le radici evangeliche della propria Chiesa Ecumenismo della vita tra vescovi Intervista al Metropolita Serafim Joanta Durante il recente convegno ecumenico di vescovi ad Istanbul (vedi p. 29) Serafim Joanta, Metropolita della Chiesa ortodossa di Romania per la Germania e l'Europa centrale, ci ha rilasciato questa interessante intervista. Un avvenimento che dà gloria a Dio GEN'S: Quello vissuto in questi giorni è stato un incontro tanto atteso che ha visto una maggiore partecipazione di vescovi di varie Chiese, rispetto agli anni scorsi. Perché? Perché Istanbul, l’antica Costantinopoli, questa terra, la Turchia è un Paese anticamente cristiano, ricco di storia, di tanti luoghi santi. E per questo che molti vescovi sono stati attirati: per vivere proprio qui momenti di unità. E stato un incontro speciale. In questi giorni abbiamo vissuto un’esperienza estremamente ricca che ci ha rinnovato spiritualmente a contatto con questa cristianità antica: con gli ortodossi, con i siro-ortodossi, gli armeno-apostolici, i cattolici di diversi riti. Un fatto del tutto eccezionale e straordinario. Da dar gloria a Dio! GENS: Loro hanno vissuto questa settimana proprio in un momento in cui sono Gen's 1/2005 stati compiuti gesti storici nei rapporti tra Costantinopoli e Roma, per il ritorno a Costantinopoli delle reliquie dei due grandi Padri della Chiesa, san Giovanni Crisostomo e san Gregorio Nazianzeno detto “il Teologo”. Inoltre, hanno avuto più di un contatto diretto con il Patriarca. Quale significato ha assunto il loro convegno? Il ritorno delle reliquie dopo secoli è stato per questi cristiani, per la Turchia, un segno di speranza molto forte, molto commovente. Sono stato impressionato da come i vescovi delle Chiese anglicana e evangelico-luterana, che assistevano per la prima volta alla venerazione delle reliquie da parte di ortodossi e cattolici, abbiano apprezzato questo gesto. Il patriarca Bartolomeo ha parlato in modo commovente, ringraziando il Papa e la Curia romana per questo gesto eccezionale. Nuova chiamata all’unità GEN'S: E per il Patriarcato ecumenico e per le altre comunità siro-ortodossa, armena, anglicana che hanno visitato, quale significato ha avuto la loro presenza? Tutte le comunità hanno avvertito l’unità che c’era tra di noi. Hanno apprezzato la preghiera, la “qualità” della comunione. E stata per loro una cosa straordinaria vedere vescovi di tante Chiese uniti nella preghiera. Hanno manifestato gioia per il fatto che — pag. 15 — intervista 13 siamo stati in mezzo a loro. È stata per loro come una nuova chiamata all’unità: se i vescovi sono insieme, anche il popolo di Dio deve essere insieme. Penso che tutte queste comunità abbiano ricevuto un grande impulso per l’avvenire. Il primato della comunione GENS: Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, alla festa di s. Andrea, ha parlato del primato dell’unità spirituale che siamo chiamati a vivere in Cristo, sul modello della Trinità. Sembra un traguardo lontano... Penso che quanto abbiamo vissuto qui a Costantinopoli e quanto vivono cristiani di diverse Chiese insieme, nello spirito d’unità del Movimento dei Focolari, con Gesù in mezzo, è un esempio, una speranza, è un seme dell’unità che esiste già tra le diverse Chiese nella comunione, nell’amore della Trinità. Tra noi, infatti, c’è un grande amore, grande rispetto per ogni Chiesa, per ogni tradizione. Ho visto come i vescovi evangelici, anglicani e cattolici hanno apprezzato le icone, le reliquie, la liturgia ortodossa che è lunga, ma bella. Tutto questo è stato un esempio dell’unità che esiste già e che si deve diffondere in tutte le Chiese, in tutta la cristianità. E l’amore che può far avanzare l’unità dei cristiani. Se, soprattutto noi vescovi e i capi delle Chiese, diamo questa testimonianza — il dono delle reliquie ne è un segno molto forte — tutto questo sarà recepito dalla coscienza delle nostre Chiese. Spiritualità della Chiesa GEN'S: Dove ha radice questa loro esperienza di unità, da dove attinge la linfa? La radice dell’unità è l’amore di Dio, l’amore del Cristo che unisce nello Spirito Santo il mondo intero e prima di tutto i cri- stiani che si uniscono nel suo nome. E per questo che abbiamo in noi, nel nostro cuore, Gesù, Gesù in mezzo a noi. Questa spiritualità del Movimento dei Focolari è la spiritualità per eccellenza della Chiesa di Cristo, di ciascuna Chiesa. Sottolineo questo sempre: non è qualcosa specifico di questo movimento o della Chiesa cattolica soltanto. L’unità proposta da Chiara Lubich e dal Movimento dei Focolari è anche per le Chiese ortodossa, luterana, anglicana, perché è semplicemente evangelica, riassume, comprende tutto il Vangelo, l’essenza del Vangelo: è l’amore di Dio, l’unità in Cristo per lo Spirito Santo. GENS: Tra le tappe del loro pellegrinaggio in questa terra antica del cristianesimo c’è stata Nicea. Che significato ha avuto per loro? A Nicea abbiamo vissuto un momento molto forte: è un luogo che testimonia la Chiesa indivisa, dove nel 325, si è celebrato il primo Concilio che ha formulato la prima parte del nostro credo. Insieme abbiamo firmato un patto di amore tra noi vescovi, e, in quanto vescovi, ci siamo impegnati anche per tutta la nostra Chiesa locale ad adoperarci per il ristabilimento della piena comunione visibile. E stato un segno molto forte e una speranza per l’avvenire. Guardando al futuro GEN'’S: Dove e quando il prossimo appuntamento? Il prossimo anno ci ritroveremo in Romania, a Bucarest. Ci troveremo in un Paese excomunista che ha sofferto per 50 anni la repressione e da pochi anni ha ritrovato la libertà, non senza incontrare difficoltà. Questo nostro incontro sarà un segno di incoraggiamento per i cristiani di Romania, non solo ortodossi. C’è una forte comunità di cattolici, ci sono evangelici, calvinisti. Gen's 1/2005 — pag. 16 — 14 intervista GENS: Sarà l’occasione per incontrare il patriarca Teoctist... Sì, sarà l’occasione per incontrare il Patriarca Teoctist e i responsabili delle Chiese cattolica e evangelica e molti vescovi del Paese. Sarà l’occasione per dar loro modo di conoscere più da vicino il ruolo di unità del Movimento dei Focolari. Abbiamo avuto qui a Costantinopoli una testimonianza molto forte di un sacerdote cattolico romeno che si è impegnato a incontrare regolarmente i sacerdoti ortodossi, cat- Gen's 1/2005 tolici, riformati e luterani. Questi incontri hanno cambiato lo spirito di questa città. Ora tutti pregano insieme, c’è tra tutti una vita veramente nello Spirito Santo. Sì, il Movimento dei focolari ha un grande rispetto per ogni Chiesa: anzi ognuno ritrova le proprie radici nella propria Chiesa, ogni sacerdote, ogni cristiano approfondisce la propria tradizione. E qualcosa di straordinario che può cambiare la situazione. a cura di Carla Cotignoli — pag. 17 — esperienza 15 In una città multietnica e multireligiosa la ricerca dell’unità tra i responsabili delle Chiese genera armonia tra le diverse comunità Un piccolo laboratorio ecumenico di Jozsef Pal Dalla parrocchia cattolica della città di Resita nel sudovest della Romania è partita la scintilla di un'esperienza ecumenica che ha coinvolto tutti i responsabili delle diverse comunità cristiane del posto, con originali iniziative che hanno avuto riflessi nella stessa convivenza civile. ono parroco cattolico a Resita, una città di 90.000 abitanti, dove la storia ha creato un mosaico in cui convivono ben sette nazionalità e diverse Chiese. Quando 17 anni fa sono arrivato in questo posto, mi sono proposto di amare tutti, ma in modo speciale i responsabili delle diverse Chiese. Ero convinto, infatti, che eravamo lì animati da un stesso desiderio: aiutare la gente ad incontrarsi con Dio. E il nostro esempio sarebbe stato determinante per i fedeli. Dall’amicizia all’incontro Dapprima i miei contatti con i responsabili delle altre comunità erano sporadici e occasionali. Cercavo di cogliere tutte le opportunità per costruire rapporti più profondi, interessandomi della vita degli altri ministri e dei problemi che incontravano nelle attività pastorali. Sono nate così spontaneamente le prime iniziative. Un giorno, per esempio, ho chiesto al sacerdote ortodosso di parlare ai miei giovani. In seguito anch’egli mi ha invitato nella sua chiesa. Nel 1992 è nata l’idea di stabilire un giorno della settimana, nel quale, secondo le possibilità, ci saremmo incontrati tutti i sacerdoti e i pastori della città. Poteva sembrare un’iniziativa troppo esigente, ma fu ben accolta e da allora sono passati più di 10 anni e solo poche volte questo incontro non si è svolto. Questo nostro gruppo è diventato come un piccolo laboratorio ecumenico, perché è composto da ministri ortodossi rumeni e serbi, cattolici di rito latino e greco, riformati ungheresi, evangelici tedeschi e slovacchi, ucraini e croati. Vivendo insieme il Vangelo, cerchiamo di alimentare i nostri rapporti basandoli sull’amore reciproco. E Gesù — che ha promesso: «Dove due o più sono riuniti nel mio nome...» (M? 18, 20) — ci ispira e ci incoraggia. Un sacerdote che si trovava in difficoltà, sentendosi solo e abbandonato, in questi incontri ha ritrovato nuovo slancio per continuare la sua missione. Un pastore evangelico, ingiustamente denunciato presso i suoi superiori, ha ricevuto la nostra comprensione: tutti insieme abbiamo scritto al suo responsabile per informarlo sulla vera realtà delle cose. Gen's 1/2005 — pag. 18 — 16 esperienza Ogni volta, poi, quando ci incontriamo preghiamo insieme per avere la luce sui problemi pastorali in quest’epoca di transizione. Le «giornate ecumeniche» Da questi incontri»sono sorte in seguito le “giornate ecumeniche” che hanno luogo ogni anno nella “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”. In queste giornate è una gioia scambiarci i doni delle diverse tradizioni con canti e preghiere che svolgiamo in tutte le chiese della città, facendo con i nostri fedeli una specie di pellegrinaggio da una chiesa all’altra. E le nostre comunità, vedendo la fraternità dei loro pastori, si aprono ai fedeli delle altre Chiese senza rinunziare alla propria unicità e bellezza. Nel 2002 eravamo già 30 sacerdoti e pastori con due vescovi. A volte, ovviamente, ci sono pure difficoltà. Preparandoci l’altro anno per la cerimonia ecumenica stabilita quel giorno nella mia chiesa, in sacrestia è successo un incidente. Uno dei sacerdoti ortodossi ha rivolto alcune parole forti al prete greco-cattolico che proprio quella settimana aveva scritto un articolo piuttosto critico nei riguardi della Chiesa ortodossa. I due hanno cominciato a parlare a voce alta e abbastanza aspramente. Ho pensato tra me: «Adesso tutto il nostro lavoro ecumenico di questi anni sarà distrutto. E l’ecumenismo andrà indietro». Ho affidato tutto a Dio. Dopo tre giorni, nell’incontro in un’altra chiesa, davanti a tutti, il sacerdote che aveva offeso l’altro, ha chiesto pubblicamente perdono, rammaricandosi di essere stato di impedimento nella via dell’unità. Noi che eravamo stati presenti durante il litigio, sapevamo di cosa si trattava: un vero capovolgimento della situazione. Poi è seguita una cena festosa e quel sacerdote rivolgendosi a me dice: «Vero, così va bene?». Ho provato una gioia inesprimibile. Mi è sembrato che Gesù avesse operato un miracolo. E di questi miracoli, che solo Lui tra noi può fare, cambiando i cuori e portandoci ad amare, ce ne sono molti. Gen's 1/2005 Un’altra volta un fedele mi ha riferito che il sacerdote di un’altra Chiesa parlava male di me. Ho pregato con la certezza che Gesù avrebbe risolto anche questa difficoltà. Ho telefonato poi a quel sacerdote e l’ho pregato di dirmi se aveva qualche difficoltà nei miei riguardi. Ci voleva solo questo passo da parte mia, ed egli si è avvicinato a me. Una sera poi, durante la preghiera ecumenica, davanti ai fedeli e agli altri sacerdoti ha confidato che queste serate ecumeniche all’inizio gli erano sembrate superflue, ma poi, rispondendo al nostro invito ripetuto costantemente ogni anno, aveva visto come le cose stavano cambiando per davvero: «Ero come san Tommaso — concludeva — che doveva toccare per credere; così anch’io dovevo vedere con i miei occhi per sperimentare la bellezza dell'amore reciproco». Adesso sostiene con impegno i nostri sforzi per l’unità tra i cristiani. Certo, l’unità non è una cosa fatta una volta per sempre, ma impegno quotidiano; non può ridursi solo alla “Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani” nel mese di gennaio, ma deve essere alimentata ogni giorno; è come la vita: per mantenerla bisogna nutrirla continuamente. Ma, se l’ecumenismo è vita, il cibo è l’amore reciproco. La festa comune La comunione stabilita tra noi ha sempre più riflessi anche nella vita pubblica. Quando nella città ci sono delle ricorrenze civili le autorità ci chiamano a partecipare e noi, pastori delle diverse Chiese, ne parliamo prima tra di noi per presentarci uniti. Un ultimo fatto. Qualche tempo fa abbiamo individuato due santi patroni per la nostra città che potessero essere accettati da tutte le Chiese: i santi Pietro e Paolo. Ora questa ricorrenza è stata riconosciuta anche dalle autorità civili. Così la giornata del 29 giugno è diventata la festa più bella della città, con la partecipazione di una moltitudine di persone, ed è per tutti un simbolo d’unità. Jozsef Pal — pag. 19 — esperienza 17 «Piena comunione non significa astratta uniformi ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi e riconosciuti da tutti» Uniti nella bellezza della diversità di Ruxandra Lambru Ruxandra Lambru, sposata, docente di filologia slava in Romania, appartiene alla Chiesa Ortodossa Romena ed è impegnata nel vivere la spiritualità del Movimento dei focolari. Ci racconta brevemente il suo cammino di fede nell’ecumenismo della vita. La scoperta di Dio-Amore Nell’infanzia non frequentavo regolarmente la chiesa, ma nell’adolescenza ho avvertito dentro di me tante domande, assieme ad un desiderio forte di perfezione. Fu decisivo per me incontrare i giovani del Movimento dei Focolari. Era bellissimo vederli tutti insieme: cattolici, ortodossi, greco-cattolici e riformati; romeni, ungheresi o tedeschi di origine. Ho notato che nelle loro anime c’era la gioia, la pace, la serenità. Solo più tardi ho capito che era quel vivere «dove due o più sono uniti nel mio nome...) (Mt 18, 20), che mi faceva sentire Dio presente tra loro. Mi hanno invitata a partecipare ad un incontro e subito ho capito che Dio era la risposta alle mie ricerche. Lui era |’ Assoluto, la perfezione che cercavo. Volevo trovare anch’io un rapporto diretto, personale con Lui, e così ho cominciato a partecipare alla vita della mia Chiesa. Ed ho sperimentato una gioia che difficilmente si può esprimere a parole. L’unità in famiglia e nel lavoro Quando mi sono sposata con Steliu, abbiamo deciso di mettere Dio alla base della nostra vita in famiglia. Qualche mese dopo, sono morte tante persone a noi care: il mio ed anche il padre di Steliu, ed alcuni si sono spenti a casa nostra, nelle nostre braccia. Seppure questa esperienza per noi fosse tragica, nello stesso tempo abbiamo sperimentato cosa significa vivere con Gesù presente fra noi. Come mai prima, ci siamo assicurati di essere pronti a dare la vita l’una per l’altro ed era Lui la nostra forza, il nostro sostegno che meravigliava anche i nostri amici e colleghi. Sia nell’ambiente universitario che alla Radio, dove presto alcune ore di lavoro, ho visto quante persone sono sensibili alla semplice testimonianza di noi cristiani laici, uguali a tutti, ma con nel cuore questo grande tesoro: Dio. Insegno alla cattedra di filologia slava, lo slavo ecclesiastico, una materia che non piace troppo agli studenti, perché dicono che è una lingua vecchia, morta. Cerco di far sì che l’amore inventi sempre i modi per rendere attraenti quelle lezioni. Durante i seminari Gen's 1/2005 — pag. 20 — 18 esperienza lavoriamo sui testi del Vangelo e spesso succede che, dopo aver analizzato con gli studenti una parabola, anche quelli che non hanno avuto un’educazione religiosa rimangono pensosi e si pongono domande sulla fede. Ed anche coloro che hanno già finito l’università, mi scrivono ed a volte chiedono consigli. Forse sono riuscita a trasmettere a loro un po” di quel Dio che è tutto per me. I frutti Noi, membri del Movimento dei focolari in Romania che apparteniamo alla Chiesa ortodossa, ci incontriamo periodicamente per trovare nell’unità fra di noi e con il focolare lo slancio per essere portatori della fede alle persone tra le quali viviamo. Ho visto che, magari per un solo colloquio profondo avuto con una collega, lei è riuscita a sposarsi in chiesa, e qualcun altro comincia a praticare la religione. E, dopo questi anni, mi rendo conto che il numero delle persone per le quali occorreva solo accendere la luce della fede, con l’amore, è diventato sempre più grande. L’unità coi nostri vescovi L’anno scorso un gruppo di noi ortodossi, insieme ai responsabili del Movimento nel Paese, siamo stati ricevuti dal Patriarca Teoctist in una lunga e calorosa udienza. Il Patriarca, sentendo che da 20 anni il Movimento esiste in Romania, composto da cristiani cattolici e ortodossi che sono impegnati ognuno nella propria Chiesa e cercano di testimoniare Dio col dialogo della vita, è Gen's 1/2005 stato molto contento, ci ha incoraggiati ad andare avanti e ci ha detto di trasmettere la sua speciale benedizione a Chiara perché compia la sua opera di unità. Con il suo consenso alla fine di giugno 2003 si è svolto nell’aula del Patriarcato un nostro Congresso dedicato alla Vergine Maria con oltre 400 partecipanti. È stata una giornata molto speciale anche per la testimonianza comune di noi ortodossi e cattolici insieme, che volevamo che questo Congresso fosse non una riunione ecumenica protocollare, ma tutta la nostra vita vissuta. Erano presenti pure i vescovi ortodossi e cattolici. E quello che più ha impressionato tutti è stato vedere l’unità nella diversità. Abbiamo sperimentato che il Vangelo vissuto ci fa già una sola cosa in Cristo ed è una testimonianza che trascina e affascina gli altri colpiti dalla bellezza straordinaria di questa manifestazione comune. Vivendo uniti nell'amore le nostre Chiese sono più belle Ed è questa la mia forse più profonda esperienza: vivendo, con la radicalità dell’amore, il Vangelo e la nostra appartenenza alle rispettive Chiese, possiamo già essere uno in Cristo e facciamo vedere le nostre Chiese attraenti, piene di vita; e la nostra testimonianza comune fa scoprire alla gente che viene in contatto con noi, sia la bellezza della diversità, sia l’unità che già esiste tra noi, nell’amore. Ruxandra Lambru — pag. 21 — testimonianza 19 Due comunità nel sud Italia: dalla preghiera insieme al Vangelo condiviso La Parola vissuta via all'unità di Gino Galante I rapporti ecumenici a Matera nel sud dell’Italia, tra la parrocchia “Maria Madre della Chiesa” e la comunità battista locale hanno avuto inizio nel 1997 e si sono via via sempre più approfonditi, come ci racconta il parroco della comunità cattolica. Iniziammo così... Durante la visita pastorale del nostro arcivescovo in parrocchia nell’ Avvento 1997, si pensò di fare una visita di cortesia alla Chiesa Evangelica Battista, che ha la sua sede nel nostro territorio parrocchiale. A nome del vescovo feci da ambasciatore per verificare se tale visita sarebbe stata gradita. Nonostante qualche difficoltà sorta nei giorni precedenti circa l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, la proposta dell’arcivescovo fu bene accolta dalla pastora Elizabeth Green, nota teologa in ambito evangelico, e dalla sua comunità, e l’incontro fu fissato per giovedì 18 dicembre nella loro chiesa. Per prepararci bene a questo momento, che sentivamo come un evento storico, il giorno prima invitammo l’arcivescovo a pranzo da noi, e vedemmo insieme con lui un video sull’Assemblea ecumenica di Graz (giugno 1997) con il tema di Chiara Lubich sulla “spiritualità ecumenica”. L’arcivescovo l’apprezzò molto. Nel giorno e nell’ora fissata, insieme all’arcivescovo andammo anche tre sacerdoti, io e altri due parroci della zona pastorale. Erano ad accoglierci la pastora e il Consiglio della Comunità battista. Entrando nella chiesa, Elizabeth ci chiese di pregare un attimo prima di cominciare, improvvisando lei stessa una preghiera, per ringraziare Dio di quel “momento storico” e per chiedere la benedizione del Cielo su questo “inizio” di dialogo ecumenico. Poi ci fecero visitare la chiesa e i locali annessi, parlandoci delle loro attività. Infine ci sedemmo attorno a un tavolo per un colloquio di circa un’ora, che fu positivo e cordiale, pur nella sofferenza di quanto ci divide. Per promuovere il dialogo ecumenico, la pastora propose di fare insieme, la comunità cattolica e quella evangelica, qualche incontro di preghiera durante la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” nel gennaio successivo. La proposta fu da noi bene accolta. E l’arcivescovo mi affidò il compito di mantenere i contatti e di concordare con loro le modalità. Questo compito mi riempì di gioia, ma anche di trepidazione, per la mia inesperienza in questo campo. Sapevo comunque di poter attingere alla collaudata esperienza Gen's 1/2005 — pag. 22 — 20 testimonianza ecumenica del Movimento dei focolari. Per fare bene le cose insieme creammo una piccola équipe parrocchiale con alcuni nostri laici impegnati, soprattutto per sensibilizzare la parrocchia alla nuova esperienza. E così fu che pregammo insieme Concordammo di fare due serate di preghiera ecumenica nel corso della “Settimana”, una nella loro chiesa e una nella nostra parrocchia. Da parte nostra cercammo di curare al meglio la preparazione di questi due incontri: noi sacerdoti e la nostra èquipe, meditando e assimilando il più possibile il tema di Chiara Lubich a Graz e coinvolgendo tutte le componenti più vive della parrocchia e infine tutti i parrocchiani. Sul piano pratico mettemmo in atto “l’arte di amare”, soprattutto col “farci uno” con gli evangelici, cercando di intuire e rispettare la loro sensibilità, di concordare ogni aspetto delle due celebrazioni, di adeguarci alle loro usanze nel modo di pregare, nell’arredare la chiesa, ecc. Per far capire loro che la nostra disponibilità ecumenica non era solo formale, ma voleva essere l’inizio di un “dialogo della vita”, all’inizio della Settimana, domenica 18 gennaio, portammo un mazzo di fiori nella loro chiesa al termine del loro culto domenicale: fu una lieta sorpresa per loro, che preparò gli animi a una gioiosa attesa delle due serate programmate. Per rispettare la reciproca libertà di esprimersi, concordammo che le celebrazioni delle due serate fossero preparate distintamente nelle due chiese per rispettare lo stile, le forme, i canti di ciascuna chiesa, disponendoci però reciprocamente ad accogliere le diversità, ed evitando gesti e parole che si sapeva non gradite da una parte o dall’altra. Così pregammo nella loro chiesa, ma toccò a me fare l’omelia, e nella nostra parrocchia pregammo, ma toccò alla pastora tenere il sermone. Gen's 1/2005 Senza averla premeditata, ci fu una meravigliosa corrispondenza tra la mia omelia e il sermone della pastora. Infatti la mia omeli fu tutta sull’arte di amare e fu assorbita come l’acqua da una spugna! E il sermone della pastora, bellissimo, era centrato sulla morte di Gesù in croce. Fu spontaneo da parte nostra rispondere con un canto appropriato: «Eccomi, Gesù... io sarò la risposta al tuo perché, frutto degno del tuo abbandono». I rapporti si sciolgono Il risultato di quel primo incontro di preghiera fu scoprirsi fratelli e sorelle, un vero “dialogo di popolo”. E tanti bei propositi e proposte per il futuro! Ma non finì lì. Quelle due serate di preghiera in gennaio sono diventate ormai tradizione, attese come si attende una festa di famiglia, allargate negli ultimi anni anche a livello diocesano. Si sente che qualcosa si scioglie nei rapporti reciproci: c’è ormai una gioia di incontrarsi, un’attesa, non c’è più alcuna fatica nell’intendersi sulle modalità dell’incontro. Ci si fa festa ogni volta che ci si incontra anche fuori dei momenti ufficiali, magari per strada o al mercato o al lavoro. Ecco due impressioni delle tante fiorite spontaneamente sulle labbra dei presenti dopo questi incontri di preghiera. Una signora cattolica: «Ho apprezzato la semplicità e la profondità dei fratelli evangelici. Ho ammirato il loro modo spontaneo di pregare che coinvolge i presenti e dà risalto alla Parola di Dio». Un signore battista: «Abbiamo vissuto due serate stupende: mi sembrava che tutte le barriere fossero cadute. Un unico popolo di Dio si ritrovava unito per rendergli lode, per pregarlo e ringraziarlo. Era ora! Grazie a chi ha reso possibile questi momenti». — pag. 23 — testimonianza 2 Non solo incontri di preghiera C’è stato e c’è uno scambio di inviti per altri momenti di incontro diversi da quelli fatti per pregare. Una volta i nostri fratelli battisti hanno partecipato con la loro corale a una manifestazione diocesana per la pace in un palazzetto dello sport, un’altra volta sono intervenuti allo spettacolo musicale del sacerdote cantautore Mimmo Iervolino nella nostra parrocchia. Una loro rappresentanza era presente alla Dedicazione della nostra nuova chiesa. Da parte nostra abbiamo partecipato più volte a concerti 0 rappresentazioni teatrali nella loro chiesa, o ad altre manifestazioni da loro organizzate, come la giornata della donna. Una commedia di Eduardo De Filippo, che avevano rappresentato nella loro comunità, l’hanno replicata nel nostro salone parrocchiale per raccogliere offerte da destinare a una missione francescana in Mozambico. «Ma voi siete focolarini?» Elizabeth sapeva della mia “ispirazione focolarina” e l’apprezzava, pur senza mai entrare in un discorso esplicito in merito. Da un anno è arrivato un nuovo pastore, Emanuele Casalino, anche lui ottimo teologo, sposato, con due bambini, una persona aperta e brillante, di origine napoletana. Siamo andati subito a salutarlo e si è creato un rapporto immediato. Spontaneamente è venuto fuori un discorso esplicito sul Movimento dei focolari ed egli ha chiesto di fare alcuni incontri proprio con “i focolarini” per conoscerli meglio. Ci siamo già incontrati tre volte. In un primo incontro a casa nostra, un anno fa, ci trovammo alcuni della comunità battista ed altri della nostra comunità, presente anche il sacerdote responsabile della commissione ecumenica diocesana. In quell’occasione partecipò pure il pastore della Chiesa pentecostale della città, che da qualche tempo aveva cominciato a frequentarci. Presentam- mo il video “I quarant’anni di vita ecumenica del Movimento dei focolari”, che fu molto gradito. Così nel maggio scorso abbiamo fatto un incontro nella loro sede incentrato su come noi cerchiamo di vivere il Vangelo. Il programma si è svolto in tre momenti: comunione sulla “Parola di vita” del mese precedente, una scheda sul Movimento dei focolari e la lettura e il commento della Parola di vita del mese corrente. La comunione sulla Parola è stata spontanea: un gettito limpido di esperienze dette “a caldo”, come lo Spirito Santo suggeriva a ciascuno. Anche i fedeli battisti si sentivano a loro agio e s’inserivano nel dialogo con naturalezza, raccontando a loro volta esperienze belle di vita cristiana. Era constatare quanto sia vero, anche a livello ecumenico, che «vivere la Parola ci fa uno». Il video che presentava la scheda sul Movimento dei focolari ha suscitato commenti di stupore e ammirazione per quello che lo Spirito opera oggi nel mondo. Qui si è dato un breve annuncio su quanto i vari Movimenti cattolici ed evangelici stavano preparando per l’incontro “Insieme per l’Europa” a Stoccarda. Abbiamo concluso con la lettura della Parola di vita di febbraio: «Eccomi, manda me» (/s 6, 8), accolta con gioia e con l’esplicita richiesta di averla ogni mese. Il pastore e altri battisti hanno preso copie in più del testo della Parola di vita da portare nella loro comunità. Certamente “il dialogo della vita” sta favorendo l’unità tra le nostre comunità e lo spirito polemico dei tempi passati sta cedendo il passo alla fiducia e alla reciproca accoglienza. Gino Galante Gen's 1/2005 — pag. 24 — parola di vita L'unico fondamento Offriamo ai nostri lettori questo commento di Chiara Lubich alla frase biblica scelta da un'apposita commissione ecumenica come motto per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2005. «Cristo, unico fondamento della Chiesa» (cf 1Cor 3, 11) Era l’anno 50 quando Paolo arrivò a Corinto, la grande città della Grecia famosa per l’importante porto commerciale e vivace per le sue molteplici correnti di pensiero. Per 18 mesi l’apostolo vi annunciò il Vangelo e pose le basi di una fiorente comunità cristiana. Altri dopo di lui continuarono l’opera di evangelizzazione. Ma i nuovi cristiani rischiavano di attaccarsi alle persone che portavano il messaggio di Cristo, piuttosto che a Cristo stesso. Nascevano così le fazioni: «Io sono di Paolo», dicevano alcuni; e altri, sempre riferendosi all’apostolo preferito: «Io sono di Apollo», oppure: «Io sono di Pietro». Davanti alla divisione che turbava la comunità, Paolo afferma con forza che i costruttori della Chiesa, paragonata ad un edificio, ad un tempio, possono essere tanti, ma uno solo è il fondamento, la pietra viva: Cristo Gesù. Soprattutto questo mese, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, le Chiese e le comunità ecclesiali ricordano insieme che Cristo è l’unico loro fondamento, e che soltanto aderendo a Lui e vivendo l’unico suo Vangelo possono trovare la piena e visibile unità tra di loro. «Cristo, unico fondamento della Chiesa» Fondare la nostra vita su Cristo significa essere una sola cosa con Lui, pensare come Lui pensa, volere ciò che Lui vuole, vivere come Lui ha vissuto. Ma come fondarci, radicarci su di Lui? Come diventare una cosa sola con Lui? Mettendo in pratica il Vangelo. Gesù è il Verbo, ossia la Parola di Dio che si è incarnata. E se Egli è la Parola che ha assunto la natura umana, noi saremo veri cristiani se saremo uomini e donne che informano tutta la loro vita della Parola di Dio. Se noi viviamo le sue parole, anzi, se le parole sue ci vivono, sì da fare di noi “Parole vive”, siamo uno con Lui, ci stringiamo a Lui; non vive più l’io o il noi, ma la Parola in tutti. Potremo pensare che vivendo così daremo un contributo perché l’unità tra tutti i cristiani diventi una realtà. Come il corpo respira per vivere, così l’anima per vivere vive la Parola di Dio. Gen's 1/2005 — pag. 25 — 23 Uno dei primi frutti è la nascita di Gesù in noi e tra noi. Questo provoca un mutamento di mentalità: inietta nei cuori di tutti, siano essi europei o asiatici o australiani o americani o africani, gli stessi sentimenti di Cristo di fronte alle circostanze, alle singole persone, alla società. È l’esperienza di uno dei miei primi compagni, Giulio Marchesi, ingegnere in una grande industria, poi direttore di un’altra importante azienda di Roma. Le tante esperienze vissute sul lavoro e in altri campi sociali, lo portarono alla sconfortante constatazione che dappertutto erano scopi egoistici a muovere le persone e che quindi non poteva esserci felicità a questo mondo. Quando però incontrò un giorno delle persone che vivevano la Parola di vita, tutto in lui e attorno a lui sembrò cambiare. Mettendosi anch’egli a vivere il Vangelo cominciò ad avvertire in cuore un senso di pienezza e di gioia. Scriveva: «Sperimentavo l’universalità delle Parole di vita, scatenavano una vera rivoluzione in me, cambiavano tutti i rapporti con Dio e col prossimo, tutti mi parevano fratelli e sorelle, avevo l'impressione di averli sempre conosciuti. Ho anche sperimentato l’amore di Dio per me: bastava pregarlo. Insomma, la Parola vissuta mi ha fatto libero!». E tale è rimasto anche quando, negli ultimi anni della vita, fu costretto su una carrozzella. Sì, la Parola vissuta rende liberi dai condizionamenti umani, infonde gioia, pace, semplicità, pienezza di vita, luce; facendoci aderire a Cristo, ci trasforma a poco a poco in altri Lui. «Cristo, unico fondamento della Chiesa» Ma c’è una Parola che riassume tutte le altre, è amare: amare Dio e il prossimo. Gesù sintetizza in questa «tutta la Legge e i Profeti». Il fatto è che ogni Parola, pur essendo espressa in termini umani e diversi, è Parola di Dio; ma siccome Dio è Amore, ogni Parola è carità. Come vivere allora questo mese? Come stringerci a Cristo «unico fondamento della Chiesa»? Amando come Lui ci ha insegnato. «Ama e fa’ quello che vuoi» , ha detto sant’ Agostino, quasi sintetizzando la norma di vita evangelica, perché amando non sbaglierai, ma adempirai in pieno la volontà di Dio. Chiara Lubich Gen's 1/2005 — pag. 26 — 24 notizie ecclesiali Passi nella comunione [DI Incontro ecumenico di vescovi a Istanbul Gli incontri ecumenici di vescovi di varie Chiese “amici del Movimento dei Focolari”, si svolgono con cadenza annuale. Si sono tenute finora in diverse località: Costantinopoli (1984), Londra (1986 e 1996), Ottmaring/Augsburg in Germania (1988 e 1998), Trento (1995), Amman/Gerusalemme (1999), Zurigo (2001), Ginevra (2002) e più volte a Roma. Costante la benedizione da parte dei Capi delle diverse Chiese. Quest'anno l’incontro si è tenuto ad Istanbul dal 23 novembre al 1° dicembre. A Nicea, dove è stato formulato il Credo Venerdì, 26 novembre, quaranta vescovi — ortodossi, siro-ortodossi, armeni apostolici, anglicani, evangelici-luterani e cattolici di vari riti, provenienti da 18 nazioni — si sono recati insieme a Nicea, l’odierna Iznik, il luogo in cui quasi 1700 anni fa, durante il primo Concilio ecumenico, è stato formulato il comune Credo cristiano, detto nicenocostantinopolitano. Consci delle tristi conseguenze delle disunità nel corso dei secoli, i vescovi si sono promessi solennemente in questo luogo-simbolo di attuare in tutto e innanzi tutto il comandamento evangelico dell’amore reciproco, «affinché Cristo viva sempre fra noi e il mondo possa credere anche per il nostro contributo», come ha detto l’arcivescovo di Praga, il Card. Miloslav VIk, il promotore dell’iniziativa. Gen's 1/2005 È stato questo — al dire dei partecipanti — uno dei momenti culmine della 23° Conferenza ecumenica di Vescovi amici del Movimento dei Focolari che, per invito del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, si è svolta dal 23 novembre al 1° dicembre a Costantinopoli. Intervento del Patriarca ecumenico Bartolomeo I Per la “Preghiera ecumenica d’apertura” nella chiesa cattolica di S. Antonio, gremita di cristiani delle diverse Comunità presenti a Istanbul, è intervenuto lo stesso Bartolomeo I, il quale nella mattinata successiva si è rivolto ai vescovi congratulandosi per il loro zelo per l’unità dei cristiani, e si è soffermato quindi sul tema del Convegno: «Dove due o più sono riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro» (Mf 18, 20). Con ampio riferimento alla Scrittura e al pensiero dei Padri greci, il Patriarca ha messo a fuoco tre fondamentali presupposti perché si verifichi questa promessa di Gesù: «l’amore verso Cristo, realizzato con l’osservanza di tutti i suoi comandamenti, la fede in lui, manifestata come fiducia in lui, e la retta fede... come retta conoscenza della sua persona che scaturisce dalla comunione personale con lui». Visite alle Comunità cristiane di Istanbul Nel corso della Conferenza i Vescovi hanno visitato le varie Comunità cristiane della città, unendosi alla loro preghiera, conoscendone i tesori spirituali e condividendone gioie e sofferenze. — pag. 27 — notizie ecclesiali 25 Di particolare rilievo, la visita alla sede del Patriarca Armeno Apostolico Mesrob II, il quale, dopo la celebrazione dei Vespri, si è intrattenuto con i suoi ospiti per un ampio dialogo sulla vita e la situazione della Chiesa armena, che ha dato lungo i secoli una testimonianza spesso eroica. In un suo messaggio per l’apertura del Convegno aveva già formulato un appassionato appello per l’unità. Molto cordiale pure l’incontro con il Vicario patriarcale Siro-Ortodosso Filiiksinos Yusuf Cetin e la sua vivace Comunità che ha fatto grande festa ai vescovi. In un’intervista rilasciata, il Metropolita ha sottolineato che una tale intesa tra i vescovi è un esempio importante per i fedeli. Gioia per un gesto ecumenico di grande significato Al Fanar, la Sede del Patriarcato ecumenico, i vescovi hanno partecipato alle solenni preghiere per l’arrivo da Roma delle reliquie di S. Gregorio di Nazianzo detto “il Teologo” e di S. Giovanni Crisostomo; un gesto ecumenico di grande significato che — come aveva detto a Roma il Patriarca Bartolomeo I — «conferma che non esistono nella Chiesa di Cristo problemi insormontabili, quando l’amore, la giustizia e la pace si incontrano». La partecipazione è continuata poi durante le celebrazioni per la festa di S. Andrea, Patrono del Patriarcato ecumenico, per la quale, oltre alla Delegazione vaticana guidata dal Card. Kasper, erano convenute a Costantinopoli rappresentanze delle Chiese ortodosse nel mondo. “Dialogo della vita” La presenza di Cristo fra coloro che sono uniti nel suo nome è stata non solo il tema del Convegno ma soprattutto l’esperienza che ne ha scandito lo svolgimento, creando — come hanno detto i Vescovi — «un intenso legame di vera fraternità». Tre interventi preparati da Chiara Lubich, hanno illustrato i fondamenti di questa via ecumenica che nasce dalla spiritualità di comunione vissuta nel Movimento dei Focolari: il cosiddetto “Dialogo della vita”, o “Dialogo di popolo” che — ha spiegato la Lubich — «non è un dialogo della base che si contrappone o giustappone a quello dei cosiddetti vertici o responsabili di Chiese, ma un dialogo al quale tutti i cristiani possono partecipare». «Se viviamo così nelle nostre Chiese, esse rifioriranno», ha affermato un vescovo cattolico dell’Inghilterra, accennando alle grandi sfide della secolarizzazione. Mentre un vescovo luterano tedesco ha espresso quanto aveva sperimentato nel Convegno con le parole del ben noto inno «Ubi caritas et amor, ibi Deus est — dove è la carità e l’amore lì è Dio». Passi sul cammino verso l’unità Nel corso del programma, persone del Movimento dei focolari di differenti Chiese hanno raccontato come, nelle varie parti del mondo, si prendono iniziative per incrementare la comunione nelle loro Chiese e fra le diverse Comunità cristiane. Di particolare interesse la testimonianza di un parroco cattolico della Romania. Attraverso un paziente dialogo della carità, sono radicalmente cambiati i rapporti fra i pastori e le diverse comunità cristiane della sua città, con molte iniziative comuni che ormai coinvolgono le stesse autorità civili (cf articolo a p. 17). Non meno significativo il costruttivo dialogo in atto fra il Mouvement Jeunesse Orthodoxe e il Movimento dei focolari, di cui ha parlato un’ortodossa del Libano. Due evangelici e un cattolico hanno aggiornato i vescovi della Giornata ecumenica “Insieme per l'Europa”. Per essa 1°8 maggio 2004 erano convenuti a Stoccarda 10 mila persone di numerosi Movimenti, Comunità e Gruppi spirituali di varie Chiese: inizio di una maggiore testimonianza comune. Incontro con il Card. Kasper La presenza della Delegazione vaticana per la Festa di S. Andrea, ha offerto l’occa- Gen's 1/2005 — pag. 28 — 26 notizie ecclesiali sione di un incontro con il Card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Nell’offrire un quadro dei recenti sviluppi ecumenici, egli ha sottolineato l’apporto dei Movimenti ecclesiali alla causa dell’unità: «Io sono molto grato per questi Movimenti, per il Movimento dei focolari, e penso che è un segno dello Spirito Santo... Soltanto insieme possiamo fare qualcosa per la venuta del Regno di Dio. Perciò i Movimenti sono una strada importantissima». Nel settembre 2005 a Bucarest Prima di ripartire per le loro nazioni, i Vescovi hanno stabilito di ritrovarsi di nuovo nel settembre 2005 a Bucarest, aderendo all’invito del Patriarca rumeno-ortodosso Teoctist e del suo Sinodo. (Servizio Informazioni Focolari) O Momento storico per l’ecumenismo Il 27 novembre scorso nella Basilica Vaticana si è svolta una suggestiva celebrazione durante la quale Giovanni Paolo II ha consegnato le reliquie di san Gregorio Nazianzeno e san Giovanni Crisostomo, ambedue patriarchi di Costantinopoli, a Bartolomeo I. Ancora una volta Giovanni Paolo II ha ribadito che non si stancherà mai «di cercare fermamente e risolutamente questa comunione fra i discepoli di Cristo», perché è suo desiderio, «in risposta alla volontà del Signore», «di essere servo della comunione nella verità e nell’amore». La consegna delle reliquie a Bartolomeo I è stata preceduta dalla lettura di una lettera del Papa al Patriarca, dove si sottolinea come la “traslazione” delle sante reliquie rappresenti «un’occasione benedetta per purificare le nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di riconciliazione, per con- Gen's 1/2005 fermare che la fede di questi nostri Santi è la fede (comune) delle Chiese d’Oriente e d’Occidente». Il Patriarca Ecumenico, Bartolomeo I, nel suo intervento ha sottolineato che «questo fraterno gesto della Chiesa dell’ Antica Roma» segna un passo in avanti nel cammino verso la piena comunione tra le due Chiese. Le spoglie mortali di San Gregorio di Nazianzo giunsero a Roma nel secolo VIII, attraverso un gruppo di monache che vollero metterle in salvo dalla furia iconoclasta dell’imperatore del tempo. Invece le spoglie del Crisostomo vennero portate a Roma nel secolo XIII al tempo dei crociati. Oggi, senza negare i tragici eventi del passato, il ritorno a Costantinopoli delle reliquie dei due Santi ci ripropone l’esempio edificante di questi due grandi Padri della Chiesa una, suscitando una corale preghiera dei cattolici e degli ortodossi per la piena comunione fra le loro Chiese. DI La triplice missione dell’Icona di Kazan Il 25 agosto 2004 Giovanni Paolo II, nel consegnare l’Icona di Kazan alla delegazione vaticana che si recava a Mosca ha trasmesso tre messaggi al patriarca russo Alessio II. «Dica, questa antica immagine della Madre del Signore, a Sua Santità Alessio II e al venerando Sinodo della Chiesa Ortodossa russa l’affetto del Successore di Pietro per loro e per tutti i fedeli loro affidati. «Dica la sua stima per la grande tradizione spirituale di cui la Santa Chiesa russa è custode. «Dica il desiderio e il fermo proposito del Papa di Roma di progredire insieme con loro nel cammino di reciproca conoscenza e riconciliazione, per affrettare il giorno di — pag. 29 — notizie ecclesiali 2 quella unità piena dei credenti per la quale il Signore Gesù ha ardentemente pregato». Ha sottolineato poi la forte testimonianza cristiana di questo Paese: «La Russia è una nazione da tanti secoli cristiana, è la Santa Rus... Anche quando forze avverse si accanirono contro la Chiesa e tentarono di cancellare dalla vita degli uomini il nome santo di Dio, quel popolo rimase profondamente cristiano, testimoniando in tanti casi con il sangue la propria fedeltà al Vangelo e ai valori che esso ispira». Senza mascherare la sua particolare emozione per il gesto lungamente aspettato che andava compiendo, il Papa ha reso grazie alla Divina Provvidenza «che mi concede oggi di inviare al venerato Patriarca di Mosca e di tutte le Russie il dono di questa santa Icona». UM «Non c’è alternativa all'ecumenismo» Il vescovo Wolfgang Huber, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania, il 24 agosto scorso, dopo la sua visita al Papa che gli ha donato una croce pettorale realizzata in occasione del suo 25° di pontificato, ha affermato che in Germania si sta «sperimentando in maniera piuttosto intensa che non c’è alternativa all’ecumenismo» e che «per questo teniamo in grande cura e considerazione lo stato del buon dialogo ecumenico che abbiamo raggiunto». «Sappiamo tutti — ha aggiunto — che attualmente la questione principale verte sul ministero ... la stessa questione è oggi al centro dei dialoghi tra la Chiesa cattolica e la Chiesa luterana» e si sta «procedendo a piccoli passi ... ». «Credo però che, al di là dei chiarimenti raggiunti nell’ambito del dialogo teologico, possiamo aspettarci progressi sicuri per il modo con cui vicendevolmente rispettiamo e consideriamo il ministero dell’altra parte». «Noi come Chiesa evangelica dobbiamo ‘ quindi ora riflettere su quanto spetta a noi fare, affinché raggiungiamo identità e comprensione, coscienza del nostro profilo e rispetto e considerazione del profilo dell’altro, e affinché questo possa rappresentare tra le nostre due Chiese un nuovo legame». a cura della redazione Gen's 1/2005 — pag. 30 — 28 segnaliamo Il ministero petrino Cattolici e ortodossi in dialogo Che la stessa esistenza e il ruolo e le forme del ministero petrino siano il problema teologico più arduo e il maggiore ostacolo sulla strada dell’unità fra i cristiani, non solo lo dicono in vari modi esponenti della Chiesa ortodossa e delle diverse denominazioni cristiane evangeliche, ma l’hanno riconosciuto chiaramente Paolo VI e Giovanni Paolo II. Sono pure molto note le espressioni di Giovanni Paolo II, nell’enciclica U! unum sint e in successivi interventi, che sono State apprezzate e riconosciute da più parti come “un passo rivoluzionario”. Egli non soltanto ha reiterato la richiesta di perdono di Paolo VI «per quello che ne siamo responsabili» nelle difficoltà che quel ministero pone agli altri cristiani, ma ha invitato a pregare lo Spirito Santo che «ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri», incoraggiando tutti ad instaurare «un dialogo fraterno, paziente» (UUS 88, 95-96). Importanti le iniziative nate a questo riguardo in tutti i livelli: dialogo fra le Chiese, interventi ufficiali di varie Chiese, iniziative di studio da parte di Centri di ricerca ecumenica, oltre numerosi libri, articoli, conferenze, ecc. Da parte della Chiesa cattolica, gli addetti ai lavori sanno che la Congregazione per la Dottrina della Fede ed il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno organizzato simposi e raccolto e pubblicato materiale prezioso messo a disposizione di tutti. Gen's 1/2005 Il testo che qui presentiamo è l’espressione di un ulteriore passo in avanti: contiene gli Atti del Simposio accademico fra qualificati esperti delle Chiese ortodossa e cattolica, tenutosi a Roma su iniziativa del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani per continuare lo studio su questo tema ed offrire un contributo alla ricerca ecumenica. Non si tratta ovviamente di un libro divulgativo, ma di materiale fondamentale, che offre parecchie indicazioni storiche e teologiche, ed affermazioni ormai acquisite, insieme a ipotesi di ricerca per studi futuri. Sebbene i vari interventi siano riportati nella lingua in cui sono stati svolti (italiana, francese e inglese), per i lettori italiani si è avuto cura di offrire alla fine di ogni relazione le “linee essenziali di contenuto”, oltre ad una sintesi, sempre in italiano, del dialogo che ne è seguito. Non ci dilunghiamo qui nel descrivere i ricchi contenuti del volume, ma vogliamo rilevarne un pregio fondamentale: la sua lettura costituisce una sorta di “scuola d’ecumenismo” per il modo di porgere i vari interventi, a cominciare da quello iniziale del card. W. Kasper, e persino i dibattiti dopo le varie conferenze. Si tiene conto non soltanto delle posizioni intellettuali degli interlocutori ma anche della loro diversa sensibilità e difficoltà emotive dovute a esperienze passate e a tradizioni cristallizzate in ogni Chiesa. Si espongono gli argomenti con chiarezza e senza nascondere le differenze, ma allo stesso tempo cercando di non ferire e di non sentirsi offesi da chi ha delle posizioni diverse. Si ha cura di distinguere — come affermava nettamente, in ambito cattolico, il Concilio Vaticano II — gli aspetti dogmatici dalle formulazioni che possono ammettere un pluralismo di legittime diversità. Si avverte in molte pagine del libro, assieme alla competenza in materia e alla conoscenza delle posizioni altrui, un tipo di esposizione che va alla ricerca dialogica e sincera di una crescita nella verità e nel disegno di Dio sulla Chiesa e sull’umanità, con un tono, non frutto di scaltrezza ma di “diplomazia della carità”. Questo reciproco ascolto, stimolo ed esame di coscienza per avvicinarci ad un cristianesimo sempre più genuino, non è uno dei frutti più belli e provvidenziali dell'ecumenismo? E la reciproca carità fra le Chiese e fra i loro membri a tutti i livelli, espressa in tutti i modi ormai possibili, non costituisce 1°/umus, l’unica condizione di possibilità per una futura ritrovata unità visibile dei cristiani? Vogliamo concludere riportando, una per tutte, un’affermazione delle ultime pagine del libro: «Il dibattito continua... Il problema tra ortodossi e cattolici rimane grave, ma i progressi probabili si faranno con una ecclesiologia di comunione... una teologia di comunione, ad immagine della Santa Trinità» (pp. 265, 267). Per cui se quanto si era fatto finora era stato utile soprattutto a individuare e ad analizzare i problemi — e questo Simposio è servito per addentrarsi più profondamente nelle varie questioni — l’esperienza positiva realizzata ha incoraggiato i partecipanti a prevedere un futuro incontro analogo, incentrato sul tema “Ecclesiologia di comunione e primato”. Enrique Cambén W. KASPER (ed.), // ministero petrino. Cattolici e ortodossi in dialogo, Città Nuova, Roma 2004, pp. 272, € 19. — pag. 31 — PERCHÉ TUTTI SIANO S ono spesso piccoli fatti che fanno la differenza, atteggia- menti che dal confronto portano al dialogo e alla comu- nione, gesti che passo dopo passo trasfigurano il quotidiano. Ce ne parla un gruppo di seminaristi di varie regioni del Brasile che quest'anno stanno trascorrendo un anno di formazione alla spiritualità di comunione nella “Mariapoli Ginetta”, una delle cittadelle del Movimento dei focolari, nei pressi di San Paolo. «Assieme agli altri, cercavamo di preparare l’invito per le “ferie gens”, una vacanza tra seminaristi. Ci siamo messi davanti al computer e avevamo già un certo progetto in mente. Uno suggeriva una cosa, un altro la perfezionava, un altro ancora perdeva la sua idea per ascoltare fino in fondo quella dell’altro... Un vero campionato di carità. E mentre ciascuno valorizzava l’altro, fra noi cresceva un’aria di famiglia. Alla fine, quale sorpresa! L’invito è venuto non come l’avevamo immaginato, ma molto meglio. Un segno che, forse, tra noi c’era stato veramente Gesù». «Stavo tornando a casa in un pullman superaffollato. Vedevo che c’era là in piedi una coppia con una bambina ed ho offerto loro il mio posto. Mi hanno detto che stavano bene e che bastava che prendessi sulle mie ginocchia la bambina. Era un’opportunità per amare quella famiglia. Abbiamo iniziato un colloquio. Mi hanno detto che erano di un’altra Chiesa cristiana di cui il marito era pastore. Ho fatto capire che io ero cattolico, al che loro, in un primo momento, hanno reagito con un certo riserbo. Ho cercato di accoglierli ancor più profondamente e mi sono interessato della loro Chiesa. Poco prima di scendere mi hanno detto che il mio atteggiamento ai loro occhi mostrava che vivevo in unione con Dio. Per me era la conferma che, per generare la comunione, occorre stare in Dio». «Sono venuti a trovarci una pastora e un seminarista di un’altra Chiesa cristiana. Era previsto che si fermassero per mezz'ora, ma poi sono rimasti con noi per due ore. Abbiamo raccontato loro del nostro stile di vita e delle esperienze che stiamo facendo, cercando di mettere in pratica la Parola. Ne sono stati impressionati. Hanno cominciato a parlare dell’esperienza ecclesiale che stanno vivendo e, presi da quel clima forte di amore reciproco che si era creato, ci hanno aperto il cuore anche su alcuni problemi che stavano passando nella loro comunità. Da una visita d’occasione era diventato un momento di profonda comunione. Alla fine, il seminarista ci ha detto che sarebbe tornato da noi assieme a suoi compagni, affinché anche loro potessero conoscerci». Notizie dal mondo dei seminari - 42 a cura della segreteria internazionale del movimento gens La via del DIALOGO Gen's 1/2005 - 29 — pag. 32 — Aldilà di noi Meglio il meno perfetto in unità Ungheria. «Da tempo desideravamo rendere più viva la Messa, animandola, almeno qualche volta, con canti moderni e la chitarra. I formatori e gran parte dei nostri compagni erano contenti di quest'idea, ma non così il responsabile del coro e alcuni studenti che hanno una sensibilità più tradizionale. Non abbiamo allora insistito, ma piuttosto, durante tutto l’anno, abbiamo cercato di costruire il più possibile l’unità con loro. Recentemente, è avvenuta una svolta: d’accordo col maestro del coro, abbiamo avuto il permesso di accompagnare una volta al mese la messa con la chitarra. Si è formato quindi un gruppo di quattro persone. Ed è iniziata un’altra avventura: non era semplice giungere alla scelta dei canti e arrivare a eseguirli con un certo livello. Ad un certo punto ci siamo detti che ciò che contava era l’unità fra di noi e che il resto sarebbe venuto in sovrappiù. E così abbiamo proseguito. Ci sono stati tanti momenti in cui avevamo l’occasione di morire alla nostra volontà per accogliere fino in fondo quella dell’altro ed essere così un dono l’un per l’altro. Preparata in questo modo, la messa è stata bellissima. Tutto il seminario — compresi quelli che prima erano stati contrari — ha cantato come ad una sola voce ed è stata una vera festa con Gesù fra di noi». (L.B.) «Ma lei è diverso!» Brasile. «Sono stato invitato allo sposalizio di mia cugina nella Chiesa luterana. Era bella la cerimonia e le parole del pastore Gen's 1/2005 - 30 erano molto significative. Alla fine grandi festeggiamenti. Ma io non mi sentivo bene. Avevo un forte mal di testa e non avrei voluto rimanere alla festa. Accogliendo in questo malessere Gesù crocifisso, ho cominciato a parlare con il pastore ed ho ascoltato tutta la sua storia. Mi ha presentato sua moglie e i suoi figli e mi ha raccontato molte cose della sua vita. Uscendo da me stesso e dal dolore che provavo, mi sono Ì fatto letteralmente nulla per prestargli attenzione. Ad un certo punto mi ha chiesto di quale Chiesa protestante facessi parte, perché il mio comportamento aveva attirato la sua attenzione. “Lei è diverso”, mi ha detto. Gli ho raccontato allora anch’io la mia storia. E lui, assieme alla moglie e ai figli, sono stati molto contenti. Siamo rimasti amici ed egli mi ha invitato a passare alcuni giorni in famiglia con loro». (M.M.) «Davvero, nulla è impossibile!» Corea. «Quando, dopo un lungo periodo di assenza, sono arrivato in parrocchia, ho avvertito molto freddo, e questo non tanto perché era il più rigido inverno che stavamo passando da anni, ma perché tutto pareva coperto dal gelo di tanti cuori freddi. A dir la verità, al primo impatto mi sono trovato assai spiazzato, perché tutto era così diverso dall’esperienza di comunione e fraternità che avevo vissuto nei mesi precedenti. Con dolore costatavo che quella parrocchia si presentava più come una scuola di “disunità” che di “comunione”. Veramente, in questa situazione mi aspettavano tanti volti del Cristo crocifisso che voleva essere da me abbracciato ed amato. Ricordarmi che in tutta questa indifferenza e nei contrasti fra le persone non trovavo null’altro che lui, mi ha aiutato ad essere felice pure in mezzo a questa situazione e a rispondere a parole dure ed affronti non contraccambiando, ma con un sorriso e con la gioia. Con l’andare del tempo, si è verificato a poco a poco un cambiamento. Ora anche qualcun altro mi sorride. Davvero, nulla è impossibile!». (V.B.) — pag. 33 — Chiara Lubich «Come te stesso» : e tu entri nel Vangelo — e questa è una bella avventura per te — ti trovi IS di colpo come sul crinale di una montagna. Già in alto quindi, già in Dio, anche se guardandoti a lato vedi che la montagna non è una mon- tagna ma una catena di montagne e la vita per te è camminare lungo lo spartiacque fino alla fine. Ogni Parola di Dio è il minimo e il massimo che Egli ti chiede, per cui quando tu leggi: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, hai della legge fraterna la massima misura. Il prossimo è un altro te stesso e come tale lo devi amare. Se lui piange, piangerai con lui; e se ride contuitiderai; e se ignora ti farai con lui ignorante e se ha perduto suo padre t'immedesimerai nel suo dolore. Tu e lui siete due membra di Cristo e che soffra l’una o l’altra per te è simil cosa. Perché per te ciò che vale è Dio che è Padre d’entrambi. E non cercare scuse all’amore. Il prossimo è chiunque ti passa accanto, povero 0 ricco, bello o brutto; ignorante o dotto, santo o peccatore, della tua patria o straniero, sacerdote o laico; chiunque. Prova ad amare chi ti sfiora nel momento presente della vita e scoprirai nell’animo tuo nuovi germogli di forze prima non conosciute: esse daranno sapore alla tua vita e risponderanno ai tuoi mille perché. Il sorriso e la preghiera Congo. «Da tempo siamo impegnati ad amare Gesù crocifisso, specialmente nei prigionieri e nei malati. Un giorno ci siamo detti: “La preghiera e il sorriso sono due grandi doni che possiamo offrire a chi ne ha bisogno”. Poco tempo dopo, ho incontrato un divorziato, padre di quattro figli che si erano dispersi, affranto dalla solitudine e dalla fame e abbandonato alla compassione dei suoi vicini. Sono entrato nella sua casa, con un sorriso ma a mani vuote. Egli si è affrettato a cercare per me una sedia presso i vicini, ma io mi sono seduto con lui sulla sua stoia e gli ho assicurato che così mi trovavo più a mio agio. L’ho invitato a fare Da: Disegni di luce, Roma 1996, p. 24 insieme una preghiera e poi egli mi ha raccontato tutta la storia che l’aveva portato al divorzio e ciò che era avvenuto dopo. Ne sono rimasto profondamente commosso. Ma più ancora mi ha toccato il fatto che egli da due giorni pativa la fame. Ciononostante, la mia presenza e il mio sorriso l’avevano confortato e non voleva più lasciarmi andare. In testa mi frullava una sola idea: dove trovare un po’ di cibo per questo papà? Alla sera, mi ha invitato a casa sua un cristiano che desiderava conoscermi. Mi ha poi donato una piccola somma. L’ho portata subito a quel papà e così egli, quella sera, ha potuto mangiare. Ho compreso allora che il sorriso e la preghiera sono davvero una grande forza». (L.M.B.) Gen's 1/2005 - 31 — pag. 34 — Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: Segreteria internazionale del Movimento gens, c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. Fraternità Gen's 1/2005 - 32 ecentemente nella cittadella internazionale del Movimento IR dei focolari a Loppiano nelle vicinanze di Firenze, si è inaugurata la nuova chiesa. In questo contesto Rogelio, seminarista latino-americano, ha vissuto questa esperienza. Tra i molteplici lavori che c'erano da fare affinché tutto fosse pronto in tempo, a me è toccato collaborare con i giardinieri di una ditta specializzata. Non erano affatto entusiasti della nostra presenza, perché guadagnavano per ore e non avevano alcuna fretta, mentre noi non avevamo tempo da perdere. Ad essi recava fastidio vedere sacerdoti e seminaristi inesperti fare lavori così umili con serenità e gioia. Ascoltando le loro conversazioni mi sono reso conto che non erano gente di Chiesa, anzi si burlavano di noi: «Siete venuti a confessarci?», ci domandavano. All’improvviso uno dei lavoratori mi butta per terra con forza, ordinandomi di seminare l’erba. Forse avrà pensato che avrei reagito male e mi sarei ritirato. Mi sono messo subito all’opera, rispondendo al loro umore antireligioso con il buon umore latino americano. Pian piano è iniziato un dialogo: loro si fermavano per parlare e io lavoravo e parlavo. A un certo punto hanno cominciato a guardarmi con altri occhi. Sapevo che in qualche modo dovevo far presente Gesù in quell’ambiente, ma non potevo farlo con parole a loro incomprensibili. Dovevo, come ci insegna Chiara, “colorire tutto con l’evangelo”. Ho capito che io dovevo adattarmi a loro e non loro a me. Mi rendevo conto che ci sono tanti settori della società lontani da Dio per la nostra incapacità di “farci uno” con essi, adattandoci, quando necessario, ai lavori umili che la gente fa normalmente per guadagnarsi la vita come nella famiglia di Nazaret. Terminato il mio orario, dovevo tornare a casa. Veramente le nostre ore di lavoro erano state “simboliche”. Mi congedo da ognuno in modo fraterno, ma quando mi avvicino al lavoratore che mi aveva gettato a terra per stringergli la mano, mi da un forte e prolungato abbraccio. I suoi occhi si sono inumiditi ed anche i miei. E mi dice: «Vai avanti, ragazzo mio, per la tua strada». Gli ho risposto spontaneamente: «L'immagine che tu hai di noi cambierà perché, come voi seminate l’erba, noi stiamo seminando una nuova Chiesa e una generazione di sacerdoti che sapranno amare tutti»). Il viso di quest'uomo mi é rimasto nella mente e quando sono arrivato a casa ho pianto di gioia. Davvero avrò il coraggio di dare il mio contributo alla costruzione della Chiesa che vogliamo? Davvero saprò portare Gesù agli altri “con i muscoli”? Mi ricordavo di Natalia Dallapiccola quando chiedeva a Chiara che predicasse a tutti la scoperta di Dio Amore, e lei le ha risposto: «Natalia, il mondo é pieno di predicatori. Quello che ci vuole è vivere la Parola per trasmettere Gesù con la nostra vita». Sono giunto a casa con le mani coperte di terra, mani che stanno imparando a “seminare unità”, mani capaci di prendere buoni libri spirituali ma allo stesso tempo disposte a.mettere in pratica la Parola di vita che Chiara mi ha dato: «Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti» (/73 3, 12). Il giorno della consacrazione della chiesa, servendo all’altare, mi sentivo insieme a tutti sotto il manto di Maria! — pag. 35 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen 4 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. es rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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