gen’s 2005/3-4 – Gesù presente nella comunità/2 Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2005-3-4-gesu-presente-nella-comunita-2/ — pag. 1 — Editoriale Il popolo del Risorto Ghiara Lubich Gesù in mezzo a noi 2/L'esperienza dei Focolari Mario Spaki Gesù torna in mezzo alla gente Beda Baumgartner «Una sfida di Vangelo vissuto» Mario Sbarigia Una parrocchia. colorata di carismi Vera Araujo La persona in una società complessa Maria Frandina «Aiutalo a crescere nella sua. terra» Poste: Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento. Snno XXXVI Postale — DIL: 358/2003 (conv. 'in.L.27/02/2004 maggio - agosto n.46) art. 1 comma 2:DCB - ROMA — pag. 2 — maggio - agosto 2005 65 67 68 71 75 78 84 90 95 98 101 EDITORIALE PADRI DELLA CHIESA SPIRITUALITÀ ESPERIENZA TESTIMONIANZA INTERVISTA RIFLESSIONE TESTIMONIANZA CHIESA NEL MONDO FLASH DI VITA MONDO DEI SEMINARI Il popolo del Risorto Hubertus Blaumeiser Quando tra noi non c’è Gesù Giovanni Crisostomo Gesù in mezzo a noi Rendere visibile la presenza del Risorto nella Chiesa 2— L'esperienza dei primi tempi dei Focolari Chiara Lubich Gesù torna in mezzo alla gente “Settimana dei piccoli gruppi” in una diocesi del Brasile Mario Spaki «Siete una sfida di Vangelo vissuto» Una parrocchia svizzera impegnata ad essere comunità in dialogo Beda Baumgartner Una parrocchia colorata di carismi Cosa succede se una parrocchia accoglie i moderni Movimenti ecclesiali? Scompiglio o rinnovamento? intervista a Mario Sbarigia La persona nel cuore di una società complessa Uno sguardo, sul nostro mondo, realistico e senza illusioni, ma capace di infondere serenità e speranza Vera Aratijo «Aiutalo a crescere nella sua terra» Riflessioni sull’arte d'amare, a partire da un’esperienza umanitaria in Africa Maria Frandina Notizie ecumeniche Gli zingari nostri fratelli Piergiorgio Zocchio Nell’Eucaristia: il paradiso e la terra Virdg Rassay «Sei tu, Signore, che vieni a visitarmi» Giovanni Coccolo Notizie dal mondo dei seminari — 44 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Rai li i i cdi dei iii 4 cià ci I i — pag. 3 — editoriale Il popolo del Risorto tupiscono i primi passi di Papa Ratzinger: il coraggio con cui all’apertura del Pontificato ha dichiarato di non avere un “suo” programma; l’inconsueto appellativo “amici” con cui continua a rivolgersi al Popolo; la reciprocità di fede, preghiera, carità, che egli intende vivere con gli altri battezzati, pur conscio della specificità della sua missione; l’incondizionata fedeltà alla Rivelazione, insieme all’urgenza da lui avvertita di schiudere al mondo di oggi il significato umanizzante del messaggio della salvezza. In realtà, già da queste prime settimane di Pontificato emergono accenti di una visione di Chiesa che promette di portare a più decisa realizzazione linee dottrinali fondamentali e aspetti concreti del Concilio Vaticano II. Innanzi tutto, la convinzione che al centro della Chiesa è la presenza viva del Risorto, tanto che il nuovo Papa si premura costantemente di non “occupare” quello spazio con la sua immagine e persona, bensì di esaltare e far scoprire a tutti quella presenza vivificante. «In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo», ha detto nella solenne Messa per l’inizio del Pontificato. E ha proseguito: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia». E qui si delinea già un altro accento: l’intenso e ripetuto “con” di Papa Ratzinger: il “con” creduto e vissuto della comunione, della Chiesa-comunione. «Il Papa non è un sovrano assoluto», ha detto con forza il 7 maggio nella Basilica lateranense. E in quell’occasione presentò l’immagine di un vescovo di Roma che, quale successore di Pietro, ha sì uno speciale compito, ma in questo ruolo si sa parte di un Popolo in cui «ogni cristiano, a suo modo, può e deve essere testimone del Signore risorto». È significativo poi come, nel suo stemma, abbia sostituito la tiara con la mitra episcopale, a sottolineare che egli, pur investito di un ministero singolare e universale, è innanzi tutto vescovo insieme agli altri vescovi. Da qui l’accento sulla “comunione collegiale”, all’indomani dell’elezione, quando ha chiesto ai cardinali di essergli accanto «con la preghiera e col consiglio», «aiutandoci gli uni gli altri nell'adempimento dei rispettivi compiti a servizio della Chiesa». Allo stesso tempo una Chiesa proiettata verso il mondo, verso i tanti deserti esteriori (fame, sete, solitudine, abbandono...) ed interiori (oscurità di Dio e svuotamento delle anime) in cui vive l’umanità di oggi, affinché la terra diventi quel «giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere». «La Chiesa nel suo insieme — ha osservato nella Messa d’inizio Pontificato —, ed i Pastori in essa, come Gen's 3-4/2005 — pag. 4 — 66 editoriale Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza». Una Chiesa, dunque, che «non esiste solo per se stessa, ma che è un punto luminoso per gli uomini (...) una forza di unità, un segno per l’umanità» (così ai suoi connazionali il 25 aprile); non occupata di sé, ma trasparente, se così si può dire, mariana: Chiesa che mostra e offre agli uomini e alle donne non se stessa ma la presenza viva di Gesù che essa custodisce nel suo seno: Gesù che è Vita e Luce e Gioia. E che sa parlare di tutto questo in termini comprensibili per la gente di oggi. «C'è ancora un grande lavoro di traduzione da fare dei grandi doni della fede nel linguaggio di oggi, nel pensiero di oggi», aveva detto il Card. Ratzinger in un’intervista del 2001 che la Radio Vaticana ha rilanciato all’indomani della sua elezione a vescovo di Roma. Ed aveva precisato: «Le grandi verità sono le stesse: il peccato originale, la creazione, la redenzione, la vita eterna... ma molte di queste cose si esprimono ancora con un pensiero che non è più il nostro e bisogna farle arrivare nel pensiero del nostro tempo e renderle accessibili per l’uomo perché veda davvero la logica della fede». In questo sforzo, Benedetto XVI, come già il suo grande predecessore, vede indispensabilmente unite diocesi e parrocchie e moderne espressioni carismatiche come i Movimenti. In una recente Nota pastorale — ha detto ai Vescovi italiani il 30 maggio scorso — «vi siete (...) saggiamente preoccupati di sostenere le parrocchie, riaffermando il loro valore e la loro funzione (...). Ma avete anche messo in luce la necessità che le parrocchie assumano un atteggiamento maggiormente missionario nella pastorale quotidiana e pertanto si aprano ad una più intensa collaborazione con tutte le forze vive di cui la Chiesa oggi dispone». Ed ha sottolineato: «E molto importante, al riguardo, che si rafforzi la comunione tra le strutture parrocchiali e le varie realtà “carismatiche” sorte negli ultimi decenni e largamente presenti in Italia, affinché la missione possa raggiungere tutti gli ambienti di vita». Emerge da questi primi pronunciamenti del Papa l’immagine di una Chiesa che ricorda la realtà del Cenacolo della Pentecoste: una Chiesa che, conscia della sua dimensione sacramentale e ministeriale, esalta altresì la sua dimensione carismatica e mariana; fatta da uomini e donne che sono insieme testimoni del Risorto, persone che vivono lo straordinario nell’ordinario, “uomini semplici” come i santi «da cui emanava — come ha detto Benedetto XVI ancora il 7 maggio nel Laterano — ed emana una luce splendente capace di condurre a Cristo». H. B. Gen's 3-4/2005 — pag. 5 — padri della Chiesa 67 Quando tra noi non c’è Gesù D ove sono due o tre riuniti nel mio nome, dice Gesù, io sono in mezzo a loro» « (Mt 18, 20). Mantenere uniti coloro che si amano è frutto di una grande e forte amicizia. Mi chiederete: «Vi sono persone così miserabili da non desiderare Cristo in mezzo a loro?». Sì, noi stessi, noi che siamo in lotta gli uni contro gli altri. Qualcuno forse replicherà in modo ironico: «Che cosa dici? Non vedi che siamo tutti sotto lo stesso tetto, dentro la stessa chiesa, concordi nello stesso ovile, senza il minimo dissenso, gridando all’unisono sotto la guida dello stesso pastore, ascoltando insieme quello che dice, e pregando in comune; e tu parli di lotte e di discordie!».. Sì, parlo di lotte e non sono pazzo e nemmeno m’inganno. Vedo ciò che è evidente e so che siamo tutti nel medesimo ovile e sotto lo stesso pastore. Per questo ritengo tanto più deplorevole che, nonostante tutti i nostri segni di unione, siamo divisi. «Ma — mi direte — quale divisione vedi tra noi?». Qui nessuna, ma quando la nostra assemblea è terminata, l’uno critica l’altro; questo ingiuria pubblicamente il fratello; il tale è roso dall’invidia, dall’avarizia o dalla cupidigia; il tal altro si abbandona alla violenza; un altro ancora alla sensualità, all’impostura o alla frode. Se le nostre anime potessero essere messe a nudo, vedreste allora l’esattezza di tutto questo, e riconoscereste che non sono pazzo... Diffidando gli uni degli altri, ci temiamo a vicenda, parliamo all’orecchio del vicino e se vediamo avvicinarsi un terzo ripiombiamo nel silenzio e cambiamo discorso. Questo non è certo un segno di fiducia, ma piuttosto di una diffidenza estrema. «Non facciamo questo per nuocere agli altri — direte — ma per proteggerci». È proprio quello che mi addolora: vivendo tra fratelli, sentiamo il bisogno di stare in guardia per non ricevere dei torti, e riteniamo necessario prendere tante precauzioni. La causa di tutto questo è la frequenza della menzogna e dell’inganno, la grande diminuzione della carità, le querele senza tregua. Così troverete molta gente che ha più fiducia nei pagani che nei cristiani. Ecco un motivo di confusione, di lacrime e di gemiti. Rispettate, rispettate dunque questa mensa a cui tutti ci comunichiamo; rispettate il Cristo immolato per noi; rispettate il sacrificio che viene offerto... Dopo aver partecipato a una simile tavola ed esservi comunicati con un simile alimento, dovremmo forse prendere le armi gli uni contro gli altri? Dovremmo invece armarci tutti insieme contro il demonio! Ecco che cosa ci rende così deboli. Invece di riunire i nostri scudi in un solo fronte contro di lui, ci uniamo a lui per combattere i nostri fratelli; ci poniamo ai suoi ordini invece di combattere soltanto lui. Ripetiamolo: è contro i fratelli che dirigiamo i nostri colpi. «Ma - dirai — io sono stato oltraggiato». Se il tuo prossimo ti ha ingiuriato, prega Dio di usargli misericordia. È tuo fratello, un membro del tuo corpo; egli è invitato alla stessa tavola, come te. San Giovanni Crisostomo Omelia 8 sulla Lettera ai Romani, 8 Gen's 3-4/2005 — pag. 6 — 68 spiritualità Rendere visibile la presenza del Risorto nella Chiesa 2 — L'esperienza dei primi tempi dei Focolari Gesù in mezzo a noi di Chiara Lubich Proseguiamo qui la pubblicazione della meditazione sulla presenza di Cristo tra coloro che sono uniti nel suo nome, che è stata proposta a un gruppo di vescovi di varie Chiese ad Istanbul nello scorso novembre. Se nella prima parte si è approfondita la rilevanza ecclesiologica di tale presenza (cf “Gens” 2/2005, pp. 36-39), in questa seconda si rievoca la forza travolgente e il fascino con cui se n'è fatta esperienza agli esordi del Movimento dei focolari. I titoletti inseriti nel testo sono della redazione. M? passiamo ora alla seconda parte di questo tema. Se, nella prima, come ho detto, ho cercato — come sono stata capace — di approfondire “Gesù in mezzo” nella sua dimensione teologica ed ecclesiologica, in questa vorrei farlo nella sua dimensione carismatica — che è tutt'altra cosa — dato che la nostra “spiritualità dell’unità” è ed è vista dalla Chiesa come dono di Dio. Per far ciò mi varrò dei primissimi scritti che possediamo, e cioè di alcune fra le lettere che scrivevo a persone varie. Come esempio ne riporto qui tre. Gen's 3-4/2005 L’unità: è Gesù fra noi Questa del 1948 è diretta a dei “Fratelli carissimi in Gesù”. E una lettera forte, adamantina. Vi è la descrizione dell’unità come realtà soprannaturale: la grandissima scoperta della presenza di Gesù nell’unità. Ora, dopo la prima parte del presente tema, affermeremmo: di quel Gesù che dona alla Chiesa e ad ogni altra, anche piccola comunità, il volto di Cristo. È un brano di natura mistica, direi: una riprova che la nostra è una via ascetica e mistica insieme: ascetica perché domanda il nostro sforzo; mistica perché arriva pure il suggello del Cielo. La lettera afferma: Gesù è una realtà così forte che si vede, si sente, si gode; che tocca i sensi dell’anima, anche se sempre ineffabile. Ecco la lettera: «L’unità! Ma chi potrà azzardarsi di parlare di lei? È ineffabile come Dio! Si sente, si vede, si gode... ma è ineffabile! Tutti godono della sua presenza, tutti soffrono della sua assenza. È pace, gaudio, amore, ardore, clima di eroismo, di somma generosità. E Gesù fra noi! Gesù fra noi! Vivere per averLo sempre con noi! — pag. 7 — spiritualità 69 Per crearLo [è un modo di dire: ‘generarlo’ — come dice Paolo VI — con il reciproco amore], per crearLo sempre fra noi, per portarLo nel mondo ignaro della sua pace, per avere in noi la sua Luce! La sua Luce! ... Vorrei parlarvi e non so parlarvi. Il cuore parla con la sua voce che è amore. La mente contempla, sazia della bellezza!». E qui la lettera continua con l’incoraggiamento ad averlo sempre fra noi, costasse pure l’abbandono più crudo. E lo si vede come la salvezza del mondo. «Confidate — ha detto Gesù — ho vinto il mondo» (cf Gv 16, 33). Perché Egli è onnipotente. «Vorrei che tutto il mondo crollasse, ma che Lui sempre rimanesse fra noi, fra noi uniti nel suo Nome, perché morti al nostro. Fratelli, Iddio ci ha dato un ideale che sarà la salvezza del mondo! Restiamogli fedeli, costi quel che costi anche se un giorno dovessimo gridare con l’anima in fiamma per infinito dolore: “Dio mio, Dio mio, perché anche Tu mi hai abbandonato?” E avanti! Non con la nostra forza, meschina e debole, ma con l’onnipotenza dell’Unità. Ho constatato, toccato con mano che il Dio fra noi compie l’impossibile: il miracolo!». E si afferma, con certezza carismatica, che se noi saremo uno, tutti lo saranno. Ma occorre saper perdere tutto, saper non essere noi stessi perché Dio viva in noi attraverso l’amore ai fratelli. «Se noi resteremo fedeli alla nostra consegna, il mondo vedrà l’Unità e con essa la pienezza del Regno di Dio. Tutti saranno Uno, se noi saremo Uno! E non temete di cedere tutto all’Unità; senza amare — senza misura —, senza perdere il giudizio proprio; senza perdere la propria volontà, i propri desideri, non saremo mai Uno! Sapiente è chi muore per lasciar vivere in sé Dio! E l’Unità è la palestra di questi lottatori della vita vera contro la vita falsa. L’Unità innanzi tutto! In tutto! Dopo tutto! Poco contano le discussioni, le questioni anche più sante, se non diamo vita a Gesù fra noi, amandoci tanto da donarci tutto». Prima di tutto l’unità Sempre nel 1948, in una lettera diretta a quattro giovani religiosi francescani conosciuti e già in unità, si è coscienti di che cosa sia l’unità, e la si vorrebbe dare a tutti. Siamo, dunque, nella “novità” spiegata nella prima parte del tema, dove si dice che “Gesù in mezzo” lo si ebbe senz’altro nella storia passata in comunità, in assemblee liturgiche... Ma che ora si ha la spinta a portarlo a tutti. Inoltre, qui c’è un collegamento esplicito fra l’unità e Gesù abbandonato a cui si sente di doversi donare abbracciando il dolore. Dice la lettera: «La felicità che noi proviamo nell’Unità che ci hai donato, morendo, la vogliamo dare a tutte le anime che sfioreranno le nostre! Noi non possiamo tenerla solo per noi giacché molti, molti hanno fame e sete di questa piena pace, di questo gaudio infinito! Usa di noi, squarcia il nostro cuore, (...) tutti noi stessi perché Tu solo viva in noi! Nulla temiamo. Tutto attendiamo, tutti i dolori (...). Abbiamo scelto per nostro tutto Te sulla Croce, nel massimo abbandono e ci dai il Paradiso in terra. Sei Dio, Dio, Dio». Gen's 3-4/2005 — pag. 8 — 70 spiritualità E la lunga lettera conclude con questi pensieri: dobbiamo anteporre a tutto l’unità, l’unità è santità, è il trionfo della carità, è pienezza di gioia, è sicura testimonianza per molte altre persone. Occorre puntare a trasformare anzitutto l’ambiente in cui viviamo. «Quindi: ANTE OMNIA - prima di tutto — (anche se in questo tutto ci fossero le cose più belle, le più sacre, come la preghiera) SIANO UNO! Allora non saranno più loro ad agire, a pregare, ... ma sempre Gesù in loro! L’Unità è la palestra della santità. È il trionfo della carità. E Paradiso raggiunto, anche se siamo sempre sulla terra e quindi “in militia” (cioè militanti) per mantenerci uno e per consumare altre anime in uno! (...) Muoiano, muoiano completamente nel Gesù fra loro! (...) Come ogni oggetto che passa accanto ad un risucchio del mare o d’un lago è irreparabilmente trascinato nel vortice (il risucchio è formato dall’incontro di due correnti!... non è anche questo il simbolo dell’unità?) così ogni anima che incontra Gesù (il Gesù fra noi) sarà irreparabilmente perduta nel suo Amore. Auguro loro che i/ Gesù fra loro tenda le reti (...) e quotidianamente la pesca sia miracolosa!». Gesù in mezzo converte Già nel 1949 si realizza quanto previsto: il fuoco divampa! Sarebbe la conferma che anche la diffusione del nostro Movimento, avvenuta in seguito su tutto il pianeta, è stata frutto di Gesù in mezzo a noi. Nella lettera indirizzata ad un sacerdote, fratello carissimo in Gesù, si sente il nostro apostolato come una missione e si applica anche a noi quanto Gesù ha detto ai suoi apostoli: «Come il Padre ha mandato me...», che darebbe ragione alla “nuova evangelizzazione” di Giovanni Paolo II. Infatti, egli afferma che essa ha nuovi “metodi”: è opera non solo Gen's 3-4/2005 di pochi missionari, ma del popolo di Dio intero. E, per questa missione, Gesù ci santifica nella verità e cioè nella Parola di vita che, vissuta, ha potere di liberarci da noi stessi ed unirci fra noi. Si dice pure il modo di unirsi: comunicarsi tutto, specie i beni spirituali. La lettera invita a guardare lontano nella certezza che tutta la città sarà conquistata, se vi sarà l’unità. Perché Gesù in mezzo converte. Domanda di usare tutti i mezzi per la gloria di Dio. Nella splendida finale si afferma che, se è Gesù in mezzo che darà gloria a Dio, certo che la gloria sarà grande. Ecco quanto scrivo: «La Parola di Vita è il nostro tesoro nascosto: quella che ci monda e ci consuma in uno con Gesù e fra noi. E quel vincolo nessuno lo spezzerà. Dica alle persone della sua città che siamo loro unite più di quanto possano pensare: che si consumino in uno, comunicandosi l’un l’altra tutti i tesori che posseggono specie quelli spirituali, onde sia Gesù in mezzo ad esse che si santifica e che guardino pur lontano a tutta la città, ché tutta sarà conquistata dal Gesù fra loro, se saranno unite. Gesù fra le anime fa miracoli: le conversioni a Dio sono all’ordine del giorno e le rivoluzioni dei cuori sempre più frequenti: è l’onda infuocata della Carità che travolge; è la Luce di Gesù. L’importante è che stiamo uniti e ci comunichiamo al massimo tutto: sia attraverso il telefono senza fili che è la Comunione dei Santi, sia attraverso tutti i mezzi esterni che Iddio mette a nostra disposizione: che le nostre lettere (ad es.) portino l'avanzare della Fiamma e Gesù abbia nel mondo tutta la Gloria. Ma, se è Egli fra noi che la dà a Se stesso, certo che sarà grande (...)». Tutto qui. Il Signore ci dia di vivere in modo tale che Egli sia sempre in mezzo a noi. E il perché del Movimento, è la più grande ricchezza per tutti noi cristiani. Chiara Lubich — pag. 9 — esperienza 71 «Settimana dei piccoli gruppi» in una diocesi del Brasile Gesù torna in mezzo alla gente di Mario Spaki Una diocesi intera si sta rinnovando e vive una capillare esperienza di evangelizzazione grazie ai “Piccoli Gruppi”, nei quali sempre più si sperimenta la realtà evangelica dei due o più riuniti nel nome di Gesù. Il loro cuore era rattristato La diocesi di Ponta Grossa, nel sud del Brasile, comprende 17 città, con un totale di circa 700.000 abitanti, distribuiti in 40 parrocchie. La percentuale di chi si dice cattolico è del 75%. Da tempo si parlava della necessità di sostenere i Piccoli Gruppi esistenti e di formarne dei nuovi. Questi sono sorti in diocesi sulla scia delle Comunità Ecclesiali di Base e sono costituiti da cinque o più famiglie, che si ritrovano nelle loro case, due volte al mese, per leggere la Parola di Dio, pregare e poi agire in conformità alla Parola stessa. Naturalmente farli funzionare non è sempre facile e allora, per aiutarli, durante un incontro a livello diocesano due anni fa, sono state scelte una decina di persone per comporre a questo scopo un’équipe diocesana centrale. In quell’occasione mi è stato assegnato il compito di coordinare tale lavoro. I laici scelti per formare con me l’équipe ben presto mi hanno fatto sapere che aveva- no mille attività presso le loro comunità e che non avrei potuto contare più di tanto su di loro. Non mi sono scoraggiato, ma ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata far sperimentare loro la presenza di Gesù in mezzo alla comunità. Nel giorno stabilito ci siamo incontrati di sera per la prima volta. Dopo il saluto iniziale ognuno ha potuto dire qualcosa. È stata una lamentela a non finire: «Sono venuto solo oggi, per dovere, ma non verrò più»; «sono sovraccarico di attività...»), e così via. Quando tutti avevano parlato, ho preso dal mio zainetto il commento di Chiara Lubich ad una frase del Vangelo, che noi chiamiamo “Parola di vita”. Lo abbiamo letto, abbiamo fatto un primo scambio di impressioni e ho raccontato le mie esperienze su quella Parola. La prima delle due ore è passata in un baleno. Poi abbiamo visto alcune cose pratiche in un clima molto distensivo. L'esperienza vissuta insieme quella sera è rimasta come un punto di riferimento: la tristezza, il peso del lavoro della giornata, si sono mutati in gioia, serenità, ardore... Loro stessi, da allora, hanno adottato nei Gruppi il metodo della Parola di vita e lo scambio delle esperienze prima di sbrigare le altre cose. Ormai due anni sono passati. L'équipe non solo non è diminuita, ma a poco a poco, i membri hanno chiesto se potevano portare agli incontri e alle attività le loro famiglie. E così sta avvenendo tuttora. Spesso dicono: Gen's 3-4/2005 — pag. 10 — 72 esperienza «Attendo con gioia il giorno del nostro incontro... Ne esco rinnovato...)). Eppure, anche nella nostra équipe si riflette, si organizza e si lavora. Ma ormai conoscono per esperienza cosa significa avere Gesù in mezzo a loro con i suoi effetti tipici. È di tale Piccolo Gruppo del centro diocesi e di altri come questo che racconterò. Il nostro Gruppo, infatti, vuol essere un’espressione degli altri 2.000 esistenti in diocesi. Piccoli significativi episodi Ci ha raccontato Isabel, una signora che abita in un quartiere povero: «Un giorno è mancata l’acqua nella mia casa. Sono andata dalla vicina per verificare se lì ce ne fosse. Arrivata, ho visto le persone raccolte in preghiera. Sono entrata e ho pregato anch’io con loro. Da allora, mai più ho lasciato di partecipare al Piccolo Gruppo e ne sono molto felice». Quali luci che riscaldano e illuminano i cuori, i Piccoli Gruppi si moltiplicano come funghi, contagiando ormai tutta la diocesi. Il compito della nostra équipe è essere un cuore pulsante che vive il “due o più”, per poi raccogliere e far circolare fra tutti le notizie più belle. Oltre a questo, promuoviamo incontri per trasmettere ai coordinatori dei gruppi il nostro ardore ed entusiasmo. Un esempio. Una domenica ci siamo incontrati con 150 coordinatori di Gruppi in una parrocchia. Abbiamo parlato un po’ degli ultimi sviluppi e poi abbiamo chiesto che ci raccontassero le esperienze vissute da loro: è stato un pomeriggio indimenticabile! Una signora ci ha confidato: «Nel mio Gruppo c’era una donna che aspettava un bambino. Radunati a casa sua ci siamo accorti che lei non aveva niente, ma solo un grande cuore. Ci siamo organizzati e ogni famiglia ha fatto un dono diverso per il bambino. Poi, avvicinandosi il giorno del parto, l’abbiamo portata in ospedale impegnandoci a pagare le spese». Gen's 3-4/2005 Mentre lei raccontava, ci sembrava di contemplare la scena evangelica del Buon Samaritano. Continuando l’incontro, il clima fra tutti era stupendo e, nonostante il caldo rovente, nessuno voleva andar via. La realtà creatasi tra noi riecheggiava altre celebri parole: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?» (Le 24, 32). Dalle testimonianze ci siamo accorti che i gruppi si ritrovano anche se il parroco non riesce a sostenerli; si rinfrancano, si consolano, si rallegrano per le manifestazioni di Dio e danno vita ad un’antica realtà, così descritta da Tertulliano: «Dove tre [sono riuniti], anche se laici, lì è la Chiesa». Durante l’anno scorso abbiamo partecipato a 20 incontri di questo tipo, ammirando ogni volta le meraviglie realizzate da Dio in mezzo al suo popolo. Dei 2.000 Piccoli Gruppi sparsi in diocesi circa 500 si sono preparati ad accogliere Gesù Bambino, durante il Natale, con le Carte dell’Arte d'amare. Solo il Cielo sa ciò che è avvenuto! La Settimana diocesana Oltre ai corsi realizzati, ai sussidi prodotti per la formazione dei gruppi, l'équipe diocesana ha avuto l’idea di promuovere la “Settimana dei Piccoli Gruppi”. Il progetto è stato presentato al Sinodo diocesano ed è stato approvato all’unanimità. Una personalità della diocesi ha commentato a caldo: «E un’idea audace!». Nei mesi che hanno preceduto la Settimana, l’équipe diocesana ha stretto i rapporti con i coordinatori parrocchiali dei Piccoli Gruppi, aggiornandoli via posta normale o elettronica su quanto accadeva nei vari gruppi. Si è costituita una vera rete e le cose più rilevanti venivano comunicate rapidamente a tutti. — pag. 11 — esperienza 73 Le agendine Sono state confezionate per l’occasione 200.000 agendine che in forma di un piccolo calendario portavano per ogni giorno della Settimana — dal 6 all’11 dicembre — un pensiero e la proposta per un’azione concreta. Ad esempio: per il 7 dicembre il pensiero era: Chi sta accanto a me è un dono per me, ed io sono un dono per lui. Nella mia famiglia sono stato un dono? E per i miei vicini? E la proposta concreta del giorno: Sii oggi un dono per un tuo vicino: fa’ una visita a quel vicino che meno conosci! Per l’8 dicembre il pensiero era: Che nessuno ti sfiori invano. Che le persone sentano in te un cuore che sa donarsi per davvero! Se ti trovi triste, può essere perché hai smesso di donarti! La proposta concreta: Prendi parte alla preghiera del rosario nelle principali piazze della tua città alle ore 18, in conformità a quanto sarà annunciato. Ogni parrocchia ha ricevuto 5.000 agendine. In ciascuna parrocchia i laici si sono dati da fare: le hanno consegnate a mano presso i semafori, nelle farmacie, nei panifici, nei supermercati, nelle banche... In una parrocchia 65 laici, nel pomeriggio della domenica che precedeva la Settimana, hanno visitato tutte le case della comunità, consegnando l’agendina, spiegando e invitando le persone a prendere parte alle attività. In un’altra, sono stati i ragazzi, appena cresimati, che hanno fatto la stessa cosa. Nel cuore della città di Ponta Grossa, le agendine sono state portate agli inquilini dei grattacieli, luogo in cui la Chiesa fa fatica ad arrivare. Nella stessa parrocchia, gli operai che consegnano le bombole del gas da cucina nelle famiglie, si sono sentiti interpellati e hanno chiesto un mazzetto di agendine per distribuirle nelle case in cui sarebbero andati a motivo del loro lavoro. Anche le comunità della campagna hanno messo in moto la loro fantasia e il fuoco è divampato. Oltre alle agendine, difficilmente si riusciva a fare un giro per le città senza imbattersi in almeno due striscioni che annunciavano la Settimana. Molti parrocchiani hanno messo a disposizione le loro macchine con altoparlanti circolando per le vie e invitando le persone. Un uomo si è servito della sua bicicletta con batteria elettrica e altoparlante. Chi l’ha visto non ha potuto rimanere indifferente. Aveva trovato il suo sistema per evangelizzare. Ma ben più che i mezzi di comunicazione, ciò che ha toccato i cuori è stata la testimonianza delle persone. Radio e TV Ma c’è di più. Durante la Settimana sono state coinvolte 16 stazioni radio che hanno commentato più volte le attività di ogni giornata, riportando le esperienze che avvenivano. Una radio locale ci ha fatto una lunga intervista e la TV regionale, il cui segnale arriva in 40 città, ha trasmesso uno spot di due minuti e mezzo nell’orario di punta. Questo stesso canale ha ripetuto tre volte al giorno una vignetta di 12 secondi sui Piccoli Gruppi. Anche i maggiori giornali del posto hanno divulgato la notizia della nostra Settimana. Quali i frutti? È stata una mobilitazione, mai avvenuta prima, dell’intera Chiesa diocesana per una evangelizzazione fatta in comunione: i laici si sono sentiti missionari nelle proprie comunità; una Chiesa che andava alla ricerca della pecorella smarrita e con i Piccoli Gruppi portava la presenza di Gesù là dove le persone vivono. Ci sembrava che tramite i Gruppi Gesù fosse uscito dal silenzio dei tabernacoli per farsi presente in mezzo ai suoi, visitando Gen's 3-4/2005 — pag. 12 — 74 esperienza case, guarendo ferite e restituendo alle persone l’ardore della fede e l’amore alla Chiesa. Molti sacerdoti, in quei giorni hanno celebrato la Messa a cielo aperto, negli incroci stradali, nelle scuole e sopratutto nelle case, riunendo le famiglie dei Piccoli Gruppi. Un parroco ci ha detto che ha celebrato in una casa dove erano convenute 80 persone, mentre in precedenza ne sarebbero venute forse 15. In più bisogna notare il clima di famiglia che si è creato tra la gente, il rapporto autentico coi giovani e quello tanto spontaneo con i bambini. I Piccoli Gruppi ormai sono noti e stimati nella società e, quando un coordinatore invita una nuova famiglia a parteciparvi, è ben più facile che questa accetti. La gente sa che i Piccoli Gruppi appartengono alla Chiesa cattolica e creano unità tra le famiglie. Quest’anno, all’inizio delle nostre attività, abbiamo saputo che i Gruppi sono aumentati. In molte parrocchie sono più di 100 e in altre 300. In ogni Gruppo brilla, dove più e dove meno, la presenza di Gesù in mezzo che spinge ad atti concreti. Raccontano due sposi, Miguel e Sueli: «Varie famiglie del nostro gruppo sono senza lavoro, oppure svolgono un lavoro in nero. Le difficoltà sono molte. Perciò, ad ogni incontro, chi può porta dei cibi che sono messi in una cesta. Questi alimenti sono destinati a chi ha più bisogno in quel momento. E se qualche volta nessuno ne necessita, li offriamo ad altre famiglie povere che conosciamo. I nostri figli assistono a questa solidarietà. Mentre leggiamo il Vangelo loro giocano; nella seconda tappa dell’incontro loro partecipano, a volte addirittura conducendo essi stessi la preghiera». Altri fatterelli. L’attività concreta per il secondo giorno della Settimana era, come Gen's 3-4/2005 abbiamo detto sopra, visitare un vicino che meno si conosce. Un gruppo di una comunità parrocchiale è andato nel carcere della città e ha pregato il rosario assieme ai detenuti: perché «erano i “vicini” che meno conosceva- MO)». Riguardo al rosario recitato nelle piazze delle città 1°8 dicembre, il risultato è stato straordinario: all’incirca 50.000 persone hanno lodato la Madonna. Quella sera nel comunicato stampa’ per i mezzi di comunicazione abbiamo scritto: «Un grande magnificat è stato innalzato con Maria da bambini, giovani e adulti, che con semplicità la riconoscono loro Madre. Se sapessimo cosa significhi davanti a Dio una tale preghiera, avremmo potuto intuire le meraviglie avvenute oggi nella nostra diocesi!». Le prospettive La seconda Settimana dei Piccoli Gruppi si svolgerà dal 5 al 10 dicembre 2005. Il motto sarà: «Che nessuno si senta solo». Questo s/ogan si concretizzerà in varie attività durante tutto l’anno 2006. Abbiamo informato il vescovo e i suoi immediati collaboratori che, entusiasti, hanno incoraggiato l’iniziativa. Di una Chiesa che è famiglia, unita, gioiosa e bella per la presenza di Gesù in mezzo ai suoi, chi non ne vorrebbe far parte? Mario Spaki 1) De exhort. cast., 7: PL 2,971. 2) Su “Le carte dell’Arte di amare” vedi in “Gen’s”, nn. 3-4, 2004, pp. 81-83. 3) Ogni sera durante la Settimana sono stati raccolti gli episodi più interessanti vissuti nelle varie comunità per diffonderli in un comunicato stampa. — pag. 13 — testimonianza 1 Una parrocchia svizzera impegnata ad essere comunità in dialogo «Siete una sfida di Vangelo vissuto» di Beda Baumgartner Arbon, sulle rive svizzere del lago di Costanza, è una cittadina con 13 mila abitanti, metà riformati, metà cattolici. Qui nell’estate del 1991 il vescovo ha inviato come coparroci Leo Riiedi e Beda Baumgartner, affidando ad essi due parrocchie. Dalla loro vita di comunione volta a dare visibilità al Risorto sono fioriti in questi anni, quasi a cerchi concentrici, realtà ecclesiali interessanti, come ci racconta uno dei protagonisti. Tutto è possibile quando cerchiamo di amare come Gesù Avendo conosciuto la spiritualità dell’unità, avevamo espresso al nostro vescovo già prima dell’ordinazione sacerdotale il desiderio di vivere in comune. Esperienze antecedenti ci avevano fatto capire quale effetto positivo poteva avere per noi e per gli altri la vita comune quando è basata su una solida esperienza di Vangelo vissuto. Inoltre, i pensieri di Chiara Lubich ci portavano sulla strada dell’amore concreto. Personalmente mi ero trovato davanti a una sfida particolare nel vivere seriamente il Vangelo. Quando avevo 21 anni espressi a mio padre la decisione di lasciare gli studi di agricoltura per diventare sacerdote: incontrai il suo totale disaccordo. Per ben 15 anni non mi ha più rivolto la parola! Durante quei lunghi anni ho tentato ogni via per ristabilire questo rapporto. E alla fine è nata una nuova relazione. Due fatti lo esprimono: una lettera molto personale e significativa che mio padre mi ha scritto, cosa che non ha fatto con nessuno dei miei fratelli, e i profondi colloqui che ho avuto con lui nel 2003, prima della sua morte. Ho anche celebrato la Messa a casa sua, quando era moribondo, e gli ho conferito l’unzione degli infermi. Questa esperienza mi ha fatto capire che tutto è possibile, se cerchiamo di amare come Gesù che ha dato la sua vita per noi. Ad Arbon, prima delle nostre attività pastorali, vogliamo vivere la comunione nella casa parrocchiale. Questo ci dà forza e motivazione. Per aprire continuamente l’orizzonte per il nostro lavoro è di grande aiuto la presenza di un terzo sacerdote, Aldo Giordano, segretario del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (CCEE), che condivide la stessa spiritualità e vive ormai da quasi dieci anni con noi. Cerchiamo di essere aperti a tutti e di dialogare con ognuno, come indica il Concilio Vaticano II Con i vari Movimenti cattolici L’apertura verso le differenti realtà suscitate dallo Spirito Santo all’interno della Chiesa cattolica, ci ha fatto approfondire in Gen's 3-4/2005 — pag. 14 — 76 testimonianza particolare il rapporto con gruppi biblici ispirati dal Movimento carismatico. Leo Riiedi ha accompagnato il loro progetto “Cammino di fede adulta”, che più tardi è sfociato nel regolare “incontro delle comunità” per approfondire la conoscenza e la comunione tra le diverse associazioni e i movimenti attivi in parrocchia. A Steinebrunn, l’altro paese che seguiamo come parroci, ho incoraggiato due giovani che, ispirandosi al Movimento di Schénstatt, hanno creato un gruppo di ragazzi e sono stato loro vicino. Di questo gruppo abbiamo ormai festeggiato i dieci anni di vita. Con le altre Chiese cristiane L’ecumenismo costituisce un capitolo importante della nostra pastorale, vista la convivenza nella nostra regione di cattolici e riformati con tanti matrimoni interconfessionali. Con gli anni sono nate non solo amicizie con i pastori riformati, ma attraverso uno di loro siamo venuti in contatto con i predicatori delle Chiese libere e ora ci incontriamo con la cosiddetta “alleanza riformata allargata”. Il nostro rapporto con la Parola e con Gesù ha aperto le porte in maniera sorprendente. Uno di loro ha detto un giorno: «Prima di venire ad Arbon e di conoscervi non avrei mai pensato di chiamare un sacerdote cattolico “fratello in Cristo”». Soprattutto la nostra convivenza ha fatto loro impressione e ha portato un altro ad esprimersi così: «Voi non potete immaginare cosa significhi la vostra vita comunitaria per la nostra città. Siete una sfida di Vangelo vissuto». Insieme con loro portiamo avanti la “domenica gospel” con un momento di preghiera, canti e testimonianze e un concerto “gospel news” nel parco della città. Due anni fa ci si è posta la domanda se fosse il caso di progettare un corso di formazione per adulti animato dal Movimento “Alpha”. In un bel clima di fiducia e di dialogo si è arrivati alla decisione di fare due corsi: uno portato avanti dai responsabili delle Chiese libere, l’altro all’interno della Gen's 3-4/2005 Chiesa cattolica, ma ambedue aperti a tutti con grande rispetto gli uni per gli altri. Uno dei predicatori ha detto: «Forse così raggiungiamo più gente, per portare a loro la buona novella». Con fedeli di altre religioni Nella nostra cittadina siamo venuti in contatto con credenti di altre religioni. Un albanese del Kosovo, musulmano, ci ha espresso le sue condoglianze per la morte di madre Teresa di Calcutta. Da quella telefonata è nata una commemorazione cristiana/musulmana per ricordare insieme questa grande donna albanese. Un anno dopo si è organizzato ad Arbon un simposio: “Duemila anni di cristianesimo in Albania”, con 800 partecipanti delle due grandi religioni. Inoltre va avanti il contatto con diversi imam. Ibrahim, un musulmano della Somalia, viveva con sua moglie e i loro sette bambini in un centro per rifugiati nelle vicinanze della nostra casa parrocchiale. Quando ricevevamo dai parrocchiani dei doni sotto forma di viveri, spesso abbiamo portato loro qualcosa. La fiducia nei nostri confronti è cresciuta e, ogniqualvolta nei nostri colloqui abbiamo scoperto dei paralleli tra il Corano e la Bibbia, era una sorpresa e una gioia per tutti. Abbiamo anche fatto conoscere loro il Movimento dei focolari. Negli incontri si sono trovati “a casa”, pienamente liberi e pienamente aperti. Con una certa regolarità organizziamo un cosiddetto “caffé internazionale”. Si tratta di un incontro a cui invitiamo persone di altre culture e religioni, insieme ai nostri parrocchiani, per conoscerci più da vicino. Quando abbiamo fatto un incontro con persone della Tailandia, soprattutto donne buddiste sposate con mariti svizzeri, è intervenuto anche l’abate di un loro monastero buddista nel nostro Paese. Ci hanno comunicato in seguito che era la prima volta che aveva accettato un invito di questo genere. Recentemente c’è stato un ulteriore sviluppo. Nei primi giorni di quest’anno alcuni — pag. 15 — testimonianza 17 chierichetti, prima della Messa, mi hanno chiesto: «Non potremmo organizzare qualcosa per esprimere la nostra solidarietà alle vittime del maremoto nel sudest asiatico?». «E un’ottima idea», ho risposto, e ci siamo indirizzati verso il lettore della Messa che è membro di un’associazione cattolica, il Ko/- ping: «Non ti pare che sarebbe una cosa da fare in comune: Kol/ping e chierichetti?». Qualche giorno dopo, in un’assemblea, tante persone si sono dichiarate pronte a collaborare. Mi sono ricordato allora delle donne tailandesi che durante il “caffè internazionale” avevano preparato alcune specialità del loro Paese. Le ho avvertite per telefono del progetto e ho chiesto: «Potete immaginarvi un contributo vostro?». L’adesione è stata immediata. Tre settimane dopo l’idea si è concretizzata nel nostro centro parrocchiale. Oltre ai pasti asiatici abbiamo offerto spaghetti. Con nostra grande sorpresa sono venuti circa 300 persone. Si è creato un clima di famiglia tra tutti, aldilà delle barriere di culture, lingue e religioni. E si sono raccolti 8.000 franchi svizzeri che abbiamo potuto inviare per un progetto nella regione della catastrofe. Ecco alcuni flash di come cerchiamo di gettare ponti. «Perché non costruiamo ponti sopra i fiumi, così ci incontriamo», è il testo di una canzone. Abbiamo constatato che l’impegno a muoverci in questo modo è per tutti un arricchimento ed elimina le paure davanti alla dimensione multiculturale e multietnica che sempre più caratterizza anche il nostro Paese. Beda Baumgartner Gen's 3-4/2005 — pag. 16 — 78 intervista Cosa succede se una parrocchia accoglie i moderni Movimenti ecclesiali? Scompiglio o rinnovamento? Una parrocchia colorata di carismi intervista a Mario Sbarigia Abbiamo intervistato alcuni membri della parrocchia di San Luca, una comunità attualmente di 15.000 abitanti situata in un quartiere della città laziale di Latina. Qui negli ultimi cinquant’anni la popolazione, venuta da ogni dove e cresciuta repentinamente, non ha ancora una tradizione consolidata che possa amalgamarla. La Chiesa è forse l’unica forza viva che affronta i gravi problemi sociali per creare un ambiente vivibile per tutti. Per fortuna i due parroci, don Felice e don Mario, che si sono succeduti, non solo hanno sempre collaborato tra loro ma hanno anche avuto l’accortezza di accogliere e valorizzare i vari Movimenti ecclesiali che man mano sono fioriti sul territorio. Qui parleremo in particolare del contributo offerto dal Movimento dei focolari. Ho cominciato così... GEN'S: Don Mario, quando tu sei venuto la parrocchia stava muovendo i primi passi. Cosa vi hai trovato e come ti sei mosso? Don Mario: Fu nel 1994. Il vescovo mi inviò nella parrocchia nascente di San Luca, conservandomi l’incarico di direttore della Caritas diocesana. Ebbi un momento di perplessità, ma alla fine accettai. Di proposito non feci nessun programma pastorale: volevo prima conoscere e imparare. Una cosa però avevo ben chiara: “farmi uno con tutti”, Gen's 3-4/2005 mettermi cioè nella pelle degli altri e servirli con sincero amore, iniziando in modo particolare con don Felice che era stato il fondatore della parrocchia e che, pur impegnato anch’egli al centro diocesano, accettò volentieri di restare come viceparroco. Cercai di realizzare tutti i programmi da lui avviati, dando fiducia agli operatori pastorali già attivi in loco. Man mano presi coscienza della realtà non certo facile in cui mi trovavo, ma anche vedevo crescere — non senza stupore da parte mia — una comunità arricchita da carismi per la presenza di vari Movimenti ecclesiali. Nei primi quattro anni non avevo mai avuto l’opportunità di parlare del Movimento dei focolari di cui cerco di vivere la spiritualità, anche perché non volevo dare l’impressione di voler fare proselitismo. Nel 1998 ebbi poi l’occasione di accompagnare una settantina di parrocchiani a Loppiano, la cittadella di questo Movimento vicino a Firenze. Al ritorno, constatando che tutti i partecipanti erano felici dell’esperienza vissuta, proposi di tentare anche noi nel nostro ambiente di vivere quello stile di fraternità che avevamo sperimentato a Loppiano, e diedi un appuntamento. Nella data stabilita si presentarono 20 persone desiderose di iniziare questa nuova esperienza. Oggi diciamo che in quel giorno anche il carisma dell’unità, tipico del Focolare, cominciò a germogliare in parrocchia in armonia con le altre realtà ecclesiali già esistenti. — pag. 17 — intervista 79 Tener viva fra noi l’unità e mirare alla fratellanza universale. GEN'’S: Luisa, tu facevi parte di questo primo gruppo. Cosa ha portato di nuovo il carisma del Focolare in parrocchia e come lo vivete oggi? Luisa: Sono passati ormai sei anni da questa gita a Loppiano e in parrocchia attualmente abbiamo un gruppo di persone che hanno fatto proprio questo carisma e cercano di viverlo, poi ce n’è un altro in formazione ed un terzo s'impegna a mettere in pratica la Parola di vita del mese. Fin dall’inizio ci siamo sentiti attratti dalla vita evangelica che si attua tra le persone del Movimento. In questi anni, per me e per tutti, la tensione maggiore è stata quella di mantenere viva tra noi l’unità e spronarci a vivere per la fratellanza universale, partendo dal concreto della parrocchia, ma avendo come obiettivo l’attuazione del testamento di Gesù: “che tutti siano uno”. Seguendo un costume in uso nel Focolare, ogni mattina cerchiamo di passarci una piccola frase, un “passaparola”, che ci sprona a vivere in Dio il momento presente ed è l’occasione per rinnovare tra noi il patto d’amore fraterno. Ovviamente questo amore non è fatto di sentimentalismi e abbiamo cercato in questi anni di condividere, ora con l’uno ora con l’altro, momenti di difficoltà sia spirituali che materiali ed anche momenti gioiosi, sperimentando che veramente nell’unità le gioie si moltiplicano ed i dolori si alleggeriscono. Terminiamo ogni nostro incontro con una preghiera nella quale “uniti nel nome di Gesù” affidiamo a Dio i bisogni della comunità. E possiamo testimoniare che tante nostre richieste sono state esaudite come, ad esempio, la guarigione del nipotino di Cesare, affetto da tumore, e il lavoro per Ennio rimasto disoccupato. Con Maria che ha due figli a carico e improvvisamente perde il lavoro mentre viene a scoprire di avere un tumore, oltre che pregare perché Gesù le desse la forza necessaria, abbiamo voluto condividere anche economicamente queste difficoltà attraverso la comunione dei beni. E come non ricordarci di Rossella e Giovanni, tra l’altro allora non praticanti, che arrivano sconvolti nel nostro gruppo dopo aver perso improvvisamente un bimbo di 9 anni? Attraverso gli incontri con noi hanno capito che potevano ritrovare il rapporto con Andrea in un’altra dimensione. A poco a poco sono entrati nel disegno amorevole di Dio. Questo li ha portati ad iniziare un’altra gravidanza. Ma due mesi prima del parto, da ecografie approfondite, scoprono che il bimbo ha la stessa patologia del fratello. Vivendo insieme questi momenti, siamo rimasti meravigliati nel sentirli dire, nonostante tutti i momenti di paura: «Vogliamo credere all’ Amore di Dio e vivere l’attimo presente». Nasce Mattia — lo hanno chiamato così perché significa “dono di Dio”. Due giorni dopo il parto, il medico ha chiamato Rossella e, commosso fino alle lacrime, le ha detto: «Signora, ma lei crede ai miracoli? Suo figlio è sano». Giovanni e Rossella ci dicevano che questo figlio lo sentono non solo loro, ma anche figlio della nostra comunità. Ancora abbiamo condiviso con A. Maria e Sebastiano la gioia di far battezzare la bimba di tre anni, decisione maturata dai genitori all’interno del gruppo dopo un anno di cammino. In questi ed altri modi, cerchiamo di portare i frutti del carisma dell’unità nella realtà della parrocchia: una presenza mariana a servizio di tutti. Per essere preparati a questo è fondamentale per noi vivere in comunione tra di noi e attingere al patrimonio spirituale di questo carisma. Per questo prendiamo parte a congressi (vedi: Parrocchia, comunità in dialogo, “Gen’s” n. 4-5/2002), scuole di formazione e altre iniziative promosse dal Movimento dei focolari, che ci formano a vivere e a promuovere la comunione nella Chiesa. Gen's 3-4/2005 — pag. 18 — 80 intervista L’amore è fatto di opere GENS: Felicetta, anche tu e tuo marito vi trovate impegnati in questo stile di vita evangelica. Come mai? Felicetta: Ho conosciuto il Movimento dei focolari nel 1998 attraverso le catechesi di Luisa per preparare al battesimo Linda, una ragazza albanese, di cui io e mio marito Roberto volevamo essere i padrini. Abbiamo scoperto allora che Dio è Amore e abbiamo trovato nell’Ideale dell’unità la spinta a vivere il Vangelo nella vita ordinaria di tutti i giorni. E stata una rivoluzione totale: si sono ribaltate tutte le mie logiche, le mie categorie e priorità. Ora tento di vivere con questa nuova visione la mia relazione con Dio, che sento fortemente presente nella mia vita, e con i fratelli nei quali vedo una presenza di Gesù. E ne ho constatato i frutti. Innanzitutto nella mia famiglia. Divergenze su problemi economici fanno sì che un mio fratello e una mia sorella per circa dieci anni dalla morte di papà non si parlassero più. Ho fatto un lavoro di trama e cucito mettendo in risalto in ognuno le cose positive dell’altro. Quest'anno mia sorella e mio fratello si sono riconciliati e siamo tutti in armonia. C’è stato anche un cambiamento nel mio lavoro di medico. Cerco di vivere in modo intenso ogni rapporto con il paziente: lo prediligo, l’ascolto, decidiamo insieme alcune strategie, ci diamo appuntamento in un momento più tranquillo per parlare più liberamente, e scopro che le persone hanno bisogno di amare ed essere amate. Ho, tra l’altro, scoperto Gesù abbandonato negli extracomunitari della mia città, aprendo loro le porte del mio ambulatorio. Roberto: Facevo già parte della Caritas parrocchiale, quando ho conosciuto l’Ideale dell’unità nel 1998. La spiritualità del Focolare mi ha fatto scoprire che si arriva a Dio attraverso il fratello, dando un senso del tutto nuovo al mio impegno nel volontariato. È con questo spirito che faccio servizio presso una mensa di extra-comunitari e da qualche tempo seguo due ragazzi portatori di handi- Gen's 3-4/2005 cap. Sono le stesse cose di una volta, ma portate avanti con una convinzione nuova ed un’ottica diversa. Faccio un esempio. Vivere “perché tutti siano uno” è stata la motivazione che da cinque anni ha portato me e Felicetta, insieme ad altri della nostra parrocchia, a fare un campo di lavoro a Durazzo in Albania. Una parte delle mie ferie sono per questa esperienza che è anche dolorosa, perché conosci da vicino i tanti volti di Gesù abbandonato nelle famiglie poverissime dei villaggi, nei bambini disabili in un Istituto di quella città e in tante altre tristi realtà del Paese. Vado per amare concretamente Gesù in queste persone che incontro e poi al ritorno condivido con altri in parrocchia questa esperienza in modo che anche la comunità possa parteciparvi favorendo tutte le iniziative concrete che nascono a favore di questo popolo. Felicetta: Nel luglio del 2004 ho iniziato nel villaggio di Sectori Rinja l’attività di ambulatorio medico, con pochissimi mezzi a disposizione: — uno stetoscopio, un apparecchio per misurare la pressione, qualche kit di farmaci — ma con tutto l’amore possibile da spendere per ognuno che veniva a farsi visitare; un amore che essi ricambiavano con qualche pannocchia abbrustolita o con un piccolo cocomero. In questo villaggio l’ultimo giorno incontro una giovane coppia con un bambino, Ervis, che da alcuni mesi presentava una paralisi progressiva con perdita della parola. Avevano fatto degli accertamenti a Tirana, ma senza una diagnosi precisa. Sento che questa loro sofferenza diventa mia, così una volta rientrata in Italia riesco ad attivare un ricovero per motivi umanitari a spese della regione Lazio presso l’ospedale “Bambino Gesù” di Roma. Roberto: Alla fine di novembre Ervis e Flora, sua madre, arrivano in Italia, io e Felicetta li ospitiamo nella nostra casa in attesa del ricovero, aiutati da Graziella e da Angelo, perché nel frattempo la mamma di Felicetta viene ricoverata anche lei in ospedale per un problema allo stomaco. — pag. 19 — intervista 81 In questa occasione ho sperimentato l’unità con Ervis e Flora, facendo nostre le loro difficoltà, ed anche l’unità con Graziella ed Angelo che hanno condiviso con noi tanti momenti impegnativi e difficili. Purtroppo per Ervis la diagnosi è stata quella di una malattia irreversibile con pochi anni di sopravvivenza. Ma il rapporto tra le nostre due famiglie è molto vivo, tanto che Flora telefona ogni 10-15 giorni e chiede sempre notizie della mamma di Felicetta. Quest’anno ho sentito forte che, anche in Albania, insieme agli altri, dovevamo essere una presenza di Maria: il “passaparola” che ricevevo tutti i giorni dagli amici della parrocchia in Italia, era come il tramite che mi spingeva a rinnovare ogni giorno l’unità con tutti e ad essere sul posto una viva espressione della Chiesa. Amore preferenziale per gli ultimi Angelo: Sono stato tra i primi a lavorare con impegno nella parrocchia di S. Luca. Ero un tuttofare: in modo speciale cercavo di organizzare feste per raccogliere soldi per costruire la chiesa ed ero impegnato nella Caritas. Con il passare del tempo ero alla ricerca di un qualcosa che potesse dare un senso a questo mio fare. Ho cominciato a partecipare al gruppo della Parola di vita appena costituito in parrocchia ed ho scoperto che Dio mi ama e in contraccambio mi chiede una sola cosa: amare gli altri. Mi sono ritrovato, insieme ad altri, a fare varie esperienze. Ad esempio con un giovane papà di due bambini, agli arresti domiciliari con accuse molto gravi. Stargli vicino poteva compromettere la nostra incolumità. Attraverso la nostra amicizia egli ha sentito l’esigenza di ritornare alla Chiesa e di confessarsi. Erano tanti anni che questo non accadeva. Recentemente, insieme a Roberto e ad altri, mi sono trovato a fare volontariato in un dormitorio, voluto dalla diocesi e aperto in seguito alla morte per assideramento di un “barbone”. La sera sul tardi cominciamo a fare un giro per la città e caricarci in macchina chi troviamo a dormire per terra. Tra questi poveracci c’è l’ubriacone, l’attaccabrighe, il malato cronico, l’incontinente... Li portiamo al dormitorio, ma la convivenza tra loro è difficile. Bisogna parlare con loro, trattenendosi anche per l’intera notte. Con il passare del tempo la situazione è diventata più complicata: il numero delle persone è raddoppiato, non si riesce a tenere sotto controllo il tutto e la cosa più problematica è l’odore cattivo che in quella stanza si crea diventando irrespirabile a tal punto che una mattina tornando a casa ho detto: «Basta; mollo tutto». La sera dopo c’è stato l’incontro, abbiamo ascoltato una meditazione di Chiara Lubich: l’unione con Dio si raggiunge attraverso il fratello. Ed ho capito che per Gesù presente in quei fratelli “barboni” non potevo fermarmi. Catechesi: far innamorare di Gesù Graziella: Sono stata chiamata a fare la catechista tanti anni fa; accettai e per prepararmi meglio ho frequentato appositi corsi di formazione. Questo servizio mi faceva sentire utile, importante. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava ed ancora più gratificante era che i genitori facevano a gara affinché i loro figli stessero nel mio gruppo. Così è stato per parecchi anni, finché ho conosciuto l’Ideale dell’unità. Addentrandomi sempre più in questa comunità, ho cominciato ad intuire che il Signore con il suo amore mi stava arricchendo. Lui già mi amava così come ero, non mi forzava a cambiare, ma a poco a poco ho cominciato a capire che la cosa fondamentale era l’unione con Lui, era instaurare con Lui un rapporto confidenziale e affidargli tutte le mie preoccupazioni. Dio stesso ha cominciato a diventare la mia ricompensa, l’unione con lui la mia gratificazione. Pure mio marito Angelo mi ha seguito in questo cammino; e così abbiamo avuto la possibilità di realizzare anche fra di noi le Gen's 3-4/2005 — pag. 20 — 82 intervista parole del Vangelo: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20): avere Gesù in mezzo a noi è stato veramente meraviglioso. Ho avvertito che anche il mio modo di fare catechismo doveva essere rivisto alla luce di quanto avevamo ricevuto. Ho sentito che debbo far passare questo amore che ho per Gesù anche ai bambini, perché pure loro s’innamorino di Lui. Sto scoprendo l’importanza di avere Gesù in mezzo con le altre catechiste. Ormai siamo un buon numero a vivere in questo modo e periodicamente c’incontriamo per dichiararcelo, in modo che questa realtà di Gesù tra noi possa contagiare anche i bambini. Ci confrontiamo e scambiamo esperienze su come portare avanti il catechismo in maniera da trasmettere non solo nozioni, ma uno stile evangelico di vita. Per me, ma anche per le altre, lo strumento principale del nostro lavoro sta diventando il dado con i punti dell’ “arte d’amare”. Ogni settimana i bambini si impegnano a vivere la frase che appare dopo il lancio del dado e poi raccontano le esperienze. Carlo diceva: «Era l’ora della ricreazione e tutti i bambini si apprestavano a giocare. Mi si avvicina una zingarella, compagna di classe, e mi dice: “vuoi giocare ad acchiapparella con me?”. Io ho detto di sì e mi sono “fatta uno” con lei». Dice ancora Erika: «La mia migliore amichetta ha preferito andare al cinema con Giulia invece che con me. Io in quel momento ho pensato che non volevo più vederla, ma poi mi sono ricordata della frase “Ama il tuo nemico” e la sera le ho telefonato per invitarla a pranzo il giorno dopo a casa mia». Eleonora ci raccontava che i genitori avevano litigato. Lei allora ha consegnato ad ognuno una letterina con disegnato il dado dell’amore dal lato dove appariva la frase “Amare per primi”. E così tanti altri fatterelli, che hanno il sapore dei fioretti. Stiamo cercando di coinvolgere anche i genitori in questa avventura del dado. A tal proposito i bambini del gruppo che seguo Gen's 3-4/2005 faranno la prima Comunione e regaleranno ai genitori, quel giorno, il dado dell’amore. «Io ho fatto tanti altri regali ai genitori, ma questo è proprio un regalo originale», ha detto Mattia, un bambino del gruppo. A conclusione di questo anno faremo un campeggio con i bambini, per andare più a fondo in questa esperienza formativa basata sul Vangelo vissuto. Aperti su tutti GENS: In parrocchia state sviluppando diversi dialoghi, cominciando dalle varie realtà ecclesiali. Luisa: Sulla scia della Pentecoste 1998 — quando il Papa ha riunito in Piazza San Pietro i Movimenti ecclesiali, esortandoli ad una maggiore comunione tra loro — abbiamo sentito l’esigenza di incontrarci periodicamente tra i responsabili dei vari carismi presenti in parrocchia: Neocatecumenali, Rinnovamento nello Spirito, Pax Christi, Scout, Azione Cattolica, Focolari, Comunione e Liberazione. Lo scopo non è tanto quello di fare cose insieme, ma di conoscere più a fondo il disegno che Dio ha su ogni Movimento o gruppo, per gareggiare nello stimarci a vicenda. Ultimamente ci sembrava di avvertire che l’obiettivo di amare il Movimento altrui come il proprio stia diventando realtà. Sentivamo fortemente che questo tendere all’unità tra noi è la prima forma di evangelizzazione. Infatti chi è al di fuori non vuole incontrare il singolo gruppo, ma la Chiesa: «Che siano uno, affinché il mondo creda» (Gv 17, 21). Per questo sono previsti durante l’anno momenti d'incontro tra tutti i Movimenti e le realtà vive della parrocchia normalmente in occasione dell’Avvento, della Quaresima, della festa di San Luca, attività ad esempio come meeting dei giovani, dove ogni momento della celebrazione e dell’incontro è espressione di tutti. Ancora momenti di festa e di convivialità, come il giorno dopo Pasqua. — pag. 21 — intervista 83 Sperimentiamo, ogni qualvolta ci ritroviamo insieme, che più si punta all’unità e più questi momenti creano famiglia e mostrano ai lontani un volto nuovo di Chiesa. Per quanto riguarda il dialogo ecumenico, nel nostro gruppo della Parola di vita è entrata a far parte una signora ortodossa e siamo in contatto con padre Ovidio, un sacerdote ortodosso della zona, con il quale abbiamo deciso di avere momenti di incontro insieme più volte durante l’anno, non limitandoci solo alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in modo da arrivare pian piano ad un ecumenismo della vita. Quanto al dialogo con le altre religioni, ha fatto parte del gruppo della Parola di vita fino ad un anno fa, Raja, una signora musulmana con la sua famiglia — ora si è trasferita a Piacenza ma è in contatto con il focolare di quella città. Lei ha preso parte ad un convegno di cattolici e musulmani organizzato dal Movimento dei focolari e in quella occasione ha conosciuto Chiara Lubich, che le ha suggerito come programma di vita: «Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi» (cf Le 6, 31; Mt 7, 12), una frase che è chiamata “Regola d’oro” e che si trova non solo nel Vangelo, ma anche nel Corano e in quasi tutti i libri sacri delle altre religioni. Raja ci ha raccontato che ad alcuni amici meravigliati che lei frequentasse la parrocchia, ha risposto che, stando con noi, era spronata a vivere meglio il Corano. Quasi ogni mese le consegnavamo il commento ad una parola del Corano, simile alla nostra Parola di vita, fatto da una teologa islamica, anch’essa in contatto col Focolare. Quanto al dialogo con persone di convinzioni non religiose, in stretta collaborazione con l’ufficio missionario della parrocchia, abbiamo dato vita ad una iniziativa: dedichiamo la domenica del Battesimo di Gesù per rivedere alla luce del Vangelo i nostri rapporti con tutte quelle persone che vivono senza una fede religiosa e per tutti quei cristiani che, sebbene battezzati, hanno abbandonato la pratica religiosa o vivono un’appartenenza molto debole alla Chiesa. Cerchiamo di sensibilizzare tutti coloro che frequentano la chiesa ad un atteggiamento di rispetto e di valorizzazione delle diversità culturali, perché anche in queste persone si trovano dei grandi valori. La vitalità della Chiesa GEN'S: Don Mario, per l’esperienza vissuta in questi anni quale contributo costruttivo hai notato da parte dei Movimenti ecclesiali in parrocchia? Don Mario: Senza alcun dubbio i Movimenti ecclesiali, per la loro vita basata sul Vangelo vissuto, hanno una certa facilità nel promuovere e sostenere la vita cristiana della comunità parrocchiale. Ovviamente ogni Movimento dà un suo caratteristico apporto. Così la nostra è una comunità “colorata” dalla presenza di vari carismi, dove le persone s’incontrano, collaborano e rendono visibile il comandamento di Gesù: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi» (Gv 13, 35). E anche la celebrazione domenicale appare la mensa della convivialità dei fratelli fatti “uno”, seppure appartenenti a diversi carismi o Movimenti o gruppi ecclesiali o senza alcuna particolare appartenenza. Ultimamente sono state per noi motivo di gioia e di luce le parole del Santo Padre da lui rivolte al clero romano il 13 maggio di quest'anno: «Avete parlato della parrocchia come struttura fondamentale, aiutata e arricchita dai Movimenti. E mi sembra che proprio durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II si sia creato un fecondo insieme tra l’elemento costante della struttura parrocchiale e l’elemento, diciamo, “carismatico”, che offre nuove iniziative, nuove ispirazioni, nuove animazioni. Sotto la guida sapiente del cardinale vicario e dei vescovi ausiliari, tutti i parroci possono insieme essere realmente responsabili della crescita della parrocchia, assumendo tutti gli elementi che possono venire dai Movimenti e dalla realtà vissuta della Chiesa in diverse dimensioni». a cura di Enrico Pepe Gen's 3-4/2005 — pag. 22 — 84 riflessione Uno sguardo, sul nostro mondo, realistico e senza illusioni ma capace di infondere serenità e speranza La persona nel cuore di una società complessa di Vera Araùjo La presenza del Risorto che porta un nuovo tipo di socialità è il principio vitale della Chiesa e quindi di ogni comunità cristiana; ed è la “Buona Nuova” da portare al mondo. Così è avvenuto fin dai tempi apostolici. Ma nei nostri giorni in un mondo globalizzato e allo stesso tempo frammentato, come si potrà assolvere a questo compito? L’Aratjo, sociologa, presupponendo che la comunità cristiana viva della presenza di Cristo al suo interno, prospetta come essa può proporre quei valori e quel dinamismo che ne scaturiscono e dei quali la nostra società ha estremo bisogno per la sua stessa sopravvivenza. Lì comprensione e l’interpretazione dei processi sociali non sono mai stati facili né ovvi. La complessità poi che caratterizza gli scenari nazionali e internazionali oggi, rende questa operazione ancora più ardua. Eppure non è possibile sottrarsi a questo sforzo, perché la posta in gioco è molto alta. Si tratta dell’avvenire dell’umanità stessa, della sopravvivenza della realtà “uomo” sul nostro pianeta. La domanda di fondo è questa: «Il tipo di società e di rapporti sociali che caratterizzano la civiltà occidentale in espansione, le relazioni internazionali e fra i popoli in atto, promuovono e incrementano il processo di crescita dei singoli e della loro comunità?». Da sottolineare che qui intendo “crescita” Gen's 3-4/2005 non tanto e non solo come crescita economica, ma soprattutto come crescita di spessore umano, di valori culturali e spirituali. La risposta a questa domanda è estremamente impegnativa perché richiede l’approfondimento di due fattori. Primo: gli attuali cambiamenti sociali, politici, economici, culturali, religiosi che danno una identità al mondo contemporaneo. Secondo: i tratti e i valori che costituiscono il volto degli esseri umani. Questo approfondimento ci dovrebbe aiutare a modificare le strade da percorrere e trovare gli strumenti adatti a comporre 0 ricomporre le coordinate giuste, dove l’essere umano possa vivere e vivere bene, dove possa maturare verso la piena attualizzazione di tutte le sue potenzialità. I. Alcuni tratti distintivi del mondo d’oggi Uno sguardo sul nostro mondo non può essere solo preoccupato, perplesso, deluso o addirittura spaventato, ma anche capace di esprimere serenità, fiducia e speranza. Non è possibile qui né è mio intento compiere un’analisi completa dei grandi mutamenti in corso, ma solo indicarne alcuni, che a mio parere sono assolutamente necessari per il discorso che stiamo sviluppando. — pag. 23 — riflessione 85 1. Una nuova eccezionale trasmigrazione di popoli Non è un fenomeno nuovo nella storia, ma oggi acquista connotazioni particolari. Assistiamo ad un mescolamento di popoli, razze, civiltà, fedi, come non era mai accaduto. La novità, mi sembra, sta nel fatto che questi popoli emergono nella storia come soggetti. Prima si può dire che erano semplicemente come oggetti passivi di colonizzazione, sfruttamento o dominio. Ora non è più così. Il contesto sociale — con i mezzi di informazione che veicolano notizie, fatti, eventi, con la globalizzazione dei mercati, ecc. —, fa sì che i popoli prendano coscienza della loro identità, cultura, valori. 2. L’imporsi della scienza e della tecnologia La scienza e la tecnologia hanno cambiato non solo il contesto dove ci muoviamo, ma soprattutto le nostre mentalità. Apparentemente sono scomparse le zone d’ombra e di mistero. Il sapere scientifico sembra portatore di certezze e, dunque, di progresso. Di conseguenza il processo di secolarizzazione si è accelerato, spingendo fuori del vissuto pubblico le religioni, le fedi, in nome di una ragione formale ma, ahimè, monca e sempre più in difficoltà nel rispondere ai quesiti che la vita — la vita di ogni giorno — pone. E davanti ai quesiti insolubili si assiste ad un esodo di proporzioni bibliche dal campo del razionale al campo dell’emotività. Scriveva recentemente Franco Ferrarotti: «L’homo sentiens sta sostituendo l’homo sapiens. La pura emotività supera il ragionamento»'. 3. Il pluralismo culturale e la comunicazione È convinzione comune che il pluralismo vigente sia un dato positivo, una conquista della nostra civiltà, frutto di molti fattori, quali la tolleranza, la libertà di espressione, la democrazia, il riconoscimento della dignità di ogni persona e via dicendo. Ma ciò che invece è più problematico è la comunicazione e in particolare come e cosa si comunica in una società pluralista. C'è il rischio di scambiarsi informazioni, notizie, ma di non comunicare. Per comunicare è necessario riconoscere l’altro — sia esso una persona, una comunità, un popolo, una religione, una civiltà — come altro, diverso da me ma che può da me essere compreso, ascoltato, che può essere per me portatore di valori. Comunicare è un’arte. Non si tratta di proiettare se stesso sull’altro, nemmeno di assimilarlo a sé, ma piuttosto di comporre una relazione di reciprocità attraverso il dialogo. 4. L’enormità degli squilibri economici planetari Dopo aver indicato nella uguaglianza una delle colonne portanti della modernità, ci siamo dati al lusso di calpestare questo principio sviluppando e accrescendo, a livello planetario, le disuguaglianze di ogni tipo a cominciare da quelle economiche. Il fenomeno della povertà (= carenza di risorse) e della ingiusta distribuzione dei beni materiali costituisce una vergogna per il nostro tempo, soprattutto perché frutto non di una reale mancanza di beni materiali, quanto di cattiva volontà politica ed etica. Qui si impongono le cifre e i dati. James Wolfensohn, presidente della Banca mondiale, in un convegno a Londra nel 1998, faceva notare che: «In un mondo di 5,7 miliardi di persone, 3 miliardi vivono con meno di due dollari al giorno e 1,3 miliardi campano con meno di un dollaro. Mentre 2 miliardi non hanno elettricità, 1,5 miliardi non hanno acqua e 115 milioni di bimbi non hanno scuola. E le disuguaglianze crescono e i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri). Gen's 3-4/2005 — pag. 24 — 86 riflessione Questa situazione è una specie di ”’bomba a orologeria”, sempre nella possibilità di esplodere. 5. Il relativismo etico La società complessa ha annullato i punti di riferimento che costituivano lo schema che conferiva senso e significato alle scelte morali che a loro volta davano fondamento e ordine alla convivenza. Gli schemi sono saltati — tutti — e ci troviamo in una società senza “centri” in cui ognuno è chiamato a costruire ed a elaborare soggettivamente i propri cardini di condotta, seguendo — quando è in grado di farlo — solo la propria coscienza. Questo si chiama relativismo morale, assenza di norme oggettive certe, di un quadro di principi a cui l’agire si possa riferire. Il risultato pratico è uno spaventoso vuoto di senso, che muta i disvalori in valori, i vizi in virtù, il negativo in positivo, il male in bene. 6. Una democrazia vuota Non c’è dubbio che la democrazia costituisca uno dei traguardi positivi del mondo moderno nel metodo e nel modo di attuare l’amministrazione e il governo della cosa pubblica. La democrazia può essere considerata una acquisizione di civiltà, anche se non deve essere assolutizzata come l’unica forma possibile di conduzione della comunità politica. Il problema però è un altro. La democrazia è come un contenitore che deve essere riempito. Di cosa? Di partecipazione anzitutto e poi di valori. Ed è qui che dobbiamo costatare che la democrazia oggi, nelle società dove è vigente, è piuttosto una democrazia bloccata, formale, carente di maturità. Ad uno sguardo più penetrante essa rivela sia una mancanza di strumenti adatti al governo dei problemi Gen's 3-4/2005 divenuti planetari, sia una deficienza nei contenuti della partecipazione. Una democrazia matura esige un ripensamento profondo e una capacità creativa non indifferente per produrre ed attuare nuove forme, nuovi strumenti sia globali che locali e soprattutto sollecitare nei cittadini il “gusto”, il “piacere” e l’entusiasmo per la politica in quanto “arte del governo” della città. Un compito non facile eppure inevitabile e urgente. Il. Urge invertire la tendenza In questo contesto la persona subisce quanto meno un processo di involuzione e rischia il decadimento. Invertire questa tendenza significa calarsi nel cuore della crisi, individuare gli aspetti positivi e inserire contenuti forse antichi ma rinnovati e ringiovaniti. L’avventura della umanizzazione dell’umanità è un processo evolutivo e involutivo, conosce crescita e decadenza verso la sua piena affermazione che, per il credente, consiste nella realizzazione del progetto originario di Dio e, per il non credente, nel conseguimento della attuazione piena della natura razionale. Il momento attuale può essere considerato di crisi. La persona è imbrigliata in una ragnatela di istituzioni e strutture che funzionano più come una corazza che non come una rete di rapporti. La cultura individualista spinge le persone in un isolamento pauroso: incapacità di relazionarsi, incapacità di comunicare e, come via di uscita, ricaduta nel sé egoista e chiuso e comunicazione virtuale. Il relativismo morale consegna la persona all’insicurezza e alla sfiducia nei confronti dei suoi simili. Si creano così gli spazi adeguati alla cultura della contrapposizione e addirittura del conflitto. — pag. 25 — riflessione 87 Eppure possiamo e dobbiamo riattivare certi circuiti che si presentano adatti al rilancio di quelle categorie culturali e spirituali che in passato hanno fatto conoscere all’umanità un salto di qualità. 1. Una cultura del dare La persona non è solo capace di inseguire la propria realizzazione. Non è solo in grado di amare se stessa e cercare il proprio tornaconto e il proprio beneficio, come va contrabbandando una certa tendenza economicista. L’essere umano è un donatore, capace di donarsi e di donare, Questa capacità è insita nella sua natura. Per il credente è frutto del suo essere “immagine e somiglianza” di Dio, il Donatore primo e munifico. Per il non credente è frutto della sua natura relazionale, capace di aprirsi all’altro nel dono. Per gli uni e per gli altri il dono e il donarsi sono una categoria esistenziale che va inserita a tutti i livelli della vita di relazioni, private e pubbliche, per costruire una società sana e civile. Il dono appare dunque come categoria spirituale, culturale, sociologica, economica, addirittura giuridica, come vanno delineando ad esempio i ricercatori del MAUSS (Movimento antiutilitaristico nelle scienze sociali) e tanti seguaci delle diverse religioni. Il dono, così come viene descritto nell’insegnamento evangelico, ha delle caratteristiche molto pregnanti: — non è interessato, ma gratuito — non è egoistico, ma altruistico. La cultura del dare è l’unica capace di superare le disuguaglianze materiali presenti nel nostro mondo perché in grado di aprire i cuori e i portafogli per avviare la circolazione e la condivisione dei beni materiali e no. 2. Una cultura del dialogo La società plurale in cui ci troviamo a vivere ci offre delle possibilità impensabili per aprire un dialogo a tutto campo. Il dialogo oggi è la forma dei rapporti, il modo di stare insieme tra diversi ed esige atteggiamenti e mentalità adeguate allo scopo da conseguire. Nel dialogo si esige una serie di virtù che possono essere sintetizzate in una sola: l’amore evangelico con tutto il suo spessore antropologico. Questo amore deve ritornare nel cuore della nostra vita pubblica. Non può rimanere chiuso nell’ambito delle relazioni private. Tale amore — lo sappiamo — è esigente, ed è una vera arte, l’arte di amare, che può essere declinata in quattro caratteristiche fondamentali. Amare tutti Il vero amore fraterno è universale, non è di parte, non è escludente secondo gusti, categorie di ogni tipo, sesso, etnia, colore della pelle, cittadinanza, religione ecc. Tutti debbono essere inclusi nel circuito dell’amore. E allora il dialogo si apre in profondità ed estensione. Amare per primi Prendere l’iniziativa nell’amore significa rompere barriere, superare ostacoli, accendere la fiamma. Non è concesso nel dialogo intessuto d’amore un certo “pudore”, ma invece il coraggio, lo slancio di cominciare. E una parola chiave nel dialogo: cominciare, rompere il ghiaccio, trovare l'atteggiamento o la parola giusta che consenta il movimento, il proces- SO... Gen's 3-4/2005 — pag. 26 — 88 riflessione Farsi uno Due paroline che racchiudono secoli di saggezza e che sono non solo utili ma a volte determinanti nel nostro dialogare. Farsi uno richiede una spinta che fa cercare l’altro — chiunque sia — là dove si trova e nelle condizioni in cui si trova. Significa assumere i pesi e le gioie dell’altro e farle proprie: ridere con chi ride, piangere con chi piange; farsi carico dei sentimenti altrui per costruire con lui o lei un rapporto intenso, profondo. Allora il dialogo non è mero esercizio esteriore, di forma o di metodo, ma raggiunge l’interiorità per costruire una quotidianità piena di senso. Amare il nemico Qui non si tratta di saggezza antica. Qui si tratta di novità di vita, di quella novità portata da Gesù di Nazaret. Nel messaggio evangelico ci viene proposto di superare e annullare la categoria del nemico, sull’esempio di Dio che manda il suo sole e fa piovere sui buoni e sui cattivi. «Amate anche i vostri nemici — dice il Vangelo — fate del bene a quelli che vi odiano» (Le 6, 27). Sconvolgimento di mentalità e di giudizio e soprattutto indicazione precisa per inaugurare una convivenza umana che parte da principi che escludono, nella soluzione delle contrapposizioni e dei conflitti, l’uso della forza, lo strumento della guerra, la prevaricazione del potere, lo sfruttamento e l’oppressione. Amare il nemico vuol dire disarmo globale e totale, non per cadere nell’anarchia e nel caos, ma per inventare strumenti e forme e modi più consoni alla dignità dei singoli e dei popoli, per attuare una giustizia che non si ispiri alla legge del taglione ma offra spazi dove trovi posto il perdono, la misericordia, la possibilità di riabilitarsi. Gen's 3-4/2005 3. Una cultura della fraternità Tra i principi ispiratori della modernità, espressi nella triade della rivoluzione francese, possiamo dire che la fraternità è l’anello di congiungimento degli altri due e — ahimè — è quello più disatteso e dimenticato. L’uguaglianza e la libertà hanno trovato esito non solo nelle coscienze, ma anche spazio e concretezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei trattati nazionali e internazionali. È innegabile che ancora molto c’è da realizzare ma il cammino è iniziato. La fraternità invece è rimasta sulla carta priva di contenuti e soprattutto di prassi sociale e politica. I tempi che viviamo richiamano la sua attuazione come valore umano fondante e — per i credenti — come progetto di Dio sull’umanità. Infatti è questo il cuore del messaggio di Gesù: c’è un solo Padre di tutti (Dio) e voi siete tutti fratelli. La spiritualità dell’unità che anima il carisma di Chiara Lubich prende molto sul serio questa verità evangelica. Fin dagli inizi si ripeteva: «Gesù, modello nostro, ci insegnò due sole cose che sono una: ad essere figli di un solo Padre e ad essere fratelli gli uni degli altri»?. «Tieni il tuo cuore aperto su tutta l’umanità e insegna alle creature a far così: che Gesù non sia passato invano per te sulla terra predicando la famiglia universale». Con la nascita del Movimento politico dell’unità, espressione appunto politica del Movimento dei focolari, la fraternità assurge come categoria politica. Significa non tanto e non solo buoni sentimenti nei rapporti politici, ma principio paradigmatico ispiratore di progetti politici, di azione politica, di cultura politica. La fraternità vissuta nella vita sociale, economica, culturale, politica, è foriera di frutti e possibilità sorprendenti. Chiara Lubich in un incontro con numerosi parlamentari italiani faceva notare: «La fraternità (...) consente di comprendere e far proprio anche il punto di vista del- — pag. 27 — riflessione 89 l’altro, così che nessun interesse, nessuna esigenza rimangano estranei... «La fraternità consente di tenere insieme e valorizzare esperienze umane che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili... «La fraternità consolida la coscienza dell’importanza degli organismi internazionali e di tutti quei processi che tendono a superare le barriere e realizzano importanti tappe verso l’unità della famiglia umana. «La fraternità consentirebbe inoltre di immettere nuovi principi nel lavoro politico quotidiano: farebbe in modo che non si governi mai contro qualcuno o essendo solo l’espressione di una parte del Paese». La fraternità può essere coniugata in ogni dimensione della vita: sociale, economica, politica, culturale, internazionale e fra persone, gruppi, comunità, etnie, popoli, civiltà, religioni e così cementare quei valori e quegli atteggiamenti capaci di indirizzare la nostra convivenza verso l’unità e la pace. 4. Una cultura della comunicazione Si rende utile e necessario riaffermare il concetto di persona come essere sociale, ovvero essere relazionale. Questa capacità non le viene dal contesto sociale, ma è scritta nella sua natura. Infatti l’io si realizza e si manifesta in pienezza solo nel rapporto e in relazione con l’altro, con gli altri. Questa relazione, così a fondo studiata dalle varie discipline umanistiche, costituisce una dimensione inconfutabile della persona. Ed è essa che rende possibile la comunicazione. Comunicare, infatti, è tipico della persona in quanto attinge la profondità del suo essere. Non si tratta soltanto di comunicare notizie, informazioni, ma di comunicare se stessi. L’era della comunicazione globale può diventare una grande occasione per la perso- na a causa dei mezzi e degli strumenti che vengono messi a sua disposizione; ma può diventare anche una trappola mortale quando i “mezzi” si trasformano nella comunicazione stessa, quando impediscono un contatto e una relazione personale; più ancora quando sottraggono i soggetti dalla realtà, dalla vita reale per portarli in una dimensione virtuale. Il pericolo è reale. Studi e ricerche serie e scientifiche costatano nei bambini e nei giovani una grande incapacità di comunicare. Non riescono a donarsi e a donare la propria interiorità. Questo equivale ad una perdita di umanità che può avere conseguenze impensate. Educare vuol dire proprio aiutare a crescere, ad esprimere e manifestare il proprio io per costruire una convivenza e una società a misura umana. Ritrovare il gusto della propria soggettività in relazione è uno dei compiti a cui siamo tutti invitati. Il problema della comunicazione si pone anche a livello “macro”. Fra Stati, fra popoli, fra civiltà, fra religioni, fra etnie, fra culture diverse. In questo caso si aggiunge in modo particolare la reciprocità, come capacità di dare e di ricevere, di scambio. E un processo, questo, che richiede allenamento, determinazione, apertura e una buona dose di fiducia. Senza questi “ingredienti” le relazioni internazionali non solo si bloccano ma addirittura si contrastano generando tensioni e conflitti. Riportare la persona al centro delle vicende della storia, impone un cambiamento di mentalità, uno sguardo nuovo e più profondo sulle cose, sugli eventi, sull’umanità. Solo così l’avventura umana ci porta in avanti, verso una maggiore pienezza, invece di mandarci indietro, verso un declino. Vera Araùjo 1) In“La critica sociologica” 142 (2002) p. 58. 2) C. Lubich, La dottrina spirituale, A. Mondadori, Milano 2001, p. 59. 3) Ibid, p.281. 4) Ibid. p. 298. Gen's 3-4/2005 — pag. 28 — 90 testimonianza Riflessioni sull’arte d'amare, a partire da un’esperienza umanitaria in Africa «Aiutalo a crescere nella sua terra» di Maria Frandina Missioni umanitarie, adozioni a distanza, realtà lontane ed allo stesso tempo così vicine, sempre più influenzano il nostro quotidiano, in una realtà come la nostra in cui attraverso internet e televisione il mondo “entra nelle nostre case”. Ma quanto lasciamo che entri anche nella nostra vita? Pensare in un approccio sistemico, ed ancor più sentire ed agire, significa essere parte di un tutto. Ne parla l’autrice di questi appunti, una givane psicologa che recentemente ha trascorso alcune settimane in Africa. Qualcuno mi diceva: «Vai!» Da molti anni speravo di poter partire un giorno per una missione umanitaria. A dicembre mi è stato proposto di recarmi per tre settimane in Kenya. «Sì!», è stata subito la mia risposta. Appena tornata a casa l’ho detto ai miei genitori con una naturalezza tale che mio padre ha esclamato: «Sembra che ci stai dicendo: “Vado a cena da Eliana (una mia cara amica)!”)). È difficile spiegare cosa mi ha spinto a lasciare luoghi familiari, volti conosciuti, senza sapere cosa mi aspettasse, con chi sarei partita, cosa avrei fatto... Teorie, spiegazioni logiche, motivazioni interessanti, razionali, oggettivamente accettabili ed a volte — perché no? — anche emotivamente coinvolgenti, Gen's 3-4/2005 giuste o forse no. Non lo so; so solo che dentro di me Qualcuno mi diceva: «Vai!» Tra i punti che Chiara Lubich sottolinea parlando dell’arte di amare c’è non solo “Amare tutti”, ma anche “Amare per primi”. Amare per primi significa non attendere l’altro, andare verso di lui. L'amore di Gesù è liberante e gratuito. Liberante, perché libera e salva; gratuito, perché ama ciascuno per quello che è, per nessun'altra convenienza. Nonostante sia partita senza alcuna certezza se non quella di credere ed ascoltare quella voce dentro di me, appena giunta all’aeroporto mi sono resa conto di quanto fosse effettivamente difficile “amare per primi”. Immaginavo che con me partisse un gruppo di ragazzi ed invece erano tutte persone adulte ed un gruppo di giovani di una comunità di tossicodipendenti. Fu un impatto un po’ duro. Più duri però sono stati i primi giorni in Africa. Capire cosa significasse veramente “amare”, ma soprattutto come potevo amare, non è stato facile. Essendo una psicologa immaginavo che avrei potuto fare qualcosa che riguardasse il mio ambito, ed ancora che sarei stata con i bambini, che li avrei raccolti per strada, che avrei dato loro tutto quello che avevo, ecc. Non avrei mai immaginato di svegliarmi alle sette del mattino e lavorare fino alle nove della sera piegando ferri. Non capivo quando il responsabile mi diceva di non fare regali agli abitanti del luogo; non capivo perché — pag. 29 — testimonianza 91 non prendevamo con noi i bambini che incontravamo per strada e ci chiedevano di venire con noi al villaggio; non capivo perché i bambini che scappavano dal villaggio non potevano più tornare... I giorni passavano e a poco a poco comprendevo che quei bambini avevano un loro equilibrio, che, seppure per me fosse assurdo, amarli significava rispettarli, perché quello era comunque il loro equilibrio, il loro mondo. Quelli che per me erano tempi e distanze interminabili, erano i loro tempi ed amarli significava anche rispettare i loro tempi... Situazioni come quelle delle missioni umanitarie ci pongono davanti a noi stessi in maniera molto forte. Può una caramella guarire le ferite della nostra coscienza? I bambini forse più che di una caramella hanno bisogno di un esempio, di regole; di veder fare; più che di regali e cappellini del ricco che in buona fede si lava la coscienza, hanno bisogno di ferri piegati, cemento, gesti d’amore a modo loro e non a modo nostro. È difficile capire, accettare la frustrazione, il proprio egoismo; capire cosa e come dare per non rompere un equilibrio così fermamente instabile e allo stesso tempo per creare un nuovo equilibrio, forse migliore. Amare la diversità L’Africa mi ha insegnato a distinguere quello che è il mio bisogno di amare da quel- lo che è “amare”. ” « “Farsi uno”, “amare Gesù nel prossimo”, “amare il prossimo come se stessi”, sono concetti che si collegano a quelli legati al sentire psicologico inteso nella sua vera essenza. Il termine sentire, nella sua accezione tedesca, “Ein-fiihl-ung”, significa “sentire l’altro simile a me, come me”, in un processo di “riconoscimento” ed “accettazione” dell’altro. Concetti che sono strettamente legati con la congruenza o la genuinità, il ' rispetto positivo incondizionato, l’atteggia- mento non giudicante e la comprensione empatica di cui parla Rogers. Amare l’altro significa amarlo nella sua unicità, con le sue differenze. Amare l’altro così com’è e non amarlo per cambiarlo. Il cambiamento non deve essere l’obbiettivo dell’amore, ma una naturale conseguenza di un incontro e così ci rendiamo conto che il cambiamento dell’altro non è il solo: anche dentro di noi qualcosa cambia, benché spesso sia molto più difficile leggerlo. Lo stesso ricorso alla valutazione può essere considerato un meccanismo di difesa, perché esonera dall’operazione rischiosa e difficile del comprendere. Secondo Rogers, una delle ragioni principali della resistenza a comprendere è la paura del cambiamento: «Se veramente mi permetto di capire un’altra persona posso essere cambiato da quanto comprendo. Tutti abbiamo paura di cambiare». Capire come amare: «non sradicare le sue radici» Capire come amare significa anche accettare un cesto di frutta da chi è oggettivamente più povero di noi, ma con quel gesto vuole avere il diritto e la gioia di poter donare. Capire che la dignità dell’altro vale molto di più di pochi spiccioli. Per amare l’altro non è sufficiente aiutarlo, ma bisogna aiutarlo ad aiutare (per esempio insegnare a fare il pane, allevare ed uccidere il maiale, coltivare la terra: renderlo indipendente). E da questa idea che nasce il titolo che ho scelto di dare a questo mio intervento: “Non sradicare le sue radici ma aiutalo a crescere nella sua terra”. Pensare globalmente e agire localmente Gente di passaggio con la pretesa di cambiare il mondo; gente che fugge dai propri problemi con l’ambizione di risolvere i pro- Gen's 3-4/2005 — pag. 30 — 92 testimonianza blemi degli altri; gente che probabilmente cambierà il mondo solo se si rende conto dell’importanza di una caramella non data, di un “no” detto col cuore, di un dono negato, di un sorriso semplicemente regalato lavorando... Eppure a piegare i ferri con me c’è un ragazzo italiano che vive in una comunità di tossicodipendenti, ma che a dispetto della nazionalità aveva vissuto in un furgone, per strada e che sogna di ritornarci a vivere: così lontani e così vicini; così misteriosamente e semplicemente complicati; così liberamente costretti... L’esperienza con i ragazzi tossicodipendenti mi ha messo di fronte ad una realtà forse ancor più dura, facendomi cogliere l’importanza del “pensare globalmente e agire localmente”. L'insegnamento più grande È l’ultimo giorno! Come consuetudine, ad essere protagonisti sono i saluti... Uno dei bimbi del villaggio “San Francesco”, uno dei tanti mi dà l’insegnamento più grande. Il significato tanto cercato era così vicino... Quanto c’è di orrendo in quest’espressione “uno dei bambini”, “uno di loro”, “uno dei tanti”: espressioni tante volte ripetute, inconsapevolmente usate, modi di dire che cancellano un nome, che ci battezzano con un numero. Lui, un bimbetto di più o meno otto anni, mi chiede: «Ora che stai andando via ti ricordi il mio nome?». Non lo ricordo! Mi strappa una promessa prima di partire e con essa due occhi lucidi e lacrime che mi cadono dentro... «Mi prometti una cosa?». «Cosa?». «Promettimi che quando sarai in Italia ti ricorderai che mi chiamo Denis... Io pregherò per te!». «Sì, Denis, te lo prometto». E a te che voglio dedicare questi appunti distrattamente scritti, eppure così profondamente scolpiti dentro di me, insieme alla speranza e all’augurio che ognuno possa essere “chiamato per nome” e non essere più uno dei tanti bambini dell’amato continente nero. Gen's 3-4/2005 Chiamare per nome! È il primo passo nel riconoscimento dell’altro. Il nome individualizza. Il nome personalizza. Il nome responsabilizza. Il nome dà possibilità di essere chiamati a un dialogo di intimità, affetto, risonanza. Papà e mamma chiamano per nome, gli amici chiamano per nome, tutti gli intimi chiamano per nome, anche Dio ci chiama per nome. Nome che è progetto e programma, identità e missione: Adamo, Eva, Abramo, Mosè, Maria, Gesù, Pietro-Simone... «Ti ho chiamato per nome» (/s 43, 1). Dio chiama l’uomo. Dio ama e quindi chiama; Dio chiama perché ama. «D’ora in poi ti chiamerai..., che vuol dire...» (Gv 1, 42).). «I vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 20). «Tu mi hai detto: To ti conosco per nome e tu hai trovato grazia ai miei occhi» (Es 33, 12). Nel mondo biblico chiamare per nome è, quindi, pieno di significato. Il popolo cristiano è il “popolo del nome”. Un’espressione del libro della Genesi potrebbe essere molto significativa in questo senso: «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome...» (Gn 2, 19). È Dio che crea gli animali della selva e gli uccelli del cielo ma poi li mette davanti all’uomo perché l’uomo se ne prenda cura, individuandoli, chiamandoli per nome. Il nome che una persona porta non si riduce ad una semplice funzione nominale e indicativa, capace cioè solo di alludere praticamente ad una distinzione di individuo da individuo in una società che per tanti aspetti presenta forti rischi di omologazione e di appiattimento. Dietro la “spiritualità cristiana del nome”, si cela il mistero irripetibile della persona, in tutta la sua dignità di essere umano unico ed irripetibile. — pag. 31 — testimonianza 93 Scegliere il nome di un bambino che viene al mondo ci appare oggi come un fatto casuale, affidato al gusto dei genitori o, al più, motivato da certe tradizioni familiari. Comunque, una volta che il nome è stato scelto e assegnato, accade anche per noi una sorta di miracolo: quel piccolo essere esce dall’anonimato, può essere “chiamato”, ci si può rivolgere a lui con determinazione, come se egli avesse finalmente un volto. E quel nome ci diventa caro come colui/colei che lo porta. Il nome: in una parola l’essenzialità di una persona Il nome che una persona porta non è una etichetta imposta casualmente. È una componente essenziale di essa, tanto che si potrebbe dire che l’uomo è composto di anima, corpo e nome (Lévy Bruhl). _ Il nome in certo senso è la stessa persona. E l’anima, per chi lo porta, per chi lo pronunzia. Il nome è distintivo: individua, separa, distingue. Ma è anche comunionale; riallaccia, mette in comunicazione. Attraverso di esso ogni soggetto è identificato e distinto, ma anche conosciuto e riconosciuto. Conoscere, pronunziare, ascoltare il nome permette a chi nomina di entrare dentro la personalità dell’altro che è nominato. Non per nulla di solito dare il nome è unito a un rito ogni volta diverso e complesso, privato o pubblico: cercare, trovare, decidere, scegliere, dare un nome, il nome, quel nome, riceverlo e portarlo, esserne distinto. Poi il nome resta e accompagna, realtà e simbolo. Avere un nome è avere un mezzo con il quale identificarsi e essere identificati, dirsi a sé e poi essere chiamati per nome. Nome che di volta in volta mentre lo si dice di sé, mentre lo dicono gli altri, raccoglie ed esprime, comunica nel simbolo tutto ciò che uno è, vale, vive. Il nome “è l’essenzialità ridotta a una parola” (Van der Leeuw). Solo chi ha un nome acquista una personalità. Solo chi conosce il nome e chiama per nome, comunica con intimità. Il nome è simbolo della identità individuale, personale. La identità è dentro il nome, ha un nome. Dire il proprio nome è identificarsi. Dire il nome dell’altro, pronunciarne il nome, è identificarlo, personalizzarlo davanti a sé. Pensiamo a quanto sia importante il nome nel processo di identità. Vale per tutti, per bambini e adulti. Vale soprattutto per adolescenti e giovani nelle fasi di identificazione, di ricerca, di costruzione di una identità in parte ancora fluida, labile, insicura, aperta, cambiante e complessa, come è la loro. Nome e volto sono quanto del giovane emerge a sé e agli altri. Vi si esprime e vi si nasconde, assume e comunica una identità, sviluppa un discorso ogni volta vario e complesso. A volte dice di sé solo “io” e all’altro solo “tu”. Ma ogni tanto sente il bisogno di rafforzare la comunicazione e aggiunge “io, Mario, Maria”, o “tu, Aldo, Carla”. Si ha l’impressione che ciò sia necessario per identificare meglio sia la soggettività irriducibile propria e altrui, sia la pienezza attuale e crescente dei contenuti vitali e affettivi. Dire il nome è possedere in pienezza, identificare, entrare dentro quello che all’altro e dell’altro è più caro. Anche a Dio e a Gesù si dà un nome, qualcuno lo dà all’angelo custode, i Santi si invocano con il nome. Il nome dice la persona Dare un nome a..., dire il nome di...! Il nome designa la persona. “Uno è come si chiama”. La storia d’ognuno è in qualche modo la storia del nome. Il cognome dice l’appartenenza a un gruppo, il nome segna e dice la individualità, poi la personalità. Attorno al simbolo del nome il giovane vive un processo e progresso di costruzione, cambio, perfezionamento della propria identità. Attorno al proprio nome il giovane gioca alcuni processi importanti. E cosciente di sé, responsabile di fronte a sé e agli altri, protagonista, distinto e appartenente, conosciuto e riconosciuto nella identità irripetibile. Il nome fissa la centralità di un Io personale, Gen's 3-4/2005 — pag. 32 — 94 testimonianza stabile e continuo, permanente, soggetto unificatore sotto il fluire delle pur proprie periferie complesse e variabili, esterne e successive. L’impersonalità è sofferta e temuta, l’anonimato dell’uno qualunque, degli elenchi, delle serie, delle massificazioni..., ordinarie nella scuola, nella vita, nella chiesa. Non si dà il nome solo per chiamare, ma per stabilire e indicare rapporti (diritti e doveri) d’intimità, proprietà, cura, amore, progetto, comunicazione. Il potere sul nome è potere sull’essere, ma potere dell’amore. Presso gli ebrei ognuno era designato come figlio di..., a sua volta figlio di..., fino a figlio di Dio: identità, appartenenza, continuità. Ricevere donando Esperienze come quelle che ho potuto vivere in Kenya ci permettono di cogliere l’essenza dello scambio nell’amore, del dare ricevendo... Ero andata con la pretesa del dare, ritorno con la ricchezza che ho ricevuto. Mi viene in mente la frase del vangelo di Luca: «Date e vi sarà dato...» Non parlo di un dare materiale, ma di “un dare che va al di là”, che ci libera dai pregiudizi, che ci apre verso l’altro, che ci fa vedere l’altro non come qualcuno da aiutare o qualcuno cui dare né tanto meno qualcuno da cui ricevere. Un dare reciproco che ci fa cogliere la ricchezza della relazione, dell’incontro. Si ha un passaggio da una visione lineare ad una sistemica. F. Nietzsche dice che «bisogna avere il caos per partorire una stella danzante». Per la prima volta nella mia vita ho bisogno di non fare niente per capire quello che ho fatto; di stare sola per capire quando stavo con gli Gen's 3-4/2005 altri... A primo impatto sembra che quello che si ha non abbia più un significato, ma forse semplicemente ha perso il significato che aveva per assumerne uno diverso, più bello. Quando guarderemo con occhi diversi quello che abbiamo sempre avuto, quello stesso oggetto, quella stessa persona, è allora che forse siamo noi ad essere cambiati; e avremo imparato l’arte di amare... «Sé come un altro» È il titolo di un recente volume di Paul Ricoeur, che può aiutarci a riflettere sulla necessità di dialogare con se stessi per crescere nella disponibilità al dialogo con Dio e con l’altro. Non esiste prima il dialogo con sé e dopo il dialogo con Dio, o viceversa; in realtà non si dà l’uno senza l’altro: creati in Cristo Gesù, aprirsi a Lui significa affacciarsi sulla verità di se stessi ed interrogarsi sul senso della propria singolarità; è già un’implicita disponibilità alla novità del Vangelo. L'espressione di P. Ricoeur è comunque di grande utilità in quanto associa l’esperienza del “sé” con la constatazione di una “alterità interiore”: suggerisce che occorre prendere atto di uno “scarto” all’interno del proprio essere, che è necessario accogliere l’esistenza di una “struttura dialogica” nelle proprie fibre più intime. Quanto tutto questo può trovare dei riscontri in professioni come le nostre mi piace sintetizzarlo con una frase che mi è stata detta all’inizio della mia formazione personale come terapeuta e del mio “viaggio” in terapia: «non possiamo accompagnare l’altro per una strada che non conosciamo». Maria Frandina — pag. 33 — notizie ecumeniche 95 In cammino verso l’unità UM Incontro ecumenico ad Atene Si è tenuta ad Atene dal 9 al 16 maggio 2005 — per la prima volta in contesto ortodosso — una Conferenza promossa dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) sul tema: “Vieni, Spirito Santo, guarisci e riconcilia! Chiamati in Cristo ad essere comunità di riconciliazione e di guarigione”. Il CEC, fondato nel 1948, che si può a buon diritto considerare il più importante organismo ecumenico a livello mondiale, riunisce oltre 340 Chiese e Comunità ecclesiali. La Conferenza si è conclusa, la sera di Pentecoste, con una celebrazione ecumenica finale in un luogo altamente simbolico: 1 Areopago, dove San Paolo tenne il famoso discorso agli ateniesi. A circa duemila anni da quel giorno, cristiani di quasi tutte le Chiese e Comunità ecclesiali hanno pregato insieme prima di tornare al proprio Paese. Riportiamo una parte dell’intervista fatta da Giovanni Giuranna al vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che ha guidato la delegazione cattolica ad Atene. La Chiesa cattolica non aderisce al Consiglio ecumenico delle Chiese: come mai ha inviato una propria delegazione ufficiale? È vero, la Chiesa cattolica non fa parte del CEC (in inglese WCC), ma dai tempi del Concilio intrattiene relazioni stabili con questo organismo. Bisogna ricordare che il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha propri rappresentanti a Ginevra e nella Commissione missionaria del WCC, che ha curato l’organizzazione di questa Conferenza. Anche nell’organismo Fede e Costituzione sono presenti dodici teologi cattolici, nominati dal Pontificio Consiglio per l’unità. Per completare il quadro, ricordo che esiste un Gruppo misto di lavoro tra WCC e Chiesa cattolica, che dà continuità alla relazione. Qual è l’atteggiamento del WCC nei confronti della Chiesa cattolica? Negli ultimi anni c’è un notevole interesse da parte del WCC verso la Chiesa cattolica. Ma non solo. Come testimonia questa stessa Conferenza, il WCC sta cercando di coinvolgere nelle proprie iniziative il maggior numero di Chiese, comprese le realtà di matrice pentecostale e carismatica. Quale lo scopo di questa Conferenza, che per otto giorni ha riunito 600 cristiani da ogni parte del mondo? Non è stata una riunione da cui dovevano scaturire documenti ufficiali. Si è voluto realizzare un incontro fraterno — a livello mondiale — tra Chiese diverse. In questo senso la Conferenza è un appuntamento importante, perché favorisce la conoscenza e lo scambio reciproco, la riflessione pacata, il dialogo. L'obiettivo è stato raggiunto ad Atene? Sicuramente. La Conferenza ha offerto occasioni per incontrare i rappresentanti delle altre Chiese. Inoltre, il luogo scelto per questo appuntamento ha reso possibile un’ampia partecipazione da parte ortodossa. Il dialogo con gli ortodossi è stato agevolato con questa Conferenza? Gen's 3-4/2005 — pag. 34 — 96 La Chiesa Ortodossa di Grecia si è impegnata molto per assicurare il buon andamento della Conferenza. E il fatto che questa si svolga per la prima volta in un paese di tradizione ortodossa non è un semplice dato geografico, ma riveste un valore simbolico, potenzialmente carico di sviluppi. Per di più, l’appuntamento cade in un momento propizio, a poca distanza dal rapporto finale della Commissione speciale sulla partecipazione ortodossa nel WCC, che ha inteso mettere a fuoco alcuni punti controversi. Ci sono stati scambi informali con le altre delegazioni? Sì, certamente. All’interno e a margine dei lavori della Conferenza abbiamo avuto molti contatti: con la Chiesa ortodossa greca e con le altre Chiese e organismi, con cui il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani ha rapporti di studio o collaborazione. Del resto, ogni momento della giornata ha permesso contatti e scambi tra i delegati. Con quale metodo si sono svolti i lavori? Rispetto al passato, ci sono state alcune novità. Il tema — Vieni, Spirito Santo, guarisci e riconcilia — non è stato approfondito con relazioni teoriche o sistematiche. Si è preferito un approccio che mettesse in evidenza la dimensione esperienziale, sulla quale poi si è voluto riflettere. Anche gli interventi che si sono succeduti ogni giorno nella tenda delle plenarie, non sono stati lezioni cattedratiche. In più di un’occasione, si è trattato di contributi offerti in forma dialogica, finalizzati ad aprire prospettive più che a giungere a conclusioni condivise da tutti. Inoltre, si è data grande importanza alle cosiddette sinaxeis, cioè ai numerosi laboratori del pomeriggio nei quali sono stati discussi argomenti specifici. La cornice spirituale di questi scambi e approfondimenti è stata la preghiera, soprattutto l’ascolto della Parola di Dio in piccoli gruppi col metodo della Lectio divina. Una sua valutazione conclusiva... Questa Conferenza offre la speranza che sulle questioni importanti della missione ci possa essere una convergenza. In un mondo in rapida trasformazione, i cristiani sono Gen's 3-4/2005 notizie ecumeniche obbligati a trovare una risposta comune e non cento risposte diverse in rivalità tra loro. Naturalmente, in una Conferenza con presenze così diversificate, ci si rende conto della complessità del cammino ecumenico. Ma lo Spirito che “guarisce e riconcilia” è capace di trovare la via per far crescere la comunione tra le Chiese. DI «Maria: grazia e speranza in Cristo» Questo il titolo di un recente documento della Commissione internazionale cattolicoanglicana (ARCIC). Attraverso «l’analisi delle comuni credenze dottrinali sulla Beata Vergine» — spiega il testo — la Commissione si è proposta di preparare il terreno per un’interpretazione condivisa dei dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e dell’ Assunzione di Maria in Cielo, solennemente proclamati dalla Chiesa cattolica nel 1854 e nel 1950, e che da tanti anni hanno diviso, tra gli altri, cattolici e anglicani. Nel testo vengono affrontate «definizioni dogmatiche che sono parte integrante della fede dei cattolici, ma sono in gran parte estranee a quella degli anglicani». È quanto si legge nell’introduzione dei due co-presidenti dell’ARCIC, mons. Alexander Brunett, arcivescovo cattolico di Seattle, e l’arcivescovo Peter Carnley, Primate della Chiesa anglicana d’Australia. Nonostante le discordanze, il testo afferma comunque che è impossibile essere fedeli alla Scrittura e non prendere seriamente in considerazione Maria. I cattolici e gli anglicani — conclude il documento congiunto — credono che Maria abbia un ministero particolare di intercessione attraverso la sua attiva preghiera. Questo documento, riconosce, in sostanza, che il culto di Maria, tanto radicato nella tradizione cattolica come in quella ortodossa, non dovrebbe essere motivo di sostanziali divisioni teologiche tra le due Chiese, dato che ha il suo fondamento nelle Scritture e nel cristianesimo delle origini e che quindi può — pag. 35 — notizie ecumeniche 97 considerarsi parte anche del patrimonio anglicano. «A conclusione del nostro lavoro — ha dichiarato l’arcivescovo di Seattle, Alexander Brunett — spero sinceramente che questo documento rifletta l’esempio dato da Maria nell’obbedire alla volontà di Dio. Il testo è scaturito dai nostri sforzi di obbedire all’appello, tanto frequentemente espresso dalle nostre rispettive autorità, di ricercare ciò che abbiamo in comune e di celebrare le importanti tradizioni della nostra eredità condivisa). Prima del documento su Maria, la Commissione aveva pubblicato altre quattro dichiarazioni: sulla Salvezza nel 1987, in cui si esprime un accordo sostanziale sulla dottrina dell’Eucaristia e del ministero sacerdotale; un documento sulla Chiesa come comunione nel 1991, finalizzato a sostanziare la comunione tra anglicani e cattolici; la dichiarazione Vivere in Cristo: la morale, la comunione e la Chiesa nel 1994, ritenuto il più complesso tentativo di ricercare una posizione comune tra le due Chiese sulla morale; infine il documento // dono dell'autorità del 1998, che ha segnato un notevole progresso sulla questione del ministero petrino. Questo quinto documento su Maria conclude il secondo ciclo del dialogo teologico cattolico-anglicano a livello internazionale. Il testo però non va considerato come emanazione dell’autorità della Chiesa cattolica e della Comunione anglicana, che si riservano di studiarlo ulteriormente e di valutarlo. DI 90° anniversario di frère Roger Schutz Il fondatore della Comunità ecumenica di Taizé, nel mese di maggio di quest'anno, ha compiuto 90 anni. «Senza fare inutili astinenze, attenetevi alle opere che Dio comanda: portare i fardelli degli altri, accettare le ferite meschine di ogni giorno. Apritevi a tutto quanto è umano e vedrete dissolversi ogni vano desiderio di fuggire dal mondo». Così Frère Roger, nella regola della Comunità monastica di Taizé, fondata nel 1940 in Francia. Il giovane pastore protestante, Roger Schutz, aveva 25 anni quando dal suo paese natale, Provence in Svizzera — quasi un’oasi in mezzo agli orrori che si consumavano nel resto del Continente — sente forte il richiamo ad essere un segno di riconciliazione tra gli uomini. Così un mattino, inforcata la bicicletta, approda in un remoto villaggio diroccato della Borgogna e acquista una vecchia casa per offrire riparo ai perseguitati, ai poveri, agli oppressi dalla follia degli eventi bellici. Costretto dalla Gestapo nel 1942 a fuggire, Frère Roger tornerà a Taizé nel 1944. Poi finalmente la pace, in un Europa da riconciliare, come lo stesso priore della Comunità ricorda: «Si viveva un tempo d’inquietudine. Taizé era nata cinque anni prima. Molti si ponevano la domanda: cosa diventerà l’Europa? Oggi è suonata o sta per suonare l’ora dei cristiani nel mezzo di tensioni e contraddizioni forti che scuotono numerosi fedeli. I cristiani possono fare più di quanto non immaginino, perché essi si nutrono dell’essenziale del Cristo, cioè delle fonti della riconciliazione in vista della pace dell’intera famiglia umana». È proprio l’impostazione ecumenica che caratterizza la comunità di Taizé, la passione per l’unità che si esprime nella vita comune di ogni giorno. E così i fratelli, in mezzo secolo, diventano un centinaio, di ogni confessione cristiana, di una trentina di Paesi. Alcuni emigrano in missione, per essere testimoni di pace e carità nei luoghi più poveri del mondo. Ogni anno convengono a Taizé decine di migliaia di persone, soprattutto giovani. Qual è il segreto di Frère Roger per riuscire nella sua missione? Ce lo rivela lui stesso: «Dal profondo di noi stessi può nascere come un senso di stupore. Quale stupore? Direi che il cuore, con tutte le sue fibre, attende che sia uno stupore d’amore». a cura della redazione Gen's 3-4/2005 — pag. 36 — 98 esperienze Flash di vita D Gli zingari nostri fratelli Se sai che in ogni creatura umana c’è una presenza del Cristo e ti disponi subito a servirla, mettendo da parte sospetti e pregiudizi, spesso vedrai fiorire un vero rapporto d'amore fraterno: l’unica via per trasmettere vitalmente i tesori del Vangelo. Entro in chiesa assieme ad una signora e un piccolino e vedo che presso la statua della Madonna c’è una coppia di giovani zingari. Lui mi fa segno con un dito di accostarmi. Lascio un momento quella signora e mi avvicino a lui che mi indica il suo anello e quello di lei e mi chiede di benedirli. Un attimo di perplessità da parte mia e lei interviene per rassicurarmi: «Sabato prossimo ci sposeremo in municipio». La cosa mi sembra strana, sapendo che gli zingari non accettano il matrimonio in chiesa, perché non vogliono che i loro nominativi siano poi registrati nel comune. Chiedo: «Come mai non vi sposate in chiesa?». La signora: «Sa, noi non conosciamo il catechismo...». E io: «Scommetto che sapete a memoria una bella pagina del Vangelo! Conoscete il Padre Nostro?». «Abbastanza», è la risposta. «Ma non sareste contenti di sposarvi in chiesa?®». «E stato sempre il nostro sogno». Cerco di capire quanto sia serio il loro intento: «Ma voi vi volete veramente bene?». «E da tredici anni che stiamo assieme e abbiamo già sette bambini». Mi dicono anche che da poco abitano nella periferia della parrocchia, dove hanno otte- Gen’s 3-4/2005 nuto un’abitazione popolare. Li invito a venire in canonica il giorno dopo per parlare assieme con calma. Nel frattempo chiedo un parere al parroco confinante, che di zingari un po’ se ne intende. Egli m’incoraggia ad approfondire l’iniziativa, sia pure con prudenza. Arriva la domenica ed essi si presentano puntuali. Nel colloquio vengo a sapere che in casa pregano assieme due volte al giorno: prima del pasto e prima di andare a letto. «Lui sa leggere e alla sera apre la Bibbia e a turno diciamo una preghiera». Chiedo a chi abbiano lasciato i bambini e la mamma mi risponde che a casa c’è la più grande: ha 12 anni e frequenta la 5° elementare e sa custodirli tutti. Domandano se possono sposarsi tra un mese, nello stesso giorno in cui avevano iniziato a vivere insieme. Intanto ritirano dal municipio l’attestato delle avvenute pubblicazioni. Negli incontri seguenti cerco di non insegnare tante cose ma di farmi raccontare e nel dialogo completare la loro conoscenza di Gesù. L’uomo mi porta anche la Bibbia che avevo loro richiesto per vedere se l’avevano ricevuta da persone affidabili, e mi accorgo che è un regalo del vescovo di Trento, fatto al marito mentre era in carcere. E contento che io legga quello che egli ha scritto sulle ultime pagine bianche. È una preghiera scritta in quei giorni di lontananza dalla famiglia: una preghiera ricca di dolore, pentimento, gratitudine, propositi. Prepariamo il matrimonio. Ritengo opportuno farlo con la Liturgia della Parola. In seguito, insieme al cammino di catechesi che i quattro bambini più grandi inizieranno, pre- — pag. 37 — esperienze 99 pareremo anche i genitori alla comunione eucaristica e alla cresima. Il giorno che precede le loro nozze è domenica e sono tutti e nove a Messa, così silenziosi che nemmeno m’accorgo della loro presenza. Alla fine i genitori mi presentano i figli: uno più bello dell’altro. «Non vogliamo che i nostri bambini crescano come noi. Vanno tutti a scuola e all’asilo!». Nell’uscire dalla chiesa saluto Gesù con il gesto della mano e tutti e nove Lo salutano. In canonica prepariamo le preghiere che i quattro più grandi sono disposti a leggere per i loro genitori. Facciamo poi uno schema per i turni di servizio dei bambini in casa, avendo sentito che si lasciano servire un po” troppo dai genitori. Prometto che verificheremo assieme come funzionerà. Poiché in canonica ritorneranno ancora, chiamo anche la signora che vi lavora, perché possa farne la conoscenza e assieme diciamo una preghiera davanti alla Madonna dell’ Accoglienza che sta nell’atrio della casa. Propongo la celebrazione delle nozze in una cappella, ma essi mi chiedono se si può fare nella chiesa grande perché lì hanno molti bei ricordi. Chiedo dove andranno a pranzo dopo la celebrazione. So che gli zingari quando fanno festa diventano un esercito munito di musica e birra. «Invitiamo pochi e ritorneremo a casa nostra». Propongo di pranzare in parrocchia. Sono felici. La liturgia avviene con intensa attenzione degli sposi e dei figli maggiori, e grande fermento dei più piccoli. Dopo la celebrazione, con altre quattro coppie di zingari, due suonatori di violino e sedici piccoli saltellanti, ci raccogliamo attorno ad una grande tavolata. Una famiglia della parrocchia ha preparato il pranzo e la nostra colf e un’altra parrocchiana si mettono a servirli. So che siamo solo all’inizio di una storia iniziata con una piccola attenzione al mondo zingaro, una storia che probabilmente è destinata a continuare non solo con la catechesi dei loro bimbi, ma anche con l’evangelizzazione che questa coppia farà alle altre del loro mondo. Piergiorgio Zocchio DI Nell’Eucaristia il Paradiso e la terra Virag Rassay è un’artista ungherese che vive la spiritualità dell’unità del Movimento dei focolari. Invitata a preparare la porticina di un tabernacolo, ci racconta il suo cammino interiore nel realizzare questa piccola opera d’arte. Ci sembra in più sensi ben intonato con l’anno eucaristico che si sta vivendo nella Chiesa cattolica. Quando mi è stato proposto di fare la porta del tabernacolo della nostra cappella ho sentito che umanamente era qualcosa di inafferrabile, perché avrei dovuto rappresentare un mistero di Dio. Per questo la realizzazione del progetto non è cominciata quando ho preso foglio e carta per disegnare, ma quando ho iniziato a pensare quale doveva essere l’anima di ciò che avrei dovuto creare. Mi è venuta in mente la meditazione di Chiara Lubich: Ho un solo sposo sulla terra. Lì Chiara, anche se parla di Gesù abbandonato, dice una frase che ho sempre messo in rapporto con l’Eucaristia: «In lui é tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l’umanità». Da alcuni anni, spesso mentre vado alla Comunione mi viene in mente questa frase. Sento che mi rafforza e mi prepara ad entrare meglio in quel mistero al quale partecipiamo ricevendo in noi l'Eucaristia. Durante tutto il processo di creazione di questo piccolo progetto ho continuato a coinvolgere quanti erano intorno a me: le giovani della casetta dove vivo come pure i miei genitori quando vado a casa. Spesso non è stata facile questa creazione artistica fatta insieme, perché dovevo perdere l’una o l’altra idea che a me piaceva tanto e accogliere le proposte, gli accorgimenti degli altri ed anche le critiche. Una volta avevo sentito dire dal Papa che ogni artista nella creazione di una sua opera esprime ciò che di più profondo ha nella sua Gen's 3-4/2005 — pag. 38 — 100 esperienze anima. Contemporaneamente a queste parole del Papa sentivo fortemente che, se volevo lasciare mano libera a Dio in me, dovevo formare prima la mia anima. Così ho preso il Catechismo per leggere sull’Eucaristia, e il libro di Chiara Lubich, Una via nuova, per meditare su Maria. Inoltre diventava sempre più importante andare a messa ogni mattina per ricevere Gesù in me, in modo che davvero potessi lavorare con Lui, pensare con Lui. Sono diventate veramente speciali queste messe, perché mi mettevo davanti a Dio in modo del tutto diverso da prima e sentivo che Gesù sempre di più entrava in me. Spesso mi sono rivolta a Lui nella messa o durante il giorno: «Gesù, aiutami! Questa porta davvero deve essere bella, perché è Tua!». Oppure ricordando l’esempio di Chiara, ripetevo: «Tu sei tutto, io sono nulla», perché mi colmasse con la sua luce e la sua verità, in modo che Egli fosse colui che crea ed io uno strumento nelle sue mani. È stato poi un grande dilemma capire quale tecnica usare: vetro oppure smalto? Personalmente mi piaceva di più la prima, proprio per la trasparenza. Ricordo che una volta durante la messa ero immersa in questi pensieri e mi sono chiesta: «Ma il vetro sarà veramente degno per un tabernacolo?», e di colpo come risposta mi è venuta in mente un’altra domanda: «Ma noi, che riceviamo tutti i giorni Gesù Eucaristia, siamo degni di Lui? Siamo davvero dei tabernacoli trasparenti? Viviamo le nostre giornate con la dignità e la coscienza che portiamo in noi Gesù?». Quando ho terminato l’opera, non è stato facile staccarmi da questo mio lavoro, ma nello stesso tempo ho provato una grande gioia che si ripete ogni volta che penso alla cappella, perché sento che lì ho lasciato il mio cuore a Gesù. Quando ero adolescente avevo ricevuto da Chiara un nome nuovo: Viràg di Gesù, cioè Fiore di Gesù, e una parola biblica come programma di vita: «Ama il Signore con tutto il tuo cuore». Non avrei mai pensato che una volta Gesù sarebbe stato il mio “datore di lavoro”! Viràg Rassay Gen's 3-4/2005 Dl «Sei tu, Signore, che vieni a visitarmi» Quando al Pronto Soccorso mi è stato detto: «C’è qualcosa al cuore che non va», e mi hanno subito trasportato in autoambulanza all’Unità Coronaria dell’ospedale “Le Molinette”, ho detto a Gesù: «Sei tu, Signore, che vieni a visitarmi»; e gli ho detto il mio SÌ. È stato un dono di Dio non aver mai perso la serenità, neanche per un momento. Sentivo che là dove mi trovavo dovevo solo essere “amore” per tutti. Per il vicino di letto che si è dichiarato subito “miscredente”, ma che quando sono stato dimesso mi ha ringraziato per la mia presenza promettendomi, appena potrà uscire, di venire a Messa a Sant’ Agostino, nella mia parrocchia. Essere amore per le infermiere e gli infermieri: una di esse, molto distante dalla Chiesa, mi ha confidato le sue gravi difficoltà; così pure per i medici, ecc. In quei giorni non mi sentivo di pregare con formule, ma cercavo di far diventare preghiera la mia vita, la mia inattività, la mia sofferenza. E offrivo tutto per la Chiesa, per la nuova vita che sta fiorendo tra i sacerdoti della nostra zona, per la comunità parrocchiale, per l’umanità tutta. Cercavo di vivere bene l’attimo presente nella volontà di Dio. Attraverso questa malattia, che ha prevenuto un infarto, mi pare che il Signore mi abbia voluto dire: «La porzione di vita che ancora ti do, la devi vivere solo perché “tutti siano uno”). È quanto voglio fare, ricominciando ogni giorno. Sento di dover ringraziare tutti coloro che mi hanno sostenuto con la loro preghiera, mantenendo viva tra noi la presenza di Gesù che ha fatto sì che questi fossero veramente giorni di grazia. Giovanni Coccolo — pag. 39 — PERCHÉ TUTTI SIANO l ritorno dalla Messa, una signora anziana mi ha chiesto di | passare a casa sua. Diceva che aveva qualcosa da confidarmi. Ero in fretta, ma ho accettato. Conversando, è venuto fuori che voleva togliersi la vita. Ho potuto consigliarla e lei mi ha ascoltato e obbedito. Sono tornato a casa felice di aver salvato una vita». (N.P.) «Ho incontrato un gruppo di studentesse, fra cui Bélie, ragazza dal viso sfigurato a causa di una bruciatura. Emarginata dalle altre, camminava isolata. Avevo sentito il suo nome e l’ho chiamata e salutata calorosamente. Lei era molto contenta che la conoscevo per nome. Abbiamo parlato un po’. Quando mi sono congedato e mi stavo già allontanando, mi ha gridato: “Ho capito: tu sei seminari- 19 sta...!”. Sono grato d’aver potuto ridare a Bélie la gioia». (/Z.M.) Sono racconti di due futuri sacerdoti del Burundi. Parlano di incontri che potevano essere anche opportunità mancate, ma che, per l’amore vissuto, si sono tradotti in storia di “salvezza”. Due storie che, assieme a quelle sulle prossime pagine, possono accompagnare quest'estate quando — non guidati da un regolamento né protetti dalle mura del seminario — avremo numerose occasioni di trovarci fra la “gente” ed essere proprio lì testimoni di Gesù, portatori di una vita nuova. Le vacanze, effettivamente, ci offrono opportunità speciali per crescere nella libertà e nella donazione. Come ci raccontano alcuni studenti di diverse nazioni che da vari anni trascorrono in estate insieme un periodo di riposo. Per oltrepassare le difficoltà che possono nascere dalle differenze di cultura e di carattere, si sono presi un motto assai efficace: «Il tuo riposo è il mio riposo». Quando ciascuno pensa all’altro, si spalanca infatti un pezzo di Paradiso. E molti ne rimangono attratti. Come ci assicurano ancora questi nostri amici che ogni volta, attorno a loro, vedono puntualmente decollare un’evangelizzazione spontanea che coinvolge tante persone, mentre loro sono semplicemente intenti a fare vacanze. Bastano poi poche parole, per illuminare una vita, per guarire ferite. E su tutto domina il fascino di quel «Regno» di cui ha parlato Gesù. E l’esperienza anche di alcune decine di seminaristi in Brasile. Nelle vacanze, si sono ritrovati in una località marittima per un campeggio dal titolo: Festa. Apparentemente, una proposta di poco impegno. Ma alla base di tutto un’unica “regola”: l’amore fraterno, l’arte dell’amore evangelico. Così quel periodo trascorre in grande libertà, fatto delle cose semplici d’ogni giorno: gioco, pasti, divertimento, assieme a preghiera, Messa, un quotidiano scambio di quanto si è vissuto. Alla fine, un’eco unanime: esperienza da ripetere! Notizie dal mondo dei seminari - 44 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Non solo VACANZE Gen's 3-4/2005 - 101 — pag. 40 — Cogliere "occasione «Mi sono fatto uno fino in fondo» Burundi. «Partiamo dal seminario per le vacanze. Prendo un bus un po’ malandato, coi vetri rotti. Dopo un po’ inizia a piovere. Qualche passeggero si ribella e ingiuria il conducente, rifiutando pure di pagare il prezzo per il tragitto. Per di più, si rompe uno dei pneumatici. Decido allora di calmare gli spiriti surriscaldati e di fare opera di convincimento perché paghino il prezzo integrale. Grazie a Dio, sono d’accordo. E il conducente ne è molto contento. Arrivato al vescovado della diocesi, mi viene offerto un posto per dormire. Ma ringrazio senza accettare, perché voglio farmi uno fino in fondo, accompagnando due passeggeri che devono ancora arrivare a destinazione, e pago per loro anche il taxi». (B.E.) «lo ho sposato Dio» Italia. «Sono di ritorno dalla Facoltà e attendo sotto la pioggia il bus, quando mi sento dire: “Do you speak english?”. Istintivamente rispondo di “no”. Ma dentro una voce mi dice: perché non ami questa persona che Dio ti ha messo a fianco? Mi giro e vedo vicino a me due ragazze che cercano sulla cartina della città “Campo dei fiori”. Che fare? Non fare brutta figura con le poche parole di inglese che conosco o riconoscere in loro Gesù e aiutarle? Cerco di dare le opportune spiegazioni e intanto perdo il mio bus. Giacché a parole è difficile intendersi, capisco che la cosa migliore è accompagnare le due per alcune centinaia di metri, anche se piove e sono Gen's 3-4/2005 - 102 senza ombrello. Alla fine il mio giubbotto è zuppo d’acqua, ma il loro sorriso e il loro ringraziamento valgono più che stare all’asciutto. Seduto finalmente nell’autobus che mi porta a casa, mi trovo di fronte una coppietta di ragazzi che iniziano a parlare di come vorrebbero la loro futura abitazione. Un tuffo nel cuore: è bellissimo sentirli fantasticare di cose irrealizzabili e vedere come per loro tutto è possibile. Ed io? Un senso di solitudine mi attanaglia l’anima. Passa un po’ di tempo e penso alla gioia provata un attimo prima. Io ho Dio, io ho sposato Dio e Lui ha grandi progetti per me, più fantastici di ogni mia immaginazione! Devo affidarmi alle sue braccia e vivere la sua Parola. Eureka! Ecco la soluzione: vivere in donazione continua a mo? della Trinità. Quante cose si imparano accompagnando i turisti per Roma sotto la pioggia!». (C.L.) Controcorrente Austria. «Durante un party del centro per gli studenti, ho iniziato a parlare con una studentessa che non conoscevo ancora. Ero tentato di non dirle che sono in seminario, per poter più liberamente conversare con spensieratezza. Ma in quel momento mi sono ricordato della Parola del mese che ci invitava a gettare via le opere delle tenebre e a indossare le armi della luce (cf Rm 13, 12). Mi sono reso allora conto che era “l’uomo vecchio” in me che pensava di agire in quel modo. Mi sono quindi dato una mossa e le ho parlato apertamente del mio cammino. Ne è nato un dialogo molto bello sulla fede e sulla vocazione. Una sera sul tardi stavo già per spegnere il computer, quando mi veniva di entrare ancora una volta in internet e di navigare per alcune pagine. Di colpo però mi sono chiesto se — vista l’ora avanzata — questa era la volontà di Dio, in un momento in cui, per la stanchezza, le “armi della luce” non sono più tanto efficaci. Ho fatto allora “parlare le armi” ed ho spento il computer. Un”altra sera, in seminario, buona parte della comunità si è ritrovata davanti alla TV per seguire un bel film. Dopo pochi minuti si poteva costatare che quella — pag. 41 — Chiara Lubich Dilatare il cuore bbiamo bisogno di dilatare il cuore sulla misura del Cuore di Gesù. Quanto lavoro! Ma è l’unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto. Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama. E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d'affetto per il fratello incontrato un minuto prima. Tanto, è lo stesso Gesù che amiamo in tutti. Ma se rimane il rimasuglio vuol dire che il fratello precedente è stato amato per noi o per lui... non per Gesù. E qui è il guaio. La nostra opera più importante è mantenere la castità di Dio e cioè: mantenere l’amore in cuore come Gesù ama. Quindi per essere puri non bisogna privare il cuore e reprimervi l’amore. Bisogna dilatarlo sul Cuore di Gesù ed amare tutti. E come basta un’ostia santa dei miliardi di ostie sulla terra per cibarsi di Dio, basta un fratello — quello che la volontà di Dio ci pone accanto — per comunicarci con l'umanità che è Gesù mistico. E comunicarci col fratello è il secondo comandamento, quello che viene subito dopo l’amore di Dio e come espressione di esso. pellicola “buona” era in realtà di livello assai basso. Giacché avevo comunque da fare qualcosa di più costruttivo, mi sono alzato ed ho augurato a tutti una buona notte. Trascinati dal mio esempio, altri tre seminaristi se ne sono andati, mentre quelli che sono rimasti hanno cambiato canale». (A.M.) Come giocherebbe Gesù? Ungheria. «Sono un appassionato di calcio e facilmente, quando sono impegnato in una partita, mi lascio prendere dalla dinamica del gioco al punto da mancare di carità nei confronti degli altri e magari degli stessi compagni di squadra. Ad un certo punto mi sono domandato: “Ma come giocherebbe Gesù?”. Sicuramente — mi sono detto — non vivrebbe per se stesso. Ho deciso allora che, quando vado a giocare, ci vado solo per Da: Scritti spirituali/1, Roma 1991, p. 33 essere un dono per gli altri e non per me. Questo significava ad esempio sostituire il portiere quando è già da un po’ di tempo in porta o coinvolgere nel gioco quelli che ricevono più di rado la palla; o ancora: passare la palla ad un altro anziché tirare direttamente in porta. Dopo due mesi constato che altri cominciano a far altrettanto e sempre più anche nel calcio viviamo gli uni per gli altri». (L.B.) L’ultima settimana delle mie vacanze Brasile. «Mi era stato chiesto di dedicare l’ultima settimana delle vacanze per custodire il seminario e si avvicinava il rientro di tutti. Desideravo fare qualcosa per mostrare agli altri la mia gioia per il loro arrivo. Volevo che tutti si sentissero accolti e che ciascuno si sentisse amato. Ho preparato Gen's 3-4/2005 - 103 — pag. 42 — allora dei piccoli cartoncini con una frase significativa e li ho messi sulla porta di ogni camera. Giacché tutti sarebbero arrivati per la cena, ho preparato salatini e del cibo leggero, ho sistemato bene il refettorio ed ho messo al posto di ciascuno un piccolo dolce. È stata per tutti una sorpresa: non si aspettavano un’accoglienza del genere. Anche se erano affaticati dal viaggio, siamo rimasti insieme fino a tardi e conversavamo fra noi. Alla fine ero stanco ma felice». (A.M.) | al Rwanda ci è giunta questa lettera di un seminarista che ) | ci racconta di un'esperienza vissuta prima del suo ingresti. so in seminario. Nel 2003 ho iniziato una formazione pedagogica per la quale ho dovuto lasciare la diocesi d’origine e trasferirmi al centro del Paese. Nella nuova situazione, le spese materiali cui dovevo far fronte sono aumentate al punto da oltrepassare le mie possibilità. Ma nessuno se ne è reso conto. Un anno dopo è nata un’amicizia con uno dei miei compagni e con lui abbiamo potuto condividere tante realtà della nostra vita. Egli si è accorto delle mie condizioni economiche e, quando erano ormai vicine le vacanze, mi ha detto a sorpresa che aveva trovato per me un impiego: «Durante l’estate tu farai l'insegnante privato nel mio Con una famiglia musulmana c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 3-4/2005 - 104 quartiere, in una famiglia musulmana!». Sbalordito gli ho risposto: «Non vorrei che mi impediscano di andare la domenica a Messa». Sin da quando nel 1998, attraverso un sacerdote, avevo incontrato in diocesi il Movimento dei focolari, avevo fatto molte esperienze dell’amore e dell’unità. «Ma come farmi uno con dei musulmani?», mi sono chiesto. «Non ne rimarrà in qualche modo compromessa la mia fede?». Però poi mi sono ricordato che «occorre guardare tutti i fiori» e mi è venuta in mente anche quest'altra frase: «Che importa? Solo l’amore importa!» Quale sorpresa, poi, quando sono arrivato in quella famiglia! Sin dall’inizio mi hanno accolto con affetto. Aspettavo di essere trattato come un impiegato e invece sono stato integrato come fossi il figlio maggiore. Esattamente l’opposto dei pregiudizi che avevo nutrito nei confronti della mia “nuova famiglia”! Nessuno mi trattava come estraneo. E anche se la mia paga era stata fissata ad una certa quota, spesso era maggiore; a tal punto loro si premuravano di venire incontro ai miei bisogni. Abbiamo avuto anche momenti di condivisione sulla Parola di Dio. Virtù come l’amore, la misericordia e il perdono che vengono esaltate nel Corano, non si trovavano forse allo stesso modo nel messaggio evangelico? E così non sono mai nate discussioni vane. Quando, alla fine del corso di pedagogia, ho comunicato ai miei genitori e a questi amici la decisione di diventare prete e quindi di entrare in seminario, il papà musulmano mi ha detto: «Vacci, con coraggio! Nessuno potrà impedirti di percorrere il cammino che tu stesso hai scelto; là dove tu, senza nessuna costrizione, ti troverai a tuo agio, sarà la tua chiamata». E mi ha detto pure: «Sappi che la strada che intraprendi, chiede sacrifici. Ne devi essere cosciente». È stato attraverso questi fatti che ho potuto comprendere che la mia unica ragione d’essere è l’amore. Vivo nella misura in cui amo. Amo, ergo sum — amo, e quindi sono». (Té/esphore) — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 en s rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell'11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata. 4 - 00047 Marino (Roma), Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, clo Brendan Leahy. 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Ringraziamo per l’ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. — pag. 44 — bimestrale