gen’s 2005/5 – Il Movimento dei focolari e la parrocchia Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2005-5-il-movimento-dei-focolari-e-la-parrocchia/ — pag. 1 — Editoriale Insieme per la parrocchia Commisione episcopale della CEI Che la varietà manifesti l’unità Ghiara Lubich Dare visibilità al Risorto Silvano Cola i La sinfonia della vita ecclesiale Adolfo Raggio Per una parrocchia «casa e scuola di comunione» Laszio Posa La Parola vissuta unisce le etnie Carmela Muni Dialogo della vita con i musulmani Bruno e Luisa Cuneo Fedeltà nel servire la Parrocchia Suor Maria Carmela Bianchi «Abbiamo mantenuto viva la carità» anno XXXV Spedizione in abbonamento; postale — art. 2 comma 20/C legge!662 / 96 — filiale di Roma settembre - ottobre — pag. 2 — 105 EDITORIALE 107 pocumento 108 messaggIO 110 srupio 114 PRESENTAZIONE 120 espERIENZA 122 ESPERIENZA 125 esPERIENZA 128 EspERIENZA 130 espERIENZA 135 ESPERIENZA 137 ESPERIENZA 141 monpo DEI SEMINARI Insieme per la parrocchia Enrico Pepe Che la varietà manifesti l’unità Commissione episcopale CEI Dare visibilità al Risorto Agli animatori del Movimento parrocchiale Chiara Lubich La sinfonia della vita ecclesiale Benedetto XVI e i Movimenti ecclesiali Silvano Cola Per una parrocchia «casa e scuola di comunione» Il Movimento dei focolari e le parrocchie Adolfo Raggio La Parola vissuta unisce le etnie Una comunità parrocchiale serba supera le divisioni Laszlo Posa Dialogo della vita con i fratelli musulmani Convivenza con i musulmani in Sicilia Carmela Muni Fedeltà nel servire la parrocchia Cambia il parroco, ma i collaboratori proseguono... Bruno e Luisa Cuneo «Nella prova abbiamo mantenuto viva la carità» Una comunità di suore a servizio di una parrocchia Suor Maria Carmela Bianchi La vita in una parrocchia andina Come si evangelizza sulle Ande del Perù Emeterio Castaneda Ricostruire la comunione Dall’Africa un’esperienza di riconciliazione Helen Akgebe La forza evangelizzatrice della Parola La vitalità di una comunità parrocchiale in Corea Thomas Chang e Cecilia Gve-la Notizie dal mondo dei seminari — 45 DIRO NITAL Bcc cc dd ct i i sa a pm i i — pag. 3 — editoriale Insieme per la parrocchia S: la Chiesa tutta è semper reformanda, deve cioè continuamente rinnovarsi per essere all’altezza della sua missione nel servire nel migliore dei modi l’umanità, anche la parrocchia, quale sua articolazione territoriale, è chiamata dallo Spirito a sempre nuove trasformazioni. Sono molteplici le circostanze e i fattori che sollecitano questo rinnovamento che in certe svolte della storia può significare un’autentica riconfigurazione della vita parrocchiale; e molteplici sono pure gli impulsi che la aiutano in questo costante attualizzarsi. Tra questi, in passato, è stato senza dubbio il contributo determinante di carismi che man mano sono fioriti nella Chiesa. Pensiamo, ad esempio, all'apporto dei domenicani e dei francescani con la loro predicazione in un tempo nel quale non solo i parroci, ma non di rado gli stessi vescovi non erano ben preparati per questo compito. Osserviamo ancora l’opera meravigliosa di rinnovamento operata da numerose Congregazioni religiose — per es. i cappuccini, i redentoristi, i passionisti — che si sono dedicate alle missioni popolari. Lo stesso Concilio di Trento — che diede un enorme impulso alla vita parrocchiale, collocando in ogni comunità, anche piccola e sperduta tra i monti, un parroco — poté farlo perché grandi carismi come quello di sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri, san Vincenzo de’ Paoli ed altri, formavano, ciascuno con la propria spiritualità, pastori ben preparati e influirono positivamente sulla vita nascente dei seminari. Oggi siamo di nuovo ad una grande svolta della storia e, specie nella sempre più complessa compagine della società postmoderna, la tradizionale configurazione della parrocchia non regge più o si rivela insufficiente. Con la crescente mobilità e l’esplodere dei moderni mezzi di comunicazione, si attenuano, ad esempio, i legami territoriali e si aprono nuovi campi che richiedono di essere raggiunti dall’opera di evangelizzazione. Numerose persone, poi, si sono allontanate dalla pratica religiosa e devono essere incontrate là dove è il baricentro della loro vita. E si potrebbe ancora continuare. Dio, però, non abbandona l’umanità e prima e dopo il Concilio ha suscitato una nuova primavera di carismi nella sua Chiesa. Molti di essi sono lanciati verso inediti campi della missione che non sono sempre riconducibili alla struttura parrocchiale e neppure a quella diocesana (si pensi ad esempio al mondo della comunicazione, all’evangelizzazione della cultura, al lavoro per la pace e la giustizia a livello mondiale, ecc.). Dall’altra parte, questa fioritura di vita spirituale e di slan- Gen's 5/2005 — pag. 4 — 106 editoriale cio missionario offre alle comunità parrocchiali e alla vita delle diocesi potenzialità inedite che vanno sempre più scoperte e valorizzate. In particolare, i moderni Movimenti ecclesiali non solo danno nuovo impulso alla formazione delle persone chiamate alla vita consacrata, ma curano tutte le vocazioni, anche e soprattutto quelle dei laici, rendendoli protagonisti nel portare la vita evangelica negli ambienti dove si svolge la vita ordinaria degli uomini e delle donne del nostro tempo. Cosa avverrà nelle parrocchie con la presenza di questi cristiani che hanno fatto del Vangelo la loro regola di vita? Finora i Movimenti ecclesiali si sono spesso concentrati comprensibilmente sulla formazione dei propri membri, perché nessuno può lavorare con competenza se prima non si prepara in modo adeguato alla propria missione. E già così, anche se non si può negare qualche frizione che ha creato disorientamento, si sono rivelati una presenza preziosa e stimolante in seno al popolo di Dio. Salvaguardando la loro caratteristica di realtà ecclesiali a servizio della Chiesa universale', è bene che essi diano — come hanno detto ripetutamente Giovanni Paolo II e Benedetto XVI — il loro apporto anche nel rinnovamento delle Chiese locali e delle parrocchie. Vari Movimenti già sono impegnati in questo lavoro con frutti incoraggianti. Non si tratta di entrare nelle parrocchie per fare proselitismo o per fare concorrenza con gli altri Movimenti, ma per porsi al servizio contribuendo, ciascuno con la peculiarità del proprio carisma, alla formazione di cristiani autentici e collaborando nelle varie espressioni della vita parrocchiale. Certamente questo compito esige modi nuovi di porsi e soprattutto una sempre più grande apertura reciproca sia da parte dei pastori che da parte dei Movimenti: bisognerà imparare a vivere la spiritualità di comunione, come ci sprona a fare la Novo millennio ineunte; ma sarà per tutti un’occasione unica per far risplendere nella Chiesa una fruttuosa complementarietà tra dimensione istituzionale e dimensione carismatica. Con questo numero di Ger $, attingendo ad un Convegno di 1.500 membri del Movimento dei focolari che lavorano per le parrocchie (Castelgandolfo, 2-5 giugno 2005), vorremmo offrire un campionario significativo di ciò che essi stanno cercando di attuare in questo ambito. E..P. 1) CfJ. Ratzinger, / Movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, in: Pontificium consilium pro laicis, / Movimenti nella Chiesa, Città del Vaticano 1999, pp. 45-46. Gen's 5/2005 — pag. 5 — Documento 107 Che la varietà manifesti l’unità A questo punto l’orizzonte si allarga e il nostro sguardo di pastori abbraccia il vasto universo in cui si è articolato il laicato della Chiesa in Italia, specialmente nel periodo postconciliare. Seguiamo con premuroso affetto tali articolazioni del laicato, abituati ormai ad identificarle con i termini di associazioni, movimenti e gruppi, ben sapendo che «Ia varietà nella Chiesa non solo non nuoce alla sua unità, ma, anzi, la manifesta». A tali articolazioni rinnoviamo il nostro apprezzamento e incoraggiamento, in sintonia con le direttive impattite dal ricco magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II, da noi vescovi profondamente condiviso. (...) Ricchezza e varietà dei doni L'esperienza aggregativa dei laici ha da sempre però i caratteri della ricchezza e della varietà. Nel passato ha prodotto tante forme significative di itinerari formativi e di presenza nella società, che continuano a dare frutti e che non vanno dispersi. Oggi la Chiesa si arricchisce anche di nuove realtà, che contribuiscono a una nuova stagione della sua vita. Essa è il frutto maturo della libertà riconosciuta ai fedeli laici nel contesto dell’ecclesiologia di comunione e rappresenta nello stesso tempo la risposta alla varietà di carismi che lo Spirito suscita per rispondere alle istanze emergenti dalle situazioni storiche in continuo divenire. Grazie a tali carismi l’intera comunità trova forme nuove con cui sostenere, in particolare, il proprio compito di evangelizzazione. A servizio dell’unità nella Chiesa Molteplicità e varietà delle aggregazioni, per non dare luogo a dispersione o contrapposizione, esigono complementarietà e convergenza nel partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo di Cristo come fonte di speranza per l’uomo e di rinnovamento per la società. Le aggregazioni attuano ciò concretamente con l'impegno a convergere nelle scelte pastorali della Chiesa in Italia e della propria Chiesa particolare, al cui piano pastorale offrono il contributo della loro esperienza con la peculiarità del proprio stile comunitario. Esprimiamo, perciò, il nostro incoraggiamento alla Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali per il cammino intrapreso al fine di rendere più organico e più coordinato il lavoro apostolico, formativo, missionario delle aggregazioni stesse. Ricordando come Gesù, nell’intimità del dialogo e nello spezzare il pane eucaristico, svelò il suo volto ai due discepoli di Emmaus, indicando l'Eucaristia come sorgente e paradigma della costitutiva unità di fede e di amore della Chiesa, sproniamo tutti i fedeli laici a trovare in quel Mistero la ragione e la forma di una profonda comunione da realizzare quotidianamente e testimoniare al mondo: un’autentica regola di vita; una loro precisa identità; una sola supplica, un solo Spirito, una sola speranza nella carità, nella gioia pura e santa. Tutti riuniti in un solo tempio di Dio, attorno a un solo altare, nell’unico Gesù Cristo”. * Fare di Cristo il cuore del mondo, Lettera della Commissione episcopale CEI per il laicato, III, 10 (27/03/2005). Gen's 5/2005 — pag. 6 — - Dare visibilità al Risorto Messaggio di Chiara Lubich agli “animatori del Movimento parrocchiale” in occasione del loro convegno a Castelgandolfo dal 2 al 5 giugno 2005 Carissime e carissimi, ho pensato che sarebbe stato bello, costruttivo e fruttuoso per noi e per la Chiesa una comunione più profonda tra i membri dell’Opera di Maria che lavorano in parrocchia. Per questo è nato l’attuale incontro. So che siete presenti numerosi: volontarie e volontari, religiose, gen, impegnate e impegnati del Movimento parrocchiale d’Europa, con una rappresentanza anche da altri continenti. Ed io sono con voi! Poiché per noi del Movimento dei Focolari questo è l’anno dedicato all’approfondi- ‘ mento di “Gesù in mezzo”, il titolo scelto anche per il vostro convegno è “Dare visibi- lità al Risorto”. Ecco dunque il programma di questi giorni: renderLo visibile tra voi ora, per saperlo edificare poi nelle comunità parrocchiali in cui operate. E questo è importante perché la presenza di Gesù costituisce il volto profondo della Chiesa, come di ogni comunità cristiana. Il Risorto è sempre stato presente nella Chiesa. Ma questa presenza resta spesso nascosta, dimenticata, non produce gli effetti che dovrebbe... Gesù è luce, vita, fuoco... E quando c’è Lui la comunità rifiorisce, diventa il suo Corpo vivo. Si realizza quanto affermato da Papa Benedetto XVI: «La terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio»'. Ma diamo uno sguardo alla parrocchia oggi. Sembra che essa stia attraversando in varie parti del mondo — così dicono gli esperti — un periodo di incertezza o addirittura di crisi. Con le mutate condizioni di vita (il tramonto della civiltà agricola, la mobilità della popolazione e il diffondersi del secolarismo), la parrocchia da centro della vita sociale si è trovata sovente ridotta ad una realtà marginale, avvicinata occasionalmente per i servizi religiosi. Non ha più quella incidenza evangelizzante capace di attrarre uomini e donne del nostro tempo. I vescovi hanno sempre affermato, anche in documenti recenti?, l’importanza di que- Sta istituzione; allo stesso tempo però hanno notato che essa ha bisogno di un rinnovamento?. E si stanno cercando tante strade per dare alla parrocchia un volto nuovo. Il nostro carisma e la parrocchia A noi il Signore ha donato un carisma per il mondo di oggi, il carisma dell’unità. Sono sicura che esso può aiutare anche le comunità parrocchiali a rinnovarsi, ad essere quello che devono essere: Chiesa viva, dove tutti trovano Dio, Gesù. Sentiamo allora la responsabilità d’aver ricevuto un tale dono di Dio e abbiamo il coraggio di diffondere la spiritualità dell’unità, specialmente ora che Giovanni Paolo Il l’ha lanciata per tutta la Chiesa come “spiritualità di comunione”. So che voi lavorate nelle parrocchie come membri dei vari Consigli e commissioni, catechisti, ministri dell’Eucaristia, 0 collaborate alle iniziative parrocchiali nei diversi ambiti. Certamente già la vostra vita irradia questa spiritualità. Gen's 5/2005 — pag. 7 — messaggio Un nuovo passo in unità con i pastori Ma adesso vi invito ad un passo ulteriore: essere una presenza dell’Opera di Maria nella parrocchia: ognuno e insieme. E con questa realtà vissuta in voi e tra voi contribuire a dar vita a Gesù in mezzo alla comunità, trasformare la parrocchia in brano di Chiesa comunione. Naturalmente vi muoverete sempre d’accordo con i Pastori, presentando loro quanto intendete fare ed ascoltando i loro consigli. Ma poi lanciatevi a costruire l’unità fra tutti e voi sapete come fare. Invitate quindi chi vuole approfondire alle Giornate del Movimento, alle Mariapoli... a partecipare ai nostri incontri della Parola di vita. Allo stesso tempo cogliete ogni occasione opportuna — incontri personali, catechesi, riunioni... — per diffondere al largo la spiritualità dell’unità: è spiritualità di comunione, è tutto Vangelo! 755 Siate “lievito di comunione”, come diceva Giovanni Paolo II, cercando di sciogliere i nodi e le divisioni, che possono sorgere, con la carità e l’amore personale a Gesù abbandonato. E non datevi pace finché non si vive la comunione in tutta la comunità parrocchiale. Solo così essa sarà una testimonianza convincente, una comunità che brilla in tutta la Chiesa. Nasceranno allora “parrocchie nuove”. Parrocchie dove si vive la Parola, l’Eucaristia e l’unione fraterna, come nelle prime comunità cristiane. Parrocchie, che valorizzano al loro interno i diversi carismi; che si muovono in comunione con le altre parrocchie; che collaborano con i vari Movimenti, in una piena sintonia fra istituzione e carisma. Parrocchie che attuano i dialoghi con cristiani di altre chiese o con fedeli di altre religioni, e respirano la cattolicità. Parrocchie, infine, in cui risplende il volto materno, mariano della Chiesa. O meglio in cui è presente Maria, perché come lei, la comunità unita “genera”° Gesù in mezzo al suo popolo. Non sarebbe meraviglioso suscitare una Chiesa locale così viva, che si possa dire a tanti: venite e vedete? Può sembrare un sogno. Deve diventare realtà. E quello che mi attendo da voi. E sono sicura che pure ne sarebbero felici i vostri vescovi e l’intera società che vi circonda. Che il vostro incontro sia radice a tutto que- sto. ( ÙA "ai A 1) Omelia nella Cappella papale del 18 aprile 2005, in apertura del Conclave. 2) Cf Nota pastorale della CEI del 30.5.2004, // volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. 3) Cf Christifideles laici, 26. 4) Cf Novo millennio ineunte, 43. 5) Saluto agli animatori del Movimento Parrocchiale, Udienza generale del 15.5.96. 6) Cf Insegnamenti di Paolo VI, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1964, pp. 1072-73. Gen's 5/2005 — pag. 8 — 110 studio Benedetto XVI e i Movimenti ecclesiali La sinfonia della vita ecclesiale di Silvano Cola In Benedetto XVI — ha scritto Chiara Lubich all’indomani dell'elezione del Papa — «è viva la sensibilità per la dimensione carismatica della Chiesa, per i nuovi Movimenti e Comunità». Ed ha aggiunto: «Per noi è la chiamata ad una nuova responsabilità». In questo contributo — che è stato offerto in forma più sintetica al Congresso del Movimento parrocchiale a Castelgandolfo nel giugno scorso — si delinea il pensiero di Papa Ratzinger sui Movimenti ecclesiali, pensiero che si pone in piena continuità con le iniziative di Papa Wojtyla, il quale aveva messo in luce con chiarezza e lungimiranza l’importanza storica che i carismi hanno avuto e hanno nella Chiesa. Una stagione di Pentecoste nella Chiesa Quand’era ancora arcivescovo di Monaco di Baviera, Joseph Ratzinger scriveva a un sacerdote suo compagno di studio queste parole: «Ho sentito, attraverso qualcuno, della tua attività nel Movimento dei focolari, e ne sono rimasto contento. Credo che il Movimento è una delle espressioni più positive nella Chiesa degli ultimi tempi, e che da esso nasce veramente una speranza per il rinnovamento»'. Gen's 5/2005 Da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ben presto egli è tornato sull’argomento. Nel volume-intervista Rapporto sulla fede, nel 1985, ha affermato: «Ogni concilio, per dare davvero frutto, deve essere seguito da un’ondata di santità. (...) Ciò che apre alla speranza (...) è il sorgere di nuovi Movimenti, che nessuno ha progettato, ma che sono scaturiti spontaneamente dalla vitalità interiore della fede stessa. Si manifesta in essi (...) qualcosa come una stagione di pentecoste nella Chiesa». «Trovo meraviglioso — ha osservato poco oltre — che lo Spirito sia ancora una volta più forte dei nostri programmi e valorizzi ben altro da ciò che noi ci eravamo immaginati. (...) Il nostro compito — in quanto incaricati di un ministero nella Chiesa e in quanto teologi — è quello di tenergli aperte le porte, di preparargli lo spazio»?. Anni dopo, in un altro libro-intervista, si mostrava conscio delle perplessità che sorgono non di rado nei riguardi dei Movimenti, ma invitava a non bloccarsi in esse: «Si possono trovare sempre delle obiezioni contro i singoli Movimenti ecclesiali (...), ma in essi si deve comunque osservare che qualcosa di nuovo sta cominciando. Qui il cristianesimo è presente come avvenimento di novità e viene percepito, da persone che spesso vi arrivano da molto lontano, come la possibilità di vivere, e di poter vivere in questo secolo»?. — pag. 9 — studio 111 Far riconoscere la Chiesa come casa con l’atmosfera di famiglia L’intervento più significativo fu però quello del 27 maggio 1998, quando il card. Ratzinger, alla vigilia dell’/ncontro mondiale dei Movimenti ecclesiali con il Papa in Piazza san Pietro, ha parlato delle ricorrenze storiche, ricordando come in certi periodi del passato in cui per vari motivi la struttura parrocchiale era in difficoltà, lo Spirito santo ispirò parecchi carismi per continuare l’evangelizzazione dell’Europa, facendo nascere tanti ordini religiosi (si pensi a san Benedetto, san Francesco, san Domenico, ecc.). Cosa analoga — disse — avviene oggi e offrì la sua personale testimonianza: «Per me personalmente fu un evento meraviglioso la prima volta che venni più strettamente a contatto — agli inizi degli anni settanta — con i Movimenti (...). A quei tempi, Karl Rahner ed altri usavano parlare di ‘inverno’ nella Chiesa; in realtà parve che, dopo la grande fioritura del Concilio, fossero subentrati gelo in luogo di primavera, affaticamento in luogo di nuovo dinamismo. (...) Dio dov'era? (...) Ma ecco, all’improvviso, qualcosa che nessuno aveva progettato. Ecco che lo Spirito Santo, per così dire, aveva chiesto di nuovo la parola. E in giovani uomini e in giovani donne risbocciava la fede, senza ‘se’ né ‘ma’, senza sotterfugi né scappatoie, vissuta nella sua integralità come dono, come un regalo prezioso che fa vivere»'. Nell’odierno contesto secolarizzato — spiegò un anno dopo a un centinaio di vescovi venuti a Roma per un seminario organizzato dal Pontificio Consiglio per i laici — i Movimenti «hanno questa specificità di aiutare a riconoscere in una grande Chiesa, che potrebbe apparire soltanto come una grande organizzazione internazionale, la casa dove si trova l'atmosfera propria della famiglia di Dio e nello stesso tempo si rimane nella grande famiglia universale dei santi di tutti i tempi»?. Collocazione teologica dei Movimenti ecclesiali Davanti a un fenomeno così inaspettato come l’odierna fioritura dei Movimenti, il card. Ratzinger nella conversazione del 1998 registrò, come abbiamo già accennato, pure le difficoltà: «Non mancarono certo di quelli che si sentirono infastiditi nei loro dibattiti intellettualistici, nei loro modelli di Chiesa del tutto diversa costruita a tavolino secondo la propria immagine. E come poteva essere altrimenti? Dove irrompe, lo Spirito Santo scombina sempre i progetti degli uomini. Ma vi erano e vi sono anche più serie difficoltà. Quei Movimenti, infatti, palesavano — per così dire — malattie della prima età. Vi era dato cogliere la forza dello Spirito, il quale però opera per mezzo di uomini e non li libera d’incanto dalle loro debolezze». «Ma d’altro canto — osservò — è in gioco un fenomeno che si ripresenta periodicamente, in forme disparate, nella storia della Chiesa. Esiste la permanente forma basilare della vita ecclesiale in cui si esprime la continuità degli ordinamenti storici della Chiesa. E si hanno sempre nuove irruzioni dello Spirito Santo, che rendono sempre viva e nuova la struttura della Chiesa. Ma quasi mai questo rinnovamento è del tutto immune da sofferenze e frizioni». Nasce da qui l’esigenza di una seria riflessione teologica che sappia indicare ai Movimenti il loro specifico posto nella Chiesa. In base ad una vasta rivisitazione dell’insieme della storia, il card. Ratzinger è giunto a costatare: «Vi appare evidente che per un verso il modello ecclesiale locale, decisamente improntato dal ministero episcopale, è la struttura portante e permanente attraverso i secoli. Ma esso è altresì percorso incessantemente dalle ondate di Movimenti, che rivalorizzano di continuo l’aspetto universalistico della missione apostolica e la radicalità del Vangelo, e proprio per questo servono ad assicurare vitalità e verità spirituali alle Chiese locali»)?. Giacché il radicalismo evangelico e la spinta alla missione universale appaiono nel NT come dimensioni caratteristiche della Gen's 5/2005 — pag. 10 — 112 studio chiamata dei Dodici e bisogna costatare che le Chiese locali da sole non corrispondono sempre sufficientemente a queste due qualità, il card. Ratzinger concluse non senza audacia che «occorre ampliare e approfondire il concetto di successione apostolica, se si vuol rendere giustizia a tutto quello che esso significa ed esige». E spiegò: «Che intendiamo dire? Anzitutto, che va saldamente ritenuta, quale nucleo di tale concetto, la struttura sacramentale della Chiesa, nella quale essa riceve sempre di nuovo l’eredità degli apostoli, l’eredità di Cristo. (...) Ma questo nucleo è impoverito, anzi atrofizzato, se si pensa solo alla struttura della Chiesa locale. (...) Nella Chiesa devono sempre aversi anche servizi e missioni che non siano di natura puramente locale, ma siano funzionali al mandato che investe la realtà ecclesiale complessiva e alla propagazione del Vangelo»?. Ministero petrino e Movimenti Nello stesso intervento del 1998, il card. Ratzinger ha rilevato lo speciale legame che nel corso della storia ha unito i Movimenti apostolici con il ministero petrino il quale ha, appunto, una missione universalistica: «nemmeno lo stesso ministero petrino sarebbe rettamente inteso e sarebbe travisato in una mostruosa figura anomala, qualora si addossasse soltanto al suo detentore il compito di realizzare la dimensione universale della successione apostolica (...). Il papa [profilo petrino] ha bisogno di questi servizi [profilo mariano], e questi hanno bisogno di lui; e nella reciprocità delle due diverse missioni si compie la sinfonia della vita ecclesiale. L’era apostolica, che ha valore normativo, dà un risalto così vistoso a queste due componenti da indurre chiunque a riconoscerle irrinunciabili per la vita della Chiesa»*. C’è dunque un legame trinitario, pericoretico, di unità e distinzione fra il successore di Pietro e i Movimenti apostolici, del quale il Card. Ratzinger ha un’idea molto chiara: «Il papato non ha creato i Movimenti, ma è stato il loro essenziale sostegno nella struttura Gen's 5/2005 della Chiesa, il loro pilastro ecclesiale. In questo si fa forse visibile come non mai il senso più profondo e la vera essenza del ministero petrino»'°. Già in precedenza aveva costatato: «Movimenti, che travalicano l’ambito e la struttura della Chiesa locale, e papato vanno sempre, e non per caso, fianco a fianco»". È una significativa coincidenza il fatto che Giovanni Paolo II, il giorno seguente, dichiara co-essenziali l’aspetto strutturale e l’aspetto carismatico della Chiesa. Una priorità all’inizio del nuovo pontificato Non sorprende, su questo sfondo, che Papa Ratzinger già nelle prime settimane del suo Pontificato abbia deciso di convocare i Movimenti ecclesiali in piazza s. Pietro per la veglia della Pentecoste 2006, come aveva già fatto nel 1998 Papa Wojtyla. ‘Tale decisione, in certo senso, si annunciava già nel dialogo aperto che egli ha avuto col clero di Roma il 13 maggio 2005: «Avete parlato della parrocchia come struttura fondamentale, aiutata e arricchita dai Movimenti. E mi sembra che proprio durante il Pontificato di Papa Giovanni Paolo II si sia creato un fecondo insieme tra l’elemento costante della struttura parrocchiale e l’elemento, diciamo, “carismatico”, che offre nuove iniziative, nuove ispirazioni, nuove animazioni... Tutti i parroci possono insieme essere realmente responsabili della crescita della parrocchia, assumendo tutti gli elementi che possono venire dai Movimenti e dalla realtà vissuta della Chiesa in diverse dimensioni»)"?, Identico orientamento emerge dal discorso alla Conferenza episcopale italiana il 30 maggio scorso: «Avete messo in luce la necessità che le parrocchie assumano un atteggiamento maggiormente missionario nella pastorale quotidiana e pertanto si aprano ad una più intensa collaborazione con tutte le forze vive di cui la Chiesa oggi dispone. E molto importante, al riguardo, che si rafforzi la comunione tra le strutture parrocchiali portanti e le varie realtà “carismatiche” — pag. 11 — studio 113 sorte negli ultimi decenni (...) affinché la missione possa raggiungere tutti gli ambienti di vita». Con decisione Papa Ratzinger ha attirato l’attenzione sulla realtà dei Movimenti nella Messa con cui si è conclusa la Giornata mondiale dei giovani a Colonia il 21 agosto. Dopo aver raccomandato a tutti di far tesoro del Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica da poco pubblicato, ha osservato: «Ovviamente, i libri da soli non bastano. Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati Movimenti e Comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino». È tornata in quell’occasione l’idea della complementarità di profilo mariano e profilo petrino: «La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che (...) si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli»'S. Nel pomeriggio di quello stesso giorno ha riproposto gli stessi concetti alla Conferenza episcopale tedesca: «Un ruolo importante nel mondo dei giovani svolgono... le Associazioni e i Movimenti, che senza dubbio costituiscono una ricchezza. La Chiesa deve valorizzare queste realtà e al contempo deve guidarle con saggezza pastorale, affinché contribuiscano nel modo migliore, con i loro diversi doni, all’edificazione della comunità, mai ponendosi in concorrenza le une con le altre.., ma rispettandosi e collaborando insieme a favore dell’unica Chiesa... per suscitare nei giovani la gioia della fede, l’amore per la Chiesa e la passione per il Regno di Dio». Il contributo che può venire dal carisma dell’unità Non può sfuggire la consonanza di simili orientamenti con le linee tenute da Chiara Lubich fin dall’inizio del Movimento dei focolari: già negli anni ‘40 il carisma dell’unità la spingeva a far sì che i vari Movimen- ti e Aggregazioni ecclesiali di allora si amassero l’un l’altro (accenno, per la storia, alla Crociata della carità del padre L. Veuthey, alla Crociata del Rosario in famiglia del padre P. Peyton, al Movimiento familiar cristiano di padre P. Richards, al Movimento per un Mondo Migliore di padre R. Lombardi, e altri ancora). Chiara Lubich vedeva infatti in queste realtà manifestazioni del “profilo mariano” della Chiesa, ovvero espressioni di quel profilo carismatico che Giovanni Paolo II — come abbiamo riferito sopra — ha caratterizzato come “co-essenziale” al profilo petrino. Il nuovo Papa si muove in questa direzione. «Per noi è la chiamata ad una nuova responsabilità», ha affermato Chiara; una chiamata dello Spirito Santo, e perciò dovere morale di essere testimoni d’unità nelle famiglie, negli ambienti che frequentiamo, nella scuola, sul lavoro... e soprattutto con i Movimenti ecclesiali presenti nella comunità parrocchiale e diocesana. Silvano Cola 1) Lettera in data 28.9.1977 (inedito). 2) V. Messori, a colloquio con il card. J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985, pp. 41-43. 3) Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio, Un colloquio con Peter Seewald, San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, p. 145. 4) Movimenti ecclesiali e loro collocazione teologica, in “Nuova Umanità” 21 (1999/5) n. 125, pp. 511-512. 5) Dialogo con il cardinale Joseph Ratzinger, in: Pontificium Consilium pro Laicis, / Movimenti ecclesiali nella sollecitudine pastorale dei vescovi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, p. 239. 6) Movimenti ecclesiali e loro collocazione teologica, cit., pp. 512-513. 7) Ibid., pp. 526-527. 8) /bid., pp. 532-533. 9) Ibid., p. 534. 10) /bid., p. 527. 11) /bid., p. 528. 12) In “L'Osservatore Romano”,14/05/2005, p. 6. 13) Cf il sito vaticano: . 14) In “L'Osservatore Romano”, 22-23/08/2005, p. 11. 15) /bid., 22-23/08/2005, p. 11. 16) Ibid., 24/08/2005, p. $. Gen's 5/2005 — pag. 12 — 114 presentazione Il Movimento dei focolari e le parrocchie Per una parrocchia «casa e scuola di comunione» di Adolfo Raggio In un momento in cui la secolare realtà delle parrocchie si trova davanti a nuove sfide e non è facile che abbia quell’incidenza missionaria che dovrebbe avere, i moderni Movimenti ecclesiali si rivelano come una provvidenziale risorsa della pastorale, da valorizzare sempre più nel quadro di una visione di Chiesa che sappia coniugare armoniosamente l'elemento carismatico e quello istituzionale. E su questo sfondo che l’autore, da anni responsabile del “Movimento parrocchiale” del Movimento dei focolari, ha illustrato al Convegno di Castel Gandolfo aspetti salienti del contributo che le persone del Movimento possono dare alla vita delle comunità parrocchiali. Parrocchia e Movimenti Una delle questioni più discusse da qualche tempo, almeno a livello pastorale, è il rapporto fra parrocchia e Movimenti. Prima di delineare come il Movimento dei focolari opera nelle parrocchie, penso perciò sia utile premettere alcune riflessioni. In vari documenti ecclesiali, anche recenti', si sta insistendo su un rilancio della parrocchia, rilevandone l’attuale crisi, ma ribadendone anche l’assoluta necessità come luogo essenziale della presenza ecclesiale sul Gen's 5/2005 territorio e quindi come cellula fondamentale della Chiesa stessa. Sull’altro versante i Movimenti, queste «nuove irruzioni dello Spirito Santo»? nella Chiesa, si stanno sviluppando con un vigore e una vivacità evidenti, arrivano a coinvolgere un vasto strato della popolazione che sovente la parrocchia non arriva a raggiungere, ma sembrano togliere spazio e “forze” alla parrocchia. Il rapporto fra queste due realtà della Chiesa, una espressione dell’aspetto istituzionale e l’altra dell’aspetto carismatico, non può essere dialettico ma complementare, e va vissuto in sintonia e sinergia. Esso però suppone una nuova prospettiva ecclesiologica, come ha messo bene in evidenza l’allora card. J. Ratzinger nel suo discorso al Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, svolto a Roma il 27-29 maggio 19983. Nel messaggio allo stesso congresso Giovanni Paolo II precisava: «Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica della Chiesa, di cui i Movimenti sono una espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa, fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo»*. — pag. 13 — presentazione 115 «Pastorale integrata»: per un reciproco arricchimento Il card. Camillo Ruini, nella prolusione al Consiglio permanente della CEI del 22.11.2003, ha proposto una «pastorale integrata», invitando le parrocchie ad abbandonare «le tentazioni di autosufficienza» e a perseguire la collaborazione e integrazione con le parrocchie vicine e con le varie realtà religiose ivi presenti: comunità religiose, associazioni e Movimenti laicali”. Dal canto suo, papa Benedetto XVI, nel primo incontro col clero della diocesi di Roma, ha ricordato il «fecondo insieme — già creato durante il Pontificato di Papa Giovanni Paolo II — tra l’elemento costante della struttura parrocchiale e l’elemento, diciamo, “carismatico”, che offre nuove iniziative, nuove ispirazioni, nuove animazioni». Ha invitato quindi i parroci ad essere «responsabili della crescita della parrocchia, assumendo tutti gli elementi che possono venire dai Movimenti e dalla realtà vissuta della Chiesa in diverse dimensioni». Si tratta di un cammino richiesto ad ambo le parti. La parrocchia è chiamata ad aprirsi alle nuove realtà ecclesiali che lo Spirito ha suscitato, superando formule rigide e puntando ad un modo più elastico di gestire la pastorale. I Movimenti, dal canto loro, pur nel rispetto dei loro carismi che riguardano non di rado campi e forme di apostolato non riducibili alle strutture parrocchiali, debbono trovare il modo di rapportarsi e collaborare alla vita delle parrocchie, in quella vicendevole apertura e donazione che l’“unità nella pastorale” esige. Un cammino che porta ad un arricchimento scambievole ma che — come già osservava Karl Rahner” — non avviene senza sofferenza per entrambe le parti. E il card J. Ratzinger: confermava: «Quasi mai questo rinnovamento è del tutto immune da sofferenze e frizioniy*. Esso comporta un reciproco scambio di doni, sapendo “dare” ma anche “perdere”, con quella generosità e larghezza d’anima, che scaturisce guardando a Colui che ha “perso” o meglio “donato” tutto per amore: Gesù in croce. Strumenti di evangelizzazione: la “Parola di vita” Cerchiamo di delineare, su questo sfondo, alcuni aspetti dell’apporto che la spiritualità e la vita del Movimento dei focolari recano ormai da decenni a centinaia di comunità parrocchiali. Nel quadro della nuova evangelizzazione promossa da Giovanni Paolo II, e tenendo in conto che «la comunità si forma innanzitutto attorno alla Parola»?, un primo contributo che i membri del Movimento offrono alle comunità parrocchiali che lo desiderano, è la propria esperienza di Vangelo vissuto. Tipico del Movimento, infatti, è un modo semplice per tradurre la Parola di Dio nel quotidiano, ormai diffuso in tante parti del mondo: la Parola di vita. Si tratta di una frase della Scrittura, presa dalla liturgia di una domenica del mese, con un breve commento che aiuta a incarnarla nel quotidiano. E distribuita in un foglietto a chi lo gradisce e spesso le persone si riuniscono per approfondirla. La leggono insieme, in un clima d’amore reciproco perché Gesù, Parola viva, sia presente fra loro, aiutati in questo da persone esperte del Movimento, e mettono in comune le esperienze fatte. La comunione delle esperienze poi si estende a tanti altri e contribuisce così, con l’apporto anche degli altri Movimenti, associazioni, gruppi, all’evangelizzazione del territorio. Sono numerose le parrocchie dove si fanno questi incontri della Parola di vita aperti a tutti, provocando un rinnovamento della vita cristiana dei singoli e della comunità. Una spiritualità di comunione AI di là di questo contributo basilare all’azione evangelizzatrice, il Movimento dei focolari ha un suo modo caratteristico di rap- Gen's 5/2005 — pag. 14 — 116 presentazione portarsi alla parrocchia, che si inserisce nella prospettiva della Chiesa-comunione. Scriveva Giovanni Paolo II: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia»!°. E indicava un indispensabile presupposto a questo scopo: «Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità di comunione». Dicono similmente le linee pastorali per la Chiesa in Italia: «la Chiesa è totalmente orientata alla comunione. Essa (...) va costruita mediante l’educazione ad una spiritualità di comunione»! Il carisma del Movimento dei focolari è caratterizzato, appunto, da una tale spiritualità di comunione; una spiritualità che guarda al fratello come via per arrivare a Dio (cf 1Gv4, 20), mette alla base l’amore reciproco vissuto fino a meritare l’unità e la presenza di Gesù in mezzo alla comunità. Vede in Gesù sulla croce abbandonato il modello supremo di chi vuol costruire la comunione, Lui che in una solitudine e sofferenza tremenda ha continuato ad amare creando così l’unità degli uomini con Dio e fra loro. Un contributo di testimonianza e di irradiazione Un contributo specifico che le persone del Movimento dei focolari possono offrire è pertanto irradiare questa spiritualità nelle comunità parrocchiali. Per realizzarlo già nel 1966, su incoraggiamento di Paolo VI, è nata in seno al Movimento dei focolari una diramazione rivolta proprio al servizio delle parrocchie: il Movimento parrocchiale'?. Esso, fra le altre realtà ecclesiali presenti, intende animare la vita di queste comunità testimoniando la spiritualità dell’unità. I membri che ne fanno parte si alimentano al carisma del Movimento", partecipano alla sua vita e agli incontri formativi che esso propone, onde fare per primi un’esperienza concreta di comunione. Trattandosi di una spiritualità, essi non portano un’organizzazione ma irradiano lo spirito che li Gen's 5/2005 anima. Trovano nella parrocchia le strutture, gli organismi e le attività in cui operare e le linee pastorali da seguire e si muovono in accordo con i parroci. Vogliono essere “lievito di comunione” come aveva augurato loro Giovanni Paolo II". Allo stesso tempo si mettono, secondo le loro possibilità, a servizio della parrocchia, inseriti nei vari ambiti loro affidati come catechisti, ministri dell’Eucaristia, membri del Consiglio degli affari economici, di quello pastorale, fanno parte delle varie commissioni, o sono impegnati nelle varie iniziative e attività parrocchiali. Loro intento è contribuire, con la testimonianza della vita e la parola, a far sì che nella comunità regni sempre più l’amore reciproco fra tutti, cercando di sciogliere con l’amore disinteressato le barriere e i contrasti che eventualmente potessero sorgere e valorizzando il positivo che c’è in ognuno. Sono solleciti a presentare ai pastori e al Consiglio pastorale, proposte di nuove iniziative e azioni che possono aiutare a far crescere la comunione fra tutti e, se accolte, danno la loro piena collaborazione. Rendere visibile la presenza del Risorto nella comunità La comunità parrocchiale è aiutata così a essere sempre più quella Chiesa-comunione che tutti auspicano e in cui si fa sentire la presenza di Gesù Risorto in mezzo al suo popolo. E manifesta allora il suo vero essere: Corpo mistico di Gesù o, come diceva D. Bonhoeffer, «Cristo esistente come comunità». È in questo spirito che si è svolto il recente convegno di membri del Movimento dei focolari che lavorano per la parrocchia: “Dare visibilità al Risorto”. Esso intendeva incoraggiare l’impegno di contribuire alla vita delle comunità parrocchiali con l’esperienza della presenza di Gesù in mezzo ai suoi, secondo la sua promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (M? 18, 20) e di farne emergere tutte le potenzialità pastorali. — pag. 15 — presentazione DL Una presenza, quella del Risorto in mezzo al suo popolo, che era molto sentita nei primi secoli del cristianesimo!, ma che col tempo è andata sfumando ed è passata quasi in sordina a parte rare voci. Bisogna, infatti, arrivare al Concilio Vaticano II — se si eccettuano alcuni movimenti precursori!’ — perché venga di nuovo messa in rilievo. Ed è proprio questa la caratteristica del Movimento dei focolari: vivere e aiutare a vivere in modo che Gesù si renda presente nella collettività. Caratteristica che Benedetto XVI ha sottolineato quando nel suo saluto ai partecipanti del convegno ha detto: «Siate segno di Cristo Risorto nelle vostre comunità e negli ambienti di vita»"*. Per essere questo segno i membri del Movimento che sono al servizio della parrocchia si ritrovano fra di loro onde mantenere viva la concordia e muoversi uniti, e si tengono in contatto stretto con l’insieme del Movimento dove trovano ispirazione e sostegno per il loro impegno. Per dare un contributo a formare “uomini di comunione”, il Movimento dei focolari offre infatti raduni — Giornate, Mariapoli, Congressi per giovani, per famiglie e per comunità parrocchiali — cui possono partecipare anche quei parrocchiani che desiderano conoscere e approfondire questo spirito. Ora che la spiritualità di comunione viene sempre più in rilievo come una necessità per l’intera Chiesa, varie parrocchie hanno invitato membri del Movimento dei focolari a portare la loro testimonianza e presentare la loro spiritualità alla comunità. L'esperienza di vita che raccontano è accolta con molto interesse e suscita spesso nei partecipanti un impegno più deciso a costruire la fraternità. Apertura al dialogo Ma c’è un’ulteriore e caratteristico contributo che lo spirito dei Focolari offre alla parrocchia: la sensibilità ai quattro grandi dialoghi (all’interno della Chiesa, ecumenico, interreligioso, con tutte le persone di buona volontà) che Paolo VI e il Vaticano II hanno indicato come via della Chiesa nel nostro tempo. In una società pluralista con una varietà di culture e di fedi religiose come quella in cui viviamo, urge infatti la necessità del dialogo. Con la sua consolidata esperienza in questo campo il Movimento dei focolari può dare un suo contributo anche alle parrocchie. Molte esperienze testimoniano come la presenza di membri del Movimento possa stimolare e sostenere iniziative atte a far crescere la comunione e il dialogo fra gruppi, associazioni e Movimenti presenti in parrocchia, seguendo la linea di “amare l’altrui Movimento come il proprio”. Allo stesso tempo, fiorisce spontanea l’apertura al dialogo con singoli cristiani e comunità di altre Chiese. Cresce pure l’attenzione al dialogo con fedeli di altre religioni e con persone di convinzioni non religiose presenti nel territorio. Un dialogo che si basa sul “farsi uno”, come già suggeriva S. Paolo (cf /Cor 9, 22, ecc.), accogliendo l’altro fino in fondo, cercando di comprenderlo e amarlo, mettendo in luce i valori che egli possiede. Un dialogo orientato anche a scoprire i semi del Verbo disseminati nelle varie culture e che mette in luce la presenza della regola d’oro" in tutte le religioni, elemento fondamentale per la fraternità universale. Naturalmente un dialogo che non esclude l’annuncio della “Bella Notizia”, offerto come un dono; in altre parole il 7920 “rispettoso annuncio” Aspetti della vita di comunione nelle parrocchie Sin dai primi tempi del Movimento dei focolari, si è constatato che l’amore nel vissuto di ogni giorno assume diversi aspetti, un po’ come la luce, quando passa attraverso un prisma, si rifrange in vari colori. Analoga cosa avviene quando l’amore circola con maggiore intensità nelle comunità parrocchiali: ogni aspetto della loro vita, dalla liturgia alla catechesi, dall’amministra- zione all’apostolato, è sempre più animato Gen's 5/2005 — pag. 16 — 118 presentazione dall’amore e vissuto nell’amore reciproco, e così si rinnova. E questa l’esperienza di centinaia di comunità parrochiali nel mondo. Ad esempio, per quanto riguarda l’aspetto economico, si diffonde nella comunità il senso della condivisione dei beni e la “cultura del dare”!. Nascono iniziative rivolte a far circolare i beni, sul modello della prima comunità cristiana dove «nessuno era indigente» (A 4, 34). Anche i membri del Consiglio per gli affari economici prendono coscienza che, oltre ad una accurata amministrazione delle risorse, occorre stimolare nella comunità forme per una condivisione e comunione di beni. Nell’attività pastorale, si pone alla base dell’evangelizzazione l’unità e la concordia fra gli operatori pastorali: «Da questo conosceranno...» (Gv 13, 35) e «Che siano anch’essi in noi una cosa sola affinché il mondo creda...» (Gv 17, 21). Di riflesso, il Consiglio pastorale non è visto in primo luogo quale organo di programmazione della vita della parrocchia, ma è innanzi tutto palestra della comunione fra tutti i suoi componenti e le varie realtà ecclesiali che essi rappresentano. L’assemblea domenicale è vissuta più coscientemente come il momento privilegiato di incontro della comunità che si raduna perché Gesù sia presente in mezzo ad essa, attirato dall’amore reciproco, e per nutrirsi della Parola e di Lui Eucaristia che la trasforma in un sol Corpo. È frequente ascoltare da persone, che partecipano casualmente ad una di tali celebrazioni domenicali, frasi come queste: «Qui ho trovato Dio». «Mi sono sentito a casa, in famiglia». «Ho sentito la spinta a confessarmi dopo anni...)). I malati, “veri ostensori viventi” perché in essi si palesa il volto di Gesù crocifisso e abbandonato, non sono solo assistiti e seguiti, ma diventano centro di attenzione e cura da parte della comunità, come in una famiglia. La catechesi, dove si mette alla base il rapporto reciproco di carità, si trasforma in scuola di vita basata sulla Parola. Spesso si dà ai ragazzi una Parola del Vangelo da vive- Gen's 5/2005 re in sintonia con il tema trattato e poi loro raccontano come l’hanno vissuta. Tante volte i bambini nella loro semplicità ne parlano ai loro genitori, che restano conquistati. E si potrebbe continuare. Il rapporto col parroco Va precisato che evidentemente non tutti i membri del Movimento dei focolari sono impegnati direttamente nelle parrocchie. Una considerevole parte di essi sostiene altre forme di testimonianza del Movimento, che è un dono dello Spirito non solo a livello locale ma anche per la Chiesa universale ed ha una missione che travalica i confini della parrocchia e della stessa Chiesa locale, rivolgendosi a persone e ambiti che queste articolazioni fondamentali della Chiesa in altro modo non potrebbero raggiungere. Tuttavia, anche coloro che non operano direttamente per la parrocchia, se abitano nel suo territorio, hanno una incidenza sulla comunità per la loro testimonianza di vita evangelica e per i contatti costruttivi che hanno con le persone che incontrano. I parroci in genere sono molto contenti della presenza e della collaborazione in parrocchia dei membri del Movimento. Possono nascere a volte difficoltà quando, ad un parroco che aderiva al Movimento dei focolari e viveva egli stesso quella spiritualità, succede un parroco che non ha una simile apertura ai Movimenti. In questo caso i membri del Movimento parrocchiale sono coscienti che ogni cambio è un cammino di Chiesa, anche se può presentare un volto di Gesù abbandonato da abbracciare e magari comporta, soprattutto in un primo momento, qualche problema. Da parte del Movimento dei focolari essi vengono comunque incoraggiati ad accogliere la linea pastorale e le indicazioni del nuovo parroco, continuando il loro servizio in parrocchia. Allo stesso tempo il Movimento cerca di continuare a nutrirli, nei modi opportuni, con la sua spiritualità di comunione. — pag. 17 — presentazione 119 Far risplendere il volto mariano della Chiesa Concludo con un ultimo tocco che potrà mettere a fuoco ancora una volta lo specifico dell'impegno dei Focolari a favore delle parrocchie. Il Movimento — come si sa — è stato approvato dalla Chiesa con il nome “Opera di Maria” e nei suoi Statuti si afferma che esso desidera essere, per quanto è possibile, una presenza e quasi una continuazione di Maria sulla terra (cf art. 2). Nasce anche da qui la caratteristica linea direttrice dell’impegno dei membri del Movimento che operano attualmente in oltre 4.000 comunità parrocchiali. Con la loro vita e testimonianza, essi vogliono contribuire a far sì che nelle parrocchie possa risplendere sempre più «il volto materno, mariano della Chiesa, perché, come Maria, la comunità unita “genera”? Gesù in mezzo al suo popolo»?. Adolfo Raggio 1) Cfadesempio: CEI, // volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Nota pastorale del 30.5.2004. 2) Card. J. Ratzinger, / Movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, in: Pontificium Consilium pro Laicis, / Movimenti nella Chiesa, Città del Vaticano 1999, p. 25. 3) /bid., pp. 23-51. Il medesimo discorso è stato pubblicato anche in “Nuova umanità” 21 (1999/5) n.125, pp. 511-539. 4) Messaggio al Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, 27.5.1998, in: Pontificium Consilium pro Laicis, / Movimenti nella Chiesa, pp. 15-19. 5) Cf Prolusione al Consiglio permanente della CEI, 22- 25.11.2003. Vedi anche Nota pastorale CEI, // volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia, DIL 6) Cf “L'Osservatore Romano”, 14/05/2005, p. 6. 7) Cf L'elemento dinamico della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1970, pp. 65-78. 8) Movimenti ecclesiali e loro collocazione teologica, in “Nuova Umanità” 21 (1999/5) n.125, pp. 511-512. 9) Giovanni Paolo II, Alla parrocchia di San Giuseppe Cafasso, Roma, 1 febbraio 1981, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 1, Città del Vaticano 1981, p. 216. 10) Novo Millennio Ineunte, n. 43. 11) CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti dell’episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 65. 12) CfA. Raggio, Comunità parrocchiale, un cammino di comunione, Città Nuova, Roma 1997. Per la diramazione del Movimento parrocchiale, esiste una segreteria centrale formata da un sacerdote e da laici membri del Focolare, corresponsabili. Similmente nelle varie regioni si costituisce una segreteria zonale, e nelle parrocchie si forma un gruppo di persone del Movimento impegnate al servizio diretto della comunità. Esiste anche in alcune diocesi italiane il Movimento diocesano che, d’accordo con il vescovo locale, intende animare con lo spirito dell’unità le strutture della Chiesa particolare: parrocchie, organismi e ambiti diocesani. 14) Saluto agli animatori del Movimento parrocchiale durante l’Udienza generale in Piazza S. Pietro, Roma, il 15 maggio 1996. 15) D. Bonhoeffer, Sanctorum Communio, Eine dogmatische Untersuchung zur Soziologie der Kirche, ed. da Joachim von Soosten, Dietrich Bonhoeffer Werke, vol. 1, Kaiser Verlag, Miinchen 1986, p. 87. Citato da P. Coda, Per una teologia della comunità, in “Gen’s” 25 (1995) p. 86. 16) Cf le affermazioni forti e indicative dei Padri della Chiesa citate da Chiara Lubich in: Scritti Spirituali, II, Città Nuova, Roma 1979, pp. 159-200. 17) Vedi, ad esempio, il Movimento liturgico, il Movimento per un Mondo migliore e lo stesso Movimento dei focolari. 18) Saluto ai membri del Movimento dei focolari presenti in piazza S. Pietro all’ Angelus, 5 giugno 2005. 19) È la norma che possiamo esprimere così: «Fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». 20) Cf Novo Millennio Ineunte, 56. Rinviamo al volumetto: “Comunità in dialogo”, Atti del Congresso del Movimento parrocchiale e del Movimento diocesano nel 2002, a cura della segreteria centrale del Movimento parrocchiale, Via S. Giovanni Bosco, 14/4, I- 00046 Grottaferrata (Roma), tel. 06-9410610, e-mail: movparrdioc@focolare.org. 21) Frequentemente si parla di “cultura dell’avere, del possedere”. Il Vangelo ci invita a dare: «Date e vi sarà dato» (Mf 6, 38); «Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mf 10,8). 22) Cf Messaggio di C. Lubich, in questo numero, pp. 108- 109. 13 Gen's 5/2005 — pag. 18 — 120 esperienza Una comunità parrocchiale serba multietnica supera le divisioni La Parola vissuta unisce le etnie e ravviva la parrocchia Laszlo Posa In Vojvodina, nella cittadina di Becej, nel nord della Serbia, si sta vivendo un'esperienza interessante. E un ambiente particolarmente difficile, perché nella città convivono una ventina di etnie, tra cui serbi, ungheresi, croati, rumeni, cechi, ucraini, ruteni, polacchi, slovacchi, tedeschi, ecc. In questo ambiente la Parola vissuta da un gruppo di parrocchiani — di varie etnie e religioni — legati alla spiritualità dei Focolari sta contribuendo nel rinnovare l’intera comunità. ecej ha circa 30 mila abitanti, di cui il 55% sono serbi ortodossi e il 45% ungheresi cattolici, con tre parrocchie. La nostra parrocchia, di Sant'Antonio, si trova al sud della città e conta cinquemila fedeli. Dal 1986 è sempre più impegnata nel vivere la spiritualità di comunione. Possiamo dire che in questi anni sta diventando, per usare le parole della Novo millennio ineunte, “casa e scuola di comunione”. In questo clima sono nate diverse vocazioni all'Opera di Maria e sono sorte comunità di altri Movimenti. Oggi è luogo d’incontro non solo per la città di Becej, ma anche per diversi villaggi attorno. Nella nostra parrocchia, in unità con il parroco e col Movimento dei focolari, cerchiamo di irradiare l’unità, vivendola prima di tutto fra noi. Gen's 5/2005 Una nuova evangelizzazione Di mese in mese la Parola vissuta sta penetrando in numerose persone in città e fuori. Durante questi anni si fanno incontri della Parola in 30 punti della parrocchia, con circa 600 persone, distribuite nei diversi rioni. All'inizio del mese i responsabili di ciascuno di questi punti d’incontro si riuniscono con il parroco per approfondire insieme la nuova Parola di vita per poi trasmetterla agli altri. Oltre a questo, 400 copie del giornalino parrocchiale, che comprende anche il commento della Parola, sono distribuite ogni mese. Qui si prevede l’apertura di nuovi punti d’incontro: è una rete che si allarga e che attualmente riunisce circa duecento persone anche tra i non credenti. Il commento non lascia nessuno indifferente e la comunicazione delle esperienze coinvolge tutti. Si creano rapporti fraterni, nascono piccole comunità vive, dove si sperimenta la presenza del Risorto. Alcune esperienze Riportiamo qualche eco dei partecipanti a uno di questi incontri composti in maggioranza da giovani insegnanti: — pag. 19 — esperienza 121 «L’incontro di ieri sera è stato straordinario! Eravamo 11. Abbiamo parlato della nostra vita alla luce della Parola e constatato com’è difficile posporre le cose materiali e il distacco dai propri cari per far posto ad un amore più grande. Ma in un clima di confidenza abbiamo trovato la risposta a tante nostre domande». Un’altra persona del gruppo racconta: «Da un po’ di tempo mi sforzo di vivere la Parola: riesco ad amare disinteressatamente, ad avere più tempo, attenzione e comprensione verso gli altri. Un mese vivevamo la frase evangelica: “Chiunque di voi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo” (Le 14, 33). Sentivo che questa Parola era proprio per la situazione difficile nella mia famiglia, perché dopo la morte di mia madre, mio padre è rimasto solo. Ho cercato tutte le occasioni, inventato tanti programmi per stare con lui, per esempio, fare le spese al mercato, visitare insieme qualche conoscente. Giorno dopo giorno lo vedevo sempre più sereno, contento, non sentiva così forte il peso della mancanza della mamma e piano piano ha ritrovato l’equilibrio. Ora è più facile per lui accettare il suo stato di vedovanza. Anche mia sorella, con tutta la sua famiglia, si trovava in una situazione difficile. A causa di una depressione il suo rapporto con il marito ed i figli diventava sempre più teso. Questa Parola di vita mi ha dato la forza di perseverare nell’amore. Anche se avevo tanti impegni a casa mia, facevo di tutto per starle vicino, ascoltarla, parlavo con lei, cercando di darle una visione più serena della vita. Un po’ alla volta diventava più ottimista e anche i rapporti nella sua famiglia sono migliorati». I partecipanti ad un altro punto d’incontro più numeroso (una trentina) si accorgono che i rapporti con le persone, nella vita quotidia- na, sono più distesi. Sta nascendo tra tutti una vera fratellanza spirituale. Ogni gruppo ha una sua bellezza, una forza creativa, un timbro speciale. La festa della Parola Dato che la Parola è vissuta da tante persone in piccoli gruppi secondo il luogo dove si radunano, abbiamo sentito la necessità di trovarci ogni tanto tutti insieme per conoscerci e comunicare le nostre esperienze. Per questo abbiamo organizzato durante l’anno alcuni grandi raduni: “Festa della Parola”. È stata una novità per tutta la parrocchia. Nelle messe domenicali si fa un invito pubblico e sempre di più arrivano all'incontro nuove persone. All’inizio si presenta la Parola di vita: un modo semplice e concreto di come si può vivere il Vangelo. Ogni volta diversi gruppi e persone raccontano le loro esperienze sulla Parola vissuta, facendone dono a tutti. Per animare l’incontro il nostro complesso musicale suona e insieme cantiamo le nostre canzoni. Alla fine ci comunichiamo ciò che Dio ha operato in noi. Le persone venute per la prima volta, se desiderano, vengono inserite in uno dei gruppi della Parola nel loro rione. Questi incontri sono proprio una vera festa. Siamo sempre colpiti dall’amore del Padre e dalla gioia della fraternità. Troviamo la forza, lo slancio per continuare a vivere per Dio e una nuova speranza per affrontare le difficoltà della vita. Ogni volta sperimentiamo che, se fra di noi regna l’ Amore, allora altri vengono attirati da questa vita evangelica e attorno a noi i rapporti tra le persone e la stessa società nel suo insieme si vanno trasformando. Laszlo Posa Gen's 5/2005 — pag. 20 — 122 esperienza Convivenza con i musulmani in Sicilia Dialogo della vita con i fratelli musulmani di Carmela Muni La convivenza con i musulmani, sempre più numerosi nelle nostre città, pone nuove sfide alla pastorale. L'esperienza di dialogo in questo campo, portata avanti da alcuni anni nel Movimento dei focolari, ha ispirato un gruppo di parrocchiani di Rosolini in Sicilia a creare un rapporto costruttivo con i seguaci dell'Islam immigrati nella loro terra. a parecchi anni nella nostra comunità si dà un posto privilegiato ai poveri e ai disagiati in genere. Una volta al mese distribuiamo alle persone in difficoltà, compresi tanti extracomunitari, dei viveri e degli indumenti che raccogliamo in città. Sete di rapporti veri Un’esperienza significativa la stiamo facendo con un gruppo di circa 20 signore del Marocco. Come Caritas parrocchiale avevamo un rapporto con alcune di loro e con tanti extracomunitari ma, per mancanza di locali e forse perché i tempi non erano maturi, ci incontravamo a livello personale per aiutarli a risolvere alcuni loro piccoli problemi. Un giorno, quasi per caso, facciamo loro una domanda: «Oltre all’aspetto economico, Gen's 5/2005 cosa possiamo fare per voi, cosa vi serve per una maggiore integrazione?». E scattata la molla per dare inizio a una magnifica iniziativa. Ci hanno aperto i loro cuori, manifestandoci le loro difficoltà e i loro bisogni: scuola, cucina, cucito, ma soprattutto amicizia e rapporti sinceri. Insieme ad alcune maestre in pensione, il lunedì e il mercoledì insegniamo loro la lingua italiana, intrecciando contemporaneamente rapporti d’amicizia. Il giovedì è dedicato alla ginnastica artistica: una nostra insegnante di educazione fisica ha messo a tal fine la sua palestra a disposizione e dedica un’ora la settimana alle nostre amiche marocchine. E un momento davvero speciale perché, al di là del benessere fisico che traggono da questa attività, respirano un clima di famiglia e sentono di essere amate personalmente. Abbiamo iniziato anche a dedicarci, insieme a loro, alla cucina. Ci divertiamo a cucinare, un venerdì noi con i nostri piatti siciliani, un venerdì loro con i cibi tipici del Marocco: alla fine facciamo festa consumandoli insieme. E bellissimo ciò che è nato attorno a questa iniziativa. Siamo andate a trovarle nelle loro case per conoscere le loro famiglie e capire meglio la loro realtà. E uno spettacolo vederli arrivare — uomini, donne e bambini — da ogni parte del paese. Con i loro abiti caratteristici colorano le nostre vie, ma soprattutto è speciale la gioia che manifestano nei loro volti incontrandoci. — pag. 21 — esperienza 128 Prima di Pasqua abbiamo realizzato un’esperienza molto significativa con loro: un incontro di preghiera durante il quale noi abbiamo letto un brano del Vangelo e fatto delle preghiere spontanee, mentre loro hanno letto un passo del Corano e recitato alcune loro preghiere. E stato un momento di intensa comunione con Dio e tra di noi. Il ritrovarci con loro è sempre una festa! Abbiamo capito che la diversità è una vera ricchezza e che l’amore può abbattere ogni barriera culturale e religiosa senza creare confusione. La Parola vissuta insieme Abbiamo fatto conoscere loro la Parola di vita: sono contente non solo di leggerla insieme, ma anche di viverla. Abbiamo pure visto una video-cassetta in cui Chiara Lubich parla ai musulmani. Erano strafelici e una di loro commentava: «Speriamo che con questo Ideale dell’unità il mondo presto diventi un grande focolare». Una sera alcuni di noi sono stati invitati nella casa di una di queste famiglie per un momento di convivialità. Ci hanno accolti in maniera speciale, offrendoci i loro dolci tipici ed il loro tè caratteristico, ma soprattutto è stato il clima di famiglia che ha reso tutti felici. Durante il Ramadan abbiamo cercato di capire — leggendo assieme a loro alcuni passi del Corano — il significato religioso di questo mese. Ci siamo resi conto che si tratta di un periodo durante il quale essi cercano un rapporto più profondo con Dio attraverso una preghiera più intensa, ravvivano l’amore verso i fratelli e prestano una maggiore attenzione ai poveri. La fine del Ramadan coincideva con il mio compleanno ed abbiamo voluto far festa insieme. Nel nostro piccolo la fratellanza universale sembra si stia realizzando. Un giorno una famiglia marocchina ci ha pregato di aiutarla a trovare casa, dato che era stata sfrattata. Ci siamo messi subito a cercare aiuto tra gli amici e contemporaneamente a girare per i quartieri alla ricerca di un appartamento libero. La risposta era sempre la stessa: nessuno era disposto ad affittare ad extracomunitari. Quando ormai avevamo perso la speranza, veniamo a sapere di una casa di un nostro amico. Lo andiamo a trovare e, quando gli esponiamo la situazione, con nostra grande meraviglia, si mostra disponibile, ci dà carta bianca per rendere agibile la casa, anzi aggiunge che si sarebbe potuto usufruire di alcuni mobili e della lavatrice. Una vera provvidenza. Ci sembra un miracolo. La gioia di tutti, a cose ultimate, è stata grande. Vedere la famiglia riunita e felice in un’abitazione dignitosa ci ha riempito il cuore di gioia. Con i figli dei nostri amici musulmani si instaura un bel rapporto di amicizia. Ovunque ci incontrano, ci vengono a salutare festosamente. Un giorno Aisha ci confida un suo dolore: una delle sue figlie a scuola ha delle difficoltà e non sa come risolverle. Ne parlo in parrocchia e viene fuori l’idea di aprire un dopo-scuola per i figli dei nostri amici musulmani. Ci siamo messi a disposizione ed abbiamo iniziato. Ma il numero dei bambini cresceva ogni giorno sempre di più, perché ai marocchini si aggiungevano anche altri. Così abbiamo cercato nuove forze nelle persone di buona volontà. Hanno risposto all’invito diversi della parrocchia e da altre parti della città. Aisha, accompagnando la figlia al doposcuola, ci dice: «Mi ero rivolta a Dio dicendogli: “Tu che mi hai dato questa figlia, aiutami a trovarle una strada”. Ora posso dire che Dio ha risposto alle mie preghiere». Bouchra è una ragazza marocchina di diciotto anni che, insieme alla famiglia, ha conosciuto il Movimento dei focolari in parrocchia. Dovendo festeggiare il suo diciottesimo compleanno, non trovava un posto spazioso dove riunirsi con la sua famiglia e con gli amici. Decidiamo insieme al parroco, don Stefano, di mettere a disposizione il salone parrocchiale. Così, mentre Bouchra con alcuni amici addobbavano il salone, cercando di creare l’ambiente tipico marocchino, la sua mamma, aiutata da alcune signore del Marocco, preparava cibi e dolci tipici. Gli Gen's 5/2005 — pag. 22 — 124 esperienza invitati erano i compagni di scuola, alcuni giovani della parrocchia ed alcuni amici di famiglia. E stata una festa molto armoniosa: eravamo tutti una sola famiglia. La ragazza è stata molto contenta e mi ha confidato: «Mi è rimasta dentro l’esperienza di una profonda amicizia». Alcune loro esperienze Zahira: «Nel mese di luglio con tutta la mia famiglia ho partecipato alla Mariapoli vacanze a Gambarie insieme a mio marito. Siamo stati molto contenti del clima di famiglia e dell’idea della fratellanza universale. Dopo la Mariapoli ho cercato di mettere in pratica ciò che avevo capito, e cioè che la cosa più importante è l’amore fraterno. In quei giorni mia cugina con tutta la sua famiglia ritornava dopo due mesi dal Marocco. Sono andata a casa sua, ho messo tutto in ordine e ho preparato la cena per tutti. Quando è arrivata, mia cugina è rimasta sorpresa e felice, però la più felice ero io». Mohamed: «Sono molto contento di aver conosciuto il Movimento dei focolari fondato da Chiara Lubich, perché è un movimento non solo per i cristiani ma per tutte le religioni del mondo. Esso è capace di realizzare la fratellanza universale». Fatima: «Da quando conosco gli amici focolarini, sono crollati dentro di me tanti pregiudizi, ho sperimentato insieme a loro l’amicizia e la fratellanza. Ho capito inoltre Gen's 5/2005 che Dio è Padre di tutti e, anche se apparteniamo a religioni diverse, siamo tutti fratelli. Chiara, anche se non ti conosco personalmente, voglio ringraziarti e dirti che ti voglio bene». Katijia: «Appena arrivata dal Marocco, mio fratello mi invita a casa di un mio cugino. Dopo i saluti e la presentazione, una persona legge qualcosa che chiama “Parola di vita”. Si crea un clima così bello che mi fa sentire bene dentro. Ero arrivata con un grande senso di solitudine, alla fine nel mio cuore è nata la gioia di aver trovato degli amici e non mi sentivo più sola». Latijfa: «Ritornata dal Marocco, avevo dentro la nostalgia dei miei familiari, così mi ero chiusa nel mio dolore, non avevo voglia di fare nulla, nemmeno di mangiare. Alcune persone del Movimento sono venute a trovarmi e piano piano con la loro amicizia ho superato questo momento difficile. Dopo il Ramadan è usanza tra noi scambiarci le visite. Da tempo non avevo rapporti di amicizia con alcuni connazionali, ma dopo un incontro della Parola di vita, al quale ho partecipato insieme a mio marito, siamo andati a trovare alcune famiglie. Nel mio cuore ho provato tanta gioia ed ero felice di quello che avevamo fatto». Simili episodi si ripetono in continuazione e fioriscono rapporti fondati sull'amore vero. Carmela Muni — pag. 23 — esperienza 125 Cambia il parroco, ma i collaboratori proseguono nel loro impegno Fedeltà nel servire la parrocchia di Bruno e Luisa Cuneo Ogni cambio di parroco comporta sempre delle difficoltà. Solo l’amore mutuo può aiutare a superarle, perchè nella costruzione del Regno di Dio è meglio il meno perfetto in comunione che quello che può apparire più perfetto ma fuori della comunione. B runo e Luisa attualmente sono due volontari del Movimento dei focolari. Quando don Michele Costa venne nel loro quartiere di Arenelle (Cavi di Lavagna, Genova) con l’incarico da parte del vescovo di Chiavari di costruirvi la chiesa, essi non conoscevano ancora il Focolare. Don Michele era un tipo pratico e chiese aiuto anche a loro due che si resero subito disponibili, rimanendo coinvolti per anni in tante iniziative. Ma ascoltiamo direttamente gli interessati. Una gita che cambiò la nostra vita Luisa: Il giovane parroco un bel giorno organizzò una gita alla cittadella di Loppiano'. Non era una visita ad un santuario e neanche una passeggiata ricreativa al mare 0 ai monti. Loppiano fu l'immersione in una vita evangelica che ci lasciò contenti e stupefatti. Al ritorno egli chiese se qualcuno aves- se desiderato cominciare con lui una vita secondo il Vangelo, come l’avevamo vista a Loppiano. Bruno: Io e Luisa, insieme ad altri, dicemmo il nostro sì e da quel giorno la nostra vita è cambiata, o meglio, il nostro cuore è cambiato: tutto acquistava valore anche le piccole cose. Ci affascinava questa scoperta di Dio Amore e questo andare a Dio insieme ai fratelli. Ci siamo subito impegnati in attività della parrocchia. Io nel Consiglio degli affari economici e poi, insieme a Luisa, nel Consiglio pastorale e anche nella catechesi. Collaboriamo alle varie iniziative, come quella di prendere un vecchio mulino in campagna e ristrutturarlo, perché anche attraverso la natura risaliamo a Colui che ne è l’autore. Molti, soprattutto giovani, vi prendono parte. È stata un’iniziativa originale, ma le sue varie tappe sono state altrettante pietre miliari per creare lo spirito di famiglia in parrocchia. Luisa: Allo stesso tempo abbiamo continuato a partecipare agl’incontri del Movimento dei focolari — alle Giornate e alle Mariapoli — ed è maturata in noi la vocazione a diventare volontari di quest’Opera. Scopriamo in questa chiamata la possibilità di essere innestati nel carisma del Movimento per attingervi e viverne la spiritualità di comunione, per poter poi travasarla anche nel mondo in cui operiamo. E il nostro campo era la comunità parrocchiale. Gen's 5/2005 — pag. 24 — 126 esperienza Dilaga la comunione Insieme al parroco, con il quale ci sforziamo di avere sempre Gesù in mezzo a noi, cerchiamo di amare tutti. L'amore comincia pian piano a diffondersi fra gli abitanti del quartiere e tra i turisti che d’estate arrivano numerosi. Si cura la loro accoglienza e si organizzano feste speciali per quelli che non frequentano la chiesa. Varie persone si uniscono a noi nel vivere lo spirito dell’unità, partecipano a incontri del Movimento parrocchiale e alle altre giornate di formazione del Movimento dei focolari. Il gruppo dei parrocchiani impegnati cresce e si sforza di suscitare l’armonia e la comunione fra tutti. Uno dei frutti lo abbiamo costatato quando don Michele viene nominato anche parroco di Cavi: due chiese e due comunità da sempre considerate terre ben distinte e talvolta anche in opposizione. In breve tempo, per la sapiente opera del parroco e con l’appoggio di tutti noi, sono nati nuovi rapporti tra le due comunità; rapporti espressi in attuazioni concrete: un unico consiglio pastorale, un unico consiglio degli affari economici, un’unica scuola di catechismo, un unico gruppo di catechisti; anche il giornalino parrocchiale prende il nome “Camminare insieme”. Oltre i confini della parrocchia Bruno: Come volontari del Movimento dei focolari sentiamo anche l’apertura al sociale e per questo abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta del parroco di accogliere dei bambini ucraini colpiti dalle radiazioni di Chernobyl. Un’esperienza forte che ha coinvolto tante famiglie, anche quelle che non frequentano abitualmente la chiesa, e che poi si è estesa ad altre parrocchie. Siamo andati due volte in Ucraina con il parroco ed alcuni parrocchiani impegnati per conoscere quella terra e i suoi abitanti e per stringere ancora di più un’amicizia e una solidarietà Gen's 5/2005 che possano dar loro e ai loro figli la speranza di un futuro migliore. Importante anche l’incontro con un pope ortodosso, padre Vladimir, e con l’arcivescovo Teodosio. Dopo aver pregato insieme per l’unità dei cristiani padre Vladimir conclude: «Verrà un giorno in cui saremo tutti l’unica Chiesa di Cristo e degli Apostoli». Ad un certo momento il nostro parroco è stato colpito da una grave malattia. Durante la fase terminale abbiamo dato la nostra disponibilità per stargli vicino e abbiamo constatato quanto la comunità gli voleva bene: era una comunità viva e attiva. Dopo la partenza per il Cielo di don Michele il vescovo di Chiavari, Mons Alberto Maria Carreggio, ci chiede di restare in canonica fino all’arrivo del nuovo parroco e di continuare a seguire l’amministrazione della parrocchia come avevamo fatto nel periodo della malattia del nostro parroco. Siamo un po’ sorpresi, ma l’amore per la Chiesa ci spinge a dire il nostro sì. Per le celebrazioni veniva un sacerdote da fuori. Un momento delicato Luisa: È arrivato il nuovo parroco e abbiamo manifestato la nostra disponibilità, ma egli ha dato una nuova impostazione alla pastorale. Avevamo l’impressione che del passato rimanesse ben poco. Veniva quasi la voglia di abbandonare il campo, ma ci siamo detti che il nostro compito era perseverare nel servire in maniera disinteressata, seguendo le direttive del nuovo parroco. In questo ci ha sostenuto l’unità tra di noi e con tutta l'Opera di Maria. Forse mai come in quel momento abbiamo capito la grandezza e la bellezza della presenza del Risorto in mezzo a noi: «L’abbiamo toccato — come diceva Chiara in un suo scritto — e, nella pace che ci ha infuso, l’abbiamo sentito nella sua voce in fondo al cuore». Il parroco, dopo matura riflessione, ha ritenuto opportuno sospendere gli incontri — pag. 25 — esperienza 127 della Parola di vita nei locali della parrocchia. La nostra posizione era delicata, ma abbiamo obbedito. E stato da parte nostra un anno di silenzio, di umiltà e di pazienza, in cui abbiamo prestato disinteressatamente il nostro servizio con la fede che nulla è impossibile a Dio. Quello che ci sembrava umanamente impossibile, infatti, è arrivato dopo quattordici mesi. Un gruppo di persone ha chiesto che facessimo l’incontro della Parola di vita in casa loro. Non volevamo, però, agire in disaccordo col parroco. Così una sera lo abbiamo interpellato. Egli è rimasto contento dicendoci che ciò che viene dal cuore è bene, e lì abbiamo sperimentato la libertà dei figli di Dio. Una fiammella della nostra spiritualità si è riaccesa nella comunità. Questo rimanere in parrocchia, in umiltà e fedeltà ma pronti al servizio, è stata una testimonianza importante per la nostra comunità. Qualche parrocchiano che in passato aveva sempre aiutato ci diceva: «Io non ho mollato perché ho visto la vostra fedeltà». Siamo più credibili ora che un tempo. Un grande aiuto per sapere come muoverci in parrocchia in quel frangente con lo spirito dell’unità ci è venuto dagli incontri e dalle scuole di formazione fatte dal Centro del Movimento parrocchiale, cui abbiamo partecipato. Abbiamo imparato dall’esperienza di altri parrocchiani come superare i momenti difficili che si possono attraversare nel collaborare alla vita della comunità. Ogni volta che ci assentiamo dalla parrocchia per impegni con il Movimento dei focolari o per i nostri incontri lo comunichiamo in tempo al parroco ed egli non fa difficoltà. L’anno scorso e quest'anno mi ha chiesto di fare l’animatrice ai campi estivi di Azione Cattolica. L’ho fatto con tutto l'impegno. Un contributo di riconoscenza Bruno: Ultimamente ci sono stati in parrocchia due momenti un po” speciali. Il sindaco di Lavagna ha ritenuto doveroso, nell’aprile del 2003, intitolare la piazza davanti alla chiesa a don Michele Costa. Quel giorno, oltre le autorità e il vescovo, più di cinquecento persone si sono riunite nella nostra chiesa. Il 10 aprile scorso è uscito un libro su don Michele?. Il parroco desiderava farne una bella presentazione e ci ha invitati, insieme ad alcuni parroci, a preparare il programma della giornata. Erano presenti oltre quattrocento persone con tre vescovi, le autorità locali, tanti membri del Movimento parrocchiale e don Adolfo Raggio del Centro internazionale del Movimento parrocchiale, che ha fatto l’introduzione al libro. E stato davvero un inno di lode alla spiritualità di comunione vissuta e diffusa da don Michele. Attualmente la nostra attività non si limita dentro i confini della parrocchia, ma ogni mese veniamo invitati da altri parroci, per fare l’incontro della Parola di vita nelle loro comunità. In questi anni abbiamo contemplato il lavoro di Dio nella nostra parrocchia, vedendo fiorire in essa un brano di Chiesa viva per la presenza del Risorto. Bruno e Luisa Cuneo 1) CfP. Parmense, Loppiano, 40 anni, in “Città Nuova” 20 (2004) pp. 10-19 (con bibliografia). 2) Roberto Bertucci, Don Michele Costa artefice di unità, Città Nuova, Roma 2005. Gen's 5/2005 — pag. 26 — 128 esperienza Una comunità di suore a servizio di una parrocchia «Nella prova abbiamo mantenuto viva la carità» di Suor Maria Carmela Bianchi La presenza delle suore nelle attività parrocchiali prende oggi volti nuovi e può dare ottimi frutti nel creare lo spirito di famiglia tra i parrocchiani. A ppareneo alle suore di una Congregazione di origine spagnola e da oltre 30 anni sono inserita nel mondo della parrocchia in varie regioni d’Italia. Devo però riconoscere che c’è stato un salto di qualità in questo mio servizio dopo l’incontro con l’ideale dell’unità nel 1970. In quegli anni, a contatto con la spiritualità del Focolare, ho riscoperto la bellezza dello spirito del mio fondatore ed ho potuto godere della presenza di Gesù in mezzo a noi con i suoi effetti nella vita della comunità religiosa e della parrocchia. In particolare, mi si è stampato nel cuore e nella mente che è meglio il meno perfetto in unità che il più perfetto in disunità, e questa realtà mi ha accompagnata fino ad oggi. Il dono più grande nella mia vita di consacrata è stata la scoperta di Gesù abbandonato. Ho già celebrato il mio 50° di donazione a Dio e posso dire che, nonostante le mie debolezze, egli è sempre stato ed è lo “sposo” che mi dà forza, luce e coraggio. È lui che mi mette sulla bocca le parole adatte ad ogni circostanza. Gen's 5/2005 Da più di 10 anni sono in una comunità parrocchiale che si trova in un quartiere semplice, con grandi caseggiati, che non esprimono di certo la dignità della persona. Ci sono gravi problemi di povertà, di disoccupazione, di evasione scolastica. La parrocchia è l’unico segno di attenzione ai bisogni della popolazione. La presenza della nostra comunità religiosa vuole essere un segno di speranza, di amore, di comunione e di partecipazione alla vita della gente. L’ora della prova Dopo diversi anni di intensa vita parrocchiale, per la presenza di un parroco coinvolgente ed attivo, che ha creato una rete di solidarietà concreta a favore delle famiglie semplici e bisognose, abbiamo vissuto momenti particolarmente difficili. È arrivato un nuovo parroco e contemporaneamente alcuni hanno creato un certo malessere nella comunità, facendogli arrivare continue critiche nei confronti di noi religiose, senza alcun fondamento. Il sacerdote non sapeva come affrontare la situazione che diventava ogni giorno più complicata. Sovente non se la sentiva di prendere parte agli incontri da lui stesso pro- — pag. 27 — esperienza 129 grammati e puntualmente toccava a me sostituirlo. È stata una dura prova! Con le mie consorelle abbiamo cercato di offrire tutto per la comunità parrocchiale. Ci siamo sempre sostenute a vicenda parlando bene a tutti del parroco, incoraggiandolo, sostenendolo continuamente. A un dato momento, nonostante il nostro appoggio, il vescovo gli è venuto incontro affidandogli un altro incarico. La gente era disorientata e dovunque serpeggiava il malcontento. Con il coraggio e con la forza che mi veniva da Gesù Eucaristia e da Gesù in mezzo con le mie sorelle, ho sempre tenuto aggiornato il vicario episcopale, cercando di comunicare ogni cosa senza alcun pregiudizio. Ho portato avanti le varie proposte di catechesi ed ho sostenuto molte catechiste che volevano abbandonare i loro impegni, essendo rimasti per lungo tempo senza parroco. Sperimentavamo sentimenti di dolore e di compassione per coloro che collaboravano nella parrocchia ed erano scoraggiati, ma anche per i fedeli che si allontanavano sempre più dalla Chiesa. Tutto vince l’amore Con la gente abbiamo voluto conservare sempre alto il tono della carità: il nostro impegno costante era di mantenerla viva dentro di noi e fra noi, sapendo che «tutto vince l’amore». E questo è avvenuto, perché la nostra costanza nel non mollare nell’unità fra noi e con il vicario episcopale è stata per i pochi rimasti un incoraggiamento a perseverare. A tutti chiedevamo di non giudicare o condannare, ma di pregare ed amare, accettando la situazione dolorosa dalle mani di Dio come prova per farci crescere di più nell’amore a Lui e nell’accettazione degli altri con sguardo di fede e di comprensione. La Parola vissuta è stata una forza per noi suore, che ci siamo sostenute nel ricordarci di viverla e nel comunicarci le esperienze con i momenti di difficoltà, di sospensione e di preoccupazione. Infine, constatando la nostra fedeltà e il nostro impegno, il vescovo ci ha fatto dono di un nuovo parroco. Ho cercato di coinvolgere tutti nei preparativi per il suo ingresso, invitando ognuno ad un atteggiamento di accoglienza. Inoltre sentivo che si doveva rimettere a fuoco in tutti una visione evangelica e per questo ho proposto una serata di preghiera ed un’altra di riflessione sul significato della presenza del parroco in una comunità cristiana. Tutto questo ha suscitato una gara d’amore nel preparare la festa con addobbi, rinfresco, ecc. Il quartiere sembrava avere un volto nuovo. Perseverando nell’amare il disagio, sapendo che era Lui, l’abbandonato, ora ne constatiamo i frutti. Si stanno consolidando due gruppi della Parola di vita, alcune famiglie sono state in Mariapoli. Ultimamente i figli di queste, avendo fatto un’esperienza di due giorni nella parrocchia di Vallo Torinese, colpiti dalla vita che hanno trovato in quella parrocchia, hanno chiesto di essere aiutati ad iniziare il gruppo della Parola di vita per i giovani nella nostra parrocchia. Oggi alcune persone della comunità, quando mi incontrano, mi dicono: «Ci voleva l’esperienza dolorosa che abbiamo vissuto per irrobustire la nostra fede alla scuola del Vangelo». Suor Maria Carmela Bianchi Gen's 5/2005 — pag. 28 — 130 esperienza Come si evangelizza sulle montagne del Perù La vita in una parrocchia andina di Emeterio Castafieda Gettare uno sguardo verso altre regioni della terra e contemplare la vita della Chiesa che fiorisce in mezzo a difficoltà spesso per noi impensabili, ci può aprire nuove prospettive. Ci portiamo in una parrocchia andina del Perù — Tayabamba — e accompagniamo un parroco che si muove a 3.000-4.000 metri con i suoi catechisti per visitare e nutrire con la Parola e con l’Eucaristia i suoi parrocchiani sparsi in paesetti montani spesso senza strada e senza luce, senza medico e senza scuole. Questa volta Emeterio in un suo viaggio ci fa rivivere episodi che hanno il sapore degli Atti degli Apostoli. | preparativi per un’esperienza di evangelizzazione Siamo in una zona andina, provincia di Bolivar, già evangelizzata dai missionari agostiniani, ma da secoli ormai abbandonata e solo recentemente rivisitata con una certa regolarità dal sacerdote. Eppure qui la fede non si è spenta, ma è stata trasmessa da padre in figlio fino ad oggi. Attualmente la Chiesa è l’unica presenza viva che dà agli abitanti la speranza di un futuro migliore. Vi racconterò in sintesi l’esperienza del corso per catechisti svolto in Bambamarca dal 3 al 9 giugno scorso e il mio viaggio missionario in questa regione a sud di Bolivar. Gen's 5/2005 I primi giorni di maggio abbiamo cominciato la preparazione. Questo mese dedicato alla Madonna era una bella opportunità per mettere tutto questo interessante progetto nelle mani della nostra Madre, Maria. Come prima cosa bisognava formare l’équipe che avrebbe dovuto portare avanti il corso. Con una fiducia fatta preghiera abbiamo chiesto a Maria di farci trovare le persone giuste per fare bene questa piccola ma importante opera di evangelizzazione. Le mie preghiere hanno trovato subito ascolto. L’équipe viene formata con queste persone tutte ben disposte: — P. Miguel Garnet di Cajamarca; — Edward Garrido di Longotea, per la musica, che per noi è molto importante; — Jeiner Meléndez di Trujillo, per tutte le cose pratiche del corso; — Jacinto Altamirano, l’autista del pulmino; — quattro catechisti per visitare poi le comunità del sud; — io che completavo il gruppo. Tra le prime persone disponibili che ho trovato c’era P. Miguel, un missionario inglese, molto intelligente, conoscitore della realtà dei catechisti rurali, con un bagaglio di 30 anni di esperienza missionaria in Perù e autore di molti scritti su questi argomenti. Con lui ho da sempre un profondo vincolo di amicizia, perché per suo mezzo Dio ha susci- — pag. 29 — esperienza 131 tato in me la vocazione al ministero sacerdotale. Grazie alla prontezza che ho trovato in lui, è stato facile metterci d’accordo sul programma del corso, che quanto alla parte formativa gravava soprattutto su noi due. Siccome egli abita a Cajamarca ed io in Bolivar, abbiamo dovuto passare ore ed ore al telefono per definire ogni cosa, fin nei dettagli. Dopo due settimane di continue telefonate tutto era a posto. Intanto Edward e Jeiner, a Trujillo, provvedevano alle spese che avremmo dovuto affrontare e preparavano un piccolo libro di canti ed altri materiali. Questo tempo di preparazione è stato una bella oportunità per crescere nella comunione fra noi tutti. Era nostro desiderio assicurare almeno la partecipazione degli 80 catechisti che l’anno scorso avevano preso parte al corso tenuto a Bolivar. Intanto i quattro catechisti di Bolivar partivano per visitare le comunità più lontane e quelle che non riescono a mettersi in comunicazione con la nostra parrocchia. Essi avrebbero fatto un lavoro prezioso dal 23 maggio al 10 giugno per ricongiungersi con noi alla fine. In qualche modo, io sapevo che noi tutti stavamo lavorando con molto interesse ed amore, ognuno nel suo settore, per la buona riuscita del corso. Ma c’era un piccolo margine per un dubbio: «Quanti sarebbero stati i partecipanti? E sarebbe andato tutto bene?». Dovevamo fare tutta la nostra parte, affinché esso fosse bello, di grande interesse e il più fruttuoso possibile. Un grosso imprevisto Volevo preparare bene i miei muscoli per il lungo e faticoso viaggio e sono andato a giocare a pallacanestro, come faccio di solito prima di mettermi in cammino per giornate intere. Durante il gioco per un salto sbaglia- to sono caduto a terra e mi sono fatto male al piede sinistro. Il dolore era forte e non mi permetteva di camminare. Tutto potevo aspettarmi, ma non questa difficoltà proprio alla vigilia di un viaggio lungo, importante e da molto tempo preparato. In un primo momento ho pensato di sospendere il corso. Ma poi ho capito che bisognava andare avanti e che i dolori di questo incidente erano il “prezzo da pagare” per tutto quello che Dio voleva fare nei giorni che si avvicinavano. Una voce dentro di me diceva: «Sono io, Gesù, che ti aspetto in quei fratelli del sud». Era il 27 maggio, ma non vedevo altra alternativa che andare avanti e offrire tutto a Lui, anche questi dolori al piede. In un dato momento ho pensato a Gesù in croce coi piedi “inchiodati” che non poteva fare neanche un passo. Mi sono anche ricordato che le opere di Dio nascono e diventano feconde sotto la croce, ed io avrei potuto contribuirvi in qualche modo. Mi tornavano in mente le parole di Chiara: «Un’opera di Dio si sviluppa per quanto dolore viene tramutato in amore». Allora ho detto a Gesù: «Se con questo tu vuoi fare qualcosa di speciale con i catechisti, come ti avevo chiesto sin dall’inizio, io ne sono ben contento». 18 ore a dorso di mulo Siamo partiti da Bolivar verso Trujillo il 30 maggio. Siamo rimasti lì dal 31 maggio al 1° giugno fino a mezzogiorno. Con l’aiuto dell’autista e delle medicine per il piede, abbiamo fatto rapidamente tutte le spese, comprando riso, sale, olio, quaderni, penne, eco; Il 1° giugno a mezzogiorno abbiamo ripreso il viaggio fino a Huamachuco, dove passiamo la notte. Il giorno seguente, di buon mattino, siamo partiti in macchina fin dove c’era la strada. Poi avanti a dorso di mulo fino alla meta. Il viaggio fino a Bambamarca doveva durare più o meno 10 ore; ma le cose si sono complicate perché gli otto muli e gli assistenti che ci sono venuti incontro non erano Gen's 5/2005 — pag. 30 — 132 esperienza molto bravi. Così il viaggio è durato 18 ore. Abbiamo viaggiato la notte intera e siamo arrivati all’alba del 3 giugno stanchi, molto stanchi, e con la faccia piena di piccole ferite causate dai rami degli alberi che durante la notte a dorso di mulo non potevamo evitare e ci donavano piccole sgradite carezze. Questo viaggio per me è stato particolarmente duro: non potendo camminare per il problema al piede, ho passato le 18 ore montato sul mulo e alla fine certe parti del corpo erano diventate molto indolenzite. Padre Miguel, di 70 anni, pativa ancora di più. Non potendo fare nulla per impedire i suoi disagi, dal mio cuore sgorgava una preghiera a Gesù per lui, e sentivo che i suoi dolori erano anche miei. Un viaggio così è veramente una “pazzia”. Più tardi P. Miguel mi confessava che era la prima volta che faceva una cosa simile, ma era sicuro che sarebbe stata anche l’ultima della sua vita. Il corso con 120 catechisti Il 2 giugno sono arrivati a Bambamarca abbastanza catechisti. Come sempre i più lontani erano giunti per primi. Il 3 giugno arrivarono tutti gli altri. Erano molti: più di 120, ben oltre le nostre previsioni. Così sorsero anche nuove necessità, come posti per dormire, cibo, ecc. Più di 120 persone, in un piccolo paese come Bambamarca diventava già un’invasione. L’accoglienza della gente è stata immediata e loro ci sono venuti subito incontro. Più o meno 40 persone sono state accolte nelle famiglie. Per le altre si è preparato un dormitorio comune. Sin dall’inizio del corso c'era un clima di gioia e tanta unità. E sempre una felicità speciale ritrovarci insieme. I temi erano molto interessanti per tutti. P. Miguel ha sviluppato tematiche riguardanti la Bibbia e i sacramenti in forma molto vivace. Io ho parlato dell’identità del catechista, dell'Eucaristia e di un argomento che avevo preparato con particolare interesse: la Gen's 5/2005 risposta cristiana del catechista di fronte al dolore, a qualsiasi dolore: ci permettono di configurarci a Cristo e a Cristo crocifisso. Il corso era bene animato da un coro che Edward, il nostro chitarrista, aveva formato con quelli che avevano le migliori attitudini per il canto. Ogni sera dopo la Messa si proiettava un film, al quale invitavamo tutti gli abitanti del paese: un’opportunità per condividere la nostra vita con loro. Durante il corso abbiamo fatto anche due cose molto importanti: abbiamo programmato il lavoro e le attività fino all'anno 2006 e, per un più efficace coordinamento e una migliore comunicazione, abbiamo diviso la parrocchia in quattro zone: Condormarca, Bambamarca, Bolivar I (la sede centrale) e Bolivar II Ogni zona raggruppa più o meno da 10 a 20 comunità con i propri catechisti, scegliendo due di loro come responsabili legati direttamente al centro. I catechisti di ogni zona faranno un incontro mensile, e i responsbili provvederanno loro il materiale liturgico, accompagneranno i lavori e risolveranno le eventuali difficoltà, mantenendo viva la comunicazione con il centro parrocchiale. Abbiamo scelto anche un coordinatore generale dei catechisti. Questa nuova organizzazione ci aiuterà a stare in comunione più profonda tra noi. Il nostro motto è: «Mai camminare da soli». Anche i muli devono mangiare Un episodio che non posso dimenticare riguarda i muli. Noi avevamo previsto pressoché tutto per il corso: il cibo, il materiale didattico, temi, i partecipanti, ecc. Ma non avevamo previsto niente per i muli di tanti catechisti, che ovviamente non potevano venire che con i propri animali. Più di 120 persone era già un problema, ma un problema più grande erano i loro 50 muli e più. Dove trovare tanto cibo? E dove “parcheggiarli”? E inimmaginabile la quantità di cibo — pag. 31 — esperienza 133 di cui avevamo bisogno per tante bestie, oltre che di un luogo sicuro dove i ladri non le rubassero durante la notte. Per 20 muli abbiamo trovato posto con l’aiuto di persone di buona volontà. E per gli altri 30? Non avevamo altra alternativa che portarli al cimitero. Sì, il cimitero era piuttosto vicino al paese e, siccome non era molto curato, aveva abbastanza erba. In quattro giorni i 30 muli hanno posto fine a tutta l’erba e ripulito il prato. E nei restanti giorni li abbiamo portati in un campo comunale a pagamento. Con un po? di creatività il Signore ci ha aiutato a trovare una soluzione per tutti i problemi. A conclusione, una festa Alla fine del corso le testimonianze dei catechisti sono state molto belle. Posso dire che questo incontro è stato un evento molto forte di aggiornamento e, allo stesso tempo, un’esperienza d’unità, di famiglia per la nostra parrocchia. Si poteva vedere chiaramente tutto quello che Dio aveva seminato in ognuno. E per gli abitanti di Bambamarca era come una festa, tanto che il giorno della chiusura la piccola orchestra dei musicisti del posto è venuta a festeggiare con musica e balli. In quella notte dell’addio si mescolavano sentimenti di felicità e di nostalgia con abbracci, pianti e sorrisi. E ognuno si portava in cuore come perla preziosa «l’unità vissuta che ci ha fatti tutti una sola famiglia». Le missioni dopo il corso Dopo il corso, il mio viaggio missionario doveva continuare nelle sette comunità più lontane del sud. Questa tappa non era meno difficile dei sette giorni a Bambamarca. Ma ogni paesino ci aspettava con tanta gioia. Questa volta rispetto all’anno scorso, tutti erano più preparati e gli incontri e le celebrazioni sarebbero stati certamente più fruttuosi. Il problema più grosso continuava ad essere il mio piede, che ogni giorno sembrava peggiorare. A Bambamarca non c’erano né medico né medicine e l’unica alternativa era stata affidarmi alle cure dei cosiddetti “medici popolari” con le medicine fatte di erbe locali. Devo dire che hanno fatto del loro meglio per alleviare i miei dolori. Ora però avrei dovuto affrontare un viaggio lungo e disagiato in luoghi dove non avrei trovato nessuna assistenza medica. D'altra parte non si poteva tornare indietro. La gioia della gente che ci attendeva mi ha spinto ad andare al di là del mio problema. L’ultima comunità che abbiamo incontrato è stata Santa Clara. Quella comunità che l’anno scorso avevo visitato, trovandovi la chiesa senza tetto e trasformata in un recinto per le pecore'; una comunità che negli anni passati era stata visitata dagli Avventisti, che in pochi mesi avevano costruito un bel tempio. I cattolici sembravano spariti nel nulla. Nonostante ciò, quest'anno quattro nuovi catechisti erano venuti al corso di Bambamarca. Quando siamo arrivati a Santa Clara era quasi notte. C’era un silenzio profondo, perché tutti gli abitanti a quell’ora erano già rintanati nelle loro case. Ad accoglierci c’era solo un gruppo di catechisti che ci stavano aspettando per la cena da consumarsi in una piccola stanza senza tavoli e alla luce di una sola candela. Finita la cena, ho detto al nostro chitarrista: «Andiamo a cantare in piazza». La piazza era nell’oscurità, ma dopo poche canzoni sono arrivati i bambini, poi i genitori. Li abbiamo invitati a venire nel nostro “appartamento”, dove avremmo dormito dopo aver celebrato la Messa. Sono accorsi numerosi e non posso descrivere l’emozione e la felicità immensa, quando tanti di loro mi hanno chiesto il sacramento della confessione dopo otto-dieci anni senza la possibilità di riceverlo. Giovani di 14-16 anni hanno domandato poi il battesimo. Ma non potevo dare tutti i sacramenti in una notte. Allora abbiamo fatto un patto: ritorneremo tra pochi mesi, dopo Gen's 5/2005 — pag. 32 — 134 esperienza che i catechisti li avranno preparati. La stessa cosa per quelli che hanno chiesto il sacramento del matrimonio. Dopo la Messa ci sono ancora canti e dialoghi con la gente. Nel buio di quella notte una luce risplende in mezzo a noi: è la presenza del Risorto tra i suoi. Io mi sono chiesto se un sacerdote può aspettarsi una gioia più grande. Quanta felicità ti invade quando vedi che attraverso di te, “servo inutile”, Dio dona tanta vita e compie meraviglie sotto il tuo sguardo stupito. Il ritorno Poi, il viaggio è continuato verso il sud: tre ore a dorso di mulo e poi altre tre ore a piedi per trovare l’uscita verso la provincia di Pataz, mia antica parrocchia. Di là l'autobus di una miniera ci ha portati a Huamachuco e più tardi a Trujillo. Qui finalmente posso tro- Gen's 5/2005 vare un medico, fare la doccia e attraverso i giornali aggiornarmi sui disastri nel mondo. Ho potuto anche andare a fondo nel problema del mio povero piede. Dai raggi e dalla risonanza magnetica è risultato che le ossa non sono rotte, mentre lo strappo muscolare è ben evidente e, dopo gli strapazzi a cui mi sono sottoposto, richiede un periodo di vero riposo e di cure adeguate. Mi sono sottomesso a queste disposizioni mediche, cancellando i numerosi impegni che avevo preso e mettendo ogni cosa nelle mani della Provvidenza. È stata per me un’opportunità per credere che Dio, con noi o senza di noi, porta sempre avanti la barca della sua Chiesa per il bene dell’umanità. In questo viaggio ho potuto constatare la sete di Dio nei giovani: essi assicurano il futuro della Chiesa anche nelle stupende montagne del mio Perù. Emeterio Castafieda 1). Vedi: “Gen’s”, 2004/5-6, p. 117. — pag. 33 — esperienza 135 Dall’Africa un’esperienza di riconciliazione Ricostruire la comunione di Helen Akgebe Uno dei problemi più seri che le comunità cristiane stanno affrontando in Africa è creare l’armonia tra le diverse etnie. I cristiani sono chiamati a dare l'esempio di una convivenza pacifica e costruttiva all’interno delle loro comunità e nella società civile. Helen, una volontaria del Movimento dei focolari, ci racconta la sua esperienza al riguardo. a quando la situazione sociale del mio Paese ha cominciato a peggiorare sempre più, con una forte inflazione, con carenza di cibo e di petrolio, improvvisamente anche le lotte tra persone appartenenti alle due diverse etnie hanno iniziato a crescere. La difficile situazione La mia è una delle città più importanti del Paese. La maggioranza della gente appartiene ad un’etnia e il resto ad un’altra. Molte famiglie attualmente sono miste, mentre solo una minoranza è costituita da coniugi della stessa etnia. Così anche nella parrocchia le persone delle due etnie sono mescolate, ma in passato sono sempre vissute in pace. Qualche tempo fa invece è nata una tensione fra i due gruppi, alimentata a volte anche da pressioni esterne ed esasperata per le oggettive difficoltà incontrate ogni giorno. Ad un certo punto è diventata così forte che è esplosa anche dentro il Consiglio pastorale della nostra parrocchia, che è la principale comunità cattolica della città. Un membro del Consiglio ha offeso una signora che rappresenta un’ Associazione cattolica e fa anche parte del Focolare. Lei non ha reagito ed ha perdonato. Anche le sue figlie, che partecipano al gruppo dei giovani del Movimento e collaborano in parrocchia, hanno fatto lo stesso. Ma alcuni membri del Consiglio hanno continuato a creare difficoltà e alla fine è scoppiata una grossa divergenza anche con il parroco. Così un gruppo si è staccato dalla parrocchia, ed ha iniziato a celebrare un servizio domenicale per conto proprio in un garage. L’impegno comune Da quel momento tutti noi appartenenti al Focolare abbiamo iniziato a fare di tutto per ricomporre l’unità. I giovani del Movimento, pur sapendo di rischiare, si sono rifiutati categoricamente di dividersi e hanno continuato ad incontrarsi insieme. Io stessa ho iniziato ad avvicinare quelle persone una per una per ascoltarle con atten- Gen's 5/2005 — pag. 34 — 136 esperienza zione e aiutarle a chiarire, per quanto mi era possibile, le incomprensioni. Sentivo che dovevo impegnarmi non solo perdonando, ma anche amando concretamente e facendo il primo passo. La forza dell'amore Alla fine, prima di Pasqua, una domenica sono andata da loro ed ho avuto la possibilità di parlare davanti a tutti dell’assoluta necessità di riconciliazione, perché siamo tutti cristiani e quindi chiamati a non scandalizzare con la nostra disunità. Dopo Pasqua ho avuto modo di parlare con il vescovo. Egli ha una grande stima del Movimento dei focolari e, continuamente informato dei passi che facevamo, ci aveva sempre sostenuto in quest'opera di riconciliazione. Adesso ha voluto venire ad incon- Gen's 5/2005 trare personalmente il gruppo che si era staccato ma che era disposto a riceverlo e ascoltarlo. Ha parlato loro a cuore aperto come un padre e il frutto della riconciliazione è maturato. I componenti del gruppo hanno manifestato la loro disponibilità a rientrare nella comunità parrocchiale. Quando siamo ritornati in parrocchia abbiamo raccontato quanto era avvenuto e, d’accordo col parroco, abbiamo cercato di preparare tutti ad accogliere bene questi fratelli, come avrebbe fatto Gesù, perdonando e dimenticando il passato. E così è avvenuto. Ora siamo tutti in armonia nella nostra comunità. Nel contesto culturale nostro un avvenimento del genere sembra un miracolo, un segno profetico. È la vittoria del Risorto che splende di nuovo in mezzo a noi uniti nel suo nome. Helen Akgebe — pag. 35 — esperienza 137 La vitalità di una comunità parrocchiale in Corea La forza evangelizzatrice della Parola di Thomas Maria Chang e Cecilia Gye-la Siamo in una parrocchia coreana. L'attuale parroco ed una catechista, ambedue legati alla spiritualità del Focolare, raccontano l’esperienza della loro comunità: in una cittadina in forte espansione, la parrocchia ha superato le difficoltà tra chi era'del posto e quelli venuti da altre località. Cresce il numero dei battezzati e la coscienza che, più che creare strutture, occorre permeare di uno spirito veramente evangelico le varie attività. A partire da un piccolo gruppo ravvivare l’intera comunità Thomas Chang: Sono stato ordinato sacerdote nel 1973 e sono già alla mia settima parrocchia, perché in Corea c’è l’usanza di trasferire i parroci ogni cinque anni. In ogni parrocchia dove ho lavorato, ho cercato di vivere il Vangelo con i parrocchiani, formando un piccolo gruppo della Parola di vita, ed ho partecipato con quelli che lo desideravano alle Mariapoli e ad altri incontri del Movimento dei focolari. In genere è nata ovunque una comunità viva. A volte, quando venivo trasferito, questa realtà sembrava subire una battuta d’arresto; altre volte era come il piccolo seme che, caduto in terra, muore, ma a poco a poco cresceva fino alla maturità. Nell’attuale parrocchia di Dae San, nella diocesi di Daejeon, i cattolici sono più di 1.300 su una popolazione di 22.000 abitanti. Il vescovo, tre anni fa, mandandomi in questa parrocchia, mi aveva parlato delle difficoltà esistenti tra i parrocchiani originari del posto e quelli venuti da fuori per lavorare in alcune grandi fabbriche e mi esortava ad adoperarmi per sanare questa situazione. Osservandola da vicino, ho capito che le persone erano molto buone, ma non sapevano dialogare evangelicamente tra loro. Questa parrocchia ha 15 anni di storia ed io ne sono il quinto parroco. I parroci precedenti erano tutti trentenni, mentre io ne ho 60 e per questo sono tra i sacerdoti coreani più anziani. All’inizio l’accoglienza non è stata delle migliori. Senza neanche guardarmi in faccia, le persone mi chiedevano quando sarei andato in pensione. Sapendo che c’è una giovinezza intramontabile, quella del Vangelo vissuto, ho continuato ad amare tutti, senza preoccuparmi di queste prime reazioni. Al momento opportuno ho invitato alcuni alla Mariapoli, dove hanno visto come si può vivere concretamente in comunione. Al ritorno è iniziato subito un gruppo della Parola di vita. Nel focolare, dove viviamo la comunione con altri sacerdoti diocesani, ci scambiamo esperienze, fra cui quelle sull’amore costante verso i parrocchiani e gli altri concittadini, Gen's 5/2005 — pag. 36 — 138 esperienza e abbiamo cominciato anche ad incontrarci fraternamente con pastori di altre Chiese. All’inizio le persone che venivano agli incontri della Parola di vita erano poche, ma adesso i gruppi sono diventati due. Anche se non sono tanti, l'interesse va crescendo ed aumentano i partecipanti. Inoltre si è formato un gruppo di aderenti che seguono un programma biennale di formazione nella spritualità dell’unità. L’atmosfera nella parrocchia è molto cambiata e, conoscendoci un po’ di più, sta aumentando il numero delle persone che stabiliscono rapporti profondi con il parroco. Non solo gli anziani mi apprezzano, ma sono sempre più numerosi i giovani e bambini che chiedono la mia collaborazione. Costruendo insieme la chiesa, come effetto di questa condivisione di vita, le conflittualità, di cui mi aveva parlato il vescovo, tra cittadini originari e dipendenti delle fabbriche, sono sparite e adesso i parrocchiani vivono quasi tutti in armonia tra loro. Così ora gli orizzonti si allargano. La Pasqua scorsa abbiamo portato un regalo ai pastori delle altre Chiese e abbiamo potuto fare un dialogo profondo, in un confronto reciproco veramente interessante. Dal battesimo ad un impegno apostolico Cecilia Gye-la: Attualmente sono presidente dell’associazione femminile e del gruppo mariano della parrocchia di Dae San ed inoltre sono responsabile del settore anziani nel Consiglio pastorale. La nostra parrocchia è in una cittadina vicina al mare. La città comprende abitanti originari che sono agricoltori o pescatori ed altri, venuti dopo, che lavorano nelle grandi industrie qui installate. La stessa composizione si riflette nei membri della Chiesa cattolica. Ventidue anni fa, nel novembre del 1983, desiderando cominciare un cammino di fede, Gen's 5/2005 pur non sapendo niente del cristianesimo, sono andata a cercare una chiesa e sono capitata nella chiesetta cattolica di Dae San, dove non c’era ancora un sacerdote. A quell’epoca in quel paese non c’erano neanche le industrie. Con l’aiuto di un cristiano ho studiato con impegno il catechismo e, dopo un anno e mezzo, nel periodo pasquale, ho ricevuto il battesimo con il nome di Cecilia. Allora non c'erano altri cattolici né nella mia famiglia, né in quella di mio marito, mentre adesso siamo tutti cattolici: mia suocera, che è rimasta sola, mio marito ed i nostri due figli. In seguito, dopo che avevo ricevuto il battesimo, nella nostra zona erano sorte tre grandi industrie. Mi sono sentita spinta a comunicare il dono del Vangelo agli impiegati di queste aziende. Alcuni di loro nel 1989 sono entrati a far parte della Chiesa cattolica. Quando si è fondata la nostra parrocchia, i nuovi battezzati erano circa 1370. Di questi 300 erano stati chiamati da Gesù servendosi del mio povero servizio. Don Thomas negli ultimi tre anni ne ha battezzato altri 200. La sfida di costruire una vera comunità All’inizio, quando è sorta la parrocchia ed è arrivato il parroco, ancora non c’era l’abitazione per il sacerdote e nemmeno l’edificio parrocchiale e la Messa si celebrava in un capannone. Per costruire la chiesa abbiamo raccolto il denaro, aiutandoci anche con attività di vendita di oggetti vari. Nel 2000 abbiamo finalmente completato la chiesa ed il vescovo è venuto per la Messa dell’inaugurazione, con grande gioia di tutti noi. In quel periodo abbiamo provato anche un po’ di stanchezza sia fisica sia psicologica: avevamo tanti debiti, eravamo deboli nella — pag. 37 — esperienza 139 fede e c'erano anche rapporti difficili tra i fedeli. Prima che arrivasse don Thomas, c’erano stati quattro parroci, che avevano dovuto affrontare queste difficoltà: preoccupazioni di soldi per la costruzione della chiesa e per 1° evangelizzazione e preoccupazioni causate dalla mancanza di fede in noi cristiani. La scoperta dell’ideale dell’unità Tre anni e mezzo fa è stato nominato parroco don Thomas. Egli era sempre sereno e il suo sorriso mi dava pace. Mi sembra che anche gli altri fedeli, dopo un primo periodo di sospensione nell’attesa di conoscerlo bene, si sentissero a loro agio con lui. Un giorno egli mi ha invitato alla Mariapoli. Io ho sempre dato ascolto alle parole del parroco e così ho seguito il suo consiglio ed ho partecipato a quell’incontro. Il posto dove si svolgeva era una bella località di montagna, dove tutto l’ambiente era buono. Mi sono commossa nel constatare che le circa 1000 persone lì riunite si rapportavano tra loro come tanti fratelli e sorelle. Ho visto cosa può fare l’amore: crea l’unità. Era impressionante vedere il perfetto ordine: ognuno dava la precedenza all’altro, tutti sorridevano ed i giovani che cantavano erano così simpatici da farmi desiderare di essere come loro. Ho scoperto che a chi ama i fratelli, Dio si manifesta, e che il fratello è la strada più veloce per andare a Dio. Finita la Mariapoli, siamo tornati in parrocchia ed abbiamo formato un gruppo della Parola di vita. Vi partecipiamo dalle 10 alle 20 persone e siamo molto contenti di questo incontro. In seguito in parrocchia si è formato un gruppo per assistere i malati terminali di cancro. Dapprima non volevo farne parte, ma poi mi sono inserita e cerco di impegnarmi nel vivere, anche in questo campo, l’amore reciproco. Ora partecipiamo ogni anno alla Mariapoli e al raduno annuale di due giorni del Movimento parrocchiale. Attualmente alcuni di noi prendono parte ad un incontro mensile del Movimento parrocchiale al Centro Mariapoli per approfondire la conoscenza dei vari punti della spiritualità dell’unità ed essere così meglio preparati nel nostro servizio alla parrocchia. Thomas M. Chang e Cecilia Gye-la Gen's 5/2005 — pag. 38 — 140 esperienza Flash di vita DM Pronto a dare la vita Presentiamo una breve ma viva esperienza di un sacerdote focolarino francese che da alcuni anni lavora in Camerun. Terza domenica d’avvento. È giorno. Alle 5,50 esco dalla casa canonica della cattedrale. Una piccola comunità cristiana, formata da gente povera, da persone che vivono ai margini della società, mi attende per la Messa nella periferia della città. Come ogni domenica aspetto lungo la strada di terra un mezzo pubblico che mi porti a destinazione, ma si fa aspettare. Si avvicinano tre giovani... Non mi danno neanche il tempo di dire una parola ed eccomi a terra... Ognuno di loro cerca di prendersi qualcosa. Uno mi mette la mano nella tasca dei pantaloni e nella fretta mi strappa la tasca e con essa si porta via una piccola agenda, pensando forse di aver afferrato un telefonino. Dopo alcuni istanti di incoscienza mi rialzo con fatica e subito ripeto il mio sì totale a Gesù. La schiena mi fa male. Capirò più tardi che nella caduta ho battuto la schiena sullo spigolo della valigetta, dove porto il necessario per la Messa e mi si è dislocata una vertebra. Ritorno a casa con discrezione, perché se qualcuno scopre l’accaduto, la notizia in poco tempo farà il giro della città. E questo lo vorrei evitare. Mi cambio i pantaloni e penso cosa fare. La gente mi aspetta per la celebrazione eucaristica. È vero, ma io devo prendermi cura della mia salute. Facendo appello alla mia esperienza di infermiere e, sebbene il dolore fisico si faccia sentire, credo che posso ritardare di qualche ora — il tempo necessario per servire questa comunità — la visita medica. In questi momenti provo qualcosa di strano. Dentro di me tutto diventa luminoso... Gen's 5/2005 «Sei tu, Gesù, che ti presenti a me. Io ti abbraccio. E nato in me un amore nuovo verso tutti, anche verso i miei aggressori. Tante volte in questa città i cristiani fanno la via crucis per devozione, ma hanno difficoltà nel riconoscerti crocifisso nelle prove della vita. Ora tocca a me, in questo momento, identificarmi con te: amare gratuitamente». Torno di nuovo sulla strada e aspetto il passaggio di un mezzo di trasporto, che come al solito si fa attendere. Decido allora di prendere un ‘“mototaxi”: una moto che funge da taxi. Vi salgo sopra, dietro al conducente. È una posizione che si rivela particolarmente scomoda per lo stato in cui mi trovo. Dopo una ventina di minuti arrivo a destinazione. Trovo difficoltà nel vestire la tunica, ma sento una pace che quasi mai prima avevo sperimentato. Questa Eucaristia che devo celebrare seduto, acquista una dimensione inattesa. Offrire me stesso, offrire il mio corpo, diventare sacerdote del proprio corpo. Non racconto nulla alla comunità, per non dare loro un dolore e, finita la celebrazione, mi trattengo ancora un poco... Durante la Messa avevo notato la presenza di una persona dell’Opera di Maria che casualmente si trovava lì. Chiedo se può condurmi a casa. Non avevo ancora detto a nessuno quanto mi era accaduto poco prima; l’ho detto a questi durante il viaggio di ritorno e gli ho chiesto di accompagnarmi alla clinica. Arrivato in ospedale, il medico mi ha messo subito in osservazione. Gli esami sono dolorosi. Ma in fondo la luce ricevuta di poter trasformare il dolore in amore sta diventando esperienza vissuta. Sì, io posso donare la mia vita per il mio popolo — quello che Gesù mi ha affidato — e, in mezzo a questo popolo, anche per i miei aggressori... Gérard Marie Bouhans — pag. 39 — PERCHÉ | | TUTI | | SIANO | ancora vivo il ricordo dell’incontro a Colonia di Benedetto XVI con 3.000 seminaristi del mondo intero; incontro volu- È to dal Papa «perché emergesse in modo esplicito e più forte la dimensione vocazionale, che è sempre presente nelle Giornate Mondiali della Gioventù» (cf stralci del discorso a p. 143). «Era bello incontrarci con tanti seminaristi conosciuti e sconosciuti e sapere che siamo in cammino sulla stessa strada verso Dio e la sua chiamata», ha commentato un seminarista della Germania orientale. E ancora: «Quando il Santo Padre è venuto, c’era tra noi una grandissima gioia che è divenuta tutta raccoglimento nella preghiera dei Vespri». Quella stessa gioia — frutto della comunione e del dono di sé — vuole esplodere ovunque ci si prepara al ministero sacerdotale. Scrive un seminarista dell’ Austria: «Sono appena tornato da una settimana di studio e di vacanze con giovani in cerca della loro vocazione. Erano con noi il vescovo ausiliare, il rettore ed altri sacerdoti. Subito mi sono messo ad amare tutti in modo concreto: apparecchiando la tavola, cucinando, facendomi uno con gli altri. Non potete immaginare come è cambiata la vita tra noi. Ad un certo punto il vescovo ha cominciato a lavare insieme a noi i piatti e anche il rettore si è messo a servire. C’era tra noi un’atmosfera di paradiso, abbiamo riso e scherzato molto, ma anche nei nostri dialoghi si sentiva sempre più la presenza di Gesù. Così abbiamo capito che il nostro compito come “possibili” sacerdoti sono l’amore e il servizio». A volte, per creare questa realtà di fraternità, occorre fare una svolta decisa, come è successo a un seminarista dell’ America Latina: «Non avevo gran che di dialogo con il mio vice-rettore. Lo sentivo distante, perché è molto occupato e anche molto silenzioso. Un giorno è caduto il soffitto della sua stanza ed egli ci ha chiesto chi avrebbe potuto aiutarlo a rimettere tutto in ordine. Ho colto al volo questa opportunità e mi sono messo a disposizione. Era un lavoro lungo, ma è valso la pena. Alla fine egli ci ha invitati per una cena e lì abbiamo potuto, per la prima volta, conoscerci meglio. Bruciando quel formalismo che spesso regna in seminario, è nato tra noi un vero dialogo». Un suo collega gli fa eco: «Una persona mi ha donato 50 $ per le mie spese personali e ne sono stato molto felice. Ma poi mi sono accorto che un mio compagno non aveva i soldi per rinnovare il passaporto. Pensando che Gesù ne sarebbe stato contento, gli ho donato quella somma. Sentivo una grande gioia nel cuore. Lo stesso giorno mi ha chiamato l’economo del seminario e mi ha detto: “Sono arrivati dalla tua parrocchia 50 $ per le tue spese personali”...». Notizie dal mondo dei seminari - 45 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Quello che conta Gen's 5/2005 - 141 — pag. 40 — IL DONO DI SÈ apre la STRADA In missione Argentina. «Durante l’estate eravamo in missione in una parrocchia. Assieme a un altro seminarista mi era stato affidato la presentazione della missione alla radio. Ho pensato che era importante fare anche questo per Gesù e che egli ci avrebbe fatto trovare la luce adatta per gli ascoltatori. Il giorno della trasmissione, la gente, sentendoci, ha chiamato la radio e ha comunicato domande-di loro interesse affinché rispondessimo. Abbiamo cercato di dare il nostro meglio nelle risposte, pensando che in quegli interrogativi si manifestava una ricerca di Gesù. Alla fine, sono arrivati messaggi di ringraziamento i quali dicevano che quanto era stato detto non erano parole fredde che entrano da un orecchio e escono dall’altro, ma erano piene di vita. Il conduttore di quella trasmissione era in tensione con il conduttore di un’altra radio che lo criticava sempre. Un giorno è giunto a casa proprio mentre alla radio stavano parlando male di lui ed egli voleva subito ripartire per affrontare quel collega. Ma sua moglie gli ha detto: non avevi detto stamattina con i missionari che volevate cambiare? A quel punto egli si è ricreduto...». (M.M.) Il Dio delle sorprese Kenya. «Dovevo preparare una partita di calcio con gli studenti di un Collegio un po” distante. Quando ho avvertito i componenti della nostra squadra che avremmo dovuto provvedere alle spese per il trasferimento, non ne erano per nulla entusiasti. A poco a poco si avvicinava la data fissata e in me cresceva il timore che tutto sarebbe fallito. Gen's 5/2005 - 142 Quale dispiacere e quale vergogna! Ho comunque affidato ogni cosa a Dio. Con mia sorpresa, il giorno prima della partita, sempre più studenti sono venuti a portare il loro contributo per il viaggio e alla sera erano stati in 30 a pagare, abbastanza per i due taxi che avevamo già prenotato. Ho costatato che Gesù è veramente il Dio delle sorprese». (C.W.) «Dovevo morire al mio orgoglio» | Italia. «Era un venerdì di quaresima. Assieme a un professore che abita con noi in casa, siamo scesi un po’ prima in cucina per riscaldare la cena e apparecchiare la tavola. Stavo seguendo la cottura delle pizze, quando è arrivato un anziano membro della comunità. Vedendo che — senza renderci conto che era quaresima — sui carrelli avevamo preparato anche dell’affettato del giorno prima, egli con parole poco piacevoli mi ha mandato fuori dalla cucina. Avrei voluto rispondergli a tono ma capivo che era meglio uscire “sconfitto”. Seduto ormai a tavola, avevo l’inferno dentro di me e non riuscivo a parlare né a mangiare. Che fare? Si trattava di morire al mio orgoglio e rimettermi ad amare. Fatto questo passo, dentro di me è tornata la luce. Ma la storia non è finita qui. Da qualche giorno quell’anziano religioso pare cambiato e molti si chiedono che cosa sia successo: ora è il primo a servire a tavola e si ferma a parlare con noi...». (C.L.) Il canto che più piace a Dio Brasile. «In questo week-end in parrocchia c’è stato un incontro di gruppi musicali. Sorprendentemente, nei dialoghi tra loro, tutti parlavano della necessità dell’unità. Un’occasione da non perdere — ho pensato — e così, nel mio intervento, ho parlato del canto che più piace a Dio: l’amore. Ho messo quindi in luce alcune caratteristiche dell’arte d’amare. E ciò ha cambiato l’atmosfera: durante il successivo pranzo c’era tanta attenzione reciproca e più tardi hanno eseguito musiche mescolando tra loro i gruppi. Eravamo come una grande famiglia!». (J.N.) — pag. 41 — Benedetto XVI Il tempo dell'innamoramento uesto è il seminario: non tanto un luogo, ma, appunto, un significativo tempo della vita di un discepolo di Gesù. Immagino l’eco che possono avere dentro di voi le parole del tema di questa ventesima Giornata mondiale — «Siamo venuti per adorarlo» — e l’intero racconto evangelico dei Magi. (...) I Magi partirono perché nutrivano un desiderio grande, che li spingeva a lasciare tutto e a mettersi in cammino. Era come se aspettassero da sempre quella stella. Come se quel viaggio fosse da sempre inscritto nel loro destino, che ora finalmente si realizzava. Cari amici, è questo il mistero della chiamata, della vocazione; mistero che coinvolge la vita di ogni cristiano, ma che si manifesta con maggiore evidenza in coloro che Cristo invita a lasciare tutto per seguirlo più da vicino. Il seminarista vive la bellezza della chiamata nel momento che potremmo definire di “innamoramento”. Il suo animo è colmo di stupore, che gli fa dire nella preghiera: Signore, perché proprio a me? Ma l’amore non ha “perché”, è dono gratuito, a cui si risponde con il dono di sé. (...) Il seminario è tempo di cammino, di ricerca, ma soprattutto di scoperta di Cristo. Infatti, solo nella misura in cui fa una personale esperienza di Cristo, il giovane può comprendere in verità la Sua volontà e quindi la propria vocazione. Più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo. E un movimento dello spirito che dura per tutta la vita, e che trova nel seminario una stagione carica di promesse, la sua “primavera”. Giunti a Betlemme, i Magi, «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono» (Mt 2,11). Ecco finalmente il momento tanto atteso: l’incontro con Gesù. «Entrati nella casa»: questa casa rappresenta in un certo modo la Chiesa. Per incontrare il Salvatore, bisogna entrare nella casa che è la Chiesa. Durante il tempo del seminario nella coscienza del giovane seminarista avviene una maturazione particolarmente significativa: egli non vede più la Chiesa “dall’esterno”, ma la sente per così dire “dall’interno” come la sua “casa”, perché casa di Cristo, dove abita “Maria sua madre”. (...) In ogni momento della vita di seminario si può sperimentare questa amorevole presenza della Madonna, che introduce ciascuno all’incontro con Cristo, nel silenzio della meditazione, nella preghiera e nella fraternità. (...) «E prostratisi lo adorarono ... e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,11-12). E questo il culmine di tutto l’itinerario (...). Il segreto della santità è l’amicizia con Cristo e l’adesione fedele alla sua volontà. «Cristo è tutto per noi», diceva Sant'Ambrogio; e San Benedetto esortava a nulla anteporre all’amore di Cristo. Cristo sia tutto per voi. (...) Cari seminaristi! Se Dio vorrà, un giorno anche voi, consacrati dallo Spirito Gen's 5/2005 - 143 — pag. 42 — Santo, inizierete la vostra missione. Ricordatevi sempre le parole di Gesù: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Se rimarrete in Cristo, porterete molto frutto. Non voi avete scelto lui, ma lui ha scelto voi (cf Gv 15,16). Ecco il segreto della vostra vocazione e della vostra missione! Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org «Cantiere gens» Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 5/2005 - 144 Dal discorso ai seminaristi presenti alla Giornata mondiale dei giovani, Colonia, 19 agosto 2005 aste distese di grano e prati, intervallate da boschi, fiumi, sperduti villaggi. Un cielo azzurro, a volte coperto da dense nubi, _\ cheti da il senso dell’infinito. E per l’occasione del nostro arrivo, un arcobaleno: ecco l’ambiente della Mariapoli Fiore vicino a Varsavia che ha accolto dal 20 al 29 luglio 75 seminaristi di 16 nazioni. Scopo dell’incontro: un “cantiere gens”. Sì, cantiere, perché di una costruzione si trattava, un contributo fattivo, da dare anche con le mani, a questa nascente cittadella del Movimento dei focolari; ma prima i seminaristi presenti hanno voluto “costruire la Chiesa come casa della comunione” (NMI 43). Così il motto dell’appuntamento. «Ama e fa’ quello che vuoi» (s. Agostino) era il /eitmotiv di quest’esperienza e stupefacente è stato il risultato: né svogliatezza né dispersione, ma uno scoppio di creatività, libertà e fraternità. Immaginate, ad esempio, un pulmino di giovani ungheresi che devono partire un po’ prima della fine del “cantiere”. E alle 10 di sera, una settantina di seminaristi attorno a cantare, a salutare, senza che nessuno lo avesse suggerito, semplicemente perché in una famiglia non è pensabile diversamente. Famiglia, sì, quella universale che Gesù ha iniziato quando ha chiamato i primi discepoli; famiglia che allora non conosceva né giudeo né greco e oggi, ancora, non si ferma ai confini nazionali. Meditazioni sui punti forza di una spiritualità di comunione, momenti di lavoro, sport, escursioni, incontri di gruppo con scambio di esperienze e verso sera, quale culmine della giornata, l’Eucaristia: sono stati questi gli ingredienti che hanno lasciato in tutti la convinzione che la comunione, quella effettiva, è davvero possibile, per quanto ai seminaristi possa sembrare non di rado un’utopia... A contribuire al successo è stato senza dubbio l’ambiente della Mariapoli, la schietta fraternità di focolarini, focolarine e altri abitanti della cittadella: pochi per ora, ma buoni. Rimarrà un indimenticabile ricordo, fra gli altri, un’esperienza emblematica. E in programma una serata per la popolazione, con canti, testimonianze, contributi artistici. Ma ecco che un violento temporale si abbatte su quel luogo e fa saltare la corrente. Che fare? La pioggia smette. Ma la corrente non torna più quella sera. La gente invece arriva, e in numero tale che la sala non potrà contenere tutti. Di corsa si asciugano il palco e le panche nel cortile e si sfrutta la poca luce del sole che ormai tramonta, per offrire almeno qualcosa di quello che si è preparato. Poi un’idea: due tre macchine, con i fari accesi, possono fare da illuminazione. Nella fretta con cui bisogna agire, nessuno può avere in mano le fila della situazione. Ma un Altro sembra muovere le cose, tanto che ciascuno “sa” come contribuire all’insieme. E stata una serata d’incanto! — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 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