gen’s 2005/6 – Gesù presente nella comunità/3 Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2005-6-gesu-presente-nella-comunita-3/ — pag. 1 — Editoriale Partire dall’essenziale Card. Francois X. Nguyen Van Thuan II Risorto sulle vie del mondo Ghiara Lubich La.presenza di Gesùtra i suoi Franz SedImeier «Abiterò in mezzo a loro...» Gérard Rossé L’Emmanuele, il Dio-con-noi Hans-Jurgen Obermeyer Toni Weber, formatore alla comunione Andrea Fleming «Dove due.o tre» sacerdoti... Vilson:Groh Periferia e pericoresi a cura:della: redazione Convegno ecumenico a Bucarest Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento anno VIA Postale = DL. 353/2003 (conv. in: L:27/02/2004 novembre - dicembre n: 46) art. 1\comma 2:DCB- ROMA — pag. 2 — novembre - dicembre 2005 145 EDITORIALE Partire dall’essenziale Hubertus Blaumeiser 147 restIMonIANnZA Il Risorto sulle vie del mondo Card. Francois Xavier Nguyen Van Thuan 148 spirITUALITÀ Alcuni effetti della presenza di Gesù tra i suoi Riflessioni partendo dai Padri della Chiesa Chiara Lubich 150 STUDIO «Abiterò in mezzo a loro...» La presenza di Dio nel suo popolo — prospettive di teologia biblica Franz SedImeier 156 STUDIO L’Emmanuele, il Dio-con-noi Il significato della promessa di Mf 18, 20 sullo sfondo della teologia veterotestamentaria dell’alleanza Gérard Rossé 164 ESPERIENZA Una casa per i sacerdoti Toni Weber, formatore alla spiritualità di comunione Hans-Jiirgen Obermever 168 ESPERIENZA «Dove due o tre» sacerdoti... Una perla del Vangelo da offrire a molti Andrea Fleming 171 esPeRrIENZA La festa di tutti Natale nella periferia di Buenos Aires Francesco Ballarini 174 ESPERIENZA Periferia e pericoresi Il carisma dell’unità in una periferia di una città brasiliana Vilson Groh 178 CHIESA NEL MONDO Convegno ecumenico di vescovi a Bucarest a cura della redazione 181 inpice Indice analitico 2005 a cura della redazione 184 spirituALITÀ Natale! Chiara Lubich Ladicriià trinomio in cn cid i ah dec tt li — pag. 3 — editoriale Partire dall’essenziale Dî 16 al 20 ottobre 2006 — come si sa — la Chiesa in Italia si ritroverà a Verona per il IV Convegno Ecclesiale nazionale, intenta a fare il punto della situazione a metà di questo decennio durante il quale l’azione pastorale e la vita delle comunità cristiane sono orientate a comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo» sarà il tema dell’importante assise che ripropone quello che era già stato il filo rosso di tutti i Sinodi di vescovi a raggio continentale che avevano preceduto il Grande Giubileo del 2000. «Ripartire da Cristo», dal suo volto dolente e insieme risorto, è stata pure la parola d’ordine che Papa Wojtyla, a Giubileo concluso, ha consegnato alla Chiesa intera nella sua Lettera-programma Novo millennio ineunte. Ma che cosa vuol dire essere «testimoni di Gesù Risorto»? E in che senso egli è «speranza per il mondo»? E questa la domanda che urge porsi. Nel presentare nella primavera scorsa lo strumento di preparazione del Convegno, il card. Tettamanzi, mostrando grande sensibilità a tali interrogativi, ha affermato che la tematica scelta intende «far convergere quattro fondamentali elementi: la persona di Gest, il Risorto che vive in mezzo a noi; il mondo, nella concretezza della svolta sociale e culturale della quale noi stessi siamo destinatari e protagonisti; /e attese di questo mondo, che il Vangelo apre alla vera speranza che viene da Dio; l’împegno dei fedeli cristiani, in particolare dei /aici, per essere testimoni credibili del Risorto attraverso una vita rinnovata e capace di cambiare la storia». Non si tratta quindi di una semplice riaffermazione della fede nella presenza sempre attuale del Risorto, ma di coniugarla con il vissuto del mondo e degli uomini di oggi — impegno che vede in primo piano i laici — onde mostrare con evidenza l’incidenza storica e vitale del messaggio evangelico. Quasi a ritornare alle origini del cristianesimo quando l’annuncio fondamentale era: «Gesù di Nazaret (...), voi l’avete inchiodato sulla croce (...). Ma Dio lo ha risuscitato. (...) E noi tutti ne siamo testimoni» (cf 4 2, 22-32). Testimoni non solo perché gli apostoli lo avevano «visto», anzi «toccato» (cf /Gv 1, 1), ma perché egli era presente in loro e viveva in mezzo a loro che ormai erano diventati il suo «Corpo». Urge, nel nostro tempo, pieno di sfide, tornare all’essenziale. E rispondere — come ha detto ancora il card. Tettamanzi — «ad alcuni interrogativi di fondo e di grande interesse: che cosa il Vangelo comunica alla vita dei cristiani? come Gesù Cristo può rigenerare questo vissuto, soprattutto nella sua dimensione quotidiana? come può essere plasmata una nuova prospettiva antropologica nell’epoca della complessità?». La presenza di «Gesù in mezzo ai suoi», così come viene intesa e vissuta nella spiritualità dell’unità, ha da offrire spunti importanti per rispondere a tali domande. Dove Cristo si rende presente nella reciprocità dell'amore — come sottolinea la dottrina spirituale di Chiara Lubich attualizzando linee di fondo del messaggio biblico (cf Gen's 6/2005 — pag. 4 — 146 editoriale i due studi riportati in questo numero di «gen’s») — non soltanto si dinamicizza la vita ecclesiale, con importanti conseguenze per la stessa sopravvivenza della Chiesa in contesti particolarmente difficili (cf. la testimonianza del card. Van Thuan), ma si fa strada pure una realtà antropologica qualitativamente nuova che intercetta le aspirazioni più profonde di ogni persona umana ed è, allo stesso tempo, intimamente legata a Cristo. Vengono superate — come avvenne nelle prime comunità cristiane (cf At 4, 32; Ga/ 3, 28) — barriere sociali, culturali, razziali e si fa l’esperienza di essere uno nella distinzione e distinti nell’unità — liberi ma non soli, in comunione con gli altri ma pienamente se stessi — ad immagine di quella vita trinitaria che da sempre è iscritta come anelito in ogni cuore umano ma che senza il dono della grazia, fuori del raggio d’azione del Risorto, non riusciamo a realizzare. Far sperimentare questa nuova socialità che affonda le sue radici in Cristo è istanza prioritaria per la vita ecclesiale oggi. Farla dilagare come per contagio significa dare un forte impulso alla missione: comunicare la novità del Vangelo in un mondo che cambia. Ma c’è un altro fatto da ricordare: la promessa di Gesù di essere presente là dove due o tre sono riuniti nel suo nome (cf M? 18, 20), nel 2006 sarà il leitmotiv della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. «Il fulcro di quanto ci unisce è la presenza del Cristo Risorto», si legge nella presentazione della Settimana. E poco oltre: «Radunarsi nel nome di Gesù significa condividere l’amore che Egli ha portato sulla terra. Questo amore (...) è un amore generoso, che si dona e soffre». Niente e nessuno come la presenza del Risorto, resa sperimentabile da tale amore, può dare fecondità alle varie forme di dialogo volte a ristabilire la piena visibile unità dei cristiani che è condizione indispensabile per poter essere efficacemente testimoni della speranza nel mondo di oggi. H.B. Gen's 6/2005 — pag. 5 — testimonianza 147 Il Risorto sulle vie del mondo uando, dopo il crollo del muro di Berlino, si riunì la Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei vescovi per l'Europa e si interrogò sulla nuova evangelizzazione del Continente, un religioso ungherese sottolineò che l’unica Bibbia che è letta dai cosiddetti “lontani” è la vita dei cristiani. E potremmo aggiungere: siamo noi, è la nostra vita, l’unica eucaristia di cui si ciba il mondo non cristiano. Per la grazia del Battesimo e particolarmente per l’Eucaristia siamo inseriti in Cristo, ma è nella fratellanza vissuta che la presenza di Gesù nella Chiesa si manifesta e diventa operante nell’esistenza quotidiana. (...) Nel silenzio, due o tre credenti possono testimoniare nell’amore reciproco ciò che costituisce la loro identità profonda: l’essere Chiesa nella cura dei più deboli, nella correzione fraterna, nella preghiera in unità, nel perdono senza limiti. San Paolo dice: «Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (£f 5, 2). Nel mio Paese (Vietnam), prima della perestroika, in ciascuna delle due diocesi di Langson e Bac Ninh nel Nord del Vietnam, sono rimasti soltanto due preti e anche questi non potevano uscire liberamente dalla loro residenza. Racconta il cardinale Giuseppe Trinh Nhu Khue: «Piccoli gruppi di due o più vivevano il Vangelo nel quotidiano e si aiutavano in ogni modo; e nel dono reciproco sperimentavano la presenza di Colui che ha detto: “Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33 )». È soprattutto grazie a questi piccoli gruppi che sperimentavano e testimoniavano nel quotidiano la presenza di Cristo, che la Chiesa nel mio Paese è sopravvissuta. Ovunque, infatti, si poteva verificare questa presenza di Cristo. Anche fra due cristiani che si incontravano al mercato o fra due uomini che lavoravano fianco a fianco nel campo di rieducazione. Non occorreva parlarsi. Non occorreva un particolare contesto. Bastava unirsi «nel suo nome», vale a dire nel suo amore. E si sperimentava la presenza del Risorto che illuminava e confortava. Nella presenza di Cristo in mezzo a noi trovavamo la speranza: quella speranza che «non delude» (Rm 5, 5). E grazie ad essa irradiavamo il Vangelo attorno a noi. Proprio quando veniva meno tutto, Gesù ha ripreso a camminare per le strade del nostro Paese. È uscito dai tabernacoli e si è fatto presente nelle scuole e nelle fabbriche, negli uffici e nelle prigioni. Card. Frangois Xavier Nguyen van Thuan Testimoni della speranza, Esercizi spirituali tenuti alla presenza di S.S. Giovanni Paolo II, Città Nuova, Roma 2000, pp. 181-184, Gen's 6/2005 — pag. 6 — Alcuni effetti della presenza di Gesù in mezzo ai suoi La dottrina di Chiara Lubich sulla presenza del Risorto dove due o tre sono riuniti nel suo nome, partendo da alcuni scritti dei Padri della Chiesa, messi a confronto con l’esperienza del Movimento dei focolari. Riportiamo qui solo alcuni stralci tratti dal suo libro: “Scritti spirituali3”. Gesù in mezzo è salvezza nelle situazioni difficili Gesù in mezzo è la salvezza e la possibilità di vita del Movimento, dove le condizioni esterne ne ostacolano la libertà di sviluppo, o per la presenza di religioni intolleranti della nostra, o per l’ambiente scristianizzato da un materialismo di idee o di costume, o per l’assenza completa — come nei paesi non cristianizzati — della conoscenza di Gesù. Là le nostre case sono il luogo di ritrovo e Gesù in mezzo le fa chiese. Queste circostanze ci riportano alla situazione della Chiesa delle origini. Nelle Costituzioni Apostoliche, che sono la più importante raccolta giuridico-liturgica dell’antichità cristiana, sta scritto infatti: «Se (a causa dei non credenti) non è possibile radunarsi né in una casa né in una chiesa, ciascuno salmeggi, legga (le Scritture), preghi in casa sua, specialmente in due o tre insieme: “poiché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”» (PG 1, 1138). E Tertulliano nel De fuga in persecutione scrive: «Non puoi accorrere alle singole (riunioni)? per te anche in tre ci sia la Chiesa» (PL 2, 142). E Teodoro Studita ammonisce: «Fratelli e Padri, Dio ci ha accordato un sommo beneficio nell’essere perseguitati per causa sua, così come dice nei Vangeli: “Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Però dobbiamo badare che, andando incontro ad una vita indegna di beatitudine — cioè non evangelica —, non abbiamo la persecuzione come punizione. Chi è perseguitato dunque prima di tutto deve non vivere da solo, ma anzi convivere con un altro fratello, poiché “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, dice il Signore» (PG 99, 622). Gesù in mezzo garantisce, per Teodoro, autenticità di vita secondo il Vangelo. Gesù in mezzo ci unisce anche se lontani Atanasio applica M? 18, 20 anche a coloro che sono distanti, ma uniti spiritualmente. Questo è di grande gioia per noi. «Sebbene ci separi la distanza, tuttavia... il Signore... ci riunisce spiritualmente mediante la concordia e il vincolo della pace. Mentre abbiamo questi sentimenti ed eleviamo le medesime preghiere, nessuna distanza ci può dividere poiché il Signore ci unisce e ci lega strettamente insieme. Infatti, dove due o tre si riuniscono nel suo nome egli stesso è presente in mezzo a loro, come ha promesso» (PL 26, 1397-1398). Gen's 6/2005 — pag. 7 — spiritualità Gest in mezzo e l’unità con la Chiesa intera C’è un fatto misterioso e meraviglioso della nostra vita ideale: chi è stato a convincerci sempre, senza il minimo dubbio, che tutto ciò che facevamo aveva valore se in unità con la Chiesa gerarchicamente costituita? Chi è stato a stamparci nel cuore che la Chiesa ci è sempre stata madre, anche quando qualcuno, non esperto in Opere di Dio, lo poteva dubitare, e che quindi la nostra vita doveva svolgersi come quella di figli di questa madre? Chi è stato a dar valore a Gesù in mezzo che cercavamo di avere in tutte le nostre riunioni, se non la fede e la convinzione che Egli era lì in mezzo a noi perché il nostro piccolo gruppo era unito alla grande Chiesa e ai suoi pastori? Pensandoci ora, pensando all’età che avevamo, ci vengono le vertigini. Avremmo potuto sbagliare mille volte su questo punto, ma non si è sbagliato mai. Resta da dire che Colui che ci ha guidato così è stato lo Spirito Santo. Anche su questo punto i Padri confermano con forza la linea da noi tenuta. Cipriano dice: «E non s’ingannino alcuni — con una interpretazione che le svuoti di significato — circa le parole del Signore: “dove due o tre saranno riuniti nel mio nome, io sarò con loro”... (Gesù) ci insegna così che dobbiamo essere sempre e strettamente uniti fra noi. Ebbene, come può essere in accordo con un altro chi non è in accordo col corpo della stessa Chiesa e con l’intera comunità dei fratelli? In che modo possono radunarsi due o tre in nome di Cristo, quando si sa che essi si sono separati da Cristo e dal suo Vangelo? Infatti, non noi da essi, ma essi da noi si sono allontanati; poiché le eresie e gli scismi sono venuti fuori dopo, sono stati essi ad abbandonare la fonte e l’origine della verità, fondando per sé diverse conventicole. Ma il Signore parla della sua Chiesa, parla a quelli che sono nella Chiesa: se costoro sono concordi, se come ha prescritto e raccomandato, due o tre pregano radunati, sì, ma unanimi, essi otterranno dalla maestà di Dio quanto chiederanno... Dunque, quando fra i suoi precetti dice: “Dove saranno due o tre, io sarò con loro”, non divide gli uomini dalla Chiesa, Lui che ha istituito e formato la Chiesa... » (PL 4, 524-525). Gesù in mezzo a noi, fratello tra i fratelli, maestro, guida, conforto, luce: nulla da invidiare a coloro che lo ebbero vicino in Palestina. Tutto da sperare da questa sua ultrastraordinaria promessa. Principio d’incendio divino nel mondo dovunque Egli si trova: Lui che ha detto: «Fuoco son venuto a portare sulla terra» (Le 12, 49). Abbiamo un immenso tesoro, abbiamo il tesoro; lasciamo tutto per possederlo: ci donerà il Paradiso in terra e nell’aldilà. Chiara Lubich Gen's 6/2005 — pag. 8 — 150 studio La presenza di Dio nel suo popolo — prospettive di teologia biblica «Abiterò in mezzo a loro...» di Franz SedImeier L'autore è professore di Antico Testamento e decano della Facoltà di teologia cattolica all’Università di Augsburg. Il presente contributo mette a fuoco come il Primo Testamento parla del “prendere dimora di Dio fra gli uomini”. L'articolo segnala poi le ripercussioni storiche di questa nozione veterotestamentaria sia nel discorso postbiblico-giudaico della “Shekhinah” che negli scritti del Nuovo Testamento sulla presenza di Cristo in mezzo ai suoi. EE un tempo di crisi. Ciò che per secoli aveva fornito appoggi e orientamenti era venuto meno. Mancavano prospettive. Le grandi speranze erano crollate. E nessuno sapeva in che modo si potesse continuare. Il paese era devastato, occupato dai nemici. Il tempio, il luogo della presenza di Dio, giaceva in macerie. Parte della popolazione era stata deportata, viveva in esilio, lontano dalla propria patria. Era subentrato il caos sulla gente di quel tempo. Sembrava che Dio avesse nascosto il suo volto. 1. L’anelito di Dio: l’uomo vivente Alcuni teologi, di cui non conosciamo i nomi, posero gli uomini del loro tempo davanti a un’alternativa: o ci fissiamo sul negativo, sul caos, e allora questa confusione Gen's 6/2005 insanabile continuerà a condizionare la nostra vita. Oppure diamo un’opportunità a Dio e in questo modo anche in mezzo ai deserti crescono gli spazi della speranza, spazi di vita. Perché — questa è l’esperienza degli autori biblici —- Dio desidera abitare presso gli uomini. Dio vuole prendere abitazione, impiantare la sua tenda in mezzo al caos umano!. Scoprire nel caos il sì di Dio A quell’epoca — nel tempo del cosiddetto esilio babilonese — fu scritto il primo grande testo della Bibbia, Gn 1, 1-2, 4a. Secondo questo “racconto della creazione” Dio realizza — dal caos invivibile (Gn 1, 2) e con l’azione della sua parola potente e generatrice di vita — uno spazio adatto alla vita. Ad ogni creatura, ad ogni essere vivente viene assegnato il proprio ambiente vitale (Gn 1, 3-31). La creazione dell’uomo e della donna rappresenta un vertice del racconto della creazione (Gn 1, 26-31). Dio decide dentro di sé: «Facciamo l’uomo». Si tratta di una presa di posizione consapevole e ponderata per l’uomo. Dio vuole l’uomo! Indipendentemente da come l’uomo sia arrivato ad essere tale da un punto di vista evoluzionistico, vale per lui: tu sei voluto da Dio. Sulla tua vita c’è un grande SÌ. È il SÌ di Dio — fin dal principio. Allo stesso tempo l’essere umano fa parte della creazione. Voluto e amato da Dio, l’uomo condivide il suo destino con l’intera crea- — pag. 9 — studio 151 zione. Insieme ad essa egli è rinviato a Dio e dipende da Dio. L'uomo — immagine di Dio «Facciamo l’uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine». Nell’antico Oriente, nel mondo dal quale proviene la Bibbia, i governanti erano considerati spesso immagini delle rispettive divinità, come ad esempio i re dell’Assiria e di Babilonia o i faraoni egiziani. Ritenevano inoltre che una parte dello splendore e della gloria divini fossero riversati su di loro. Ciò che attorno a Israele veniva considerato vero solamente per i grandi e potenti vale — secondo la testimonianza biblica — per tutti gli uomini. Ogni essere umano, forte o debole, sano o malato, uomo o donna, piccolo o grande: ogni essere umano reca in sé una dignità regale. Lo splendore della luce divina è sopra di lui. Ogni essere umano è chiamato ad essere portatore e diffusore di tale luce. Si ricordi pure un’altra tradizione del mondo biblico. Spesso i Re che governavano un grande regno, facevano collocare immagini di sé nelle varie province del loro regno. In questo modo intendevano affermare: in questa immagine — una statua o un bassorilievo — sono presente io. L'immagine rappresentava il sovrano, lo rendeva “presente”. Applicato all’affermazione che l’uomo è immagine di Dio, ciò significa: nell’essere umano Dio si rende presente ed opera in un modo speciale nella sua creazione. Attraverso di lui Dio vuole essere presente nel mondo. L’uomo è, per così dire, la presenza di Dio nella creazione, il luogo in cui Dio e la creazione possono rendersi presenti in modo particolare l’uno all’altra. L'immagine tradita La vocazione ad essere immagine di Dio comprende anche una speciale responsabilità. Per questo motivo l’uomo è incaricato di “dominare” — un’espressione di non facile comprensione, a volte malintesa e abusata. “Dominio” non significa arbitrio e sottomissione né esercizio di potere ad ogni costo o sfruttamento irrispettoso delle risorse disponibili, sia in natura che nell’umanità. A1 contrario! “Dominare”, nell’antico Oriente, è un'espressione dalle connotazioni assai positive. Il “dominatore” è al contempo il pastore. Spetta a lui difendere la pace, preservare e dar forma all’ambiente vitale, imporre il diritto e la giustizia, perché sia possibile una vera convivenza. Secondo il racconto biblico della creazione l’uomo non può concepire tale incarico in modo autosufficiente o arbitrario. È un compito che gli è stato affidato da Dio stesso. E perciò deve compierlo anche con responsabilità di fronte a Dio e secondo le sue intenzioni. L'uomo agisce in quanto immagine di Dio, se segue le indicazioni divine, se si orienta secondo la volontà di Dio. La potente ed efficace parola di Dio, che l’ha chiamato in essere, deve anche farsi spazio nella sua vita, rinnovarlo e indicargli il cammino. Ma com'è in realtà il mondo dell’uomo? La Bibbia accosta al racconto della creazione il racconto del diluvio universale: l’uomo tradisce la sua chiamata ad essere immagine di Dio. Esercita violenza — il contrario di “dominio” — e così scatena il caos, che si esplicita nell'immagine cosmica del diluvio. Questa è, spesso, la realtà dell’uomo. I due grandi racconti della creazione e del diluvio universale non rappresentano un “prima” e un “dopo”; mostrano bensì il mondo, così com’è stato pensato da Dio (l’uomo a sua immagine) e così come viene ripetutamente ridotto dall’uomo (l’immagine tradita). All’immagine “reale” del mondo — il diluvio come esperienza del caos: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra” (Gen 6, 5) — viene contrapposta l’immagine ideale del mondo voluto da Dio: «E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto buono» ovvero «molto bello»?. In questo mondo contraddittorio, che da una parte viene scosso dalla distruzione e dal caos, ma che al contempo è realizzato in modo tale da poter accogliere la presenza trasformatrice e rinnovatrice di Dio, vive Israele, vive la Chiesa. Ma se la vocazione di ogni uomo è già quella di esprimere la presenza di Dio in questo mondo contraddittorio, per quale fine Gen's 6/2005 — pag. 10 — 152 studio dunque esiste Israele? E perché è necessaria una Chiesa, la quale, secondo gli scritti neotestamentari, traccia il profilo della propria autocomprensione proprio riagganciandosi ai testi veterotestamentari? Perché la Bibbia parla ancora di un “popolo eletto”, se ogni essere umano nella creazione è chiamato ad essere “presenza di Dio”? 2. La tenda di Dio tra gli uomini Torniamo al primo racconto biblico. Il settimo giorno Dio riposa — un’affermazione significativa. Il settimo giorno è il giorno del compimento e della pienezza di vita (Gn 2, 1-4a). Il riposo di Dio è segno del compimento. Ma espressamente si parla soltanto del riposo di Dio, non del riposo dell’uomo. Presso Dio e in Dio la creazione è compiuta. Ma come giunge questa pienezza agli esseri umani e nel loro mondo? La descrizione di questo settimo giorno in Gn 2, 1-4a, attraverso l’utilizzo di parole-chiave, si spinge ben al di là del racconto della creazione e rinvia al racconto sinaitico di Es 19-40?. Portatori della luce divina Dopo gli avvenimenti della liberazione dal potere del faraone (Es 1-15), passando attraverso il deserto (Es 15-18), il popolo di Israele raggiunge il Sinai (Es 19ss). Per sei giorni — come si legge in Es 24, 15ss — il monte è coperto dalla nuvola. Non succede nulla. La nuvola è segno della presenza di Dio. Dio appare come l’indisponibile e l’inavvicinabile. Il settimo giorno invece Mosé sale sul monte ed “entra” nella nuvola. Sperimenta il Dio presente. Lo splendore di Dio si mostra all’intero popolo. Israele può prendere parte al compimento e alla gloria di Dio. Questo settimo giorno è per l’appunto il giorno nel quale, secondo Gn 2, 1-4, il mondo è compiuto in Dio. «Mosé salì dunque sul monte. La nube coprì la cima del monte e il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua gloria. Essa appariva agli occhi di tutto il popolo come un fuoco divorante. La nube coprì il monte per Gen's 6/2005 sei giorni; al settimo il Signore dal mezzo della nube chiamò Mosé, e Mosè entrò nella nube e salì sulla cima. Egli rimase là quaranta giorni e quaranta notti» (Es 24, 15-18). Ciò significa che in Israele si manifesta — e così diventa visibile nel mondo — qualcosa della pienezza e dello splendore di Dio. La magnificenza di Dio, il suo sabato deve incendiare Israele «come fuoco che consuma» e attraverso Israele deve raggiungere e toccare il mondo. Nel Nuovo Testamento ciò corrisponde al messaggio del discorso della montagna: «Siete la luce del mondo... Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta» (M? 5, 14-16). Per quale motivo e per quale fine allora esistono Israele e la Chiesa? In un mondo sperimentato come conflittuale e lacerato, attraverso il popolo eletto da Dio deve diventare “visibile” qualcosa dell’integrale pienezza creata da Dio e che lui intende realizzare. Israele viene scelto, perché Dio vuole rendere visibile nel mondo lo splendore della pienezza. Grazie a questa luce viene sempre di nuovo in rilievo la dignità e la grandezza dell’uomo come immagine di Dio. Per questo motivo a Israele e alla Chiesa spetta in modo speciale il compito di proteggere la dignità riconosciuta da Dio all’essere umano e di metterla sempre di nuovo “in luce”. Una casa di pietre vive Cosa avviene sulla montagna? Mosè guarda il Santuario celeste, la dimora di Dio in cielo. Perché vede la dimora celeste? Deve costruire quel Santuario sulla terra. Es 25, 1.8-9: «Il Signore disse a Mosè: “Gli Israeliti mi consacreranno un luogo particolare, così io abiterò in mezzo a loro. Farete la tenda e gli oggetti di culto uguali al modello che io ti mostrerò”). Dio desidera abitare sulla terra, così come abita in cielo. Israele stesso deve essere il suo santuario, una casa di pietre vive. Dio vuole essere presente nel suo popolo Israele e attraverso di esso nel mondo. Per questo quindi esiste Israele, il popolo eletto, e per questo esiste anche la Chiesa: affinché Dio abiti in — pag. 11 — studio 153 mezzo a loro e gli sia possibile comunicare qualcosa della pienezza che è presso di lui. La presenza trasformante di Dio Ci soffermeremo ora sulla tenda sacra, sulla “tenda dell’incontro”, e sulla forza trasformante della presenza divina. «In quel luogo mi incontrerò con gli israeliti, ed esso sarà consacrato dalla mia presenza gloriosa. La tenda dell’incontro e l’altare saranno consacrati a me. Anche Aronne e i suoi figli saranno consacrati a me per servirmi come sacerdoti. Abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio. Riconosceranno che io, il Signore, il loro Dio, li ho fatti uscire dall’Egitto per poter abitare in mezzo a loro. Io, il Signore, sono il loro Dio (Es 29, 43-46). La presenza di Dio in mezzo al suo popolo non conduce soltanto ad una percezione nuova di Dio da parte di Israele. In questo incontro Israele stesso viene rinnovato e santificato. La presenza di Dio fa vedere a Israele in una luce nuova anche la propria storia e gliela fa capire come un cammino con Dio. Il cammino di Dio con il suo popolo è orientato a questo obiettivo: preparare a Dio una dimora. La ragione d'essere di Israele risiede quindi in questo: essere, se così si può dire, “contenitore” della presenza di Dio nel mondo. Israele, con tutti i suoi limiti, rende possibile che Dio faccia irradiare il suo splendore nel mondo. La forza trasformante della presenza di Dio diviene così messaggio per il mondo. Tendere l'orecchio al ritmo di vita di Dio Del completamento della creazione (Gn 2, 1-4a) fa parte il completamento del santuario (Es 40, 33). Non soltanto la storia della salvezza di Israele, bensì anche l’intera storia della creazione tende a questo: preparare d Dio una dimora, attraverso Israele. Dove Dio è presente, la realtà della creazione e quella della salvezza si incontrano rinviando l’una all’altra. «Così Mosè terminò tutti i lavori. Allora la nube coprì la tenda dell’incontro e la presenza gloriosa del Signore riempì l’abitazione. Mosè non poté più entrare nella tenda dell’incontro perché su di essa c’era la nube e la presenza gloriosa del Signore riempiva l’abitazione» (Es 40, 33b-35). Il grande compito di Israele nel mondo e per il mondo consiste quindi nell’affinare l’attenzione alla realtà divina e nel custodire il santo che gli è affidato. Tale opera di custodia della presenza di Dio non può ovviamente essere realizzata esclusivamente nel giorno del sabato e nella celebrazione sacra. Questo impegno abbraccia tutta la vita, il giorno del sabato e la quotidianità. Anche la vita quotidiana con i suoi ritmi dev'essere intrisa di questa presenza divina. Nelle parole del testo biblico: «A ogni tappa, quando la nube si alzava dall’Abitazione, gli Israeliti levavano l'accampamento. Se però la nube non si alzava, essi non partivano e attendevafo che la nube si fosse alzata» (Es 40, 36- 37). Il compito principale di Israele lungo il cammino attraverso il deserto verso la Terra Promessa della pienezza consiste dunque in primo luogo nell’essere attento alla presenza divina. I tempi per riposare e per essere attivi, i tempi per riflettere e per ricominciare sono determinati a partire dalla presenza di Dio. La presenza di Dio forgia il ritmo vitale del popolo di Dio. Questo “ante omnia” di un amore vigilante per la presenza di Dio è costitutivo per il cammino di Israele attraverso i tempi e rimane costitutivo anche per il cammino della Chiesa?. 3. Ebrei e cristiani: testimoniare insieme il Dio vivente Che Dio voglia prendere dimora fra gli uomini è illustrato dall’ Antico Testamento in molteplici modi. Non soltanto i racconti dei Patriarchi della Genesi o i testi citati sopra del Libro dell’Esodo, anche i Salmi (cf S/ 23; 46) e gli Scritti profetici si occupano di questo argomento. Così ad esempio il profeta Ezechiele, nel suo annuncio di salvezza, trac- Gen's 6/2005 — pag. 12 — 154 studio cia immagini che preannunciano una vita futura e non più perdibile nella presenza di Dio: «... Stabilirò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. Abiterò con loro: essi saranno il mio popolo, io sarò il loro Dio. Quando avrò messo il mio santuario in mezzo a loro per sempre, allora le nazioni riconosceranno che io sono il Signore e che ho consacrato Israele al mio servizio» (Ez 37, 26-28). Questo messaggio biblico-veterotestamentario sul “prendere dimora” di Dio nel suo popolo ha avuto un influsso decisivo, nel suo doppio seguito storico, sia sull’ebraismo che sul cristianesimo. Entrambe le religioni sorelle testimoniano, benché in modi diversi, il Dio vivente che in quanto trascendente si prende cura del mondo e non lo lascia in balia degli eventi. La teologia giudaica postbiblica della Shekhinah Nella tradizione ebraica, in epoca postbiblica, il messaggio della dimora di Dio tra gli uomini si ripercuote nell’insegnamento ‘ della Shekhinah. Quando i Romani, nel 70 d.C. distrussero il secondo Tempio (luogo della presenza di Dio) e quando il popolo di JHWH fù costretto ad affrontare grosse difficoltà, la teologia della Shekhinah — sorta durante il periodo dell’esilio e dopo l’esilio — venne ulteriormente approfondita nella riflessione rabbinica e venne sviluppata narrativamente in numerosi racconti sotto forma di parabola. Si trattava di dare conforto e motivazione a rimanere fedeli alla comunione con Dio. Questa teologia riflessiva e narrativa serviva ad Israele quale rassicurazione di sé e del proprio cammino con Dio, per vivere saldi nella comunione con Dio specialmente nelle notti della fede'. Nonostante le differenze evidenti, si rilevano anche forti legami tra la concezione biblica del “dimorare di Dio fra gli uomini”, il discorso postbiblico-ebraico della Shekhinah e il messaggio del Nuovo Testamento sulla presenza del Signore risorto fra i suoi (cf Mt 18, 20; 28, 20). Gen's 6/2005 Il messaggio del Nuovo Testamento L’idea veterotestamentaria del dimorare di Dio presso il suo popolo ha trovato espressione anche nel Nuovo Testamento. Accanto alle affermazioni fondamentali del Vangelo di Matteo', ciò diviene manifesto soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni, il cui prologo interpreta l'incarnazione del Logos divino sullo sfondo del messaggio veterotestamentario del dimorare di Dio fra gli uomini: «E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi» ovvero: «e venne a porre la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Nelle parole di Gesù, nelle sue opere e nel suo patire, il Padre stesso è all’opera. A chi corrisponde all’amore di Gesù, vive la sua parola e le rimane fedele, Gesù promette: «... il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Il vivere secondo la Parola fa sì che chi segue Gesù diventi tempio vivo, nel quale Dio stesso prende dimora. Anche Paolo — facendo riferimento a Lv 26, 1 — in 2Cor 6, 16 sottolinea che la comunità dei credenti in Cristo è «Tempio del Dio vivente». La parola di Cristo abita in mezzo alla comunità dei credenti (Co/ 3, 17). Ciò vale nella stessa misura dei singoli credenti, che si aprono al mistero di Dio nella fede. In loro abita lo spirito di Dio (Rm 8, 9.11; /Cor 3, 16; 27ît 1, 14); Cristo stesso abita nel loro cuore (E/3, 17). Il libro dell’ Apocalisse infine ci presenta la promessa veterotestamentaria come il traguardo delle vie di Dio: «Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà “Dio con loro”. Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. La morte non ci sarà più. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore» (Ap 21, 3-4). Questa immagine di una salvezza non più perdibile in un futuro realizzato da Dio non toglie però la responsabilità di fronte al presente. Al contrario! La salvezza futura deve agire sulla vita presente e modellarla. Essa chiede di cercare e di mettere in atto già fin da qui ed ora vie e forme di vita nelle quali si prepari una dimora al Dio vivente nel quotidiano. E, come afferma un detto ebraico: Dio prende dimora dove lo si fa entrare. — pag. 13 — studio 5) Israele e la Chiesa sono sollecitati a testi- moniare insieme, pur in modi diversi, che Dio vuole abitare in questo mondo ed essere presente agli uomini. Così può farsi strada nel mondo una speranza che non inganna e che sostiene. 1) 2) Franz SedImeier È presumibilmente al tempo dell’esilio in Babilonia, nel 6° sec. prima di Cristo, che nasce la teologia della Shekhinah, quale teologia narrativa che parla dell’abitare di Dio presso il suo Popolo, nonostante il fatto che i fedeli di JHWH nell’esilio sperimentino in maniera drammatica la perdizione e la lontananza da Dio. La parola ebraica “buono” può significare anche 3) 4) 5) “bello” e si riferisce pertanto alla beatitudine che Dio prova al cospetto del suo operato. Questo “ante omnia” muove l’autore della Prima Lettera di Pietro quando chiede alle prime comunità: «Soprattutto conservate tra voi una grande carità» (/Pf 4, 8). Tale sfondo biblico spiega la nota iniziale con cui si aprono gli Statuti generali del Movimento dei focolari e che formula in queste parole la “premessa di ogni altra regola”: «La mutua e continua carità, che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte dell’Opera di Maria la base della loro vita in ogni suo aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola». Per la genesi e il significato della teologia della Shekhinah cf tra l’altro Hanspeter Ernst, Die Schehkina in rabbinischen Gleichnissen, Judaica et Christiana 14, Frankfurt 1994. Cf più ampiamente il contributo di Gérard Rossé in questo numero di “Gens”, pp. 156-163. Gen's 6/2005 * — pag. 14 — 156 studio Il significato della promessa di Mt 18, 20 sullo sfondo della teologia veterotestamentaria dell’alleanza L'Emmanuele, il Dio-con-noi di Gérard Rossé L'autore, noto biblista, in questo articolo ci offre uno studio puntuale, profondo e contestualizzato sulla presenza di Gesù nella comunità secondo l’evangelista Matteo. 1. Il Dio-con-noi, caratteristica della teologia di Matteo La presenza di Gesù in mezzo alla comunità dei discepoli è senza dubbio una caratteristica dell’ecclesiologia di Matteo. L’evangelista menziona esplicitamente tale presenza, anche tra due o tre radunati nel suo nome, all’interno del cosiddetto “discorso comunitario” del cap. 18. L’affermazione cristologica di Mt 18, 20 potrebbe sorprendere all’interno di un discorso che fin lì era prettamente “teologico”, ma non è nuova per il lettore che ricorda Mt 1, 22-23: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi). Non sfugge la densità teologica di questi versetti. Il loro posto all’inizio dell’opera conferma l’importanza che l’evangelista attribuisce loro. In questo brano che può essere considerato il prologo del Vangelo, il narratore fornisce elementi basilari per carat- Gen's 6/2005 terizzare colui che ne è il protagonista. Gesù viene presentato come colui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt? 1, 21) e come «Emmanuele, il Dio-con-noi» (v. 23). In ambo i casi è Dio stesso a parlare ed egli parla per il tramite di un angelo e per mezzo del profeta e quindi nella Sacra Scrittura. Così l’autore sin dall’inizio svela implicitamente il punto di vista di Dio stesso sul ruolo e l’identità di Gesù, punto di vista che sarà per il lettore il criterio di lettura attraverso l’intero Vangelo. Notiamo come Matteo introduce la citazione del v. 23: «tutto ciò avvenne...», cioè tutto ciò che l’evangelista ha scritto nei versetti precedenti — l’origine divina del protagonista e la sua funzione salvifica già contenuta nel nome “Gesù” — tutto questo fa parte della Scrittura, di una Parola di Dio che giunge alla sua realizzazione in Colui che è l’Emmanuele: l’accento cade su questo titolo (ancora confermato dall’inclusione con M? 28, 20b). Per Matteo non c’è rottura storicosalvifica tra Israele e Chiesa, anzi la storia di Dio con il suo popolo giunge a compimento con la venuta di Gesù. L’evangelista inoltre lega i due “nomi” (“Gesù” e “Emmanuele”): la funzione di salvezza fa parte della vocazione dell’Emmanuele; la presenza del Diocon-noi è per vocazione una presenza salvifica in mezzo al suo popolo. L’epilogo dell’opera, come detto, mostra che l’attenzione dell’autore sacro si porta in modo speciale sul secondo nome': Emma- — pag. 15 — studio 197 nuele. Questo nome rimanda all’identità divina, misteriosa del protagonista di cui l’evangelista aveva parlato già in occasione del suo concepimento. Gesù presente è il luogo dell’auto-rivelazione ultima di Dio?. Egli realizza la presenza di JHWH in mezzo al suo popolo; non perché prendesse il posto di Dio, ma perché nella presenza dell’Emmanuele la vicinanza del Dio dell’alleanza giunge a compimento a favore di un popolo chiamato ad abbracciare l’intera umanità (cf M? 28, 18ss). La cristologia di Matteo è eminentemente teocentrica: essa rinvia a Dio chiamato «Padre che è nei Cieli». E così, il nome “Emmanuele, cioè Diocon-noi” illumina la storia di Gesù narrata nel Vangelo, come una storia in cui parla ed agisce il Dio vicino. Nello stesso tempo l’evangelista, attribuendo questo nome al Risorto, va al di là di questa storia narrata, riferendosi, a livello extradiegetico?, al tempo del lettore, un tempo che si estende alla storia intera dell’umanità e cioè «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20b). Il lettore è dunque invitato a leggere il Vangelo non soltanto come una storia passata e a capirla alla luce della fede pasquale, ma anche come una storia sempre attuale. Di conseguenza il lettore, seguendo la narrazione del Vangelo, si trova ad ogni pagina in contatto col “Dio-con-noi”, anche se l’evangelista non lo ricorda esplicitamente. Gesù risorto incarna la presenza salvifica di Dio, con la sua parola come unico Maestro (cf Mt 23, 8), con il suo agire come Colui che cura e sana le infermità, perdona i peccati (cf M? 8, 17), con la sua legge come Signore che ha ricevuto ogni potere (cf Mt 28, 18). 2. L’'Emmanuele alla luce della teologia dell’alleanza Per afferrare il pensiero che fa da sfondo alla teologia di Matteo, occorre rivolgersi all’Antico Testamento. L’evangelista che è giudeo-cristiano pensa con categorie bibliche. La stessa espressione “Dio-con-noi”, che suona familiare ad un lettore giudeo-cristiano, invita a rivolgersi alla teologia dell’alleanza che percorre la Bibbia (in particolare il Deuteronomio). Questa visione storico-salvifica illumina l’ecclesiologia matteana e permette di capire più in profondità ciò che significa e implica per l’evangelista la presenza di Cristo in mezzo ai suoi, e di cogliere il nesso sostanziale che lega, nella sua opera, cristologia, ecclesiologia ed etica. La scelta di una tale teologia non è casuale, ma risponde senz'altro ad una necessità interna della comunità alla quale Matteo rivolge la sua opera. La Chiesa matteana aveva bisogno di un risveglio: lo lascia intendere l’espressione “gente di poca fede” che percorre come un /eitmotiv l’intero Vangelo; il costante rimprovero che Gesù rivolge ai discepoli: mai una lode! (riservata unicamente ai “pagani” come la donna cananea e il centurione di Cafarnao); i numerosi avvertimenti e minacce di giudizio («là sarà pianto e stridore di denti») all’indirizzo degli stessi discepoli. In particolare sembrava spegnersi l’amore, come lascia intendere la parola redazionale di Mt 24, 12: «per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà». Ed è lì, per Matteo, il punto dolente, poiché se l’amore fraterno viene a mancare la comunità smarrisce la propria identità datale proprio dalla presenza di Cristo in mezzo ad essa. Parlando alla sua Chiesa nella prospettiva di una teologia dell’alleanza, l’evangelista riesce a mettere la vita della comunità a confronto con l’esperienza che Israele aveva fatto nella propria storia con il suo Dio. E un modo efficace per coscientizzare la comunità sul legame intrinseco che esiste tra “il Dio-con-noi”, il comportamento etico e le conseguenze di benedizione/maledizione, cioè di salvezza (entrare nel Regno dei Cieli) o di giudizio di condanna. Matteo ha trovato nella teologia dell’alleanza la coerenza interna capace di dare al suo insegnamento forza di convincimento. Vorrei sottolineare qualche aspetto della teologia dell’alleanza presente nel primo Vangelo. Gen's 6/2005 — pag. 16 — 158 studio a) L'alleanza è con la comunità L’alleanza è fatta non con un singolo, ma con Israele costituito come popolo e mantenuto nella sua identità di popolo di Dio dalla presenza di JHWH in mezzo ad esso. Matteo ama rappresentare la Chiesa come gruppo di discepoli attorno a Gesù: così la pericope della famiglia di Gesù, con i ritocchi che l’evangelista ha fatto rispetto alla sua fonte (Mt 12, 46-50; cf Mc 3, 31-35): lo sguardo di Gesù avvolge ora direttamente ed esclusivamente il gruppo dei discepoli; essi sono i fratelli suoi, ma questo rapporto personale è condizionato dal fare la volontà del Padre pienamente rivelata da Gesù. Significativa anche la reinterpretazione, compiuta da Matteo, dell’episodio della tempesta calmata (M? 8, 18-22.23-27; cf Mc 4, 35-41): egli fa precedere il racconto da una serie di /oghia sul discepolato, e così trasforma l’episodio in un racconto di vocazione vissuta: i discepoli con Gesù presente nella barca, immagine di una Chiesa ancora nelle prove del suo cammino storico. L’epilogo (M? 28, 16-20) del vangelo è particolarmente importante per far conoscere l’interesse del redattore: Gesù appare ai discepoli nella pienezza del potere divino ed è in questa sua autorità che egli invia i discepoli in missione. Da notare la scelta del vocabolario per caratterizzare la missione: non la terminologia tipica del Kerygma apostolico (reso con i verbi “annunciare”, “proclamare”), ma con i verbi “fare discepoli” e “battezzare, insegnare”. E l'insegnamento sta nel fare osservare i comandamenti di Gesù. La missione non è tanto messa in relazione col kerygma da proclamare, ma con la costituzione della comunità dei discepoli. Matteo ha di mira la vita della Chiesa come popolo di discepoli (cf M? 21, 43), al quale Gesù promette la sua presenza salvifica che richiede come risposta l’obbedienza alla sua Legge, popolo del quale tutte le nazioni sono invitati a farne parte. La permanenza della presenza del Signore — «fino alla fine del mondo» — conferma che essa non è soltanto messa in relazione con l’invio in missione, ma anche con il frutto di tale invio: la comunità dei discepoli che si definisce proprio per la sua Gen's 6/2005 relazione con il Risorto presente (cf Mt 8, 23ss; 12, 47-50; 21, 14-16). L’epilogo del Vangelo non fa dunque che sottolineare l’interesse dell’evangelista per la vita della comunità, una comunità giudeocristiana apertasi alle nazioni: un motivo in più per ricordarle la sua responsabilità di testimonianza. Non c’è infatti dubbio che Matteo chiama la sua Chiesa ad essere sale e luce, mediante la propria vita interna, per il mondo intero. La Chiesa deve essere “la città posta sul monte” per essere “luce del mondo”, e perché «risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei Cieli» (Mt 5, 14-16). Il tema della luce è frequente nella Bibbia, e riceve diverse applicazioni; messo in relazione con la “città sul monte”, evoca le profezie riguardo alla Città santa, luce delle nazioni per la presenza di JHWH in essa (cf /s 60, 1.3; 62, 1; 2, 1ss; Sa/ 121/122, 3 ecc.), ma ora applicato non più ad un luogo geografico ma ai discepoli come popolo convocato. Per Matteo la luce è riflessa dalle “opere buone”, cioè dall’esistenza dei discepoli che vivono in conformità con la volontà del Padre; in particolare nel loro amore fraterno essi sono luce (e non luci), e testimoniano l’unica fonte luminosa, la presenza dell’Emmanuele. Il lettore è già stato preparato a mettere il motivo della luce in relazione con Gesù: Mt 4, 16 applica alla venuta di Cristo il testo di /s 9, 1: «Il popolo che giace nelle tenebre ha visto una grande luce...)). b) Altra caratteristica dell'alleanza: il dono della Legge Gesù è presentato in veste di legislatore e unico Maestro (cf Mt 5-7; 23, 8), che comunica le sue esigenze sul monte, il nuovo Sinai (cf Mt 5, 1), esige obbedienza, promette il suo aiuto e minaccia il giudizio. Di conseguenza, e a differenza di Paolo, Matteo pone l’accento non tanto sulla gratuità della salvezza (che evidentemente riconosce: cf Mt 18, 27; 22, 2ss; ecc.), ma sul — pag. 17 — studio 159 comportamento etico come risposta a tale dono. Egli inserisce — nella linea della teologia dell’alleanza‘ — l’etica nella soteriologia. L’obbedienza alla volontà del Padre comunicata da Gesù è la condizione per entrare nel Regno dei Cieli. Il Decalogo, cuore della Legge di Mosè, mostra quanto sia fondamentale la dimensione sociale dei comandamenti: è all’interno di Israele come popolo col quale JHWH ha concluso l’alleanza, che il singolo membro vive il suo rapporto con JHWH; e questo rapporto richiede necessariamente il legame con gli altri, l’essere appunto popolo. Le esigenze di Gesù non sono diverse. La ripetuta esortazione a fare “opere buone” non è soltanto un invito ad una vita moralmente buona; l’insistenza stessa sull’agire cristiano rivela che per Matteo si tratta di ben più del dare buon esempio: occorre prendere sul serio la dimensione “Chiesa” del proprio comportamento. Una comunità che non mette in pratica «ciò che vi ho comandato» mette in gioco la propria identità che le viene dalla presenza di Cristo, e perde la sua ragione d’essere. Etica ed ecclesiologia sono inseparabilmente legate proprio dalla costitutiva presenza del Risorto in mezzo ai discepoli. Nella stessa logica, l’etica di Matteo (come quella biblica) è fondamentalmente non una etica delle virtù tesa alla santificazione individuale dei membri della comunità, ma una etica di comunione: essa tende alla fratellanza (cf Mt 5, 22; 23, 8ss; ecc.) e in tale fratellanza il credente vive il rapporto personale con l’Emmanuele e con il Padre (cf Mt 5, 23s; 6, 12.14-15; ecc.). La Chiesa è continuamente “creata” dalla presenza dell’Emmanuele e dall’amore fraterno: le due realtà sono inseparabili anche se la seconda è sempre soltanto risposta all’iniziativa della prima. Non stupisce, di conseguenza, l’importanza che l’evangelista attribuisce all’amore fraterno nella comunità, tema che egli tocca esplicitamente nel cosiddetto “discorso comunitario” di Mt 18. 3. Il discorso comunitario di Mt 18 Come gli altri “discorsi” del primo Vangelo, anche M? 18 è una raccolta di “detti di Gesù” provenienti da varie fonti, che il redattore ha combinato e rielaborato con intelligenza, a secondo della propria finalità. Senz'altro l’insegnamento incluso in questo capitolo ha valore universale, ma esso non appare come una istruzione sull’amore fraterno in generale. Piuttosto siamo in presenza di un pressante appello alla fratellanza quando, in un modo o nell’altro, quest’ultima rischia di venire meno ed è minacciata essenzialmente da due tipi di pericoli: il pericolo di disprezzare o scandalizzare “i piccoli”, e il pericolo di respingere il fratello peccatore. Il primo caso riguarda credenti che sono vittime del male fatto da altri, il secondo caso concerne credenti che fanno il male. Nei due casi comunque, è la fratellanza che si tratta di salvaguardare o di recuperare non tanto con regole disciplinari ma con l’amore senza misura. L’evangelista rivolge il suo discorso ad una comunità nella quale la realtà di “Chiesa” come popolo dell’alleanza è vissuta nella fragilità della condizione umana. La luce della presenza di Cristo si vede condizionata dal comportamento più o meno fraterno dei membri. In questa prospettiva si può cogliere nella giusta luce l’intenzione globale di questo discorso e la sua dinamica. Non è il caso di farne l’analisi dettagliata‘. a) La cura per i piccoli La prima parte è dominata dal tema della cura per “i piccoli”. Tuttavia l’evangelista non inizia con esortazioni o consigli su come occuparsi di questi membri più fragili della comunità. Proprio per essere nella condizione di poterlo fare correttamente, egli chiede al lettore (al cristiano di ogni comunità) di rivolgere lo sguardo per primo su se stesso! «In quell’ora i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: chi dunque è il più grande nel Regno dei Cieli ?» (v. 1). Gen's 6/2005 — pag. 18 — 160 studio Suggestivo come l’evangelista trasforma una scena di rivalità tra i discepoli su una questione di preminenza (cf Mc 9, 33-36) in una domanda che i discepoli fanno rispettosamente all’unico Maestro della comunità, domanda che riguarda la vera grandezza nel Regno dei Cieli, non soltanto nel Regno futuro, ma nel Regno come realtà di salvezza già in atto nella comunità di fratelli. Quindi più che una chiave per giungere in Paradiso, Matteo formula una legge che vale ora nel Regno di Dio presente; siamo alla scuola di Gesù presente in mezzo alla sua Chiesa. Paradossalmente la vera grandezza sta nell’essere piccolo come un bambino (vv. 3- 4). Il bambino non è però presentato come un modello da imitare in qualche sua virtù. La caratteristica del bambino è proprio l’essere piccolo, quindi dipendente dall’adulto. L’essere piccolo come un bambino è innanzitutto l’atteggiamento di colui che sa di avere tutto da ricevere in ordine alla salvezza. Il “piccolo” è il povero di sé (cf Mt 5, 3) dinanzi a Dio e nei confronti del fratello. In Matteo tuttavia non si può negare l’attenzione anche al comportamento etico, allo sforzo del credente per diventare tale, ad un atteggiamento di umiltà quindi’. Con un tale atteggiamento occorre rivolgersi al fratello più debole: accoglierlo (v. 5). Il diventare come i bambini evita di giudicare chi è debole, dispone alla comunione fraterna con tutti anche e soprattutto con quelli che si sarebbe tentato di scartare, passando oltre. Al contrario, proprio i fratelli più fragili hanno bisogno di un’attenzione speciale. Il versetto aggiunge un motivo supplementare: la solidarietà di Cristo con questi credenti bisognosi: «chi accoglierà un bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (v. 5). Matteo non ha in mente l’inabitazione di Cristo nel cuore del credente, ma pensa al Risorto presente nella comunità”; come JHWH, anche Gesù sta dalla parte dei poveri, dei deboli, dei sofferenti. Chi dunque si apre al più fragile nella comunità rafforza la sua comunione con Cristo presente in mezzo alla Chiesa. Come la sua fonte (Mc 9, 42-47), Matteo insiste particolarmente sullo scandalo che Gen's 6/2005 può accadere nella vita della comunità: occorre assolutamente evitarlo. L’evangelista accentua l’avvertimento scrivendo che l’autore dello scandalo meriterebbe di essere affogato nel più profondo del mare (e non soltanto di essere gettato nel mare: Mc 9, 42). Lo scandalo provoca la perdita dei più deboli nella fede e uccide i rapporti fraterni. Matteo poi aggiunge un avvertimento proprio: «guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (v. 10). Lo scandalo, certo, è gravissimo, ma è pur sempre eccezionale, occasionale. Matteo ammonisce: ogni gesto, nella quotidianità, che prende in giro, che trascura, che tende a scartare “i piccoli” è già grave, perché nuoce all’amore fraterno. La parabola della pecora smarrita illustra il comportamento da avere: fare del tutto perché nessuno si perda. «Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (v. 14). Questa morale della parabola di Matteo fa capire bene dove sta la preoccupazione del redattore, e può sintetizzare l'insegnamento finora svolto. La conclusione è anche un’ottima introduzione alle esortazioni che seguono nella seconda parte del discorso. “Uno di questi piccoli” che non si tratta di perdere, è anche “il fratello che pecca”. L'orientamento cambia: non soltanto la cura per chi è vittima di scandalo, di disprezzo e di disattenzione, ma occorre fare il possibile per recuperare coloro che fanno il male nella comunità, coloro che vengono meno alla reciprocità dell’amore. b) Il rapporto con i fratelli che vengono meno alla reciprocità dell’amore Matteo assume una regola disciplinare preesistente — la cosiddetta correctio fraterna (vv. 15-17) — già rafforzata dal v. 18: la decisione della Chiesa viene sancita anche da Dio. Ma pur conservandola, la reinterpreta. I vv. 15-17 si presentano come una regola che si conclude con una sentenza di scomunica formulata con un'espressione che diffi- — pag. 19 — studio 161 cilmente risale a Gesù o allo stesso redattore: «sia per te come il pagano e il pubblicano». In origine, la regola disciplinare riflette l’ecclesiologia di una comunità piuttosto settaria, e manifesta lo sforzo di voler preservare, con provvedimenti disciplinari, l’identità di santità e quindi di purezza che compete al popolo di Dio degli ultimi tempi. Poter realizzare la “società perfetta”! Già la parabola del frumento e della zizzania (Mt 13, 24ss) rispecchia una ecclesiologia che reagisce contro questa pericolosa mentalità che vuole anticipare nella storia presente lo stato di purezza futura del popolo escatologico e così prendere il posto di Dio come Giudice ultimo: «Lasciate che crescano entrambi fino al raccolto» (M? 13, 30). Su questa terra, la Chiesa è un corpus mixtum nel quale convivono sempre buoni e cattivi (cf Mt 22, 10). Il nostro redattore si trova sulla stessa linea: egli sa che il peccato nella Chiesa è inevitabile; non è bene cadere nella pericolosa illusione di voler costruire la società pura e perfetta con decisioni disciplinari di esclusione. Occorre invece attivare l’amore fraterno, rafforzare i legami all’interno della comunità favorendo una mentalità di accoglienza in sintonia con quella del Padre celeste (cf Mt 5, 43-48). Matteo trasforma di conseguenza una regola disciplinare in una esortazione alla riconciliazione: l’agape fraterna costituisce infatti il motore del popolo dell’alleanza®. Trasformando la regola disciplinare in un’esortazione alla riconciliazione, Matteo non può chiudere il discorso. Il cambiamento di mentalità richiede anche un cambiamento di condotta nella prassi. Il redattore dunque prosegue e rivolge la sua attenzione, nei vv. 19-20, all’ekK/esia (cf v. 17) chiamata non a condannare ma a salvare il fratello peccatore. E quindi: «Di nuovo vi dico: se due di voi si accorderanno sulla terra per una qualunque cosa, se la chiederanno, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei Cieli» (v. 19). L’evangelista dà un valore nuovo alla comunità radunata per pronunciare una esclusione (sancita anche da Dio: v. 18): fare di quest’'assemblea una Chiesa concorde nella preghiera! A questa preghiera (che riguarda una materia di contrasto, come indica il senso giuridico del termine greco 7payua = cosa, affare) sarà promesso l’esaudimento da parte del Padre celeste. Come capire questo in concreto? Matteo vorrà dire che la decisione di scomunica non deve provenire da una fredda applicazione di una regola disciplinare, ma deve semmai avvenire dopo essersi messi all’unisono con la volontà divina? In questo caso c’è l’augurio che la volontà di Dio avvenga in terra come in Cielo (cf il Pater Noster), e cioè che la volontà del Padre — che ama il peccatore — possa guidare sulla terra la decisione della ekklesia. Ma com’è improbabile che l'assemblea sia invitata a pregare per sapere se escludere o meno il fratello ostinato (si è già escluso da sé!), il versetto potrebbe piuttosto invitare alla preghiera fatta a favore del fratello ostinato, come ultimo ricorso, per affidarlo a Dio. La preghiera detta “in sinfonia” è vista come il mezzo efficace per continuare ad amare il fratello che con la sua ostinazione si è escluso da solo dalla comunione fraterna. Ma ora il redattore completa: «Dove infatti sono due o tre radunati nel (£1g) mio nome, là sono io in mezzo a loro» (v. 20). Ecco la firma dell’evangelista! Alla preghiera della comunità radunata è garantita l’esaudimento in virtù della presenza di Cristo. Salta agli occhi l’inatteso passaggio ad un detto cristologico. Matteo interpreta l’insieme delle affermazioni teo-logiche del capitolo (tranne v. 5) nella prospettiva della sua concezione ecclesiologica dell’ Emmanuele'0. La presenza di Cristo dà alla preghiera della Chiesa fatta all’unisono tutto il suo valore presso Dio. Matteo dunque presenta al lettore il fondamento cristologico della relazione della comunità con il Padre celeste. Senz'altro, il fatto che il redattore non esiti ad utilizzare la formula “due o tre”, pur pensando nel contesto alla Chiesa radunata (v. 17), apre l’orizzonte a varie applicazioni: la Gen's 6/2005 — pag. 20 — 162 studio presenza del Risorto non si limita ad un’assemblea ecclesiale, ma si attua ovunque cristiani, non importa il numero, vivono insieme (nel suo nome). Come sempre, l’indicativo della salvezza precede l’imperativo etico, cioè la presenza del Signore in mezzo ad un gruppo radunato nel suo nome è sempre anteriore alla risposta dell’uomo. Ma, come è caratteristico per la teologia dell’alleanza assunta da Matteo, all’agire divino è strettamente collegata la risposta del credente come impegno che dà validità ed efficacia alla presenza di Cristo. L’agire etico condiziona il significato di tale presenza: Cristo come «colui che salva il suo popolo dai peccati», che guida, aiuta, soccorre nel presente, sarà anche il Giudice escatologico che realizzerà la separazione tra buoni e cattivi. L’obbedienza richiesta ai “due o tre” è implicita nell’espressione “nel mio nome”. Non qualsiasi incontro tra discepoli gode della presenza salvifica del Risorto: occorre sposare la sua causa, seguire le sue esigenze; in concreto, nel nostro contesto, lasciarsi determinare dalla sua volontà di riconciliazione e di fratellanza. Non è poca cosa! Ma la posta in gioco lo richiede. Ciò che Matteo chiede alla sua comunità è una vera conversione che non sta unicamente in un miglioramento del comportamento morale, ma più profondamente nell’attuare, nell'amore fraterno vissuto, l’identità dell’ “essere Chiesa”. Il comportamento etico, condensato nell’amore fraterno, ha immancabilmente una dimensione cristologica ed ecclesiale. Soltanto nella fratellanza vissuta, la comunità vive nella vicinanza di Dio, e attua la sua vocazione di “luce sul monte” che testimonia Cristo, luce del mondo. c) Il perdono Il capitolo si conclude col tema del perdono introdotto da una domanda di Pietro, portavoce della comunità". Il tema è appropriato in un contesto di esortazioni alla fratellanza rivolte ad un corpus mixtum che deve vivere la sua realtà di “popolo convocato”. Il peccato è ora visto come un’offesa persona- Gen's 6/2005 le, ma l’orientamento dell’insegnamento non cambia: è sempre la fratellanza che si tratta di promuovere nel fare del tutto per ristabilire la relazione interpersonale. «Soltanto il perdono salverà la comunità dall’amputazione»", e soltanto il perdono permette alla Chiesa di essere se stessa per la presenza del Risorto, ma è altrettanto vero che la stessa presenza primaria del Risorto aiuterà e spingerà a perdonare sempre. La risposta del Signore è categorica: il perdono illimitato come esigenza incondizionata, come una necessità che va al di là del calcolo. La parabola del servo spietato (vv. 23-35) illustra la necessità del perdono e ne dà la motivazione teologica: il discepolo è stato per primo perdonato; è un graziato. È quindi necessario e possibile perdonare anche “di cuore” (v. 35), là dove il credente, a sua volta, è stato toccato dal Dio perdonante (cf Mt 1,21). Nella parabola l’accento è spostato: non si parla di perdono illimitato, ma della necessità di perdonare come condizione per rimanere nel Perdono divino. La logica della struttura dell’alleanza è rispettata così come l’intenzione specifica dell’evangelista che, pur riconoscendo l’agire previo del Re che concede la grazia, insiste sul comportamento del graziato: un comportamento di origine soteriologica (v. 34), orientato alla fratellanza (v. 35). 4. Conclusione Possiamo definire l’ecclesiologia di Matteo come una ecclesiologia dell’alleanza. Il pensiero fondamentale sta nell’affermazione della presenza dell’Emmanuele come il dono che attua la presenza del Padre celeste: cristologia e teologia sono inseparabili. Tale ecclesiologia esprime nello stesso tempo la continuità e la novità della storia del Dio dell’alleanza con il suo popolo. Dio non rinnega il patto stabilito con Israele; l’alleanza è una, ma trova il suo compimento nel — pag. 21 — studio 163 Dio-con-noi, la presenza di Gesù risorto. La vicinanza perenne di Dio si realizza dunque in quella di Cristo in mezzo ad un popolo convocato da tutta la terra. Assieme alla continuità, l’ecclesiologia di Matteo manifesta anche tutta la novità rispetto al patto di JHWH con Israele, poiché la presenza divina si compie nella figura storica di Gesù che Dio ha risuscitato; è la novità di un popolo generato nell’evento pasquale. È vero che le circostanze storiche, la situazione nella quale si trova la Chiesa matteana in polemica con la Sinagoga, fanno sì che l’evangelista contrapponga fortemente il popolo giudaico che ha rifiutato il Vangelo — e quindi considerato abbandonato da Dio, abbandono che Matteo vede realizzato nella distruzione di Gerusalemme — ad «un popolo che produce i frutti» (Mt? 21, 23), cioè permane nell’obbedienza alle esigenze del Maestro. Anche per Matteo vale l’affermazione del Levitico: «Se metterai in pratica queste cose, vivrai» (Lev 18, Sb). La legge di Gesù è salvifica in se stessa; il discepolo che la compie vive nel dono dell’alleanza e quindi nella presenza vivificante dell’ Emmanuele. Ora Matteo ha coscienza che il popolo chiamato a portare i frutti è un corpus mixtum. Il peccato che abita in esso è senz’altro un fallimento etico a dimensione ecclesiale: esso snatura il vero volto della Chiesa e ostacola la sua vocazione. La Chiesa può essere sale e luce sul monte soltanto se vive la propria identità di popolo convocato, e se nelle “opere buone” essa diventa la trasparenza di Colui che dimora in essa come Rivelatore del Padre celeste". La presenza del Risorto nella comunità è sempre salvifica: essa non viene a mancare lungo i secoli; Gesù non abbandona la barca nella tempesta; è una presenza che soccorre, sana, aiuta a superare la “poca fede”, brilla nell’amore fraterno. E soltanto nel giudizio finale che egli opererà la separazione tra i buoni e i cattivi. Nella logica dell’alleanza, presenza di Cristo e comportamento etico sono inseparabili, ma non nel senso che l’etica condizioni la presenza stessa del Signore che non viene mai meno, ma condiziona sì il volto della comunità e la sua missione. A questo punto l’appellò dell’evangelista alla fratellanza si fa pressante. Ma più che ricorrere a regole disciplinari, egli invita ad una mentalità che prenda seriamente a cuore tale fratellanza e ne capisca la fondamentale importanza. Gérard Rossé 1) Mt 1, 23 e 28, 20b fanno inclusione. 2) Cf. H. Frankemòlle, Matthdus-Kommentar 1, Patmos, Diisseldorf 1994, p. 156. 3) “Extradiegetico” si dice di un narratore che si rivolge direttamente ai destinatari del suo scritto e non ai personaggi del racconto. Lo conferma la costruzione grammaticale nel v. 21: Gesù salverà il suo popolo dai loro (ci si aspetterebbe “dai suoi”) peccati; e nel v. 23 dove l’autore mette al plurale: “chiameranno” (che nei LXX è al singolare): l’evangelista ha già di mira “tutte le nazioni” (M? 28, 19) che, accogliendo il battesimo e l’insegnamento degli apostoli, saranno discepoli di Gesù lungo la storia. 4) All’osservanza o meno delle stipulazioni sono legate benedizioni e maledizioni. 5) Si può leggere: G. Barth, Das Gesetzverstdindnis des Evangelisten Matthàus, in Uberlieferung und Auslegung im Matthéius-Evangelium, Neukirchener Verlag, 1965*; idem, Auseinandersetzung um die Kirchenzucht im Umkreis des Matthiusevangeliums, ZNW 69 (1978). H. Frankemélle, Jahwe-Bund und Kirche Christi, Aschendorff, Miinster 1974; H.E. Lona ‘“/n meinem Namen versammelt“, Archiv flir Liturgiewissenschaft 27, 1985. G. Rossé, L’Ecclesiologia di Matteo, Città Nuova, Roma 1987. D. Marguerat, Le Jugement dans l'Evangile de Matthieu, Labor et Fides, Genève 1995, in particolare pp. 430ss. 6) Vedi la costruzione “diventare come i bambini” (v. 3), “abbassare se stesso” (v. 4), a differenza di Mc 10,15. Cf E. Neuhéiusler, Exigence de Dieu et morale chrétienne, “Lectio Divina” 70, Cerf, Paris 1971, pp.193ss (titolo originale: Anspruch und Antwort Gottes...”, Patmos Verlag, Diisseldorf 1962). 7) I vv. 5 e 20 sono gli unici versetti del discorso dove il protagonista (Gesù) fa riferimento a se stesso; essi esplicitano il punto di vista del narratore: la presenza dell’Emmanuele nella Chiesa, e possono quindi essere collegati: il credente che accoglie, si mette in sintonia con Cristo presente. Sorge spontaneamente la domanda: perché il redattore non ha semplicemente eliminato questa regola disciplinare, invece di trasformarla? Forse esiste un motivo di convenienza: la regola era ancora in vigore nella comunità matteana, e di conseguenza non era opportuno passarla sotto silenzio. Inoltre la stessa teologia dell’alleanza spinge Matteo a condividere il contenuto della regola. Certamente è essenziale fare di tutto per salvaguardare la comunione fraterna tra tutti i membri; ma se il fratello si ostina? se i numerosi tentativi per “salvare” il fratello falliscono? La comunità è posta in esistenza dalla presenza del Risorto e ne porta l’impronta, non vi può rinunciare. Se il fratello persiste nel (continua a pag. 177) 8 Gen's 6/2005 — pag. 22 — 164 esperienza Ricordando Toni Weber, formatore di seminaristi e sacerdoti alla spiritualità di comunione Una casa per i sacerdoti di Hans-Jiirgen Obermeyer L'autore, fino a poco tempo fa parroco cattolico a Osnabriick, Germania, dopo essere vissuto da anni a vita comune con altri sacerdoti del Movimento dei focolari, recentemente ha perso la vita in un incidente in montagna. In questo articolo, pubblicato qualche mese fa dalla rivista tedesca “Das Prisma”, egli ricorda Toni Weber, sacerdote e teologo svizzero scomparso nel 1990, che per molti anni è stato responsabile della Scuola sacerdotale internazionale del Movimento, prima a Frascati, vicino a Roma per poi fondarne una simile a Tagaytay nelle Filippine. ° Una personalità stimolante «Il tuo problema non è la teologia! Prova un po’ a non entrare in discussioni teologiche, ma ad amare semplicemente i tuoi prossimi. Allora alcune delle tue domande troveranno subito risposte vere!». Siamo nell’autunno del 1981 alla Scuola sacerdotale internazionale del Movimento dei focolari a Frascati. Sono 46 i sacerdoti e studenti di teologia provenienti da 26 nazioni che sotto la guida di Toni Weber fanno per sei mesi una intensa esperienza di vita evangelica. To mi ero appena laureato in una università tedesca e avevo la testa piena di teologia e ne Gen's 6/2005 ero fiero. Non avevo ancora risolto del tutto alcuni problemi di cristologia e mariologia. Ora sono qui e con il direttore di questa nuova scuola, il dottor Toni Weber, mi sono già addentrato in due discussioni altamente brillanti. Ma un giorno questo teologo erudito durante un colloquio personale mi presenta questa “proposta di terapia”: smettere di parlare e impegnarmi solo nell’amare! Sono deluso. Ma nell’arco dei mesi che seguono sperimento che tale “astinenza dalla teologia” mi apre gli occhi in modo nuovo verso i miei fratelli. Mi ero tanto compiaciuto nel filosofare e nel parlare! Toni Weber era riuscito, dopo essere vissuto con me per alcune settimane, ad intuire con grande sensibilità e amore fraterno il mio problema di fondo: Gesù si manifesta a chi lo ama (cf Gv 14,21). Un sacerdote africano alla nostra scuola vuole sfruttare il suo soggiorno in Europa per visitare Lourdes in Francia. Era proprio convinto di questa sua idea. Toni Weber gli risponde con un breve ma deciso no. Forse aveva presente in questo momento il giovane ricco attaccato a qualcosa che gli impediva di seguire Gesù. E magari si era sentito mosso da una spinta interiore ricordando la parola: «E Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: ”Una cosa ti manca! ...”’» (cf Mc 10, 21a). Alcuni mesi più tardi, il sacerdote africano aveva ormai fatto il passo per lui molto duro e si era liberato dal desiderio di andare a — pag. 23 — esperienza 165 Lourdes, e Toni Weber gli propone improvvisamente: «Penso che ora per te sia bene fare un pellegrinaggio a Lourdes». Nello stesso tempo — con la sua concretezza fraterna — gli offre la somma necessaria per il viaggio. Che tipo di uomo è costui che agisce e consiglia con una certa autorità e allo stesso tempo ti viene incontro con delicatezza e calore fraterno? Chi è questa personalità che intuisce con la sicurezza di un profeta quali sono i punti deboli nel tuo cammino verso la maturità umana e cristiana? Incarnare la vita dell’unità Toni Weber nasce il 19 luglio 1935 a Niedergòsgen in Svizzera. Durante una visita a Einsiedeln sente la chiamata a diventare sacerdote. Comincia lo studio della teologia al Collegio Germanicum di Roma con la convinzione: «Se rinuncio a una bella famiglia naturale il motivo è per trovare nella Chiesa una famiglia ancora più grande e più bella». A Roma si imbatte nella spiritualità dell’unità e ne resta affascinato. Nell'estate 1961 è a Parigi. Nella chiesa di Montmartre, dove Ignazio di Loyola si era consacrato a Dio insieme ai suoi compagni, sente la forte spinta interiore di mettersi totalmente a disposizione di Dio quale “umile strumento” per portare dovunque nella Chiesa la vita dell’unità: «Da questo momento in poi ho perso tutti i mici progetti per essere libero di ascoltare la voce dello Spirito in me e in quanti mi rappresentavano la volontà di Dio». Avendo familiarizzato con la spiritualità dei Focolari, nel 1964 — d’accordo con il vescovo di Basilea e dopo aver concluso la sua tesi di dottorato in patristica summa cum laude — è pronto ad andare nel nordest del Brasile. Insegna teologia a Recife nel seminario regionale, e presto viene scelto dagli studenti come loro direttore spirituale. Dal 1970 con il consenso del suo vescovo accetta di dirigere la Scuola sacerdotale internazionale di Frascati, fondata quattro anni prima da Chiara Lubich. Negli anni seguenti vi passeranno 1600 sacerdoti e seminaristi per un periodo da sei mesi a un anno. Nel 1982 una nuova sfida: 47 vescovi delle Filippine esprimono il desiderio di aprire una scuola simile a Tagaytay vicino a Manila. La Lubich interpella Toni Weber ed egli, a 47 anni, lascia di nuovo tutto e inizia l’avventura asiatica. Fonda la Scuola sacerdotale a Tagaytay che fino a oggi ha offerto a tanti sacerdoti dell’Asia una formazione nella spiritualità di comunione. Un lunedì di Pasqua, il 16 aprile 1990, Toni Weber muore dopo una lunga malattia. Il segreto sta nella “verticale” Cercando di accostarmi al segreto della personalità di Toni Weber mi vengono in mente due parole: padre e fratello. Egli è profondamente convinto dell’amore infinito di Dio. Si sente figlio di un Padre che lo “straama”. Per lui “vivere con il Padre” vuol dire chiedersi prima di tutto che cosa Dio vuole da lui e dagli altri. La volontà di Dio diviene il suo criterio chiave. E persuaso che solo chi vive con il Padre ed ha il coraggio di essere padre per gli altri, può costruire la comunità fraterna. Essere vero fratello è possibile solo riconoscendo che anche l’altro è un figlio infinitamente amato dal Padre e, fissando lo sguardo su questa che è la dignità più profonda di ogni essere umano, è possibile chiedere insieme cosa Dio vuole da noi. La relazione verticale, verso l’alto, era per Toni Weber di una grandissima importanza. Soleva parlare della “società senza padre”. Se qualcuno menzionava “fratellanza” o “comunità” senza la dimensione verso il Padre, lo sospettava di ideologia. Incoraggiava i sacerdoti a vivere loro stessi l’amore “essendo padri per altri”. Aveva facilità nel far comprendere chiaramente che singole persone, comunità e parrocchie — tutti alla ricerca di un padre — avevano bisogno di conoscere i loro limiti, di ricevere istruzione e di avere un punto di riferimento nell’unità. Gen's 6/2005 — pag. 24 — 166 esperienza Nonostante la sua chiarezza e autorità, la figura di Toni impressiona per l’umiltà con la quale svolge il suo servizio. Evidentemente non ha il problema di doversi conquistare un posto nella comunità. Nel suo compito ha sempre distinto bene chi è un “umile strumento” e chi è “il più grande” da testimoniare. Radicato nella vita con “Gesù in mezzo a noi” Toni Weber — come dicevo — irradia nello stesso tempo autorità e simpatia, in modo naturale e maturo e con competenza, esperienza, apertura e charme. Parla correntemente tedesco, francese, italiano, portoghese, spagnolo e inglese. Ai talenti naturali si aggiunge però un’altra fonte di energia. Si sente ispirato e sostenuto dalla vita in una comunità fondata nell’unità, cioè nel suo focolare sacerdotale, dove tutti sono impegnati nell’amore reciproco e in questa vita con Gesù in mezzo a loro sono tutti uguali in dignità e responsabilità. Toni Weber è convinto che solo chi vive con Gesù in mezzo può trasmettere questa esperienza agli altri. E nutre questa speranza: poter dare ai sacerdoti una tale “casa”. Alla scuola di Gesù «Come esigere dai sacerdoti di lasciare tutto: padre, madre, fratelli, campi... senza offrire loro una nuova famiglia, una vita in comunità fra sacerdoti?» Toni Weber sa che non basta collaborare in équipes funzionali. «Costruire la presenza di Gesù in mezzo fra sacerdoti è diventato il mio programma permanente». Già nel 1964 era andato in Brasile con questa convinzione. A contatto con sacerdoti di tutto il mondo si rende conto che una disponibilità totale di farsi mandare ovunque si acquista soprattutto in una vita in comunione fraterna tra sacer- Gen's 6/2005 doti che edificano tra loro questa “casa spirituale”. Un modello per questo tipo di formazione lo vede nella scuola alla sequela di Gesù. «Per fere questa esperienza — diceva un giorno — è importante lasciare tutto per acquisire un nuovo modo di pensare, agire e amare. Gesù è il nostro unico maestro. Vive con i suoi amici giorno e notte. Confida loro i suoi pensieri riguardanti gli avvenimenti, le persone, le strutture. Ma soprattutto li introduce nel suo “segreto”: il suo rapporto con il Padre. Questa esperienza si ripete oggi e dappertutto... E importante perdere le sicurezze sulle quali poggia la nostra cultura, le nostre esperienze e i nostri studi. Bisogna lasciarsi formare da Dio, dal suo amore. E avere il coraggio di mettersi sulla via che Gesù ha percorso e che Lo ha condotto al Calvario. Solo formando un’unico corpo con Gesù come i dodici, si ripeterà l’esperienza della Sua presenza fra noi da Lui promessa. Senza di Lui siamo senza luce e senza sapienza perché solo Lui è luce e verità. A questo punto sarebbe assurdo voler capire con la sola ragione ciò che è essenzialmente un’esperienza e da questa deriva. “Chi non ama non ha conosciuto Dio”. Amare, amarci a vicenda, come Gesù ci ha amati: questo è il punto di partenza per incontrare oggi l’ Emanuele, il Dio-con-noi». Non appoggiarsi all’orizzontale “Trovare una casa” , “sentirsi a casa”, questo per Toni Weber vuol dire arrivare al Padre. Soprattutto a contatto con le culture orientali — quella filippina, coreana, cinese, tailandese, vietnamita, indiana — egli ha sentito sempre più il bisogno di chiarire quale significato abbia l’autorità. Parlando con sacerdoti e seminaristi si accorge quanti di loro non hanno avuto un rapporto autentico con il loro padre e per questo spesso non rie- — pag. 25 — esperienza 167 scono a costruire un rapporto di fiducia con il loro vescovo. E continua a ripetere che l’autonomia di Gesù si fonda proprio nella sua eteronomia (essere determinato dall’altro), nel compiere la volontà di Dio, nell’essere la sua Parola. Partire dal rapporto con il Padre fa scoprire come tutto sia dono. Prima siamo figli, poi ci scopriamo fratelli e infine possiamo essere padri per gli altri. Continua a risuonare nel mio orecchio questa frase di Toni Weber: «Non siamo insieme per appoggiarci all’orizzontale ma per cercare insieme la verticale»! Anche la vita con Gesù in mezzo vuole aiutarci a intensificare la verticale e a renderci coscienti che ci troviamo nel seno del Padre. Toni Weber resta per me una provocazione: mi stimola ad essere radicalmente rivolto al Padre per poter vivere con Gesù in mezzo a noi e realizzare così una fratellanza autentica con tutti coloro che mi passano accanto. Hans-Jilrrgen Obermeyer 1) Chiara Lubich nel 1966 fondava a Grottaferrata la prima Scuola sacerdotale, trasferita a Frascati nel 1973 e nel 1984 a Incisa Valdarno (Firenze) nella cittadella internazionale di Loppiano. Altre scuole simili sono sorte in seguito a Tagaytay nelle Filippine e a Nairobi in Kenia e si stanno avviando a San Paolo in Brasile e a O°’Higgins in Argentina. In questi luoghi i seminaristi e i sacerdoti che aderiscono al Movimento dei focolari ricevono una formazione nella spiritualità di comunione. Gen's 6/2005 — pag. 26 — 168 esperienza La vita comune tra sacerdoti: una perla del Vangelo da offrire a molti «Dove due o tre» sacerdoti... a cura di Andrea Fleming Da alcuni anni quattro sacerdoti abitano insieme a Haar, vicino a Monaco di Baviera. Dopo le difficoltà iniziali oggi guardando indietro vedono esperienze positive e importanti per loro e per altri. Li ha intervistati per noi Andrea Fleming, addetta stampa del Movimento dei focolari in Germania. È sabato sera, verso le ore nove. Nella casa parrocchiale di S. Corrado ormai tutto è tranquillo. Erich Schmucker, parroco a Monaco, è appena tornato a casa. Riidiger Karmann e Hans Schweiger, ambedue parroci nella città di Haar in due diverse parrocchie, lo attendono per la loro “serata comune”. Da dieci anni vivono nella stessa comunità sacerdotale alla quale nel 1999 si è unito Klaus Hofstetter, responsabile diocesano per la gioventù, che per motivi di spazio abita nella casa di fronte. Chiamati al celibato, non alla solitudine Hans Schweiger ricorda: «Ognuno di noi aveva da tempo il desiderio di far vita comune. Dopo esser stato parroco in campagna, con una canonica tutta a mia disposizione, ho detto al mio vescovo: “Io mi sento chiamato al celibato, ma non alla solitudine!”». Erich Gen's 6/2005 Schmucker precisa che il desiderio di vivere insieme non voleva dire scegliere quella determinata persona. «Non avrei mai immaginato di abitare, per esempio, con Riidiger. Avevamo fatto vacanze insieme e tornando in macchina abbiamo espresso il desiderio di poter vivere a vita comune. Ma da parte mia non avrei scelto spontaneamente Riidiger». La risata unanime denota che se la sono poi cavata bene. Regna un’aria sciolta e aperta, il loro parlare è cordiale, talvolta un po” immediato e provocante. Quale è la differenza dalla vita di prima? Hans Schweiger fa subito un esempio: «Vai al mattino a far colazione e qualcuno ti augura il buon giorno. Oppure sei seduto nel giardino a recitare il breviario e improvvisamente arriva qualcuno degli altri. All’inizio ogni volta ne ero sorpreso». Riidiger Karmann ha fatto esperienze non sempre positive negli anni di cappellano. «Ho sofferto la solitudine. Certo, vorresti avere qualcuno a casa che ti aspetta. Ma con il tempo si impara a reggere da solo. E se poi vivi in comunità, è importante non scaricare i tuoi bisogni sugli altri. Qualche giorno torno a casa e sparisco subito nel mio appartamentino senza cercare la compagnia: sento il bisogno di star da solo, ma nello stesso tempo sono contento perché so che nella casa c’è vita». In casa ognuno ha la propria abitazione, mentre la cucina e un grande soggiorno acco- — pag. 27 — esperienza 169 gliente sono a disposizione di tutti. Questa sistemazione si è rivelata molto adatta. Importante è anche il fatto che ognuno abbia il proprio “ambito di lavoro”. Così si impara a non finalizzare la convivenza unicamente alla dimensione operativa, essendo 24 ore su 24 “al lavoro”, ma a dare il giusto posto pure alla distensione e alle faccende pratiche di ogni giorno. «Abitare insieme sotto lo stesso tetto non significa ancora vivere insieme», sottolinea Hans Schweiger e fa intuire che anche lui ha dovuto imparare alcuni aspetti della vita in comune. «Non stiamo insieme con l’intento di sviluppare una pastorale più efficace, ma prima di tutto vogliamo vivere l’amore reciproco. In concreto ciò vuol dire: a pranzo mettere da parte per un momento le difficoltà e le varie vicende della propria parrocchia per sentire innanzi tutto che cosa sta a cuore all’altro». Spazio libero cui dare forma Per dare un ordine alla loro vita, i quattro nella canonica di San Corrado si sono messi d’accordo su alcuni momenti in comune da salvaguardare. Tutti i giorni, tranne lunedì e sabato, alle 7.30 del mattino recitano le lodi, fanno meditazione e una breve comunione della loro vita. Klaus Hofstetter sottolinea come sia importante iniziare insieme la giornata. Conviene chiedersi sempre di nuovo quale è il motivo ultimo della loro convivenza e quale ne è il “centro”. In genere pranzano insieme. Il pasto viene preparato da una signora impiegata a tempo parziale. Il sabato sera è sacro, cioè libero da ogni impegno ufficiale. C’è tempo per giocare a carte, cantare, suonare o semplicemente chiacchierare. Alcuni membri della parrocchia, ai quali in quest’occasione è stato disdetto un appuntamento, hanno accolto l’idea di riconsiderare anch’essi la strutturazione della serata nelle loro famiglie. Il tempo restante viene dedicato secondo il proprio gusto a iniziative comuni o non. Ci si accorge però che i momenti trascorsi insieme per lasciarsi formare sempre più dall’amore scambievole liberano energie nuove. Traffi- cando in cucina è possibile che nasca magari un progetto nuovo per le prime comunioni sulla base di quello che due di loro avevano concepito separatamente. Uno aveva preparato le singole lezioni, l’altro enucleato il profilo didattico e pedagogico. Così è nato un progetto più ricco. Alcune idee dell’altro vanno benissimo per il mio lavoro, altre non sono trasferibili a motivo delle diverse condizioni della parrocchia. Ma nella condivisione spesso si scoprono prospettive nuove. I quattro sacerdoti prendono sul serio le differenti situazioni di ogni parrocchia e del lavoro diocesano. Non è pensabile sempre una soluzione modello per tutti. «Vuol dire mettere magari da parte un’idea geniale per cercare con i collaboratori della propria parrocchia la soluzione migliore», fa presente Hans Schweiger. Attraverso la vita comunitaria ognuno riceve impulsi e spinte che possono aprire nuove vie per situazioni che si incontrano nella propria parrocchia. Arricchimento e sfida Una tale vita in comunione rivela i punti forti e quelli deboli dell’altro e manifesta anche i propri limiti. Cosa è nato negli ultimi dieci anni? «Di sicuro è più viva la coscienza che ognuno di noi è un mondo a sé!», afferma spontaneamente Erich Schmucker. Ormai è possibile vedere l’arricchimento che le diverse mentalità, formazioni e storie personali apportano. In alcuni momenti è una sfida per far crescere la pazienza e la misericordia. L’amore reciproco che i quattro sacerdoti vogliono far trasparire ha bisogno di segni concreti: uno è abituato ad apparecchiare la tavola per la colazione, un altro si presta a fare da cuoco nel weekend. Hans Schweiger ricorda che il suo ufficio sarebbe meno funzionale, se Riidiger non avesse studiato con lui fino a tarda sera come sistemare i mobili nel migliore dei modi. È piuttosto originale che due sacerdoti scelgano insieme l’arredamento. La vita in comune porta ad un arricchimento reciproco. «Hans mi aiuta nel preparare i documenti per le nozze», aggiunge Riidi- Gen's 6/2005 — pag. 28 — 170 esperienza ger Karmann. «Ho poca esperienza con i casi speciali. Lui mi consiglia le formulazioni esatte. Da Erich invece imparo molto sulla liturgia, constatando quanto poco mi è rimasto della mia formazione in questo campo. Egli con grande competenza e senza atteggiarsi a maestro riesce a trasmettermi molte cose». Klaus Hofstetter, essendo responsabile per i giovani della diocesi, segue un altro ritmo di vita. Ci vuole fantasia per averlo presente come membro della famiglia, anche se spesso è in viaggio. «La vita a Haar è per me — egli spiega — una possibilità preziosa per mettere i piedi per terra. Attraverso Erich, Hans e Riidiger sono in contatto con le gioie e le difficoltà di una parrocchia normale. Nello stesso tempo la mia presenza li aiuta a non perdere di vista la dimensione e le linee direttrici della diocesi». Ogni tanto bisogna fermarsi Si ha l’impressione di una vita armoniosa e senza complicazioni. Quando chiedo se ci sono anche punti di tensione non esitano a rispondere affermativamente. Uno di loro è cresciuto con molto spazio a disposizione e non capisce come mai si debba sempre rimettere tutto a posto, un altro ama l’ordine e non sopporta i piatti sporchi accanto alla lavastoviglie. C’è chi ama le decisioni veloci e spontanee e si trova invece alle prese con il modo di fare più riflessivo di chi ha bisogno di più tempo per soppesare i pro e i contro. A volte succede che il lavoro prende uno spazio così grande che uno riduce al minimo la sua presenza in casa. Allora è meglio fermarsi per chiedersi: perché sono qui? Cosa mi impedisce di fare le valigie? In momenti del genere viene in risalto il desiderio comune di ricostruire uno spazio dove Dio possa farsi presente. La promessa di Gesù di essere là dove le persone si amano, dove si riuniscono “nel suo nome”, è il centro attorno al quale ruota la convivenza dei sacerdoti a Haar. «In ciò consiste il nostro comune denominatore. Siamo qui proprio per questo motivo. La nostra vita può essere Gen's 6/2005 riordinata sempre di nuovo seguendo questa norma», sostiene Riidiger Karmann. Comunità che irradia La gente si rende conto di questo stile nuovo della vostra vita? La risposta sorprende: «Si, quando cantiamo. Le persone che ci sentono cantare o suonare insieme, per esempio durante una festa, spesso, pur non sapendo dire il perché, sono toccate positivamente. Sembra che colgano qualcosa, capiscono che non si tratta di sacerdoti che fanno semplicemente della musica». Spesso seminaristi oppure sacerdoti anche di altri Paesi vengono a trovare questi quattro preti per prendere parte per un periodo alla loro vita comunitaria. «E una sfida adattarci a loro e nello stesso tempo avere il coraggio di farli partecipi del nostro stile di vita», commenta Hans Schweiger. Per il resto ognuno dei sacerdoti ha un proprio campo d’azione e d’irradiazione. Riidiger Karmann è decano. Klaus Hofstetter, oltre al suo lavoro di responsabile diocesano per la gioventù, si occupa di un gruppo di seminaristi attirati da quella spiritualità di comunione che è il fulcro dell’esperienza di Haar. Erich Schmucker fa da cappellano per una federazione sportiva cattolica, offrendo programmi spirituali per il mondo dello sport. Hans Schweiger si occupa dei sacerdoti della Baviera amici del Movimento dei focolari. Riferendosi a questo irradiazione verso l’esterno, Erich Schmucker dice: «Attraverso la nostra convivenza porto qualcosa dentro di me che si ripercuote spontaneamente nell’ambiente in cui opero. So quanto bene mi fa la vita in comune, quanto mi forma e mi trasforma. E impossibile tenere solo per noi questa perla del Vangelo. Ci sentiamo spinti ad offrirla a quanti la desiderano». a cura di Andrea Fleming — pag. 29 — esperienza IN2! Celebrazione del Natale in un quartiere della periferia di Buenos Aires La festa di tutti di Francesco Ballarini Nella parrocchia di Santa Elisabetta d'Ungheria a Platanos, un quartiere di Berazategui, città satellite della capitale argentina, la festa di Natale è celebrata con un candore che incanta e sorprende, perché qui vive una comunità cristiana che, pur in mezzo a difficoltà di ogni genere, sa salvaguardare il valore del rapporto basato sull’amore fraterno. La messa della Notte Santa Qui è estate e la Messa della Notte Santa non si celebra a mezzanotte, ma di sera. La chiesa è strapiena di gente. Mi guardo intorno e vedo che sono tutte persone conosciute. È la comunità presente questa sera al gran completo. Solo alcune famiglie sono assenti, perché sono andate a trascorrere la notte di Natale con parenti che non vivono a Platanos. Moltissimi sono i bambini. C’è anche un cane bianco che va avanti e indietro, che sale e scende i gradini dell’altare ma sinceramente non dà nessun fastidio a nessuno. D’altronde nel presepio ci sono sempre due animali, l’asino e il bue. Oggi tutti sono convocati per far festa a Gesù. La nostra comunità è un insieme di gente di varie origini: italiana, spagnola, olandese, ungherese, iugoslava, tedesca, del Paraguay, dell'Uruguay... In piccolo è rap- presentato il mondo. Ci sono persone di vari ceti sociali: poveri, meno poveri e ricchi. In tutti questi anni realmente l’incontro festivo della messa ha rotto barriere ed ha creato vincoli di fraternità e di amicizia fra persone molto diverse per cultura, estrazione sociale e formazione. Adesso è normale ed è commovente, nella messa e soprattutto nel momento del Padre nostro, vedere chi vive in un “barrio cerrado”, stringere la mano ad un bambino o ad una mamma che vivono in una vi//a miseria? e poi si salutano, terminata la messa, come grandi amici. Questa sera non abbiamo preparato niente di speciale. Semplicemente con un gruppo di persone che maggiormente collaborano ci siamo impegnati, in tutto questo mese, a fare ogni piccola cosa sempre cercando di essere nell’amore reciproco, perché ci siamo detti che il più bel presepe è una comunità che vive nella verità, nella semplicità, nell’autenticità e nella carità. Nella messa si respira una realtà profondamente umana e profondamente divina. All’omelia dico solo una piccola cosa: «Come Maria ha deposto Gesù nella mangiatoia, così lasciamo che Maria deponga questa notte Gesù nella parte più oscura, più povera, più malata e che meno ci piace di noi stessi. Gesù vuole proprio stare lì dove meno noi immaginiamo e dove sicuramente crediamo che meno possa stare. Gen's 6/2005 — pag. 30 — 172 esperienza Solo se lasceremo entrare Gesù in questo spazio, nel quale noi stessi ci vergogniamo di entrare, potremmo dire che è nato un Salvatore per noi. Solo se lasceremo che Gesù si adagi in questo spazio, il più oscuro di noi stessi, incontreremo la luce, incontreremo il nostro proprio spazio e gli altri incontreranno spazio in noi». C’è gioia questa notte nella comunità riunita, c’è tanta luce e bellezza nei volti che ho di fronte, c’è tanto calore e amicizia nelle preghiere e nei canti. Si sente che Gesù è presente, è vivo. Terminiamo la Messa cantando in varie lingue Astro del Ciel, Stille Nacht, Noche de Paz. Il canto è dolcissimo. Penetra profondamente nel cuore e nell’anima. Molte persone sono commosse. Di fronte al bambin Gesù tutti siamo disarmati e non possiamo non sentirci amati da Lui e fratelli fra di noi e nel cuore di ognuno risuona autentico e attuale, questa notte, l’annuncio degli angeli: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama». La cena della Notte Santa Terminata la Messa, dopo esserci scambiati gli auguri, tutte le famiglie si riuniscono nelle case per condividere la cena della Noche buena. Anche noi questa notte nel salone della parrocchia faremo la cena, invitando persone che non hanno nessuno e che sono completamente sole. Siamo diciotto i partecipanti a questa cena di Natale. I giovani hanno addobbato il salone con bellissime decorazioni. Elisa ha preparato un buonissimo antipasto a base di riso freddo con molte verdure. Jorge, che fa il panettiere, insieme con la moglie Maria Rosa e le sue giovani figlie, Celeste e Pamela, hanno deciso di stare con noi questa sera. Hanno tutti i parenti lontani e lo stipendio non basta per Gen’s 6/2005 fare un lungo viaggio, per trascorrere la Noche buena insieme con i nonni. Jorge ha preparato il pollo cotto alla brace e poi l’ha messo a raffreddare. Questa sera fa molto caldo, quasi trenta gradi, e quindi è bene mangiare tutto freddo. Cè con noi pure Patricia, una giovane consacrata che vive sola. Verso le dieci arrivano i nostri invitati. C’è Carmen di origine polacca con la figlia Celia di 26 anni. Carmen se la passa camminando sui treni chiedendo l’elemosina e Celia è, da più di dieci anni,-dentro e fuori gli ospedali psichiatrici. C'è Noemi, che avrà circa 35 anni e vive completamente sola con i suoi due cani. È magrissima ed ha una risata forte e contagiosa. E poi Maria Marta, sui 30 anni, sempre con il suo grosso maglione di lana, anche se fa trenta gradi di calore. Maria Marta non ha assolutamente nessuno e vive della carità dei vicini. Tutti i sabato mattina viene in parrocchia e mi chiede sempre una benedizione speciale per lei. C’è Severo, sui 60 anni, che vive solo in un tugurio. E tutto ordinato e con i vestiti, anche se poveri e fuori moda, pulitissimi e stirati. È venuta pure Juana, con Matias di 10 anni e Gabriela di 6. Il papà non è mai esistito. Qui non hanno nessun parente perché vengono dalla provincia del Chaco. Vivono nella vi/la miseria. E poi c’è Falluccio molto conosciuto nel quartiere. Ha 84 anni. È un signore di corporatura robusta e tutto incurvato. Poiché è il più anziano, l’abbiamo messo a capotavola. Falluccio è venuto dall’Uruguay tanti anni fa. Aveva un piccolo negozio di generi alimentari. La moglie lo ha cacciato di casa. Ha due figli ma vive completamente solo e deve arrangiarsi in tutto. Cucina da solo, si lava e stira lui stesso i suoi vestiti. È felicissimo di stare con noi questa notte. Ci racconta che l’anno scorso, un vicino, impietositosi di lui, lo aveva invitato a casa sua per la Notte di Natale. Questa sera è — pag. 31 — esperienza 173 orgoglioso perché io mi sono seduto accanto a lui. Ci accompagna pure, questa sera, Sabine, una giovane pastoressa della Chiesa luterana tedesca e che sta prestando il suo servizio pastorale, per un anno, in una Comunità luterana nella città di Quilmes. Anche lei è sola questa sera. Tutta la sua famiglia vive in Germania. Ed infine con noi c’è pure Fernando Lopez, accompagnato dalla moglie Susana. Fernando è pastore della Chiesa riformata in Platanos. Da più di dieci anni ci unisce una profonda amicizia. Ci vogliamo bene come fratelli. Fernando e Susana, sua moglie, hanno accettato molto volentieri di partecipare alla cena, perché la loro figlia maggiore, Clarisa, è sposata in Italia e la figlia minore, Carolina, vive con il marito e il bimbo Benjamin di tre anni a più di cento chilometri da Platanos. Fernando prima della cena fa una prolungata e bellissima preghiera, dando grazie a Dio per l’incontro di questa sera con una profonda riflessione: «Questa sera è Gesù che ci ha convocati. Ci chiama ad essere amici suoi ed amici tra di noi, ad essere la famiglia di Gesù». Termina con una preghiera per sua figlia Clarisa e per tutti i miei che vivono in Italia. La cena si svolge in una clima di grande fraternità. Tutti parlano con tutti. Verso le 11.30 Noemi recita per noi una poesia ricordando sua mamma che non c’è più. Falluccio ci legge una lunga e bellissima pagina di riflessioni sul Natale che aveva scritto alle quattro del mattino. Maria Marta non fa che ripetere che questa è la più bella notte della sua vita. A mezzanotte ci alziamo tutti in piedi e brindiamo a Gesù e ci scambiamo gli auguri di Natale. E poi Jorge e Maria Rosa ci offrono un buonissimo tiramisù preparato da loro. Si servono quindi panettone, gelato e noci. Come regalo di Natale c’è una bellissima candela lavorata artigianalmente che Cintia, studentessa universitaria in biologia, ha preparato per tutti noi. Mi è ancora difficile descrivere quello che ho provato. Verso le due del mattino ci siamo salutati e quando mi sono coricato ero molto stanco. Anche se faceva tanto caldo sentivo freddo. Avevo 38 gradi di febbre. Mi sono messo sopra due coperte di lana. Il mio corpo era tutto dolorante, ma l’anima scoppiava di gioia e come Maria gioivo interiormente: «Canta la mia anima la grandezza del Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva.... Egli ha deposto dai troni i potenti ed ha innalzato gli umili». Francesco Ballarini 1) Ilbairro cerrado è un rione riservato alle famiglie ricche, che per motivi di sicurezza è tutto recintato e custodito alle porte d’ingresso da guardie. 2) La villa miseria è un quartiere di periferia, spesso molto esteso, formato da casupole poverissime e prive delle più elementari infrastrutture e servizi urbani. Gen's 6/2005 — pag. 32 — 174 esperienza Il carisma dell’unità in un quartiere di periferia di una città brasiliana Periferia e pericoresi di Vilson Groh L'autore di questo articolo, sacerdote della diocesi di Florianépolis, Brasile, racconta come il carisma dell’unità lo ha aiutato a scoprire e ad attivare i segni della pericoresi (comunione/mutua immanenza) nel lavoro pastorale che svolge sin da giovane, tra la periferia e il centro della sua città. 1 prefisso “peri” viene dal greco e signifi- ca un movimento “intorno”. Di conseguenza parola “periferia” indica la regione che circonda la città, una zona spesso molto vasta, fuori dal centro e in genere carente di infrastrutture e di servizi urbani, abitata da persone di basso reddito economico. Fa pensare il fatto che questo stesso prefisso ricorra nella parola pericoresi che esprime la profonda comunione che lega tra loro le tre Divine Persone, modello di comunione per la Chiesa e quindi anche per la famiglia umana, ambedue create ad immagine di Dio. Fare una simile considerazione per me è ben più che un gioco di parole. Quando ero studente di teologia svolgevo qualche attività pastorale tra i poveri di una “favela” appollaiata su di un colle così scosceso che accedervi, soprattutto in tempo di piogge, era sempre un’avventura. Ogni volta che tornavo nel seminario e prendevo in mano i libri di teologia mi tornavano alla mente quei poveri e riflettevo su cosa significassero per loro le realtà della nostra fede. Gen's 6/2005 Ora abito sulla cima di quel colle della città di Florianépolis, capitale dello Stato di Santa Catarina (Brasile), e dalla mia casupola ho una visione panoramica del mare e dei due lati della città: quella distesa sulla terra ferma e l’altra più pittoresca nell’isola di fronte. Non sono venuto per caso ad abitare in questo posto. È stata una delle conseguenze del mio contatto col Movimento dei focolari quando ero ancora studente di filosofia. Ciò che più mi attirava nel Movimento era “il carisma dell’unità” vissuto nel concreto. Laici consacrati e no, famiglie, impresari, lavoratori, seminaristi e sacerdoti si rapportavano avendo davanti a loro come modello la pericoresi che si vive nella Trinità tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Per gli amici che conoscevo nel Movimento questo significava comunione piena tra persone differenti: condivisione di beni spirituali e materiali, di idee e progetti, e in pratica comunione della vita intera e in forma permanente. Sono entrato anch’io in questa dinamica. Una risposta al grido di Gesù Il contatto vitale con la spiritualità dell’unità mi ha aiutato a sviluppare vari aspetti della mia vita personale e poi ha gettato luce sulla mia attività pastorale. Ho scoperto che ascoltare e cercare di dare risposte al grido del povero, vittima di ingiustizie, non è altro — pag. 33 — esperienza 175 che andare incontro al “grido” di Gesù crocifisso e abbandonato sulla croce. La mia vita, dunque, doveva essere una piccola risposta al “grido” di Gesù che continua la sua passione in ogni persona che soffre e nella massa del popolo. Ho capito allora che non dovevo scegliere i poveri per i poveri, ma vedere in loro il volto sfigurato di Cristo e, sul suo esempio, essere costruttore di “ponti” tra Dio e gli uomini e con gli uomini tra loro. Così la spiritualità dell’unità mi ha dato la forza per penetrare nella vita del popolo che vive in periferia senza assorbire e fomentare i veleni della rivolta, ma cercando alternative con azioni concrete nel campo ecclesiale, sociale, politico ed economico. Puntare sulla comunione Sono stato ordinato sacerdote nel 1981, un periodo di grande effervescenza di movimenti sociali in Brasile e mi impegnai subito a lavorare con le Comunità ecclesiali di base. Questa scelta era in sintonia con le conclusioni della Conferenza a Puebla nel 1979. I nostri vescovi avevano proposto due scelte preferenziali nella pastorale: i poveri e i giovani. Mosso dalla spiritualità dell’unità sentii un forte impulso ad andare ad abitare insieme ai poveri per testimoniare l’amore di Dio in comunione con loro: «dare la vita per la propria gente», come Chiara Lubich aveva chiesto a tutti i membri del Movimento. I colleghi sacerdoti, con i quali avevo intrapreso il cammino nella spiritualità dell’unità, mi aprirono gli occhi: il mio progetto era bello, ma dovevo metterlo in comunione con il nostro arcivescovo. Lo feci con grande libertà, perché non volevo che fosse solo un’idea e un’iniziativa personale, ma desideravo che il mio lavoro fosse una risposta ecclesiale e al tempo giusto. L’arcivescovo mi ascoltò con attenzione e direi con entusiasmo e, dopo essersi consigliato, mi liberò dal lavoro che da un anno svolgevo nella cattedrale e mi affidò questo nuovo compito. Fu così che andai ad abitare sul “colle”, dove sono ormai da 23 anni. Guardando questo mondo dalla mia finestra È notte e, dalla piccola casa in cui abito, posso contemplare la realtà della città. L’oscurità mette ancor più in rilievo la bellezza della luna che si riflette sulle acque del mare davanti al colle. Tutto intorno questa notte c’è calma. Non ci sono sparatorie tra le squadre del narcotraffico. Anche la nostra regione, in effetti, è vittima del crescente processo di violenza urbana. Le aree di esclusione sociale sono quelle che più ne soffrono. La periferia della città è segnata dalla presenza di un grande numero di poveri immigrati, bianchi, neri e meticci, che si sono installati nelle aree non urbanizzate delle “favelas”. Essi fanno parte dei 46 milioni di brasiliani che vivono al di sotto della soglia della povertà e di questi 24 milioni sono bambini e adolescenti. Florian6polis rispecchia in pieno questa triste statistica. La nostra bella città, collocata parte sul continente e parte in una stupenda isola in mezzo ad acque cristalline, ha oggi su ambo i lati una periferia tremendamente marcata dalla violenza che uccide tanti giovani e adulti. E una delle cause è lo squilibrio sociale tra ricchi e poveri. Sono venuto a vivere qui perché vorrei essere un segno di comunione in questo difficile contesto. Ogni persona, ogni situazione di ingiustizia, di abbandono, di miseria, di malattia, di disoccupazione sono realtà crude che chiedono risposte vere. Al centro di ogni sofferenza c’è un uomo e una donna creati ad immagine di Dio. Non si può permettere che si continui a sfigurarli. Ma dove attingere la forza per impegnarmi quotidianamente nel rinnovamento di questa società? E stata e continua ad essere la vita di comunione che cerco di vivere con gli altri membri del Movimento dei focolari. Gen's 6/2005 — pag. 34 — 176 esperienza Costruire “ponti” Come colmare la distanza tra centro e periferia? Come mettere in atto tra queste due realtà la straordinaria forza trasformatrice della pericoresi? Abbiamo dato vita ad un progetto in cui le due realtà interagiscono. Siamo andati incontro a vari settori della società per intavolare un dialogo. In questo modo abbiamo attirato sul nostro progetto l’attenzione di persone di classe media che abitano nel centro e nei quartieri ricchi della città. Enti privati, ma anche circoli politici e culturali, si interessano e mettono in atto progetti concreti dentro il nostro progetto globale per l’educazione, per il lavoro e per la preservazione dell’ambiente. Il rapporto tra persone che vivono in realtà tanto diverse fa emergere una metodologia di apprendimento mutuo. Il dialogo interculturale e il rispetto delle diversità tra questi gruppi sociali permettono azioni originali e trasformatrici. Alcuni impresari, osservando come ci rapportiamo con i poveri, con i loro animatori, con i bambini e con i giovani della periferia, cominciano a riflettere sulla loro responsabilità sociale. Poco a poco loro stessi danno ad altri impresari la “testimonianza profetica” dell’importanza dell’inclusione sociale per non continuare a creare l’esclusione, cioè l’emarginazione. Il grande ponte Hercilio Luz che lega la parte continentale della città all’altra parte sorta nell’isola sembra volerci ricordare continuamente che un nuovo modello di società vuole emergere se sappiamo costruire “ponti” tra le persone: tra chi ha e chi non ha. Questo stile di lavoro abbatte le barriere e i muri della miseria, dell’impoverimento, del preconcetto, perché permette il dialogo continuo tra i due lati. Dialogo basato nella reciprocità dell'amore e nella certezza che la comunione è il cammino giusto per la soluzione dei problemi sociali. Gen's 6/2005 Alternative per la gioventù Stiamo lavorando con una rete di 10 mila bambini e adolescenti dai 7 ai 14 anni che frequentano le scuole pubbliche situate nelle “favelas”. Attraverso tre organizzazioni non governative 500 bambini ricevono un’assistenza scolastica quotidiana. Con molti sforzi stiamo cercando di costruire un’alternativa culturale al narcotraffico. Abbiamo elaborato un progetto affinché adolescenti e giovani possano scoprire se hanno le doti necessarie per frequentare l’università. Attualmente 250 giovani si stanno preparando a studi universitari e 320 giovani della periferia già li frequentano. Nonostante questo nostro impegno molte persone continuano ad essere uccise in maniera drammatica. In un anno ho celebrato 80 funerali di giovani e adulti violentemente assassinati. Negli ultimi quattro anni, solo nell’area in cui lavoriamo, abbiamo avuto un totale di 560 persone uccise. Parallelamente alle nostre attività è in pieno svolgimento un altro progetto in collaborazione con il governo federale. Un progetto da noi stessi sollecitato: “La Cooperativa della gioventù”, che comprende 1500 giovani. Desideriamo venire incontro a loro proponendo politiche pubbliche e sociali che diminuiscano la violenza e provvedano alternative all’assistenzialismo così radicato storicamente ma non costruttivo. È il nostro contributo, affinché anche i poteri pubblici facciano la “scelta preferenziale dei giovani”. Nei nostri progetti non tutto è facile specialmente per quanto riguarda la parte finanziaria. Affrontiamo queste difficoltà come occasioni per prendere maggiore coscienza che la comunione è sempre frutto della crocifissione e dell’abbandono di Gesù. Lo sforzo di restargli fedeli in questi momenti difficili apre spazi impensati di nuove collaborazioni che ci sorprendono con i loro risultati. Quest'anno abbiamo potuto costruire un altro centro per 350 bambini e adolescenti. L’aiuto proveniente da iniziative private ha garantito il pagamento della maggior parte — pag. 35 — esperienza 177 della spesa. All’inizio della costruzione potevamo contare solo sul 20% del costo totale. Facevamo ogni giorno l’esperienza di credere che Dio voleva quest'opera per i suoi giovani figli e figlie sprovvisti dei diritti più elementari. Fiduciosi nel Padre abbiamo incontrato in Brasile e all’estero tante mani generose e solidali, aperte al nostro progetto che oggi è in pieno funzionamento. Altre attività Il dialogo tra centro città e periferia continua. Anzi sono entrati in questa dinamica anche il mondo urbano e il mondo rurale. È iniziato un “Forum permanente di economia solidale” che promuove attività congiunte tra agricoltori, professionisti e intellettuali. Si stanno articolando vari progetti. Stiamo lavorando già con 60 aree di terre in conflitto nelle periferie della grande Florianbpolis. Il “Movimento dei senza tetto” si sta articolando con quello dei “senza terra”, che vengono in città per prendere accordi in vista della Riforma agraria. Continuo ad accompagnare le Comunità ecclesiali di base insieme a teologi e biblisti. Sono in contatto col “Movimento macreecumenico del popolo di Dio in America Latina” che aiuta molti pastori e leaders religiosi a riflettere e ad assumere insieme la causa dei poveri. Anche il “Forum sociale mondiale”, tenuto a Porto Alegre, è stato per noi un’occasione preziosa per incrementare la comunione. Interagire con migliaia di partecipanti provenienti da più di 100 Paesi ha significato crescere nella nostra riflessione e azione di riscatto della dignità della persona. Lavorare nel campo in cui mi trovo non è facile, ma coloro con i quali condivido il carisma dell’unità mi aiutano a dialogare e a generare la comunione con tutti. Sono convinto che questo stile di vita fa emergere i segni della Risurrezione contenuti anche nelle situazioni di morte con cui ogni giorno mi incontro. Ed è confortante vedere brillare il Risorto tra i poveri. Vilson Groh (segue da pag. 163) suo rifiuto, non si esclude da se stesso dalla vita ecclesiale? Non rompe il legame con la Chiesa e con Cristo presente in essa? La Chiesa non può che sancire un dato di fatto. 9) Il versetto è da considerare prematteano, ma soltanto il redattore lo lega ai vv. 15-17.18. “Di nuovo” (rtaAuv) è tipicamente redazionale. Il v. 19 è unito al v. 18 con parole-aggancio: “sulla terra — in Cielo”. 10) Chiaramente la parola del v. 20 supera il contesto diegetico: normalmente Gesù parla ai discepoli rimandandoli al “Padre nei Cieli” (vv. 10.14.19.35; cf vv. 18.23ss). Nel v. 20 invece (come nel v. 5) il protagonista riferisce i discepoli a se stesso. Evidentemente l’autore implicito interviene direttamente dando il suo punto di vista, È probabile che l’evangelista stesso sia all’origine di questo detto: lo suggeriscono già il passaggio dalla teologia alla cristologia e a quella tipicamente matteana del Dio-con-noi. Altri indizi lo confermano: egli adatta l’inizio del versetto (“due o tre”) al v. 19 (“se due”), e si aggancia, nella scelta del verbo “radunare” alla regola disciplinare (l’ekk/esia del v. 17). Il legame col v. 19 tuttavia non è perfetto: “radunati nel nome di Gesù” (v. 20) invece di “sinfonia di voci” (v. 19) (ma si capisce alla luce della sua ecclesiologia); passaggio dalla seconda persona (v. 19) alla terza (v. 20): tensione che si spiega a livello redazionale: Matteo ha voluto dare il carattere di sentenza generale che avvolge non soltanto il v. 19, ma l’intera sezione dei vv. 15-19, pur lasciando aperta altre applicazioni (vedi H. Frankemélle, Jahwe-Bund..., op. cit., pp. 34s; H.E. Lona, art. cit., p. 382). Matteo si è ispi- rato ad una sentenza rabbinica sulla Shekhinah? (I. Sievers, “Dove due o tre...”: il concetto rabbinico di Shekhinah e Matteo 18, 20”, in “Nuova Umanità” 20 (1982) pp. 56-71. Per il pro e il contra vedi G. Rossé, L'Ecclesiologia di Matteo, Città Nuova, Roma 1987, pp. 96ss. Il redattore non usa la preposizione ev al dativo, ma 16 + acc. che ha senso finale (in vista di) o causativo (a motivo di, a causa di). 12) Cf Lc 17,4=Q. 13) D. Marguerat, op. cit., p. 434: la parola di Gesù è da mettere in relazione con l’uso parenetico che Matteo fa della regola disciplinare. 14) Cf Mt 5, 16: la gente che vede le opere buone dei discepoli non rende gloria alla comunità, ma al Padre che è nei Cieli. ll Gen's 6/2005 — pag. 36 — 178 notizie ecclesiali La Chiesa nel mondo [I Convegno ecumenico di vescovi a Bucarest Avvicinandosi la settimana di preghiera per l’unità delle Chiese che nei Paesi europei si celebrerà dal 18 al 25 gennaio, offriamo ai nostri lettori questa interessante notizia ecumenica. «Unitate, unitate!» è stato il grido che si è levato dalla spianata di Bucarest il 9 maggio 1999 dopo l’abbraccio fraterno tra Giovanni Paolo II e il Patriarca ortodosso Teoctist, durante la visita storica del Papa alla Romania. Sei anni dopo, proprio a Bucarest si è svolto l’annuale convegno internazionale di vescovi di varie Chiese, amici del Movimento dei focolari su invito di Sua Beatitudine Teoctist, Patriarca della Chiesa ortodossa di Romania, che conta 20 milioni di fedeli. Il convegno che aveva per titolo: «La presenza del Risorto in mezzo al suo popolo: centro della vita ecclesiale e fulcro della nostra comune testimonianza», ha avuto luogo nel Palazzo patriarcale dal 20 al 27 settembre scorso e ha visto la partecipazione di 40 vescovi di 7 Chiese, provenienti da 16 nazioni. Sua Beatitudine il Patriarca Teoctist, 91 anni, figura ieratica e molto vicino alla gente, parla a braccio seguendo una linea di grande apertura. Ha partecipato all’incontro in diversi momenti. Nella giornata di apertura, prima dei saluti dei rappresentanti delle varie Chiese, ha rivolto ai vescovi un discorso di benvenuto con parole forti di speranza e di Gen's 6/2005 stima, ed ha parlato del “coraggio dell’unità”, invitando ad un impegno sempre più determinato. Egli ha espresso con viva gioia il suo grande apprezzamento per Chiara Lubich, che conosce dalla vita dei focolari in Romania, dai suoi scritti e dalle immagini video. Un contributo al convegno sono state due conversazioni registrate di Chiara su “La presenza di Gesù in mezzo ai suoi” e il “Dialogo della vita”. Rifacendosi ai Padri della Chiesa con la freschezza di un carisma di oggi, esse sono risuonate un appassionante appello a dar spazio, attraverso l’amore reciproco, al Cristo Risorto per risanare le antiche ferite e ricomporre la piena comunione visibile fra le Chiese. «Dobbiamo creare — ha detto Chiara — continuamente queste cellule vive del mistico Corpo di Cristo — che sono i fratelli uniti nel suo nome — per dar vita all’intero Corpo». Amore e accoglienza scambievoli sono stati l’anima delle visite alle diverse comunità cristiane della città (anglicana, riformata, luterana, oltre ovviamente a quella ortodossa e a quella cattolica di rito latino e bizantino) e nella partecipazione alle rispetti ve celebrazioni, dove si è sperimentato il reciproco arricchimento. Le testimonianze di Peter Grinheden, focolarino luterano-svedese e di Scherine Helmy, focolarina copta-ortodossa egiziana, hanno contribuito a far comprendere la realtà del dialogo della vita in questi Paesi. Interessante il profilo del compianto vescovo anglicano Hugh Montefiore, che da qualche anno faceva parte di questo gruppo — pag. 37 — notizie ecclesiali 179 di vescovi amici dei Focolari. La sua vita è stata presentata dal vescovo Robin Smith. È seguito un tema di Hubertus Blaumeiser su “Gesù in mezzo e l’ecclesiologia”, con commenti di Callan Slipper, focolarino e sacerdote anglicano, e Stefan Tobler, focolarino e pastore evangelico. Ricco il successivo dialogo. Stefan Tobler ha poi parlato su “La presenza di Cristo come principio vitale della Chiesa nella tradizione evangelica”, un tema che ha messo in luce vari aspetti di Calvino, il riformatore noto di Ginevra. Il 24 settembre il gruppo di vescovi ha fatto un viaggio nei monti Carpazi: un’immersione nella tradizione e nella cultura ortodossa rumena. Prima tappa il monastero di Curtea di Arges a 150 km da Bucarest, considerato uno dei più importanti monumenti dell’architettura religiosa. I vescovi sono stati accolti nel santuario dagli stupendi canti sacri offerti loro dagli studenti del seminario locale. Poi si sono recati al monastero femminile di Bistrita, un’oasi di vita monastica molto fiorente. Ultima tappa del viaggio il bellissimo monastero di Hurezu, la cui chiesa conserva tesori artistici di inestimabile valore e il cui monastero accoglie un centinaio di monache ortodosse. Domenica 25 settembre il Patriarca Teoctist ha invitato il gruppo ad assistere alla Divina Liturgia, celebrata da lui con vari vescovi ortodossi, tra cui 4 presenti al convegno. Ha voluto che il card. Miloslav VIk fosse seduto in un posto privilegiato, e su sedie episcopali poste di fronte ha fatto sedere vescovi della Chiesa siro-ortodossa, della Chiesa anglicana e di quella evangelico-luterana. Nell’omelia, trasmessa da Radio e Tv, il Patriarca ha lanciato un vibrante appello. Commentando il Vangelo del giorno ha detto tra l’altro: «Gettiamo nuovamente le reti secondo la parola di Cristo, per corrispondere (...) alla chiamata di Gesù e testimoniare insieme (...) la SS. Trinità sempre una”. Ha quindi espresso la sua gioia per “questi metropoliti e vescovi (...), i quali, accesi dall’anelito dello Spirito Santo, sono impegnati senza sosta a lavorare per l’unità». Il Patriarca, dopo aver invitato il card. VIk a parlare, gli ha poi consegnato, come dono e segno di unità, una croce pettorale che riproduce la croce portata 80 anni fa dal primo Patriarca rumeno Miron Cristea. L’applauso della comunità ha sottolineato la straordinarietà di questo momento di comunione. Alla fine della Divina Liturgia, Sua Beatitudine ha preso ancora una volta la parola e ha detto: «L'amore ci ha radunati oggi. Abbiamo scritto una pagina bella di storia. Scrivete nei vostri cuori questo giorno meraviglioso». Grande in tutti la gioia e la commozione. L’abbraccio del Patriarca al card. VIk sotto il primo raggio di sole, dopo giorni di pioggia torrenziale, ha concluso una mattinata di festa. Nel pomeriggio, poi, nella chiesa della facoltà teologica del Patriarcato, i vescovi delle varie Chiese, in cerchio davanti all’iconostasi, hanno letto in varie lingue la preghiera di Gesù per l’unità, hanno recitato insieme il Credo Niceno-costantinopolitano nell’originale greco, e si sono poi dichiarati solennemente di voler vivere in tutto e prima di tutto il comandamento di Gesù di amarsi scambievolmente. Momento di grande intensità, accompagnato dagli inni ortodossi eseguiti dal coro della facoltà teologica di Cluj, diretto dal prof. Stanciu, che quella stessa sera ha offerto ai vescovi un concerto di alto livello. Il 26 settembre ha avuto luogo un incontro molto cordiale con la Conferenza episcopale cattolica della Romania, che aveva spostato per l’occasione la sua assemblea dal Nord del Paese a Bucarest. Dopo le parole del presidente della Conferenza, il Metropolita grecocattolico Muresan, piene di apprezzamento per la spiritualità dell’unità di Chiara Lubich e per il Movimento dei focolari, sono seguite testimonianze di alcuni partecipanti che hanno suscitato vivo interesse. Gen's 6/2005 — pag. 38 — 180 notizie ecclesiali A conclusione del convegno, il Movimento dei focolari, nella sua storia e nella sua attualità in Romania, si è presentato con un “Pomeriggio aperto” nell’aula magna della facoltà cattolica di teologia di Bucarest. Vi hanno partecipato, oltre alla Conferenza episcopale cattolica, circa 300 persone, con rappresentanti di diverse Chiese e del mondo civile, e a sorpresa lo stesso Patriarca Teoctist, che è rimasto tutto il pomeriggio in ascolto. Sul palco si sono avvicendati canti e testimonianze di giovani, bambini e adulti del Movimento, che hanno portato i presenti a scoprire o a riscoprire la semplice forza e la radicalità evangelica del carisma. Il Metropolita rumeno-ortodosso Serafim ha parlato del suo incontro con il Movimento dei focolari e dei cardini della spiritualità dell’unità: Gesù in mezzo e Gesù abbandonato. Le testimonianze dei ragazzi del Movimento sull’arte di amare sono state valorizzate in maniera speciale dal Patriarca. Alla fine prendendo la parola egli ha detto: «Ascoltando i racconti dei giovani, (...) pensavo a come sarebbe proficuo se anche noi, vescovi, e le nostre Chiese provassimo a rivedere nello stesso modo uno per uno tutti i problemi che ci amareggiano (...). E lo dico con moltissima sincerità, (...) perché ho davanti a me (...) i vescovi greco-cattolici, nel rapporto con i quali noi, Chiesa ortodossa rumena, riconosciamo che siamo lontani dalla giustizia e dalla verità, soprattutto dall’amore di Cristo. Proviamo, secondo l’esempio e le opinioni di questi giovani e di questi fratelli del Movimento dei focolari (...), a trovare anche noi delle vie per risolvere i problemi che ancora abbiamo. Se lo vogliamo possiamo farlo». A sera, nell’adiacente cattedrale cattolica di San Giuseppe, gremita, tutti hanno assistito alla solenne concelebrazione dei vescovi cattolici (la Conferenza episcopale rumena, il nunzio apostolico e 14 vescovi del convegno), durante la quale si sono alternati in maniera meravigliosa i canti del coro della cattedrale e quelli degli studenti ortodossi della facoltà teologica di Cluj. Gen's 6/2005 La folla raccolta nella chiesa pregava all’unisono, con una condivisione calda e piena. «Voi che avete vissuto fra noi questa settimana — ha detto nell’omelia l’arcivescovo cattolico di Bucarest Ioan Robu — siete per noi una sorgente di vita, di idee nuove. Questa è per me una vera speranza per l’unità». Quando tutti i vescovi, alla fine, uscivano in processione dalla cattedrale tra la gioia e lo stupore del popolo, era immediato il richiamo a quel grido del 1999: «Unitate, unitate!». Sospinti in avanti da questi eventi appena accaduti, si avvertiva lo Spirito che illuminava la strada verso l’unità piena e visibile, una strada già aperta dagli scambi di visite tra Giovanni Paolo II e il Patriarca Teoctist, che segnarono l’inizio di una nuova stagione nel cammino dell’unità. a cura della redazione — pag. 39 — indice 181 INDICE ANALITICO 2005 All’interno delle singole tematiche gli autori degli articoli sono in ordine alfabetico. Dopo il titolo di ogni articolo seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo e infine quello della pagina. SPIRITUALITÀ Gesù in mezzo LUBICH Chiara Gesù in mezzo a noi. L’unità vissuta rende visibile la presenza del Risorto nella Chiesa. 1/Prospettive ecclesiologiche, alla luce della Rivelazione. 2005/2/36 Gesù in mezzo a noi. Rendere visibile la presenza del Risorto nella Chiesa. 2/L’esperienza dei primi tempi dei Focolari. 2005/3-4/68 Gesù in mezzo ai suoi e il «dialogo della vita». Creare brani di cristianità uniti, per preparare la via alla piena visibile comunione tra le Chiese. 2005/1/6. ° Dare visibilità al Risorto. Messaggio agli “animatori del Movimento parrocchiale”. 2005/5/108 Alcuni effetti della presenza di Gesù tra i suoi. Riflessioni partendo dai Padri della Chiesa. 2005/6/148 ASPETTI DELLA VITA CRISTIANA Natura e vita fisica COCCOLO GIOVANNI «Sei tu, Signore, che vieni a visitarmi». Flash di vita. 2005/3-4/100 VITA DELLA CHIESA Documenti COMMISSIONE EPISCOPALE CEI Che la varietà manifesti l’unità. Stralci dalla Lettera: “Fare di Cristo il cuore del mondo”. 2005/5/107 GIOVANNI PAOLO II La presenza del Risorto principio vitale della Chiesa. Messaggio al card. Miloslav VIk. 2005/2/35 MATHIS Hans e KOHLER Josef Insieme perché tra noi ci sia Gesù. Due parroci svizzeri a vita comune. Incervista. 2005/2/55 NGUYEN VAN THUAN card. Frangois Xavier Il Risorto sulle vie del mondo. Da una meditazione dell’autore. 2005/6/147 VLK card. Miloslav Costruendo la Chiesa-comunità. Una Chiesa che esce dalle catacombe e fiorisce nella comunione (Esperienza). 2005/2/46 Chiesa nel mondo e missioni FRANDINA Maria «Aiutalo a crescere nella sua terra». Riflessioni sull’arte di amare. A partire da un’esperienza umanitaria in Africa. 2005/3-4/90 Sacerdoti ALTERIO Raffaele Seminare la gioia. Flash di vita. 2005/2/58 CAMBÒN Enrique Giocarsi per l’unità. Esperienza di vita comune fra sacerdoti diocesani. 2005/2/50 CERCATO Mario Dalla divisione alla comunione. Flash di vita. 2005/2/59 COLA Silvano Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti. Breve percorso storico dalle origini ai nostri giorni. 2005/2/40 FLEMING Andrea «Dove due o tre» sacerdoti. La vita d’unità: una perla del Vangelo da offrire a tutti. 2005/6/168 OBERMEYER Hans-Jirgen Una casa per i sacerdoti. Ricordando Toni Weber, formatore di seminaristi e sacerdoti alla spiritualità di comunione. 2005/6164 MATHIS Hans e KOHLER Josef Insieme perché tra noi ci sia Gesù. Due parroci svizzeri a vita comune. 2005/2/55 PAL Jozsef Un piccolo laboraterio ecumenico. In una città multietnica e multireligiosa la ricerca dell’unità tra i responsabili delle Chiese genera armonia tra le diverse comunità. 2005/1/15 Gen's 6/2005 — pag. 40 — 182 indice Seminari e vocazioni AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari — 42. La via del dialogo. 2005/1/29 Notizie dal mondo dei seminari — 43. Figli del Padre. 2005/2/61 Notizie dal mondo dei seminari — 44. Non solo vacanze. 2005/3-4/101 Notizie dal mondo dei seminari — 45. Quello che conta. 2005/5/141 Movimenti ecclesiali COLA Silvano La sinfonia della vita ecclesiale. Benedetto XVI e i Movimenti ecclesiali. 2005/5/110 SBARIGIA Mario Una parrocchia colorata di carismi. Cosa succede se una parrocchia accoglie i moderni Movimenti ecclesiali? Scompiglio o rinnovamento? (Intervista). 2005/3- 4/78 VIE DELLA PASTORALE Evangelizzazione BALLARINI Francesco La festa di tutti. Celebrazione del Natale in un quartiere della periferia di Buenos Aires. 2005/6/171 GROH Vilson Periferia e pericoresi. Il carisma dell’unità in un quartiere di periferia di una città brasiliana. 2005/6/174 Pastorale parrocchiale AKGEBE Helen Ricostruire la comunione. Dall’ Africa un’esperienza di riconciliazione. 2005/5/135 BAUMGARTNER Beda «Siete una sfida di Vangelo vissuto». Una parrocchia svizzera impegnata ad essere comunità in dialogo. 2005/3-4/75 BIANCHI Maria Carmela «Nella prova abbiamo mantenuto viva la carità». Una comunità di suore a servizio di una parrocchia. 2005/5/128 BOUHANS Gérard Marie Pronto a dare la vita. Flash di vita. 2005/5/140 Gen's 6/2005 CASTANEDA Emeterio La vita in una parrocchia andina. Come si evangelizza sulle montagne del Perù. 2005/5/130 CHANG Thomas e GYELE Cecilia La forza evangelizzatrice della Parola. La vitalità di una comunità parrocchiale in Corea. 2005/5/137 CUNEO Bruno e Luisa Fedeltà nel servire la Parrocchia. Cambia il parroco, ma i collaboratori proseguono nel loro impegno. 2005/5/125 GALANTE Gino La Parola vissuta via all’unità. Due comunità nel sud Italia: dalla preghiera insieme al Vangelo condiviso. 2005/1/19 LUBICH Chiara Dare visibilità al Risorto. Messaggio agli “animatori del Movimento parrocchiale”. 2005/5/108 PEPE Enrico Insieme per la parrocchia. Editoriale. 2005/5/106 POSA Laszlo La Parola vissuta unisce le etnie e ravviva la parrocchia. Una comunità parrocchiale serba multietnica supera le divisioni. 2005/5/120 RAGGIO Adolfo Per una parrocchia «casa e scuola di comunione». Il Movimento dei focolari e le parrocchie. 2005/5/114 SBARIGIA Mario Una parrocchia colorata di carismi. Cosa succede se una parrocchia accoglie i moderni Movimenti ecclesiali? Scompiglio o rinnovamento? (Intervista). 2005/3- 4/78 SPAKI Mario Gesù torna in mezzo alla gente. “Settimana dei piccoli gruppi” in una diocesi del Brasile. 2005/3-4/71 ZOCCHIO Piergiorgio Gli zingari nostri fratelli. Flash di vita. 2005/3-4/98 Dialogo ecumenico BLAUMEISER Hubertus Ecumenismo: nuova tappa. Editoriale. 2005/1/1 CAMBÒN Enrique Il ministero petrino. Cattolici ed ortodossi in dialogo. Recensione. 2005/1/28 GALANTE Gino La Parola vissuta via all’unità. Due comunità nel sud Italia: dalla preghiera insieme al Vangelo condiviso. 2005/1/19 — pag. 41 — indice 183 GIOVANNI PAOLO II Vita ecumenica e spiritualità di comunione. Omelia nel 40° anniversario del decreto conciliare “Unitatis redintegratio”. 2005/1/3 JOANTA Serafim Ecumenismo della vita tra vescovi. Nella comunione si ritrovano le radici evangeliche della propria Chiesa. (Intervista). 2005/1/12 LAMBRU Ruxandra Uniti nella bellezza della diversità. «Piena comunione non significa astratta uniformità, ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi e riconosciuti da tutti». 2005/1/17 LUBICH Chiara Gesù in mezzo ai suoi e il «dialogo della vita». Creare brani di cristianità uniti, per preparare la via alla piena visibile comunione tra le Chiese. 2005/1/6. L’unico fondamento. Commento alla frase biblica scelta per la settimana dell’unità 2005. 2005/1/22 PAL Jozsef Un piccolo laboratorio ecumenico. In una città multietnica e multireligiosa la ricerca dell’unità tra i responsabili delle Chiese genera armonia tra le diverse comunità. 2005/1/15 REDAZIONE (a cura della) Passi nella comunione. Incontro ecumenico di vescovi a Istanbul - Momento storico per l’ecumenismo - La triplice missione dell’Icona di Kazan - «Non c’è alternativa all’ecumenismo». 2005/1/24 In cammino verso l’unità. Incontro ecumenico ad Atene. «Maria: grazia e speranza in Cristo». 90° anniversario di frère Roger Schutz. 2005/3-4/95 Convegno ecumenico a Bucarest. Incontro ecumenico di vescovi amici del Movimento dei focolari. 2005/6/178 Dialogo interreligioso MUTI Carmela Dialogo della vita con i fratelli Musulmani. Convivenza con i musulmani in Sicilia. 2005/5/122 TEOLOGIA E CULTURA Chiesa e comunione BLAUMEISER Hubertus Il popolo del Risorto. Editoriale. 2005/3-4/65 Teologia biblica ROSSE” Gérard L’Emmanuele, il Dio-con-noi. Il significato della promessa di Mt 18, 20 sullo sfondo della teologia veterotestamentaria dell’alleanza. 2005/6/156 SEDLMEIER Franz «Abiterò in mezzo a loro...». La presenza di Dio nel suo popolo - prospettive di teologia biblica. 2005/6/150 Teologia spirituale CAMBÒN Enrique «Dove due o tre...». Editoriale. 2005/2/33 Evoluzione socio-culturale ARAUJO Vera La persona nel cuore di una società complessa. Uno sguardo sul nostro mondo, realistico e senza illusioni, ma capace di infondere serenità e speranza. 2005/3- 4/84 Padri della Chiesa CRISOSTOMO San Giovanni Quando tra noi non c’è Gesù. Da un’omelia di San Giovanni Crisostomo. 2005/3-4/67 Storia COLA Silvano Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti. Breve percorso storico dalle origini ai nostri giorni. 2005/2/40 Mondo dell’arte RASSAY Viràg Nell’Eucaristia: il paradiso e la terra. Flash di vita. 2005/3-4/99 RUBRICHE Segnaliamo CAMBÒN Enrique Il ministero petrino. Cattolici ed ortodossi in dialogo. Recensione. 2005/1/28 Gen's 6/2005 — pag. 42 — 184 spiritualità Natale! «Dove sono due o tre uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». In mezzo a loro, esattamente come duemila anni fa in mezzo a Maria e Giuseppe. Solo che la sua presenza, pur reale, è spirituale. Gesù non ama rimanere nei tabernacoli soltanto. Il suo desiderio è di stare fra gli uomini e condividere con loro i pensieri, i progetti, le preoccupazioni, le gioie... Anche per questo è venuto sulla terra: per darci la possibilità di averlo fra noi sempre, a portare il calore, la speranza, la luce, la concordia che ogni Natale reca con sé. Chiara Lubich E torna Natale..., Città Nuova, Roma 2003'°, pp. 27-29. Gen's 6/2005 — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen 4 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. en's rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione. amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen’s - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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Przyklinga 12, 40-551 Katowice, Polonia. gen’s su internet: Per accedere ai numeri della nostra rivista già consultabili in internet: entrare nel sito arp:/Amww.indaco-torino.net e cliccare su: RIVISTA GEN'S. Ringraziamo per l'ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. limi addi — pag. 44 — bimestrale