Puntare sempre alla comunione Un prete, dimentico di sé, vive per l’unità dei sacerdoti con il vescovo Julio Rodriguez Fonte: Gen's 2/2006, pp. 61-63 – https://it.ekklesiaonline.org/gens-2006-2-puntare-sempre-alla-comunione/ Abbiamo trovato in redazione questa preziosa esperienza vissuta dall’autore che l’anno scorso è passato all’altra vita lasciando in diocesi una scia di luce per il suo amore concreto verso tutti. Goro in una parrocchia ben messa. Un giorno il vescovo mi chiama: «C’è un sacerdote che ha bisogno di essere aiutato, ma accetterebbe solo te. Sei disposto a spostarti?». Capisco che in fondo il vescovo vuole che la mia presenza porti un cambiamento nella vita di quel sacerdote. Faccio presente: «Ma chi sono io per esigere da una persona un cambio di mentalità? Oltretutto egli ha una certa età!». Il vescovo mi fa notare: «Farai la tua parte e la vita fraterna con lui sarà di sostegno per lui e anche per te». Il problema del sacerdote dipendeva soprattutto dalla sua salute, perché correva il pericolo di perdere una gamba. Sono andato a vivere con lui per due anni, finché la situazione si è risolta. Nel frattempo un’altra parrocchia è rimasta vuota ed il vescovo mi ha chiesto di assumerla. È nuova e molto viva, piena di giovani attivi, con solide istituzioni e con un santuario che è meta di tanti pellegrinaggi. Il consiglio economico del santuario svolge una azione sociale con i poveri, i quali però hanno occupato abusivamente parte del terreno appartenente al santuario stesso. Ho affidato al consiglio il compito di normalizzare questa situazione. Simultaneamente un gruppo di laici e alcuni membri del consiglio siamo andati a Roma ad un congresso internazionale per parrocchie organizzato dal Movimento dei focolari. Siamo tornati tutti entusiasti dello stile di vita proposto e vissuto a Roma. Dalla divisione alla comunione Durante la nostra assenza però, il consiglio economico nella gestione di alcuni documenti ha commesso qualche sbaglio per imperizia, facendo sorgere in qualcuno il dubbio di una truffa. Ovviamente la responsabilità maggiore è ricaduta sul parroco. Saputa la cosa, il vescovo, forse per evitarmi guai, ha deciso di trasferirmi altrove. Rientrato in parrocchia ho cercato di chiarire che si era trattato di un errore involontario e di carattere organizzativo. Nonostante tutto, la richiesta di lasciare la parrocchia era stata già decisa. I laici mi dicono di non rinunciare, perché anche la loro reputazione si sarebbe macchiata ingiustamente. Anche i sacerdoti mi suggeriscono di non precipitare le cose, mentre loro stessi sarebbero andati dal vescovo a spiegare bene tutta la situazione, disposti anche a imporsi con forza, se necessario. Per poter capire meglio ed evitare di navigare con un solo remo, girando sempre attorno a me stesso, ho pensato di vederci chiaro esponendo il caso con quei sacerdoti con cui faccio un cammino di comunione. Ho telefonato ad uno di loro che, dopo avermi ascoltato, mi ha detto: «Noi dobbiamo cercare di costruire sempre l’unità: se il vescovo ti chiede di rinunciare, offri la tua rinuncia». Sono andato al vescovado ed ho firmato la rinuncia senza pensarci due volte. Il vescovo è rimasto molto sorpreso, sapendo che era in atto da parte della gente una campagna di protesta per evitare la mia rimozione. Tornato a casa ho trovato i parrocchiani che volevano convincermi a ritirare la rinuncia. Ho risposto dicendo: «Ormai non si può tornare indietro e se veramente volete aiutarmi, preghiamo insieme per il parroco che dovrà succedermi». E subito ho incominciato a dire con loro il Padre Nostro. Ma gli altri colleghi sacerdoti insistono nel dire che non devo andare via. Allora ho deciso di ritirarmi per alcuni giorni presso una famiglia di amici, dove nessuno poteva trovarmi. Nel giorno in cui il vescovo compie gli anni, mi domando cosa fare, perché la mia presenza alla festa può diventare un’occasione di scontro tra i sacerdoti e il vescovo. Io non voglio provocare questo. Dopo essermi consigliato, sono andato in prima mattinata da lui, insieme ad un altro sacerdote, per portargli in dono una torta ed una bottiglia di whisky. Alcuni giorni dopo è venuto a trovarmi il segretario e cancelliere della curia per dirmi che per il vescovo il miglior regalo era stato il mio, perché umanamente non si spiegava come dopo la mia “destituzione” avessi pensato di inviargli un dono. L'atmosfera nella parrocchia che stavo lasciando non era facile. Un giorno ho chiamato quelle persone che erano venute con me al congresso in Roma, perché mi aiutassero a fare in modo che nella comunità non restasse nessun tipo di divisione tra le persone. Parlando, ho saputo chi era colui che aveva creato tutta questa problematica. Ho subito proposto di andare a riconciliarci con lui. Arrivati a casa sua, l’abbiamo trovato molto teso, col timore che volessimo litigare. Ho preso la parola: «Sento tanto quello che è successo, ma la cosa più importante per me è che l’unità tra te e me e tra te e la comunità rimanga e, se per ricostruirla hai ancora bisogno di me, sono pronto ad aiutarti». Subito dopo sono trasferito in un’altra parrocchia, dove c’è una realtà forte di miseria e un carcere giovanile molto affollato con situazioni difficili sia per il rapporto con le istituzioni sia a causa della povertà economica, spirituale e morale dei detenuti. Personalmente non mi sentirei preparato ad affrontare una realtà così dura, ma ogni giorno prima di entrare nel carcere rinnovo l’impegno di vedere i tratti di Gesù crocifisso nei volti dei detenuti e chiedo a lui la forza di amare tutti. Entro in quel luogo di pena cercando di portare un po’ di serenità a ciascuno. I momenti vissuti con loro sono straordinariamente belli per l’apertura al Vangelo che essi hanno, fino al punto che uno di loro ha dato la sua vita per salvare un compagno. Costruire l’unità nel presbiterio Intanto la situazione nel presbiterio andava peggiorando: c’era un grande risentimento, aggravato da una presenza nostra e di altri sacerdoti nel sociale in favore dei poveri che il vescovo non aveva il coraggio di approvare. Nonostante tutto, anche nei momenti più difficili il mio rapporto con lui è rimasto sempre in piedi, perché ero conscio che il mio sacerdozio non ha senso se non unito al Vescovo. Un giorno un gruppo di parrocchie voleva fare una dichiarazione nei mass media in favore dei poveri. Sono stato scelto per andare dal vescovo ad esporgli quanto si pensava di esprimere con quella dichiarazione. Il vescovo in un primo momento si è turbato per la mia presenza in questo gruppo di preti. Gli ho spiegato che nel mio cuore c’era un solo desiderio: contribuire all’unità fra lui ei sacerdoti e i fedeli che lavorano nel sociale. Allora mi ha chiesto: «Tu sei focolarino e sai che loro sono distanti da me, cosa fai in mezzo a loro?». Gli ho risposto: «E vero che c’è una separazione tra il corpo e la testa. Lei è la testa e il corpo è parte di lei. Ma se anche la testa si separa dal corpo, questo diventa mostruoso. Io sono qui per contribuire all’unità». Il colloquio è finito con l’invito a cena da parte del vescovo. Di queste situazioni ce ne sono state tante e, dopo ogni contrasto, sono sempre finite in una comunione più profonda. Ho avuto modo allora di capire la corona di spine che il vescovo come capo deve portare nella sua vita. Nei colloqui con i sacerdoti spesso li invitavo a giocare tutto per costruire la nostra famiglia che è il presbiterio: alcuni aderivano volentieri, altri trovavano un po’ di difficoltà. Un brutto giorno ci arriva la notizia che un tumore maligno e avanzato minaccia la vita del vescovo. Siamo andati in due a visitare uno ad uno i sacerdoti più lontani dal vescovo per proporre loro di riconciliarsi con lui e che, se non lo volevano fare per se stessi, lo facessero almeno per dare un po’ di serenità al vescovo. Anche se alcuni avevano il dubbio che il vescovo volesse riceverli, pian piano tutti sono andati, a volte accompagnati da me. In questi incontri sentivo che era Cristo che soffriva nel vescovo ed ho incominciato a visitarlo ogni giorno. Alcuni che lo accudivano non si sono mostrati molto contenti della mia frequenza, ma io ho pensato: «Il vescovo è mio padre e nessuno può proibirmi di visitarlo». Alle volte ho dovuto attendere fino a due ore per le cure mediche, per poi entrare nella stanza semplicemente per vederlo, fargli una carezza e ripartire. Un giorno non aveva forze per ricevere visite. Avendo saputo della mia presenza, mi ha fatto chiamare e mi ha detto: «Oggi è il mio compleanno, guarda come Dio, che è Padre, mi sta trattando!». Gli ho parlato di Gesù abbandonato, di come il Padre continuava ad essere tale mentre Gesù era in croce, ed ho aggiunto: «Lei è stato amato immensamente da Dio e per questo è stato scelto per una croce così grande; questo letto è l’altare e lei è l’ostia che si va consumando. Questo è l’esercizio più prezioso del suo sacerdozio». Gli ho promesso di offrire tutta la giornata per lui e di andare al santuario della Madonna per ringraziare Dio per la sua fedeltà alla vocazione. Allora egli mi ha detto: «Dammi la tua benedizione». Gli ho risposto di no, perché è il vescovo che benedice i sacerdoti. Ed egli: «È vero, ma ora io voglio la tua benedizione». L’ho benedetto. Ed egli mi ha domandato: «Quando un padre celebra l’anniversario, cosa fanno i figli per lui?». «Gli portano un regalo», ho risposto. Ed egli: «Io ti chiedo un dono: darmi un bacio». Nella nostra cultura si dà un bacio a chi compie gli anni in segno di sincero affetto. L'ho baciato ed ho ricevuto la sua ultima benedizione. È stato un momento importante: la distanza che c’era stata un tempo, ora si era cancellata. In questo modo è nato un nuovo rapporto tra i sacerdoti e il vescovo: lo abbiamo visto di fronte a Dio. La sua camera è diventata una grande sala di udienze dove man mano tutto il clero si è riconciliato. Il giorno in cui è partito per il paradiso ero in parrocchia ed ho sentito di dirgli col cuore: «Bene, monsignore, vada con Dio. Noi pregheremo per lei, lei preghi per tutti noi. Ora che conosce bene i nostri bisogni, chieda al Signore un buon pastore per la nostra diocesi ormai riconciliata». Julio Rodriguez