gen’s 2006/5-6 – Sacerdozio «mariano» Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2006-5-6-sacerdozio-mariano/ — pag. 1 — Editoriale Chiesa-Maria Giovanni Paolo Il Due dimensioni co-essenziali Chiara Lubich Alla scuola di Maria Benedetto XVI Costruire insieme la casa di Dio Brendan Leahy Su Il p il profil [o SO della Chies: «(esa Silvano. Cola Klaus Hemmerle Un nuovo «io» RC cosi ca il sacerdozio a della Segreteria gens —— Notizie dal mondo dei seminari anno XX) (XVI e /4 h novembre - dicembre 2/7 — pag. 2 — 181 183 184 186 191 197 204 205 209 213 217 EDITORIALE MAGISTERO SPIRITUALITÀ INSEGNAMENTI INTERVISTA RIFLESSIONE SPIRITUALITÀ ESPERIENZA ESPERIENZA MONDO DEI SEMINARI INDICE Chiesa-Maria Hubertus Blaumeiser Due dimensioni co-essenziali Giovanni Paolo II Alla scuola di Maria Ogni cristiano, anche il sacerdote, deve conformarsi a Maria, il modello donatoci da Gesù Chiara Lubich Costruire insieme la casa di Dio nel mondo di oggi Per uno stile di vita presbiterale Benedetto XVI Sul profilo mariano della Chiesa Una dimensione emergente nella teologia Intervista a Brendan Leahy «Carisma femminile», profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich Non una devozione. ma un modo di essere Chiesa Silvano Cola Un nuovo «io» Klaus Hemmerle Sotto il manto di Maria Durante le vicende della guerra in Costa d'Avorio Charles Landreau e Gerhard Stigler Così vivo il sacerdozio La comunione fraterna: strada maestra per la pastorale Georg Pfender Notizie dal mondo dei seminari — 48 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Indice analitico dell’anno 2006 — pag. 3 — editoriale Chiesa-Maria Proponiamo ai nostri lettori, in questo numero di gen’s, un approfondimento del profilo mariano della Chiesa e una rilettura dello stesso ministero sacerdotale in questa chiave. Il discorso sul “profilo mariano” è in effetti una dimensione emergente, durante questi ultimi decenni, nel modo di comprendere la Chiesa, come evidenzia l’intervista a Brendan Leahy. Secondo Giovanni Paolo II addirittura «compendia in sé il contenuto più profondo del rinnovamento conciliare» (cf brano riportato fra i testi a p. 183). Affermazione che a prima vista può sorprendere, ma che trova spiegazione se si tiene presente che sottolineare il “profilo mariano” della Chiesa significa porre l’accento sulla dimensione esistenziale, sul vissuto, sulla santità e sulla carità; e quindi dare alla Chiesa “anima”, dinamismo, vita. Dimensione che attinge in maniera speciale a quel “genio femminile” che mette in luce l’articolo di Silvano Cola; genio che, pur nella sua specificità, è espressione di valori a cui in qualche modo tutti siamo chiamati. Maria, con il suo “fiat”, è il tipo della Chiesa. Il Verbo non si è fatto carne senza il suo “sì”. La Chiesa non è quella che è chiamata ad essere — il Corpo di, Cristo e quindi sua presenza e visibilità, suo strumento in seno all’umanità — senza che noi ci lasciamo coinvolgere con tutto il nostro essere, lasciando che la Parola che riceviamo si faccia “carne”, vita, concretezza, in noi e fra noi e nel mondo. Se è vero che l’esistenza della Chiesa non parte da noi, bensì dall’iniziativa di Dio, è altrettanto vero che essa non si realizza, e soprattutto non può svolgere efficacemente la sua missione, senza la nostra adesione, la coerenza del nostro agire, la testimonianza di una vita personale e comunitaria radicalmente trasformata. In realtà, in quello che ai nostri giorni — da von Balthasar a Benedetto XVI — viene tematizzato come “profilo mariano”, riaffiora una robusta dimensione dell’autocomprensione cristiana dei primi secoli. «Tutta quanta la mariologia — osservò il Card. Ratzinger in occasione del 40° anniversario della Lumen Gentium — è stata pensata e impostata dai Padri prima di tutto come ecclesiologia: la Chiesa è vergine e madre, essa è concepita senza peccato e porta il peso della storia, essa soffre e nondimeno è già ora assunta in cielo». Fu successivamente che si è chiarito l’intimo legame fra la Chiesa e Maria. «Molto lentamente» nella riflessione dei Padri si è fatta strada la convinzione «che la Chiesa è anticipata in Maria, in Maria è personificata e che viceversa Maria non sta come individuo isolato chiuso in se stesso, ma porta in sé tutto quanto il mistero della Chiesa»'. Siamo qui alle origini di quello che oggi viene in rilievo come “profilo mariano”. Dimensione che è irrinunciabile. Il fatto che più tardi «Maria sia stata vista come individuo ricolmato di privilegi e perciò da noi infinitamente lontano, mentre la Chiesa è stata considerata in modo impersonale e puramente istituzionale — disse in quel- Gen's 5-6/2006 — pag. 4 — 182 editoriale lo stesso discorso il Card. Ratzinger —, ha danneggiato in eguale misura sia la mariologia che l’ecclesiologia». E ne trasse la conclusione: «Dobbiamo saper tornare a prima di queste divisioni, per comprendere la natura sovraindividuale della persona e sovraistituzionale della comunità»?. Parlare perciò di “profilo mariano” e in questo stesso senso di “sacerdozio mariano” significa riempire di vita il dato istituzionale e quindi rendere la Chiesa più attraente, far trasparire quel mistero di unità e di comunione, e in definitiva la presenza stessa di Gesù, che essa custodisce nel suo seno. Oltrettutto è questo un modo di presentare Maria e il suo ruolo nella vita cristiana che in campo ecumenico è non solo accettabile, ma di speciale rilevanza. «Esiste un’analogia tra il destino di Maria e quello della Chiesa», si legge nel Documento del gruppo ecumenico di Dombes a proposito della comprensione che Lutero aveva di Maria. «Le sofferenze di Maria rinviano alle persecuzioni della Chiesa; la perseveranza di Maria alla continuità e alla fedeltà della Chiesa; la sua gravidanza al modo in cui il Cristo-Parola viene ad abitare nei credenti. La dignità di Maria si esprime paradossalmente nella sua umiltà; lo stesso avviene nel caso della Chiesa, che resta una Chiesa sotto la croce, imperfetta nel suo carattere storico, istituzionale e visibile». Secondo Lutero — afferma ancora il Documento — «Maria diventa madre di ogni membro della Chiesa, laddove il Cristo è suo fratello e Dio il suo Padre. Nella sua maternità, Maria è anche “madre della Chiesa, questa Chiesa di cui ella è il membro più insigne’). Merita menzione a parte il legame tra Maria e la dimensione carismatica della Chiesa. Secondo von Balthasar il principio mariano si manifesta in molteplici forme di santità che rendono la Chiesa una comunità viva , e perciò più rilevante ed incisiva a servizio dell’umanità. Sta proprio qui la grande attualità del profilo mariano il quale, se tocca in modo decisivo la vita interna della Chiesa e quindi il mondo ecumenico, irradia ben oltre, come speriamo essere riusciti ad esprimere almeno in qualche misura con questo numero della rivista. H. B. 1) J. Ratzinger, L’'ecclesiologia della Lumen Gentium, in: id., La comunione nella Chiesa, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, pp. 159-160. 2) Ibid., p.160. 3) Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, n. 55; testo del documento in: “Il Regno Documenti” 43 (1998) pp. 183-200. 4) Cf Brendan Leahy, // principio mariano nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1999, pp. 184-187. Gen's 5-6/2006 — pag. 5 — magistero 183 Due dimensioni co-essenziali L a Vergine Maria è archetipo della Chiesa a causa della maternità divina, e, come « Maria, la Chiesa deve, e vuole essere, madre e vergine. La Chiesa vive di questo autentico “profilo mariano”, di questa “dimensione mariana” (...). Questo profilo mariano è altrettanto — se non lo è di più — fondamentale e caratterizzante per la Chiesa quanto il profilo apostolico e petrino, al quale è profondamente unito. (...) In questo senso, la dimensione mariana della Chiesa antecede quella petrina, pur essendole strettamente unita e complementare. Maria, l’Immacolata, precede ogni altro, e, ovviamente, lo stesso Pietro e gli apostoli (...). Come bene ha detto un teologo contemporaneo, “Maria è regina degli apostoli, senza pretendere per sé i poteri apostolici. Essa ha altro e di più’. (...) Questo legame tra i due profili della Chiesa, quello mariano e quello petrino, è dunque stretto, profondo e complementare, pur essendo il primo anteriore tanto nel disegno di Dio quanto nel tempo, nonché più alto e preminente, più ricco di implicazioni personali e comunitarie per le singole vocazioni ecclesiali». «All’alba del nuovo millennio, scorgiamo con gioia l'emergere di quel “profilo mariano” della Chiesa, che compendia in sé il contenuto più profondo del rinnovamento conciliare»?. «“(...) i nuovi movimenti di spiritualità, se permangono rettamente nella comunione ecclesiale, sono portatori di grande speranza”*. Se realizzati in modo genuino, essi si fondano su quei “doni carismatici”, i quali, insieme con i “doni gerarchici” — vale a dire i ministeri ordinati — fanno parte di quei doni dello Spirito Santo dei quali è adorna la Chiesa, Sposa di Cristo. Doni carismatici e doni gerarchici sono distinti ma anche reciprocamente complementari. (...) Nella Chiesa, tanto l’aspetto istituzionale, quanto quello carismatico, tanto la gerarchia quanto le associazioni e movimenti di fedeli, sono co-essenziali e concorrono alla vita, al rinnovamento, alla santificazione, sia pure in modo diverso e tale che vi sia uno scambio, una comunione reciproci»*. «Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i movimenti sono un’espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo». Giovanni Paolo II 1) H.U. Von Balthasar, Neue Klarstellungen, trad. ital., Milano 1980 p. 181. 2) Aicardinali e ai prelati della curia romana, 22.12.1987, in: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 3, Libreria Editrice Vaticana 1988, pp. 1483-1485. 3) Udienza del 25.11.1998, in: “La Traccia” 11 (1998) p. 1227. 4) Relazione finale dell'Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi 1985, P, II, 4. 5) Discorso ai Movimenti riuniti per il colloquio internazionale (Milano, 2/3/1987), in: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, X, 1, Libreria Editrice Vaticana 1988, pp. 477-478. 6) Messaggio al Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, 27.5.1998, in: Pontificium Consilium pro Laicis, / movimenti nella Chiesa, Libreria Editrice Vaticana 1999, p. 18. Gen's 5-6/2006 — pag. 6 — __ Alla scuola di Maria Come ogni cristiano, anche il sacerdote, se vuol vivere il profilo mariano della Chiesa, deve conformarsi, al modello donatoci da Gesù: «Ecco la tua madre». «E il discepolo la prese nella sua casa» C’è un dialogo particolare, che ogni sacerdote di Cristo è chiamato a sviluppare, c’è un’unità singolare che è chiamato a realizzare. Dialogo, unità che il sacerdote legato all’Opera di Maria è doppiamente invitato a coltivare: quello con Maria, la mamma di Gesù, la mamma di ogni suo sacerdote?. «...e il discepolo la prese nella sua casa » (Gv 19, 27). Gesù morente si era rivolto a sua madre e, indicando Giovanni, le aveva detto: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26). Poi, guardando Giovanni, aveva aggiunto: «Ecco la tua madre» (Gv 19, 27). Lo sappiamo: in Giovanni Gesù affidava in quel momento a Maria tutti noi cristiani. Ma non si può negare che Giovanni era sacerdote. Dunque i sacerdoti hanno avuto da Gesù, in quel giorno, nella persona di Giovanni, un indirizzo, un invito, un comando: vedere in Maria la loro madre, prenderla con loro. Giovanni con Maria: questo è il sacerdozio cristiano. Maria è di casa per i sacerdoti. I sacerdoti lo devono ricordare; ma anche se tristemente essi dimenticassero di prendere Maria con loro, la madre di Gesù non dimenticherà mai, per tutti i secoli, d’assolvere questo desiderio del Figlio suo morente. Maria è il validissimo aiuto che Gesù ha donato ai sacerdoti per il loro servizio alla Chiesa. È fuori dubbio che Giovanni ha potuto volare così in alto e contemplare il Verbo presso Dio, il Verbo che è Dio, perché la Madre di Dio abitava con lui. Questa straordinaria convivenza, questa comunione con quell’anima che conservava e meditava tutte quelle cose nel suo cuore (cf Le 2, 19), gli ha aperto gli occhi. Egli ha visto la Chiesa, il suo futuro, le sue lotte, il suo trionfo, perché il modello della Chiesa era davanti a lui. La Vergine è il tipo della Chiesa, e ogni sacerdote, che è chiamato a edificare la Chiesa, non saprà mai svolgere così bene il suo compito come di fronte a Maria. Se i sacerdoti vivranno in comunione con Maria, ella, madre dell’unità, svelerà loro come va ordinata nei cuori e fra i cuori la carità, come va edificato il corpo di Cristo secondo quell’eterno supremo dialogo d’amore che è la Santissima Trinità. Maria è lì accanto ad ogni sacerdote. Occorre scoprire la sua presenza. Un modo, per i nostri sacerdoti, è quello di accoglierla sempre più e sempre meglio in ciò che ella offre loro: questo ideale di vita nuova. Accogliere il suo invito ad immedesimarsi e rivivere il suo Figlio, il crocifisso, l’abbandonato, così come lei l’ha accettato e vissuto, quando ha dovuto perdere, nella sua immensa desolazione, Gesù; quando se l’è visto sostituire da uno di noi, da un sacerdote, pagando così, con un secondo fiat, la sua seconda maternità, quella della Chiesa. Gen's 5-6/2006 — pag. 7 — spiritualità È con lei, madre della Chiesa, madre dell’unità, che i nostri sacerdoti, i nostri religiosi, si realizzeranno oggi quali autentici “uomini del dialogo”, è con lei che diverranno costruttori d’unità «affinché tutti siano uno» (Gv 17, 21). Maria modello della Chiesa Maria, laica come noi laici, sta a sottolineare che l’essenza del cristianesimo è l’amore e che anche sacerdoti e vescovi, prima di essere tali, devono essere dei veri cristiani, dei crocifissi vivi, come lo fu Gesù che sulla croce fondò la sua Chiesa. Maria, mettendo in rilievo inoltre nella Chiesa l'aspetto fondamentale dell’amore che la rende “una”, presenta al mondo la Sposa di Cristo quale Gesù l’ha desiderata e tutti gli uomini d’oggi l’attendono: carità ordinata, carità organizzata. E solo sottolineando questo suo fondamentale aspetto la Chiesa oggi può adempiere degnamente la funzione di contatto e dialogo col mondo, che è sensibile alla testimonianza dell’amore nella Chiesa, anima del mondo. Altri Cristo* Tra le divine parole che Gesù disse, ve n’è una che dà le vertigini se si pensa pronunciata da Dio e fa comprendere l'eccellenza d’una elezione. È un paragone paradossale, ma vero e ricco di mistero. E Cristo lo rivolge a quelli che sarebbero stati nei secoli i suoi sacerdoti: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi» (Gv 20, 21). (...). Chi è allora il prete? È colui che Cristo ha eletto per continuarlo nel tempo. Purtroppo a volte il sacerdote non è così. E, d’altronde, se il prete non è Cristo, è ben poco. Le sue prediche sono vuote e le chiese deserte. Perché la Parola che Cristo dava era lui stesso. Se il prete prima vive ciò che predica e poi parla, la sua parola sarà Cristo e sarà, anche lui, altro Cristo. I suoi discorsi trascineranno allora le folle e le chiese diverranno strabocchevoli. Perché non è tanto la scienza che fa il prete, quanto il carisma vivificato dall’amore. E oggi i tempi esigono più che mai l’autenticità. Non bastano più semplici uomini ordinati sacerdoti: occorrono preti-Cristo, preti-vittime per l’umanità. Cristi autentici, pronti sempre a morire per tutti. Come Ars, sì come Ars: dove il curato era tutto per il suo popolo dopo Dio, e la gente veniva da lontano per respirare il profumo di Cristo, per nutrirsi di lui, per vivere. Diciamolo pure, diciamolo forte: per vivere! Perché senza Cristo, senza preti-Cristo, anche il mondo d’oggi con le sue magnifiche straordinarie scoperte non vive. Agonizza, muore. Cristo solo è la Vita. Chiara Lubich 1) C. Lubich, Discorso a 7000 sacerdoti e religiosi, Città del Vaticano, Aula Paolo VI, 30 aprile 1982. 2) Cf Lettera a tutti i sacerdoti, in: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/1, Libreria Editrice Vaticana 1979, pp. 879-880. 3) C. Lubich, Scritti Spirituali/2, Città Nuova 1997?, pp. 12-13. 4) Id., Il celibato sacerdotale, in:“Città Nuova”, n° 3/1970. Gen's 5-6/2006 — pag. 8 — 186 insegnamenti Benedetto XVI: per uno stile di vita presbiterale Costruire insieme la casa di Dio nel mondo di oggi a cura di Mario Bodega Sono ormai diversi gli incontri tra Benedetto AVI e gruppi di sacerdoti. Colpisce sempre la sua disponibilità a lasciarsi interpellare in un sincero atteggiamento di ascolto, con un'attenzione ad ogni interlocutore, senza fretta, col sorriso sulle labbra, accogliente e rassicurante. Il suo approccio è già di per sé messaggio e testimonianza di un sacerdozio “mariano”: di chi si considera «umile servitore nella vigna del Signore». Riportiamo di seguito stralci salienti di due di questi interventi. Riconoscere i nostri limiti: è Dio a guidare la Chiesa' Le parole di san Gregorio Magno (...) — che ognuno conosca «infirmitatem suam» — valgono anche per il Papa. Anche il Papa, giorno per giorno, deve conoscere e riconoscere «infirmitatem suam», i suoi limiti. Deve riconoscere che solo nella collaborazione con tutti, nel dialogo, nella cooperazione comune, nella fede, come «cooperatores veritatis» — della Verità che è una Persona, Gesù — possiamo fare insieme il nostro servizio, ciascuno per la sua parte. In questo senso, le mie risposte non saranno esaustive ma frammentarie. Tuttavia, accettiamo proprio questo: che solo insieme possiamo comporre il «mosai- Gen's 5-6/2006 co» di un lavoro pastorale che risponde alla grandezza delle sfide. (...). Ma, devo dire, che ognuno di noi ha momenti in cui può scoraggiarsi davanti alla grandezza di ciò che bisognerebbe fare e ai limiti di quanto invece può realmente fare. Questo riguarda di nuovo anche il Papa. Che cosa devo fare in quest’ora della Chiesa, con tanti problemi, con tante gioie, con tante sfide che riguardano la Chiesa universale? Tante cose succedono giorno per giorno e non sono in grado di rispondere a tutto. Faccio la mia parte, faccio quanto posso fare. Cerco di trovare le priorità. E sono felice di essere coadiuvato da tanti buoni collaboratori. E solo con questa rete di collaborazione, inserendomi con le mie piccole capacità in una totalità più grande, posso e oso andare avanti. E così, naturalmente, ancora più un parroco che sta da solo, vede che tante cose ci sarebbero da fare (...). E può fare solo qualcosa, “tamponare”, fare una specie di “pronto soccorso”, consapevole che si dovrebbe fare molto di più. Direi, allora, che la prima necessità di noi tutti è di riconoscere con umiltà i nostri limiti, riconoscere che dobbiamo lasciar fare la maggior parte delle cose al Signore. Oggi, abbiamo sentito nel Vangelo la parabola del servo fidato (Mf 24, 45-51). Questo servo — così ci dice il Signore — dà il cibo agli altri al tempo giusto. Non fa tutto insieme, — pag. 9 — insegnamenti 187 ma è un servo saggio e prudente, che sa distribuire nei diversi momenti quanto deve fare in quella situazione. Lo fa con umiltà, ed è anche sicuro della fiducia del suo padrone. Così noi, dobbiamo fare il possibile per cercare di essere saggi e prudenti, e anche avere fiducia nella bontà del nostro “Padrone”, del Signore, perché alla fine deve egli stesso guidare la sua Chiesa. Noi ci inseriamo con il piccolo dono nostro e facciamo quanto possiamo fare, soprattutto le cose sempre necessarie: i Sacramenti, l'annuncio della Parola, i segni della nostra carità e del nostro amore. (...). Direi, quindi, che la Chiesa ci dà, quasi ci impone — ma sempre come una Madre buona — di avere tempo libero per Dio, con le due pratiche che fanno parte dei nostri doveri: celebrare la Santa Messa e recitare il Breviario. Ma più che recitare, realizzarlo come ascolto della Parola che il Signore ci offre nella Liturgia delle Ore. Occorre interiorizzare questa Parola, essere attenti a che cosa il Signore mi dice con questa Parola. (...). Come donare Gesù presente nella Parola Le parole di Gesù, degli Apostoli e anche dell'Antico Testamento, sono spirito e vita: in esso il Signore parla anche oggi. Penso che dobbiamo “sfidare” i teologi — il Sinodo lo ha fatto — ad andare avanti, ad aiutare meglio i parroci a preparare le omelie, a far vedere la presenza della Parola: il Signore parla con me oggi e non solo nel passato. Ho letto, in questi ultimi giorni, il progetto dell’Esortazione apostolica post-sinodale. Ho visto, con soddisfazione, che ritorna questa “sfida” nel preparare modelli di omelia. Alla fine, l’omelia la prepara il parroco nel suo contesto, perché parla alla “sua” parrocchia. Ma, ha bisogno di aiuto per capire e per poter far capire questo “presente” della Parola, che non è mai una Parola del passato ma dell’ “oggi”. (...). Prima ascoltare la Parola e poi annunciarla Ars celebrandi: anche qui direi che ci sono dimensioni diverse. La prima dimensione è che la celebratio è preghiera e colloquio con Dio: Dio con noi e noi con Dio. Quindi, la prima esigenza per una buona celebrazione è che il sacerdote entri realmente in questo colloquio. Annunciando la Parola, si sente egli stesso in colloquio con Dio. E ascoltatore della Parola e annunciatore della Parola, nel senso che si fa strumento del Signore e cerca di capire questa Parola di Dio che poi è da trasmettere al popolo. E in colloquio con Dio, perché i testi della Santa Messa non sono testi teatrali o qualcosa di simile, ma sono preghiere, grazie alle quali, insieme con l’assemblea, parlo con Dio. Entrare quindi in questo colloquio è importante. San Benedetto, nella sua «Regola», dice ai monaci, parlando della recita dei Salmi: «Mens concordet voci». La vox, le parole precedono la nostra mente. Di solito non è così: prima si deve pensare e poi il pensiero diventa parola. Ma qui, la Parola viene prima. La sacra liturgia ci dà le parole; noi dobbiamo entrare in queste parole, trovare la concordia con questa realtà che ci precede. Oltre a questo, dobbiamo anche imparare a capire la struttura della liturgia e perché è articolata così. La liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell’adorazione e dell’annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel “noi” della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro «io» entrando nel “noi” della Chiesa, arricchendo, allargando questo “io”, pregando con la Chiesa, con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio. Gen's 5-6/2006 — pag. 10 — 188 insegnamenti Questa è la prima condizione: noi stessi dobbiamo interiorizzare la struttura, le parole della liturgia, la Parola di Dio. Così il nostro celebrare diventa realmente un celebrare “con” la Chiesa: il nostro cuore è allargato e noi non facciamo un qualcosa, ma stiamo “con” la Chiesa in colloquio con Dio. Mi sembra che la gente avverta se veramente noi siamo in colloquio con Dio, con loro e, per così dire, attiriamo gli altri in questa nostra preghiera comune, attiriamo gli altri nella comunione con i figli di Dio; o se invece facciamo soltanto qualcosa di esterio- re. Pastorale integrata: saper delegare... Non può fare tutto il parroco! È impossibile! Non può essere un “solista”, non può fare tutto, ma ha bisogno di altri operatori pastorali. Mi sembra, che oggi, sia nei Movimenti, sia nell’ Azione Cattolica, nelle nuove Comunità che esistono, abbiamo operatori che devono essere collaboratori nella parrocchia per una pastorale “integrata”. Vorrei dire che oggi è importante per questa pastorale “integrata” che gli altri operatori che ci sono, non solo siano attivati, ma si integrino nel lavoro della parrocchia. Il parroco non deve solo “fare” ma anche “delegare”. Essi devono imparare ad integrarsi realmente nel comune impegno per la parrocchia, e, naturalmente, anche nell’autotrascendenza della parrocchia in un duplice senso: autotrascendenza nel senso che le parrocchie collaborano nella diocesi, perché il vescovo è il loro comune pastore e aiuta a coordinare anche i loro impegni; e autotrascendenza nel senso che lavorano per tutti gli uomini di questo tempo e cercano anche di far arrivare il messaggio agli agnostici, alle persone che sono alla ricerca. (...). Gen's 5-6/2006 Imparare la necessità della sofferenza Noi sacerdoti, sia giovani che adulti, dobbiamo imparare la necessità della sofferenza, della crisi. Dobbiamo sopportare, trascendere questa sofferenza. Solo così la vita diventa ricca. Per me ha un valore simbolico il fatto che il Signore porti per l’eternità le stimmate. Espressione dell’atrocità della sofferenza e della morte, esse sono adesso sigilli della vittoria di Cristo, di tutta la bellezza della sua vittoria e del suo amore per noi. Dobbiamo accettare, sia da sacerdoti sia da sposati, la necessità di sopportare la crisi dell’alterità, dell’altro, la crisi in cui sembra che non si possa più stare insieme. Gli sposi devono imparare insieme ad andare avanti, anche per amore dei bambini, e così conoscersi di nuovo, amarsi di nuovo, in un amore molto più profondo, molto più vero. Così, in un cammino lungo, con le sue sofferenze, realmente matura l’amore. Mi sembra che noi sacerdoti possiamo anche imparare dagli sposi, proprio dalle loro sofferenze e dai loro sacrifici. Spesso pensiamo che solo il celibato sia un sacrificio. Ma, conoscendo i sacrifici delle persone sposate — pensiamo ai loro bambini, ai problemi che nascono, alle paure, alle sofferenze, alle malattie, alla ribellione, e anche ai problemi dei primi anni, quando le notti trascorrono quasi sempre insonni a causa dei pianti dei piccoli figli — dobbiamo imparare da loro, dai loro sacrifici, il nostro sacrificio. E insieme imparare che è bello maturare nei sacrifici e così lavorare per la salvezza degli altri. (...). Servizio, non carrierismo? «Io sono la porta» (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: «Chi ... sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante» (Gv 10, 1). La parola “sale” evoca l’immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là — pag. 11 — insegnamenti 189 dove legittimamente non potrebbe arrivare. “Salire” — si può qui vedere anche l’immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare “in alto”, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. E l’immagine dell’uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l’immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l’umile servizio di Gesù Cristo. Ma l’unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l’altro, per Cristo, e così mediante lui e con lui esserci per gli uomini che egli cerca, che egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il sacramento — e ciò significa appunto: attraverso la donazione totale di se stessi a Cristo, affinché egli disponga di me; affinché io lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce. Donare la vita per gli altri Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il vero grande servizio che egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a tutti noi. È molto importante per il sacerdote l’Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta. L’Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l’esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell’essere. Proprio così, nell’essere utile, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova. «Conoscerli» in senso biblico: legarli non a noi, ma a Dio Come seconda cosa il Signore ci dice: «Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (Gv 10, 14-15). Sono due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l’uno con l’altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca di lui. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una per- Gen's 5-6/2006 — pag. 12 — 190 insegnamenti sona la voce del Padre, si apre la porta della relazione che l’uomo aspetta. Così deve essere quindi anche nel nostro caso. Innanzitutto e nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, e allora essi si rendono conto di aver trovato il vero pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo “conoscere” nel senso biblico: non c’è un vero conoscere senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell’altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l’uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. Affinché questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore. L’unità si ottiene vivendo il mistero della croce Infine il Signore ci parla del servizio dell’unità affidato al pastore: «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Gen's 5-6/2006 Giovanni riconosce in ciò una parola profetica e aggiunge: «Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l’unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l’orizzonte universale dell’agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell’unità tra le tribù disperse d’Israele (cf Ez 34, 22-24), si tratta ora dell’unificazione di tutti i figli di Dio, dell’umanità — della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l’umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. E incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi di tutti. Questo grande compito dobbiamo “tradurre” nelle nostre rispettive missio- ni. (...). a cura di Mario Bodega 1) Ai sacerdoti della Diocesi di Albano, Castel Gandolfo 31/08/2006. 2) Omelia in occasione dell’ordinazione presbiterale di 15 diaconi della diocesi di Roma, 07/05/2006. — pag. 13 — intervista 191 Una dimensione emergente nella teologia Sul profilo mariano della Chiesa Intervista a Brendan Leahy Fu Hans Urs von Balthasar a parlare, ancora negli anni ’50, in modo innovativo del “profilo mariano” della Chiesa quale dimensione complementare di quella petrina e di altri profili che emergono dal Nuovo Testamento. L’intuizione del grande teologo fu recepita e portata avanti da Giovanni Paolo II come una delle linee direttrici del suo Pontificato. Nei mesi passati pure Benedetto XVI si è soffermato ripetutamente su tale principio. Ne abbiamo parlato con Brendan Leahy, professore di teologia dogmatica alla Pontificia Università di Maynooth (Irlanda) e autore del saggio “Il principio mariano nella Chiesa” (Città Nuova, Roma 1999). ' GEN”S: // principio mariano nell’insegnamento di Benedetto XVI. Facciamo breve memoria delle occasioni in cui il nuovo Pontefice ne ha parlato. È stato in due occasioni di particolare rilievo: 1’8 dicembre 2005, quando si sono commemorati i 40 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, e il 25 marzo 2006, quando Benedetto XVI consegnò ai nuovi cardinali l’anello cardinalizio. Ricordiamo brevemente i passaggi salienti. L’8 dicembre, Papa Ratzinger, con riferimento agli insegnamenti del Vaticano II ha affermato: «Maria è così intrecciata nel gran- de mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima». Ed ha spiegato: «Il Vaticano II doveva esprimersi sulle componenti istituzionali della Chiesa (...). Ma questo aspetto “petrino” della Chiesa è incluso in quello “mariano”. In Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi “anime ecclesiali”, così si esprimevano i Padri». Se, nel testo appena citato, il profilo petrino viene considerato come incluso nel profilo mariano, alla messa con i nuovi cardinali, Benedetto XVI, ricordando analoghe affermazioni di Papa Wojtyla, non ha esitato ad affermare che il principio mariano nella Chiesa «è ancora più originario e fondamentale» di quello petrino e che quest’ultimo va pertanto considerato alla luce del profilo mariano. Nella sua omelia ha quindi spiegato: «L’icona dell’ Annunciazione, meglio di qualunque altra, ci fa percepire con chiarezza come tutto nella Chiesa risalga lì, a quel mistero di accoglienza del Verbo divino, dove, per opera dello Spirito Santo, 1° Alleanza tra Dio e l’umanità è stata suggellata in modo perfet- Gen's 5-6/2006 — pag. 14 — 192 intervista to. Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “si” alla volontà di Dio». Ed ha proseguito: «Si tratta di un legame che in tutti noi ha naturalmente una forte risonanza affettiva, ma che ha prima di tutto una valenza oggettiva. Tra Maria e la Chiesa vi è infatti una connaturalità che il Concilio Vaticano II ha fortemente sottolineato». Poco oltre, Benedetto XVI è tornato ancora una volta sul tema dei due principi: «Le due dimensioni della Chiesa, mariana e petrina, si incontrano dunque in quello che costituisce il compimento di entrambe, cioè nel valore supremo della carità, il carisma “più grande”, la “via migliore di tutte”, come scrive l’apostolo Paolo (/Cor 12, 31; 13, 13)». AI cuore del profilo mariano: la Parola, accolta e vissuta GEN’S: // profilo mariano, quindi, come principio dell’accoglienza dell’iniziativa divina ovvero del dono della Parola, del Verbo che si fa carne, e quindi come dimensione che deve sottostare a tutta la vita ecclesiale... Vanno effettivamente colti nella loro diversità, nella vita della Chiesa, la dimensione del dono da parte di Dio ovvero di Cristo e quella dell’accoglienza e della risposta. Quanto al dono, possiamo dire che sin dall’epoca apostolica (cf At 4, 32) sono venuti in rilievo tre pilastri su cui si regge la Chiesa come popolo di Dio: Parola, sacramenti e ministero ordinato. Essi sono lo stabile fondamento della Chiesa, la “roccia” — e in questo senso il principio “petrino” (da pietra, roccia) — su cui è costruito tutto l’edificio; roccia che è in definitiva Cristo stesso presente in mezzo alla comunità: il Crocifisso- Risorto che parla ed opera nella Parola, nei sacramenti, nei suoi ministri. Ha qui il suo fulcro la Chiesa come realtà da Cristo istituita. Gen's 5-6/2006 Non bastano, però, questi pilastri per dar vita alla realtà della Chiesa. Essa prende forma nella storia solo se trova in noi una risposta corrispondente. È questa, appunto, la dimensione dell’accoglienza ovvero dell’attualizzazione esistenziale che Hans Urs von Balthasar — ravvisando in Maria la prima credente e quindi il modello della vita cristiana e ecclesiale — ha chiamato la “dimensione mariana” ovvero il “profilo mariano” della Chiesa. Potremmo dire che tutta la storia della Chiesa — e la stessa storia dell’umanità — è il tempo che passa fra il dono di Cristo e la nostra attualizzazione e risposta; risposta che è iniziata in Maria e, per grazia, in lei era anche totale; risposta che si compirà quando tutta la Chiesa e tutta l’umanità saranno — se così si può dire — “mariane”: totalmente spalancate a Dio e ai suoi doni, abitate dalla Parola e perciò permeate dallo Spirito del Risorto che suscita la comunione. Espressioni del profilo mariano: la fede e la carità reciproca GEN’S: Ma come si realizzano, più in concreto, questa accoglienza e questa attualizzazione? Ovvero in che cosa consisteva la risposta di Maria e come questa risposta si può fare vita in noi? Mi sembra che — sia nella vita di Maria che nostra — si possono distinguere due grandi momenti: il suo “fiat” al momento dell’annunciazione e il suo “fiat” sotto la croce, cui corrisponde, nella nostra vita, da un lato la fede e dall’altro la carità vissuta nella sua piena dimensione ecclesiale. — Con il suo «Eccomi, sono la serva del Signore...» (cf Lc 1, 38), Maria lascia che il Verbo si faccia carne in lei. A ben guardare, tale “sì” non è un’esclusiva di lei ma, in maniera diversa, ci chiama tutti in causa. Quel primo fiat è infatti amen, la risposta della fede, la totale disponibilità ad accogliere e lasciar portare frutto in noi l’agire di Dio: la Parola che si vuole far carne in noi, e l’azione del Risorto nei sacramenti che ci — pag. 15 — intervista 193 unisce intimamente alla sua stessa vita. È con questo “amen” della fede, suggellata dal battesimo, che si costituisce la Chiesa: senza questo “sì” la Chiesa non ci sarebbe. — Ma questo primo “sì” ha un seguito ed è. nella vita di Maria e nostra, il cammino verso un secondo “fiat”: quello di Maria sotto la croce. Qui non si tratta solo di aprirsi all’agire di Dio, ma di aprirsi allo stesso tempo totalmente agli altri. Se il primo “sì” era quello della fede, questo secondo è quello della carità vissuta nella sua piena dilatazione ecclesiale. In realtà, quest’apertura interpersonale in Maria inizia a realizzarsi già nella sua visita a Elisabetta (cf Lc 1), ma si compie e diventa totale nell’icona del IV Vangelo che ci presenta Maria sotto la Croce. In quel momento il Figlio divino sostituisce a se stesso il discepolo prediletto (cf 19, 25-27). Maria perde il “suo” Dio e accoglie, al posto di Gesù, uno dei suoi discepoli: si apre senza riserve agli altri, a tutti noi, all’intera umanità. Sta proprio in questo la piena attualizzazione della vita ecclesiale: perché giunga a compimento la vita della comunità cristiana occorre non solo ascoltare la Parola, essere battezzati, ricevere l'Eucaristia o essere in unità col ministero della Chiesa. Occorre un’apertura decisa agli altri e quindi alla reciprocità interpersonale; ma ciò vuol dire: occorre svuotarsi radicalmente di sé per donarsi all’altro ed accogliere l’altro, così come ha fatto Gesù stesso in croce e come ha fatto a sua volta Maria. È allora che la vita che Gesù ci comunica nella Parola e attraverso i sacramenti, diventa pienamente nostra e la Chiesa manifesta il suo essere profondo, il suo essere “corpo” — e quindi visibilità — di Cristo. La comunità cristiana diventa così veramente epifania di lui, del suo amore, della comunione trinitaria che lo unisce da sempre nello Spirito con il Padre: popolo «adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 4). E proprio per questo «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Può venire da qui, a mio avviso, una luce nuova sul sacerdozio regale dei battezzati che, compreso in questa chiave, rivela ancor più la sua dimensione mariana: attraverso la vita della fede e la carità reciproca tutti siamo chiamati, ad immagine di Maria, a dar vita e visibilità a Gesù in seno all’umanità. Profilo mariano e carismi GEN’S: Per Hans Urs von Balthasar, e similmente per Giovanni Paolo II, il profilo mariano ha un legame particolare con i carismi. Se il profilo mariano in un senso più largo ha a che fare con la risposta di tutti i fedeli al dono di Cristo, esso trova una sua singolare espressione nella realtà dei carismi, i quali hanno, infatti, una speciale attitudine a portarci a rispondere sempre più pienamente al dono di Cristo. Come sempre rinnovate irruzioni dello Spirito del Risorto, essi suscitano inedite forme di vita e attualizzazioni del messaggio evangelico che imprimono nuovo dinamismo alla vita e alla missione dell’intero Popolo di Dio. Così essi ci fanno in qualche modo rivivere Maria nel suo lasciar accadere, nello Spirito Santo, l’evento dell’incarnazione. Viene da qui il loro particolare legame con il profilo mariano. i Viene spontaneo pensare qui, fra l’altro, ai moderni Movimenti ecclesiali e alle nuove comunità. All’alba del terzo millennio Giovanni Paolo II ha espresso la sua gioia al veder emergere il profilo mariano della Chiesa anche grazie ad essi. Papa Wojtyla ha ravvisato in loro delle significative espressioni della dimensione carismatica della Chiesa. Tutti i carismi, e quindi i Movimenti e le Comunità, sono, infatti, ciascuno a modo suo, espressioni del “carisma” di Maria: attraverso di loro si ripete e si attualizza nel cuore della Chiesa nei modi più svariati il “sì” di Maria. Tutti insieme concorrono quindi ad aiutare la Chiesa ad esprimere il suo profilo mariano. Gen's 5-6/2006 — pag. 16 — 194 intervista Maria e i diversi profili della Chiesa GENS: Ma quale è il carisma di Maria? Per approfondire questo argomento, sulla scia di von Balthasar vorrei soffermarmi innanzi tutto sulle diverse missioni che emergono già nella vita terrena di Gesù e che ci fanno capire meglio la molteplicità di espressioni e di forme in cui si esprime la vita della Chiesa lungo i tempi. Secondo Hans Urs von Balthasar, Gesù Risorto, presente nella sua Chiesa fino alla fine dei tempi, non può essere isolato dalla “costellazione” della sua vita storica, come ce la presenta il Nuovo Testamento. Se, nella vita terrena, troviamo Maria, Giovanni Battista, i Dodici, le sorelle di Betania ed altri ancora, come una “costellazione umana” attorno a Gesù, nella nuova comunità scaturita dalla sua risurrezione, ciascuna di queste figure rimane — con la sua esperienza di risposta al Dio incarnato, per opera dello Spirito Santo, in Gesù Cristo — come una dimensione costitutiva del suo Corpo, la Chiesa. Possiamo considerare quest'esperienza fondante della Chiesa come un'anticipazione di ciò che essa sarà lungo il suo cammino: Gesù Risorto cammina in mezzo ad un popolo unito al punto da essere un corpo, un’anima sola, ma questo popolo non è una realtà monolitica, uniforme, bensì un corpo animato da diversi carismi, con diverse espressioni della fede, diversi profili. GEN’S: Sarebbe utile una parola in più sui vari profili. Possiamo cercare di illustrare a rapidi tratti alcuni di questi profili. È ovvio che Pietro, il primo fra gli apostoli, trova una sua continuazione nel Papa e nei vescovi. Esclamarono i vescovi radunati a Calcedonia: “Pietro parla attraverso Leone”. Vale a dire: pur nella indiscutibile singolarità della persona di Pietro, c’è una presenza mistica di Pietro nei suoi successori. Ma anche gli altri personaggi che hanno avuto missioni fondanti, rimangono presenti nella vita della Chiesa, nel senso che quanto Gen's 5-6/2006 loro vivevano nell’incontro con Gesù (nella loro esperienza di fede) si riflette nel cammino del popolo di Dio. Giovanni Battista, che ha dato la sua vita per testimoniare Gesù-Verità, continua ad essere presente nella Chiesa attraverso la dimensione del martirio. Basti pensare come nel secolo trascorso ci siano stati altrettanti martiri quanti in tutti i secoli precedenti. II discepolo amato, Giovanni, rappresenta l’aspetto della contemplazione d’amore che si perpetua anch’esso nel cuore della Chiesa. Questa dimensione è rappresentata da tutti coloro che si impegnano a vivere i consigli evangelici e la cui missione è quella dell’amore contemplativo. Con la loro vita e testimonianza essi comunicano il messaggio che nell’amore tutto è possibile. Il principio jacobita è basato su Giacomo, fratello-cugino del Signore, che pare abbia preso il posto di Pietro quando questi lasciò Gerusalemme (At 12, 17). Al cosiddetto Concilio degli apostoli egli portò avanti la mozione decisiva per la riconciliazione tra cristiani giudei e gentili (4 15, 13-21). Giacomo rappresenta soprattutto la continuità tra l’antica e la nuova alleanza, la tradizione. È anche questa una dimensione permanente: custodire il senso storico, la continuità, la tradizione, e quindi tornare sempre alle origini. Paolo non ha conosciuto Gesù nella sua vita terrena, ma il Cristo Risorto si è manifestato a lui in un modo unico, tanto da poter annoverare pure lui fra quanti compongono la “costellazione” di persone attorno a Gesù nell’epoca fondante della Chiesa. Paolo è missionario, apostolo dei gentili. Vediamo continuare la sua missione nell’irruzione dall’alto, imprevista e sempre nuova, di missioni inedite nella storia della Chiesa. È un principio profetico, in cui sono implicati i grandi carismi missionari, le grandi conversioni, le grandi visioni che si riversano sulla Chiesa in virtù di parole che vengono dallo Spirito. Potremmo similmente considerare come la missione delle due sorelle di Betania, Maria e Marta, amiche di Gesù, abbia una sua continuazione nelle esperienze di ospitalità, di servizio, di amicizia e di amore con- — pag. 17 — intervista 195 creto che troviamo nella Chiesa. E si potrebbe proseguire, mettendo in luce come tutte le missioni fondanti all’origine sono continuate lungo i secoli nelle molteplici dimensioni della vita e della fede della Chiesa. Continuano nella vita della Chiesa pure la presenza e il carisma di Maria. Anzi, per la sua posizione tutta particolare nel mistero della salvezza, Maria ha nella Chiesa — come hanno sottolineato Papa Wojtyla e Papa Ratzinger — una missione e un carisma che includono e animano dal di dentro tutti gli altri profili. Con il suo duplice “fiat”, Maria porta lo spirito vero e universale che sta alla base di tutta la vasta gamma di carismi che, nella molteplicità delle loro espressioni, sostengono e arricchiscono il cammino del popolo di Dio nella storia. Profilo mariano e profilo petrino GEN'’S: Profilo mariano e profilo petrino, come due dimensioni della Chiesa, non in dialettica reciproca ma complementari. Sarebbe interessante una parola in più sul rapporto fra i due profili. In base a quanto detto fin qui, si intuisce quanto il rapporto fra il profilo petrino (la dimensione del dono che ci viene da Cristo) e il profilo mariano (la dimensione della risposta ovvero dell’attualizzazione e della vita che si esprime in maniera speciale nei carismi) sia essenziale e debba essere dinamico. Ne ha parlato, in qualche modo, già due secoli fa, John Henry Newman. Da una parte, il profilo petrino rende testimonianza “oggettiva” della Parola di Dio, ci comunica la grazia di Cristo nei sacramenti e serve l’unità della Chiesa attraverso l’insegnamento autorevole della fede e il suo ministero di guida; dall’altra parte i carismi, come espressioni del profilo mariano, ci sostengono, sul versante esistenziale, nel nostro rispondere sempre più pienamente, ad imitazione di Maria, al dono di Cristo. Come devono rapportarsi coloro che svolgono sul versante istituzionale della Chiesa un ministero gerarchico (anch’esso, in realtà, un carisma) e coloro che sono, sul versante più vitale e esistenziale, portatori di un carisma profetico? Afferma la Lettera agli Efesini che il popolo di Dio è edificato sul «fondamento degli apostoli e dei profeti» (EY 2, 20); urge perciò l’unità nell’amore fra tutti. Profilo petrino e profilo mariano, ministeri e carismi, sono chiamati dunque a rapportarsi dinamicamente l’uno con l’altro alla luce della spiritualità di comunione, secondo quella circolarità delle relazioni che caratterizza la Chiesa-comunione come partecipazione alla stessa vita e all'amore delle tre divine Persone. Gesù in mezzo e Gesù abbandonato GENS: Quale il contributo del Movimento dei focolari, che porta anche il nome di “Opera di Maria”, a questo dinamismo della Chiesa-comunione? Senza la pretesa di poter esaurire tale contributo, vorrei mettere in luce qui i due cardini centrali che qualificano la spiritualità dell’unità così come viene vissuta e comunicata dal Movimento dei focolari: la presenza del Risorto fra coloro che sono riuniti nel suo amore (“Gesù in mezzo”) e l’amore per Gesù crocifisso e abbandonato. Dove, sulla base della Parola e della grazia dei sacramenti, si vive l’amore reciproco, si verifica quella speciale presenza del Risorto che Chiara Lubich chiama “Gesù in mezzo”. La comunità cristiana diventa allora il luogo in cui Gesù non solo è presente per grazia ma nasce ec rinasce, prende “carne” nella collettività e quindi si manifesta al mondo. Lasciar accadere questa sempre nuova “nascita” di Gesù nei rapporti fra i vari componenti nella Chiesa è a mio avviso un'espressione particolarmente significativa del profilo mariano a cui tutti siamo chiamati a concorrere. Dove per l’amore vicendevole si stabilisce questa presenza di Cristo, la vita della Chiesa è profondamente informata dalla vita trinitaria e la realtà della comunione acquista allora tutta la sua densità. Quan- Gen's 5-6/2006 — pag. 18 — 196 intervista do siamo uno in Cristo, avviene infatti che — ad immagine della Santissima Trinità — ciascuno sia l’Uno, il Cristo intero, e porti pertanto l’intero Corpo mistico dentro di sé. È questa la realtà della Chiesa come «un cuor solo e un’anima sola», così come ce la presentano gli Atti degli Apostoli (47 4, 32; cf anche /Cor 1, 10; Rm 15, 6; IPt 3, 8), ed è ciò che alcuni Padri hanno chiamato l’“anima ecclesiastica” ovvero l’anima-Chiesa' che possiamo veder prefigurata in un modo speciale in Maria. Ma per giungere a tale pienezza dei rapporti ecclesiali, non possiamo non ricordare l’indispensabile chiave: il mistero di Gesù crocifisso quale fonte e modello decisivo della comunione e quindi anche del rapporto fra il profilo petrino-istituzionale-ministeriale e quello mariano-carismatico. Secondo l’esempio di Cristo, di cui Paolo parla in Fi/ 2, 1-11, a base di tutti i rapporti all’interno della Chiesa va posto un amore che porta le persone a svuotarsi di sé per vivere l’altro. E questa per l’ Apostolo la via e la regola-base che deve informare tutti i rapporti nel Corpo di Cristo, e non solo fra i singoli, ma anche fra ministri e laici (reciprocamente!) e fra i diversi carismi. Come abbiamo visto sopra, della fede che opera per mezzo della carità (Ga/ 5, 6) Maria è modello. Ad immagine della sua totale apertura non solo verso Dio ma anche verso gli altri, siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri come Gesù, con un amore che, per il fratello o la sorella, pospone persino il proprio “Dio” ovvero la propria esperienza d’unione con Dio, per unirsi a Dio nell’altro. È questa la chiave “mariana” per dar corpo, all’interno della comunità ecclesiale, alla presenza di Cristo e realizzare così sempre più pienamente quella Chiesa-comunione che in seno all'umanità è “icona” della Trinità, prolungamento della vita delle Tre divine Persone, secondo la preghiera di Gesù al Padre: «che siano uno come io e te» (cf Gv 17, 21). GEN°S: // profilo mariano, dunque, come dimensione decisiva della vita ecclesiale... Della vita ecclesiale sì, ma anche dei rapporti ecumenici. Sembra paradossale, ma si Gen's 5-6/2006 potrà capirlo se si tiene presente che non si tratta di una devozione mariana, bensì di uno stile di vita, di un modo di essere Chiesa?. Del resto, non è casuale, secondo me, il fatto che l’elemento mariano della Chiesa viene in rilievo in un’epoca in cui la Chiesa prende coscienza, come forse mai prima, del suo rapporto col mondo e della necessità del dialogo con gli altri cristiani, con le altre religioni, e con tutte le persone di buona volontà. Ma, per la verità, la realtà del profilo mariano ci porta ancora oltre. Ponendoci alla scuola della teologia orientale, dobbiamo allargare lo sguardo ad una visione grande che abbraccia tutto il creato. Se Gesù crocifisso e abbandonato ha assunto in sé tutta la storia e tutta la creazione, effondendo su tutto e su tutti il dono della vita trinitaria, allora la Chiesa, e in particolare la Chiesa nella sua dimensione mariana, non può non avere questa estensione universale. Maria, in effetti, ha a che fare con tutto il creato. È in lei che è iniziata la risposta del cosmo intero a Dio, risposta che giungerà al suo compimento quando, appunto, tutta l’umanità sarà “mariana”, vale a dire: sarà accoglienza della grazia della vita trinitaria, amore in atto. Vorrei ricordare il teologo russo Soloviev che ha molto sottolineato questo volto mariano della Chiesa inteso in senso vasto, cosmico. Dio è Sapienza, la Sophia increata. Quando crea, si proietta “fuori” di sé. Ed ecco la sophia creata che ha come punto di attualizzazione Maria. Tutto il cammino della storia è proteso verso questa realizzazione. Ma ciò vuol dire: tutta la cultura, la scienza, le arti, sono coinvolte nel far emergere il profilo mariano della Chiesa e, in definitiva, dell’umanità. a cura della redazione 1) CfOrigene, /n Cant. hom. 1, 10: PG 13, 46; Ambrogio, Exp. in Ps. 118, 6, 8: CSEL 62, 112. 2) Cf quanto scritto in due documenti ecumenici dell’ultimo decennio: Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, in: “Il Regno Documenti” 43 (1998) pp. 183-200; ARCIC II, Maria grazia e speranza in Cristo, in: “Il Regno Documenti” 50 (2005) pp. 257ss. — pag. 19 — studio 197 Non una devozione, ma un modo di essere Chiesa «Carisma femminile», profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich di Silvano Cola Presentiamo una raccolta di testi del nostro tempo che riguardano l’affiorare nella ecclesiologia e nella mariologia e nella stessa antropologia e psicologia attuali, in contemporanea con il tema del carisma femminile, l’argomento specifico del profilo o dimensione mariana della Chiesa. Si termina con alcuni brani di Chiara Lubich che fin dal 1949 ha anticipato, si può dire, questa rivoluzione antropologico-spirituale. Nei testi riportati ogni affermazione ha un peso esistenziale importante e tanti altri potrebbero essere citati. Offriamo questi solo a titolo indicativo, come contributo a futuri approfondimenti e sistematizzazione. 1 “profilo mariano” nasce nella Chiesa, si potrebbe dire, quando Gesù disse a Pietro: «Tu mi ami? Tu mi ami? Tu mi ami più di costoro?», prima di potergli dire: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21, 15-17). Come mostrano altri articoli di questo stesso numero, l’importanza fondamentale del profilo mariano della Chiesa viene affermata oggi al più alto livello d’autorevolezza. Il magistero di Giovanni Paolo II, che ha aperto la strada in questo senso, è stato assunto nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «la dimensione mariana della Chiesa precede la sua dimensione petrina» (n. 773). Papa Benedetto ha ripreso in piena continuità la linea del suo predecessore. Per coglierlo basterebbe questo brano pronunciato durante la concelebrazione eucaristica in occasione della consegna degli anelli cardinalizi ai nuovi eletti, nella solennità dell’ Annunciazione il 25 marzo 2006: «Questa provvidenziale coincidenza ci aiuta a considerare l’evento odierno in cui risalta in modo particolare il principio petrino nella Chiesa alla luce dell’altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale»; aggiungendo poco oltre che «tutto, nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “sì” alla volontà di Dio»'. Ma già 1’8 dicembre precedente, durante la Messa di celebrazione del 40° anniversario della conclusione del Vaticano II, aveva ricordato che «1° aspetto petrino della Chiesa è incluso in quello mariano». Non è possibile affrontare qui la vastità di temi implicati nel profilo mariano della Chiesa ed il suo rapporto inscindibile con il principio petrino. Ci limitiamo perciò, nella rassegna di testi che riportiamo, a tre realtà intimamente legate: il carisma o genio femminile, Maria, il sacerdozio cosiddetto “mariano”. Gen's 5-6/2006 — pag. 20 — 198 studio Il «carisma femminile» Nella Chiesa cresce sempre più la consapevolezza dell’importanza del “genio femminile”, non solo per la vita del popolo di Dio al suo interno, ma pure in assoluto, come persona e nella società, in sintonia con un’istanza culturale che è andata affermandosi anche grazie alla lotta delle donne iniziata due secoli fa per avere riconosciuti i diritti umani pari agli uomini. È chiaro dalla Bibbia che la rottura tra uomo e donna e la loro reciproca alienazione si è verificata alle origini, ed ha segnato la storia, finché Gesù Cristo, offrendo per l’umanità la sua vita sulla croce, ha stimato l’essere umano più grande di sé, perché l’amore vede l’altro più grande (cf Fi/ 2, 3), e col suo esempio ci ha invitati a vedere lui stesso in chiunque si ama, tanto da offrire la possibilità di pregustare in qualche modo il paradiso in terra quando ha detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome (nell’amore come Cristo ce l’ha mostrato) io sono in mezzo ad essi» (Mt 18, 20). Il filosofo Emmanuel Lévinas ha contribuito a ridare il giusto valore alla donna quando rovescia la valutazione delle tradizionali categorie di virilità e femminilità, sostenendo che «la virilità è il simbolo del soggetto che non vuole farsi alterare dall’“altro”, mentre la femminilità è liberazione da questo senso di proprietà e di chiusura». Affermazione oltretutto logica dopo aver spesso ripetuto nelle sue opere che «amare è appunto considerare l’altro come insostituibile, come unico»?. Per rendersi conto di questo servizio d’amore a Gesù nel prossimo basterebbe guardare alle biografie di grandi sante e santi del passato, oltre ai carismi fioriti nella Chiesa in ogni tempo attraverso gli ordini religiosi femminili e maschili. Ma nell’ultimo secolo si è andato scoprendo e delineando quel “profilo mariano della Chiesa” che è sempre stato fondamentale per la vita di essa, esprimendone la santità, tanto che il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar è arrivato a scrivere che «l’elemento mariano governa nascostamente nella Chiesa come la Gen's 5-6/2006 donna lo fa nel focolare domestico»*. Ma di lui si parlerà più avanti. Mi pare comunque di poter dire che, all’interno del cattolicesimo, la visione più avanzata che ha anticipato i tempi nei riguardi del carisma femminile (mariano) sia stata quella di Edith Stein, oggi riconosciuta santa dalla Chiesa cattolica, che già negli anni 1928-1933 aveva scritto: «Nella misura in cui (donarsi a Dio) è dono d’amore a Dio Amore e, nello stesso tempo, cammino verso la perfezione compiuta del proprio essere, essa rappresenta il raggiungimento più alto di ogni aspirazione femminile, ossia della perfezione ideale della donna; 0, più esattamente, il compimento più elevato dell’essere umano in genere, ma sentito più vivamente e desiderato più immediatamente dalla donna in quanto donna»!. E dice ancora: «A nessun altro essere sulla terra Cristo si è legato come alla donna (Maria), che è stata creata a sua immagine come nessun’altra persona prima e dopo di lei, che ha avuto da tutta l’eternità un posto nella Chiesa come nessun altro, chiamando così in ogni epoca le donne alla più intima unione con lui, per proclamare il suo amore, far conoscere la sua volontà a re e papi, preparare la strada della sua signoria nel cuore degli uomini. Non esiste una vocazione più alta di quella di essere sponsa Christi»®. La novità originale è che Edith Stein, in un altro passo, invita anche l’uomo allo stesso “amore sponsale” per Cristo, quando dice: «Io credo che quando l’abbandonarsi al Signore si compie in modo puro e completo, l’amore sponsale dell’anima deve essere alla base tanto della donna come dell’uomo». Ovviamente non si tratta di una consapevolezza cresciuta soltanto all’interno del cattolicesimo, ma anche — e per certi versi prima — in altre tradizioni cristiane. Un esempio per tutti: il grande teologo ortodosso Paul Evdokimov scriveva già nel 1958 un libro sulla donna e la salvezza dell’umanità, del quale si potrebbero citare interi brani di grande bellezza e anticipatrici dei tempi. Riporto — pag. 21 — studio 199 soltanto una frase, che appare severa ma fa riflettere: «Alla donna spetta il compito di raddrizzare lo zelo maschile che scade tanto spesso e sempre di più verso la profanazione dei misteri e la perdita dei valori spirituali»)*. Maria e la Chiesa Ancora una testimonianza in certo senso “esterna” al cristianesimo istituzionale, per mostrare quanto una tale percezione costituisca un segno dei tempi. La filosofa laica francese, Simone Weil, che muore nel 1943, scrive: «La Vergine... la pura innocenza. Il Cristo era particolarmente obbediente sin dall’infanzia, e tuttavia, sulla Croce, ciò che ha sofferto gli ha insegnato l’obbedienza. La verità che diventa vita: è questa la testimonianza dello Spirito. La verità trasformata in vita»?. E di Maria dice: «Il bello è un ordine perfetto. Anche l’anima interamente obbediente è un ordine perfetto». Già in una delle sue prime opere, von Balthasar affermava: «È Maria la prima alla quale è stata accordata la forma comunicabile della grazia dell’incarnazione. Per quanto ella sia assolutamente una creatura e non affatto Dio, la sua essenza nasce in Dio, vicinissima a quella del Figlio. Questa essenza si trova in Dio come condizione della incarnazione del Verbo, alla fonte originaria delle “vie della Sapienza”. Maria, in quanto tipo originario della donna, vive tutta per Dio e per suo Figlio nella perfetta recettività della sua essenza in Dio. La sua vita, il suo cammino e il suo terrestre progredire sono unicamente caratterizzati dall’accoglienza sempre progressiva della Volontà di Dio in sé»". Nel 1965, poi, definisce la Chiesa «l’unione di coloro i quali, riuniti e costituiti dall’immacolato “sì” pronunciato da Maria e dalla grazia che ci rende somiglianti a Cristo, sono disposti ad accettare con prontezza la volontà salvifica di Dio nei confronti propri e nei confronti di tutti i fratelli»). E spiega che la forma della Chiesa è dunque doppiamente “mariale”, e lo è in modo permanente; perchè il piano cristologico (somiglianza a Dio) significa partecipazione allo stile di vita di Cristo, stile di vita che è il sale della terra cui non è lecito diventare insipido e che è il solo in grado di fermentare questo basso mondo. E non si può non considerare, almeno per inciso che quando, nel 1950, Pio XII proclamò il dogma dell’Assunzione di Maria, superando così un certo inconscio dualismo antropologico, fu C. G. Jung a dichiarare con entusiasmo che «questo dogma è attuale da ogni punto di vista e lo ritengo il più importante avvenimento religioso dai tempo della Riforma», perché finalmente «Maria è unita al talamo celeste quale sposa al Figlio e come Sophia con la divinità»". Per quanto riguarda ancora la teologia, Antonino Grasso, parlando di Maria come Nuova Eva prototipo dell’umanità redenta e «interlocutrice della salvezza», la vede come Donna nella quale risalta lo splendore della bellezza in quanto «segno di corrispondenza armonica e vitale, e come valore intratrinitario di completezza». Ma afferma che questa lettura è ritenuta possibile solo se si libera Maria da quel ruolo negativo che le è stato attribuito nel passato, «e se si riconosce come indispensabile la teorizzazione della recettività e dell’accoglienza come principio interpretativo della storia del cosmo in unione col Risorto, nello Spirito». Ma soprattutto ci ricorda che «uomini e donne, fratelli e sorelle di Maria nel discepolato, hanno molto da apprendere spiritualmente da lei. Maria li conduce verso la pienezza della loro vocazione cristiana che è la maturità spirituale in Cristo, cioè la pienezza della fede e della adesione a Lui (...) Maria è certamente il paradigma dello spirito di servizio che deve animare ogni carisma nella Chiesa. Maria insegna a tutti ad esorcizzare il potere e il prestigio da ogni uso egoistico e individuale». Gen's 5-6/2006 — pag. 22 — 200 studio In un altro passo completa le sue considerazioni sull’essere di Maria come persona affermando che, ad esempio, «l’ Annunciazione è un dialogo in cui Maria esprime la sua libera volontà e dunque la piena partecipazione del suo Io, personale e femminile, all’evento dell’Incarnazione. Questo significa che con Maria si ha la nascita della personalità cristiana e l’avvento della donna autentica. Da questo derivano importanti conseguenze: come persona Maria non è solo paradigma per le donne, ma anche per gli uomini, in quanto è voluta per se stessa, come donna, partner all’inizio della Nuova Alleanza, e in quanto tale ella risponde a nome di tutta l'umanità; è la rappresentante e l’archetipo sia degli uomini che delle donne»". Si spinge più oltre il Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il card. Ignace Moussa I Daoud, Patriarca emerito di Antiochia dei Siri. Durante il Sinodo dei vescovi sull’Eucaristia, ha detto: «Anche dalle mani di Maria riceviamo il dono dell’Eucaristia. Dio ha disposto che, grazie a Lei, l’Incarnazione, la Redenzione, l’Eucaristia e la comunione giungessero a noi. Maria fu la prima a ricevere nel suo grembo il Corpo e il Sangue di Cristo. L’Incarnazione fu la prima comunione della storia. Primo tabernacolo fu il suo cuore immacolato. La liturgia siriana invoca Maria, che porta nel grembo il Bambino Gesù, chiamandola “secondo Cielo”. Prima di ogni apostolo e sacerdote è Maria che ha dato Gesù al mondo. Maria e l’Eucaristia non possono essere dissociate. Dunque Maria è stata il primo sacerdote, la prima persona al mondo ad aver celebrato l’Eucaristia, ad aver reso “reale” e donato il Corpo e il Sangue di Cristo»"!. Benedetto XVI, nella menzionata omelia nella Basilica di San Pietro, 1°8 dicembre dello scorso anno, durante la Messa di celebrazione del 40° Anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ricordava che: «in Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Gen's 5-6/2006 Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi “anime ecclesiali”: così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di San Paolo, presentarci “immacolati” al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (cf Co/ 1, 21; Ef1,4)». Il sacerdozio mariano Veniamo ora a Chiara Lubich che ha spesso parlato esplicitamente del profilo mariano anche a sacerdoti e seminaristi e che, per quanto riguarda il “genio femminile” della donna nell’umanità e nella Chiesa, ha pronunciato un discorso fondamentale a Trento il 1° gennaio 1995 in occasione della Giornata della Pace". Per quanto riguarda il profilo mariano che tutti i sacerdoti e vescovi sono chiamati a vivere, essa ne compie una mirabile sintesi con il profilo petrino di cui essi diventano espressione col sacramento dell’Ordine. Senza disgiungerli mai, perché ambedue sono inseparabilmente a servizio dell’unità della Chiesa, però rilevando che il valore supremo nel Regno di Dio è l'accoglienza della Parola di Dio che chiede loro di essere pronti ad amare fino a dare la vita. Ecco alcuni testi, nella loro maggior parte inediti. Il 29 agosto del 1961, alla chiusura di un incontro con la sezione maschile dell’Opera di Maria, Chiara delineava ancora la finalità del Movimento intero, con un linguaggio evidentemente proprio del tempo: «Abbiamo sentito un desiderio imperioso di far trionfare l'Amore oggi in cui l’odio sembra dominare il mondo. E abbiamo sentito di portare alti i valori dello spirito in questo mondo in cui tanto valore si dà alla materia. Noi tutti siamo stati affascinati dal bene in quest’epoca in cui il male trascina tanti. È una rivoluzione, la nostra, e il Signore da anni va arruolando anime e anime al suo servizio. Abbiamo visto le prime; lui ha — pag. 23 — studio 201 preso delle giovanette, inermi, incapaci, gente che di per sé è la meno adatta a far quanto stiamo dicendo, ma è proprio per dimostrare che l’Opera è di Dio. Poi ha chiamato dei giovani che trovano nella verginità la forza, e trovano nella mira al sacerdozio qualche cosa di assolutamente grande per servire la Chiesa. Infine il Signore ha anche chiamato tanti uomini e donne maturi, perché portino proprio in quel mondo, che sembra dominato dal principe di questo mondo, il Regno di Dio. E noi sappiamo come anche il nostro spirito non si sia fermato qui (...). E entrato in tanti Ordini religiosi maschili e femminili e ha dato più coscienza a tanti sacerdoti; ha dato il senso maggiore del proprio dovere a tante suore; ha fecondato l’apostolato di moltissimi ministri di Dio (...). Inoltre Lui ci ha indicato — e tutti noi lo sappiamo nel segreto del nostro cuore — un capo: è Maria. E sempre stata Lei la condottiera delle battaglie della Chiesa. E lei, una donna, quella che fa vincere il bene sul male». Questa “rivoluzione” pacifica, ispirata dalla “passione per la Chiesa” di Chiara e del Movimento, stava infatti penetrando anche negli Ordini religiosi: «La nostra unica passione deve essere la Chiesa, la Chiesa più bella, la Chiesa rinnovata, non da riforme che noi non siamo capaci di fare, ma dall’amore e dall’aderenza quindi alla volontà di Dio»"°. «Secondo me l’attributo che meglio si addice alla Chiesa è quello di Madre. Tutta la nostra vita ideale è un’esperienza di questo. La madre fa tutto quanto fa la Chiesa: istruisce, nutre, guida. E un’autorità materna, la sua, perché se ad es. nel Papa il primato d’autorità non può essere disgiunto da quello dell’amore, chi batte tutti nell'amore è la madre. La madre sa anche morire per i propri figli così come deve saper fare il vescovo se esso è chiamato a continuare Gesù. Il “nessuno ha maggior carità...” è stato detto ai primi vescovi... Che la Chiesa sia madre, credo che a noi l’ha rivelato lo Spirito Santo. E troppo evidente, era troppo profonda questa convinzione, proprio quando la Chiesa ci studiava, ci correggeva, ci ammoniva, magari col silenzio, che è peggio delle parole. Forse gli uomini della Chiesa non lo sapevano che essi mostravano a noi la maternità della Chiesa. Ma era così. E fu questa fede che ci fece andar avanti per anni ed anni»!”. Chiara sviluppa la qualità mariana che un sacerdote dovrebbe raggiungere, inaugurando una scuola di spiritualità comunitaria, appunto per sacerdoti, il 24 ottobre del 1966: «Se i sacerdoti nostri sapranno posporre tutto, anche il sacerdozio, per assicurare la presenza di Gesù fra loro, vivendo come bambini il Regno di Dio, sarà inevitabile che Gesù faccia venire fuori una pastorale nuova, dei seminari nuovi (...). E se ci sarà l’unità anche con la parte laica del Movimento, si darà origine a quella che ho chiamato “città-chiesa”, o ‘“società-chiesa” che farà vedere al mondo come esso sarebbe se fosse tutto clarificato da Gesù, dal suo Vangelo (...). Stiamo mettendo qui la prima pietra di una realtà che sboccia dopo il Concilio, ma che ha le sue radici prima del Concilio, perché le ha in Dio che ha suscitato questo Movimento». La novità stava nel fatto che bisognava premettere ad ogni attività lavorativa o intellettuale la norma delle norme che sta alla base della spiritualità di comunione: «Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35). Si può capire l’importanza di questo orientamento educativo se si pensa alla formazione eminentemente individualistica che si era ricevuta, e quindi, ad esempio, alla difficoltà che avevano i sacerdoti in ministero a convivere nello stesso presbiterio. E si doveva inoltre guarire dall’appoggiarsi con una certa enfasi sulla “grandezza” del sacerdozio ordinato, se alla base non esisteva una vita cristiana veramente evangelica. Perciò è importante constatare come Chiara, col suo carisma, ha sempre visto e parlato del sacerdozio: Gen's 5-6/2006 — pag. 24 — 202 studio «Oggi i tempi esigono più che mai l’autenticità: non bastano più semplici uomini ordinati sacerdoti: occorrono preti-Cristo, preti-vittime per l’umanità. Cristi autentici, pronti a morire per tutti»"*. «Il sacerdote mariano è quel sacerdote che mette al primo posto Dio. Lui non è che ignori di essere stato scelto, eletto, per una cosa veramente straordinaria, perché Gesù ha detto: “come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Lui è cosciente di avere doni, carismi straordinari, però essi fanno sempre parte dei doni di Dio, non sono Dio (...). In realtà tutti i cristiani, sacerdoti o laici o vescovi, devono scegliere Dio e tutto il resto deve essere messo dopo, come dono di Dio. (...) Quindi il sacerdote mariano è uno semplice, che ha Dio come Ideale. Poi lui, invece che fare il fabbro, che fare 1°operaio, fa il sacerdote, conscio che il Signore lo ha eletto per una cosa veramente eccezionale. Bisogna non sottovalutare questo aspetto; però è una cosa da spostare per Dio. Dio prima»'?. «La novità che porta l’Opera di Maria è appunto il sottolineare in maniera preponderante che i sacerdoti devono essere Gesù abbandonato vivo. (...). Sacerdoti che con l’amore perdono tutto, anche certe etichette che possono avere, o certi atteggiamenti, perché non occorre avere nessun atteggiamento se non quello che aveva Gesù in croce, che è morto per i propri fratelli. Ecco il sacerdote: è Gesù abbandonato vivo. Poi lui funge anche da ministro di Dio, e ha la grazia straordinaria, che non si può misurare, tanto è grande, di rappresentare Cristo stesso (...). Ma noi sottolineiamo l’aspetto vittima»?0. «Qual è il rapporto tra la nostra spiritualità e Maria? E essere altra Maria per il mondo, portando Dio. Ma c’è un modo particolare col quale noi, figli di Maria, possiamo portare Gesù? Questa è una cosa che fa impazzire di gioia: Maria ha portato fisicamente Gesù bambino, e l’ha generato al mondo; noi possiamo generare Gesù mistico in mezzo a noi (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”) essendo Maria»?! Gen's 5-6/2006 «La verginità è la presenza di Maria nel sacerdote»??. E allora, ecco il focolare sacerdotale: «Io lo vedo come un focolare cenacolo, come un focolare Emmaus, diciamo, perché c’è la presenza di Gesù sacerdote»?). È questo, insomma, il carisma che l’Opera di Maria ha donato e può donare anche ai sacerdoti e a tutto il mondo ecclesiastico: far ricuperare in pienezza la vita richiesta dal sacerdozio battesimale, comune a tutto il popolo di Dio, per diventare capaci di servire, fino a dare la vita. Non si tratta che di rimettere al centro della propria vita 1’ Amore, il carisma che contiene tutti gli altri carismi, come san Paolo ha scritto: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova...» (/Cor 13, 1 ss.). Rispondendo a una domanda dei responsabili dell’Opera di Maria il 18/09/1996, Chiara, parlando dei focolarini sacerdoti, aveva affermato che il loro sacerdozio «va compreso senza alcun riferimento al potere. Se c’è una funzione gerarchica nell’Opera, essa deve essere tutta e solo carità». Descrivendo queste e altre caratteristiche fondamentali del profilo mariano, Chiara poteva concludere un suo discorso al St. Mary's College dell’Università statale del Surrey, nei pressi di Londra dicendo che, incrementando il contributo tipico che porta il profilo mariano alla Chiesa, «essa apparirà agli occhi di tutti più bella, più santa, più dinamica, più familiare. Sarà una Chiesa amante, accogliente, meglio orientata alle sue nuove frontiere: quelle dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e con chi non crede; con continue novità, con nuove vocazioni, una Chiesa carismati- — pag. 25 — studio 203 ca, una Chiesa mariana, più missionaria, più evangelizzatrice. E tutto questo sarà a gloria di Dio e della Madre di lui»?*. Silvano Cola 1) “L'Osservatore Romano”, 26 marzo 2006. 2) CfE. Lévinas, La differenza dei sessi, a cura di Antonino Magnanimo, in Internet, opera 5. 3) Cf I! volto dell'Altro, intervista fattagli da Renato Parascandalo, in Internet, risposta n° 7. 4) Cf Punti fermi, Rusconi, Milano 1972. 5) Edith Stein Gesamtausgabe (Opere complete), vol. 13, Herder, Freiburg im Br., p. 104. 6) Ibid., p. 77. 7) Ibid., p. 110. 8) La femme et le salut du monde. Etude d’Anthropologie chrétienne sur les charismes de la femme, Casterman, Parigi 1958, p. 219. 9) Quaderni IV, Adelphi, Milano 1993, p. 373. 10) Quaderni II, Adelphi, Milano 1985; p. 171. 11) Théologie de l’Histoire, Plon, Parigi 1954, pp. 125- 126. 12) C.G. Jung, Risposta a Giobbe, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 162. 13) La figura e la missione della Madre del Signore, cap. 12, 2,1-2,3, in Internet, alla stessa voce. 14) Il testo può vedersi nell’edizione italiana del “Synodus Episcoporum Bollettino”, n. 9 del giorno 6/10/2005, dove non c’è l’ultima frase, che appare invece nella versione pubblicata da “Adista”, 29 ottobre 2005, p. 12. 15) Cf C. Lubich, La dottrina spirituale, Città Nuova Ed., Roma 2006, pp. 283-289; pure il capitolo “Maria fiore dell’umanità”, ibid., pp. 204-216. 16) Da una lettera a fra Tommaso Giunti, certosino dell’Abbazia di Chiaravalle di Milano, del 5 dicembre 1961. 17) Scritto del 4 dicembre 1962. 18) // celibato sacerdotale, in: “Città Nuova”, n° 3/1970. 19) Risposte ai Gens, Frascati, 29 febbraio 1975. 20) Risposte a domande, Loppiano, 27 maggio 1985. 21) Risposte ai Gens, Frascati, 29 dicembre 1975. 22) Alla Scuola sacerdotale, Frascati, 17 marzo 1975. 23) Ibid.,31 marzo 1979. 24) I Movimenti ecclesiali e il profilo mariano della Chiesa, in: “Nuova Umanità” 28/2 (2006) p. 150. Gen's 5-6/2006 — pag. 26 — 204 spiritualità Un nuovo «io» Il sacerdote può essere sacerdote soltanto quando dimora nel Cuore di Gesù, quando è unito strettamente con la sua vita e il suo amore, quando esce da quell’unità con Cristo come uno che si è spogliato di se stesso, ed è divenuto piccolo, povero e semplice. Quando il sacerdote pronuncia la parola “io”, deve dire “tu” a Gesù, perché è Gesù stesso in lui che vuole dire “io”. Se consideriamo il sacerdote da questo punto di vista, dal mistero di Cristo come centro della vita sacerdotale, allora comprendiamo questo: il ministero sacerdotale non è soltanto una funzione. Non ha la sua giustificazione nei vari ministeri e compiti esistenti in una comunità, non riempie un vuoto che si scopre tra tutti gli altri servizi e testimonianze nella vita della comunità. Esso è ancorato alla missione e — attraverso il carattere sacramentale — ha le sue origini direttamente in Gesù stesso. (...) Se il sacerdote è l’autoannichilimento vivente di Gesù diventato storia, allora non esiste una frase nella Scrittura che descrive altrettanto bene questa esistenza sacerdotale come questa dell’apostolo Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Ga/ 2, 20). Questa frase vale certamente per (...) la vita cristiana in generale. Nel battesimo è già avvenuto il fatto più importante riguardo al nostro io personale. Non è più quell’io che si afferma contro Dio e che deve morire. È un altro io, quello che è morto in Dio con Gesù Cristo e che lascia così dentro di sé uno spazio per Dio, per Gesù Cristo. Il mio io appartiene a Gesù Cristo. Morire ogni istante di nuovo in lui in modo che lui possa vivere in me: questo significa trovare la propria identità e realizzare la propria vita. Ogniqualvolta dico “io”, dire anche “tu” a Gesù — questa è la strada della santità fondata sul battesimo. (...) Non c’è modello più valido per questa vita di Maria, che bada solo a Dio e alla sua volontà, che fa completamente sua — e così facendo, lo dà contemporaneamente, lo dona agli altri. La Gratia plena, la piena di grazia è al tempo stesso la Theotokos, la genitrice di Dio. Se il sacerdote è dunque chiamato per missione e mandato divino ad agere in persona Christi, ad agire nella persona di Cristo, allora questa missione e questo mandato non devono limitarsi a quegli atti sacramentali per i quali sono direttamente concessi. Questi, realizzazione del mandato sacerdotale, diventano testimonianza nella misura in cui il sacerdote conforma tutta la sua vita a quello che compie in essi. Allora vale: più profondamente il sacerdote vive il suo cristianesimo e il suo battesimo, più è “mariano” nel senso sopraindicato, più è capace di far risplendere nella sua persona Gesù, il “sacerdote per eccellenza”. Sii totalmente sacerdote, essendo totalmente cristiano! Vivi completamente Gesù, il sacerdote per eccellenza, vivendo completamente Maria, la sua donazione, il suo servizio! Da quest’approccio risulta evidente l’alto significato del celibato sacerdotale che si estende ad una vita secondo lo spirito dei consigli evangelici, anche della povertà e dell’obbedienza. (...) Un’unità più profonda con Cristo solo e, da questo, una maggiore libertà per essere vicino a tutti e per portare Gesù accanto a tutti: questa è l'essenza della vita sacerdotale. In una parola: il sacerdote, un cristiano autentico, perché e nella misura in cui Maria risplende in lui. Klaus Hemmerle Da: Il sacerdote oggi (discorso a 7000 sacerdoti e religiosi nell'Aula Paolo VI il 30 aprile 1982), in: Klaus Hemmerle, Vie per l’unità. Tracce di un cammino teologico e spirituale, Città Nuova, Roma 1985, pp. 128-131. Gen's 5-6/2006 — pag. 27 — esperienza 205 Durante le vicende della guerra in Costa d’Avorio Sotto il manto di Maria di Charles Landreau e Gerhard Stigler Durante la recente guerra civile in Costa D'’Avorio, la cittadella “Victoria” dei Focolari nella parte Ovest del Paese è diventata, per la coerenza della vita evangelica e il coraggio dei suoi abitanti, un luogo di rifugio e di conforto per centinaia di persone. Ne parla questa testimonianza dei due sacerdoti, l’uno francese e l’altro tedesco, che compongono da anni, in seno alla cittadella, il focolare sacerdotale che irradia, fra sacerdoti e seminaristi anche delle nazioni circostanti, uno stile di vita radicato nell’essenziale e fortemente comunitario. Novembre 2002, città di Man, Costa d’Avorio, Parrocchia Santa Maria, adiacente alla Mariapoli permanente “Victoria”. Due sacerdoti focolarini spaventati, rannicchiati in cucina, carponi sotto il bancone rivestito di piastrelle che a loro sembra il posto più sicuro della casa fatta di fini lamiere e soffitto di legno. Fuori frastuono di armi da fuoco di vario calibro, esplosioni di bombe incendiarie, mentre elicotteri sorvolano la zona e in alto nel cielo è posizionato un aereo d’osservazione. É mezzogiorno e siamo in attesa forse della fine. Eppure non ci pentiamo di essere rimasti. Qualche giorno prima, quando le linee telefoniche funzionavano ancora, avevamo ricevuto una chiamata: «Preparatevi, padri — ci veniva detto — passiamo a prendervi fra due ore, stiamo rimpatriando tutti gli stranieri». Allora tutti noi abitanti della Mariapoli ci eravamo subito consultati e avevamo deciso di rimanere sul posto qualsiasi cosa fosse successa. Non ci sembrava il momento di abbandonare i fratelli quando arrivano le difficoltà: Maria era ai piedi della croce quando per Gesù le cose si erano messe male... E noi che sempre parliamo di amore pronto a dare la vita per i fratelli non dobbiamo forse ora dimostrare che le nostre non sono solo parole? Qualche tempo fa, in un primo episodio di guerra, avevamo accolto e confortato 190 persone in fuga, che poi scortate dai ribelli erano state portate in un luogo sicuro. Ora non possiamo ripensarci anche se c’è la preoccupazione di quanto potrà succederci al ritorno della calma. Sotto il potere dei ribelli Ci sono tutti gli elementi per capire che la città è stata presa d’assalto: i combattimenti infuriano e la nostra ultima ora potrebbe essere vicina. Quando dalle montagne che circondano la città non arriva più l’eco di qualche sparo sporadico ci rialziamo, pronti ad affrontare la nuova situazione, e ci rendiamo conto che “loro sono arrivati” e che per la seconda volta le forze regolari sono state Gen's 5-6/2006 — pag. 28 — 206 esperienza sconfitte e respinte. Siamo sotto il potere dei ribelli, le così dette Forze Nuove. Constatiamo subito che i 18 membri del Movimento dei focolari, che vivono nella Mariapoli Victoria, sono tutti illesi come pure i molti rifugiati che non sono ancora potuti partire per il sud del Paese. Poi vediamo arrivare una ressa di persone con oggetti di ogni tipo, borse, pentole, materassi... Sono famiglie intere, sani e ammalati, i più gravi portati su carretti o a spalle, un bozzetto di società in fuga dagli eccessi dei vincitori e dai prevedibili saccheggi. Persone di ogni età e condizione sociale, musulmani, pastori, capi tradizionali e cittadini di tutti i tipi, ognuno in cerca di rifugio sia nella Mariapoli sia nella chiesa adiacente, a cui Chiara nel ’77 aveva dato il nome di “Santa Maria Regina dell’Africa”. Una folla impaurita di rifugiati Questo stesso scenario — racconta Charles — si era già presentato due settimane prima, ma una tregua aveva permesso a quei primi rifugiati di ripartire. Ho ancora il ricordo di alcuni episodi, come quando un ufficiale dell’esercito regolare ivoriano arriva'nel cortile della parrocchia, smonta da una macchina militare stracolma di soldati, si precipita verso di me per dirmi: «Vengo a prendere la chiave di casa, mia moglie l’ha nascosta in un sacco di riso». Il problema però è che moglie e figli sono stati evacuati mentre il sacco di riso chissà in che mani è finito. Un’altra volta, una giovane donna senza gambe, trascinandosi nella polvere viene a dirmi che la sua carrozzella è rimasta chiusa in casa perché i suoi sono fuggiti portandosi via la chiave. E stata subito soccorsa e accolta da una famiglia della parrocchia. Tutti gli ambienti della Mariapoli Victoria, case, dormitori, uffici, i capannoni della falegnameria e della tipografia e poi tutti quelli della parrocchia compresa la chiesa, sono stati occupati da questa folla impaurita e sconsolata. Noi passiamo fra tutti per rincuorarli, rassicurarli, dar coraggio mentre fuori le armi si fanno ancora sentire. Vedo ancora Gen's 5-6/2006 Gisela con un’altra focolarina passare in mezzo a questa miseria umana per portare ogni giorno un po” di serenità... e ci riuscivano: la paura poco a poco spariva da quei volti provati. Un giorno — racconta ancora Charles — spingo la porta di quella che era stata un’aula di catechismo e vedo una decina di donne sedute intorno ad una più giovane dalla quale fuorusciva e colava al suolo un liquido rossastro. Mi accolgono con giubilo e mi presentano il neonato al grido tradizionale di Kuoyaume ma! Esco in fretta per lasciarle alle cure appropriate al caso. Non ho più visto poi quella mamma e quel bambino. Ma ancora lo stesso giorno, dopo la messa della domenica, un’altra mamma è venuta a presentarmi il suo “Natale”, venuto alla luce il 25 dicembre nei locali della Mariapoli. Occasione per formarsi alla vita del Vangelo Possiamo dire che la Cittadella dei Focolari e la parrocchia svolgono il loro compito primario: quello di essere Maria che con il suo manto azzurro avvolge, addolcisce, consola e protegge. E la città di Maria, dove focolarini e focolarine fanno fronte a tutto, in particolare alle cure mediche. Un focolarino medico (il solo rimasto in città) e un’infermiera si dedicano a tutti, comprese le truppe di occupazione. E poi bisogna regolare l’accesso all’acqua potabile per le oltre 1000 persone concentrate in uno spazio così ristretto, fare le pulizie indispensabili in quelle condizioni precarie... Presto, questo tempo di inattività è diventato per i nostri rifugiati un’occasione per formarsi alla vita evangelica; un grande gruppo si è messo a vivere come in un focolare: ogni mattina la meditazione e lo scambio di esperienze e poi la distribuzione dei vari compiti per assicurare ad una così grande collettività un minimo di organizzazione giorno e notte. Di notte, la chiesa è piena di gente e così viene acceso un grande cero sul- — pag. 29 — esperienza 207 l’altare per evitare troppa oscurità e possibili abusi. Poi di mattina un gruppo fa la pulizia. Ogni giorno si dice la Messa per i cristiani e dato che attorno alla chiesa c’è troppa folla rumorosa e spesso indifferente, si celebra all’aperto lontano dalla calca. «Veramente, un luogo di Dio» Ed ecco il nostro primo incontro con le truppe di occupazione. Come responsabili della parrocchia volevamo essere presenti per affrontare la situazione e così è stato. Stavamo celebrando l’Eucaristia quando a 50 metri da lì sbuca un folto gruppo di guerriglieri, fascia rossa in fronte, armi in pugno, viso poco rassicurante... A noi, che siamo tre europei, dicono: «Mettetevi da parte, vi portiamo via». Facciamo quanto ci viene imposto mentre una nostra giovane ed un uomo della parrocchia cercano di intervenire con tanta insistenza da far temere per la loro vita. Un soldato ci affida ad un altro e avanza per cercare di capire cosa facciamo; vedendolo così aggressivo, alcuni bambini fuggono impauriti. Il soldato si avvicina e vede un’assemblea seduta per terra attorno ad una tavola preparata ad altare; impugna l’arma, nessuno si muove, il celebrante continua la liturgia incoraggiato da Augusto, il lettore non balbetta troppo... L’uomo ritorna verso di noi e nella sua lingua liberiana esclama: «Questo luogo è veramente un luogo di Dio!». A questo punto le cose mutano. Scambiamo qualche parola con quegli uomini armati e poi è la volta dei nostri parrocchiani con quelli della loro etnia. In quel giorno non è successo altro. Per noi due sacerdoti è stata una vera meditazione. Potevamo essere uccisi, maltrattati in vari modi da uno qualsiasi di quegli uomini che non ispiravano certo né fiducia né stima... Ma Gesù ha forse scelto della brava gente per essere insultato, maltrattato e messo a morte? Allora ci disponiamo subito ad amare il nemico. Coi capi dei guerriglieri Subiamo ogni giorno, e varie volte al giorno, incursioni di bande armate e... drogate; hanno portato via tutte le nostre macchine e quelle messe “in salvo” nella missione. Ogni passaggio di questa gente spaventa tutti. Dobbiamo trovare una soluzione. Così una nostra delegazione si reca dal responsabile del nostro settore per fargli capire che siamo un centro di spiritualità, di accoglienza e di cura e che le visite continue di questi loro uomini disturbano molto il nostro lavoro. Abbiamo quindi chiesto consiglio sul da farsi. Allora il capo ci manda un drappello di 16 giovanotti a cui dobbiamo assicurare alloggio e vitto e così per mesi siamo stati protetti da incursioni sia di notte che di giorno... Le nostre case sono state ispezionate ma niente è stato rubato. Con i nostri guardiani abbiamo vissuto l’amate il nemico e questo ha dato frutto. Uno di loro è perfino venuto a far parte del nostro coro... Un focolarino li ascoltava, comunicava le nostre difficoltà, dava loro lezioni di come comportarsi in quei momenti difficili e teneva il contatto con i capi dei guerriglieri che l’ascoltavano predicare il perdono dei colpevoli... Fu così che un giorno questo focolarino ha salvato la vita a uno di loro che i capi avevano condannato a morte. Fraternità effettiva tra sacerdoti Senza averlo previsto, la Mariapoli permanente e la parrocchia sono diventati gli unici centri vitali della città. Gli altri preti, nonostante il loro coraggio, erano stati minacciati o molestati a tal punto da non poter rimanere nelle loro parrocchie. Dopo poche settimane vediamo arrivare di nascosto dei catechisti che, a nome di tanti sacerdoti rifugiati nella foresta, ci chiedono il necessario per dir messa o il rinnovo di ostie consacrate per una comunità religiosa o l’intervento della Croce Rossa per aiutare un sacerdote a venir fuori dallo shock avuto per Gen's 5-6/2006 — pag. 30 — 208 esperienza la paura, o ancora vestiario e altre cose di prima necessità. Per tutti questi preti in maggioranza giovani, abbiamo lanciato un appello alla Società delle Missioni Africane di Lione che ha risposto con generosità meravigliosa. Abbiamo potuto così distribuire gli aiuti ricevuti e sovvenire ai bisogni più urgenti. La forza divina dell’unità Quando abbiamo potuto ritornare in Europa siamo rimasti stupiti dell’appellativo di “eroi” usato nei nostri confronti. A_ questo proposito. è importante un chiarimento: non era solo fortuna se siamo stati tutti protetti, noi e quanti hanno trovato rifugio nella Mariapoli Victoria e nella parrocchia, e se nonostante l’enorme quantità di spari e pallottole che arrivavano da ogni parte, un solo vetro della chiesa è stato rotto. In verità eravamo immersi, più o meno consapevolmente, in un miracolo continuo costruito poco a poco negli anni. Non invano avevamo ricevuto le lezioni di vita e gli insegnamenti di un Toni Weber nella Scuola sacerdotale di Frascati. Ora abbiamo cercato a nostra volta di metterli in pratica in questo posto, dove Dio ci ha messi... Egli ha fatto sì Gen's 5-6/2006 che l’Opera di Maria a Man si sviluppasse nell’unità fra sacerdoti, focolarini e focolarine. Tutto è cresciuto nell’armonia: i muri e le anime. Le circostanze ci obbligavano ad avere tanta unità sia fra noi nella vita quotidiana che con gli ‘altri. Mettere Dio al primo posto ci aiuta a metterci facilmente al servizio di tutti, senza pretendere niente e senza aspettare ringraziamenti, a lasciarGli tutto il posto nelle celebrazioni liturgiche che curiamo il meglio possibile... Come era bello il nostro Natale di guerra con la veglia alle 4 del pomeriggio a causa del coprifuoco! La nostra disponibilità verso tutti non è nata all'improvviso dettata da circostanze straordinarie quali la guerra. Quante lotte interiori, quanti sforzi durante gli anni precedenti, per vincere l’uomo vecchio nei nostri rapporti! Ciò che ora, durante la guerra, è successo a Man è il frutto della presenza di Gesù in mezzo a noi. Questa presenza misteriosa ha colpito e colpisce sempre chi visita questo luogo, anche se ha l'impressione che ad essere speciali sono i fiori, il verde, le costruzioni... Sì, questo posto è molto bello, ma la vera bellezza che attrae lo straniero di passaggio è l’azione di Maria, l’unità che rende presente Gesù in mezzo a noi. Noi ne siamo testimoni. Charles Landreau e Gerhard Stigler — pag. 31 — esperienza 209 La comunione fraterna: strada maestra per la pastorale Così vivo il sacerdozio di Georg Pfender L’autore è un prete diocesano svizzero che non aveva mai pensato che un giorno sarebbe andato a lavorare nelle Filippine: un’esperienza che si è poi rivelata un vero dono di Dio per lui. NA nostra parrocchia avevamo iniziato un gemellaggio con la diocesi di Alaminos, Pangasinan. Il vescovo, Jesùs Aputen Cabrera, che ci visitava ogni anno, ad un certo momento mi ha chiesto se ero disposto ad andare nella sua diocesi dove i sacerdoti sono pochi. D’accordo col mio vescovo ho accettato l’invito. Mi sono proposto di vivere innanzitutto l’unità col vescovo del posto. Egli mi ha nominato parroco di una “piccola” parrocchia con 13 villaggi. Era una realtà molto diversa da quella da me vissuta fino a quel momento, ma mi sono sentito subito a mio agio, anche se trovavo difficoltà con le tre lingue indigene del posto. L’unità col vescovo All’inizio tutto è andato molto bene: io cercavo di assecondare i suoi desideri, mettendo in pratica le direttive diocesane. Era anche bello per me costatare che nei raduni mensili di formazione per i sacerdoti, ogni cosa era vista insieme tra noi e col vescovo, e in questo modo nella diocesi si andava avanti su una stessa linea di rinnovamento. Dopo un po” di tempo si è presentata una difficoltà. Una cosa molto delicata nel nostro contesto è il denaro. La diocesi è molto giovane e perciò mancano tante strutture. Il vescovo riceve aiuti dall’ Europa e dagli Stati Uniti. Anche la mia parrocchia in Svizzera collabora. Avevo notato però che c’erano tra i sacerdoti alcuni dubbi su come veniva impiegato il denaro. Ne sentivo parlare qua e là. Questo creava un problema per me: da una parte volevo essere in piena unità con il vescovo e dall’altra sentivo anche la necessità di un senso di giustizia e di trasparenza nel campo dell’economia. Dentro di me cresceva una certa tensione. Cosa fare? Parlarne col vescovo? Ma chi sono io per dirgli queste cose? Dove va a finire la fiducia? Una notte mi sono svegliato e ho sentito che non potevo andare avanti con questo dubbio che stava diventando un giudizio. Mi dicevo: questa situazione non è forse un volto di Gesù crocifisso e abbandonato, sposo della mia anima? Ho deciso allora di amare l’Abbandonato con tutto il cuore: ho subito sperimentato una grande pace. Mi sono detto che al mattino, dopo la messa, sarei andato a trovare il vescovo. Così ho fatto. Volevo aprire la porta per entrare nella segreteria. Ma la porta si apriva come da sé e davanti a me c’era lui. Mi ha salutato come se mi stesse aspettando e mi ha Gen's 5-6/2006 — pag. 32 — 210 esperienza invitato nel suo studio. Abbiamo potuto parlare apertamente di tutto e chiarire ogni cosa. Ho capito un po’ quanto sia difficile per lui amministrare l’economia: accontentare tutti usando una carità oculata, amministrare il denaro con trasparenza senza lasciarsi ingannare, venire incontro alle necessità urgenti e agli imprevisti senza perdere d’occhio le finalità di chi ha dato aiuti, ecc. Uscendo avevo la gioia nel cuore e l’unità piena col vescovo. L’unità con gli altri sacerdoti Il nostro vescovo ha scelto come motto del suo episcopato: «Che tutti siano uno». In tutto quello che fa cerca di lasciarsi guidare da questa parola chiave della preghiera sacerdotale di Gesù. Così ha cercato di alimentare lo spirito di famiglia fra i sacerdoti, le suore che lavorano in diocesi, i laici responsabili nei diversi ministeri e il popolo. Si è tenuta un’assemblea diocesana per trovare una linea pastorale comune per ascoltare la gente. Si sono formulate tante domande per capire meglio la situazione positiva e negativa del popolo, “le luci e le ombre”. Inoltre si pregava, si meditava, si scambiavano esperienze concrete. Alla luce della spiritualità di comunione si è esaminato il materiale elaborato dai fedeli nei villaggi già prima dell’assemblea. Alla fine il vescovo insieme con il Consiglio ha tracciato una linea pastorale comune da attuare in tutte le parrocchie. Anch’io ero felice di questo lavoro e cercavo di collaborare il meglio possibile. Non mancavano le difficoltà, perché per alcuni sacerdoti non era facile entrare in questa nuova linea, che esigeva una certa rinuncia ad un modo di fare piuttosto individualistico. Nel nostro vicariato, per facilitare una maggiore comunione tra noi cinque parroci e con i nostri collaboratori laici, abbiamo deciso di trovarci noi sacerdoti ogni mese in una parrocchia diversa, per una semplice cena. Gen's 5-6/2006 In in clima spontaneo e distensivo è stato più facile conoscerci meglio e condividere i pesi e le gioie di ognuno. Questo contatto personale ci ha aiutato molto anche nel lavoro: nelle confessioni degli studenti, nella celebrazione dei matrimoni, nei funerali; e, quando uno doveva assentarsi, era normale che l’altro lo sostituisse per qualsiasi evenienza in parrocchia. Ciò ha portato frutti anche nella pastorale giovanile. Abbiamo organizzato nella piazza della città una serata chiamata U-nite = notte d’unità. Ognuno dei parroci portava i suoi giovani. Abbiamo invitato anche alcuni membri della parte giovanile del Movimento dei focolari (i gen), già conosciuti dai nostri parrocchiani, che hanno aiutato le diverse parrocchie nel preparare canti, danze ed esperienze. Dopo questo momento ricreativo è stato presentato un punto della spiritualità di comunione in forma adatta a loro, lanciando la Parola di vita: una frase breve e compiuta della Scrittura da mettere in pratica nella vita quotidiana. Siccome la festa si svolgeva in piazza, sono venuti anche degli adulti attratti dall'atmosfera che vi si respira- Va. Queste U-nite hanno dato un grande impulso ai gruppi giovanili delle diverse circoscrizioni parrocchiali perché tanti giovani, cercando di vivere la Parola, si sono inseriti spontaneamente nella propria parrocchia ed alcuni hanno scoperto la propria vocazione. Il loro comportamento ha avuto un riflesso nelle scuole e alcuni maestri, notando il profondo cambiamento nei loro alunni, si sono interessati anch’essi a questo stile di Vita. Abbiamo pensato allora che la formazione di laici con responsabilità nella comunità era meglio farla a livello di vicariato: si conoscevano meglio, si sentivano arricchiti dallo scambio delle esperienze e imparavano gli uni dagli altri. Avevamo trovato la strada giusta per vivere insieme, loro e noi, il Vangelo, scambiarci le idee che nascevano e aiutarci nell’attuare i programmi pastorali suggeriti dalla diocesi o germogliati dalla vita stessa delle nostre comunità. — pag. 33 — esperienza 201 Ovviamente abbiamo fatto tutto in sintonia col vescovo, che ci ha incoraggiati ad andare avanti. L’unità col Consiglio pastorale della parrocchia Un'altra esperienza l’abbiamo vissuta nel Consiglio pastorale. Ci eravamo messi d’accordo che le nostre decisioni sarebbero state prese all’unanimità in modo che ognuno si sentisse responsabile e potesse poi portare avanti il suo compito come espressione di un corpo, di Gesù presente in mezzo a noi uniti nel suo nome. Un giorno ci siamo radunati. Sentivo che c’era nell’aria qualcosa che disturbava. La responsabile della segreteria della parrocchia aveva fatto uno sbaglio, attribuendolo però agli altri. Cominciava una discussione vivace, tirando fuori anche cose successe nel passato. Ho invitato tutti a metterci davanti a Dio, perché ognuno di noi ha fatto degli sbagli e tutti insieme dobbiamo buttarci nella misericordia divina. Poi ho chiesto di ascoltare bene la segretaria. Questa ha cominciato a difendersi e alla fine ha dato la colpa a me. Ho ascoltato con calma, vedendo veramente Gesù in lei. Quando ha smesso di parlare, le ho chiesto con molta calma: «Ma sei proprio convinta che sia vero quello che hai detto?». Mi ha fissato negli occhi, poi ha cominciato a piangere e dopo un po” di silenzio ha riconosciuto che non era vero, che a sbagliare era stata lei a causa dei tanti problemi che ha in famiglia. Si è creato un momento di forte unità e lei, sentendosi capita dagli altri, si è calmata. Il raduno è andato benissimo. Io ero molto felice, perché nel nostro ambiente normalmente non è facile discutere le cose in modo così aperto e in pubblico. Era stato un frutto della comprensione e dell’amore di tutti. Questo è stato possibile solo dopo alcuni anni nei quali avevamo cercato di vivere insieme la Parola di Dio. L’ecumenismo Nelle Filippine la maggioranza della populazione appartiene alla Chiesa cattolica romana. Ci sono però tante altre denominazioni cristiane. Anche nella mia parrocchia c’è questa varietà. Proprio di fronte alla mia canonica c’è un tempio dell’Assemblea di Dio. Da tempo avevo il desiderio di visitarlo. Un giorno sono andato e il pastore mi ha accolto con tanta gentilezza e mi ha detto: «L’aspettavo. Spesso ascolto le sue omelie e ho visto che lei vive quello che insegna». Dopo esserci presentati a vicenda siamo entrati in un profondo colloquio, raccontandoci della nostra vita, della nostra esperienza di fede. Ci siamo lasciati colla convinzione di rivederci ancora. Alcuni mesi dopo c’è stato un forte tifone che ha distrutto e danneggiato tante case nella nostra provincia. Migliaia di grossi alberi di mango sono caduti, provocando danni ingenti. Anche il tempio della Chiesa Indipendente Filippina — una porzione di Chiesa staccatasi nel passato da quella cattolica — era rimasto senza tetto e senza finestre. Erano passati mesi senza che fosse fatta alcuna riparazione, perché mancavano i mezzi. Un giorno andando in un villaggio per celebrare la Messa sono passato proprio accanto a quell’edificio. Era in condizioni così desolanti che mi ha toccato il cuore. Una voce dentro mi diceva: «Non ho più casa...)). Mi sono ricordato di aver ricevuto proprio alcuni giorni prima una provvidenza in denaro. Perché non darla a questi fratelli? Il giorno dopo ho comunicato la cosa al presidente del Consiglio pastorale della nostra parrocchia, ma questi sul momento mi ha risposto che non gli sembrava opportuno, avendo noi stessi tanti bisogni. Ho spiegato che se noi fossimo nella loro situazione, saremmo ben felici se qualcuno ci aiutasse. Inoltre avevo l’impressione che quella voce che sentivo dentro di me venisse da Dio. Fatto sta che poi sia il presidente che tutti i membri del consiglio, quando sono stati da me bene informati, erano così entusiasti del- Gen's 5-6/2006 — pag. 34 — 212 esperienza l’idea che hanno voluto venire con me a portare la nostra offerta. Non avendo trovato il responsabile della parrocchia in casa, abbiamo lasciato il dono al sacrestano. Il giorno dopo il responsabile di quella parrocchia e il suo Consiglio sono venuti a ringraziarci. Li abbiamo invitati ad una merenda: c’era aria di festa. Siamo diventati amici. Ci hanno chiesto di andare a una loro festa. Abbiamo accettato. Ora il clima fra i fedeli delle nostre due comunità è migliorato: si cammina verso la fraternità senza confusioni. In seguito ho manifestato al responsabile di questa comunità il desiderio d’incontrarci mensilmente per mantenere viva la nostra amicizia. Era subito d’accordo. Quando gli ho accennato che anche il pastore dell’Assemblea di Dio era interessato a venire, siamo andati insieme a fargli l’invito. In seguito altri due pastori si sono aggiunti. Nei nostri raduni mensili ho cercato di fare il vuoto dentro di me per ascoltare bene Gen's 5-6/2006 tutto quello che ognuno diceva. Ho proposto di non fare discussioni teologiche, ma piuttosto puntare su come vivere la Parola di Dio per poi scambiarci le nostre esperienze al riguardo. Tutti erano d’accordo. Avendo saputo che nella mia comunità tanti cerchiamo di vivere la “Parola di vita” commentata da Chiara Lubich, hanno voluto seguire il nostro esempio, facendomi notare che essi potevano accettare ogni commento della Lubich, perché «si tratta proprio di Vangelo e va bene per tutti»). È cresciuta sempre più tra noi la fiducia mutua. In questo clima è stato facile preparare insieme la “preghiera ecumenica” in occasione della festa civile della nostra cittadina. La cerimonia si è svolta alla presenza del sindaco, di tutti i maestri e gli impiegati del municipio e con una buona partecipazione di popolo. Georg Pfender — pag. 35 — PERCHÉ TUTTI SIANO bbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come a cura della segreteria | i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte internazionale | di vivere insieme come fratelli». Parola di Martin Luther del movimento gens King che a quasi 40 anni dalla sua morte violenta non ha perso nulla della sua attualità. E questo non solo al cospetto di una glo- balizzazione ambigua che fa sì che molti, moltissimi nostri con- temporanei siano sempre più poveri e che noi tutti, se non sappia- mo reagire con decisione, ogni giorno ci troviamo più soli e inte- riormente più frantumati. Ma anche davanti a quel microcosmo che sono i seminari. Ha scritto recentemente una persona che si occupa a livello mondiale delle vocazioni: «Vedendo ogni mattina tanti sacerdoti e seminaristi sull’autobus, mi domando: ma chi fa loro assaggiare l’amore di Dio? Quando vado nelle loro case, mi imbatto spesso Notizie dal mondo dei seminari - 48 in un quadro scoraggiante: corridoi lunghi e vuoti dove ognuno Una che passa ti dà l'impressione di vivere una vita solitaria. Ma basta ° voler bene a chi incontri, basta saper creare le occasioni, e si fa FAMIGLI A strada con queste stesse persone l'avventura di un’amicizia soprannaturale. E mentre mi interesso degli altri e mi dono a loro, Ieri to mi sento io stesso arricchito e soprattutto sento crescere il Regno di Dio» FRATELLI Molte sono le vie per suscitare un’autentica fraternità, a cominciare da gesti apparentemente piccoli e insignificanti. Racconta un seminarista del Brasile. «L’educatore ha proposto alla nostra équipe di vita di concretizzare l’invito formulato dal Papa nella Novo millennio ineunte di “fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione”. Ogni settimana abbiamo fra noi un momento di comunione di vita. Ho notato che sistemare in anticipo la sala e mettere una musica di sottofondo è qualcosa che aiuta tutti a sentirsi accolti. Attraverso questi momenti di comunione abbiamo visto crescere fra noi il perdono, la gioia e la pace». Dove il seminario diventa casa e dove ci si riconosce innanzi tutto fratelli, appare in nuova luce la scelta del celibato. «Ho cercato di presentarlo come via per essere dono di sé nell’amore, vivendo l’arte d’amare e la spiritualità di comunione», racconta un sacerdote dell’Irlanda reduce da una giornata di ritiro con gli studenti del primo e secondo anno in seminario. E constata: «E stato di luce per tutti. Mi hanno ringraziato per aver affrontato questo argomento in chiave positiva e non come una regola imposta dalla Chiesa. Parlare con semplicità anche delle difficoltà, ha dato pace, libertà e respiro. “E un altro modo di vedere il celibato”, hanno commentato». Gen's 5-6/2006 - 213 — pag. 36 — Creare un AMBIENTE DI CASA Compleanno di tutti Italia. «C’era il compleanno di un seminarista e avevo pensato di scrivergli una biglietto d’augurio. Riflettendoci, mi sono reso conto che poteva essere una cartolina un po’ speciale se coinvolgeva anche gli altri seminaristi. Ho chiesto a qualcuno se in seminario c’era una tradizione del genere. Mi hanno risposto che non si era mai fatta una cosa simile e che era una proposta interessante. Insieme a un compagno abbiamo quindi preparato la cartolina, facendola firmare da tutti, compresi i formatori e il personale di servizio. Inaspettatamente tutti hanno fatto a gara e hanno scritto gli auguri in diverse lingue, tra cui pure il cinese. La cosa è talmente piaciuta che adesso per ogni compleanno, compreso quelli del personale, con un gruppetto di seminaristi prepariamo una biglietto d’augurio, e ogni volta è un momento bello perché il compleanno di uno diventa il compleanno di tutti». (J.E.M.) Una discussione accesa Brasile. «Con l’arte d’amare cerco di rendere l’ambiente del seminario gradevole e edificante. L’altro giorno era sorta una discussione accesa su chi avrebbe pulito il forno. Non si è giunti a nessuna decisione perché l’équipe incaricata non si era presa la responsabilità di indicare qualcuno per questo servizio. Proprio in quel giorno mi ero proposto di amare per primo. L’effetto: sentendo quel diverbio, ho deciso di mangiare rapidamente e mi sono messo a pulire il forno. Ho provato dentro di me una grande gioia». (E.L.D.) Gen's 5-6/2006 - 214 «Evviva il farsi uno» Roma. «Qualche giorno fa il responsabile per lo sport ha indetto per tutti una partita di calcio, per poter scegliere i membri della squadra del Collegio. Siccome a tanti non piace il calcio, si sono presentati quasi solo i giocatori abituali. Facendomi uno con loro, ho pensato di mettermi a giocare anch’io, benché fosse appena la seconda volta nei quattro anni da quando sono in Collegio e non conosco neppure bene le regole. Facevo quindi tanti errori, toccando tra l’altro per tre volte la palla con le mani, cosa che mi ha procurato tante domande da parte del vicerettore che faceva parte della mia stessa squadra. L'unica cosa che ho potuto fare era portare pazienza. Terminata la partita, sono tornato in camera col dolore per i miei sbagli e per le incomprensioni che erano sorte, ma ero gioioso. A cena, quel vicerettore davanti a tutti ha detto: “Oggi diamo il primo premio...” e ha fatto il mio nome. In quel momento una sola parola è sgorgata dal mio cuore: evviva il farsi uno!». Il barbiere del seminario Burundi. «Assicuro in seminario il servizio di barbiere. Un giorno si erano presentati molti seminaristi per il taglio dei capelli, tanto che, verso la fine dell’orario stabilito, erano rimasti ancora tre in attesa. Ho deciso allora di tagliare i capelli soltanto a uno di loro. Gli altri due si sono messi d’accordo perché io sistemassi i capelli provvisoriamente almeno a uno di loro, in attesa di poterlo fare per bene in seguito. Alla fine, quello che non ho potuto più servire, è partito triste, qualificandomi “segregazionista” attraverso un messaggio. Mosso dall’amore e senza mostrargli che ero al corrente delle sue lamentele, ho deciso di tagliargli i capelli quella stessa sera. Egli ne era molto contento. Ma ero contento anch’io che ci eravamo riconciliati». (P.R.) Pulizia dell’aquedotto Colombia. «Dovevamo pulire i bagni, ma mi sono accorto che non avevamo acqua in seminario e che i serbatoi di approvvigionamento erano vuoti. Ho quindi — pag. 37 — Chiara Lubich «Spirito di famiglia» | a famiglia: ecco una parola che contiene un immenso significato, ricco, profon- Li | do, sublime e semplice, soprattutto reale. — La famiglia o c’è 0 non c’è. Atmosfera di famiglia è atmosfera di comprensione, di distensione serena; atmosfera di sicurezza, di unità, di amore reciproco, di pace che prende i suoi membri in tutto il loro essere. (...) Vi sono fra essi coloro che soffrono per prove spirituali? Occorre comprenderli come e più di una madre. Illuminarli con la parola o con l'esempio. Non lasciar mancare, anzi accrescere attorno a loro il calore della famiglia. Vi sono tra essi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. Bisogna patire con loro. Cercare di comprendere fino in fondo i loro dolori. Vi sono coloro che muoiono? Immaginate di essere al loro posto e fate quanto desiderereste fosse fatto a voi fino all’ultimo istante. C'è qualcuno che gode per una conquista o per un qualsiasi motivo? Godere con lui, perché la sua consolazione non sia contristata e l’animo non si chiuda, ma la gioia sia di tutti. C'è qualcuno che parte? Non lasciarlo andare senza avergli riempito il cuore di una sola eredità: il senso della famiglia, perché lo porti con sé. Non anteporre mai un'attività di qualsiasi genere, né spirituale né apostolica, allo spirito di famiglia. E dove si va per portare l’Ideale di Cristo, nulla si potrà fare di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma con decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... è la carità vera, completa. Da: E torna Natale..., Roma 1997, pp. 45-49 avvertito un formatore e mi sono messo alla ricerca degli operai per i vari servizi, ma essendo domenica, nessuno lavorava. Nel siamo usciti per revisionare l'acquedotto del seminario che si trova a circa 20 minuti dalla nostra casa. Abbiamo pulito le griglie e frattempo ho dovuto recarmi a un appuntamento. Sono rientrato verso la fine del pomeriggio. Ho incontrato un altro seminarista che segue anch'egli l’Ideale dell’unità, e gli ho raccontato quanto era successo. È nata immediatamente l’idea di amare per primi. Abbiamo perciò messo al corrente il rettore e, d’accordo con lui, siamo tornati a casa. Abbiamo constatato però che l’acqua arrivava solo alla piscina e a una parte della casa. Dopo cena, vedendo che i serbatoi erano tuttora vuoti, siamo usciti nuovamente per revisionare in particolare il filtro, affrontando il freddo e le scomodità della notte. La mattina dopo c’era acqua per tutti». (G.G.) Gen's 5-6/2006 - 215 — pag. 38 — Un diacono permanente Brasile. «Si era ammalato gravemente un diacono permanente, tanto da dover stare per due mesi in ospedale, con continua assistenza. Durante il giorno sono stati con lui i suoi familiari; durante la notte i due seminaristi della sua diocesi. Accorgendoci di questa situazione, assieme agli altri seminaristi con cui vivo l’Ideale dell’unità, abbiamo stabilito fra noi dei turni per ogni giorno, in modo che i due avessero un adeguato riposo. In seguito anche altri seminaristi hanno cominciato ad assistere quel diacono e così pure i suoi familiari hanno potuto tirare il fiato». (A.M.) ioni Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 5-6/2006 - 216 al Brasile. Ci scrive il rettore del seminario filosofico di Ponta Grossa: «Da tempo scendeva di anno in anno il numero dei nuovi ingressi in seminario. Erano 12, poi 10, e nel 2005 solo 8. Davanti a questa situazione, mi sono ricordato della testimonianza di uno studente austriaco al Congresso internazionale di seminaristi nel dicembre 1994: in un momento di forte calo delle vocazioni al sacerdozio, avevano chiesto ogni giorno con fede che per l’anno successivo si presentassero 10 giovani, e così era avvenuto (cf Quaderno di gen’s / 9, luglio 1995, p. 30). Ne ho parlato all’incontro con i formatori e così in ognuno dei nostri quattro seminari, dal propedeutico alla teologia, abbiamo cominciato a chiedere a Dio di inviarci più operai. Nella mia comunità di filosofia fin dall’anno scorso abbiamo tenuto ogni venerdì una veglia per tutta la notte, durante la quale ci avvicendavamo nella preghiera. E Dio ha aperto le mani: per il 2006 i nuovi ingressi al propedeutico sono stati 12 e per il 2007 ormai si sono iscritti 19». Dal Belgio. L’incaricato per le vocazioni nelle Fiandre ci ha riferito di un’interessante iniziativa realizzatasi nel maggio scorso: «Si è concluso a Anversa un giorno d’incontro della pastorale vocazionale. La giornata intendeva sensibilizzare il corpo ecclesiale al tema della chiamata e sembra che abbia raggiunto il suo scopo. Eravamo oltre 110 persone di quasi tutte le chiamate. Tra i presenti sono stati anche cinque dei sette vescovi delle Fiandre e molte persone che hanno compiti di responsabilità nelle diocesi. Chiave di lettura di tutto l’incontro è diventata la stimolante conferenza del vescovo ausiliare di Bruxelles Jozef De Kesel che ha rilevato come nella Chiesa si punti oggi prevalentemente sulla missione apostolica ovvero sul lavoro, le diverse funzioni, ecc., mentre c’è il rischio che si perda di vista la vita apostolica. Da qui la sua tesi che ha suscitato un vivo dialogo: l’attuale crisi della Chiesa è crisi dell’imitazione di Cristo. Si trovano persone per svolgere l’uno o l’altro compito, ma sono pochi che si impegnano nella sequela di Cristo. Viene da qui pure la crisi del celibato. La giornata è proseguita con una preghiera nella cappella del centro pastorale di Anversa e con un momento di festa. Nel pomeriggio si sono offerte tre testimonianze: una coppia di sposati che ha parlato in maniera bella e forte della propria vocazione, creando fra tutti un clima di famiglia e gioia, poi una suora e infine un sacerdote che, assieme a un’assistente parrocchiale, ha fondato una casa per giovani in ricerca della propria strada. Sono seguiti incontri di gruppo. È la prima volta che si è prodotto nel nostro campo un'iniziativa di simile impatto, come frutto dell’intensa vita di comunione all’interno dell’équipe della pastorale vocazionale». — pag. 39 — indice INDICE ANALITICO 2006 All’interno delle singole tematiche gli autori degli articoli sono in ordine alfabetico. Dopo il titolo di ogni articolo seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo e infine quello della pagina. SPIRITUALITÀ L’amore del prossimo LUBICH Chiara L’«arte di amare». Via per rinnovare ogni espressione culturale, sociale ed ecclesiale. 2006/3-4/110 Gesù in mezzo TECILLA Marco «E nacque il primo focolare maschile». La grande scoperta: vivere con Gesù in mezzo a noi. 2006/3-4/103 Gesù crocifisso e abbandonato BLAUMEISER Hubertus Gesù abbandonato e la Chiesa: mistero-comunion-missione. Prospettive ecclesiologiche - una chiave di lettura. 2006/2/51 CAMBÒON Enrique «Nel suo grido tutti possiamo riconoscerci». Editoriale. 2006/2/41 DALLAPICCOLA Natalia La scoperta dell’abbandono di Gesù. Punto centrale della spiritualità dell’unità. 2006/3-4/127 FORESI Pasquale Il grido di Gesù sulla croce. Un rapido sguardo attraverso la storia sul significato dell'abbandono di Gesù in croce. 2006/1/14 HEMMERLE Klaus L'incontro con l’Abbandonato. I quattro passi: predisporsi, riconoscerlo, chiamarlo per nome, fargli festa. 2006/1/3 Esistenza sacerdotale. Dire «Abbà, Padre» dai confini del mondo. 2006/3-4/133 LUBICH Chiara Gesù abbandonato e la vita. L'amore per Gesù crocifisso e abbandonato nelle lettere dei primi tempi del Movimento dei focolari. 2006/1/4 217 Entrare nel mistero di Gesù abbandonato. Fondamento imprescindibile per vivere la spiritualità di comunione. 2006/3-4/129 SALIZZONI Aletta In Gesù abbandonato la nostra fecondità. Le opere di Dio si generano con l’amore a Gesù crocifisso e risorto. 2006/2/57 VANDELEENE Michel, ROSSE” Gérard L’Abbandonato: volto di Dio-Amore e via per l’umanità. Approccio biblico sull’abbandono di Gesù in croce. 2006/2/44 ZANGHI” Giuseppe Il Dio dell’uomo contemporaneo. Alcune riflessioni sull’avventura culturale dell'Occidente. 2006/1/19 Maria LUBICH Chiara Alla scuola di Maria. Ogni cristiano, anche se sacerdote, deve conformarsi a Maria, il modello donatoci da Gesù. 2006/5-6/184 Varie LUBICH Chiara Sacerdoti-Cristo. Messaggio al Congresso «Chiesa oggi». 2006/3-4/85 Puntare sulla vita. Per prevenire le crisi. 2006/3-4/152 ASPETTI DELLA VITA CRISTIANA Spiritualità e vita di preghiera ZANGHI? Giuseppe Dal «castello interiore» al «castello esteriore». Un passaggio epocale. 2006/3-4/100 Sapienza e studio FORESI Pasquale Una nuova scuola di pensiero. Il rapporto inscindibile tra conoscenza e vita a livello sia personale che sociale. 2006/3-4/172 VITA DELLA CHIESA Documenti BENEDETTO XVI 40° del Concilio Vaticano II. Discorso alla Curia Romana sull’ermeneutica del Concilio. 2006/1/34 Gen's 5-6/2003 — pag. 40 — 218 Nel cuore trafitto sulla croce la fonte originaria dell’amore. Dall’Enciclica «Deus Caritas est». 2006/2/43 «Trasformare i problemi». Benedetto XVI risponde a una domanda del clero della diocesi di Aosta (25 luglio 2005). 2006/3-4/98 GIOVANNI PAOLO II Due dimensioni co-essenziali. Profilo mariano e dimensione carismatica della Chiesa nel pensiero di Papa Wojtyla. 2006/5-6/183 SEGRETERIA DI STATO «Testimoniate la spiritualità di comunione». Lettera della Segreteria di Stato Vaticano in occasione del Congresso «Chiesa oggi». 2006/3-4/86 Avvenimenti ecclesiali / Convegni BRU Manuel Maria Una generazione che guarda al futuro. Uno sguardo generale sul Congresso «Chiesa oggi. spiritualità di comunione e dialogo». 2006/3-4/77 COLA Silvano Il coraggio di aggiornarsi. Editoriale. 2006/3-4/75 Chiesa comunione BONFANTI Concetta e KIESSLING Franz Loppiano: laboratorio della Chiesa-comunione. Città del Vangelo in cui si formano persone di tutte le vocazioni. 2006/3-4/111 Chiesa nel mondo D’ARMI Lino (a cura di) Sfide e speranze. Riflessioni di esperti di varie aree geografiche e un’inchiesta fra seminaristi. 2006/3-4/94 Sacerdoti BENEDETTO XVI «Trasformare i problemi». Benedetto XVI risponde a una domanda del clero della diocesi di Aosta (25 luglio 2005). 2006/3-4/98 Costruire insieme la casa di Dio nel mondo di oggi. Per uno stile di vita presbiterale. 2006/5-6/186 BERKLEY Anton La correzione fraterna. Luce nei momenti di crisi. 2006/3-4/118 BRU Manuel Maria Comunione reale, non teorica. Riflessione ed esperienza di un sacerdote giornalista di Madrid. 2006/3-4/116 COLA Silvano Il coraggio di aggiornarsi. Editoriale. 2006/3-4/75 Gen's 5-6/2003 indice «La luce che mi colpì». La spiritualità dell’unità e la vita dei sacerdoti. 2006/3-4/105 COLA Silvano «Carisma femminile», profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich. Non una devozione, ma un modo di essere Chiesa. 2006/5-6/197 CAMPAGNOLO Lorenzo (a cura di) «A scuola di comunione». Un tirocinio per sacerdoti, diaconi e seminaristi. 2006/3-4/113 D’ARMI Lino (a cura di) Sfide e speranze. Riflessioni di esperti di varie aree geografiche e un’inchiesta fra seminaristi. 2006/3-4/94 KISS Imre Chiesa-famiglia: l’urgenza della vita fraterna. Testimonianza di tre sacerdoti e un seminarista dell'Ungheria. 2006/3-4/122 LANDREAU Charles, STIGLER Gerhard Sotto il manto di Maria. Durante le vicende della guerra in Costa d’Avorio. 2006/5-6/204 LUBICH Chiara Alla scuola di Maria. Ogni cristiano, anche se sacerdote, deve conformarsi a Maria, il modello donatoci da Gesù. 2006/5-6/184 MONZA Natale (a cura di) Testimone della speranza. Un concerto che ha fatto rivivere la straordinaria avventura del card. Van Thuan. 2006/3-4/144 PFENDER Georg Così vivo il sacerdozio. La comunione fraterna: strada maestra per la pastorale. 2006/5-6/208 PEPE Enrico (a cura di) Sacerdoti e diaconi nel mondo di oggi. Interventi da diversi Continenti. 2006/3-4/88 RODRIGUEZ Julio Puntare sempre alla comunione. Un prete, dimentico di sé, vive per l’unità dei sacerdoti con il vescovo. 2006/2/61 ULZ Stefan (a cura di) La nostra speranza è nella comunione. Testimonianza di un vicario generale, un seminarista e un direttore spirituale dell’ Austria. 2006/3-4/120 Seminari e vocazioni AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari — 46. Sete di Dio Amore. 2006/1/37 Notizie dal mondo dei seminari — 47. Andare verso tutti. 2006/2/69 Notizie dal mondo dei seminari — 48. Una famiglia di veri fratelli. 2006/5-6/213 — pag. 41 — indice 219 D’ARMI Lino (a cura di) Sfide e speranze. Riflessioni di esperti di varie aree geografiche e un’inchiesta fra seminaristi. 2006/3-4/94 DIAZ YEPES Christian «La tua piccola scintilla accenderà un grande fuoco». Storia di una vocazione che ha superato difficoltà gravi. 2006/3-4/142 Movimenti ecclesiali BONFANTI Concetta e KIESSLING Franz Loppiano: laboratorio della Chiesa-comunione. Città del Vangelo in cui si formano persone di tutte le vocazioni. 2006/3-4/111 VIE DELLA PASTORALE Evangelizzazione BREGANTINI Giancarlo «Con Gesù abbandonato le fratture si compongono in unità». Testimonianza del vescovo di Locri. 2006/3- 4/148 CLARIA Carlos Uno sguardo ai quattro dialoghi previsti dal Concilio, nell’esperienza del Movimento dei focolari. Un’evangelizzazione dal respiro universale. 2006/3-4/165 GEMMA Enrico (a cura di) Insieme verso tutti. Sacerdoti e laici di vari Movimenti ecclesiali in comunione per la missione. 2006/3-4/157 PEPE Enrico (NEPPE Ciro) Riconoscere e amare i volti dell’ Abbandonato. Piccoli episodi di vita parrocchiale. 2006/1/29 REDAZIONE (a cura della) «Ci dichiariamo territorio di pace». Due parroci colombiani cercano di costruire la pace superando le forze disgregatrici della violenza. 2006/1/24 SPAKI Mario Chiesa che va alla ricerca di tutti. La realtà dei Piccoli Gruppi trasforma la vita di un’intera diocesi in Brasile. 2006/3-4/162 Pastorale parrocchiale GEMMA Enrico (a cura di) Insieme verso tutti. Sacerdoti e laici di vari Movimenti ecclesiali in comunione per la missione. 2006/3-4/157 LANDREAU Charles, STIGLER Gerhard Sotto il manto di Maria. Durante le vicende della guerra in Costa d’Avorio. 2006/5-6/204 MALAVASI Carlo Mettersi al posto dell’altro. Gesù abbandonato apre le vie dell’evangelizzazione anche nei contesti pastorali più difficili. 2006/3-4/138 PFENDER Georg Così cerco di vivere il mio sacerdozio. La comunione fraterna: strada maestra per la pastorale. 2006/5-6/136 SEMENTILLI Dante «Ti consegno questo crocifisso». L'amore all’ Abbandonato costruisce la comunità. 2006/3-4/134 Matrimonio e famiglia TASCA Michela e Pino Vivere e testimoniare la spiritualità di comunione in famiglia, nel lavoro e nella comunità parrocchiale e diocesana. 2006/3-4/108 - Mondo giovanile CHIERA Renato Il corpo sfigurato di Gesù. Un’esperienza di punta tra i ragazzi di strada di Rio de Janeiro. 2006/3-4/140 WACKER Meinolf «Sentinelle dell’aurora». Da un’azione per la Bosnia un’esperienza di evangelizzazione dei giovani con riflessi in 45 Paesi. 2006/3-4/160 Dialogo ecumenico CLARIAÀ Carlos Uno sguardo ai quattro dialoghi previsti dal Concilio, nell’esperienza del Movimento dei focolari. Dialogo che diventa evangelizzazione dal respiro universale. 2006/3-4/165 RAUCH Albert Un ponte tra Oriente e Occidente. Presentazione dell’Istituto per le Chiese Orientali di Regensburg (Germania). 2006/3-4/124 Dialogo interreligioso CLARIA Carlos Uno sguardo ai quattro dialoghi previsti dal Concilio, nell’esperienza del Movimento dei focolari. Dialogo che diventa evangelizzazione dal respiro universale. 2006/3-4/165 Dialogo col mondo contemporaneo ARAUJO Vera Assisi — Parigi — Hollywood. Per un dialogo con la cultura a tutto campo. 2006/3-4/169 Gen's 5-6/2006 — pag. 42 — 220 indice CLARIÀ Carlos Uno sguardo ai quattro dialoghi previsti dal Concilio, nell’esperienza del Movimento dei focolari. Dialogo che diventa evangelizzazione dal respiro universale. 2006/3-4/165 ZANGHI’ Giuseppe Il Dio dell’uomo contemporaneo. Alcune riflessioni sull’avventura culturale dell'Occidente. 2006/1/19 Varie GIORDANO Aldo Per una pastorale della comunione. Il «metodo» di Gesù. 2006/3-4/154 TEOLOGIA E CULTURA Mistero pasquale FORESI Pasquale Il grido di Gesù sulla croce. Un rapido sguardo attraverso la storia sul significato dell’abbandono di Gesù in croce. 2006/1/14 PEPE Enrico La fonte della vita (Editoriale). 2006/1/1 Chiesa, carismi e ministeri BLAUMEISER Hubertus Chiesa-Maria. Editoriale. 2006/5-6/181 COLA Silvano «Carisma femminile», profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich. Non una devozione, ma un modo di essere Chiesa. 2006/5-6/197 GIOVANNI PAOLO II Due dimensioni co-essenziali. Profilo mariano e dimensione carismatica della Chiesa nel pensiero di Papa Wojtyla. 2006/5-6/181 LEAHY Brendan Sul profilo mariano della Chiesa (intervista). Una dimensione emergente nella teologia. 2006/5-6/191 Chiesa comunione LUBICH Chiara Sacerdoti-Cristo. Messaggio al Congresso «Chiesa oggi». 2006/3-4/85 Gen's 5-6/2006 PEPE Enrico (a cura di) Sacerdoti e diaconi nel mondo di oggi. Interventi da diversi Continenti. 2006/3-4/88 Teologia biblica VANDELEENE Michel, ROSSE? Gérard L’Abbandonato: volto di Dio-Amore e via per l’umanità. Approccio biblico sull’abbandono di Gesù in croce. 2006/2/44 Mariologia LEAHY Brendan Sul profilo mariano della Chiesa (intervista). Una dimensione emergente nella teologia. 2006/5-6/191 Teologia spirituale BLAUMEISER Hubertus Gesù abbandonato e la Chiesa: mistero-comunionemissione. Prospettive ecclesiologiche - una chiave di lettura. 2006/2/51 FORESI Pasquale Il grido di Gesù sulla croce. Un rapido sguardo attraverso la storia sul significato dell’abbandono di Gesù in croce. 2006/1/14 Psicologia / Pedagogia e Formazione MARCHIORO Roberto Il disagio dell’essere umano oggi. Riscoprire i legami tra psicologia e religiosità nella cura di malattie psichiche. 2006/2/64 Storia MONZA Natale (a cura di) Testimone della speranza. Un concerto che ha fatto rivivere la straordinaria avventura del card. Van Thuan. 2006/3-4/144 Mondo dell’arte MONZA Natale (a cura di) Testimone della speranza. Un concerto che ha fatto rivivere la straordinaria avventura del card. Van Thuan. 2006/3-4/144 — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivis fanno parte dell’archivio della rivista Gen gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 e10$s rivista di vita ecclesiale Editore: Silvano Cola Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D'Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen*s - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell'11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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