gen’s 2007/3-4 – Per una cultura della resurrezione Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2007-3-4-per-una-cultura-della-resurrezione/ — pag. 1 — Editoriale «Difendiamo la gioia» Giovanni Paolo Il Il grido dell’Abbandonato Chiara Lubich Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale Piero Coda Il Dio del nostro tempo Sebastian Carrera Mendoza L'amore esigente di Dio Giuseppe Zanon Narrare la propria fede M. Vandeleene e C. Slipper Olanda: primi albori dopo la notte Joan Patricia Back Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento SMno XXXVII postale — D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 maggio - agosto n. 46) art. 1 comma 2 DCB —- ROMA — pag. 2 — maggio - agosto 2007 41 43 dA 49 56 61 66 70 74 75 77 EDITORIALE MAGISTERO SPIRITUALITÀ RIFLESSIONE ESPERIENZE ESPERIENZE ESPERIENZE ECUMENISMO ATTUALITÀ ECCLESIALE SEGNALIAMO MONDO DEI SEMINARI «Difendiamo la gioia» Enrique Cambòn Il grido dell’ Abbandonato Giovanni Paolo II Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale Per una «cultura della risurrezione» Chiara Lubich Il Dio del nostro tempo Qualche nota teologica su «Gesù abbandonato» nel pensiero e nella spiritualità di Chiara Lubich Piero Coda L’amore esigente di Dio Una delle prove più dure per i sacerdoti è il venir meno della comunione Sebastian Carrera Mendoza Narrare la propria fede Formazione permanente del clero: un approccio inedito Intervista a don Giuseppe Zanon Primi albori dopo la notte Weekend di catechesi con i giovani in Olanda Michele Vandeleene e Callan Slipper Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu Non solo un evento, ma un cammino Joan Patricia Back È stata una scuola di comunione Alberto Taveira Una risposta alla notte del nostro tempo Giuseppe Maria Zanghì Notizie dal mondo dei seminari — a cura della segreteria internazionale del movimento gens — pag. 3 — editoriale «Difendiamo la gioia» he la condizione umana sia intrisa di luci ed ombre, di gioie e sofferenze, di suc- cessi e fallimenti, di crescita e di inflessioni o involuzioni, di nascita-maturitàmorte, tutto inscindibilmente miscelato, è qualcosa di evidente ed esperienza universale. Forse però mai come oggi lungo la storia si è parlato tanto di notte, di buio. Sarebbe facile percorrere i vari settori della conoscenza e raccogliere quantità di saggi, romanzi, poesie, di questi ultimi anni, che hanno per titolo o per contenuto tale tematica. Un esempio per tutti: è sintomatico che una delle opere chiave di Z. Bauman, sociologo di fama internazionale, si chiuda con un capitolo che ha per titolo “Pensare in tempi oscuri” (Vita liquida, Laterza 2006). I motivi di questa nuova attenzione e consapevolezza sono senz'altro tanti, e non è qui il luogo di tentare un elenco più o meno completo e tanto meno un’analisi. Potremmo menzionarne qualcuno a titolo meramente indicativo. La perdita di riferimenti trascendenti che diano fondamenti ai valori e motivazioni positive alla vita provoca, in tanti, insicurezza, angoscia, depressione. Il consumismo e la ricerca passeggera e spasmodica del piacere, senza assunzione di responsabilità, ha come sbocco la noia, una consuetudine triste che non produce pienezza umana e felicità. L’abbondanza in cui vive il 20% della popolazione mondiale accanto alla povertà e miseria del restante 80% (solo i “bambini schiavi” costretti a lavorare o ridotti alla prostituzione, messi insieme, costituirebbero oggi l’ottavo Paese per numero di abitanti al mondo), è un tale assurdo da provocare quella che è stata chiamata “la notte oscura dell’ingiustizia”. È inevitabile almeno nominare ancora le tenebre e gli orrori prodotti dalle guerre e violenze che costellano il pianeta e che costituiscono una sconfitta della dignità e razionalità umane, innescando sempre nuove spirali di odio e disperazione. E l’elenco, come ben sappiamo, potrebbe continuare e continuare. Per fortuna, questi “lati oscuri” non sono onnicomprensivi: la realtà umana è sempre aperta a più possibilità. Ecco una descrizione incompleta ma significativa di Edgar Morin: «ogni umano conserva potenzialmente in sé il peggio e il meglio dell’umano... è razionale, folle, produttore, tecnico, costruttore, ansioso, gaudente, estatico, cantante, danzante, instabile, immaginante, fantasmante, nevrotico, erotico, distruttore, cosciente, incosciente, magico, religioso» (Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, 1993). Uno psicoterapeuta amico mi confidava: «Dopo diversi decenni di esperienza clinica posso dirti che nelle persone si trovano un organismo ed un cervello fatti in un certo modo ricevuti in eredità, esperienze, a volte traumatiche, un contesto famigliare e sociale di cui sono allo stesso tempo figli e vittime, un tipo di educazione e cul- Gen's 3-4/2007 — pag. 4 — 42 editoriale tura ricevute che hanno forgiato una certa visione della vita... Di malvagità, di vera malvagità, ne ho trovata molto poca negli esseri umani». Ogni persona, come mostrano non soltanto la vita quotidiana. ma anche certi momenti di emergenza estrema, ha una capacità incalcolabile di compassione, di tenerezza, di altruismo, non solo di razionalità ma anche di relazionalità positiva e costruttiva, con un bisogno inesauribile ed inestinguibile di bontà e di bellezza. Perciò l’opzione fatta da sempre nella nostra rivista di puntare a questi ultimi aspetti per metterli in rilievo e promuoverne la crescita, condivisa da milioni di persone — credenti o meno — di tutte le latitudini, è senz’altro una decisione voluta, una scelta, una scommessa. Eppure essa ha un fondamento non solo nella speranza e negli insegnamenti offerti dal Vangelo, ma anche nelle possibilità più vere e profonde dell’essere umano. Siamo convinti che si tratti della scelta più intelligente pure da un punto di vista scientifico, quella più civile, umana ed umanizzante che si possa fare. “Difendiamo la gioia”, è il titolo di una canzone del poeta uruguaiano Mario Benedetti e del cantautore spagnolo Juan Manuel Serrat. Difendiamola, pur ben consapevoli di tutta la serietà, del mistero e della sofferenza di cui è intrisa l’esistenza umana. Vorrei concludere mettendo in rilievo un paio di aspetti che costituiscono delle chiavi di lettura di questo numero che presentiamo. Ogni crisi con profondi mutamenti a tutti i livelli, come quella che accompagna la transizione culturale di dimensioni epocali che oggi viviamo, può portare smarrimento, persino scoraggiamento, capitolazione. O può costituire una nuova chance. Un invito a nuove scoperte, al ritrovamento di categorie e prassi più appaganti, a nuove sintesi che costituiscono una crescita. Questo è un nostro intento: cercare d’intravedere, anche negli aspetti più difficili del nostro tempo, quella parte di legittima esigenza che si nasconde in essi, quella chiamata da parte di Dio a portare in avanti il suo progetto sull’umanità. Come si vedrà, nello sviluppo degli articoli che abbiamo raccolto in questa occasione, le proposte possono ridursi sostanzialmente a due. La possibilità di trasformare ogni dolore in occasione di più grande amore secondo la misura di Gesù crocifisso e abbandonato, e quindi — come lui ci ha svelato — di un amore che si apre in “tri- nitarietà” con delle potenzialità e conseguenze illimitate. In fondo, se lo si volesse sintetizzare in una parola, si tratta di un esplicitarsi dell’amore agapico, che è dono di Dio ma anche s’impara. Esso non solo “fa vedere”, ma offre risorse, creatività ed energie sempre nuove per una nuova civiltà. Per dirla con le parole di papa Benedetto nella sua magnifica enciclica sull’amore: «Esso è la luce — in fondo l’unica — che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (n. 39). Capace quindi d’illuminare ogni “notte” dell’umanità. E. C. Gen's 3-4/2007 — pag. 5 — magistero 43 Il grido dell’Abbandonato 1 grido di Gesù sulla croce non tradisce l’angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell’amore, per la salvezza di tutti. Mentre si identifica col nostro peccato, “abbandonato” dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre. I suoi occhi restano fissi sul Padre. Proprio per la conoscenza e l’esperienza che solo lui ha di Dio, anche in questo momento di oscurità egli vede limpidamente la gravità del peccato e soffre per esso. Solo lui, che vede il Padre e ne gioisce pienamente, misura fino in fondo che cosa significhi resistere col peccato al suo amore. Prima ancora, e ben più che nel corpo, la sua passione è sofferenza atroce dell’anima. La tradizione teologica non ha evitato di chiedersi come potesse, Gesù, vivere insieme l’unione profonda col Padre, di sua natura fonte di gioia e di beatitudine, e l’agonia fino al grido dell’abbandono. La compresenza di queste due dimensioni apparentemente inconciliabili è in realtà radicata nella profondità insondabile dell’unione ipostatica. Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è /a “teologia vissuta” dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come «notte oscura». Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore. Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: «E l’anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l’unione e per l’affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l’immacolato A gnello, l’Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente». Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: «Nostro Signore nell’orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa». È una testimonianza illuminante! Del resto, la stessa narrazione degli Evangelisti dà fondamento a questa percezione ecclesiale della coscienza di Cristo, quando ricorda che, pur nel suo abisso di dolore, egli muore implorando il perdono per i suoi carnefici (cf Lc 23, 34) ed esprimendo al Padre il suo estremo abbandono filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). Giovanni Paolo Il Novo millennio ineunte, 26-27. Gen's 3-4/2007 — pag. 6 — 44 spiritualità Per una «cultura della risurrezione» Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale di Chiara Lubich Sono molteplici i sintomi della notte collettiva e culturale che, in qualche modo, tutti stiamo vivendo in questa epoca storica. Ma è proprio in questa situazione che, a partire dal mistero di Gesù crocifisso e abbandonato, si fa strada un nuovo paradigma culturale improntato alla comunione e alla fraternità universale. E questa la convinzione di fondo della conversazione che qui pubblichiamo, preparata dall'autrice per il Convegno ecumenico di vescovi che si è tenuto nel settembre del 2006 al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. I sottotitoli sono a cura della redazione. Notte collettiva e culturale Se consideriamo come è oggi il mondo, vediamo che si presenta veramente come è stato descritto da Benedetto XVI, poco prima di essere eletto Papa. Egli così si esprimeva: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde — gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Gen's 3-4/2007 Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie»'. Fin qui il cardinale Ratzinger. Giovanni Paolo II non aveva esitato a fare un parallelo tra la notte oscura di Giovanni della Croce e le tenebre del nostro tempo, che, come una sorta di notte collettiva, sono calate sempre più sull’umanità. Dio, infatti, non è più, soprattutto nell’Occidente, l’interlocutore a cui ci rivolgiamo per risolvere i problemi e i quesiti che ci stanno a cuore. Non condivide più il nostro vivere quotidiano. Si constata con preoccupazione come i valori cristiani facciano sempre meno testo e il dichiararsi cristiano è ormai abbastanza Taro. Viviamo, quindi, in un mondo in cui, per così dire, Dio brilla per la sua assenza e il Vangelo non è più considerato la fonte delle norme etiche. Le principali feste cristiane, poi, portano sì ancora il loro nome, ma vanno sempre più perdendo il significato religioso. — pag. 7 — spiritualità 45 A questo proposito mi sono ricordata la forte impressione provata nel lontano 1980 a Zurigo in tempo di Natale. Avevo annotato: «... Questo mondo ricco si è “accalappiato” il Natale e tutto il suo contorno, e ha sloggiato Gesù! Ama del Natale la poesia, l’ambiente, 1°amicizia che suscita, i regali che suggerisce, le luci, le stelle, i canti. Punta sul Natale per il guadagno migliore dell’anno. Ma a Gesù non pensa». Osserva, ancora, Giovanni Paolo II, come il nostro mondo stia diventando sempre più orfano di padre, visto che in molti gruppi familiari non è mai esistita la figura paterna o, a un certo punto, si è eclissata, con conseguente insicurezza e mancanza di orientamento per i figli. La crescita, poi, al giorno d’oggi, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, veloce e senza limiti, è tale che l’etica non riesce più a tenerne il passo, aprendo così una spaccatura tra buon senso e sapienza, tra cervello e cuore, come nel caso dell’invenzione della bomba atomica o delle manipolazioni genetiche, cosicché l’umanità rischia di perderne il controllo?. Per questo, e per altri motivi, rimane dolorosamente vero il lamento della filosofa Maria Zambrano: stiamo vivendo «una delle notti più buie che abbiamo mai visto»). Così è il mondo che ci si presenta oggi. Ne aveva intuito qualcosa, fra gli altri, il grande teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer di cui proprio quest'anno si celebra il 100° anniversario della nascita. Una spiritualità di comunione Ma lo Spirito, proprio in questo tempo è stato generoso, irrompendo nella famiglia umana con vari carismi, da cui sono nati Movimenti, correnti spirituali, nuove Comunità, nuove Opere. Parlando del Movimento dei focolari, notiamo subito come Dio, fin dagli inizi, sia stato posto come ideale della vita, e come l’uomo, oggetto del suo amore e capace di amarlo, sia stato valorizzato; come il Vangelo sia la legge del nostro Movimento e come il comandamento nuovo, vissuto non solo tra i singoli ma tra i popoli, crei una società nuova. Occorre, ora più che mai, allargare la fraternità fino a renderla universale, fino ad arrivare alla comunione. È lo stesso Giovanni Paolo II che, all’indomani dell’anno 2000, nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte sottolinea l’urgenza di «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione». E aggiunge: «Occorre promuovere una spiritualità della comunione», che noi potremmo dire dell’unità. È chiaro che necessitano idee forti, un ideale che apra una via per arrivare a tale spiritualità di comunione. Gesù abbandonato E, sempre nella Novo millennio ineunte, Giovanni Paolo II ha indicato la stella per questo cammino: Gesù crocifisso e abbandonato. «Non finiremo mai — dice — di indagare l*abisso di questo mistero (...): “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)». E spiega: «“abbandonato” dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre»f. Ne ha parlato anche il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, nei testi per la Via crucis del 1994 al Colosseo: «Gesù, il Verbo incarnato, — scrive — ha percorso la distanza più grande che l’umanità perduta possa percorrere: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”’»°. Gesù abbandonato è stato, quindi, proposto da Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa, ma non solo da lui. Qualche santo antico e alcuni teologi moderni di varie Chiese l’hanno già offerto Gen's 3-4/2007 — pag. 8 — 46 spiritualità alla cristianità. E c’è il nostro Movimento, per il quale Gesù abbandonato è centrale. Ed è proprio questo che oggi vorremmo proporre a tutti: Gesù che grida a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). È la sua passione interiore, è la sua notte più nera, è il culmine dei suoi dolori. È il dramma di un Dio che grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Infinito mistero, dolore abissale che Gesù ha provato come uomo e che dà la misura del suo amore per gli uomini, in quanto ha voluto prendere su di sé la separazione che li teneva lontani dal Padre e tra loro, colmandola. E così ci ha redenti. Il Movimento dei focolari porta con sé una ricchissima esperienza, con la quale dimostra come i dolori degli uomini, specie quelli spirituali, siano riassunti in questo particolare dolore di Gesù. Non è simile a lui forse l’angosciato, il solo, l’arido, il deluso, il fallito, il debole...? Non è immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli, fra Chiese, fra brani di umanità con ideologie contrastanti? Non è figura di Gesù che perde, per così dire, il senso di Dio, che s’è fatto “peccato” per noi — come dice Paolo (2Cor 5, 21) —, il mondo ateizzante, laicista, decaduto in ogni aberrazione? Amando Gesù Abbandonato troviamo il motivo e la forza per non sfuggire questi mali, queste divisioni, ma per accettarli e consumarli e portarvi così il nostro personale rimedio. Se riusciamo ad incontrare Lui in ogni dolore, se Lo amiamo, rivolgendoci al Padre come Gesù sulla croce: «Nelle tue mani, Signore, consegno il mio spirito» (Lc 23, 46), allora con Lui la notte sarà un passato, la luce ci illuminerà. Una «cultura della Risurrezione» Si pensa a volte che il Vangelo non risolva tutti i problemi umani e che porti soltanto il Gen's 3-4/2007 Regno di Dio inteso in senso unicamente religioso. Ma non è così. Non è il Gesù storico o solo Lui in quanto Capo del Corpo mistico a risolvere tutti i problemi umani. Gesù — quando la sua grazia opera in noi — è presente e agisce in noi. Egli diventa la personalità vera, più profonda, di ognuno. È Gesù, in quella data persona, che costruisce un ponte, fa una strada: Gesù-noi, Gesù-io, Gesù-tu... Ogni cristiano, infatti, è più figlio di Dio (= altro Gesù) che figlio di suo padre. È come altro Cristo, membro del suo Corpo mistico, che ogni persona umana può portare un contributo suo tipico in tutti i campi: nella scienza, nell’arte, nella politica, nelle comunicazioni e così via. E maggiore sarà la sua efficacia se lavora insieme con altri uniti nel nome di Cristo. È l’Incarnazione che continua, incarnazione completa che riguarda tutte le membra del Corpo mistico di Cristo. Nasce così, e si diffonde nel mondo, quella che potremmo chiamare «cultura della Risurrezione»: cultura del Risorto, dell’Uomo nuovo e, in Lui, dell’umanità nuova. «Inondazioni di luce» Il Movimento dei focolari è una realtà spirituale che illumina il mondo attorno attraverso le singole persone, ma anche nel suo insieme. Fa questo attraverso “inondazioni” di luce, per usare un termine di san Giovanni Crisostomo’, con le quali fa pervenire questa luce alla cultura di oggi nei suoi vari aspetti. Le “inondazioni” sono prodotto d’un particolare dialogo — il dialogo con la cultura — che il Movimento dei focolari sta, da qualche tempo, intavolando fra la sapienza, che offre il carisma dell’unità, e i diversi ambiti del sapere e del vivere umano, come quello della — pag. 9 — spiritualità 47 politica, dell'economia, della sociologia, delle scienze umane e naturali, della comunicazione, dell’educazione, della filosofia, dell’arte, della salute e dell’ecologia, del diritto, e altri ancora. Inondazioni che, non è difficile capire, si mantengono tali solo se costantemente animate, inondate dalla luce che promana dal dono di Dio, pena il ricadere nel pensiero e nell’azione semplicemente umani. Economia di comunione Nell’ambito economico, per esempio, per il forte senso di Dio che immette nelle persone e per l’amore vicendevole che diffonde tra tutti, il nostro carisma suscita in modo spontaneo tra quanti lo vivono una comunione mondiale di beni che emula quella vigente tra i primi cristiani dei quali è scritto che «nessuno tra loro era bisognoso» (Ar 4, 34). È anche a questo scopo che è nato il nostro progetto di una Economia di comunione, nella libertà naturalmente. Nelle aziende che vi aderiscono si cerca di applicare i principi della dottrina sociale cristiana, ma soprattutto di tendere tra tutti nell’azienda alla presenza di Gesù in mezzo. Quando Lui prenderà in mano le redini del mondo economico — e questo avverrà man mano che si moltiplicheranno quanti sapientemente mettono la loro umanità a sua disposizione — si potrà ben sperare di vedere fiorire la giustizia e di assistere a quel massiccio spostamento di beni di cui il mondo ha urgentemente bisogno. «Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1, 53). È questa la rivoluzione sociale che sin dall’inizio il nostro carisma ci ha messo davanti agli occhi. NetOne Nel campo delle comunicazioni, poi, ci è sempre parso un segno della provvidenza di Dio l’attuale sviluppo di potenti mezzi di comunicazione sociale atti a rendere più unita la famiglia umana, allorché Dio deponeva nei nostri cuori un suo carisma finalizzato a così alto scopo. Contemporaneamente è evidente — e risulta chiaramente dai fatti — che questi mezzi non bastano da soli ad unire i popoli e le persone e ad accrescere la qualità della vita. Bisogna che essi siano messi al servizio del bene comune e che quanti li adoperano siano animati dall’amore. Ed è qui che il nostro carisma ha molto da dire, da dare. Esso diffonde l’amore vero nei cuori e con esso l’interesse per ogni uomo e per tutto ciò che riguarda l’umanità. Insegna a stabilire relazioni durature, costruttive e creative. Instilla soprattutto, negli animi, l’arte del comunicare che è l’arte del “non essere”, per saper ricevere (accogliere, fare proprio, l’altro, le notizie, tutto) e anche dare (parlare, scrivere al momento e nei modi più opportuni), essendo amore. E con questo si crea condivisione, partecipazione, comunione. Quando più professionisti della comunicazione, come già fanno coloro che lavorano con questo spirito in quella realtà che noi chiamiamo NetOne, faranno tacere il loro io per lasciare spazio allo Spirito di Dio in loro, i media dimostreranno la loro capacità di moltiplicare il bene all’infinito, la voce di Dio si farà più sonora in tutti e i loro operatori assolveranno la loro vocazione ad essere strumenti di unità a servizio dell’intera umanità. Movimento politico per l’unità E ancora l’ambito della politica. Il carisma dell’unità vi getta luce come in nessun altro campo. Gen's 3-4/2007 — pag. 10 — 48 spiritualità Non è forse compito della politica riuscire a comporre in unità, nell’armonia di un solo disegno, la molteplicità, le legittime aspirazioni delle diverse componenti della società? E non dovrebbe forse il politico, per la sua funzione di “mediatore” tra le varie parti sociali, eccellere nell’arte del dialogo e dell’immedesimarsi con tutti? La nostra spiritualità, che è eminentemente collettiva, insegna quest’arte che è l’arte di amare fino al punto di generare l’unità. I politici che la fanno propria, a qualunque partito appartengano, scelgono di anteporre l’amore reciproco ad ogni personale impegno ed interesse e, perché così fanno, sanno stabilire, non senza sacrificio, la presenza di Gesù in mezzo a loro. i E Gesù, che è luce per il mondo, valorizza quanto di vero può esserci nei diversi punti di vista, e illumina, evidenzia il bene comune e dà la forza di perseguirlo. L’esperienza del nostro Movimento politico per l’unità ne dà testimonianza, come sta avvenendo in Europa, e in vari Paesi dell’ America Latina ed oltre. Ma il bene che verrà fuori da questo carisma sarà ancora maggiore quando molti politici avranno il coraggio di porre le loro persone e i poteri a loro conferiti a servizio del fine ultimo che è Dio. Gen's 3-4/2007 Allora sì che si potrà sperare di vedere avverarsi quell’amore reciproco tra i popoli che la vita di unità fa pregustare e con esso la pace e la soluzione di molti problemi e conflitti che tuttora attanagliano l’umanità. Questi alcuni esempi, che si potrebbero estendere ad altri campi. Se cammineremo in avanti potremo allora dire davvero con Lorenzo, diacono romano del terzo secolo: «La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose risplendono nella luce»*. Chiara Lubich 1) Omelia del cardinale J. Ratzinger alla Santa Messa Pro eligendo romano pontefice, 18.4.2005. 2) CfGiovanni Paolo II, Omelia in occasione della celebrazione in onore di san Giovanni della Croce, Segovia, 4.11.1982; Discorso al Capitolo Generale Carmelitano, Roma, 29.9.1989. 3) Maria Zambrano, Persone e democrazia, Milano 2000, p.2. 4) Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, n. 43. 5) Ibid.,n.25. 6) Bartholomeos|I, Patriarca ecumenico, Gloria a Dio per ogni cosa, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2001, p. 152. 7) Giovanni Crisostomo dice che gli zampilli d’acqua viva, di cui parla il Vangelo fanno delle inondazioni (cf Gv 4, 14). Cf In Johannem homilia, 51; PG 59, 284. 8) S. Lorenzo, diacono romano, morto martire nel 258: “Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt”. — pag. 11 — riflessione 49 Qualche nota teologica su «Gesù abbandonato» nel pensiero e nella spiritualità di Chiara Lubich «Il Dio del nostro tempo» di Piero Coda Gesù abbandonato è non solo la più alta ed emblematica lezione su cosa sia l’Amore, ma appare anche come “la” risposta a tutti i travagli e le “notti” dell’umanità. Offriamo perciò questo testo che costituisce, nella sua brevità, una sintesi teologica e spirituale molto precisa, di rara chiarezza e bellezza. 1 cuore del Nuovo Testamento è racchiuso in una piccola frase della prima lettera di Giovanni: «Dio è Amore» (4, 8.16) la cui spiegazione è Gesù Crocifisso: «In questo sta l’amore — scrive sempre la /Gv —: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (4, 10). La fede e l’autocoscienza della Chiesa, a livello profondo, l’hanno sempre saputo. Ma direi che solo oggi queste due realtà — Dio Amore e Gesù crocifisso e abbandonato — non solo acquistano un ‘indiscussa centralità, ma si presentano come i due fuochi di un’ellisse dove l’uno illumina l’altro, e viceversa. E allora viene subito da chiedersi: perché. solo oggi Gesù abbandonato assume esplicitamente questa centralità: sino a esser definito «il Dio del nostro tempo — come fa Chiara? Perché — penso — occorreva prima mettere al sicuro, nella coscienza della Chiesa, le due verità fondamentali della rivelazione: Gesù vero Dio e vero uomo, da una parte, e Dio Uno e Trino, dall’altra, come hanno fatto i dogmi dei primi secoli. Il grido della croce nella tradizione teologica e mistica della Chiesa Sinteticamente, possiamo distinguere due grandi epoche nella storia dell’interpretazione teologica e spirituale del grido dell’abbandono: quella dei Padri e dei Dottori medioevali e quella dei mistici e dei pensatori dell’epoca moderna, per giungere infine alla novità del XX secolo. L’orizzonte interpretativo dei Padri e dei medioevali è decisamente cristologico e soteriologico: è cioè interessato all’identità di Gesù e al mistero di salvezza che si realizza nella sua passione e morte. Concordi nell’affermazione del Concilio di Calcedonia (451) sull’unità personale dell’umano e del divino in Gesù, essi si chiedono com’è possibile che egli, essendo il Verbo fatto carne, possa lanciare questo grido misterioso e a tutta prima scandaloso dalla croce, e quale significato esso abbia in rapporto alla redenzione dell’umanità. I punti fermi acquisiti sono sostanzialmente due. Innanzi tutto, il fatto che Gesù abbia realmente gridato e patito l'abbandono, ma come uomo, perché — come spiega san Tommaso, utilizzando al meglio le risorse teolo- Gen's 3-4/2007 — pag. 12 — 50 riflessione giche fino a lui maturate — Dio Padre ha permesso che sulla croce Gesù patisse la sofferenza della sua assenza, in quanto, in quel momento, la gioia che proveniva al Verbo incarnato dalla visione beatifica del Padre non illumina la “ragione inferiore” di Gesù (quella immersa nella temporalità attraverso il suo corpo). E, in secondo luogo, che Gesù ha patito questa sofferenza in quanto capo del suo Corpo, e cioè dell’umanità peccatrice, che — proprio grazie alla solidarietà del Verbo incarnato — è stata redenta. A partire da Origene, sarà sant'Agostino a esprimere icasticamente tale concezione: «Queste cose Cristo dice in persona del suo corpo, che è la Chiesa (...) perché dunque disdegniamo di udire la voce del corpo dalla bocca del capo? In Lui soffriva la Chiesa, quand’Egli pativa per la Chiesa, come anch’Egli pativa nella Chiesa, quando per Lui la Chiesa pativa. Come infatti udimmo la voce della Chiesa sofferente in Cristo: — Dio mio, Dio mio... —, così pure udimmo la voce di Cristo sofferente nella Chiesa: — Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»?. I mistici dell’epoca moderna, da quelli renani e fiamminghi a quelli spagnoli, alla scuola francese, interpretano il grido dell’abbandono nel contesto più antropologico e psicologico della modernità, soprattutto alla luce della loro personale esperienza di ascesa all’unione con Dio attraverso la spogliazione della “notte oscura”. Gesù crocifisso, nel vertice della sua desolazione, diventa il modello e il maestro della mistica cristiana. Paradigmatica l’interpretazione di san Giovanni della Croce, formulata nella prospettiva teologica della precedente tradizione: «In quanto allo spirito, è certo che negli estremi momenti (Gesù) rimase anche annichilito nell’anima, essendo stato lasciato dal Padre senza consolazione e conforto alcuno, bensì nella più profonda aridità secondo la parte inferiore; tanto che sulla croce proruppe in quel doloroso lamento: Gen's 3-4/2007 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (...) fu proprio allora che compì l’opera più grande (...) con la quale riconciliò il genere umano con Dio, per mezzo della grazia. (...) Il Padre in quei momenti lo abbandonò, affinché scontasse interamente il debito delle umane colpe e unisse l’uomo con Dio. Onde rimase quasi ridotto al nulla, secondo il detto del salmista: Ad nihilum redactus sum, et nescivi (Ps LXX- VII, 22)». Da ricordare inoltre l’interpretazione data da Lutero, nel contesto della riscoperta di una theologia crucis concentrata sul mistero dell’umanità e della passione di Cristo, poi ripresa da varie scuole, secondo cui nell’abbandono Gesù avrebbe sperimentato, in sostituzione dell’umanità peccatrice, la pena dell’inferno. È rifacendosi sia alla mistica moderna (soprattutto renana) sia alla tradizione luterana, che il tema della kenosi di Gesù (Fi/ 2, 6), dell’assenza di Dio e persino della “morte di Dio”, spesso sotto la sferza di un’esperienza nuova e abissale della libertà e del male, diventano centrali nella filosofia di Hegel e Schelling e, tra 1°800 e il ?900, di Nietzsche e Heidegger, per essere infine ripresi, in contesto esegetico e teologico, da autori come Karl Barth, Jiirrgen Moltmann ed E. Jiingel in campo evangelico, Sergej Bulgakov in campo ortodosso e von Balthasar in campo cattolico (alle cui spalle, come si sa, vi è l’esperienza mistica di Adrienne von Speyer). Possiamo riassumere le acquisizioni della teologia contemporanea sull’abbandono di Gesù con le parole della Commissione Teologica Internazionale del 1979, secondo cui oggi, alla luce della testimonianza biblica, «ciò che tradizionalmente veniva chiamato espiazione vicaria (Gesù soffre al posto nostro per redimerci dal peccato) deve venire compreso, trasformato ed esaltato come avvenimento trinitario» (IV, C3.5), perché «qualunque sia l’allontanamento dell’uomo peccatore nei riguardi di Dio, esso è sempre meno profondo del distanziarsi del Figlio rispetto al Padre nel suo svuotamento kenotico (Fi/ 2, 7) e nella miseria dell’abbandono (Mt 27, 46). Questo è l’aspetto proprio dell’economia — pag. 13 — riflessione SI della redenzione nella distinzione delle Persone della S. Trinità, che d’altro canto sono perfettamente unite nell’identità di una stessa natura e di un amore infinito» (D. 8). Gesù abbandonato e il carisma dell’unità Anche solo a un primo approccio, l’intuizione mistica e teologica di Chiara su Gesù abbandonato mostra di essere, da un lato, profondamente radicata nella tradizione della Chiesa e, dall’altro, di muoversi in sintonia con la sensibilità della teologia e della filosofia contemporanee. Quest'ultima caratteristica è tanto più interessante perché si tratta di un’intuizione che non è frutto di studio teologico ma di un’esperienza carismatica. Vi sono infatti carismi — spiega von Balthasar —, che hanno da Dio la luce di dischiudere uno sguardo nuovo sul centro della rivelazione. Tanto che Chiara ha potuto dire che il carisma dell’unità è «la rivelazione di Gesù abbandonato». Questa intuizione, inoltre, è formulata, espressa e vissuta già a partire dagli anni ’40, quand’ancora questo tema era, se non sconosciuto, almeno del tutto marginale nella riflessione teologica e nell’esperienza spirituale comune della Chiesa. Anche se, in quegli stessi anni, Edith Stein, Simone Weil, Dietrich Bonhoeffer, sulla scia dell’inedita esperieriza mistica di Teresa di Lisieux, Dottore della Chiesa, riscoprono come fosse la prima volta in 2000 anni di cristianesimo, che mentre tutto crolla e si sperimenta l’abisso della prova, è proprio lì, in quel tragico abbandono, che Cristo rivela il volto di Dio. Ma, al di là di queste considerazioni, penso si possa affermare che l’intuizione di Chiara mostra una novità rispetto alla precedente tradizione, non solo, ma anche un’originalità sua propria rispetto al panorama contemporaneo. Ovviamente, non è possibile in poche righe dar ragione delle ricche e originali implicazioni di questa intuizione: mi limito ad alcune che mi sembrano più essenziali. Si possono raccogliere in due fondamentali: prima di tutto, la comprensione del mistero dell’abbandono come evento trinitario, anzi, come porta d’accesso al mistero più profondo della vita di Dio Trinità; in secondo luogo, e di conseguenza, come chiave esistenziale dell’unione con Dio e insieme dell’unità con i fratelli. Da notare, inoltre, la centralità che questo evento assume come chiave interpretativa dell’intero mistero cristiano e dell’esistenza umana, personale e sociale: a quanto mi consta, una centralità sconosciuta prima d’ora. a) Gesù abbandonato, rivelazione dell’Amore trinitario Per quanto riguarda il primo punto, basti citare questa luminosa interpretazione che Chiara offre del mistero dell’abbandono in uno dei temi inediti del 1971, dove si congiungono la dimensione rivelativo-trinitaria (Gesù abbandonato “spiegazione” della vita trinitaria) e quella soteriologica (Gesù abbandonato redentore dell’umanità): «Come un fiore completamente apertosi, completamente spiegato, dopo aver dato il proprio sangue, la propria morte naturale, Gesù da’ anche (...) la propria morte spirituale, la propria morte divina, dando Dio. Si svuota anche di Dio: dà Dio. E fa’ ciò nel momento dell’abbandono. Abbandono reale per l’umanità di Gesù perché Dio la lascia nel suo stato senza intervenire. Abbandono irreale perché, essendo Dio, Dio è Uno e non può dividersi. Semmai può distinguersi; ma questo non è più dolore: è amore. Ed è ciò che può essere avvenuto in quel momento nel seno della SS. Trinità nei confronti della divinità di Cristo. (...) Non può esser stata allora quella dell’abbandono una nuova operazione sul tipo di quella senz’altro avvenuta nell’incarnazione, quando la Trinità decretò che il Verbo si facesse carne, o nella resurrezione, quando la potenza del Padre lo resuscitò? Gen's 3-4/2007 — pag. 14 — 52 riflessione Il Padre, vedendo Gesù obbediente fino al punto d’esser pronto a rigenerare i suoi figli, a donargli una “nuova creazione” (2Cor 5,17) (...), lo vide così simile a Sé, uguale a Sé, quasi un altro Padre, da distinguerlo da Sé. Sussulto di nuova gioia in Dio-Amore sempre nuovo. Grido di infinito dolore nell’umanità del Cristo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”»?. Facciamo alcune osservazioni su questo testo. Il sottofondo è la verità teologica dell’unione ipostatica: il Verbo, seconda persona della Trinità, ha assunto realmente e fino in fondo una natura umana. Ne consegue che è la persona del Verbo fatto carne che vive l’abbandono. Ciò permette di contemplare in esso, distinguendole senza separarle, una dimensione divina e una dimensione umana. Innanzi tutto, l’abbandono, in quanto vissuto dal Verbo fatto carne, dischiude il mistero dell’Essere di Dio come Amore trinitario. Come Chiara afferma in altro luogo: «Tre (...) formano la Trinità eppure sono Uno perché 1’ Amore è e non è nel medesimo tempo, ma anche quando non è, è, per- ché Amore. Difatti, se mi tolgo qualcosa e dono (mi privo — non è) per amore, ho amore — è»°. Gesù abbandonato, che è il Verbo (e dunque la rivelazione del Padre), fatto carne rivela che l’Essere di Dio è Amore, in quanto Egli, proprio “perdendo” l’unione col Padre che lo fa Dio, è pienamente Se stesso, Dio-Figlio, Amore. Gesù, dunque, vive nell’abbandono la legge di vita proposta ai discepoli: «Chi perderà la propria vita, la salverà» (Mc 8, 36; cf Gv 10, 17-18). Si comprende perciò che, in quanto Dio, il Verbo, nell’abbandono, ha vissuto in pienezza, nella storia, il movimento della sua distinzione trinitaria dal Padre nell'amore e come amore. Per quanto riguarda la dimensione umana dell’abbandono, bisogna affermare che Gesù, vero uomo, ha realmente sofferto, sperimentando l’angoscia della morte legata alla condizione storica dell’essere umano segnata dal Gen's 3-4/2007 peccato. Anzi, secondo la forte espressione di San Paolo, Egli è stato trattato “da peccato” per noi (cf 2Cor 5, 21). Ma, essendo Dio, e vivendo la solidarietà con la condizione umana per amore, ha redento così il peccato dell’umanità. Non solo. In linea con la tradizione orientale della Chiesa, che parla di redenzione, ma anche di deificazione («Dio s’è fatto uomo in Cristo, perché l’uomo, in Lui, diventi partecipe della vita divina»), Chiara vede nell’abbandono la causa efficace della deificazione dell’umanità. Infatti — ella spiega — Gesù patisce l’abbandono perché si priva, per donarla all’umanità, della sua condizione divina. Solo “svuotandosi” di Dio — come ci fa intravedere San Paolo nell’inno della lettera ai Filippesi —, Egli lo può realmente donare a noi, e sino in fondo. E così, attraverso l'abbandono vissuto per amore, Gesù è reintegrato — con la sua umanità — nello splendore della sua condizione divina (la resurrezione e ascensione al seno del Padre), e insieme con Lui e in Lui tutti possono essere “figli nel Figlio”. Infine, Chiara mette in rilievo nell’evento dell’abbandono quella presenza dello Spirito Santo che è richiamata dal quarto vangelo (cf Gv 19, 30: «[Gesù] chinato il capo, consegnò lo Spirito»): «Noi possiamo, forse, pensare (anche se ancora non affermato da altri) che quel particolare dolore di Gesù, che è l’abbandono, abbia una speciale relazione con lo Spirito Santo. E ciò semplicemente perché quando si dona qualcosa occorre sentirne la privazione. Gesù in croce avvertì in quel tremendo momento il distacco dal Padre. Ma chi lo legava e lo lega al Padre nella comunione personale se non proprio lo Spirito Santo? (...) E allora si potrà pensare che nell’abbandono è “il segno dell’amore spirante da cui procede lo Spirito Santo”)?. In sintesi, con equilibrio e originalità evangelica, troviamo tracciata in queste affermazioni una via luminosa per la comprensione dell’abbandono come avvenimento trinitario. — pag. 15 — riflessione 53 Scrive ancora Chiara: «I Tre, nella Trinità, sono Uno per l’inabitazione reciproca. Ma per essere Uno è necessario che ciascuno dei Tre sia veramente nulla, un gran nulla, un nulla divino, quanto il loro essere Uno. Bisognerebbe penetrare questo loro essere nulla, questa loro totale inesistenza. Senz'altro resta un mistero come nella Trinità il Verbo sia nulla e al tempo stesso sia il Figlio, e così il Padre e lo Spirito. Certo è che Dio, essendo Amore, è capace di annullarsi. Perciò è Gesù abbandonato, 1’ Amore tutto spiegato, che può illuminarci in qualche modo questo mistero. Penso che sia come se ciascuna delle Persone divine, nell’annullarsi, si rivestisse di Gesù abbandonato, perché Gesù abbandonato è Dio rivestito di nulla, proprio nulla. È Lui, quindi, che può spiegarci la realtà di Dio Uno, anche se subito dopo tutto ci appare nuovamente avvolto nel mistero»*. b) Gesù abbandonato, chiave dell’unione con Dio e dell’unità tra gli uomini Da questa intuizione teologica scaturisce la dimensione più esistenziale di Gesù abbandonato, come ingresso nella vita trinitaria e via per realizzare l’unità. Per Chiara è evidente che Gesù abbandonato (che si comunica a noi attraverso la Parola, il comandamento nuovo, l’essere innestati in Lui per mezzo dell’Eucaristia) è «il nostro stile d’amore. Egli c’insegna ad annullare tutto in noi e fuori di noi, per “farsi uno” con Dio; ci insegna a far tacere pensieri, attaccamenti, a mortificare i sensi, a posporre persino le ispirazioni, per potersi “fare uno” con i prossimi, che vuol dire servirli, amarli»?. In altre parole: se Gesù abbandonato — oggettivamente, come grazia donata — è la via attraverso cui Dio si dona come Dio a noi; Gesù abbandonato è anche — soggettivamente, come grazia ricevuta e vissuta — il modello e la via per accogliere e vivere pienamente questo dono: «Gesù Abbandonato, abbracciato, serrato a sé, voluto come unico tutto esclusivo, consumati in uno con Lui, fatti dolore con Lui dolore: ecco tutto. Ecco come si diventa (per partecipazione) Dio, 1’ Amorey". Assistiamo qui a una vera e propria ‘“rivoluzione copernicana” nella spiritualità: se san Giovanni della Croce dice che l’essere annichiliti come Gesù abbandonato è la via per essere uno con Dio, Chiara — riaffermando tutto ciò — sottolinea che Gesù abbandonato è anche la via per essere uno con i fratelli: . «San Giovanni della Croce non poteva andar più in là: arrivò a disporre la sua anima nella migliore disposizione perché Dio la riempisse. Infatti egli con la sua notte oscura fu il polo negativo che unito a Dio — polo positivo — fece splendere o scaturire la Luce in sé. Noi invece siamo polo negativo e polo positivo tra fratelli. (...) Il loro contatto dà la Luce di Gesù fra essi e quindi in ambedue. Noi portiamo davvero il Regno di Dio sulla terra. Infatti Dio è fra noi e attraverso noi questa corrente d’amore (che è la corrente dell’ Amore trinitario) passa per il mondo in tutte le membra del Corpo Mistico, tutto illuminando»”!. Gesù abbandonato, in una parola, è /a legge della vita della Trinità portata sulla terra. La novità sta qui: aver scoperto in Gesù abbandonato la chiave per vivere sin d’ora, come creature, nella Trinità a mo’ della Trinità. Gesù abbandonato, la teologia, l’unità del sapere Vorrei dire infine una parola su due compiti della teologia e, più in generale, della cultura d’ispirazione cristiana, sui quali sono convinto che Gesù abbandonato ha da offrire oggi un contributo decisivo. Gen's 3-4/2007 — pag. 16 — 54 riflessione a) Per una nuova teologia e una nuova cultura Spesso i mistici dicono che il Verbo di Dio è l’occhio con cui Dio ci guarda. Chiara si esprime in termini ancor più folgoranti, là dove scrive che Gesù abbandonato è «la pupilla dell’Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell’umanità attraverso la quale si vede Dio». Quando ho ascoltato la prima volta questa frase sono stato capovolto, perché ho avvertito che lì qualcosa feriva la mia intelligenza, la mia vita, vi entrava dentro e ricostruiva il mio rapporto con Dio e il mio modo di vedere Dio. Perché? mi sono chiesto. Perché, in realtà, noi possiamo conoscere Dio in quanto Egli per primo ci conosce, in una conoscenza che ci crea e ci ri-crea. E Dio ci conosce pienamente in Gesù abbandonato: in Lui, Dio raggiunge col suo amore tutti e ciascuno, così che niente e nessuno è più fuori dell’orizzonte del suo sguardo d’amore. In Gesù abbandonato Dio ci conosce così come siamo, illuminati e trasformati dal suo amore infinito. Dunque, anche noi, a nostra volta, possiamo conoscere Dio per Chi Egli veramente è, in tutto il suo sconvolgente e sconfinato Amore, in Gesù abbandonato. Gesù abbandonato non è dunque un tema tra gli altri della teologia. Ma è /a chiave di tutta la teologia. La teologia, in effetti, ha un unico oggetto: Dio — Dio conosciuto in Se stesso; Dio conosciuto fuori di Sé, nella creazione, nell’umanità che è sua immagine; e Dio “tutto in tutti”, come già ora accade in Gesù Risorto e in Maria assunta in cielo, e come sarà alla fine dei tempi in tutte le cose. Ora, Gesù abbandonato ci fa appunto conoscere Dio in Sé (come Amore), Dio fuori di Sé (creazione, incarnazione, divinizzazione: come storia d’amore di Dio con noi), Dio tutto in tutti (come amore consumato). Ma per conoscere così Dio, occorre entrare in Dio, occorre che la nostra mente sia crocifissa e risorga con Cristo. Gesù abbandona- Gen's 3-4/2007 to è la chiave che c’introduce in quell’essere uno in Gesù che ci porta in Dio e ci fa conoscere Dio come Dio. Perché Dio — ripeto — lo conosco solo se sono in Dio; se non sono in Dio non conoscerò mai Dio, resterò sempre fuori, come ai confini di una circonferenza... Gesù abbandonato mi porta in Dio, nel cuore di Dio, nel modo, tra l’altro, più semplice che ci sia, perché, nel momento in cui amo l’altro, vedendo Gesù in lui, “muoio” a me stesso per essere uno con lui, e così, per questo amore, vivo Gesù abbandonato ed entro per Lui, insieme al fratello, in Dio. Ciò lo possiamo realizzare, nella vita di unità, anche a livello intellettuale, staccandoci dal nostro modo di pensare, dal pensare stesso per farci uno — come Gesù abbandonato — con i fratelli. La vita d’unità è perciò la base e il presupposto di un nuovo modo di fare teologia e di fare cultura: in cui conosciamo Dio e le realtà create perché siamo in Dio — per l’amore reciproco, grazie a Gesù abbandonato. b) Per una visione organica e unitaria del sapere Il secondo compito, come scrive Giovanni Paolo II nella Fides et ratio, al n. 85, è quello di tendere — in quest’alba del terzo millennio — «a una visione organica e unitaria del sapere». Con la modernità, infatti, s’è infranta l’unità del sapere. La nostra epoca — anche per l’incontro tra le diverse culture e religioni — è sotto il segno del pluralismo. Eppure Dio è uno, il mondo è uno, l’uomo è uno. Si sente l’esigenza di giungere a una nuova sintesi dei saperi che dia gloria a Dio e sia autenticamente a servizio dell’umanità, a cominciare dalla folla sterminata e sfigurata dei poveri di tutte le povertà. Anche in questo senso, penso — e l’esperienza della Scuola Abbà" ne dice qualcosa — Gesù abbandonato è la strada. Sotto due profili. Innanzi tutto, perché — vissuto dai cultori delle diverse discipline — fa vivere Gesù in loro per l’unità: perché “crocifigge” e fa “risorgere” in Gesù il proprio io, e dunque anche il proprio esercizio dell’intelligenza. Per cui è Gesù, in ciascuno, che fa lo scien- — pag. 17 — riflessione 55 ziato, il filosofo, il teologo... Così ogni scienza, generata dall'amore, è a servizio - dell’altra, vive in rapporto trinitario con le altre. In secondo luogo, perché Gesù abbandonato ci dischiude i/ senso dell’essere che sta sotto tutte le cose e le informa di sé: ci dischiude, cioè, una nuova ontologia, l’ontologia dell’amore, della Trinità, e cioè della relazione che lega Dio alle realtà create e le realtà create tra di loro nell’amore. In Lui, le diverse scienze possono trovare, nella loro distinzione e nell’autonomia dei diversi metodi, uno sguardo di luce sapienziale che le sostiene tutte e tutte le fa convergere. Perché l’impronta di Dio, Uno e Trino, in Gesù abbandonato, è inscritta in tutte le cose create e in tutte le realtà umane. Basti pensare alla cosmologia contemporanea, con la visione dinamica e relazionale che ci presenta; o alla psicologia, con la centralità del rapporto intersoggettivo... son tutte realtà che richiamano Gesù abbandonato e la Trinità. Dunque, lavorare con umiltà e fiducia per un incontro tra i diversi saperi, anzi per “una nuova visione organica e unitaria del sapere”, non è un’utopia ma un orizzonte realisti- co e affascinante. Non pretesa della ragione, ma dono di Dio e creatività responsabile di chi vive con slancio, fiducia e gioia, per Gesù abbandonato, l’avventura dell’unità. Piero Coda 1) Cf P. Foresi, L'abbandono di Gesù sulla croce, in “Mariapoli” 5/5 (1962) pp. 16-19. 2) CSEL VI, 18, 168-169. 3) Salita del Monte Carmelo, 1. II, cap. 6. 4) CTI, Alcune questioni riguardanti la cristologia (1979). 5) C. Lubich, Gesù crocifisso e abbandonato, conversazione inedita, 6 dicembre 1971. 6) Cit. da J. Povilus, “Gesù in mezzo” nel pensiero di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 1981, p. 75. 7) C. Lubich, L'unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, pp. 87-88. 8) Inedito. 9) C. Lubich, L'unità e Gesù abbandonato, cit., pp. 57- 58. 10) /bid., p. 83. 11) Inedito. 12) Inedito. 13) Centro di studi internazionale, interdisciplinare ed ecumenico del Movimento dei focolari. Gen's 3-4/2007 — pag. 18 — 56 esperienze Una delle prove più dure per i sacerdoti è il venir meno della comunione L'amore esigente di Dio di Sebastiàn Carrera Mendoza Normalmente non si presta la dovuta attenzione alle prove di cui è costellata la vita di ogni persona. Si pensa che “le notti” di cui parlano i mistici siano cose un po’ stratosferiche, riservate ai grandi santi, mentre il cammino del calvario è in realtà la via normale dell’umana perfezione. Il sacerdote, autore dell’articolo, ci offre uno spaccato della sua esperienza sostanziata di dolore che, trasformato in amore, è ricco di frutti. Il ministero: carriera o servizio? Il mio passaggio da parroco a cappellano d’ospedale è sembrato ad alcuni una punizione o per lo meno una retrocessione nella carriera. Tale interpretazione negativa era favorita dal fatto che il vescovo aveva ricevuto una raccolta di firme contro il mio trasferimento. Grande il mio sconcerto quando mi è stato insinuato che la cosa era stata organizzata a mia insaputa da due confratelli non per difendere chi sa quali miei diritti, ma per mettermi in cattiva luce presso la curia. Mi era difficile giustificare questo brutto tiro. Dapprima non volevo crederci. Quando ho dovuto accettare la dura realtà, ho cercato di mettere in pratica il consiglio di sant’ Agostino: «Se non puoi scusare l’azione, scusa almeno l’intenzione». Chi può entrare nel Gen's 3-4/2007 cuore umano e capirlo fino in fondo? Forse i miei colleghi erano convinti di fare qualcosa di buono, senza rendersi conto che avrebbero aumentato il mio disagio. Per questo non ho mai rotto i rapporti, anzi ho cercato di manifestare loro il mio amore nella misura in cui riuscivo. Attraverso questa prova ho imparato che il perdono rimane vero anche quando le cicatrici interiori richiedono tempo per sparire del tutto. Quando il vescovo mi aveva chiesto se ero disponibile per il servizio in ospedale al posto del cappellano in pensione, mi aveva detto che aveva già fatto questa proposta ad altri, ma tutti gli interpellati avevano presentato le loro difficoltà ed egli si era convinto che per tale compito “occorre una vocazione particolare”, dovendo vivere sempre a contatto con la sofferenza, anche perché una delle condizioni è che il cappellano alloggi nello stesso ospedale per essere disponibile ad ogni ora del giorno e della notte, avendo un solo giorno libero alla settimana. Non mi sembrava giusto rifiutare questa richiesta ed ho accettato subito, come avevo fatto per ben tredici volte nel passato, quando i tre vescovi precedenti mi avevano chiesto di cambiare mansione, convinto che quando Dio chiama, dona anche tutte le grazie necessarie. Il vescovo era sorpreso della mia disponibilità immediata e, non volendo che mi sob- — pag. 19 — esperienze 57 barcassi ad una missione troppo faticosa, ha insistito che riflettessi ancora prima di decidere: egli stesso mi avrebbe nuovamente interpellato. Dopo due mesi mi ha chiamato per sapere cosa avevo deciso. La mia risposta affermativa lo ho rassicurato. Gli ho detto con spontaneità: «Quando sono diventato sacerdote ho dato il mio sì a Dio e desidero restare nella Sua volontà che ora lei mi esprime. Le assicuro che vado nel nuovo campo non con la preoccupazione di dover stare continuamente a contatto con la sofferenza, ma con la certezza di incontrare e amare Gesù presente in modo speciale nei sofferenti». Il vescovo era contento non solo per aver risolto un problema, ma anche per questa visione cristiana dei malati. Le prove ci purificano Prima ancora di lavorare in questa parrocchia ero stato incaricato come amministratore di una parte molto consistente dell’economia della diocesi. Durante i cinque anni vissuti come amministratore, Gesù ha permesso che passassi una prova con tutti i fenomeni che si vivono nella depressione. Pur sapendo che si trattava di una prova spirituale, mi ritrovavo con il fisico e la psiche completamente coinvolti e conseguentemente in quei due anni ho sofferto un’insonnia quasi totale con varie altre immaginabili conseguenze. La causa scatenante era stato il fallimento del mio rapporto con il vescovo dopo un episodio amministrativo che, pur compiuto da lui in buona fede, in coscienza non mi sentivo di avallare. Dopo qualche mese abbiamo chiarito la cosa e ci siamo dichiarati reciprocamente che quell’episodio non doveva distruggere il nostro rapporto di comunione. Purtroppo la mia salute era stata così minata da risentirne le conseguenze per ben due anni. Notte e giorno ripetevo a Gesù: «Lo vuoi tu: lo voglio anch’io!». Era l’unica preghiera che riuscivo a ripetere, fino a quando, di fronte alla tremenda prospettiva di dover rimanere in questo stato per tutta la vita, un giorno gli ho detto: «Signore, se è questo che vuoi, sono pronto per sempre». Questo arrendermi totalmente a Dio mi fece dormire quella notte, per la prima volta dopo due anni, senza incubi e per otto ore di seguito. Quando mi svegliai al mattino, fu come se niente fosse successo nel mio recente passato. La domenica successiva, appena mi sedetti in confessionale, vennero in successione ben 16 persone e tutte in situazioni di depressione. Capii allora che Dio mi aveva lasciato in quella galleria oscura perché mi appoggiassi solo a lui, purificando il mio cuore, e per poter comprendere e aiutare anche altri. Non c’è stato bisogno di ricorrere a psicologi né ho preso alcun farmaco per dormire, ma in due anni sono ricorso solo a tre camomille. Ho cercato di non far pesare questa prova sulla comunità dei sacerdoti con cui vivo né sul vescovo, anche se gli avevo chiesto di esonerarmi dal compito amministrativo, dove occorrono freschezza di forze e lucidità di mente. Non mi sembra che questa prova abbia inficiato l’unione con Dio, anche se ridotta nelle manifestazioni esterne ai minimi termini, per il limite delle forze. Penso che in quel periodo sono rimasto in piedi, perché sostenuto dalla vita di comunione con i fratelli sacerdoti con cui mi sforzo di condividere la vita del Vangelo. Oggi posso dire che, pur vivendo immerso nella notte, nella sensazione di un totale fallimento e con la perdita del senso e del gusto di vivere sotto tante forme, si sviluppava in me un rapporto nuovo con Dio. Non sarebbe stato così se avessi preferito affrontare da solo le mie difficoltà in un cammino individuale e forse avrei fatto tanta fatica per mantenermi a galla. Partendo dalla parrocchia, nel saluto finale, dopo aver domandato perdono del mio amore limitato, ho chiesto di non fare più riferimento a me, ma a Gesù nel nuovo parroco. Penso che i parrocchiani lo abbiano capito, perché nel loro ringraziamento c’erano sentimenti sinceri di amore non tanto verso di me, ma verso il dono di Dio che è il parroco per i suoi parrocchiani. Gen's 3-4/2007 — pag. 20 — 58 esperienze | piedi per terra, il cuore con Gesù crocifisso e risorto Ora da qualche anno lavoro in ospedale. Qui c’è un ricambio continuo di ammalati e tutti i giorni sono testimone di grazie particolari. Anzitutto non mi è mai capitato un solo giorno di sentire il vuoto ma sempre una pienezza inspiegabile. Cerco di valorizzare ogni rapporto, anche piccolissimo, nell’attimo presente: ed è più quel che ricevo di quello che riesco a donare. Se sto in punta di piedi, colgo l’opera di Dio negli ammalati, nei loro familiari e negli operatori sanitari. Non accetto facilmente inviti ad uscire fuori: mi meraviglio io stesso di non sentirne il bisogno né tanto meno mi sento un recluso. Accetto solo di andare a trovare qualche ammalato o qualche famiglia con cui è rimasto un rapporto profondo. Con altri, periodicamente li aggiorno se hanno una e-mail. Alcuni ritornano per controlli frequenti o periodici e vengono a cercarmi e non solo per un saluto. L’ospedale è come un piccolo osservatorio delle parrocchie delle cinque diocesi in mezzo alle quali è situato, ma a volte vengono ammalati da regioni lontane e anche dall’estero. Vorrei trovare modi anche più concreti per un raccordo con le parrocchie: l’ammalato è il veicolo prezioso e valorizzo l’occasione della malattia per rimetterlo in relazione con la propria comunità parrocchiale, chiedendogli il favore di salutarmi il suo parroco. Sto incontrando anche persone che spiritualmente Dio stesso attira a sé lavorandole attraverso il dolore: hanno una vita di chi si sente già in un’altra dimensione. Non è facile trovare in una parrocchia un campo talmente ricco di tanti fiori così profumati... E non c’è da perdere tempo dietro l’organizzazione. C’è solo spazio per i rapporti interpersonali che ti fanno sperimentare la bellezza del ministero sacerdotale, che vissuto marianamente ti apre le porte segrete dei cuori. Quando lavoravo in parrocchia, spesso mi chiedevo che cosa non funzionasse nel mio modo di vivere e di annunziare il Vangelo dal momento che non si realizzavano le parole di Gesù: «Guarite i malati, risuscitate i morti»). Gen's 3-4/2007 Ora ho un’altra prospettiva: non sono io che devo guarire i malati e risuscitare i morti, ma Gesù. A me tocca il compito di mantenere viva la comunione prima di tutto con i colleghi sacerdoti, poi con i malati e con tutto il personale dell’ospedale: a me dunque l’impegno quotidiano di vedere Gesù in tutti. Solo così riesco a portare la luce. “Facendomi uno” con ogni prossimo, più volte mi è giunta la risposta del Padre con la risurrezione interiore. Da questi contatti personali nascono colloqui semplici e profondi e allora al momento opportuno offro un segreto: guardare a Gesù e mettere in pratica la sua Parola. Questa è l’impostazione della mia pastorale in ospedale. Il ministero nel quotidiano Quanto di Evangelo vissuto ricevo dagli ammalati, cerco di farlo giungere a tutti e in questo modo sono essi stessi che donano “la Vita” agli altri: attraverso le loro esperienze, trascritte in un foglietto senza alcun commento e fatte circolare, illustrano in modo semplice e profondo il Vangelo della domenica, che in questo modo arriva ai circa 600 ammalati, ai loro familiari e agli operatori sanitari (sempre che lo desiderino). Senza fronzoli, ma nell’essenziale della liturgia — per amore dei malati che non possono resistere a lungo — faccio raccontare da loro quanto mi hanno scritto. L'emozione cresce a dismisura e un grazie spontaneo si eleva al Signore da tanti cuori, conquistati dalla fede di chi vive in prima persona il dolore trasformato in amore. È tanti ci ringraziano per le messe “vive”. C’è anche un gruppo di giovani che animano la liturgia ed esprimono armonia con la loro vita oltre che con i canti. Essi sono grati per le testimonianze che ascoltano. Il giovane musulmano L’altro giorno sono entrato in rianimazione: Guri, di 21 anni, non c’era più e il suo lettino era avvolto da un lenzuolo candido. Mi hanno detto che non ce l’aveva fatta. A me invece sembrava già come la tomba vuota — pag. 21 — esperienze 59 della resurrezione. Anche un medico gli ha dedicato una poesia: ha lasciato un segno in tutti quelli che l’hanno conosciuto, per la sua serenità e il suo sorriso, anche se appena accennato. Avevo creato una rete di rapporti intorno a lui, anche con persone che, pur non potendo andare a trovarlo, gli hanno fatto sentire in vario modo la loro vicinanza affettuosa. A diciassette anni era venuto nel mio Paese per lavoro e da luglio dell’anno scorso per un tuffo in mare con acqua insufficiente è rimasto immobile in un letto. Mi aveva raccontato tutto questo un giorno in cui era in crisi e aveva concluso: «Allah mi sta punendo, perché prima ho fumato sigarette e ho bevuto», contravvenendo a quanto Egli comanda nel Corano. Dopo avergli comunicato che anch’io avevo fumato e bevuto, anzi che continuavo a bere un po’ di vino e ogni tanto qualche liquore, l’avevo tranquillizzato dicendogli che Dio rimane amareggiato solo quando non ci amiamo. Mi ha risposto: «Sono sicuro che Egli non mi abbandona!». Guri aveva dovuto rifare un intervento alla schiena. Essendo di religione mussulmana. subito avevo pregato con lui: «Allah è grande!». Poi ero tornato varie volte a trovarlo mettendolo in contatto con un suo amico anch’egli paralizzato, ma ricoverato in un altro reparto. Dopo qualche giorno, mi aveva chiesto una foto di Giovanni Paolo II che egli ammirava. Non avendola trovata, una sua amica albanese, anch’ella mussulmana, era riuscita a trovarla. Lei aveva ricevuto in dono una boccettina di acqua della Madonna di Lourdes e ambedue mi avevano chiesto di usarla. Ho bagnato il pollice e poggiandolo sulla fronte, (senza fare il segno di croce), sulle labbra e sul cuore ho ripetuto per tre volte: «Allah è grande e conservi puri i tuoi pensieri, le tue parole e i tuoi affetti». Erano emozionati entrambi. È stato il nostro ultimo incontro su questa terra. Il sacerdote paralizzato Oggi sono stato a visitare don Mario nella sua abitazione. Era un parroco attivo, ma più di un anno fa ha subito un incidente ed è rimasto paralizzato a causa di una compressione del midollo spinale. Vado a trovarlo spesso e non di rado ho dovuto imboccarlo, ma mi chiede sempre uno scambio di esperienze, che egli definisce: “le ricchezze spirituali della Parola di Dio vissuta”. La luce interiore lo sostiene, pur con le preoccupazioni che lui e i parenti si portano nel cuore, dal momento che il recupero è lentissimo e non si sa se e quanto potrà recuperare. È felice ogni qualvolta facciamo meditazione insieme o ci comunichiamo le esperienze sulla Parola di Dio o preghiamo insieme. L'altra settimana è ritornato qui in ospedale per una infezione: un falso allarme che ha influito negativamente su di lui, facendogli perdere in sette giorni il recupero ottenuto in due mesi. Ho cercato di coinvolgere anche altri sacerdoti e attorno a lui sta nascendo un “piccolo presbiterio vivo”. Il “Codice da Vinci” Ho salutato, in oculistica, Miranda. Mi ha attaccato per più di un’ora per tutte le cose scritte nel Codice da Vinci e per altro ancora. Non ho ribattuto, ma sono stato ad ascoltarla. Il giorno seguente l’ho incontrata nel reparto di medicina. Dopo il mio saluto ha ripreso le accuse contro la Chiesa. L’ho ascoltata ancora per un pezzo, poi ho potuto dirle che io ero felice della mia scelta e le ho raccontato come avevo scoperto Dio-Amore da un sacerdote divenuto cieco nel giorno della sua prima Messa. È stata ad ascoltare senza mai ribattere. Alla fine ha chiesto dov’era la cappella. A sera l’ho ritrovata che usciva dalla cappella. Mi ha chiesto di ritornare a trovarla nel reparto. Così nei giorni successivi: ogni sera un dialogo col sacerdote e una visita a Gesù. Ora vorrei lasciare la parola direttamente ad alcuni ammalati. Marcos desidera vivere... «Conosco bene la situazione della mia salute: metastasi al fegato e alle ossa. Eppure ho molta fiducia, perché ci sono tante persone che stanno pregando per me. Desidero con tutto il cuore continuare a vivere su questa terra per guidare i miei figli. Uno di loro Gen's 3-4/2007 — pag. 22 — 60 esperienze in particolare che si era allontanato dalla fede. Penso che il Signore abbia permesso la mia malattia per attirare nuovamente a Sé questo mio figlio: ha ricominciato a pregare e a frequentare la messa e i sacramenti. Mia moglie è un vero angelo, perché, non solo mi conforta, ma mi sprona a reagire nella lotta contro la malattia. E questo il “vino” nella mia famiglia, come a Cana. Sono in ospedale per sottopormi a tutte le cure necessarie, perché posso chiedere a Dio un miracolo, se faccio bene la mia parte. Il cappellano mi ha detto che sono già guarito, almeno interiormente perché vivo la malattia da sano. Già questo è un miracolo. Inoltre il dono della fede mi dà la certezza di una vita piena oltre la morte e la capacità di essere ancora più presente alla mia famiglia. Mi metto nelle mani di Dio: la mia parte è ridotta ai minimi termini in confronto alla sua». Maria Cristina: quarantenne, sposata «La mia storia di dolore e di luce è iniziata due anni fa, quando mi fu asportato un rene. Oggi faccio il bilancio della mia vita alla luce di questi due anni. Sono stata sempre felice, anche durante la malattia, perché in ogni momento della mia vita mi sono sentita in braccio a Dio che tanto mi ama e che voglio anch’io riamare. In questi due anni con un catetere piantato nella schiena mi sembrava di condividere uno dei chiodi di Gesù sulla croce. Il Signore mi aveva invitata ad essere un dono per gli altri. Ho donato le lacrime, la febbre, le paure, la fragilità, le notti insonni, i dolori di quattro interventi, anche per te a cui sta giungendo questa comunione della mia anima. Ho donato tutto ciò per la mia e la tua fede, per i malati, per i soli, per i bambini sfruttati, per tutte le vittime, per la mia Chiesa. Ho la certezza che il Signore mi ha esaudita, perché, se è Padre dei peccatori, figuriamoci se non ascolta noi ammalati! Donando tutto a Gesù, mi sono ritrovata inserita nella grande famiglia della Chiesa. E chissà quanti altri, che non conosco, hanno donato preghiere e sofferenze anche per me, Gen's 3-4/2007 per la mia santificazione. Perché ciò che non viene donato, va perduto». Antonia e il marito Vicente «Ci siamo sposati 19 anni fa, pieni di amore e con in cuore il desiderio di avere figli, ma nonostante la nostra attesa paziente e l’aiuto di medici esperti il nostro sogno svanisce nel nulla. Dalla delusione sono passata alla depressione e anche la vita di coppia sembrava naufragare. Inoltre, mio marito ha avvertito sempre più che anche la sua salute non andava bene; fin quando qualche anno fa, lo schiacciamento delle vertebre, l’ha ridotto sulla sedia a rotelle. Nei lunghi periodi di depressione, ho fatto man mano esperienza che è inutile voler scuotere mio marito con le parole. Solo la vicinanza, la piena disponibilità e l’aiuto concreto gli davano la necessaria sicurezza di essere da me accudito e mai abbandonato. Anni molto bui, in cui neanche la fede ci sosteneva più. Ma proprio quando la croce diventava più pesante, quasi insopportabile, aiutati da persone adorabili, che ci sono state sempre vicine, abbiamo riscoperto che Dio non ci aveva mai dimenticati. E con il suo amore, giunto a noi attraverso l’amore concreto di queste persone, abbiamo recuperato la gratuità che ci fa valorizzare la vita come un dono di ciascuno per l’altro. Mai come ora possiamo manifestarcelo reciprocamente proprio nelle maggiori difficoltà. Abbiamo la consapevolezza che nessuno di noi due può vivere senza l’altro. Posso dire di amarlo più di me stessa e sperimento gioie che sicuramente una vita diversa non poteva darci. Girando vari ospedali, toccando tanta sofferenza altrui, siamo stati sollecitati alla solidarietà verso di loro, donando quanto potevamo di noi stessi e della nostra ricchezza interiore». Sebastiàn Carrera Mendoza — pag. 23 — esperienze 61 Formazione permanente del clero: un approccio inedito Narrare la propria fede intervista a don Giuseppe Zanon Nella situazione delle nuove e grandi sfide che l’umanità sta affrontando è urgente la formazione permanente dei presbiteri perché essi siano il più possibile all'altezza del loro servizio nelle comunità cristiane. La diocesi di Padova sta portando avanti da qualche anno un'esperienza innovativa in questo campo. Abbiamo intervistato al riguardo don Giuseppe Zanon, delegato vescovile per il Clero e direttore dell'Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri. Alle nostre domande egli ho risposto con linguaggio descrittivo e divulgativo cercando di cogliere le condizioni che hanno permesso questa esperienza tuttora in atto, le costanti che la orientano e i possibili sbocchi nella vita di comunione dei presbiteri e delle loro comunità parrocchiali. «Sinodalità presbiterale»: la condivisione ha cambiato il clima GENS: Che cosa vi ha portati a un rinnovamento della formazione permanente del clero? Sono ormai cinque anni che si è avviata una modalità nuova di formazione permanente dei presbiteri nella nostra diocesi di Padova, una modalità nata da un’esperienza, che ha avuto uno sviluppo nel tempo ed è tuttora in corso. Questa avventura cominciò alla conclusione del Giubileo con la proposta fatta al Consiglio presbiterale di invitare i preti a vivere una settimana residenziale, insieme col vescovo: per ravvivare la loro speranza, per confortare e riesprimere la loro fede, per sperimentare concretamente la fraternità, per condividere alcune scelte pastorali significative. Non c’era un obiettivo preciso per queste settimane, che presero il nome di “sinodalità presbiterale”, se non il condividere insieme la propria fede. Il vescovo, annunciando l’avvenimento ai fedeli perché si unissero nella preghiera, presagiva che «i preti avrebbero rivissuto l’esperienza del cenacolo». Il titolo delle settimane era «Il presbitero, uomo e credente». Dato il numero dei preti della diocesi furono offerte nell’autunno del 2001 cinque settimane in cui si distribuirono 420 preti ed una decina di laici invitati. GENS: Cosa c’è stato di nuovo in questo convenire del clero? La scelta, che si rivelò qualificante, fu di non iniziare la settimana con una relazione teologica o pastorale sulla fede, ma di invitare ciascuno dei presenti, in gruppi di una decina di persone, a narrare qualcosa della storia della propria fede, per un breve tempo, sei o sette minuti. I moderatori dei gruppi erano stati preparati per garantire un clima di reciproco ascolto, senza interventi di giudizio o di invito alla discussione: si trattava solo di offrire e di accogliere qualcosa di Gen's 3-4/2007 — pag. 24 — 62 esperienze molto personale, che doveva restare all’interno del gruppo. Fu una scommessa, per i preti abituati a discutere della fede teologicamente o pastoralmente, ma non a mettersi in questione personalmente. Non ci furono grosse difficoltà ad aprirsi: l’esperienza di condivisione della fede cambiò il clima globale. Venne sperimentata l’accoglienza profonda della persona, a livello umano e di fede. Dalla fede all’esperienza della fraternità, alla gioia dello stare insieme. Si iniziava ad assaporare la presenza dello Spirito dai suoi frutti: carità, gioia, pace, benevolenza ... Si staglia un percorso GENS: Quale il ruolo del vescovo e del Consiglio presbiterale? Il vescovo era presente ai momenti assembleari, presiedeva le celebrazioni con l’omelia, restava in ascolto dei suoi preti, parlava solo all’ultimo giorno, recependo le intuizioni, gli impegni, i desideri espressi dai preti e rilanciandoli con l’autorevolezza di vescovo. La presenza costante del vescovo, in questa modalità, ha modificato la percezione delle settimane: non corsi di formazione, ma momenti di vita del presbiterio e della diocesi. AI termine di ogni settimana i partecipanti raccoglievano quanto era emerso in una lettera al Consiglio presbiterale. Le indicazioni hanno costituito materiale per una sessione straordinaria del Consiglio, insieme con i vicari foranei nel gennaio del 2002. Sono emersi cinque ambiti che sarebbero stati oggetto di considerazione del Consiglio e della diocesi: l’attenzione alla persona del prete, il vicariato, l’alleggerimento delle incombenze burocratico-amministrative, la spiritualità, la formazione permanente. Per la formazione permanente dei presbiteri nello stesso anno prendeva forma l’Istituto San Luca. L’avvio ha visto l’Istituto impegnato ad accompagnare i piani pastorali diocesani e ad offrire occasioni in cui l’esperienza di fraternità e sinodalità goduta nelle settimane, presa come una sorta di modello, potesse continuare negli incontri ordinari dei presbiteri. Si concretizzava in questo anche Gen's 3-4/2007 l’attenzione al vicariato. È stato preparato un modulo di proposte formative per una tregiorni residenziale, realizzabile da ogni gruppo di preti di un vicariato o forania. Quasi tutti hanno provato l’esperienza, con il rinnovarsi della gioia e della fraternità sperimentate nelle settimane, il che ha portato nell’anno successivo alla sua riproposizione. Nella terza edizione è stata introdotta una novità: d’accordo con il Consiglio pastorale diocesano si è suggerito di invitare anche i laici presenti al Coordinamento pastorale vicariale, l’organismo di partecipazione che coordina le iniziative pastorali di un vicariato. L’attenzione alla spiritualità del prete ha portato alla riproposizione di cinque settimane residenziali nel 2004, nello stesso stile delle prime, dal titolo: «Con voi... per voi... verso l’unità di vita». Si è ripetuta l’esperienza di gioia e di fraternità della prima volta. Segreto del successo: la gratuità dell’incontro fra persone GEN'’S: Ci sembra di intuire che avete puntato più sul favorire la comunione tra i partecipanti che sul promuovere un arricchimento puramente intellettuale. Conseguentemente ci sarà stato anche un arricchimento sapienziale! L’inizio, la scintilla da cui è partita la vicenda, è l’esperienza di narrare la fede. Il fatto nuovo era la partenza: non una conferenza, ma la narrazione e l’ascolto reciproco di un tratto della propria storia di fede. Ne sono nate la gratuità dell’incontro fra persone, l’esperienza di potersi confidare e di essere accolti al di là del ruolo, la reciproca offerta di qualcosa che appartiene alla sfera più personale, il proprio cammino di fede. Si è partiti dalla condivisione della propria fede e si è giunti alla scoperta del valore della persona e della relazione. La persona si rivela narrando, perché noi siamo la nostra storia. Quale tesoro di sapienza umana e di fede è contenuto in ogni persona, nella sua storia! Un tesoro spesso custodito in cassette di sicurezza, di cui neppure il possessore è con- — pag. 25 — esperienze 63 sapevole. Mettere in circolazione questo tesoro è dare valore ad un capitale immenso non utilizzato. Evangelicamente potremmo dire che si rinnova la situazione del ragazzo che mise a disposizione i cinque pani e i due pesci, da cui tutti si sfamarono e ne avanzarono dodici ceste. Tenere una lezione o una relazione è compito da maestri, ma narrare la propria esperienza è alla portata di chiunque: dare la parola a tutti nella Chiesa significa realizzare nella concretezza le affermazioni sulla dignità di ogni battezzato e sull’importanza di realizzare forme di comunione. Le persone possono crescere mettendo in comune la ricchezza di esperienza umana e di fede L’ascolto continuerà con il confronto con la Parola di Dio scritta, già anticipata in qualche narrazione, con i documenti della Chiesa, con l’apporto di maestri di specifiche discipline. Questo ascolto diventa contemplazione, diventa preghiera, diventa conversione personale e comunitaria. L’esperienza di narrazione e ascolto della fede ci rende consapevoli che la Storia sacra non è racchiusa solo nelle pagine della Scrittura, ma che Dio Padre continua il mistero dell’Incarnazione nella vita della Chiesa, continua a scrivere la storia sacra con le persone, con le famiglie, con le comunità cristiane, dentro la storia del mondo. Questo ci pone in un religioso ascolto delle situazioni che le persone e le comunità stanno vivendo Progettazione pastorale come frutto di un con-sentire GEN'S: Questa narrazione-ascolto in stile sinodale a tutti i livelli ha portato dei frutti? Dare la parola e mettersi seriamente in ascolto porta ad una progettazione pastorale frutto di un con-sentire. Se si usa il lavoro di gruppo solo come tecnica per l’approfondimento di una relazione, per un confronto di esperienze, si dà la sensazione che sia uno spazio di sfogo. Ma se la narrazione-ascolto che avviene nel gruppo è condivisione della situazione di vita personale e comunitaria, se approda ad una comune ricerca di conver- genze (sinodalità), non può essere ignorata, non si può fare come se non si sia parlato: deve avere un seguito operativo, per quanto umile esso sia. E una rivoluzione pastorale, dai livelli parrocchiali a quelli presbiterali e diocesani. Senza togliere il compito e l’onere a chi presiede, lo stile sinodale ha esigenze di verità che non possono essere prese in giro. Perciò senza l’adesione convinta del vescovo e dei responsabili diocesani della pastorale non è possibile una formazione permanente di questo genere, altrimenti crea solo frustrazioni. L’iniziativa che ha scosso l’inerzia sono state le settimane residenziali, seguite dalle tre-giorni residenziali da vivere in vicariato. Poi si è lavorato per migliorare gli incontri formativi, spirituali e pastorali già in uso da tanto tempo. Un cammino lento, che ha portato i suoi frutti, ma che attende sempre di essere consolidato. Si tratta di imparare uno stile nuovo nel fare le cose di sempre. Questo cammino è stato pensato, come intenzione, per l’intero presbiterio, o almeno per il grande gruppo di presbiteri ancora nell’esercizio del ministero e disponibili al rinnovamento. Un cammino che consenta alla maggior parte dei presbiteri di assimilare il gusto del condividere, del narrare, dell’ascoltare, nell’accoglienza senza giudizio e nella stima vicendevole è per forza di cose un percorso lento. Ma questo lavoro può modificare la mentalità di più persone perché un pur piccolissimo passo, se fatto insieme, segna un punto di non ritorno. Investire nella formazione degli animatori GENS: Si sa che per cambiare una mentalità individualista che affonda le radici nel passato bisogna lavorare con tutto l’insieme ed esige pazienza e costanza. Come vi siete mossi? Ci siamo resi conto che un grosso investimento di risorse formative va riservato ai responsabili, che in genere sono disponibili ad un cammino che li aiuti nello svolgimento dei loro compiti. Gen's 3-4/2007 — pag. 26 — 64 esperienze In vista della prima settimana sinodale circa quaranta animatori, in due brevi corsi, si erano preparati alla conduzione di un gruppo. Si è trattato di un investimento rivelatosi particolarmente prezioso. La stessa preparazione è stata proposta a quanti animavano le tre-giorni vicariali. Nel 2004 si è cominciato anche a promuovere annualmente due giorni di formazione per i vicari foranei. Gli argomenti affrontati riguardavano soprattutto stile e metodo del lavoro pastorale: come condurre una riunione? Come gestire i conflitti? L'offerta di questo tipo di aiuto è stata particolarmente apprezzata dai vicari foranei, che vi hanno aderito nella quasi totalità. Rapportarsi con il mondo laico della formazione GENS: C'è stato un apporto costruttivo anche da parte dei laici in questo processo formativo dei presbìteri? In questi corsi, come in altri, tipo quello sull’omelia, ci siamo avvalsi dell’apporto di laici, che operano abitualmente nel campo della formazione del personale nelle aziende. Rapportarsi con il mondo laico della formazione è stato un innesto interessante ed una provocazione sotto molti punti di vista. Noi preti usiamo ancora come mezzo formativo abituale la lezione frontale, con una grande fiducia nella capacità intellettuale e mnemonica delle persone, legati come siamo alla concezione platonico-socratica che una buona idea, spiegata bene, si imponga da sé e modifichi il comportamento dell’interlocutore. Tutto l’apporto delle scienze della formazione, utilizzato ampiamente dalle aziende a fine di maggior produttività, è rimasto estraneo ai nostri corsi di formazione, forse per diffidenza più che per i costi. L'utilizzo di queste tecniche di apprendimento è promosso dai preti giovani nelle attività per i ragazzi e i giovani, soprattutto nei campiscuola, ma è ancora lontano dall’essere proposto nel lavoro con gli adulti. È ancora molto diffusa un’impostazione della formazione permanente presbiterale Gen's 3-4/2007 che privilegia i contenuti ed è preoccupata solo dell’ortodossia, senza dare la giusta rilevanza al metodo. Noi abbiamo lavorato molto sul metodo, scoprendo che nel vivere il metodo sinodale si venivano a concretizzare principi teologici, spirituali e pastorali sempre ripetuti verbalmente, ma mai accompagnati da opportuni moduli di realizzazione. GENS: Siamo convinti che riguardo alle nuove tecniche di formazione, tra il loro rigetto totale o l’assunzione acritica, ci sia lo spazio per un utilizzo intelligente ed evangelico. Ma questa novità è stata facilmente accettata dal clero? Nell’introdurre il discorso dei formatori laici specializzati, abbiamo dato rilievo anche all’apporto che la formazione presbiterale riceve dalla semplice presenza di laici alle stesse attività formative. La compresenza di preti e laici in un cammino formativo comune arricchisce di valore aggiunto il lavoro e incide molto sulle possibilità di cambiamento di mentalità e di prassi nel presbitero. Questo sia per un motivo di reciproca emulazione, sia perché alcune dimensioni vitali profonde — patrimonio comune di ogni uomo e donna — possono essere riscoperte dai presbiteri dopo molti decenni di impostazione spiritualistica. Tanti passaggi formativi avvengono per contagio, senza essere direttamente tematizzati all’interno del corso proposto. Coltivare i rapporti personali GEN'S: Per incidere in profondità nella formazione sono indispensabili rapporti personali di mutua fiducia... Certamente! L’insieme delle proposte formative affianca, provoca, sostiene il cammino di formazione personale, ma questa non può essere delegata ad una istituzione. La formazione se non diventa autoformazione, non arriva ad alcun risultato. Vorrei qui sottolineare la rilevanza del rapporto con i singoli presbiteri da parte dell’incaricato per la formazione permanente. Egli in una relazione personale può efficacemente incoraggiare la partecipazione ad un corso elettivo o — pag. 27 — esperienze 65 segnalare possibili altri percorsi. Quante proposte segnalate sugli organi di informazione diocesana e/o pubblicizzati con dépliant sarebbero rimaste sulla carta se non fosse intervenuto un lavoro personale di accostamento di singoli, sia di persona che per telefono. L'invito personale è accolto ed apprezzato come un gesto di interessamento, anche quando la persona dovesse declinarlo per i motivi più vari o rinviarlo ad altra occasione. Posso direttamente testimoniare che una telefonata su quattro trova la persona disponibile ad un cammino più o meno impegnativo. Così è stato anche per la proposta delle tre settimane sabbatiche: individuati una trentina di preti possibili fruitori, avvicinatili personalmente, otto sono stati disponibili ad affrontare un’avventura inedita, sulla fiducia di chi la proponeva. Altri si sono resi disponibili per farlo in seguito. Il cammino di formazione ha spesso bisogno di un invito diretto, personale. Guardare l’unità della persona GEN'S: Voi ponete con molta decisione al centro la persona... Vorrei fare alcune osservazioni. L'avvio di una modalità diversa di formazione è partito dalla scoperta della persona ed è implicito che il soggetto della formazione è la persona nella sua globalità. Vuol dire che non c’è formazione solo pastorale, solo teologica, solo spirituale, solo tecnica, solo psicologica: ogni cammino formativo, anche se privilegia l’attenzione ad un ambito, si rivolge all’uomo, al credente, al prete, curando l’unità della persona. Questa scelta orienta finalità e metodi della formazione. Certo è più facile predisporre una serie di conferenze che prevedere un percorso che attiva e coinvolge l’intera persona, esperienza, sentimenti, relazioni, creatività. Forse occorre investire risorse per inventare moduli formativi di questo tipo che siano riproponibili in altri contesti ed è questo uno dei compiti che V’Istituto san Luca si propone, senza fretta, ma lavorando in questa direzione. GENS: Una formazione globale di questo tipo è nuova e se porta ad una maggiore comunione, si ispira al Vangelo... Anche se a prima vista il discorso fatto finora può dare l’impressione che il rinnovamento della formazione permanente sia stato una questione di organizzazione, di metodi e di utilizzo di tecniche: posso assicurare che le attenzioni raccontate non ci hanno distolto dalla centralità del Vangelo. Abbiamo sottolineato il nuovo del cammino formativo, dando per scontata l’adesione a valori indiscussi e condivisi. Se non m’inganno, credo di aver visto crescere la fede e la spiritualità dei presbiteri in questo cammino. L’impianto non è alternativo: l’umano al posto del religioso, il metodo al posto della grazia, la relazione umana invece della preghiera, la tecnica invece dell’amore. Si è cercato di promuovere la globalità della persona, di curare aspetti carenti o ignorati, per una maggiore unità di vita, per una autenticità del ministero. Certo questa impostazione trova consonanza con una certa teologia di Dio, del mistero dell’Incarnazione, della Chiesa, della missione. Altre impostazioni teologiche non accetterebbero di mettersi in questa direzione. Io spero che nella Chiesa continui lo spirito del primo Concilio, quello di Gerusalemme, dove avvenne il riconoscimento della differenza, in una reciproca accoglienza. a cura della redazione Il contenuto di questa intervista sotto il titolo “Formazione permanente del presbiterio; la potenza operativa del raccontare la propria fede” si trova in forma più estesa nella rivista “Tredimensioni, Psicologia Spiritualità Formazione”, 4 (2007), pp. 193-203. Gen's 3-4/2007 — pag. 28 — 66 esperienze Weekend di catechesi con i giovani in Olanda Primi albori dopo la notte di Michel Vandeleene e Callan Slipper È risaputo che, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica in Olanda, tra le più fiorenti e ricche di vocazioni nel periodo precedente, è entrata in una notte che l’ha duramente provata con defezioni di sacerdoti, religiosi e religiose, tensioni nell’episcopato, dubbi e perdita della fede in molti cristiani... Sono meno noti invece i segni di rinascita, che da alcuni anni appaiono qua e là sull’albero ancora vivo di quella Chiesa che molti davano per “spacciata”: la celebrazione con 10.000 persone nel 2003 del giubileo dei 150 anni di ripristino della gerarchia, le due giornate dei giovani cattolici olandesi, nel 2005 con 1200 partecipanti e nel 2006 con 1800 partecipanti. In occasione della prima di queste il vescovo de Jong ebbe a dire che «la nebbia che per decenni ha coperto la gioventù nella Chiesa cattolica in Olanda è sparita». In questo contesto di primavera ecclesiale è nata l’iniziativa ricca di speranze di cui qui riferiamo. La nascita di un seme Anni fa, in occasione delle Giornata mondiale della gioventù a Parigi (1997), i gen (la parte giovanile del Movimento dei Focolari) avevano deciso in Olanda di non organizzare un viaggio per andare con i loro amici a Parigi, ma avevano preferito inserirsi nei vari gruppi organizzati dalle diocesi. Sentivano infatti di dover essere più presenti nella Chie- Gen's 3-4/2007 sa locale e di doverle dare in qualche modo il loro sostegno. In seguito a questa prima esperienza, che si è ripetuta poi per le GMG di Roma e di Colonia, diversi di loro si sono impegnati più concretamente nelle strutture della pastorale giovanile della Chiesa olandese. In questo modo si sono ritrovati a dare un contributo sostanzioso anche alle recenti giornate dei giovani cattolici olandesi. Per via di questa loro presenza nel cuore della Chiesa e delle sempre maggiori impegni che venivano loro affidati, i responsabili del Movimento hanno sentito l’esigenza di offrire a questi gen' un supplemento di formazione dottrinale, chiedendo l’aiuto anche a Michel Vandeleene, un focolarino che per anni ha insegnato teologia dogmatica nella cittadella di Loppiano, la cittadella del Movimento dei focolari situata vicino a Firenze. In un incontro preparatorio avuto con una decina di giovani di passaggio a Roma, il Vandeleene si è reso conto, dalle domande che ponevano, che mancava ancora una visione d’insieme del cristianesimo. Per questo si è proposto di impostare il programma dei due giorni previsti per la loro formazione in modo tale da dare in breve l’essenziale della fede e della vita cristiana. Come data si è scelto il weekend di Carnevale del 2006. I e le giovani presenti erano una cinquantina; la maggior parte di loro erano cattolici, ma vi erano anche quattro giovani di Chiese protestanti. Le attese erano molte, come i dubbi e — pag. 29 — esperienze 67 le domande che ciascuno dei presenti serbava in cuore riguardo agli argomenti che sarebbero stati toccati. Il clima che si è creato tra tutti, la bellezza di quanto veniva sperimentato, la luce che scaturiva dai momenti di dialogo e soprattutto la gioia che cresceva di ora in ora erano tali che è venuta spontanea l’idea di ritrovarsi l’anno seguente. Il progetto comune era di rifare esattamente lo stesso weekend, ma ora invitando ad esso anche i loro amici, quelli che si pensava potessero essere contenti di approfondire o di conoscere in un simile modo la fede cristiana. L’unica condizione che si poneva era di venire in un atteggiamento positivo di apertura e di dialogo. Infatti la Scrittura asserisce che conosce Dio chi ama, non chi discute o riflette soltanto. Nel marzo 2007 ci si è dunque ritrovati nel Centro Mariapoli di Baak (Nijmegen), ma questa volta si era in 120: ai gen e alle gen dell’Olanda si erano aggiunti una cinquantina di amici loro e una ventina di gen dei paesi limitrofi (Inghilterra, Scozia, Paesi scandinavi e Belgio). D'altro canto a Michel si era aggiunto Callam, un focolarino anglicano, pure lui teologo e membro della Scuola Abbà, il Centro Studi del Movimento dei focolari. Erano dunque due cristiani uniti nel nome di Gesù, un cattolico e un anglicano, che insieme formavano all’essenziale della fede dei giovani cristiani di diverse Chiese (cattolici, evangelici, riformati e anglicani), una formazione perciò che partiva dall’unità e che si svolgeva nell’unità. Ma quale era il contenuto di questo weekend? «Noi abbiamo creduto all’amore» La prima sera Michel e Callam si sono presentati come cristiani e come teologi. Ognuno di loro ha cioè raccontato come era venuto alla fede, quello che l’aveva spinto e lo spingeva tuttora a credere, l’aiuto che aveva trovato nello studio della teologia e anche le difficoltà che vi aveva incontrato. Era, tutto sommato, una riflessione su quello che si sarebbe fatto nei due giorni seguenti: penetrare più profondamente nelle verità della fede con l’aiuto della ragione. Titolo e filo conduttore di tutto il weekend era il versetto della prima lettera di san Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (4, 16). L’amore era dunque preso come distintivo della fede e della vita cristiana. Questa fede nell'amore veniva sviscerata in sei “moduli” ognuno dei quali era composto da tre momenti: una mezz'ora di introduzione all’argomento (Callam e Michel parlavano a turno 20 e 10 minuti ciascuno), dieci minuti di scambio tra i partecipanti in piccoli gruppi di quattro o cinque e un’altra mezz'ora di dialogo insieme. Gesù è al centro della fede cristiana. È lui, il Crocifisso-risorto, l'Amore, l’immagine visibile del Dio invisibile. I due primi moduli del weekend erano dedicati a lui. Nel primo si seguiva una linea ascendente, simile a quella percorsa dai Vangeli sinottici: partendo da quello che Gesù ha detto e fatto si arrivava alla fede pasquale, alla confessione della sua divinità. Nel secondo modulo si entrava più profondamente nella comprensione della sua Persona: il suo essere vero uomo e vero Dio, Dio umanato, uomo- Amore. La fede pasquale in Gesù, Figlio del Padre fatto uomo, illumina di nuova luce le sue parole e le opere da lui compiute durante la sua vita pubblica. Per questo nel terzo modulo si spiegava come sono nati i Vangeli e come vanno letti e interpretati. Inoltre si approfondiva il posto che ha la Scrittura nella vita della Chiesa e come lo Spirito Santo guida i cristiani nella comprensione sempre più profonda di essa. Gesù ha condotto i primi cristiani alla conoscenza del Padre. Essi hanno toccato con mano il suo essere Figlio e nel giorno di Pentecoste hanno sperimentato la potenza dello Spirito Santo. La loro fede in Jahvé, il Santo d’Israele, si è così aperta all’intelligenza della Trinità: Dio è Amore in se stesso, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo. Penetrare un po’ nel mistero dell’unità e della trinità di Dio era l’oggetto del quarto modulo. Dalla fede in Dio Trinità, dall’essere Amore di Dio si guardava poi dall’alto, in Gen's 3-4/2007 — pag. 30 — 68 esperienze una prospettiva discendente, simile a quella seguita dal vangelo di Giovanni, al disegno di Dio sull’uomo, ripercorrendo le tappe della storia della salvezza: creazione, dignità della persona umana, suo allontanamento da Dio, incarnazione, morte e risurrezione del Verbo fatto carne. In modo particolare ci si soffermava sul mistero dell’abbandono di Gesù in croce come momento di vita trinitaria, risposta di Dio al male e modo cristiano di vivere il dolore. A conclusione del weekend, in un sesto e ultimo modulo, si approfondiva la vita cristiana come vocazione all’amore e cioè come chiamata a conformare il proprio agire ed essere, personalmente su Gesù crocifisso e abbandonato e collettivamente sulla Trinità. Credere nell’amore e vivere nell’amore, in quell’amore che viene da Dio e ci è reso manifesto da Gesù crocifisso, risultava così davvero il compendio di tutta la fede cristiana. Essa appariva agli occhi di tutti i partecipanti alquanto attraente e bella perché profondamente umana e corrispondente al desiderio comune di amare ed essere amati. Una riflessione vissuta «È una nuova teologia e una nuova antropologia», commentava il vescovo ausiliare di Haarlem, Jan Van Burgsteden, che era stato presente ai due weekend, e soggiungeva: «Questi giovani fanno un’esperienza di contemplazione perché comunicate loro quello che voi stessi vedete. Introducendoli in questo modo alla fede contribuite alla riedificazione della Chiesa cattolica in Olanda in unità con le altre Chiese». Alla fine del secondo weekend egli stesso ha espresso davanti a tutti presenti il desiderio di ripetere ancora una volta questo weekend, ma aprendolo ora a tutti i giovani cristiani dell’Olanda. Nel frattempo questo progetto ha attratto altri e ai primi di maggio si è tenuto lo stesso weekend a Parigi con una ottantina di giovani venuti da tutta la Francia. Anche lì si sono raccolti frutti simili a quelli già assaporati in Olanda. Gen's 3-4/2007 Ma il successo di questi incontri non si potrebbe spiegare senza la spiritualità dell’unità che informa la teologia che viene insegnata e soprattutto la vita di tutti i partecipanti. L’amore reciproco è la base della vita gen ed è una realtà tangibile che ben presto coinvolge anche i nuovi. Ogni giorno viene loro proposta una parola del Vangelo da mettere in pratica momento per momento. Nel giorno seguente prima di incominciare i moduli, ci si racconta come si è vissuto la parola del giorno precedente. Anche in questo modo, oltre che per la testimonianza di vita dei “professori”, risulta palese il legame tra quanto viene insegnato e la vita. Alcune impressioni dei giovani «Un weekend enorme! Cosa dirne? È difficile esprimere in parole, ma quello che sento di più, è che sono diventato più uomo. Mi sento vero uomo, qualcuno e non nessuno, per la vita dell’amore reciproco. Super!». «Ho veramente conosciuto di più Gesù in questo weekend, ma anche la vita della Trinità. Questo in particolare per l’unità visibile tra Callam e Michel. Continuerò a contribuire all’unità dove andrò». «È stato un weekend bellissimo, soprattutto perché — prima di ogni altra cosa — tutti abbiamo fatto il passo essenziale di mettere in pratica la Parola, permettendo allo Spirito Santo di illuminare ed insegnarci le cose». «Per me era uno degl’incontri più belli! Abbiamo parlato della Trinità. Ne avevo già sentito parlare, ma questa volta eravamo dentro! E la prima volta che sono andato così in profondità nella mia fede». «Ho capito che quando comincerò a fare le cose (coscientemente) per amore, sarà 1’amore a farmi capire le cose e a portarmi più vicino a Dio. (...) Questo week-end mi ha dato un contributo fondamentale per trovare un nuovo rapporto con Dio». «Ieri alla fine del momento di preghiera, ho sentito che eravamo tutti nel seno del Padre, che eravamo un’anima sola». — pag. 31 — esperienze 69 «Ci sono stati svelati i tesori della fede cristiana. Michel e Callam ci hanno trascinati nella vita e nella persona di Gesù, vero uomo e vero Dio. Attraverso la loro scelta personale di Gesù crocifisso e risorto poi ci hanno indicato la nostra vera vocazione cristiana. Ma soprattutto ci siamo veramente sentiti immersi nella vita trinitaria, vivendo quell’amore dinamico tra di noi». Sì! È stato soprattutto Gesù, la cui presenza era viva e operante tra tutti per l’amore reciproco, a rendere comprensibili e luminose le verità della fede. E lui, infatti, a far capire quello che le parole non riescono ad esprimere e a far vedere quello che il cuore avverte, ma che la mente sola non riuscirebbe ad afferrare nel suo significato profondo. Michel Vandeleene e Callan Slipper Gen's 3-4/2007 — pag. 32 — 70 ecumenismo Non solo un evento, ma un cammino Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu di Joan Patricia Back Durante il congresso di Movimenti e Comunità di varie Chiese svoltosi il 10-11 maggio scorso a Stoccarda in preparazione alla Giornata “Insieme per l'Europa”, l’autrice, conosciuta come ecumenista e collaboratrice del “Centro Uno” del Movimento dei focolari, ha messo in luce un tratto distintivo del cammino verso l'ormai prossima tappa finale della III Assemblea Ecumenica Europea che si svolgerà in settembre a Sibiu in Romania: si sta facendo strada sempre più il “Dialogo della vita”. Le Assemblee ecumeniche precedenti Sono lieta di condividere con voi la mia esperienza del cammino verso la Terza Assemblea Ecumenica Europea di Sibiu (Romania) il prossimo 4-9 settembre. Avendo partecipato nel 1989 alla prima Assemblea Ecumenica Europea a Basilea (Svizzera) e alla seconda nel 1997 a Graz (Austria), l’annuncio della Terza Assemblea Europea è stato per me motivo di gioia. A Basilea tutti abbiamo sentito che si stava facendo la storia. Dobbiamo ricordare che avveniva proprio qualche mese prima della caduta del muro di Berlino. I cristiani del blocco Est Europeo, ancora sotto i regimi comunisti, potevano mescolarsi e parlare con Gen's 3-4/2007 cristiani dell’Occidente — con ovvia prudenza da parte loro. Ricordo il Patriarca Alexj e il Cardinal Martini, rispettivamente presidenti della Conferenza delle Chiese Europee (KEK) e del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), moderatori dell’ Assemblea, e la loro grande gioia per la realizzazione dell’evento. Si percepiva che le Chiese in Europa stavano iniziando insieme un nuovo cammino. Il tema di quell’Assemblea era e resta di enorme importanza: Pace, Giustizia e Integrità del Creato. E diede un impulso all’impegno delle Chiese Europee per l’ecologia. La realtà della Seconda Assemblea Ecumenica di Graz ha avuto un altro impatto sul corso della storia ecumenica; questa volta non erano solo i delegati ufficiali ad essere coinvolti, ma vi era anche l’affluenza massiccia del popolo dall’Est e Ovest dell’Europa. Quegli entusiasti attori del movimento ecumenico hanno dato vita ad un nuovo tipo di dialogo nel mondo ecumenico. Graz è passata nella storia ecumenica con la frase “il dialogo del popolo”. Ovviamente qui la parola “popolo” include l’intero popolo di Dio, dai vescovi ai laici. A Graz si sentiva che il movimento ecumenico si avallava di un nuovo impeto: cristiani che vogliono e vivono per l’unità tra le loro Chiese, coscienti che il loro ruolo è determinante. Come sappiamo la storia regi- — pag. 33 — ecumenismo 71 stra il ruolo determinante del popolo nell’implementare o meno accordi ufficiali della Chiesa per l’unità. Anche il tema di quell’Assemblea fu e resta molto importante: “Riconciliazione: dono di Dio e fonte di nuova vita”. In seguito il movimento ecumenico è stato testimone di eventi come la firma della Dichiarazione Comune sulla Dottrina della Giustificazione tra la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa cattolica, o il processo di riconciliazione con Anabattisti, come i Mennoniti. Verso Sibiu Veniamo ora all’ Assemblea di Sibiu, alla quale partecipo in qualità di delegata del Movimento dei focolari per le quattro tappe. La novità di questa III Assemblea è quella di essere stata concepita come un pellegrinaggio, iniziato a Roma nel gennaio 2006, proseguito con avvenimenti nazionali nell’arco del 2006, a Wittenberg-Lutherstadt nel febbraio 2007 e che culminerà nella vera e propria Assemblea a Sibiu nel settembre 2007. Ho notato la grande somiglianza di approccio nella promozione della comunione tra cristiani nella manifestazione Insieme per l’Europa svoltasi a Stoccarda il 12 maggio 2007 e nella Terza Assemblea Ecumenica Europea. Entrambi gli eventi sono visti e vissuti come un cammino o un pellegrinaggio fatto insieme. Non sono semplicemente degli eventi, anche se ovviamente molto importanti, ma sono un cammino che continua con pietre miliari che indicano i traguardi raggiunti nel cammino stesso. Vorrei ora condividere con voi alcune riflessioni teologiche di quelle che ritengo siano le implicazioni di questo cammino, prevedendone, in qualche modo, l’impatto sul movimento ecumenico del XXI secolo. Il «dialogo della vita» Innanzitutto e come aspetto principale, questo cammino è importante nella situazio- ne ecumenica dei nostri giorni, poiché genera nuova speranza e nuova vita ecumenica, è uno spazio per la riconciliazione e una pedana per collaborare insieme. Vivendo insieme il Vangelo, conoscendoci in Cristo, rafforzando il nostro amore reciproco, noi cristiani abbiamo scoperto quanto siano grandi le ricchezze in comune, il nostro patrimonio comune: il sacramento del battesimo, il Nuovo e l’Antico Testamento, i dogmi dei primi Concili e i Credo. Studiamo e leggiamo gli scritti dei Padri greci e latini, molti martiri sono riconosciuti universalmente e abbiamo altro ancora in comune, come la vita della grazia, la fede, la speranza, la carità e altri doni interiori dello Spirito Santo, ecc. Vivere la nostra fede cristiana insieme ha dato origine al “dialogo della vita”. Non è un dialogo dei laici, in contrasto o in concorrenza con i dialoghi ufficiali, ma ha preso il profilo di un nuovo tipo di dialogo, che si situa accanto al dialogo teologico e ad altri dialoghi. Esso non li sostituisce, al contrario li sostiene e li rafforza, poiché la ricezione degli accordi comuni o dei documenti di dialogo e la rispettiva implementazione dipendono dall’ecumenismo del popolo. Siamo ora in una fase cruciale e gli ecumenisti descrivono questo momento della storia ecumenica in modi diversi, a seconda delle proprie prospettive. Alcuni parlano di un inverno, altri di una primavera, altri di una situazione stagnante, ma emerge una forte voce positiva: questa situazione di crisi, come è stata anche definita, punta ottimisticamente verso una nuova direzione. Il Card. Kasper propone che «dobbiamo riempire di vera vita lo stadio intermedio che abbiamo raggiunto, di una reale, anche se non completa, communio ecclesiale. “L’ecumenismo dell’amore” e “l’ecumenismo della verità”, che mantengono certamente tutta la loro importanza, debbono essere attuati per mezzo di un “ecumenismo di vita”»!. La domanda che egli e altri ecumenisti sollevano è: come possiamo vivere in questo periodo di transizione in modo tale che la comunione reale — che noi già abbiamo attra- Gen's 3-4/2007 — pag. 34 — 72 ecumenismo verso il nostro comune battesimo — possa prepararci a ricevere da Dio il dono dell’unità, che consisterà nel vivere in piena comunione ecclesiale? Una riconfigurazione del movimento ecumenico Questa e altre domande hanno dato origine a quella che, nel linguaggio ecumenico, viene definita “riconfigurazione” del movimento ecumenico. Anche qui dobbiamo osservare che vi sono diverse visioni sul suo significato ma, come è emersa alla Nona Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Porto Alegre e anche altrove, penso si tratti di aprire un varco nuovo. Nella prospettiva della storia centenaria del movimento ecumenico, potremmo vederla come un ritorno all’idea fondante dello stesso movimento ecumenico. È un ritornare a vivere le implicazioni del nostro comune battesimo: siamo sorelle e fratelli in Cristo o come succintamente scrive S. Paolo: «Voi siete tutti uno in Cristo Gesù» (Ga/ 3, 28). Ovviamente evidenziare la nostra unità in Cristo è molto fruttuoso perché è la volontà di Dio per tutti noi. Siamo “uno” in Cristo poiché siamo battezzati e incorporati nel Corpo Mistico di Cristo, ma viviamo in una situazione anomala di disunità ecclesiale. Ciò però non ci dovrebbe impedire di vivere insieme il Vangelo. Il comandamento nuovo di Gesù è chiaro: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13, 34). Questo processo di “riconfigurazione”, che è un processo di rinnovamento, vuole ridisegnare una nuova strada per il nostro cammino insieme in e con Cristo. La spiritualità come chiave Ecumenisti in varie Chiese hanno messo in evidenza come la spiritualità sia la chiave. Il dott. Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, recentemente ha affermato: «Dobbiamo riscoprire la spiritualità come la via maestra per mettere Gen's 3-4/2007 in pratica le priorità ecumeniche»?. Alcuni si chiedono quale spiritualità possa far questo?. Il Rev. Samuel Kobia parla di ecumenismo nella vita. quotidiana‘; il Catholicos Aram I della Chiesa Armena Apostolica continuamente evidenzia la necessità di un ecumenismo del popolo®. Papa Benedetto XVI ha detto: «Vedo un confortante motivo di ottimismo nel fatto che oggi si sta sviluppando una sorta di “rete” di collegamento spirituale tra cattolici e cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali»*. Il vescovo luterano Johannes Friedrich di Monaco ha parlato di un «lancio spirituale operato da Movimenti i cui carismi potrebbero imprimere un pieno nuovo dinamismo all’ecumenismo»”. In questo contesto di ricerca di una nuova via ecumenica che offra impulsi concreti, vitalità rinnovata e che apra affascinanti orizzonti, avvenimenti come la Terza Assemblea Ecumenica Europea e Insieme per l'Europa hanno un ruolo preminente da svolgere nel promuovere con efficacia il “dialogo della vita”, come hanno detto alcuni degli ecumenisti di primo piano che ho. appena citato. Penso che la recente risposta data dal cardinal Kasper, ad un giornalista che gli chiedeva se il contributo dei movimenti in campo ecumenico potrebbe essere paragonato ad un motore, sia molto appropriata. «Il motore è già in funzione ad alta velocità — ha risposto il Cardinale — e nutro una grande speranza che ci porterà molto avanti»?. Comunione fra cristiani: cellule vive del Corpo di Cristo Vivere la frase di Matteo 18, 20 “Dove due o più sono uniti nel mio nome” ha una grande potenzialità ecumenica. Cristiani di diverse Chiese possono vivere con la presenza di Cristo in mezzo a loro. Alcuni Padri greci sottolineano che “essere uniti nel mio nome” significa “essere uniti nel Suo amore”. Per cui questa promessa di Gesù è legata all’amore che abbiamo gli uni per gli altri. La sua presenza fra noi vivifica il suo Corpo mistico, la Chiesa; con Gesù in mezzo — pag. 35 — ecumenismo 73 a noi diventiamo come “cellule vive” del Suo Corpo. Attraverso il sacramento del battesimo diventiamo membra del suo Corpo mistico e molte Chiese vedono nel nostro comune battesimo il vincolo sacramentale dell’unità?. Tuttavia, generalmente parlando, fra noi cristiani le implicazioni di questa realtà non erano vissute. L’unità non era visibile perché i nostri rapporti erano tesi o inesistenti. Ora si è consapevoli che, vivendo queste parole di Gesù, egli può essere presente fra noi. E in quella porzione del suo Corpo, vivificata dalla sua presenza, si creano cellule vive che “attivano” questi legami, che diventano canali che consentono il fluire di una nuova linfa: più amore scorre nelle Chiese!. Chiara Lubich alla Seconda Assemblea Ecumenica a Graz ha detto: «Ogni Chiesa nei secoli si è, in certo modo, pietrificata in se stessa per le ondate di indifferenza, di incomprensione, se non di odio reciproco. Occorre perciò in ognuna un supplemento d’amore; occorrerebbe anzi che la cristianità venisse invasa da una fiumana d’amore»". Anni prima aveva scritto: «Dobbiamo continuamente creare queste cellule vive del Corpo mistico di Cristo — che sono i fratelli e le sorelle uniti nel suo nome — per dare vita all’intero Corpo». Recentemente, ricordando l’esperienza del Movimento ai suoi inizi, ha commentato questo scritto in un contesto ecumenico, dicendo: «Avvertivamo che Dio era tra noi e volevamo che questa corrente d’amore (che è la corrente dell'amore trinitario) passasse per il mondo in tutte le membra del Corpo mistico, tutte illuminando»"?. Nella prospettiva di quanto ho detto, vediamo il cammino verso Sibiu che ha per tema: «La Luce di Cristo risplende su tutti. Speranza di Rinnovamento e Unità in Europa». Mi sembra che possa essere visto come un cammino con Cristo in mezzo a noi e lui è la nostra unità". Quale testimonianza possiamo dare all'Europa se viviamo la frase di Matteo 18, 20! Quale credibilità possiamo dare al messaggio d’amore di Cristo attraverso il nostro stile di vita ecumenico! Possiamo essere canali dell'amore di Dio per l’umanità, canali della luce di Cristo se viviamo la nostra vocazione cristiana. L'attuazione del disegno di Dio sull’umanità dipende anche dalla nostra testimonianza comune: “Che tutti siano uno perché il mondo creda” (cf Gv 17, 21). L'Europa ha bisogno di testimonianza di fraternità attuata nella vita quotidiana, di vedere il Vangelo vissuto. Gli ambiti previsti a Sibiu si situano in questo contesto: come il Vangelo influisce nella vita di ogni giorno. Credo fermamente che questo nuovo “dialogo della vita” — che le Assemblee Ecumeniche Europee hanno promosso e che l’evento di “Insieme per l'Europa” sta mostrando — stia tracciando il solco di una nuova via ecumenica: una via per vivere insieme il “dialogo della vita” e dell’amore, non solo per l’Europa, ma anche per l’intero movimento ecumenico a livello mondiale. Joan Patricia Back 1) Relazione alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (12 novembre 2001). Cf www.vatican.va. 2) “Claiming a common future”, intervento alla 19" Conferenza mondiale metodista, Seoul (Corea) luglio 2006. 3) CET. Vetrali, La spiritualità “Nuova via dell’ecumenismo”. Ma quale spiritualità?, in Quale Spiritualità per il Terzo Millennio?, “Quaderni di Studi Ecumenici”, Venezia 2000, pp. 87-103. 4) Cf Discorso in “Il Regno Doc” 51 (2006) p. 314. 5) Towards a people-centred ecumenical configuration, “Reformed World” 55 (2005) n.2, pp. 104-107. 6) Discorso a rappresentanti di varie Chiese a Colonia (Germania), 19 agosto 2005. 7) AI Sinodo Generale della Chiesa Evangelico-Luterana della Baviera a Gera, 18 ottobre 2004. 8) Intervista in “Die Tagepost”, settimanale cattolico tedesco, 7 aprile 2007. 9) Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, Direttorio Ecumenico 1993, n. 92. 10) CfC. Lubich, Gesù in mezzo ai suoi e il dialogo della vita, Intervento al Convegno ecumenico di vescovi amici del Movimento dei focolari, Rocca di Papa, Roma, 11/2003, in “Gen’s” 35 (2005) p. 8. 11) C. Lubich, Una spiritualità per la riconciliazione, in “Nuova Umanità” 19 (1997/5), p. 548. 12) Cf C. Lubich, Gesù in mezzo ai suoi e il dialogo della vita, cit. 13) «... la nostra comune preghiera ne è la prova. In essa, ci raduniamo nel nome di Cristo che è Uno. Egli è la nostra unità». Giovanni Paolo II, Ut Unum Sint, n, 23. Gen's 3-4/2007 — pag. 36 — 74 attualità ecclesiale «E stata una scuola di comunione» Testimonianza di un vescovo alla V Conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi fratelli vescovi mi hanno pregato di rac- contare l’esperienza della mia partecipazione alla V Conferenza che si conclude oggi 31 maggio 2007 qui ad Aparecida. Per noi è stato un tempo di scuola di comunione. Quando sono arrivato ad Aparecida portavo in cuore le luci delle Conferenze anteriori. Medellin, col soffio rinnovatore dello Spirito, aveva avuto un grande influsso sulla mia formazione in seminario; Puebla mi aveva dato una forte spinta ad applicare le sue direttive innovatrici di comunione nel seminario in cui lavoravo, un sogno, questo, condiviso con molti fratelli sacerdoti di vari Paesi che lavoravano nel campo della formazione e che ora ho ritrovato come vescovi in questa Assemblea; infine Santo Domingo, all’inizio del mio episcopato, aveva ravvivato l’entusiamo per la nuova evangelizzazione. E adesso Apparecida, nel mio Paese con la presenza del Papa nel Santuario di Nostra Signora Aparecida in un clima di Cenacolo. Al mio arrivo un giovane al bar mi ha detto una frase: «Qui anche la buona accoglienza è evangelizzazione». Possiamo dire che ci siamo sentiti veramente a casa, sperimentando lo stesso clima che aleggiava a Nazareth, a Betlemme, nella casa di Elisabetta e Zaccaria nelle montagne della Giudea, a Tepeyac in Messico e ad Aparecida. Come ho vissuto questi giorni? Appena giunto ho incontrato alcune persone con le quali abbiamo stretto un patto: essere disposti a dare la vita gli uni per gli altri. Si tratta di fratelli e sorelle che non temono e non si vergognano di comunicarsi reciprocamente l’impegno di amare Dio e il prossimo. Mi sono sentito appoggiato non solo dalle pre- Gen's 3-4/2007 ziose preghiere di tanti, ma anche dalla certezza della presenza del Risorto tra coloro che si amano. Così le riunioni plenarie, i gruppi, le commissioni e sottocommissioni avevano un nuovo sapore: erano passi importanti e contributi costruttivi per creare l’ambiente necessario alla nuova Pentecoste che tutti abbiamo via via sperimentato. Qui ho incontrato la bellezza delle differenze: razze, culture, lingue, nazionalità, Chiese e Comunità eccelsiali: e tutto a servizio della causa del Vangelo. Abbiamo vissuto un vero miracolo: abbiamo lasciato Babele e siamo approdati alla Pentecoste. Avere tra le mani il testo del Documento finale, vedere tante persone che danno il meglio di sé per la Chiesa, che offrono i loro talenti, la loro parola e la propria intelligenza, è stato contemplare l’azione dello Spirito Santo, soave e forte che, passando attraverso la libertà di ognuno, realizzava la sua opera. Porto a casa il desiderio ardente di essere sempre più un fedele discepolo e missionario, come pure la responsabilità di comunicare le ricchezze qui sperimentate per merito di ognuno di voi. Confesso che ho un po’ di timore, perché abbiamo assunto molte grandi sfide. Che lo Spirito Santo ci conceda l’audacia dei martiri per portarle a buon fine! Mi auguro che nel cuore delle Chiese locali di ogni nazione qui rappresentate esultino Gesù e Giovanni come esultarono nel seno di Maria e di Elisabetta, di cui oggi celebriamo la festa. Gesù, Verbo etérno incarnato e mandato missionario dal Padre, e Giovanni, colui che deve diminuire affinché Gesù cresca. E noi, discepoli e missionari nella Chiesa in quest’ora che ci provoca e ci attrae, possiamo cantare insieme il Magnificat, riconoscendo che veramente «Dio ha visitato il suo popolo». Alberto Taveira Arcivescovo di Palmas-Brasile — pag. 37 — segnaliamo 75 Una risposta fondamentale alla «notte» del nostro tempo L’ultima opera di Giuseppe Maria Zanghì sulla transizione culturale in atto Mete fervono i preparativi per avviare i corsi accademici di estensione annuale, con un ampio spettro di discipline scientifiche, dell’Istituto Superiore di Cultura Sophia che avrà la sua sede nella cittadella di Loppiano, appare il primo volumetto della collana Universitas. Si tratta di un’istituzione di livello universitario molto peculiare, con una concezione della cultura e della formazione capace di offrire un apporto innovativo importante da diversi punti di vista, come spiega Piero Coda nelle prime pagine del libro presentando l’intera collana — presentazione tutta da leggere nella sua sinteticità. Qui vogliamo soltanto segnalare l’importanza di questo primo volume, tra l’altro perché il lettore troverà in esso un indirizzo fondamentale per tutti gli altri che seguiranno. Ho avuto il privilegio di leggere assieme all’autore gli originali, prima che andassero in stampa. Ricordo l’impressione avuta. Andando avanti nella lettura non potevo evitare la commozione. Da una parte per la descrizione dei travagli della cultura occidentale che trovavo di rara lucidità e profondità. Ma soprattutto perché riscontravo uria direzione di risposta che, offerta da un credente, non solo si radicava nel centro della novità cristiana, ma mi appariva appagante per l’intelligenza e l’esistenza di ogni essere umano e rispondente alle sofferenze e alle più legittime esigenze del mondo d’oggi. Dopo la prima metà del libro, dove si descrive la “notte collettiva della fede” e la “morte di Dio” che sembra consumarsi in settori sempre più consistenti del continente europeo, così espone l’autore il nucleo della sua proposta: «La Trinità era, accademicamente, uno dei trattati (e non il più ampio) della teologia dogmatica. Ma non è tutta la teologia, si comincia a dire, che deve essere trinitaria? E non possiamo cogliere qui l’origine nascosta di crisi del pensiero e delle forme di vita, che poi hanno deviato nella rivolta? E noi oggi ne assaporiamo i frutti amari?» (p. 57). Più avanti esplicita: «In effetti, il pensiero contemporaneo non si è rivoltato originariamente contro un Dio in generale, se così posso dire, ma contro il Dio di Gesù Cristo non capito a fondo nella sua dimensione trinitaria. (...) La Trinità, rivelazione dell’ Assoluto inaudita per qualsiasi fede religiosa non cristiana e per qualsiasi pensiero che si muova solo all’interno di sé, combatte oggi con l’uomo europeo come l’angelo con Giacobbe, per farsi accogliere da lui e per accoglierlo in Sé. E la Trinità che preme sul pensiero, sui rapporti interpersonali, per informarli di Sé. (...) Fino a quando l’uomo non trasformi in trinità le sue categorie trasformando in trinità la sua vita. Con un lavoro secolare la Trinità sta aprendo, per purificazione e dilatazione, la comprensione di Dio che l’uomo aveva elaborato (e non senza l’aiuto di Dio) nelle culture ebraica e greco-romana, e che la cultura cristiana ha cominciato a “ricreare”, per condurre il pensiero a pensare il Dio “vero”, il Dio che è Amore» (pp. 71-72, 78). Zanghì conclude affermando che «dagli abissi anche bui della cultura d’oggi deve scaturire vita nuova e pensare nuovo. Una vita che già fin d’ora sia dispiegamento trinitario. (...) Un Gen's 3-4/2007 — pag. 38 — 76 segnaliamo pensare che sia trinitario, perché è il pensare di ciascuno in quella interiorità dilatata che comprende in sé l’altro-da-sé, chiunque egli sia: io penso in te e tu in me, perché io vivo in te e tu in me, uniti e distinti nell’unica vita, nell’unico pensiero del Cristo che è nel Padre nella comunione dello Spirito Santo. Da qui, un elaborare istituzioni e strutture che calino sempre più queste realtà nella prassi di tutti i giorni: strutture “laiche”, perché il Cristo è veramente uomo; ma strutture che “dicano” Dio, perché il Cristo è veramente la Parola di Dio. Inseparabilmente» (pp. 79-80). Dopo quest’ultima affermazione, non può sorprendere che nei capitoli finali del libro, in continuità con lo spessore speculativo delle pagine che precedono, si offra un’apertura che fa intravedere alcune ricadute concrete della chiave proposta in diversi ambiti sociali e strutturali. Con brevi pennellate — chiamate ad essere sviluppate dal lavoro accademico di Sophia e nei volu- Gen's 3-4/2007 mi successivi scritti da diversi specialisti —, si accennano spunti che vanno dalla democrazia alla politica e ai diritti umani, dal frazionamento dei saperi che costituisce una delle “croci” degli studi e della ricerca scientifica attuali all'enorme problema costituito dall’ecologia... Certo, l’opera prende di mira gli esiti della cultura europea, ed è una regola elementare d’ermeneutica non chiedere ad un testo ciò che non si è proposto di affrontare. Si tratta in effetti di una prospettiva da completare e confrontare in futuro con quelle di altri universi culturali, sociali e religiosi. Infatti lo stesso autore chiarisce: «Lo ripeto: non voglio ridurre a quest’unica chiave di interpretazione la comprensione del fenomeno complesso che stiamo analizzando. Ma la proposta che qui avanzo mi sembra abbia una sua verità» (p. 71). Tuttavia, a mio parere, contiene “una sua verità” innanzitutto perché quella notte della fede collettiva ed epocale a cui si fa riferimen- to sembra destinata a diffondersi nel mondo; e quindi sebbene ogni religione, ogni cultura e ogni contesto sociale dovrà fare i conti con essa a partire dalle proprie peculiarità, il Dio-Amore Unitrino avrà sempre da offrire una prospettiva unica e decisiva. Ma prima ancora e più a monte, perché il problema e la risposta di fondo offerte da queste pagine hanno a che vedere con gli abissi più profondi e costitutivi della condizione umana. Per dirla con parole di Giovanni Paolo II riportate dall’autore, «il cristianesimo può scoprire nell’avventura dello spirito europeo, le tentazioni, le infedeltà e i rischi che sono propri dell’uomo nel suo rapporto essenziale con Dio in Cristo». Enrique Cambén GIUSEPPE M. ZANGHÌ, Notte della cultura europea. Agonia della terra del tramonto?, Città Nuova, Roma 2007 (tre edizioni in due mesi), pp. 100, € 9,00. — pag. 39 — Notizie dal mondo dei seminari - 49 ado in pasticceria e una delle commesse mi riferisce il com- a cura della segreteria mento di una cliente. Qualche giorno prima, infatti, assieme internazionale a alcuni giovani che si preparano al sacerdozio, eravamo del movimento gens stati in quel posto a prendere un gelato. “Chi sono quei giovani?”, chiese la cliente alla commessa. E lei: “Partecipano qui vicino a un congresso”. La cliente insistette: “Che tipo di giovani sono?”. E la commessa le spiegò che erano seminaristi di tutto il Brasile. “Mi sono reso conto che sono differenti — ha detto la cliente -, soprat- tutto hanno uno sguardo diverso dagli altri. E trasmettono pace e gioia». Cambio di scenario. Siamo nel capoluogo remoto di una diocesi centrafricana. Protagonista un giovane da poco diventato sacerdote. Ci ha scritto: «In questi giorni un collega mi ha detto: “Come mai sei sempre sereno, tranquillo, felice e disposto ad ascoltare e accogliere bene le persone in qualsiasi momento? Hai tanti soldi?”. Ciò che Gli ho risposto: “Non so se sono proprio così. Se lo sono, è perché ci ho scelto Dio come mio Unico Bene. Vivo con Dio e per Dio, cer- fa la cando di amare sempre e per bene tutte le persone che incontro. Purtroppo però — ho aggiunto — non è sempre così. Devo spesso DIFFERE NZA rimettermi a fuoco”. Il collega dissentiva: “Ma ti capita di rado!”. E così si è concluso quel breve dialogo. «Ma... le prove non mancano. Con la “brutta abitudine” che ho preso di lasciare la porta aperta a tutti, un giorno mi è stato rubato il computer /aptop, assieme alla macchina fotografica digitale, un rasoio elettrico, un orologio, un po’ di soldi. All’inizio non volevo crederci, ma poi mi sono reso conto della triste realtà. Prima di mettermi alla ricerca in città, per vedere se si poteva recuperare qualcosa, mi sono detto che occorre essere sempre libero da tutto ed avere Dio solo. Anzi, mi sono ricordato che chi mi aveva regalato quel computer, mi aveva detto: “Devi essere anche pronto a perderlo”. Ho quindi ritrovato la pace: Dio l’ha dato, Dio l’ha tolto. Ero tranquillo e senza agitazione né preoccupazione al punto che una suora, che ha saputo dell’accaduto, mi ha detto: “Ti hanno rubato tutto questo, e tu rimani in silenzio, senza lamentarti. Che uomo sei?”. Poco dopo, con l’aiuto di due tre amici, ho potuto ritrovare quel computer...). Iniziano in queste settimane in molti posti le vacanze. Rimane alle spalle il seminario. Nuovi orizzonti, nuove esperienze! Ce lo auguriamo a vicenda. Ma soprattutto speriamo che possa essere un tempo per testimoniare ciò che fa la differenza. Come i nostri colleghi brasiliani. Come il nostro amico centrafricano. Gen's 3-4/2007 - 77 — pag. 40 — L'avventura el Vangelo «Mi sembrava di perdere tempo» Italia. «L'esame di oggi sulla filosofia contemporanea era senz’altro uno dei più ampi e complessi della sessione ed ha avuto una preistoria un po” particolare. Ieri mentre studiavo sodo, sono entrati in canonica quattro giovani che avevano pensato di trascorrere un paio d’ore con me, incuranti del mio studio. Mi sembrava veramente di perdere tempo! Ma ho pensato: “E se fosse venuto Gesù? Sarebbe tempo perso stare con Lui?”. Con l’andare del colloquio, i discorsi che abbiamo toccato e le domande che mi hanno fatto erano molto profonde e significative, li vedevo contenti. Però lo studio ne ha risentito abbastanza e stamattina sono arrivato all'esame senza aver ben preparato alcune parti del programma anche importanti. Ho chiesto a Gesù con un po’ di sfacciataggine: “Fa’ in modo che esca uno degli autori che ho studiato meglio, se possibile la Scuola di Francoforte con Habermas...”. Sapete che domanda (estratta a sorte!) mi ha fatto il professore? La Scuola di Francoforte e Habermas! Alla fine ha commentato: “Esame eccellente!”. Incredibile!». (E.C.) «Non dovevo preoccuparmi» Brasile. «Gli esercizi per il diaconato sono stati un momento di molta unione con Dio. Finalmente ho potuto fermarmi e dare un’occhiata alla mia vita come trascorre nel quotidiano. Quante cose belle per le quali dar gloria a Dio e quante altre in cui crescere! Mentre ero in preghiera davanti a Gesù eucaristia, varie volte mi ha preso un timore, non a causa dell’ordinazione, ma perché dovevo preparare, su richiesta della Gen's 3-4/2007 - 78 commissione diocesana, un tema sulla mistica dei piccoli gruppi che sarebbe stato presentato ai leaders di tutte le parrocchie perché lo comunicassero a loro volta alle loro comunità. Il semplice pensiero di aver da preparare questo tema, senza disporre di molto tempo né materiale e senza sapere neppure da dove cominciare, minacciava di togliermi la pace interiore. Ogni volta che ciò succedeva cercavo di ascoltare la voce dello Spirito Santo e così capivo che non era questo il momento e che non dovevo preoccuparmi. Di ritorno dagli esercizi, ancor prima di arrivare alla casa parrocchiale, ecco una sorpresa: una signora, membro della commissione esecutiva mi porta la fotocopia di un articolo che lei aveva trovato in un sussidio della diocesi di Florianopolis. Era proprio quello che serviva. Con questo sussidio come punto di partenza, ho potuto preparare il tema in poche ore. Ed è stato talmente apprezzato che il coordinatore della pastorale e l’amministratore mi hanno chiesto di esporlo a tutti i sacerdoti nella prossima riunione del clero». (M.S.). Dopo 70 anni di separazione... Burkina Faso. «“La preghiera dell’umile penetra le nubi”. Quando sono andato a rivedere i membri della mia famiglia allargata, è avvenuto un miracolo di riconciliazione: in una sola giornata ho potuto trovare un mediatore, incontrare i tre dignitari del villaggio e i dodici membri del Consiglio del villaggio. In genere per rimediare alla violazione di un divieto sociale di quel genere, occorrono più tentativi per raggiungere lo scopo. Tutti loro hanno concesso il loro accordo di massima per questa riconciliazione che secondo la tradizione si sarebbe dovuta fare in un posto del villaggio destinato ai sacrifici con pratiche non compatibili con la fede cattolica. Dopo molteplici negoziati, loro hanno accettato che noi celebrassimo la riconciliazione in modo cattolico senza nessun altro sacrificio e non nel posto del villaggio per i sacrifici ma in famiglia. Così dopo più di 70 anni di separazione la nostra famiglia allargata si è riunita. Sia lodato Dio!» (D.I.) — pag. 41 — Silvano Cola «Se ami sel» 1 17 febbraio di quest'anno è partito per il Cielo d. Silvano Cola. Responsabile della branca dei sacerdoti diocesani nel Movimento dei focolari, sin da quando nacque negli anni ’50-’60, nel 1968 ha svolto un ruolo decisivo per l’inizio del Movimento gens (generazione nuova sacerdotale). In seguito ha sempre accompagnato da vicino e sostenuto questa realtà che in questi quasi 40 anni ha aiutato centinaia di giovani a realizzare la loro chiamata. Riportiamo qui — quasi come un suo testamento spirituale — uno stralcio del suo ultimo discorso in pubblico, tenuto il 30.12.2006 a Grottaferrata a un incontro di seminaristi di varie nazioni. Il profilo mariano della Chiesa è l'assenza di clericalismo. Questo mi pare importante: avvicinarsi al sacerdozio sperando di essere capaci di morire per tutti, di morire a se stessi per tutti. Soltanto essere amore. Se ami sei. Se non ami, non sei. Bisogna considerare qualunque persona come insostituibile, ? come unica al mondo. Tutto il Vangelo è lì. «Qualunque cosa hai fatto al più piccolo, l’hai fatta a me»... Questa è la capacità di rendere luminosa la notte, è la scoperta. Se si è convinti di questo, finalmente il mondo potrebbe andar bene. Perché ogni forma di guerra, di rivalità, tutto viene dal potere... Essere comunione, senza essere attaccati a nessuno, salva te e salva tutti. Catechismo — fuori programma... Italia. «La mattina del giovedì santo, mentre ero in chiesa per sistemare alcune cose in vista delle celebrazioni, si affaccia una signora e chiede dove si sarebbe svolto il ritiro dei bambini di scuola elementare. Le dico: “Nel salone parrocchiale” e lei mi fa sapere che è chiuso. Decido di accompagnarla e costato che le catechiste non arrivano, mentre comincia ad aumentare il numero dei bambini. Sono un po” preoccupato perché devo lasciare il lavoro in chiesa, ma penso che questa magari è la volontà di Dio dell’attimo presente. Mi trovo così ad intrattenere una ventina di bambini con i quali cerco di farmi uno. Tra un gioco e un altro parliamo anche della Pasqua. Alle ore 11 i bambini tornano a casa contenti. E contento sono pure io nonostante l'improvviso cambiamento di programma. Ma non tutto finisce qui. Poco dopo c’è il ritiro dei ragazzi di scuola media. Anche in questo caso di catechiste non c’è nemmeno l’ombra. Si presentano solo quattro ragazzi. Sento che c’è da vivere l’attimo presente sino in fondo e comincio a parlare con loro. Mi dicono che sono venuti controvoglia solo perché le mamme li hanno mandati. Parliamo del più e del meno e io ascolto e parlo. Di fronte a qualche idea un po’ “particolare” sui preti che loro esprimono, sento di dover non giudicare ma solo amare. Poi chiedono di me. Ad un certo punto un ragazzo propone di andare in chiesa almeno per sederci. Il discorso incomincia a spostarsi su temi ben diversi. Parliamo della Pasqua, di che senso ha celebrarla e viverla, Gen's 3-4/2007 - 79 — pag. 42 — di Dio, di tante cose! Ciò che sorprende è che l’iniziativa è tutta di loro, io non ho fatto assolutamente nulla. Ogni tanto dico: “Si sta facendo tardi, non è che volete andare via?” e loro rispondono di no. Alle 13, quando ormai le mamme chiamano energicamente i loro figli per il pranzo, ci salutiamo con la promessa di rivederci. Io mi sento stanco e allo stesso tempo sereno. La preoccupazione di quello che dovevo fare non c’è più e in chiesa nel frattempo altri tre ragazzi che si erano accordati con me hanno messo tutto a posto. La sera, Messa în coena Domini: si presenta un bambino che è stato al ritiro la mattina, per fare il ministrante, cosa che non succede da tempo da noi. Dopo la messa piombano in sacrestia i ragazzi della mattina; sono così sorpreso che non so che dire. E pensare che quella mattina mi ero preoccupato di non perdere tempo. “Perdendo” tutto, non ho perso nulla». (T.B.) Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Incontro con Benedetto XVI Gen's 3-4/2007 - 80 dì iago di Brasilia sta trascorrendo quest’anno assieme a altri . due seminaristi alla Casetta “Ianua Caeli” nella Mariapoli | Ginetta, una delle cittadelle di testimonianza del Movimento dei focolari. In occasione del recente viaggio di Benedetto XVI in Brasile, ha potuto salutare il Papa. Ecco come sono andate le cose. Prima di arrivare alla Mariapoli Ginetta, avevo saputo della possibilità di partecipare all’incontro del Papa con la Fazenda da Esperanca a Guaratingueta, il primo di ormai 30 centri di recupero per drogati, un’Opera sociale nata da Frei Hans Stapel alla luce dell’Ideale dell’unità sulla base del Vangelo vissuto. Condizione per la partecipazione era vendere un certo numero di CD. Non ero stato subito entusiasta di quest'idea, ma poi mi sono lanciato e sono riuscito a vendere tutti i CD affidatimi. Nel frattempo, il Movimento dei focolari era stato invitato a presentare al Papa, durante il suo incontro coi giovani a San Paolo, alcuni brani di folclore brasiliano. Sono stato chiamato a far parte del gruppo che avrebbe preparato questo contributo. Eravamo 130 giovani e abbiamo lavorato intensamente per questa coreografia, durante due mesi. Un giorno a cena nella nostra piccola comunità, si è deciso per vari motivi di non partecipare all’incontro nella Fazenda da Esperanca, ma di andare soltanto a San Paolo all’incontro coi giovani. Per me era difficile. Non mi sentivo compreso dagli altri. Anche perché, nella coreografia che stavamo preparando, mi sarei trovato con le spalle rivolte verso il Papa e quindi non sarei riuscito a vederlo. Ho messo in comune questo mio dolore con uno dei miei compagni e abbiamo visto che questa circostanza poteva essere per me un invito di Gesù a fare una scelta più profonda di Dio solo. Sono andato in cappella e ho fatto questo passo, condividendo poi tutto con gli altri. Pochi giorni dopo ho ricevuto la notizia che ero stato scelto per consegnare un regalo al Papa. Era la risurrezione! Sentivo che era importante preparare bene questo momento, in modo che non fossi solo io a salutare il Papa, ma in me anche gli altri seminaristi e quelli del mondo intero. Consegnando il dono, ho detto al Papa che ero seminarista e lui mi ha risposto: «Che bello!». AI che mi ha chiesto il mio nome e io gliel’ho detto e ho chiesto la sua benedizione. Allora lui mi ha abbracciato. Ho concluso dicendo: «Sono un gens [seminarista che vive la spiritualità del Movimento dei focolari] e vogliamo portare al mondo l’unità!». Lui ha sorriso e ha acconsentito con la testa. Per me è stato indimenticabile. Ho trovato una persona accogliente e vicina, tanto diversa dall'immagine che avevo in precedenza. Mi sono reso conto che era una persona scelta da Dio, che si è lasciata guidare totalmente dallo Spirito Santo. Vuoto di se stesso è “pontefice”, “uomo dell’unità”. — pag. 43 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gen 5 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 ecns rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gens - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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