gen’s 2007/5-6 – Silvano Cola: scritti e testimonianze Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2007-5-6-silvano-cola-scritti-e-testimonianze/ — pag. 1 — Una vita spesa per i sacerdoti, per la realizzazione della Chiesa-comunione, per l'apertura di un dialogo universale; perché la persona umana raggiunga la maturità dell'Uomo: Gesù, e il sacerdozio Si realizzi come amore secondo la misura di Gesù in croce - un sacerdozio “mariano”, tutto vita e dono, che genera rapporti d'unità Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1 comma 2 DCB - ROMA SCRITTI E TESFIMONIANZE anno XXXVII settembre-dicembre » — pag. 2 — E pregi ‘ Î RL bel i ; _ : a ' ' , ‘ n ni | h hi l li CAI ' Li Si } x a Na s o : tex L, — pag. 3 — Una vita spesa per i sacerdoti, per la realizzazione della Chiesa-comunione, per l'apertura di un dialogo universale; perché la persona umana raggiunga la maturità dell'Uomo: Gesù, e il sacerdozio si realizzi come amore secondo la misura di Gesù in croce - un sacerdozio “mariano”, tutto vita e dono, che genera rapporti d'unità Sinano Cola SCRITTI E TESTIMONIANZE — pag. 4 — Dedichiamo questo Quaderno di gen alla persona di d. Silvano Cola che ha concluso il suo viaggio terreno il 17 febbraio 2007. Poliedrica e di singolare autenticità, la vita di d. Silvano sin dagli anni ’50 è intimamente legata allo sviluppo del Movimento dei focolari. Fu con lui che Chiara Lubich fece nascere i “focolari sacerdotali” e che prese corpo il più vasto “Movimento sacerdotale” che oggi raggiunge circa 20.000 sacerdoti diocesani e diaconi permanenti e 5.000 seminaristi di filosofia e teologia in ogni angolo della terra. Tra essi un certo numero di ministri di varie Chiese e Comunità cristiane. È questo aspetto della sua vita che qui viene particolarmente in rilievo, senza dimenticare che d. Silvano operò, e con grande efficacia, anche in altri campi tra cui il Dialogo fra Movimenti ecclesiali e Comunità all’interno della Chiesa cattolica e l’elaborazione di una psicologia improntata alla reciprocità ovvero ad un’antropologia “trinitaria”. Riconoscenti per quanto d. Silvano ci lascia in eredità, come un patrimonio di vita e di pensiero da custodire e da far conoscere e portare avanti, abbiamo raccolto in questo Quaderno un'antologia dei suoi scritti più importanti pubblicati lungo quasi quattro decenni sulla rivista gens, assieme a testimonianze su di lui dal mondo intero. 00000000000000000000000000009000099000000200000009090000000020000000002 000000020 009000009008 0902000002000 2 200922000000 002 0000200000000 G00 0000000000000 — pag. 5 — — pag. 6 — Chiara Lubich Rocca di Papa, 17 febbraio 2007 Carissimi e carissime, stamane, sabato 17 febbraio, il Padre ha chiamato a sé il nostro don Silvano. Abbiamo celebrato per lui la Messa “Maria, porta del Cielo”. Tutti sapete come ha iniziato e seguito i nostri sacerdoti e tutto il mondo sacerdotale con generosità instancabile. “Avendoli amati li amò fino alla fine”. In riconoscenza offriamo preghiere e suffragi. Nel Risorto in cui tutti restiamo, Ollark. — pag. 7 — profilo Sacerdote per l'unità di Chiara Lubich In visita alla nascente comunità del Movimento dei focolari a Buenos Aires, Chiara Lubich il 12 maggio 1966 ha parlato dell’importante contributo che d. Silvano Cola ha avuto per la nascita del Movimento sacerdotale dell’Opera di Maria. Col permesso dell’autrice, offriamo ai lettori questa testimonianza, così come l’abbiamo potuta raccogliere. stato proprio il Signore Dio a mettere d. Silvano in contatto con la nostra Opera. Sin da quando l’ho conosciuto a metà degli anni ’50, mi ha fatto una grande impressione. Per me è una di quelle persone che già in vita hanno fama di santità perché la gente dice: quello lì è un santo. Ho avuto questa percezione ancora quando egli si trovava a Torino e sosteneva un folto gruppo di sacerdoti che vivevano profondamente la nostra spiritualità. Ma questa impressione è stata più evidente nel 1963-64, quando il suo { vescovo l’ha messo a disposizione | dell’Opera di Maria ed è venuto a Î Roma dove, per diverse circostanze, { per un lungo periodo ha dovuto abitare da solo. Lì ho visto che egli era \ capace non solo di reggersi in unità \ con altri, ma anche da solo, rivivendo on Desolata. In d. Silvano si riscontrava un’autorevolezza che nasceva dalla vita e che era fuori dal comune, tanto che a Torino le cose sono andate avanti anche dopo la sua partenza, perché lui, oltre a sostenere tutti gli altri sacerdoti che erano in contatto col Movimento, ha sostenuto pure quelli nella sua diocesi di origine. Mi ricordo che a Roma abitava in un appartamentino in Corso Vittorio Emmanuele, vicino al Palazzo della Cancelleria. Aveva pochissimi mobili e da solo provvedeva a tutto. Studiava Storia della Chiesa all’Università Gregoriana; poi diffondeva nuova vita, perché molti sacerdoti e religiosi desiderosi di vivere l’Ideale dell’unità andavano a trovarlo. Egli era ‘sempre pronto a donarsi e a dare a tutti. Ogni giorno faceva la spesa al mercato di Campo de’ Fiori. A Roma era sorprendente vedere un sacerdote in tonaca a fare le compere. E le donne del mercato facevano a gara: «Venga da me, padre, venga da me, venga da me!». Perché con il suo sorriso e il suo modo di fare si era reso simpatico a tutti. Era sempre nella gioia, in Gesù risorto. Così d. Silvano ha incominciato da solo, senza appoggi. Ricordo una lettera che mi aveva scritto, diventata storica, perché con essa, in certo gen's 5-6/2007 - 85 — pag. 8 — wu é senso, è nato il ramo sacerdotale del Movimento: lì si è costituito. In quelle righe c’era un tale amore alla sapienza e una tale intelligenza nel saper fare unità con tutti, chiunque fossero, sapendo scegliere e discernere ciò che è sapienza da ciò che non lo è, un tale amore per la Madonna di cui si sentiva servo, e anche una bellissima ‘unità con me, che mi sono detta: se c’è una persona così fra i sacerdoti che seguono l’Ideale dell’unità, perché non ce ne possono essere tanti? Ricordo di avergli inviato in risposta la copia di un arazzo che raffigura Gesù che si è cinto e lava i piedi agli apostoli, Gesù che serve. D. Silvano lo ha preso come il modello del sacerdote focolarino: uno che non viene per dirigere ma per servire. Perché, se Gesù ha servito gli apostoli, il sacerdote nell’Opera di Maria deve essere un sacerdote “mariano” e quindi al servizio di tutti. Questa è Maria: «Ecce ancilla Domini...)». Quell’arazzo era, forse, uno dei pochi pezzi d’arredamento in quell’appartamento. Oltre allo stretto necessario, d. Silvano aveva appena qualche brandina per ospita- 86 - gen's 5-6/2007 profilo re qualcuno. Ma andava sempre avanti nella gioia e sorrideva sempre. Naturalmente il Signore non ha lasciato sola una persona così, e allora si sono aggiunti altri: dapprima un sacerdote, poi un altro e ancora un altro. Ricordo poi che aveva sempre tante persone da confessare. Molte persone in difficoltà si rivolgevano a lui. Passeggiava davanti alla sua casa, magari per due, tre ore, con questa o quell’altra persona, per ascoltarla. E raggiungeva un doppio scopo: di tener su spiritualmente la persona e anche di guarirla. Quando ho notato questa figura così speciale ho pensato: qui sta nascendo una cosa nuova. Ed è stato allora che gli ho inviato appunto quella raffigurazione della lavanda dei piedi, scrivendogli: «Mi hanno regalato questa stampa di un arazzo trentino. Osservandone il motivo, ho subito pensato che sia destinato al centro sacerdotale». E sull’intestazione ho scritto: «Per il focolare dei sacerdoti focolarini»). ee | — pag. 9 — profilo Uomo fatto Chiesa di mons. Giuseppe Petrocchi In apertura della messa del funerale al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, mons. Giuseppe Petrocchi, vescovo di Latina, ha tratteggiato con poche ed essenziali pennellate questo profilo di d. Silvano Cola. ermettetemi di comunicarvi alcuni pensieri, che mi sono scaturiti, di getto, nell’anima. D. Silvano ha varcato la soglia del tempo ed è approdato nell’eternità di Dio. Nell’anima non avvertiamo il rintocco mesto delle campane a lutto, ma il suono gioioso delle campane a festa, che annunciano la Pasqua. D. Silvano ha compiuto il santo viaggio, e il cuore ci assicura che vive già nella comunione dei santi, in Paradiso. Perciò, pur avvertendo il dolore del distacco, l’abito interiore che oggi ci sembra giusto indossare è quello della letizia, e i sentimenti opportuni sono quelli della riconoscenza e della lode. Ricordo un episodio, avvenuto nel 1969. Insieme a mons. Luigi Bonazzi, mio compagno di seminario — oggi nunzio apostolico a Cuba — venimmo da Roma a Grottaferrata, a Villa Luce. Lì ebbi il mio primo colloquio con d. Silvano. Non ricordo cosa ci dicemmo, ho però molto nitida nella mente l’impressione forte che mi si stampò nell’anima: tanto che — uscendo — dissi a Gigi: «Se san Paolo vivesse oggi, io me lo immaginerei così, con la figura e con lo stile di d. Silvano. Quest'uomo è un gigante». A distanza di quasi 40 anni da quell’incontro, sento di confermare quella intuizione, con l'aggiunta che i contatti avuti frequentemente con lui, in questo arco di tempo, mi consentono oggi di identificare meglio alcuni di quei “tratti paolini”, generati in d. Silvano dall’Ideale dell’unità: © pensiero vigoroso ed universale, la vita donata all’unità (per la quale si è consumato senza risparmio, fino all’ultimo), la libertà di spirito, la passione per la Chiesa, la lungimiranza profetica, il coraggio innovativo, la ricerca del dialogo a tutto campo, la perseveranza confidente anche / nelle prove più dure, la testimonianza luminosa dell’amore che sa soffrire. w In lui ho avvertito sempre un “Cuore di Padre”, che compariva nel sorriso (non mancava mai dal suo volto!); nello sguardo, attento, ma sempre benevolo e mai indagatore; nella parola, essenziale e profonda, cadenzata da frasi brevi, ma spesso “folgoranti”: una esposizione convin- gen's 5-6/2007 - 87 — pag. 10 — 8 ta e pacata, la sua, intervallata da efficaci pause di silenzio. Era un tipo intuitivo, capace di andare subito al centro della questione. Aveva, inoltre, una intelligenza creativa, robusta ed originale, capace anche di una travolgente dialettica. Su ogni espressione e su tutti i gesti si manifestava la sua affabilità accogliente; l’entusiasmo contagioso e la gioia coinvolgente, che scaturiscono dal vivere la carità. Nel confronto interpersonale aveva un rispetto profondo: non imponeva nulla, ma lasciava che ognuno maturasse le idee giuste: da dentro, nel modo opportuno e con il tempo dovuto; guadagnava il consenso con mitezza, diventando trasparenza viva del Vangelo. Un amore, il suo, che scardinava difese e chiusure psicologiche, anche le più ermetiche. Aveva l’arte di capire e di dare consolazione e speranza. Un maestro straordinario, perciò, anzitutto perché modello di una vita spesa per l’unità. Appariva interiormente “compatto”: senza linee di frattura dentro. Nell’avvicinarlo ciascuno poteva sentire d. Silvano come “suo”, ed era proprio così: intero per ciascuno e tutto di tutti. Lasciarsi accogliere nella grande casa del suo cuore significava immancabilmente incontrare tanti altri e fare con loro famiglia. Ha formato, con l’Ideale dell’unità, molte generazioni di sacerdoti e di seminaristi. Dio gli ha dato anche la grazia di vedere nascere, da quella dedizione, un buon numero di vescovi. Tra questi, ci siamo anche noi, che concelebriamo questa Eucaristia. Vorrei esprimere quello che mi passa nel cuore attraverso una immagine. Nell’orto botanico di Ninfa, non lontano da qui, si trova una pianta straordinaria, la “magnolia Campbelli” è un albero raro, proveniente dall’Himalaia. Man mano che cresce, i suoi rami si dispongono a raggiera, formando una serie concentrica di anelli, che si sviluppano in successione: dal più largo, alla base, fino al più piccolo, al ver- 88 - gen's 5-6/2007 profilo tice. Solo dopo molti anni, quando tutte queste “corone” si sono completate, l’albero comincia a fiorire. Inizia dall’anello più in basso, al quale si aggiunge, ogni anno, l’anello successivo. Quando è tutto fiorito, l’albero muore. Muore non perché decadente, ma perché ha raggiunto la pienezza della vita. Così è avvenuto per d. Silvano: questo prezioso “albero di vita”, animato dal carisma dell’Opera di Maria, ha portato frutti splendidi nella Chiesa e nel mondo, e, quando è arrivata la stagione del compimento, è stato trapiantato nel giardino del Cielo, dove, ne siamo sicuri, continuerà a portare, ancora più di prima, i frutti della verità, dell’amore e della bellezza: cioè i frutti dell’unità. Se uno mi chiedesse: «Chi era— o meglio — chi è d. Silvano?», risponderei: «Un autentico figlio di Chiara; perciò, un uomo di comunione, e, proprio per questo, un uomo-fatto-Chiesa». Sì, lo dico con fierezza evangelica, d. Silvano ha dato un importante contributo per rendere la Chiesa più-una, più-santa, più-cattolica, più-apostolica. In una parola: per fare la Chiesa più Chiesa. La storia darà la possibilità di valutare meglio le dimensioni di questa “epifania” che lo Spirito Santo ha suscitato in lui e attraverso lui. Con questi sentimenti, a nome della Chiesa, ringrazio Chiara per averci donato un sacerdote così. Ed ora, insieme con tutta l’Opera e con quanti hanno conosciuto ed amato d. Silvano, cantiamo il nostro “magnificat”, per le grandi cose che Dio ha compiuto in lui. E per essere degni non solo di pregare “per” lui, ma anche di “pregare lui”, chiediamo perdono di tutte le nostre mancanze, affinché lo Spirito ci renda un “cuor solo e un’anima sola”, e, con la stessa voce, ci consenta di invocare il Signore Gesù, il Crocifisso-Risorto: Colui che era, che è e che viene! — pag. 11 — profilo 9 Tappe di una vita di Hubertus Blaumeiser in collaborazione con Enrique Cambén Una rielaborazione del profilo di d. Silvano Cola che è stato letto al suo funerale, il 20 febbraio 2007. A rapidi tratti si evoca il molteplice apporto che egli diede per diffondere, nel- * l’ambito della Chiesa ed oltre, lo spirito dell’unità. Sono riportati nel testo vari brani autobiografici tratti da recenti suoi interventi. on Silvano oggi lo sentiamo vivo fra noi, più vivo ancora di quanto lo abbiamo sentito in tutti questi anni! È stato la prima pietra del “Movimento sacerdotale”, tanto che Chiara Lubich lo considera come un cofondatore di questa branca del Movimento dei focolari. Ed è stato una colonna dell’Opera di Maria non solo per la parte sacerdotale, come sottolineano le toccanti testimonianze che stanno giungendo dal mondo intero. L'incontro con l'Ideale dell'unità Lasciamo parlare d. Silvano stesso di quella luce che, come un marchio indelebile, ha segnato per sempre la sua vita: l’incontro con l’Ideale del- l’unità. Ecco la trascrizione di un suo intervento nell’aprile 2006: «Ero sacerdote dal 1950, quando nel 1954 ho conosciuto l’Ideale dell’unità incontrando a Torino una delle prime focolarine, Angelella Ronchetti. In mezz'ora quella giovane donna è riuscita a sconvolgere tutte le mie certezze clericali. Non sono riuscito a dormire per tre notti di seguito, finché, per non impazzire, ho pensato bene di andare a rendermi conto di che cos’era questa “nuova vita”. Sono entrato nella casa dove Angelella abitava, e ho trovato un’altra delle prime compagne di Chiara, Doriana Zamboni. È stata un’ora di luce immensa da farmi veramente rinascere tanto che, quando poi scendevo le scale, mi veniva spontaneo cantare un pezzo gregoriano, l’antifona della Domenica in Albis: «Come or ora generati, cercate il latte della sapienza». Naturalmente da allora ogni momento libero dal lavoro andavo in quel focolare». In un’altra occasione, proseguì così il racconto di quello che ha provocato in lui l’incontro con il carisma dell’unità: «D'estate ci si ritrovava in Mariapoli, sulle Dolomiti. Lì si componeva un popolo nuovo variegato che, venuto unicamente per amare, gen's 5-6/2007 - 89 — pag. 12 — 10 faceva sperimentare l’anticamera del Paradiso. In quell’ambiente anche un bambino che raccontava come aveva vissuto la Parola di vita, veniva ascoltato con interesse da tutti, ingegneri, deputati, operai, sacerdoti e anche vescovi. Si capiva che, davanti a Dio, non conta nessun ruolo ma solo l’amore». «In Mariapoli una delle prime focolarine mi ha detto con semplicità: “Le racconto una mia’ esperienza. Lei lavora coi ragazzi abbandonati. Domani ritornerà a casa. La prima sera andrà benissimo. Il secondo giorno andrà pure benissimo, perché sarà tuttora vivo in lei lo spirito che si respira qui. Il terzo giorno andrà un po’ meno bene e il quarto ancor meno. Fin quando, dopo una settimana, concluderà che la vita che si vive in Mariapoli è tutta utopia, mentre la vita reale è ben diversa. Si ricordi allora, d. Silvano, di abbracciare questa negatività come fosse la sua strada per arrivare a Dio. E Gesù abbandonato che le viene incontro in questa situazione. Creda, anche quando tutto porta a non credere, creda che Dio è Amore e che egli ama tutti”. Per me è stata la chiave di soluzione per tutta la mia vita, fino ad oggi». Crisi esistenziale D. Silvano nacque a Camerino nelle Marche il 22 gennaio 1928. Suo padre era guardia forestale e così la famiglia presto si trasferì a Torino. Fu ordinato sacerdote ad appena ventidue anni e mezzo, il 27 giugno 1950. In contemporanea con il seminario aveva studiato anche psicologia all’Università statale. Da giovane sacerdote lavorava nella Città dei Ragazzi, dedicandosi con grande successo ai ragazzi abbandonati e con problemi. «Per quattro anni — racconta — mi pareva di essere arrivato al culmine. Poi sono entrato in crisi, perché avevo l'impressione che la teologia studiata in seminario non serviva per il mio ministero. Sono andato 90 - gen's 5-6/2007 profilo in crisi a tal punto che onestamente avevo deciso di lasciare il sacerdozio». Fu a questo punto che scoprì l’Ideale dell’unità. Conobbe qualche settimana dopo anche uno dei primi focolarini, Vittorio Sabbione, affermato avvocato a Torino. Con Vittorio ebbe un profondo scambio di esperienze nel quale sperimentò per la prima volta in maniera conscia la realtà di “Gesù in mezzo” (cf Mt 18, 20) che si realizza là dove si vive l’amore reciproco. «Era qualche cosa di straordinario — afferma — mai provato in vita mia». Tanto che, salutando Vittorio, gli disse con il linguaggio schietto che gli era caratteristico: «Io lavoro in mezzo ai delinquenti. Sono anch’io un mezzo delinquente e forse andrò all’inferno. Ma anche se andassi là, questa esperienza me la porterò dietro». Nasce il «focolare sacerdotale» In seguito alla sua andata in Mariapoli, d. Silvano divenne sempre più il naturale punto di riferimento per i sacerdoti diocesani che avevano iniziato a vivere l’Ideale dell’unità. Fu, in quegli anni, particolarmente vicino a d. Foresi, primo focolarino sacerdote, che sin dall’inizio degli anni ’50, aiutava Chiara nella realizzazione dell’Opera di Maria. Erano anni difficili in cui — dopo l’approvazione diocesana dell’arcivescovo di Trento — l’autorità ecclesiastica romana studiò a fondo il Movimento che, nel contesto preconciliare, portava con la sua vita e con la sua spiritualità tante novità dirompenti. Lasciamo ancora la parola a d. Silvano. «Dopo l’ultima Mariapoli sulle Dolomiti, la Conferenza episcopale italiana nel 1960 ha pensato bene di distaccare i sacerdoti e i religiosi dal Movimento, perché ancora era sotto studio da parte della Chiesa cattolica. Chiara ci ha solo detto: “Ubbidite alla lettera, questo è tutto il nostro Ideale”. Nessuno però ci aveva proibito di — pag. 13 — profilo trovarci tra sacerdoti. Era difficile realizzare fra noi quella stessa unità che avevamo sperimentato con i focolarini, ma poi ci siamo riusciti”. Il 7 settembre del 1962 terminò questa proibizione. Nell’estate del 1963, ad Ala di Stura vicino a Torino, si tenne allora il primo incontro di sacerdoti di tutta Europa e alcuni anche da fuori Europa. Fu un raduno straordinario. Ma quell’estate segna una tappa decisiva anche per d. Silvano personalmente: «Profondamente impressionato da questo incontro ad Ala di Stura, Mons. Tinivella, allora amministratore dell’arcidiocesi di Torino, decise di mettermi a disposizione per il Movimento. Venni quindi a Grottaferrata e poi a Roma, dove ho abitato per un periodo in focolare con d. Foresi. Successivamente si capisce che è bene cercare un appartamentino vicino, in Corso Vittorio Emmanuele; vivo li, da solo, per alcuni mesi, finché, pensando che Chiara non ha più avuto notizie di me, decido di scriverle. Comincio la lettera, quasi scherzosamente, con queste parole: “Carissima Chiara, vuoi sapere come è il mio focolare? E grande e pieno di luce...”. E le racconto come trascorrono le mie . giornate. La mattina dopo arriva una focolarina, mi porta un rotolo e una lettera che inizia con queste parole: “Per il focolare dei sacerdoti focolarini. Chiara a d. Silvano”. Era nato dunque, oltre al focolare femminile e a quello maschile, anche il focolare sacerdotale. Il rotolo conteneva una copia di un arazzo di Trento che raffigurava Gesù che lava i piedi agli Apostoli. Chiara a commento scriveva: “Destinato al Centro sacerdotale, osservandone il motivo”. Fu per me e per noi un forte incoraggiamento a vivere il nostro sacerdozio come puro servizio, in modo “mariano”». I sacerdoti e diaconi «volontari» Col tempo, a fianco dei sacerdoti e diaconi focolarini, andò delineandosi ancora un’altra espressione del Movimento dei focolari che prende ufficialmente forma a partire dal giugno 1976: i “sacerdoti e diaconi volontari”, chiamati a portare lo spirito dell’unità il più al largo possibile nel mondo ecclesiastico. Erano gli anni del Concilio Vaticano II e d. Silvano si rese subito conto di quanto il carisma dell’unità avesse da offrire per realizzare le prospettive innovative che i Padri conciliari indicavano alla Chiesa. Quando il 7 dicembre 1965 venne promulgato il Decreto Presbyterorum Ordinis, sulla vita e il ministero sacerdotale, esultò. Cera una sintonia perfetta con quello che il carisma del Movimento aveva aiutato i sacerdoti a vivere. Seguirono anni di grande sviluppo. La «Scuola sacerdotale» Nell'autunno del 1966 Chiara e d. Foresi fondarono a Grottaferrata la cosiddetta Scuola sacerdotale, poi stabilitasi a Frascati e in seguito nella cittadella del Movimento a Loppiano nei pressi di Firenze. Essa avrebbe offerto a migliaia di presbiteri e seminaristi diocesani l'opportunità di fare un tirocinio pratico di “vita d’unità”, ‘aiutandoli a realizzare con i loro vescovi, nei loro presbitéri e nelle comunità parrocchiali loro affidate, la Chiesa-comunione del Vaticano II. Per un anno fu d. Silvano a portare avanti questa Scuola. Poi quella realtà passò in altre mani, mentre egli si dedicò a tempo pieno a seguire la vita dei sacerdoti, sempre più fiorente, a livello internazionale. Ma rimase sempre punto essenziale di riferimento per questo primo “Centro di spiritualità di comunione per sacerdoti, diaconi e seminaristi”, come oggi si chiama la “Scuola sacerdotale”, che nel frattempo si è moltiplicata nel mondo. 11 gen's 5-6/2007 - 91 — pag. 14 — 12 Il Movimento parrocchiale e la nuova generazione sacerdotale Sempre nel 1966, Chiara diede inizio pure al Movimento parrocchiale e d. Silvano, coadiuvato da d. Giò Aruanno, ne accompagnò i primi passi. Irradiando la spiritualità dell’unità nelle parrocchie, fiorirono comunità parrocchiali che ebbero il sapore delle prime comunità cristiane. Nel 1968, poi, in un momento di forte crisi dei seminari, Chiara confidò a d. Silvano il suo desiderio di venire in aiuto alla Chiesa, prendendosi cura anche di giovani seminaristi. Nacque così il Movimento gens (acronimo per “generazione nuova sacerdotale”) e, in seguito, la Rivista di vita ecclesiale gens che lungo gli anni ospitò molti interventi e studi di d. Silvano. Le pubblicazioni Molti ricordano i suoi scritti e le sue pubblicazioni (22 solo i libri!) che raggiunsero un vasto pubblico ben oltre il campo sacerdotale: dalla prima traduzione delle Lettere di san Girolamo, in quattro volumi, agli articoli — per fare solo qualche esempio — sulla rivista Città Nuova, poi raccolti in volumetto, in cui rievocò lo sviluppo del dogma cristologico e trinitario sotto forma di originali reportages d’epoca. «Teologia per casalinghe», egli li chiamava scherzosamente. La cosa però che più colpiva nel “don Silvano intellettuale” era la sua apertura mentale. Era un intuitivo, e il suo era un pensiero creativo. Soffriva con i dolori dell’umanità e i limiti ecclesiali cercando risposte adeguate ai tempi, prospettive che partissero dalla centralità del Vangelo e rispondessero alle esigenze autentiche che maturano nell’umanità, non di rado anche dietro ad atteggiamenti e formulazioni sbagliate o insufficienti. 92 - gen's 5-6/2007 profilo La «più grande concelebrazione» Tra le gioie più grandi della vita di d. Silvano, fu la Giornata del 30 aprile 1982 che riunì, nell’ Aula Paolo VI in Vaticano, 7.000 sacerdoti, religiosi e seminaristi aderenti allo spirito dei Focolari. Giovanni Paolo II tenne un memorabile discorso in cui parlò di Gesù crocifisso e abbandonato e dell’unità come «grandi componenti del messaggio evangelico» e presiedette quella che L'Osservatore Romano definì «la più grande concelebrazione da quando fu istituita l'Eucaristia». Chiara Lubich parlò del sacerdote come «uomo del dialogo» e indicò Gesù abbandonato come modello. D. Silvano, nel suo intervento, le fece da eco: «Ho capito in verità cos’è il sacerdozio, perché è proprio con l'abbandono e la morte in croce che Gesù ha generato la Chiesa assumendo in sé il peccato e il dolore universale» (testo integrale a pp. 19-21 di questo Quaderno). Quando Giovanni Paolo II nel 1990 convocò il Sinodo dei vescovi sulla formazione sacerdotale nelle circostanzi attuali, d. Silvano fu invitato come uditore. Poté prendere la parola in Assemblea plenaria con un intervento che fece forte impressione (cf. articolo a pp. 32-35 di questo Quaderno). «Uomo di dialogo» Nel 1998 iniziò una nuova avventura. In seguito al grande incontro di Giovanni Paolo II con i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità in Piazza san Pietro, venne affidato a d. Silvano e a Valeria Ronchetti, una delle prime compagne di Chiara, il «Dialogo all’interno della Chiesa cattolica» volto in particolare a rafforzare la comunione fra le diverse espressioni della dimensione carismatica della Chiesa. Insieme a Chiara e Valeria Ronchetti, d. Silvano negli anni successivi seppe tessere — pag. 15 — profilo una rete impressionante di rapporti di amicizia fra il Movimento dei focolari e fondatori e responsabili di altri Movimenti. Ovunque si fece apprezzare per il suo tratto fine e rispettoso, per la gioia che irradiava e per la sua capacità di immedesimazione con gli altri, oltre che per la sua apertura e la sua schiettezza e sincerità (cf. testimonianze alle pp. 156-160). Mistero pasquale e psicologia Sono innumerevoli le persone legate a d. Silvano e da lui aiutate e sostenute. Si donava a tutti, senza pretendere nulla. Ed era per tutti, anche per persone senza contatto con la Chiesa, amico e fratello. Realizzò così quanto Chiara aveva scritto tanti anni fa in due appunti a lui molto cari: «Oggi i tempi esigono più che mai l’autenticità: non bastano più semplici uomini ordinati sacerdoti: occorrono sacerdoti-Cristo, sacerdoti-vittime per l’umanità». E in un altro scritto: «Il sacerdote ideale è sempre morto a sé perché ama Gesù abbandonato, ama al punto tale che questo diventa come un abito. Esserlo, Gesù abbandonato, non dirlo: essere sempre vuoti di sé». D. Silvano era affascinato da Gesù come “l'Uomo per eccellenza”. Ravvisava nell’accettazione dell’abbandono in croce la massima realizzazione della maturità umana. Fu questo uno dei contributi che egli portò quando verso la fine degli anni ?90 venne chiamato alla Scuola Abbà, il centro studi del Movimento dei focolari, ed iniziò a promuovere, assieme alla focolarina dott.ssa Simonetta Magari e ad altri psicologi, l’approfondimento della psicologia alla luce del carisma dell’unità. Negli ultimi anni d. Silvano parlava spesso del “decondizionarsi”, sottolineando come Gesù ci abbia insegnato a staccarci da tutto e — nel momento dell’abbandono — persino da Dio. Con questa convinzione profonda, durante l’ultimo grande incontro del Movimento sacerdotale nell’aprile 2006, invitò tutti a “consacrarsi” a Gesù abbandonato, facendo propria la nota meditazione di Chiara: «Ho un solo Sposo sulla terra...». Fu un’idea che egli promosse con decisione, guidato come da una luce interiore, e divenne una pietra miliare nella vita di tanti partecipanti. «Guardava lontano» Nei mesi successivi parlò ripetutamente e con fascino di quel sacerdozio “mariano” che nasce dalla vita del carisma dell’unità. Ne fece la sua consegna, quando il 30 dicembre 2006 incontrò a Grottaferrata un gruppo di seminaristi di diverse nazioni, il suo ultimo intervento in pubblico (cf. l’articolo alle pp. 53-54). In quei giorni, cominciò ad accusare forti dolori alla schiena che, a sorpresa, gli hanno impedito di partecipare all’annuale Convegno dei sacerdoti focolarini a metà gennaio. Per quanto avesse preparato questo incontro con molta cura, lo seppe “perdere” con semplicità e persino nella gioia. E il raduno portò frutti oltre ogni attesa: «Certe decisioni prese con radicalità mi sembrano il punto più alto toccato nei nostri incontri», commentò leggendo le impressioni e i propositi di tanti dei partecipanti. Durante le ultime settimane fu costretto a passare gran parte della giornata a letto. Ma da quella stanza continuava a prodigarsi per le realtà che gli erano affidate, rispondendo a lettere ed e-mail fino all’ultimo giorno. Allo stesso tempo, come un profeta, guardava lontano. Seguiva con speciale attenzione gli sviluppi dei grandi dialoghi del Movimento dei focolari — ecumenico, interreligioso e quello con persone di convinzioni non religiose — e delle cosiddette “inondazioni”, che intendono diffondere lo spirito dell’unità nella società e nei vari ambiti della cultura. 13 gen's 5-6/2007 - 93 — pag. 16 — n14 Un’eco tutta particolare ebbe in lui il discorso di Benedetto XVI ai vescovi amici del Movimento dei focolari e ai vescovi amici della Comunità di Sant’Egidio, nel quale il Papa parla dei Movimenti come «dono provvidenziale dello Spirito Santo alla Chiesa» e della comunione tra i carismi come «segno dei tempi» incoraggiante e importante. Considerando questi ed altri sviluppi, una settimana prima della sua morte confidò: «Sto pensando che la preghiera più bella, dopo il “Padre nostro” e 1°*Ave Maria”, è il “Magnificat”. E si sta proprio realizzando». E citava in latino vari versetti: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore... Ha rovesciato i potenti dai troni... Ha ricolmato di beni gli affamati». Poi aggiunse: «Piano piano, ma ormai si va realizzando». 94 - gen's 5-6/2007 profilo Stare in quel periodo vicino a d. Silvano era in qualche modo un presagio di Paradiso, per la forte presenza di Gesù in mezzo che avvolgeva di luce e “trasfigurava” questa tappa della vita di per sé difficile e cruda. Così fino all’improvviso, eppure atteso, incontro con lo Sposo — il 17 febbraio, di buon mattino — per un arresto cardiaco. Molti anni fa, Chiara aveva suggerito a d. Silvano una Parola paolina, come programma per la sua vita: «... così da diventare modello per tutti i credenti» (/7s 1, 7). Numerose testimonianze che giungono da ogni angolo della terra, fanno pensare che sia avvenuto proprio così. | — pag. 17 — ANTOLOGIA : DI SCRITTI - Il carisma dell'unità © e i sacerdoti, — pag. 18 — 16 i sacerdoti e l’unità La luce che mi colpi L'incontro con l'Ideale dell'unità (19 aprile 2006) Davanti a 1000 sacerdoti, diaconi e seminaristi riuniti dal 19 al 21 aprile a Castel Gandolfo per il Congresso «Chiesa oggi», d. Silvano racconta del suo incontro con la spiritualità dell’unità avvenuto nei primi anni ‘50: scoperta sconvolgente del Vangelo vissuto con radicalità, di una vita a mo’ della SS. Trinità. (da gen 4 3-4/2006, pp. 33-35) 96 - gen's 5-6/2007 uando sono stato ordinato sacerdote pensavo di essere già arrivato alla maturità umana e spirituale perché oltre agli studi filosofici e teologici avevo preso il diploma magistrale, avevo studiato pedagogia all’università di Torino, avevo preso il diploma in psicologia, lavoravo a Torino in una città di ragazzi abbandonati, facevo scuola di psicologia sociale alle e agli assistenti sociali. Dopo soli quattro anni di sacerdozio sono entrato in una crisi intellettuale, perché pensavo che tutta la filosofia e teologia studiata non servisse assolutamente a nulla nel ministero. Pensavo onestamente di lasciare il sacerdozio quando un amico che studiava al politecnico di Torino, e che non conosceva per niente quanto mi passava per l’anima, un giorno mi disse: «Sai, Silvano, ho conosciuto un Movimento...». Lo bloccai immediatamente. Per me, psicologo, un movimento mi dava l’idea di un leader davanti e di tanti pecoroni dietro, il contrario di una realizzazione di sé. La sua insistenza durò almeno due mesi, ma ancora non era riuscito a dirmi il nome del Movimento. Un giorno mi affrontò: «Senti, Silvano, tu sei un prete cattolico e io sono cattolico; ho conosciuto un Movimento che non so se è protestante o cattolico: devi conoscerlo almeno per dirmi se posso farne parte!». Non mi sono accorto che era una trappola. Con grande prosopopea ho risposto. «Se è solo per questo...». Dopo un’ora ci troviamo in un appartamento dove c’era una sola signorina che ci accoglie, ci saluta, e noi ci sediamo, stando in silenzio. Lei con un sorriso dice: «Se voi non parlate, devo parlare io. Cosa vi racconto... forse come passiamo la nostra giornata... Ecco, appena ci svegliamo riscegliamo Dio come l’unico tutto della nostra vita...». Per me fu il primo colpo: sentii torcersi lo stomaco (in dodici anni di seminario non — pag. 19 — i sacerdoti e l'unità avevo sentito una frase del genere). Poi — continua — «prepariamo la colazione per Gesù nelle nostre compagne, andiamo in ufficio ad amare Gesù nel capoufficio, ad amare Gesù nelle nostre colleghe d’ufficio...»). Credo di non aver mai sofferto tanto come in quella mezz'ora. L'unico pensiero insistente era: «Ma questa è immacolata!» Dentro di me ero stravolto. Quando uscimmo dissi all’amico: «Se sono protestanti o cattoliche non te lo so dire, so soltanto che è successa una cosa importante». Scappai (avevo la moto). Non riuscii più a dormire per vari giorni. Ero un automa anche nel lavoro; continuavo a chiedermi: «Ma chi sono queste persone?». Mi dissi allora: «Se continuo così divento matto: devo rendermi conto di chi siano». E tornai da solo nello stesso appartamento. Mi aprì un’altra signorina che salutai, chiedendole se non era in casa quell’altra che mi aveva parlato. Rispose che era sola, e io un po’ abbattuto le dissi: «Per favore, quando ritorna le dica che è passato di qui d. Silvano». E lei: «Ah, ma lei è d. Silvano, venga avanti!». Non l’avevo mai vista in vita mia, e lei già mi conosceva. Rimasi in silenzio. Lei mi parlò raccontandomi la sua e la loro esperienza spirituale. «Inizia la vita nuova» Quando uscii, per le scale cantavo: «Quasi modo geniti infantes — come bambini appena nati cercate il latte della sapienza». Era come se fossi nato in quel momento. La vita passata non esisteva più e non mi interessava, come se non avesse avuto alcun valore. Con la gioia nel cuore pensavo: «Incipit vita nova», come ha scritto Dante nel canto del Paradiso. Avevo capito che del Vangelo non avevo capito niente: sapevo parlarne, ma non l’avevo vissuto. «Dicono, e non fanno» — e sant’Agostino nel Sermone 74 aveva commentato: «Se dicono e non fanno sono gente cattiva, e se sono cattivi non possono dire cose buone». Mi ero visto fotogra- 17 fato. E mi sentivo abbagliato dalla luce nuova che sgorgava dal Vangelo. Per almeno due mesi in ogni momento libero dal ministero andavo dalle focolarine: stavo in silenzio, in contemplazione, ascoltando sapienza: il Vangelo vissuto nella vita normale quotidiana. Avevo visto dischiudersi finalmente la novità del Vangelo. Distruzione e risurrezione dell'io nel noi Quando per la prima volta andai dai focolarini, conobbi Vittorio Sabbione, un grande avvocato di Torino. Mi raccontò come viveva questa nuova spiritualità da avvocato, cose che non avrei mai immaginato potessero succedere, e allora anch’io mi azzardai a raccontargli le piccole esperienze fatte in quei due mesi. In questa comunione mi colpì moltissimo una nuova realtà mai sperimentata, che poi ho capito essere quello che chiamavano “Gesù in mezzo”, tanto che salutandolo gli dissi: | «Vittorio, lavorando con i ragazzi abban- | donati e delinquenti sono diventato anch’io mezzo delinquente e forse lo sarò sempre, ma anche se vado all’inferno questa esperienza me la porto dietro». Era la | distruzione e la risurrezione dell’io nel / “noi” e, contemporaneamente, era “paradi so”. Il mondo era fuori. 4 Dopo sei mesi, ai primi di luglio del *55, andai a Vigo di Fassa, nel Trentino, dove per la prima volta partecipai ad uno di quegli incontri estivi che si chiamano Mariapoli. Un mondo nuovo, straordinario. Vidi Chiara, vidi la sua straordinaria semplicità e normalità evangelica, armonia. Capii cosa era una persona che portava un carisma. Impegnatissima, mi disse che avrebbe mandato una delle sue prime compagne a parlarmi. Con lei scoprii il segreto di Dio e dell’uomo: dimenticare il proprio io per poter amare veramente l’altro. Non spiego oltre. Basterebbe capire a fondo cosa vuol dire Gesù quando dice: «Il Padre è in me e io sono nel Padre». Fino a gen's 5-6/2007 - 97 — pag. 20 — 18 questo punto arriva l’ Amore. Per questo si capisce l’altra affermazione: «Il Padre e io siamo una cosa sola». Gesù abbandonato è l’unica vera chiave per arrivare all’Uno. È questo il modello trinitario che anche i cristiani devono cercare di vivere: «Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi». Per dirla in breve: sono queste le tre rivelazioni — così posso chiamarle, perché per me lo sono state — che mi si sono piantate nell’anima: Dio-Amore come unico tutto della nostra vita — prima del sacerdozio, prima del ministero, prima della nostra famiglia — ; vedere Gesù in tutti perché tutti siamo creature e figli di Dio, uomini come Gesù è stato uomo, anzi, l'Uomo; Gesù crocifisso e abbandonato, ossia l’Uomo al culmine della sua maturità umana, libero da ogni condizionamento, anche nel momento del buio della sua 98 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità separazione dal Padre, quando per amore si rimette al Padre. C'era solo ‘un difetto: l’unità, questo paradiso, era più facile attuarla con le focolarine e i focolarini che tra sacerdoti (il nostro Ego sacerdotale era molto accentuato). C’è voluta la proibizione, data dalla Conferenza episcopale in Italia, di continuare ad avere contatti con il Movimento dei focolari, proibizione che durò dal 1959 al 1960, per costringerci a fare un passo che sembrava impossibile: con un gruppetto di sacerdoti, per non perdere la Vita trovata, facemmo un patto di unità: «Piuttosto morire che perdere Gesù in mezzo a noi». E siamo ancora qui, nella splendida famiglia del Movimento dei focolari, famiglia di Dio, perché Gesù ne è l’unico vero legame. | — pag. 21 — i sacerdoti e l’unità II volto dell’'Abbandonato nel mondo sacerdotale 19 Alla Giornata di 7000 sacerdoti e religiosi nell'Aula Paolo VI (30 aprile 1982) on voglio essere umana- mente ottimista, ma divinamente ottimista sì, di quell’ottimismo che viene dalla speranza teologale che è certezza. E per questo ottimismo che posso dire a voi e a me stesso che siamo fortunati di vivere in questo tempo in cui sembrano crollare tutti i valori, soprattutto quelli religiosi, tanto nel popolo cristiano quanto, quasi di contraccolpo, in noi sacerdoti e religiosi. Ci viene forse da sognare con nostalgia l’epoca eroica dei martiri quando, se non altro per il sangue versato, il cristianesimo germogliava e si diffondeva; guardiamo forse con nostalgia al tempo degli eremiti e dei cenobiti, al tempo in cui al posto del martirio di sangue iniziava quel martirio lungo e paziente di costruzione dell’uomo interiore attraverso la pratica delle virtù e l’esercizio sociale della carità; siamo forse un po’ nostalgici anche del Medioevo cristiano, quando l’unico linguaggio del popolo e dei governanti era il linguaggio teologico della Chiesa o il linguaggio esperienziale dei grandi mistici; e chissà, forse sentiamo nostalgia anche del periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando la Chiesa poteva ancora influire con successo sul fatto pedagogico di umanizzare l’uomo, un movimento più laico che religioso in verità, ma che tuttavia aveva ancora come punto d’arrivo non l’humanitas ma la divinitas dell’uomo. pe c’è stata la Riforma, e poi la Controriforma, e invece di guardare all’uomo e al mondo ci siamo spaccati tra noi, tra cristiani, mentre il mondo scivolava verso una pretesa autonomia della ragione dalla fede, e con l’illuminismo e col soggettivismo e col liberalesimo e col marxismo e col freudismo si è allontanato sempre più dalle radici religiose, creando in tal modo due mondi non più comunicanti: quello cosiddetto laico e quello ecclesiale, l’uno fondato sulla ragione — si dice — e l’altro sulla fede; e quando ai nostri tempi lo Stato laico ha cominciato a sostituirsi in qualche modo alla Chiesa anche nelle opere dell’assi- Promossa dai sacerdoti e religiosi aderenti al Movimento dei focolari, il 30 aprile 1982 si svolse in Vaticano, nell’Aula Paolo VI, la Giornata «Il sacerdote oggi. Il religioso oggi», che radunò 7000 sacerdoti, diaconi e seminaristi provenienti dai cinque continenti. Durante la mattinata, d. Silvano Cola propose questo sguardo molto realistico e contemporaneamente pieno di speranza sulla situazione del sacerdote nel nostro tempo. (da gen 6/1982, p. 3) gen's 5-6/2007 - 99 — pag. 22 — 20 stenza caritativa, abbiamo avuto l’impressione di una perdita totale del nostro ruolo di sacerdoti, non più mediatori perché sembra che non ci sia più niente da mediare, tanto che persino tra cristiani si arriva a pensare che Dio è morto. E ci siamo trovati spiazzati, quasi stranieri in questa città terrena, e abbiamo cominciato a sentire una crisi di identità personale e forse, quel ch’è peggio, a mettere in dubbio l’identità e il ruolo stesso della Chiesa nella storia contemporanea. Per quanto ancora attaccati coi denti alle verità della fede infusaci nel battesimo, e per quanto ancora le predichiamo, il nostro è piuttosto uno sforzo di credere alla fede che non fede nella potenza di Dio che è Gesù Cristo e il suo Vangelo. S° cosa succede alla maggior parte di noi: esteriormente ci presentiamo con delle certezze, ma interiormente siamo stati o siamo titubanti, forse angosciati, perché il razionalismo s’è infiltrato in noi; s’è infiltrato il sociologismo, lo psicologismo e fors’anche il naturalismo. Non sappiamo più per quale motivo siamo celibi, o dubitiamo sull’utilità storica del nostro celibato. Sappiamo che da Gesù fino all’ultimo Concilio si è sempre parlato di essere, tra sacerdoti, un solo corpo e un’anima sola col vescovo e tra noi, eppure molti di noi stanno morendo di solitudine e sperimentano il dramma della incomunicabilità col proprio pastore e con i propri confratelli a livello di anima, di pensiero, di collaborazione, e di economia. Abbiamo puntato tutto sulla liturgia e magari sull’unità manifestata dalle concelebrazioni, ma quella presenza di Gesù nelle celebrazioni liturgiche, quella presenza reale di Gesù eucaristico che dovrebbe essere causa ed effetto insieme dell’unità della Chiesa non viene poi tradotta nella nostra vita concreta. Quell’«dgite quod tractatis», che ci viene detto all’ordinazione, rischia di farci menzogneri, perché nella liturgia significhiamo un’unità ontologica che poi sconfessiamo nei rapporti interpersonali. E così il senso della vocazione ci viene meno, e forse anche il senso della vita, e poiché in Dio crediamo, nella nostra solitudine ci 100 - gen’'s 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità troviamo a gridare: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». bbene, non posso non ricordare che questo grido l’ho capito non come citazione d’un salmo, ma come “senso fondamentale della vita” proprio nel Movimento dei focolari, quando — mi riferisco agli anni ‘50 — ancora il parlare di Gesù abbandonato era considerato da molti quasi una dottrina nuova, sconosciuta alla Chiesa, prima ancora che si manifestasse tutta una fioritura teologica sul mistero dell’abbandonò di Gesù sulla croce. L'ho capito come “senso fondamentale della vita” perché Gesù proprio in quel momento ci ha svelato completamente la verità del suo rapporto col Padre e pertanto la legge stessa della vita e della socialità, quella legge che impone di «dare la vita» per essere. E ho intuito, più che capito, quella straordinaria meditazione di Chiara Lubich che dice: «Ho un solo sposo sulla terra, Gesù Crocifisso e abbandonato. Non ho altro Dio fuori di lui. In lui è tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l’umanità. Perciò il Suo è mio e null’altro. E Suo è il dolore universale, e quindi mio... Ciò che mi fa male è mio. Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto...)). H° capito in verità cos'è il sacerdozio, perché è proprio con l'abbandono e la \ morte in croce che Gesù ha generato la Chiesa assumendo in sé il peccato e il dolore universale. E mi sono detto: mia è dunque la lacerazione tra le Chiese cristiane, mio il disorientamento dottrinale, mia l’incomunicabilità tra prete e vescovo, tra prete e prete, tra prete e laico, mia l’incomprensione del celibato, mia la tentazione razionalista, mia la menzogna esistenziale tra il predicato e il vissuto, mia la solitudine dei preti... Ma tutto questo dolore è Gesù, è il suo dolore, è proprio quel dolore sacerdotale che se accettato e amato dobbiamo essere divinamente ottimisti, \ \ \ Il | genera la Chiesa! Ed è solo per questo st / perché se 1’«Abbandonato» lo riviviamoi noi, se al silenzio del Padre che ci fa sentire irrealizzati e informi, rispondiamo cre- — pag. 23 — i sacerdoti e l’unità dendo nell’ Amore del Padre, anche noi, in Gesù, partecipiamo alla generazione della nuova creazione. M4 bisogna essere come Lui che, pur essendo Dio, s'è messo a lavare i piedi agli Apostoli; che pur parlando con autorità, non ha accettato nessuna forma di potere né sociale né spirituale. Non ha preteso diritti se non quello di mediatore che gli spettava di natura: come figlio obbedire al Padre fino alla morte, morire per gli uomini come loro fratello. Tutto crolla, oggi? No. Se vogliamo, questa è l’alba che annuncia il Risorto. gen's 5-6/2007 21 - 101 — pag. 24 — 22 | sacerdoti e l'unità Il Movimento sacerdotale Alla Giornata di 7000 sacerdoti e religiosi nell'Aula Paolo VI (30 aprile 1982) Nel pomeriggio della Giornata «Il sacerdote oggi. Il religioso oggi» d. Silvano ha parlato sull’impatto che la spiritualità dell’unità ha avuto sin dagli anni '50 su centinaia e poi migliaia di sacerdoti, e sulla conseguente nascita del Movimento sacerdotale in seno al più vasto Movimento dei focolari (Opera di Maria). (da gen& 7/1982, p. 4) 102 - gen’s 5-6/2007 icordate quella frase di Agostino che ci veniva ripetuta ogni anno agli esercizi spirituali: «Sî isti et illi, cur non ego?». Bene, a me è successo proprio così: immerso in una vita indaffarata piena di ideali, di sacrifici e di frustrazioni, mi sono imbattuto in persone impegnate nel mondo ma che davanti a me sembravano non aver nient’altro da fare se non ascoltarmi — ho poi capito che in me vedevano Gesù —, in persone che anche nei momenti di sofferenza continuavano a sorridere e ad amare, perché la sofferenza per loro era Gesù; in cristiani che per quanto medici, avvocati, architetti facevano i lavori più umili con la stessa gioia e senso di pienezza che se stessero realizzando le loro opere più grandi: realizzavano infatti la volontà di Dio, come Gesù; in cristiani che molto più radicalmente di me avevano lasciato padre, madre, professione, patria per vivere liberi a servizio degli altri, e per quanto vivessero a volte nelle situazioni più assurde — umanamente — non tiuscivi a scollar- gli dalla faccia la gioia. Il primo impatto con loro ha provocato un esame di coscienza interiore, quanto mai benefico, anche perché con tutta naturalezza mi chiedevano se veramente il mio ideale era Dio (mentre per me al primo posto c’era il sacerdozio, l’apostolato, l’insegnamento...); mi chiedevano se amavo Gesù e se quindi vivevo da Gesù; ma lo shock più forte fu forse l’accorgermi, in seguito, che loro le persone le convertivano, che gli andavano dietro, mentre un esame sincero della mia attività pastorale faceva registrare, sì, molte confessioni e molti battesimi ma scarse conversioni. Intendo quelle conversioni che si verificavano ad esempio nei primi secoli del cristianesimo quando una persona cambiava vita in modo radicale, quando ancora aveva senso parlare di passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. L o shock, dico, era forte, poiché noi che avevamo il mandato di predicare e di convertire, l’unico sforzo vero che facevamo era di conservare — pag. 25 — i sacerdoti e l'unità nella fede e nella pratica cristiana quelle persone che già la praticavano. Ed è stato proprio a contatto con la spiritualità del Movimento che è avvenuta una seconda revisione di vita; mi sono domandato: non è, per caso, che ho capovolto i valori? che ho perso di vista l’essenziale e dato importanza a metodi o cose secondarie? In realtà per me era successo proprio cosi: il fare era più importante dell’essere, vale a dire che fare era più importante che amare; sì, perché anche la preghiera era un fare (fare le pratiche di pietà) e il ministero era un fare; non un essere in Dio, un essere la volontà di Dio; e allora veramente tutto crollava perché mi sentivo sempre svuotato interiormente e senza frutti all’esterno. x ne ralata . E vero: questa spiritualità mi ha aiutato a riscoprire quell’aspetto regale del sacerdozio di cui è modello Maria, la Vergine tutta sostanziata di Parola di Dio, la Madre che ha cresciuto Gesù, la Corredentrice che l’ha ricevuto morto diventando Madre nostra. La profonda devozione a Maria imparata in seminario ha avuto la sua logica continuazione in questo tendere a “essere”, a rivivere Maria, per crescere e maturare nel Cristo sacerdote. Mi accorsi poi — come ho detto — che non ero il solo sacerdote ad aver fatto questa esperienza interiore, a capire che ci trovavamo di fronte a un carisma che ci mostrava la strada per generare anche oggi — com’ebbe a dire Paolo VI — Gesù in noi e più ancora — ecco la novità — Gesù in mezzo a noi. E capii perché la Chiesa aveva dato alla struttura portante di questo carisma il nome di Opera di Maria. F u solo più avanti però, nel 1960, che ci guardammo tra noi sacerdoti e dicem- il mo: ma anche noi possiamo amarci, pron-| ti a dar la vita l’uno per l’altro, e meritare cosi la presenza di Gesù da lui stesso promessa! Ci provammo, e fu una vera scoperta, perché mai coscientemente vissuta fino allora, mai — direi — sfruttata, privando così noi stessi e i fedeli di questa luce del Mediatore Risorto. Una realtà semplice e altissima: semplice, perché basta amare; altissima, perché è il compimento 23 della vocazione sacerdotale. In realtà, il mondo ha bisogno di Gesù, non di me; il mondo andrà dietro a Lui, ma non verrà mai dietro a me. Ma non è proprio a noi preti che Gesù ha detto: «siate una cosa sola... affinché il mondo creda che il Padre mi ha mandato»? C’era bisogno che lo dicesse, se fosse bastata l’unità del carattere sacerdotale? Non può darsi, allora, che nel nostro ministero abbiamo disatteso proprio la prima condizione postaci da Gesù per testimoniarlo al mondo, in modo che sia Lui ad evangelizzare anche oggi? Forse che non possiamo fare in modo, se siamo uniti, di poter sempre dire — chiunque siamo, per quanti limiti e difetti abbiamo — «non siamo più noi a vivere ed agire, ma Cristo in mezzo a noi»? E ssere una cosa sola: quali conseguenze sul piano concreto! Scoprire Gesù nel Vescovo e amarlo e sentirsi uno con lui! Come potevamo ad esempio pretendere che i fedeli ascoltassero noi come se ascoltassero Gesù, quando noi stessi non sempre lo facevamo nei confronti del Papa e del nostro Vescovo? Non ha detto sant’Ignazio di Antiochia che non può dirsi unito a Gesù chi non è uno col proprio Vescovo? Essere una cosa sola. Abbiamo sperimentato che se lo siamo, se viviamo cioè la Parola di Gesù: «cercate prima il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato», ossia, se ante omnia ci amiamo veramente da avere fra noi Gesù, Lui mantiene la sua promessa e ci manda il centuplo. Certo non c’è amore se non c’è comunione sia spirituale che materiale: questa è la condizione. Ma se questa condizione si avvera, quando ciò che ho nell’anima non è più mio perché ne faccio dono, e quanto possiedo non è più mio perché lo metto in comunione, anche il problema della perequazione economica del clero si risolve d’incanto, non in forza di una legge, ma per l’onnipotenza dell’amore, così come d’incanto si risolve radialmente il problema della solitudine del sàcerdote. Se tutto questo l’abbiamo potuto sperimentare a livello mondiale tra chi ha capito e accettato di vivere nel carisma dell’unità, pensiamo si possa e si debba tanto più attuarlo a livello diocesano. gen’s 5-6/2007 - 103 — pag. 26 — 24. ssere una cosa sola fra sacerdoti vuol dire aiutare i fedeli a farsi comunità, vuol dire sentirsi responsabili della parrocchia altrui come della propria con lo stesso amore universale di Gesù; vuol dire aiutarsi reciprocamente, con totale apertura dell’anima, a configurarsi a Gesù nel mistero del suo abbandono sulla Croce, ciò comporta aiutarsi ad accettare ed amare ogni volontà di Dio, aiutarsi a vivere lo spirito e la pratica dei consigli evangelici che sono in definitiva la condizione necessaria per identificarsi con Gesù povero, casto e obbediente. Questa “unità” col Padre è condizione necessaria, dunque, per realizzare anche tra noi sacerdoti la piena unità e santificarci assieme. E ssere una cosa sola significa fare famiglia tra noi, quel tipo di famiglia di cui è modello in terra la famiglia di Nazareth, una convivenza di vergini, soprannaturale sì ma anche la più umana che si possa immaginare perché ha come unico vincolo quella carità umano-divina che sazia e supera le esigenze di qualunque affetto umano. Dove questa convivenza si verifica, infatti, non ci sono più crisi di celibato, di solitudine e di angoscia, perché si vive nel Risorto, in un’altra dimensione. E se siamo famiglia si risolverà anche il problema dei sacerdoti anziani, perché è assurdo e contrario al comandamento di Gesù permettere che un parroco, perché vecchio o malato, debba vivere abbandonato alla sua solitudine o nell'anonimato di una casa per anziani, quando dovrebbe poter rimanere col nuovo parroco, nella stessa casa, perché “è” un membro di famiglia che ha diritto di essere amato e assistito, di continuare a rendersi utile pastoralmente secondo le sue possibilità o di essere valorizzato per il valore più alto e fruttuoso che possiede, la sua sofferenza. uesta famiglia è bella e attraente, perché in essa risplende l’armonia dell’u- 104 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l'unità no; è casa aperta a confratelli e seminaristi, centro di comunione, perché dove vive Gesù non si sente lo stacco fra generazioni: Gesù è il sempre attuale, il sempre moderno; è il Logos di Dio, il teologo, è la Sapienza continuamente generata sulla terra da chi rivive Maria. Se Gesù è presente, ogni discorso di tradizionalismo o di progressismo diventa arcaico, anacronistico. ueste certezze — e sono tali non solo aprioristicamente ma anche perché sperimentate — le hanno ormai migliaia di sacerdoti in tutto il mondo, legati fra loro per nessun altro motivo se non per attuare il comandamento di Gesù: «siate una cosa sola», così come lo abbiamo visto attuare dai membri del Movimento dei focolari dai quali abbiamo appreso — ed è questo il loro carisma storico confermato dalla Chiesa — il modo, la pratica per essere uno. Uno fra noi, uno con loro nella cui vita ci specchiamo come in Maria per cogliere ed eliminare in noi stessi ogni riaffiorare di individualismo, di autosufficienza, di orgoglio spirituale; uno con loro, la cui vita ci grida continuamente che ciò che vale è Dio, l’amore, l’unità, che il nostro sacerdozio è se siamo Gesù in croce, fattosi nulla per riunire l’umanità al Padre e i figli tra loro; che il nostro sacerdozio è se è al servizio del sacerdozio comune dei fedeli, e non viceversa. 1 Movimento sacerdotale dell’Opera di Maria non è stato — per così dire — voluto o programmato; è semplicemente nato, fiorito dal carisma del Movimento dei focolari, innestato nell’Opera di Maria data da Dio al mondo d’oggi per ridire anche nel mondo ecclesiastico non a parole ma a fatti la sintesi del Testamento di Gesù: l’unità. — pag. 27 — i sacerdoti e l'unità Laici e presbiteri insieme per l'umanità 25 AI Congresso internazionale di sacerdoti (26-28 maggio1988) i III III TITTI Il piano di Dio sull'umanità 1 testamento di Gesù, in quanto dichiarazione della sua suprema volontà, è chiaramente il “fine” della sua stessa incarnazione, passione e resurrezione: «Affinché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me ed io in te» (cf Gv 17, 21). La vita trinitaria che ci viene presentata all’inizio come luogo di partenza dell’incarnazione del Verbo — «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1, 1) —, la ritroviamo alla conclusione della vita di Gesù come il luogo di ritorno, la casa dell’umanità: ma è una casa che si costruisce su questa terra vivendo il comandamento dell’amore scambievole nella misura in cui Gesù stesso ci ha amati — «come io vi ho amati» (Gv 15, 12) —, imperfettamente certo da parte nostra, ma condizione per entrare nella vita trinitaria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo — «Vado a prepararvi un posto» (Gv 14, 3). Il piano di Dio sull’umanità Esiste da decenni era stato manifestato da lui nel contesto stesso per bocca del profeta ecclesiale e sociale, Osea: «A chi non è mio popo- una di) lo io dirò: Tu sei il mio popolo insofferenza e lui mi dirà: Tu sei il mio verso il clericalismo, Dio» (Os 2, 25) e la promessa così come è tuttora si compie in Gesù: «Voi che aspra la una volta eravate non-popolo rivendicazione ora invece siete popolo di del femminile. Dio» (/Pt2, 10). Un’ altra pro- Da questo «status messa fatta da Dio nell’Esodo quo» trae spunto quando dice: «Voi sarete per la seguente me un popolo sacerdotale» (Es conversazione, tenuta 19, 16), si realizza con Gesù: nel maggio 1988 «Ma voi, stirpe eletta, sacerdo- a Castel Gandolfo zio regale, popolo santo...» davanti a 1300 (IPt2, 10). sacerdoti diocesani. Una sintesi biblico-teologica nata dall’esperienza a contatto con l’Opera di Maria, che vede nel sacerdozio comune, \ detto anche La strada ossia la legge della vita Il fatto è che tra la promesì sa, tra la proclamazione della ’ finalità ultima che Gesù attri- buisce alla propria missione | battesimale («che tutti siano una cosa | regale e mariano, sola» Gv 17, 21) e il compi- la fondamentale mento si interpone la passione che si conclude con la sua morte e risurrezione. Se questa è la strada da lui percorsa perché l’unità fosse possibile, noi (da gen's 6-8/1988, non potremo contribuire a ren- pp. 40-45) vocazione cristiana che ci rende popolo di Dio. gen's 5-6/2007 - 105 — pag. 28 — 26 dere storicamente reale il suo disegno sull’umanità se non percorrendo la stessa Strada, perché è chiaro che Gesù non fa nulla solo a scopo dimostrativo: fa ciò che è, non può fare se non ciò che è. Radicalità evangelica Se Gesù “è” quello che esprime, se Gesù è il suo Vangelo, le sue parole non sono degli optional che gli uomini possono accettare solo se desiderano vivere più spiritualmente, più uniti a Dio, vale a dire se vogliono religiosamente elevarsi al di là di se stessi; sono bensì valori da interiorizzare e da vivere per realizzarsi uomini. Ora, se Gesù, l’Uomo, è ciò che fa, non è possibile raggiungere come uomini la pienezza umana se non accettando, riconoscendo e vivendo la legge della vita: «chi vuol salvare la propria vita la perde» (cf Me 8, 35) ossia: il chicco di grano che non accetta di marcire non diventa se stesso, spiga; ogni uomo, bambino o adulto, che non si estroverte per amare rimane psicologicamente infante e muore spiritualmente. È una legge che non ha eccezioni nel creato perché è la stessa legge, per quanto ineffabile, della vita trinitaria in Dio. Questa radicalità evangelica non ha perciò nulla di paradossale, nulla di utopico: è per la vita stessa dell’uomo. Ci sono molti modi di viverla, è vero, come ha detto Giovanni Paolo II in un suo discorso fatto al Centro dei focolarini: «C’è stata la radicalità di un san Francesco, c’è stata quella di un Charles de Foucauld; c’è la vostra radicalità, quella di Chiara e dei focolarini...)) . In ogni epoca c’è stato chi ha vissuto radicalmente il Vangelo. Io devo dire che questa radicalità l’ho incontrata personalmente nella spiritualità appunto dei focolarini, e forse neppure l’avrei colta se non avessi intuito che, per quanto sacerdote, ne ero lontano. Mi vidi radicato non tanto nella vita del Vangelo quanto sul privilegiato potere conferitomi dal sacramento dell’ordine sacro. ì 106 - gen’s 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità “Potevo” agire in persona Christi, potevo dunque consacrare e rimettere i peccati, potevo predicare e presiedere una comunità di cristiani... Ma un giorno sentii una frase di Chiara che mi sconvolse. «Ogni sacerdote ordinato, ogni presbitero prima di essere tale, dev'essere un crocifisso vivo come lo fu Gesù che sulla croce fondò la sua Chiesa e si manifestò di essa capo». In quel momento mi si aprì di colpo la comprensione delle parole di san Paolo mille volte lette e mai interiorizzate: «Egli era come Dio, ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Se ne spogliò, diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse come uno di loro. Abbassò se stesso, e fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce. Perciò Dio l’ha innalzato... e ogni lingua deve proclamare che Gesù Cristo è il Signore» (Fil 2, 6-11). Capo dell’umanità rigenerata, capo del suo corpo mistico che è la Chiesa. Per me era facile, oltre che gratuito, fare il capo solo perché ordinato presbitero. Mi ero spogliato però di me stesso? Mi ero fatto servo degli altri? Avevo vissuto in obbedienza alla volontà di Dio in ogni circostanza della vita fino anche al sacrificio di me? Eppure nell’inno di san Paolo si capisce che tutta l’esistenza di Gesù, dal momento dell’incarnazione, era stata sacerdotale, ossia offerta di se stesso a Dio. i Se la Kenosi ha il suo primo atto nell’in- ‘ carnazione, prosegue poi per tutta l’esi- stenza umana di Gesù nell’obbedienza ininterrotta al Padre. Spogliandosi della “condizione divina”, rinuncia anzittutto al potere divino di disporre di sé, di autogestirsi, per diventare colui che d’un modo del tutto unico obbedisce al Padre e lo fa in modo così totale che la sua obbedienza non è se non la versione creata dell’amore totale ed eterno che come Verbo ha nei confronti del Padre. Questa sua obbedienza alla volontà del Padre, dopo aver assunto in piena libertà la condizione di servo, non è che il sacrificio che Gesù fa di sé durante tutta la sua esistenza umana. Gesù, direbbe Origene, è stato sacerdote del proprio sacrificio sempre. Prima di morire — pag. 29 — i sacerdoti e l'unità Gesù non si è mai presentato come signore e capo; è stato dopo la morte in croce che, risorto, assume la signoria sulla Ctiesa che col suo sangue ha generato. Durante la sua vita, insomma, Gesù era sacerdote perché era Gesù, non perché vantava dignità sacerdotali. Il sacerdozio regale Come avete senz'altro capito, qui c’è tutta la teologia del sacerdozio regale, comune a tutti i battezzati. È su questo argomento che ci soffermiamo, per capire che l’unità voluta da Gesù è un’unità che si modella sulla vita di comunione delle tre Persone divine, ma che questa comunione non è possibile tra noi esseri umani se ron vivendo ciascuno quel sacerdozio che ha contraddistinto l’esistenza umana di Gesù per l’ubbidienza al Padre e con l’esporsi per gli altri fino a dar la vita. Non sembra casuale allora, notare questo fatto: se Dio ha voluto mandare oggi sulla terra un carisma particolare per aiutare la Chiesa e l’umanità a camminare più speditamente verso l’unità, allo stesso tempo ha voluto che questo carisma mettesse in risalto il sacerdozio comune. Chiara lo esprime in termini eloquenti: «Mi sembra - dice - che Dio attraverso la nostra Opera voglia mettere in rilievo, come ha fatto lo Spirito Santo nel Concilio, in modo del tutto particolare il sacerdozio regale (...). L’Opera di Maria, con la sua spiritualità, sottolinea qualcosa che è già nella spiritualità sacerdotale di tutti i sacerdoti del mondo; pur tuttavia 1’Opera di Maria la sottolinea, e voi sapete che la spiritualità è Gesù abbandonato e l’unità». Abbiamo visto il sacerdozio regale di Gesù. Ma come lo devono vivere i battezzati? Tutti noi fedeli, lo sappiamo, formiamo un sacerdozio santo e possiamo esercitarlo offrendo a Dio sacrifici spiritual: e annunziando, testimoniando con la propria vita, la grandezza di colui che ci ha tratti fuori dalle tenebre per accoglierci nella sua luce. Ma che cosa significa «offrire sacrifici spirituali»? Lo spiega bene Origene quando scrive che siamo una stirpe spirituale perché ciascuno di noi ha in sé il proprio olocausto da offrire, ed esemplifica con queste parole: «Se rinunzio a tutto ciò che possiedo, se prendo la mia croce e seguo Cristo, offro me stesso in olocausto all’altare di Dio..., se amo i fratelli tanto da dare per loro la mia vita, offro me stesso in olocausto all’altare di Dio. Se mortifico le mie membra da ogni concupiscenza carnale, se il mondo è crocifisso a me ed io al mondo, ho offerto un olocausto all’altare di Dio e sono diventato il sacerdote del mio sacrificio». Questo sacerdozio regale è dunque una partecipazione reale alla vita di Gesù e al suo sacrificio sulla croce dove in modo unico e tipico hanno coinciso l’offerente e l’offerta. Non altrimenti intende il sacerdozio dei fedeli il Crisostomo quando dice al cristiano: «Sii sacerdote del tuo corpo» (Om. 20) ed altri padri che parlano di sacerdotium caritatis e di sacerdotium castitatis. È il 27 sacerdozio fondamentale che riguarda tutti, presbiteri e laici.( Le Costituzioni apostoliche (1, 3-21) già dichiaravano: «Né il vescovo si ritenga superiore ai diaconi e ai presbiteri, né i presbiteri presumano di essere superiori al popolo; la Chiesa infatti è costituita da entrambi... l’essere cristiani dipende da noi...», mentre l’essere presbiteri o vescovi è un carisma, un dono da porre a servizio degli altri. Maria modello del sacerdozio regale Se Gesù, col suo abbandono e con la sua morte in croce, genera la Chiesa e ne diventa di essa il capo, Maria, la cui vita è stata una continua offerta di sé nella radicale obbedienza a Dio, raggiunge il vertice del suo sacerdozio regale al momento della desolazione, quando offre se stessa assieme al Cristo suo figlio, e diventa madre della Chiesa nascente e di tutta la Chiesa futura. Per questo il sacerdozio regale è chiamato anche sacerdozio mariano. gen’s 5-6/2007 - 107 — pag. 30 — \ \ 28 nostro movimento abbiamo spesso sentito Chiara insistere su questo punto: il sacerdote ideale si ha quando il carisma presbiterale si innesta su Maria, ossia sul sacerdozio regale vissuto e stravissuto, perché allora non potrà che essere servo degli altri; Maria infatti non la si comprende se non come ancella, e quindi non come un capo; allora il sacerdote avrà la piena autorità mariana. La Mariapoli popolo sacerdotale Bello è questo “popolo sacerdotale” dove se c’è un primato ce l’ha chi ama di più, chi genera più unità. Molti di noi questo popolo sacerdotale l’hanno trovato nell’Opera di Maria. Ricordo quando nelle prime Mariapoli estive dove, come oggi del resto in tutto il mondo si ripetono, convenivano famiglie, laici consacrati, bambini e preti, giovani, religiosi e religiose, si cantava: «Tranvier, studenti e medici, speziali e deputati entrando qui in Mariapoli son già parificati», perché l’unica legge della Mariapoli era ed è l’amore scambievole, e l’amore, si sa, porta a considerare l’altro uguale a sé, anzi più grande di sé; così che anche noi preti dovevamo in genere tacere e imparare a vivere, e pur coscienti dell’ordine sacro imparavamo a non farcene una prerogativa di distinzione (e qui parafraso la Lettera ai Filippesi), ma a spogliarcene, a diventare servi, uomini tra gli uomini, a vivere come uno di loro e a farci obbedienti a tutti. Fu allora che ci sentimmo finalmente sacerdoti. Fu proprio nelle Mariapoli che scoprimmo Maria non tanto come devozione ma come vita, perché vedevamo che Maria riviveva in quei laici per i quali non aveva importanza il fatto di essere architetti o medici, ma di essere cristiani. L’essenziale era vivere Maria per essere più Gesù, tutti insieme. In questa unità di un corpo che vive, ciascuno aveva poi suoi doni personali da offrire o, se vogliamo, i propri carismi. L'essere preti, per noi, diventava il nostro servizio. so - gen’s 5-6/2007 i sacerdoti e l'unità La meraviglia era di vedere finalmente un pezzo di Corpo mistico di Cristo che si muoveva come corpo sociale. L’unità era possibile! E non solo perché avevamo un solo Dio, una sola fede e un solo battesimo, ma perché si era compaginati dall’amore concreto, sì che tutti davano e tutti ricevevano, dalle realtà più spirituali a tutte le cose materiali. Lì si faceva l’esperienza che siamo stati creati per essere un dono l’uno all’altro, e che nella casa della madre comune, Maria, non esistevano discriminazioni di sorta. L’essere laico o prete, uomo o donna, ricco o povero, vergine o sposato, nero o bianco, non erano che delle chances che individualmente avevamo per farne dono e arricchirci ognuno personalmente dell’infinita varietà dei doni di Cristo. Non è forse questa la pericoresi trinitaria, la comunione divina vissuta sulla terra? Non è questo il testamento di Gesù realizzato anche se solo in una ristretta porzione di umanità? Incongruenze possibili nella vita dei presbiteri Quanti di noi sacerdoti in quelle Mariapoli che vedevamo come uno spaccato autentico di Regno di Dio sulla terra, abbiamo cominciato a riscoprire con gioia la logica del Vangelo, a trovare vivificante ciò che prima ci poteva apparire mortificante e a capire che era invece mortificante ciò che prima cercavamo di custodire gelosamente! Voglio accennare soltanto ad alcune incongruenze che tutti più o meno conosciamo per esperienza: — L’io sacerdotale confuso con il ruolo sacerdotale, quando invece dovrebbe coincidere con l’io di Gesù crocifisso il quale con l'abbandono e la morte genera la Chiesa. Conseguenze pratiche: ogni dolore è nostro perché è di Gesù, e va amato perché ci fa più Gesù ossia più sacerdoti, più madri dell’umanità. — I consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza lasciati volentieri da vivere — pag. 31 — i sacerdoti e l’unità ai religiosi quando invece sono le condizioni concrete per vivere il testamento di Gesù. Gesù abbandonato è il povero, Gesù abbandonato è il casto, Gesù abbandonato è l’obbediente fino alla morte. Conseguenze concrete: la povertà ha valore se è comunione spirituale e materiale, perché solo così è inscritta nella comunione trinitaria; la castità ha valore se è maternità spirituale, possibilità anzitutto di vivere tra sacerdoti la vita dei tre vergini di Nazareth dai quali Chiara ha avuto l’ispirazione per creare in mezzo al mondo queste cellule di vita trinitaria che sono i focolari; l’obbedienza ha valore se è dono di sé, perché solo così è inscritta nelle reciproche relazioni trinitarie, perché solo così Gesù l’ha vissuta nei confronti del Padre e degli uomini, perché solo così la concepisce san Paolo quando dice: «Ubbiditevi, fatevi servi gli uni degli altri» (Ga/ 5, 13) in quanto l’altro dobbiamo considerarlo sempre più grande di noi (cf Fi/ 2, 4), il che è l’equivalente dell’espressione: in ogni prossimo vedere Gesù. Senza la vita dei consigli evangelici non è possibile vivere l’unità nella misura dataci da Gesù: «Siate una cosa sola come il Padre e io siamo una cosa sola» (Gv 17, 21). Se non viviamo i consigli evangelici ci è impossibile uscire dall’individualismo che è contro-testimonianza del Vangelo. Così come lo è stato per i focolari laici, la casa di Nazareth è stata il modello che ha permesso ormai a centinaia e centinaia di sacerdoti di costituire quella vita comune di cui tanto si è parlato in questi giorni. Comunione di vita che rende reale il Regno di Dio, ti fa sperimentare la verità del centuplo spirituale e materiale e ti fa vivere in Gesù risorto. — Incongruenze nel campo dell’apostolato: la predicazione staccata dalla testimonianza di vita, quando invece dovrebbe essere l’annuncio del Regno di Dio in mezzo a noi, ossia che Gesù è veramente risorto: «Ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita» (/Gv 1, 1). Ne segue che qualsiasi programmazione e attività pastorali sono insignificanti nelle anime e nel tessuto sociale se non sono originate da quella priorità assoluta che Gesù dice essere “il” comandamento, l’amore scambievole, e che san Pietro enuncia dinamicamente con le parole: «ante omnia — prima di fare qualsiasi cosa — abbiate fra voi l’amore reciproco e ininterrotto» (cf IPt 4, 8). L’amore infatti è la sintesi di tutte le parole del Vangelo: le illumina, le fa vivere e vivendole si diventa Cristo, Parola viva. — Incongruenze nel campo dei rapporti: la Trinità è la somma armonia (tre che sono uno), e la Chiesa costituita a modo della Trinità dovrebbe presentarsi come la massima armonia creata in un’articolata comunione di ruoli e di carismi che salvano l’individualità senza creare divisione; mentre invece siamo spesso malati di individualismo che crea contrapposizione. Diamo infatti poco ascolto ai vescovi e pretendiamo poi di essere ascoltati dai fedeli; parliamo di valorizzazione dei laici e non sappiamo ascoltarli; contrapponiamo ministeri e carismi, movimenti e Chiesa particolare invece di armonizzarli trinitariamente come doni dell’unico Spirito. La Chiesa è comunione, ossia unità che non è uniformità e pluralità che non è dispersione. E la Chiesa a sua volta crea armonia nell’umanità quando dialoga con l’uomo di qualsiasi appartenenza religiosa o etnica, completamente aperta alla cultura moderna e ai problemi della comunità umana. Azione materna della Mariapoli Sono queste alcune incongruenze della nostra vita sacerdotale di cui prendevamo coscienza nelle Mariapoli, in queste città di Maria dove la comunione effettivamente si vive. Ma prendevamo coscienza anche di un altro fatto: se è vero che nessuno può generare Gesù se non Maria, ebbene, la Mariapoli era veramente Maria perché le conversioni fioccavano: Gesù nasceva e rinasceva nel cuore di atei e lon- gen's 5-6/2007 29 - 109 — pag. 32 — 30 tani, di cristiani in catalessi, di chi aveva abbandonato la pratica cristiana perché tediato da un cristianesimo puramente cultuale, o di chi per mancanza di un ambiente cristiano si era rassegnato a cedere alle tentazioni del mondo. Per noi preti, all’inizio fu una constatazione sconvolgente: i laici operavano conversioni, mentre noi ci limitavamo nella nostra pastorale a battezzare, confessare, celebrare, vedendo però il numero dei praticanti, in questo mondo secolarizzato, sempre più restringersi. Il decreto Presbyterorum Ordinis del Concilio Vaticano II sul ministero e la vita sacerdotale dice che i presbiteri devono educare i cristiani a vivere non egoisticamente, ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto (cf n. 6). Non che volessimo proprio educarli egoisticamente, ma ci siamo resi conto che, nella realtà dei fatti, la nostra pastorale era orientata in modo tale che — a parte la celebrazione dell’Eucaristia e altri momenti dedicati ai riti sacramentali — i cristiani, fuori della chiesa, vivevano praticamente in modo individuale, poiché nella vita concreta la comunità era completamente assente nei loro pensieri ed era nulla l’interazione sociale fra di essi. Il “Corpo mistico di Cristo” lo si predicava volentieri ma restava appunto “mistico”, invisibile; non si traduceva cioè in corpo sociale, in comunità ecclesiale. Nelle Mariapoli, invece, dove ognuno vive per l’altro, vedevamo che ognuno effettivamente amministrava in favore del prossimo la misura di grazia che aveva ricevuto da Dio, e questo reciproco servizio era comunione anche visibile, e così capimmo il perché delle conversioni. È un perché spiegato ancora dal decreto appena citato quando afferma che la comunità ecclesiale — quando è visibile come comunità fatta di creature nuove che vivono secondo le esigenze della nuova legge dell’amore e quindi in modo trinitario — «esercita una vera azione materna nei confronti delle anime da avvicinare a Cristo. 110 - gen's 5-6/2007 n "= sis cerdoti e l'unità Essa infatti viene ad essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indi- care e per agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa» (ibid). È la comunità, in quanto visibile “Chiesa-comunione”, che è strumento efficace per generare. E allora si capisce che questa “Chiesa-comunione” è Maria, poiché — cito ancora Origene — se Gesù è nato dalla Vergine, nessuno che non sia Maria può generare Gesù. Ma vivere Maria vuol dire vivere “insieme” quel sacerdozio regale di cui lei è modello e tipo nonostante sia persona individuale, perché contiene in sé anche la pericoresi ecclesiale, quella per cui nell’amore scambievole ciascuno porta in sé l’altro e dà se stesso all’altro. Soltanto insieme si è popolo sacerdotale Che il sacerdozio regale vada vissuto normalmente “insieme” appare molto chiaro dal termine hiérateuma che ha un significato chiaramente corporativo, ma anche dal fatto che san Pietro parla dei cristiani come «pietre vive che formano insieme un edificio spirituale» (/Pf 2, 5).I cristiani, insomma, non sono individui giustapposti gli uni agli altri che vivono il proprio sacerdozio per conto proprio. Un cristiano che pretendesse di andare a Dio da solo si autoescluderebbe dal sacerdozio cristiano (cf A. Vanhoye, Prétres anciens, prétre nouveau). È la stessa idea di san Paolo quando dice che i credenti tutti insieme formano una costruzione che è l’abitazione di Dio (cf Ef 2, 21-22) nella quale alcuni sono apostoli, altri sono profeti o evangelisti o pastori... così coordinati gli uni agli altri nel servizio reciproco, uniti alla testa che è Cristo, non soltanto ne fanno crescere il corpo, ma vivendo per il\ corpo ognuno costruisce se stesso nell’a- \ more (cf Ef 4, 11-16). Questo edificio è fatto di tutti, laici e presbiteri, ma l’unità di tutti nel sacerdozio regale precede la distinzione dei diversi ruoli. Accentuare i ruoli al di sopra della fondamentale uguaglianza vuol dire creare — pag. 33 — i sacerdoti e l'unità caste di potere, poiché seppure il collegio apostolico e tutti i presbiteri siano maschi, il maschile già a livello individuale si deteriora in potere clericale se l’ordine sacro non si innesta in Maria, così come anche socialmente l’unità tra presbiteri si deteriora in casta di potere se non si mantiene nel dinamismo della comunione presbiteri- Ecco Giovanni con Maria. Ecco Maria fra gli apostoli che sta a ricordar loro che ciò che vale è l’amore, Dio, e che senza l’amore-servizio ogni ruolo è dittatura, antitesi del sacerdozio di Cristo. Ed ecco allora perché l'Opera di Maria pone oggi l’accento sul sacerdozio regale: perché non c’è santità né individuale, né collettiva se non vivendo Maria. Maria, questa persona storica che è stata e rappresenta certo il modello, il tipo del cristiano, ma che soprattutto è da rivivere quale conditio sine qua non per rapportarci gli uni agli altri a modo della Trinità per formare così la “nazione santa”, una società divina ma socialmente visibile, la Chiesa, che non può non costituire allora l’attrattiva di tutti gli esseri umani, i quali, se hanno una nostalgia ontologica e — direi — perciò psicologica per quanto inconscia, è di sicuro quella di ritrovare la casa dalla quale originariamente sono emigrati, la Trinità. Ecco perché il testamento di Gesù è: «tutti siano una cosa sola». 31 gen's 5-6/2007 - 111 — pag. 34 — 32 i sacerdoti e l’unità Il presbitero: un'identità tratta dal Vangelo AI Sinodo dei Vescovi sulla formazione sacerdotale (ottobre 1990) 0001009009000 0 0002090900000 00 0000000 A ACLI ALT ALAN LLLALILALINIILIIttttttt Numerose sono le Associazioni sacerdotali sorte negli ultimi decenni in seno ai Movimenti ecclesiali. Con la loro vita esse danno un contributo non indifferente alla riscoperta dell’ identità del presbitero nel mondo di oggi. D. Silvano Cola, invitato come uditore al Sinodo dei vescovi del 1990 su «La formazione sacerdotale nelle circostanze attuali», ha potuto proporre ai Padri sinodali un intervento su tale argomento. Ne riportiamo qui il contenuto, sotto forma di intervista. (da gen 6/1990, pp. 198-201) 112 - gen's 5-6/2007 Profilo evangelico del sacerdote oggi GEN'S: Invitato come uditore al Sinodo, hai avuto modo di rappresentare una delle nuove Associazioni sacerdotali. Quale, secondo te, il contributo di tali associazioni alla vita sacerdotale? Le caratteristiche di queste fraternità sono molto varie e differenziate, secondo il carisma da cui ognuna è nata e a cui si ispira nel portare avanti la vita spirituale dei propri membri, ma non di rado si può notare che lo Spirito Santo in esse sottolinea la visione del sacerdote che emerge dai Vangeli, quella che Gesù stesso ha pensato e voluto, e che del resto la Chiesa ha sottolineato con innumerevoli documenti. Lo Spirito oggi spinge questi sacerdoti — sono migliaia a mia conoscenza — a seguire le linee di formazione che il Cristo stesso ha adottato per i suoi primi sacerdoti. GEN'’S: Emerge, dunque, con l’apporto anche di queste nuove Associazioni sacerdo- tali un'immagine del presbitero per così dire “evangelica”. Potresti enucleare maggiormente queste linee evangeliche cui accennavi? Sintetizzerei così i punti essenziali. 1. Gesù, dopo aver profuso su tutti, ma in particolare sugli Apostoli, la sua dottrina, dopo averli resi testimoni degli strepitosi miracoli di cui è costellata la sua vita pubblica, dopo aver fatto loro intendere che tutto il suo agire era motivato dalla volontà di compiere unicamente il volere del Padre, prima della sua passione diede a loro per primi, proprio a loro, un comandamento nuovo: «Amatevi gli uni gli altri» (Gv 13, 34; cf 15, 12) e lo sottolineò con la lavanda dei piedi. 2. Quella stessa sera, inaugurando la nuova Alleanza, donò ad essi per primi il pane della vita, il suo corpo ed il suo sangue, vincolo d’amore, garanzia dell’attuazione di questo suo comandamento. 3. Sceso verso il torrente Cedron pregò il Padre con — pag. 35 — i sacerdoti e l'unità quella preghiera, che è detta anche sacerdotale, perché tutti, e prima di ogni altro i suoi sacerdoti, siano uno con Lui e il Padre. 4. Dopo l’agonia nell’Orto degli ulivi fu crocifisso, e nell’abbandono totale dimostrò quale fosse la misura dell’amore da Lui richiesta verso gli altri sacerdoti prima di tutto. 5. Ai piedi della croce diede a tutti, ma specialmente ad un sacerdote per tutti i sacerdoti, una madre, Maria: «E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 27). 6. Risuscitato il primo giorno della settimana e apparso ai suoi discepoli conferì loro lo Spirito Santo, con sacri poteri. 7. Prima di ascendere al cielo, infine, inviò i suoi a predicare il Vangelo a tutte le genti (cf Mt 28, 19). Centralità dell'amore reciproco GEN’S: Certamente in questo confronto con il Vangelo, i presbiteri possono ritrovare le caratteristiche fondamentali della propria identità. Ma potresti illustrare meglio i riflessi di questi punti nella vita dei sacerdoti? In effetti, molti sacerdoti delle nuove associazioni e fraternità sacerdotali guardano oggi a questi brani del Nuovo Testamento, per sapere come devono essere, per conoscere la loro identità. Come Gesù, questi sacerdoti si sforzano quindi innanzi tutto di vivere in profonda unione col Padre, cercando di conformarsi in tutto ad ogni sua volontà. In tal modo ritrovano l’unità interiore e l’equilibrio della vita, e danno la stessa importanza allo studio come al riposo, alla preghiera come all’attività pastorale, evitando così l’attivismo esagerato. Si impegnano ad attuare in tutta la sua radicalità, innanzi tutto fra loro, il comandamento nuovo, cuore del Vangelo, sintesi della legge. Lo mettono a base di ogni loro attività: «Ante omnia...» (cf /Pt 4, 8). Il comandamento nuovo porta questi sacerdoti ad essere anche pronti a dare la vita l’uno per l’altro: “Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Rifacendosi a questa misura essi hanno trovato il modo per essere un cuor solo ed un’anima sola e anche per realizzare spesso, con successo, forme varie di vita comune. Espressioni e conseguenze della vita di comunione In questa vita di comunione si scambiano le loro esperienze spirituali, si aiutano vicendevolmente e realizzano spesso tra loro la comunione dei beni anche materiali vincendo così i pericoli di una vita individualista e borghese. San Basilio Magno osservava con arguzia: «Gesù, per invogliare i suoi discepoli a osservare il “suo comandamento” non richiede loro né prodigi né miracoli, ma li assicura che “tutti si renderanno conto che siete miei discepoli se vi amerete gli uni gli altri” (...). Infatti il nostro Creatore ha voluto che noi avessimo bisogno gli uni degli altri proprio perché viviamo in unità gli uni con gli altri... Del resto, se tu vivi da solo, a chi puoi lavare i piedi? di chi puoi prenderti cura?» (San Basilio, Regulae fusius tractatae, 3, 1-2; 7,4). Nasce allora tra i sacerdoti quello spirito di famiglia soprannaturale, che supera per intensità e profondità gli stessi vincoli della famiglia naturale e fa sperimentare loro il Regno di Dio. E trovano così quella completezza umano-divina che li porta a vedere il celibato non come problema o come rinuncia, bensì come un di più d’amore. ° Questa fraternità effettiva li immunizza dallo spirito del mondo e dà loro la possibilità di aprirsi ad ogni problema senza esserne sommersi. Sono quindi in grado. di istaurare tutti quei dialoghi che oggi la Chiesa sente quanto mai necessari. Si può gen’s 5-6/2007 33 - 113 — pag. 36 — 34 ‘ forse dire che se il Vaticano I aveva dato un forte impulso alla formazione intellettuale dei sacerdoti, oggi lo Spirito Santo ha voluto accentuare la “via della vita”, quella dell’amore, che permette alla Chiesa di realizzare la sua vocazione di essere icona - della Trinità nella storia. GEN'’S: Avevi indicato ancora altri punti: l’Eucaristia, la preghiera di Gesù per l’unità. In effetti, troppo arduo sarebbe questo ideale della fraternità sacerdotale se non fosse Gesù stesso ad avervi posto il solidissimo fondamento: l’Eucaristia. Essa attua la Chiesa nella sua essenza più profonda, come comunione, come Corpo di Cristo, e prima di tutto fra i sacerdoti che così vivono. Essa li inabissa nella preghiera, nell’adorazione, nella contemplazione. Legata com’è al sacerdote, fa intravvedere in lui il divino di cui è investito e lo rende testimone del mistero. Testimoniare l'unità Nell’Eucaristia e nell’amore vicendevole questi sacerdoti trovano il modo di attuare l’unità: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, così siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21). Una sola cosa anzitutto col Santo Padre, coi loro vescovi e fra loro. Nella fedeltà più piena al Papa, nell’unità profonda con i propri vescovi e tra loro, essi danno quella testimonianza d’unità che, secondo la parola stessa di Gesù, più che ogni altra cosa, conquista il mondo a Cristo: «una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). È questa unità il punto di partenza di ogni loro sforzo di evangelizzazione. Anche Giovanni Paolo II, rivolgendosi a Philadelphia a tutti i sacerdoti statunitensi, ha detto chiaramente: «Il sacerdozio di Cristo è uno, e questa unità deve essere attuale ed effettiva tra i compagni da Lui scelti (...) Come potrà il mondo credere che il Padre ha mandato Gesù, se non vede in modo tangibile che coloro i quali credono in Lui hanno ascoltato il suo comandamento di 114 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità “amarsi a vicenda’? E come potranno i credenti essere assicurati che questo amore è concretamente possibile se non hanno l’esempio dell’unità dei loro sacerdoti, di coloro che Gesù stesso si forma nel sacerdozio come suoi compagni?» (Ai sacerdoti statunitensi, Philadelphia, 4/10/79). . per un impatto effettivo nella società moderna GEN'’S: Questo riferimento ai cardini evangelici dell'istituzione del sacerdozio quale via indica, secondo te, per un impatto efficace sulla nostra società che tanti ormai chiamano “post-cristiana”’? / Vi stavo già accennando. Sacerdoti così finiti, con Cristo sacerdote in mezzo a loro, danno tale testimonianza che i laici vengo- {no trascinati a una analoga comunione di | vita. Nascono così comunità vive che a | | loro volta testimoniano Cristo, essendo nel | mondo il segno eloquente di una socialità | nuova che ha per modello la stessa comu- | nione fra le divine Persone. «Vides Trinitatem — diceva S. Agostino — si caritatem vides». Sono centinaia le esperienze che testimoniano l’impatto che comunità di questo genere hanno sulle persone di coninzioni non religiose e l’attrattiva che il oro esempio suscita anche fra i fedeli Ile altre religioni. Sî costata, inoltre, il fiorire di nuove e solide vocazioni proprio attorno a queste forme di comunione fra presbiteri. Questi sacerdoti non dimenticano però il prezzo che Gesù ha pagato per generare la Chiesa. Guardando Gesù crocifisso, che ha consumato in sé ogni dolore e ricomposto ogni lacerazione, essi vedono nel dolore la possibilità di fecondare il loro lavoro. Non si scoraggiano nelle difficoltà, si aiutano a vedere in ogni sofferenza personale e altrui il suo Volto, vedono in ogni peccatore o lontano da Dio un candidato all’unità con Dio e con i fratelli, sentono in ogni separazione fra le chiese cristiane, in ogni non-comunione tra sacerdoti e vescovi, tra sacerdoti, tra Chiesa e mondo, il — pag. 37 — i sacerdoti e l'unità grido stesso di Gesù: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», e assumono in sé ogni dolore per trasformarlo in amore. E da Lui imparano come Egli vuole i suoi ministri: sacerdoti e vittima. Riscoprono così il valore del proprio sacerdozio regale come base del ruolo ministeriale che sono chiamati a svolgere. Alla luce del mistero pasquale un sacerdozio non clericale GENS: In un mondo che contesta ogni forma di potere, come fa il sacerdote ad esercitare il suo mandato? La risposta, mi sembra, viene ancora dai principi evangelici cui accennavamo. I sacerdoti che rivivono in sé il mistero d’amore della morte e risurrezione del Cristo, sono ben coscienti di essere stati investiti da Lui di doni straordinari, ma non possono dimenticare le parole di Gesù: «Se dunque, io il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13, 14). E ciò li spinge costantemente ad un atteggiamento di servizio che li preserva dal clericalismo e dall’autoritarismo così invisi all'uomo di oggi, tanto più quando vivono in comunione con i laici, pienamente coscienti del sacerdozio regale che li accomuna. Devono annunciare la Parola di Dio e lo fanno. Naturalmente sanno che il loro annuncio è di ben poca efficacia se a precederlo non è la loro testimonianza. Innamorati della Parola di Dio, si aiutano a vicenda a viverla, giorno per giorno. E nell’annuncio convalidato dalla loro esperienza, colgono evidenti e insperati frutti. Per esercitare però con competenza i “poteri” di cui sono investiti e per la loro predicazione essi si preparano con uno studio diligente ed un costante aggiornamento. E infine prendono in casa Maria. Da Lei, che ha generato Gesù, imparano a rigenerarlo misticamente in mezzo agli uomini. In Lei vedono, come Giovanni, il modello della Chiesa che sono chiamati a servire. Ella li custodisce e ricorda loro sempre che ciò che vale è l’amore e che senza l’amore, che è servizio, anche il ministero sacerdotale si svuota della sua efficacia e della sua bellezza. Posso testimoniare, a gloria di Dio, che tanti, tantissimi sacerdoti e seminaristi, che s’ispirano a questi principi, hanno trovato nuovo e grande slancio nella loro vita e nel loro ministero, hanno trovato un aiuto spesso decisivo nei momenti difficili, hanno veramente edificato la Chiesa. at gen’s 5-6/2007 35 - 115 — pag. 38 — 36 i sacerdoti e l’unità Figura, vita e spiritualità del sacerdote oggi AI Congresso internazionale di seminaristi (27-30 dicembre 1994) Ù 020020 LLI2 TL LC TALL LA NOTA LLLALL COCCO LOD CLCAC LLC 0CC 000005 AAA ALINA LVL 0000000000000 Sacerdote e psicologo, Silvano Cola, è stato non solo attento osservatore della realtà socio-culturale contemporanea ma anche esperto di patristica con un’ampia produzione letteraria all'attivo. Da questa duplice prospettiva di lettura è nato questo intervenuto al Congresso «Uno perché tutti siano uno» che ha riunito a Castel Gandolfo 900 seminaristi provenienti da 72 nazioni. Riportiamo il suo contributo nella forma originaria di appunti. (da gen 4-5 1995, pp. 173-175) 116 - gen's 5-6/2007 Crisi d'identità a pochi anni dall'ordinazione Accostandoci al nostro tema, non possiamo non prendere in considerazione le difficoltà del sacerdote nell’attuale società. L’immagine ideale del sacerdote, come ci viene dalla memoria storica e forse anche da una certa formazione, si scontra con il principio della realtà: non siamo più dei /eaders ascoltati solo perché siamo sacerdoti che dicono: questo bisogna credere, questo bisogna fare, questo è peccato. Il principio della Chiesacomunione affermato dal Vaticano II ci mette in difficoltà perché richiede di lavorare con i laici e quindi di dialogare con loro, e sapere stare anche noi in ascolto. Ma pensarlo o dirlo è facile; farlo risulta molto più difficile. La mancanza di leadership sul piano sociale mette in crisi anche la coscienza del mandato che da Gesù Cristo abbiamo ricevuto tramite l’ordinazione sacerdotale. Ne segue spesso la ricerca di una compensazione col fare una quantità di attività per sentirci utili. Ma quando ci si accorge che si spende cento per produrre uno, arrivano lo scoraggiamento e lo stress, e cominciano i dubbi: avrò sbagliato vocazione? Il celibato è veramente un valore? Possibile che al sacerdote venga negato di avere una famiglia? Senso di solitudine, dunque, a livello profondo, aumentato dalla precarietà della vita quotidiana (mancanza di orari, di privacy, di possibilità di comunione intima con chi ci può capire...). i A questo si aggiunge la difficoltà pastorale nel trasmettere il magistero del Papa e dei vescovi, con conseguente tensione psicologica nei confronti dell’autorità, incomprensione dell’obbedienza, e ricerca di altre compensazioni di evasio- Misa Si potrebbe continuare. Sono difficoltà vere, e sarebbe poco saggio minimizzarle pensando: ‘a me non succederà”. — pag. 39 — i sacerdoti e l'unità Ma perché questo discorso? Perché ci serve ad inquadrare meglio la figura del sacerdote, e ringraziare Dio per tutte queste difficoltà che ci possono aiutare ad essere più simili all’unico sacerdote Gesù. II sacerdozio di Gesù Dio si fa uomo fra gli uomini. «Cristo Gesù... non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio, ma rinunziò a tutto e diventò come un servo, uomo tra gli uomini... Abbassò se stesso, e fu ubbidiente fino alla morte di croce» (cf Fil 2, 6-8). Anche Gesù ha ricevuto un “mandato”, e ne parla proprio a proposito del suo essere pastore (Gv 10, 16-18): il mandato di dare la sua vita per noi. Non un mandato, di potere, ma di servizio estremo: farsi uno con noi fino a provare lui stesso e prendere su di sé il nostro abbandono di Dio. La kenosis di Cristo, il suo totale spogliamento di sé, è però anche la vita per l’enosis, per unirci a Dio. L’espressione massima della Kenosis è l'Eucaristia, dove lui si dona come pane che mangiamo per farci “concorporei”, un solo corpo in lui, e immergerci con sé in Dio: per divinizzarci. È questo stesso “mandato” che Gesù trasmette ai sacerdoti: «continuate a fare voi per gli uomini ciò che ho fatto io». Per questo agiamo in persona Christi. Ecco la figura del sacerdote. Vivere insieme l'unico sacerdozio di Cristo La peggiore distorsione che possiamo fare è di confondere l’io sacerdotale con un ruolo di /eadership sociale. L’io del sacerdote è lo stesso “io” di Cristo nella sua kenosis, quando con l’abbandono e la morte in croce genera la chiesa come enosis, come comunione. Ma Paolo, nella stessa Lettera rivolta anche ai vescovi e diaconi di Filippi dice: «Abbiate tra voi gli stessi sentimenti che avete nei confronti di Cristo». In questa frase è riassunta tutta la vita cristiana: si tratta di vivere “alla Trinità”. 1l rapporto che vogliamo avere con Gesù non è diverso dal rapporto che dobbiamo avere tra noi. Chiara, in una pagina che resterà storica, parla del passaggio da una spiritualità individuale a una spiritualità collettiva, quando afferma che il «farci nulla» di fronte a Dio (il Tutto), condizione per realizzare l’unione con lui (Giovanni della Croce), dobbiamo realizzarlo anche nei confronti del prossimo nel quale abita lo stesso Dio. E così che posso amare Dio per Dio, e non Dio per me. I consigli evangelici Se la spiritualità individuale è concepibile anche senza una pratica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, per la spiritualità collettiva non è così. I consigli evangelici non danno di per sé la santità, se vissuti individualisticamente: possono anche degenerare in vizi. Nella spiritualità collettiva, invece, non si può vivere l’unità («che siano uno») senza vivere i consigli. Il modello è ancora Gesù abbandonato: lui è il povero (ha perso tutto), il casto (ha perso anche la Madre in terra e il Padre in Cielo), l’obbediente (fino alla morte in croce). Gesù abbandonato è il culmine nello stesso tempo della personalità umana, della libertà: è 1’Io ridotto a puro amore di donazione, al di là di ogni certezza e di ogni gratificazione. Amarci a vicenda come lui ci ha amati, questa è la misura: non si può essere una cosa sola se non si è liberi, ossia non legati, non condizionati da alcunché (attaccamento a beni, a persone, a se stessi). Ma chi fa questa esperienza evangelica sa che le promesse di Gesù sono vere: gen's 5-6/2007 37 sulla — pag. 40 — 38 «dove due o tre... ivi è Gesù», e con lui c’è il centuplo sia in beni materiali (provvidenza) che in fratelli e sorelle e case... e la coincidenza della mia volontà con quella di Gesù fra noi. Qui si capisce Maria. Il suo atteggiamento di «serva del Signore» nei confronti di Dio e, nella vita di casa, nei confronti di Gesù e Giuseppe, è la conditio senza la quale non è possibile né generare Gesù in mezzo a noi, né generare la comunità. È lei il modello, il tipo del sacerdozio: sacerdozio vitale, anche senza «mandato». E se il nostro mandato non si innesta su quel sacerdozio mariano, il nostro sacerdozio ordinato è sterile: non genera la comunità. Il celibato Allora si capisce anche il celibato. Esso non è rinuncia alla famiglia. Se Dio, che è Amore, ha creato il matrimonio come espressione e immagine della sua vita trinitaria, perché dovrebbe privare il sacerdote di una cosa «buona»? La realtà è che Dio non toglie niente a nessuno, ma rivolge un invito ad alcuni a vivere in una famiglia più bella, quale era la famiglia di Nazareth e poi la famiglia che si è formato con gli apostoli, i quali potevano dire: «Signore, da-chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna». Anche il prete ha bisogno di una famiglia e ne sentirà evidentemente la privazione, se non riesce a realizzarla tra sacerdoti, con Gesù, il sacerdote in mezzo a loro. In questo tipo di famiglia la solitudine non la sente proprio. Sul Tabor, Pietro, Giacomo e Giovanni pensavano forse alla moglie o ai parenti? Anzi, «facciamo qui tre tende...). Ecco la nostra famiglia. 118 - gen’s 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità La pastorale Il problema della pastorale è strettamente legato alla domanda sociologica: qual è il miglior sistema di vita sociale in cui posso essere felice? Da una meditazione di Chiara Lubich: il Verbo facendosi uomo e venendo come un emigrante sulla terra, ha portato tra noi la sua propria civiltà: l’amore che di più persone fa l’«uno». La Trinità è dunque il tipo di ogni socialità: dalla famiglia ad ogni gruppo o associazione... La Chiesa dovrebbe appunto essere modellata sulla Trinità, l’incarnazione storica di quella vita. E lo è, se pensiamo al mistero del Corpo mistico. Ma l’espressione sociale della Chiesa rispecchia forse in pienezza la verità del Corpo mistico? L’unica immagine che abbiamo di Chiesa, icona anche sociale della Trinità, è la prima comunità cristiana descritta dagli Atti, talmente affascinante da far dire a quell’anonimo che ha scritto la Lettera a Diogneto: un popolo straordinario, quasi paradossale, gioioso, al punto di amare anche i nemici... Le nostre parrocchie sono così? Possiamo dire, come negli Atti, che ogni giorno molte persone si uniscono alle nostre comunità cristiane, perché trovano in esse la vita trinitaria espressa anche socialmente con l’amore reciproco, la comunione dei beni, il farsi carico degli altri...? Ma se i preti non hanno esperienza concreta di questa comunione, come possono generare una vera comunità? i — pag. 41 — i sacerdoti e l’unità Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti 39 Riflessioni a mo’ di testamento per i sacerdoti (28 dicembre 2004) i EOTITTETTTT TITTI TITTI TITTI TI TI TITTI TI TITTI] Un rapido sguardo alle origini All’origine della Chiesa abbiamo la parola di Gesù: «siate una cosa sola, affinché il mondo creda», e il modello è «come il Padre e io siamo uno». I discepoli di Gesù, dunque, dovranno essere icona della Trinità. Qui siamo ancora soltanto all’annuncio della Chiesa, perché è l’evento della Pentecoste che verrà sempre più percepito come la vera origine della Chiesa, in quanto un passaggio importante si è verificato: mentre prima gli Apostoli e discepoli erano uniti personalmente alla persona di Gesù, alla Pentecoste l’unità avviene come esperienza comune della effusione dello Spirito sulla comunità dei credenti. Infatti il termine ekk/esìa — a prescindere da due menzioni nel Vangelo di Matteo — non viene mai usato nel Nuovo Testamento prima della morte e risurrezione di Gesù: viene usato per il gruppo che dopo la Pasqua crede nella Risurrezione. Luca non lo usa mai nel Vangelo, ma negli Atti lo usa ben 16 volte. Lo Spirito Santo scende dunque sui testimoni della Risurrezione, ossia sugli Apostoli (cf At 2, 32-37, 40-42) e la Chiesa si va formando per aggregazione alla cellula apostolica (cf ibid. 2, 41. 47). E questa l’epifania del popolo nuovo, effetto della promessa, che cambia il destino del mondo, tanto che i Padri della Chiesa nel racconto della Pentecoste leggono il rovescio del dramma di Babele: dopo la disunione del genere umano inizia il cammino verso la riunificazione dell’umanità. Ed è sintomatico il fatto che il racconto della Pentecoste sfocia nel quadro sorprendente della “nuova comunità”, in tale interazione reciproca da mettere in atto una autentica comunione concreta che arriva persino alla comunione dei beni. Lo Spirito Santo ha infatti il potere di strappare gli esseri umani all’egoismo, alle ingiustizie e alle rivalità, spezzando i legami che rinchiudono individui e gruppi su loro stessi per aprirli alla comunione. La Chiesa è dunque comunione, e ciò vuol dire che la salvezza è In un incontro internazionale di sacerdoti, diaconi e seminaristi d. Silvano ha sviluppato con lucidità alcune riflessioni su temi che gli stavano molto a cuore: la sempre rinnovata sfida, nel cammino della Chiesa, di mettere al centro la comunione, che è l’essenza della vita cristiana; l’importanza di rendere visibile la presenza di Dio nella storia; l’urgenza di dare maggiore attuazione agli insegnamenti del Concilio Vaticano II riguardo alla vita e al ministero dei presbiteri, con l’apporto della spiritualità dell’unità particolarmente atta a questo scopo. (da gens 2/2005, pp. 40-45) gen's 5-6/2007 - 119 — pag. 42 — 40 vivere in comunione. Lo si può dire tranquillamente anche perché, se per salvezza si intende pure, in senso antropologico, lo sviluppo pieno della propria individualità per arrivare ad essere persona ad immagine e somiglianza di Dio, la stessa cultura moderna sta mettendo in evidenza che la creatura umana può trovare la propria verità e affermare la propria singolarità unicamente nella comunione. Comunione e non divisione, singolarità e non confusione rispecchiano appunto l’essere creato a immagine e somiglianza di quel Dio che la fede ci presenta trinitario. La stessa visione della Chiesa come comunione è data dalla dottrina paolina del Corpo di Cristo. Infatti la Chiesa, l’insieme dei battezzati, era anticamente considerata il Corpo vero di Cristo, mentre l’Eucaristia, che significava e operava misticamente l’unità della Chiesa, era chiamata Corpo mistico di Cristo. L’inversione, che è poi avvenuta quando si è cominciato a considerare l’Eucaristia Corpo vero e la Chiesa di persone Corpo mistico, ha indicato storicamente il passaggio dalla spiritualità fondamentalmente comunionale a \_ quella prevalentemente individuale. Dall’amore scambievole al ruolo Questa unità trova dunque il suo paradigma nella Trinità stessa, poiché Gesù chiede al Padre che «essi siano una cosa sola come noi» (Gv 17, 23). La comunione del Padre e del Figlio non è però soltanto un modello della comunione fraterna, ecclesiale, ma ne è anche la sorgente, l’origine, il luogo in cui si realizza. E qui si vede come il comandamento nuovo — «amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13, 34) — è il “suo”, l’unico “suo” comandamento. Queste verità che si direbbero molto ovvie, lungo i secoli, nella vita del popolo cristiano, si sono spesso capovolte, tanto, ad esempio, da credere che fosse la sola Eucaristia a fare l’unità della Chiesa, anche se non c’era amore tra le membra, 120 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità malgrado san Paolo affermasse che, se non c’era l’amore, chi mangiava l’Eucaristia mangiava la propria condanna; si pensava che bastasse la fede nelle verità proposte dalla Chiesa per essere cristiani; che\ bastassero i sacramenti operanti ex opere operato a dare la salvezza e non invece la vita di ciò che i sacramenti significavano. / Si ingenerò insomma in molti membri della Chiesa una dicotomia e di conseguenza un individualismo teorico e pratico, per cui ogni fedele pensava a se stesso senza sentirsi per niente corpo dell’altro e degli altri: la preghiera era privata, la spiritualità era privata, e ognuno pensava alla propria salvezza, pur lavorando spesso a moltiplicare il numero dei battezzati. Si ricreavano così i muri che lo Spirito della Pentecoste aveva abbattuto tra clero e laici, tra maschio e femmina... D'altra parte, ancora vivo san Paolo, persino i singoli carismi che lo Spirito Santo elargiva ad alcuni perché fossero a servizio di tutti, tendevano già a chiudersi in se stessi privilegiando il proprio ruolo al di sopra della carità di cui sono al servizio (cf /Cor 12, 25-31); e Paolo è costretto a richiamarli all’unico valore, l’amore (ibid., 13, 1-3). Già fra i primi cristiani, infatti, si erano andati evidenziando gruppi funzionali, definiti da scopi specifici di natura organizzativa come, ad esempio, apostoli, dottori, profeti, diaconi, vedove, eccetera, dati dallo Spirito per l’utilità comune. Essi tendevano a relazionarsi all’interno del proprio gruppo soprattutto per quanto riguardava la loro specifica finalità, favoriti dalla maggiore possibilità di interazione per motivi di competenza, col pericolo però che la coesione del gruppo venisse data unicamente dalla finalità estrinseca, dal ruolo, e che in seno alla comunità cristiana venisse a mancare l’interazione, la comunione fra i vari gruppi, e fra questi e l’insieme dei fedeli. Ed è per questo che Paolo, cosciente di questo pericolo, si preoccupa che la coesione anche fra gruppo e gruppo resti fondata non su un valore accidentale, ma sul — pag. 43 — i sacerdoti e l’unità valore e sulla finalità primaria ed essenziale, nonché eterna, ossia sulla Carità, così da farli essere un solo corpo dove ogni organo è interdipendente. Negli Ordini religiosi In realtà, dal pericolo di allentamento : della comunione nella carità dovuto al prevalere delle finalità estrinseche — finalità specifiche dei diversi carismi — non sono stati esenti, lungo la storia, neppure Ordini e Congregazioni religiose. Pur essendo sorti da grandi personalità carismatiche e pur avendo avuto nei primi anni di fondazione una stretta comunione di vita, questa col passare degli anni spesso si è andata riducendo a favore dell'impegno sociale. Si pensi soltanto alla Regola di sant’ Agostino che servirà da base a molte altre. Essa inizia con queste parole: «Prima e al di sopra di tutto, fratelli carissimi, si ami Dio, e poi il prossimo, poiché questi sono i più importanti comandamenti che ci sono stati dati». Per cui «la ragione prima del vostro ritrovarvi riuniti assieme è che abitiate in questa casa unanimi, e abbiate un’anima sola e un cuore solo in Dio» (Regola terza, I, 1-2). Secoli più tardi, le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori nel definire la finalità dell’Ordine riprendono alla lettera il passo citato di Agostino: «Come ci insegna la Regola, prima e al di sopra di tutto...» e termina con questa piccola aggiunta: «per essere trovati perfetti nella carità». La storia successiva, però, ha mostrato come per lo più, negli Ordini, questo fine generale primario abbia lasciato il posto al ruolo estrinseco, e pur vivendo i membri a contatto reciproco, i loro rapporti saranno definiti dal compito che ciascuno ha nel gruppo, finendo così col diventare membri di una società che lavorano per un medesimo fine religioso e che accidentalmente vivono assieme. Insomma, i rapporti trinitari, dove ognuno vive l’altro, spesso non sono più che un ricordo storico. La testimonianza per eccellenza che Gesù chiede- va, di essere «perfetti nell’unità perché il mondo creda» (cf Gv 17, 23), viene a mancare. Nel Medioevo, colmo di spinte religiose, un cistercense inglese, Baldovino di Ford, dopo anni sembra riscrivere la storia della Chiesa quando, nell’Omelia 15 e altrove, afferma con incantevole semplicità che «la Chiesa primitiva fu fondata sulla vita comune», che «dalla vita comune ebbe inizio l’infanzia della Chiesa appena nata», che «dagli stessi apostoli la vita comune prese l’esempio di come muoversi, il titolo di onore, il privilegio della sua dignità, la testimonianza della sua autorità, la propria sicurezza, il fondamento della propria speranza», fino ad arrivare ad affermare: «questa vita comune che è in Dio, che è di Dio, che è Dio...» ed a sottolineare che «dalla stessa Sorgente della vita (la Trinità) è fluita la vita comune». Ma cosa comporta la vita comune per Baldovino? La perfezione che ricerca questo monaco è radicale. Scrive: «Avendo un cuore solo e una sola anima, tutto quanto in comune, concordia e unanimità in tutto, anteponendo sempre l’utilità di tutti e il bene comune ai propri comodi, in tanto rinunziano a sé e alle cose proprie se, trovandovisi implicati... sia nei giudizi sia nel dare consigli non presumono di difendere tenacemente il proprio parere né tentare di imporre forzosamente la propria volontà seguendo i propri desideri, né pretendere qualcosa perché era un bene personale; ma rinunziando alla propria libertà e al proprio potere, non sia loro lecito volere ciò che vogliono, aver potere su ciò che potrebbero, né avere sentimenti propri, né essere quello che sono, né vivere spinti dal proprio spirito bensì dallo spirito di Dio dal quale sono fatti figli di Dio, il quale è amore e loro legame di comunione». Ma in ogni tempo della storia della Chiesa lo Spirito Santo ha fatto sorgere altri carismi che ripartivano con lo slancio di una vera comunità cristiana, poiché se fondatori e fondatrici si sono sentiti chiamati a strutturare i rispettivi movimenti ecclesiali in forme sempre nuove, era per- gen's 5-6/2007 - 41 121 — pag. 44 — 42 ché non potevano che essere, «la risposta dello Spirito Santo alle mutevoli situazioni in cui viene a trovarsi la Chiesa»'. E i loro inizi erano sempre caratterizzati da una intensa vita di comunione. Basti pensare a san Francesco e a don Bosco. Nessuno dei due avrebbe voluto lasciare una Regola se avessero avuto la certezza che i loro seguaci si sarebbero sempre amati come Gesù vuole. Comunione visibile Che la comunione dei cristiani nella Chiesa debba essere visibile è una precisa indicazione di Gesù: «affinché il mondo creda» (Gv 17, 21); e non è che espressione sociale del mistero trinitario, che a sua volta è ciò che caratterizza il cristianesimo rispetto alle altre religioni; infine, questa visibilità è anche diretta conseguenza dell’incarnazione del Verbo: il Verbo, invisibile, si è fatto carne, visibile. Dio è invisibile: «Dio, infatti, mai nessuno l’ha visto»; chi ce l’ha rivelato è stato il suo Figlio unigenito incarnato (cf Gv 1, 18). E ancora: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (/Gv 4, 20). La Trinità è invisibile: non c’è modo di viverla e di sperimentarla che vivendo l’amore scambievole. «Che tutti siano una cosa sola [rendendola così visibile] (...) affinché il mondo creda» (Gv 17, 21). Il Padre è invisibile; ma «chi ha visto me (Gesù) ha visto il Padre» (Gv 14, 9). Dopo l’ Ascensione, Gesù nel suo corpo glorioso è invisibile; ma «ogni volta che avete fatto questo a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (M? 25, 40). Lo Spirito Santo è invisibile; ma i frutti dello Spirito sono visibili: «amore, gioia, pace, pazienza...» (Gal 5, 22). Nell’Eucaristia Gesù per il mondo è invisibile: se vivo l'Eucaristia lavando i piedi agli altri — «perché come ho fatto io, 122 - gen’s 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità facciate anche voi» (Gv 13, 15) — e spezzandomi per gli altri, diventa visibile. La fede è invisibile: solo dalle opere si riconosce (cf Gc 2, 20). La speranza è invisibile: ma se si supera il dolore con l’amore, riconoscendo in ciò che fa male Gesù crocifisso e abbandonato, diventa visibile. La comunione dei santi è invisibile: ma l’unità della Chiesa creata dall’unica fede, dal battesimo e dall’Eucaristia, diventa visibile se amo ogni membro di essa come me stesso. Una delle grosse novità portate dal carisma dell’unità sta, fra l’altro, nell’aver aiutato le persone a “rendere concreto” l’amore del prossimo e ad universalizzare questo unico comandamento di Gesù, trascendendo il semplice rapporto interindividuale: — amare la famiglia altrui come la propria; — amare l’etnia altrui come la propria (abbattere il razzismo); — amare la nazione altrui come la propria (abbattere il nazionalismo); — amare il partito politico altrui come il proprio (abbattere il partitismo); — amare l'Ordine religioso altrui come il proprio; — amare il Movimento altrui come il proprio. Tutto è conseguenza implicita diretta dell’unico comandamento, e garanzia che la fede (invisibile) in Gesù e nel suo Vangelo non è una dichiarazione astratta, ma verità incarnata. La comunione insomma deve diventare visibile proprio come il Verbo di Dio si è fatto visibile assumendo concretamente la nostra carne e i nostri limiti e dando concretamente la sua vita per noi. Ce lo conferma il Concilio Vaticano II: «La Chiesa ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio — pag. 45 — i sacerdoti e l’unità suo incarnato... sotto la guida dello Spirito Santo» (GS 21; EV 1, 1382). La spiritualità di comunione e i sacerdoti Nel 1965, in pieno svolgimento del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre viene promulgato il decreto Presbyterorum Ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri. A leggerlo non c’è che da rimanere stupiti: la spiritualità di comunione prospettata dai Padri del Concilio per i sacerdoti è la stessa che il carisma del Movimento dei focolari aveva già proposto ai sacerdoti, aiutandoli nell’incarnarla. Il Concilio, infatti, in questo decreto consiglia: «Per far sì che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine, sia incoraggiata fra di essi una certa vita comune, ossia una qualche comunità di vita, che può naturalmente assumere forme diverse, in rapporto ai differenti bisogni personali e pastorali: può trattarsi, cioè, di coabitazione, lì dove è possibile, oppure di una mensa comune, 0 almeno di frequenti e periodici incontri. Vanno tenute in grande considerazione e diligentemente incoraggiate le associazioni che, in base a statuti riconosciuti dall’autorità ecclesiastica competente, fomentano — grazie ad un modo di vita convenientemente ordinato e approvato e all’aiuto fraterno — la santità dei sacerdoti nell’esercizio del loro ministero, e mirano in tal modo al servizio di tutto l’ordine dei presbiteri» (PO 8; EV 1, 1269). Ed è proprio questa la finalità specifica di tutto il Movimento sacerdotale dell’Opera di Maria. Premesso questo come punto di partenza, il Concilio esorta a vivere la spiritualità di comunione come delineata nel fine generale e fine specifico dell’Opera di Maria. Il Concilio infatti dice: «Ciascuno dei presbiteri è legato ai confratelli con il vincolo della carità, della preghiera e di ogni specie di collaborazione» (PO 8; EV 1, 1267). Il Concilio poi mette a fuoco le dimensioni fondamentali della vita dei sacerdoti con forti paralleli ai sette aspetti in cui noi cerchiamo di incarnare la nostra spiritualità. Economia: povertà evangelica «Animati da spirito fraterno, i presbiteri non trascurino l’ospitalità, pratichino la beneficenza e la comunione dei beni» (PO 8; EV 1, 1269). E dopo aver esortato alla comunione dei beni conclude: «Con questo tenore di vita i presbiteri possono mettere lodevolmente in pratica lo spirito di povertà raccomandato da Cristo» (PO 17; EV 1, 1302). Apostolato I presbiteri manifestino «quella unità con cui Cristo volle i suoi resi perfetti in uno, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre» (PO 8; EV 1, 1269). «La carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre nel vincolo della comunione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio» (PO 14; EV 1, 1292). Spiritualità Si parla a lungo dei tre voti di castità, povertà e obbedienza — «quella disposizione dell’anima per cui i sacerdoti sono sempre disposti a cercare non la propria volontà...» — oltre alle pratiche di pietà incentrate sull’Eucaristia e al distacco da tutto. E questo per avere Gesù in mezzo a loro (cf PO 15-17; EV 1, 1293-1303). 43 gen’s 5-6/2007 - 123 — pag. 46 — 44 Salute «... i beni (materiali) devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto mantenimento...» (PO 17; EV 1, 1301). «Non trascurino l’ospitalità... avendo speciale cura di quanti sono infermi, afflitti..., soli...» (PO 8; EV 1, 1269). Casa «Sistemino la propria abitazione in modo tale che nessuno possa ritenerla inaccessibile, né debba, anche se di condizione molto umile, aver timore di frequentarla» (PO 17; EV 1, 1303). Studi «Ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto; è bene quindi che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura, in modo da essere in condizione più opportuna per poter sostenere il dialogo con gli uomini del loro tempo» (PO 19; EV 1, 1308). Aggiornamento Tutti i sacerdoti dovrebbero aggiornarsi attuando periodicamente un «proficuo scambio di esperienze apostoliche con i confratelli» (PO 19; EV 1, 1309). L'apostolato verso il popolo «I cristiani inoltre devono essere educati a non vivere egoisticamente, ma secondo le esigenze della nuova legge della carità, la quale vuole che ciascuno amministri in favore del prossimo la misura di grazia che ha ricevuto, e che in tal modo tutti assolvano cristianamente i propri compiti nella comunità umana» (PO 6; EV 1, 1258). «Ma la funzione di pastore non si restringe alla cura dei singoli fedeli: essa 124 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l'unità va specialmente estesa alla formazione dell’autentica comunità cristiana» (PO 6; EV 1, 1260). «E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana» (PO 6; EV 1, 1261). «Inoltre... la comunità ecclesiale esercita una vera azione materna nei confronti delle anime da avvicinare a Cristo. Essa infatti [come comunità] viene ad essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indicare o per agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa» (PO 6; EV 1, 1262). «(I presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza. Dei doni di Dio che si trovano abbondantemente fra i fedeli, meritano speciale attenzione quelli che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata... Infine, i presbiteri si trovano in mezzo ai laici per condurre tutti all’unità della carità: “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12, 10)» (PO 9; EV 1, 1272). Una domanda Possiamo chiederci: «È stata ascoltata dai sacerdoti la voce del Concilio?». Possiamo rispondere con tutta tranquillità che per molti versi è ancora tutto da scoprire che cosa significhi e che cosa implichi per i sacerdoti, nel loro particolare standard di vita, la “comunione di vita” a mo’ della comunione trinitaria. D'altra parte, non può sfuggire la benevola iniziativa di Dio che ha dato a Chiara Lubich il carisma dell’unità, con cui ha potuto invitare i sacerdoti a vivere, già in anticipo, ciò che il Concilio ha poi promulgato. — pag. 47 — i sacerdoti e l’unità Coloro che sono venuti a conoscere, grazie a questo carisma, come si attua la comunione trinitaria — il Gesù in mezzo evangelico del “dove due o più” vivibile sia nella vita comune che nella comunione di vita senza convivenza stabile —, in questo momento storico in cui più che alla teoria si crede all’esperienza, sentono il dovere di impegnarsi, non più settorialmente ma assieme a tutto il popolo di Dio e facendo tesoro dell’esperienza dell'Opera di Maria, a costruire l’ekk/esìa su tutta la terra. sc 1) 4. Ratzinger, / Movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, :n: Pontificium Consilium pro laicis, / movimenti nella Chiesa, Città del Vaticano 1999, p. 46. 2) PO = Presbyterorum Ordinis EV = Enchiridion Vaticanum. Le osservazioni fatte da due Padri conciliari di porre le associazioni dei sacerdoti sotto la direzione del vescovo (se diocesane) o delle Conferenze episcopali (se nazionali), furono respinte dalla Commissione con queste parole: «Tali associazioni non ci sembra che debbano essere sottomesse giuridicamente ai vescovi o alle Conferenze episcopali, perché riguardano l’ambito personale della vita dei sacerdoti, nonché l’esercizio della loro legittima libertà». gen's 5-6/2007 45 - 125 — pag. 48 — 46 i sacerdoti e l’unità Carisma femminile, profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich L'ultimo articolo di d. Silvano sulla nostra rivista 10 LITI ALATI LLLLTLLLLLLL LALA LL DALLA DOLL LO LELLA CLACELL CAF" 0000000000200 00n0 000 soa 0000so0000000 Nell'ultimo articolo pubblicato sulla rivista nostra, d. Silvano ha concentrato una lettura dell’oggi culturale ed ecclesiale sempre più in. evidenza nel suo pensiero. Si tratta di una raccolta di testi * riguardanti l’affiorare nell’ecclesiologia e nella mariologia, nell’ antropologia e nella psicologia, in contemporanea con la riscoperta del carisma femminile, del profilo mariano della Chiesa. L'articolo termina con alcuni brani di Chiara Lubich che fin dal 1949, si può dire, ha anticipato ‘ questa rivoluzione antropologico-spirituale. (da gen 5 6/2006, pp. 197-202) 126 - gen's 5-6/2007 I “profilo mariano” non è una devozione, ma un modo di essere Chiesa e si potrebbe dire che è nato quando Gesù disse a Pietro: «Tu mi ami? Tu mi ami? Tu mi ami più di costoro?», prima di potergli dire: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21, 15-17). Come mostrano altri articoli della rivista gens (cf 6/2006), l’importanza fondamentale del profilo mariano della Chiesa viene affermata oggi al più alto livello d’autorevolezza. Il magistero di Giovanni Paolo II, che ha aperto la strada in questo senso, è stato assunto nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «la dimensione mariana della Chiesa precede la sua dimensione petrina» (n. 773). Papa Benedetto ha ripreso in piena continuità la linea del suo predecessore. Per coglierlo basterebbe questo brano pronunciato durante la concelebrazione eucaristica in occasione della consegna degli anelli cardinalizi ai nuovi eletti, nella solennità dell’ Annunciazione il 25 marzo 2006: «Questa provvidenziale coincidenza ci aiuta a considerare l’evento odierno in cui risalta in modo particolare il principio petrino nella Chiesa alla luce dell’altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale»; aggiungendo poco oltre che «tutto, nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “sì” alla volontà di Dio»'. Ma già 1°8 dicembre precedente, durante la messa di celebrazione del 40° anniversario della conclusione del Vaticano II, aveva ricordato che «l’aspetto petrino della Chiesa è incluso in quello mariano). Non è possibile affrontare qui la vastità di temi implicati nel profilo mariano della Chiesa ed il suo rapporto inscindibile con il principio petrino. Ci limitiamo perciò, nella rassegna di testi che riportiamo, a tre realtà intimamente legate: il carisma o genio fem- — pag. 49 — i sacerdoti e l’unità minile, Maria, il sacerdozio cosiddetto “mariano”. Il «carisma femminile» Nella Chiesa cresce sempre più la consapevolezza dell’importanza del “genio femminile”, non solo per la vita del popolo di Dio al suo interno, ma pure in assoluto, come persona e nella società, in sintonia con un’istanza culturale che è andata affermandosi anche grazie alla lotta delle donne iniziata due secoli fa per avere riconosciuti i diritti umani pari agli uomini. È chiaro dalla Bibbia che la rottura tra uomo e donna e la loro reciproca alienazione si è verificata alle origini, ed ha segnato la storia, finché Gesù Cristo, offrendo per l’umanità la sua vita sulla croce, ha stimato l’essere umano più grande di sé, perché l’amore vede l’altro più grande (cf Fi/ 2, 3), e col suo esempio ci ha invitati a vedere lui stesso in chiunque si ama, tanto da offrire la possibilità di pregustare in qualche modo il paradiso in terra quando ha detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome (nell’amore come Cristo ce l’ha mostrato) io sono in mezzo ad essi» (Mt? 18, 20). Il filosofo Emmanuel Lévinas ha contribuito a ridare il giusto valore alla donna quando rovescia la valutazione delle tradizionali categorie di virilità e femminilità, sostenendo che «Ia virilità è il simbolo del soggetto che non vuole farsi alterare dall’altro, mentre la femminilità è liberazione da questo senso di proprietà e di chiusura». Affermazione oltretutto logica dopo aver spesso ripetuto nelle sue opere che «amare è appunto considerare l’altro come insostituibile, come unico»?. Per rendersi conto di questo servizio d’amore a Gesù nel prossimo basterebbe guardare alle biografie di grandi sante e santi del passato, oltre ai carismi fioriti nella Chiesa in ogni tempo attraverso gli Ordini religiosi femminili e maschili. Ma nell’ultimo secolo si è andato scoprendo e delineando quel “profilo mariano della Chiesa” che è sempre stato fondamentale per la vita di essa, esprimendone la santità, tanto che il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar è arrivato a scrivere che «l’elemento mariano governa nascostamente nella Chiesa come la donna lo fa nel focolare domestico»'. Ma di lui si parlerà più avanti. Mi pare comunque di poter dire che, all’interno del cattolicesimo, la visione più avanzata che ha anticipato i tempi nei riguardi del carisma femminile (mariano) sia stata quella di Edith Stein, oggi riconosciuta santa dalla Chiesa cattolica, che già negli anni 1928-1933 aveva scritto: «Nella misura in cui (donarsi a Dio) è dono d’amore a Dio Amore e, nello stesso tempo, cammino verso la perfezione compiuta del proprio essere, essa rappresenta il raggiungimento più alto di ogni aspirazione femminile, ossia della perfezione ideale della donna; 0, più esattamente, il compimento più elevato dell’essere umano in genere, ma sentito più vivamente e desiderato più immediatamente dalla donna in quanto donna». E dice ancora: «A nessun altro essere sulla terra Cristo si è legato come alla donna (Maria), che è stata creata a sua immagine come nessun’altra persona prima e dopo di lei, che ha avuto da tutta l’eternità un posto nella Chiesa come nessun altro, chiamando così in ogni epoca le donne alla più intima unione con lui, per proclamare il suo amore, far conoscere la sua volontà a re e papi, preparare la strada della sua signoria nel cuore degli uomini. Non esiste una vocazione più alta di quella di essere sponsa Christi»!. La novità originale è che Edith Stein, in un altro passo, invita anche l’uomo allo stesso “amore sponsale” per Cristo, quando dice: «Io credo che quando l’abbandonarsi al Signore si compie in modo puro e completo, l’amore sponsale dell’anima deve essere alla base tanto della donna come dell’uomo». 47 gen's 5-6/2007 - 127 — pag. 50 — 48 Ovviamente non si tratta di una consapevolezza cresciuta soltanto all’interno del cattolicesimo, ma anche — e per certi versi prima — in altre tradizioni cristiane. Un esempio per tutti: il grande teologo ortodosso Paul Evdokimov scriveva già nel 1958 un libro sulla donna e la salvezza dell’umanità, del quale si potrebbero citare interi brani di grande bellezza e anticipatrici dei tempi. Riporto soltanto una frase, che appare severa ma fa riflettere: «Alla donna spetta il compito di raddrizzare lo zelo maschile che scade tanto spesso e sempre di più verso la profanazione dei misteri e la perdita dei valori spirituali»*. Maria e la Chiesa Ancora una testimonianza in certo senso “esterna” al cristianesimo istituzionale, per mostrare quanto una tale percezione costituisca un segno dei tempi. Simone Weil, la filosofa laica francese che muore nel 1943, scrive: «La Vergine... la pura innocenza. Il Cristo era particolarmente obbediente sin dall’infanzia, e tuttavia, sulla Croce, ciò che ha sofferto gli ha insegnato l’obbedienza. La verità che diventa vita: è questa la testimonianza dello Spirito. La verità trasformata in vita»?. E di Maria dice: «Il bello è un ordine perfetto. Anche l’anima interamente obbediente è un ordine perfetto»'°. Già in una delle sue prime opere, von Balthasar affermava: «È Maria la prima alla quale è stata accordata la forma comunicabile della grazia dell’incarnazione. Per quanto ella sia assolutamente una creatura e non affatto Dio, la sua essenza nasce in Dio, vicinissima a quella del Figlio. Questa essenza si trova in Dio come condizione della incarnazione del Verbo, alla fonte originaria delle “vie della Sapienza”. Maria, in quanto tipo originario della donna, vive tutta per Dio e per suo Figlio nella perfetta 128 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l'unità recettività della sua essenza in Dio. La sua vita, il suo cammino e il suo terrestre progredire sono unicamente caratterizzati dall’accoglienza sempre progressiva della Volontà di Dio in sé»"!. Nel 1965, poi, definisce la Chiesa «l’unione di coloro i quali, riuniti e costituiti dall’immacolato “sì” pronunciato da Maria e dalla grazia che ci rende somiglianti a Cristo, sono disposti ad accettare con prontezza la volontà salvifica di Dio nei confronti propri e nei confronti di tutti i fratelli»). E spiega che la forma della Chiesa è dunque doppiamente “mariale”, e lo è in modo permanente; perché il piano cristologico (somiglianza a Dio) significa partecipazione allo stile di vita di Cristo, stile di Vita che è il sale della terra cui non è lecito diventare insipido e che è il solo in grado di fermentare questo basso mondo. E non si può non considerare, almeno per inciso che quando, nel 1950, Pio XII proclamò il dogma dell’Assunzione di Maria, superando così un certo inconscio dualismo antropologico, fu C. G. Jung a dichiarare con entusiasmo che «questo dogma è attuale da ogni punto di vista e lo ritengo il più importante avvenimento religioso dal tempo della Riforma», perché finalmente «Maria è unita al talamo celeste quale sposa al Figlio e come Sophia con la divinità»". Per quanto riguarda ancora la teologia, Antonino Grasso, parlando di Maria come nuova Eva prototipo dell’umanità redenta e «interlocutrice della salvezza», la vede come Donna nella quale risalta lo splendore della bellezza in quanto «segno di corrispondenza armonica e vitale, e come valore intratrinitario di completezza». Ma afferma che questa lettura è ritenuta possibile solo se si libera Maria da quel ruolo negativo che le è stato attribuito nel passato, «e se si riconosce come indispensabile la teorizzazione della recettività e dell’accoglienza come principio interpretativo della storia del cosmo in unione col Risorto, nello Spirito». — pag. 51 — i sacerdoti e l'unità Ma soprattutto ci ricorda che «uomini e donne, fratelli e sorelle di Maria nel discepolato, hanno molto da apprendere spiritualmente da lei. Maria li conduce verso la pienezza della loro vocazione cristiana che è la maturità spirituale in Cristo, cioè la pienezza della fede e della adesione a Lui (...) Maria è certamente il paradigma dello spirito di servizio che deve animare ogni carisma nella Chiesa. Maria insegna a tutti ad esorcizzare il potere e il prestigio da ogni uso egoistico e individuale». In un altro passo completa le sue considerazioni sull’essere di Maria come persona affermando che, ad esempio, «I° Annunciazione è un dialogo in cui Maria esprime la sua libera volontà e dunque la piena partecipazione del suo Io, personale e femminile, all'evento dell’Incarnazione. Questo significa che con Maria si ha la nascita della personalità cristiana e l’avvento della donna autentica. Da questo derivano importanti conseguenze: come persona Maria non è solo paradigma per le donne, ma anche per gli uomini, in quanto è voluta per se stessa, come donna, partner all’inizio della Nuova Alleanza, e in quanto tale ella risponde a nome di tutta l’umanità; è la rappresentante e l’archetipo sia degli uomini che delle donne»". Si spinge più oltre il Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il card. Ignace Moussa I Daoud, Patriarca emerito di Antiochia dei Siri. Durante il Sinodo dei vescovi sull’Eucaristia, ha detto: «Anche dalle mani di Maria riceviamo il dono dell’Eucaristia. Dio ha disposto che, grazie a Lei, l’Incarnazione, la Redenzione, l'Eucaristia e la comunione giungessero a noi. Maria fu la prima a ricevere nel suo grembo il Corpo e il Sangue di Cristo. L’Incarnazione fu la prima comunione della storia. Primo tabernacolo fu il suo cuore immacolato. La liturgia siriana invoca Maria, che porta nel grembo il Bambino Gesù, chiamandola “secondo Cielo”. Prima di ogni apostolo e sacerdote è Maria che ha dato Gesù al mondo. Maria e l’Eucaristia non possono essere dissociate. Dunque Maria è stata il primo sacerdote, la prima persona al mondo ad aver celebrato l'Eucaristia, ad aver reso “reale” e donato il Corpo e il Sangue di Cristo».!* Benedetto XVI, nella menzionata omelia nella Basilica di San Pietro, 1°8 dicembre del 2005, durante la messa di celebrazione del 40° Anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ricordava che: «In Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi “anime ecclesiali”: così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di San Paolo, presentarci “immacolati” al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (cf Co/ 1, 21; Ef 1,4)». Il sacerdozio mariano Veniamo ora a Chiara Lubich che ha spesso parlato esplicitamente del profilo mariano anche a sacerdoti e seminaristi e che, per quanto riguarda il “genio femminile” della donna nell’umanità e nella Chiesa, ha pronunciato un discorso fondamentale a Trento il 1° gennaio 1995 in occasione della Giornata della Pace". Per quanto riguarda il profilo mariano che tutti i sacerdoti e vescovi sono chiamati a vivere, essa ne compie una mirabile sintesi con il profilo petrino di cui essi diventano espressione col sacramento dell'Ordine. Senza disgiungerli mai, perché ambedue sono inseparabilmente a servizio dell’unità della Chiesa, però rilevando che il valore supremo nel Regno di Dio è l’accoglienza della Parola di Dio che chiede loro di essere pronti ad amare fino a dare la vita. Ecco alcuni testi, nella loro maggior parte inediti. 49 gen's 5-6/2007 - 129 — pag. 52 — 50 Il 29 agosto del 1961, alla chiusura di un incontro con la sezione maschile dell'Opera di Maria, Chiara delineava ancora la finalità del Movimento intero, con un linguaggio evidentemente proprio del tempo: «Abbiamo sentito un desiderio imperioso di far trionfare 1’ Amore oggi in cui l’odio sembra dominare il mondo. E abbiamo sentito di portare alti i valori dello spirito in questo mondo in cui tanto valore si dà alla materia. Noi tutti siamo stati affascinati dal bene in quest'epoca in cui il male trascina tanti. È una rivoluzione, la nostra, e il Signore da anni va arruolando anime e anime al suo servizio. Abbiamo visto le prime: lui ha preso delle giovanette, inermi, incapaci, gente che di per sé è la meno adatta a far quanto stiamo dicendo, ma è proprio per dimostrare che l'Opera è di Dio. Poi ha chiamato dei giovani che trovano nella verginità la forza, e trovano nella mira al sacerdozio qualche cosa di assolutamente grande per servire la Chiesa. Infine il Signore ha anche chiamato tanti uomini e donne maturi, perché portino proprio in quel mondo, che sembra dominato dal principe di questo mondo, il Regno di Dio. E noi sappiamo come anche il nostro spirito non si sia fermato qui (...). È entrato in tanti Ordini religiosi maschili e femminili e ha dato più coscienza a tanti sacerdoti; ha dato il senso maggiore del proprio dovere a tante suore; ha fecondato l’apostolato di moltissimi ministri di Dio (...). Inoltre Lui ci ha indicato — e tutti noi lo sappiamo nel segreto del nostro cuore — un capo: è Maria. E sempre stata Lei la condottiera delle battaglie della Chiesa. È lei, una donna, quella che fa vincere il bene sul male». Questa “rivoluzione” pacifica, ispirata dalla “passione per la Chiesa” di Chiara e del Movimento, stava infatti penetrando anche negli Ordini religiosi: «La nostra unica passione deve essere la Chiesa, la Chiesa più bella, la Chiesa rin- 130 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità novata, non da riforme che noi non siamo capaci di fare, ma dall’amore e dall’aderenza quindi alla volontà di Dio»". «Secondo ‘me l’attributo che meglio si addice alla Chiesa è quello di Madre. Tutta la nostra vita ideale è un’esperienza di questo. La madre fa tutto quanto fa la Chiesa: istruisce, nutre, guida. E un’autorità materna, la sua, perché se ad es. nel Papa il primato d’autorità non può essere disgiunto da quello dell’amore, chi batte tutti nell'amore è la madre. La madre sa anche morire per i propri figli così come deve saper fare il vescovo se esso è chiamato a continuare Gesù. Il «nessuno ha maggior carità...» è stato detto ai primi vescovi... Che la Chiesa sia madre, credo che a noi l’ha rivelato lo Spirito Santo. É troppo evidente, era troppo profonda questa convinzione, proprio quando la Chiesa ci studiava, ci correggeva, ci ammoniva, magari col silenzio, che è peggio delle parole. Forse gli uomini della Chiesa non lo sapevano che essi mostravano a noi la maternità della Chiesa. Ma era così. E fu questa fede che ci fece andar avanti per anni ed anni)”, ” Chiara sviluppa la qualità mariana che un sacerdote dovrebbe raggiungere, inaugurando una “scuola” di spiritualità comunitaria, appunto per sacerdoti, il 24 ottobre del 1966: «Se i sacerdoti nostri sapranno posporre tutto, anche il sacerdozio, per assicurare la presenza di Gesù fra loro, vivendo come bambini il Regno di Dio, sarà inevitabile che Gesù faccia venire fuori una pastorale nuova, dei seminari nuovi (...). E se ci sarà l’unità anche con la parte laica del Movimento, si darà origine a quella che ho chiamato “città-chiesa”, o “società-chiesa” che farà vedere al mondo come esso sarebbe se fosse tutto clarificato da Gesù, dal suo Vangelo (...). Stiamo mettendo qui la prima pietra di una realtà che sboccia dopo il Concilio, ma che ha le sue radici prima del Conci- — pag. 53 — i sacerdoti e l’unità lio, perché le ha in Dio che ha suscitato questo Movimento». La novità stava nel fatto che bisognava premettere ad ogni attività lavorativa o intellettuale la norma delle norme che sta alla base della spiritualità di comunione: «Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35). Si può capire l’importanza di questo orientamento educativo se si pensa alla formazione eminentemente individualistica che si era ricevuta, e quindi, ad esempio, alla difficoltà che avevano i sacerdoti in ministero a convivere nello stesso presbiterio. E si doveva inoltre guarire dall’appoggiarsi con una certa enfasi sulla “grandezza” del sacerdozio ordinato, se alla base non esisteva una vita cristiana veramente evangelica. Perciò è importante constatare come Chiara, col suo carisma, ha sempre visto e parlato del sacerdozio: «Oggi i tempi esigono più che mai l’autenticità: non bastano più semplici uomini ordinati sacerdoti: occorrono preti-Cristo, preti-vittime per l’umanità. Cristi autentici, pronti a morire per tutti»"!. «Il sacerdote mariano è quel sacerdote che mette al primo posto Dio. Lui non è che ignori di essere stato scelto, eletto, per una cosa veramente straordinaria, perché Gesù ha detto: “come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Lui è cosciente di avere doni, carismi straordinari, però essi fanno sempre parte dei doni di Dio, non sono Dio (...). In realtà tutti i cristiani, sacerdoti o laici 0 vescovi, devono scegliere Dio e tutto il resto deve essere messo dopo, come dono di Dio. (...) Quindi il sacerdote mariano è uno semplice, che ha Dio come Ideale. Poi lui, invece che fare il fabbro, che fare l’operaio, fa il sacerdote, conscio che il Signore lo ha eletto per una cosa veramente eccezionale. Bisogna non sottovalutare questo aspetto; però è una cosa da spostare per Dio. Dio prima»"°. «La novità che porta l’Opera di Maria è appunto il sottolineare in maniera preponderante che i sacerdoti devono essere Gesù abbandonato vivo. (...) Sacerdoti che con l’amore perdono tutto, anche certe etichette che possono avere, o certi atteggiamenti, perché non occorre avere nessun atteggiamento se non quello che aveva Gesù in croce, che è morto per i propri fratelli. Ecco il sacerdote: è Gesù abbandonato vivo. Poi lui funge anche da ministro di Dio, e ha la grazia straordinaria, che non si può misurare, tanto è grande, di rappresentare Cristo stesso (...). Ma noi sottolineiamo l’aspetto vittima»??. «Qual è il rapporto tra la nostra spiritualità e Maria? E essere altra Maria per il mondo, portando Dio. Ma c’è un modo particolare col quale noi, figli di Maria, possiamo portare Gesù? Questa è una cosa che fa impazzire di gioia: Maria ha portato fisicamente Gesù bambino, e l’ha generato al mondo; noi possiamo generare Gesù mistico in mezzo a noi (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”) essendo Maria»?!. «La verginità è la presenza di Maria nel sacerdote»??. E allora, ecco il focolare sacerdotale: «Io lo vedo come un focolare cenacolo, come un focolare Emmaus, diciamo, perché c’è la presenza di Gesù sacerdote»??. È questo, insomma, il carisma che l’Opera di Maria ha donato e può donare anche ai sacerdoti e a tutto il mondo ecclesiastico: far ricuperare in pienezza la vita richiesta dal sacerdozio battesimale, comune a tutto il popolo di Dio, per diventare capaci di servire, fino a dare la vita. 51 Non si tratta che di rimettere al centro della propria vita l’ Amore, il carina che) contiene tutti gli altri carismi, cemé san Paolo ha scritto: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasporta- gen's 5-6/2007 - 131 — pag. 54 — 52 re le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova...» (/Cor 13, 1 ss.). Rispondendo a una domanda dei responsabili dell'Opera di Maria il 18 settembre del 1996, Chiara, parlando dei focolarini sacerdoti, aveva affermato che il loro sacerdozio «va compreso senza alcun riferimento al potere. Se c’è una funzione gerarchica nell’Opera, essa deve essere tutta e solo carità». Descrivendo queste e altre caratteristiche fondamentali del profilo mariano, Chiara poteva concludere un suo discorso al St. Mary College dell’Università statale del Surrey, nei pressi di Londra dicendo che, incrementando il contributo tipico che porta il profilo mariano alla Chiesa, «essa apparirà agli occhi di tutti più bella, più santa, più dinamica, più familiare. Sarà una Chiesa amante, accogliente, meglio orientata alle sue nuove frontiere: quelle dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e con chi non crede; con continue novità, con nuove vocazioni, una Chiesa carismatica, una Chiesa mariana, più missionaria, più evangelizzatrice. E tutto questo sarà a gloria di Dio e della Madre di lui”. | 1) L'Osservatore Romano, 26 marzo 2006. 2) E. Lévinas, La differenza dei sessi, a cura di Antonino Magnanimo, in Internet, opera 5. 3) CfE. Lévinas, // volto dell'Altro, intervista fattagli da Renato Parascandalo, in Internet, risposta n° 7. 4) Cf H.U.V. Balthasar, Punti fermi, Rusconi, Milano 1972. 5) Edith Stein, Gesamtausgabe (Opere complete), vol. 13, Herder, Freiburg im Br., p. 104. 6) Ibid., p. 77. 7) Ibid., p. 110. 8) La femme et le salut du monde. Etude d’Anthropologie chrétienne sur les charismes de la femme, Casterman, Parigi 1958, p. 219. 132 - gen's 5-6/2007 i sacerdoti e l’unità 9) Quaderni IV, Adelphi, Milano 1993, p. 373. 10) Quaderni II, Adelphi, Milano 1985, p. 171. 11) Théologie de l’Histoire, Plon, Parigi 1954, pp. 125- 126. 12) C.G. Jung, Risposta a Giobbe, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 162. 13) La figura e la missione della Madre del Signore, cap. 12, 2,1-2,3, in /nternet, alla stessa voce. 14) Il testo può vedersi nell’edizione italiana del “Synodus Episcoporum”, Bollettino n. 9 del giorno 6/10/2005, dove non c’è l’ultima frase, che appare invece nella versione pubblicata da “Adista”, 29 ottobre 2005, p. 12. 15) Cf C. Lubich, La dottrina spirituale, Città Nuova Ed., Roma 2006, pp. 283-289; pure il capitolo Maria fiore dell’umanità, pp. 204-216. 16) Da una lettera a fra Tommaso Giunti, certosino dell'Abbazia di Chiaravalle di Milano, del 5 dicembre 1961. 17) Scritto del 4 dicembre 1962. 18) // celibato sacerdotale, rivista “Città Nuova”, n° 3/1970. 19) Risposte ai Gens, Frascati, 29 febbraio 1975. 20) Risposte a domande, Loppiano, 27 maggio 1985. 21) Risposte ai Gens, Frascati, 29 dicembre 1975. 22) Alla Scuola sacerdotale, Frascati, 17 marzo 1975. 23) Ibid., 31 marzo 1979. 24) I Movimenti ecclesiali e il profilo mariano della Chiesa, in: “Nuova Umanità” 28/2 (2006) p. 150. — pag. 55 — i sacerdoti e l’unità Se ami, sei Consegna per la nuova generazione sacerdotale d 01 LAT LL LLC CL LLC LACAN ALCNAACLAO LOLA ALL ACOLA LOCA AFC 0A 0000 AA 0A L ALLAN T" questo mondo globalizzato, in cui la figura di Gesù morto e risorto per l’umanità è praticamente assente, viene meno ogni speranza per l’unità. Ma Dio, attraverso Chiara Lubich e il suo carisma, ha pensato di rilanciare tra gli uomini quella possibilità che Gesù aveva loro prospettato: «dove due o più...» (cf Mt 18, 20). È solo Cristo in mezzo a noi che può realizzare l’ut omnes. Con lui l’unità è possibile, perché c’è ne già l’esperienza. Basta pensare a quanto stiamo sperimentando nel campo dei quattro dialoghi, alle “inondazioni” [l'îrradiazione dello spirito dell'unità nei vari campi della società, n.d.r.], alla superficie terrestre disseminata ormai tutta quanta di due o più disposti ad amarsi l’un l’altro fino a dare la vita. Sia coi musulmani sia coi buddisti sia con gli indù il “dove due o più” apre la via ad un dialogo fecondo, all’amore reciproco. E qui si capisce che Gesù in mezzo è Cristo Gesù, è Cristo. Per questo il futuro per la Chiesa non lo si vede negativamente, lo si vede molto positivamente. (...) La vocazione più alta che l’uomo o la donna possano avere è essere sponsa Christi. Se non si arriva a questo punto, non c’è compiutezza dell’essere umano. Dove c’è potere non c’è amore. Il profi- ari della Chiesa è l’as- senza di clericalismo. Questo mi pare importante: avvicinarsi al sacerdozio sperando di essere capaci di morire per tutti, di morire a se stessi per tutti. Spegnere ogni fiamn fiamma di sapere, di eroismo e simo_€ soltanto _ essere amore. Se ami, sei. Se non ami, non sei. Mà Dic è Amore. Bisogna considerare l’altro, qualunque persona, come insostituibile, come unico al mondo. Se tu non sei capace di amare quest’altro perché è diverso, non hai capito niente dell’umanità. Quante volte abbiamo letto in san Paolo che anche se ho la profezia e dono tutto quello che ho, ma non ho la carità, sono niente. Tutto il Vangelo è lì. «Qualunque cosa hai fatto al più piccolo, l’hai fatta a me». 53 Due stralci dell’ultimo intervento di d. Silvano Cola in pubblico, a Grottaferrata il 30 dicembre 2006: una conversazione con 60 seminaristi di varie nazioni. Si può considerare il suo testamento spirituale. (Inedito) gen’s 5-6/2007 - 133 — pag. 56 — 754 Qualunque cosa faccio al più grande disgraziato che c’è al mondo lo faccio a Gesù. Questa è la capacità di rendere luminosa la notte. Sì, quello per me non va, però è degno d’amore. Forse è una cosa che deve penetrare proprio dentro di noi, per esserne convinti. Se si è convinti di questo, è la scoperta. Si capisce che finalmente il mondo potrebbe andar bene. Ogni forma di guerra, di rivalità, tutto viene dal potere. Il denaro è potere, tutto è potere. Ma tu fai la comunione dei beni e vivi tutti gli aspetti della vita nell’amore, perché? Perché Dio è Trinità. In Dio il Padre non tiene per sé il suo essere Dio, è Padre perché c’è il Figlio Dio e 134 - gens 5-6/2007 c’è lo Spirito Santo Dio e sono un solo Dio. Essere comunione salva te e salva tutti. Essere comunione, senza essere attaccati a nessuno. Questo è un altro fatto. Quando Chiara spiega la maturità umana, prende l’esempio del Mosè di Michelangelo. Come egli ha realizzato il Mosè? Scolpendo! E Chiara lo chiama “l’arte del levare”, del togliere: una scaglia dopo l’altra, finché da un masso informe viene fuori la figura di Mosè. Tutta la nostra vita è quest’arte del levare, perché qualunque prossimo incontri, se non ti fai “niente” tu, l’altro non lo capisci mai. | — pag. 57 — Il carisma dell'unità e la formazione, — pag. 58 — 56 Ad un Convegno di educatori nei seminari (novembre 1979) Perché ci sia comunione non basta avere comuni finalità e neppure coabitare. Ogni interesse umano — per quanto nobile e valido sia, compresa la stessa intenzione di formare o formarsi come sacerdoti — è insufficiente per dare vita ad una comunità evangelica. Unica chiave per la vita comunitaria e insieme sua misura è la disponibilità a «dare la vita per i propri amici)». Solo allora s ‘instaura quella dinamica trinitaria che è il vero “novum” della “communio” cristiana. (da gen 1/1980, pp. 4-6; 3-4/1990, pp. 71-76) 136 - gen's 5-6/2007 002000 LLI TALIA A LALA LLALILLLAL TALL CALATI TAL TANA ALALLAATLLAFLCLNACLLNALCCCACOLCOLLCCCCCOCCACC0FL CNN 00200 CANAL 0LALLLtrtrtttttttt formazione in comunione Seminario: gruppo o comunità? Per una riscoperta delle fondamenta della comunione Viviamo in un’epoca nella quale lo Spirito da più parti sembra infrangere determinati schemi, come i chiusi classismi spirituali, piccoli mondi quasi incomunicanti nel mondo storico-sociale dell’esistenza; nella quale, in una società cresciuta si può dire nella distinzione di organismi alla ricerca della propria individualità e con finalità particolaristiche, lo Spirito cerca di riportare la creatura umana al valore essenziale al quale Dio attraverso Gesù ha dato una priorità assoluta: il rapporto di amore-comunione tra persona e persona, tra famiglie religiose, tra religiosi e clero diocesano, tra lo “stato di perfezione” e quello che Igino Giordani ha ‘chiamato il “proletariato dello spirito”. Non elenco i passi del Vaticano II che parlano di questa priorità. Cito qualche frase, come quella della Lumen Gentium dove si dice che il disegno del Padre è di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina (n. 2), che è evidentemente vita trinitaria; e che grazie a questa vita trinitaria portata in terra da Gesù si è inaugurato in terra il Regno dei cieli (n. 3); o come quella dell’Ad Gentes dove si dice che Dio, al fine di stabilire «la comunicazione intima tra sé e gli uomini e di realizzare tra gli uomini stessi una unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi, con un corpo simile al nostro» (n. 3). Il fine primario di Dio riguardo all'umanità Dio, insomma, è comunione trinitaria, e riguardo agli uomini da lui creati non ha altro fine primario che di costituirli in una comunione simile alla sua. C’è una pagina di C. Lubich che esprime questa realtà in termini tanto profondi quanto semplici e comprensivi. «Quando un emigrante — scrive — si trasferisce in paesi lontani, specie se meno civilizzati del suo, vi porta i propri usi e costumi. S’adatta certamente, per quanto deve, all’ambiente, ma continua spesso a parlare la sua lingua, — pag. 59 — formazione in comunione a vestire secondo la sua moda, a costruire edifici simili a quelli della sua madrepatria. Quando il Verbo di Dio si fece uomo, si adattò senz'altro al modo di vivere del mondo e fu bambino e figlio esemplare e uomo e lavoratore, ma vi portò il modo di vivere della sua patria celeste e volle che uomini e cose si ricomponessero in un ordine nuovo, secondo la legge del Cielo: l’amore. Così ci veniva di pensare ancora sotto il flagello della guerra. E fu forse anche per questo che, aprendo con amore il Vangelo, o comunque il Nuovo Testamento, nelle lunghe ore di sosta nei rifugi, ci vennero in rilievo quelle parole che più esplicitamente parlano d’amore: “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno”; “Ama il prossimo tuo come te stesso”; “Amate i vostri nemici”; “Amatevi gli uni gli altri”; “Soprattutto conservate tra voi una grande carità”. Ci parvero parole di una potenza rivoluzionaria, d’una vitalità sconosciuta, le uniche capaci di mutare radicalmente la vita: anche di noi cristiani, cristiani di questo tempo»'. È una pagina di grande pregnanza di contenuto e che permette di fare varie considerazioni sul nostro tema. Parlo di quella particolare struttura che è la vita comune dei religiosi in genere, dei seminaristi e novizi nel periodo di formazione, nonché di ogni forma associativa che voglia dirsi cristiana. La differenza sostanziale tra gruppo e comunità L’importante, mi sembra, è capire che c’è differenza sostanziale tra gruppo e comunità. Il concetto sociologico di gruppo infatti non è legato al messaggio di Gesù. Tutta l’azione di Gesù, anzi, è volta a trasformare quel piccolo gruppo dei Dodici in un’altra realtà che trascende la semplice struttura sociologica dei gruppi in genere. L'insegnamento di Gesù è coerente alla sua azione: il periodo della loro convivenza, che è periodo di formazione, è centrato sull’attuazione di una sola norma: «Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate l’un l’altro come io ho amato voi» (Gv 13, 34); è precisamente la trasposizione sulla terra della “civiltà”, del ‘“costume”, della natura dei rapporti tra le Persone divine. Il fine estrinseco, ossia la dilatazione di questo Regno dei cieli tra gli uomini, non è disgiunto da questo comando come un’attività da svolgere o uno scopo diverso da perseguire; esiste, ma come implicito e quale conseguenza di quella attuazione: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri» (Gv 13, 35). Dagli Atti degli Apostoli si può vedere come tutte le comunità cristiane, che nascono e si moltiplicano seguendo le leggi di un organismo vivente, mantengono la stessa linea di vita: la pratica del comandamento di Gesù è la ragion d’essere della stessa comunità, è l’aspetto nuovissimo e originale che differenzia questa nuova comunità dalle altre. Si potrebbe ricapitolare tutta l’azione pastorale degli Apostoli nel far vivere a tutti il nuovo comandamento, sintesi della Legge e dei Profeti: «Questo è il comandamento — scrive Giovanni (/Gv 4, 21) — che noi abbiamo ricevuto da Cristo: chi ama Iddio ami anche il proprio fratello». Essi, gli Apostoli, questa comunione l’hanno sperimentata con Gesù e per primi hanno avuto coscienza del Regno di Dio fra loro. Loro compito sarà quello di far entrare, di far partecipi gli altri di questa comunione appunto perché è la “civiltà” originaria che Dio ha 57 voluto comunicarci, Occorre oltrepassare il piano delle finalità estrinseche e contingenti. È per questa comunione che una comunità si distingue da un gruppo. Ogni gruppo, si sa, è formato da membri che possiedono la médesima natura e che si distinguono da altri gruppi e dalla società generale per alcune finalità cui tendono e nell’ambito delle quali essi accettano un certo scambio, limitato cioè ai bisogni e ai fini che essi vogliono soddisfare e raggiungere. La comune volontà effettiva, ad esempio, di approfondire un determinato problema dà origine a un gruppo di studio che accetta l’interscambio di idee concernenti gen's 5-6/2007 - 137 f — pag. 60 — 58 quel problema. Ebbene, la comunità cristiana è tale — secondo il pensiero di Gesù, — quando i membri hanno come fine proprio la volontà effettiva di comunione attraverso l’amore che unifica, ossia quando coscientemente decidono di attuare il comandamento di Gesù. Basta notare come gli Apostoli siano preoccupati che le varie comunità scivolino verso una coesione giustificata esclysivamente da finalità contingenti ed estrinseche. Quando infatti nascono gruppi funzionali di natura organizzativa (diaconi, vedove, ecc.) o gruppi che si differenziano per doni specifici (apostoli, profeti, maestri, ecc.) si corre il rischio che la coesione nei singoli gruppi risulti unicamente dalla maggior possibilità di interazione favorita dalle rispettive attitudini, ministeri e doni. San Paolo è cosciente di questo pericolo e non si stanca di insistere perché la coesione sia fondata su un valore non contingente: «Poiché c’è diversità di doni, ma lo Spirito è il medesimo...» (/Cor 12, 4). Ora, il dono dello Spirito, visto come effetto in coloro ai quali è dato, è per eccellenza la charitas, e solo dalla reciprocità effettiva di questa può essere data la “coesione” (fino all’unità), tanto che anche l’esercizio dei doni perde di “valore” senza di essa (cf /Cor 13, 1-3). Reciprocità senza residui L’essenza quindi dei rapporti che intercorrono all’interno della comunità e tra le varie comunità o chiese è l’amore; la coesione interna non è data primariamente dalla medesima finalità o reciprocità di attitudini, ruoli e carismi, bensì dalla reciprocità della charitas come comunione | | attiva ed effettiva. Ma la comunione effettiva, socialmente, ha bisogno di termini reali, concreti e presenti (il prossimo), essendo interazione dinamica. Se si vuole ! portare la interazione al massimo, la reci-\\ procità deve essere continua e senza residui nei soggetti. “Essere perfetti nell’unità” — come Gesù chiede — postula, per chi vi è chiamato, l’esistenza della comunità nella quale intenzionalmente si avvera 138 - gen’s 5-6/2007 formazione in comunione la reciprocità di questo atto d’amore che è morire a se stessi per donarsi senza residui a Dio nell’altro. È a questa condizione che la comunità cristiana realizza sulla terra il modello della divina comunione trinitaria, unico esempio e modello di comunione assoluta di persone, anzi “persone” in quanto ognuna è “relazione” (comunione, dono) totale. Il seminario: non solo convivenza «per» Queste considerazioni ci portano a inquadrare meglio quella particolare istituzione che è il seminario. Un luogo dove più persone conveniunt (etimo di “convento”) e convivono. Il fatto della convivenza e la coscienza che esse hanno di avere in comune la vocazione o per lo meno l’aspirazione al sacerdozio permettono di considerarle un gruppo. È quello che in sociologia chiamano gruppo psicologico: la loro caratteristica è di accettare determinate norme di comportamento e un certo scambio relativo alla finalità comune che è la cònvivenza in seminario viene considerata [Eemvivenza i al sacerdozio. Quando la solo mezzo, facilitazione per lo scopo da raggiungere, il pericolo che i seminaristi restino gruppo è forte: si sta assieme “per”; ossia la priorità non viene data alla comunione interpersonale; il compagno resta compagno, il superiore resta superiore e non il “prossimo” col quale anzitutto stabilire la reciprocità effettiva della charitas (Ante omnia... mutuam... charitatem continuam... 1Pt 4, 8). In tal modo, non si crea la comunità cristiana, non si fa l’esperienza tipica della “civiltà” del cielo che è la _ comunione trinitaria Se Gesù chiede ante | omnia la reciproca carità è perché è il valore primo e fondamentale anche della socialità umana, che non può non essere il riflesso della vita della Trinità sul cui pelo in puazioio S stata voluta Dio infatti non ha mai inteso mutare-ifapporti sociali per diventare lui termine esclusivo di tanti rapporti individuali (quando i singoli cercano ognuno il proprio rapporto — pag. 61 — formazione in comunione { con Dio astraendosi dal prossimo), quasi \ annullando sul piano religioso quella | socialità che è caratteristica della persona | creata a sua immagine e somiglianza. Î Senza la presenza di Gesù generato dalla reciproca carità si fa presto o tardi l’esperienza del vuoto esistenziale e tutto perde di valore. La stessa vocazione illan- | guidisce e la convivenza diventa penitenza \ e lo studio, non più illuminato dalla \_Sapienza, diventa sterile professionismo, Ma non è questa, appunto, la prima condizione richiesta anche dalla Ratio fundamentalis, perché un seminario sia seminario? Quando infatti distingue ciò che è essenziale ad esso e ciò che non lo è, nella nota 74, dice: «Come si può dedurre dai documenti e dall’invariato pensiero della Chiesa, perché un seminario sia tale si richiede: una comunità che sia impregnata dello spirito di carità, — questa condizione è al primo posto, e poi prosegue — che sia aperta alle necessità del mondo di oggi e articolata come un organismo, ... — e più avanti — che dia la possibilità di iniziare l’esperienza di quella che sarà la condizione sacerdotale stabilendo rapporti sia di fraternità che di dipendenza dalla gerarchia...)). L'«ante omnia»: una vera comunione di vita È la stessa Ratio che indica, al cap. 3, cosa si deve intendere per sacerdozio cattolico quale fine proprio della educazione sacerdotale, e ne riporto il testo che riguarda l’aspetto formativo: «Questa reale partecipazione all’unico e medesimo corpo sacerdotale diocesano fa sorgere intimi e molteplici legami fra gli stessi sacerdoti. — Qui continua con una citazione del Presbyterorum Ordinis — «I presbiteri... sono uniti fra di loro per una intima fraternità sacerdotale», «che spontaneamente e volentieri — prosegue citando la LG — deve manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nei convegni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità», «manifestando così quella unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una cosa sola, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre» — quest’ultimo passo è tratto ancora dal PO. Parla di comunità impregnata di spirito di carità, articolata come un sol corpo, attraverso intimi e molteplici legami di intima fraternità, tutte espressioni che trascendono il concetto di un gruppo unicamente finalizzato al futuro e comune ministero; questa fraternità non è data dal solo fatto spirituale dell’unico battesimo e dell’unico sacerdozio, ma deve esercitarsi concretamente in relazioni interpersonali di mutuo aiuto spirituale e materiale e personale da cui verrà di conseguenza anche l’aiuto reciproco nella pastorale; e poi parla di comunione di vita, di lavoro e di carità che fa realizzare quella “unità” con cui Cristo volle che i suoi fossero “una cosa sola...”. Fin qui non ha parlato di altro che di quello che in altre parole è il porro unum, l’ante omnia, al quale si deve essere formati nei seminari, perché questa è l’essenza del messaggio di Gesù. E il fine specifico, ossia la formazione al ministero pastorale, alla evangelizzazione? Ebbene, come abbiamo detto, esso non è una cosa diversa, quasi dissociata da quella attuazione essenziale che è “essere una cosa sola”, ma direttamente emanante da essa quale prima e fondamentale testimonianza capace di convertire il mondo. Una riproduzione di Nazareth A conclusione di queste considerazioni voglio riportare alcuni passi di Chiara Lubich che da anni ci hanno aiutato a capire, oltre che attraverso l’esperienza di vita sua e del Movimento, come si possa attuare questa vita cristiana di comunione, soprattutto fra persone scelte da Dio e che hanno risposto alla chiamata consacrandosi al suo servizio nel celibato. «Loreto — scrive — è il punto di partenza della mia esperienza spirituale... (nella Casetta) qualcosa di nuovo e di divino m’avvolge, quasi mi schiaccia. Contemplo col pensiero la vita verginale dei tre... gen’s 5-6/2007 59 - 139 — pag. 62 — 60 Quella convivenza di vergini con Gesù fra loro ha un’attrattiva irresistibile... Più tardi, molto più tardi, si capirà: ecco una riproduzione in germe e sui generis della casetta di Nazareth: una convivenza di vergini con Gesù in mezzo a loro: il focolarey?. Non è una famiglia naturale, dirà altrove, perché quelli che vi convivono hanno lasciato padre e madre, e il vincolo che ora li unisce è il soprannaturale, chiamati come sono a dare alla loro convivenza il riflesso della Santissima Trinità: «Padre, che siano uno come io e Te». In un’altra pagina spiega come si possa attuare, per noi in terra, questa vita: «Come due poli della luce elettrica contengono la corrente, ma producono la luce solo al loro contatto, la carità reciproca, unendo le nostre anime, portò un’esperienza nuova: ci parve di esperimentare che cosa significassero quelle parole del Vangelo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Gesù, il fratello per eccellenza, era spiritualmente presente in mezzo a noi. E solo Lui dava senso alla nostra nuova fraternità, giacché non sarebbe valsa la pena abbandonare padre, madre, fratelli, sorelle, insomma una famiglia naturale benedetta da Dio, se non per ritrovarci in una famiglia soprannaturale con Gesù fra noi. Fu questa sua presenza in mezzo a noi che ci dette di comprendere anche che volesse significare l’ut unum sint di Gesù nella sua preghiera sacerdotale. E ci sembra di poter affermare che solo “Gesù in mezzo” realizza in pieno l’unità invocata da Cristo prima della sua morte»?. L'unità sul piano della grazia deve esprimersi nella storia Si potrebbe dire: ma se una persona è in grazia di Dio, non è già di per sé unita pienamente agli altri nel Corpo di Cristo, nella Comunione dei Santi? Ma la vita cristiana è una cosa molto concreta: l’unità mistica deve esprimersi nell’unità di comunione. Chiara scrive: «Nel mondo siamo tutti fratelli, ma ognu- 140 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione no passa accanto all’altro ignorandolo. E questo avviene anche fra i cristiani battezzati. La Comunione dei Santi, il Corpo mistico c’è. Ma questo Corpo è come una rete di gallerie oscure. La potenza di illuminarle c’è: in molti è la vita della grazia. Ma Gesù non voleva solo questo quando si rivolse al Padre, invocando. Voleva un cielo in terra: l’unità di tutti con Dio e fra loro: la rete di gallerie illuminata; la presenza di Gesù in ogni rapporto con gli altri, oltre che nell’anima di ognuno. Questo il suo testamento, il desiderio più prezioso di Dio che ha dato la vita per noi»*. Pasquale Foresi, in un suo libro dice: «Vivere la carità scambievole è “essere Chiesa” nel lavoro, in famiglia, in collegio. È la comunità ecclesiale che si mette a vivere. Il cristianesimo che oggi ci rimproverano è appunto il cristianesimo fatto di realtà divine: di sacramenti, di prediche; ma non di “vita” divina. E nello scambio reciproco dell’amore fra gli uomini, vi è la Vita, quella vita che è Gesù. Egli infatti ha promesso una sua particolare presenza a chi si comporta così: “Dove sono due o tre adunati nel mio nome, ci sono io in mezzo a loro”. Gesù, l’eterno presente nella vita della Chiesa, vuole esserlo anche quando due o tre cristiani decidono di essere “chiesa”, ovunque essi siano, in carcere o in fabbrica, a scuola o al mercato». Ma voglio terminare con un’altra pagina di Chiara: «Se siamo uniti, Gesù è fra noi. E questo vale. Vale più d’ogni altro tesoro che può possedere il nostro cuore: più della madre, del padre, dei fratelli, dei figli. Vale più della casa, del lavoro, della proprietà; più delle opere d’arte d’una grande città come Roma, più degli affari nostri, più della natura che ci circonda coi fiori ed i prati, il mare e le stelle: più della nostra anima. È Lui, che, ispirando i suoi santi colle sue eterne verità, fece epoca in ogni epoca. Anche questa è l’ora sua: non tanto d’un santo, ma di Lui; di “Lui fra noi”, di Lui vivente in noi, edificanti — in unità d’amore — il Corpo mistico suo. Ma occorre dilatare il Cristo; accrescerlo in altre membra; farsi come Lui portatori di — pag. 63 — formazione in comunione Fuoco. Far uno di tutti ed in tutti l’Uno! E allora viviamo la vita che Egli ci dà attimo per attimo nella carità. E comandamento base l’amore fraterno. Per cui tutto vale ciò che è espressione di sincera fraterna carità. Nulla vale più di ciò che facciamo se in esso non vi è il sentimento d’amore per i fratelli: ché Iddio è Padre ed ha nel cuore sempre e solo i figli»*. La vita in seminario non può essere esclusivamente considerata una semplice soluzione per prepararsi al sacerdozio, ma il luogo anzitutto ove poter fare l’esperienza del Cielo in terra, in modo da poter poi testimoniare: «ciò che abbiamo visto coi nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, e quanto abbiamo toccato con le nostre mani... questo vi annunziamo, affinché voi pure siate in comunione con noi» (/Gv 1, 1-4); un luogo ove crescere Gesù in noi e fra noi, come Gesù a Nazareth, teso verso la sua propria missione, ma per molti anni 61 vissuto nell’unità con Maria e Giuseppe, ai quali senza complessi stava sottomesso. Si avvererebbe allora quanto Chiara si augurava fondando il Movimento gens, ossia che una schiera di seminaristi animati da questa idea e pratica dell’unità non solo salvassero la propria vocazione, ma anche quella degli altri seminaristi; anzi, se oggi da quaranta seminaristi escono, per dire, quattro sacerdoti, l’irradiazione dell’unità dai seminari attirerebbe altri giovani in modo da fare, di quaranta, ottanta. | 1) Scritti Spirituali/III, Città Nuova, Roma 1996, p. 35. 2) Scritti Spirituali/I, Città Nuova, Roma 1991’, pp. 10-13. 3) Scritti Spirituali/I., p. 63. 4) Scritti Spirituali/III., p. 49. 5) Teologia della socialità, Città Nuova, Roma 1965, p. 180. 6) Scritti Spirituali/I, op. cit., p. 50. gen’s 5-6/2007 - 141 — pag. 64 — mr62 Ad un Convegno di educatori nei seminari (luglio 1989) Nel «vivere per», nell’«integrarsi con» fino alla comunione, ossia alla reciprocità dell’amore, c’è tutta l’ascetica cristiana, la più alta forma di personalizzazione, perché vuol dire vivere la vita ad immagine della Trinità. Per una formazione globale della persona non bastano, quindi, né gli studi né l’ascetica tradizionale né la vita di gruppo. Occorre una vera vita comunitaria che, trascendendo ogni finalità estrinseca e particolare, trovi la sua misura nel comandamento nuovo dell’amore reciproco. Con queste riflessioni l’autore a distanza di anni riprende e sviluppa le intuizioni dello scritto «Il seminario: gruppo o comunità?) (da gen 4 4-5/1989, pp. 110-115) 142 - gen's 5-6/2007 CU0LCCCCCCCTTCCC CT CCC CCC TIC ITTICA COCOCCCCNCCCCNOCTNANCONATCCTTO TOSO CCCCON00 000000 A00LeL 0000000000000 formazione in comunione Rilevanza formativa di una spiritualità comunitaria Esigenze di una formazione globale Farò alcune considerazioni di carattere — per così dire — interdisciplinare perché se per spiritualità intendiamo un modo di attuare il Vangelo di Gesù, se per comunità intendiamo quel particolare rapporto di comunione nella carità che è possibile grazie allo Spirito Santo, per la realtà dell’incarnazione non possiamo disgiungere questi elementi tipici del cristianesimo dal fatto di viverli tra noi, soggetti come siamo alle leggi della psicologia individuale e del comportamento sociale. Premetto che tutto quanto dirò è stato illuminato dalla spiritualità dell’unità e dall’esperienza di vita comunitaria vissuta per anni nel Movimento dei focolari. Originalità della comunità cristiana In uno scritto pubblicato anni fa, intitolato «Natura e fine della prima comunità cristiana» (appendice al volume di G. Aruanno - P. Rogliardi, Parrocchie Nuove, Città Nuo- va, Roma 1972), ho cercato di analizzare quel nuovo tipo di socialità che si è evidenziato all’interno della società ebraica e che si è caratterizzato come modello culturale così diverso da quelli esistenti da costituire una autentica rivoluzione storico-sociale di fronte alla quale non si poteva restare neutrali, perché oltre a idee nuove e a una “fede” comune si portavano nella società esistente un nuovo sistema di valutazione delle realtà e nuove linee di condotta. La differenza di queste comunità particolari, chiamate Chiese, dalla società generale ebraicogreco-romana, derivava essenzialmente dal fatto che i rapporti tra le persone non erano dettati dal sangue, né da interessi culturali, né da altre finalità estrinseche, bensì dalla reciprocità della charitas per cui l’«altro» è presente ad ogni soggetto come un altro soggetto trascendente che esclude perciò ogni forma di oggettificazione o di strumentalità. E la trascendenza dell’altro, del prossimo, in quanto persona che permette al singolo una forma di interazione (rapporto o scambio significativo tra due o più persone) di tipo trinitario — pag. 65 — formazione in comunione dove ognuno «è» nel farsi relazione d’amore, ossia: non affermando se stesso negando in qualche modo inevitabilmente l’altro, bensì affermando l’altro negando in qualche modo inevitabilmente se stesso. Non è però che l’io si spegne di fronte all’altro, né che si lascia risucchiare dall’altro. È proprio l’opposto: nel mio atto di affermazione dell’altro come trascendente pongo e confermo me stesso come soggetto distinto e trascendente, ossia non come individuo autistico, chiuso in me stesso. La legge della socialità e della personalizzazione La rilevanza psicologica di questo dinamismo è evidente. Prendendo come esempio la dimensione massima di questo rap- orto, \jo sono massimamente persona nel momento in cui liberamente e coscientemente affermo l’altro anche a costo della vita; dinamismo che Gesù esprime con queste parole: «nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita» per gli altri. In altri termini: nessuno è così io, così persona, come colui che per salvare la trascendenza dell’altro trascende se stesso / negandosi (vedi Gesù, Padre Kolbe). Questa, che è la legge della socialità divina come ci è stata rivelata e vissuta da Gesù, è — e non potrebbe non esserlo — la \ stessa legge della socialità umana e di ogni | forma di vita. Gesù stesso ci ha aiutato a | capirla: il chicco di grano non è se stesso se non diventando spiga, ma diventa spiga \ solo passando per una specie di morte; | dice ancora: «chi pensa soltanto a salvare | la propria vita, la perderà, chi è pronto a \ sacrificarla... la salva» (Me 8, 35) oppure: «chi ama la propria vita la perderà; chi è pronto a perdere la propria vita... la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25). Espressioni che hanno un valore sia sicologico che spirituale/perché nel processo” di maturazione personale non si raggiunge un nuovo stadio senza un distacco e una rinuncia allo stadio precedente (lo svezzamento per il bambino è un passaggio che implica sofferenza, ma per trovarsi più s4’accettazione del fratellino implica un'passaggio sofferente da una posizione di centralità egoistica a uno stadio di socializzazione e quindi di relativizzazione di sé per integrarsi negli altri e così umanizzarsi, ecc.). Si sa che ogni “passaggio” da un modo di essere imperfetto a un altro più perfetto è necessità vitale ad ogni livello e non avviene senza sofferenza e angoscia. In ogni religione questo passaggio viene simbolizzato dai concetti di “rinascita” e di “ascesi” (dalla morte alla vita) che tradotti sul piano storico-esistenziale sono per ogni individuo la continua dialettica tra rinuncia e progresso e, per la persona, tra chiusura individuale e integrazione sociale. Questo è tanto vero che ogni nevrosi non nasce di fatto che dal rifiuto di accettare la sofferenza del passaggio per fissarsi nella situazione già conosciuta nella quale ci si trova e che viene assolutizzata. Personalizzarsi vuol dire invece superare la propria individualità aprendosi agli altri, integrandosi con gli altri, non vedendo negli altri dei soggetti che possono spersonalizzarmi, ma entrando invece in comunione con essi per un reciproco scambio. Quando si rifiuta la comunione per salvare il proprio “io” dalla paura di venire oggettivati, risucchiati dagli altri, psichicamente si è già morti, poiché si rinuncia a un rapporto creativo e di reciproco arricchimento per stabilirsi in una situazione irreale: trovare la propria sicurezza psicologica nell’isolamento. L'«altro» necessario all’io Si può considerare ancora la validità psicologica delle parole del Vangelo citate sotto un altro punto di vista. Nessuno riesce ad avere il senso della propria identità se non ci sono altri che lo riconoscano. Martin Buber scriveva che gli esseri umani hanno bisogno di confermarsi l’un l’altro nel loro essere individuale mediante incontri e contatti genuini, così come hanno bisogno di comunicare la propria verità esperienziale acquisita magari con travaglio e di vedere che essa illumina gli gen's 5-6/2007 - 143 — pag. 66 — 64 altri. Si sa che per distruggere un altro non c’è modo più sicuro dell’ignorarlo. Se si eccettua questa posizione estrema, la conferma o la disconferma della mia identità ha una grande gamma di possibilità: dal minimo cenno di riconoscimento che io sono presente nel mondo psichico del mio prossimo (un sorriso, una stretta di mano, una parola di saluto), fino alla massima conferma di quando un altro è pronto a dar la vita per me. Questa gamma di possibilità ha due facce: può essere positiva, se vengo accettato dall’altro, o negativa se vengo respinto (reiezione); anche questa seconda, tuttavia, è una conferma che per l’altro io esisto. Può odiarmi, ma nell’odiarmi conferma la mia identità. Se la prima possiamo chiamarla dialettica dell’incontro, la seconda è dialettica dello scontro. In questa non c’è evidentemente comunione e perciò non c’è né creatività né arricchimento: c’è solo regressione psichica, poiché non esiste scontro che non implichi l’assolutizzazione di una della mie posizioni e la svalutazione dell’altro e delle sue posizioni (idee, sentimenti, ecc.). Nella vita di comunità questa dinamica è costante poiché non c’è azione o parola che non significhi conferma o disconferma degli altri conviventi. Se Gesù ci ha dato come modello di rapporti interindividuali quello della Trinità (tre uguali e distinti che sono uno in comunione d’amore poiché il Padre si nega — per così dire — per affermare il Figlio, e il Figlio si nega per affermare il Padre, e per questo possiamo dire che ciascuno è «persona» anche solo basandoci sull’esperienza umana) si capisce come la strada per passare da gruppo a comunione di persone è lunga. Ma vedremo questo più avanti. Pacomio e la riforma dell’ascetica Voglio adesso fare un cenno a una delle esperienze nate nella vita della Chiesa e che ha segnato un momento di maturazione della Chiesa stessa: ossia il passaggio 144 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione dall’ascesi anacoretica all’ascesi cenobitica. L’anacoresi, o vita di solitudine nel deserto, si sa che è nata come ideale ascetico quando non fu più praticabile l'ideale del martirio. I cristiani si erano trovati di colpo a vivere in un mondo che, se poco tempo prima li perseguitava, ora li trattava con onore e con privilegi. Il pericolo di adattarsi al mondo ne spinge molti a ritirarsi dal mondo che essi considerano nemico della propria salvezza. Un apoftegma del monaco Arsenio sintetizza queste decisioni: «Fuggi gli uomini e sarai salvo». Tutte le austerità cui si sottopongono non sono che il mezzo per morire a se stessi (martirio). Ciò spiega anche gli eccessi cui molti sono arrivati: stiliti, sepolti vivi in caverne... Oltre al contatto con Dio, questi monaci non avevano altro contatto, raramente, che con un abate già sperimentato, ma senza alcuna funzione ufficiale. Perché Pacomio abbandona la vita anacoretica per fondare la vita cenobitica o di comunità? I motivi sono diversi, ma possiamo elencare quelli di maggior interesse: l’anacoreta, vivendo solo con se stesso, per quanto unito a Dio nella preghiera e nel lavoro, ma senza possibilità di confrontarsi con altri, è facile preda di illusioni (psichiche e spirituali) e finisce a volte di crearsi un mondo di fantasia che involontariamente lo fa regredire a stadi infantili di fissazioni e a fenomeni paranoici. Pacomio salva per un verso, almeno all’inizio, una certa solitudine nel lavoro, ma impone al monaco di pensare agli altri, sia mettendo in comune i frutti del lavoro, sia facendoli mangiare insieme, sia impegnandoli nell’accoglienza degli ospiti, sia facendoli partecipare alla preghiera comune. È interessante notare quante volte dice “assieme” e “tutti”: basta col vivere a vostro capriccio; tutti dovete obbedire; all’ora del pasto dovete venire insieme, al lavoro andrete insieme e dovrete lavorare non al minimo, per i vostri bisogni, ma con zelo pensando a tutti. La storia dice che nessun monaco, abituato al precedente sistema di — pag. 67 — formazione in comunione vita individuale, è restato nel cenobio, ma dice anche che «per una provvidenziale disposizione di Dio vennero da lui tre uomini decisi assieme a farsi monaci per servire Cristo». Questi tre uomini danno l’idea della nuova vita monacale che è vita trinitaria. Ognuno vive per gli altri, e il cenobio stesso deve aver rapporti con la chiesa locale almeno per la liturgia eucaristica. Ma la vera ascesi del monaco sta nella regola dell’obbedienza nella quale si compie il sacrificio dell’io, necessario per un rapporto di comunione. Non è strano perciò che si affermasse che l’obbedienza ha più valore della continenza (Vita di Pacomio): l’obbedienza (nel senso paolino) inserisce in un rapporto trinitario, mentre la continenza può diventare motivo di orgoglio personale e di rifugio nell’individualismo. In Cassiano le motivazioni psicologiche sono esplicite: la valutazione delle nostre azioni è più oggettiva se fatta dagli altri; i nostri pensieri e le nostre stesse ispirazioni («la nostra propria luce») vanno comunicati e sottoposti agli altri per essere al riparo dalle possibili trappole del proprio giudizio individuale, un nemico così sottile che porta per ingenuità e ignoranza a tenerli per sé invece di sottometterli al vaglio dei propri superiori (cf Conferenze, 2, 10). Il perfezionamento portato da Basilio San Basilio arriverà a condannare per principio la vita solitaria per privilegiare la vita cenobitica; e le sue motivazioni sono anzitutto di ordine antropologico: «L’uomo non è stato creato solitario e selvaggio bensì dolce e socievole, e niente è così proprio alla nostra natura come di socializzare gli uni con gli altri, di dipendere gli uni dagli altri e di amare i nostri simili. Questi germi di socialità che sono stati messi in noi devono portare frutto, tanto che il Signore Gesù dice: “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri”». Qui è il passaggio dalla nostra natura sociale alla comunione trinitaria rivelata nel Vangelo: «Gesù, per invo- gliare i suoi discepoli a osservare questo comando... non richiede loro né prodigi né miracoli... ma li assicura che “tutti si renderanno conto che siete miei discepoli se vi amerete gli uni gli altri» (Regulae fusius tractatae, 3, 1-2). Questo é il miracolo, la testimonianza. In altri passi mette ancora in relazione l’antropologia della creazione e la legge evangelica dell’amore: «Il nostro creatore ha voluto che noi avessimo bisogno gli uni degli altri proprio perché viviamo in unità gli uni con gli altri... Infatti, se tu vivi da solo, a chi puoi lavare i piedi? di chi puoi prenderti cura? come fai a metterti all’ultimo posto?... la vita comunitaria è dunque uno stadio nel quale ci esercitiamo come atleti, una palestra che ci fa progredire, un esercizio continuo di perfezione nei comandamenti di Dio...» (/bid., 7, 4). E quando un monaco gli chiede se, dopo essere stato formato dalla vita comune, può ritirarsi nel deserto da solo, risponde: «questo desiderio non è che un riemergere della tua propria volontà, cosa strana per chi vuole onorare Dio» (Regulae brevius tractatae, 74). Il rischio di regredire a «gruppo psicologico» Come si può notare, questa forma di\ vita comune impegna tutta quanta la persona, e per questo si distingue da un qualsiasi gruppo psicologico (tipo club sportivo, associazione civile o religiosa, sindacati ecc.) il quale è costituito da individui che si associano in vista di finalità particolari e che perciò interagiscono limitatamente agli interessi comuni da perseguire (mondo del calcio, ad esempio) così che per tutto il resto (ideologie, affettività, religiosità) ognuno rimane chiuso in se stesso, geloso della propria privacy. Ora, un seminario può correre appunto questo rischio, che l’interazione fra gli studenti avvenga unicamente a livello degli studi specifici, e che l’interazione fra essi e i superiori sia limitata a colloqui piuttosto formali per quanto riguarda alcuni pro- gen's 5-6/2007 - 145 65 \ — pag. 68 — 66 blemi della formazione sacerdotale; in altre parole, che invece di formare una comunità dove la legge delle comunione tra persone ha il primo posto, non vivano che come un gruppo di individui che stanno insieme accidentalmente in vista dell’identico scopo da raggiungere, e senza perciò interagire, senza confrontarsi sugli altri aspetti della propria vita, e quindi ipertrofizzando il proprio io interiore reso inaccessibile agli altri. É individualismo, mascherato dal fatto di vivere insieme, iustapposti ma non comunicanti. Quali vantaggi, invece, produce la reciprocità nell’interscambio, nel dono di sé, di quanto si è e di quanto si ha? Da Dio-Amore scaturisce tutta la spiritualità evangelica e insieme la tecnica formativa del cristiano: la certezza che Dio mi ama personalmente mi conferma nella mia identità e mi permette di amare (= confermare) gli altri nella loro. E una conferma reciproca e stabile creata dalla pericoresi dell'amore. La mia identità, così come quella degli altri, non è data dalle doti, dalle idee... ma ha radice nell’assoluta certezza dell’amore del Padre: tutto il resto, frutto dell’educazione, della cultura e degli sforzi personali è relativo (parziale) e può venire relativizzato (criticato) o disconfermato senza pericolo per la mia identità; anzi, la coscienza che ogni idea è parziale apre all’ascolto delle idee altrui e al dono delle proprie impedendo rigidismi e radicalizzazioni (che sono sempre di stampo infantile). Tutto ciò acquista notevole valore anche nel raggiungimento di una verità (sempre parziale ma meno soggettiva) o nella esecuzione di un compito comune, poiché il consenso cui si giunge è evidentemente più oggettivo (confermato dai test). Si sa che in questo scambio di idee ed esperienze, o in un lavoro di gruppo, gli errori tendono ad annullarsi. Ma al di là di questi aspetti positivi il vantaggio maggiore è che viene salvato l’unico valore veramente assoluto, l’amore, che è relaziona- 146 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione lità positiva e forza coesiva del gruppo, ossia comunione trinitaria. La radicale presenza dell’amore di Dio negli altri (figli nel Figlio) facilita l’amare tutti senza discriminazioni e senza quegli attaccamenti personali (concetto radicale di castità) che si chiamavano amicizie particolari; anzi ognuno nella comunità viene a trovarsi in qualche momento al centro dell’attenzione, così che non si viene a formare una leadership unica ma alternata. Simpatie e antipatie anche se non è possibile cancellarle del tutto come movimento istintivo interiore, tendono però a scomparire a livello di comportamento esteriore, per cui anche la comunicazione non è aperta solo ad altri ma a tutti. La prova di una reciprocità non falsificata La stessa certezza della radicalità della | presenza di Dio nell’altro che favorisce la comunione (interscambio) tra persona e persona, postula pure la compartecipazione ai beni materiali. La comunione dei beni — il fenomeno forse socialmente più nuovo e significativo della prima comunità cristiana — non può considerarsi un optional (faccio questo dono per essere virtuoso; mi sento buono e perciò... il che si potrebbe tradurre spesso con più sincerità in: lo faccio per sentirmi buono: autogratificazione di tipo infantile), questa comunione in realtà è la prova effettiva (ossia senza pericolo di falsificazioni) della personale risposta all’amore di Dio e quindi dell’amore al prossimo. Anche questo è un modo di perdere per essere: ci si stacca dagli idoli (mammona) per entrare nella comunione. Nel momento in cui un prossimo ha bisogno, se io.ho e non do, sono — direbbero i Padri della Chiesa — un omicida; dare a chi non ha vuol dire restituire a Dio quel che è suo. La comunione dei beni spirituali, quando si rifiuta quella dei beni materiali, è menzogna in due sensi: primo perché dimostra che non credo effettivamente alla presenza di Dio nell’altro (non vedo Gesù in quel prossimo), e secondo, di — pag. 69 — formazione in comunione conseguenza, che quanto dico non è tanto dono quanto autocompiacimento. E se non ho superfluo, ma l’altro ha bisogno e io posso lavorare e guadagnare per lui, è indubbio — per san Paolo — che devo farlo. È menzogna, insomma, dire “Padre nostro” e “tasca mia”. Ci sarebbe troppo da dire sul significato comunionale del “lavorare per”, sulla forte coesione che crea il lavoro comune nella comunità (lavare i piatti per, scopare gli ambienti per, cucinare per, abbellire gli ambienti per il Gesù singolo e collettivo della comunità), sulla maturazione del senso estetico quando si è recettivi ai suggerimenti degli altri, sull’acquisizione di abilità tecnica quando si fa tesoro dell’esperienza degli altri relativizzando il proprio modo di vedere o la personale esperienza in quel settore particolare. Per questo pensiamo che il lavoro materiale, fatto insieme nel senso soprattutto di interscambio di esperienza e di gusto estetico, sia un fattore estremamente formativo e perciò necessario alla maturazione personale anche dei seminaristi, e quindi non tanto da istituire per una convenienza magari economica, quanto come tirocinio in cui la propria individualità nella propria espressione energetica creativa si mette a servizio degli altri. Oltretutto ognuno dovrebbe poter dire con san Paolo: «ho imparato ad essere autosufficiente» per non pesare sugli altri, - bensi aiutarli. La vera «filosofia» cristiana Nel “vivere per”, nell’“integrarsi con” fino ad arrivare alla comunione, ossia alla reciprocità di amore, c’è tutta l’ascetica cristiana che è la più alta forma di personalizzazione, perché vuol dire vivere la vita a immagine della Trinità; vuol dire essere un solo corpo (quello di Cristo) animato da un’anima sola (la charitas infusaci dallo Spirito); vuol dunque dire essere Chiesa. Ma vuol anche dire realizzare se stessi, poiché si è veramente se stessi quando si può dire “Noi”. Questa è la filosofia cristiana di cui parlavano san Giustino, san Clemente d’ Alessandria e che Gregorio di Nazianzo ha definito «filosofia vissuta» (Orazio VI). Non bastano gli studi teologici, filosofici, storici, esegetici, morali... per formare la persona. Non basta un’ascetica individuale — se pure fatta di preghiera e sacrifici — per formare integralmente una persona. L’uomo nuovo è colui che passa dalla morte alla vita perché, inserito come membro in Cristo, ama vivendo per le altre membra dello stesso Cristo. e | gen's 5-6/2007 - 147 — pag. 70 — 68 In apertura del Quaderno di gen's «Preti oggi» Nel 1966, tempo dell’immediato post-Concilio, Chiara Lubich e d. Pasquale Foresi danno vita, a Grottaferrata, a un Centro per offrire ai sacerdoti e seminaristi diocesani la spiritualità di comunione fiorita nell’ambito del Movimento dei focolari. D. Silvano Cola ne è il primo responsabile che, in stretta unità con Chiara, ne concretizza la realizzazione lungo i decenni. In questo articolo descrive il dinamismo e l’esperienza di questa scuola di comunione che nel frattempo si è moltiplicata anche in altri Continenti. (da gens 3-4/1992, pp. 71-75) 148 - gen's 5-6/2007 UOUULTCTTCC 0000000000000 CCI TAAAOTTCCOLACOTOCOCCCATO LOTTATO TATA DOLAAAANANAALLAOCCCOOA000ON0000 000 Ltesttrteronoes00000000000000000000 formazione in comunione Un centro di formazione alla spiritualità di comunione Come a Nazareth professionisti o operai. Vivevano insieme e due volte al giorno, tornando a casa dal lavoro, si preparavano i pasti. Nessuna persona di servizio: la piccola comunità era completamente autosufficiente, cosa che permetteva una vita autentica di famiglia dove ogni azione, ogni parola era motivata dall’amore. Seppi più [prtssio erano laici erano tardi che la fondatrice, C.{ Lubich, aveva visto il modello di questo tipo di convivenza nella casa di Nazareth, dovel? vivevano «tre cuori di carne vestiti di verginità». Anche solo l’idea era affascinante, ma tu vedevi che era così. Guadagnavano tanti soldi col proprio lavoro ma vivevano con lo stretto necessario, giorno per giorno, perché il superfluo era un capitale di Dio che andava distribuito ai fratelli poveri: agli «imprevisti» doveva pensare la Provvidenza, e succedeva veramente. Ma questa comunione di beni materiali, era soltanto un segno esteriore di quella comunione di beni spirituali che permetteva loro di vivere la vera povertà inte- Ì [ i riore che è anche castità e obbedienza. Per la prima volta capivo la logica di Gesù che non ha dato una serie di precetti, ma solo quello dell'amore scambievo- Te. In un’anima libera, perché \ spossessata di ogni cosa, non | c’è più ostacolo alla comunio- Ì ne personale: è la povertà che { ha come corrispettivo il Regno | dei Cieli (Mt 5, 3). E si speri mentava effettivamente. Lì scompariva ogni nostalgia, ogni desiderio di altre cose; + fuori del focolare avevi nostalgia del focolare, forse come l’uomo Gesù doveva aver nostalgia della Trinità. — Accostando i focolarini si poteva capire e valutare l’abissale differenza tra i “predicatori” e i testimoni. Il nostro linguaggio “apostolico” era per lo più astratto, si riferiva sempre ad altri, non poteva essere perciò che dogmatico e moralistico. C'è differenza tra il solo parlare del Vangelo e il fare l’esperienza del Vangelo. Se tu il Vangelo lo vivi puoi dire con tutta tranquillità: oggi ho cercato di vivere questa Parola di Gesù ed è successo questo e questo; con un duplice risultato, che incarnando la — pag. 71 — formazione in comunione Parola ti trasformi in Gesù, e che comunicandola incarnata diventa “comunione”col prossimo, comunione del tuo io più vero che, donato, non diventa tua ricchezza 0 prerogativa gelosa, bensì libertà interiore che ti rende capace di farti ogni momento tutto a tutti lasciando nel contempo “liberi” gli altri. L’apostolato lo si vedeva come testimonianza di vita: prima essere e poi, quando è il caso, parlare. E veniva in evidenza la verità dell’affermazione di Gesù: «da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri». In realtà la vita basta da sola a farsi propaganda. Lo si vedeva nelle riunioni, nelle Mariapoli dove la vita, non ideologizzata, attirava buoni e meno buoni, non cattolici e non cristiani e persino chi si professava ateo. Lo si vedeva nei focolari dove tanti andavano a riscaldarsi a quel fuoco spirituale che sprizzava da persone che si consumavano in uno come legni incrociati. E lì trovavi Maria, perché il loro servizio silenzioso ti metteva a contatto con Dio, e quando parlavano ti davano Dio donandoti il frutto della Parola vissuta, ossia le esperienze individuali e comunitarie che facevano vivendo giorno per giorno una frase del Vangelo. Trovavi delle persone di cui si poteva effettivamente dire che «vivevano in cielo»: vestra conversatio in coelis est (Fil 3, 20). Gesù in mezzo, il formatore Poi capivi che sotto sotto c’era molto di più: che la sostanza della loro vita spirituale era “avere il Santo in mezzo a loro” per la promessa di Gesù del “dove due o più” di Mt 18, 20; e che questo comportava un’ascetica allo stesso tempo individuale e collettiva, perché per vivere quella realtà dovevi continuamente «passare dalla morte alla vita amando il fratello» che ti stava accanto (cf Gv 3, 14), e che questo implicava per te quello spogliamento interiore ed esteriore che ha il suò esemplare tipico in Gesù che si spoglia di tutto per farsi “uno” con noi e divinizzarci. E ti° veniva allora da dire: ma qui c’è un abisso di dottrina teologica, ascetica e mistica; qui non solo pregano, qui vivono la Trinità! E in realtà capivi che il problem: della “formazione” (in quella specie di “seminario” che era il focolare) era molto semplice: si viveva per avere Gesù in mezzo in quella piccola comunità, e il formatore era Gesù in mezzo e il fine della formazione era costruire persone che sapessero vivere 24 ore su 24 nell’amore reciproco, ossia costruire delle piccole cellule di vita trinitaria sulla terra (piccole icone del Regno di Dio). Con quella esperienza di vita alla base, si capiva come mai anche all’esterno creassero comunione. E un’altra scoperta ancora facevi: che non si parte dai libri per arrivare ad essere formati, ché anzi i focolarini passano tutti per la fase cosiddetta del «mettere i libri in soffitta» per non conoscere altro che «Cristo e Cristo crocifisso» che è però la Sapienza di Dio. I libri, per essi, non erano che uno strumento che serve all’amore di Dio e del prossimo, ad avere un sano apprezzamento dei valori culturali che sono anch'essi espressione della presenza del Verbo nella Storia. Non gruppo ma comunione A me, per quel po’ di psicologia che avevo studiato e insegnato, colpiva in particolare un aspetto nuovo della loro vita: vivevano assieme in piccoli gruppi, ma la psicologia del gruppo non si adattava troppo a loro. Lì appariva evidente che tra vita di gruppo e comunità di persone la differenza è abissale. Si sa che un gruppo psicologico è formato da individui che si associano in vista di finalità particolari (gruppo sportivo, sindacale, assistenziale...) e che perciò interagiscono limitatamente agli interessi comuni che vogliono perseguire, così che per tutto il resto ognuno rimane chiuso in se stesso, nella propria privacy. In altre parole, nel gruppo non esiste ‘una comunione totale tra persone, quella che può essere espressa dalla legge della gen’s 5-6/2007 - 149 — pag. 72 — 70 socialità trinitaria vivibile sulla terra: «Siate una cosa sola...», quella legge sociologica, dunque, che Gesù aveva insegnato a vivere agli apostoli, i quali avevano la cassa comune, l’anima in comune perché Gesù li faceva parlare e li incitava a comunicare i loro pensieri che così potevano venir confermati, disconfermati, discussi... Sembra proprio che l’unico “chiuso alla comunione” sia stato l’Iscariota: nessuno conosceva i suoi pensieri, le sue ansie e le sue trame. In termini di vita spirituale la “comunione tra persone” non ne cambia la dinamica psicologica ma, grazie allo Spirito Santo presente in esse, si produce in ciascuna una disposizione stabile che san Basilio chiama hexis dalla quale dipendono sia i pensieri nel loro nascere, sia le parole che si pronunciano, sia gli atteggiamenti esteriori presi dall’insieme della persona. E san Basilio dice che simili pensieri, parole e atteggiamenti, quando vengono condivisi con gli altri credenti realizzano fra essi una comunione spirituale (koinonia pneumatiké) della quale possono sperimentare i benefici soltanto coloro che vivono da vere membra del Corpo di Cristo. Grazie a questa comunione, infatti, si stabilisce tra esse una “singolare identità”: con una passione che solo lo Spirito sa donare, ciascuno partecipa alle sofferenze e alle gioie che scandiscono la vita dei fratelli come se fosse lei al posto loro!. In questa descrizione, che Basilio fa, degli effetti che produce la vera comunione, ho visto confermata la radicale diversità che esiste tra gruppo e comunità, ma soprattutto che la «comunione» di cui si parlava e che avevo scoperto tra i focolarini non era soltanto un essere uniti nella fede e misteriosamente inseriti (per il battesimo) nel Corpo di Cristo, ma era vivere con Lui, concretamente, la vita trinitaria in qualsiasi espressione della vita quotidiana, così che effettivamente si poteva dire di vivere una spiritualità “collettiva”. 150 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione Scuola come tirocinio alla vita di comunione È anche vero, del resto, che Spiegare questo tipo di comunione è difficile se non se ne fa l’esperienza. E tanti di noi sacerdoti, frequentando i focolari, l’abbiamo fatta. Ora, questa è precisamente la “scuola” indispensabile da fare, come lo è stata per gli apostoli con Gesù: si tratta di un effettivo cambiamento o spostamento di idee e di valori e quindi di comportamento che tocca anche le fibre più nascoste della persona, in quanto devi capovolgere letteralmente i punti di riferimento: l’ante omnia mutuam et continuam charitatem (1Pt 4, 8) diventa la priorità assoluta poiché, se manca, nulla ha valore. È evidente pertanto che la “formazione” deve essere adeguata a questa antichissima e nuovissima spiritualità comunitaria. E siamo convinti che non è una moda, bensì una riscoperta del vivere cristiano oggi più che mai necessario nella cultura in cui viviamo. Il Movimento dei focolari, con la sua spiritualità dell’unità che appunto lo anima, è nato prima del Concilio Vaticano II e in pochi anni si è diffuso in buona parte del mondo?. Molti sacerdoti ne erano venuti a contatto e si esercitavano a viverne la spiritualità; e quando i Padri conciliari emanarono i loro Decreti, soprattutto il Presbyterorum Ordinis e | Optatam Totius, noi esultammo di gioia scoprendovi le stesse istanze alla vita di comunione tra sacerdoti e tra sacerdoti e laici che noi stavamo già praticando. Nel 1964, data l’abbondanza delle vocazioni laiche alla vita consacrata nei focolari, la fondatrice del Movimento, Chiara Lubich, fondò a Loppiano, presso Firenze, una Scuola che servisse per così dire da noviziato ove apprendere la tecnica del vivere in unità, esperienza effettivamente affascinante perché faceva riscoprire la vita del Vangelo come la più straordinaria avventura dell’uomo che non ha paragoni con altri ideali umani. — pag. 73 — formazione in comunione Così nacque la «Scuola sacerdotale» Fu nel °66 che Chiara mi disse: «Perché non mettiamo su anche una scuola per i sacerdoti e i seminaristi? Dovrà essere una scuola più breve, forse di un anno, forse di sei mesi....)). E mi ripeteva l’idea che già si stava concretizzando a Loppiano: «Noi sentiamo la vocazione di dare Dio al mondo attraverso una città posta sul monte, una città che lo testimoni e lo doni, una città che vuole essere vita, essenzialmente vita, solamente vita: vita di carità, quindi Vangelo; carità reciproca, con Gesù in mezzo a noi...». E mi riferiva che lo stesso cardinale Florit, allora arcivescovo di Firenze, le aveva detto, dopo aver visitato Loppiano: «Ci vorrebbe una Loppiano anche per formare i sacerdoti!». Lanciata l’idea 1°11 settembre, il 24 ottobre si inaugurava la Scuola nella Villa Maria Assunta di Grottaferrata che una nipote di Pio XII, la contessa Pacelli, aveva affittato al Movimento. “Miracolo”: contro ogni previsione umana otto sacerdoti e tre seminaristi, di sei nazionalità e di tre continenti diversi iniziano quest’avventura col permesso dei loro vescovi. Ai quali occorreva un buon coraggio e una buona dose di discernimento, in quegli anni dell’immediato postconcilio, quando tutti stavano ad osservare cosa sarebbe successo di una Chiesa così aperta, tra l’altro, ai laici. L’unica a non essere preoccupata era proprio Chiara. I vescovi che avevano conosciuto lei e i focolarini erano tutti più che favorevoli e usavano espressioni che quasi non osavamo ripetere. Come queste: «L'Opera di Maria è proprio quello che ci vuole nell’era postconciliare, e quindi anche per i sacerdoti postconciliari»; «E lo spirito che ci vuole oggi. Si parla tanto in questo tempo della Chiesa come comunità: ebbene, lo spirito dell'Opera di Maria sta penetrando in tutta la Chiesa come fermento di unità»; «L'Opera di Maria è in primissimo piano nello svolgere una formazione provvidenziale in seno al laicato e in funzione del rinnovamento di tutta la Chiesa»; «L'Opera di Maria è un bozzetto di ciò che il Concilio deve attuare»... Per altri vescovi il pensiero dominante erano i sacerdoti, e si rivolgevano a Chiara: «I sacerdoti hanno enorme bisogno di spiritualità, e la vostra è una spiritualità che rinnova la vita e il ministero sacerdotale». Tutte affermazioni, queste, che sarebbero state poi confermate autorevolmente da Giovanni Paolo II nella visita che fece al Centro del Movimento nell’agosto del 1984: «... Voi non siete un movimento, voi avete la fisionomia della Chiesa del postconcilio... La scintilla ispiratrice del Movimento, infatti, è la carità». La magna charta Chiara espose, come in una magna charta, le finalità della Scuola sacerdotale: «Se i sacerdoti sapranno posporre tutto, anche il sacerdozio, per assicurarsi la presenza di Gesù fra loro vivendo come bambini il Regno di Dio, sarà inevitabile che Gesù faccia venir fuori una pastorale nuova, dei seminari nuovi... E se ci sarà anche l’unità con la parte laica del Movimento, si darà origine a quello che ho chiamato “città-Chiesa” o “società-Chiesa” che farà vedere al mondo come esso sarebbe se fosse tutto clarificato da Gesù, dal suo Vangelo. Stiamo mettendo qui la prima pietra di una realtà che sboccia dopo il Concilio, ma che ha le sue radici prima del Concilio, perché le ha in Dio che ha suscitato quest'Opera. Potremo offrire al mondo sacerdoti che saranno “nuovi”, perché vivono il Comandamento nuovo che trasforma tutti gli aspetti della vita». Un po' di cronistoria A questo punto non c’è che da registrare un po’ dell’esperienza di questi 25 anni di vita della Scuola sacerdotale. Bisogna dire che la voce che si andava diffondendo ovunque, che alla “Scuola gen's 5-6/2007 - 151 — pag. 74 — 72 sacerdotale” si lavorava manualmente mezza giornata non soltanto per essere autosufficienti ma per “imparare” a svolgere qualsiasi servizio amando; il fatto che anche monsignori o docenti universitari o vicari generali o superiori di seminario fossero addetti alla cucina, alla pulizia delle zoilettes, alla lavanderia o ad altri lavori più tecnici per scoprirvi la gioia del lavorare per Gesù presente nei fratelli; che gli stessi andassero al mercato a fare la spesa scoprendo la gioia di poter amare nella quotidianità il panettiere e il salumiere e il verduraio; sapere di dover dormire in camere a più letti dopo essere stati abituati per anni alla camera singola; dover ascoltare, quando si era abituati a parlare; comunicare come si era vissuta la Parola di vita durante la giornata davanti a giovani seminaristi... ebbene, poteva far prevedere un calo netto delle frequenze, e invece si verificò proprio l’opposto: la casa fu troppo piccola e si dovette affittarne un’altra. Nel ’71 eravamo arrivati a un centinaio di presenze per cui occorreva trovare ancora una soluzione. Tecnicamente non è il numero grande che fa difficoltà, se c’è la possibilità di far vita di famiglia in piccoli «focolari» dove la comunione possa essere concreta e costante. E la Provvidenza ci venne incontro quando nel ’72 la Curia generalizia dei Cappuccini ci mise a disposizione il convento «cardinale Massaia» di Frascati. Un lavoro da matti per ristrutturarlo, ma le mani non mancavano e i calli che si formavano erano la testimonianza che, se si ama, tutto è sacro. Chi non ricorda in quegli anni la figura di d. Anton Weber, detto Toni, medaglia d’oro per la teologia all’Università Gregoriana, inserito nel Movimento fin da studente e inviato, subito dopo la laurea, in Brasile a lavorare per i sacerdoti, ed ora responsabile di questa Scuola? Ma Chiara aveva sognato una “città”, e quella che era nata a Loppiano lo era, costellata di casette-focolare, di famigliefocolare, di aziendine, di ateliers e, naturalmente, di scuole. Mancavano solo i preti e i frati. Ed ecco, puntuale, la Provvidenza: 152- gen’s 5-6/2007 formazione in comunione ancora i figli di san Francesco, sempre loro, i Minori questa volta, ad offrici ai piedi di Loppiano un altro convento. Ci spostammo dunque là, a Incisa Valdarno, nel luglio dell’84. A Toni Weber — che viene inviato ad iniziare la stessa Scuola a Tagaytay, nelle Filippine, su richiesta rivolta a Chiara dalla Conferenza episcopale filippina a servizio di tutto l’Estremo Oriente e dell’Oceania — succede d. Giuseppe Aruanno, che fin dall’inizio della Scuola a Grottaferrata ne è sempre stato corresponsabile. Altro lavoro, altri calli, altre piroette spirituali, linguistiche, culturali, temperamentali... Ma sì, tutti concludono, il mondo unito è possibile perché in questa città lo si vede: è una città di vivi dove tutti vogliono amare, dove tutti sono a servizio degli altri, dove si mettono le basi per portare nel mondo la civiltà dell’amore: perché lì ti accorgi che effettivamente l’unico formatore è Gesù. | 1) Cf S. Basilio, De Spiritu Sancto, 26, 61; 24, 57; 26, 62, cit. da G. Bentivegna, L'’effusion de l’Esprit Saint chez les Pères grecs, in «Nouvelle Revue Theologique», 113/5, 1991. 2) CfC. Lubich, L'avventura dell'unità, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991. 3) S. Cola - E. Cambòn, L’ansia di Toni Weber. Far casa ai sacerdoti, Città Nuova, Roma 1994. — pag. 75 — formazione in comunione I consigli evangelici Riscoprirne l'attualità N intendo fare una trattazione sistematica, ma solo esprimere alcune riflessioni che l’esperienza passata e presente di moltissime persone, religiose e laiche, suggeriscono. È un fatto che per troppo tempo noi cristiani abbiamo considerato i consigli evangelici come privato appannaggio della vita religiosa consacrata. Si diceva: «Belli, i consigli evangelici, ma per i religiosi; per noi cristiani — o sacerdoti diocesani — che viviamo nel mondo, ci vuole un altro stile, un’altra spiritualità». Ora, i consigli evangelici non sono affatto una pia pratica o una invenzione ascetica riservata a qualcuno, bensì punti di passaggio obbligatori e vitali per autenticare con la vita l’invito ad essere, come cristiani, seguaci di Gesù. Per Gesù non è mai stata una questione teoretica questa. Diceva: «Chi vuol venire dietro a me e non lascia padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, campi...; chi non rinunzia a se stesso, alla propria vita, non può essere mio discepo- ‘certo momento si è trovato un ‘figli. lo». Parlava così a chi pensava di seguirlo; parlava così a chi vuol essere cristiano. E la condizione base che pone per iniziare l’avventura della sua sequela. Se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, non possiamo percorrere un cammino che ignori i consigli evangelici. L’equivoco e, per molti, il rifiuto istintivo dei consigli evangelici si spiegano probabilmente col fatto che a un 0000000000000 comodo alibi quando si è visto che la Chiesa richiedeva a chi entrava in determinate strutture (tipo gli ordini religiosi) un impegno specifico nel vivere i consigli. Se ne è concluso che erano un affare riservato a loro, quando non si è arrivati a vedere in essi uno strumento di potere che la Chiesa usava per garantirsi la fedeltà dei suoi In realtà i consigli evangelì ci sono un’intima esigenza della carità. Questa è l’esperienza che hanno fatto ad esempio, con Chiara Lubich, i primi focolarini e le prime focolarine. Non è che loro puntassero sulla povertà o sulla castità. Il loro ideale, dA cessosse 73 Dalla rivista gen's (1976) Per camminare verso la propria autenticità cristiana — che per tutti è la perfezione nella carità — urge riscoprire l'attualità dei «consigli evangelici» nella loro rilevanza non solo per i consacrati ma per ogni cristiano. Esigenza della carità, essi sono, secondo la lettura qui offerta, anche segno di vera libertà interiore. (da gen% 3/1976, p. 3) gen’s 5-6/2007 - 153 — pag. 76 — 74 loro programma di vita era la carità, Dio- Amore; ma avendo conosciuto Dio-Amore e cercando di vivere nell’amore si erano trovati a vivere lo spirito e la lettera della overtà, della castità e dell’obbedienza. Libertà dalle cose: la povertà I tre consigli evangelici sono distinti, quanto al loro oggetto, ma c’è da chieder-. si se essere poveri-nel senso..evangelico — non significhi essere anche casti e obbedienti. Se cioè la povertà evangelica —l’al-. tissima povertà di cui parla.san.Francesco __ — non contenga implicitamente la castità e. l’obbedienza. La povertà infatti è un concetto molto più ampio di quello che pensiamo usualmente. Quando, parlando di povertà, si fa riferimento ai soli beni materiali, si ha una visione ancora rudimentale della vita cristiana. Forse, in questo senso, sbagliano alcune comunità di base di stampo europeo che, volendo rendere credibile la Chiesa, dicono: «Noi rendiamo credibile la Chiesa se viviamo la povertà». Ma se questa povertà non implica anche un’altissima povertà riguardo alle persone e a se stessi, non è testimonianza cristiana. Potrebbe darsi che sia pura filantropia, o altro sentimento umano: potrebbe darsi che sotto sotto esprima quella forma di autocompiacente condiscendenza o di paternalismo che tanto critichiamo sotto altre forme. Dare i beni ai poveri può essere relativamente facile. Libertà dalle persone: la castità Se uno dicesse, d’altra parte, che castità e celibato rendono credibile la Chiesa ridurrebbe il concetto di castità. Perché la_ castità evangelica contiene -la povertà e l’amore verso. ogni prossimo: significa «non _ possedere» diritti sul proprio corpo e su quello di altri, ma «per» un amore più grande. Mi ha sempre colpito una meditazione di Chiara Lubich in cui si parla della castità di Dio con un concetto così semplice, intuitivo, che davvero sbalordisce. Per- 154 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione \ché Dio è casto? Perché è semplice. È la emplicità la castità, è il non possedere. Perché chi possiede è complicato. Per questo Chiara dice che la castità non è restringere il cuore, ma dilatarlo sulla misura del cuore di Gesù, per amare tutti; essere libero interiormente da legami per avere la libertà di amare ogni prossimo che mi passa accanto, attimo per attimo. E se in cuore resta un rimasuglio di affetto per il prossimo amato un minuto prima, vuol dire che il prossimo non si è amato per Gesù ma per se stesso, cioè ancora in modo egoistico. Questa è la castità che dobbiamo imitare, che è libertà da qualunque condizionamento che ci viene dalle creature, come la povertà e la libertà da qualunque condizionamento che ci viene dai beni terreni. Ma la castità, senza la povertà di sé sarebbe una virtù legalistica e monca, e priva dell'amore diverrebbe puro egoismo. Si sa che la non-castità impedisce l’unione piena con Dio, così come succede per l’attaccamento ai beni materiali. C'è in proposito una testimonianza esplicita di Teresa d’Avila. Nella sua autobiografia sta scritto che quando riceveva un regalo dai genitori e lo teneva per sé, senza metterlo in comune, non riusciva più a pregare, sentiva che il possedere le ostacolava l’unione con Dio. Libertà da se stessi: l'obbedienza f L’obbedienza è povertà di se stessi. Si / dice che è la cosa più difficile, perché è \ ancora facile rinunciare a qualcosa o a \ qualcuno che sono sempre «fuori» di me, a rinunciare a se stessi sembra arduo. Forse è perché non abbiamo capito quanto sia necessaria e costruttiva questa rinuncia: perché i condizionamenti più forti alla nostra libertà ci vengono proprio dall’attaccamento a noi stessi. Perché siamo portati, in quanto creature, ad affermare noi stessi nei confronti degli altri, mentre la legge della vita è proprio negarsi per affermare l’altro. — pag. 77 — formazione in comunione Di questo dovremmo essere ben convinti. L’obbedienza ha valore in quanto esprime una realtà ontologica che è condizione della vita umana, psicologica e spirituale. È vero dal punto di vista psicologico perché è fatto acquisito che ogni realtà interiore tenuta gelosamente per sé diventa veleno per l’anima, e che ogni chiusura di sé diventa vera autodistruzione. In verità, esiste vita psichica là dove c’è donazione, comunione, apertura sull’altro, tanto che la maturità umana viene a coincidere con la totale apertura agli altri: non vivere più per sé, ma per gli altri. Dal punto di vista spirituale è precisamente la stessa cosa. Gesù ce l’ha detto in tutti i toni. È una verità ontologica. Non esiste vita spirituale senza comunione con Dio e col prossimo. Cos’è in definitiva l’obbedienza? È totale carità. Quando sei totalmente amore, non puoi non essere totalmente obbediente, perché non fai più la tua volontà, ma quella dell’altro, non scegli più la tua iniziativa personale ma cerchi di promuovere l’iniziativa dell’altro. E se per caso l’altro prossimo che ti sta accanto o che vive con te fa la stessa cosa nei tuoi confronti, in questo scambio di amore c’è l’Amore. Allora non è più la tua iniziativa o l’iniziativa dell’altro, la tua volontà o la volontà dell’altro che vengono in evidenza, ma l volontà di Dio. Cioè noi siamo come Cristo. Per essere come Gesù Infatti, nel Vangelo di Giovanni si trovano molto spesso queste parole di Gesù: «Quello che io vi dico non viene da me ma dal Padre..., le opere che io faccio non sono mie ma del Padre...». Gesù sembra rinunciare ad ogni autonomia nei confronti del Padre; perde ogni autonomia, ma è Gesù, quella persona umano-divina, incarnata nella storia, apparentemente condizio- 75 nata dalla cultura e dalle strutture del tempo, ma in realtà totalmente libera, tanto da essere capace di offrire la propria vita e morire “per” l’umanità. E nessuno ha amore più grande, cioè nessuno è così vicino alla perfezione di Dio, come chi dà la vita per gli altri. Ora, il dar la vita implica il distacco da se stessi e dalle persone, rinunciare ai propri beni e alle proprie idee, alla propria cultura, alla propria formazione spirituale, alle proprie iniziative. Cioè vivere i consigli evangelici. Questo del resto è il pensiero di san Paolo quando dice di farsi tutto a tutti e quando esorta ad obbedirsi gli uni gli altri. E questo lo dice ai semplici cristiani. Ma cos’è allora l’obbedienza se non povertà: non essere, e non avere? Che cos'è l’obbedienza se non castità, cioè l'essere semplici, privi di attaccamenti a se stessi e agli altri e alle cose? Per questo il Vangelo non fa una piega. 1 Vangelo è logico in se stesso, perché è la ivelazione di Dio, è la rivelazione della inità. Rivelandoci la vita trinitaria Gesù cispiega come si fa a diventare come Dio: amore. Per essere amore occorre essere eri, e viceversa. E non c’è libertà senza distacco da ogni sorta di condizionamenti. La formulazione può essere espressa con le parole: «Chi non rinuncia al padre... ai beni... a se stesso» non esprime che la strada obbligata da percorrere per essere “come Dio”. Questa è in fondo la chiamata cristiana, troppo ardua magari per qualcuno, certo difficile per chi vi si avventura da solo. Ma chi ci ha provato può dire con certezza di avere, tra l’altro, già ricevuto «cento fratelli, sorelle e madri...». Ritorna anche a proposito dei consigli evangelici la stessa logica del Vangelo: date e vi sarà dato. | gen's 5-6/2007 - 155 — pag. 78 — 76 Una conversazione del 1989 Spesso, trattando della povertà, viene evidenziato l'aspetto negativo, di privazione, all’interno di un cammino ascetico personale verso Dio, trascurando l’aspetto comunionale ed umano che essa possiede. Proprio con questa chiave di lettura invece, le seguenti note sono volte ad evidenziare il ricco ed ampio senso della povertà nel Nuovo Testamento e nel pensiero dei Padri: la povertà ci dispone alla comunione dei beni materiali e spirituali. (da gens 6/1989, pp. 208-211) 156 - gen’s 5-6/2007 LUGLIO 0000000000000 TTCTALACOCOTO CCA COLLO LOCLAACCCANOCOCTTOTATC CADONO CCONCA LOCA LAACOCO00000000 0000000000 000tdt0tt000000d0tetenteence00onne formazione in comunione Povertà per la vera ricchezza ES alcune note biblicopatristiche, per la rilettura di una virtù profondamente umana Chi, al seguito di Gesù, non cerca che Dio, deve stare attento a non legarsi ai beni della terra per trovarvi già qui la felicità (cf Col 3, 1-2) poiché è difficile desiderare le realtà del Cielo quando si è già soddisfatti: «Guai a voi ricchi... ché avete già ricevuto la vostra soddisfazione» (cf Lc 6, 24). I poveri invece sono dichiarati beati se — avendo capito la nullità dei valori terreni — aspirano alla giustizia e alla beatitudine del Regno di Dio: è il concetto di peregrinatio dalla terra al cielo presente in tutta la Scrittura e sintetizzato dalla Lettera agli Ebrei: «Noi non abbiamo quaggiù una città nella quale resteremo per sempre, ma aspiriamo alla città che deve ancora venire (...) e perciò non dimenticate di fare il bene e di mettere in comune ciò che avete» (13, 14-16). Chi si attacca alle cose della terra è un calcolatore che mette nel possesso delle ricchezze lo scopo della sua stessa vita, e ne è condizionato al punto di non capire che comunque deve morire; mentre sarebbe saggio tesaurizzare ricchezze spirituali, servendosi dei beni materiali per guadagnarsi il Regno (Mc 10, 21), la patria. Non si può contemporaneamente essere schiavi di mammona e servi di Dio, ossia idolatri e seguaci di Cristo. Il ricco confida in se stesso e nei suoi averi; il povero evangelico si aspetta tutto dal Padre che è Dio. Per questo è difficile al ricco entrare nel regno dei cieli: la salvezza è dono di Dio, e non c’è salvezza se non si riconosce il proprio bisogno e se non si chiede a Dio di riceverla da lui. Anche un povero, dunque, che non si riconosce bisognoso di Dio, è ricco di sé e pertanto lontano dalla salvezza perché non riconosce il Padre. 7 La povertà evangelica aperta alla comunione In realtà Gesù non ha condannato il possesso dei beni in quanto tale, bensì richiede il distacco dai beni. Sono elogiate le sante donne che aiutavano con i loro beni il gruppo degli — pag. 79 — formazione in comunione apostoli, come Giuseppe d’Arimatea e le sorelle Marta e Maria di Betania. Cos'è dunque la povertà evangelica? Lo si capisce da Gesù stesso. Non è miseria (patire la fame, non avere vestiti o casa) poiché Gesù dice ai discepoli: «Vi è forse mai mancato qualcosa?» - «No», rispondono, poiché la Provvidenza (il Padre) non si è mai dimenticato dei suoi figli. San Paolo, quando fa la colletta per i fedeli di Gerusalemme afflitti dalla carestia, dice ai cristiani di Corinto: «Questa colletta non ha lo scopo di ridurre voi in miseria perché altri stiano bene, ma per raggiungere una certa uguaglianza. In questo momento infatti voi siete nell’abbondanza (avete del superfluo) e perciò potete recare aiuto a coloro che sono nella necessità» (2Cor 8, 12-14). La povertà è essere aperti alla comunione. Quando Paolo scrive a Timoteo come deve comportarsi con i ricchi, non dice di condannarli, ma di raccomandare loro di non essere orgogliosi delle proprie ricchezze, ossia di non servirsene come di un potere, bensì di essere pronti a mettere in comune ciò che possiedono (/Tm 6, 17- 18). La stessa cosa quando scrive ai Romani: «Siate pronti ad aiutare i vostri fratelli quando hanno bisogno» (Rm 12, 13). Di più: la comunione è così fondamentale per Paolo che parlando dei ladri dice loro: «Se qualcuno rubava, ora non rubi più: anzi si dia da fare, lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno» (Ef 4, 28). Non è sufficiente per un cristiano non pesare sugli altri, bensì pensare ad aiutare concretamente gli altri, e non solo i cristiani poveri, ma tanti altri, perché siano in molti a ringraziare Dio: «Il vostro aiuto, infatti, sarà per loro una prova concreta che voi sapete ubbidire e accogliere il messaggio di Cristo, e loderanno Dio per la generosità che dimostrate nel dividere i vostri beni con loro e con tutti» (2Cor 9, 13). Dei primi cristiani gli Atti riportano il fatto che «quelli che possedevano qualco- sa non lo consideravano proprio, ma tutto quel che avevano lo mettevano in comune» (4, 32). Si trattava di una comunione dei beni assolutamente libera, tant'è vero che quando Anania e Saffira tennero per sé una parte dei soldi ricavati da un campo venduto facendo però credere che avevano dato tutto, Pietro li accusa non perché hanno mancato alla povertà, ma perché hanno mentito allo Spirito Santo: «Il campo era tuo, e anche dopo averlo venduto potevi benissimo tenere tutto il denaro per te, lo sai bene... Perché allora hai mentito? Tu non sei stato bugiardo verso gli uomini ma verso Dio (At 5, 4). Nella vita dei primi cristiani: il lavoro, per una maggiore condivisione Per quanto riguarda il lavoro: l’oziosità, già considerata come il vizio più ignobile (Sir 22, 1-2), viene condannata direttamente anche da Gesù e dagli apostoli (M? 25, 26; Tt 1, 12), ma soprattutto indirettamente dal loro esempio, perché Gesù non li ha fatti smettere di lavorare. San Paolo dirà: «Quando ero con voi non sono rimasto in ozio, non mi sono fatto mantenere da nessuno, ma ho lavorato giorno e notte con grande fatica per non essere di peso a nessuno, benché avessi certamente anche qualche diritto...) (27ess 3, 7-9). E non provvedeva solo a se stesso, ma anche alle necessità di quelli che erano con lui. E conclude: «Vi ho sempre mostrato che è necessario lavorare per soccorrere i bisognosi» (At 20, 35). Il lavoro, inoltre, mette a contatto con Dio. Gesù, infatti, facendosi uomo ha assunto in sé tutta la natura; «in Lui risorto tutta la natura è risorta»; ma lo si scopre non contemplandone soltanto la bellezza, bensì nel lavoro che la trasforma in amore verso gli altri. E stato attribuito a Gesù un detto (Papiro di Ossir. 1, 4): «Alza una pietra, troverai me, spacca la legna e lì mi trovi». gen's 5-6/2007 - 157 — pag. 80 — 178 Tutto, insomma, è in funzione della comunione con Dio e con gli uomini. La prassi della primissima comunità cristiana perdura nell’insegnamento posteriore (Didaché — Lettera a Diogneto). Nella Lettera dello Pseudo-Barnaba (a. 96-98) è scritto: «Metterai ogni cosa in comune e non dirai “questo è mio”: se partecipate insieme alle cose incorruttibili (fede, Eucaristia...) quanto più non dovete farlo nelle cose corruttibili?». I beni messi in comune, Tertulliano li chiamava «deposito della pietà», perché servivano a sfamare i poveri e aiutare tutti gli emarginati (vecchi, prigionieri, giovani senza mezzi e lavoro), senza discriminazioni tra cristiani e non. Il cristiano infatti può imitare la carità divina (l’amore di Dio Padre) essendo generoso. La regola cristiana in una comunità può essere espressa da questa frase di un igumeno (responsabile di un cenobio): «Il Signore conta su di voi: dovete essere dei buoni economi (lavoratori e risparmiatori) per poter soccorrere i poveri e gli indigenti fino a che non si arrivi all’assoluta eguaglianza». Per modellarsi sulla Trinità: povertà interiore Ma è soprattutto con sant'Agostino che la “povertà” non ha più soltanto il significato di «mettere in comune i beni materiali», bensì anche di povertà interiore: essere poveri anche dei carismi personali, delle proprie ispirazioni, del proprio mondo affettivo, mettendo tutto in comune affinché la comunione sia non di soli beni di consumo, bensì comunione tra persone, come nella Trinità. Tutti i Padri della Chiesa inoltre hanno parlato moltissimo della povertà, sia come posizione spirituale del cristiano che tutto si aspetta da Dio Padre (Provvidenza); sia come imitazione della carità divina che ha creato gli uomini uguali e vuole che sia ristabilita l'eguaglianza (dare ai poveri è 158 - gen’s 5-6/2007 formazione in comunione restituire — il ricco che capitalizza per sé è omicida); sia come dovere sociale di lavorare, industriarsi per dare agli indigenti, senza discriminazione di persone; sia perché chi vuole identificarsi con Cristo deve distaccarsi da ogni cosa. La povertà materiale, insomma; di per sé non è né un bene né una virtù. Tutto dipende dall’atteggiamento dell’uomo nei suoi confronti. La stessa cosa vale per la ricchezza: non è né un bene né un male: il bene o il male dipendono dall’atteggiamento dell’uomo verso di essa (distacco) e dal suo uso (farne strumento di comunione). In realtà la perfezione evangelica è che l’uomo sia semplice: che non abbia meno di quanto gli serve a vivere (non sarebbe una testimonianza che Dio è Padre), ma che non abbia neppure di più perché sarebbe disarmonia estetica, morale e sociale. Il fiore del prato e l’uccello dell’aria rappresentano il tipo della semplicità evangelica che è armonia. Perciò: procurarsi il «pane quotidiano» senza affannarsi, perché «la vita vale più del cibo, e il corpo vale più del vestito» (Lc 12, 22-23). E ancora: «Il vostro modo di vivere non sia ispirato all’avidità, ma dovete accontentarvi di ciò che avete nel momento presente...» o imparando comunque a rendervi autosufficienti in ogni congiuntura — dice Paolo — così come faccio io che so vivere nelle privazioni come nell’abbondanza (cf Fi/ 4, 11-12). Povertà e realizzazione di sé: passaggio dall’io falso all'io vero Il concetto è chiaro: chi investe tutte le proprie energie nel procurarsi beni e ricchezze per sé, in realtà non vive la vita, che è molto di più. E in effetti sarebbe un chiudersi nel proprio ego, spegnere il cuore e mettersi nell’impossibilità di aprirsi all’amore del prossimo, che è l’unica via della salvezza (cf /Gv 3, 17-18) perché è già qui, sulla terra, l’unica vita che esalta l’uomo in tutta la ricchezza della propria umanità. — pag. 81 — formazione in comunione L’avidità o l’attaccamento a sé e alle cose distrugge l’io, lo sgretola, sia perché favorisce l’orgoglio e l’autocompiacenza, sia perché costruisce quel “falso io” che gli psicologi chiamano “ego”. Basta pensare a come la società di oggi tende a spegnere la persona distraendola con l’avere e con il consumare. Si spegne l’io ingrassando l’ego. Ma l’io, la persona, è; l’ego, ha. L’ego vede l’uomo e il mondo come oggetti da possedere (ho un corpo, ho denaro, ho casa, ho una posizione sociale, ho dei dipendenti, ho un marito, ho una moglie); l’io è rapporto, è partecipazione, è comunione con gli uomini e con la natura. L’ego si sviluppa quando la propria identità è in crisi, ed è perciò che mette in crisi i rapporti. San Girolamo penetra profondamente l’impossibile coesistenza dell’io e dell’ego. Commentando la parabola del ricco e del povero Lazzaro, dice al ricco che dall’inferno supplica il padre Abramo: «Magari avessi implorato prima colui che è veramente il Padre nostro (Dio). Se conoscevi tuo padre, perché disprezzavi tuo fratello?.. Ma se tuo padre è Abramo, di conseguenza hai cinque fratelli: la vista, l’odorato, il gusto, l’udito e il tatto. Nella tua vita passata sei stato schiavo di questi fratelli, perché proprio loro consideravi fratelli; e quando amavi quei fratelli eri nell’impossibilità di amare, come tuo fratello, Lazzaro... I sensi, questi tuoi fratelli, non amano la povertà! ... Questi tuoi fratelli amavano le ricchezze e non erano neppure in grado di accorgersi della povertà altrui!» (Omi/. in Le 16, 19-31). Il problema dell’uomo oggi sta proprio nella necessità di ricostruirsi un io integro, liberandolo del proprio ego, ossia da ogni sorta di avidità e di possesso. L’io integro lo possiede chi sa svuotarsi, spogliarsi, per arricchirsi nella comunione con l’altro. Questa è già una forma di trascendenza: ci si libera dal narcisismo (riferimento a sé, autocompiacenza per quel che si ha: privilegi, prestigio, possibilità di fare, di comandare, di disporre...) per entrare — senza questi impedimenti — in comunione con ogni uomo. Un cammello non può penetrare attraverso la cruna di un ago, che è la porta stretta per entrare nel regno della comunione trinitaria. La povertà è dunque rinuncia (o distacco) a tutto quanto si possiede. Gesù in croce: umanità realizzata Chiara Lubich, in una mirabile sintesi, prendendo lo spunto dalle parole di Gesù: «Chiunque di voi non rinuncia a tutto quanto possiede, non può essere mio discepolo» commenta: «Chiunque: dunque le parole di Gesù sono rivolte a tutti i cristiani. Tutto: lo richiede a tutti per essere cristiani. Non possiamo essere attaccati nemmeno all’anima nostra (che è una delle possessioni nostre), ma dobbiamo staccarci da tutto. E qui Gesù Abbandonato è maestro universale» (Scritti Spirituali/I, Roma 1978, p. 52). Gesù Abbandonato, l’Uomo, l’umanità realizzata, colui che — dice san Paolo — pur essendo uguale a Dio non conservò gelosamente questa sua prerogativa, ma se ne spogliò per diventare come un servo, uomo tra gli uomini (cf Fil 2, 6-7) e realizzare così virtualmente la comunione tra gli uomini, la civiltà trinitaria. Virtualmente. Perché si attui in concreto occorre far proprio l’invito di san Paolo: «Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri. I vostri rapporti reciproci siano identici al comportamento di Gesù il quale, pur essendo Dio, rinunziò a tutto» (cf ibid., 4, 7). Gesù Abbandonato: maestro universale di come si attua la comunione. Maria Desolata, l’espropriata, madre dell’unità. 1 gen's 5-6/2007 - 159 — pag. 82 — 80 Dalla rivista gen's (1996) Se, per chiarire le problematiche attuali, si punta lo sguardo sui Padri della Chiesa, non è soltanto per appoggiarsi a un argomento di autorità, ma perché quando fiorisce nell’umanità una realtà nuova — come è Successo con la verginità nei primi secoli — i più interessati a studiarne il fenomeno sono i contemporanei: essi sono testimoni di un fatto e, vedendone i frutti, ne ricercano l’origine e il significato. Sono tanto più significative queste testimonianze dei Padri, perché ci troviamo di fronte a giganti, non solo nella teologia e nella santità, ma anche nello sforzo di incarnare la fede nella cultura. (da gen 4-5/1996, pp. 101-105) 160 - gen's 5-6/2007 12000 LL LLL LILLA CALL LLLLLLLLLLLL LELLA LL NL LODE LELLA LLOLL AOL CCCFANEACCFAC ACEA COCSEA CA CNCAA0CSTAC 0000000000000 formazione in comunione Alcuni aspetti della verginità nei Padri Un nuovo stile di vita he un concetto nuovo di verginità e una diffusa pratica di mantenersi vergini sia nata all’inizio del cristianesimo è un dato di fatto: i nuovi orizzonti aperti da Gesù e dagli apostoli sul significato e sul fine della vita, la nuova antropologia che ne viene disegnata grazie alla comprensione che la persona umana è tanto più perfetta quanto più è libera da condizionamenti non indispensabili alla natura, la nuova coscienza che ognuno è personalmente amato da Dio al punto che Gesù ha dato la vita per ogni singolo individuo della collettività umana per liberarlo dalle inutili zavorre e riportarlo alla semplicità e alla integrità del proprio essere quale era stato concepito da Dio all’atto della creazione, ebbene, è difficile immaginare che queste aperture di orizzonti non provocassero, da quel momento in poi, un nuovo stile di vita. Sant'Ambrogio dirà: «Chi potrà negare che sia venuto dal cielo questo genere di vita [la verginità], se sulla terra era pressoché sconosciuto prima che Dio vi discendesse per assumere la natura umana? Fu appunto quando la Vergine concepì nel suo grembo e il Verbo si fece carne perché la carne divenisse Dio... Fu quando il Figlio di Dio si fece uomo .. che questa vita di Cielo si diffuse e fiorì in ogni parte del mondo (...). La verginità è andata a cercare in Cielo il modello da imitare sulla terra; ed era giusto che si cercasse in Cielo la norma di vita, essa che in cielo si era trovata lo Sposo (...). Nel seno del Padre ha trovato il Verbo di Dio, e con la potenza del suo amore lo ha attirato a sé»'. Rapporto sponsale con Dio La nuova coscienza è questa: se è vero che la persona è per natura un essere relazionale e trova la massima conferma della propria identità nel rapporto sponsale, il tu di questo rapporto può essere non un artner umano, ma Dio stesso. Un contemporaneo di sant’ Ambrogio ma orientale, san Gregorio di Nissa, confessa quasi piangendo di aver conosciuto troppo tardi questa — pag. 83 — formazione in comunione possibilità, dato che si era sposato, e dice: «Fortunati coloro che hanno ancora la possibilità di fare la scelta dei beni più alti e che non ne sono impediti come da un muro per essersi lasciati attirare in passato dalla vita di tutti. E proprio il caso mio, questo! (...) Oh, se fosse possibile, prima di farne l’esperienza, trarre profitto dall’esperienza di chi ci ha preceduto! Se, tanto per fare un'ipotesi, un uomo impegnato nel mondo potesse avere una conoscenza anticipata della realtà delle cose, quante, quante sarebbero le persone che pianterebbero il matrimonio per entrare nello stato di verginità!»?. Risalendo alle origini, Gregorio ripensa allo stato primitivo dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, un tu, integro, in dialogo col suo Creatore. Dopo che il peccato ha diviso l’essere umano, in che cosa può consistere la vita spirituale se non nel cercare di restaurare se stessi in quello stato? Non c’è altra strada che quella di «imitare la natura divina» ridiventando vergini, integri. È vero che la distanza tra la vita divina e la condizione umana è abissale, però la verginità rende simili a Dio e permette non solo di vederlo, ma di diventare uno con lui: «Dio ha impresso nel vostro essere delle qualità simili alla sua propria natura (...), ma l’impronta divina è stata deturpata dal male che ha reso inutilizzabili per voi quelle qualità (...). Ma se con lo zelo della vostra condotta cancellate il sudiciume che ricopre il vostro cuore, in voi tornerà a splendere la bellezza creata a immagine di Dio. La divinità è purezza, libertà da tutte le passioni, assenza di ogni male. Se voi possedete queste qualità, Dio è in voi, realmente»?. Verginità e Trinità Anzi, la verginità è in qualche modo la nostra deificazione: «Non si può fare miglior elogio della verginità se non mostrando che essa deifica, per così dire, coloro che partecipano ai suoi puri misteri, al punto di farli comunicare alla gloria di 81 Dio, il solo veramente santo e immacolato, ammettendoli nella propria familiarità grazie alla purezza e alla incorruttibilità»*. La verginità ha dunque origine dalla\\ Trinità e si vive nella Trinità, legata com’è alla generazione del Figlio da parte del Padre, portata come dono dal Verbo che viene nel mondo allo stesso modo con cui è generato dal Padre, ossia verginalmente, / da una Vergine. È così che nel cristiano la / verginità produce effetti analoghi a quellî verificatisi «in Maria, l’Immacolata, quando tutta la pienezza della divinità che era nel Cristo risplendette in lei (...). Gesù non viene più con la sua presenza fisica, ma vive spiritualmente in noi e, con sé, ci porta il Padre»S. Che questo ideale di vita caratterizzato dalla verginità almeno spirituale venga proposto a tutti i cristiani, anche sposati, come esigenza di perfezione, è chiaro. Ma il Nisseno e gli altri Padri vedono chiaramente che chi sceglie, sempre per dono di Dio, la verginità anche corporale astenendosi dal matrimonio, imitando Gesù e Maria, ritrova l’integrità originaria nella quale l’essere umano è stato creato 0 come dice il santo vescovo di Nissa; la condizione «del primo essere umano nella sua prima vita»'. Integrità della persona Questo concetto di integrità che assicura anche all’essere umano la massima libertà da ogni condizionamento, sembra essere una costante nel pensiero dei Padri. Per san Cipriano è solo la virtù della pazienza che può difendere «la sacra integrità delle vergini, la faticosa castità delle vedove, negli sposati la reciproca carità»”. Sant’ Agostino dice che se anche i santi padri e le sante madri che sono sposati possono generare figli non spinti da libidine ma dalla ragione o piuttosto seguendo la spinta di una «tranquillissima carità», «sono solo i celibi e i vergini che conservano le membra in una eminente integrità»!°, per cui può affermare: «Cosa gen's 5-6/2007 - 161 — pag. 84 — 82 buona è la castità coniugale, ma migliore l’integrità verginale»!!, perché «le vergini sposano il più bello tra i figli dell’uomo per avere una più ampia fecondità spirituale senza perdere l’integrità corporale»!?. Ambrogio, confrontando l’umanità prima e dopo Cristo, dice che prima «questo mondo puzzava perché immondo per ogni genere di impurità, mentre ora spira dovunque una soave castità, il profumo della fede, il fiore della integrità»!. E i santi sacerdoti «devono oggi predicare la castità e far risplendere nella luce di Dio i molti esempi di integrità verginale»!. E con una frase scultorea dice: «Cristo è l'Uomo, sua moglie la Chiesa; moglie per l’amore, ma vergine per la sua integrità». E ancora esclama: «Modello e principio della nostra integrità è Cristo, che ha insegnato alle vergini di non stare a sognare unioni con maschi, bensì di consacrare l’integrità spirituale e fisica non ad un marito ma allo Spirito Santo»!. Scrive all’imperatore Valentiniano: «(Di’ ai tuoi) che aprano gli occhi e osservino questa casta schiera, un popolo di persone integre, questa assemblea di vergini»!”. In un’altra lettera scrive: «La verginità è un orto fecondo, dal momento che porta molti buoni frutti; è un orto chiuso, circondato da ogni lato dal recinto della castità; è una fonte sigillata, poiché la verginità è fonte e origine della pudicizia, la quale custodisce intatti i segni dell’integrità. In questa fonte risplende l’immagine di Dio, perché corpo puro e casta semplicità stanno bene insieme»!. E finisce col dire che «Cristo ha scelto per sé lo speciale dono della verginità e si è manifestato integro, la stessa integrità che aveva scelto per sua Madre»!9. Aponio, commentando il Cantico dei Cantici, osserva che «alla bellezza di Cristo molto contribuiscono le membra che conservano in sé la fede e una integra castità»?; «Il genere umano, corrotto, viene riportato alla sua integrità verginale»?!; «Perché ambedue i sessi non si lasciano infiammare dagli esempi di integrità e castità di Cristo e della vergine 162 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione Maria? (...). Gesù per la nostra salvezza è venuto attraverso una Vergine, e ha sparso in tutto il mondo i fiori dell’integrità e della castità»??. La verginità è chiamata «sacramento dell’integrità», «strada certamente ardua, per cui il Signore non l’ha inserita nei precetti, ma l’ha santamente consigliata per bocca di Paolo, portavoce di Cristo»?. San Zeno di Verona esclama: «Fate vostro il segno della salvezza! Alla corruzione (di Eva) è seguita l’integrità (di Maria); al parto è seguita la verginità!»?. Pietro Crisologo: «Dio e l’integrità (della Vergine) formano una società celeste; la verginità unita a Cristo è perfetta virtù»?9. Eusebio Gallicano: «Cosa c’è di incredibile se Cristo è nato dalla Vergine, se l’Integrità è venuta dall’integrità?»?%. Fulgenzio di Ruspe dà finalmente una definizione della verginità: «La consacrazione a Dio nell’integrità fisica e con un cuore vergine, mantenuta con l’aiuto e la protezione divina: questo è propriamente la verginità. Chi ce l’ha, mostra di possedere la virtù veramente perfetta», stando però attenti a «custodire, assieme alla integrità fisica, l’umiltà»??. Verginità non disgiunta dalla fecondità, perché «sono più numerosi i figli dell’abbandonata dei figli di quella che ha marito»?8. In realtà, l'esempio delle sante e dei santi asceti, vergini, ha trascinato dietro a sé miriadi di figli. Condizione di libertà Strettamente legato al tema della integrità è quello della libertà. La verginità è condizione di libertà. È difficile non pensare che nei primi secoli del cristianesimo la verginità sia stata vista anche come una forma di autorealizzazione personale soprattutto da parte delle donne. Basta sentire Novaziano: «Che altro è la verginità se non, e unicamente, libertà? Non ha un marito che la — pag. 85 — formazione in comunione domini (...). La verginità è libertà da ogni attaccamento, non ha impegni né nel matrimonio né col mondo né con figli»??. Gli fa eco san Girolamo che dice, questa volta ai mariti: «(Siete) schiavi della moglie»? E riferendosi a esempi vivi esclama: «Cos’è mai quel bisogno che fa disprezzare il vincolo coniugale per anelare alla libertà della verginità?»#!. E Tertulliano, che distingue la prima verginità che si ha alla nascita, dalla seconda che si ha nella rinascita del battesimo, dice che «la prima verginità è gioiosa, perché non si conosce ancora del tutto quello da cui desidererai liberarti; la seconda è frutto di virtù, perché ti fa disprezzare ciò di cui conosci così bene la violenza»??. Sant’ Ambrogio: «La libertà che ti dà la verginità per Dio è grande: anche assediata da schiere di persecutori che mettono in pericolo la tua integrità e la stessa vita, non ha cedimenti». E con un tocco psicologico dice che «se uno è coscientemente vergine, l’espressione del suo volto è più libera, né gli è pesante portare il giogo di Cristo se lo consideri un ornamento del tuo capo e non un peso». Aponio aggiunge un altro tocco: «Quando la verginità è amata, si ha lo spirito della sapienza di Dio, e dove c’è lo Spirito di Dio si parla liberamente, e dove c’è questa libertà non esiste alcun condizionamento di coscienza non pura». Per Eusebio Gallicano la nostra libertà, oltre a consistere nella religiosità e nella giustizia delle opere, sta nella purezza verginale. È soprattutto quest’ultima che il demonio insidia, perché sa che è un tesoro prezioso. San Bernardo dirà che «la verginità offre tre doni: uno spirito libero, una sicurezza gioiosa, un amore solido»; e sarà lui il primo ad affermare chiaramente che, chi ha perso per propria colpa la visione di Dio e quindi la libertà, la dignità e la beatitudine, potrà ricuperarle seguendo il consiglio evangelico: «rinnegando se stesso, ossia rinunciando alla propria volontà, recupererà la libertà; accettando la propria croce, 83 ossia crocifiggendo la sua carne con i vizi e la concupiscenza, può rientrare nella società degli angeli attraverso una vita di purezza; seguendo Cristo, ossia imitando la sua passione, può recuperare la visione chiara di Dio». La piena maturità della persona Ho toccato due semplici temi riguardanti la verginità: l’integrità del corpo e dello spirito, e la libertà che ne deriva e l’accompagna. Com’è evidente, non si tratta soltanto di valori spirituali: esse hanno una indiscutibile rilevanza antropologica e psicologica. Se si pensa all’integrità come «totale presenza a se stessi», nel senso ciceroniano, e «padronanza di sé» nel senso di libertà da condizionamenti dei sensi sia interiori che esteriori, non rimossi bensì coscienti, è facile capire che con esse si raggiunge la piena maturità della persona umana, ossia lo sviluppo nella sua totalità; con esse non si recupera soltanto la visione di Dio, ma si ha una lucidità psichica che fa vedere persone, avvenimenti e cose dall’Uno, perché l’uno si è raggiunto in se stessi e, con l’integrità dell’uno, si acquisisce uno stato di coscienza superiore grazie all’armonizzazione di tutte le facoltà. di” Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e formatore di monaci al tempo di san Girolamo e sant’ Agostino, riassumendo il pensiero dei Padri precedenti, scrive che «per una perfetta purezza verginale non è sufficiente l’integrità del corpo: occorre anche quella dello spirito»??, e che «è certo possibile trovare una persona integra senza che abbia il dono della scienza, ma impossibile possedere la scienza spirituale senza una integrità verginale». Un altro monaco e formatore di monaci del tempo di san Bernardo, Isacco della Stella, fa comprendere meglio di quale integrità si tratti e come è più facile raggiungerla: «Per il fatto - dice - che abbiamo fatto professione di castità rinunciando a moglie e figli, che viviamo in comunità senza possedere nulla personalmente, che gen's 5-6/2007 - 163 — pag. 86 — 84 tutti quanti ubbidiamo a uno solo e da lui ci aspettiamo il necessario, non viviamo forse nello stile dei santi Apostoli e di quella primitiva Chiesa di Gerusalemme nella quale (i cristiani) oltre ad avere tutto in comune erano anche un cuore solo e un’anima sola?»?9. L'anelito alle vette più alte Ho riportato soprattutto passi riguardanti la verginità, tralasciando ogni problematica nei confronti della santità matrimoniale o della casta vedovanza. E chiaro, comunque, che la verginità spirituale la possono vivere anche gli sposati e i vedovi, ritrovando in essa sia integrità personale che libertà. La Chiesa è una, e tutti rientrano nella sua santità perché tutti sono membra di Cristo. Ma mi piace terminare con un brano di Giovanni di Ford che sintetizza, in epoca medievale, il pensiero dei Padri: «Il tempio di Dio è santo, e mi riferisco a tutta quanta la Chiesa dei santi che vivono sia nello stato coniugale, sia nello stato di vedovanza o in quello di castità verginale. Ma di questo tempio la parte più interiore o, per così dire, il ‘sancta sanctorum’ è occupato da coloro che, liberi per la loro purezza da legami coniugali, anelano alle più alte vette della verginità». | 1) Sant'Ambrogio, De virginibus, 1,3. 2) San Gregorio di Nissa, De virginitate, 3. 3) PG44, 1263 B. 164 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione 4) 5) 6) 7) 8) 9 10) 11) 12) 13) 14) 15) 16) 17) 18) 19) 20) 21) 22) 23) 24) 25) 26) 27) 28) 29) 30) 31) 32) 33) 34) 35) 36) 37) 38) 39) 40) San Gregorio di Nissa, De Virginitate, 1, 1-2; 256. Ibid., 2. Ibid., 12, 4.4; 4165. San Cipriano, De bono patientiae, 20. Sant’Agostino, Contra Faustum, 29, 4. Id., De gratia Christi et de peccato orig., 2, 35. Id., Contra Faustum, 29, 4. Id., Sermo 354. Id., Epist., 188, 1. Sant’ Ambrogio, Expos. psalmi 118, 1, 5. Id., De patriarchis, 3, 12. Id., Expos. Ev. sec. Lucam, 8. Id., De fide, 3,7. Id., Epistulae, L. 10, Ep. 73, 12. Id., Epist. extra collect. traditae, 14, 36. Ibid., 15,3. Aponio, In Cantic. expositio, 8. Ibid., 1. Ibid., 3; 6. Ibid., 7. San Zeno di Verona, Tractatus, 1,3. San Pitrp Crisologo, Sermo 146. Eusebio Gallicano, Co//ectio homil., 9. Fulgenzio di Ruspe, Epist., 3, 11.30. Is 54, 1. Novaziano, De bono pudicitiae, 7. San Girolamo, Ad Jovinianum, 1,11. Ibid., 1,12. Tertulliano, De exhortat. castitatis, 1. Sant'Ambrogio, Epist. 2, 7, 38. Id., Expos. psalmi 118, 3, 6. Aponio, /n Cant. expos., 6. S. Bernardo, Sermones de diversis, vol. 6, 1. Giovanni Cassiano, Collatio 12, 2. Id., De Instit. coenobiorum, 6, 18. Isacco della Stella, Sermo 50, 20. Giovanni di Ford, Sermo 52. — pag. 87 — formazione in comunione Obbedienza: riscoperta di un rapporto Nel Primo Testamento È impossibile, al di fuori della Rivelazione, capire l’obbedienza. Poiché tutti gli uomini hanno per natura lo stesso valore, perché un uomo dovrebbe fare la volontà di un altro? La può fare, certo, ma per un patto, accettando una situazione di convenienza reciproca: io faccio quel che tu vuoi e in cambio tu mi dai quello che io voglio. Ma nel rapporto con Dio, quando egli si rivela, le cose cambiano, perché tra il Creatore e la creatura si stabilisce di per sé una tale comunione vitale che essa non ha altro modo di raggiungere la propria pienezza se non uniformandosi al disegno divino. Tutto il Primo Testamento non è che la storia di un popolo e di singole persone con cui Dio ha voluto amorevolmente fidanzarsi nell'amore e nella fedeltà (cf Os 2, 21 ss.) per farli vivere in una privilegiata intimità con sé.In questa fedeltà, aderendo cioè al suo volere, l’uomo conosce Dio e conosce se stesso, vive in intimità con Dio ma cosciente della propria creaturalità. Il peccato originale ha significato senza dubbio aver voluto affermare l’autonomia totale di sé pur sapendo di essere soltanto creature. Allora ecco la caduta e poi il rifidanzamento, di nuovo l’infedeltà e ancora il rifidanzamento... Ma è sempre da Dio che riparte l’offerta di alleanza, perché l’uomo dimentica facilmente qual è il suo vero bene. Disobbedendo, infatti, alla Parola di Dio, l’essere umano inaridisce e muore, mentre se vi aderisce trova la pienezza della vita (cf Sal 118). Già nel Primo Testamento ubbidire a Dio o alla Legge e ai Profeti sono sinonimi: Dio parla attraverso mediatori umani i quali sono suoi portavoce, e gli esseri umani, obbedendo ad essi, vivono in comunione con Dio. Ma gli Israeliti, invece di ascoltare la Parola che li immette nella comunione d’amore con Dio, finiscono con l’aderire alle prescrizioni materiali della Legge per trovarvi una sicurezza psicologica. Cadono cioè in un’altra forma di idolatria: se col peccato idolatravano se stessi invece di amare Dio, nell’osservanza materiale delle pre- dI LLA LILLA LA LATLLA LTL LLC AAOTAALOTAADOALACO CALL CONE AOLO CLALCCLLLNLOLOLAKLOCONOCOTNANGTLAGOLANOFCFAGCs" 0" 0000 00c0co0000anscescocceccssscsose 85 Una conversazione del 1989 Di fronte alla crisi odierna dell’obbedienza riemerge il suo genuino significato cristiano: molto più che prassi ascetica, essa è conseguenza sulla terra della dinamica trinitaria iscritta nella vocazione di ogni persona. Chi per amore dona la propria libertà si realizza non solo come persona spirituale, ma come persona integrale. (da gen 5 2/1989, pp. 25-31) gen's 5-6/2007 - 165 — pag. 88 — 86 scrizioni della Legge lasciano cadere il rapporto d’amore con Dio e idolatrano la propria autosufficienza a salvarsi, dimenticando che la salvezza viene come dono da Dio a chi accetta di entrare in comunione d’amore con lui. Nel Nuovo Testamento All’inizio del Nuovo Testamento troviamo la figura di Maria. Il suo «fiat mihi secundum verbum tuum» non è più un fidanzamento ma lo sposalizio di Dio con lei che personifica l’umanità obbediente alla Parola, alla volontà di Dio. In questa obbedienza radicale di Maria la Parola non resta solo Parola ascoltata, ma diventa Verbo incarnato e generato tra noi che diventiamo così suoi fratelli. Tutta la tradizione spirituale della Chiesa vedrà in questo avvenimento unico, del Verbo che diventa carne in Maria, il modello di ciò che succede nei singoli quando per amare Dio fanno la sua volontà: generano Cristo in se stessi. La figura di Gesù: nell'obbedienza rivela il suo essere Figlio Se Maria è la creatura totalmente aperta alla Parola, ossia alla volontà di Dio, Gesù è, in ogni attimo della sua esistenza umana, la volontà viva del Padre. Come nella Trinità il Verbo non si pronuncia da sé, ma è pura espressione di chi lo pronuncia, così Gesù, Verbo incarnato, non è che l’espressione del Padre. Von Balthasar, commentando le parole del Cristo: «Sono venuto dal cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato», scrive: «Questa dichiarazione di Gesù su se stesso può essere considerata come il principio della sua esistenza... Il senso di questa incarnazione e di questa umanità di Cristo ci si presenta anzitutto come un “non fare”... la sua propria volontà. Questa negazione iniziale, sorprendente, è a servizio di un’affermazione più profonda...: il compiere la volontà del .166- gen's 5-6/2007 formazione in comunione Padre». Per questo egli può dire con tutta verità: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Gesù sulla terra, come uomo, continua lo stesso rapporto col Padre che ha in Cielo come Verbo: lassù è Figlio e Persona unicamente perché è espressione del Padre; quaggiù è l'Uomo per il rapporto che ha col Padre, perché tutto riceve dal Padre e senza manipolazioni lo trasmette a noi. Se la volontà del Padre è il suo cibo, è perché la sua si identifica con quella del Padre, come unico è l’amore che li fa uno. La volontà del Padre, anche se viene dall’alto, non è qualcosa che viene dal di fuori, ma dal di dentro di Gesù stesso, per cui può dire: «Io sono». È massimamente persona, è massimamente libero, perché solo in questo rapporto d’amore trinitario obbedienza e libertà personale coincidono. Quando san Paolo dice che Gesù «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 7-8), non fa altro che elevare un inno alla perfetta libertà di Gesù, alla sua adesione non passiva bensì creativa, come uomo, al Padre nel quale è contenuto il suo disegno divino. Inoltre, questa sua obbedienza fino alla morte per realizzare il proprio disegno, che è la volontà del Padre su di lui, lo costituisce Signore (Fi/ 2, 5-11), lo rende perfetto, capace di salvare a sua volta chi gli obbedisce, chi si conforma alla sua vita. Nel rapporto d'amore Gesù-apostoli, obbedienza e libertà coincidono La dinamica del rapporto Padre-Figlio si trasporta nel rapporto Cristo-apostoli: chi osserva la sua volontà, chi attua il suo comandamento, entra in rapporto d’amore con lui, è in lui come lui è nel Padre, così che anche gli apostoli vengono mandati per essere manifestazione di Gesù come i tralci sono espressione della vite, e i loro frutti non sono propri ma della vite. Ma ubbidire a Gesù è anche l’unica condizione per conoscere la verità e per diventare persone libere (Gv 8, 31-32), poiché non è — pag. 89 — formazione in comunione un’obbedienza di schiavi, ma di figli e amici che hanno conosciuto l’amore del Padre e hanno fatto propria la volontà di lui e tutto ciò che il Padre vuole è proprio quello che vuole l’apostolo. Nel rapporto d’amore Gesù-apostoli obbedienza e libertà coincidono e anche gli. apostoli diventano perfetti, capaci di trasmettere la salvezza a chi obbedisce alla loro parola. I primi cristiani: a servizio gli uni degli altri per amore Dopo la risurrezione di Gesù e la sua ascesa al cielo, questa dinamica trinitaria si trasporta nel rapporto apostoli-cristiani e nel rapporto reciproco tra i cristiani. C'è un continuo richiamo al «comandamento che abbiamo ricevuto», quello di amarsi l’un l’altro, di essere i primi ad onorare il fratello, di accettare l’ammonimento degli altri, di avere gli stessi sentimenti e gli stessi pensieri. Sono tutte espressioni che sottolineano la totale libertà, per chi ama, di sottomettersi, poiché chi ama è più grande. Mettersi a servizio di tutti, obbedire ai fratelli è la caratteristica del cristiano perché è stato il titolo di Gesù che si è fatto servo. San Paolo scrive: «Siete stati chiamati alla libertà..., ma per amore siate a servizio gli uni degli altri» (Ga/ 5, 13). I figli di Dio sono tali perché osservano il comandamento (e i comandamenti) per amore (cf Gv 14, 15; /Gv 2, 5; 2Gv 6), avendo in se stessi «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fi/ 2, 5). San Tommaso commenta: «Ciò che rende l’obbedienza degna di lode è la carità che l’ispira... La carità è inseparabile dall’obbedienza, poiché essendo amore di amicizia realizza l’identità delle volontà» (S. Th. Ila Ilae, q. 104). L’olocausto della propria volontà non è dunque diminuzione del proprio essere, bensì comunione con Dio e con i fratelli, apertura al bene comune e ai piani di Dio sull’umanità. L’olocausto della propria volontà, anche nei confronti degli uomini, non è altro se non l’attuazione della legge evangelica del morire a se stessi per amore degli altri, per essere appunto pienamente se stessi. L’obbedienza, ossia la rinuncia a sé, rientra nel mistero di quell’amore trinitario che per essere vitale e fecondo deve passare attraverso la croce. L’adesione ai disegni di Dio sull’umanità e sulla storia spiega anche il perché san Paolo raccomandi l’ubbidienza anche alle autorità familiari e civili di questo mondo: un’obbedienza che deve essere fatta con totale libertà interiore, perché il cristiano sa che tutta la storia e tutte le strutture create non possono che ubbidire, in definitiva, allo Spirito di Dio che, malgrado i limiti umani, le conduce. Quando Paolo parla di questa obbedienza, aggiunge sempre «obbedite... come al Signore» (Ef 6, 7). E infatti al Signore della storia che si obbedisce. I Padri della Chiesa: i figli amano, sono i servi ad avere timore L’obbedienza all’interno della Chiesa e delle comunità ecclesiali acquista la dimensione di servizio all’edificazione dell’unico corpo. Obbedire al vescovo è obbedire a chi è strumento di Dio per la salvezza, è obbedire a Dio stesso. Sant’Ignazio di Antiochia scrive: «So che i vostri santi presbiteri non hanno abusato dell’aspetto giovanile del vostro vescovo, ma come persone che hanno il senso di Dio, si sottomettono a lui, anzi, non a lui ma al Padre di Gesù Cristo che è il vescovo universale» (Ad Magn. 3, 1). E san Girolamo: «Sta’ sottomesso al vescovo e consideralo come il padre della tua anima. I figli amano; sono i servi ad avere timore» (Lett. 52, 7). L’obbedienza dei cristiani si estende anche alle autorità civili, in quanto anch’esse sono chiamate ad esprimere la volontà divina nel loro campo specifico. Esiste evidentemente tutta una casistica tra l’obbligo di coscienza e l’obbligo di obbedienza alle autorità civili. Senza addentrarci in essa ricordiamo che i cristiani, sempre obbedientissimi alle leggi giuste del- gen’s 5-6/2007 - 167 — pag. 90 — 88 l’Impero, hanno preferito morire piuttosto che bruciare incenso agli idoli. Le comunità monastiche: l'obbedienza al fondatore e alla regola è libertà donata dallo Spirito Tutti i fondatori da san Pacomio-a. san Basilio, a sant’ Agostino e a san Benedetto hanno voluto per i loro figli un’obbedienza che mette in evidenza sia l’unione con Dio che la fraternità e il servizio reciproco. Per san Benedetto l’obbedienza è il cuore della vita comune. L’abate è per i monaci il rappresentante di Cristo, ma essi devono anche obbedirsi e farsi servi gli uni degli altri: «I fratelli si ubbidiscano a vicenda, sapendo che per questa via raggiungeranno Dio» (Regola, 71). San Benedetto ha conosciuto in realtà monaci di tutti i tipi che vivono senza la regola dell’obbedienza: gli anacoreti e gli eremiti, autosufficienti; i sarabaiti che erigono a regola la loro esperienza e i loro desideri; i monaci girovaghi che egli chiama vagabondi spirituali. E convinto che l'obbedienza è una necessità se si vuole che la ricerca di Dio non resti nel vago. Chi entra nel monastero rompe con una società esterna gerarchizzata secondo la ricchezza o la scienza, per entrare in una nuova società dove ognuno, chierico o laico, ignorante o istruito, deve onorare ogni essere umano perché in ciascuno c’è Cristo, siano essi i confratelli o gli ospiti che vengono accolti, ma in primo luogo l’abate o il maestro di spirito: «Accogli volentieri i consigli di un tenero padre e mettili effettivamente in pratica: così, grazie all’ascetica dell’obbedienza, puoi far ritorno a Colui al quale avevi voltato le spalle per la disobbedienza». Anche per Benedetto, dunque, l’obbedienza non è schiavitù, bensì libertà, quella libertà data dallo Spirito Santo che passa attraverso il rapporto padre-figlio. Ma anche nei monasteri, se viene a spegnersi questo rapporto padre-figlio che 168 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione salva la libertà perché è il figlio che vuole interiorizzare la figura del padre che è la regola viva cui si conforma — e questo succede facilmente con la morte del fondatore — la vita di comunità tende a sclerotizzarsi: l’obbedienza allora diventa necessità organizzativa. Alla figura del padre col quale si ha un rapporto personale è facile che si sostituisca una Regola impersonale. Così quel rapporto trinitario, che all’inizio era lo stile di vita di tutta la comunità-cristiana e che in seguito era sopravvissuto quasi esclusivamente nei cenobi (cf San Cassiano, Conferenze, III,15), piano piano. va illanguidendosi anche in questi luoghi dove non viene più in evidenza il rapporto fraterno tra i monaci, dando inizio ad un tipo di spiritualità individualistica. Già nel sec. XII San Bernardo di Chiaravalle, considerato il padre. della mistica occidentale centrata su Cristo, dice che ci sono due modi di essere in rapporto con Dio: da servi e da figli. Servo è chi possiede la volontà propria poiché «ciascuno si fa una legge propria quando preferisce la propria volontà» ed è pertanto «sotto un giogo pesante e insopportabile che incurva le nostre teste, di modo che la vita nostra assomiglia al soggiorno dei morti... Ed è un decreto giusto ed eterno di Dio che chi rifiuta la legge soavissima di Dio si imponga per castigo una legge propria, e chi spontaneamente ha rigettato il giogo soave e leggero della carità debba sopportare recalcitrando il peso insostenibile della propria volontà». Invece «la nostra gioia deriverà... dal vedere adempiere la volontà di Dio in noi ed a nostro riguardo» poiché allora «come una piccola goccia d’acqua infusa in una grande quantità di vino si disperde per prendere colore e sapore di vino; come il ferro infuocato e incandescente diventa somigliantissimo al fuoco perdendo la sua forma primitiva; come l’aria, quand’è inondata dalla luce del sole, viene trasformata nel medesimo splendore, nella medesima chiarezza tanto da non sembrare che sia illuminata ma che sia piuttosto luce essa stessa, così succede ai santi: venuto meno in loro ogni attacca- — pag. 91 — formazione in comunione mento umano, si trasformano nella volontà di Dio» (De diligendo Deo). I Santi: attraverso i superiori e la regola conformare la propria volontà a quella di Dio San Francesco cerca di riportare nel convento il senso genuino dell’obbedienza. Nella Prima Regola scrive: «Nessun frate faccia del male o dica del male ad un altro; anzi, per carità di spirito volentieri servano e si ubbidiscano vicendevolmente». L’obbedienza perfetta — dice nella Terza Ammonizione — è quella di chi «abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo e la sua anima nelle mani del suo superiore... E anche se il suddito vede cose migliori e più utili all'anima sua di quelle che gli ordina il superiore, sacrifichi le cose proprie a Dio e cerchi di adempiere effettivamente quelle del superiore. Infatti questa è la vera e caritativa obbedienza che soddisfa Dio e il prossimo... Vi sono infatti molti religiosi che col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi...). Come i primi francescani vivevano l’obbedienza ci viene raccontato da Tommaso da Celano nella Vita prima: «E realmente essi erano minori, sottomessi a tutti... E su questa base solida edificarono, splendida, la costruzione della carità... Com’era ardente l’amore fraterno dei nuovi discepoli di Cristo! Ogni volta che in qualche luogo o per strada si incontravano, era una vera esplosione del loro affetto spirituale, il solo amore che sopra ogni altro amore è fonte di vera carità fraterna. Ed erano casti abbracci, delicati sentimenti, santi baci, dolci colloqui, sorrisi modesti, aspetto lieto, occhio semplice..., piena unanimità nel loro ideale, pronto ossequio ed instancabile reciproco servizio». Santa Chiara nella sua Regola rivolge alle monache queste esortazioni: «Le sorelle suddite ricordino che hanno rinun- ciato alla propria volontà per amore di Dio. Quindi sono fermamente tenute ad obbedire alle loro abbadesse in tutte le cose che hanno promesso al Signore di osservare... L’abbadessa, poi, usi verso di loro tale familiarità che possano parlarle e trattare con lei come lo fanno le padrone con la propria serva, poiché così dev’essere, che l’abbadessa sia la serva di tutte le sorelle» (cap. VIII). Anche nella spiritualità di Francesco l’obbedienza non è che la piena libertà di amare, ma col passar del tempo, al significato trinitario del rapporto si va sostituendo un significato quasi esclusivamente ascetico. Per essere virtù l’obbedienza deve certamente essere animata dalla carità, ma tende ad aver valore quasi unicamente come rinuncia e spogliamento di sé perché ognuno possa unirsi a Dio. È vista più come una strada che conduce individualmente l’uomo alla perfezione che come trasposizione in terra delle relazioni personali esistenti all’interno della Trinità. Ciò non toglie che si sia sviluppata una mistica dell’obbedienza, vissuta da molti santi, in rapporto individuale con Dio a volte altissimo, ma più spesso arrestatosi a livello ascetico: l’ubbidienza viene vista come sacrificio-virtù per meri tare la salvezza. Santa Teresa d’Avila scrive: «Il demonio sa che il cammino più veloce per arrivare alla perfezione è quello dell’obbedienza... In realtà la più alta perfezione non consiste nè nelle gioie interiori, nè nelle grandi estasi, nè nelle visioni, nè nello spirito di profezia: consiste invece nel rendere la nostra volontà conforme a quella di Dio in modo da farci abbracciare con tutto il cuore quella che sappiamo essere la sua volontà...» (Fondazioni, c. 5). Le fa eco san Giovanni della Croce che sinteticamente dichiara: «Questa divina comunione consiste in definitiva nel fatto che l’anima tiene la volontà propria completamente trasformata nella volontà di Dio, in modo che nulla ci sia in lei di contrario alla Sua Volontà, e che ogni suo movimento dipenda unicamente dalla sola gen's 5-6/2007 - 169 — pag. 92 — 90 volontà di Dio... Allora queste due volontà non sono che una, ossia la volontà di Dio, e la volontà di Dio è anche la volontà dell’anima» (Salita al Carmelo, c. 11). San Vincenzo de’ Paoli vuole che le. Figlie della carità dimentichino se stesse per «obbedire e preferire il comodo dei malati al loro». Per lui, come per san Camillo de Lellis, i malati sono i padroni da servire perché sono Gesù. Si ricorda la risposta di san Camillo a un cardinale: «Un momento solo, Eminenza! Finisco di curare il Signore Gesù Cristo e sono subito da lei». Per essi i malati sono lo scopo specifico delle loro fondazioni, e ad essi si deve obbedienza come ai propri superiori. Naturalmente all’interno della propria famiglia religiosa è il superiore che esprime la volontà di Dio. Ai nostri giorni: una crisi e una riscoperta Tutti conosciamo la crisi dell’obbedienza oggi, non solo nelle famiglie religiose, ma in ogni settore della società. Potremmo forse dire che l’obbedienza ha fatto un lungo percorso: dapprima si è staccata dal principio della fraternità comunitaria per essere praticata solo per motivi ascetici, quindi è stata semplicemente sopportata come condizione necessaria per la sopravvivenza di una struttura (Chiesa, ordine religioso, diocesi), e ai nostri giorni è stata considerata alienante, spersonalizzante. E tale essa è quando non la si vive nel suo valore di conformazione a Cristo obbediente per vivere con lui il mistero pasquale della morte-risurrezione, e — più ancora — come legge della vita stessa delle Persone nella Trinità. L’obbedienza perde di senso se non la si vede inscritta nel comandamento dell’amore scambievole, perché solo in esso trova significato pieno, perché lì coincide col suo modello divino, tanto che i santi hanno potuto dire: «obbedienza per obbedienza: se qualcuno obbedisce a Dio, Dio obbedisce a lui». E impossibile esprimere più realisticamente come la vera obbedienza, vissuta come amore, immetta 170 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione automaticamente nel circuito della vita divina. È pertanto nella vita comunitaria, se sussistono e perdurano queste condizioni, che si può attuare la più autentica realizzazione di sé, purché si viva il rinnegarsi, legge della croce, come dono di sé e non come atteggiamento masochista. Chi fa dono di se stesso per amore, e quindi per amore dona anche la propria libertà, si realizza non solo come persona spirituale, ma anche come persona totale, proprio come Gesù che, fattosi obbediente fino all’abbandono e alla morte in croce, ha raggiunto il punto in cui l’essere umano si è fatto Dio e Dio in lui si è fatto pienamente umano. L'obbedienza nel pensiero di Chiara Lubich A questo punto, per completezza storica, si dovrebbe innestare il concetto e la pratica dell’obbedienza portati oggigiorno da Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei focolari. Ma non basterebbe un solo volume. Diciamo solo che lei, fissando gli occhi nella Trinità, ha riportato fra gli uomini il rapporto esistente fra le divine Persone scoprendovi la legge della vita; ha visto nell’obbedienza di Gesù fino alla { morte lo stesso rapporto del Verbo col | Padre e ha delineato la tecnica dell’unità | nel rapporto con ogni prossimo, ricondu- | cendo la pratica dell’obbedienza alle sorgenti stesse del cristianesimo; ha concilia- { to in ogni rapporto il principio d’autorità | con quello della fratellanza, riportando | l'obbedienza, così rinnovata, dall’interno \ dei conventi in mezzo al popolo cristiano. redere all’amore di Dio, fare la sua volontà, attuare il comandamento nuovo, meritare la presenza di Gesù nella comunità, rivivere Gesù abbandonato, farsi uno, vivere Maria, vivere la Chiesa sono praticamente tutti sinonimi che contengono l’atteggiamento fondamentale del cristiano che vuole essere Gesù: morire per essere, obbedire per essere liberi, realizzare in — pag. 93 — formazione in comunione terra la società del Cielo: «Sia fatta la tua volontà come in Cielo, così in terra». Modello altissimo: la famiglia di Nazareth Citiamo uno scritto inedito di Chiara Lubich del 1951 dove descrive i rapporti di reciproca obbedienza tra i componenti della famiglia di Nazareth, su cui cercano di modellarsi i membri del Movimento dei focolari. «Nella famiglia di Nazareth Maria certamente comandava, però comandava ascoltando la voce dello Spirito Santo dentro di lei, che era in armonia col Figlio- Dio, che era di fronte a lei. Comandava quindi al suo bambino, ubbidendolo. D’altra parte Gesù bambino — il quale era la guida della famiglia di Nazareth, perché Dio — era anche soggetto a Maria e a Giuseppe, come dice la Scrittura. Giuseppe, da parte sua, capo della famiglia agli occhi esterni, perché padre putativo di Gesù, perché Gesù lo obbediva e perché Maria senz'altro l'avrà obbedito, era nello stesso tempo sottomesso a Dio e alla madre di Dio. Da tutto questo si vede che tutti e tre, da un punto di vista comandavano e tutti e tre, da un altro punto di vista, obbedivano». L’estensione di questi rapporti all’interno di ogni gruppo umano (famiglia, società, comunità religiosa, Chiesa) rappresenta una summa di quello che dovrebbero essere i rapporti interumani nel pensiero di Gesù, il quale non ci ha rivelato altro che il disegno di Dio sull’umanità. Il rapporto che chi deve avere col suo “superiore” è duplice. Esso «è simile — continua Chiara Lubich — al rapporto che ogni membro del Corpo mistico ha con Gesù. Gesù è fratello di ogni membro e, come tale, ama i membri fino alla morte e alla morte di croce. È tanto vero che è fratello che, per dire come è l’amore che passa fra i membri, dice che si amino come lui ha amato noi. L'altro rapporto è quello di capo delle membra e quindi un rapporto di autorità. Coloro che obbediscono quindi amano, in chi esercita l’autorità, il fratello e il proprio capo. «Vi è quindi — dice Chiara Lubich— un rapporto fraterno, che è rapporto di carità, e un rapporto di obbedienza che si ha perché si considera il superiore, nei confronti dei sudditi, come capo di essi. E come avviene fra Gesù e il Padre: tra Gesù e il Padre i rapporti sono sovrapposti. Infatti Gesù amava il Padre, lo amava tanto da essere uno con lui. Egli dice di sé: “Chi vede me, vede il Padre”. Il Padre era in lui per l’amore. Infatti il Padre è uno col Verbo per lo Spirito Santo. Ma siccome considerava il Padre superiore — “Il Padre è dappiù di me” — egli lo amava, obbedendolo». Il «porro unum» dell'obbedienza «L’obbedienza — continua la Lubich — è quindi in Gesù l’espressione dell’amore verso il Padre. Come la povertà e il sacrificio e tutto ciò che vi è di bello e santo non ha valore se non nella carità, così 1’obbedienza non vale nulla se non nella carità, anzi se non è carità. Anche i membri con Gesù loro capo debbono l’obbedienza come espressione d’amore. Infatti Gesù dice: “Chi mi ama osserva i miei comandi”; “Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio”. Alla base si mette il rapporto di carità e solo su quel piano si stabilisce il rapporto di autorità. Così era in Gesù nei confronti col Padre. L’obbedienza di Gesù per il Padre, essendo espressione del suo amore per il Padre, era profonda come questo amore, nel senso che portava con sé la morte di sé e morte anche di croce. Aveva quindi, verso il Padre, annientato il proprio modo di pensare, di volere, tutto se stesso. In modo identico deve fare il suddito col superiore. Presentandosi al superiore deve essere completamente morto, per amore di Gesù, nel superiore. È questa morte totale di sé, questo distacco assoluto (che si ha allorchè vive nel suddito Gesù e gen's 5-6/2007 - 171 — pag. 94 — 92 cioè allorchè c’è l’amore in lui) il modo che ha il suddito di amare il superiore. Il superiore poi per conto suo, facendo le veci del Padre, dona pure al suddito tutto se stesso come espressione di amore perché pure lui deve comandare nella carità e per la carità, ed in tal caso il comando e cioè l’esposizione della sua volontà onde il suddito l’adempia, è l’espressione d’amore del superiore verso il suddito. In questo reciproco amore è veramente il rapporto fra Gesù ed il Padre. Infatti fra il suddito e il superiore si stabilisce Gesù in mezzo: Gesù che li fa uno. Succede che nel suddito è il superiore e nel superiore il suddito, proprio come in Gesù è il Padre e nel Padre Gesù». Non obbedienza cieca, ma obbedienza illuminata «Il suddito, insomma, obbedendo a un comando, che sente e vede evidente, si sentirà libero della libertà dei figli di Dio 172 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione perché avverte di obbedire non a un uomo, bensì a Dio; ma si sente pure uguale a lui e figlio con lui d’un unico Padre. Il superiore sarà pure felice perché sentirà di non aver dato al suddito un comando che viene dalla propria volontà, ma da quella di Dio. Si sente perciò strumento di Dio e come tale uguale al suddito. Anzi, ammirerà nel suddito la virtù così grande d’averlo fatto uno con lui e quindi interprete della volontà di Dio su di lui... In questa atmosfera di amore reciproco è comprensibile l’obbedienza che si deve — come atto d’amore — al superiore». Dopo aver gettato uno sguardo sulla storia dell’obbedienza, è facile intuire come questa pagina di Chiara Lubich può portare un contributo alla soluzione delle antinomie filosofiche libertà-obbedienza e delle antinomie sociologiche individuosocietà, ma soprattutto può illuminare la teologia e la prassi cristiana dell’obbedienza, riportandoci alle fonti genuine del cristianesimo. ne _| — pag. 95 — formazione in comunione Verso un pieno umanesimo: orizzonti nuovi in psicologia ark G. Borg, nella Lau- datio per l’occasione del conferimento del dottorato honoris causa a Chiara Lubich in letteratura (psicologia), ha detto: «L'influenza che Chiara e il suo Movimento hanno esercitato nella Chiesa cattolica, tra cristiani, nel mondo delle grandi religioni e tra persone di credo differenti, ha portato grandi mutamenti nella vita di una moltitudine di persone in tutto il mondo (...) [accendendo] una rivoluzione silenziosa che non esiterei a definire “antropologica”, viste le conseguenze personali e sociali che essa ha operato». E spiega: «Il tipo di vita che i Chiara ha programmato per sé e per i suoi seguaci ha alla radice un totale cambiamento antropologico. Questo stile di vita sottolinea un tipo di “relazione” a cui le prospettive contemporanee di diverse discipline convergono. Basta citare per esempio la teoria dell’io in psicologia. Oggigiorno alcuni psicologi asseriscono che la relazione tra due persone è una esperienza unica in tutto il creato: è questa relazione che costituisce l’essere umano». Spiritualità o psicologia? Un primo punto da chiarire è che difficilmente si possono trovare in Chiara motivazioni all’agire espresse col tipo di linguaggio usato dagli psicologi. Lei è una persona spirituale che ha fondato un movimento a base spirituale sull’annuncio che Dio è Amore, ancorato strettamente al Vangelo. Perché allora il dottorato in psicologia? Bisogna dire subito che anche le motivazioni dette spirituali, in quanto operano un cambiamento nella mentalità e nel comportamento dell’individuo, sono di fatto pure “realtà psichiche”, in quanto lo spirituale è una componente del fondamento antropologico su cui si basano necessariamente tutte le varie correnti psicologiche e sociologiche. Oggi infatti anche la psicologia, come ogni altra scienza, non è più chiusa in se stessa: intanto perché ogni corrente psicologica presuppone un fondamento antropologico (ossia una visione globale dell’uomo) implicito o esplicito, per cui ha addentellati con 20000020000. LLLLLLLL TELL LALLL LILLO LLLLLLLLAL ILLE. LOL. LLC LL LOLA ALCOL ALOE COOCCC 0000000000000 est 93 A un Congresso di psicologia (14-16 giugno 2002) In questa relazione dal taglio transdisciplinare, tenuta nel giugno 2002 in un Congresso internazionale di psicologia a Castel Gandolfo, l’autore enuclea innovative chiavi di lettura dell’esistenza e della crescita umana, alla luce di quella svolta antropologica che dà senso compiuto ai rapporti umani sia nella vita personale che nella vita sociale. Non c’è rottura né dicotomia tra natura e soprannatura: il divino è la pienezza dell’umano. (da gens 6/2002, pp. 19-26) gen’s 5-6/2007 - 173 — pag. 96 — 94 quasi tutte le altre discipline filosofiche e umanistiche; e poi perché nessuna scienza può trovare “significato” in se stessa. Scrive C. Rogers: «Al giorno d’oggi la maggioranza degli psicologi si credono insultati quando vengono accusati di avere pensieri filosofici. Questa reazione non la condivido. Non posso impedirmi di interrogarmi sul senso di tutto ciò che osservo. E mi sembra alle volte che da questo senso fluiscono implicazioni appassionanti per il nostro mondo»'. La base antropologica Mi sembra quindi utile dire due parole sulla posizione della psicologia nei confronti della verità sull’essere umano, da verificare poi sperimentalmente sui dati della Rivelazione (teologia trinitaria) e quindi della vita personale di Gesù (1’Uomo) e delle sue parole — come risultano dal Vangelo e come le ha recepite la prima comunità cristiana — che hanno come finalità non di “negare” la natura umana per affermarla destinata alla soprannatura (posizione dualistica), ma di definire i parametri entro cui l’essere umano, ‘“creato a immagine e somiglianza di Dio”, può ritrovare la propria perfezione originaria. Scrive la Lubich: «Poiché l’uomo è chiamato ad essere Dio, non gli si poteva dare più bel modello che un Dio fatto uomo». E ancora: «Gesù è l'Uomo, l’uomo perfetto, che riassume in sé tutti gli uomini ed ogni verità e spinta che essi possono sentire per elevarsi al proprio posto»; e dice che lui «non è solo un fatto religioso», perché «è la Vita e la Vita completa», per cui «si aprirà un nuovo umanesimo dove veramente l’uomo è al centro, quest'uomo che è anzitutto Cristo, e Cristo negli uomini» (da un testo dattiloscritto). Troppo spesso infatti si è considerata la psicologia come un “vangelo” al negativo, chiuso allo spirituale, dimenticando che se l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio, lo psichismo dell’uomo non può non riflettere il dinamismo 174 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione vitale intradivino, quello stesso che Gesù ci ha rivelato e invitato a realizzare quando, rivolto al Padre, ha chiesto che i discepoli siano uno, come il Padre e Lui sono uno. E questo la psicologia può dirlo non “deducendolo dalla fede”, ma “sperimentalmente” (o per via induttiva). D'altronde è sempre valida l’affermazione di K. Rahner, rivolta a chi lo accusava di eccessivo antropocentrismo: «Se l’uomo — il che è sottinteso — è concepito come l’essere dell’assoluta trascendenza verso Dio, non si può parlare di “antropocentrismo” o di “teocentrismo” come di prospettive teologiche tra loro opposte, ma come di un’unica e stessa realtà vista da due punti diversi, e l’uno dei due aspetti non potrà essere compreso senza l’altro»?. E in un altro passo: «Se Dio stesso è uomo e lo rimane in eterno; se tutta la teologia è di conseguenza antropologia; se all’uomo è proibito pensare dimessamente di sé perché in tal caso penserebbe dimessamente di Dio; e se questo Dio rimane il mistero ineliminabile, allora l’uomo è in eterno il mistero di Dio espresso, che in eterno partecipa al mistero del suo fondamento»). Per lui «la massima compiutezza dell’essere umano è l’incarnazione divina», per cui la massima aspirazione dell’essere umano è la divinizzazione (Gesù). Che teocentrismo (o cristocentrismo) e antropocentrismo non siano che due aspetti della medesima realtà lo affermano molti altri teologi. Il teologo J. Alfaro, sulla stessa linea di Rahner, dice che «una cristologia non può che costruirsi su una base antropologica, e una antropologia teologica non può che comprendersi a partire dall’essere-uomo di Gesù»! J. Galot scrive che se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, la sua persona, come pure la sua natura, porta il riflesso di ciò che esiste in Dio. Non si potrebbe quindi pretendere che la persona umana debba definirsi in un modo comple- — pag. 97 — formazione in comunione tamente diverso dalla persona divina. Secondo l’analogia fondamentale, se il costitutivo formale della persona in Dio è la relazione, ci si deve aspettare che anche nell’uomo la relazione costituisca formalmente la persona. E di conseguenza R. Latourelle mette in evidenza come «Gesù Cristo è anche colui che rivela l’uomo a se stesso», perché tipo (archetipo) dell’uomo. Anche il filosofo A. Meneghetti afferma: «L'uomo è la struttura base che coordina tutta l’esperienza dell’essere. Dio stesso si incarna per l’uomo, propter nos homines»®. I. Sanna termina una sua opera dicendo che «la radicazione ultima del rapporto tra l’uomo e Dio (...) è ovviamente costituita dalla persona di Gesù Cristo (...). È in essa che l’uomo trova rispecchiata la propria identità, e trova rispecchiato anche il rapporto più autentico fra identità e differenza, perché nell’uomo Gesù Cristo il cielo e la terra, l’eternità e la storia, la divinità e l’umanità si sono incontrati senza mai confondersi ed annullarsi reciprocamente (...) E a partire da lui che il pensiero umano si è aperto a riconoscere la centralità della persona umana e la sua irriducibile dignità, come misura dell’autenticità di ogni impegno per l’uomo e la comunità degli uomini». Gesù, «tipo» dell'essere umano? Possiamo domandarci se è lecito affermare che anche solo induttivamente l’uomo-Gesù, come risalta dal Nuovo Testamento, può definirsi “tipo” dell’essere umano. E ci sembra di dover rispondere di / Ne riscontriamo la verità nel fatto che / chiunque, in qualsiasi epoca storica e di | qualsiasi credenza, ha coscientemente Le di conformarsi a Gesù quale model- o di uomo (imitabile perciò da tutti), e quindi di mettere in pratica le sue parole unicamente indirizzate a riportare l’essere umano a essere uomo intero — come pote- 95 va immaginarlo san Paolo, il quale dice che si deve arrivare «tutti (...) allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (£f 4, 13) — ha raggiunto di fatto quelle caratteristiche \ interiori ed esteriori, personali e sociali, nelle quali qualsiasi corrente psicologica fa consistere il raggiungimento (sempre relativo comunque) della maturità. Non dobbiamo dimenticare, del resto) che ogni verità che riguarda Dio riguarda anche l’persona umana (fatta a immagine e somiglianza sua), ossia che ogni verità teologica dev’essere vera in qualche modo anche psicologicamente, e che ogni verità psicologica (se è di fatto riscontrabile come tale) deve avere nella vita divina una corrispondenza analoga teologicamente / possibile, anche se per noi inconoscibile./ Porto un esempio: se la Trinità non avesse nulla a che fare con gli esseri umani, se non fosse in qualche modo imitabile, sarebbe totalmente inconcepibile e priva di senso per noi; e viceversa: se la persona umana non potesse avere, nella sua vita, un rapporto con un’altra o con altre persone da riuscire a sperimentare, grazie all’amore, il raggiungimento esaltante dell’unità accompagnato da senso di pienezza, di gioia, di pace, e dal desiderio di comunicare questa sua esperienza agli altri, non potrebbe mai farsi una immagine della vita trinitaria, anche se rivelata. Il fatto che tanti psicologi e psicanalisti si siano interessati all’uomo Gesù, è perché quest'uomo ha esercitato un influsso sociale e psicologico su un’infinità di uomini e donne, da modificarne il comportamento tracciando nuovi modelli di condotta. Scrive ad esempio A. Meneghetti: «Indiscutibilmente la figura di Gesù Cristo resta il punto di riferimento ottimale di tutta la nostra civiltà occidentale. Milioni di anime hanno sostanziato di lui la propria speranza di vita, e la propria integrazione psicologica. Gesù è l’uomo che unico al mondo è divenuto per molti la permanente tensione di trasfigurazione. Per Lui milioni di uomini e di donne in epoche diverse gen’s 5-6/2007 - 175 ] Fi — pag. 98 — 96 hanno contraddetto il proprio senso essenziale di essere: hanno divelto il proprio io per essere lui: come Paolo di Tarso molti altri hanno voluto il “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” dopo un quotidie morior al proprio io. Gesù è divenuto l’esaltazione anche dell’uomo sociale, perché la società cristiana si afferma come corpo di Lui. Ogni parte della sua umanità è stata avidamente selezionata e scelta come distintivo di amore. Ordini e congregazioni religiose hanno gareggiato fra loro per individuarsi come la migliore identificazione di lui. Molti cuori hanno sublimato in lui le proprie esigenze di sentimento, di sesso e di individuazione. Nel suo nome tanti cuori si sono esaltati di amore e di coraggio (...). La storicità di Gesù è stata tradotta in eterna presenzialità di tempo e spazio per ogni essere. Egli ha una tale consistenza nella aspirazione | degli uomini che ha superato qualsiasi modello di riferimento esemplare (...). | Intendo dire che Gesù è oltre e al di qua | dei significati di cui un legalismo storico rità è potenzialità di ogni uomo che appare nell’esserci»*. lo ha reso portante, e che la sua esempla- | J. Moltmann dice che la comunità cristiana post-pasquale (e la stessa cosa si può dire di tutti i cristiani convinti) vedeva in Gesù «l’incarnazione del Figlio dell'Uomo, e la presenza dell’uomo umano in mezzo a un mondo disumano». E seguendo un concetto fermo di tutta la tradizione patristica afferma che conoscere Dio e conoscere se stessi è possibile farlo solo conoscendo Cristo!°. Cita anche Calvino, che vedeva nel Crocifisso «lo specchio nel quale conosciamo sia Dio che noi stessi», e Lutero, che dà come motivo del farsi uomo da parte di Dio il trasformare degli dei orgogliosi e infelici in uomini veri". E bisognerebbe pure capire C. G. Jung quando dice che «l’importanza psicologica di Cristo consiste nel fatto che Egli, nella sua qualità di “primo nato”, rappresenta il prototipo dell’uomo integrale, poiché corrisponde in noi alla imago Dei, l'archetipo 176 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione del Sé [creato a immagine e somiglianza] che, per la sua numinosità, sveglia e incita l’uomo, a realizzare la totalità, ossia (...) la subordinazione dell’io alla volontà totalizzante nella quale vediamo con ragione la volontà divina (...). Chi è afferrato dall’archetipo dell’ Anthropos (Cristo) vive la vita dell’Uomo-Dio, e si può ben dire che è lui stesso un uomo-dio»"?. Dal «cogito ergo sum» all'«amor (e amo) ergo sum» Quando Cartesio ha dato una prima efinizione psicologica della persona ‘basata sull’autocoscienza (cogito, ergo sum) di fatto ha aperto la strada al soggettivismo e all’individualismo, e ha ipertrofizzato la mente dell’io declassandone le “ragioni del cuore” (Pascal) e l’aspetto biologico. Le conseguenze educative e psicologiche sono state piuttosto gravi: il sapere si è staccato dalla vita, creando un dualismo pericoloso; si è assolutizzata la razionalità a scapito dell’equilibrio psicofisico vitale dell’individuo e si è sottratto all’io la componente essenziale per costituirlo persona: \la relazionalità, la dialogicità, ossia l’a- Spetto socializzante. E. Lévinas ha schematizzato questa posizione con le figure di Caino e Abele: per Caino, tra lui e il fratello non c’è rapporto (sono forse io il guardiano di mio fratello? Io sono io, e lui è lui). Scrive inoltre: «Non può esserci alcuna conoscenza di Dio a prescindere dalla relazione con gli uomini. “Altri” è il luogo stesso della verità metafisica, indispensabile al mio rapporto con Dio»". Ma se si rimane sul piano ontologico, scrive Z. Bauman, «Siamo al massimo l’uno con l’altro. Fianco a fianco può anche voler dire fisicamente vicini, tanto da sfiorarsi letteralmente le spalle, ma anche infinitamente distanti: due creature separate e chiuse in se stesse... ciascuna delle quali esiste per proteggere la propria (...) identità-con-se-stesso, i propri confi- — pag. 99 — formazione in comunione ni, il proprio spazio. Paradossalmente, “essere con” significa essere separati. L’altro non è altro che il non-me (...). La separazione, la distanza tra noi non potrà mai essere annullata»! «La persona, invece, è tale in quanto ha la potenzialità del rapporto con l’altro. Il rapporto dell’io col tu, secondo M. Buber, spinge la persona all’incontro e la immerge interamente nel dinamismo del dialogo. La relazione io-tu non è qualcosa di accidentale e di superfluo che si aggiunge alla persona, ma è quello spazio interpersonale che rivela e costituisce l’io come io e il tu come tu, in un orizzonte di uguaglianza, di apertura e di disponibilità alla comunione. Il dialogo interpersonale, epifania di due personalità, si nutre e si sviluppa nel mutuo scambio di “parola” e di “amore”; una parola che mentre disvela l’io e riconosce il tu, nasce dall’amore e comunica amore (...) e non si esaurisce in una forma di chiusura e di sterile egoismo a due ma, a partire dalla ricchezza di un tu conosciuto e amato, allarga e moltiplica i rapporti interpersonali sottostanti alla comunità umana in cui si è immersi»"5. Le dimensioni dell'amore Mi riallaccio alla citata Laudatio: «una spiritualità basata sull’amore reciproco (la spiritualità dell’unità)... quel tipo di amore che dimentica se stesso per l’altro e che scaturisce dal Cristo crocifisso...» Nella storia del Movimento dei focolari si sa che la prima scintilla che ha dato origine alla rivoluzione antropologica è stata la sussultante scoperta che Dio è Amore, che Dio mi ama e ci ama, e dunque se siamo oggetti d’amore siamo, e siamo importanti. Al diligor ergo sum (Berdiaev) che è verità teologica, ma anche la prima esperienza umana, risponde il diligo, ergo sum (Mounier), che è la prima affermazione cosciente della mia relazionalità, del mio essere persona. Per Buber l’amore è il rapporto con un tu considerato non come oggetto di frui- zione, ma come un altro io, un altro soggetto col quale posso entrare in comunione e del quale devo sentirmi responsabile come di me stesso! Ma per farlo devo prendere a cuore il destino dell’altro rispettandone la diversità che è per me mistero. Allora è possibile capire l’amore come responsabilità: «La parola io significa eccomi, pronto a rispondere di tutto e di tutti, salvandone la libertà; devo fare di me un dono all’altro. Non posso farlo, però, se non sono libero io stesso, capace di amare veramente, di farmi dono». Per E. Lévinas l’amore è anzitutto assenza di fusione, perché si deve rispettare la propria e l’altrui unicità'*. Uno dei maggiori esegeti ebraici, A. Chouraqui, commentando il Cantico dei Cantici, al versetto 2, 10, dove si parla del culmine del rapporto d’amore, traduce le parole dell’amante all’amata: «Alzati, amica mia, mia bella, e vai verso te stessa», e non «vieni a me». L’amore autentico non è possessivo, ma è personalizzante, perché è un rapporto di verità con l’alterità. E. Fromm afferma che è la gratuità a segnare il grado della maturità dell'amore. «L’amore infantile — scrive — segue il principio: amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L'amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo». E in un altro volume parla dell’amore come della «forma produttiva di relazione con gli altri e con se stessi. Esso implica responsabilità, sollecitudine, rispetto e conoscenza, nonché il desiderio che l’altra persona si sviluppi e cresca. È espressione di intimità tra due esseri umani, a condizione che la rispettiva integrità sia rispettatay?0, V. E. Frank] insiste piuttosto sul dono di sé per raggiungere l’autorealizzazione, affermando che soltanto nella misura in cui ci diamo, ci doniamo, ci mettiamo a gen's 5-6/2007 - 177 — pag. 100 — 98 disposizione del mondo, realizzeremo noi stessi. Ma è stata Chiara Lubich a definire in modo universale, valido cioè per tutte le scienze, che l’essere è amore. Ha scritto: «Noi siamo, se non siamo [se siamo amore]. Se siamo [se non siamo amore], non siamo». Amore e sacrificio di sé Anche A. Meneghetti, come Frankl, lega esplicitamente l’amore al saper perdere, saper rinunciare, e quindi al concetto che amare significa anche sacrificarsi per essere: «Il criterio di una vera personalità autentica si rivela — afferma — nella capacità di saper accettare l’altro in quanto altro. La maggior parte degli uomini sanno cogliere gli altri solo come estranei, purtroppo, perché temono l’avventura dell’incontro che implica sempre una certa rinuncia di se stessi. Quelli che avvertono il loro prossimo come estraneo dimostrano di essere in una situazione quasi patologica di difesa, di paura, di inibizione, di anomia. Accettare l’altro in quanto altro significa cogliere con amore un altro-io, una diversità soggettiva che può approfondire il significato di esistere. La persona che sa affiancarsi ad un’altra non è per lo più un integrato conservatore (...) ma un innovatore che è disposto a perdere tutto ciò che è storia propria per immettersi... nella recezione umile dell’altro»”!. Un duro rimprovero è stato rivolto da Jung ai cristiani: «Noi siamo dei farisei fedeli alla legge e alla tradizione, fuggiamo l’eresia e non vogliamo nient'altro che imitare Cristo, ma non vogliamo essere confrontati con la nostra realtà, col compito che attende personalmente ciascuno di noi e che consiste nel riunire gli opposti. Preferiamo credere che Cristo l’ha già fatto per noi (...). Invece di portare noi stessi la nostra croce, ne incarichiamo Cristo. Ci piazziamo sotto la sua croce, ma evitiamo la nostra. (...) La croce di Cristo è lui che se l’è portata, era la sua propria 178 - gen’s 5-6/2007 formazione in comunione croce. Certamente è più facile mettersi sotto una croce già portata da un altro che non portare la propria (...). È cristiano chi vive nello spirito di Cristo e nessun altro. Chi imita il Cristo e ha la pretesa di caricarsi della sua croce quando non è capace di portare la sua propria, non ha compreso neppure l’abc del messaggio cristiano. (...) È così che si stravolge il senso del Vangelo (...) e invece di adeguarsi al vero senso della vita di Cristo e di vedervi un esempio da seguire, si preferisce — con la pretesa di essere così in conformità con la parole del Signore — restare infantili»??. «Amo, dunque non sono, per essere» (C. Lubich) A. H. Maslow ebbe a meravigliarsi «di quanto poco le scienze empiriche abbiano da offrire sull’argomento dell’amore. Il silenzio degli psicologi è particolarmente strano, dato che è spontaneo pensare che sia proprio compito loro parlarne. Probabilmente ci troviamo di fronte ad un altro esempio di abuso accademico, che consiste nel preferire ciò che è facile a ciò che bisogna fare (...). Si tratta (infatti) di un argomento enormemente difficile da trattarsi in seno a qualsiasi tradizione culturale, ed è ancora più difficile trattarlo in seno alla tradizione scientifica. E come se ci si trovasse in una posizione avanzata, nella terra di nessuno, in un punto dove le tecniche convenzionali della scienza psicologica ortodossa sono poco utili. (...) Qui è chiaro quale sia il nostro dovere. Noi dobbiamo capire l’amore, dobbiamo essere capaci di insegnarlo, di crearlo, di predirlo, diversamente il mondo resta abbandonato all’inimicizia e al sospetto»?. E tuttavia anche in Maslow, come nella maggioranza degli psicologi, si cerca invano una dialettica dell’amore che comprenda il sacrificio di sé per la vita dell’altro, il dare la vita per, eccetera. La Lubich, invece, (e questa è la novità) accenna continuamente all'amore come «al morire dell’Io nel tu, perché il tu è il luogo dove 1’Io “se muore tutto nel fratel- — pag. 101 — formazione in comunione lo” si realizza pienamente come “io”». E quando spiega come anche il “nulla del creato” contiene in sé la legge dell’amore, per cui tutto, anche il nulla, è amore, afferma che «se (nell’amare) qualcosa (l’io) sembra distruggersi, la distruzione non è, anzi, si raggiunge la pienezza dell’io»y”. È difficile trovare una definizione più esatta della persona, la quale solo quando è (distinzione) può darsi (essere amore), e che collima perfettamente sia con l’esperienza umana che con la dichiarazione evangelica: «Chi vuole salvare la propria vita, la perde; chi perde la propria vita (...) la salva» (Gv 12, 25). Quel brano può giustamente essere considerato il manifesto della nuova psicologia. Intanto è immediatamente comprensibile a chiunque abbia speso qualche volta un po’ di sé per favorire disinteressata- «mente un altra. È il principio della vita intratrinitaria, come abbiamo sentito, e di tutta la teologia, dall’incarnazione (“farsi l’altro” fino alla kenosis, assumendosene la responsabilità fino a “dare la propria vita”) alla Chiesa, generata appunto dalla croce di Cristo e che deve essere pertanto icona dell'amore trinitario. È il principio della filosofia in quanto solo in esso si trova la soluzione di tutte le aporie. E inoltre, come pensa la Scuola Abbà, appare il principio reale di tutte le scienze. Ma è soprattutto la dottrina-sintesi di tutto il Vangelo (e quindi di tutte le multiformi spiritualità), Vangelo che, ripeto, è finalizzato non a creare un “gruppo” di élite, ma a indicare ad ogni uomo la strada per ritornare ad essere uomini. Se Dio infatti è Amore, l’uomo non potrà realiz zarsi come uomo che essendo amore. La scienza psicologica certo non parte da una dichiarazione deduttiva del genere, ma dall’esperienza dei singoli individui umani può mostrare la differenza esistente — per qualità di vita, di pienezza, di gioia, di socialità, di tensione all’uno e quindi alla 99 “pace”, nel senso agostiniano — tra chi sa porre disinteressatamente la sua vita per gli altri e chi invece si concentra su se stesso per avere (beni, successo, potere). La parola detta da Gesù: «nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per gli altri» (cf Gv 15, 13), tradotta in termini psicologici suona: «nessuno è come Dio (l’Amore) come chi si fa relazione d’amore al prossimo fino a essere pronto a sacrificare se stesso per lui». Ma per sacrificarsi bisogna prima possedersi: essere uno in sé, non condizionati da bisogni interiori o da legami esteriori. Infinite volte, perciò, C. Lubich afferma che «Gesù è Gesù abbandonato», perché è il culmine della possibilità di amare arrivando al punto di identificarsi col dolore, con tutti i dolori, con tutto il negativo dell’umanità, per redimerlo, ossia trasformarlo in amore. Gesù abbandonato è solo amore; è il massimo di individuazione cui possa giungere la persona umana e, nello stesso tempo, il massimo di relazionalità positiva con tutto il creato. Così che in ogni dolore anch’io posso realisticamente amare non il dolore (masochismo), ma Lui, l'Amore fatto uomo. Perché ogni dolore diventa allora Gesù, “travestito” ogni volta nei mille panni di qualsiasi sofferenza sia fisica, sia psichica, sia spirituale, sia sociale, e che io posso amare perché si tratta di Lui; e invece che chiudermi in me stesso (regressione) o scaricare il mio dolore sugli altri, posso continuare ad amare, a essere Lui, a sanare cioè anche la disunità dell’essere, causa del “male” in genere. Scrive ancora C. Lubich: «È una realtà [anche psichica] che il dolore (= non essere [in quanto; se solo l’amore è, anche il dolore dev’essere un non-essere]) per Gesù abbandonato torna nella sua vera irrealtà [un non-essere per essenza] ed al suo posto è la gioia piena». Anche qui psichico e spirituale coincidono, perché Gesù abbandonato è anche “realtà psichica” capace di modificare il mio atteggiamento nei confronti del dolo- gen’s 5-6/2007 - 179 — pag. 102 — re, così da operare la “divina alchimia” — come amava osservare Igino Giordani — di trasformare il dolore in amore e gioia piena («Beati quelli che piangono... Beati i perseguitati...»). Questa verità, che vale per ogni uomo, è difficile capirla in una cultura tesa all’autorealizzazione, intesa questa come attuazione di tutte le potenzialità dell’avere (salute, bellezza, notorietà, possibilità economiche, eccetera). Se non se ne fa l’esperienza, resterà una cosa “irrazionale”. Per questo Gesù rivolge soltanto “inviti” alle persone: «Chi vuol venire dietro a me, e non prende la sua croce...» rimane un individuo della specie umana, ma non diventa l'Uomo, persona realizzata. È ciò che Chiara esprime in una pagina dove descrive il punto d’arrivo cui può giungere l’essere umano. «La nostra personalità — dice — è quindi Cristo in noi. Noi, perdendo la nostra personalità, acquistiamo quella di Cristo, che è molto più forte, molto più distinta. Ma dobbiamo avere il coraggio di perdere la “nostra” personalità, mentre tutti nel mondo ci tengono a salvarla. In questo Gesù abbandonato è veramente maestro. (...). Ora, il Cristo in me, che è la mia personalità vera, è diversissimo dal Cristo in santa Caterina, dal Cristo in san Francesco o in qualsiasi altra persona. (...) Certo, la propria personalità si ha se si perde. Ma occorre che ciascuno sia se stesso»”. A questo punto si può dire con san Gregorio di Nazianzo che «grazie a Cristo 180 - gen's 5-6/2007 formazione in comunione l’integrità della nostra natura è restaurata», poiché «è [stato] Lui il modello (l’archetipo) nostro»”. | 1) Le développement de la personne, Paris 1998, p. 113. 2) Da una conferenza tenuta a Chicago nel 1966, cit. da B. Salvarani in “Settimana” 40/1999. 3) Ibid.; cf K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, Alba 1978, p. 223. 4) Cit. da Zdenko Jhoa, Christologie und Anthropologie, Freiburg 1992, p. 279. 5) Cf Teologia, scienza della salvezza, Assisi 1985. 6) Ontopsicologia filosofica. Epistemologia evangelica, Roma 1992, p. 20. 7) L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, Brescia 2001, p. 469. 8) Cit., pp. 117-119. 9) L'homme, Cerf-Mame, Paris 1974, pp. 130-131. 10) Cf ibid., p. 29. 11) Cfibid., pp. 29-32. 12) Le divin dans l'homme, Paris 1999, p. 161. 13) Totalità e infinito. Saggio sull'esteriorità, Milano 1980, p. 76. 14) Le sfide dell'etica, Milano 1997, p. 75. 15) Cf I. Sanna, L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità, cit. 16) Cf Io e tu, in Il principio dialogico e altri saggi, Cinisello Balsamo 1997. 17) Ibid. 18) C£ I tempo e l’altro, Genova 1987, p. 56. 19) L'Arte di amare, Milano 1974, p. 57. 20) Dalla parte dell’uomo, Roma 1971, p. 88. 21) Cit., pp. 25-26. 22) Lettera alla pastoressa Dorothée Hoch, in Le divin dans l'homme, Paris 1999, pp. 346-347. 23) Motivazione e personalità, Roma 1973, p. 293. 24) Da un testo dattiloscritto. 25) Manoscritto inedito del 1949. 26) Id. 27) PG 37,2. — pag. 103 — il carisma dell'unità nella pastorale — pag. 104 — 102 una pastorale dell'unità Per una pastorale dell'unità Ad un Convegno di parroci (13-15 novembre 1985) ce0000sso00c0sse0o Prendendo le mosse dall’attuale «crisi» dei metodi pastorali di fronte alla sfida assillante della scristianizzazione, l’autore tenta la formulazione di una proposta alla luce dell’«esperienza pastorale» delle prime comunità cristiane. (da gen 4 2-3/1987, pp. 41-50) 182 - gen's 5-6/2007 00002000000 0000 La crisi pastorale dei sacerdoti oggi Si dice che oggi il sacerdote ha superato la crisi di identità personale, crisi che si esprimeva con le domande: chi sono? che senso ha il mio sacerdozio? non sono forse un anacronismo in questa società postcristiana? Sembra però, in effetti, che proprio la situazione attuale della nostra società che si va secolarizzando e desacralizzando metta in evidenza la necessità della presenza di persone che salvino l’umanità dal pericolo di quell’angoscia esistenziale, diffusissima anche se spesso mascherata, che ha la sua causa prima nella perdita appunto del sacro e dei valori ad esso legati e, in particolare per il nostro mondo occidentale, della perdita delle “radici” cristiane e dei valori svelati da Gesù. Se le parole di Gesù fossero oggi anacronistiche, se i valori proposti dal Vangelo non fossero più “validi” oggi, noi saremmo veramente dei gabbamondo. Ma l’angoscia esistenziale, sintomo psicolo- gico di una malattia spirituale, sta piuttosto ad indicare che non solo qualcosa di vitale si è perso, ma che non c’è possibilità di sostituirlo con altro. Delle persone perciò che contro ogni apparente speranza continuino a proclamare con la vita e con le parole che la verità e la felicità stanno da un’altra parte, queste persone se non esistessero più sarebbero da reinventare. La crisi attuale di molti sacerdoti è piuttosto un’altra, che possiamo chiamare ministeriale o pastorale e che si esprime con le domande — anch’esse angosciose — «cosa posso fare io sacerdote per l’umanità che mi circonda quando penso che, malgrado tutti i metodi pastorali inventati e applicati, i cristiani continuano a scristianizzarsi e i non cristiani a vivere come se noi non esistessimo?». I convegni su questo problema si susseguono a tutti i livelli, diocesani, nazionali e internazionali. Cosa possiamo dire noi? Qualcosa tentiamo di dire, e se non altro servirà a mettere in comune un’espe- — pag. 105 — una pastorale dell'unità rienza di più. Ma ho l’impressione che toccheremo un punto importante sul quale vale la pena di riflettere. Diamo uno sguardo ad alcuni metodi pastorali oggi in atto. C’è chi insiste su una pastorale sacramentale e della catechesi (pastorale che è stata un po’ alla base di tanta azione missionaria: ammaestrare e battezzare) e chi si orienta verso una pastorale dei bisogni, una pastorale cioè che vuol partire dalle esigenze più vive dell’umanità contemporanea, come l’esigenza di socialità, di universalità, di esperienze esi- ‘ stenziali. C’è chi propone una pastorale della convinzione: occorre formare cristiani decisi mediante un tirocinio serio e prolungato in modo che siano capaci di resistere e reagire alla pressione di un mondo postcristiano; e chi suggerisce invece una pastorale più aperta, orientata ad interessare ed accogliere tutte le persone di buona volontà e unirle insieme mediante obiettivi positivi accettati da tutti. Si parla anche di pastorale di ambiente: solo se l’individuo fa delle scelte esistenziali radicali riesce a trasformare l’ambiente. Altri insistono sul rinnovamento dei metodi pastorali, cercando di adottare tutte le scoperte della tecnica, dei mass-media, ma anche della psicologia e della sociologia sfruttandole per la diffusione del Regno di Dio; oppure parlano di “pastorale della fede” (quello che conta è il contenuto non l’imballaggio): bisogna approfondire la fede, allora si costruisce sul sodo. Tanti capiscono che occorre passare dalla «pastorale dell’accoglienza di coloro che cercano la Chiesa e le sono fedeli alla pastorale dell’andare verso coloro che non vengono». «A una pastorale residenziale o domiciliare deve subentrare una pastorale di testimonianza che dovrà trovare nuove forme espressive». 103 Cerchiamo ora di raggruppare questi metodi pastorali visti nelle loro finalità immediate: vi troviamo due gruppi di proposte fondamentali. Uno è teso ad assicurare ai fedeli la vita spirituale (in vista della salvezza ultraterrena) basata sull’ortodossia intellettuale e sulla pratica dei sacramenti (pastorale sacramentale, della catechesi, della convinzione, della persona, della fede) quasi indipendentemente dalle esigenze psichiche e sociali che essi possono avere, ossia quasi che lo spirituale e l’umano siano due categorie indipendenti, quella spirituale più nobile e quella umana meno nobile e perciò anche sacrificabile. Il secondo gruppo è teso a rivalutare piuttosto la categoria dell’umano e del sociale come strada per arrivare anche agli interessi spirituali (pastorale dei bisogni, di ambiente, di accoglienza, ecc.). Un’altra osservazione che si può fare è che queste vie pastorali terminano generalmente ai singoli individui oppure, se tendono a fare di essi una comunità spirituale, questa in genere non va oltre la partecipazione collettiva ai momenti del culto e in particolare alla partecipazione eucaristica. E si può dire in generale che tutte le forme associative sono motivate più da finalità estrinseche (caritative, missionarie ecc.) e dalla soddisfazione dei bisogni psicologici dei membri, che non dalla novità cristiana portata da Gesù. Il «metodo» di Gesù Quale sia questa “novità” cristiana si può sintetizzare così: fare sulla terra l’esperienza del regno dei Cieli. Riconsideriamo un attimo l’esperienza degli apostoli con Gesù, e delle comunità cristiane descritte dagli Atti o dalle Lettere: è chiaro che il mistero fondamentale rivelato da Gesù è che Dio, Amore, è trinità di Persone distinte, che sono una cosa sola. «Come tu Padre sei in me e io in te, così siano anch’essi una cosa sola in noi...»). Penso che quell’in noi ha tratto spesso in inganno facendoci pensare che i singoli, una volta gen's 5-6/2007 - 183 — pag. 106 — pe 7104 rinati in Cristo per il battesimo, siano per ciò stesso una cosa sola in Lui. E spiritualmente è vero, ma è anche vero che ciò può non portare alcuna conseguenza sul piano dei rapporti sociali, tanto da far dimenticare ai cristiani di essere membra di uno stesso Corpo. Dio però non muta i rapporti sociali ponendosi come termine esclusivo di infiniti rapporti individuali, quasi annullando sul piano religioso quella socialità che è caratteristica della persona; anzi, «come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il prossimo che vedi?». Ora le prime comunità cristiane hanno per- / cepito perfettamente il messaggio, e l’hanno vissuto socialmente, così da diventare un cuore solo e un’anima sola. Il mistero insomma di Dio-Trinità lo hanno tradotto in vita non limitatamente alla vita dello spirito, bensì anche nei rapporti sociali: la comunione dei beni, ad esempio, è la verifica effettiva di quanto essi credono e proclamano. Per essi aderire alla fede e non agire secondo il modello proposto dalla fede è menzogna che porta alla morte: ma anche qui non si tratta solo di morte spirituale, bensì anche di morte psicologica e di morte ecclesiale. La fede vissuta, per contro, vivifica non soltanto l’anima, bensì tutto l’essere umano, appagandone appieno la socialità e donando una pienezza di gioia spirituale e psichica che persiste anche nelle persecuzioni e nelle torture. I primi cristiani li vediamo effettivamente come persone nuove che costituiscono sulla terra nuovi rapporti e una nuova società. Negli Atti si nota questa loro ebbrezza creativa; la vita ha uno scopo: trasformare una società fatta di individui giustapposti e incomunicanti in una comunità che si modella sul tipo originario della comunione divina. Ma lo possono fare perché essi stessi già incarnano sulla terra quella comunione trinitaria. E si nota allora che lavorare, soffrire e persino morire per questo obiettivo non soltanto coincide col farsi partecipi del piano di Dio sulla singola persona e sull’umanità intera col raggiungimento della salvezza nell’al di là, ma significa trovare 184 > gen's 5-6/2007 una pastorale dell’unità che umanamente l’espressione massima delle proprie potenzialità con un senso di completezza personale che fa sperimentare in qualche modo di vivere la stessa avventura di Gesù, l’uomo-Dio. — I cristiani delle nostre parrocchie sono formati, individualmente e come comunità, a dare questa immagine sociale della Chiesa? Con tutto il tempo che spendiamo nel tentare di dare loro motivazioni e giustificazioni razionali alla fede che professano e nel curare sacramentalmente la loro anima, non potremmo dare uguale importanza a far loro sperimentare nella pratica la nuova socialità svelataci da Gesù nella sua azione svolta pazientemente con i Dodici, portandoli a fare l’esperienza del Regno di Dio? Essi hanno potuto dire: «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e toccato con le nostre mani, questo vi comunichiamo». Dodici soli, per tutto il mondo. Ma ognuno di loro ripeterà la stessa esperienza fatta con Gesù: dovunque vanno si fermano a creare un nucleo di cristiani finché anch’essi non sperimentano la vita del cielo. Le varie Chiese si formano attorno a questi nuclei di persone coscienti di essere i rappresentanti di una nuova socialità. La vita cristiana si va strutturando su categorie nuove: il principio del potere viene integrato e ribaltato dal principio del servizio. In seno ad essa si vanno distinguendo i carismi e i ministeri: sono un servizio per la crescita di tutto il corpo; un servizio — potremmo definirlo — specializzato. Aspetti di una vita umano-divina Come alla luce del Risorto gli apostoli vedevano illuminarsi tutto ciò che Gesù aveva detto e fatto, così — proporzioni fatte — alla luce dell’esperienza del nostro Movimento abbiamo potuto intravedere già nella comunità degli apostoli e discepoli di Gesù i diversi aspetti della loro vita quoti- — pag. 107 — una pastorale dell’unità diana basati sui parametri della nuova socialità cristiana. Li cito appena: Concetto di economia e lavoro: gli apostoli lavorano («per totam noctem laborantes nihil coepimus» — Lc 5, 5); ciò che supera le necessiti viene dato ai poveri («Il profumo... si poteva vendere e darne il ricavato ai poveri» — Mt? 26, 9; «Ciò che sopravanza datelo in elemosina» — Le 11, 41); ma soprattutto è presente il concetto della provvidenza del Padre («Non vi preoccupate... poiché il Padre vostro sa ciò di cui avete bisogno» — Mt? 6, 8, così come nutre anche gli uccelli» — Mt 6, 26). Concetto di apostolato: Gesù manda i discepoli a due a due. Commenta san Leone Magno: «Poiché bisogna essere almeno in due per attuare l’amore reciproco». E così essi possono annunciare ai pagani: «Il Regno di Dio è giunto fino a voi» (Lc 10, 1-9). Dimensione dell’apostolato: portare la Buona Novella a tutte le genti. Concetto di vita spirituale: vivere le beatitudini — Farsi piccoli come bambini — Non esultare per il potere spirituale, ma perché i nostri nomi sono scritti in Cielo, ossia perché si è già entrati nel Regno deì Cieli, nella comunione col Padre e col Figlio nello Spirito (cf Lc 10, 20-23). Concetto di corpo e salute fisica e spirituale: Gesù che guarisce i malati nel corpo e nello spirito; Gesù che ha compassione della folla affamata e la sfama; anche gli apostoli guariscono; Gesù dice agli apostoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Ma anche: «La vita è più del cibo», per cui «cercate piuttosto il cibo che non perisce». Eucaristia: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna». Concetto di armonia cultuale e ambientale: è la semplicità. «Guardate i fiori del campo... neppure Salomone in tutto il suo splendore ha mai raggiunto la loro bellezza. La casa di Dio è luogo di preghiera e non di commercio; Gesù manda due apostoli a preparare la sala per mangiare la Pasqua. Ma è anche bellezza spirituale: 105 «Se il tuo occhio è semplice, tutto il corpo è luminoso». Concetto di sapienza. L’unica volta che Gesù parla di sapienza, la attribuisce a chi ascolta la Parola e la mette in pratica, poiché edifica sulla roccia (cf Mt 7, 24). La sapienza è conoscere il disegno di Dio (cf Mt 16, 23). Concetto di comunione e comunicazione: «Poiché tutto ciò che ho udito stando col Padre io ve l’ho fatto conoscere» (Gv 15, 15). La comunicazione di Gesù è totale. Gli apostoli devono fare altrettanto «Insegnate loro tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 20). Comunicazione di esperienze: così dopo il ritorno dei 72 discepoli; la Maddalena corre ad annunciare la tomba vuota; i discepoli di Emmaus rifanno due ore di strada per comunicare agli altri che hanno visto e riconosciuto Gesù... Questi aspetti, che regolano una vita “a corpo” impegnando tutta la persona nei confronti di tutta la comunità, letteralmente esplodono nella vita dei cristiani descritta negli Atti e nelle Lettere. Se si leggono sotto questo angolo visuale, si scopre che essi inquadrano la nuova vita ecclesiale che appare ad un tempo umana e divina. È una vita che non può non venire notata, perché troppo diversa da quella del mondo. Mi pare inutile esemplificare, tanto noti sono i fatti descritti, dalla comunione dei beni per poter far la quale bisogna lavorare... fino alla comunicazione gioiosa di ogni notizia che riguardi la diffusione del nome di Gesù e del suo Vangelo. Anche i carismi e i ministeri, questi doni e servizi specializzati che fioriscono nella comunità per l’utilità di tutto il corpo, rispondono praticamente a tutte le esigenze di una vita comunitaria. Vi troviamo, ad esempio: — i diaconi per l’amministrazione dei beni messi in comune affinché nessun bisognoso venga dimenticato; — gli apostoli che annunciano e diffondono il Vangelo; gen's 5-6/2007 - 185 — pag. 108 — 106 — i profeti che sembrano fra l’altro gli animatori dell’assemblea la quale per l’unità spirituale che manifesta è causa di conversione per chi non crede o per chi vi assiste soltanto come spettatore, tanto da essere costretti a proclamare che Dio è realmente presente nella comunità (/Cor 14, 24-25); — coloro che hanno il dono dei miracoli, delle guarigioni e dell’assistenza, addetti cioè alla salute di tutto il corpo della comunità; — gli incaricati dell’ordine e dell’armonia nel culto e nelle riunioni (/Cor 14, 26 ss.) poiché «Dio non è un Dio di disordine, ma un Dio di pace»; — gli addetti all’insegnamento responsabili della formazione dottrinale dei membri della comunità; — la comunicazione delle notizie: perché tutto il corpo sia uno, è un impegno di tutti i cristiani sia a livello interindividuale che fra Chiesa e Chiesa. Ma Paolo ripete con insistenza che tutti questi servizi ai fratelli anche se sono doni dello Spirito, non sono niente se non sono motivati dall'amore che è il dono più grande di tutti, il solo capace di mantenere per così dire la specializzazione nella sua funzione di servizio e mai di potere. Rifrazioni di luce Ho detto prima che questi aspetti della vita cristiana sono stati visti da Chiara e diventati esperienza nella vita del Movimento fino dagli inizi dello stesso, quasi fossero delle categorie entro cui si muove la vita del cristiano che è l’amore. Chiara ha paragonato l’amore alla luce che, se passa attraverso un prisma trasparente, si scinde nei sette colori fondamentali dell’arcobaleno. Ecco come lei li ha delineati in un incontro di vescovi amici del Movimento. «L’amore porta a mettere tutto in comune. La comunione dei beni, da quella spiri- 186 - gen’'s 5-6/2007 una pastorale dell’unità tuale a quella materiale è un aspetto dell’amore. Noi l’abbiamo chiamato “rosso”. L’amore porta verso gli altri, l’amore è diffusivo per se stesso. Questa espansione dell’amore, con tutti i mezzi e i metodi d’apostolato, noi l’abbiamo chiamato “arancio”. L’amore eleva a Dio e porta all’unione del cristiano con lui. Questo aspetto dell’amore, che riguarda la vita interiore e comprende le pratiche di pietà, noi l’abbiamo chiamato “giallo”. L’amore nutre e risana l’anima come pure il Corpo mistico: è la sua salute. San Giovanni della Croce dice: “L'amore è la salute dell’anima”. Tutto quanto riguarda la salute del cristiano e del Corpo mistico di Cristo, da quella spirituale a quella fisica, noi l'abbiamo chiamato “verde”. L’amore raduna in assemblea, fa d’un popolo la Chiesa. Quanto riguarda questa manifestazione dell’amore (che comprende le case, le chiese e quanto riveste od ospita i singoli e il popolo di Dio), noi l’abbiamo chiamato “azzurro”. L’amore genera sapienza. Quello che riguarda è effetto dell’amore (con tutti i mezzi di comunicazione sociale che possono essere utili a generarla, a svilupparla, a mantenerla), noi l’abbiamo chiamato “violetto”. Se osserviamo bene, tutti o quasi tutti questi aspetti dell'amore sono presenti nelle Regole dei fondatori. In tutte c’è l’aspetto economico della vita di comunità. Tutte portano uno specifico apostolato; così un itinerario verso Dio con particolari pratiche di pietà; tutte si occupano della salute dei membri, dell’abito, delle case, delle chiese che ospitano le comunità; ogni Opera e Ordine nella Chiesa cura lo studio, così come l’unità fra tutti con lettere, notiziari, bollettini. Ciò che è stato riscoperto dal Movimento è che la vita del cristiano parte tutta da un principio in cui queste manifestazioni così diverse e varie confluiscono: l’amore. — pag. 109 — una pastorale dell'unità Ora, siccome l’amore è proprio la volontà di Dio che Gesù ha manifestato nel Nuovo Testamento per tutti i cristiani, vivere questo amore, nelle manifestazioni che variano per ogni diversa vocazione, è certamente volontà di Dio» (Rocca di Papa, 27 febbraio 1981). Cellule di vita trinitaria Essendo categorie dell'amore, esse hanno una applicazione universale, tanto nella vita individuale quanto nella vita dei piccoli e grandi gruppi sociali. Per il Movimento esse sono i binari che regolano la vita dei focolari, dei nuclei dei volontari, delle unità Gen, ma anche dei grandi movimenti a largo raggio come Famiglie Nuove, Umanità nuova e Movimento parrocchiale. In quest’ultimo movimento, che qui ci interessa direttamente, questi aspetti hanno portato a sperimentare un nuovo modo di fare pastorale; ci sembra molto efficace perché parte dall’unità degli animatori per terminare all’unità dell’intera parrocchia almeno nel senso che ogni persona — dai più lontani spiritualmente ai più isolati o poveri materialmente — è sempre nel raggio dell’attenzione pastorale. Nell parrocchie dove il Movimento è più sviluppato si sono infatti create delle équipes per ognuno di questi aspetti pastorali. M sono équipes i cui membri non agiscono s non hanno la garanzia di essere prima tra loro “un cuore solo e un’anima sola”, attuando così la norma fondamentale della vita cristiana che san Pietro esprime con le parole: «Prima di ogni cosa abbiate tra voi un amore reciproco e costante — ante omnia...» (1Pt 4, 7). Formare queste équipes a vivere tra loro e con le altre questa vita a mo’ della Trinità dovrebbe essere forse il primo pensiero di un parroco, anche perché è stato il primo pensiero dj Gesù e poi degli Apostoli. 2020000000000 000 00n 00000000000 s000es0cesosso 107 A mo’ di Appendice seguono alcune note sui vari aspetti della carità nei primi secoli della Chiesa. Economia e lavoro Roma era chiamata “presidente della carità” anche perché contava il maggior numero di assistiti, e proporzionalmente anche di entrate. Ogni comunità aveva la propria cassa comune alimentata dalle offerte dei fedeli e dai doni in natura: vestiti e generi alimentari. Giustino: «Coloro che hanno dei beni aiutano i bisognosi... dando liberamente ciò che ritengono superfluo. Tutto ciò che viene raccolto è messo a disposizione di colui che presiede e che assiste gli orfani, le vedove, i malati, gli indigenti, i carcerati e gli immigrati...» (/ Apol. 67, 1, 6). La gestione di questi beni era affidata a un diacono, che di fatto veniva per importanza subito dopo il vescovo. La comunità di Costantina, in Africa, nel 303 conta su un guardaroba di 82 tuniche da donna, 38 scialli, 16 tuniche da uomo, 13 paia di scarpe da uomo e 47 da donna (CSEL 26, pp. 186-188) a disposizione dei bisognosi. Tanti cristiani non si accontentano del superfluo, ma danno del loro necessario (Didascalia, V, I-6). I più poveri digiunano per non presentarsi a mani vuote (Aristide, Apologia, 15, 785). Tertulliano: mentre gli ebrei danno per legge e i pagani si tassano per scopi lucrativi, i cristiani coltivano la gratuità: sono persone nuove che si sentono finalmente riconoscenti al Padre di tutti e al Cristo di cui sono il corpo (Apo/. 31, 5; 39,6). | Ogni dono è espressione della fraternità, per cui la Chiesa rifiuta ogni offerta che sia frutto d’un guadagno o di un mestiere illecito (Didascalia, 18). Resta classico il fatto di Roma che restituisce all’eretico Marcione le sue grosse offerte. gen's 5-6/2007 - 187 — pag. 110 — 108 Per i primi cristiani evangelizzazione e diaconia sono inseparabili perché mirano alla persona completa. Avevano uno slogan: «Imitate l’equità di Dio, e nessuno sarà povero» (Kerigma Petri); «Ricordatevi, o ricchi, che se avete ricevuto da Dio più del necessario è per condividerlo» (ibid.). Irradiazione Quando gli apostoli muoiono, i cristiani li imitano: la diffusione del Regno diventa loro responsabilità individuale e collettiva. Non si ha notizia di nessun missionario mandato dal vescovo o dal capo-comunità: basta la sola spinta della fede battesimale. Ci sono presbiteri, ma la maggioranza degli apostoli nuovi sono laici che gettano il seme del Vangelo nelle proprie famiglie, negli ambienti dove lavorano. Per la situazione politica non c’è più predicazione pubblica: tutto avviene per “contagio” (Tacito e Plinio), da bocca a bocca, da moglie a marito, da padrone a schiavo e viceversa, da commerciante a cliente. Il medico Alessandro porta al Vangelo numerosi pazienti. C’è anche chi dà tutto ai poveri e fa il missionario itinerante (Eusebio, Storia Ecel. V, 10,2). Origene: «I cristiani sfruttano ogni mezzo ed ogni occasione per diffondere la loro dottrina dovunque» (Contra Celsum 3/9): Fin dagli inizi la donna ha un ruolo di primaria importanza nell’evangelizzazione. È Priscilla che evangelizza Apollo (Atti 18, 25). Negli Atti apocrifi Tecla viene presentata come l’evangelista da san Paolo stesso. Ma in genere, soprattutto in Oriente dove la vita delle donne è più chiusa in casa, sono le donne a evangelizzare le donne. Clemente Alessandrino: ruolo di queste cristiane che penetrano nei ginecei dove gli uomini non possono entrare (Strom. III, 6, 53). Di qui nascono le diaconesse, a ser- 188 - gen's 5-6/2007 una pastorale dell’unità vizio delle donne e che visitano le donne cristiane in casa di pagani. A Roma, dove la donna è più libera, il problema è meno sentito. Presenti nella vita economica e sociale, i cristiani frequentano anche le terme. Policarpo riferisce che anche san Giovanni l’apostolo le frequentava (Ireneo, Adv. Haer. III, 3, 4). Le terme sono un mondo a sé: palestre per la cura del corpo e centri di cultura. Molte conversioni avvengono alle terme: i cristiani sono il sale del mondo. Quando gli schiavi e i loro figli vengono convertiti dai propri padroni cristiani diventano “fratelli” senza più alcuna discriminazione, poiché vengono a far parte della stessa comunità (Aristide, Apologia, 15, 6). Preghiera Tertulliano: il cristiano si raccoglie in preghiera all’alba e alla sera. Consiglia di inginocchiarsi al mattino in segno di adorazione. Oltre al Padre nostro si mediti la Scrittura e si canti un salmo (Clemente Alessandrino, Strom. VII, 8; Ped. 11, 2). Origene consiglia di destinare alla preghiera — se possibile — un locale della casa (De orat. 31, 4). Il martire [pparco dipinge una croce sul muro orientale della sua casa e vi prega sette volte al giorno (Acta Hipparchi). La Didacheé: i cristiani pregano tre volte al giorno: è il Padre nostro che lega tutti i cristiani di tutte le comunità e che perciò permette di pregare al plurale (8, 3). Atteggiamenti nella preghiera: in piedi, mani alzate, palme aperte come Cristo in croce (Tertulliano, Clemente, Origene) esprime meglio il movimento dell’anima e il desiderio di Dio (Clemente Al., Strom. VII, 40, 1). In ginocchio: esprime umiltà e supplica (Siria, Caldea e Irak). — pag. 111 — una pastorale dell'unità Si prega prima dei pasti come ha fatto Gesù, e come fa ogni buon israelita per il quale il pasto ha un carattere religioso. Sulla centralità della “celebrazione eucaristica” e della santificazione del “giorno del Signore” (cf Plinio, Ep. X, 96; Giustino, / Apol., 67; Giustino, Dial. 138, 1; Tertulliano, De corona, 3; Eusebio, Storia Eccl., 5, 24, 5; ecc.). Opere di misericordia Tertulliano accusa i pagani di commettere infanticidi quando espongono e abbandonano i bambini. Sono i cristiani che accorrono: il vescovo, come padre della comunità, affida le orfane a una famiglia cristiana, le segue fino all’età adulta e procura la dote per il matrimonio. Per gli orfani si preoccupa di fargli imparare un mestiere (Didascalia XVII-XVIII). Al tempo di papa Cornelio la Chiesa di Roma dà da mangiare a 1500 vedove e bisognosi (Eusebio, Storia Eccl., VII, 43,11). Ma ogni comunità ha i suoi poveri. È per questo che la Chiesa vuole che si scelgano vescovi che amino i poveri: “Ricordati dei poveri, conducili per mano e nutrili” (Didascalia XIV, 3, 2) . I diaconi li cercavano, studiavano la loro situazione (Giustino, / Apo!. 67, 6) ne tenevano uno schedario. Ancora nel V secolo si chiede ai diaconi di cercare negli ospizi pubblici se ci sono malati abbandonati o poveri (7est. di N. S., 11, 34). Le diaconesse si interessano delle vedove e delle donne povere o ammalate (Didascalia XV, 8, 3). Ma è tutta la comunità che si interessa ai loro casi, non solo dando una quota di denaro, ma offrendo tempo e aiuto personale. Ogni cristiano, infatti, durante il catecumenato, deve fare questo tirocinio. Per essere promossi al battesimo devono rispondere a queste domande: «Hai visitato gli ammalati? Hai messo in pratica l’amore verso i bisognosi?» (7rad. Apost., 20). L’imperatore Giuliano attribuisce l’espansione del cristianesimo all’amore dei 109 cristiani verso gli stranieri e alla sepoltura dei morti (Sozomeno, S.E. V, 15). La Chiesa infatti non si preoccupava solo dei propri, ma di tutti i morti senza sepoltura, vittime di calamità pubbliche e dei naufragi. È ciò che colpiva i pagani (Lattanzio, Istit., VI, 12). I diaconi delle città costiere avevano come compito particolare di percorrere spesso le spiagge e, se trovavano morti, di vestirli e seppellirli (Test. di N.S., I, 34; II, 34). Tutte le spese di sepoltura sono a carico della comunità (Tertulliano, Apolog., 39, 6). Carcerati: assistenza con cibi, denaro, ecc. (cf /Clem. 59, 4; Ignazio, Ep. agli Smirnesi, 6; Tertulliano, Ad uxorem, 11, 4); Martirio di Perpetua, 3, 4; Aristide, Apol., 15; Giustino, I Apol. 2, 15-16; Eusebio, Storia Eccl., V, 1, 9-10; VI, 3,4). Pirateria: a Cartagine la comunità raccoglie 400.000 sesterzi per rifondere le vittime dei pirati (Cipriano, Ep. 62, 3). Aiuti tra le varie Chiese: Paolo per Gerusalemme; ma è un costume di tutta la Chiesa (Eusebio, Storia Eccl., III, 17): è l’elogio che si fa a Roma, presidente della carità (Ignazio, Dionigi di Corinto) che sostiene la comunità della Siria (Eusebio, Storia Eccl., VII, 5,2), quella della Cappadocia (Basilio, Ep. 70). Casa e abbigliamento Oltre all’aspetto sociale: uguaglianza fra cristiani; ricchi e poveri alla stessa mensa etc. Sono soprattutto i ricchi, naturalmente, che offrono la casa per il culto. San Pietro è ricevuto a Roma dal nobile Pudens. La sua casa serve per le riunioni dei cristiani. In Oriente è la “sala alta”, la più riservata. In Occidente alle volte è la sala da pranzo (triclinium). A Cartagine è all’interno del cimitero, riparato da muri, a cielo aperto. A Tripoli in Siria un certo Marco dice all’ Apostolo: «La mia casa è grande, può contenere più di 500 persone, e c’è anche un giardino». Pietro risponde: «Fammi vedere casa e giardino». Li va a visitare e li trova molto adatti (Rec. Clem. gen's 5-6/2007 - 189 — pag. 112 — 110 IV, 6). Spesso queste case venivano poi regalate alla comunità per il culto. La riunione domenicale era ordinata non a capriccio (Giustino, / Apol., 67). I fedeli vestivano come tutti i giorni (anche perché la domenica si lavorava) così che all’uscita non si distinguevano dagli altri. Tertulliano s’interessa all’abbigliamento delle donne (De vel. virg., 17): veli non troppo trasparenti, e attenti alla lunghezza e come disporli! Per gli stranieri c’è la traduzione affinché tutti possano partecipare dal vivo. È alla celebrazione eucaristica che tutti, cittadini e contadini, prendono coscienza della loro famiglia spirituale. Da questa liturgia si parte per attuare nella vita quotidiana il mistero (opere caritative e sociali). Formazione intellettuale Tertulliano: «Non si nasce cristiani, si diventa», attraverso la vita e la conoscenza della dottrina. Il catecumenato è il tempo della catechesi e della formazione. Allora la professione di cristiano era un rischio (persecuzioni e pericolo di apostatare) per cui la Chiesa era molto esigente e prudente prima di ammettere al battesimo. Il periodo di prova è lungo: ci sono martiri che muoiono ancora catecumeni. Giustino: «Quelli che credono alla verità del nostro insegnamento e della nostra dottrina» (/ Apol. 1, 2): sono la «regola della fede trasmessa dai presbiteri» (Dimostraz. Apostol.) Ireneo: «Questo è l’insegnamento, questa è la fede che la Chiesa ha ricevuto... Con la stessa fede ovunque nel mondo si professano queste verità... E la stessa fede quella che professano e trasmettono le chiese fondate in Germania, nelle Iberie, fra i Celti, in Oriente, in Egitto, in Libia e del centro del mondo (Palestina)» (C.H. I, 10, 2). A quel tempo le religioni misteriche non hanno alcun noviziato perché non richiedono alcun cambiamento di vita. Non così 190 - gen's 5-6/2007 una pastorale dell’unità il cristianesimo: esso è lotta (esempi sportivi e militari) e lo si sceglie con una decisione che comporta fedeltà anche davanti ai tribunali. Fin dall’anno 130 Giustino crea a Roma una scuola privata di dottrina cristiana. «Poter insegnare la verità e non farlo vuol dire meritarsi la collera di Dio» (Dial. con Trifone, 82). Poi nascono le vere scuole di catechesi. Panteno, Clemente ed Origene ad Alessandria: si tratta di affrontare con competenza le prime eresie sulla fede e sulla morale in campo cristiano, la filosofia e gli attacchi alla dottrina cristiana in campo pagano. Comunicazione Lettere, legame di unità tra fratelli lontani: sono soprattutto i vescovi e le comunità che tengono una corrispondenza sempre più vasta. Si usavano tutti i materiali possibili, dal papiro, al metallo, ai cocci. Esse permettono a Roma di tenersi informata e di intervenire nei problemi locali, soprattutto in tempi di crisi. Una lettera di papa Clemente alla chiesa di Corinto si leggeva in chiesa ancora dopo un secolo (Eusebio, Storia eccl. IV, 23, 11). L’eresia di Montano provoca una fitta corrispondenza tra Roma, la Francia e 1 Asia minore (ibid.). Dionigi di Corinto raccoglie tutto un epistolario con le lettere tra Roma e le varie comunità della Grecia e dell’Asia Minore motivate da posizioni rigoriste di alcuni cristiani (ibid. IV, 23). Fin dal II secolo i vescovi si comunicano la propria nomina, si scambiano notizie sui conflitti dottrinali e su provvedimenti disciplinari. Durante le persecuzioni: lettere sulle gesta dei martiri a scopo di informazione, di istruzione ed edificazione. Lettera di Vienne e Lione alle Chiese di Asia e della Frigia, via Roma, sui martiri di Lione. | — pag. 113 — una pastorale dell'unità Nuova evangelizzazione e immagini di Dio Ad un Convegno sacerdotale (1991) 1222222 DALLA LA LALA LALL ALLO TALL LL LOCALE NCA AA E CAF CC N02 o 20000000000 A000s0 sso ssrercensrttttt Perché il rifiuto di tanta predicazione? | domanda che oggi ci vorremmo porre sarebbe questa: quale volto di Dio noi presentiamo nell’annuncio cristiano? E, soprattutto nel mondo occidentale, possiamo chiederci: a quale volto di Dio si riferisce il rifiuto così frequente, così vasto di Dio che stiamo sperimentando da parte dei cristiani e dei non cristiani? A quale volto di Dio si riferisce il rifiuto di tanta predicazione? A quale volto di Dio si riferisce il rifiuto di tanto insegnamento morale? Noi sappiamo quanto è stato grande l’influsso che il pensiero greco ha avuto sull’elaborazione dell’immagine di Dio anche nella teologia cristiana. E bastereb- be una frase di Karl Rahner per farci arrossire: se per caso si togliesse dalla teologia il dogma trinitario — ha ipotizzato il teologo tedesco,— gran parte della letteratura teologica, della letteratura cristiana potrebbe rimanere invariata. Per cui Karl Rahner parlava di una specie di «islamismo» in campo cristiano. Potremmo quindi considerare questa conversazione un esame di coscienza collettivo, intellettuale, se si vuole: se noi abbiamo concepito Dio per noi stessi e per la nostra pratica pastorale, secondo i nostri desideri e i nostri bisogni, oppure se non dobbiamo invece maggiormente concepire Dio e farlo conoscere secondo l’immagine che ce ne ha dato Gesù e quindi adeguare ad essa i nostri desideri. È chiaro che le considerazioni che facciamo possono suonare come critica a tutto un passato, ma non vorrei che fosse una critica negativa. Si sa che quando nel tempo viene fuori una coscienza nuova e quindi una nuova linea di comportamento, automaticamente sembra che venga deprezzata la linea antica. Non è questo che qui si vuole. Tutto quello che è stato fatto nel passato forse era il meglio per quel tempo in quella situazione e per quella coscienza collettiva di quel momento storico. 111 Se è vero che l’attuale crisi della fede e della vita cristiana non è unicamente provocata dall’esterno, ma legata, almeno in parte, ad una comprensione non sempre completa del cristianesimo, allora si impone un esame di coscienza collettivo. Riportiamo qui la trascrizione di una conversazione fatta dall'autore ad un Convegno sacerdotale su alcuni presupposti indispensabili per una predicazione che voglia essere credibile per l’uomo di oggi. (da gens 3-4/1991, pp. 100-105) gen’s 5-6/2007 - 191 — pag. 114 — 112 Adesso sembra che la coscienza collettiva dell’umanità sia maturata per cui c’è bisogno di fare un passo sia nel nostro modo di rileggere il Vangelo, sia nel modo di attuarlo poi in una situazione concreta, che per noi vuol dire la pastorale. Direi, ancora come premessa, che non si deve concludere: adesso distruggiamo i vecchi sistemi e cominciamo col nuovo. Ricordo che il Bollettino del seminario minore di Torino dove ho studiato era intitolato: Conservando renovare. Questa è saggezza: conservare quanto ancora oggi è utile per tanta gente che per vari motivi non riuscirebbe a cambiare le proprie categorie di pensiero, e quindi neanche di azione, ma nello stesso tempo dare la possibilità di ricominciare qualcosa di nuovo, anche nel poco, ma più adeguato alla maturità della coscienza umana collettiva di oggi. I brevi accenni che farò sono più che altro indicazioni da approfondire. Il Dio paternalista Se ripensiamo a tutta la nostra predica: zione e catechesi credo che un’immagin di Dio che abbiamo presentato sia l’imma! gine di Dio Padre, padre però di bambini non di figli. E anche se non ne siamo trop po coscienti, ancora oggi nel nostro modo di parlare e di trattare conserviamo queste categorie. Senza volerlo, spesso abbiamo predicato un Regno di Dio dove il padre paternalista sembra dire al bambino: sii buono, fa’ quel che ti dico perché poi ti do il premio. Un linguaggio, questo, che non ha niente a che fare con la maturazione umana voluta esplicitamente da Dio quando ha creato l’essere umano a propria immagine e somiglianza, quindi come un interlocutore, come un tu, come una persona. Quando diciamo: fate così, e avrete il premio, il “fate così” non è in funzione della nostra maturazione, che Dio vuole per farci ritornare a sua immagine e somiglianza, ma si 192 - gen's 5-6/2007 una pastorale dell'unità fa calcolo piuttosto sul premio, quasi che esso potesse essere disgiunto dal realizzarsi della persona. Questo succede non di rado quando predichiamo i consigli evangelici. Se facciamo l’analisi del nostro linguaggio vi scopriamo, ad esempio, che l’obbedienza è presentata come un bene perché «se tu fai quello che ti dico io, io poi ti do il premio». Quindi l’obbedienza non vista come forma di comunione tra persone, alla san Paolo, ma come forma di automortificazione, per meritare un premio. Presentiamo così a ben pensare un Dio assolutamente incredibile, perché non è possibile che Dio sia un sadico che dice: fa’ penitenza, perché se tu mi obbedisci io sono contento e ti premio. Usiamo sempre, come si vede, considerazioni disgiunte: non viene in risalto l’obbedienza come modo di atteggiarsi verso Dio o il prossimo per entrare in comunione con essi, sapendo che soltanto se siamo in comunione si diviene persone come Dio è persona. fE si insiste, invece, sull’obbedienza in / quanto obbedienza che non ha neppure valore ascetico se non quale mezzo di comunione con Dio e con il prossimo e per prossimo intendo non solo i responsabili ecclesiali, ma anche il prossimo che mi sta accanto, il marito per la moglie, la moglie per il marito; intendo la comunità per il religioso, la parrocchia per il sacerdote... Per cui fare la volontà di Dio non è autodistruggersi, ma è realizzarsi perché fa entrare in “comunione con”; precisamente come le tre Persone divine che sono tali proprio perché definite e distinte dalle loro prata relazioni. Lo stesso fraintendimento possiamo otarlo a volte nella nostra predicazione riguardo agli altri consigli evangelici e alle virtù. Più si digiuna e più si è bravi perché | poi arriva il premio (nell’altra vita): con- | cetto completamente estraneo ai Padri | della Chiesa, alla prima comunità cristiana € quindi alla fede in se stessa, perché il \digiuno non ha alcun merito in se stesso. Ma se digiuno per staccarmi da quanto mi chiude in me stesso, se digiuno quindi per — pag. 115 — Tr una pastorale dell'unità compartecipare quanto ho ai poveri, riconoscendo perciò che Dio è Padre e noi tutti siamo fratelli, entro effettivamente in comunione con Dio e con il prossimo. / Lo stesso è il motivo che giustifica la / povertà, che in sé non è una virtù ma una disgrazia. Ma se vedo un bisognoso e rifiuto di soccorrerlo per non intaccare il mio capitale che mi dà sicurezza (economica e psicologica) non faccio che rinnegare Dio come Padre e perciò non solo non entro in comunione col prossimo, rifiutato, ma mi lio dalla comunione con Dio. Ossia vivo “fuori” della Trinità perché rifiuto l’amore scambievole. Ma rifiutandomi alla comunione è importante sottolinearlo non solo non mi realizzo come cristiano ma neppure come persona umana. Al contrario, se mi depaupero per entrare in comunione, io in realtà vivo Gesù (che si è spogliato di tutto), ossia vivo a immagine e somiglianza di Dio. Lo stesso per la verginità e la castità. Enfatizzarle come valori in se stesse, come virtù, quando possono alle volte essere una scelta egoistica, ossia rifiuto di comunione, vuol dire ancora mettere l'accento sul non-essere piuttosto che sull’essere che è ‘omunione. Un vergine chiuso in difesa di se stesso vive già di fatto l’inferno (la noncomunione) in questa vita sia psicologicamente che spiritualmente. Si può infatti essere casti in un certo senso materiale e odiare il prossimo. La castità e la verginità sono valori se e in quanto esprimono una capacità di maggior comunione con Dio e con il prossimo, e interessa tanto i rapporti uomo-donna quanto il rapporto religioso-comunità e sacerdote-Chiesa particolare, in quanto o questi rapporti si vivono “alla Trinità” ossia incarnando il comandamento dell’amore scambievole, oppure sono indice di immaturità sia psichica che spirituale. Ma su questo punto ritorneremo. f Bisogna pensare che quando Gesù ha parlato non ha cercato di portarci fuori dalla realtà umana; ma spesso quando noi 113 parliamo nella nostra pastorale insinuiamo \ proprio questo: noi siamo esseri umani, dobbiamo dimenticarlo di esserlo, mortificarci, morire come tali per passare su un piano “soprannaturale” e basta. Ma così inventiamo un dualismo che non ha senso e che comunque ha finito di esistere nel momento in cui Dio il Verbo, si è fatto” uomo. Non dobbiamo scartare l’umano per entrare in un altro piano. Dio, se ci ha creati a sua immagine e somiglianza, non vuole niente altro che riportarci ad essere a sua immagine e somiglianza, con il corpo che ha creato e con l’anima che ha creato. Quindi tutto quello che Gesù dice, rivelando il pensiero del Padre, non è di cambiare natura, ma di realizzarci, attraverso il dono di noi, come natura redenta per ritornare ad essere immagine di Dio: se Dio in cielo è Trinità vuol dire che l’essere umano è tale sulla terra solo se è in comunione trinitaria con gli altri. Se si passa dall’uomo vecchio all’uomo nuovo nei termini di Paolo, non è perché si passa da uno stato di natura a uno stato di soprannatura, bensì da uno stato di natura decaduta a uno stato di natura redenta e risorta. Se dobbiamo passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo è perché l’uomo vecchio è il non-essere, è il non-amore, è la non-comunione. Dio è perché è amore, perché è comunione. Quindi il passare, amando, dal vecchio uomo al nuovo è il passare dal non-essere all’essere; e soltanto “essendo amore” sono a immagine e somiglianza di Dio. Quindi eliminare il Dio dei bambini. Per credere nel Padre da figli, non da bambini; da figli che sono il tu del Padre, proprio come Gesù. Dio ci vuole persone, non ci vuole schiavetti. Ci ha liberati dalla schiavitù. La fede, oltre tutto, è anche rationabile obsequium: se la coscienza collettiva umana oggi non accetta certe immagini di Dio è anche perché sono distorte; e finché continuiamo a farle passare apertamente o surrettiziamente, il mondo non crederà. gen's 5-6/2007 - 193 \ \ — pag. 116 — 114 II «Deus ex machina» Un’altra immagine di Dio che predichiamo non di rado è il deus ex machina. Porto un esempio. Leggiamo il Vangelo dove dice: «Cercate prima il Regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù». Il Regno di Dio, evidentemente, è la vita di Dio, e la vita di Dio è la vita trinitaria; «cercate il Regno di Dio», vuol dire comportatevi, nei vostri rapporti reciproci, come il Padre e io siamo in Cielo. Non si tratta di una estrapolazione del Vangelo, perché sono parole precise di Gesù: «Siate una cosa sola fra voi come il Padre e io siamo una cosa sola». «Cercate il Regno di Dio» vuol dire allora: interagite tra di voi amandovi l’un l’altro, con la disposizione di dare anche la vita l’uno per l’altro perché, se fate così, in mezzo a voi sta Gesù e quindi siete una icona della Trinità, siete Regno di Dio o, se vogliamo, siete tornati ad essere a immagine e somiglianza di Dio. Qui dobbiamo per forza riferirci a una delle più profonde intuizioni di Chiara Lubich che vede nei tre della casetta di Nazareth non solo il modello della vita di focolare bensì il modello universale dei rapporti interpersonali che vogliono essere «a immagine e somiglianza», ossia precisamente umani secondo Dio: «Il focolare deve somigliare alla casetta di Nazareth, dove Gesù era fisicamente presente tra Maria e Giuseppe....); «È la vita della SS. Trinità che dobbiamo procurare di imitare amandoci tra di noi, con la grazia di Dio, come le Persone della Trinità si amano tra loro...»; «E la mistica del comandamento nuovo, la mistica della Chiesa... È la mistica di Gesù, di Gesù completo, dell’Uomo, non di un uomo... quindi la mistica di coloro che si amano a vicenda come Egli ci ha amato; di una unità di anime che rispecchia, stando in terra, la Trinità di lassù». Allora «cercate prima il Regno di Dio» vuol dire: vivete a mo’ della Trinità su questa terra ossia «siate in comunione», «siate Chiesa» (icona della comunione trinitaria, appunto), «e tutto il resto vi sarà dato in 194 - gen's 5-6/2007 una pastorale dell'unità soprappiù». Invece normalmente, nella stra predicazione, diciamo che se andiamo a messa, se facciamo l’elemosina... Dio si compiace della nostra obbedienza e ci manda il soprappiù. Ebbene, questo deus ex machina, questo dio artificiale non è credibile e non lo è soprattutto per la scienza moderna. Gesù ci ha spiegato che se viviamo l’amore siamo come Dio. Se amo, dunque, se mi relaziono all’altro, pronto a morire per l’altro, a vivere l’altro — ecco la tecnica dell’unità! — io vivo Dio, e nella reciprocità d’amore trovo il centuplo, poiché in questa stessa socialità divina, vissuta sulla terra attuando, ad esempio, la comunione dei beni, trovo tutti i beni materiali e spiri- li. Questo tipo di socialità trinitaria che Gesù ha portato sulla terra, dovrebbe essere anche il paradigma di ogni attività che facciamo nella pastorale. Vivere a mo” della Trinità è anche tutto l’apostolato, tutta la missionarietà dei cristiani, dal momento che Gesù ha detto: «Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri». Ma perché? Perché questa è la nuova socialità portata da Gesù rivelandoci la Trinità. Non ci sono altre indicazioni di tecniche di apostolato date da Gesù che non siano la testimonianza. La stessa cosa dicono gli apostoli: Noi vi comunichiamo soltanto quello che abbiamo visto coi nostri occhi, udito con le nostre orecchie, palpato con le nostre mani... un’esperienza di Dio, fatta con Gesù fra loro, un’esperienza di vita trinitaria, appunto, la nuova socialità (cf /Gv 1, 1-3). La vita trinitaria è modello di ogni vita spirituale, perché se vivi “alla Trinità” sei in Dio. È modello della vita fisica perché nel vivere il rapporto scambievole alla Trinità non c’è soltanto la salute psichica, ma si trovano anche le condizioni ottimali per la salute fisica. C’è la salute, perché l’essere umano arriva a modellarsi secondo il disegno di Dio, a essere se stesso proprio per- — pag. 117 — una pastorale dell'unità ché “in comunione” e può dire con verità: Io sono. E si sa quanto importi, questo, alla salute fisica e psichica. Il modello trinitario è paradigma anche dell’armonia, dell’arte. Tre che sono uno, uno che è tre. Il molteplice, tutto relazionato nei suoi componenti, è l’ordine dell’universo; e quelli che hanno messo gli occhi in Dio, i mistici, spesso vedono tutto nello schema trinitario. Tanto per citare una mistica moderna: è impressionante quanto Chiara Lubich insista per dire che tutto nel mondo è in relazione trinitaria. Il Verbo di Dio è la sapienza personificata. Ma perché allora non ricercare la sapienza di Dio proprio in quel rapporto creato umano dell’amore scambievole, quando si sa che: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io, il Verbo, la verità, la sapienza in mezzo a voi? La sapienza è il Verbo. Forse potremmo trovare i semi del Verbo in tutto il mondo, in tutte le realtà; ma la sapienza è quella presenza viva di Gesù in mezzo ai discepoli che vivono alla Trinità. Dio, poi, è il modello, il campione della comunicazione perché tutto quello che è del Padre è del Figlio, tutto quello che è del Figlio è del Padre e lo Spirito Santo è la comunicazione, è l'Amore che li lega. La comunicazione definitiva al mondo viene da Dio attraverso Gesù, il quale può dire che tutto quello che il Padre gli ha rivelato ce l’ha comunicato. Ma allora anche il modello della comunicazione all’interno della Chiesa non può essere diverso. Un Dio elitario o l'Emmanuele? Un'altra immagine di Dio abbastanza sbagliata che spesso noi abbiamo presentato è il Dio elitario, il Dio che ha creato il mondo e l’umanità e poi si accontenta di una piccola élite che vada in paradiso. Il oncilio Vaticano II ha rimesso su nuove basi la concezione della salvezza, ma nel nostro modo di predicare, nella nostra pastorale lasciando il giudizio ultimo sulla 115 salvezza individuale a Dio, perché non mettere in risalto che vivendo Gesù, vivendo il Vangelo, vivendo il cristianesimo uno si realizza come persona, e quindi dà gloria a Dio proprio realizzandosi come persona, perché la gloria di Dio è l’uomo vivente? Perché facciamo certi discorsi senza mettere mai in evidenza il fatto che se la persona umana non ritorna a essere «immagine e somiglianza di Dio», non è veramente se stesso, nuova creatura, e non raggiunge lo scopo della redenzione? Non è proprio questa la testimonianza che dobbiamo dare, vivendo da risorti come individui, vivendo secondo la dinamica sociale trinitaria come Chiesa (un pezzo d’umanità redenta e risorta), affinché gli altri miliardi di persone che non hanno conosciuto la luce della Rivelazione possano dire: «certo, la vita dei cristiani è più bella, più soddisfacente, più gratificante, più creativa della nostra...)? O dobbiamo considerare sognatori Luca negli Atti e l’Autore della Lettera a Diogneto quando scrive che la vita dei cristiani, pur svolgendosi sulla terra, «svela le leggi straordinarie e veramente paradossali della loro repubblica spirituale»? Quindi quando si dice nel nostro linguaggio che tutti sono candidati all’unità perché tutti sono candidati a vivere Dio, questa parola va presa sul serio. Un parroco, ad esempio, dovrebbe guardare con lo stesso occhio amoroso del padre del figliol prodigo anche gli atei dichiarati, anche i mangiapreti, perché dal momento che Gesù ha assunto la natura umana, tutto ciò che si può dire umano è assunto da Gesù, e Gesù è Figlio di Dio e tutti siamo chiamati a essere figli nel Figlio. Pensiero che dovrebbe metterci dentro un sacro e altissimo rispetto per ogni persona. «Ex opere operato», ma anche «ex opere operantis» Il deus ex machina entra prepotentemente anche là dove si dà eccessiva importanza all’ex opere operato e troppo poca all’ex opere operantis, per cui si costata un gen’s 5-6/2007. 195 — pag. 118 — 116 abisso tra appartenenza anagrafica alla Chiesa e vita cristiana. È vero che col battesimo “cambiamo natura”, direbbe san Girolamo, anche se lo si riceve nell’incoscienza; ma questo presupporrebbe che il tirocinio a vivere cristianamente che un tempo precedeva il battesimo lo si faccia dopo; tirocinio lungo, comunque, perché bisognerebbe arrivare a sostituire effettivamente nei pensieri e nel comportamento i valori del mondo con i valori evangelici, così che la confermazione dovrebbe significare che si è presa coscienza di questa partecipazione alla società dei cristiani che è la Chiesa e se ne diventa costruttori e testimoni. Invece, la cresima è il momento in cui, ricevuto “quello” Spirito Santo, la grande maggioranza dei ragazzi e delle ragazze smette di andare in chiesa. Le relazioni interpersonali tra i coniugi dovrebbero essere tali da costituire effetti vamente una piccola chiesa domestica che sia e risplenda come icona della Trinità perché il parallelismo paolino dei rapporti tra Cristo e Chiesa non è solo una bella immagine ma esprime come si devono vivere i rapporti trinitari tra marito e moglie. Sotto questo punto di vista, quanti sono i matrimoni veramente cristiani? Il “contratto” matrimoniale può essere valido e sacramentale; ma quanto ha di vita cristiana? E la stessa cosa si può dire anche per quelli che scelgono il sacerdozio o la vocazione religiosa. Se, come oggi sempre più succede, si diventa preti già pensando più o meno coscientemente che se poi non ce la faccio mi posso sempre tirare indietro (coscienza generalizzata che non accetta più impegni definitivi) è chiaro che non si è capito il significato della consacrazione, \ anche se ex opere operato l'ordinazione ha | effetto. Certo, la vocazione è una chiamata di Dio sempre misteriosa, ma è anche una decisione personale che si prende, una scelta che uno fa per rispondere all’amore di Dio: scelgo di servire l’umanità, quel pezzo di umanità che mi sarà affidato; perché voglio vivere questo aspetto trinitario che è morire per l’altro. 196 - gen’s 5-6/2007 una pastorale dell'unità Allora si capisce che a un certo momento non c’è più la possibilità di tirarsi indietro, precisamente come nel matrimonio. E così per gli ordini religiosi. Il tu del frate.è la comunità, e lui ha scelto di morire per la comunità, di servire la comunità, di dare la sua vita per la comunità. È una decisione anche sua, oltre che una chiamata di Dio sempre misteriosa; è una scelta che fa, non per rifugiarsi o appoggiarsi o santificarsi da solo, bensì per vivere nella comunità i rapporti trinitari, per fare della comunità una «icona della Trinità», un piccolo Regno di Dio in terra. Allora, malgrado tutto, quand’anche la vita di comunità diventasse difficile, non ci si può ritirare come non lo può una moglie col marito magari paralizzato o un parroco in una parrocchia di atei... Gesù non si è ritirato quando, sposando l’umanità, l’umanità l’ha messo in croce. Prendiamo l’Eucaristia. Il nostro modo di avvicinarci all’Eucaristia e la nostra pastorale eucaristica sono spesso una menzogna esistenziale. Si va a fare la comunione, perché lì c’è Gesù e poi si esce fuori e nel tuo parroco o viceparroco o nel vescovo... 0 per i laici nella moglie o nel marito, nella suocera o nella nuora o nel capufficio non si riconosce che lo stesso Gesù che era nell’Eucaristia è anche in quei prossimi che ci sono accanto. Noi, con la nostra pastorale, non abbiamo forse facilitatò questa contraddizione? Mentre l’Eucaristia è segno di unità, costruttrice di unità nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, troppo spesso la si è disgiunta dai rapporti sociali, e allora ha ragione san Paolo: essa diventa condanna. In conclusione Mi ha fatto piacere qualche tempo fa leggere il resoconto di una tavola rotonda fatta all’Università Lateranense alla quale hanno partecipato, fra gli altri, Ignazio Sanna, decano della facoltà di teologia, e Marcello Bordoni, professore di cristologia. Vale la pena riportare alcune frasi che hanno detto e scritto. — pag. 119 — una pastorale dell'unità Ignazio Sanna scrive: «Come mai questa visione cristiana dell’uomo è rimasta nei libri di antropologia, nelle omelie della messa, nel segreto del confessionale e non è servita a creare modelli culturali di comportamento, a incidere nella costruzione della società, a realizzare gli ideali di solidarietà, gli ideali di reciprocità? Evidentemente qualche cosa non ha funzionato e non funziona ancora nella comunicazione di questa antropologia. Forse invece di creare ponti di amicizia e di simpatia, si sono costruiti dei sistemi, si sono elaborate delle ideologie; ideologie di contrapposizione; ideologie dell’alternativa; si è usato spesso Dio contro l’uomo. E questo è verissimo se a un certo momento un genio, un filosofo come Nietzsche, dice che per salvare l’uomo bisogna distruggere Dio. È perché noi abbiamo creato nella mentalità della gente questo dualismo, quando la gloria di Dio è l’uomo vivented». 117 E Marcello Bordoni scrive: «Bisogna rendersi conto che l’uomo, e quindi la coscienza umana collettiva, è un luogo teologico; l'umanità e la cultura sono un luogo imprescindibile per poter portare avanti un autentico discorso di fede nel contesto della situazione storica in cui uno vive. La Chiesa allora in questo modo potrà preparare il terreno alla evangelizzazione attraverso un linguaggio che sia più comprensibile all'uomo». Io direi attraverso immagini di Dio che siano più vere, più evangeliche, e che abbiano come supporto la testimonianza. A un certo punto Bordoni cita Rahner: «Ha scritto Rahner che l’umanità è la grammatica di una possibile espressione di una comunicazione di Dio nella storia. In ogni frammento di umanità c’è un sigillo di Dio uno e trino. E Dio uno e trino vuol dire relazione, vuol dire dialogo, vuol dire comunione». e _| gen's 5-6/2007 - 197 — pag. 120 — wu118 una pastorale dell'unità Nuovi orizzonti per la teologia e la pastorale Ad un Convegno internazionale di sacerdoti (21-24 aprile 1998) BR III III O OOO In un convegno di sacerdoti a Castel Gandolfo, del 21-24 aprile 1998 dedicato a «I quattro dialoghi della Chiesa», Silvano Cola è intervenuto con una riflessione sui paradigmi di fondo della cultura e dell’agire ecclesiale: si tratta di passare dai diualismi e dalla logica duale al modello trinitario come chiave di lettura e di interpretazione. (da gen & 3-4/1998, pp. 68-73) 198 - gen's 5-6/2007 La crisi della logica duale uesta conversazione non pretende essere un tema compiuto né ha intenzione di dare nuove formule dottrinali per risolvere i problemi che si sono affacciati e si affacciano nella Chiesa attuale; si limita a esporre e a sottolineare n’esigenza che negli ultimi anni si sta facendo strada nel vasto mondo della cultura. Si tratta di cambiare alcune categorie del pensare. È noto a tutti, infatti, come il pensiero occidentale si sia sviluppato sulla base della filosofia greca, in particolare di Aristotele, il quale aveva messo al centro del filosofare l’essere inteso come “sostanza” e il principio di identità o di non-contraddizione (l’essere è; il non-essere non è; l’essere non è il non-essere) e su questo dualismo “essere/nonessere” avevano costruito tutto il sapere e l’interpretazione della realtà. Oggi si dice che nel principio filosofico di identità condotto fuori del suo ambito, che è, appunto, quello della sostanza, si rischia sempre, sul piano morale e sociale, di abolire ogni differenza «subordinando le parti al tutto»', poiché è solo l’amore che rende conto della diversità (o distinzione) salvando l’eguaglianza e rendendo possibile l’unità. In altre parole: che solo l’amore è capace di unificare senza confondere, di unire senza abolire le differenze, e di cogliere il rapporto di ogni cosa con l’unità del tutto. Non voglio certo fare un’analisi, qui, delle dottrine filosofiche. Ma mi pare che, di fatto, tutto l’insegnamento che abbiamo ricevuto, almeno in Occidente, e sul quale si sono poi costruiti la persona e la società e i giudizi di valore, in campo laico come in campo ecclesiastico, sia stato basato su quella logica dualistica che ha generato — oggi ce ne rendiamo conto appieno — conseguenze individuali e sociali nefaste. Forse è più facile accennare ai grossi problemi che ancora oggi travagliano la società, per capire l’insufficienza degli — pag. 121 — una pastorale dell'unità schemi mentali del passato, e come si possa parlare, nella cultura cosiddetta post-moderna, di una «rivolta antidualistica che attraversa il nostro pensiero contemporaneo». Italo Mancini, nel volumetto Tornino i volti, è anch’egli persuaso che occorre oggi un arrovesciamento di cultura e di mentalità, passare dalla conoscenza alla responsabilità, dall’io sono all’eccomi, da un umanesimo ego-logico, ad un umanesimo etero-logico». La logica duale del o io o tu ha praticamente dominato dal tempo di Caino e Abele. Il filosofo E. Lévinas, denunciando la stessa logica si rifà a questo paradigma di ogni tragedia sociale. Nella risposta di Caino a Dio: «Sono forse io il guardiano del mio fratello?» egli vede l’affermazione del principio duale in ontologia: Io sono io, e lui è lui: siamo esseri ontologicamente separati. La risposta di Caino è sincera, dice Lévinas, ma in essa manca semplicemente l’etica, la coscienza della relazionalità e quindi della responsabilità. Mi pare superfluo esemplificare le infinite conseguenze spesso drammatiche che si sono viste nella storia a causa di questo principio ontologico condensabile nel detto: mors tua vita mea ancora oggi vigente a dimensione planetaria, sia tra singoli individui e tra famiglie, sia tra etnie, popoli, aziende industriali e commerciali, multinazionali. Il già citato teologo Italo Mancini, sulla scia di Lévinas, affermava che è giunto il momento di superare la logica occidentale, tutta incentrata prima sull’essere e poi sull’io, concepiti come totalità o come assoluti capaci di fagocitare tutto ciò che è altro. «L’essere ha dominato incontrastato per tutta l’antichità e il medioevo. x Ad esso si è sostituito l’Io dall’epoca moderna fino ai nostri giorni, sempre però sotto il medesimo segno: l’identità unificatrice e totalizzante che esclude il confron- 119 to e la valorizzazione della diversità, intesa come apertura all’altro»*. La scelta oggi: Trinità o pazzia Ma già precedentemente un teologo del calibro di Walter Kasper, parlando della definizione di Dio che scaturiva dalla teologia trinitaria: “Dio è relazione”, scriveva che oggi «assistiamo a una rivoluzione nel modo di intendere l’essere. La realtà ultima e suprema non è quella della sostanza, ma quella della relazione». Se per Aristotele, infatti, la relazione è uno degli accidenti più deboli, bisogna dire che «per il fatto che Dio si presenta come il Dio dell’Alleanza e del dialogo, il Dio per noi e con noi, la relazione non viene dopo la sostanza, ma prima (...); il senso dell’essere allora non è la sostanza in se stessa, ma l’amore che si comunica»!. Nel 1991 il teologo M. Ange Santaner, per un articolo che trattava di “economia a due velocità” prendeva a prestito un titolo da un teologo ortodosso che dice: «La scelta oggi è tra la Trinità e la pazzia», e faceva precedere il discorso economico da riflessioni teologiche tese a combattere la tendenza abituale a proiettare sui problemi della vita la dialettica del “sì o no”. Si dimentica — scrive — che il “sì o no”, pur essendo fratelli gemelli, sono anche fratelli nemici. Appoggiarsi ad essi per spiegare i problemi della vita è votarsi a processi che portano alla morte. E parte dalla Bibbia per considerarla come un itinerario lungo il quale Dio ha esorcizzato l’umanità per liberarla dall’ossessione dualista. Dalla conquista di Canaan fino ai Re il rapporto tra Israele e gli altri popoli è “o essi o noi”. Nessun dialogo. Nella Terra promessa non c’è spazio per due. Quando, durante l’esilio, incontrano in terra straniera donne e uomini che “temono Dio”, cominciano a capire che il loro Dio è anche Dio di tutti i popoli e che, come creature di Dio, sono anch’essi cosa buona. Cominciano a capire che la loro elezione da parte di Dio non è per escludere gli altri bensì per fare d’Israele il servitore del disegno di Dio che gen's 5-6/2007 - 199 — pag. 122 — 120 vuole salvare tutti gli esseri umani. Servitore, ossia guidato dallo Spirito (Is 42, 1; 61, 1) a spogliarsi di tutto, anche della propria vita, perché gli altri vivano (Is 53, 1- 12). Scopo portato a compimento dal Servitore Gesù che guidato dallo Spirito “abbatte il muro di separazione” e i due diventano uno (Ef 2, 14-18). L’uscita dal dualismo — e questa è la novità — non avviene per l'eliminazione dell’altro, e neppure con la perdita comune della propria identità: ognuno è diventato “sì” a ciò che l’altro è (cf 2Cor 1, 18-20). E facile vedere qui la dinamica della vita trinitaria”. Gesù dunque è venuto ad abbattere i muri di separazione, ma lungo la storia l’umanità li ha abilmente ricostruiti. Il teologo Adolfo Russo fa notare che la cristianità, venuta a trovarsi nei primi secoli di fronte a una cultura diversa, e aggressiva nei suoi confronti, per evitare di perdere la propria identità e di venire emarginata dovette in qualche modo monopolizzare nella Chiesa la verità e la salvezza; e poiché nel sistema dualistico se io possiedo la verità è nell’errore chi non la pensa come me, se la verità è nella Chiesa e la salvezza viene dalla Chiesa, è evidente che extra ecclesiam nulla salus. Ancora i manuali cattolici di dogmatica, cinquant’anni fa, enunciata una tesi da dimostrare, la prima parola che contenevano era “avversari”, e si elencavano. Pur non essendo mancate autorevoli eccezioni, si è creata per secoli la gara tra Chiesa e resto del mondo e, più tardi, tra Chiesa cattolica e resto del mondo, con conseguenze sociali e politiche che tutti conosciamo, anche se non sono mancati da parte della Chiesa in certi periodi storici tentativi di encomiabile inculturazione e pacifiche aperture verso tradizioni diverse da quella cristiana. Conviene portare qualche esempio per rilevare che anche le “categorie trinitarie” hanno una tradizione. Un brillante teologo e mistico cistercense del XII secolo, Isacco della Stella, in un sermone denunciava la nascita di un ordine cavalleresco cristiano, che qualcuno diceva scherzosamente ispirato da un 200 - gen’s 5-6/2007 una pastorale dell'unità quinto Vangelo, e lo definiva un monstrum novum che, in forza del principio che solo la verità ha diritto di esistere, «costringeva gli increduli ad abbracciare la fede a colpi di lance e sferze, a spogliare e a trucidare “religiosamente” i non cristiani; che se poi uno di loro perdeva la vita durante la strage che stava commettendo, veniva chiamato martire di Cristo». «Ed è una vera disgrazia — aggiunge — che quasi tutte le cattive azioni vengono profumate di buone intenzioni!». Così come nel secolo XIII il filosofo e mistico Raimondo Lullo, che l’islamista Anawati definisce «uno dei più bei fiori della spiritualità e dello zelo missionario impregnati di spirito francescano in epoca medioevale», nell’opera // libro del gentile e dei tre savi vuole dimostrare due cose: che le tre religioni monoteistiche hanno un unico e comune contradittore, il non-credente, e che ebrei, cristiani e musulmani possono coltivare reciproca stima e amicizia senza che nessuno di essi mutili di una sola virgola l’integrità della propria fede®. Sembra di leggere, nel Vaticano II, il n. 58 della Gaudium et Spes! Purtroppo, per circa 16 secoli nell’Occidente si è concepito l’altro unicamente attraverso categorie peggiorative (l’eretico, l’indemoniato, l’immorale, la strega, l’ebreo, il feroce Saladino), rendendoci difficile oggi cambiare le nostre categorie mentali. Il gesuita francese Michel de Certeau afferma che l’incontro con l’altro non è una minaccia, ma una purificazione, un’assunzione di consapevolezza; che l’altro, insomma, è anche colui che mi permette di capire chi sono. I dualismi della nostra cultura Ma ritorniamo ai vari dualismi che hanno condizionato la nostra formazione culturale. È sufficiente accennarli. Basta pensare, nella Chiesa cattolica, ad esempio, al dualismo natura-grazia, che si traduceva in una teologia “a due piani” e per la quale il — pag. 123 — una pastorale dell'unità soprannaturale appariva come un oggetto (un accidente) puramente sovraggiunto alla natura umana, finché soprattutto con Scheeben (e Rahner e Schmaus) viene considerata una relazione personale, ossia una relazione da persona a persona con lo Spirito Santo, una “autocomunicazione del Dio trinitario” che ci deifica, ritrovando così l’alveo dottrinale soprattutto dei Padri greci. Dello stesso tenore era il dualismo dei trattati teologici De Deo creante et elevante, dato che nel fatto della creazione si astraeva da Gesù Cristo il quale veniva ad operare la redenzione post /apsum, mentre è proprio nel Cristo che la creazione si rivela comunicazione ad extra dell'essere proprio di Dio; è in lui che abbiamo la dimostrazione-rivelazione che l’essere trinitario può essere comunicato e può esistere anche in una natura che non è quella di Dio, e che insomma nel Cristo viene rivelato che la creazione è propriamente l’azione di Dio per comunicare ad extra l’essere trinitario e rendere quindi possibile la creazione dei figli di Dio”. Legato al dualismo natura/grazia è quello scienza/fede e ragione/rivelazione. Il teologo e docente protestante Gérard Siegwalt dichiara che oggi, alla fine del secondo millennio, la scienza e il mondo moderno sono arrivati al punto in cui il problema di riorientare la nostra cultura verso una “teonomia” (vale a dire: “la dimensione del trascendente inscritta nella realtà”) è questione di vita o di morte, perché — scrive — i casi sono due: «o si continua a perseverare nella strada di un ateismo metodologico e ontologico, con la conseguenza che la scienza continuerà a distruggere l’essere umano e l’ambiente in cui vive, oppure liberarci del pernicioso dualismo che ha messo una contro l’altra la scienza e la fede, la ragione e la rivelazione, per ricostruire la società e la scienza stessa su nuove fondamenta e su una nuova “teonomia”». In altre parole: riuscire a sapere come possiamo pensare e esprimere il mistero della trascendenza inscritta nella nostra immanenza'°. Allora, conclude, la teologia non sarà più la regina delle scienze, ma la loro serva. Il che è 121 anche giusto, mi pare, visto che si parla di realtà incarnate. Un altro dualismo che ci tocca da vicino è sacerdozio-battesimale/sacerdozioministeriale. Collegati ad esso sono i dualismi, così presenti nella teologia cattolica, ex opere operantis/ex opere operato, e laicato/sacerdozio. Ora, che nella storia, tra i due termini si siano verificate alternanze di importanza, è noto a tutti. Basta che in un periodo storico si enfatizzi una parte che l’altra tenda a perdere di prestigio e di significato (come è avvenuto dopo la Riforma, quando per contrastare Lutero si è esaltato il sacerdozio ordinato senza mettere sufficientemente in luce quello battesimale). Ora, che il sacramento dell’Ordine sia importante per i poteri spirituali che conferisce, da una prospettiva cattolica non si può dubitare; ma se questi poteri non vengono esercitati come servizio d’amore nel senso “mariano” della parola (sacerdozio battesimale), il sacerdozio ordinato si autocondanna in quanto diventa autoritarismo e viene escluso dal Regno; come pure, se non si vive la carità essendo disposti a dare la vita per gli altri, il sacrificio della messa celebrato dai ministri serve agli altri, ma diventa la loro condanna. Senza i laici il sacerdozio ministeriale non avrebbe alcun significato perché è costituito pro hominibus; ma senza il sacerdozio ordinato ai laici verrebbe a mancare una chiara regola della fede data dalla successione apostolica. Perfino Tommaso d’Aquino aveva intravisto che tra comunità e ministero doveva stabilirsi un principio di reciprocità o di interazione!'. Oggi, dopo il Vaticano II, si va sviluppando il concetto di Chiesa costituita da due principi o profili, quello petrino e quello mariano, coestensivi e coessenziali, aventi un significato unicamente se visti e vissuti in reciproca relazione. Quante tragedie abbia causato l’interpretazione duale di uomo/donna si può capire dall’acrimonia con cui è scoppiato il movimento femminista in quest’ultimo secolo. Una volta definiti, secondo le categorie duali, l’uomo = attivo e la donna = gen's 5-6/2007 - 201 — pag. 124 — 122 passiva; l’uomo = valore e la donna = maschio mancato; l’uomo = pensiero e la donna = sentimento (dando naturalmente prestigio ai concetti attività, forza fisica, pensiero e valore negativo agli opposti) ogni sorta di sopraffazione sulla donna è stata possibile. Ha scritto lo Pseudo-Agoino (che è forse Alchero di Chiaravalle): «La ragione si distingue in ragione superiore e ragione inferiore. Quella superiore è la sapienza, quella inferiore la prudenza. È come la distinzione tra uomo e donna: l’uomo sta sopra e governa, la donna sta sotto ed è governata»'°. E con candore, ma totalmente al di fuori del contesto, si cita a conferma il Siracide (42, 14) che dice: «Meglio la cattiveria dell’uomo che la generosità di una donna», contribuendo a perpetuare così lo stereotipo dell’inferiorità femminile!. La stessa cosa, con giustificazioni diverse, si è verificata per padrone-servo, che ha protratto per secoli, e ancora non è scomparsa del tutto, la schiavitù. E ciò, malgrado si sapesse che nella Rivelazione non esiste discriminazione di persone quanto a valore. Quanti di noi abbiamo sperimentato nella vita, che la legge rende o schiavi-o ipocriti, e malgrado ciò abbiamo pensato che essa salva, e che la grazia ci viene come premio dell’osservanza, credendo così in un Dio non Amore ma agente del fisco, attaccati a un legalismo che è assenza di rapporto personale con un Dio che invece si è incarnato per divinizzarci e farci entrare, con sé, nella comunione della Trinità. . Parliamo di buoni e di cattivi, di vicini e di lontani, di praticanti e di non-praticanti, caricando il primo termine di positività e il secondo di negatività, dimenticando che ogni essere umano è creatura di Dio perché viene da lui, è potenzialmente in Cristo perché è stato da lui assunto, è oggetto dell’attenzione di Dio perché lui vuole che tutti arrivino alla pienezza della vita. Non vado avanti negli esempi di queste trappole duali che almeno inconsciamente 202- gen's 5-6/2007 una pastorale dell’unità determinano tuttora i nostri giudizi e le nostre azioni. La psicologia moderna dice che purtroppo l'Occidente vive secondo il numero due. Scrive Pierre Daco: «Per esso una cosa è vera o falsa; o è bianco o è nero o è bello o è brutto. L’Occidente respira queste concezioni come l’aria. Non potrebbe farne a meno. Bisogna che i buoni siano da una parte, i cattivi dall’altra. Ciò rassicura. Si può a stento immaginare che si possa aver ragione e torto nello stesso tempo, essere buono e cattivo nello stesso tempo... L'uomo occidentale vuole soprattutto che la “sua” verità corrisponda all’errore dell’altro. È la sua sicurezza, il suo rifugio, il suo medicamento, la sua droga...». E uno spunto verso la soluzione lo vede nelle teorie della fisica ove «ogni particella non esiste che per interazione (in rapporto dinamico) con le altre, e senza interazione essa non ha alcun senso». Termina dicendo che «la scomparsa dei codici binari significherebbe la morte delle tecnocrazie e l’ascesa della immaginazione e della spiritualità»'‘. La vita trinitaria modello di ogni rapporto umano Sorvolo sul fatto che la vera rivoluzione nelle categorie. del pensiero l’aveva già portata Gesù che avendo nel suo essere un DNA trinitario non poteva usare nel parlare e nell’agire che categorie trinitarie. Sorvolo sul fatto che il più alto contributo al pensiero e alla vita umana l’hanno dato, ne sono convinto, i Padri e teologi dei primi tre secoli, che sono arrivati a formulare, pur tra lotte accanite e a spese a volte della propria vita, la legge di ogni esistente, desumendola dal modello originario: «Dio è tre Persone uguali e distinte che sono Uno per le rispettive relazioni d'amore». Malgrado ciò, purtroppo, l’inerzia anche intellettuale ha permesso che si continuasse per secoli a ragionare all’antica, secondo il sistema duale, e a comportarsi di conseguenza, scatenando lotte e inimicizie e massacri e divisioni e scismi, tutto in nome della “propria” verità; anche se è — pag. 125 — una pastorale dell'unità vero che una parte della Chiesa, l’aspetto di essa più carismatico, non si è lasciata incarcerare da quel sistema, ma ha vissuto la liberazione portata dal Vangelo guardando non a sé ma agli altri, vivendo cioè l’amore disinteressato. Ed è stata questa connaturalità con Dio che ha permesso di capire qualcosa della vita trinitaria. Ne è un esempio Baldovino di Ford, arcivescovo di Canterbury (+1190), che vedeva nella vita trinitaria il modello di ogni rapporto umano, affermando che «l’unità della vita sociale è figura e prende significato da quella superna Società dove, grazie alla comunione d’amore, tutto ciò che è peculiare delle singole Persone è comune a tutte»! Porto un esempio. Lo stesso autore già citato, Isacco della Stella, teologo della scuola — per così dire — di san Bernardo, nel Sermo 9 dove tratta dello sposalizio del Verbo con l’umanità avvenuto con l’Incarnazione, dice che il peccato, 1’ Avversario, aveva separato l’essere umano da Dio mettendosi lui di mezzo, così come si era posto tra la donna e l’uomo rendendoli incomunicabili; ma che l'Amore di Dio aveva trovato chi poteva risanare la situazione: è stato il Mediatore il quale, cacciando l’ Avversario e mettendosi lui al suo posto, ha portato come dote all’umanità il tutto di Dio e ha assunto nello stesso tempo il tutto nostro, così che è venuto ad avere due nature (divina e umana) in una sola persona: l’uomo-Dio. Egli spiega: «L'uomo, diviso nella sua dualità, era senza Dio. Dio, nella sua Trinità, era senza umanità. Poiché nell’uomo non c'era che dualità (corpo e anima), non c’era chi potesse pacificarli. Poiché in Dio c’era la sola Trinità, non c’era chi potesse turbarne la pace. Nella Trinità, per un quarto non c’è posto, poiché la pace verrebbe meno. L’uomo, nella sua dualità, non trovava un terzo per sedare la guerra. Dalla Trinità nessuno viene messo fuori, per evitare che tra due soli scoppi la guerra. Nella dualità dell’uomo, se non arriva un terzo, il duello non può aver fine. 123 Come vedete, c’era bisogno di una soluzione geniale, che non facesse perdere in Cielo la gloria della pace e, contemporaneamente, la povera Terra potesse trovare una buona volta la pace. Dei Tre viene dunque mandato (missus), ma non licenziato (dimissus) il Terzo della Trinità, il Figlio. Grazie a Lui, Dio è venuto nell’uomo per trasformarlo nella indispensabile (necessaria) Trinità, e l’uomo è emigrato in Dio senza tuttavia trasformarlo in una superflua quaternità»'‘ . Il senso del brano è evidentemente molto più ampio del tema trattato: possiede una valenza ontologica universale. La separazione dell’umanità da Dio portata dall’Avversario viene vista analoga alla separazione avvenuta tra uomo e donna. I due termini restano inconciliabili. E anzi in lotta, poiché affermare l’uno è negare l’altro, e viceversa. Se si afferma Dio scompare l’essere umano; se si afferma questi scompare Dio. Ma che i due paragoni siano caratteristici ed emblematici è evidente dalle prime pagine della Genesi: senza un “terzo”, il duale non ha pace. Perché ambedue i termini “siano” hanno necessità di riconoscersi a vicenda e di affermarsi l’un l’altro. L’io non esiste se non ha un tu (altro, diverso) cui confrontarsi e da cui venir riconosciuto. Psicologicamente, maschio ha significato solo se e in quanto è riferito a femmina, e viceversa. Teologicamente, se la struttura dialogica dell’evento umano nella sua essenziale “immagine e somiglianza” di Dio — per dirla col teologo Marcello Bordoni — esprime, insieme, la vicinanza e l’alterità dell’essere umano di fronte a Lui, esprime anche sia l’identità che la relazionalità con l’essere che gli è simile; per cui l’«uomo non può realizzarsi come immagine di Dio se non nella dimensione interpersonale di comunione che lo fa vivere “con l’altro” e “per l’altro”»!. E la relazione che dà identità, senso e vita. Nella Trinità lo Spirito Santo è la Relazione (senza l’Amore non ci sarebbe né 1’ Amante né l’ Amato). | gen's 5-6/2007 - 203 — pag. 126 — 124 1) «L’Uno è il tutto, recita l’assioma neoplatonico immigrato nel cristianesimo. L’Uno, non pensato come somma articolata della molteplicità, gerarchizza l’uguaglianza degli esseri umani, che invece sono tra loro fratelli e sorelle, gerarchizza il loro genere (maschile/femminile) polare e la loro diversità culturale (...). Complementare al concetto neoplatonico di unità, grava sul cristianesimo un’idea di identità, risalente ad Aristotele, che esclude il ‘terzo’». P. Suess, L’ambivalenza delle concezioni bibliche della redenzione, in “Concilium” 1/1998, p. 77. 2) L. Alici, Cultura postmoderna e visione cristiana dell’uomo, in AA.VV., Cattolici în Italia tra fede e cultura, Milano 1997, p. 147. 3) Citato da B. Salvarani, in “Settimana”, 7/1998. 4. Aspetti positivi della postmodernità, in “Settimana” 39/1997. 5) Il Dio di Gesù Cristo, Brescia 1976, pp. 214-215. 6) Cf Le choix entre la Trinité et la folie, in “Esprit et Vie”, 27-6-1991. 7) Isacco della Stella, Sermo 48, 8. 8) G. C. Anawati, Islam e Cristianesimo. L’incontro 204 - gen's 5-6/2007 una pastorale dell’unità tra due culture nell’Occidente medievale, Milano 1995, p.58 ss. ' 9) G. Colombo, La teologia della creazione nel XX secolo, in Bilancio della teologia del XX secolo, III, Città Nuova, Roma 1972. 10) J. P. Gabus, La “dogmatique” de Gérard Siegwalt. Pour un dialogue avec les sciences et la philosophie, in “Nouvelle Revue Théologique” 4/1997. 11) Cf Summa Theol., 2-2, q.33, a.4 ad 2. 12) De spiritu et anima, PL 40, col 787. 13) «Il dualismo morale agisce in modo accattivante con la pronta demonizzazione dell’’altro”, oggettivato, esotizzato ed erotizzato». (Catherine Keller, L'attrazione dell’apocalisse, in ‘“Concilium” 1/1998). 14) La nuova psicologia, cf tutto il cap. L'uno, il due e poi la guerra, Rizzoli 1996, pp. 153-166. 15) Isacco della Stella, Sermo 14 16) Id., Sermo 9, 15. 17) L’antropologia cristiana e il suo fondamento nell’evento cristologico, in AA. VV. Cattolici in Italia tra fede e cultura, cit., p. 176. — pag. 127 — TESTIMONIANZE : Riflessi di una vita ; spesa per l'UNitaà: — pag. 128 — 126 Insieme per i sacerdoti di Pasquale Foresi d. silvano e i focolari ITTICA I CITI CITI Pasquale Foresi, primo focolarino sacerdote, ha aiutato Chiara Lubich in molteplici campi nella concretizzazione, attraverso opere, delle linee di luce che sono nate dal carisma dell’unità. Lungo 50 anni ha avuto numerose occasioni per collaborare con d. Silvano, specialmente quando nacque, in seno al Movimento dei focolari, il Movimento sacerdotale. 206 - gen's 5-6/2007 MI sono trovato ad avere rapporti più stretti con d. Silvano alla fine degli anni ?50. In quel momento il Movimento dei focolari era ancora sotto studio da parte dell’autorità ecclesiastica. In particolare l’episcopato italiano aveva molte riserve. Pensando che era imminente uno scioglimento del Movimento, la Segreteria della Conferenza episcopale aveva diramato una nota ai vescovi raccomandando che i loro sacerdoti non mantenessero contatti con il Movimento dei focolari. Convinto che si trattasse di una prova di Dio, cercavo una strada per tenere in qualche modo uniti i numerosi sacerdoti diocesani che facevano ormai parte del Movimento. Bisognava obbedire, ma nulla impediva che l’uno o l’altro sacerdote venisse da me per consultarmi come padre spirituale. Avremmo così avuto l’occasione di mantenere l’unità, in attesa del momento in cui tutto si sarebbe chiarito e i sacerdoti avrebbero avuto nuovamente la possibilità di partecipare alla vita del Movimen- to. Nacque così con d. Silvano un contatto speciale che divenne determinante per la futura nascita del Movimento sacerdotale, in seno al più vasto Movimento dei focolari. Ma ci fu per noi ancora un altro motivo di contatto. Studiando all’Università Gregoriana, avevo fatto degli studi su san Girolamo e mi ero reso conto di quanto fossero importanti e belle le lettere di questo Padre della Chiesa. Mi sembrava desiderabile che fossero accessibili per un più vasto pubblico. Chiesi perciò a d. Silvano: «Perché non prepari una traduzione italiana delle lettere di san Girolamo?». Mi disse subito di sì e si mise al lavoro con grande arte, tanto da diventare un vero specialista in questo campo. Fu così che l’Editrice Città Nuova poté pubblicare in quattro volumi l’intero epistolario di san Girolamo. Allo stesso tempo questo lavoro ci diede l’occasione per mantenerci uniti anche spiritualmente. A un certo punto, d. Silvano col consenso del suo vescovo — pag. 129 — d. silvano e i focolari si era trasferito a Roma e per alcuni mesi abitò con me in focolare. Mi fece sempre un'ottima impressione, anzi mi confessavo pure con lui. Dopo un certo tempo però, per varie circostanze, si vide bene che avesse un’abitazione distinta. Fu così che divenne il punto di riferimento per tutta l’attività dei sacerdoti diocesani nell’ambito del Movimento. Ma l’apporto di d. Silvano va oltre. Egli aveva una spiccata sensibilità per le scienze umane e in particolare conosceva bene la psicologia. Grazie a questa sua competenza, ha dato un impulso notevole quando alcuni anni fa, nell’ambito del nostro dialogo con la cultura, abbiamo cominciato 127 ad enucleare le implicazioni del carisma dell’unità per il campo della psicologia. Ricordo un prodromo che risale ancora agli anni ‘60, indicativo dell’influsso spirituale e sanante che d. Silvano ha avuto su tante persone. Eravamo venuti in rapporto con un giornalista famoso il cui figlio si drogava. Vedendo quanto era disperato, gli abbiamo proposto di mettere suo figlio in contatto con d. Silvano. Questi, con alcuni colloqui, riuscì a liberarlo completamente dalla droga. Un anno dopo quel giornalista ci scrisse: «Ho ritrovato mio figlio grazie a d. Silvano». | gen’s 5-6/2007 - 207 — pag. 130 — 128 d. silvano e i focolari Schiettezza, semplicità, comunione di Oreste Basso III OOO SOON SS O OSSO Oreste Basso è uno dei primi focolarini e dal 1981 è anche sacerdote. Vicino a Chiara Lubich in tante tappe della fondazione e dello sviluppo dell’Opera di Maria, è il co-presidente del Movimento dei focolari dal 1996. In contatto con d. Silvano sin dagli anni ‘50, era legato a lui da un profondo rapporto di amicizia oltre che di stretta collaborazione. 208 - gen's 5-6/2007 H° conosciuto d. Silvano nel 1955 a Vigo di Fassa durante una delle prime Mariapoli estive nelle Dolomiti e l’ho poi potuto conoscere più profondamente nel 1963 ad Ala di Stura sopra Torino. Da allora ho seguito con molto interesse e con vero affetto la nascita e la crescita della diramazione dei sacerdoti diocesani che aderivano alla nostra spiritualità. Li ho sempre ammirati: erano persone schiette, pure, che vivevano con semplicità cose che per altri erano difficili. E d. Silvano era in testa a questa schiera. Si vedeva in lui e in coloro, che sempre più numerosi lo seguivano, la stupenda vocazione di non essere attaccati a niente, né alle cose materiali né ad altre cose appariscenti. Povero e quindi ricco di Dio La vita di d. Silvano sin dai primi tempi era di assoluta povertà evangelica. A Roma, a metà degli anni 60, è vissuto solo, senza che nessuno lo aiutasse; era come la punta di un diamante e non faceva pesare su nessuno la sua situazione. La viveva con semplicità. Trovava sempre il modo di donarsi e donare. Stupiva la disponibilità nell’intraprendere delle azioni, nel cercare aiuti per sovvenire ai bisogni altrui. La sua era una povertà che diventava ricchezza donata. Quando non poteva personalmente, si ingegnava per cercare aiuti da altre parti. E questo non solo nel mettere a disposizione il proprio denaro, ma giocando tutto se stesso. Uno dei suoi tratti caratteristici era la generosità nel vivere per gli altri, nel dare agli altri, usando per sé lo stretto necessario. Questo suo atteggiamento era ed è una caratteristica di tutti i sacerdoti che hanno vissuto con lui lo spirito del Movimento. D. Silvano era la punta avanzata e gli altri lo seguivano. Riguardo alla comunione dei beni, per esempio, molti di loro la praticano in modo totale, vivendo con radicalità evangelica la povertà personale, senza toc- — pag. 131 — d. silvano e i focolari care i beni della Chiesa che essi amministrano. E lo fanno fino ad oggi con una discrezione ammirevole. Per me è stata una delle cose più belle, una delle realtà più vere e forti che ho visto nei sacerdoti diocesani che vivono la nostra spiritualità Il loro essere poveri per il Regno di Dio vuol dire essere ricchi di Dio che non vuol far mancare nulla ai suoi figli. Non è una cosa semplice e banale, è indice della vera autentica ricchezza. Indicava la strada, ma non imponeva In d. Silvano questa disponibilità si manifestava in tutti i campi, perché egli metteva le sue doti umane — e ne aveva tante — a servizio degli altri. Aveva una grande capacità di mettere in comunione anche i beni intellettuali, facendosi capire da tutti e aiutando tutti a mettere in comune pure loro queste doti. Negli argomenti teologici era ben preparato, ma sapeva capire l’altro e portarlo al punto giusto senza costrizioni. Era capace di donare l’essenziale. Ho una immensa riconoscenza per d. Silvano, perché è stata una persona veramente amabile giacché amava. Era di una delicatezza bellissima, di una grande capacità espressiva ma non aggressiva, così penetrante che entrava nell’anima e coglieva i tratti intimi senza dire tante parole. Si metteva a tu per tu con quella persona e faceva venir fuori da lei le cose più belle. Poneva le persone a loro agio in modo squisito anche quando trattava argomenti e situazioni difficili. Poi non pretendeva mai niente. Indicava la strada, ma non imponeva che tu la seguissi, mostrava la via e ti lasciava libero. Non si metteva dietro a spingere, ma trascinava con l’esempio, con l’amore. L’ho visto agire con i sacerdoti: non faceva pesare l’autorità, amava essere un fratello. Questo era alla base della sua vita. Era sempre costruttivo e non andava sul duro. Aveva ereditato dalla natura sì un carattere duro, ma l’aveva reso dolce 129 vivendo l’Ideale dell’unità. La severità naturale si era trasformata in fedeltà al Vangelo. Aveva una grande facilità di creare la gaiezza dell’incontro tra più persone col suo modo di vivere nella gioia. Anche nei momenti di svago era bellissimo il rapporto con lui, gioioso, spontaneo, in Dio, condivisibile. Questo rapporto schietto e sereno lo aveva con tutti, anche col barista o col padrone del ristorante quando a volte andavamo a cena. Creava rapporti belli e immediati. ! Così la sua vita privata è rimasta sempre un capolavoro di povertà, onestà, sobrietà di costumi, serenità e gioia. Una simile vita si può spiegare solo se vissuta in Dio. A mio avviso egli rappresenta un tipo di santità che va ripresa nella Chiesa. Una santità non eclatante, non discostante, ma amabile; che non fa paura, ma avvince e si fa amare. Il suo capolavoro Per me un punto particolarmente luminoso è stata la Giornata dei settemila sacerdoti e religiosi nell’Aula Paolo VI il 30 aprile 1982. Quell’evento fu il suo capolavoro: essere arrivato a quel punto significava aver costruito passo per passo un rapporto con quei sacerdoti, averli raggiunti e averli vivificati. Ed è stata una grande testimonianza nella Chiesa: settemila concelebranti col Papa, tutti uniti! L'Osservatore Romano parlò della “più grande concelebrazione dall’istituzione dell'Eucaristia”. Fu un frutto dell’azione dello Spirito in d. Silvano e nei suoi collaboratori. Don Silvano e Chiara Lubich Il rapporto di unità tra Chiara e d. Silvano era bellissimo. Lei aveva una stima grandissima di lui e come focolarino e come sacerdote: come focolarino, perché viveva la spiritualità del Movimento in maniera esemplare; come sacerdote perché faceva vedere cosa è il sacerdote che vive gen's 5-6/2007 - 209 — pag. 132 — 130 la spiritualità dell’unità. È stato un grande aiuto, una mano destra per Chiara. Egli sapeva bene cosa è l’Ideale dell’unità e cosa è la Chiesa e sapeva tessere il rapporto tra queste due realtà senza snaturarle, anzi le rendeva ancor più luminose. Egli non aderiva al Movimento perché era una cosa bella e basta, ma si rendeva conto che l’Ideale dell’unità — il Testamento di Gesù — era fondamentale per la vita dei sacerdoti e delle parrocchie, era un punto di forza che veniva dal carisma dato a Chiara. Di fronte a tante difficoltà nei riguardi dell’appartenenza dei sacerdoti diocesani al nostro Movimento ha mostrato che essi possono essere pienamente inseriti nell’Opera di Maria pur restando pienamente diocesani. Vivendo integralmente la spiritualità, i sacerdoti hanno testimoniato concretamente, con intelligenza e giudizio, che il loro legame col Movimento li rende- 210 - gen’s 5-6/2007 d. silvano e i focolari va ancor più disponibili nei confronti dei loro vescovi. Bisognerà sempre di nuovo prendere in mano i discorsi con i quali Silvano ha “costruito” i sacerdoti. In essi egli trasmetteva il pensiero di Chiara, non ripetendo le parole di lei, ma con parole sue testimoniate con la propria vita. La sua grandezza era, appunto, che egli stesso era presenza viva di come deve essere un prete diocesano oggi secondo il carisma dell’unità e secondo il pensiero della Chiesa. La stella polare, il punto di riferimento di tutti i suoi discorsi ai sacerdoti era quello che Chiara Lubich ha chiamato il sacerdozio “mariano”, con tutti i crismi del sacerdozio ministeriale: un sacerdozio puro, forte, integro e non annacquato da compromessi. I sacerdoti che vogliono condividere la vita e la spiritualità del Movimento dei focolari dovranno sempre rispecchiarsi in quelle pagine. | — pag. 133 — d. silvano e i focolari Un uomo realizzato di Valeria Ronchetti 131 UL LL LALILLILLL LALA LL LL LL LLLLLLLLLCCCEC0C AP" 0 dE FAC s 00000000000 As 0000000000000 GEN'S: Se dovessi tracciare un profilo di d. Silvano, come lo caratterizzeresti? Quando Chiara Lubich ha presentato ad Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, d. Silvano come incaricato, per il Movimento dei focolari, del dialogo fra i Movimenti cattolici, ha usato queste parole: «D. Silvano è un uomo realizzato». Era un tutt'uno con quanto la luce del carisma dell’unità gli faceva capire. Attuava subito la verità — ed era sempre nella luce. Il suo sorriso lo testimoniava. Era un uomo libero! Il vero Gesù Sacerdote. GENS: E d. Silvano come sacerdote? La Redenzione è già avvenuta e lui la apriva a tutti. Vedeva in ogni prossimo la scintilla d’infinito e con certezza di cielo si impegnava a far sbocciare il “meglio” in ognuno! Sempre “libero” e “solo”, intero per tutti! GEN'’S: Come hai visto agire d. Silvano nel campo dialogo fra i Movimenti ecelesiali? Ha fatto propria la promessa fatta da Chiara Lubich a Giovanni Paolo Il il 30 maggio 1998 in piazza San Pietro, al primo incontro fra Movimenti organizzato dal Papa stesso: «Grazie, Santo Padre, di tutte le conferme che ci ha dato nel tempo. E, per concludere, una promessa. Sappiamo che la Chiesa desidera la comunione piena fra i Movimenti, la loro unità che, del resto, è già iniziata. Ma noi vogliamo assicurarle, Santità, che essendo il nostro specifico carisma l’unità, ci impegneremo con tutte le nostre forze a contribuire a realizzarla pienamente». Sapeva che toccava a lui, incaricato con me per il dialogo fra i Movimenti cattolici, amare sempre per primo. Così ha fatto. Attingendo dalla “dinamica trinitaria” per imparare l’unità nella diverstà, ha intrecciato fra i carismi una rete luminosa di amore reciproco con un lavoro fedele, Valeria Ronchetti è una delle prime focolarine che hanno condiviso con Chiara Lubich l’avventura della nascita e del progressivo sviluppo che ha portato il Movimento dei focolari ad impegnarsi nel dialogo a tutto campo. Dal 1998, assieme a d. Silvano, in seno al Movimento è stata incaricata del Centro per il Dialogo fra i Movimenti all’interno della Chiesa cattolica e come tale ha avuto numerosi contatti con gli altri Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. Pubblichiamo la sua testimonianza sotto forma di intervista. gen's 5-6/2007 - 211 — pag. 134 — mi:32 intenso, attuato con amore fino all’ultimo giorno della sua vita. Proprio la vigilia della sua morte ha consegnato l’ultima relazione del lavoro fatto. Sapeva non attendere mai, ma partiva sempre con un disinteressato amore che coglieva il meglio di ogni Movimento e trovava il modo di aiutare molti nel loro cammino specifico. d. silvano e i focolari GENS: D. Silvano e Chiara. È stato chiamato da Dio a vivere il carisma dell’unità, illuminando l’uomo nuovo che lui ha saputo donare come modello di Gesù sacerdote. E molti nel clero l’hanno seguito a beneficio dell’unità effettiva e affettiva nella Chiesa e nel mondo. | Il capolavoro di d. Silvano di Andrea Balbo ofm Ù 090 LL CLI TLC LALA CALL LLALLLLL CALO LA LLANO LLC L CODA FACCAS ANAL ALLLLLALIII L00000 P. Andrea Balbo ofm, chiamato anche p. Novo, è stato tra i primi religiosi a far propria la spiritualità dell’unità, ravvisando in essa uno strumento provvidenziale per il rinnovamento della vita religiosa, in fedeltà al carisma dei diversi fondatori. Come religioso, in seno al Movimento dei focolari sin dagli anni ’50 fu in stretti rapporti con d. Silvano e assistette da testimone privilegiato allo sviluppo delle branche sacerdotali dell’Opera di Maria. 212 - gen's 5-6/2007 H° conosciuto d. Silvano nella Mariapoli di Fiera di Primiero nel 1956 e da allora sono stato in rapporto con lui perché egli desiderava far parte del gruppo di sacerdoti diocesani e religiosi che vivevano la spiritualità dell’unità. Silvano allora lavorava a Torino in una specie di città per ragazzi abbandonati, un ambiente molto difficile. Era un tipo energico, deciso, di volontà. Si era dato a questo lavoro con molto impegno e voleva raggiungere lo scopo. Con questi ragazzi lavorava anche il dott. Egidio Santanchè, medico focolarino, che aveva richiesto d. Silvano come assistente spirituale. Quando sono andato a Torino ho avuto la possibilità di rendermi conto dell’ambiente in cui i due operavano. Silva- no, appena conosciuto l’Ideale dell’unità, ne aveva subito colto la portata anche per questo lavoro. Se prima per ottenere risultati si era affidato alle sue conoscenze di psicologia e al suo agire fatto di fermezza e decisione, pian piano è diventato più dolce e comprensivo e ha cercato di muoversi in unità col medico focolarino secondo lo spirito dell'Opera di Maria. E con questo stile basato sull’amore i due raccoglievano frutti antecedentemente impensabili. Comunione fra sacerdoti e religiosi Intanto venivano in luce i primi sacerdoti che volevano vivere la spiritualità dell’unità, come Enrico Coccolo e Adolfo Raggio — per nominarne solo due. Ogni tanto questi, assie- — pag. 135 — d. silvano e i focolari me anche a vari religiosi, si riunivano con il Movimento per alimentare questa vita di comunione. Silvano partecipava con grande impegno ed era molto deciso in questa nuova via, direi drastico, tanto da essere una vera colonna nel nostro gruppo. Allora le risorse economiche, come si sa, erano molto povere. Si viveva di provvidenza e noi religiosi non avevamo niente per aiutare il nascente Movimento. Rimasi colpito al vedere come Silvano ricevesse uno stipendio mensile di 22.000 lire e me ne consegnasse puntualmente 20.000. Ogni volta io mi chiedevo come facesse a vivere con sole 2.000 lire! Il Movimento dei focolari sotto studio In quei tempi per i vescovi non era chiaro come mai dei sacerdoti partecipassero a un Movimento laico e per di più con a capo una donna. Erano momenti difficili perché la nostra posizione usciva dagli schemi tradizionali. Un giorno si riunì la Commissione centrale della Conferenza episcopale italiana per chiarire la posizione dei sacerdoti e religiosi col Movimento dei focolari. In quella riunione il card. Montini, allora arcivescovo di Milano, lesse a tutti una lettera di Igino Giordani per testimoniare come lo spirito dell'Opera di Maria promuovesse tanto bene, coinvolgendo anche i laici in una vita più impegnata nella Chiesa. Questa lettera fece un grande effetto sui presenti tanto che nessuno di loro sostenne ancora di portare avanti il discorso sui focolarini. Così la riunione si sciolse senza prendere decisioni al riguardo. In seguito, però, il segretario della Conferenza episcopale italiana diramò una comunicazione che' raccomandava ai vescovi di tenere i loro sacerdoti lontani dai focolarini, perché il Movimento era ancora sotto studio. 133 Per noi religiosi la situazione era un po’ diversa, perché i nostri generali — dei Gesuiti, dei Minori, dei Conventuali — e la Congregazione dei religiosi in Vaticano si mostravano più aperti e favorevoli. Il P. Arcadio Larraona, clarettiano, allora - segretario della Congregazione, aveva detto al nostro gruppetto di andare avanti con serenità: i sacerdoti diocesani — spiegò — obbediscano ai loro vescovi e voi obbedite ai vostri superiori e alla Congregazione dei religiosi. Nasce nel Movimento il ramo dei sacerdoti diocesani Di fronte a queste vicende i sacerdoti e i religiosi furono profondamente provati e selezionati. Così quelli che erano più fortemente toccati dalla luce del carisma dell’unità, avevano la profonda convinzione personale di trovarsi di fronte ad un’opera di Dio. Silvano fu uno di questi, credo il primo. Fu in quegli anni, verso il 1964, che egli fu invitato a Roma per una serie di trasmissioni alla Radio Vaticana sui Padri della Chiesa. Iniziò allora la traduzione e poi la pubblicazione delle Lettere di san Girolamo che ebbero un gran successo. Trasferitosi a Roma d. Silvano diede vita da solo a quello che sarebbe poi diventato il primo focolare sacerdotale, dove convenivano regolarmente i sacerdoti diocesani più impegnati a vivere la spiritualità dell’unità. Si profilava così, in seno al Movimento dei focolari, la distinzione tra i religiosi e i sacerdoti diocesani. Naturalmente io avvertii il colpo. Dopo essere cresciuti per anni insieme, mi chiedevo: e adesso come ci muoviamo? Fu un distacco per me duro e inatteso. La caratteristica fondamentale di d. Silvano è stata la fedeltà allo spirito del carisma, sempre unito alla fonte. In questa situazione egli è stato una persona veramente capace e tanto determinata. A volte mi sembrava che fosse duro nel mostrare gen's 5-6/2007 - 213 — pag. 136 — 134 la necessità della distinzione tra religiosi e sacerdoti diocesani, ma in realtà era alla ricerca per scoprire il disegno di Dio. Doveva portare avanti la sua parte in maniera seria, perché fintanto che si restava tutti insieme, si rischiava di rimanere nell’indeterminazione e forse anche di creare confusione, perché i sacerdoti diocesani e i religiosi hanno nella Chiesa una posizione giuridica diversa. Oggi, guardando come Dio ha condotto le cose, posso riassumere in poche parole quello che Silvano è stato accanto a Chiara durante tutti questi anni, in cui nell’Opera di Maria si è andata stagliando la branca dei sacerdoti diocesani, che poi si è distinta in sacerdoti focolarini, volontari e 214 - gen's 5-6/2007 d. silvano e i focolari gens per i seminaristi, e attorno il più vasto Movimento sacerdotale. In piena unità con Chiara e d. Foresi, egli ha dato vita a quello che è, secondo me, il suo capolavoro: ha saputo formare all’Ideale dell’unità una schiera enorme di sacerdoti diocesani inserendoli nell’Opera di Maria senza però staccarli dalle loro diocesi, anzi rendendoli ancor più autentici preti diocesani: legati all’Opera e tra di loro, fonte di unità tra gli altri preti nelle diocesi. Conducendoli ad essere membri dell’Opera di Maria, li ha resi più “Chiesa” con frutti che continuano a moltiplicarsi e a riversarsi sulla Chiesa e sul Movimento. | — pag. 137 — d. silvano e i focolari Occhi nuovi di Piero Coda 135 0000000000009 20009000022 A LL FLUOLODA NAGAI DALLA AAA LLOATCLLONGC0C000C00000 00000 Piero Coda, docente di teologia dogmatica alla Pontificia Università Lateranense e prelato segretario della Pontificia Accademia teologica oltre che presidente dell’Associazione teologica italiana, conosceva d. Silvano da una lunga frequentazione personale che risale ancora al tempo della sua formazione al sacerdozio, trascorsa a Grottaferrata. iò che d. Silvano trasmet- teva con estrema naturalezza e avvincente confidenza erano occhi nuovi per guardare e leggere la realtà. Si tratta di quello sguardo che è tipico di Gesù, perché gli viene dall’Abbà, e di cui Gesù ci rende partecipi nel suo Spirito col dono della fede che viene reso efficace attraverso i carismi con cui di tempo in tempo Egli visita la Chiesa e l’umanità. Tale sguardo — come spesso con gioia egli stesso raccontava — d. Silvano l’aveva ricevuto incontrando il carisma dell’unità di Chiara. Ricordo in proposito due episodi in cui le sue parole si sono incise a caratteri di fuoco nel mio cuore. Il primo risale, se ben ricordo, al 1978. Partecipavo con un gruppo di gens (seminaristi aderenti alla spiritualità del Movimento dei focolari; n.d.r.) provenienti da tutto il mondo a una scuoletta estiva di formazione a Campo Blenio, in Svizzera. Era pomeriggio, e d. Silvano ci raccontava qualcosa di Chiara e della luce da lei ricevuta. A un certo punto aprì nel suo dire uno squarcio sul mistero di Dio rivelato in Gesù a Chiara che letteralmente mi risucchiò. Fu un bagliore di luce che penetrò nella mia anima e vi restò scolpito. Disse che Chiara, per il dono che Dio le aveva fatto ancora agl’inizi del Movimento, portava impressa in sé, nella vita e nel pensiero, la legge trinitaria dell’amore, quel ritmo di unità e distinzione cioè che, essendo l’essere di Dio stesso, è inscritto in ogni essere creato. Chiara — sottolineò d. Silvano — vede tutto sempre e solo in questa luce. Non so come e perché, ma quella fu una comunicazione sostanziale: come se lo stesso sguardo in quel momento mi fosse donato. Da allora percepii le cose in modo diverso, perché mi trovai introdotto in quello stesso spazio di luce. Ci vollero gli anni, e in particolare la grazia d’essere chiamato da Chiara, circa un decennio dopo, nella Scuola Abbà (il Centro studi del Movimento dei focolari, n.d.r.), per discernere via via i paesaggi inediti e straordinariamente intensi che gen’s 5-6/2007 - 215 — pag. 138 — 136 questo sguardo dischiude. Ma gli occhi mi erano stati donati una volta per tutte. Il secondo episodio risale all’estate del 1983. Ci si trovava a Veysonnaz, nel Vallese, per alcuni giorni di unità che avevano al loro cuore la condivisione sulla novità ecclesiale e culturale propiziata dal carisma dell’unità. Eravamo seduti all’aperto, in un prato scintillante di sole. Si parlava di Gesù in mezzo, e cioè di quella presenza del Risorto tra coloro che sono uniti nel suo nome, che senza meno rappresenta uno dei doni più significativi e incisivi del carisma dell’unità alla vita e alla missione della Chiesa oggi. A un certo punto, con repentina autorevolezza, don Silvano fece scattare il discorso su di un altro piano, che disegnò come un lampo l’abisso divino e umano insieme sul quale soltanto ciò che d. silvano e i focolari si era andati dicendo trovava verità. In realtà — disse — solo l’amore esclusivo a Gesù abbandonato è la via, sempre di nuovo e sempre in modo nuovo a portata di mano, che apre alla presenza viva di Gesù risorto tra noi. Anche questa volta le sue parole fecero centro, e in modo definitivo. Le capii a fondo, sempre più, alla scuola di Chiara: che non teme d’indicare proprio in Lui, in Gesù abbandonato, “la legge universale” che regge l’Increato e il creato, la chiave di volta di quel ritmo trinitario di luce che è Dio Amore. A partire da ciò sempre più ho compreso — con l’anima e poi con la mente — perché d. Silvano non si stancava di ripetere con la vita e la parola che Gesù abbandonato è la realizzazione compiuta dell’umano. mer | Profezia e apertura di Vera Araujo UL ATIL LITI LL LL LA LO LILLA LLLL LADA LA LACTA CALA LCLLLCAA CCC 0005200002000 N00 0000000000000 Focolarina brasiliana e sociologa, Vera Araujo nell’ambito del Movimento dei focolari coordina il dialogo con i vari campi della cultura. E in questo contesto che, negli ultimi anni, si è trovata a collaborare con d. Silvano. Ma la loro conoscenza risale a tempi lontani. 216 - gen's 5-6/2007 onobbi d. Silvano nella ;Mariapoli 1959, l’ultima che si è svolta a Fiera di Primiero, sulle Dolomiti. Facevo parte del primo gruppo di brasiliane che avevano conosciuto il Movimento l’anno precedente. Era attorniato dai suoi ragazzi e la prima impressione che ho avuto di lui l’ho espressa con queste parole: «Non sembra un prete» che, per me, era il massimo elogio, dato il mio precoce anticlericalismo. Successivamente ho avuto la possibilità di conoscerlo molto più profondamente in diverse occasioni. Nel 1965 facevo parte del focolare di Barcellona, in Spagna. Avevamo conosciuto un gruppo di amici e amiche studenti di medicina. Erano giovani impegnati e subito aperti alla spiritualità del Movimento. A causa di alcuni equivoci, i rapporti sono diventati difficili e loro hanno scritto una lettera a Chiara, esprimendo le loro critiche, i loro dubbi... Ero sola in focolare quando sento squillare il telefono. Era d. Silvano che si trovava — pag. 139 — d. silvano e i focolari all’aeroporto di Barcellona e mi chiedeva di raggiungerlo. Mi ha spiegato che, mandato da Chiara, era già stato da quel gruppo di studenti. Aveva parlato a lungo con loro: tutto si era chiarito e me li affidava. Non so cosa si siano detti, ma quando ho incontrato quei giovani erano diversi, rasserenati, parlavano di d. Silvano con rispetto e ammirazione. Oggi quei giovani costituiscono una comunità di consacrati medici dediti ai malati terminali. La loro spiritualità è fortemente impregnata dal carisma del Movimento dei focolari. Più volte sono venuti a Roma a trovare d. Silvano. Sempre negli anni in cui mi trovavo in Spagna, ho passato un momento di profondo smarrimento. Non riuscivo a comunicare con nessuno e mi portavo dentro questo peso di dubbi e incertezze. Quell’anno tutte le focolarine dell’Europa si incontravano ad Ala di Stura, in Piemonte. Arrivando, ho incontrato subito d. Silvano e la sua accoglienza sempre sorridente e festosa mi ha dato il coraggio di chiedergli di parlare con lui. E stato un momento indi- 137 menticabile. La sua anima era una specie di tabernacolo che accoglieva la mia, così ferita. Non mi ha detto molte cose, ma quelle poche parole erano esatte, vere, come unguento che sana. Andando dopo in chiesa ho detto a Gesù: «È un vero sacerdote». Non faceva cose straordinarie, era lui ad essere straordinario nell’ordinarietà, nella quotidianità. Aveva la rara qualità di smorzare le situazioni tese o difficili con una parola, una battuta, una risata o, conducendo abilmente il discorso verso altri temi. Per anni ho ammirato questa sua qualità nella Scuola Abbà, mio vicino di posto. Negli ultimi anni ho avuto modo di apprezzare la sua acuta intelligenza come coordinatore del gruppo di psicologia all’interno del Centro per il dialogo con la cultura, iniziato da Chiara nel 2001. La sua presenza fra tutti noi era portatrice di sicurezza, equilibrio ma anche di profezia e di estrema apertura al dialogo con la modernità e le sue sfide. e _| gen's 5-6/2007 - 217 — pag. 140 — 138 d. silvano e i focolari Sacerdote illuminato, fratello di Danilo Zanzucchi 10220 LA PALILATATIA FLCT TCALALALAGCLOLOPCAALACACCLAA ANAL ALLA A00ALL LL Danilo Zanzucchi, ingegnere e focolarino sposato, assieme a sua moglie Annamaria, da molti anni è responsabile del Movimento «Famiglie Nuove», che diffonde lo spirito dell’unità nel variegato mondo della famiglia. Ha conosciuto d. Silvano sin dagli anni in cui nacquero nelle varie città d’ Italia e poi all’estero le prime Comunità del Movimento dei focolari. 218 - gens 5-6/2007 n ricordo degli anni ’50. In alcune città del nord Italia (Milano, Torino, Parma, dove allora abitavo con la mia famiglia) si andava diffondendo l’Ideale dell’unità. S’erano creati piccoli gruppi di persone che venivano coltivate dalle prime compagne di Chiara: Ginetta, Silvana, Vale. Il Movimento era agli inizi e le notizie, da loro portate, di sempre nuove adesioni all’Ideale, alimentavano entusiasmo. Una di queste notizie riguardò un sacerdote di Torino, d. Silvano Cola, assai impegnato nel recupero di giovani delinquenti nel riformatorio Lombroso: in un momento di grave crisi della sua vocazione aveva conosciuto la spiritualità dell’unità e con decisione si era buttato nella nuova avventura. Ricordo lo sgomento che provai quando poi ci arrivò la notizia del gravissimo incidente d’auto per la nebbia che portò d. Silvano in pericolo di vita. Fummo coinvolti in una catena di preghiere per la sua salute. Alla fine degli anni ’50, con Annamaria e quattro bambini piccoli, ci trasferimmo a Roma. Ero ingegnere civile, e c’era da costruire una sede per il nascente Movimento a Rocca di Papa. In attesa del progetto definitivo e dei permessi comunali si iniziò con la costruzione di un saloncino nel giardino della Villa Maria Assunta a Grottaferrata, allora sede provvisoria del Movimento. E subito là si tennero incontri per focolarini, per famiglie, anche per sacerdoti diocesani e religiosi. Nel ’60, se ben ricordo, era appena iniziato un incontro per sacerdoti quando arrivò la notizia che i vescovi italiani avevano proibito ad essi di partecipare al Movimento dei focolari, allora sotto studio da parte della Chiesa. Ero presente e ho ancora vivissimo il ricordo dell’intervento — deciso e certamente molto sofferto — di d. Silvano che chiedeva ai sacerdoti diocesani presenti di — pag. 141 — d. silvano e i focolari lasciare l’incontro. Subito, per obbedienza alla Chiesa. Qualche anno più tardi, quando si chiarì la situazione dell’appartenenza dei sacerdoti al Movimento dei focolari, d. Silvano venne a Roma e poi a Grottaferrata. Sempre notavo in lui una fiducia grande nella Provvidenza. Quando, agli inizi degli anni ’60 Chiara e d. Foresi decisero di dare inizio alla sede del Movimento a Rocca di Papa, i piani finanziari erano... affidati alla Providenza (quando iniziammo i lavori c’erano solo i soldi sufficienti per gli scavi di fondazione). Un aiuto generoso venne, tra gli altri, proprio da alcuni sacerdoti simpatizzanti del Movimento per l’intervento di d. Silvano. Ho un ricordo molto bello di quegli anni di d. Silvano, legato alla mia famiglia. Era giugno °65, e alla festa del Corpus Domini nostro figlio Giovanni fece la prima comunione, preparato da d. Silvano. Da fine psicologo com’era e per di più con tutta la carica d’amore soprannaturale per l’Ideale che egli viveva, sapeva arrivare al cuore e alla mente dei bambini e dei giovani! 139 Un ricordo degli anni °60 a Roma. Ogni domenica la comunità del Movimento che contava alcune centinaia di membri, si riuniva per la messa nella chiesa di sant’ Andrea della Valle. La celebrava d. Silvano. Le sue prediche al Vangelo erano brevi — non più di 8-10 minuti —, erano seguitissime e arrivavano al cuore dei presenti. Erano vita vissuta e convertivano, ed erano elemento importante per il costituirsi della comunità di Roma sempre crescente. C'è stata poi la generosità immediata di d. Silvano per l’assistenza religiosa ai tanti incontri del Movimento che si tennero al Centro Mariapoli di Rocca di Papa e successivamente a Castelgandolfo. La sua serenità infondeva coraggio, smontava difficoltà o paure, creava comunità. Un esempio di sacerdote illuminato, che sapeva farsi fratello. È stato un punto di riferi mento per tante persone del Movimento: sapeva farsi uno col suo ascolto attento, sereno, distaccato, intelligente, paziente, e così contribuiva a rasserenare e confortare. | gen's 5-6/2007 - 219 — pag. 142 — su 1:40 d. silvano e i focolari Don Silvano Cola e Città Nuova di Giannino Dadda 2000020002000 1900200000900 ACCT0CCCCCAAFC COL CACLF ALAN ALL ALLO TATIAA LI Il dott. Giannino Dadda sin dagli anni ’60 è tra i responsabili del complesso editoriale Città Nuova, curandone l’aspetto amministrativo e concorrendo alla linea editoriale. Nella sua testimonianza mette in rilievo come d. Silvano fu sin dai primordi tra gli autori, i sostenitori e gli ispiratori dell’Editrice. 220 - gen's 5-6/2007 1 settore editoriale del Movi- mento rappresentato da Città Nuova, rivista ed editrice, ha potuto beneficiare della collaborazione di d. Silvano sin dai primi anni. La sua vivacità intellettuale, il suo modo illuminato di vivere la cultura, la preparazione specifica in vari campi — teologia, storia della Chiesa, psicologia, pedagogia, ecc. —, unitamente alla sua caratteristica ricchezza spirituale ed alla sua felice capacità di sintesi, gli hanno permesso di dialogare con semplicità unica con varie tipologie di lettori. Il primo articolo a sua firma, apparso su Città Nuova nel settembre 1958, racconta della sua esperienza educativa presso l’Istituto Lombroso di Torino: «Solo la forza curativa di Cristo — afferma — può medicare certe piaghe... e sanare certi conflitti psichici che la sola psicoterapia non riesce a risolvere». Seguiranno, saltuariamente, articoli riguardanti la psicologia, la vita della Chiesa, l’evangelizzazione. Dal 1980 al 1986 Silvano cura con autorevolezza e fine sensibilità la Rubrica dello psicologo. Contemporaneamente nel 1984 propone, in più puntate, una Storia della Chiesa: una serie di articoli molto apprezzata grazie alla sua capacità divulgativa, raccolta poi nel volume Le grandi epoche della Storia della Chiesa, molto adatto ai giovani ed al vasto pubblico. Precedentemente aveva scritto per la rivista Gen una serie di profili di santi di varie epoche; vennero raccolti in un volume dal titolo: 22 contestatori fuori serie. Particolarmente significativo è il suo contributo nel campo patristico. Nel 1962 l’editrice Città Nuova ha solo tre anni e pochi titoli. Nell’arco di pochi mesi pubblica i quattro volumi Le lettere di San Girolamo che Silvano Cola, per richiesta di d. Pasquale Foresi, ha tradotto sulla base dell’ultima edizione critica di Isidoro Hilberg. L’epistolario di questo grande Padre della Chiesa — come si sa — ha suscitato uno straordinario interesse in ogni tempo per la ricchezza di riferimenti alla storia politica, letteraria, filosofica e teologica — pag. 143 — d. silvano e i focolari dell’antichità cristiana. La traduzione di d. Silvano si caratterizza per la modernità della sua forma letteraria e per la fedeltà all’originale, assicurando al lettore un testo agevole e allo studioso sicure garanzie di serietà come è stato rilevato reiteratamente dalla critica specializzata. Uscito al tempo del Concilio Vaticano II, quest’opera rappresenta per la nostra editrice la prima “grande opera” dei Padri della Chiesa, aprendo la serie di iniziative di rilievo in campo patristico che caratterizzeranno da quel momento in poi l’attività di Città Nuova Editrice. Nel 1965 esce un suo apprezzato volume: Padri della Chiesa / Profili, contenente 16 brevi biografie, con frammenti di loro opere, di alcuni grandi Padri della Chiesa. In seguito collaborò anche con il prof. Antonio Quacquarelli per la collana di Testi patristici; tradusse e curò tre 141 opere: Girolamo Omelia sui Vangeli, Pseudo-Clemente / Ritrovamenti e Salviano di Marsiglia // governo di Dio. Non è possibile elencare qui tanti altri contributi e saggi, come quelli su Dio Amore, il dogma trinitario nella sua rilevanza antropologica e esistenziale, ecc. Vorrei però ricordare tre biografie molto apprezzate: Maria Orsola, L’ansia di Toni Weber e Cosimo Calò, la misura dell’amore senza misura. D. Silvano ha scritto poi, non sulla carta ma nel cuore di tutti noi di Città Nuova, altre cose: una vera fraternità, i suoi suggerimenti sapienti detti con l’eterno sorriso di un bambino evangelico, la certezza di esser coinvolti in una divina avventura, lavorando assieme, perché il Testamento di Gesù divenga realtà. e | gen's 5-6/2007 - 221 — pag. 144 — 142 Angelus Ecclesiae di mons. Luigi BONAZZI, Nunzio apostolico (Cuba) 222 - gen's 5-6/2007 UIL LL LAT ILLLLLLLLL LALA LILLA LATI L ALTA LA LAALLCLLALOLLOLA LL LLC LL LE CLCCAOLCCCANCCCALCE AP" 00sEACCEs0002S000S 0000000000000 d. silvano e i sacerdoti Lî lettere alle sette Chiese dell’Asia, così iniziano: «All’angelo della Chiesa di... scrivi» (Ap 2, 1ss.). E dietro l’immagine dell’angelus Ecclesiae si ravvisa, tradizionalmente, la figura del vescovo che illumina, custodisce, regge e governa la Chiesa particolare a lui affidata. D. Silvano non fu vescovo. È stato — e come! — amico e fratello di un numero che Dio solo conosce di diaconi, sacerdoti e vescovi, fra i quali anch’io. Di più, è stato padre e maestro, titoli che egli cortesemente e decisamente accantonerebbe, ma che non si può non riconoscergli, in tutta sincerità. Così almeno penso io, con tutto me stesso. E mi nasce, nella mente e nel cuore, quale immagine per dire con una sola parola le tante che mi prorompono su d. Silvano, quella dell’angelo: angelus Ecclesiae. Da d. Silvano, lo dico con verità e commozione, ho imparato a “vivere la Chiesa”. Incominciò nel mese di maggio di 38 anni fa. Seminarista del secondo anno di teologia al Pontificio Seminario romano maggiore, avvertii la chiamata ad approfondire — partecipando alla Scuola sacerdotale del Movimento dei focolari — la spiritualità dell’unità conosciuta pochi giorni dopo aver conseguito la maturità liceale. Fu il regalo della promozione! Non si trattava, per me, di interrompere il cammino che stavo percorrendo, ma, appunto, di approfondirlo. Assieme a Pino Petrocchi, mio compagno di seminario, oggi vescovo di Latina, mi recai così a Grottaferrata, sui . Colli Romani, da d. Silvano, per verificare l’inquietudine che avevo. Ho ancora negli occhi la saletta dell'incontro, le tre poltroncine, d. Silvano seduto nell'angolo, Pino ed io di fronte a lui. In un momento mi uscì la domanda elementare: «Cos'è la Scuola sacerdotale?». Quasi ad litteram, d. Silvano diede questa risposta: «La Chiesa è un corpo, fatto di molte membra. Nella Scuola sacerdotale si impara a vivere così: insieme membra di un unico corpo. Se l’occhio soffre anche il braccio ne risente, e così tutte le altre membra. Nella Scuola sacerdotale ci si aiuta e si impara a vivere così: insieme, e per questo a riconoscere e sentire come proprie le difficoltà dell’altro...». Uscii da quell’incontro marchiato, e più che mai convinto della chiamata a fare la Scuola sacerdotale. Quando chiesi il permesso al mio vescovo — in un tempo in cui non era abituale concedere l’uscita, pur temporanea, dal seminario — egli mi scrutò in silenzio per qualche lungo attimo, e poi mi disse: «Puoi andare». Andai, e sto tuttora “andando”. Se, infatti, per la grazia dell’episcopato sono “padre e maestro” (angelus Ecclesiae), non cesso di essere in pari tempo “alunno”, uno che sempre di più e sempre meglio impara a far risplendere la Chiesa come “casa e scuola della comunione”. È proprio della vita cristiana l’asserto — che risponde alla grammatica di Dio — “io sono noi”. — pag. 145 — d. silvano e i sacerdoti Di questa grammatica, che mai si finisce di imparare, d. Silvano è stato il mio “maestro” e l’anno vissuto alla Scuola sacerdotale, per così dire, la prima “aula”. Fu un tempo straordinario, quello della Scuola sacerdotale. Ad esso — come un dono speciale della Provvidenza — si inanellarono altri sette anni, due come seminarista, gli altri già come sacerdote, vissuti al Centro gens (la segreteria per i seminaristi diocesani aderenti al Movimento dei focolari; n.d.r.), ossia vicino e come collaboratore di d. Silvano. Come ricorda- 143 re questo tempo carico di una bellezza unica? Mi aiuta una formula paolina, proposta dall’apostolo quale via per costruire la comunione degli spiriti: «Considerare “gli altri superiori a se stesso» (EY 2, 3). Questo era d. Silvano, nel tratto quotidiano con lui: uno che ti faceva superiore a sé, che faceva tutti superiori a sé. Ed è questo il modo di amare e di costruire la Chiesa che ha seminato, anzi ha stampato in me. Grazie, d. Silvano, per continuare dal Cielo ad aiutarmi ad essere io, ora, angelus Ecclesiae! st gen's 5-6/2007 - 223 — pag. 146 — 144 Tutti, sempre, ovunque di mons. Lazzaro YOU HEUNG-SIK, Vescovo di Taejon (Corea del Sud) 224 - gen's 5-6/2007 10202 LI LITI ATALA LLLLALLLINLOL ELLI LA KALI CLLL LA LL LOLLI LLLLL LTL NLLULLL LALA LOLA LLC CAVCLL LOT COLE AOC CC CCC 000500 00s0 A 000000000 0e0en dtt d. silvano e i sacerdoti uando un mese fa ho trovato tante difficoltà con un sacerdote, mi sono ricordato di d. Silvano: «Se egli fosse al mio posto — mi sono chiesto — come si comporterebbe?». Ciò mi ha aiutato a mantenere la calma e ad amare quel sacerdote fino in fondo, ascoltandolo a lungo senza pregiudizi. C’era stato il pericolo di un conflitto con lui e invece è nato un nuovo rapporto. È in questo modo che d. Silvano vive in me, sempre e più di prima. L’ho incontrato per la prima volta circa 35 anni fa, quando ero seminarista e facevo il servizio militare in Corea. Era venuto a visitare i sacerdoti diocesani che erano in contatto col Movimento dei focolari. Quanto a me, avevo appena iniziato a vivere la spiritualità dell’unità. D. Silvano, con il suo sorriso, ha impresso nel mio cuore un marchio indimenticabile. Secondo le caratteristiche della nostra cultura che è fortemente influenzata dagli insegnamenti di Confucio, l’età e la posizione sociale creano una grande distanza e un simile divario esiste anche fra i sacerdoti e i seminaristi. Su questo sfondo, tutti i modi di agire di d. Silvano risultavano così pieni di amore e gentili da suscitare in me una spontanea ammirazione per lui e per la spiritualità dell’unità. D. Silvano in quell’occasione mi ha invitato a venire alla Scuola sacerdotale a Frascati, vicino a Roma, dove s’imparava a vivere la comunione fraterna fra sacerdoti e seminaristi provenienti da tutte le parti del mondo. L'esperienza di questa Scuola mi ha formato come sacerdote uomo di comunione. Negli otto anni della mia formazione a questa Scuola e dei successivi studi, d. Silvano era sempre il mio più gran- de fratello, maestro e padre. Grazie al suo invito ho potuto vivere in comunione fraterna e svolgere lo studio della teologia sulla base di una vita vissuta secondo il Vangelo assieme agli altri. Quanto sono stato fortunato e amato da tanti! Posso dire che sto vivendo tutto il mio ministero sacerdotale, e adesso quello vescovile, alla luce di quanto ho imparato in quegli anni. Ricordo che in un’occasione speciale, sentendomi tanto amato da parte di d. Silvano, ho voluto salutarlo in modo “mirabile” secondo il costume coreano: mi sono quindi prostrato al pavimento davanti a lui. Sorridente come sempre, egli divenne rosso in faccia. Non sapeva come reagire a questo mio gesto. Quando gli ho spiegato che questo saluto si rivolge alle personalità più alte, mi ha detto: «Lazzaro, siamo fratelli, perciò siamo pari per sempre». In quella circostanza ho capito che l’amore del Vangelo supera anche la cultura. Dopo la messa della mia ordinazione sacerdotale, prima che deponessi la casula, d. Silvano mi ha regalato una catenina con una piccola croce d’oro. Mettendomela al collo, mi — pag. 147 — d. silvano e i sacerdoti ha detto: «Questo è il tuo sposo per sempre. Tu devi amare sempre il tuo sposo, Gesù sulla croce. Oggi è il giorno del tuo sposalizio». Così mi ha stampato nel cuore per sempre che vivere il mio sacerdozio è vivere come Gesù sulla croce. Da allora porto sempre con me questa piccola croce dorata. Non l’ho mai tolta. E il mio “sposo” mi aiuta sempre fino ad oggi. Grazie, d. Silvano! Dopo aver conseguito a Roma la laurea in teologia, prima di tornare in diocesi, sono stato da d. Silvano per salutarlo. Gli ho raccontato come avevo vissuto alla luce della spiritualità dell’unità durante quegli otto anni. Lui mi guardava con tanto amore e con un sorriso. Era anche egli molto felice! Gli ho chiesto allora una parola che mi potesse servire da guida per il futuro. Mi ha detto due cose: 1) vieni a Roma ogni anno; 2) tu sai come devi vivere: fa’ quello che devi fare. Ho trovato tante difficoltà per realizzare la prima delle due consegne, ma sono riuscito a ritornare ogni anno a Roma dove trovavo il Santo Padre e Chiara Lubich. Mettere in pratica la seconda parola-guida (“tu sai come devi vivere...”) significava vivere sempre, ogni momento, di fronte a Dio e fare la sua volontà. Non era facile, ma ho cercato sempre fino ad oggi di andare avanti vivendo la volontà di Dio su di me. 145 Come vescovo della Chiesa cattolica sono considerato una persona molto importante nella società in Corea. Incontro numerose persone nell’arco della giornata: la maggioranza sono cattolici, ma ci sono anche personalità dell’alta società del Paese. Mi impegno ad ascoltare bene e a vedere Gesù in ognuno, cercando di stabilire rapporti 'di comunione fraterna con tutti. E successo così che un dirigente della polizia dopo un incontro mi ha detto: «Non ho mai pensato di dire a lei fatti così personali, ma sentendo il suo grande amore per me, le ho comunicato cose che non avevo mai detto a nessuno. Vorrei ritornare da lei con la mia famiglia». Vivo in un Paese in cui il cristianesimo è minoritario e in via di sviluppo. Trovo tanta difficoltà a inculturarlo nella vita della società coreana. Vedo che la comunione fraterna è la risposta che il mio popolo attende con ansia, perché sta soffrendo tanto a causa della divisione del Paese. Per essere un cristiano autentico in Corea, bisogna essere una persona aperta verso tutti, chiunque s’incontri lungo il giorno, e non soltanto nell’ambito della Chiesa cattolica, ma anche nei rapporti con i fratelli di altre Chiese, con i fedeli delle altre religioni e con i non credenti. D. Silvano era un maestro in questo, perché amava tutti, senza alcuna condizione, sempre e dovunque. | gen’s 5-6/2007 - 225 — pag. 148 — 146 Testimonianze da quatiro continenti (a cura di Enrico PEPE) Suscitare, assieme a Chiara Lubich, una schiera di migliaia di sacerdoti che ponessero al centro della loro vita l’unità, e quindi l’amore per Gesù crocifisso e abbandonato, è stata l’opera di d. Silvano. Ne parlano qui, con straordinaria intensità, vescovi e sacerdoti di diverse parti del mondo che non di rado già da seminaristi erano venuti in contatto con d. Silvano. Tra i «tasselli» di questo mosaico mondiale, c’è anche la testimonianza di due responsabili regionali del Movimento dei focolari. 226 - gen’s 5-6/2007 c000000000000000 è . è d. silvano e i sacerdoti Tasselli di un mosaico Dalla Germania Filosofia dell'amore DU Silvano sta davanti a me come una persona che era sempre al servizio. L’ho incontrato nel novembre 1964 nel primo focolare sacerdotale, vicino a piazza Navona a Roma. Non conoscevo allora l’Ideale dell’unità. Mi ero recato da lui perché cercavo un aiuto per la mia tesi di laurea su san Girolamo. Con mio stupore ad aprirmi la porta è stato Toni Weber, sacerdote svizzero e mio compagno al Collegio Germanico: «Toni, cosa fai qui tu?». «Vivo nel focolare sacerdotale», era la sua risposta. E subito d. Silvano mi veniva incontro a salutarmi a braccia aperte — un uomo e sacerdote semplice, fraterno, aperto, espertissimo di san Girolamo. Braccia aperte — così ho visto sempre d. Silvano. Non aveva paura, si avvicinava a ciascuno e ciascuna. Era pronto a dare la vita, il suo tempo. Aveva un orecchio instancabile al telefono. Per decenni gli ho telefonato almeno una volta alla settimana ed egli era sempre disponibile, in ascolto, e all’occorrenza anche correggeva. “Dare la vita per l’altro” era diventato la sua natura. Era un uomo di pensiero e psicologo. Aveva interiorizzato le parole di Chiara Lubich: «Se ami sei, se non ami non sei». Era persuaso che essere persona significa amare, farsi fratello, anzi diventare servo dell’altro. “Amare” era identico con “morire”, “dare la vita”, “perdersi”, “essere niente”. “Essere niente” costituiva in lui quell’atteggiamento positivo che metteva nelle condizioni di poter nuovamente “ricevere”. Questa filosofia dell'amore che aveva imparato da Chiara Lubich era per lui la chiave di una nuova concezione della maturità umana e quindi di una nuova psicologia. La via a questa maturità era “il farsi uno”: posporre le proprie idee, anzi le proprie necessità a favore dell’altro. Si muoveva così con una radicalità straordinaria. Benché psicologo, era convinto che non è possibile voler cambiare gli altri. Diceva a un viceparroco in difficoltà con il suo parroco “padrone”, che non è possibile affatto cancellare nell’altro un’idea che — pag. 149 — d. silvano e i sacerdoti questo si è fatto. L'unico modo di cambiare una persona — spiegava — è di perdersi in essa, lasciarsi “dominare” fino al limite. Unica eccezione: il peccato. Tale modo di vivere lo faceva essere sempre lieto, pieno di gaudio. Questa perenne gioia era un suo segreto personale. Qualche volta parlava anche dei suoi dubbi e delle oscurità che provava. Accettava quei momenti con grande umiltà e decisione, lasciandosi cadere nell’abisso di Gesù crocifisso ed abbandonato. Ciò lo metteva nelle condizioni di vivere — come diceva — una “divina commedia”, sempre orientato a Gesù e al fratello. Era questo il suo segreto più grande. La passione per la Chiesa e per l’Ideale dell’unità erano l’anima di tutta la sua vita. Diceva che nel Centro sacerdotale a Grottaferrata valevano solo due regole: la carità e la libertà. Così nella sua casa regnava un’aria di larghezza e serenità. Silvano era un uomo povero e semplice. Anche per questo è diventato il centro di una grande comunione di beni, tra noi sacerdoti e oltre. Essere sacerdote significava per lui vivere come Maria che riceveva e donava di continuo quanto aveva ricevuto: Gesù. Questo stile mariano della vita sacerdotale trovava per d. Silvano il suo modello e fondamento nelle relazioni della SS. Trinità. Chi poteva trascorrere con d. Silvano anche soltanto un giorno, toccava quasi immediatamente Dio nei momenti più semplici della vita e della comunità che era come per natura sua ospitale e amichevole. I pranzi e le cene diventavano luoghi di risate, di scambio, di dispute teologiche, filosofiche, psicologiche. Se ne usciva sanati, ricostruiti, pieni di fiducia in Dio. Grazie, Silvano! Wilfried Hagemann i O O II] 147 Dalla Svizzera «Non guardo mai a me stesso» on Silvano era per noi sacerdoti della Svizzera una provocazione a tutto campo che ci incitava alla gioia e ad una speranza senza confini. Le massime da lui spesso ripetute «Non guardo mai a me stesso» e «Non preoccuparti di niente» sono diventate per noi una vera ancora di salvezza, quasi un “dogma” per la vita secondo l’Ideale dell’unità. Lasciarsi portare alle altezze del suo sorriso radioso e credere nel più profondo dell’anima al suo abbraccio, erano occasioni magnifiche per lasciarci raggiungere dalla verità che “Dio è amore”. L’esperienza con cui Silvano seppe esserci vicino nelle sfide della nostra esistenza di sacerdoti, radicati pienamente nella vita della Chiesa e allo stesso tempo partecipi di un Movimento ecclesiale, divennero per noi un insostituibile aiuto. Silvano era un esperto costruttore d’unità. La sua visione di un presbiterio unito con il vescovo e di sacerdoti che, essendo “nulla per amore”, schiudono alle loro parrocchie la via dell’unità, è l’eredità più profonda che egli ci lascia e che portiamo dentro di noi. Peter Husi 2000000100 sc00ecsersesacoscscccssessco0s0000000 Dall'ex DDR Irradiazione nel mondo socialista 113 agosto 1961, quando venne costrui- to il muro di Berlino, nell’allora DDR erano oltre 100 i sacerdoti e studenti di teologia in contatto col Movimento dei focolari. Tanti di loro erano presenti quando Chiara Lubich, nell’estate del 1960 e del 1961, venne a Berlino-Ovest, e rimasero profondamente toccati dal racconto degli inizi della spiritualità dell’unità. L’allora cardinale di Berlino Dòpfner e il vescovo Spiilbeck di Dresda-MeiBen ave- gen’s 5-6/2007 - 227 — pag. 150 — 148 vano dato il loro consenso a questi incontri. Sin da quei tempi si è stabilito un legame fra la vita di d. Silvano e noi sacerdoti nei Paesi socialisti. Nel 1969 egli venne poi a Lipsia, ufficialmente in visita alla famosa Fiera campionaria. Solo in questo modo, infatti, si poteva entrare nella Germania orientale. Seguirono altre tre visite a Lipsia e a Berlino-Est, per sostenerci nella vita di unità. Col tempo si realizzarono anche corsi estivi per sacerdoti alla Huysburg (vicino a Magdeburg), sostenuti da d. Toni Weber, d. Enrico Pepe e d. Adolfo Raggio, inviati da d. Silvano per l’occasione. Partecipavano a questi incontri pure circa 80 sacerdoti dell’allora Cecoslovacchia, con don Karel Pilik, e della Polonia. Tutta questa diffusione della spiritualità dell’unità dietro “la cortina di ferro” avveniva in gran segreto. Ne erano informate solo poche persone. Per questo destava grande attenzione quando eccezionalmente qualcuno di noi poteva partecipare agli incontri di sacerdoti a Roma. Come rettore di seminario, nel 1976 assistetti a Roma alla Conferenza dei rettori dei Paesi di lingua tedesca proprio nei giorni in cui i sacerdoti focolarini andarono in udienza da Papa Paolo VI. Fra i tre sacerdoti che potettero salutare personalmente il Papa a nome di tutti c'ero anch’io, assieme a Reinhard Piinder (ora vescovo di Coroatà — Brasile) e Toni Weber come responsabile della Scuola sacerdotale del Movimento. La gioia di Silvano raggiunse il suo culmine quando-nel gennaio 1990, dopo la caduta del muro, i sacerdoti focolarini dei Paesi socialisti potevano per la prima volta partecipare al completo all’incontro annuale a Roma. Sin da quel momento, l’abbraccio di Silvano per ognuno di noi ci fece sentire a casa nell’unità di tutto il Movimento dei focolari sparso nel mondo intero. Paul Christian 228 - gen's 5-6/2007 d. silvano e i sacerdoti Dalla Spagna Fama di santità G ivano fu maestro di unità e di vita sacerdotale per tanti di noi. Lo incontrai per la prima volta nell’estate 1966, in occasione della “Mariapoli sacerdotale” a Rocca di Papa. Vedendomi un po’ sconcertato per la dimensione fortemente comunionale della spiritualità dell’unità, che non privilegia l’intimismo nella vita spirituale, mi disse: «Siamo venuti qui per imparare ad amare; a pregare ci hanno già insegnato nel seminario, vero?». Benché io non sia stato testimone oculare della sua preghiera personale in privato, la sua presenza era sempre un atteggiamento che trasmetteva il divino. Quando nell’estate °66 o ’67 venne in Spagna per le prime Mariapoli ad Avila e a Natale per i sacerdoti, si aprirono per noi orizzonti inediti nella vita spirituale. Silvano era pronto a compromettersi non solo a parole, ma anche con i servizi più semplici. La sua accoglienza era molto vicina e fraterna con immenso rispetto per la persona dell’altro. Aperto all’universale, egli dialogava con tutte le culture, con un amore concreto per tutti e tutto. Viveva “a mo’ della Trinità”, senza dualismi tradizionali. Le sue parole erano in sintonia perfetta con la vita. Il suo parlare, sentire, stare o ‘ascoltare erano mirabili. Una vita che sin- tetizzava in sé teologia mistica e spirituale. Una persona carismatica senz’altro. Io ammiravo in lui la fortezza della fede che persuade. Niente era per lui estraneo, inutile. Anche nelle situazioni più conflittuali sapeva individuare una soluzione luminosa. Era un uomo equilibrato. AI modo di san Vincenzo de” Paoli, irradiava una gioia serena e costante in qualsiasi circostanza. Credeva fermamente nell’Amore di Dio. Investiva la sua energia sempre nel proporre e sottolineare il Vangelo. Così era il suo sacerdozio: con un tocco “laico”, mariano. Come Gesù nel Vangelo: vicino a — pag. 151 — d. silvano e i sacerdoti tutti, parlando sempre in positivo. Di continuo l’ho trovato pronto nella carità. Le conversazioni tenute da lui nei primi anni della Scuola sacerdotale erano molto attese, chiare e ben accolte. Egli sapeva spiegare il carisma dell’unità con totale fedeltà al pensiero di Chiara; erano parole chiaroveggenti, interessanti, lucide, svolte in maniera tale da poterle vivere subito. Sua radice era l’amore a Gesù abbandonato. Il sacerdote — egli ci diceva — è un uomo al servizio, come Gesù che lava i piedi, come Gesù in croce. La prepotenza e il potere sono un clericalismo deforme. Ci esortava perciò a metterci sempre a disposizione del prossimo, ad essere gli ultimi, identificati con il Cristo crocifisso. Sono famose le sue affermazioni sul “saper perdere” per amare sempre e fare sempre e solo la volontà di Dio. Questo concetto della vita cristiana ha avuto tra noi una profonda ripercussione. Silvano è stato un vero confondatore con Chiara nello sviluppo del ramo sacerdotale del Movimento dei focolari. Un vero leader, ma sempre al nostro servizio, vicino a noi anche nelle nostre debolezze, quando facevamo fatica nel cammino dell’Ideale dell’unità. Tutti ci sentiamo identificati col suo pensiero, con la sua dottrina, con il suo sacerdozio e il suo modo di viverlo. Tutti avremmo desiderato raggiungere la sua maturità. José Varas 0002000000000 00000000 0000000000 0sossosone0o Dalla Germania Il cuore largo di Silvano Dî 1977 al 1982 mi trovavo a Roma per gli studi ed ero allo stesso tempo responsabile del gruppo di seminaristi che aderivano al Movimento dei focolari, i gens. Era alle porte il grande Congresso del 30 aprile 1982 che avrebbe riunito nell'Aula Paolo VI in Vaticano 7000 sacerdoti, religiosi e seminaristi. Don Silvano fu 149 del parere che noi “romani” dovessimo approfittare di questa chance. Occorreva mettere in campo un lavoro di sensibilizzazione e una strategia di promozione. Col suo fare paterno, Silvano mi fece coraggio. Assieme a Lazzaro You, ora vescovo in Corea e allora giovane sacerdote, nei mesi prima del congresso visitammo numerosi seminari, rettori e studenti. Questo ed altri impegni a favore dei Collegi Romani fecero sì che conoscessi la Roma storica soltanto dopo i miei studi, quando vi tornai assieme a un gruppo della mia parrocchia. Il contatto vivo con i vari Collegi ci ha enormemente dilatato gli orizzonti. Occorreva avere la fede del “cuore largo di Silvano”. Egli ci aveva spiegato che, per maggiore equità, sarebbe bene che i “romani” pagassero una quota di partecipazione più alta rispetto a quanti venivano da lontano. «Ce la farete...», ci disse. Dopo varie settimane ci presentammo da lui con una lista di 400 sacerdoti e seminaristi che si erano prenotati per il Congresso. In una busta di plastica piena zeppa di banconote (le vecchie lire), consegnammo a lui la quota di partecipazione. Silvano ascoltò il nostro racconto e, senza contarli, versò i soldi in un cassetto della sua scrivania dove ce n’erano già molti altri. Prese quindi una manciata di quei soldi e ce la restituì. «Trattatevi bene, andate a fare un buon pranzo. Lo meritate!». E fece una cordiale risata. Io ne rimasi malissimo. Pensando a quante ore di colloqui e di lavoro erano dietro ciascuna di quelle banconote, sul momento non riuscii proprio a comprendere questo gesto di d. Silvano. Dovette trascorrere un po’ di tempo perché riuscissi a capire e ad accogliere questo atto. Non ricordo più che cosa facemmo di quei soldi. Ma mi è rimasto impresso questo attimo di incontro fra la sua magnanimità e la mia ristrettezza di vedute. Wolfgang Schneck gen's 5-6/2007 - 229 — pag. 152 — me 1:50 Dal Portogallo Dio al primo posto H° conosciuto d. Silvano poco dopo che Chiara Lubich, nella Pasqua del 1968, aveva dato vita al Movimento gens (generazione nuova sacerdotale), quando sono venuto per la prima volta a Rocca di Papa per un incontro di sacerdoti e seminaristi. Ho potuto cogliere l’occasione di quel viaggio per fermarmi per alcune settimane alla nascente Scuola sacerdotale assieme a seminaristi di parecchi Paesi del mondo. Eravamo nell’immediato post-Concilio. Avendo lasciato nell’estate del 1966 gli studi all’università, per entrare in seminario, mi ero imbattuto in una Chiesa in cui dilagava una forte crisi dell’identità sacerdotale e, soprattutto, riguardo al celibato ecclesiastico. Non mancava chi criticava la mia scelta proprio per questo. L’aver preso contatto col Movimento dei focolari e aver vissuto per due anni la spiritualità dell’unità, mi avevano permesso di maturare nella vocazione e di discernere la volontà di Dio su di me. Nel quotidiano, però, mi mancavano modelli che mi dessero una valida e convinta testimonianza dell’esperienza del ministero presbiterale e mi permettessero di affrontare in modo evangelico quella crisi. Alcuni testi di d. Silvano, pubblicati sulla nascente rivista gens o altri suoi scritti che mi arrivavano via posta, mi avevano riempito il cuore e la mente di luce, ma fu l’incontro con lui faccia a faccia e la convivenza con lui e con i sacerdoti e seminaristi presenti alla Scuola sacerdotale a farmi scoprire la figura del presbitero come uomo per gli altri perché uomo di Dio, tutto lanciato nel servizio del Regno. Faccio ancora fatica a distinguere quale tratto emergeva per primo in lui, se l’uomo totalmente fratello che ti prendeva “dentro” con un cuore pieno di bontà e di trasparenza, o se il prete tutto donato a Dio 230 - gen's 5-6/2007 d. silvano e i sacerdoti che, a sua volta, ti donava Dio sia quando ti parlava di Lui, sia quando ti raccontava la propria esperienza spirituale e soprattutto quando ti descriveva l’incontro folgorante con l’Ideale di Chiara Lubich all’inizio degli anni ‘50. Di quei primi mesi vissuti insieme, due cose mi sono rimaste impresse per tutta la vita. La prima: «Dio al primo posto!». Soprattutto prima e al di sopra del sacerdozio: fare la scelta di Dio anziché del sacerdozio. Ciò significava un cambiamento radicale e un andare controcorrente, anche se, a dire il vero, all’origine della cosiddetta crisi d’identità sacerdotale poteva esserci proprio il non aver osservato questa priorità della scelta di Dio. Visto così, il celibato sacerdotale si presentava come un modo concreto e radicale di donazione di sé a Dio e precedeva il dono del ministero presbiterale, che dopo si concretizzava nella “lavanda dei piedi” anziché nel ricevere un potere sacerdotale. La seconda, l’incontro vivo con l’unico modello e tipo di qualsiasi ministro: Gesù crocifisso e abbandonato, del quale la vita di don Silvano era un’eloquente e forte testimonianza. Gesù crocifisso, abbandonato da Dio, era per lui 1’Uomo. Colui che permetteva a noi di diventare figli di Dio e perciò, come Lui, veri uomini. Fu la libertà raggiunta nell’amore per Gesù abbandonato a farmi dire di sì al ministero e a farmi tenere tuttora fede a quell’impegno con la libertà di chi vuole solo Dio e la sua volontà. Silvestre Ourives Marques 0000000000000 0s00s00000 Dal Messico Silvano, sacerdote mariano on è facile parlare di una persona tanto speciale come d. Silvano; figura poliedrica che a pochi mesi dalla sua partenza per il Cielo si ingigantisce a vista d’occhio. — pag. 153 — d. silvano e i sacerdoti I miei primi contatti con Silvano risalgono a quando, entrato da poco in focolare, cominciai a leggere i suoi libri e articoli. Ma una più profonda conoscenza di lui la feci a partire dal 1992, quando iniziai a venire a Roma, dapprima dal Cile e poi dal Messico, per partecipare agli incontri annuali dei responsabili del Movimento. Il suo saluto, pervaso da singolare calore a testimonianza di un’affettività ricca, umanamente piena e per questo squisitamente soprannaturale, mi faceva sentire a casa, cosa per me assai importante in quei primi anni in cui avvertivo il naturale imbarazzo di chi è “nuovo”. Le nostre prime conversazioni ebbero luogo in occasione dei colloqui sulla parte sacerdotale del Movimento nei Paesi di cui ero incaricato. Là ricevetti una lezione che non dimenticherò mai. Quando si parlava di qualche sacerdote in difficoltà, Silvano ci invitava a guardare al disegno di Dio su quella persona e non all’efficienza del suo lavoro nel Movimento. In quei colloqui egli si rivelò esperto dell’“anima sacerdotale”. Esperto non tanto da un punto di vista teorico — che egli non disdegnava e del quale all’occorrenza sapeva tener conto magistralmente — ma a partire dalla vita. Ricordo che, come frutto di uno di questi colloqui, tornai nel mio Paese con il cuore e la mente trasformati, con l’intenzione di ricominciare da zero nel mio rapporto con i sacerdoti del Movimento. Senza che dicessi nulla, quello sguardo diverso suscitò in alcuni il desiderio di impegnarsi più profondamente e ne venne fuori una vera rinascita. Silvano mi aiutò ad amarli rispettando la loro vera dignità. La sua, più che misericordia, era fedeltà all’altro, incondizionata, profondamente evangelica, la stessa che Dio Padre usa nei nostri confronti. Questa fedeltà rende fedele chi hai a fianco perché riscatta il suo vero essere. Con Silvano ho avuto alcune conversazioni sulla situazione della Chiesa nel mondo di oggi. A questo proposito, mi impressionava la libertà del suo pensiero, assieme alla sua rigorosa ecclesialità. Tale 151 equilibrio non facile nasceva, a mio avviso, dalla sua unione con Dio e dalla sua passione per il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato che egli traduceva esistenzialmente in vita e che rappresentava la lente attraverso la quale guardava le vicende della Chiesa e dell’umanità. Per me d. Silvano è un modello di spiritualità trinitaria. Un appassionato della diversità che rende ricca l’unità. Il mio ultimo incontro con lui avenne nell’ottobre 2006 al Centro sacerdotale a Grottaferrata. Ci ricevette in un salotto a fianco alla sala di pranzo e ci parlò dell’ultimo suo scritto: un articolo sul profilo mariano della Chiesa e alcune figure insigni che lo avevano attualizzato lungo la storia. Ora, a distanza di mesi, mi rendo conto che il profilo mariano era il cuore della sua vita come sacerdote. Non a caso egli ha schiuso ai sacerdoti diocesani questo sacerdozio “mariano” così come è andato approfondendosi nell’Opera di Maria: un cammino ancora da scoprire, di insospettate potenzialità, che la Chiesa saprà sempre più cogliere nella sua vera portata. Jesùs Moràn d00000000 0000000000000 0000000000 sso ssd Dall'Uruguay «Bistecche, e molte!» N® è stato facile arrivare nell’ottobre scorso a Roma, per l’annuale incontro dei responsabili del Movimento dei focolari, e non trovare d. Silvano. Era sempre uno dei primi a salutarmi, accogliendomi con la sua caratteristica risata. «Come stai? Raccontami: hai bisogno di qualcosa?». Ed il suo aiuto non si faceva attendere. Aveva sempre da dare, anche quando a primo acchito pareva che non ce ne fosse. Quando si trattava di amare, sembrava che d. Silvano perdesse il senso delle misure. Ricordo che una volta invitò a un ristorante i e le responsabili del Movimen- gen's 5-6/2007 - 231 — pag. 154 — 152 to nel Cono Sud dell’ America: una quindicina di persone. Quando venne il proprietario del locale (ormai suo vecchio amico, come chiunque lo avvicinasse) e chiese che cosa desideravamo mangiare, d. Silvano rispose per tutti: «Carne! Ma carne, carne! Mica pollo, pesce, o quelle cose così... carne di mucca!». Conosceva bene i nostri gusti e soffriva per noi, pensando che durante un mese in Italia sentissimo la mancanza della nostra ottima carne bovina. E allora: carne per tutti! Il proprietario, un po” perplesso chiese timidamente: «Che tipo, e quanta...?». E d. Silvano: «Bistecche, e molte!!!». Conclusione: arrivò una montagna di bistecche che nemmeno noi, abituati com’eravamo, riuscimmo a finire. Con tutta semplicità egli chiese di impacchettarle perché le portassimo a casa. Era così: amava senza misura. Ricordo, poi, una situazione complessa e delicata in cui mi sono trovato involontariamente. Sia che mi fossi mosso in un senso o nell’altro, ci sarebbero state numerose persone che ne sarebbero rimaste male. Non sapevo proprio come agire ed avvertivo un senso di colpa per non essermi spiegato opportunamente. Cercai d. Silvano e gli chiesi di confessarmi. Egli mi invitò lì per lì a sederci, in mezzo alla folla che riempiva quella grande sala, e si rivolse a me frontalmente come sempre: «Allora, dimmi!». Appena incominciai a raccontargli scoppiò con la sua solita risata. E non c’era modo di fermarlo. «Ma ascoltami — gli dicevo — che si tratta di una cosa seria». E lui continuava a ridere... Ad un certo punto si fermò e mi disse: «Sai, a me di queste cose ne capitano diciassette al giorno... se dovessi dargli retta...». E giù a ridere! «Sta tranquillo, segui Gesù dentro, lui non ti farà sbagliare», mi disse. Al di là della decisione ormai presa, mi invase una pace grandissima. Lui mi portò su un altro piano, dove tutti i miei pensieri e tormenti erano diventati minuscoli. E con quella libertà riuscii ad affrontare ogni cosa in modo che nessuno ne restasse male. 232 - gen's 5-6/2007 d. silvano e i sacerdoti L’anno scorso seppi che non era stato bene. Appena arrivato per il consueto incontro di ottobre, andai a trovarlo. Mi accolse a casa sua, nella saletta dove faceva i colloqui. Conclusi i calorosi saluti, mi disse: «Allora, dimmi...». Pensava che andassi da lui per un colloquio, invece io volevo vedere di persona come stava. Quando glielo dissi scoppiò ancora a ridere: «Non mi vedi? Sto benissimo!». Avevo saputo che non vedeva bene, allora presi un libro e gli chiesi di leggermi alcune righe. Ma lui, ridendo e scherzando, eluse la mia richiesta. Non riuscii a farlo leggere. E lui continuò a dirmi che stava benissimo. E stato l’ultimo “colloquio” avuto con lui su questa terra. Gustavo Clarià 00009500 00000000000s00ss 0000000000000 n0000000 Da Hong Kong Dio come Ideale! rmai sono oltre 30 anni da quando insegno. Qualcosa ho dato, ma tanto ho ricevuto. In questi giorni mi sono tornati alla mente soprattutto alcuni maestri che hanno capovolto la mia vita. (...) All’inizio del 2° anno di seminario (@ Roma, alla fine degli anni ’60; n.d.r.), la mia vita subì una scossa, una grande angoscia: non sarei mai riuscito a diventare sacerdote! Avevo visto abbandonare il ministero alcuni membri del clero di cui avevo grande stima. Il padre spirituale mi diceva che erano tentazioni e mi consigliava di pregare molto. Quanto a me avevo il rimorso di non essere saldo nella scelta della mia vocazione e pensavo che sarebbe stata una vergogna tornare un giorno a casa. Non trovando nessuna risposta, avevo deciso che, se la situazione non cambiava, nell’estate di quello stesso anno avrei lasciato per sempre il seminario. Pensavo — pag. 155 — d. silvano e i sacerdoti addirittura di aprire a Roma un ristorante cinese. Per questo motivo, durante le vacanze di Pasqua, non sono andato a prestare servizio in una parrocchia come facevano gli altri, ma mi sono rinchiuso in seminario. In coincidenza un mio amico si era iscritto ad un corso di tre giorni per seminaristi, promosso dal Movimento dei focolari. Siccome inaspettatamente arrivarono dei suoi parenti, mi chiese se volevo andare io al suo posto. Triste e sentendomi tanto solo, accettai, per fare un po’ di vacanza. Nel pomeriggio del giorno di Pasqua giunsi alla sede della “Mariapoli”, in periferia di Roma. Trovai 40 seminaristi provenienti da diverse parti del mondo. Dopo cena ci radunammo per la prima volta. Entrò un sacerdote, non molto alto, dall’apparenza non particolarmente distinta ma con un bel sorriso, e cominciò a parlarci. Con stupore, sentii dire: «Essere sacerdote non ha alcun significato!»). Rimasi scioccato, convinto di aver sbagliato indirizzo. Ero arrabbiato. La mia sofferenza in quel periodo era appunto quella di non poter diventare sacerdote, unico sogno e scopo della mia vita. Mentre cresceva la rabbia, sentii di nuovo: «Essere sacerdote non vale niente...»). E proseguì: «... se non scegliamo Dio come nostro ideale e lo mettiamo al primo posto nella nostra vita». Sembrò una bastonata sulla fronte?. Di colpo compresi: ero attaccato a “diventare sacerdote”, come se questo fosse lo scopo e l’ideale esclusivo della mia vita, anziché scegliere Dio: avevo investito tutto me stesso sul sacerdozio ma non su Dio! Del contenuto dei tre giorni di ritiro ora non ricordo più nulla. Ma le parole di quel “d. Silvano”, come lo chiamarono, hanno non soltanto salvato la mia vita, ma mi hanno pure dato la forza di rimaner fedele alla mia scelta. È vero: è solo a Dio che 153 devo la vita, tutto il resto passerà, ma Dio rimane per sempre, solo l’amore è eterno . Negli anni seguenti, ho mantenuto il contatto con d. Silvano. Dopo quella Pasqua, sono ritornato al seminario con tanta pace e serenità. E vi sono rimasto, senza essere più preoccupato di riuscire a diventare sacerdote o no, perché ormai ero convinto di seguire Dio, non il sacerdozio. C. T. Kwan 1) Contributo tratto dal volume C. T. Kwan, Z//usione del Mondo, Illuminazione dal Mondo, Hong Kong 2006, pp. 37-39. Nostra traduzione dal cinese. 2) Una bastonata sulla fronte, spesso accompagnata da un urlo, è il metodo che i maestri tradizionali dello Zen adoperano per svegliare i discepoli, scacciare i pensieri inutili e aprire la loro mente allo spirito puro delle cose e della realtà. Oggi è un famoso proverbio che significa un'illuminazione istantanea dopo aver ricevuto un colpo duro e inaspettato. 2000200020500 0000000000000 0r0erttttt Dall'Irlanda Antidoto al clericalismo uando Tom Norris, sacerdote e teolo- go membro del nostro focolare sacerdotale, qualche anno fa stava per partire per una visita in India, Silvano gli ha detto alcune parole che sono come una sintesi della sua vita: «Vai per amare: così vivi Dio!». Con il suo essere e con le sue parole, Silvano ci ha impresso effettivamente che non si può rendere visibile il Dio invisibile se non nell’amore concreto per il fratello che si vede. È stato un uomo che sapeva instaurare rapporti con tutti. Durante un raduno nel Nord Italia ci siamo trovati un giorno in un bar in cui c’era anche un gruppo di giovani dai capelli lunghi e vestiti in modo assai trasandato; un gruppo da cui stare alla larga, si direbbe. Silvano, invece, si è diretto subito verso di loro ed è riuscito a stabilire con loro un bel dialogo. Di questa capacità abbiamo avuto prova anche in Irlanda quando ci ha fatto visita per ben due volte. Con semplicità ed immediatez- gen’s 5-6/2007 - 233 — pag. 156 — 154 za ha saputo creare rapporti con persone di tutti i tipi, senza sapere una parola d’inglese. Silvano è stato per noi un antidoto perfetto al clericalismo. Ha impersonato il carisma dell’unità per noi come sacerdoti diocesani. Quando parlava del sacerdozio e della vita dei “consigli evangelici”, si sentiva un'unzione che ti faceva vibrare, quasi avesse un carisma speciale per mettere in rilievo il fascino del sacerdozio vissuto nella libertà dell’“uomo nuovo”, maturo e pienamente realizzato, colmo d’amore. Ci ha incoraggiati e aiutati sempre. Quando uno di noi, dopo essersi allontanato per qualche tempo dal Movimento, ha ripreso i contatti, Silvano lo ha accolto facendolo sentire subito nuovamente “a casa”. Ha affermato giustamente Vincent Lockhart, sacerdote scozzese: ‘Quando facevi un colloquio con Silvano, non ha mai sottovalutato le tue difficoltà”. Allo stesso tempo, aveva una grande capacità di scoprire, nel contesto del mondo contemporaneo, il positivo, là dove altri non vedono che il negativo. Ascoltava profondamente, invece di affrettarsi a suggerirti soluzioni, ti faceva unità e così spesso risolveva le tue difficoltà perché, consumandole in sé, ti portava con sé nella luce. La sua semplicità sconvolgeva chi voleva complicarsi la vita, sprigionando libertà e gioia, dandoti la sensazione di essere amato con un amore incondizionato. Il suo intelligentibus pauca è stato realtà tangibile: immedesimato con la Parola di Dio, il suo parlare ti dava Dio e ti convertiva. Lo si sperimentava già nelle poche parole che diceva all'inizio di ogni nostro congresso di sacerdoti. In breve, irradiava l’amore dell’ Abbandonato che egli viveva in sé in modo tale da diventare fonte di sapienza, amico di tutti, vero uomo del dialogo, profeta del sacerdozio “mariano” per il terzo millennio. a cura di Brendan Leahy 100000000000 000s00000s000cososss00sosascocsso 234 - gen's 5-6/2007 Dall'Italia D. Silvano e le parrocchie onoscevo già d. Silvano come sacerdote della mia diocesi, ma l’incontro con lui che segnò la mia vita avvenne nel luglio 1963 ad Ala di Stura (Torino) in una Mariapoli in cui era presente anche Chiara Lubich. Fu per me un’esperienza decisiva. Rividi d. Silvano nel 1964 a Rocca di Papa in un incontro di sacerdoti e religiosi. Ormai lui aveva ottenuto il consenso del vescovo di Torino per trasferirsi al Centro del Movimento dei focolari. Mai però potrò dimenticare le giornate del 2-4 giugno 1967 quando d. Silvano per incarico di Chiara tenne il primo congresso del nascente “Movimento parrocchiale”. Quell’incontro segnò una svolta decisiva anche per la mia parrocchia di Vallo. Vi partecipammo in 44 e di lì iniziò un cammino nuovo di comunità che, ringraziando Dio, continua ancor oggi dopo quarant’anni. D. Silvano, in quella e in successive occasioni seppe rivitalizzare tanti nostri gruppi parrocchiali con la luce di “Gesù in mezzo” e l’amore a “Gesù abbandonato”, infondendo nelle nostre comunità il sapore delle prime comunità cristiane. Una rivoluzione evangelica che colpì la nostra piccola parrocchia di 750 abitanti suscitando ben presto una grande irradiazione che attirò numerose persone, anche dall’estero, che accorrevano per conoscere questa parrocchia “nuova”. In quegli anni molti erano i gruppi che vennero a Vallo per un’esperienza comunitaria. Una domenica giunsero tra noi 1.200 persone. Finché l’allora nostro arcivescovo, il card. Michele Pellegrino, mi disse: «Non puoi trasformare sempre la chiesa in un salone per accogliere le centinaia di persone che da ogni parte d’Italia vengono a farvi visita. Occorre provvedere!». Dovemmo così pensare alla costruzione del Centro parrocchiale. D. Silvano incoraggiò e concretamente sostenne questa nuova opera. — pag. 157 — Ricordare d. Silvano per me significa: riscoprire la “passione per la Chiesa”! con cui ha preso le prime mosse il “Movimento Parrocchiale”; ritrovare le originarie linee essenziali di una pastorale dell’unità con cui sacerdoti e laici hanno animato la vita ecclesiale; porsi in ascolto della sua anima-Chiesa che faceva intravedere nella spiritualità dell’unità presupposti e percorsi per realizzare le novità del Concilio Vaticano II. Come non ringraziare il Signore per un uomo così, un apostolo dell’Ideale dell’unità di questa statura, maestro e amico che, libero da ogni clericalismo, ci ha orientati a vivere — come si era augurato il Concilio — da «fratelli in mezzo ai fratelli» (cf PO 3 e 9) per condurre tutti a Cristo? (cf /Cor 9, 19). D. Silvano ci ha aiutato a credere che «la speranza non delude» (Rm 5, 5). Impegnati a rendere manifesta la presenza viva di «Gesù in mezzo», non siamo stati delusi, né noi né speriamo le circa 150.000 persone che in questi 40 anni sono passate nella nostra piccola parrocchia presso il Centro parrocchiale ora intitolato alla serva di Dio Maria Orsola Bussone. Fu proprio d. Silvano il primo biografo di Maria Orsola, giovane di Vallo che a 16 anni è partita per l’altra vita a causa di un incidente. È quindi anche grazie a lui che oggi molti vengono a Vallo per rendersi conto dell’esperienza di Maria Orsola. Per anni questa biografia, tradotta in varie lingue, anche clandestinamente nell’Est europeo, fu una delle maggiori opportunità per conoscere e far conoscere la serva di Dio e attraverso di lei portare a conoscenza di molti l’Ideale dell’unità che ha plasmato mente e cuore di Maria Orsola. Ben sappiamo che senza l’Ideale dell’unità proposto da Chiara Lubich, lei — ma così si può dire anche di d. Silvano — mai sarebbe stata quella che è. Infatti, il suo cammino di santità è fiorito nel giardino della spiritualità dell’unità che d. Silvano ha ben coltivato sia in lei che anche in molti di noi. 155 Custodisco preziosamente alcuni regali fattimi da lui. Ricordo in particolare la registrazione audio del discorso di Paolo VI alla parrocchia di Casalbertone (Roma) affinché potessi farla ascoltare il giorno del mio ingresso nella parrocchia di Vallo dalla viva voce di Papa Montini: «La parrocchia: quale compito sublime, quale impegno per tutti, quale responsabilità, ma anche quale pienezza e splendore di vita cristiana: generare Cristo presente in mezzo a noi». Oppure alcuni messaggi e lettere scritte da Chiara Lubich al Movimento parrocchiale o a noi sacerdoti. Tra queste quella in cui lei, a pochi mesi dalla morte di Maria Orsola, la nomina «naturale protettrice del Movimento parrocchiale». L'incontro con l’Ideale di Chiara ha let- teralmente capovolto la vita di d. Silvano. Il carisma dell’unità divenne la sua ragion d’essere ed il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Ha veramente rivoluzionato la teologia con la vita, rendendola viva e luminosa. Sono migliaia i sacerdoti nel mondo che da lui hanno attinto quella sapienza che scaturiva dalla sua immedesimazione a Gesù abbandonato e dalla luce di Gesù in mezzo. Certo nella sua vita non mancarono dif- ficoltà. A volte ce ne confidò alcune, ma non drammatizzava mai. Il suo sorriso accogliente manifestava quanto sia stato uno strumento prescelto da Dio per essere un vero apostolo del Risorto tra noi che attraverso lo Spirito muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui. Vincenzo Chiarle occ 1) Della “passione per la Chiesa” aveva parlato Paolo VI nel suo saluto ai sacerdoti e religiosi aderenti al Movimento dei focolari durante l’udienza generale del 13 luglio 1966. Vi disse fra l’altro: “Abbiate per la Chiesa quello che si chiama la passione, l’amore ardente, la fedeltà senza limiti. (...) Applicate questo spirito [dell®unità] rispetto ai quadri che la Chiesa vi offre: le vostre diocesi, le vostre famiglie religiose”. Il 10 agosto dello stesso anno, Chiara Lubich, in un discorso alla nascente cittadella di Loppiano, invita con parole vibranti i membri di tutto il Movimento ad avere quella “passione per la Chiesa” che da sempre aveva guidato la sua vita. gen's 5-6/2007 - 235 — pag. 158 — 156 Uomo e sacerdote Lettera del prof. Andrea RICCARDI, Fondatore della Comunità di Sant'Egidio, a Chiara Lubich 236 - gen's 5-6/2007 00000 000000900000000000 1009009090 00LFITTTALL TIA LO ITALA LANA AACALACOLALALALONNACLOLALALACLALOCCCL2 LO CCCCo02 00000909500 0n0s 0000000 ddt d. silvano e i movimenti Roma, 20 febbraio 2007 C ara Chiara, sono rimasto addolorato per la scomparsa di d. Silvano. Per me e per i miei amici di Sant'Egidio ha rappresentato una presenza amica, accanto a te, discreto e sorridente, con un tratto umano che tanto trasmetteva lo spirito di unità e di dolcezza che fa parte del bel carisma dei Focolari. In varie occasioni abbiamo collaborato e ci siamo incontrati nel lavoro sugli orizzonti del mondo, la sua parola equilibrata e acuta ha sempre aiutato a risolvere le questioni e a raccogliere le sfide del nostro tempo. Tutti lo ricorderemo con gratitudine per aver dato con la sua vita uno stile di sacerdote umile, che sa sostenere i fratelli chiamati a esercitare il ministero sacerdotale; lo ricorderemo come un uomo semplice e credente, sempre pronto e disponibile alle esigenze del Movimento e della Chiesa intera. Con la sua vita d. Silvano ha mostrato come un sacerdote impegnato nella spiritualità di un Movimento possa essere molto bene — oserei dire quasi: meglio — un prete al servizio della Chiesa universale e di tutti. Preghiamo il Signore per lui e siamo sicuri che segue il cammino dei suoi amici, tra i quali spero di essere annoverato. Ti faccio i miei migliori auguri per la tua salute e ti sono sempre vicino. Andrea — pag. 159 — d. silvano e i movimenti uesta nostra liturgia è un anticipo di Cielo e le parole del vescovo hanno messo nel mio cuore il ricordo di una parola del teologo Giovanni, dall’ Apocalisse: «Beati coloro che muoiono nel Signore: le loro opere li seguono» (cf Ap 14, 1). È così bello pensare al Movimento dei focolari come a un’Opera di opere, e tra queste il dialogo, la collaborazione, la comunione intensa, feconda, piena di novità e di ideali che in questi anni lo Spirito Santo ci ha dato la grazia di vivere e anche oggi di testimoniare. Così ci piace pensare che anche noi lo seguiamo in Cielo, in questo anticipo di Cielo che è la liturgia di oggi. Non ci rattrista la morte. Noi sappiamo che non ha altro potere se non quello di un pungiglione. Semmai il ricordo delle grandi virtù umane e spirituali vissute da questo sacerdote, così amabilmente e puntualmente richiamate dal vescovo. Ci risulta difficile immaginare fermo, immobile, statico il nostro don Silvano, uomo dinamico, pieno del dinamismo dello Spirito, pieno del dinamismo dell’amore. E così adesso lo immaginiamo in un’altra veste, quella che si addice a coloro che vivono la beatitudine del Cielo, ed è l’intercessione. Così vorremmo che le nostre preghiere riempissero questa coppa che lui regge con l’unguento, con il profumo, con le preghiere che vengono dalla terra, e le presenti dirette al Signore per ciascuno di noi, per Chiara, per i desideri più intensi, più fecondi dell’Opera di Maria e di tutti i Movimenti e le Comunità che don Silvano ha conosciuto, aiutato, apprezzato nella sua testimonianza. Lo consegniamo allo Spirito Santo, quello Spirito Santo nel cui nome ci siamo radunati e insieme abbiamo camminato. Lo consegniamo allo Spirito Santo nel cui grembo ora è don Silvano, preparandosi al giorno ultimo, splendido, glorioso della risurrezione. MILLI LLLLILLLLLL LALA DIL LOLLI LEA TELII LILLO LCA LL LOLO ALLA LL LLALLC LET LULILLL LDL LELE LLSCONOCOCCOCCCCCC0CCCCC0000 0000000000000 157 Pieno dello Spirito Intenzione di preghiera pronunciata al funerale di d. Silvano da Salvatore MARTINEZ, Presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito in Italia gen's 5-6/2007 - 237 — pag. 160 — 158 Uomo capace di creare fraternità del prof. Matteo CALISI, Presidente della Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowshipsf 238 - gen’s 5-6/2007 se0c00s0cenosesceseeoe 0000 d. silvano e i movimenti L a prima volta che ho incontrato don Silvano Cola è stato nel gennaio del 1996 al Pontificio Consiglio per i Laici nel “gruppo ad hoc” istituito dal Dicastero per l’organizzazione del grande incontro dei Movimenti ecclesiali e delle Nuove Comunità con il Santo Padre Giovanni Paolo II, tenutosi la Vigilia della Pentecoste del 1998. Lo ricordo come il sacerdote del sorriso e dell'accoglienza. Un uomo capace di creare armonia e fraternità, una presenza che generava vita spirituale e zelo apostolico per il Regno di Dio. Abbiamo lavorato insieme per tanti altri incontri e abbiamo mantenuto un rapporto di amicizia e di collaborazione stabile. Egli ha avuto per me sempre parole di grande incoraggiamento e di edificazione. Spero di essere riuscito a ricambiarlo per tutto l’affetto che mi ha donato. Il Signore lo ha posto nella comunità cristiana come modello di santità e per questo gli chiedo di intercedere per tutti i sacerdoti della Chiesa cattolica e per i Movimenti ecclesiali e le Nuove Comunità che egli ha tanto amato e servito in modo esemplare. Grazie, don Silvano! — pag. 161 — d. silvano e i movimenti Ci sono personalità che non si dimenticano mai più quando si è avuta la fortuna di incontrarli. Una persona di questo genere era d. Silvano. Dopo il grande incontro della Pentecoste 1998 in piazza s. Pietro col Santo Padre Giovanni Paolo II, Chiara Lubich non esitò neppure un attimo a mettere in atto il mandato del Papa di promuovere al meglio l’unità fra i Movimenti e le Comunità. Colse immediatamente l’occasione di invitare i Movimenti ecclesiali a ritrovarsi periodicamente a Roma per coltivare l’amore fraterno e dare impulso allo spirito d’unità fra tutti gli esseri umani. Volentieri il Movimento dei Cursillos accolse questo invito e così, come allora responsabile della nostra Segreteria mondiale, assieme a P. Martin Bialas C.P., nostro assistente spirituale, ebbi la fortuna di poter conoscere a Roma e successivamente a Castel Gandolfo la comunione fraterna dei focolarini e il sacerdote d. Silvano Cola, riportandone grande stima. La sua straordinaria cordialità e il suo particolare sorriso fugò subito ogni imbarazzo e noi che convenivamo per la prima volta da vari Movimenti, ci sentimmo ben presto come amici che erano tornati da lontano. Poco dopo ci arrivò un invito personale a visitare il Centro dei Focolari a Rocca di Papa, assieme all’équipe direttrice dei Cursillos in Italia. Anche in quell’incontro tutti rimasero profondamente impressionati dall’amore con cui fummo ricevuti. Si spalancarono per noi le porte. D. Silvano trasmise a ciascuno la sensazione di essere per lui in quel momento la persona più importante del mondo, e sono convinto che ciò corrispondeva anche a realtà. Egli aveva il grande dono di rafforzare l’autostima in ogni persona che incontrava. Non avendo padronanza della lingua italiana, ho avuto ben pochi colloqui con d. Silvano. Ma ogni incontro con lui mi ha toccato profondamente e mi ha fatto prendere coscienza in quale misura Gesù fosse il centro della sua vita e quanto egli desiderasse che il Signore fosse anche al centro del suo incontro con l’altro. In particolare ricordo il Congresso mariano che si svolse nell’anno 2003 a Castel Gandolfo. La gioia e l’irradiazione di d. Silvano durante quei giorni erano viva testimonianza del suo amore per la Madonna. Poco prima che mi toccasse presentare la mia testimonianza su “Maria nel Movimento dei Cursillos”, in cappella mi sono casualmente imbattuta in d. Silvano. A bassa voce egli pronunciò il mio nome e mi benedisse. Fu come una collata [Rizterschlag]. Per me era come la promessa: «Dio salirà con te sul palco; gliel’ho chiesto». Così l'hanno conosciuto tanti. La sua unità con Gesù e Maria ha creato unità fra le persone. i III I 159 Ha aperto per noi le porte di Frances RUPPERT, già Presidente della Segreteria mondiale del Movimento dei Cursillos de Cristiandad gen’s 5-6/2007 - 239 — pag. 162 — 160 Successivamente, per molte volte i rappresentanti dei vari Movimenti si sono ritrovati a Rocca di Papa per la preparazione della Giornata “Insieme per l'Europa” a Stoccarda nel 2004. Di rado egli prese la parola, ma sempre era presente con il suo amore premuroso e ci fece sentire la sua gioia quando nell’elaborazione delle linee di fondo eravamo riusciti a fare un passo in avanti. Sfogliando alcune pubblicazioni su 240 - gen's 5-6/2007 silvano e i movimenti * quella magnifica Giornata, non l’ho trova- to su nessuna foto. Così era d. Silvano. Farsi vedere in prima fila non era il suo stile, ma lui toccava, e spesso trasformava, i cuori di quanti l'hanno incontrato. D. Silvano rimarrà indimenticabile per noi e noi ci sappiamo debitori del suo Ideale. e_| — pag. 163 — epilogo 161 Don Silvano e il suo medico del prof. Luciano Donati Ho conosciuto don Silvano, da poco giunto a Roma, all’inizio degli anni '60. Da allora ne è nata una immediata simpatia che si è trasformata in sincera amicizia col passare degli anni. Sacerdote amico Gina suscitava affetto, interesse e stima perché straordinariamente disponibile all’ascolto, senza preclusioni per una persona di altre convinzioni quale ero io e la mia famiglia. Ancora oggi mia moglie, che con Silvano non ha mai avuto un colloquio approfondito, ha dichiarato che si è sempre sentita compresa, perché riconosceva in lui forti capacità intuitive. Esperto di psicologia, reduce dall’assistenza religiosa in un riformatorio torinese, intavolava con me e con il comune amico, il dottor Cosimo Calò, discussioni sulle reciproche influenze tra psiche e corpo. Già all’epoca, pur riconoscendo a Freud l’importanza di avere descritto e dato risalto all’inconscio, ne negava la validità terapeutica. Con lui conoscemmo e studiammo C. G. Jung. Intelligente, intuitivo, essenziale, più che parlare ascoltava ed interloquiva sopratutto per mettere in luce la verità latente nello spirito dell’interlocutore. Il confluire, nella stessa per- sona, del sacerdote, dello psicologo e del carisma di Chiara Lubich aveva realizzato, a mio avviso, un felice, singolare incontro. Ricordo un episodio. Quando decidemmo per la prima comunione dei due miei figli, affidai a lui questo compito, consapevole delle sue capacità di dialogo con persone di altra cultura. La preparazione e la cerimonia furono una gioia per i partecipanti: tutti i miei parenti ed amici, anticlericali convinti, raccolsero spontaneamente una colletta con la quale il vescovo Acacio che officiava la cerimonia, acquistò i banchi per una scuola della sua diocesi brasiliana. Fu una delle prime occasioni in cui sperimentai l’importanza di una comunità sacerdotale e di futuri sacerdoti riuniti nel nome di Gesù, così come l’aveva organizzata Silvano. Partito da Roma nel 1973 per ragioni professionali, continuai a frequentarlo saltuariamente, mantenendo così un altro prezioso contatto con il Movimento dei focolari. Le visite al Centro sacerdotale a Grottaferrata, oltre al periodico regolare contatto con il focolare cui appartengo, mi rafforzavano nella strada faticosamente intrapresa, grazie all’accoglienza di tutti e soprattutto di Silvano. gen's 5-6/2007 - 241 — pag. 164 — 162 Paziente Iniziai a curare Silvano sul finire del 1996, epoca in cui lo trovai affetto da due malattie che, come la maggioranza di quelle che affliggono l’umanità contemporanea, non danno segno di sé: i “killer silenziosi”, nel suo caso l’ipertensione e una neoplasia della prostata. Si pose nell’immediato il problema di intervenire sulla carotide, ormai praticamente occlusa, in piena unità di pareri con i dottori Leonardo e Paolo Calò, rispettivamente cardiologo e chirurgo, giovani colleghi competenti e legati affettivamente a Silvano. Quando, nel ’97, entrò barellato in sala operatoria, per l’intervento, salutò tutti con il suo tipico sorriso, stemperando gli astanti da quella naturale trepidazione che precede un atto operatorio così rischioso per la vita del paziente. Il suo atteggiamento di disponibilità e di ascolto, mise tutti, dal chirurgo all’ultimo inserviente, in uno stato d’animo che favorì non poco il buon esito. Il Professor D'Andrea, all’epoca aiuto chirurgo, volle incontrarlo successivamente per un colloquio privato e, a distanza di tempo, mi chiese sue notizie con sincero interesse per quello che definì, un suo caro amico. Qualche mese dopo, nell’agosto del ’97, si sottopose alla radioterapia necessaria per arrestare il progredire della neoplasia prostatica. Questa cura fu sopportata senza particolare problema né complicazioni. Anche in questa, come in tutte le altre circostanze, evitò di gravare sul suo focolare. Restò da solo a Roma, pur di non interrompere le vacanze estive programmate dai sacerdoti della sua comunità. Rimaneva così da mettere sotto controllo l’ipertensione con un’adeguata terapia, cosa che però comportò qualche difficoltà, perché Silvano non sempre la osservava. Forse vittima di un gap culturale circa il modo di essere delle malattie della nostra epoca e dell’importanza della tera- 242 - gen's 5-6/2007 epilogo pia, considerava l’assenza di qualsiasi dolore come un segno di buona salute. Ne scaturì un dialogo, basato sul reciproco rispetto, nel quale compresi che l’unica arma vincente per sottoporlo ai periodici controlli ed alla terapia ipotensiva era sottolineare la sollecitudine necessaria al doveroso mantenimento della salute del corpo per servire Dio e i fratelli. Ma anche questo asserto, che sicuramente conosceva meglio di me, funzionava se si accorgeva del dispiacere che mi procurava il suo rifiuto; allora per amore nei miei confronti, accettava i consigli, non trascurando di ripetermi che dovevo però evitare l’accanimento terapeutico e l’eccessiva medicalizzazione del malato. Un altro tema su cui non eravamo d’accordo era quello dell’età. Lui sosteneva che, alla sua età, sarebbe giusto uscire dalla scena di questo mondo; io contrapponevo il dato statistico della longevità, come fenomeno tipico dei paesi ricchi in generale e dell’Italia in particolare. Oggi vedo questi confronti come circostanze volute da Dio per cimentare ed approfondire la nostra unità. Perché comunque, alla fine, Silvano si sottoponeva a quella “rivoluzione permanente” che il progresso tecnico-scientifico della nostra epoca comporta: una serie infinita e costosa, in termini di tempo e denaro, di analisi e terapie? Lo fece soltanto per amore, non certamente per cercare di vivere quanto più possibile o per il naturale istinto di conservazione, distaccato come era ed è sempre stato dalla salute del corpo. Costruttore d'unità Le cure effettuate gli permisero così di riprendere le sue molteplici attività e di assumere altri incarichi molto impegnativi, come tessere una rete di collegamenti per il dialogo coi vari movimenti, la preparazione delle Giornate “Insieme per l’Europa” che si tennero a-Stoccarda nella prima- — pag. 165 — epilogo vera del 2004 e del 2007. Per ottemperare nel migliore dei modi a questo importante appuntamento mi chiese di procrastinare l’inizio della terapia ormonale, volta a ritardare l'insorgenza di metastasi del cancro della prostata, nel timore che la cura riducesse le sue facoltà cognitive. Gioioso di servire Dio attraverso il carisma di Chiara, accettava questi impegni con competenza, operosità, assiduità, spiccate capacità organizzative, nel contesto di un focolare in cui l’amore a Gesù Abbandonato e la presenza di Gesù in mezzo a loro era palpabile e non ho mai visto mancare. Sul finire del 2003, inizio 2004 nacquero nuove difficoltà. Silvano ebbe un improvviso, notevole abbassamento della vista che richiese un ricovero urgente presso la Clinica Medica dell’Università Cattolica di Roma. Il suo atteggiamento nei confronti di questa ulteriore complicazione e del personale medico ed infermieristico rimane identico a quello osservato in occasione dell’intervento sulla carotide: nessuna apprensione per quanto è accaduto, ascolto, apertura, amore nei confronti di chi provvedeva a curarlo. La terapia antiipertensiva, concordata con i colleghi del Gemelli ed il dottor Leonardo Calò, ripristinò un visus accettabile, anche se non uguale alle condizioni precedenti. Dopo un mese di cure intensive Silvano riprese quindi la piena attività, sempre raccomandando a tutti la massima riservatezza sulle sue reali condizioni di salute. Gli ultimi mesi Si giunge così alla fine del 2006, sempre in condizioni di apparente buona salute, epoca in cui Silvano avverte una tumefazione in sede sopraclaveare destra e dolori lombari. Un controllo clinico fa pensare a due focolai tumorali, uno polmonare, l’altro sotto forma di una metastasi del tumore prostatico da cui, con tutta probabilità, deriva una frattura a carico della quarta e quinta vertebra lombare. 163 Quando a fine dicembre iniziano forti dolori, dobbiamo lavorare molto per la precisa somministrazione dei farmaci antidolorifici, perché Silvano, come sempre essenziale, non vuole disturbare nessuno. In questa fase mi rendo conto che, quanto più il male progredisce, tanto più appare libero. Nonostante le precarie condizioni, il 30 dicembre 2006 va a parlare a un incontro di gens (seminaristi aderenti al Movimento dei focolari), sopportando dolori di notevole intensità. In seguito, il dolore raggiunge un’acme tale da impedire la stazione eretta. Si rende perciò necessario un ricovero presso la Clinica “Assunzione di Maria SS.” delle Suore di Maria Riparatrice dove si provvede, in collaborazione con il dottor Mauro Trevisan, ortopedico, all’allestimento di un busto che scarica il peso dalla zona fratturata, ad adeguata fisiocinesiterapia, ed all’amorevole e competente assistenza infermieristica delle suore Elisea Iacobelli e Giovanna Pillon. In questa circostanza, le suore ed il personale tutto rimangono colpiti dalla sua testimonianza di amore a Gesù abbandonato e l’intensa fraternità tra lui ed i sacerdoti che andavano a trovarlo. Riportato al proprio domicilio, è assistito dai sacerdoti del suo focolare nel migliore dei modi. Ormai, a questo punto, qualsiasi atto medico che non si limiti alla terapia del dolore sarebbe stato accanimento terapeutico, ed a questa strategia mi sono scrupolosamente attenuto, garantendo più volte a Silvano analogo comportamento. Tornato a casa, egli ha rivisto lettere, ricevuto e fatto telefonate, programmato attività future. Evidentemente viveva l’attimo presente con perfezione: con i piedi per terra e con lo spirito proiettato nell’eternità. In questa fase, sempre sorridente, è quasi sempre a letto e, nei pochi momenti in cui si solleva, deve indossare il busto ortopedico. Alle poche persone che vede comincia ad inviare “i pizzini”, in forma gen's 5-6/2007 - 243 — pag. 166 — 164 piemontese, con molto garbo, “per caso”. Alla superiora della clinica che, nel salutarlo, si raccomanda alle sue preghiere risponde con un “sempre” molto significativo. Una sera, nel salutarlo, chiesi se dovessimo vederci il giorno dopo. Risposta: “Vieni quando vuoi, ma torna sempre!”. Un altro giorno mi racconta, felice, di aver affidato a Mario Bodega la sua biblioteca per la futura Università di Loppiano. Ad Enrico Pepe, nell’augurare la buona notte si raccomanda di tenere Gesù in mezzo sempre. Il pomeriggio del suo ultimo giorno assiste, via internet, al primo congresso di “Medicina, Dialogo, Comunione”; è entusiasta e spera che i laici crescano sempre di più per portare Gesù nel mondo. La sera di quel giorno avverte una modesta dispnea: chiamato al suo capezzale il dottor Mario Silvestri, questi, dopo accurato esame obiettivo del torace, mi riferisce telefonicamente di non aver notato nulla di particolare. Alle ore 21, nel dare la buona notte a Giò Aruanno che lo saluta per ultimo dice: «Mi raccomando: l’unità di tutti!». Il 17 febbraio mattino, Giò porta, come al solito da quando Silvano non può più scendere, il caffè. Ma Silvano non risponde, è già in Paradiso. Pur cosciente della situazione fin dal 1997 ed ancor più nella fase terminale, molto dolorosa, ha continuato a “giocare” fino all’ultimo, secondo la nota espressione di S. Luigi Gonzaga. E il suo gioco preferito era amare tutti, vivendo l’ideale dell’unità. Silvano: l'uomo Cosa dire, in conclusione, di quest’uomo? Secondo me ricorda, per molti aspetti l’inizio del Libro della Sapienza (7, 22-24) perché era sicuramente intelligente, unico 244 - gen's 5-6/2007 epilogo nel suo genere e ricco interiormente, sottile, agile, penetrante, limpido e senza macchia; benevolo, amante del bene e pronto ad agire, spontaneo, generoso e amico dell’uomo, sicuro, stabile, tranquillo, capace di controllare tutto e di arrivare al cuore dell’uomo, di ogni persona intelligente, puro e fine. E come seguace del carisma di Chiara e confondatore della parte sacerdotale del Movimento dei focolari, ricco di una fede adamantina, ha vissuto l’attimo presente in modo sempre più profondo, con un’eroica confidenza in Dio che gli ha consentito di rimanere tra noi fino all’ultimo giorno come uno che non era destinato a partire mai, anche se aveva la piena coscienza della situazione. Essenziale, discreto, umile, il Signore l’ha fatto partire per nuovi Cieli e nuove terre in punta di piedi, così come era vissuto durante la sua vita terrena. Dal Brasile Ritratto di Silvano Profilo mariano. Cuore trinitario. Volto colorato di purezza nuova, cammino sigillato di eternità. Lavanda dei piedi. Anima-lavoro. Mani pulite di gioia materna, fedeltà infinita di ogni momento. Segno di Maria. Lui tutto in Lei. Paradiso del “servo”, figlio amato immerso nell’ Amore. Per l'unità. Per sempre. Ricardo Pinto — pag. 167 — indice cesso corosccoscosenoceseo covescocscccecene » ri ? 165 e Profilo Sacerdote per l’unità di Chiara Lubich Uomo fatto Chiesa di mons. Giuseppe Petrocchi Tappe di una vita. di Hubertus Blaumeiser in collaborazione con Enrique Cambòn ANTOLOGIA DI SCRITTI mall.carisma dell'unità e i sacerdoti 16 19 22 25 32 36 39 La luce che mi colpì L'incontro con l’Ideale dell’unità (19 aprile 2006) Il volto dell’ Abbandonato nel mondo sacerdotale Alla Giornata di 7000 sacerdoti e religiosi nell’Aula Paolo VI (30 aprile 1982) - I Il Movimento sacerdotale Alla Giornata di 7000 sacerdoti e religiosi nell’Aula Paolo VI (30 aprile 1982) - II Laici e presbiteri insieme per l’umanità A un Congresso internazionale di sacerdoti (26-28 maggio 1988) Il presbitero: un’identità tratta dal Vangelo Al Sinodo dei vescovi sulla formazione sacerdotale (ottobre 1990) Figura, vita e spiritualità del sacerdote oggi Al Congresso internazionale di seminaristi (27-30 dicembre 1994) Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti Riflessioni a modi testamento, per i sacerdoti (28 dicembre 2004) gen’s 5-6/2007 - 245 — pag. 168 — 166 46 53 indice Carisma femminile, profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich L'ultimo articolo di d. Silvano sulla nostra rivista (dicembre 2006) Se ami sei Consegna per la nuova generazione sacerdotale (30 dicembre 2006) mull.carisma dell'unità e la formazione 56 62 68 73 76 80 85 93 Seminario: gruppo o comunità? A un Convegno di educatori nei seminari (novembre 1979) Rilevanza formativa di una spiritualità comunitaria A un Convegno di educatori nei seminari (luglio 1989) Un centro di formazione alla spiritualità di comunione Articolo di apertura del Quaderno di gens “preti oggi” I consigli evangelici Dalla rivista gens (1976) Povertà per la vera ricchezza Una conversazione del 1989 Alcuni aspetti della verginità nei Padri Dalla rivista gen (1996) Obbedienza: riscoperta di un rapporto Una conversazione del 1989 Verso un pieno umanesimo: orizzonti nuovi in psicologia A un Congresso di psicologia (14-16 giugno 2002) mull.carisma dell'unità nella pastorale 102 11] 118 246 - gen's 5-6/2007 Per una pastorale dell’unità A un Convegno di parroci (13-15 novembre 1985) Nuova evangelizzazione e immagini di Dio A un Convegno sacerdotale (1991) Nuovi orizzonti per la teologia e la pastorale A un Convegno internazionale di sacerdoti (21-24 aprile 1998) — pag. 169 — indi O & 167 TESTIMONIANZE mb: Silvano e i Focolari Insieme per i sacerdoti ] 26 di Pasquale Foresi 5 8 Schiettezza, semplicità, comunione I di Oreste Basso ] 3 ] Un uomo realizzato di Valeria Ronchetti Il capolavoro di don Silvano ] da di Andrea Balbo ofm MRO 135 è Pimocoa Profezia ed 136 detail Sacerdote illuminato, fratello ] 38 di Danilo Zanzucchi ] 40 Don Silvano Cola e Città Nuova di Giannino Dadda mbD4Silvano, i sacerdoti e i seminaristi 2 «Angelus Ecclesiae» ] 4 di mons. Luigi Bonazzi, Nunzio apostolico (Cuba) ] A 4 Tutti, sempre, dovunque di mons. Lazzaro You Heung-sik, Vescovo di Taejon (Corea del Sud) ] 4 Tasselli di un mosaico 6 Testimonianze da quattro Continenti, a cura di Enrico Pepe gen's 5-6/2007 - 247 — pag. 170 — 168 indice ® Di. Silvano e i Movimenti Uomo e sacerdote I 5 6 Lettera del Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, a Chiara Lubich Pieno dello Spirito ] 5 i Intenzione di preghiera pronunciata al funerale da Salvatore Martinez, Presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito în Italia ] 5 8 Uomo capace di creare fraternità Prof. Matteo Calisi, Presidente della Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowshops ] 9 Ha aperto per noi le porte Si di Frances Ruppert, presidente della segreteria mondiale del Movimento dei Cursillos de Cristiandad mEpilogo ] 6 ] Don Silvano e il suo medico di Luciano Donati ] 6 4 Ritratto di Silvano Poesia di Ricardo Pinto (Brasile) 248 - gen's 5-6/2007 — pag. 171 — indice. 249 INDICE ANALITICO 2007 Da inserire alla fine del N. 5-6 /2007 All’interno delle singole tematiche gli autori degli articoli sono in ordine alfabetico. Dopo il titolo di ogni articolo seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo e infine quello della pagina. SPIRITUALITÀ L’unità HEMMERLE Klaus Il dono dell’unità. 2007/1-2/3 Gesù crocifisso e abbandonato CODA Piero Il Dio del nostro tempo. Qualche nota teologica su «Gesù abbandonato» nel pensiero e nella spiritualità di Chiara Lubich. 2007/3-4/49 COLA Silvano Il volto dell’abbandonato nel mondo sacerdotale. Alla Giornata di 7000 sacerdoti e religiosi nell’ Aula Paolo VI (30 aprile 1982). 2007/5-6/99 GIOVANNI PAOLO II Il grido dell’ Abbandonato. 2007/3-4/43 LUBICH Chiara Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale. Per una «cultura della risurrezione». 2007/3-4/44 I consigli evangelici COLA Silvano Castità: Alcuni aspetti della verginità nei Padri. Dalla rivista gen’s (1996). 2007/5-6/160 I consigli evangelici. Dalla rivista gen’s (1976). 2007/5- 6/153 Obbedienza: riscoperta di un rapporto. Una conversazione del 1989. 2007/5-6/165 Povertà per la vera ricchezza. Una conversazione del 1989. 2007/5-6/156 ASPETTI DELLA VITA CRISTIANA Spiritualità e vita di preghiera COLA Silvano Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti. Riflessioni a mo” di testamento, per i sacerdoti (28 dicembre 2004). 2007/5-6/119 VITA DELLA CHIESA Avvenimenti ecclesiali / Convegni BACK Joan Patricia Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu. Non solo un evento, ma un cammino. 2007/3-4/70 TAVEIRA Alberto È stata una scuola di comunione. Testimonianza di un vescovo alla V Conferenza generale dell’Episcopato dell’ America Latina e dei Carabi. 2007/3-4/74 ZANON Giuseppe Narrare la propria fede. Formazione permanente del clero: un approccio inedito. (Intervista). 2007/3-4/61 Movimenti ecclesiali LUBICH Chiara Klaus Hemmerle: confondatore. Il suo contributo nel Movimento dei focolari. Intervista a cura di Wilfried Hagemann. 2007/1-2/10 Laicato e mondo femminile Carisma femminile, profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich (dicembre 2006). 2007/5-6/126 Sacerdoti BLAUMEISER Hubertus e CAMBON Enrique Tappe di una vita. Profilo di Silvano Cola. 2007/5-6/89 CARRERA MENDOZA Sebastian L’amore esigente di Dio. Una delle prove più dure per i sacerdoti è il venir meno della comunione. 2007/3- 4/136 COLA Silvano Figura, vita e spiritualità del sacerdote oggi. AI Congresso internazionale di seminaristi (27-30 dicembre 1994). 2007/5-6/116 Il Movimento Sacerdotale. Alla Giornata di 7000 sacer- doti e religiosi nell'Aula Paolo VI (30 aprile 1982). 2007/5-6/102 Gen's 5-6/2007 — pag. 172 — 250 indice Il presbitero: un'identità tratta dal Vangelo. AI Sinodo dei vescovi sulla formazione sacerdotale (ottobre 1990). 2007/5-6/112 La luce che mi colpì. L'incontro con l’Ideale dell’unità. 2007/5-6/96 Spiritualità di comunione e vita dei sacerdoti. Riflessioni a mo” di testamento, per i sacerdoti (28 dicembre 2004). 2007/5-6/119 Se ami, sei. Consegna per la nuova generazione sacerdotale (30 dicembre 2006). 2007/5-6/133 Laici e presbiteri insieme per l’umanità. A un Congresso internazionale di sacerdoti (26-28 maggio 1988). 2007/5-6/105 ZANON Giuseppe Narrare la propria fede. Formazione permanente del clero: un approccio inedito (Intervista). 2007/3-4/61 TESTIMONI Klaus Hemmerle BLAUMEISER Hubertus Un capolavoro. Editoriale. 2007/1-2/1 CASPER Bernhard L’uomo del primo amore. Il modo di pensare di Klaus Hemmerle e il suo significato per il futuro del cristianesimo. 2007/1-2/22 HAGEMANN Wilfried Linee di una vita. Ricordi di un amico e collaboratore. 2007/1-2/12 HEINZ Hanspeter Gioco e caso serio. Teologo e vescovo dalle molteplici doti e dal cuore di bambino evangelico. 2007/1-2/17 KRAUSE Christian Amicizia ecumenica. Nella diversità ciascuno è dono per l’altro. 2007/1-2/34 LUBICH Chiara Il vescovo Hemmerle: un dono di Dio. 2007/1-2/9 Klaus Hemmerle: confondatore. Il suo contributo nel Movimento dei focolari. Intervista a cura di Wilfried Hagemann. 2007/1-2/10 MUSSINGHOFF Heinrich Klaus Hemmerle: il pastore. Linee d’azione pastorale e lo spirito che le sosteneva. 2007/1-2/30 REDAZIONE (a cura della) Alcuni scritti di Klaus Hemmerle. Indice degli articoli pubblicati nella nostra rivista. 2007/1-2/36 Gen's 5-6/2007 Silvano Cola ARAUJO Vera Profezia ed apertura. 2007/5-6/216 BALBO Andrea ofm Il capolavoro di don Silvano. 2007/5-6/212 BASSO Oreste Schiettezza, semplicità, comunione 2007/5-6/208 BONAZZI Luigi, Nunzio apostolico (Cuba) «Angelus Ecclesiae». 2007/5-6/222 CALISI Matteo Uomo capace di creare fraternità. Testimonianza del Presidente della Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowships. 2007/5-6/238 CODA Piero Occhi nuovi. 2007/5-6/215 COTIGNOLI Carla Una vita al servizio dell’unità nella fedeltà al carisma dei Focolari. «L'Osservatore Romano» ricorda don Silvano Cola. 2007/1-2/38 DADDA Giannino Don Silvano Cola e Città Nuova. 2007/5-6/220 DONATI Luciano Don Silvano e il suo medico. 2007/5-6/241 FORESI Pasquale Insieme per i sacerdoti. 2007/5-6/206 LUBICH Chiara Sacerdote per l’unità. Profilo spirituale. 2007/5-6/85 MARTINEZ Salvatore Pieno dello Spirito. Intenzione di preghiera pronunciata al funerale dal Presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito in Italia. 2007/5-6/237 PEPE Enrico (a cura di) Tasselli di un mosaico. Testimonianze da quattro Continenti, 2007/5-6/226 PINTO Ricardo Ritratto di Silvano. Poesia. 2007/5-6/224 RICCARDI Andrea Uomo e sacerdote. Lettera del fondatore della Comunità di Sant'Egidio a Chiara Lubich. 2007/5-6/236 RONCHETTI Valeria Un uomo realizzato. 2007/5-6/211 RUPPERT Frances Ha aperto per noi le porte. Testimonianza della già Presidente della segreteria mondiale del Movimento dei Cursillos de Cristiandad. 2007/5-6/239 — pag. 173 — indice 251 YOU HEUNG-SIK Lazzaro, Vescovo di Taejon (Corea del Sud) Tutti, sempre, dovunque. 2007/5-6/224 ZANZUCCHI Danilo Sacerdote illuminato, fratello. 2007/5-6/218 VIE DELLA PASTORALE Catechesi VANDELEENE Michel e SLIPPER Callan Primi albori dopo la notte. Weekend di catechesi con i giovani in Olanda. 2007/3-4/191 Evangelizzazione COLA Silvano Nuova evangelizzazione e immagini di Dio. A un Convegno sacerdotale (1991). 2007/5-6/191 Nuovi orizzonti per la teologia e la pastorale. A un Convegno internazionale di sacerdoti (21-24 aprile 1998). 2007/5-6/198 HEMMERLE Klaus Raccontami del tuo Dio. Dio Trinità, la nostra dimora: l’esperienza di Dio in Chiara Lubich. 2007/1-2/4 MUSSINGHOFF Heinrich Klaus Hemmerle: il pastore. Linee d’azione pastorale e lo spirito che le sosteneva. 2007/1-2/30 Pastorale parrocchiale COLA Silvano Nuova evangelizzazione e immagini di Dio. A un Convegno sacerdotale (1991). 2007/5-6/111 Nuovi orizzonti per la teologia e la pastorale. A un Convegno internazionale di sacerdoti (21-24 aprile 1998). 2007/5-6/118 Per una pastorale dell’unità. A un Convegno di parroci (13-15 novembre 1985). 2007/5-6/102 Ecumenismo BACK Joan Patricia Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu. Non solo un evento, ma un cammino. 2007/3-4/70 KRAUSE Christian Amicizia ecumenica (Klaus Hemmerle). Nella diversità ciascuno è dono per l’altro. 2007/1-2/34 TEOLOGIA E CULTURA Mistero pasquale / Trinità HEMMERLE Klaus Raccontami del tuo Dio. Dio Trinità, la nostra dimora: l’esperienza di Dio in Chiara Lubich. 2007/1-2/4 Chiesa e comunione COLA Silvano Carisma femminile, profilo mariano e sacerdozio in Chiara Lubich (dicembre 2006). 2007/5-6/126 HEMMERLE Klaus Raccontami del tuo Dio. Dio Trinità, la nostra dimora: l’esperienza di Dio in Chiara Lubich. 2007/1-2/4 Evoluzione socio-culturale CAMBÒN Enrique «Difendiamo la gioia». Editoriale. 2007/3-4/41 Teologia spirituale HEMMERLE Klaus Raccontami del tuo Dio. Dio Trinità, la nostra dimora: l’esperienza di Dio in Chiara Lubich. 2007/1-2/4 Antropologia e morale CASPER Bernhard L’uomo del primo amore. Il modo di pensare di Klaus Hemmerle e il suo significato per il futuro del cristianesimo. 2007/1-2/22 Psicologia/Pedagogia e formazione COLA Silvano Verso un pieno umanesimo: orizzonti nuovi in psicologia. A un Congresso di psicologia (14-16 giugno 2002). 2007/5-6/173 | RUBRICHE | Segnaliamo CAMBÒN Enrique Una risposta alla notte del nostro tempo. «Notte della cultura europea. Agonia della terra del tramonto?» di Giuseppe Maria Zanghì. 2007/3-4/75 Gen's 5-6/2007 — pag. 174 — — pag. 175 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 9 eh1$s rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gens - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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