gen’s 2008/1-2 – Parola per la vita Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2008-1-2-parola-per-la-vita/ — pag. 1 — eius Parola per la vita Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale — D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB — ROMA rivista di vita ecclesiale Editoriale Fame di Vangelo Fabio Ciardi La Parola nel cammino della Chiesa Marco Tecilla La rivoluzione del Vangelo Gérard Rossé Il dinamismo della Parola Chiara Lubich Gli effetti della Parola Enrico Gemma Un esempio di unità ecclesiale Adolfo Raggio Chiesa locale e vita della Parola Anna Maria e Danilo Zanzucchi Famiglie a confronto con la Parola Francesco Chatel Come dare il Vangelo ai giovani Nadia Xodo Parola di Dio e adolescenti anno XXXVIII Z008 gennaio - aprile 1 /2 — pag. 2 — 12 16 21 27 34 39 43 46 49 53 [scri epie2oos EDITORIALE DOCUMENTI STUDIO SPIRITUALITÀ STUDIO SPIRITUALITÀ ESPERIENZA ESPERIENZA MONDO DELLA FAMIGLIA MONDO DEI GIOVANI MONDO DEI GIOVANI DOCUMENTI SEGNALIAMO MONDO DEI SEMINARI Fame di Vangelo Hubertus Blaumeiser Che la Parola diventi vita dai «Lineamenta» del prossimo Sinodo dei vescovi La Parola nel cammino della Chiesa Uno sguardo alla storia della spiritualità cristiana Fabio Ciardi Portare nel mondo la rivoluzione del Vangelo Gli inizi della «Parola di vita» Marco Tecilla Il dinamismo della Parola La pratica della «Parola di vita» in un'ottica biblica Gérard Rossé Gli effetti della Parola Fonte di costante rinnovamento Chiara Lubich Un esempio di unità ecclesiale La vita della Parola al cuore di una parrocchia a cura di Enrico Gemma Chiesa locale e vita della Parola Il contributo del Movimento dei focolari in ambito parrocchiale e diocesano a cura di Adolfo Raggio Famiglie a confronto con il dono della Parola Il Vangelo vissuto assicura solidità e felicità Annamaria e Danilo Zanzucchi Una pedagogia per donare il Vangelo ai giovani Condividere la Parola in un mondo scristianizzato Francesco Chatel L’amore è nel DNA di tutti Parola di Dio e mondo degli adolescenti Nadia Xodo Innanzitutto Dio e la sua Parola Dall’Istruzione «Il servizio dell’autorità e l’obbedienza» Congregazione per gli Istituti di vita consacrata Due recenti volumi di Chiara Lubich Piero Coda e Fabio Ciardi Notizie dal mondo dei seminari a cura del movimento gens — pag. 3 — editoriale Fame di Vangelo L e prospettive globali dell'umanità già da tempo non erano affatto rosee, quando qualche mese fa sono apparse all’orizzonte dense nubi, che di colpo hanno cambiato lo scenario: dapprima la crisi del petrolio che sta mettendo alle strette anche le nazioni cosiddette benestanti, e ora quella alimentare che minaccia la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone specialmente nel sud del mondo, per non parlare della crisi del clima e di altri problemi dell'ambiente che si erano già andati evidenziando da tempo. In questa situazione, è urgente agire. Ma è proprio qui che emerge un’altra e radicale crisi. Agire in base a quali principi e, soprattutto, in base a quali consensi? Se fosse stato ancora necessario, la recente Conferenza ONU sulla fame nel mondo a Roma ha messo a nudo la tragica difficoltà della Comunità internazionale ad affrontare con efficacia le sfide che gravano sul nostro futuro. Occorre urgentemente che dilaghi una logica che possa suscitare una più vasta, globale solidarietà, capace di ispirare ai singoli e ai popoli una vera equità nei rapporti internazionali e sociali, un paradigma che possa dare “anima” all’esigenza di un’autentica e universale fraternità, in grado di unire armoniosamente gli abitanti di quell’unica casa che è il pianeta terra, senza appiattire le legittime diversità. Su questo sfondo, risuonano con nuova, sorprendente attualità le parole di Gesù: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 8, 4). Tutti, in effetti, interiormente siamo sempre mossi da una “parola”, un “verbo”, una logica di pensiero e di azione, ma la questione è: da quale parola? Possono essere emozioni del cuore o idee della mente, spinte egoistiche o altruistiche, schemi ispirati ad una mentalità mercantilista o favorevoli a un vero incontro fra persone, istituzioni, popoli, culture. Possono essere voci che in ordine sparso salgono da dentro di noi, o convinzioni della mentalità corrente che respiriamo ogni giorno come l’aria e che non sempre sono positive e costruttive; ma può essere anche — se, con un vero atto di libertà, riusciamo a far silenzio dentro di noi — quel Verbo “amore”, ovvero quella logica di comunione e di reciprocità ad immagine del Dio uno e trino, che il Vangelo coniuga in infiniti modi. Fame di “parola”, dunque, oltre che di pane. E viene da pensare al cardinale vietnamita Frangois-Xavier Nguyen Van Thuan defunto nel settembre 2002. Da vescovo in carcere, per 13 anni aveva vissuto una drastica purificazione interiore sostenuto dalla luce del Vangelo. Uscito dalle catacombe, da vice-presidente e poi presidente del Pontificio Consiglio /ustitia et Pax, si rendeva conto con rara lucidità quali erano le grandi questioni e le sfide del mondo di oggi. Sentì, di conseguenza, dà profeta che sa guardare lontano, un quasi irrefrenabile impulso di correre per il mondo, non per combattere, denunciare, pianificare, ma per evangelizzare. Era conscio della grande, anche se inconscia fame di Vangelo. Gen's 1-2/2008 — pag. 4 — 2 editoriale In un simile scenario mondiale, l’assemblea del Sinodo dei vescovi che si terrà nell’ottobre prossimo e che, dopo il precedente Sinodo sull’Eucaristia, avrà per tema proprio la “Parola”, è di una rilevanza tutta particolare. Sia permesso dar voce a questo proposito a un esperto della Parola fuori dell'ambito strettamente cattolico romano. Ha scritto Martin Lutero nel 16° secolo: «Florente enim verbo Dei omnia florent in Ecclesia — Se fiorisce la Parola di Dio, tutto fiorisce nella Chiesa». Viene oggi da parafrasare: «Se fiorisce la Parola, tutto fiorisce nella famiglia umana». Sta a testimoniarlo, per fare solo un esempio, la reazione dell’associazione dei giovani industriali in un recente convegno a Frosinone, nei pressi di Roma, durante il quale è stata presentata l’economia di comunione, notoriamente ispirata al principio della comunione dei beni come testimoniato negli Atti degli Apostoli, ma tradotto in termini laici e di scienza economica. Assieme alla nuova presidente nazionale, hanno visto in questa proposta una risorsa importante per la riflessione futura dell’associazione. E° con tali convinzioni che in questo numero di gen’s offriamo ai nostri lettori alcuni contributi di spiritualità, interventi teologici e testimonianze presentati al Convegno di vescovi amici del Movimento dei focolari che, riferendosi alla tematica del prossimo Sinodo, si è svolto dal 23 al 29 febbraio scorso a Castel Gandolfo (Roma). Da questi contributi emerge una comprensione insieme ecclesiale e “laica” della Parola, un approccio non solo liturgico e spirituale, ma “vitale” (con tutta la sua ricchezza teologica, antropologica e sociale), dal quale molto dipende il futuro della Chiesa e del suo servizio all’umanità del nostro tempo. H.B. Avviso ai lettori Ci scusiamo con le nostre lettrici e i nostri lettori per il lungo silenzio di gen 5 che ci ha procurato però il piacere di ricevere varie telefonate in redazione. Non avevamo avuto modo di avvertire che il quaderno speciale su d. Silvano Cola era da contare anche come primo numero di questo anno e che il numero due è stato sostituito con l’invio del numero unico di Città nuova dedicato a Chiara Lubich. Dopo l’attuale fascicolo che, per non interrompere la numerazione ordinaria, porta i numeri 1-2, è prevista, per quest'anno, la pubblicazione di altri due fascicoli della rivista. Ringraziamo di cuore per i segni di stima dei nostri lettori. Gen's 1-2/2008 — pag. 5 — documenti 3 Che la Parola diventi vita «La Chiesa confessa di essere continuamente chiamata e generata dalla Parola di Dio. (...) La Scrittura sta quindi nel cuore e nelle mani della Chiesa come la “Lettera che Dio ha inviato agli uomini”, libro di vita, oggetto di profonda venerazione, analogamente al Corpo stesso di Cristo. In essa scopre qual è il piano di Dio su di sé, sul mondo degli uomini e delle cose». (n. 18) «È da incoraggiare vivamente anzitutto quella pratica della Bibbia che risale alle origini cristiane e che ha accompagnato la Chiesa nella sua storia. Viene tradizionalmente chiamata Lectio Divina con i suoi vari momenti (/ectio, meditatio, oratio, contemplatio). Ha la sua casa nell’esperienza monastica, ma oggi lo Spirito, tramite il Magistero, la propone al clero, alle comunità parrocchiali, nei movimenti ecclesiali, in famiglia e ai giovani. Scrive Giovanni Paolo II: “È necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della /ectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta e plasma l’esistenza” (...) La novità della Lectio nel popolo di Dio richiede una formazione illuminata, paziente e continua, tra i presbiteri, le persone di vita consacrata e i laici, in modo da giungere ad una condivisione delle esperienze di Dio motivate dalla Parola ascoltata (collatio). (...) “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Sal 119, 105). Il Signore, che ama la vita, con la sua Parola intende illuminare, guidare e confortare tutta la vita dei credenti in ogni circostanza, nel lavoro, nel tempo libero, nella sofferenza, negli impegni familiari e sociali ed in ogni vicenda lieta o triste, in modo che ognuno possa discernere ogni cosa e tenere ciò che è buono (cf /Tess 5, 21), riconoscendo così la volontà di Dio e mettendola in pratica (cf Mt 7, 21)». (n. 25) «Portare la Parola è una missione forte che implica un sentire profondo e convinto cum Ecclesia. Uno dei primi requisiti è la fiducia nella potenza trasformante della Parola nel cuore di chi l’ascolta. Infatti, “La Parola di Dio è viva, efficace (...) scruta i sentimenti e pensieri del cuore” (Eb 4,12). Un secondo requisito, oggi particolarmente avvertito e credibile, è di annunciare e testimoniare la Parola di Dio come sorgente di conversione, di giustizia, di speranza, di fraternità, di pace. Un terzo requisito è la franchezza, il coraggio, lo spirito di povertà, l’umiltà, la coerenza, la cordialità di chi serve la Parola». (n. 26) «La Vergine Maria sa guardare attorno a sé e vive le urgenze del quotidiano, consapevole che ciò che riceve come dono dal Figlio è un dono per tutti. Ella insegna a non rimanere estranei spettatori di una Parola di vita, ma a diventare partecipi, lasciandosi condurre dallo Spirito Santo che abita nel credente». (n. 12) Dai Lineamenta del prossimo Sinodo dei vescovi Gen's 1-2/2008 — pag. 6 — 4 studio Uno sguardo alla storia della spiritualità cristiana La Parola nel cammino della Chiesa di Fabio Ciardi L’autore, con un sintetico, ma interessante percorso storico, ci mostra l’attualità e la preziosità della riscoperta del ruolo della Parola di Dio nella vita cristiana, che è al cuore degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Nei primi secoli cristiani e nell’esperienza dei santi si era sempre consci del valore della Parola di Dio per l’esistenza cristiana. Nel secondo millennio, a livello della teologia e della vita del popolo cristiano, si era verificato però un certo «esilio» della Parola di Dio. Oggi si riscopre la centralità della Parola. U?® dei frutti più belli del Concilio Vaticano II è quello di aver riaffermato la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Certamente esso è stato preceduto e preparato dal grande “movimento biblico”, che si è sviluppato lungo tutto il XX secolo. Basti pensare ad esempio alle riviste bibliche e al ruolo svolto dall’École Biblique de Jérusalem, fondata nel 1892 dai domenicani francesi; al Pontificio Istituto Biblico di Roma fondato nel 1909 e affidato ai Padri Gesuiti; allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, fondato dai padri francescani della Custodia di Terrasanta nel 1927. Grazie al cammino compiuto dalla Chiesa la Costituzione dogmatica Dei Verbum ha Gen's 1-2/2008 nuovamente messo in luce la centralità della Parola nella liturgia, nella predicazione, che deve essere «nutrita e regolata dalla sacra Scrittura» (n. 21), nella teologia, che «si basa, come su un fondamento perenne, sulla Parola di Dio scritta» (n. 24), nella vita quotidiana dei fedeli, che deve essere segnata dalla «frequente lettura delle divine Scritture» (n. 25). Nata dalla Parola la Chiesa trova nella Parola il sostentamento e la luce. In essa «è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: “viva ed efficace è la Parola di Dio” (£5 4, 12), “che ha il potere di edificare e dare l’eredità tra tutti i santificati” (41 20, 32;:cf. 11522, 13)» (n.21). Il fondamento evangelico della vita cristiana Consapevole della centralità della Parola nella vita cristiana, la Dei Verbum continua ricordando che «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Paro- — pag. 7 — studio la di Dio che del Corpo di Cristo, e di proporlo ai fedeli» (n. 21). Il Concilio ha messo di nuovo la Bibbia in mano ai fedeli ed essa è tornata ad essere quello che era all’inizio della Chiesa. La vita cristiana delle origini era infatti “vita evangelica”, una vita interamente informata e guidata dalla Parola di Dio. Annuncio del kerigma, catechesi, catecumenato, liturgia... tutto ruotava attorno alla Parola che andava annunciata, spiegata, pregata, vissuta... Atanasio racconta che al Concilio di Nicea i Padri “respiravano la Scrittura”. In almeno cinque degli otto Concili ecumenici d’Oriente il Vangelo veniva posto in mezzo all’assise, su un trono, a mostrare la viva presenza di Cristo: Evangelium Christus est! I Padri della Chiesa erano grandi teologi perché erano grandi commentatori della sacra Scrittura. Spesso erano grandi vescovi e quasi tutti grandi santi, uomini spirituali. La Parola di Dio nutriva il loro pensiero e la loro vita. Esegesi, teologia, spiritualità e pastorale, costituivano un tutto organico. I monaci sono presto diventati il simbolo del contatto stabile con la Scrittura: l’avevano sempre sulle labbra e nel cuore, se ne nutrivano ogni istante, quasi masticandola, “ruminandola”, come si usava dire con un termine divenuto tecnico. Di sant’Antonio del deserto Girolamo diceva che «con la lettura assidua e lunga meditazione aveva fatto del suo cuore la biblioteca di Cristo». Non aveva bisogno di libri, perché custodiva la Parola di Dio. Non aveva una regola perché aveva il Vangelo. Ma ogni cristiano è un discepolo del Vangelo, un appassionato della Parola di Dio. Giovani Crisostomo parla di donne e ragazzi del popolo fedele che portavano, legato al collo, il libro dei Vangeli in modo da averlo sempre con sé'. Nel Medioevo, leggiamo nei Lineamenta per il prossimo Sinodo dei vescovi, «la Sacra Pagina costituisce la base della riflessione teologica; per bene incontrarla si elabora la dottrina dei quattro sensi (lettera, allegoria, tropologia, anagogia); secondo l’eredità anti- ca la Lectio Divina costituisce la forma monastica della preghiera; fa da fonte dell’ispirazione artistica; si trasmette al popolo nelle tante forme della predicazione e della pietà popolare» (n.19). La Parola di Dio in esilio? Questo anelito a rimanere in contatto vitale con la Parola, fino a farla diventare il naturale nutrimento della vita spirituale, è rimasto una costante lungo la storia della Chiesa. Tuttavia dalla fine del Medioevo si è avvertito un progressivo distanziamento della vita spirituale dalla Parola di Dio, al punto che qualcuno ha parlato di “divorzio”. I motivi sono molteplici e complessi. Già nell’ Alto Medioevo si avverte un disagio nei confronti delle sacre Scritture. Il clero spesso ha una preparazione dottrinale molto povera ed è incapace di comprendere e spiegare la Parola di Dio. La grande maggioranza dei laici è analfabeta e non può accedere direttamente ai testi. I nuovi popoli che si convertono al cristianesimo non ricevono una adeguata catechesi. Successivamente la teologia avverte la necessità di un confronto con la filosofia aristotelica portata nel mondo latino dagli arabi. Nasce la teologia sistematica, cui segue l’emanciparsi di una esegesi critica come scienza autonoma. «L’unità di queste discipline si rompe, fino a radicalizzarsi con l’avvento dell’epoca moderna. Con il Rinascimento e l’Umanesimo infatti, l’esegesi si stacca dalla teologia, la teologia si stacca dall’esegesi, la spiritualità è staccata dalla dogmatica e dall’esegesi, la predicazione ignora spesso l’esegesi e la dogmatica, diventando moralizzante; si arriva cioè ad una progressiva separazione e rottura delle discipline teologiche (...)»)?. Specialmente per gli ultimi secoli, dopo il Concilio di Trento, si è potuto parlare, almeno riguardo alla Chiesa cattolica, di “esilio” della Parola di Dio, per la mancanza di conoscenza e di contatto diretto con le Scritture. Gen's 1-2/2008 — pag. 8 — studio «È vero che la Chiesa cattolica ha sempre vissuto della Parola di Dio, ma essendone stati riservati l’uso e la frequentazione ai chierici e agli specialisti, si era verificata di fatto una situazione in cui la centralità della Parola era offuscata, sfuocata dalle tradizioni ecclesiastiche (...). La sacra Scrittura solo formalmente costituiva l’elemento fondante e dirimente la vita ecclesiale»?. Si pensi ad esempio che nel 1713 la costituzione dogmatica Unigenitus condannava le affermazioni del teologo giansenista francese P. Quesnel secondo cui «è utile e necessario in ogni tempo, in ogni luogo e per ogni genere di persone studiare e conoscere lo spirito, la pietà e i misteri della sacra Scrittura», «la lettura della sacra Scrittura è per tutti» e «i cristiani debbono santificare la domenica con la lettura spirituale, soprattutto della Scrittura, ed è dannoso voler ritrarre il cristiano da questa lettura». Questo atteggiamento della Chiesa era dovuto alla ricerca di salvaguardare la lettura della Parola di Dio “nella Chiesa”, ossia come Parola rivelata a tutto il popolo di Dio e vivente nella Tradizione della Chiesa, contro una “privatizzazione” della lettura, nella consapevolezza che, quando si stacca la sacra Scrittura dalla Tradizione e dall’interpretazione del Magistero, il messaggio di Dio rischia di essere mal capito. L’esperienza dei santi Nonostante queste difficoltà i santi e le sante hanno continuato a cercare nella Parola di Dio la sorgente e l’alimento costante della loro ispirazione e della loro opera. Nutrendosi della Parola di Dio, non si sono divorziati da essa, non l’hanno lasciata andare in esilio. Alcuni teologi come Melchior Cano asserivano che le donne non avrebbero dovuto mai prendere in mano la Bibbia perché per esse la Scrittura è un cibo pericoloso. Teresa d’Avila invece attingeva abbondantemente alla fonte della Parola di Dio, convinta che «tutto il danno che si trova nel mondo dipen- Gen's 1-2/2008 de dal non conoscere la verità della Scrittura con chiara verità»*. I suoi scritti sono interamente illuminati dalla Parola di Dio. Paolo II — siamo sempre nel 1500 —, approvando gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, riconosceva che essi erano «ex Sacris Scripturis elicita»®. Francesco di Sales, nel 1600, scrive a Filotea: «Sii devota della Parola di Dio: sia che l’oda nelle conversazioni familiari con i tuoi amici spirituali, sia che la senta nelle prediche, ascoltala sempre con attenzione e riverenza; cerca di ricavarne il maggior profitto e non permettere che cada in terra, anzi ricevila nel tuo cuore come un balsamo prezioso, imitando la Vergine santissima, che conservava con cura nel suo cuore tutte le parole che si dicevano in lode del suo figlio. Il 1700 si apre con il libro di Luigi Grignon de Montfort, L'Amore dell’eterna Sapienza, lettura cristiana della corrente sapienziale che percorre l’intera Bibbia. Nel medesimo periodo Alfonso de Liguori fonda la sua morale sulla Parola di Dio, convinto che «non v’è cosa che possa più muovere un cristiano all’amore divino quanto la stessa Parola di Dio che abbiamo nelle sacre Carte»”. Nell'Ottocento Giovanni Bosco considera la Parola di Dio come «luce, perché illumina l’uomo e lo dirige nel credere, nell’operare e nell’amare»". Ad essa lui stesso attinge abbondantemente per la sua attività catechetico-educativa, consapevole che «il cristiano è colui che ha la Divina Parola per guida»?. Alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento Charles de Foucauld prende la Parola di Dio come sua unica guida: «Bisogna cercare di impregnarci dello spirito di Gesù leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando senza sosta le sue parole ed i suoi esempi: che questi operino sulle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una lastra di pietra sempre allo stesso posto». — pag. 9 — studio L’impulso dato dal Vaticano Il Nonostante l’esperienza dei santi, rimane purtroppo vero che la maggior parte dei cattolici, soprattutto laici, è stata trattenuta o si è tenuta lontano dalla Scrittura. È stato il Concilio Vaticano II, come detto all’inizio, a ridare alla Parola di Dio il posto che deve effettivamente avere nella vita della Chiesa. ” La Chiesa vuole ancora «nutrire di continuo i suoi figli con le divine parole» e sollecita il contributo di esegeti e teologi perché «il più gran numero possibile di ministri della divina Parola siano in grado di offrire con frutto al popolo di Dio l’alimento delle Scritture, che illumina la mente, corrobora le volontà e accende i cuori all'amore di Dio» (Dei Verbum, n. 23). Il Concilio ribadisce la necessità che «tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della Parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato (...). Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fi/ 3, 8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”» (n. 25). Ministri della Parola Il Concilio ha ribadito il compito di magistero, proprio dei vescovi come successori degli apostoli. Gesù aveva chiamato i Dodici perché stessero con lui, in modo da immedesimarli con la sua Parola, e per mandarli come altri lui, come suoi apostoli, fatti Vangelo vivo, messaggeri della sua Parola (cf Mc 3, 14-15). Nella nascente comunità di Gerusalemme la loro prima occupazione era l’insegnamento assiduo (cf Ar 2, 42). Gli Atti ce li mostra- no intenti a insegnare al popolo e annunciare, in Gesù, la risurrezione dei morti (cf 4, 2). AI sinedrio, che li diffida dal parlare e dall’insegnare nel nome di Gesù, Pietro e Giovanni replicano: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (4, 20). Quando per il crescere della nuova comunità dei credenti il primato dell’annuncio della Parola rischiava di essere compromesso, «i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: Non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense». Affidarono il servizio ai Sette per dedicarsi «alla preghiera e al ministero della Parola» (Af 6, 2-4). In continuità con l’esperienza dei Dodici il Concilio, fa precedere il compito di insegnamento agli altri due munera propri del vescovo e del presbitero, la santificazione e il governo. Riprende così idealmente la successione presente nelle parole che il Risorto rivolse ai suoi discepoli: «Mi è stata data ogni potestà in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole..., insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 18-20). Ma ovviamente prima di essere maestri occorre essere discepoli e non smettere di rimanere tali neppure quando si insegna come maestri della fede. Non si è mai padroni della Parola di Dio, ma suoi servitori. «Sono queste le due attività del Pontefice — scrive Origene —: o imparare da Dio, leggendo le Scritture divine e meditandole più volte, o ammaestrare il popolo. Però, insegni le cose che egli stesso ha imparato da Dio!»". Vivere la Parola Il prossimo Sinodo dei vescovi vuole ripetere l’interrogativo di Giovanni Paolo II alla vigilia del Grande Giubileo del 2000: «In che misura la Parola di Dio è divenuta più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana, come chiedeva la Dei Verbum?». «Oggi — leggiamo nei Lineamenta per il Sinodo di ottobre — nel popolo di Dio si Gen's 1-2/2008 — pag. 10 — studio avverte sempre più, come già notava Amos, fame e sete della Parola di Dio (cf Am 8, 11- 12). E d’altra parte si nota con tristezza che non dovunque tale bisogno è sentito, perché la Parola di Dio corre poco e non è ancora adeguatamente favorito l’incontro con il Libro Sacro. Aiutare i fedeli a capire cosa è la Bibbia, perché c’è, cosa dona alla fede, come si usa, è esigenza importante». Fabio Ciardi 1) Hom. 19, 4 ad populum Antiochenum; PG 49, 196. 2) I. de la Potterie e G. Zevini, Ascolta...!, “Parola, spiri- Gen's 1-2/2008 to e vita” 1, EDB, Bologna 1979, p. 10. 3) E. Bianchi, La centralità della Parola di Dio, in Il Vaticano II e la Chiesa, a cura di G.. Alberigo e J. P. Jossua, Brescia 1985, p. 159. 4) Vita 40, 1. 5) Bolla Pastoralis Officii (31 luglio 1538), Exercitia spiritualia, Roma 1969, p. 76. 6) Introduzione alla vita devota, II, XVII, UTET, Torino 1969, p. 147. 7) L'amore delle anime, Opere ascetiche, vol. 5, CSSR, Roma 1934, p. 130. 8) Il cattolico nel secolo, Opere Edite, vol. 34, pp. 369-370. 9) Ibid. 10) Opere spirituali, Paoline, Roma 1983, p. 133. 11) /n Leviticum Hom., VI; PG 12, 474 C. — pag. 11 — spiritualità Gli inizi della «Parola di vita» Portare nel mondo la rivoluzione del Vangelo di Marco Tecilla L'autore fu il primo giovane che, a contatto con Chiara Lubich, venne conquistato dall’ideale dell’unità e con altri giovani iniziò a Trento il focolare maschile. Oggi, insieme ad una focolarina, è incaricato per la formazione spirituale dei membri del Movimento. In questo suo intervento racconta, con la freschezza degli inizi, come è sorto l’uso, oggi diffuso tra milioni di persone, di vivere mensilmente una «Parola di vita». Il Vangelo: codice di vita Una pratica che ha caratterizzato la nascita del nostro Movimento fin dai primissimi tempi è quella che abbiamo chiamato «Parola di vita». Ricordo come andò affermandosi questo modo semplice ed efficace di rievangelizzare la propria vita e il proprio ambiente. Le prime focolarine durante i continui allarmi per i bombardamenti si riparavano nei rifugi con Chiara, la quale si portava sempre in tasca un piccolo Vangelo. Lo apriva a caso e lo leggeva con loro a lume di candela. Ogni frase di Gesù appariva nuova, vivibile in quelle circostanze e sempre. Per esempio: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Chi era il prossimo in quel momento? Era quella mamma con tanti bambini che aveva bisogno di aiuto per ritornare dal rifugio alla sua casa. Era quella vecchietta che si trascinava con fatica per raggiungere il rifugio. Erano quei poveri che, seduti nella piazzetta dei Cappuccini, aspettavano l’ora della distribuzione di un piatto di minestra dai frati e spesso bussavano alla porta della casetta delle focolarine. Ogni prossimo che esse incontravano era una occasione per amare concretamente Gesù. «L’hai fatto a me», c’era scritto sul Vangelo. Dunque, ogni volta che cercavano di aiutare un prossimo avevano la certezza di aiutare Gesù stesso. «Date e vi sarà dato», dice ancora Gesù. Loro davano, pur essendo in tempo di guerra e quindi nella più assoluta povertà, confidando nelle sue parole. Grande fu la sorpresa nel vedere arrivare tanta provvidenza da poter distribuire a molti che ne avevano bisogno. Veramente le promesse di Gesù si verificavano e ciò aumentava in loro la sicurezza di essere sulla giusta strada. Così il Vangelo divenne il codice della loro vita e in questo modo si formò attorno a loro la comunità. Avevano capito che solo nel Vangelo c’era la verità; dunque, perché cercarla altrove? «Chi opera la verità viene alla luce»: vivendo così aumentava la luce per comprendere ciò che più stava a cuore a Gesù. Nacque l’idea di proporre a tutti coloro che esse incontravano di vivere ogni quindici giorni una frase compiuta del Vangelo con un commento scritto da Chiara in modo da renderla maggiormente comprensibile, sempre con il placet dell’autorità ecclesiastica. Gen's 1-2/2008 — pag. 12 — 10 spiritualità Se oggi il Movimento ha raggiunto gli ultimi confini della terra è grazie a questo vivere la Parola momento per momento e in ogni circostanza. Essere Gesù 24 ore su 24 Quale fu la mia reazione? A quel tempo era molto sentita la separazione fra la classe operaia e quella intellettuale, esisteva quindi in me nei confronti appunto degli intellettuali una specie di complesso di inferiorità. Sapevo che Chiara, oltre ad essere maestra, era anche iscritta alla facoltà di filosofia. Anche per questo motivo mi sentii assai imbarazzato di fronte a lei. Chiara cominciò dunque a parlare e parlava a me, Marco, operaio, ma le sue parole erano così delicate e suadenti che mi fecero subito sentire a mio agio. Man mano che il discorso procedeva, la voce di Chiara andava via via accalorandosi. Mi parlò di Gesù, di quel Gesù in cui io credevo ma che avevo sentito sempre molto lontano, pur ritenendomi un fervente cristiano. «Vogliamo — diceva Chiara — portare nel mondo la rivoluzione del Vangelo!». Ricordo l’esempio che mi portò: «Coloro che fanno “teatro”, mi disse, imparano la loro parte e quando viene il momento di debuttare si truccano, si immedesimano in un determinato personaggio e recitano il loro ruolo. Terminata però la commedia si tolgono il trucco e ritornano ad essere quelli di sempre. Così — proseguì Chiara — fanno molti cristiani: viene la domenica, mettono, per così dire, il trucco da cristiani, vanno alla messa e poi, ritornati a casa, depongono il trucco di cristiano». To ascoltavo con attenzione quelle parole che scendevano profondamente dentro di me, portandovi una vera rivoluzione. In quell’esempio mi ci vedevo perfettamente. «Gesù — continuò Chiara — se venisse oggi in questo ventesimo secolo, sarebbe Gesù 24 ore su 24: Gesù che lavora, che prega, che mangia, che riposa... ma sempre Gesù. Forse Gen's 1-2/2008 — disse — oggi sarebbe un Gesù elettrotecnico, come te...) Mi lasciò così intravedere quello che sarei dovuto essere. Questa nuova visione del cristianesimo mi stordì. Vidi il mio passato, che avevo sempre ritenuto buono, crollare come un edificio colpito dalle bombe e provai una certa angoscia. Nel contempo vedevo aprirsi davanti a me un orizzonte nuovo, pieno di luce. Richiamo alla radicalità del Vangelo Quell’incontro lasciò in me un forte marchio e, a dire la verità, quelle parole sono sempre vive dentro di me: «Essere Gesù 24 ore su 24». È una sfida quotidiana che mi richiama sempre alla radicalità del Vangelo. Grazie a questa scoperta (io la chiamo “rivelazione”) tutti i miei rapporti, specialmente in officina con i compagni di lavoro, cambiarono. Non avevo mai pensato che si potesse vedere anche in loro, veri avversari, comunisti e anticlericali, dei prossimi da amare. La Parola di Gesù che Dio accetta l’offerta all’altare se prima c’è la riconciliazione, non l’avevo mai vissuta pur andando frequentemente alla messa e ricevendo l’Eucaristia. In quella “casetta” che poi si chiamò focolare, incominciai ad apprendere la vita del Vangelo, a vivere la Parola di vita che allora era quindicinale. E la mia vita cambiò a mano a mano che incarnavo quelle Parole di vita eterna. A quell’epoca non sapevo ancora se sposarmi o donare la mia vita interamente a Dio. Chiara, conoscendo le mie forti difficoltà di scelta, mi scrisse una lettera nella quale riportò la risposta di Gesù al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi!» (Mt 19, 21). Compresi subito la chiamata di Gesù a seguirlo e non esitai a rispondere con tutto l’entusiasmo dei miei 21 anni. — pag. 13 — spiritualità 11 Da quel momento il Vangelo è diventato il codice di vita di ogni giorno, la risposta a tutti i perché. Ed è così ancora oggi. Tuttora è necessario ritornare a Piazza Cappuccini, ove è nato il primo focolare, e alla grande esperienza del vivere il Vangelo. Perciò anche ora, quando proponiamo mensilmente una Parola della Scrittura da vivere, non ci vogliamo soffermare tanto su un commento esegetico, ma cerchiamo di evidenziare come questa Parola è stata vissuta concretamente in tutte le circostanze della vita personale e sociale. Raccontiamo perciò quali frutti essa ha prodotto in noi. L'esperienza continua Vorrei concludere raccontando una mia personale esperienza. Si viveva la Parola: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (/Gv 3, 14). Sono arrivato al Centro del Movimento sei anni fa per sostituire Enzo Fondi, un focolarino che aveva l’incarico di seguire la vita spirituale di tutto il Movimento, morto di infarto il 31 dicembre 2001. Appena giunto a Rocca di Papa sono andato ad abitare nello stesso focolare in cui aveva abitato Enzo. Il primo incarico affidatomi, oltre a sostituire Enzo per la parte spirituale di tutto il Movimento, è stato quello di preparare la tavola per il pranzo e per la cena, scendere con l’ascensore dal secondo piano, ove c’è la sala da pranzo, al piano terra ove c’è la cucina, e portare il carrello carico di tutto il necessario nella sala da pranzo. E quindi sistemare tutto bene sulla tavola e controllare che non manchi nulla. Alla fine dei pasti raccogliere tutto sul carrello e riportarlo al piano terra, sistemando ogni cosa in modo da lasciare la cucina in ordine. Un compito che ho sempre cercato di far bene, cosciente che quella era per me la volontà di Dio. Sono passati sei anni e ad un certo punto mi è capitato di sentire questo impegno un po” pesante. «Perché sempre io e non gli altri?», mi veniva da dire. Pensiero che, naturalmente, mi ha tolto la pace, anche perché sono nati in me dei giudizi. Questo fatto mi ha procurato un forte malessere, una specie di morte dell’anima che ha annebbiato tutta la mia persona. Ma è stata questione di pochi istanti, perché subito mi è venuto spontaneo interrogarmi sul perché della mia donazione a Dio. Cosa avevo scelto, quando molti anni fa conobbi questa vita evangelica, qualche incarico importante o amare Gesù crocifisso nel momento dell’abbandono e il sapermi mettere sempre all’ultimo posto? La risposta è arrivata immediata: ho scelto Te e null’altro e questo servizio che mi viene chiesto è una grossa opportunità di servire Gesù nei miei fratelli di focolare. Così con un nuovo impegno mi sono messo a fare con maggior perfezione e amore ogni cosa: sistemare bene i piatti a tavola, le posate, i bicchieri, ecc., col pensiero che tutto questo lo facevo non a questo o a quel focolarino, ma a Gesù in persona. Questo fatto ha illuminato la mia mente facendomi capire con maggior forza questa Parola di vita: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli». La “morte” dell’anima è stata vinta dall’amare i fratelli. Ogni volta che mi capita di vivere questa Parola, mi viene spontaneo ringraziare Gesù per la grazia ricevuta e mi metto a cantare dalla gioia, provando dentro di me una nuova spinta verso la santità. Marco Tecilla Gen's 1-2/2008 — pag. 14 — 12 studio La pratica della «Parola di vita» in un’ottica biblica Il dinamismo della Parola di Gérard Rossé Tra le prime espressioni del nascente Movimento dei focolari ci fu la consuetudine di mettere în pratica, per un determinato periodo, una frase a senso compiuto tratta dal Vangelo o comunque dalla Scrittura, come «Parola di vita» da realizzare il più possibile nel quotidiano, per poi mettere in comune le esperienze. Si tratta, come evidenzia il biblista Gérard Rossé, di un approccio che permette di attualizzare il dinamismo caratteristico della Parola di Dio come emerge sia dal Primo che dal Nuovo Testamento: dalla Parola nasce un'esperienza di vita e di fede essenzialmente comunitaria ed ecclesiale. 2 impegno di vivere la Parola di Dio è ancorato fin dall’inizio nell’esperienza delle prime focolarine. E quindi interessante capire questo loro contatto con la sacra Scrittura nell’ottica biblica stessa, e cioè tentare di ritrovare i grandi vettori biblici che caratterizzano la pratica della «Parola di vita», oggi universalmente diffusa. Bisogna non dimenticare quanto fu originale l’approccio di Chiara e delle prime focolarine alla Scrittura, tenendo presente il contesto storico ed ecclesiale dell’epoca: siamo nel periodo della seconda guerra mondiale in una città come Trento, piuttosto tradizionale dal punto di vista religioso. Allora la formazione cristiana e il nutrimento spirituale dei Gen's 1-2/2008 fedeli poggiavano in gran parte sulla dottrina neo-scolastica e sulla letteratura agiografica come esortazione ad una vita virtuosa. In questa impostazione la Bibbia, e perfino il Vangelo, come Parola di Dio aveva scarsa considerazione. E quindi, per queste giovani, aprire il Vangelo, lasciarsi coinvolgere dalla Parola di Dio, era un vero e proprio ritorno alla sorgente, una sorta di nuovo punto di partenza per l’esistenza finora condotta, e deve essere considerato come una reale novità nell’ambiente di allora, al punto che esse venivano tacciate di protestanti! La Parola s’incarna nel quotidiano In realtà, tuttora, tante persone di fronte alla Bibbia si soffermano più alla meditazione e alla contemplazione della Parola di Dio che sull’incarnazione nell’esistenza quotidiana. Ed ecco un primo punto che vorrei sottolineare: Chiara e le sue prime compagne si sono accostate al Vangelo non essenzialmente per meditarlo o studiarlo, ma per metterlo in pratica nella vita. Si sono avvicinate alla sacra Scrittura come ad una realtà vivente capace di cambiare a poco a'poco la loro mentalità e il loro comportamento. È evidente la sintonia con una caratteristica fondamentale della Bibbia: sia l’Israelita, così come poi Gesù e la giovane Chiesa, guardavano alla Scrittura come Rivelazione ma — pag. 15 — studio 13 anche come espressione della volontà di JHWH da mettere in pratica. Non a caso i cinque primi libri della Bibbia sono chiamati Torah, cioè “Legge”, ma non nel senso legale che assume la parola greca nomos usata nella Septuaginta, bensì nel senso originale di istruzioni per la vita. La Parola divina rivolta all'uomo lo impegna totalmente, vuole prendere in mano le redini della sua esistenza: è un aspetto fondamentale del rapporto del popolo eletto con il suo Dio. Lo espliciterò ancora in seguito. Il vivere la Parola di vita è quindi in sintonia con la struttura della fede biblica. Chiara e le sue compagne hanno avuto nei confronti della Parola divina un atteggiamento di totale apertura a Dio che parla nella sua Parola: un lasciarsi afferrare, trasformare e guidare; un atteggiamento simile a quello di Abramo e che Paolo, appunto, chiama “fede”. E come avvenne per Abramo, così la Parola di Dio accolta ha lanciato queste persone in una “avventura” verso un futuro imprevedibile ma pieno di speranza. Le parole del Vangelo non erano più — per queste giovani — un certo numero di prescrizioni da osservare o la trasmissione di verità nozionali da imparare ma, nella logica della Rivelazione, un incontro vivo con Dio che parla; erano un “evento”, nella linea contenutistica della parola ebraica dabar. Nel Vangelo di Luca, Maria incarna al meglio questo atteggiamento di vuoto, di apertura, di ascolto caratteristico della fede, che permette a Dio che parla di prendere dimora in lei. La Parola mette in contatto con Dio che è amore Un secondo punto: l’incontro con la Parola trasforma e crea comunione con Dio, perché in essa Dio stesso si comunica. Il Concilio Vaticano II ha messo in luce il valore “sacramentale” della Parola di Dio; ma nel primo dopoguerra, questo non era affatto evidente. Concretizzando nella loro esistenza le esigenze del Vangelo, è nata una vera e propria esperienza direi mistica nel senso biblico del termine, e cioè che coincide con la più autentica esperienza di fede. L’andare direttamente alla Paro- la del Vangelo ha fatto scaturire quelle potenzialità che sono latenti in ogni battezzato, e cioè la vita dello Spirito Santo, quella vita divina deposta dallo Spirito nel cuore del credente e che si identifica con l’amore-agape (Rm 5, 5). Esiste quindi un legame intimo tra Parola di Dio — amore — e lo Spirito Santo, come realtà interiore al cristiano che vive la sua fede e la potenzia a contatto con il Vangelo. Il fratello via che conduce a Dio Un'altra caratteristica biblica della Parola di vita messa in pratica dalle prime focolarine, la chiamerei la struttura di alleanza. È una struttura di relazione fondamentale che percorre tutta la Bibbia. La si può sintetizzare in questi termini: la comunione con Dio è vissuta nel mio rapporto con il prossimo. Questa correlazione è presente, per esempio, nella struttura del Decalogo: all’amore per Dio come comandamento fondamentale seguono le norme particolari che riguardano tutte il rapporto sociale e che sono però espressione della volontà divina. Di conseguenza l’adempimento del comandamento fondamentale dell’amore per Dio non sta in qualche sentimento, ma in quella scelta di Dio che consiste nel vivere il rapporto personale con Lui accettando fino in fondo la sua volontà espressa nelle stipulazioni particolari. L'amore per Dio si concretizza nell’osservare i suoi precetti; vale a dire: il rapporto autentico con Dio che garantisce la sua presenza in mezzo al popolo, secondo la logica dell’alleanza, non può realizzarsi che mediante un comportamento morale e sociale adeguato. E da notare la stretta relazione tra le esigenze sociali e l’amore di Dio. Questa stessa logica è quella del Vangelo. Quando Gesù formula il doppio comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, egli si situa nella logica dell’alleanza: l’amore per Dio è il comandamento fondamentale; ma esso si concretizza nel fare la sua volontà che ora si condensa nell’amore del prossimo. Gesù esigeva dal convertito non di recarsi nel tempio a pregare, ma di farsi prossimo degli altri, di comportarsi con gli altri come Dio Gen's 1-2/2008 — pag. 16 — 14 studio stesso si era comportato con lui. Nella logica della nuova alleanza quindi la comunione con Dio, ovvero la presenza del Risorto, è commisurata non alla quantità di devozione, ma all’amore verso l’altro. Da questa logica dell’alleanza deriva la caratteristica più importante della pratica della Parola di vita così come è stata insegnata da Chiara sin dall’inizio. Infatti lei amava ripetere: «La via direttissima verso Dio è il fratello». È cioè nell’amore verso l’altro che il singolo vive al meglio e matura nella relazione con Dio. Il rapporto personale con Dio, ricevuto nella fede e suggellato con il battesimo, non si chiude in una pietà privata o in una delle virtù, ma esso cresce nella misura in cui ci si apre sugli altri. E così la relazione personale con Dio esce dalla sfera del rapporto privato per essere vissuta comunitariamente. La «laicità» della Parola Veniamo ad un’altra caratteristica della vita della Parola, legata al fatto che'la Parola divina, secondo la prospettiva biblica, riguarda appunto i rapporti sociali e quindi vuole informare il comportamento nella vita quotidiana. Queste giovani si erano rese conto che l’attualizzazione dell’insegnamento evangelico doveva avvenire non soltanto nei conventi e nei monasteri, ma sulle strade e nelle città; non soltanto nella sfera privata dell’individuo, ma nella vita sociale. Le esigenze della Parola di Dio non erano quindi da limitare alla sfera religiosa della persona, ma volevano permeare il cosiddetto ambito profano. È la scoperta, direi, della /aicità della Parola di Dio e di conseguenza la scoperta che la santità non è riservata ai consacrati, vescovi, monaci e vergini-celibi, ma aperta a tutti, e questo nel vivere semplicemente le faccende ordinarie della vita quotidiana con i suoi problemi, gioie e dolori. È questo in definitiva il significato del fatto che al Sinai JHWH consegnò le tavole dei dieci comandamenti a tutto il popolo. Ed è questa stessa volontà divina che Gesù sin- Gen's 1-2/2008 tetizzò nel doppio comandamento dell’amore. È nota la bella meditazione di Chiara: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo». Non si tratta di clericalizzare il quotidiano o il profano con devozionismi o gesti e atteggiamenti strani in mezzo alla gente, né di voler incarnare una vita evangelica senza tener conto della mediazione culturale necessaria. La Parola di Dio vissuta portava a vivere il rapporto con Dio e con gli uomini nella normalità dell’esistenza, ma con una mentalità cambiata dal Vangelo stesso. D'altra parte, la logica del Vangelo da incarnare nella vita quotidiana ha da sempre fatto nascere la convinzione che essa deve ispirare tutti i settori dell’esistenza e dell’attività umana: il campo dell’economia come quello della politica, dell'educazione come quello dell’arte. Non è affatto ingenuo pensare che anche oggi, in questi settori così evoluti dell’attività umana, la rivelazione biblica abbia la sua parola da dire, e non soltanto in quanto può ispirare un comportamento cosiddetto “cristiano”, ma anche in quanto può suggerire metodi di approccio e soluzioni a problemi di portata mondiale. Santificarsi insieme La Parola che Dio rivolgeva ad Israele era sempre una Parola che riguardava il singolo ma in quanto membro di un popolo. Anche questo caratterizza la Parola di vita: essa viene vissuta in gruppo e non soltanto singolarmente. Inoltre Chiara e le sue compagne si comunicavano sempre le esperienze fatte sulla Parola. «Vivere la Parola — scrive Chiara— ha rappresentato senz'altro, a suo tempo, in certo modo una novità, ma è stato piuttosto il mettere in comunione le esperienze che si facevano su di essa, per evangelizzarci e santificarci insieme, che ha caratterizzato il nostro Movimento». — pag. 17 — studio 15 Questo fatto ha la sua importanza, perché non si trattava di raccontarsi soltanto delle storie edificanti ma, comunicando la propria esperienza, di dare e di ricevere dall’altro il proprio rapporto con Dio. Era crescere insieme nel cammino della santità. La relazione personale con Dio usciva dalla sfera del rapporto privato per essere vissuta in comunione. Intendiamoci bene: non è questione di strumentalizzare il fratello o la sorella per i propri fini di santità, di servirsi dell’altro come mezzo per raggiungere Dio. Ritroviamo qui piuttosto la logica caratteristica della struttura di alleanza, nella quale l’amore del prossimo non ha per fine di ottenere l’unione con Dio, ma nella quale il credente vive dentro la comunione ricevuta da Dio, amando tutti. Nella struttura dell’alleanza sinaitica, infatti, i rapporti sociali fra i membri d’Israele, regolati dai comandamenti, hanno valore eminentemente religioso o teologico, poiché includono e condizionano la relazione con JHWH. Nell’obbedienza ai comandamenti, l’Israelita manifesta e vive la sua appartenenza al Dio dell’alleanza. Nella Parola vissuta, Dio non cessa di “convocare” Israele e di manifestare la sua presenza. Quanto alla comunità postpasquale, sappiamo che essa aveva una forte coscienza della presenza del Signore in mezzo ad essa. È una dimensione sottolineata particolarmente dall’ecclesiologia di Matteo. In Gesù risorto, la realtà dell’alleanza e cioè del “Dio-con-noi” trova il suo compimento: il Risorto realizza la definitiva vicinanza di JHWH in mezzo al suo popolo. Ora, come sappiamo, una delle caratteristiche più forti della vita delle prime focolarine a contatto con la Parola di Dio, è di avere sperimentato fin dall’inizio, nel quotidiano della loro attività, la presenza di Cristo in mezzo a loro, e cioè la coscienza di vivere un’esperienza di “Chiesa”. Di conseguenza esse hanno sviluppato una sensibilità particolare alla dimensione ecclesiale dell’insegnamento del Nuovo Testamento, e quindi a testi come Mf 18, 20, all’insegnamento giovanneo sull’unità (Gv 17) e a quello paolino sul Corpo di Cristo. Queste sensibilità e scelte sono la logica conseguenza di un Vangelo vissuto in “comunità”. È venuto in luce, insomma, che l’etica cristia- na è fondamentalmente un’etica comunitaria e non solo una ricerca di perfezione individuale. Per concludere Possiamo senza dubbio dire che Chiara e le sue compagne si sono incamminate su di una via che corrisponde a linee di forza caratteristiche della Rivelazione biblica e che potremmo sintetizzare brevemente in questi tratti fondamentali dell’esperienza biblica: — l’apertura dell’uomo come risposta a Dio che parla e si comunica nella Parola — lo stretto legame tra amare Dio e fare la sua volontà, volontà che si manifesta come esigenza sociale — l’amore del prossimo come cuore dell’etica, un’etica essenzialmente rivolta alla comunione e quindi orientata a portare a compimento la dimensione sociale — la struttura dell’alleanza come logica di una relazione con Dio che passa per il prossimo — la dimensione teologale dei rapporti interpersonali come possibilità di vivere in presenza dell’Emmanuele. Vissuta secondo questa dinamica biblica la Parola di vita porta a: — vivere e approfondire il rapporto con Dio nell’amore del prossimo; — vedere il prossimo come mediazione dell’unione con Dio. Tutto ciò rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana rispetto alla spiritualità tradizionale, ma in sintonia con la Rivelazione biblica, e già nell’aria, già sentita come esigenza nel popolo di Dio, poiché coincide con quel rinnovamento che sfocerà nel Concilio Vaticano II e che porterà a riscoprire un volto più autentico della Chiesa con la nascita di quella che più tardi sarà chiamata l’ecclesiologia di comunione. Considero la spiritualità nata dal carisma dell’unità, nata dalla Parola di Dio, come una risposta provvidenziale alle esigenze di una tale ecclesiologia di comunione. Gérard Rossé Gen's 1-2/2008 — pag. 18 — 16 spiritualità Fonte di costante rinnovamento Gli effetti della Parola di Chiara Lubich Mettere in pratica il Vangelo fu l’inizio della «divina avventura» delle prime focolarine, ma poi, grazie alla «Parola di vita», divenne prassi normale di moltissime persone nel mondo. I sorprendenti e variegati effetti che ne sono fioriti, evidenziano quanto sia decisiva, per la vita dei singoli e delle comunità, l’impegno a lasciarsi guidare e trasformare dalla Parola. Ne ha parlato Chiara Lubich în una sua conversazione che risale al 1974". e osserviamo le persone che vivono la Parola di Dio, notiamo subito una grande varietà di effetti che la Parola opera in loro. Ogni anima è come un cristallo sfaccettato a cui la luce della Parola dona diverse sfumature di colore ovunque tocca. Infinite sono le situazioni in cui si trovano gli uomini, infinite sono le reazioni che la Parola, Verbo di Dio, opera in ciascuno. Se volessimo elencare i frutti che essa produce, non finiremmo più. Ma diamone qui alcune esemplificazioni. La Parola fa «vivere» Chiunque frequenti un ambiente del Movimento, dove la Parola è vissuta come va vissuta, cioè dai singoli e dalla comunità, Gen's 1-2/2008 prova come prima impressione che lì si vive. Lo si scorge dalla luce che emana dal viso di chi ti accoglie, dalle mosse delle persone, dalla prontezza del servizio, da una sorta di ringiovanimento che la Parola opera, non solamente nell’anima, ma anche nel corpo. E ciò perché la Parola è vita. Esprime bene questo fatto Atanasio commentando la frase del Salmo: «La tua Parola mi fa vivere». Egli dice «Non v’è nulla che faccia vivere l’anima razionale della sua vita specifica come la Parola di Dio». La Parola rende liberi Un altro effetto caratteristico della Parola è che essa rende liberi. Del resto, lo dice il Vangelo: «La verità vi farà liberi»?. La verità fa liberi perché se prima di tutti i nostri pensieri, dei nostri affetti, della nostra volontà, ci sta a cuore la Parola, tutto ciò che succede diventa secondario. Secondarie le disgrazie, secondarie le grazie; secondarie le tragedie, secondarie le avventure d’amore; secondaria la salute, secondaria la malattia; secondario tutto. Ciò che vale è se in tutti questi avvenimenti abbiamo vissuto la Parola. E se l’abbiamo fatto, sentiremo una grande libertà: libertà dagli uomini, dalle circostanze tristi e gioiose, libertà da noi stessi, libertà dal mondo che vorrebbe scalfire in — pag. 19 — spiritualità 17 mille modi la pace del regno di Dio dentro di noi. La Parola garantisce la felicità «Il Vangelo garantisce la felicità — dice Paolo VI — ... ma cambia la natura della felicità. Questa non consiste nei beni effimeri, ma nel Regno di Dio: nella comunicazione vitale con lui»*. E la si prova questa felicità, serena come un’alba di sole, leggera, soave e pur piena, che fa esultare l’anima contemporaneamente in un Te Deum e in un Magnificat. È unica. Non la si può confondere. Chi l’ha provata torna col pensiero in altri momenti della vita a quello, perché è una vetta bianca e luminosa, come il ricordo di un piccolo Tabor dell’anima. La Parola converte Conoscere il Movimento e convertirsi è normalmente un’unica cosa e si assiste a fatti meravigliosi. C'è chi, attaccato al mondo, al proprio io, alla propria posizione, cerca poi l’ultimo posto; c’è chi, incapace di parlare anche a un piccolo gruppo di persone, confida la sua scoperta alle folle. L'esperienza ci dice pure che chi soffre per tentazioni contro la castità, vivendo questo ideale, si sente sollevato e trasformato, soprattutto i primi mesi, come se tutto fosse scomparso. Il denaro dato per i poveri o per le opere del Movimento è non di rado frutto del risparmiatore, che lo ha accumulato con grande fatica. Ti trovi di fronte a persone zelantissime per la causa di Dio dopo anni di scoraggiamento, ora che — come dicono — “hanno trovato”. L'amore poi, che è alla base della spiritualità, frena l’iroso al punto tale che spesso tu non vieni mai a conoscere durante la sua vita che questo poteva essere il suo vizio principale. Così mille altri effetti si potrebbero enumerare, che già Gregorio Magno li riconosceva quale frutto della Parola: «Per la forza della Parola divina — dice — viene data al superbo l’umiltà e al timido la confidenza, si ripulisce il lussurioso con lo sforzo della castità, si tempera l’avaro trattenendolo dall’ardore dell’ambizione, si raddrizza lo scoraggiato con la rettitudine dello zelo, si raffrena l’iracondo dall’eccitazione della sua precipitazione: è così che Dio irriga con le sue acque tutte le cose: egli adatta la forza della sua Parola nei singoli, secondo la diversità della condotta, affinché ciascuno trovi nella sua Parola ciò che gli occorre per portare il germe della virtù che gli è indispensabile»®. La Parola purifica E quando si è messo tutto un passato nella misericordia di Dio e si ricomincia a vivere la Parola, si ha l’impressione — ed è realtà — che la Parola abbia tutto purificato in noi: «Chi ascolta la Parola (e quindi l’attua) è già mondato». E lo scriveva anche Ambrogio: «Sono Parole, è vero: ma esse mondano». La Parola fa fiorire chiamate particolari Ed ecco che la Parola vissuta suscita in mezzo alla comunità cristiana chiamate particolari: chi alla verginità, chi al sacerdozio, chi alla vita religiosa, chi a un matrimonio, vera piccola chiesa, perché aperto su tutta la Chiesa, chi ad un laicato che, pur rimanendo immerso nel mondo, con tutte le sue complicazioni, vuol far prevalere, su tutti gli ideali, Dio. La Parola frutta l’odio del mondo e la santità del discepolo Ma la Parola vissuta dai discepoli di Gesù non lascia indifferenti le persone che osservano dal di fuori. Non è raro il caso che questa nuovissima vita susciti implacabili critiche. Anzi, vorrei dire, che se il mondo non si ribellasse a una vita evangelica, i discepoli di Cri- Gen's 1-2/2008 — pag. 20 — 18 spiritualità sto, che sono in antitesi con esso, non potrebbero qualificarsi “non del mondo”. E la critica arriva alle volte fino all’odio. Di qui i grandi martiri della Chiesa, di qui i piccoli martiri che, di tanto in tanto, notiamo anche nel nostro Movimento, turbati, e a volte subissati, dalle incomprensioni di coloro che dovrebbero più capirli. Nello stesso tempo, se la vita evangelica produce incomprensione e odio, è essa la via che porta alla santità. Noi non possiamo parlare di persone che sono ancora in vita, ma possiamo affermare con certezza che non pochi membri del Movimento, passati ormai all’altra vita, vanno considerati dei piccoli santi. Lo dimostrano i modi con cui hanno affrontato situazioni gravissime, le dolorose malattie e le conversioni che hanno operato attorno al loro letto proprio mentre si avvicinava il passaggio all’eternità. Lo dimostra la loro morte stessa. Lo dimostrano i funerali, i quali generalmente sono avvolti da un’atmosfera di paradiso. Tornando a casa, chi vi ha partecipato dice sovente: sembrava d’aver assistito ad una festa di nozze. Noi ripetiamo col Curato d’Ars: nel mio cimitero (e il nostro è vasto quanto il mondo) dormono dei santi. Odio dunque e santità. Ecco due effetti classici di chi vive la Parola. Ma sentiamolo affermare da Gesù stesso: «Io ho dato a loro la tua Parola e il mondo li odia perché non sono del mondo, come io non sono del mondo... Consacrali nella verità. La tua Parola è verità»”. La Parola fa vedere la verità Alle volte, parlando con bambini e giovani che vivono la Parola, vien da dire: in voi parla lo Spirito. Sì, perché si ha la netta sensazione che essi vedono. Quanto sono vere le parole di Agostino: «Ora siete credenti, perseverando nella fede diverrete veggenti... e conoscerete la verità»*. Gen's 1-2/2008 La Parola apporta conforto E quante volte i santi, e anche noi cristiani, stretti nella morsa di un dubbio, di una decisione da prendere, di una sventura che ci piomba addosso, prendiamo il libro di Dio e lo apriamo per trovarvi conforto! Ripetiamo come sta scritto nel libro dei Maccabei, che abbiamo «a conforto le scritture sacre che sono nelle nostre maniy?. La Parola fa provare gioia Soprattutto, la Parola di Dio è apportatrice di gioia. Tutte le manifestazioni del Movimento sono caratterizzate dalla gioia. «Una persona ben formata — dice Ambrogio — intenta alla Parola di Dio, non farà nulla di irrazionale da cui provenga tristezza e anzi, sempre signora dì tutti i suoi atti, saprà conservare inalterata la gioia di una retta coscienza». La Parola produce opere Le parole di Dio poi portano frutti abbondanti e le opere fioriscono rigogliose. Noi da anni stiamo ammirando, più spettatori che attori, la molteplicità delle opere che i membri di tutto il Movimento producono. E un fiorire così spontaneo e sempre più vasto che di per sé testimonia l'Opera di Dio. «Come albero piantato lungo il corso delle acque — dice Giovanni Damasceno — così l’anima, irrigata dalle divine scritture, diviene prosperosa... e sempre va adorna di verdi foglie, cioè di opere belle dinanzi a Dio»". La Parola dona sapienza La Parola di Dio è sapienza. E la sapienza è luce per tutte le situazioni: quando occorra chiarire dubbi, professare la giustizia o saper ben governare, ed essere illuminati sui disegni che Dio ha sugli uomini e sul mondo. — pag. 21 — spiritualità 19 Sentiamo Paolo che scrive a Timoteo: «Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza... Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona»"?. La Parola preserva dalle preoccupazioni umane Si osserva che mentre molti sono presi dagli affari di questo mondo, chi vive la Parola è tranquillo, non teme nulla. Lo conferma Giovanni Crisostomo: «Il mare infuria e tu navighi tranquillo; hai come pilota la lettura delle Scritture e non verrà a spezzare il timone la tentazione degli affarip. La Parola tutto ottiene Vivendo la Parola si ottiene tutto. Non vorrei esagerare, ma sono certa che ogni giorno nel mondo, là dove si vive la Parola, si ottengono innumerevoli grazie. Lo dico, a gloria di Dio, perché non saprei enumerare quante volte questo è successo anche ame. Ma è logico. Gesù dice: «Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato»"?. La Parola suscita l’unione con Dio Quando le persone s’impratichiscono un po’ nel vivere la Parola di Dio, avvertono nel loro animo un frutto: la comunione con Gesù. Ne sono manifestazioni il fatto che parlano con lui con tanta facilità, lo invocano nei momenti di necessità, godono della sua presenza nel profondo dell’anima, sentono insomma che è nato nel loro cuore l’alberel- lo della vita interiore innestato sulla vite che è Cristo. La Parola di Dio interiorizzata pone infatti le anime sotto l’azione dello Spirito Santo, in una unione vitale con Gesù. Non si tratta di un contatto o di un incontro esteriore, ma di una profonda comunione di vita. La Parola dà la speranza della vita eterna La Parola di vita porta ed ha portato in tutto il Movimento la convinzione che, come si vedono realizzarsi quotidianamente tutte le promesse evangeliche ad una ad una, si possa aprire un giorno all’anima la porta del Cielo. Infatti Gesù dice: «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia Parola, non vedrà la morte in eterno». La Parola ci fa uno La Parola di Dio è ciò che ci legava, sin dai primi tempi, quando eravamo tutti vicini, ed è ciò che ci lega ora pur lontani, oltre gli oceani. E una luce impercettibile ai sensi e ignota al mondo, ma cara a Dio più di ogni altra cosa. Possiamo essere ognuno un altro Gesù: Parola di Dio vivente. Scrivevo nel ’48: «... Stiamo uniti nel nome del Signore, vivendo la Parola di vita che ci fa uno. ... ho pensato all’innesto delle piante, dove i due rami scorzati, col contatto delle due parti vive diventano una cosa sola. Quando due anime potranno consumarsi in uno? Quando saranno vive: cioè quando saranno scorzate dell’umano, e mediante la Parola di vita vissuta, incarnata, saranno parole vive. Due parole vive possono consumarsi in uno. Se una non è viva, l’altra non può unirsi. Più vado avanti, più vedo la bellezza della Parola di vita! E la pillola che concentra in sé tutto ciò che Gesù ha portato sulla terra: il messaggio evangelico». Gen's 1-2/2008 — pag. 22 — 20 spiritualità Chi non vive la Parola provoca la divisione Chi non vive la Parola di Dio, porta dove va un’atmosfera umana, terrena; non lievita la massa, ma la deprime fino al punto di divenire causa di qualche screzio o divisione. È ciò che temeva Cipriano, che, nel trattato De unitate, si occupa soprattutto dell’unità della Chiesa, ma non manca di continui richiami a vivere il Vangelo, dato che, proprio perché questo non è vissuto, ci sono scismi nella Chiesa. La Parola opera un mutamento di mentalità Quello che opera la Parola di Dio è un completo mutamento di mentalità. Trasfonde nei cuori di tutti: europei, asiatici, australiani, americani, africani, i sentimenti di Cristo di fronte alle circostanze, al singolo e alla società. Fa di ogni cittadino del mondo un cittadino del cielo, un uomo nuovo. «Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo», raccomandava Paolo!. La Parola fa dell'anima un cielo Per indicare l’anima nostra o quella del fratello dello stesso ideale, usavamo nei primi tempi il nome cielo: il cielo dell’anima mia, il cielo dell'anima tua. Ora, a distanza di tempo, ci sembra di intuire che quel termine cielo era significativo, perché Gesù dice: Gen's 1-2/2008 «Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»"”. E non finiremmo più. Per dirla in breve, la vita della Parola porta nell’uomo una rievangelizzazione completa del suo modo di pensare, di volere, di amare. Il Vangelo, codice della vita, si incarna. Ed esso non è un libro come gli altri: dove attecchisce provoca la rivoluzione cristiana, perché esso detta leggi non solo per l’unione dell’anima con Dio, ma delle persone tra di loro, siano amiche, siano nemiche, e domanda come imperativo supremo l’unità di tutti, il testamento di Gesù realizzato almeno in quel tessuto sociale in cui i cristiani che vivono la Parola sono immersi. E dovunque vive uno di questi, fiorisce anche il deserto. Chiara Lubich 1) C. Lubich, Scritti Spirituali/3, Città Nuova, Roma 1979, pp. 140-150. 2) In Psalmum 118, 50; PG. 27, 487 D. 3) Gv 8,32. 4) Discorso del 27/2/1966 (per la Quaresima). 5) Moralium, lib. VI, 22; PL 75, 741 A. 6) Expos. In Psalmum 39, 16; PL 14, 114 C. 7) Gv 17, 14.17. 8) Commento al Vangelo di S. Giovanni, XL, 1, Città Nuova, Roma 1965, vol. II, pag. 20. 9) IMace 12,9. 10) De Abraham, lib. II, 22; PL 14, 483 A. 11) De fide orthodoxa, lib. IV, c. 17; PG 94, 1175 B. 12) 27im 3, 14-16. 13) Hom. De capto Eutropio et de divitiarum vanitate 1; PG 52,395. 14) Gv 15,7. 15) Gv8, 51. 16) Ef4, 23. 17) Gv 14,23. — pag. 23 — esperienza 2 La vita della Parola al cuore di una parrocchia Un esempio di unità ecclesiale a cura di Enrico Gemma Abbiamo avuto più volte l'occasione su queste pagine di parlare della parrocchia di san Giovanni della Croce a Roma (cf Gens 34 [2004] pp. 84-89 e 36 [2006] pp. 157-159). Riportiamo qui le testimonianze che il parroco, gli altri sacerdoti e i parrocchiani hanno offerto ai ca. 60 vescovi che, durante il convegno dei vescovi amici del Movimento dei focolari nel febbraio scorso, hanno reso visita a questa parrocchia. Ha fatto grande impressione l’apporto armonioso di diversi Movimenti, all’interno di una pastorale che trae la sua linfa vitalizzante dal Vangelo messo in atto. | primi passi Sono don Enrico Gemma, ho 66 anni e 41 di sacerdozio. Quando sono arrivato in questa parrocchia, 19 anni fa, il quartiere era ancora in costruzione. Avevo il mandato di formare una nuova comunità parrocchiale. Ma da dove incominciare? Con quale progetto pastorale? Ero stato già parroco in un quartiere centrale di Roma, ma era tutt’altra cosa. Mi risuonava nella mente il canto dell’esilio: «Ora non abbiamo più né il tempio, né l’altare per il sacrificio.... Anche il sacerdote si aggira per le strade e non sa cosa fare...» (cf Ger 14, 16). Qualche anno prima avevo smarrito la mia identità vocazionale. Un giorno una madre di famiglia mi raccontava piangendo di aver perduto il marito, la casa... Io posso dire che qualche anno prima avevo perduto Dio, ma per fortuna Dio non aveva perduto me, anzi mi aveva preparato ad una nuova conoscenza di lui, facendomi incontrare il Movimento dei focolari. Dalla frequentazione settimanale dei focolarini — passavo una giornata alla settimana con loro — nacque un legame sempre più profondo con i sacerdoti diocesani che già vivevano la spiritualità del Movimento. Fu così che si stampò nitida in me una Parola del Vangelo: Amare! Vuoi ritrovare Dio, il Dio vero? Ama, perché Dio è Amore! Ecco, io sono venuto in questo quartiere con la gioia e la forza che mi dava il vivere questa Parola. Non mi preoccupava il fatto di non avere la chiesa, anzi ero contento di quella situazione. Anche se c’era la possibilità di cominciare subito la costruzione, ma un po’ fuori, ai margini del quartiere, preferii aspettare 13 anni, pur di avere il complesso parrocchiale dov’è adesso, nel cuore del quartiere stesso. Non mi importava nemmeno di non avere un’abitazione degna. Sì, il Vicariato di Roma mi aveva offerto un appartamento, ma preferii abitare sotto un palazzo, in un negozio trasformato in chiesetta, dove aveva la sua casa anche Gesù Eucaristia, e dove la notte qualche topolino saltellava sul mio letto. Ogni mattina uscivo dalla mia “tana” per andare a mettere in atto la Parola di vita. Mi Gen's 1-2/2008 — pag. 24 — 22 esperienza portavo alle fermate del minibus della scuola per augurare la buona giornata ai bambini e alle mamme che li accompagnavano. Più volte al giorno ero al supermercato per incontrare la gente e nella fila alla cassa facevo nuove conoscenze, proponevo a qualche mamma di fare la catechista e aiutavo qualche persona anziana a portare la spesa a casa. Nasceva un piccolo gruppo di persone interessate a vivere la Parola e, attorno alla Parola vissuta e partecipata, si andava formando una comunità, piccola Chiesa in mezzo alle case. Dalla tenda al tempio Marilena: Ho 44 anni e sono sposata con due figli adolescenti. Faccio parte del Movimento dei focolari. La nostra parrocchia — come ha detto don Enrico — ha appena 19 anni, dei quali 13 passati sotto “la tenda” e sei in questo bellissimo tempio. La nostra storia, infatti, ha avuto inizio in un locale di 185 mq destinato a negozio, dove abbiamo ricavato la chiesa, l’ufficio parrocchiale e persino un mini appartamento per il sacerdote. Allora ero una giovane sposa con il mio primogenito appena nato. Mi presentai al parroco per mettermi a disposizione, e lui mi propose gli incontri della Parola di vita. Ci si trovava ogni settimana con altre persone di tutti i tipi — coppie, giovani, meno giovani, suore, due diaconi e il sacerdote. Facevamo conoscenza, prendevamo una frase del Vangelo e cercavamo di metterla in pratica e man mano scoprivamo vari punti della spiritualità dell’unità, che ci affascinavano. Cercavamo di amare tutti, di dare la vita l’uno per l’altro, di fare la volontà di Dio nell’attimo presente: in famiglia, al lavoro, in parrocchia, e poi tutti a raccontarci le nostre esperienze di Vangelo vissuto. Tutti insieme, proprio così! Perché volevamo farci santi insieme, ma in una santità di popolo. Ed è proprio grazie a questa unità, che una Parola in particolare ha segnato il cambia- Gen's 1-2/2008 mento della mia vita: «Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei Cieli ve lo concederà. Perché dove sono due o tre, riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (M? 18, 19-20). In questi anni mi sono accadute delle cose durissime: ho perso il marito e anche la mia casa. Ero costretta a fare un lavoro faticosissimo ed umiliante per dare una vita decorosa ai mici figli. Ma la comunità del Movimento ed altre persone della parrocchia non mi hanno lasciata sola e insieme abbiamo pregato con nel cuore la certezza che il Padre non mi avrebbe abbandonato. E così è stato: poco prima di essere cacciata dalla mia casa, ne ho trovata un’altra bellissima e non distante. E poi ho anche realizzato il sogno della mia vita: fare la maestra. Infatti quattro anni fa ho avuto finalmente la cattedra di insegnante. La mia vita è cambiata, ha acquistato uno spessore diverso. Ho sperimentato che le parole del Vangelo sono vere, cioè si avverano, e che tutti possiamo farne esperienza. «Cercate prima il regno di Dio». E il regno di Dio io l’ho trovato lì «dove sono due o più uniti nel mio nome». La difficile convivenza con le famiglie del palazzo Francesco: Sono sposato con Lucia, abbiamo tre figlie e siamo impegnati nel Cammino Neocatecumenale. All’inizio, quando la parrocchia si trovava nei locali del negozio, io ero uno del primo gruppo della Parola di vita. Il parroco dice che quel periodo era molto bello e che non c’erano problemi. Ma in realtà qualche problema c’era e molto serio, ma egli vedeva in tutto l’amore di Dio e riusciva a risolverli coinvolgendoci in questa esperienza. Abitavo con la mia famiglia proprio in uno di questi enormi palazzi di 15 piani con 60 famiglie, dove era alloggiata anche la parrocchia. Man mano che la comunità cresceva, le famiglie cominciarono a lamentarsi del disturbo causato dal via vai della gente, dai — pag. 25 — esperienza 23 canti, dalle chitarre, dagli applausi, ecc. Mi trovavo in una situazione imbarazzante: prendevo parte alle assemblee di condominio, dove tutti erano contro la parrocchia, e poi partecipavo alle riunioni della comunità ove si sentiva sempre più il peso della situazione. Il condominio decise di passare alle vie legali. Seguirono denunce e continue ispezioni della Polizia municipale. Il Vicariato di Roma, interpellato dal parroco, ci mise a disposizione un bravo avvocato. Ma uno del nostro gruppo ci ricordò che il Vangelo suggerisce un altro modo di risolvere le controversie: «Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui...» (Lc 12, 58). Così abbiamo consigliato al parroco di muoverci su questa via, senza l’avvocato, disposti anche a chiudere la parrocchia. Don Enrico: Sì, cominciai dall’ultimo piano, e nel giro di una settimana visitai tutte le famiglie del palazzo, una per una. Avevo tanto timore, perché mi attendevo qualche brutta reazione, soprattutto da parte di Giuliano, il condomino più infastidito, che abitava sopra la parrocchia. Andavo a visitare le famiglie per chiedere scusa e trovare insieme una soluzione. Ascoltavo le loro esigenze, i loro suggerimenti e li riportavo in comunità. Trovai molta comprensione. Ma quando arrivai al condomino del primo piano suonai alla porta con tanta paura. «Cosa vuoi?», mi chiese con voce decisa. «Giuliano, vorrei parlare un po’ con te». «Accomodati», e mi aprì la porta. Era difficile guardarsi in faccia. Non ricordo cosa dissi in quel colloquio. Ricordo soltanto che avevo addosso un gran sudore. Ad un certo punto, Giuliano si alzò, mi alzai anch’io, ed egli mi abbracciò, dicendomi: «Io, questo aspettavo, non le lettere del Vicariato». La situazione cominciò a cambiare e s’instaurarono rapporti di reciproca comprensione. Alcuni di loro sono diventati nostri collaboratori, compreso Francesco. Ad una famiglia abbiamo affidato le chiavi della parrocchia. E così siamo andati avanti per 13 anni. La presenza dei focolari... Siamo Fabio e Diana, sposati da 19 anni, ed abbiamo due figli: Alessio di 17 e Veronica di 13. Per noi l’incontro con il Focolare è stato determinante per il nostro rapporto di coppia e per il nostro cammino spirituale. Ci eravamo sposati in chiesa sì, ma per far contenti i nostri genitori. Infatti Diana non era particolarmente attratta da cose religiose; io avevo ricevuto una buona educazione cristiana, ma dopo la prima comunione e la cresima non ero più andato in chiesa. I primi anni del nostro matrimonio erano stati difficili. Ci volevamo bene, ma sorgevano continui litigi ed incomprensioni, anche per l’intromissione dei nostri rispettivi genitori. Un giorno, tornando a casa, ho trovato Diana che piangeva per l’ennesima incomprensione. Non si poteva più andare avanti così, bisognava fare qualcosa. Ci siamo detti: «Proviamo ad andare in chiesa». E così siamo entrati nel negozio adattato a chiesetta. E lì, per la prima volta, abbiamo ascoltato e capito che Dio è Amore, che ci ama personalmente, ci accetta così come siamo;. egli non è nascosto da qualche parte, ma vuole essere tra noi e, se ci amiamo nel suo nome, si fa presente. E questo può avvenire non solo in chiesa, ma anche in famiglia. Questa scoperta ci ha molto colpito ed abbiamo sentito subito che quel che mancava nella nostra famiglia era la Sua presenza. Così ci siamo uniti al gruppo della Parola di vita, che continua ancora oggi con tante altre persone. Pian piano è cambiata la nostra vita, è cambiato il rapporto tra noi due ed anche il modo di educare i figli. Anche i nostri genitori, vedendo una nuova unità tra noi, hanno cambiato atteggiamento nei nostri riguardi. Poi abbiamo cominciato a frequentare il Focolare, le Mariapoli ed incontri con altre parrocchie che stavano facendo la nostra stessa esperienza. Proprio al ritorno da uno di questi incontri abbiamo sentito molto forte la spinta ad andare dal nostro parroco per dirgli che eravamo molto presi dall’ideale dell’u- Gen's 1-2/2008 — pag. 26 — 24 esperienza nità conosciuto nel Movimento dei focolari, e che insieme a lui volevamo donarlo ad altri in parrocchia. Ed è quello che stiamo facendo ancora oggi insieme a tanti altri, mettendoci a servizio di tutti, alimentando quel clima di famiglia che rende più bella la parrocchia, sempre aperta alle singole persone e ai diversi carismi ecclesiali e cammini spirituali, di modo che tutti possano trovarsi a casa ed esprimere in piena libertà la bellezza della propria chiamata. ... e della Comunità di Sant'Egidio Sono Teresa della Comunità di Sant'Egidio. Questa parrocchia è un esempio, una testimonianza di unità ecclesiale. Qui ci sono tante realtà parrocchiali che lavorano insieme e in armonia, pur appartenendo a Movimenti diversi. Noi della Comunità di Sant'Egidio siamo presenti in questo quartiere da quando sono sorte le prime case. Costruire un tessuto* di amicizia e di unità tra i cristiani rappresenta un valore importante per tutta la città: non è solo uno star bene tra di noi, ma è la testimonianza concreta che per vivere bene abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ad esempio, la messa domenicale delle 12 è animata a turno dai diversi Movimenti presenti in parrocchia. Noi della Comunità di Sant'Egidio avevamo una sede nelle case popolari del quartiere e ci offrimmo per organizzare ed ospitare la messa domenicale. Ma si sa, 25 anni fa i Movimenti, le Nuove Comunità, non sempre ispiravano tanta fiducia e così ci fu qualche sospetto sulle nostre intenzioni, un po’ di incomprensioni, cose che arrivarono in seguito all’orecchio di don Enrico. Ma quando egli giunse nel quartiere, ci siamo vicendevolmente cercati e trovati. L'incontro personale, diretto, l’amicizia, il colloquio, spazzarono via ogni pregiudizio. Ricordo quella sera d’estate, quando egli venne a trovarci alla nostra sede centrale in Trastevere: partecipò alla nostra preghiera e poi andammo a cena, insieme a don Vincenzo Paglia, ora vescovo di Terni. Parlammo Gen's 1-2/2008 fino a mezzanotte! Sembrava che ci conoscessimo da sempre. Così gli amici della Comunità di «Sant'Egidio che, a qualcuno potevano sembrare un problema per la nascente parrocchia, divenennero i primi collaboratori del parroco. Le distanze si erano tanto accorciate, che noi abbiamo cominciato a fare la preghiera della Comunità una volta alla settimana nella sede della parrocchia; e la parrocchia per un certo periodo, quando non aveva ancora sufficienti locali, veniva a fare il catechismo nella nostra sede. Anche il primo gruppo di focolarini era ospitato da noi per l’incontro della Parola di vita. Questa “santa confusione” in realtà era espressione della profonda comunione e del reciproco aiuto stabilito tra noi. Comunione che non annulla certo, anzi rispetta e valorizza la diversità dei carismi che portiamo. L’impegno della Comunità di Sant'Egidio in questo quartiere si caratterizza per due cose, che sono poi il cuore del nostro carisma: la preghiera che qui facciamo ogni settimana, in parrocchia; e l’attenzione nei confronti dei più deboli. Penso ad alcune famiglie povere che conosciamo, o a quelli che vengono da altri Paesi e vivono sugli argini del Tevere. Penso a quelli che vivono nei vagoni dei treni abbandonati nelle stazioni e per i quali prepariamo la cena una volta a settimana. Penso ai tanti anziani, a quelli che sono soli negli istituti accanto a noi. Cerchiamo di arrivare dove la parrocchia non riesce ad arrivare e anche questo è non uno spazio tolto, ma uno spazio accresciuto e un motivo in più di comunione, di amicizia, di sostegno reciproco che va avanti ormai da più di 20 anni. Il Cammino Neocatecumenale Sono Daniela, sposata con Toni da 18 anni. Abbiamo quattro figli con noi e un altro in Cielo. Siamo del Cammino Neocatecumenale, dove entrammo prima del nostro matrimonio. Appena sposati siamo venuti ad abitare in questo quartiere. Così il Signore ha disposto che questa fosse la parrocchia dei — pag. 27 — esperienza 25 nostri quattro figli. Già ai tempi della chiesetta-negozio, Toni ed io abbiamo respirato un’atmosfera di comunione e di amore. E quando, per qualsiasi motivo, non ci era possibile andare a celebrare nella nostra Comunità Neocatecumenale, con grande gioia venivamo nella chiesetta di questo quartiere. Eravamo affascinati dall’accoglienza e dall’amore che si respirava ad opera del parroco e dei suoi collaboratori. I nostri figli hanno fatto qui la preparazione alla comunione e poi alla cresima. Quest’atmosfera di unità ha fatto sì che i nostri figli respirassero la spiritualità dei focolarini; perché sono stati gli stessi catechisti focolarini a seguirli nella loro crescita nella fede. E noi ammiravamo la loro dedizione verso i ragazzi, e ancora oggi i nostri figli nutrono affetto e stima per Fabio e Diana e per tutti gli altri che li hanno seguiti e formati. Avevamo in cuore il desiderio che il Cammino Neocatecumenale, che ha salvato la nostra vita, il nostro matrimonio e la vita di tanta gente lontana dalla Chiesa, potesse essere presente anche in questa parrocchia. Spesso, parlandone con don Enrico, abbiamo espresso questo nostro desiderio. Sappiamo che lui ha meditato tanto su questa nostra proposta e un giorno ci ha detto che lo avrebbe chiesto a Maria. La Madonna non tardò molto a parlare al suo cuore. E così lui stesso ha chiesto di incontrare i responsabili del Cammino. Li ha invitati a cena in una bellissima sera d’estate sulla terrazza della parrocchia appena inaugurata. Così cominciarono le catechesi. Ed è nata una prima comunità, e poi anche una seconda. Oggi siamo qui a testimoniare la fedeltà di Dio, che ha disposto che anche i nostri figli, insieme ad altri 20 ragazzi, siano nella prima comunità neocatecumenale di questa parrocchia. «Prendi il largo» — dare un’anima al quartiere Sono Patrizia e vivo in questo quartiere da 14 anni. Amo la mia parrocchia. In questi anni l’ho vista crescere e mi sembra sempre più bella. Non appartengo a nessun Movimento ecclesiale, e in questo senso posso rappresentare tante altre persone semplicemente impegnate in parrocchia. Faccio la catechista preparando i ragazzi alla cresima. Sono contenta nel vedere che alcuni di questi ragazzi dopo la cresima si impegnao chi in parrocchia, chi nei Movimenti, chi in altre attività. In questi ultimi anni la comunità parrocchiale sta uscendo dalle sue mura per essere più visibile nel territorio. C'è una Parola che ci spinge: «duc în altum — prendi il largo». E qualche passo in questo senso è stato fatto. Alcuni di noi, giovani e adulti, fanno volontariato in una clinica e in un ospedale vicini. La scuola del nostro quartiere ha attraversato momenti di difficoltà al punto che le famiglie non vi mandavano più i loro figli. Il nuovo preside, che si professa laico e agnostico, ma animato da tanta buona volontà, ha chiesto la collaborazione della parrocchia. Abbiamo ascoltato tutte le sue difficoltà e i suoi progetti, gli abbiamo assicurato la nostra solidarietà e la nostra fattiva collaborazione. Ora la situazione della scuola va meglio e le famiglie stanno riacquistando fiducia. Anche i giovani portano fuori da queste mura un messaggio di gioia e di sana allegria. Lo fanno a modo loro: come cantori e attori: proprio la scorsa settimana hanno offerto alla gente del quartiere uno spettacolo teatrale di un certo livello. Questo loro lavoro è importante, perché siamo in un quartiere dormitorio, dove l’unico punto di aggregazione è la parrocchia. Pensando a tanta gente che non viene in chiesa, abbiamo inventato una festa patronale in chiave moderna, con tornei sportivi, cortei allegorici, concerti e altre manifestazioni, tutto realizzato dai gruppi parrocchiali. Abbiamo evitato di ostentare simboli sacri e religiosi, ma abbiamo dato messaggi forti sui valori della famiglia, la solidarietà, la pace. Migliaia di persone sono uscite dalle loro case e hanno partecipato con entusiasmo alle varie manifestazioni. Gen's 1-2/2008 — pag. 28 — 26 esperienza La vita di comunione tra i sacerdoti Mi chiamo Froilan Mamani Chambi, ordinato sacerdote 12 anni fa in Bolivia nell’arcidiocesi di La Paz. Attualmente sto studiando catechesi nella Pontificia Università Salesiana a Roma. Poter vivere in questa comunità è stato un grande dono di Dio per me. Da quando sono arrivato in parrocchia mi sono sentito a casa. Un aneddoto. Arrivai alle cinque del pomeriggio e alle sei celebravo la messa in italiano: fu così bella come la mia prima messa. Man mano che passavano i giorni venivo a contatto con i vari collaboratori nella pastorale e i loro differenti carismi. All’inizio non fu facile orientarmi, anche a motivo della lingua che capivo solo con fatica. Poi mi sono trovato così bene da coinvolgere pure il mio arcivescovo. Oggi anch’egli si sente membro di questa parrocchia ed è venuto più di una volta a condividere la nostra vita. Io sono César. Fin da ragazzo il Signore mi ha chiamato nel Cammino Neocatecumenale. Vengo dall’Honduras. Ho fatto il seminario al Redemptoris Mater qui a Roma e sono stato ordinato da Benedetto XVI. Un anno e mezzo fa sono arrivato in questa parrocchia con tante paure. Non mi aspettavo, anzi non sapevo che tutti noi sacerdoti eravamo di spiritualità diverse: un’esperienza nuova, con un linguaggio e atteggiamenti differenti da quelli cui ero abituato. Un’esperienza che mi sta facendo scoprire la Chiesa, che mi educa all’unità nella diversità per la comunione tra più carismi all’interno della nostra comunità. Noi quattro sacerdoti viviamo insieme, ma proveniamo da una diversa formazione. Non mancano i momenti di difficoltà, di fatica, ma nonostante tutte queste cose il Signore ci dona la comunione nella sincerità dei rapporti. Ognuno di noi ha compiti diversi, ma seguiamo un progetto pastorale unitario. Nelle nostre giornate abbiamo dei momenti importanti di dialogo, quando condividiamo esperienze, notizie e aggiornamenti. Talvolta andiamo fuori insieme e passiamo una giornata distensiva, tutta nostra. In questa coinvolgia- Gen's 1-2/2008 mo anche il diacono permanente, Salvatore, e i nostri quattro seminaristi, vero dono di Dio alla nostra comunità parrocchiale: Claudio, del Collegio Capranica, Richard del Seminario Romano Maggiore, Daniele del Seminario Redemptoris Mater e Ramiro, brasiliano, dei focolari. Cosa dire poi dei tanti sacerdoti di passaggio che ospitiamo? Ci raccontano le loro esperienze pastorali e le loro vicende personali, tutti testimoni di quanto è importante e bella l’unità fra i vari carismi. Sono Gian Marco, sacerdote da quasi 10 anni e vice-parroco qui da sei. Appartengo alla comunità “Casa di Maria”, una nuova realtà ecclesiale nata circa 20 anni fa, come risposta di fede all’invito di Maria di mettere Dio al primo posto nella propria vita. Siamo legati alla Pontificia Accademia dell’Immacolata. Qui ho trovato una parrocchia viva, giovane, con una caratteristica particolare: quella dell’accoglienza immediata. Ricordo che il cardinale Ruini nel mandarmi qui mi disse: «Non dovresti avere problemi perché il parroco è focolarino». Oggi la parrocchia si presenta così: è un quartiere popolare con 3.350 famiglie, circa 12.000 abitanti. Sono famiglie giovani. In questi anni sono nati tanti bambini: il quartiere è pieno di ragazzi. Ne abbiamo circa 400 tra catechismo e oratorio. Le persone appartenenti ai vari Movimenti ecclesiali danno un valido contributo alle attività pastorali e portano avanti, ciascuno secondo il proprio carisma, delle belle esperienze di nuova evangelizzazione. Anche noi sacerdoti, pur seguendo cammini spirituali tanto diversi, formiamo una sola famiglia: ciò che ci unisce è l’amore fraterno, lo stesso amore che univa gli Apostoli a Gesù e tra di loro. a cura di Enrico Gemma — pag. 29 — esperienza 27 Il contributo del Movimento dei focolari in ambito parrocchiale e diocesano Chiesa locale e vita della Parola a cura di Adolfo Raggio L’autore di questo articolo, dopo aver presentato brevemente l’apporto del Movimento dei focolari per l’evangelizzazione in ambito parrocchiale e diocesano, intervista alcuni membri particolarmente impegnati in questo campo. Gli inizi Il legame tra Chiesa locale e Parola di Dio è stato messo in rilievo varie volte dagli ultimi Papi. Basti ricordare le parole di Giovanni Paolo II: «La comunità si forma innanzi tutto attorno alla Parola»'. E recentemente Benedetto XVI: «La Chiesa è una comunità che ascolta ed annuncia la Parola di Dio. ... (Essa) non vive di se stessa ma del Vangelo e dal Vangelo sempre e nuovamente trae orientamento per il suo cammino». È in questa prospettiva che si è mosso sin dal suo nascere il Movimento dei focolari. Nel 1966, anche su incoraggiamento di Paolo VI, è nata all’interno di esso un’apposita diramazione — il Movimento parrocchiale — a servizio della parrocchia, con l’intento di contribuire a ravvivarla attraverso la spiritualità dell’unità. Dal 1974 questa irradiazione si è estesa in alcune regioni italiane anche a livello diocesano, con l’accordo dei rispettivi vescovi, ed è nata un’altra diramazione dell’Opera di Maria: il Movimento diocesano. Ma quale l’apporto di queste due realtà alla grande impresa di una nuova evangelizzazione? Nell’intervento che Chiara Lubich ha preparato per l'Assemblea generale del Pontificio Consiglio per i Laici del 2007, lei ha delineato i vari contributi che il Movimento dei focolari può offrire per il rinnovamento della parrocchia, e come primo apporto nomina quello di aiutare ad incrementare la vita della Parola*. Fin dall’inizio del Movimento — aveva affermato già nel 1986 — «è stato l’incontro con la Parola di Dio che ha suscitato una rivoluzione evangelica, in particolare l’incontro con le parole che riguardano l’amore, la carità... E per esse che un popolo disperso può diventare comunità». Chiara parla poi del metodo della “Parola di vita”: «Lo Spirito Santo ha suggerito anche un modo semplice per tradurre la Parola di Dio nel quotidiano, ora diffuso in tutto il mondo: la Parola di vita. Si tratta di una frase, presa in genere dalla liturgia, con un breve commento, che aiuta ad incarnarla nella vita di tutti i giorni. Poi, a sostegno e incoraggiamento reciproco, si mettono in comunione le esperienze fatte»). A distanza di 40 anni dagli inizi del Movimento parrocchiale, si può constatare che questo modo di agire è stato ed è di grande luce per le comunità parrocchiali e diocesane. Il metodo dei focolarini di puntare su una Parola precisa rende più facile ricordarla e applicarla alle circostanze. Mettendola in pratica prendono nuovo significato i vari Gen's 1-2/2008 — pag. 30 — 28 esperienza momenti della giornata in tutti i diversi ambiti della vita. «È una dinamica molto impegnativa per noi sacerdoti — scrive un parroco — perché per predicare il Vangelo dobbiamo prima farlo divenire vita della nostra vita. E anche una dinamica molto fruttuosa che tutti capiscono e molti si sentono spinti a fare altrettanto». E il frutto? Ecco l’esperienza di una parrocchia: «Iniziammo a ritrovarci alcuni di noi ogni settimana per approfondire la Parola di vita e raccontarci le esperienze. Ci accorgemmo quanto quello che ciascuno aveva vissuto era di stimolo per tutti gli altri, un aiuto a scoprire ciò che era più intimo in ciascuno, facendo crescere la comprensione reciproca. Le testimonianze dei giovani e persino dei bambini erano uno sprone per tutti. Ne scaturì una vita meno individualista e più comunitaria». Cosa caratterizza un incontro della Parola di vita? In genere questi incontri della Parola si svolgono nei locali parrocchiali, ma in vari posti anche nelle case. Preparati insieme al parroco, sono animati da parrocchiani membri del Movimento. Coloro che promuovono l’incontro lo preparano insieme, curando anche l’armonia dell’ambiente, e infine accolgono i partecipanti vedendo in loro Gesù. Si punta a creare un clima di comunione fraterna fra i presenti, facendo in modo che si conoscano e si sentano parte della famiglia dei figli di Dio così da ottenere la presenza di Gesù secondo la sua promessa. Sarà Lui, “Parola viva”, a illuminare le sue Parole. Spesso è proprio questo clima d’unità che colpisce chi frequenta l’incontro. Poi si legge la Parola di vita col commento e si raccontano le esperienze fatte vivendola. Una caratteristica è la radicalità con cui si cerca di vivere la Parola, al punto da arrivare Gen's 1-2/2008 a “rivestirsi della Parola”. Far sì che «essa spezzi il nostro io, annienti il nostro egoismo, ci inchiodi con Cristo in croce in maniera tale che non più noi viviamo in noi, ma la Parola, che è Lui, viva in noi»'. È quello che si proponevano le prime focolarine. «Se, per ipotesi impossibile, tutti i Vangeli fossero distrutti, noi vorremmo vivere in tal modo che guardando alla nostra vita si potesse riscrivere il Vangelo». Questo metodo si è rivelato assai fecondo. Spesso infatti i cristiani non sono consapevoli che la Parola ha il potere di modificare concretamente il nostro modo di agire. Soprattutto essa crea rapporti profondi fra le persone che si comunicano quanto la Parola ha operato nella loro vita, suscitando una comunità cristiana dove tutti, sacerdoti e laici, si mettono alla scuola di Gesù e della sua Parola. Vallo Torinese: Vivendo la Parola si costruisce il tessuto comunitario D. Raggio: Don Vincenzo Chiarle, già vicario episcopale dell’archidiocesi di Torino per la zona di Lanzo, da 40 anni è parroco di Vallo Torinese, una parrocchia di 750 abitanti a 600 metri d'altezza nelle Prealpi. D. Vincenzo: Nel presentare qualche flash dell’esperienza di questa comunità devo rifarmi ad alcune indicazioni del Concilio Vaticano II, perché fu proprio in quegli anni che, a contatto con la spiritualità dell’unità del Movimento dei focolari, iniziò per noi il cammino nella Parola. Fin da allora ritenni una grazia avere incontrato questa spiritualità, perché ci ha aiutato a concretizzare le riforme conciliari e gli indirizzi pastorali del vescovo. Era il tempo del ’68. Tutto era in fermento anche all’interno della Chiesa e tante esigenze evangeliche emergevano più stagliate ed affascinanti, ma col rischio di rispuntare atee. E proprio allora che abbiamo avuto la grazia di essere coinvolti in questa singolare esperienza. Fu così più facile intraprendere il — pag. 31 — esperienza 29 percorso proposto dal Concilio e in questo cammino certamente siamo stati molto confortati, aiutati e stimolati dall’allora nostro arcivescovo, il card. Michele Pellegrino. In questi 40 anni di esperienza, ho visto realizzarsi quanto afferma la Lumen gentium aln4: «Lo Spirito unifica la Chiesa nella comunione e nel servizio; la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici con i quali la dirige, la abbellisce dei suoi frutti. Con la forza del Vangelo, fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo». Fu a questa affermazione del Concilio che mi appellai per invitare i parrocchiani a partecipare al primo incontro per parrocchie che don Silvano Cola, allora responsabile dei sacerdoti diocesani che seguono la spiritualità dell’unità, tenne per incarico di Chiara Lubich a Rocca di Papa dal 2 al 4 giugno 1967. A gloria di Dio posso dire che questi frutti di comunione nello Spirito, di servizio, di perseveranza, di vitalità, di rinnovamento e anche di un cammino di santità — e qui mi viene da pensare a Maria Orsola, una gen della parrocchia morta in concetto di santità nel 1970 a 16 anni —, tutti questi frutti sono stati prodotti dall’incontro provvidenziale tra i doni della Chiesa istituzione (per noi la parrocchia) ed i doni carismatici (il carisma dell’unità del Movimento dei focolari). Ritornati a Vallo abbiamo cercato di concretizzare nella vita quotidiana l’esperienza maturata in quei giorni. Iniziava così una nuova realtà: vicini di casa si rappacificavano, cadevano vecchi odi e rancori ed anche il semplice saluto diventava un piccolo atto d’amore. L’impegno a vivere insieme il Vangelo ci fece scoprire e sperimentare l’incanto delle prime comunità cristiane: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli, nell’unione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere... tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (Af 2, 42.44). Alla luce di questa Parola c’è chi ha rivisto la propria economia e la comunione dei beni, anche materiale, è diventata logica, spontanea e costante. Questa piccola rivoluzione sociale ha portato singoli e famiglie a mettere mensilmente in comune il superfluo per le necessità della comunità. Più volte cifre cospicue, frutto di eredità, di risparmi e di sacrifici, sono stati versati nella cassa comune. Una certa sobrietà e povertà di vita rende possibile l’aiuto a tanti fratelli e sorelle vicini e lontani. Ultimamente stiamo sostenendo alcune missioni dell’ Africa e del Pakistan. Anche il tempo, le energie, i talenti di ciascuno sono messi a disposizione. Le parole di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me» hanno sviluppato una sensibilità nuova verso gli altri, specialmente verso i più poveri e gli ammalati: le famiglie si dispongono ad ospitare in casa persone bisognose, come l’anziano dedito all'alcool, bambini in affidamento, ad accogliere famiglie di stranieri, studenti e seminaristi di “Propaganda Fide” ospitati nei mesi estivi... L’accostarci a Gesù, vivo e attuale nel Vangelo, l’impegno a vivere la Parola «dove due o più sono radunati nel mio nome io sono in mezzo a loro» ci ha fatto riscoprire il valore dell'amore scambievole e molte volte si colgono i frutti particolarmente nelle celebrazioni eucaristiche. Le messe, anche le più semplici dei giorni feriali, sorprendono chi le frequenta occasionalmente, perché le liturgie sempre più partecipate e gioiose acquistano il senso della “festa” attorno al Risorto. Lentamente si è costruito il tessuto comunitario. Ancora oggi continuiamo a incontrarci per comunicarci la vita del Vangelo: diciotto sono i gruppi che si ritrovano mensilmente nelle case, per l’incontro della Parola di vita. Per molti ormai è normale chiedere e poi scrivere sulle tombe dei loro cari quella Parola di vita che ha costituito il programma orientatore della loro esistenza. Anche l’incontro di catechismo dei bambini viene sempre concluso con l’impegno a trasformare in vita quanto appreso in quell’ora. Gen's 1-2/2008 — pag. 32 — 30 esperienza Chiara ricorda che «dalla Parola fioriscono opere». Lo abbiamo constatato anche noi guardando alla realizzazione del Centro parrocchiale d’incontri e ad altre opere umanamente impensabili per un paese piccolo come il nostro. Certamente è ancora un miracolo della Parola se in questi 40 anni abbiamo potuto accogliere oltre 150.000 persone in questo Centro parrocchiale, specie ora dopo la traslazione della salma di Maria Orsola nella chiesa parrocchiale. D. Raggio: Grazia, una impegnata della parrocchia di Vallo, racconta una sua esperienza sulla vita della Parola. Grazia: Accogliere le persone o i gruppi che molte volte vengono a trovarci non è facile, perché esige sempre per ciascun membro della comunità di perdere qualcosa. Così ad esempio è stato per me nel periodo natalizio. Dopo anni di lavoro, per la prima volta potevo godermi due settimane di vacanze. Stavo già “pregustando” quei giorni di riposo, quando arriva la notizia che subito dopo Capodanno, due gruppi di giovani sarebbero venuti a Vallo per fare un’esperienza di comunità e per conoscere Maria Orsola. Ho visto svanire il mio sogno di riposo! Mi veniva in risalto tutto l'impegno che questa visita comportava. Ricevere ospiti infatti mette in moto l’intera comunità. Chi per accoglierli in casa per dormire, chi per preparare i pranzi e le cene, chi per animare i momenti di incontro, fare e disfare letti, pulire, riordinare, lavare piatti, preparare panini... Ma poi la frase della Scrittura: «Date e vi sarà dato» e l’altra: «C°è più gioia nel dare che nel ricevere», mi hanno fatto superare le mie riluttanze. Abbiamo preparato insieme un programma, ma senza esservi attaccati, pronti eventualmente a cambiarlo all’arrivo dei due gruppi. L'importante era impegnarci a vivere l’amore scambievole fra noi perché solo Gesù fosse il protagonista di quei giorni. Così è stato: tutto si è svolto con grande semplicità e in un vero clima di famiglia. Gen's 1-2/2008 Gesù presente nella comunità per il reciproco amore ha portato frutti bellissimi sia per noi che per i giovani che sono venuti. Una tra le tante impressioni ricevute: «L'accoglienza è stata meravigliosa, il clima fantastico e permeato d’amore. Poi in questi giorni abbiamo conosciuto meglio Maria Orsola, capendo che la santità è alla portata di tutti, anche di noi giovani, perché grazie all’ideale evangelico, al ricominciare sempre, abbiamo la possibilità di vivere l’unità e l’amore che ci portano a Dio». E ancora: «Questa esperienza mi ha aiutato a crescere. Ho compreso l’obiettivo finale della mia vita: la felicità, che non si ottiene ubriacandosi, drogandosi e andando in discoteca, ma amando il prossimo. Fino a due anni fa non credevo in Dio, ma qui ho capito che vivere per Lui e amare sono la vera felicità». Anche i nostri ragazzi e giovani erano contenti e meravigliati per l’unità, che in poco tempo, si era costruita. È proprio vero che «la Parola ci fa uno». D. Raggio: Le persone che vengono dal di fuori si rendono conto della vita che anima questa comunità? D. Vincenzo: Chi osserva dal di fuori si meraviglia di trovare una comunità cristiana viva. Domenica scorsa, ad esempio, alcuni di una parrocchia del Cunéese, che avevano partecipato ad un nostro incontro, hanno chiesto al loro parroco: «Perché le persone delle nostre parrocchie non sono gioiose e contente come le persone che abbiamo incontrato oggi?». E il loro parroco ha risposto: «Perché ci manca il fuoco e siamo venuti qui per accenderlo». Anche il nostro arcivescovo, il cardinale Severino Poletto, ha colto questi effetti della Parola tanto che a conclusione della visita pastorale ha lasciato scritto: «Anche se Vallo, per la spiritualità “focolarina” che l’anima e per la venerazione di Maria Orsola, è meta di incontri, ritiri, convegni e pellegrinaggi di persone che provengono da varie parti d’Italia e del mondo, non per questo ha perso la sua identità parrocchiale, ma piuttosto, questa ne è uscita arricchita. E la prova che, quando si mette la Parola di Dio al centro e — pag. 33 — esperienza 31 come ideale di vita, la parrocchia ne esce trasformata e il clima di comunione che vi regna esercita una grande forza di attrazione. Segno che Gesù e il suo Vangelo possono ancora affascinare l’uomo di oggi alla ricerca di una Parola che illumini e di una Presenza che sostenga il cammino della vita» (17/12/2006). Macerata: impegno diocesano e «Festa della Parola di vita» D. Raggio: Mons. Pio Pesaresi, già vicario generale della diocesi di Macerata (Marche) ed ora vicario episcopale per il clero e le religiose, è stato anche incaricato per il Movimento diocesano’ della stessa diocesi. Ci racconta come è nata questa realtà nella sua diocesi. D. Pio: Nei miei primi anni di sacerdozio come viceparroco della Cattedrale di Osimo, e poi come parroco di Appignano, pur prodigandomi con tutte le forze, avevo un certo senso di frustrazione, perché mi pareva di non riuscire a costruire il Regno di Dio. In quel periodo venni invitato ad un incontro del Movimento dei focolari per sacerdoti diocesani. La sensazione che ebbi fu che lì si viveva il Vangelo e si costruiva il Regno di Dio. Ne rimasi colpito. Così quando ci fu nella vicina città di Macerata un incontro di parrocchie animate dalla spiritualità del Movimento, vi partecipai con un bel gruppo di parrocchiani, con il desiderio di trasmettere anche a loro questa vita. La cosa partì. Con un gruppetto ci proponemmo di vivere insieme la Parola di Dio e settimanalmente ci incontravamo in spirito di fraternità per raccontarci le esperienze su di essa. E il gruppo crebbe, coinvolgendo anche giovani e ragazzi, dando origine ad un nucleo di comunità viva, quella che sempre avevo sognato. L’allora vescovo di Macerata, mons. Carboni, venendo a conoscere l’esperienza del Movimento diocesano di altre diocesi delle Marche, chiese a Chiara se era possibile iniziarlo anche nella sua diocesi. Lei accettò, mi presentò come sacerdote animatore e il vescovo me ne diede ufficialmente il mandato, e così iniziò l’irradizione della spiritualità anche a livello diocesano. Come Movimento diocesano svolgiamo attività formative nello spirito dell’unità rivolte ad adulti, giovani e ragazzi, con ‘ incontri regolari e corsi di formazione estivi tipo campiscuola. La continuità, la vita di gruppo ed il rapporto con gli animatori finiscono per diventare elementi preziosi per la crescita personale e avviano ad una partecipazione motivata alla vita della comunità cristiana. Collaboriamo e animiamo i vari tipi di pastorale promossi dalle parrocchie, dalla diocesi e dagli organismi in cui siamo chiamati ad operare. Da questo contesto sono nate vocazioni anche al sacerdozio ministeriale, come quella di don Claide Tarabelli, un giovane parroco, partito recentemente per il Cielo, per un incidente stradale a soli 43 anni, lasciando una profonda traccia in mezzo a tutti noi. D. Raggio: Da alcuni anni avete pensato di far conoscere più al largo la Parola di vita, organizzando anche una Festa... D. Pio: Una manifestazione particolare, che si svolge ogni anno nel nostro Movimento diocesano, è la Festa della Parola di vita, giunta quest'anno alla sua XXVI edizione. La svolgiamo nel salone parrocchiale di Appignano, d’accordo con il parroco, e vi partecipano persone di tutte le età, anche membri del gruppo neocatecumenale e persone di altre parrocchie della diocesi. Si tratta di uno dei momenti corali più forti dell’anno, una serata spettacolo aperta a tutti, in cui, con l’animazione del nostro complesso “il Diamante”, attraverso esperienze, coreografie e scenette create per l’occasione, diamo testimonianza dei frutti che la Parola vissuta produce a livello personale e nei rapporti ecclesiali e sociali. Essa coinvolge nella preparazione e nella realizzazione decine e decine di ragazzi, giovani e adulti e richiama diverse centinaia di partecipanti, coinvolgendo anche gente. che abitualmente non frequenta la parrocchia. Gen's 1-2/2008 — pag. 34 — 32 esperienza La festa ogni anno ha un tema. Quest’anno, in sintonia col prossimo Sinodo dei vescovi, il titolo sarà la «Parola che si fa vita». Per dare la giusta intonazione piena di sapienza e di vita, non manca mai un breve video di Chiara, rapportato col tema della serata. La serata comprende anche un momento ricreativo e una pesca realizzata con premi arrivati dalla provvidenza. A questa festa partecipano pure i parroci che hanno in parrocchia una presenza del Movimento diocesano. Quest’anno il nuovo vescovo, mons. Claudio Giuliodori, attento alla realtà dei Movimenti ecclesiali e al loro inserimento nella vita della comunità diocesana, ha promesso la sua partecipazione. D. Raggio: Daniela Zepponi di Appignano, un piccolo borgo della provincia di Macerata, racconta come lei ha vissuto e vive questa Festa della Parola. Daniela: Da quando avevo 12 anni ho iniziato a frequentare il Movimento diocesano e a partecipare alla Festa della Parola. Ho fatto un po’ tutte le parti: ho cantato, recitato, ballato e presentato... e da quattro anni ne curo la regia e l’organizzazione. La Festa della Parola è un vero e proprio evento, atteso tutto l’anno. È il nostro modo per rappresentare, attraverso il canto, le danze e l’amore fraterno, la nostra gioia di vivere la Parola e raccontare le nostre esperienze concrete. In quell’occasione l’oratorio è sempre pieno di gente. Vengono anche membri di altri Movimenti. Prima di iniziare ci ritroviamo tutti gli attori, dai più piccoli agli adulti, in una stanza e ci dichiariamo la nostra unità, coscienti che, se lo spettacolo è importante e ci è costato fatica, sarà però Gesù in mezzo a noi che potrà trasmettere con efficacia il messaggio dell’amore reciproco, innamorando tutti a vivere la sua Parola. A volte ci sembra di non farcela, ma l’amore a Gesù che sulla croce grida il suo abbandono, ci dà forza per andare avanti. Quest'anno, per esempio, non ci sarà d. Claide, ma ci sarà una rappresentanza di Villa Gen's 1-2/2008 Strada, dove lui era parroco, che testimonierà la bellezza di quanto lui ha fatto per loro. Anche la scenografia sarà particolarmente curata. Ispirandosi alle parole di un Angelus del Papa, dove faceva riferimento al messaggio negativo che proviene da certi mezzi di comunicazione, il nostro scenografo Michele ha deciso di utilizzare proprio i fogli di giornale come base sulla quale campeggia la scritta in bianco «Parola che si fa vita», a significare che la Parola di Dio vince su tutto quando diventa vita. È impressionante vedere quanto lavoro, impegno e amore, i giovani, i ragazzi, i bambini e gli adulti del Movimento diocesano mettono sempre nel realizzare questo evento. Anch’io, che vi ho partecipato tante volte, solo ora mi rendo conto che gioco a incastro sia questa Festa della Parola. Ed ho scoperto che quello che fino al sabato pomeriggio poteva sembrare un disastro, aggiungendo una parte di fiducia nella Provvidenza, una di amore al fratello e una di amore a Gesù abbandonato, si trasformava nel volgere di poche ore nel meraviglioso mosaico dell’amore reciproco. D. Raggio: Mi rivolgo ora a Stefano. Cosa è successo quando d. Pio è partito da Appignano e al suo posto è arrivato d. Gianni che proviene da un'esperienza neocatecumenale? Stefano: Abbiamo cercato di accogliere bene il nuovo parroco e di fargli sentire il nostro amore con gesti concreti, continuando il nostro servizio secondo le sue proposte e le sue richieste. All’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica per capire il modo nuovo di condurre la vita parrocchiale, un po’ diverso da quello che avevamo vissuto fino a quel momento. Poi man mano, con l'impegno di comprensione reciproca, si è creato un rapporto di vera collaborazione e armonia. Un recente episodio. In occasione dello scorso Natale don Gianni ci ha chiesto di organizzare una veglia di preghiera per i giovani. Pur aderendo a questa richiesta e lavorando alla sua preparazione fino a tarda notte, abbiamo esposto delle perplessità sul- — pag. 35 — esperienza 33 l’orario e il giorno da lui prescelti, che coincidevano con altre iniziative nelle quali da tempo ci eravamo impegnati. All’indomani il parroco, forse per venirci incontro, ha annullato l’iniziativa. Abbiamo avuto però l’impressione che qualcosa non andasse bene nei nostri rapporti con lui. Dopo un primo momento di sconcerto, tutti uniti abbiamo deciso di ricomporre subito quel rapporto che sentivamo spezzato, perché era impensabile per noi presentarci all’Eucarestia domenicale senza averlo sanato: «Se stai per fare un’offerta all’altare e ti accorgi che tuo fratello ha qualcosa contro di te...». Così abbiamo messo in atto l’insistenza evangelica della vedova importuna, ottenendo un incontro con d. Gianni a tarda sera, a casa sua al suo ritorno dalle catechesi. È stata l’occasione per un confronto aperto e sincero, al di fuori degli schemi, dove ciascuno manifestava serenamente ciò che aveva in cuore. Sono stati spazzati via vecchi pregiudizi e ci siamo guardati con occhi nuovi. Alla fine don Gianni, con un sorriso ha voluto farci una sorpresa: «Siete impegnati domenica sera». Noi pronti a tutto: «Siamo liberi, dicci pure!». E lui: «Vi andrebbe di andare a cena tutti insieme?». Quanto alla veglia abbiamo mantenuto la data e l’orario scelti da don Gianni, ma l’Eterno Padre ha cambiato tutti i nostri piani mandando un’abbondante nevicata. Bibbia per il popolo D. Raggio: Nel Medio Evo, quando i libri si scrivevano a mano e pochi sapevano leggere, si contemplava la Bibbia nelle vetrate e nei dipinti sui muri delle Chiese. Era chiamata la Bibbia dei poveri. Oggi tutti sanno leggere e la Bibbia è a portata di ciascuno, ma pochi la prendono in mano e soprattutto pochi hanno l’abitudine di viverla nelle occasioni concrete della vita. Quale la Bibbia — viene da chiedersi — che la società d’oggi, oppressa dal consumismo e stufa di troppe parole, riesce ancora a leggere e ad accettare come norma di vita? Il teologo e vescovo Klaus Hemmerle rispondeva che l’unica Bibbia oggi capita è una comunità che grida il Vangelo con la vita, una comunità che sia Vangelo vivo, dove si incontra — come diceva Bonhoeffer — «Cristo diventato comunità»*. Allora la vita quotidiana dei singoli e della comunità diventa «alfabeto per comunicare il Vangelo», un Vangelo per tutti attraente. a cura di Adolfo Raggio 1) Alla parrocchia di S. Giuseppe Cafasso, Roma, 1 febbraio 1982, In Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 1, Poliglotta Vaticana 1982, p. 216. 2) Discorso durante l’udienza concessa il 6.2.2008 ai partecipanti al congresso sulla sacra Scrittura nella vita della Chiesa, in occasione dei quarant'anni dalla promulgazione della Dei Verbum. Benedetto XVI spiega il perché: «La Chiesa sa bene che Cristo vive nelle Sacre Scritture». 3) C. Lubich, L'esperienza del Movimento dei Focolari, in: Pontificium Consilium pro Laicis, La parrocchia ritrovata. Percorsi di rinnovamento, Libreria Vaticana 2007, pp. 201-206. 4) bid. Gli altri contributi che lei delinea sono: l'apporto che la spiritualità dell’unità, tipica del Movimento, può dare per rendere la Chiesa locale sempre più comunione, l’esperienza del Movimento che può aiutare nel portare avanti i diversi dialoghi, e il rilievo dato al profilo mariano della Chiesa. ” 5) Id., Per una parrocchia comunità, discorso al Congresso del Movimento parrocchiale, Aula Paolo VI, 3 maggio 1986, in “Gen’s” 4-6 (1986) p. 7. 6) C. Lubich, Creare e ricreare la comunità, in: Santi insieme, Città Nuova, Roma 1994, p. 56. 7) «È una diramazione dell’Opera di Maria che si propone di animare, mediante la spiritualità dell’unità, le strutture della Chiesa particolare: parrocchie, organismi e ambiti diocesani» (Regolamento del Movimento diocesano, art. 2). 8) D. Bonhoeffer, Sanctorum Communio. Eine dogmatische Untersuchung der Kirche, hrsg. v. Joachim von Soosten, Dietrich Bonhoeffer Werke, Band 1, Chr. Kaiser Verlag, Miinchen 1986, p. 87. Gen's 1-2/2008 — pag. 36 — 34 mondo della famiglia Il Vangelo vissuto assicura solidità e felicità Famiglie a confronto con il dono della Parola di Annamaria e Danilo Zanzucchi I coniugi Zanzucchi, responsabili del Movimento «Famiglie Nuove» nel più ampio Movimento dei focolari, attraverso la loro lunga esperienza ci presentano i frutti della Parola vissuta nel mondo delle famiglie, dal rapporto di coppia all'educazione dei figli, la formazione dei fidanzati, l’aiuto ai separati e divorziati risposati, l'impegno di evangelizzare il mondo della famiglia e l’attuale contesto sociale e culturale. Il nostro cammino Danilo: Una breve presentazione. Siamo originari di Parma nel Nord Italia. Ci sembrava, nel corso del fidanzamento e nei primi mesi del matrimonio, di conoscere l’amore. Eravamo però entrambi alla ricerca di un Ideale che ci aiutasse ad impostare bene la nostra nuova famiglia. Da poco sposati, nel 1953 abbiamo partecipato ad uno dei primi incontri dei focolarini sulle Dolomiti italiane. Lì abbiamo incontrato altri sposati e abbiamo potuto confrontare il rapporto nostro con il loro. Essi ponevano a fondamento di tutta la loro vita l’invito di Gesù all’amore reciproco. Ci siamo resi conto di quante cose ci fossero da rivedere tra noi. Abbiamo capito che dovevamo sforzarci di mettere in pratica le sue parole «come io ho amato voi» e tendere ad amarci con questo amore di Gesù. Gen's 1-2/2008 La spiritualità di comunione, dell’unità, che anima il Movimento dei focolari, ci è apparsa subito come particolarmente adatta alla famiglia. Essa è infatti una piccola comunità. Da allora via via ci siamo impegnati a vivere questo spirito. Alla fine del ’59 ci siamo trasferiti a Roma. Ho lasciato la mia professione di ingegnere, per lavorare al Centro del Movimento. Più tardi Chiara Lubich ci ha affidato l’incarico di seguire le famiglie che vi aderivano. La Parola vissuta insieme in famiglia Anna Maria: È consuetudine del Movimento dei focolari, fin dai suoi inizi, di scegliere ogni mese una frase della Scrittura e proporla con un breve commento a tutti i suoi membri, perché cerchino di attuarla. È quella che chiamiamo “Parola di vita”. Noi sposi, se cerchiamo di vivere il più possibile una vita secondo il Vangelo, possiamo essere sempre più uniti per la carità reciproca e in forza della grazia connessa al sacramento. Possiamo allora sperare nella presenza di Gesù: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo ad essi». Se viviamo la Parola possiamo essere l’uno per l’altra e viceversa quella parola d’amore che Dio ha pronunciato anche per noi sposi. — pag. 37 — mondo della famiglia 35 Siamo stati in contatto in questi anni con tante coppie che hanno preso l’abitudine di comunicare la Parola di vita scelta all’inizio del mese anche ai loro bambini, spiegando loro in maniera semplice come si possa cercare di tradurla in vita. Quando poi la famiglia si ritrova unita e il clima è sereno, raccolto, spesso alla sera ognuno, grandi e piccoli, cerca di raccontare agli altri le proprie esperienze. Così è successo a noi. Naturalmente non si tratta di qualcosa di fisso. Nella nostra famiglia, come nelle altre, tutto doveva essere spontaneo e dinamico. Ci sono quindi “tempi” e “modi” diversi per ogni componente della famiglia. Non bisognava formalizzare nulla. I fatti, gli avvenimenti, i gesti quotidiani, i dolori, i contrattempi, le nascite, le morti, le circostanze gioiose, le scelte da compiere assumevano un significato diverso da quello che viene dato loro dal mondo. Era diverso il modo di affrontarli e di viverli. Vivendo la Parola, ci si abitua, poco a poco, a vedere tutto nella prospettiva dell’amore di Dio: «Qualunque cosa avrai fatto al minimo l’hai fatto a me»; «Basta ad ogni giorno il suo affanno»; «Anche i capelli del vostro capo sono contati»; «Beati i puri di cuore». Queste e tutte le altre Parole di vita hanno fatto sì che i vari momenti della giornata diventavano “religiosi”, vissuti in relazione a Dio e al prossimo secondo il suo piano d’amore. Gesù presente nella nostra vita di coppia e di famiglia, proporzionalmente all'impegno di tutti e due, illuminava così tutte le ore della giornata. Vivendo la Parola le famiglie evangelizzano Danilo: Abbiamo visto che le famiglie che vivono così hanno una grande attrattiva su altre coppie di sposi, colpite dalla testimonianza che l’amore vero è possibile, perché attinge a Dio che è amore. È una scoperta che in questi anni ha portato migliaia di famiglie a sanare situazioni e superare problemi che apparivano senza soluzione. E sono tutte famiglie che escono dall’isolamento, si uniscono, si aiutano e insieme agiscono nel territorio, nel sociale. Famiglie di questo tipo, avendo una grande capacità di annuncio, costituiscono una fonte di evangelizzazione soprattutto in ambienti nei quali un esplicito discorso cristiano in pubblico non è possibile e opportuno; oppure in zone del mondo nelle quali la Chiesa non è presente. Così è avvenuto, ad esempio, nei Paesi dell’Oltrecortina, area ateista fino al 1989, dove non era possibile alcuna manifestazione religiosa esterna. Lì questa spiritualità si è diffusa soprattutto attraverso i rapporti personali da famiglia a famiglia. Ci sono delle famiglie in cui entrambi i coniugi hanno condiviso questo impegno di vita cristiana e si sono messi a disposizione completa del Movimento dei focolari. In questi ultimi anni su invito del Centro del Movimento circa 250 di esse si sono trasferite in altre nazioni, anche di altri Continenti, con lo scopo di portare da sole o affiancando i focolari, con la vita e con la parola, la luce del Vangelo a tante famiglie. Altre fanno soggiorni più o meno lunghi in varie parti del mondo per sostenere convegni, seminari, scuole per famiglie. Ora Famiglie Nuove si sta sviluppando in quasi tutti i Paesi e sono attualmente 800.000 le persone che vi aderiscono. È stata sempre per noi una sorpresa nei nostri viaggi costatare una consonanza speciale tra famiglie di tutte le culture impegnate a vivere questo ideale di vita cristiana. Ci sembra proprio che la vita del Vangelo, il cercare d’incarnare le Parole di Gesù, il suo amore, là dove viviamo, abbia dato a Famiglie Nuove una forte spinta ad essere in qualche modo una risposta alla crisi, multiforme e penetrante, che la famiglia sta passando un po’ in tutte le culture. Vediamo infatti come in tanti Stati, in particolare nel mondo occidentale, sia minata la radice stessa della famiglia: il rapporto di Gen's 1-2/2008 — pag. 38 — 36 mondo della famiglia coppia. Le separazioni partono già pochi mesi dopo le nozze e riguardano in qualche Paese europeo il 50% dei matrimoni. Dopo il primo si tenta una seconda unione, ma il rischio di rottura non diminuisce. Tra le molte cause notiamo purtroppo la diffusa impreparazione al matrimonio e l’isolamento sociale in cui si trovano le nuove famiglie. La Parola e i fidanzati Anna Maria: Parte proprio da questa consapevolezza il contributo che cerchiamo di dare, con la spiritualità dell’unità che si basa sulla Parola vissuta, a questo problema così fondamentale per la famiglia oggi. Già nel 1967, quando ha fondato il Movimento Famiglie Nuove, Chiara ci ha raccomandato i giovani fidanzati, perchè li aiutassimo a crescere nella responsabilità, nel rispetto per l’altro, nella purezza, nell’apertura agli altri. Nel 1975 ci ha detto di organizzare dei corsi — novità allora — per fidanzati, mettendo in campo tutta la ricchezza evangelica vissuta nelle nostre famiglie, per ridare ai fidanzati l’incanto di un sentimento — il loro amore — vissuto in Dio. Da allora teniamo ogni anno questi incontri di 4-5 giorni qui al Centro per 300-400 giovani. Ogni volta siamo testimoni di frutti speciali. Nei vari paesi la formazione continua con un percorso permanente e con il loro inserimento, dopo le nozze, tra le giovani famiglie del Movimento. Oltre l’isolamento Un'altra difficoltà delle famiglie è l’isolamento in cui esse, a causa del lavoro o di altri fattori, possono venire a trovarsi. Con incontri di vario tipo, le famiglie si ritrovano regolarmente per approfondire la Gen's 1-2/2008 spiritualità con la condivisione delle esperienze del Vangelo vissuto nel quotidiano. Questa apertura vissuta poi anche nella coppia fa rifiorire le famiglie. Si impara a dar valore all’altro, a non pretendere da lui. Si impara a “farsi uno”, a dare spazio all’altro, a comunicare per amore, a passare così dall’io individualista al noi di coppia. Si sperimenta un’unità nuova di cuore, di mente, di sentimenti che cementa la coppia anche sul piano psicologico per un rapporto duraturo e sempre più ricco. E questo è il miglior modo anche per rafforzare la fedeltà al patto coniugale. La Parola e i separati e i divorziati risposati Danilo: Sempre più spesso tante persone si vengono a trovare in condizioni di separazione o di divorzio. Il Movimento offre varie forme di sostegno e accompagnamento. Innanzitutto nella prevenzione. Sono tante le famiglie che affermano: «Se non avessimo avuto il dono di questa spiritualità non saremmo ancora unite». Ultimamente si offre anche qualcosa di specifico per i separati. Per due anni consecutivi è stato tenuto un incontro per separati fedeli al loro matrimonio, un’iniziativa ripetuta poi in vari Paesi. Quest'anno, spinti dalle parole del Papa riguardo all’accoglienza nella Chiesa dei divorziati risposati, abbiamo tenuto un incontro per separati con nuova unione. Avevamo invitato coppie in cui almeno uno dei due desiderava fare un cammino di fede. Non si possono immaginare gli effetti nelle loro anime. Com’è noto molti di essi si sentono giudicati da tutti e soffrono per non sentirsi in comunione con la Chiesa. L'annuncio di Dio Amore, la vita della Parola e soprattutto il potersi immedesimare — pag. 39 — mondo della famiglia eli con Gesù crocifisso e abbandonato nel dolore di tanti loro traumi, in particolare quello di non potersi accostare all’Eucaristia, hanno dato loro una nuova speranza. Essi non hanno visto legittimata la loro posizione, perché è amore dire loro la verità. Ma hanno colto l’amore del Movimento, la grande misericordia di Dio che ci accoglie tutti, così come siamo. Si sono sentiti ancora figli della Chiesa, disposti a intraprendere un cammino di fede che li porterà gradualmente a sperimentare gli effetti della Parola vissuta. Pensiamo che sarà Dio stesso che farà loro comprendere i passi da fare. Tante volte essi sono in situazioni difficili; pensiamo ad esempio ai loro figli che richiedono un’educazione in unità. L'emergenza educativa Anna Maria: Potremmo fermarci qui, ma non possiamo ignorare anche altre difficoltà che la famiglia sta vivendo oggi. Innanzitutto quella della crescita dei figli. Per le sue proporzioni il Papa l’ha recentemente definita come una vera e propria emergenza educativa. Sono tramontati i tradizionali meccanismi di trasmissione dei valori e la famiglia sembra aver abdicato al suo ruolo di fornire ai figli regole e orientamenti di vita. Il dialogo, l’incontro di cuore prima che di parola fra genitori e figli è sempre più complesso. Molte devianze giovanili sono indici della “fame d’amore” delle giovani generazioni, esigenza ancor più accentuata nei casi di disgregazione famigliare. Il nostro Movimento ha sempre sottolineato a noi genitori l’importanza e la responsabilità della formazione dei figli. Ed è stato vivendo la spiritualità di comunione anche come genitori che sono emerse alcune idee di fondo riguardanti l’educazione. Per esempio: — che i figli prima di essere nostri sono di Dio; — che l’amore è la prima e ultima richiesta che i figli fanno ai genitori; — che essi hanno bisogno non solo di un papà ed una mamma che li amino, ma soprattutto di un papà e una mamma che si amano; — che ci sono dei “no” che dobbiamo dire anche se apparentemente in contrasto con la pedagogia dell'amore. Ma sono “no” che fanno crescere, insieme al dialogo e ad una profonda comprensione; — che dobbiamo essere prima testimoni che maestri; — che Gesù in mezzo è il nostro e il loro maestro. E tanto altro ancora... Educare è un compito difficile e non ci sono ricette vincenti buone per tutti. Inoltre la famiglia da sola non basta: dobbiamo avvalerci delle altre agenzie educative (scuola, parrocchia, gruppi, ecc.) e dialogare con esse. Tante volte il comportamento dei nostri figli è fonte di preoccupazione. Chiara più volte ci ha indicato Gesù abbandonato da amare proprio sotto questo volto. Poi, quando meno ce l’aspettiamo, i figli tornano e molte volte proprio perché sentono la nostalgia dell’amore che hanno visto fra i due genitori. Un’altra crescente difficoltà, vissuta in quasi assoluto silenzio, ma che ci interpella fortemente, è quella degli anziani. La famiglia per le nuove condizioni di lavoro, di abitazione, ecc., non riesce spesso ad occuparsi dei propri anziani, i quali vengono il più delle volte relegati negli istituti. Nonostante questo, è veramente edificante vedere gli effetti dell’accoglienza e della cura famigliare che gli anziani ricevono nelle famiglie che vivono questo spirito. Con un grande beneficio per i nostri figli. In tante famiglie del Movimento i figli sono cresciuti in un ambiente che ha saputo farsi carico di chi non è più produttivo e autosufficiente. Per questa esperienza essi Gen's 1-2/2008 — pag. 40 — 38 mondo della famiglia possono acquisire delle qualità di altruismo e di condivisione che altrimenti non avrebbero. Una ricchezza che servirà loro per l’intera vita. Le attuali difficoltà culturali Danilo: Vorremmo concludere accennando anche alle difficoltà che la famiglia incontra nella sua dimensione sociale e culturale. Essa è per costituzione il primo soggetto sociale e dovrebbe fare da riferimento nell’agire politico, nelle progettazioni del welfare, ecc. Era questo l’auspicio che Chiara faceva al Familyfest del 1993 col suo memorabile tema intitolato “Come la famiglia, così la società”. Invece il riferimento dominante delle politiche attuali è l’individuo. In Italia, ad esempio, sotto il profilo fiscale le famiglie con figli sono penalizzate. Non si agevolano i giovani a mettere su famiglia. Non si organizza il mercato del lavoro in armonia con i tempi per i rapporti familiari. Un accenno anche a ciò che avviene nel campo della cultura. Nei documenti internazionali (ONU, UE, Conferenze Cairo e Pechino...) si nota l’avanzare di progetti anti-famiglia, veicolati in particolare da un nuovo linguaggio. In essi ad es. si tende a cancellare ogni parola sessuata. Anziché il femminile o il maschile, si preferisce esprimere il gender neutral. I termini padre e madre sono stati abbandonati in favore di genitore A e genitore B. Si parla di pluriparentalità (insieme di genitori biologici e adottivi, il nuovo compagno o compagna con il quale allevano ed educano il figlio, ecc.). Si nega sempre più la differenza biologica tra i sessi, sperando così di renderli uguali. In questi documenti, ma anche nel comune conversare di certi specialisti e divulgatori, al posto di contraccezione, sterilizzazione o di procreazione in vitro, si parla di salute riproduttiva. Gen's 1-2/2008 Il contributo dei Focolari Anna Maria: La Chiesa apprezza e incoraggia ovviamente il progresso delle scienze biomediche. Ma ha il compito di ribadire i grandi valori in gioco e di proporre a tutte le persone di buona volontà dei principi eticomorali. Nel Movimento dei focolari vediamo prendere sempre più forza le cosiddette “Inondazioni”: centri culturali e di vita per l’approfondimento delle varie scienze alla luce della spiritualità dell’unità. Anche come Famiglie Nuove abbiamo dato inizio ad un Centro di studi sulle tematiche familiari alla luce del disegno di Dio sulla famiglia. Su questa linea stiamo promuovendo varie iniziative come i family-point, una Agenzia con accreditamento europeo per la formazione delle famiglie stesse e per una sensibilizzazione anche delle istituzioni ai valori della famiglia. L’augurio che ci facciamo è che grazie al carisma dell’unità, testimoniato dalla vita di persone e famiglie che sempre più vogliono viverlo, si affermi quella meravigliosa chiamata di Gesù di vivere anche in famiglia a immagine di Dio-Trinità. Annamaria e Danilo Zanzucchi — pag. 41 — mondo dei giovani 39 Condividere la Parola in un mondo scristianizzato Una pedagogia per donare il Vangelo ai giovani di Francesco Chàtel Come far scoprire ai ragazzi e ai giovani di oggi la bellezza e il fascino della persona di Gesù e del suo messaggio? L’autore, esperto di pedagogia e da anni impegnato nell’accompagnamento di giovani provenienti dalle più varie culture, nell’ambito della cittadella di Loppiano, ci apre alcune tracce e ci indica prospettive realistiche e stimolanti. Ani sono impegnati nel campo della ricerca pedagogica o dell’azione educativa, viene frequentemente rivolta la richiesta di fare un quadro sulla situazione dei giovani di oggi. Timori e speranze, esperienze e riflessioni personali caricano spesso questa domanda di troppe aspettative. In realtà, per guardare alle nuove generazioni, l’atteggiamento più saggio appare quello suggerito da Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte: non aver paura di sentirci “spiazzati”!. Infatti, per propria natura, nonostante i tentativi classificatori di tanti studiosi, la realtà giovanile si presenta in continuo movimento e, appena pare di aver colto qualche dato sicuro, i giovani dimostrano di essere tutt’altro. Se poi vogliamo dare uno sguardo planetario, come la universalità delle loro provenienze richiederebbe, l’impresa si presenta veramente troppo ardua. Mi limiterò, quindi, ad evidenziare qualche spunto di riflessione, ad indicare qualche nota metodologica... Un tentativo di diagnosi della situazione Lo vorrei fare partendo dal pensiero e dall’azione educativa di Chiara Lubich, che ci mostra un modo di guardare alla realtà mai “settoriale”, spingendoci ad avere sempre uno sguardo che mette in comunione elementi e realtà e che scopre possibilità di relazione ad ogni livello. Uno sguardo che non si ferma a quanto appare (al buio della “notte” che sembra avvolgere gran parte del pianeta) ma che sa trovare in esso quei “semi” che il Seminatore ha gettato e che possono portare frutto. Per questo non dobbiamo mai fermarci ad esaminare un solo elemento (ad esempio i giovani), ma la relazione (tra giovani e adulti, tra adulti coinvolti nell’educazione...); così come non serve conoscere bene la situazione (attraverso studi, statistiche, ricerche) se non la si mette subito in collegamento con le mete verso cui miriamo e con i mezzi per raggiungerle. Paradigmatico il modo in cui Chiara definisce i rapporti fra le generazioni: «Vedendo nei giovani coloro che condividevano il nostro stesso ideale e che avrebbero conti- Gen's 1-2/2008 — pag. 42 — 40 mondo dei giovani nuato la nostra corsa verso l’uf omnes, li abbiamo sempre posti in grande rilievo, considerandoli alla stregua degli adulti. Non solo. Fin dall’inizio abbiamo avvertito con loro un rapporto che non esiterei a definire trinitario. Costatavamo nella nostra generazione di adulti — la prima generazione del Movimento — tutto il peso, il valore dell’incarnazione e della concretezza del nostro ideale. Nella generazione dei giovani invece — la seconda generazione — tutta l’idealità, l’autenticità, la forza rivoluzionaria, la certezza della vittoria. Se la prima generazione ci sembrava a mo?” del Padre, la seconda ne era la ‘bellezza’, lo splendore e quindi a mo” del Figlio. E tra le due un rapporto di amore reciproco, quasi una corrente di Spirito Santo che dà al mondo una grande testimonianza»?. Questa necessità di relazione ci riporta alla forza educativa che la vita della Parola porta con sé, favorendo l’unità tra Parola e vita, tra dire e fare, tra essere e dover essere, provocando profondi cambiamenti nell’esistenza personale e mettendo perciò in atto in tanti un vero processo educativo. Dalla prospettiva di adulti e di educatori, come favorire questo cammino di unificazione profonda? Un suggerimento lo possiamo trovare nelle profetiche e ricchissime espressioni di uno scritto di Chiara del 1950: “Risurrezione di Roma”. Lo sguardo che rivolge alla città di Roma è lo stesso col quale anche noi dobbiamo guardare alla realtà: uno sguardo attento, di cura, che è già relazione. E il primo passo, quello che riguarda /’antropologia pedagogica, la riflessione sulla realtà e sulla persona. Poi, come lei, non possiamo fermarci a quanto vediamo. Dal guardare la realtà si passa al guardare l’ideale: alla teleologia pedagogica, alla riflessione sui fini verso cui tendiamo. Infine, riguardando la realtà con gli occhi di quel Maestro unico che è Gesù, è possibile agire per trasformare la realtà intorno. E siamo alla metodologia pedagogica, alla riflessione sul metodo. Gen's 1-2/2008 Proviamo allora ad accennare a questi tre momenti, cominciando con il guardare il mondo, il “mondo scristianizzato” (come viene spesso definito, almeno in Occidente), in cui i giovani vivono. In quale mondo vivono le nuove generazioni? Nel nostro! Forse spaziando in ambiti che conosciamo poco, ma che trovano origine nella vita delle generazioni precedenti. Occorre perciò cercare di conoscere le situazioni che vivono, diverse nelle varie aree culturali. In tanti punti del pianeta, ad esempio, si noterà come l’eclisse dei modelli di riferimento forti, ha dato vita ad una società che ha molte verità e che, in definitiva non ne ha nessuna; nella quale le norme morali e le forme religiose dipendono sempre più dal sentire dell’individuo. L’eccesso di proposte, messe tutte sul medesimo piano, porta in questi contesti all’impossibilità di valutare e selezionare. Ne deriva una situazione di “disagio” che dà origine spesso ad una incapacità di operare delle scelte, di assumersi delle responsabilità, di rispondere alla chiamata di Dio (sia nel celibato che nel matrimonio). Per questo può succedere che convivano l’impegno con gruppi o associazioni religiose insieme all’assenza di una fede cosciente, alla mancanza di scelte morali interiorizzate e che, senza apparentemente grandi traumi, ognuno segua condotte etiche diverse a seconda del contesto: scuola, amici, gruppo di impegno... In generale, comunque, la situazione sociale, la solidità o la crisi della famiglia (come si riscontra, ad esempio, soprattutto nelle società occidentali), favoriscono nei giovani atteggiamenti diversi, producendo persone responsabili o perenni “adolescenti” in continua ricerca di sostegni psicologici, sociali e spirituali e con reazioni altamente emotive e altalenanti. — pag. 43 — mondo dei giovani 4l Generazioni fatte per l’unità AI di là delle “ombre” e delle “luci” che influenzano le nuove generazioni, molti sono gli studi che confermano che i giovani sono portatori di valori di tipo espressivo e solidaristico (spontaneità, fraternità, ecc.) ed appaiono ricchi di energie e di esigenze ben più profonde di quello che taluni avvenimenti di cronaca potrebbero indurre a credere. In genere, si può notare nei giovani di oggi (e da una ventina d’anni lo riscontro quotidianamente nel mio impegno educativo) una maggior apertura e semplicità, meno problematicità intellettualistica. Sono aperti alla ricerca religiosa; accettano i valori, senza preconcetti, se vengono loro ben presentati; sono sensibili ai temi della mondialità e sono aperti alle culture diverse dalla loro; non si irrigidiscono davanti a modi di agire differenti dal loro. Hanno più onestà nel mostrarsi limitati e nel ricominciare: se si trovano con qualcuno nel quale hanno fiducia non nascondono dubbi, cadute, difficoltà e sono felici di essere aiutati. E grande, infatti, la loro sensibilità al rapporto con gli altri: hanno un vero senso dell’amicizia, un’apertura sincera al dialogo col mondo degli adulti (anche se spesso non trova possibilità di sbocco), una nuova considerazione del ruolo e della dignità dell’altro sesso. Tutte queste loro caratteristiche ben si accordano con lo sguardo di Chiara che da sempre ci ha portati a guardare alle nuove generazioni come a coloro che sono fatti per l’unità, che potranno veramente contribuire alla realizzazione di un mondo più unito e solidale. La dinamica del «guardare», «non guardare», «agire» Dopo questi accenni di analisi, da adeguare e attualizzare a seconda delle diverse aree geografiche, proviamo a fare qualche collegamento fra questa prima fase del guardare e quelle del mettere in luce le mete e dell’agire. In tanti Paesi", ad esempio, una forte incidenza sulla vita dei giovani l’ha il mondo virtuale nel quale fin da bambini si muovono assolutamente a loro agio. Mentre il qui ed ora era la condizione normale delle nostre esistenze, oggi si può vivere sempre “altrove”. La possibilità di conoscere realtà lontane, di interagire con persone in ogni parte del globo e perfino di vivere una “second life” (seconda vita) nell’universo virtuale creato dai videogiochi e da Internet, può venire incontro all’esigenza di relazioni, di spaziare o di rilassarsi, ma può anche predisporre a vivere senza contatti col mondo reale, in un rifiuto di una realtà che delude e produce incertezza. Se guarderemo con attenzione e impareremo a conoscere profondamente queste e altre realtà che caratterizzano la vita dei giovani oggi, sperimenteremo in noi le luci e le ombre che esse portano. Conosciuto, fatto nostro l’universo mediatico nelle sue grandi possibilità, dovremo assumerci intenzionalmente il compito di accompagnare le nuove generazioni in questo cammino, puntando a costruire relazioni autentiche, aiutandole a sfruttare tutti i mezzi moderni per arrivare alla meta della fraternità universale, espressione laica per puntare sul «che tutti siano uno». Quando saranno tentati di “fuggire altrove” troveranno noi o gli altri giovani o altri della comunità al loro fianco e questo li aiuterà. Devono sentire che siamo qui per loro. È la vita della Parola, condensata nel comando dell’amore da viversi in modo concreto e continuo, il miglior antidoto alla fuga nel virtuale. Un altro esempio. Studi e ricerche evidenziano in molte aree geografiche un nuovo modo di concepire il “tempo”: l’allungamento della vita, la speranza di restare giovani a lungo (favorita dalla medicina, dalle cure del corpo...), la mancanza di chiare tappe di crescita, la libertà di “sperimentare” modi di vita spesso contraddittori, può portare a vivere in un “eterno presente” in cui l’oggi appare non lo spazio in cui vivo, ma un momento in cui attendo il momento eccezionale che Gen's 1-2/2008 — pag. 44 — 42 mondo dei giovani desidero. Con ciò si perde il legame con la realtà, il contesto, i ruoli degli altri e diventa difficile farsi programmi, prendere e mantenere impegni, superare ostacoli. Si collega a questo anche tutto l’approccio ludico alla vita: la ricerca di divertimento, di ambienti con alta concentrazione affettiva ed emotiva, di sensazioni nuove che danno l’illusione di sperimentare il fatto di esistere. E di conseguenza: rifiuto di tutto quanto dice sforzo, dolore, difficoltà. Impariamo, allora, a scoprire e capire il bisogno di spazi di divertimento e gioco, aiutando però a viverli non come qualcosa di “altro”, “fuga dal normale”, realtà da vivere con gli amici fuori; ma come una delle componenti della vita nostra, come possibilità di amare, di donarsi, di gioire... La vita della Parola favorirà anche nei momenti di svago la relazione con l’altro e non la ricerca di qualcosa di egoistico, per me. E nello stretto collegamento tra l’ideale e la vita, ogni azione acquisterà valore: dal lavoro allo studio, dal cucinare al divertirsi, dal riposare all’affrontare insieme le difficoltà e i dubbi. Aiutiamo a ritrovare l’unità della dimensione temporale, valorizzando il passato, progettando il futuro, operando efficacemente nell’attimo presente. Si potrà raggiungere questo attraverso la relazione vera, che rende tangibile il qui ed ora. Prospettive Da questi esempi appare chiara una modalità nell’affrontare le situazioni e viene in luce la centralità della relazione autentica, concretizzazione della Parola-testamento di Gesù che è il Comandamento Nuovo, quale antidoto alla frammentazione che tanto colpisce soprattutto il mondo dei giovani. Una relazione paritaria e differenziata che accompagna ma lascia liberi, che sa “sminuzzare” e rendere comprensibili le grandi mete ma che non dà troppe indicazioni 0 risposte, che suscita responsabilità e recipro- Gen's 1-2/2008 cità. Relazione che ci porterà a far nostro il buio che possono attraversare, l’incertezza, soffrendo insieme e imparando ad aspettare fin quando il vero Maestro in loro, li muoverà a fare un determinato passo. Lo stesso procedimento lo potremo ripetere in ogni situazione, anche ovviamente in quelle in cui ambienti e giovani ci si presentano con le caratteristiche dell’impegno, della concretezza, della generosità. In ogni caso, è fondamentale una relazione con adulti capaci di testimonianza coerente, adulti cioè che vivano essi stessi relazioni autentiche: con la Parola, tra educatori all’interno della “comunità educativa”, con i giovani. Solo così si potrà riuscire ad accompagnare senza imporre, offrendo alle nuove generazioni un modello esistenziale e di vita capace di superare le fratture e di indicare la via per l’unità della persona. Una persona che si scopre creata in dono e capace di ricevere il dono di chi gli è vicino e che si realizza nell’unità di tutte le sue componenti e nella relazione con gli altri. Francesco Chàtel 1) «Il Giubileo dei Giovani ci ha come “spiazzati”, consegnandoci il messaggio di una gioventù che esprime un anelito profondo, nonostante possibili ambiguità, verso quei valori autentici che hanno in Cristo la loro pienezza» (Novo Millennio Ineunte, 9). 2) C. Lubich, Messaggio per il Convegno Internazionale sulla Pastorale Giovanile, Castelgandolfo 7-9 aprile 1999 (inedito). 3) Idem, Risurrezione di Roma, in “Nuova Umanità“ 34 (2002) pp. 435-437. 4) Ovviamente non quelli che vivono in situazioni di guerra o in povertà estrema. — pag. 45 — mondo dei giovani 43 Parola di Dio e mondo degli adolescenti L'amore è nel DNA di tutti di Nadia Xodo Partendo dalla sua esperienza a contatto con adolescenti di tutto il mondo nell’ambito del Movimento «Ragazzi per l’unità», l’autrice mette in luce quel qualcosa di nuovo, di specifico, che il carisma dell’unità porta nella formazione delle nuove generazioni. La nostra metodologia Chiara Lubich ha dimostrato da sempre una predilezione per le nuove generazioni, dando vita al Movimento Gen, Generazione nuova, rinnovata dal Vangelo. Esso costituisce il cuore di un più vasto alone di giovani, ragazzi e bambini che condividono nei modi più vari la spiritualità dell’unità: circa 600 mila nel mondo. La pedagogia che applichiamo nel rapporto con loro, ha la sua radice nel Vangelo, che in primo luogo ci porta a vedere in tutti un Gesù che cresce in età, sapienza e grazia, e che si manifesta sempre più pienamente! Guardare alle nuove generazioni con questi occhi ci spinge come adulti a “farci uno” con loro, condividendo le loro sfide, sogni, sofferenze ed interessi. Questa è la chiave che ci aiuta ad entrare nel mondo dei ragazzi e dei giovani: «Farsi uno fino a lasciarsi mangiare, come Gesù Eucaristia, in modo che si sentano nutriti, confortati, sollevati, compresi dal nostro amore. Come Gesù che si è fatto uomo, ha “perso tempo” in certo senso per dormire, per nutrirsi, per essere come noi. Così anche noi: piangere con chi piange, ridere con chi ride, senza interesse alcuno. Scoprire, comprendere le esigenze positive che sempre esistono in ognuno e condividerne gli ideali, fin dov’è possibile». Il fulcro di tutta la nostra formazione dunque è l’amore, di cui ogni essere umano, in ogni tappa della sua esistenza, ha bisogno per crescere. Ed è proprio questo amore che risveglia quella “vocazione all’amore”, che è presente nel DNA di ogni essere umano. Amati in questo modo, i ragazzi a loro volta rispondono e incominciano ad amare: «Diventano piccoli soli accanto al Sole, amore accanto all’ Amore. Imparano ad amare, in senso vero, pieno, in modo soprannaturale e profondamente umano». Ragazzi protagonisti Una idea forza ci guida: i giovani, i ragazzi, i bambini non sono tanto “oggetto” di evangelizzazione da parte degli adulti, ma sono loro stessi che con la loro vita e le loro esperienze comunicano Dio ed il Vangelo ai propri coetanei. Certamente accanto a loro ci sono anche degli adulti, non tanto come /eader, ma come persone che cercano di custodire tra loro la presenza di Gesù, l’unico Maestro. Sono loro stessi perciò che conducono gli incontri, comunicano le esperienze, Gen's 1-2/2008 — pag. 46 — 44 mondo dei giovani preparano i programmi, le canzoni ecc., che fanno da lievito per portare avanti gli altri ragazzi, come “padri e madri” anche nelle difficoltà. Nella crescita questo fatto è di enorme importanza perché, donando, la luce ricevuta aumenta. Quale itinerario? Una parte dei ragazzi che avviciniamo provengono dalle famiglie del Movimento e questi hanno in genere una buona base umana e cristiana. Altri invece vengono in contatto con i “Ragazzi per l’unità” attraverso amici o le molteplici attività che offriamo nel mondo della scuola, attraverso lo sport, i progetti di solidarietà. Nella società occidentale essi arrivano portando un bagaglio di vuoti e incertezze e ciò si manifesta a volte con atteggiamenti trasgressivi o di indifferenza. Ma se si va in profondità, ci si accorge che essi esprimono un inconscio grido di aiuto e di protesta. Nell’incontro con l’ideale dell’unità vedono aprirsi un orizzonte completamente nuovo e nelle loro impressioni dicono: «Oggi sono felice ma non so perché!». Oppure: «Sento un calduccio nel cuore». O ancora: «Prima vedevo nero: ora vedo tutto a colori!». A loro si propone di vivere la Regola d’oro: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te», che è universale, comprensibile anche ai non credenti e che porta ad un forte cambiamento. Allo stesso tempo li si invita a collaborare ad azioni concrete, nelle quali imparano a donarsi: con orfani, anziani, disabili; il loro cuore si sveglia dal torpore, l’amore si mette in moto e loro provano una gioia prima sconosciuta. L'entusiasmo cresce e la loro generosità ci sorprende. Si continua con l’arte d'amare, che in pratica è l’amore cristiano con tutte le sue qualità, finchè si aprono al messaggio evangelico che proponiamo attraverso alcune Parole di vita — trasmesse anche via internet in centinaia di gruppi e parrocchie — tra le più semplici e concrete, soprattutto quelle che riguardano l’amore fraterno e che li avvicinano di Gen's 1-2/2008 più all’umanità di Gesù. Poi altre che, come un piano inclinato, fanno risalire alla sorgente dell’amore, a Dio. Formazione che è vita Un aspetto fondamentale del nostro itinerario formativo è puntare alla vita. Portare i ragazzi a vivere il Vangelo, a mettere in pratica la Parola di Gesù, in modo che acquisiscano la sua mentalità. Si attiva così un vero processo educativo che supera la frammentazione presente in tanti adolescenti e riporta unità nella persona. Un piccolo esempio: Scrive Gloria di 15 anni: «Iniziata la quaresima ho sentito l’esigenza di staccarmi da qualcosa di importante che disturbava il mio rapporto con Dio. A cosa avrei potuto rinunciare? Ho deciso: al cellulare! Per alcuni può sembrare una stupidaggine, ma per me non lo è assolutamente, anzi è uno sforzo disumano visto che da un po’ vivevo solo grazie a questo. Il mio umore aveva iniziato a dipendere da esso: se suonava in continuazione, stavo bene, altrimenti mi deprimevo. Ero la sua schiava. Dovevo sottrarmi a questa schiavitù, diventata ormai impossibile da sostenere. E ci sono riuscita! Ho deciso di alternare l’uso del cellulare: un giorno sì e un giorno no e nei ‘giorni no’ di tenerlo spento. Vi assicuro che le prime volte mi sono sembrate più che ardue... impossibili! Dovevo nasconderlo o legarmi in qualche modo per non accenderlo, ma riuscire a sconfiggere la tentazione mi ha dato tanto coraggio. Inoltre, alla sera prima di dormire, ho iniziato a leggere una paginetta di Vangelo. Se prima non avevo voglia di aprirlo, ora leggere quel libricino speciale, capirlo, studiarlo, impararlo è praticamente essenziale: è diventato la mia abitudine preferita! Ora non sono più schiava di quell’oggetto fastidioso! Anzi, anche quando lo posso tenere acceso, spesso lo dimentico. Sostituire il cellulare con il Vangelo è stata una scoperta meravigliosa: ha preso il via una nuova amicizia con Gesù che da tempo era stata sotterrata da vari impegni, distrazioni, pensieri, fin quasi a scomparire. Ora è tornata». — pag. 47 — mondo dei giovani 45 Risposta all'emergenza educativa Di fronte alle sfide che esprimono la notte culturale, in cui tanti adolescenti oggi sono immersi, facciamo solo alcuni cenni che ci fanno notare come l’amore, dono di sé che si incarna in tutte le facoltà e gli aspetti della persona in crescita, forma integralmente e sviluppa degli antidoti efficaci che possono rispondere all’attuale emergenza educativa. Come antidoto all’individualismo e al consumismo, tendiamo a sviluppare la capacità del condividere ciò che si è e ciò che si ha. Ne sono prova i 30 progetti che i ragazzi promuovono in 1.200 scuole. Con essi si impegnano a sostenere la formazione e l’istruzione di tanti loro coetanei dei Paesi più svantaggiati del mondo. Imparando ad amare tutti senza distinzioni, i ragazzi sviluppano la capacità di entrare in relazione con gli altri, aprendosi alla diversità e all’incontro: antidoto alla chiusura personale o di gruppo, all’integralismo, alla faziosità, alla discriminazione. Cercano di far crescere il loro rapporto con Dio anche attraverso momenti di silenzio, di preghiera, a contatto con la natura, dove si ascolta la propria interiorità e quindi la voce di Dio: antidoto alla superficialità, al relativismo etico. Si allenano ad orientare la loro corporeità ed affettività all’amore vero, al di là delle mere emozioni: antidoto alla strumentalizzazione della persona. Una strada poi tanto battuta è quella dello sport vissuto all’insegna della fraternità, in particolare la staffetta sportiva mondiale Run4unity, già collaudata negli anni scorsi, in cui ragazzi di etnie, culture, e religioni diverse, in collegamento via internet e via satellite, corrono uniti nei fusi orari, per stendere simbolicamente nel mondo un arcobaleno di fraternità. Come antidoto alla passività e all’appiattimento, si punta ad educare il gusto della bel- lezza che porta a Dio, attraverso attività creative ed artistiche. Come antidoto all’indifferenza, al disimpegno sociale, li si aiuta ad aprirsi verso chi sta a loro accanto, al quartiere, alla parrocchia, alla città. Per la formazione dell’aspetto intellettivo si cerca di rispondere alle loro domande esistenziali e su argomenti di attualità — bioetica, politica, dialogo interreligioso, Chiesa oggi, ecc. — secondo il disegno di Dio: anti doto ad una visione acritica, conformista, mancante di senso. Interessante a questo proposito l’esperienza recente con 500 ragazzi europei convenuti per il loro congresso che a gruppi sono andati a Roma per scoprire un nuovo volto della Chiesa, risalendo alle origini del cristianesimo con visite guidate alle catacombe e con incontri con comunità di antichi e nuovi carismi presenti nella città e infine con il Papa. La forte esperienza vissuta, completata da un profondo dialogo con padre Fabio Ciardi, ha aperto i loro occhi ad una visione diversa e ha dato loro le categorie mentali per rispondere alle tante provocazioni a cui sono sottoposti. Anche riguardo ai media, che tanto li appassionano, si esercitano ad usarli con spirito critico e come strumenti per costruire ponti di unità: antidoto al consumismo mediatico, al vivere rinchiusi in una realtà virtuale, alla globalizzazione massificante. Cerchiamo poi di elaborare dei progetti locali e mondiali che li aiutino a concretizzare il loro stile di vita nei loro ambienti e a diffonderlo tra i coetanei. Tuttora sono coinvolti a livello mondiale nell’azione “ColoriAMO le città”, una sorta di gara tra i vari gruppi che si impegnano a trasformare le loro città cominciando dai luoghi più grigi: case di riposo, orfanotrofi, campi profughi, quartieri poveri, ecc., aprendosi così all'impegno sociale e politico. Sono nate centinaia di iniziative piccole e grandi che, attraverso un sito internet, formano una rete mondiale. Nadia Xodo 1) C. Lubich, All’università di Lublino (Polonia), 20 giugno 1996 (inedito). 2) Jd., Dovela vita si accende, Città Nuova, Roma 1998, pp. 108-109. 3) Jd., Ai religiosi, 7 aprile 1999 (inedito). Gen's 1-2/2008 — pag. 48 — 46 documenti Dall’Istruzione «Il servizio dell’autorità e l'obbedienza» Innanzitutto Dio e la sua Parola della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata Il 25 maggio scorso è uscita l’Istruzione «Il servizio dell'autorità e l’obbedienza». Con grande respiro il testo mette in luce come l’obbedinza sia non solo una virtù di speciale rilevanza per le persone consacrate, ma una dimensione fondamentale dell’esistenza umana e cristiana: «Obbedire a Dio significa infatti entrare in un ordine “altro” di valori, cogliere un senso nuovo e differente della realtà, sperimentare una libertà impensata». Riportiamo qui alcuni stralci di questo significativo testo. L’obbedienza alla Parola di Dio La prima obbedienza della creatura è quella di venire all’esistenza, in adempimento al fiat divino che la chiama ad essere. Tale obbedienza raggiunge piena espressione nella creatura libera di riconoscersi ed accettarsi come dono del Creatore, di dire «sì» al proprio venire da Dio. Così essa compie il primo, vero atto di libertà, che è anche il primo e fondamentale atto di autentica obbedienza. L’obbedienza propria della persona credente, poi, è l’adesione alla Parola con la quale Dio rivela e comunica se stesso, e attraverso la quale rinnova ogni giorno la sua alleanza d’amore. Da quella Parola è scaturita la vita che ogni giorno continua ad essere Gen's 1-2/2008 trasmessa. Perciò la persona credente cerca ogni mattina il contatto vivo e costante con la Parola che in quel giorno è proclamata, meditandola e custodendola nel cuore come un tesoro, facendone la radice d’ogni azione e il criterio primo d’ogni scelta. E alla fine della giornata si confronta con essa, lodando Dio come Simeone per aver visto il compiersi della Parola eterna dentro la piccola vicenda della propria quotidianità (cf Le 2, 27-32), e affidando alla forza della Parola quanto è rimasto ancora incompiuto. La Parola, infatti, non lavora solo di giorno, ma sempre, come insegna il Signore nella parabola del seme (cf Mc 4, 26-27). L’amorosa frequentazione quotidiana della Parola educa a scoprire le vie della vita e le modalità attraverso le quali Dio vuole liberare i suoi figli; alimenta l’istinto spirituale per le cose che piacciono a Dio; trasmette il senso e il gusto della sua volontà; dona la. pace e la gioia di rimanergli fedeli, rendendo sensibili e pronti a tutte le espressioni dell’obbedienza: al Vangelo (cf Rm 10, 16; 27es 1, 8), alla fede (Rm 1, 5; 16, 26), alla verità (Gal 5, 7; 1Pt 1, 22). Non si deve tuttavia dimenticare che l’esperienza autentica di Dio resta sempre esperienza di alterità. «Per quanto grande possa essere la somiglianza tra il Creatore e la creatura, sempre più grande è tra loro la dissomiglianza»'. I mistici, e tutti coloro che hanno gustato l’intimità con Dio, ci ricordano che il contatto con il Mistero sovrano è sempre — pag. 49 — documenti 47 contatto con l'Altro, con una volontà che talvolta è drammaticamente dissimile dalla nostra. Obbedire a Dio significa infatti entrare in un ordine “altro” di valori, cogliere un senso nuovo e differente della realtà, sperimentare una libertà impensata, giungere alle soglie del mistero: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre, i miei pensieri sovrastano i vostri» (Is 55, 8-9). Se può incutere timore questo ingresso nel mondo di Dio, tale esperienza, sull’esempio dei santi, può mostrare che quanto per l’uomo è impossibile è reso possibile da Dio; essa diviene così autentica obbedienza al Mistero di un Dio che è, nello stesso tempo, «interior intimo meo»? e radicalmente altro. Alla sequela di Gesù, il Figlio obbediente al Padre In questo cammino non siamo soli: siamo guidati dall’esempio di Cristo, l’amato nel quale il Padre s’è compiaciuto (cf Mt 3, 17; 17, 5), ma anche Colui che ci ha liberati grazie alla sua obbedienza. È Lui che ispira la nostra obbedienza, perché si compia anche attraverso di noi il disegno divino di salvezza. In Lui tutto è ascolto e accoglienza del Padre (cf Gv 8, 28-29), tutta la sua vita terrena è espressione e continuazione di ciò che il Verbo fa dall’eternità: lasciarsi amare dal Padre, accogliere in maniera incondizionata il suo amore, al punto di non far nulla da se stesso (cf Gv 8, 28), ma di compiere sempre ciò che piace al Padre. La volontà del Padre è il cibo che sostiene Gesù nella sua opera (cf Gv 4, 34) e che frutta aLuiea noi la sovrabbondanza della risurrezione, la gioia luminosa di entrare nel cuore stesso di Dio, nella schiera beata dei suoi figli (cf Gv 1, 12). E per questa obbedienza di Gesù che «tutti sono costituiti giusti» (Rm 5, 19). ... fino alla morte di croce Egli l’ha vissuta anche quando essa gli ha presentato un calice difficile da bere (cf Mt 26, 39.42; Lc 22, 42), e s’è fatto «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2, 8). E questo l’aspetto drammatico dell’obbedienza del Figlio, avvolta da un mistero che non potremo mai penetrare totalmente, ma che è per noi di grande rilevanza perché ci svela ancor più la natura filiale dell’obbedienza cristiana: solo il Figlio, che si sente amato dal Padre e lo riama con tutto se stesso, può giungere a questo tipo di obbedienza radicale. Il cristiano, come Cristo, si definisce come essere obbediente. L’indiscutibile primato dell’amore nella vita cristiana non può far dimenticare che tale amore ha acquistato un volto e un nome in Cristo Gesù ed è diventato Obbedienza. L’obbedienza, dunque, non è umiliazione ma verità sulla quale si costruisce e si realizza la pienezza dell’uomo. Perciò il credente desidera così ardentemente compiere la volontà del Padre da farne la sua aspirazione suprema. Come Gesù, egli vuol vivere di questa volontà. Ad imitazione di Cristo e imparando da lui, con gesto di suprema libertà e di fiducia incondizionata, la persona consacrata ha posto la sua volontà nelle mani del Padre per rendergli un sacrificio perfetto e gradito (cf Rm 12, 1). Ma prima ancora di essere il modello di ogni obbedienza, Cristo è Colui al quale va ogni vera obbedienza cristiana. Infatti è il mettere in pratica le sue parole che rende effettivo il discepolato (cf Mt 7, 24) ed è l’osservanza dei suoi comandamenti che rende concreto l’amore a Lui e attira l’amore del Padre (cf Gv 14, 21). Egli è al centro della comunità religiosa come Colui che serve (cf Le 22, 27), ma anche come Colui al quale si confessa la propria fede («Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me»: Gv 14, 1) e si dona la propria obbedienza, perché solo in essa si attua una sequela sicura e perseverante: «In realtà è lo stesso Signore risorto, nuovamente presente tra i fratelli e le sorelle riuniti nel suo nome, che addita il cammino da percorrere»). Gen's 1-2/2008 — pag. 50 — 48 documenti Obbedienti a Dio attraverso mediazioni umane Dio manifesta la sua volontà attraverso la mozione interiore dello Spirito, che «guida alla verità tutta intera» (cf Gv 16, 13), e attraverso molteplici mediazioni esteriori. In effetti, la storia della salvezza è una storia di mediazioni che rendono in qualche modo visibile il mistero di grazia che Dio compie nell’intimo dei cuori. Anche nella vita di Gesù si possono riconoscere non poche mediazioni umane, attraverso le quali Egli ha avvertito, ha interpretato e ha accolto la volontà del Padre, come ragione di essere e come cibo permanente della sua vita e della sua missione. Le mediazioni che comunicano esteriormente la volontà di Dio vanno riconosciute nelle vicende della vita e nelle esigenze proprie della vocazione specifica; ma si esprimono anche nelle leggi che regolano la vita associata e nelle disposizioni di coloro che sono chiamati a guidarla. Nel contesto ecclesiale, leggi e disposizioni, legittimamente date, consentono di riconoscere la volontà di Dio, divenendo attuazione concreta e “ordinata” delle esigenze evangeliche, a partire dalle quali vanno formulate e percepite. Obbedienza nelle persone consacrate Le persone consacrate, inoltre, sono chiamate alla sequela di Cristo obbediente dentro un “progetto evangelico”, o carismatico, suscitato dallo Spirito e autenticato dalla Chiesa. Essa, approvando un progetto carismatico quale è un Istituto religioso, garantisce che le ispirazioni che lo animano e le norme che lo reggono possono dar luogo ad un itinerario di ricerca di Dio e di santità. Anche la Regola e le altre indicazioni di vita diventano quindi mediazione della volontà del Signore: mediazione umana ma pur sempre autorevole, imperfetta ma assieme vincolante, punto di avvio da cui partire ogni giorno, e anche da superare in uno slancio gene- Gen's 1-2/2008 roso e creativo verso quella santità che Dio “vuole” per ogni consacrato. In questo cammino l’autorità è investita del compito pastorale di guidare e di decidere. È evidente che tutto ciò sarà vissuto coerentemente e fruttuosamente solo se rimangono vivi il desiderio di conoscere e fare la volontà di Dio, ma anche la consapevolezza della propria fragilità, come pure l’accettazione della validità delle mediazioni specifiche, anche quando non si cogliessero appieno le ragioni che esse presentano. Le intuizioni spirituali dei fondatori e delle fondatrici, soprattutto di coloro che hanno maggiormente segnato il cammino della vita religiosa lungo i secoli, hanno sempre dato grande risalto all’obbedienza. San Benedetto già all’inizio della sua Regola si indirizza al monaco dicendogli: «A te (...) si rivolge ora la mia parola; a te che, rinunciando alle tue proprie volontà per militare per Cristo Signore, vero re, prendi su di te le fortissime e gloriose armi dell’obbedienza»*. Si deve poi ricordare che il rapporto autorità-obbedienza si colloca nel contesto più ampio del mistero della Chiesa e costituisce una particolare attuazione della sua funzione mediatrice. A riguardo il Codice di Diritto Canonico raccomanda ai superiori di esercitare «in spirito di servizio la potestà che hanno ricevuto da Dio, mediante il ministero della Chiesa»'. Dall’Istruzione «Il servizio dell'autorità e l’obbedienza» della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, nn. 7-9. 1) Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe salvi (30 novembre 2007), 43; cf. Conc. Ecum. Lateranense IV, in DS 806. 2) «Più interno del mio stesso intimo»: Sant'Agostino, Confessioni, III, 6, 11. 3) Benedetto XVI, Lettera al Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica in occasione della Plenaria, 27 settembre 2005, in Insegnamenti di Benedetto XVI, 2005, I, Città del Vaticano, 588. 4) San Benedetto, Regola, Prologo, 3. Cf. anche Sant’ Agostino, Regola, 7; San Francesco d'Assisi, Regola non bollata, I, 1; Regola bollata, I, 1; cf. Vita consecrata, 46. 5) Codice di Diritto Canonico, can. 618. — pag. 51 — segnaliamo 49 Due recenti volumi di Chiara Lubich «Erano i tempi di guerra...» Che impressione fanno queste pagine dell’ultimo libro di Chiara? Che cosa lasciano nel cuore e nella mente? È quasi impossibile dirlo. È rarissimo che un libro coinvolga così. Da un lato pagine che stupiscono, lasciandoti quasi attonito; dall’altro, pagine che ti proiettano all’infinito — ma coi piedi ben piantati in terra. Almeno così è capitato a me, che a dire il vero queste pagine già le conoscevo: il breve scritto in cui Chiara Lubich compendia la nuova via spirituale che Dio le andava disegnando in cuore, da un canto; quello di Igino Giordani, dall’altro, in cui si narrano con la freschezza dei “fioretti” francescani i primi e decisivi passi del nuovo Movimento che così prendeva vita nella Chiesa di Gesù. E son tutti e due senz'altro delle perle. Non solo per il contenuto — altissimo —, ma anche per lo stile originale, inimitabile. Ma l’impressione inedita, direi quasi dirompente, viene dal fatto che i due scritti sono accostati o meglio incastonati l’uno nell’altro: perché in tal modo il testo di Chiara — straordinaria sintesi del suo “Ideale” — diventa immediatamente storia, suscitando l’eco tersa e infuocata di Giordani. Un grazie convinto all’Editore, dunque, e ai curatori per questa splendida intuizione e per la sua felice esecuzione. È un libro a due mani, dicevo, che — a sessant’anni ormai dalla scrittura del testo di Chiara e dagl’inizi delle vicende narrate da Giordani — sprigiona la cristallina e gorgogliante purezza di una sorgente alpina, incontrata quasi per caso lungo il cammino: tra le rocce, il verde e i fiori di montagna. Eppure, al tempo stesso, questo libro ha già tutte le carte in regola per essere un classico. Qualcosa che rimarrà e continuerà a incantare e ispirare. Delle pagine di Chiara vorrei dire una cosa soltanto, che forse non viene a tutta prima in evidenza: tante e tanto luminose sono le intuizioni evangeliche che lo Spirito ha raccolto nel suo cuore per distribuirle generosamente a noi tutti. Spesso mi son chiesto, più o meno consapevolmente: che cos’è che convince, in Chiara? che si sia cristiani o appartenenti ad altre religioni, credenti o di altre convinzioni culturali? C’è un aggettivo che ricorre già nelle prime righe del “trattatello innocuo” (così qualcuno definirà ingenuamente, al suo apparire, lo scritto di Chiara), per poi tornare qualche pagina appresso, come un chiodo saldamente piantato da uno scalatore alpino su una parete rocciosa: «Quando vedemmo che tutto cadeva, giacché il Signore con le circostanze (bombardamenti della guerra) ci mostrava a fatti la vanità di tutte le cose, ci attaccammo a Dio, l’unico che non poteva esser toccato. E facemmo di Lui l’Ideale della vita. Volevamo render la nostra vita coerente all’Ideale scelto, assolutamente coerente, senza compromessi 0 riserve». Così all’inizio. E poco più oltre: «Noi credevamo all’amore. Ma questo abbandono non era quietismo ché anzi in ogni attimo, vista la Volontà di Dio, la facevamo nostra e la si faceva con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, sforzandoci d’esser il più possibile coerenti ad essa anche se continuamente mutevole. (...) Ci sentivamo tutti abbandonati a una divina avventura di cui non conoscevamo nulla se non che Chi ce la proponeva e preparava era Dio, un Padre, e che tutte le circostanze attorno a noi e dentro di noi — sia volute da Lui, sia permesse da Lui — erano voci del suo amore». Parole abissali. semplici. Eppure Coerenza. La coerenza più appassionata, più onesta, più perseverante. A che cosa 0 meglio a Chi? A Dio e al suo disegno d’amore su di noi e sulla nostra storia, su ciascuno e su tutti. È scavando in questa coerenza, e cioè nella corrispondenza immediata e senza remora alcuna a Dio Amore, che Chiara — come inerpicandosi, in una cordata di montagna, lungo il raggio di luce che conduce sino al Sole — disegna passo passo, guidata dall’ispirazione di Dio, una via nuova nella Chiesa e nel mondo. Una via, si badi, che nasce e si perde nell’unica “via”: quella di Gesù, quella che è Gesù (cf Gv 14, 6). E cioè che attualizza oggi qui la via di Gesù: con la Chiesa, nella Chiesa. Ma vissuta, la Chiesa, con la dilatazione universale e cosmica dell’anima di Gesù. Secondo quanto insegnerà con parole incancellabili, oltre un decennio dopo, il Concilio Vaticano II. Dice a un certo punto Chiara, con soprannatura- Gen's 1-2/2008 — pag. 52 — 50 segnaliamo le naturalezza: «Era un rivivere la vita di Gesù. Continuarlo». Di qui, inanellati in un filo d’oro di amore e di luce, i cardini di questa via nuova e antica come il Vangelo: la scoperta di Dio Amore, l’amore al fratello e l’amore reciproco, Gesù in mezzo e Gesù Abbandonato, l’Eucaristia, l’ut unum sint, Maria madre dell’unità... Una parola sulle incantevoli pagine di Igino Giordani, che s’intuiscono sgorgare, senza mediazioni o intoppi, da quelle di Chiara. «Nel Focolare — egli scrive — ritrovai la germinazione del cristianesimo, e un modo di viverlo attualizzato nei nuovi tempi, vigoroso, diritto, senza fronzoli ideologici». Uno spirito come quello di Giordani — lo si può dire col senno di poi, ma senza tentennamenti — ad altro non avrebbe potuto aderire: anima e corpo!, come lui solo sapeva fare. Mi sia permesso un ricordo personale. Quando lo si incontrava a Rocca di Papa, ormai anziano, seduto sotto i grandi pini del Centro Mariapoli, con un plaid gettato sulle ginocchia e un cappello in testa (se era stagione fredda), ti guardava con due occhi che riflettevano il Cielo, bucavano l’anima, tutto rivestivano di festa intorno. Ebbene, l’intuizione — quando Giordani incontra e poi comincia a frequentare Chiara — è che «sotto la soavità» di quella giovane «c’era una forza di diamante». E c’era anche in nuce un programma di rinnovamento spirituale, culturale e sociale ab imis fundamentis: ma dettato dallo Spirito Santo. Anni dopo lo riconoscerà stupito e grato l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato in Vati- Gen's 1-2/2008 cano, Mons. Giovanni Battista Montini. «Capii — annota Giordani — che anche in politica, anche in economia è utile, è necessario, amarsi, come il Padre comanda». Questo è cristianesimo, regno di Dio in atto: nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità, in cui vuole abitare realmente il Figlio di Dio che carne si è fatto una volta per sempre (cf Gv 1, 14). Un’ultima annotazione. Questo bellissimo accostamento di due scritti così diversi eppure così consonanti, quello di Chiara e quello di Giordani, racchiude tra gli altri — mi sembra — un insegnamento. È Dio, Dio che è Amore — lo ha ricordato con intensi e quasi imprevisti accenti Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica, la Deus caritas est — la fonte di ogni vero dono. Ma il dono che scende da Dio andrebbe perso o sciupato se non vi fosse chi l’accoglie e a sua volta ne fa dono ad altri. Così, anche la via dell’unità non avrebbe attecchito, non avrebbe incominciato a incarnarsi, non si sarebbe diffusa in ogni parte del mondo se attorno a Chiara non si fosse accesa una costellazione di tante persone, uomini e donne, noti e meno noti, che hanno riconosciuto e addirittura fatto proprio senza mezze misure il suo stesso Ideale. Tra questi, in una posizione peculiare e insostituibile, lo stesso Giordani. Le prime focolarine — così ci è tramandato dai racconti di quei primi tempi — avevano maturato un desiderio singolare, mentre di fuori infuriava la guerra: essere sepolte tutte quante insieme, se loro fosse toccata in sorte la morte in quei terribili frangenti. E senza i loro nomi incisi sulla tomba, ma con una semplice scritta tratta dalla prima lettera di Giovanni e che riassumeva al meglio il loro Ideale: «E noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi» (/Gv 4, 6). Non per cancellare le proprie identità: ma per testimoniare quell’essere ormai uno in Gesù (cf Gv 17, 21; Gal 3, 28) in cui le aveva fuse per sempre lo Spirito dell'amore di Dio, dell'amore che è Dio: quello che Gesù ha portato come fuoco sulla terra, rivestendo di Sé la personalità di ognuno. Ciò resta. Per sempre. E ciò vale a suo modo per tutti e per ciascuno di noi. Quando cerchiamo con l’aiuto di Dio di essere responsabilmente e creativamente fedeli al suo amore spinto sino all’abbandono. E cioè quando — nella gioia e nella passione della fraternità — liberamente e generosamente rispondiamo insieme a ciò che Egli ci chiede nel concreto del nostro oggi. Piero Coda C. Lubich - I. Giordani, «Erano i tempi di guerra...» agli albori dell’ideale dell'unità, Città Nuova, Roma 2007, € 14,00. Il volume, con presentazione del card. Tarcisio Bertone, contiene: L’Ydeale dell'unità: Il “Trattatello innocuo” di Chiara Lubich, e la Storia del nascente Movimento dei Focolari di Igino Giordani. — pag. 53 — segnaliamo Sl «Essere tua Parola» Quando veniamo interpellati sulla nostra identità — «Chi sei?» —, spesso rispondiamo indicando la professione, il nome, o comunque una realtà che ci caratterizza come persona unica e irripetibile. A questa stessa domanda Chiara Lubich non esita a rispondere per ciò che più intimamente la identifica: «Parola di Dio». O meglio, questo è il suo anelito più profondo: essere quella Parola che Dio, da tutta l’eternità, ha pronunciato nel segreto di Sé, in quello stesso eterno istante in cui genera il Figlio suo, il Verbo, Parola in cui è contenuto l’essere di ogni creatura, parola nella Parola. Tra gli innumerevoli scritti che Chiara ha dedicato alla sacra Scrittura ho scelto questa sua confidenza, come primo testo della presente antologia, perché mi sembra esprima appieno la tensione di un’intera vita. Non soltanto appassionarsi della Parola di Dio, leggerla con amore, custodirla in cuore in vigile meditazione, tradurla in pratica, ma lasciarsi vivere da essa, fino a venire trasformati nella Parola di Dio, fino a diventare un altro Cristo, verbo nel Verbo. È una storia appassionante quella del rapporto tra Chiara e il Vangelo. Una storia personalissima, e insieme capace di coinvolgere milioni di persone. È la storia del nascere di una nuova spiritualità, tutta evangelica, e al contempo la storia del cammino che la Chiesa intera ha percorso nel XX secolo e sta percorrendo agli inizi di questo nuovo secolo, a conferma che la Scrittura trova il suo naturale luogo di comprensione e di attuazione “nella Chiesa”, perché patrimonio dell’intero popolo di Dio. La storia singolare e irrepetibile inizia a Trento, durante la II Guerra mondiale, quando nei rifugi antiaerei Chiara porta con sé il libro dei Vangeli e, a lume di candela, lo legge assieme alle amiche. «Quelle parole — racconta — balzavano agli occhi della nostra anima con una luminosità insolita». Quanto diverse dalle parole dei filosofi, dei poeti... Perché cercare altrove la verità quando qui parla Colui che è la Verità? Il Vangelo «offriva realmente parole di vita, da potersi tradurre in vita». Ecco la semplice e straordinaria scoperta: la Parola di Dio può informare di sé il vivere d’ogni giorno rendendolo pienamente evangelico. Ogni settimana, poi ogni mese, Chiara sceglie una frase compiuta della Scrittura, la spiega, ne chiede al Vescovo l’approvazione e la diffonde così da lasciarsi ispirare da essa. Poi ci si incontra, si condividono i frutti di quanto la Parola ha operato, le esperienze di vita. Ne nasce una comunità cristiana. E l’apparire, nella Chiesa, di un modo nuovo di accostarsi alla Scrittura: la prassi della “Parola di vita”. La Scrittura torna ad essere accessibile a tutti: «Noi, le nostre compagne, i bianchi, i neri, l’uomo di due secoli fa, quello del duemila, la mamma e il deputato, il contadino e il carcerato, il bimbo e il nonno: ogni uomo venuto al mondo avrebbe potuto vivere la Parola di Dio, ogni Parola di Dioy?. È la “democratizzazione” della spiritualità, la traduzione pratica di quella universale vocazione alla santità proclamata dal Concilio Vaticano Il. La santità non è riservata ai vergini, ai monaci e ai vescovi, ma è alla portata di tutti, picco- li e grandi, sposati o meno, basta lasciarsi guidare dalla Parola di Dio nelle occupazioni ordinarie della giornata con i suoi problemi, gioie e dolori. La Parola di Dio diventa veramente la «sorgente pura e perenne della vita spirituale», come la definisce il Concilio. È la storia che vede nascere una nuova spiritualità, come polla d’acqua fresca, dal Vangelo. Lo Spirito Santo, a cui Gesù ha affidato il compito di “ricordare” e tener vive le sue parole, guida Chiara in una nuova comprensione di esse, così come lungo la storia della Chiesa è sempre avvenuto con uomini e donne con una particolare vocazione evangelica. Egli mette in luce dapprima le parole che invitano ad amare, poi, nel vivere costantemente la «Parola di vita», fa scoprire che ogni Parola del Vangelo è amore, perché Amore è Colui che le ha pronunciate, e tutte conducono ad amare: «Quando una di queste Parole cadeva nella nostra anima, ci sembrava che si trasformasse in fuoco, in fiamme, si trasformasse in amore. Si poteva affermare che la nostra vita interiore era tutta amore). La Parola di Dio, fin dall’inizio, appare quale stella orientatrice del cammino che segna il sorgere e l’affermarsi del carisma dell’unità, in un crescendo di luce e di risposta fedele, sì che in breve volgere di tempo la spiritualità dell’unità comincia a manifestarsi nella pienezza delle sue caratteristiche e in tutta la sua originalità e capacità di rinnovamento dell’ambiente circostante. Solo un particolare dono dall’Alto può spiegare la progressiva riscoperta dei valori cristiani fondanti: il primato di Dio, la sua volontà, l’amore al fratello, in cui si ravvisa Cristo, il posto del dolore come parte- Gen's 1-2/2008 — pag. 54 — 52 segnaliamo cipazione al mistero di Cristo crocifisso e risorto, la scoperta della sua presenza tra quanti sono uniti nel suo nome, fino a giungere ad un’armoniosa ricomprensione del messaggio evangelico nella sua totalità, particolarmente adatta per il tempo di oggi. È la storia della Chiesa del nostro tempo perché, anche nell’esperienza di Chiara, si stava preparando, in maniera profetica, la grande riscoperta della centralità della Parola di Dio da parte del Concilio Vaticano II. (...) La Chiesa vuole continuare a «nutrire di continuo i suoi figli con le divine parole» e sollecita ad «offrire con frutto al popolo di Dio l’alimento delle Scritture, che illumini le menti, corrobori le volontà e accenda i cuori degli uomini all’amore di Dio» (Dei Verbum, 23). Si può ben dire che l’esperienza di Chiara rappresenta un fatto di grande rilevanza per la spiritualità cristiana del XX secolo. Per una storia così grande un libretto così piccolo? In ognuno dei suoi scritti pubblicati e facilmente accessibili, Chiara ha sempre parlato del Vangelo, la sua passione. Ha poi dedicato ad esso un’opera specifica dal titolo Parola di vita. Il libretto che presentiamo ai lettori è semplicemente una scelta di testi brevi, incisivi, quasi aforismi, tratti dai suoi scritti editi e inediti. I generi letterari vi appaiono molto diversi, dalla narrazione autobiografica alla preghiera, dall’intuizione all’esperienza, dall’esposizione dottrinale all’esortazione. Questa pluralità favorisce l’approccio al rapporto di Chiara con la Parola e fa percepire la vastità della dottrina che ne scaturisce. Il libro inizia accennando alle prime esperienze della fon- Gen's 1-2/2008 datrice del Movimento dei focolari, dalle quali già si indovina, quasi in filigrana, come tutta la sua vita sia pervasa dalla Parola di Dio, fino a permearne l’intero magistero spirituale, configurandosi in certo modo come l’habitat entro cui si svolge la sua vicenda umana ed ecclesiale. Esse danno ragione, oltre che dei suoi numerosi e costruttivi interventi in campo ecumenico, del dinamismo inusitato che sorregge le sue aperture verso i grandi credi religiosi presenti sul nostro pianeta, come pure la capacità di parlare a non poca gente alla ricerca di senso. I testi si inoltrano successivamente nella comprensione teologale della Parola di Dio e nella necessaria urgenza della sua accoglienza nella vita d’ogni giorno, fino alla trasformazione della persona in Cristo stesso e alla nascita di una comunità viva. Sono pagine di contemplazione e insieme una proposta concretissima di attuazione del messaggio evangelico. Le due realtà non sono mai dissociate. Con sobrietà ed essenzialità gli scritti di Chiara ci portano: fino all’esperienza mistica del rapporto sponsale con Cristo e del segno del “bacio” tra Cristo e l’anima, ispirato al Cantico dei Cantici e in continuità con la ricca tradizione cristiana. Questo non fa dimenticare la necessità di “nutrirsi” giorno per giorno, parola per parola, di tutto il Vangelo. Perché qui sta il segreto di una vita evangelica: vivere il Vangelo! Non soltanto leggerlo, meditarlo, pregarlo, ma vivere il Vangelo, fino a farlo diventare vita della nostra vita, sul modello più alto, Maria, tutta rivestita della Parola. La scelta dei testi indica, successivamente, la grande apertura ecclesiale, sociale e civile a cui porta questa coerenza evangelica. La Chiesa appa- re un susseguirsi di Parole di vita incarnate nei grandi santi, nei loro carismi, nelle opere a cui essi hanno dato vita, e la società appare rivoluzionata dal fermento della Parola, fino a innescare il processo verso i cieli nuovi e la terra nuova. Nella sua essenzialità, il susseguirsi dei vari capitoli in cui è articolato il libro vorrebbe dare conto della fecondità a cui conduce il rapporto con la Parola, della ricchezza delle tematiche che ne scaturisce. La loro distribuzione infine suggerisce un percorso di lettura e una linea dottrinale. Il messaggio che traspare da questi testi non è per un’élite, non è soltanto per un gruppo particolare come il Movimento dei focolari. Esso è proposta per una nuova socialità che trova nel Vangelo regole di fraternità e solidarietà condivisibili da tutti. Esso è così denso, ardito, ispirato e insieme sem- | plice e attuabile, che possiede la capacità di contribuire a generare la Chiesa sempre nuova, come sempre nuova è la Parola di Dio. Esso si fa invito ad intraprendere il cammino arduo e affascinante di una santità autentica, personale e comunitaria, di popolo. È per questo che la consegna che Chiara lascia alla Chiesa e all’umanità di oggi, come testimonia l’ultimo dei testi scelti, è semplicemente il Vangelo, nient’altro che il Vangelo, quello di sempre, quello che lei ha vissuto con generosità e straordinaria coerenza: un invito a condividerne l’esperienza. Fabio Ciardi C. Lubich, Essere la tua Parola, Città Nuova, Roma 2008, pp. 92, € 7,00. 1) Paroladi vita, in Tutti uno. Scritti spirituali/3, Città Nuova, Roma 1996’, p. 55. 2) Ibid., p. 56. — pag. 55 — PERCHÉ TUTTI SIANO | e mi chiedessero: “Ma tu chi sei?”, vorrei rispondere: a cura della segreteria | “Parola di Dio”». Questo è stato l’anelito della vita di internazionale © Chiara Lubich, che ha lasciato questa terra il marzo del movimento gens scorso. Parola di Dio vissuta nel quotidiano, che sta alla base dell’avventura iniziata da lei e dalle sue compagne e che ha dato origine al Movimento dei focolari. A_ quest'avventura hanno partecipato ben presto anche sacerdoti e successivamen- te seminaristi attirati da questa vita radicata nella Parola. Notizie dal mondo dei seminari - 50 «Vivere la Parola mi aiuta a diventare una persona intera», è l’espressione di un seminarista dopo aver partecipato ad un incontro nel quale si approfondiva la Spiritualità di comunione. Gioia, libertà, felicità, unità, unione con Dio: sono questi i frutti che sperimentano le persone che cercano di vivere la Parola... «Due giorni fa con il nostro “gruppo di spiritualità” L abbiamo fatto una gita. Non avevo affatto voglia di andare e, a fra l’altro, il tempo era brutto e avevo tante cose da fare. Poi mi sono ricordato della Parola di vita che vivevamo in quel mese: PARO LA “... pregate incessantemente”, ed ogni volta che mi veniva » questa “non voglia” dicevo questa preghiera: “Per te Gesù”. Mi CI fa sono accorto che dopo alcune ore mi sono trovato benissimo in quella gita e nel pomeriggio è uscito pure il sole». VIVERE Certamente la vita della Parola non porta frutti solo a noi ma influisce anche in tutto il tessuto dei rapporti che abbiamo attorno a noi. «Un giorno, essendo l’incaricato di classe per i compagni malati, mi è stato detto di portare i pasti ad un compagno ricoverato in infermeria. Quando stavo per andare mi sono accorto che quel compagno era lo stesso con cui avevo litigato la sera prima. Nonostante la rabbia che mi invadeva, compresi che dovevo amare Gesù in quel compagno. E così, mettendo da parte il mio risentimento, decisi di amare Gesù in lui portandogli il cibo. Non ci volle molto e noi due siamo diventati amici per la pelle». Però dobbiamo ammettere che non siamo noi a vivere la Parola, ma è la Parola di Dio che ci fa vivere. Con questa vita della Parola ci sembra di poter dare il nostro contributo alla Chiesa che si sta preparando al prossimo Sinodo dei vescovi, dedicato alla Parola di Dio. «Ma tu chi sei?». Auguriamo a tutti noi di avere lo stesso anelito di Chiara. Gen's 1-2/2008 - 53 — pag. 56 — Vita in rapporto «Dialogare è nel loro DNA» Uganda. «Siamo andati al Ggaba National Seminary per il terzo incontro fra seminaristi cattolici e seminaristi anglicani che vivono la spiritualità del Movimento dei focolari. Tanta comunione e gioia di trovarsi insieme. Avevamo scelto come tema “/a Parola di vita” e ci siamo scambiate tante esperienze sul vivere la Parola. Alla fine siamo andati in cappella e abbiamo fatto tra noi un patto di amore scambievole, pronti a dare la vita gli uni per gli altri. Era una cosa del tutto inedita. È molto bello questo nostro rapporto con i gens anglicani. Ci sembra che dialogare è proprio iscritto nel loro DNA. Hanno formato un gruppo di “seminaristi anglicani del focolare” e con l'approvazione dei loro responsabili portano avanti i loro incontri. Ci fa impressione come mettono subito in pratica tutto quello che ascoltano. Ad esempio, si sono impegnati, come gruppo, a pulire i giardini del seminario, dopo che hanno sentito che noi facciamo questo lavoro in due seminari. L'ideale dell’unità — dicono — ha cambiato qualcosa in loro, anzi parlano di “conversione”. Si sentono chiamati all’unità e alla vita della Parola». (F.0.) «Chiedete al padrone della messe» Brasile. «Verso la fine del 2005 nel nostro seminario di teologia avevamo sei seminaristi, in quello di filosofia nove e i candidati al propedeutico per l’anno successivo erano appena quattro. Numeri così esigui non si erano mai verificati prima. Riguardo al seminario minore c’era addirittura l’idea di chiuderlo. Cosa fare? Ci siamo riuniti, noi formatori con il vescovo. Fra l’altro, si diceva che oggi i giovani non vogliono più seguire le Gen's 1-2/2008 - 54 vocazioni tradizionali. Mi sono ricordato di un'esperienza che avevo sentito 10 anni prima, ancora da seminarista: a Graz in Austria erano molto scarse le vocazioni. Allora un seminarista, con vari compagni, avevano iniziato a pregare, chiedendo a Dio 10 nuovi seminaristi. E così era avvenuto. Ho raccontato questo fatto e abbiamo deciso subito che in ogni seminario.si sarebbe tenuta settimanalmente una veglia davanti a Gesù Eucaristia per le vocazioni secondo la Sua parola: “Pregate il padrone della messe...” (Ze 10, 2). Abbiamo cominciato nel settembre 2005 e all’inizio del 2006 nel propedeutico sono entrati undici nuovi seminaristi. Le veglie di preghiera sono continuate durante tutto il 2006. All’inizio del 2007 sono entrati nel propedeutico 15 giovani, di cui cinque provenienti dal seminario minore. Giacché la casa del propedeutico ha posto solo per 13, due vocazioni adulte sono state indirizzate alla comunità della teologia. Nel gennaio 2008, nel seminario di filosofia abbiamo dovuto abbattere alcuni muri per ricavare altri ambienti. La casa attualmente può contenere fino a 15, ma sono già confermati 20 per l’anno prossimo. E il seminario minore? Avrà 20 studenti. Inoltre, abbiamo iniziato un corso per il diaconato permanente con 35 candidati. Quando abbiamo impostato in seminario il nuovo anno, i seminaristi hanno suggerito di prevedere ogni settimana due notti di preghiera per le vocazioni. Oltre all’adorazione settimanale, terremo ogni giovedì una veglia con turni dalle 20.15 alle 6.15 di venerdì; e ogni venerdì dalle ore 20.30 alle 7.30 di sabato. Alla base di tutto continua ad essere la Parola di Gesù: “Pregate il padrone della messe...”. In questo modo i seminaristi fin da adesso fanno l’esperienza che il Vangelo è Parola che si compie». (M.S.) «Siamo diventati amici» Italia. «Al centro gens, qui a Roma, per vivere più concretamente il Vangelo, abbiamo deciso di concentrarci ogni giorno su un punto dell’arte di amare. Per esempio: il lunedì amare tutti, il martedì amare per primo, il mercoledì amare il nemico, il giovedì amare l’altro come sé, il venerdì — pag. 57 — Chiara Lubich «Lascia a chi ti segue solo il Vangelo» | vverto nell’anima un pensiero che ritorna: «Lascia a chi ti segue solo il Vangelo. Se così farai, l’Ideale dell’unità rimarrà. E evidente che nei tempi in cui tu vivi e asta —. gli altri vivono sono stati utili concetti, frasi, slogan che rendevano il Vangelo aderente all’epoca moderna, ma questi pensieri, questi detti, queste quasi “parole di vita”, passeranno. (....) La stessa spiritualità dell’unità, che oggi è una medicina del tempo, raggiunto lo scopo sarà messa a fianco di tutte le altre che sono i vari carismi donati da Dio alla Chiesa lungo i secoli. Ciò che resta e resterà sempre è il Vangelo, che non subisce l'usura del tempo: “Passeranno i cieli e la terra, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Qui si tratta di tutte le parole di Gesù». Avverto che dobbiamo senz'altro adeguarci con tutte le forze al tempo in cui viviamo, seguendo le particolari ispirazioni che Dio ci dà per portare e coltivare in noi e in coloro che sono stati affidati a noi il regno di Dio. Ma dobbiamo fare tutto ciò sapendo della transitorietà della vita, sapendo che c’è la Vita eterna annunziata da Gesù con il suo Vangelo. Dobbiamo nel nostro cuore mettere in sottordine tutte le idee, i modi di fare utili, ma non puramente evangelici e rinnovare costantemente la nostra fede nel Vangelo, che non passa. Ciò dà garanzia ad un’Opera come la nostra — aperta a tutte le vocazioni della Chiesa, ciascuna nata da una Parola di Dio — che essa continuerà. Quello che però sempre dovremo fare sarà tornare costantemente all’inizio del Movimento e ricordare come Dio ci abbia offerto la preziosissima chiave per entrare nel Vangelo. Parlo della storia del Movimento, piccola, breve, ma scintilla che fu ed è e resterà per noi necessaria sem- pre quale punto di partenza per accendere la vita evangelica în tutto il mondo. (da un testo inedito di Chiara, pubblicato da L'Osservatore Romano del 15/03/2008) farsi uno, il sabato amare Gesù nel fratello e la domenica l’amore reciproco. Così ogni giorno viviamo uno di questi punti e poi, alla sera, ci raccontiamo com’è andata. Il 5 dicembre 2007, che era un mercoledì, e vivevamo amare il nemico, all’università dove studio, avevo un seminario settimanale sul “De vera religione” di s. Agostino. Essendo coreano e non abituato al modo di pensare europeo, facevo tanta fatica a seguire il seminario. Dovevo preparare una presentazione sul tema “realismo del cristianesimo” ma non sapevo come farlo e allora ho chiesto aiuto al professore. Mi ha consigliato di leggere un suo articolo che era proprio sul mio tema. Ho scritto il mio lavoro basandomi su quell’articolo e il 5 dicembre sono andato a presentarlo nel seminario. Avevo preparato un powerpoint perché tutti potessero seguire più facilmente. Dopo cinque minuti, il professore mi ha fermato e mi ha detto che questo non era un mio lavoro ma semplicemente una sintesi del suo articolo. Mi ha quindi fatto alcune domande molto difficili sul tema e io non sapevo come rispondere. Alla fine mi ha detto che non avevo raggiunto l’obiettivo e che avrei dovuto perciò fare un esame finale con lui. Queste sue parole mi facevano tanto male, ma mi sono ricordato che in quel giorno con i gens vivevamo amare il nemico. Dopo di me, altri hanno presentato il loro lavoro ma per me era molto difficile seguirli. Ho pensato però che c’era Gesù in loro e che Gesù era anche nel professore. Così sono riuscito a partecipare alla loro esposizione con tanta attenzione. Quando Gen's 1-2/2008 - 55 — pag. 58 — sono tornato a casa, i miei compagni stavano già in cappella per celebrare la Messa. Ho raccontato loro com'era andata la mia presentazione e come avevo amato i miei nemici. Gli altri mi hanno aiutato ad abbracciare in questo dolore Gesù in croce e mi hanno ricordato che, abbracciandolo, dobbiamo continuare ad amare e così rimanere nella gioia. In quel momento mi è caduta una lacrima. Avvertivo l’unità tra di noi che mi sosteneva. Abbiamo cominciato la messa e mi sentivo tanto amato da Dio. Così ho ripreso coraggio e, ogni mercoledì durante il seminario, volendo vivere la Parola, ho cercato di voler bene al mio professore con tutte le forze. Alla fine del semestre egli mi ha chiamato e mi ha detto: “Sei stato molto bravo durante questo seminario, facevi gli appunti e, a differenza degli altri, hai frequentato tutte le sessioni e ho visto che hai migliorato tanto. Allora penso che non hai più bisogno di fare l’esame”. Questo era un grandissimo regalo di Gesù per me». (N.K.) ti inaris Verso un grande congresso per sem Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 31, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 1-2/2008 - 56 el 1968 è nata la branca dei gens, in seno al Movimento dei focolari. Quest'anno compiamo 40 anni di una vita intensa ì che ha portato e continua a portare innumerevoli frutti. Per tanti seminaristi la spiritualità di comunione è stata un aiuto che ha salvato la loro vocazione. Molti, vivendo la spiritualità dell’unità, e soprattutto l’arte d'amare, hanno potuto contribuire a cambiare l’ambiente del seminario, facendo sì che vi si respirasse un’aria di casa, di amore reciproco e di rapporti veri. Scrive un seminarista polacco: «Cominciando gli studi, mi sono trovato con compagni che non conoscevo. Ho notato che c’erano tante divisioni fra loro e ho pensato di affrontare questa situazione con gesti semplici, come per esempio bere il caffé insieme a loro, anche se non sono del loro gruppo». Un altro seminarista racconta: «Cerco di lasciare la porta della mia stanza aperta così che, se qualcuno vuole parlarmi, può sempre entrare. Vedo che tanti vengono semplicemente per chiacchierare ma altri anche per raccontarmi quello che vivono o le loro difficoltà. Sentono che possono dirmi tutto e io non faccio niente altro che ascoltarli e voler loro bene». Dalla Sicilia un seminarista ci scrive: «Un compagno, a motivo del troppo freddo, non riusciva a dormire, la stufa in camera non bastava. Ricordo che gli dissi: “Senti, comprati uno scalda-sonno; forse sarà meglio!” Lui non disse niente ed io compresi che era rimasto parecchio mortificato. Percepii che non aveva la possibilità economica. Pregai! Non finì la giornata che arrivò una busta con della provvidenza. L’indomani uscii e comprai per lui uno scalda-sonno. Egli fece fatica ad accettarlo, ma mi ringraziò e rimase stupito di un simile gesto. La mattina successiva incontrai un sacerdote in facoltà che mi diede un’altra busta con la somma che avevo speso il giorno prima». Così pian piano, anche con gesti semplici e quotidiani, nei seminari si crea un clima di famiglia in cui l’amore contagia tutti. Ma come celebrare questo 40° del Movimento gens? Come esprimere la nostra gratitudine per questa vita nuova che ci dà gioia, pace e speranza? Ci siamo presi l’impegno di vivere in maniera ancor più radicale la Parola di vita, mettendo poi in comune le esperienze, e a lanciarci verso tutti, condividendo con più seminaristi possibili la bellezza di una vita basata tutta sul Vangelo. Con quest’intento, abbiamo deciso di tenere dal 2 al 4 gennaio 2009 un grande congresso aperto a tutti i seminaristi. Siete invitati a prepararvi sin d’ora. — pag. 59 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 9 ei1s rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen’s - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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Mapo Ku, 121-210 Seoul, Corea del Sud gen’s su internet: Per accedere ai numeri della nostra rivista già consultabili in internet: entrare nel sito /ttp:/www.indaco-torino.net e cliccare su: RIVISTA GEN'S. Ringraziamo per l'ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. — pag. 60 — bimestrale