gen’s 2008/3-4 – Per una catechesi-vita Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2008-3-4-per-una-catechesi-vita/ — pag. 1 — 800 catechisti, membri del è e come. ‘trasmettere oggi n solo u la dottrina, Ita evangelico etta ragazzi, giovani e adulti im diretta comunione “con Gesù. Castel Gandolfo SIISTO aprile 2008 Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale — DiL. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art. 1 comma 2 DCB - ROMA ATTI DEL CONGRESSO “anno XXXVIII f maggio - agosto — pag. 2 — — pag. 3 — 800 catechisti, membri del Movimento dei focolari, che operano nelle parrocchie, si sono incontrati per domandarsi come trasmettere oggi non solo una dottrina, ma uno stile di vita evangelico che metta ragazzi, giovani e adulti in diretta comunione con Gesù. Atti del Convegno Castel Gandolfo 3-6 aprile 2008 «E la Parola divenne carne» PER UNA CATECHESI-VITA — pag. 4 — Il Santo Padre, Benedetto XVI, durante l’Angelus del 6 aprile 2008, ha rivolto queste parole agli 800 partecipanti che concludevano il Convegno internazionale sulla catechesi. «Saluto i numerosi membri del Movimento dei focolari impegnati come catechisti nelle parrocchie, venuti da molti Paesi del mondo, ed auguro ogni bene per il servizio che rendono alla diffusione e all’accoglienza della Parola di Dio». — pag. 5 — editoriale La vera sfida della catechesi di Enrique CAMBÒON ià in passato abbiamo avuto modo di offrire dei contributi riguardanti la catechesi. Basti ricordare gli Atti di un precedente congresso pubblicati in Per una catechesi vitale (Città Nuova, Roma 1979) il cui contenuto continua ad essere di notevole attualità, ed un numero monografico della rivista gen’s (XXIII — 1993). I nuovi Atti che mettiamo a disposizione, espressione del Convegno internazionale realizzato al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, nei pressi di Roma, dal 3 al 6 aprile 2008, si trovano in piena continuità con quanto veniva offerto allora. Naturalmente con maggiore maturità espressiva e contenutistica, a causa dell’esperienza e della conseguente conoscenza e consapevolezza raccolte in questi anni in tante parti del mondo. La catechesi è per tanti motivi una dimensione fondamentale della vita ecclesiale. Pensiamo ad esempio alle novità positive che fornisce la teologia, agli apporti dei nuovi carismi che rispondono alle necessità dei tempi, alla ricerca e sperimentazione costruttiva da parte di tanti settori del cristianesimo sia all’interno della Chiesa che nella cultura e nella società civile... Questo genere di realtà, come passano al popolo cristiano? Attraverso tanti mezzi, ovviamente, però la catechesi in tutti i suoi livelli, dai bambini ai giovani e agli adulti (che sono stati chiamati “i primi destinatari della catechesi”), costituisce un luogo privilegiato di questa ricezione. Basterebbe guardare la storia per averne conferma. Limitiamoci ad un periodo molto sintomatico: quello della Riforma. È molto conosciuto il fatto che Lutero pubblicò a pochi mesi di distanza due catechismi, “Grande” e “Piccolo”, mentre altri riformatori, come Melantone, Calvino, Bucer, ne scrissero pure loro per far passare le nuove idee e realtà che si andavano configurando. Un fatto simile succedeva contemporaneamente in campo cattolico. Solo il gesuita Pietro Canisio redattò tre diversi catechismi, che prima della sua morte avevano già raggiunto — grazie alla rapidità della stampa appena inventata da Gutenberg — più di 200 edizioni, diventando un best-seller religioso del secolo XVI. Pochi anni dopo usciva il famoso Catechismo romano, frutto del Concilio di Trento. Come rilevava Alfred Lapple nella sua Breve storia della catechesi, «con i catechismi si cercava il consenso dei gen’s 3-4/2008 - 59 — pag. 6 — cristiani di quel tempo nei confronti di una concreta concezione della fede». È un fenomeno che si è ripetuto, secondo le necessità di ogni epoca, attraverso i secoli fino ai nostri giorni. Attualmente ci sono in ambito catechistico alcune acquisizioni che appaiono irreversibili. Ad esempio il fatto che, pur dovendo essere un insegnamento serio rivolto ad offrire conoscenze adeguate, la catechesi deve tendere non solo a offrire nozioni, ma anche a promuovere una vita evangelica che generi veri discepoli di Gesù. Affinché questo sia possibile, pur riconoscendo l’importanza di testi e sussidi didattici appropriati, si ravvisa come decisiva l’esperienza di catechisti che sappiano offrire le realtà di fede in modo tale da suscitare nuova vita nelle persone e negli ambiti dove esse si muovono. In questo contesto viene in rilievo, come mai in passato, l’importanza della qualità delle relazioni che si stabiliscono e quindi della comunione, per riuscire a fare, attraverso la catechesi, un’esperienza cristiana che sia non solo genuina ma all’altezza dei tempi. Questi sono solo alcuni degli elementi fondamentali che oggi si promuovono nella riflessione catechetica. Lo si potrebbe mostrare abbondantemente, tanto attraverso i documenti ecclesiali a livello sia locale che universale (a cominciare dal Direttorio Generale per la Catechesi del 1997), come pure nella vasta letteratura specialistica al riguardo e naturalmente negli stessi testi di catechesi incluso il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il problema non è tanto quello di trovare queste ed altre affermazioni che mostrano un giusto indirizzo, quanto formare 60 - gen's 3-4/2008 editoriale persone e comunità che abbiano la sapienza e la capacità di concretizzarle. Questa è la grande sfida per la catechesi, dove si gioca la sua validità e rilevanza ecclesiale e sociale. È in questo senso che i contributi che presentiamo ci sembrano un materiale prezioso. Si trovano, attraverso i vari interventi, idee e proposte che appaiono attraenti e fruibili non solo perché vanno incontro alle esigenze dell’umanità attuale, ma soprattutto perché si avverte che non sono teorie più o meno erudite ma frutto di sperimentazione. In questo senso le relazioni di fondo del Convegno — espressione del carisma dell’unità — e le esperienze che le illustrano, sono speculari e indivisibili: si illuminano a vicenda perché sono reciprocamente causa ed effetto. Perciò abbiamo la speranza che possano non solo essere capite ma suscitare o arricchire una prassi conseguente. Risultano emblematici al riguardo i sussidi destinati ad affiancare i catechismi ufficiali della Conferenza Episcopale Italiana per la preparazione alla Comunione e alla Cresima, strumenti dei quali si accenna in una delle pagine all’interno. Il loro titolo sintetizza tutto un programma, la meta ultima della catechesi: Viviamo il Vangelo. Tali sussidi hanno fatto esclamare a parroci e catechisti provenienti da diverse nazioni, frasi del tipo: «Uno strumento con questo stile finalizzato alla vita concreta, è quello che aspettavamo da tanto tempo». Ci auguriamo che l’intero materiale qui riunito possa costituire un contributo in questa direzione, rispondendo alle più profonde attese dei lettori. — pag. 7 — [o N U kn un Lo © O D fa © è DI un — pag. 8 — 6 a cura di Adolfo RAGGIO Non è facile presentare, sia pure a grandi linee, un quadro sintetico sulla catechesi nel mondo, data la varietà di culture, di situazioni e di orientamenti delle Chiese locali. Sono numerose le pubblicazioni e le iniziative lanciate in questi anni su questa tematica, non solo nella Chiesa cattolica, ma anche in ambito evangelico e ortodosso. La tavola rotonda, con cui è iniziato il Convegno, si è limitata a evocare tratti generali della realtà catechetica in alcuni Paesi dei vari continenti, intervistando persone del posto. 62 - gen's 3-4/2008 CI TETTI TITTI TITITITITITI CITI TXT CKTC ITI TIC CITTA CI COCO TITO TTI sguardo alla situazione Alcuni flash sulla catechesi nel mondo Uno sguardo di sintesi Tr questi ultimi decenni la catechesi ha certamente risentito del mutamento sempre più generalizzato e accelerato della società. Nei Paesi di lunga tradizione cristiana il decadere del regime di cristianità, la secolarizzazione in ogni ambito della vita, l’oscuramento dei valori etici comuni, hanno fatto sì che non si possa più considerare pacifica la trasmissione della fede attraverso la famiglia e l’ambiente!. «I due grembi generatori della fede non generano più: la famiglia non è più il bagno naturale delle fede cristiana e la società viaggia su altri registri)”. Per quanto riguarda la parrocchia, si è passati da un’appartenenza omogenea, dove quasi tutta la popolazione era praticante, ad un’appartenenza alquanto diversificata, irregolare o problematica. Aumenta il numero di battezzati che non frequentano più la parrocchia e di quelli con una fede poco motivata e una crescente ignoranza religiosa. In tale contesto la catechesi non può più limitarsi ad un’opera di mantenimento (conservare la fede e la pratica cristiana) o di restauro (recuparare la fede), ma è chiamata ad accompagnare la persona dagli inizi del cammino di fede alla crescita nella vita cristiana, orientandola all’incontro vivo con Gesù e con la sua Parola?. Nelle parrocchie non si può più, oggi, iniziare con una catechesi intesa come approfondimento della fede, dato che tanti ragazzi e adulti non posseggono più i germi della fede. L’iniziazione cristiana deve partire dal kerigma, dal primo annuncio* delle verità fondamentali: «Dio è Amore» (cf /Gv 1, 8; 4, 1) ed «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16); Gesù, Amore incarnato, ha portato l’amore sulla terra e ci «ha amati fino alla fine» (cf Gv 13, 14). Si tratta quindi di coniugare il primo annuncio e la catechesi’, poiché, come notava già Tertulliano: «Cristiani non si nasce, ma si diventa»’. Considerando la modalità in cui si è svolta la catechesi in passato numerosi documenti — pag. 9 — sguardo alla situazione ecclesiali” prospettano l’esigenza di un «decisivo salto di qualità nel rinnovamento della catechesi». Tendenze attuali Si propone di passare: — da una catechesi come preparazione ai sacramenti ad un itinerario permanente di maturazione nella fede; — dalla trasmissione prevalente di contenuti dottrinali alla comunicazione di esperienze di fede vissuta; — da una catechesi rivolta solo a fanciulli e ragazzi ad una catechesi che abbracci l’intero arco della vita; — dalla centralità della sola pratica religiosa al primato dell’impegno nella fede; — da una catechesi prevalentemente individuale ad una catechesi di tipo comunitario; — da una catechesi di conservazione ad una catechesi aperta alla dimensione evangelizzatrice e missionaria. È un cammino già iniziato in molti luoghi, ma che occorre percorrere più decisamente. Un apporto vitale alla catechesi è stato offerto in questi ultimi decenni anche dal nuovo soffio dello Spirito nella Chiesa ad opera dei Movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità. Vediamo ora più particolarmente la situazione della catechesi in alcuni Paesi del mondo. Argentina: varietà di forme Partiamo dall’America latina e più precisamente dall’Argentina. Chiediamo a Francesco Ballarini, sacerdote italiano che da anni opera in questo paese, di tracciare un breve quadro della catechesi în questa nazione. Francesco Ballarini: Per presentare sia pur brevemente la situazione della cate- chesi in Argentina ci sembra opportuno riconoscere che essa, nella sua espressione tradizionale e popolare, ha manifestato dei segni evidenti di crisi. Si notano non pochi sintomi di malessere e di insoddisfazione che indicano l’esistenza di problemi molto seri: la crisi del tradizionale processo dell’iniziazione cristiana, le difficoltà nel linguaggio e nel messaggio catechistico, i pochi progressi nella catechesi con gli adulti e l’insufficiente formazione dei catechisti e degli agenti pastorali. È chiaro che stiamo di fronte ad una grave e generalizzata crisi della trasmissione della fede nel tradizionale e privilegiato processo di iniziazione cristiana. Per questo é necessaria una rinnovata disposizione della catechesi per rispondere alle varie sfide che il mondo attuale presenta all’azione evangelizzatrice della Chiesa®. Oggi la catechesi si trova nella ricerca di una nuova identità dovuta anche alla confusa situazione di un sistema catechistico che non riesce a rispondere alle domande di una società profondamente cambiata, in un progressivo indebolimento dell’esperienza comunitaria della fede, frutto di un brulichio delle forme più diverse di esperienze di Dio, in una ricerca sincretica o in forma individuale del così detto “fai da te”. Per ultimo dobbiamo pure segnalare la perdita di credibilità delle istituzioni e la crisi dei processi di socializzazione religiosa. Contemporaneamente a questa presa di coscienza, si è preso atto di alcuni aspetti positivi che lo Spirito Santo ha seminato in America Latina a partire dal dopo Concilio Vaticano II. Si tratta della nascita di nuove forme di comunità: piccole comunità, comunità ecclesiali di base, comunità di movimenti laicali. Come pure dobbiamo notare i notevoli sforzi di inculturazione nelle pratiche di pietà della gente semplice, mediante un rinnovamento della pastorale popolare. È notevole il lavoro pastorale nella catechesi attraverso l’impegno volontario, in tutto il territorio argentino, di moltissimi gen’s 3-4/2008 - 63 — pag. 10 — nes catechisti e il sorgere di vocazioni ai vari ministeri ecclesiali da parte dei laici nell’ambito delle comunità parrocchiali. Un grande contributo ad una nuova catechesi è stato dato dalle molteplici esperienze di catechesi familiare che ha così permesso il delinearsi di un nuovo modo di relazionarsi con tutto il mondo degli adulti. Come pure costatiamo in questo ultimo tempo un aumento della domanda di formazione religiosa e una forte partecipazione dei giovani nell'animazione della catechesi. Chiari ed indiscutibili contributi alla catechesi sono stati dati dalle nuove forme di lettura popolare della Bibbia con una grande creatività. Altri aspetti positivi sono il dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico ed una maggiore sensibilità e attenzione ai temi sociali nella riscoperta della Dottrina sociale della Chiesa. In questi ultimi quarant’anni il movimento catechistico in Argentina, pur incontrando non poche difficoltà nell’attualizzare la catechesi al contesto attuale, ha dato una forte spinta innovativa alla pastorale e alla evangelizzazione. Africa: il ruolo dei catechisti Per l'Africa ci rivolgiamo a Innocent Thibaut Ndoreraho, sacerdote del Burundi, che attualmente studia a Roma. Per due anni è stato insegnante e direttore spirituale di un Istituto per la formazione dei catechisti, poi è diventato parroco. Innocent Ndoreraho: Per parlare della catechesi in Africa mi sembra importante partire dallo sviluppo della Chiesa africana. Alcuni dati statistici sono eloquenti: all’inizio del secolo appena trascorso i cattolici in Africa erano 2.064.270; alla fine del 2003, erano circa 140 milioni. Negli ultimi tre anni sono state create 70 nuove diocesi. Nello stesso periodo 64 - gen’s 3-4/2008 sguardo alla situazione sono costantemente in aumento il numero dei sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e catechisti laici. Questi dati sono significativi perché rivelano come l’azione dello Spirito Santo, attraverso la cooperazione di tanti missionari, del Clero locale e della Chiesa universale, abbia prodotto frutti abbondanti in una Chiesa che, seppur giovane, ha mostrato di possedere grandi valori. Il Sinodo per l'Africa prima e, dopo, l’Esortazione apostolica Ecclesia în Africa (1995), hanno dato e continuano a dare un impulso provvidenziale alla vita pastorale della nostra Chiesa, orientandola a essere veramente “Famiglia di Dio”. Ne è nata una spinta all’evangelizzazione e al rinnovamento dell’intera vita ecclesiale. Un aspetto che dimostra la vivacità della Chiesa africana è soprattutto l’impegno dei laici nel campo della prima evangelizzazione. Si tratta in particolare di catechisti generosi che, seppure con mezzi poveri, costituiscono una forza efficace per l’evangelizzazione in quei territori, dove non sempre si può contare sulla presenza del clero e dei religiosi. In Africa il loro numero è in continuo aumento e numerose diocesi organizzano ottime scuole di formazione per i catechisti. Quale il ruolo e quali le attività che i catechisti svolgono nella parrocchia? Innocent Ndoreraho: I catechisti hanno un ruolo importante nella Chiesa d’Africa con una irradiazione impressionante sull’insieme della comunità, dai bambini agli adulti. La loro presenza è al cuore della vita della Chiesa, particolarmente della parrocchia. Quando ero parroco, la mia parrocchia aveva 35.000 abitanti, tra cui 25.000 cristiani cattolici. La parrocchia aveva dieci stazioni o succursali. Ognuna di esse funzionava come comunità ecclesiale con una chiesetta in mezzo e con attorno le scuole e i locali per il catecumenato. — pag. 11 — sguardo alla situazione E tutto questo era affidato ai catechisti. A noi sacerdoti toccava solo la programmazione e il loro accompagnamento. Questa situazione non è una particolarità della parrocchia dove ero io, ma è una situazione generalizzata in Africa. In alcuni posti, i catechisti sono anche missionari perché lasciano la loro terra per andare dove il vescovo li manda e si trasferiscono con tutta la famiglia. Come attività i catechisti fanno le celebrazioni domenicali della Parola, dove non c’è la Messa o la chiesa parrocchiale è troppo lontana. Per esempio, per raggiungere l’ultima stazione nella mia parrocchia dovevo percorrere sei ore a piedi, perché non c’è una strada per utilizzare la macchina. Andavo lì solo quattro o cinque volte l’anno e tutto il resto era fatto dai catechisti. I catechisti fanno la catechesi anche agli adulti. Il catecumenato dura generalmente quattro anni e i catecumeni fanno la formazione due volte la settimana. I catechisti sono presenti anche nella preparazione di ogni sacramento e in altri servizi. Perciò il loro compito è considerato un ministero molto importante nella Chiesa. Non mancano situazioni di missione ove la maggioranza della gente non è cristiana e lì i catechisti svolgono un’azione che, a volte, è veramente eroica, tanto che alcuni catechisti sono stati uccisi per la loro fede, proprio perché catechisti. Per svolgere questo impegnativo compito i catechisti hanno bisogno di una solida preparazione. Come vengono formati? Innocent Ndoreraho:L’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II Ecclesia în Africa parlando dei catechisti dice: «Il ruolo dei catechisti è stato e rimane determinante nella fondazione e nell’espansione della Chiesa in Africa. Il Sinodo africano del 1995 raccomanda che i catechisti non solo beneficino di una perfetta preparazione iniziale [...], ma continuino anche a ricevere una formazione dottrinale nonché un sostegno morale e spirituale» (n.91). In varie diocesi sono sorti Centri di formazione per catechisti, dove essi si trasferiscono con le loro famiglie per un periodo di alcuni mesi o di un anno. Quando un catechista non solo è preparato culturalmente ma vive proprio da cristiano, il suo ministero porta tanti frutti. In Burundi, alcuni anni fa, i vescovi si sono resi conto che i catechisti avevano bisogno d’una formazione spirituale solida ed hanno chiesto al Movimento dei focolari di fare qualcosa. È stato deciso insieme di inviare ogni mese a tutti i catechisti il foglietto della “Parola di vita” — una frase compiuta della Scrittura da vivere nel quotidiano — per aiutarli a incarnare il Vangelo prima di fare le catechesi. All’inizio la spesa per l’abbonamento era pagato dalla Conferenza episcopale. Ad un certo momento si è capito che bisognava sospendere questa iniziativa per lasciare ai catechisti la possibilità di chiedere “la Parola di vita” individualmente e liberamente, poiché non basta ricevere la Parola di vita, ma bisogna essere interessati a viverla. Quando non ricevevano più la “Parola di vita”, tanti hanno chiesto come potevano fare per continuare a riceverla. Così hanno preso contatto con il focolare e questo rapporto li ha aiutati. Da parroco ho cercato, come potevo, di dare una formazione secondo la spiritualità dell’unità ai catechisti della mia parrocchia; così organizzavo un incontro mensile di tutti i catechisti e il punto centrale era appunto la “Parola di Vita”, perché se loro imparano a vivere il Vangelo, poi nella catechesi non trasmettono solo delle conoscenze, ma una vita nuova. Vivendo la Parola i catechisti diventano veri animatori della comunità e l’aiutano ad essere autentica “famiglia di Dio” ed a trasformare la società secondo il disegno di Dio. gen's 3-4/2008 - 65 — pag. 12 — 10 Corea: l'esperienza del catecumenato Passiamo all’Asia. Sappiamo che, eccetto le Filippine, le Chiese in Asia sono comunità minoritarie in mezzo ad una popolazione seguace di altre religioni e con culture di antica tradizione. In molti Paesi la catechesi è rivolta a cristiani di comunità in diaspora. Per questo varie Chiese dell’Asia hanno creato Corsi di catechesi su siti Web che possono essere più facilmente seguiti da cristiani sparsi in vari punti. Una situazione un po’ particolare è quella della Corea. Ce ne parla Francesco Kwon, parroco nella diocesi di Pusan. Francesco Kwon: La catechesi nella Chiesa coreana è importantissima dato che soltanto il 10 per cento di Coreani sono cattolici, su una popolazione di circa 48 milioni, ma molti sono quelli che chiedono di diventarlo. La strada normale per far maturare la loro conversione è il catechismo. Ogni anno oltre 100 mila catecumeni adulti entrano a fare parte della Chiesa cattolica dopo lunghi impegnativi corsi di catechesi. In ogni nostra parrocchia esiste sempre un corso di catechismo per i catecumeni che desiderano essere battezzati, in genere con 2 o 3 gruppi di catechesi. Il Corso dura di solito per un periodo di 6 mesi. Lo tengono i parroci, i vice parroci, le suore e i catechisti laici che hanno studiato teologia in un istituto apposito. Dopo il battesimo alcuni di questi nuovi cristiani partecipano ancora allo studio della Bibbia insieme a tutta la comunità parrocchiale. Inoltre per ragazzi e giovani già cristiani ci sono corsi appositi di catechesi secondo l’esigenza della loro età. Ogni sabato pomeriggio (raramente la domenica mattina) i giovani vengono in parrocchia per approfondire il catechismo e subito dopo si celebra la santa Messa domenicale. I catechisti per questi giovani sono tutti 66 - gen’s 3-4/2008 sguardo alla situazione laici: studenti universitari oppure insegnanti delle scuole. Come avrete capito, la catechesi è la prima e la più necessaria attività pastorale di ogni parrocchia nella Chiesa coreana. E si notano la freschezza e la vitalità caratteristiche di una comunità giovane in continua crescita. Germania: Chiesa in missione La situazione della catechesi in Europa riflette sostanzialmente quanto detto nella visione sintetica iniziale. Ci soffermiamo qui sulla Germania, paese in cui convivono varie Chiese. Chiediamo a Udo Richardt, corresponsabile del “Movimento parrocchiale” del Movimento dei focolari nel nordest della Germania, di darci anzitutto un quadro del cristianesimo in questo paese. Udo Richardt: Inizio presentando un quadro sulla suddivisione delle diverse comunità religiose in questo paese: alla fede cattolica appartengono circa 25,9 milioni di persone, alle Chiese territoriali evangeliche (Landeskirchen) 25,4 milioni, ad altre comunità religiose 7,67 milioni e circa 23,5 milioni sono senza una confessione o non hanno alcuna classificazione religiosa. Una situazione particolare esiste nella Germania dell’est, l’ex DDR (Repubblica Democratica Tedesca), dove circa 1°80% della popolazione è senza alcuna confessione. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica ci rendiamo conto che c’è stato un notevole cambiamanto durante il corso degli ultimi 30-40 anni. Come si configura la catechesi in questo contesto? Udo Richardt: L’allora presidente della Conferenza Episcopale tedesca, il cardinale Lehmann, in una premessa sul tema Catechesi in un tempo cambiato scriveva: «Se la forma del diventare cristiano e dell’essere cristiano dipende oggi, in modo più chiaro che una volta dalla comprensio- — pag. 13 — sguardo alla situazione ne e decisione personale, allora questo ci conduce ad un particolare profilo catechetico. La testimonianza personale nelle diverse circostanze della vita dovrebbe marcare in modo crescente sia la struttura che la forma della catechesi». Con i mutamenti già menzionati della società, cambia di conseguenza anche la situazione della vita di ciascuno. I sistemi di senso e di valori mettono le persone di fronte a nuovi impegni, mai esercitati prima, e presentano molteplici proposte per formare il proprio stile di vita. Il messaggio cristiano si presenta come una fra le tante possibilità, che si propongono in mezzo ad una quantità di voci, per una vita ragionevole e appagata. All’inizio quest’annuncio della fede cristiana può essere capita in senso negativo, come una delle tante offerte che si possono respingere o accettare. Tuttavia è una buona possibilità per una libera e cosciente decisione di ogni persona. Nell’annuncio della fede, il destinatario deve poter cogliere il perché è bene per lui agire da cristiano nella società, che cosa gli dà personalmente per la sua vita, per la sua morte e cosa può significare questo stile di vita per la società e per la comunità umana. Questo per la Chiesa vuol dire concentrarsi sull’essenziale della fede, sulle convinzioni fondamentali. Non si tratta qui di semplificazione dei contenuti, neanche di una selezione di singoli elementi di fede, ma di far scoprire alle persone il cuore del Vangelo. La catechesi presuppone anche qualcosa che lei stessa non può suscitare. Essa infatti è il servizio della Chiesa per la fede delle persone e delle comunità, grazie all’agire dello Spirito Santo. Richiede una profonda conversione, una autoevangelizzazione della Chiesa, prima ancora di una nuova evangelizzazione del mondo. Una volta si parlava di Chiesa di popolo. La situazione ormai è assai cambiata. Il diventare cristiano ed essere cristiano non si sostengono più tramite l’ambiente in cui si vive. La cosiddetta appartenenza alla Chiesa per nascita, che aveva anche una importanza nella società, quasi non esiste più. Specialmente nell’est della Germania la maggioranza della popolazione a causa del comunismo era atea. I cristiani formavano semmai delle comunità unite dall’emergenza, che vivevano la loro fede di nascosto. Così si può parlare di profonda diversità fra est e ovest. In tanti luoghi la catechesi nelle parrocchie raggiunge ancora numerosi bambini ed adolescenti, prima di tutto nella preparazione per la Comunione e la Cresima; tuttavia il numero degli adulti che si mettono a disposizione per questo servizio della catechesi all’interno della Chiesa sta diminuendo. Entriamo ora in un tempo, nel quale la fede cristiana deve essere tramandata alla generazione susseguente in modo missionario-evangelizzante. Per la mancanza dei protagonisti sociali che un tempo trasmettevano la fede — famiglia, scuola, parrocchia, ambiente sociale— ora occorre la testimonianza missionaria di cristiani attendibili. «La formula magica del neocattolicesimo è essere chiesa missionaria», scrive il dott. Christian Hennecke®. Parlare di una chiesa missionaria non vuol significare solo un cambiamento cosmetico della forma ecclesiale, ma un capovolgimento più radicale. Oggi si sceglie la fede; è un fatto personale. Non è l’ambiente da dove si proviene, l'appartenenza a una famiglia, ad una certa struttura sociale, ad un paese che forma il cristiano, ma l’esperienza di un incontro personale con Dio. La trasmissione si allontana dall’eredità, si muove verso l’offerta e la scelta consapevole. Da ciò risulta una grande incertezza nel trasmettere la propria fede, anche perché molti adulti hanno essi stessi 11 gen's 3-4/2008 - 67 — pag. 14 — 12 bisogno della catechesi per dare atto a tale incarico. Esistono segni e iniziative di rinnovamento della catechesi? Udo Richardt: Nonostante queste difficoltà notiamo in Germania anche degli approcci promettenti per una nuova animazione della catechesi. Si guarda con speranza alle piccole comunità cristiane (kleine christliche Gemeinschaften) come ad un nuovo modo di essere Chiesa. Si lanciano nuove iniziative per coinvolgere i genitori e le scuole nella formazione dei ragazzi e adolescenti (ad es. le cosiddette Kinderkirchentage (convegni della Chiesa per bambini). Si tentano vie nuove per dare la possibilità ai giovani di arrivare all’esperienza di Dio nella comunità. In tante diocesi ci sono persone che, d’accordo col parroco, assumono l’impegno della catechesi per il battesimo, la comunione e la cresima. Si fanno corsi di fede o di spiritualità per adulti; si cura la catechesi negli asili e nelle scuole. Viene proposta anche una catechesi diversificata, così che i partecipanti possono scegliere la propria via. Il cammino catechistico è di diversa durata, e non sempre continuativo. È stato introdotto il catecumenato che offre ad ogni catecumeno la possibilità di avvicinarsi passo passo alla comunità e di diventare così membro attivo di una parrocchia. Italia: progetti di rinnovamento Se l’Europa contemporanea per molti versi dà l'impressione di essere terra postcristiana o, come qualcuno addirittura afferma, “neo-pagana”, anche l’Italia è ampiamente coinvolta in questa nuova situazione e la pastorale della Chiesa ne risente. Chiediamo a Claudia Fassi, corresponsabile del Movimento parrocchiale — dira- 68 - gen's 3-4/2008 sguardo alla situazione mazione del Movimento dei focolari — nella regione della Lombardia: come si situa la catechesi nel contesto della Chiesa în Italia? Claudia Fassi: Penso sia utile offrire anzitutto un quadro generale sulla catechesi nel nostro paese!0. È rilevante il numero dei catechisti laici: sono 145.654 in Italia", in maggioranza donne (80%). La catechesi parrocchiale è rivolta soprattutto ai ragazzi e adolescenti, molto meno ai giovani e agli adulti. I catechisti per i ragazzi rappresentano infatti 1°88%, per i giovani e per gli adulti sono il 12%. La catechesi in molte parti: — è ancora impostata come preparazione ai sacramenti e non come cammino di fede; — è una catechesi tipo lezione come nella scuola; — è una catechesi in cui si presuppone una famiglia e un ambiente cristiano. I catechisti sono in prevalenza anziani (il 60% hanno una età oltre i 40 anni e di essi la maggior parte oltre i 50 anni). I catechisti giovani sotto i 30 anni sono il 17%. Un quadro che presenta varie ombre, ma che non esprime tutta la realtà della catechesi in Italia. Quali sono le proposte e le iniziative della Chiesa italiana per il rinnovamento della catechesi? Claudia Fassi: Negli ultimi decenni c’è stato uno sforzo molto grande da parte della Chiesa in Italia per dare nuovo impulso alla catechesi e per rinnovarla. Basta pensare ai numerosi testi di catechismo preparati con tanta cura dalla CEI per tutte le età. Il vescovo di Brescia, Mons. Giulio Sanguineti, riferendosi alla catechesi dei ragazzi, notava: «Da diversi anni ci stiamo accorgendo che l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (dai 6 ai 14 anni) anche se resiste per quanto riguarda la fre- — pag. 15 — sguardo alla situazione quenza agli incontri di catechismo e l’accesso quasi generalizzato ai sacramenti della Confessione, della prima Comunione e della Cresima, tuttavia, in molti casi, non raggiunge il suo scopo fondamentale, quello di generare cristiani coerenti. In un primo tempo si è pensato che la causa fosse da ricercare nei catechismi poco adeguati e nel metodo non adatto o nei catechisti poco preparati. Oggi dobbiamo ammettere che il problema è molto più ampio ed è essenzialmente legato al fatto che è cambiata la situazione storico-culturale, con le conseguenze createsi delle famiglie e nelle nostre comunità parrocchiali anche sul piano religioso»!?. In varie diocesi si stanno lanciando percorsi di catechesi in cui si dà il primato all’evangelizzazione, si propone una catechesi che introduca gradualmente alla globalità della vita cristiana. Si punta ad una collaborazione intelligente tra l’azione dei catechisti e l’educazione cristiana proposta in famiglia, sostenendo la responsabilità educativa primaria dei genitori. Determinante per la trasmissione della fede. è il modello della comunità cristiana adulta in cui si vive: è lì che le nuove generazioni respirano il clima spirituale e vivono della fede degli adulti". I documenti recenti della CEI sollecitano i parroci a curare la catechesi anche per gli adulti. Non è frequente trovare parrocchie dove si fa una catechesi regolare per loro; in genere è piuttosto sporadica, fatta nei convegni o in momenti occasionali come le missioni popolari. Non mancano nuove forme di catechesi per la formazione cristiana degli adulti come i gruppi famiglia, i centri di ascolto, le comunità ecclesiali di base, i corsi di preparazione al matrimonio. Una forma nuova è stata quella fatta dal card Martini nel Duomo di Milano, ed ora attuata anche in altre diocesi. Più difficile è il campo della catechesi per giovani. Possiamo trovarla sviluppata soprattutto nelle Associazioni e nei Movimenti». Fra i numerosi progetti di rinnovamento può citarne più dettagliatamente qualcuno? Claudia Fassi: Vorrei presentare l’iniziativa della diocesi di Milano sulla Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, la cui sperimentazione è in atto, e quella di Brescia. Altre diocesi italiane hanno lanciato iniziative simili. La diocesi di Milano propone di sperimentare nuovi itinerari di iniziazione cristiana partendo da una “alleanza educativa” tra la comunità cristiana, con i suoi catechisti, e le famiglie dei bambini/ragazzi, come già indicava il Direttorio generale per la catechesi: «Per questo occorre che la comunità presti un’attenzione specialissima ai genitori. Attraverso contatti personali, incontri, corsi e anche mediante una catechesi per adulti diretta ai genitori, sono aiutati ad assumere il compito — oggi particolarmente delicato — di educare alla fede i loro figli»!S. La sperimentazione si rivolge a soggetti appartenenti alla fascia evolutiva 10-14 anni: è quindi un itinerario che presenta una certa durata temporale e che evidenzia come «l’iniziazione sia un vero e proprio cammino di crescita e accompagnamentoys. Due le novità. La prima sta nel cercare di superare il vuoto di attenzione che attualmente si registra in molte comunità tra la celebrazione del battesimo e il tradizionale avvio della catechesi che inizia verso gli otto anni. Questo periodo (1-8 anni) tradizionalmente era lasciato alla famiglia, ma oggi essa spesso non supplisce a questo compito. Inoltre superare il vuoto che a volte passa fra la catechesi dei ragazzi (Ia Comunione) e quella degli adolescenti (Cresima). La seconda novità è l’attenzione grande data alle famiglie dei ragazzi, che vengono coinvolte continuamente nel percorso. 13 gen's 3-4/2008 - 69 — pag. 16 — 14 Il progetto della diocesi di Brescia!” non è semplicemente la proposta di una nuova metodologia catechistica, ma è piuttosto l’appello ad un cambiamento di mentalità, ad un progetto di Chiesa. L’azione di iniziazione alla fede ha come soggetto la comunità cristiana nel suo insieme, e la famiglia come sua componente viva cui spetta un ruolo prezioso e per molti aspetti non sostituibile. La vita della comunità cristiana e quella della famiglia si fanno itinerario di fede e scuola di vita cristiana!5. In una zona c’è stato il tentativo di preparare i genitori a educare i bimbi nei loro primi anni, con incontri fatti nelle case, iniziati tre mesi prima del battesimo dei figli. Preziosa è anche la collaborazione degli insegnanti delle scuole materne cattoliche e delle religiose che collaborano in parrocchia. I catechisti hanno così un ruolo di mediatori nella catena di trasmissione della fede tra la famiglia e la comunità, soprattutto attraverso i rapporti personali. Adolfo Raggio: Sullo sfondo del profondo cambiamento della società e dell’affievolimento, se non della quasi scomparsa di un ambiente cristiano, questa panoramica, per quanto frammentaria e incompleta, è significativa, perché evidenzia tutto un fermento di iniziative e proposte per una catechesi rinnovata. Il nostro convegno «E /a Parola divenne carne — Per una catechesi-vita», intende inserirsi in questa dinamica, offrendo il contributo del carisma dell’unità alla catechesi nel momento attuale. | 1) Cf La catechesi - Editoriale, in “Credere oggi”, dossier n. 53, p. 3. 2) E. Biemmi, Aria di primo annuncio, in “Orientamenti pastorali”, 2/2007, p. 22. 3) Cf ibid.; cf Catechesi tradendae nn. 1 e 5. 4) Nei documenti ecclesiali in Italia si parla di “primo annuncio”, in Francia si preferisce parlare di “proposta di fede” e in Germania di “essenzializzazione” del primo annuncio. 5) È per questo motivo che si sta riprendendo nella Chiesa il catecumenato, rifacendosi ai primi tempi del cristianesimo. 70 - gen's 3-4/2008 sguardo alla situazione 6) “Fiunt non nascuntur cristiani”, cit. in “Devenir adult dans la foi”, Déclarations des évéques de la Belgique, Nouvelle serie, n. 34, Edit. Licap, Bruxelles 2006. 7) Cf Congregazione per il Clero, Direttorio generale per la catechesi, 15 agosto 1997; Conférence des évéques de France, Texte national pour l’orientation de la catechèse en France et principes d'organisation, Paris 2006. 8) Alcuni documenti della Conferenza episcopale argentina che hanno segnato la riflessione e il cammino della catechesi in Argentina: — 1° Congreso catequistico nacional, Buenos Aires, 15-19 de agosto 1962. — Directorio de catequesis nacional, Buenos Aires 1967. — Declaraciòn de San Miguel, Conferencia episcopal argentina, Buenos Aires 1969. — 2° Congreso catequistico nacional, Rosario, 10- 12 de octubre 1987. — Juntos para una evangelizaciòn permanente, Conferencia episcopal argentina, Buenos Aires, 14 de abril 1988. — Lineas pastorales para la nueva evangelizaciòn, Conferencia episcopal argentina, Buenos Aires, 25 de abril 1990. — Navega mar adentro, Conferencia episcopal argentina, Buenos Aires, 31 de mayo 2003. 9) Cf C. Hennecke, Per una pastorale comunitaria missionaria, in C. Hegge (ed.), La Chiesa fiorisce, Città Nuova, Roma 2006, pp. 141-159. 10) Cf G. Moranto - V. Orlando, Catechisti e catechesi all’inizio del terzo millennio. Indagine socio-religiosa nelle diocesi italiane, Elle Di Ci, Leuman (TO), 2004. 11) Cf A.Valle e A. Bobbio, Rinnovamento mancato, in “Jesus” n. 9, settembre 2000. 12) Documento del vescovo di Brescia su ICFR (Iniziazione Cristiana dei Fanciulli e Ragazzi), Brescia 2003. 13) Cf Servizio catechesi della diocesi di Milano. 14) “La comunità cristiana è l’origine, il luogo e la meta della catechesi” (Direttorio Generale della Catechesi, Ed. Vaticana, Roma 1997, p. 257). “La catechesi rischia di ridiventare sterile se una comunità di fede e di vita cristiana non accoglie il catecumeno ad un certo grado della sua catechesi” (Cat. Trad., 24). 15) Servizio Catechesi, diocesi di Milano. 16) D. Tettamanzi, ìn: “Famiglia comunica la tua fede”, Milano 2007. 17) Percorso proposto dall’Ufficio Catechistico Diocesano di Brescia per l’ICFR 2003. 18) Attraverso convegni, assemblee, incontri si è avviata un’opera di sensibilizzazione e di coinvolgimento delle famiglie (i genitori, i fratelli, i nonni) per far capire che il mutato contesto sociale in cui ci troviamo a vivere, esige modalità nuove per proporre la fede ai ragazzi e ai giovani. — pag. 17 — Pt n U E (0) OÙ CC (©) (E de — pag. 18 — 116 Fabio CIARDI omi L'autore, professore al Pontificio Istituto Claretiano, con stile semplice e profondo, fa intravedere il modo con cui Gesù comunicava ai suoi discepoli “la civiltà del Cielo”, senza mai nascondere i sacrifici — a volte eroici — che questa nuova vita esigeva. Ma la Parola era Lui stesso che si donava, per amore e per intero, a tutti e ad ognuno. E sapeva attendere con pazienza che l’altro maturasse in libertà la sua risposta. Gesù fu e rimane il modello per chiunque è chiamato a trasmettere la Parola, dal Papa di Roma al catechista di un paesino sperduto nella foresta. 72 - gen's 3-4/2008 . è ti è è . cescocssssesse fondamenti La catechesi di Gesù uando le guardie del Tempio andarono per arrestare Gesù, rimasero incantate dalle sue parole. Lo ascoltavano che diceva: «Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me» (Gv 7, 38). Le parole fluivano dalla sua bocca come acqua fresca e limpida. Tornarono senza averlo neppure toccato. Ai sommi sacerdoti e ai farisei, che chiedevano loro perché non avessero eseguito gli ordini, risposero: «Mai un uomo parlò come parla quest'uomo» (Gv 7, 46). Come tutti, anche loro erano stati conquistati dalle sue parole. Lo erano soprattutto i suoi discepoli, i quali non indietreggiavano neppure quando non le comprendevano appieno o quando sembravano troppo esigenti: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68). Sì, perché le sue parole possiedono uno spessore e una profondità che le altre parole non hanno, siano esse di filosofi, di politici, di poeti. Le sue sono “parole di vita eterna” perché contengono, esprimono, comunicano la pienezza di quella vita che non ha fine: la vita stessa di Dio. «Le Parole di Gesù! — ha scritto Chiara — Dev’essere stata la sua più grande... arte, se così si può dire. Il Verbo che parla in parole umane: che contenuto, che accento, che voce, che intensità!». I Vangeli descrivono Gesù sempre intento a parlare: ovunque «annunciava la Parola» (Me 2,2). In questa mia breve conversazione non entrerò nel merito dei contenuti: la buona novella che egli è venuto ad annunciare. Mi limito ad accennare, in sette brevi punti, qualche aspetto su come porgeva la sua Parola. 1. Gesù insegna come espressione d'amore Perché Gesù parlava? Perché amava la sua gente. Era il suo modo di donarsi. Il racconto della moltiplicazione dei pani è particolarmente significativo al riguardo. Marco narra che Gesù, «sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché — pag. 19 — fondamenti erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (6, 34). Matteo aggiunge che «guarì i loro malati» (14, 14). Infine moltiplica pani e pesci. La “compassione” per la folla si manifesta in un triplice dono: la Parola, la guarigione, il pane. La Parola di Gesù risana e nutre. Lui stesso aveva sperimentato che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt? 4,4). La sua è una salvezza integrale, che fa rinascere la persona in tutta la sua totalità. Per questo la gente rimaneva colpita dalle sue parole: rispondevano all’anelito più profondo di ciascuno. Egli sapeva “farsi uno” fino in fondo. 2. La tecnica del «farsi uno» “Farsi uno”! L’incarnazione è il primo atto pedagogico di Gesù: entra nel nostro mondo, ci capisce dal di dentro, si fa uno fino ad imparare la nostra lingua. Parla con parole semplici, con parabole tratte dalla vita di ogni giorno. Forse proprio per questo il suo dire ha un fascino tanto particolare. Nei suoi discorsi ci sono fatti e persone della vita del suo popolo, del suo tempo: bambini che giocano sulle piazze, feste di nozze, costruttori di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrotti, portieri e servi, casalinghe e padri premurosi, debitori e creditori, magistrati inerti e vedove indifese, viandanti è briganti, pastori, vignaioli, pescatori... Ci sono monete, tesori nascosti, mense imbandite... Nelle sue parole la natura si muove con tutti i suoi eventi: il sole che sorge, i venti e le tempeste... Vi sono anche piante di ogni specie: canne, fichi, frumento, gigli, olivi, palme, rovi, senape, viti, zizzania... Non mancano gli animali: agnelli e lupi, asini e cammelli, colombe e corvi, galline e pulcini, moscerini e tarli... Attraverso le sue parole così “umane”, Gesù mostra tutto il realismo dell’incarnazione. E entrato veramente nella nostra vita, in questo nostro mondo. L’ha guarda- to con amore e ha saputo trovarvi fatti e parole con cui parlare di Cielo. Ha usato il nostro stesso linguaggio. Aveva anche previsto che tanti, per questo suo modo semplice e schietto di parlare, si sarebbero vergognati delle sue parole (cf Mc 8, 38). Il tentatore voleva indurlo a comportarsi in modo diverso, prospettandogli «una strategia trionfalistica, un falso messianismo fatto di miracoli clamorosi, come trasformare le pietre in pane, gettarsi dall’alto del tempio con la certezza di essere salvato, conquistare il dominio politico di tutte le nazioni. Gesù respinge decisamente la tentazione ... Il suo essere Figlio di Dio si manifesterà non nel possesso, nell’esibizione di potenza e nel dominio, ma nell’umile servizio, nel dono di sé, nella croce» (CEI, La verità vi farà liberi, nn.181-183). Gesù ci offre così un primo insegnamento su come fare catechesi. Essa non si basa sull’eloquenza, sullo sfoggio di erudizione, su tecniche di avanguardia. Essa deve essere piuttosto l’espressione di una incarnazione, di un’estasi d’amore, di un uscire da sé per entrare nel mondo dell’altro, fino a comprenderne le attese, le esigenze e saper rispondere con un linguaggio adatto. 3. Parlare alle folle e alle singole persone Gesù parla alle folle. Il suo primo grande discorso, il cosiddetto “discorso della montagna”, è rivolto a loro: «Gesù, aperta la bocca, insegnava dicendo...» (Mt 5, 2). Nei Vangeli lo troviamo attorniato dalle folle che accorrono a lui: «Accolse le folle — leggiamo nel vangelo di Luca — e si mise a parlar loro del Regno di Dio» (Le 9, 11). Lui stesso «andava attorno per tutta la Galilea insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno...» (Mt 4, 23; cf Me 6, 6). Di sabato lo troviamo sempre nelle sinagoghe a insegnare (cf Me 1, 21.39). 17 gen’s 3-4/2008 - 73 — pag. 20 — v18 Non gli basta l’annuncio fatto una volta soltanto. Ritorna a ripetere il suo insegnamento, a esemplificarlo, a sminuzzarlo. Soprattutto con i suoi discepoli va in profondità: a loro, in privato, «spiegava ogni cosa» (Mc 4, 34). «Avete capito?», usava dire rivolgendosi a loro, e vedendo la loro perplessità ricomincia da capo, con pazienza e amore. Accanto alla catechesi indirizzata a tutti, Gesù è solito anche rivolgersi a tu per tu alla singola persona. Come parla alle folle così si intrattiene in colloqui personali. Il Vangelo di Giovanni ci riporta i dialoghi di luce con Nicodemo (cf Gv 3, 1- 21), con la donna samaritana (cf Gv 4, 1- 26), con il cieco nato (cf Gv 9, 35-39), autentiche catechesi personalizzate. Occorre «farsi uno» con ogni persona. 4. Un insegnamento esigente Il suo farsi uno e l’amore personale che lo guida nel suo parlare, non gli impediscono di essere esigente nella richiesta, proponendo a tutti un cammino “controcorrente”. Non esita a domandare di porgere l’altra guancia, di amare il nemico, di perdonare sempre, di prendere la propria croce ogni giorno... Sa di andare contro la mentalità corrente, sa di chiedere cose difficili. Quando gli fanno presente che il suo linguaggio è troppo duro egli non cerca di attenuarlo. Anzi, vedendo che tanti dei suoi discepoli si tirano indietro e smettono di seguirlo, si rivolge ai Dodici domandando semplicemente se anche loro vogliono andarsene! (cf Gv 6, 68). Mai “addomesticare” la Parola di Dio, mai smussare la lama del suo taglio! 5. I momenti difficili: luoghi privilegiati per insegnare La pedagogia di Gesù sa cogliere proprio nei momenti difficili il luogo più adatto per un insegnamento efficace. 74 - gen's 3-4/2008 fondamenti L’occasione propizia sembra essere addirittura quella del disaccordo e del contrasto tra i suoi discepoli. Ad essi, che per via hanno discusso su chi di loro fosse il più grande, Gesù insegna che «se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9, 35). Alla richiesta da parte di Giacomo e Giovanni di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel regno futuro e alla reazione di indignazione da parte degli altri dieci, Gesù contrappone un modo di agire in netto contrasto con quello dei capi delle nazioni e dei grandi che dominano e hanno il potere: «Fra voi non sia così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10, 43-44). Egli stesso si pone come modello alla comunità, lui che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). A Giovanni che vuole impedire di cacciare i demoni a chi non appartiene alla comunità, egli ricorda che «chi non è contro di noi, è per noi» (Mc 9, 40). All’intolleranza mostrata da Giovanni e Giacomo nei confronti di un villaggio samaritano che non li accoglie, risponde con una dura reazione: «si voltò e li rimproverò», insegnando ad avere il cuore grande (Lc 9, 55). Quando ci sono problemi e difficoltà, proprio allora la Parola di Gesù sembra attecchire in maniera efficace, perché coglie sul vivo la persona. La vita normale d’ogni giorno si rivela come luogo “pedagogico” privilegiato. Gesù è un maestro itinerante: insegna strada facendo, “vita vivendo”. Insegna soprattutto convivendo con i suoi discepoli. Di qui un insegnamento fatto con l’esem- pio. Non possiamo mai scoraggiarci di quello che può apparirci un fallimento nella nostra catechesi. Tutto, anche il negativo, può diventare via per un insegnamento che raggiunge davvero il cuore. Basta condividere fino in fondo ciò che l’altro vive e farsi suo sincero compagno di viaggio. — pag. 21 — fondamenti 6. «Exempla docent» Gesù insegna soprattutto con la vita, con il suo esempio: dice agli altri di fare ciò che egli per primo fa (se osservate i miei comandamenti come io osservo i comandamenti del Padre mio; come io ho amato voi così anche voi amatevi...; io faccio sempre ciò che è gradito al Padre mio; mio cibo è fare la volontà del Padre). Paolo gli farà eco quando dirà: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (/Cor 11, 1). Gli esempi più luminosi sono quelli della preghiera e della lavanda dei piedi. Stando con Gesù i suoi discepoli lo vedono pregare e con semplicità gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare». L’insegnamento di Gesù diventa risposta ad un’esigenza suscitata da una testimonianza di vita. Così Gesù può introdurli nel suo rapporto di amore e di confidenza con il Padre, al quale possono parlare con fiducia (cf Le 11, 1-4). Anche l’ultima grande lezione che il Maestro impartisce alla sua comunità è frutto dell’esempio: lava i piedi: «Se io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13, 14). Ugualmente, per i discepoli annunciare sarà comunicare un’esperienza. «Ciò che noi abbiamo udito, veduto, contemplato, toccato, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (cf /Gv 1, 1-4). Accogliere l’annuncio non è imparare qualcosa che viene insegnato, ma la disponibilità a rivivere l’esperienza comunicata. Di conseguenza la comunicazione del vangelo si risolve necessariamente in una comunione, cioè in un profondo rapporto interpersonale, un incontrarsi di persone concrete che si conoscono, si parlano, si comunicano la loro esperienza di Cristo e giungono così a possedere in comune ciò che per ciascuno è l’incontro con Cristo. Tale azione di testimonianza è associata al dono dello Spirito Santo: «Riceverete forza dallo Spirito Santo su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (A? 1, 8). Pietro potrà dire: «Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5, 32). Assieme agli apostoli si presenta come testimone dell’evento Gesù: «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme» (Az 10, 39). Il vero catechista è colui che si è lasciato trasformare dalla Parola che annuncia. Nel suo mandato missionario Gesù non ha detto: “Andate in tutto il mondo e insegnate quello che vi ho comandato”, ma «insegnate ad osservare quello che vi ho comandato» (M? 28, 20). Oggetto dell’insegnamento è il modo con cui mettere in pratica la Parola. L’apostolo può insegnare come si fa a viverla (“osservare”) a condizione che sia già esperto in quest’arte. 7. Il prezzo del dono Un ultimo aspetto della “catechesi” di Gesù che vorrei mettere in rilievo riguarda la densità della sua Parola. Dire, per Gesù, è dare. Egli parlava, ho detto all’inizio, mosso dall’amore per la sua gente, che vedeva come un gregge sbandato, senza pastore. Ma il suo amore giunge fino a dare la vita per il suo gregge: «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10, 11); «Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine» (Gv 13, 1). La sua vita e il suo insegnamento sono stati un continuo dare, fino al dono estremo: «Questo è il mio Corpo dato per voi.... Questo è il mio Sangue versato per voi...» (Lc 22, 19-20), dove Parola e Eucaristia diventano un unico cibo imbandito su un’unica mensa. Dono che è giunto fino all’abbandono sulla croce. Gesù, che tante volte ha paragonato la predicazione del Vangelo al seme gettato nel campo, ha poi paragonato il suo donarsi al chicco di grano che deve morire per portare frutto. 19 gen's 3-4/2008 - 75 — pag. 22 — Come il Maestro, così il discepolo: deve dare a fondo perduto e saper attendere fiducioso come il seminatore: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 15, 15). E il dono gratuito di sé fatto per amore, la parte chiesta al discepolo per rendere manifesta la vita nuova in Cristo: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (/Gv 3, 16). Occorre essere, in Lui e come Lui, seme che morendo genera vita nuova. Sì, il frutto della Parola donata è la vita, la pienezza della vita nuova, la Chiesa. Essa nasce, ricorda il Concilio Vaticano II, dall’annuncio della Parola. Come dice il suo stesso nome, EXk/esia, essa è l’assemblea dei chiamati, dei convocati dalla 76 - gen’s 3-4/2008 fondamenti Parola: «Il popolo di Dio viene adunato anzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente» (Presbyterorum ordinis, 4). «Predicarono la Parola di verità — scrive sant’ Agostino dei Dodici — e generarono le Chiese» (cf Ad gentes, 1). La famiglia di Gesù è composta da quanti ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica (cf Lc 8, 21). Siamo rinati non da seme corruttibile, ma da uno incorruttibile che è la Parola del Dio vivente (cf 1Pt 1, 23). Abbiamo lo stesso sangue come in una famiglia umana: nelle nostre vene circola il sangue della Parola di Dio. Annunciare la Parola vuol dire contribuire, con Gesù e come Gesù, a edificare l’unità dell’unico popolo di Dio. e | — pag. 23 — fondamenti La catechesi nei documenti della Chiesa D edichiamo questo studio all’approfondimento della catechesi nei documenti della Chiesa. Lo svilupperemo in tre parti: le prime due sono volte ad evidenziare il legame della catechesi con la vita della Chiesa e l’impegno del magistero verso di essa; nella terza, invece, ci addentreremo nello specifico del nostro tema. 1. La catechesi e la vita della Chiesa Gesù risorto prima di tornare al Padre, così si rivolge agli Apostoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc 16, 15-16). Questa consegna di Gesù trova la sua prima concretizzazione il giorno di Pentecoste, quando gli apostoli, pieni di Spirito Santo, escono dal cenacolo e si rivolgono ai pellegrini giudei presenti in Gerusalemme. Tra loro, Pietro prende la parola e con chiarezza annuncia che Gesù è Risorto. Di fronte a questo annuncio, che ha in sé tutta la forza della testimonianza, la gente chiede: cattolica «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Pietro risponde: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo». Quel giorno — racconta l’evangelista Luca - circa 3000 persone ricevettero il battesimo (cf Af 2, 37-41). Questo brano degli Atti degli Apostoli ci consente alcune riflessioni. Con l’evento della Pentecoste ha inizio la Chiesa come la comunità dei battezzati: l’annuncio del Vangelo appare strettamente unito alla chiamata al battesimo. La nascita della Chiesa coincide così con l’inizio dell’evangelizzazione e si può dire che questo è simultaneamente anche l’inizio della catechesi. Infatti, da quel momento, ogni discorso di Pietro, non solo sarà annuncio della Buona Novella, e dunque evangelizzazione, ma avrà anche una funzione di istruzione nel preparare a ricevere il battesimo. Avrà quindi una funzione di catechesi. Una catechesi che, da subito, presenta il carattere della sistematicità. Dei primi cristiani si dice infatti che erano «assidui ARA RL 21 Maria RICCI L'autrice, esperta in teologia e membro della Commissione per l'educazione del Movimento dei focolari, presenta una rassegna interessante dei principali documenti del magistero della Chiesa cattolica in questi ultimi anni sulla catechesi. In essi si nota un invito sempre più pressante a trasmettere il messaggio cristiano in forma vitale, utilizzando tutti i mezzi moderni della comunicazione, ma assicurando nello stesso tempo la testimonianza di vita evangelica dei catechisti e della comunità cristiana. gen's 3-4/2008 - 77 — pag. 24 — v22 nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli». Ed è proprio grazie a questo insegnamento che la prima comunità nasce e si nutre continuamente della Parola di Dio, la celebra nell’Eucaristia e ne dà testimonianza al mondo attraverso l’amore reciproco (cf Ar 2, 42-46). La catechesi appare così, fin dagli inizi, intimamente legata alla vita della Chiesa, della quale ha sostenuto, lungo i secoli, non solo la diffusione, ma soprattutto la crescita interiore, aiutandola a svilupparsi secondo il disegno di Dio?. 2. La catechesi nel magistero della Chiesa: breve excursus storico? Per la Chiesa la catechesi è stata sempre «un dovere sacro e un diritto imprescindibile»'. Verso di essa il magistero non ha mai smesso di esercitare la sua sollecitudine pastorale con molteplici interventi, sia a livello di Chiesa particolare che di Chiesa universale. Non potendo richiamare qui tutta la ricchezza di documenti che hanno guidato la Chiesa nel suo compito di alimentare e far crescere la fede dei credenti nelle diverse epoche della storia, in tutti i continenti e nei contesti sociali più diversi, ci soffermeremo brevemente su quelli più recenti. Come sappiamo, il Concilio Vaticano II non ha riservato alla catechesi un documento apposito. Tuttavia, scorrendo i testi conciliari, si nota in essi una grande ricchezza dottrinale al riguardo, tanto che Paolo VI ha considerato lo stesso Concilio come «il grande catechismo dei tempi moderni». In particolare, nel decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi (Christus Dominus), ritroviamo un paragrafo veramente programmatico per il rinnovamento della catechesi, in cui ne vengono definiti la natura, il fine e i compiti°. Al termine del documento viene proposta la redazione di 78 - gen’s 3-4/2008 fondamenti un Direttorio per l'istruzione catechistica del popolo cristiano’. Più tardi, 1'11 aprile 1971, viene promulgato il Direttorio Generale Catechistico che, per oltre 25 anni, ha orientato le Chiese particolari nel lungo cammino di rinnovamento della catechesi, proponendosi come punto di riferimento sia per i contenuti che per la pedagogia e i metodi da impiegare. Durante il pontificato di Paolo VI che, «con l’intera sua vita (...) ha servito la catechesi della Chiesa in modo particolarmente esemplare»", si sono susseguiti avvenimenti e indicazioni di grande rilievo. Tra questi, la riflessione sulla evangelizzazione nel mondo contemporaneo, iniziata in occasione del Sinodo dei vescovi del 1974, e la promulgazione dell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975), nella quale è presente una rilevante novità: per la prima volta la catechesi è vista come un momento essenziale dell’azione evangelizzatrice della Chiesa. In perfetta continuità con il suo predecessore, Giovanni Paolo Il — il cui magistero ha avuto, tra gli altri, un altissimo valore catechistico —, nell’Esortazione Apostolica Catechesi Tradendae (16.10.1979) ricolloca pienamente la catechesi nel quadro dell’evangelizzazione. Altra tappa importante è stato il Sinodo Straordinario dei vescovi del 1985. In esso i padri sinodali, dopo aver fatto un bilancio dei vent'anni di applicazione del Concilio Vaticano II, hanno proposto l’elaborazione di un catechismo come compendio di tutta la dottrina cattolica — riguardo sia alla fede che alla morale —, adatto alla vita attuale dei cristiani’. Giovanni Paolo II, accogliendo tale proposta, l’11 ottobre 1992 consegna ai vescovi e alle Chiese particolari il Catechismo della Chiesa Cattolica, cui fa seguito una revisione del Direttorio conclusasi nel 1997. L’attuale contesto sociale, poi, caratterizzato da una convivenza crescente con — pag. 25 — fondamenti persone di altre religioni e da un avanzato processo di secolarizzazione, ha evidenziato la necessità di un testo che con chiarezza trasmettesse una sintesi “fedele e sicura” della dottrina cattolica. Viene così redatto il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, che, come «una sorta di vademecum», consente a credenti e non di abbracciare, in uno sguardo di insieme, l’intero panorama della verità cristiana". 3. La catechesi nei documenti della Chiesa Alla luce di questi documenti, vorremmo ora evidenziare alcuni elementi essenziali della catechesi che, mentre ne tracciano l’identità, possono essere di luce e di sprone nello svolgimento del compito dei catechisti. Catechesi ed evangelizzazione L’esortazione apostolica Catechesi Tradendae, dopo aver definito la catechesi come «un’educazione della fede dei fanciulli, dei giovani e degli adulti, (...) al fine di iniziarli alla pienezza della vita cristiana»", ne evidenzia il legame con l’intero processo di evangelizzazione della Chiesa, la cui vocazione primaria è, del resto, «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità e, con il suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa». Tra catechesi ed evangelizzazione esiste uno stretto rapporto di integrazione e di reciproca complementarietà. L’evangelizzazione è una realtà ricca, complessa e dinamica, fatta di momenti essenziali e diversi tra loro, che vanno compresi nel loro insieme. La catechesi costituisce uno di questi momenti”. Essa, infatti, ha come finalità specifica quella di far crescere, a livello di conoscenza e di vita, quella fede germinale suscitata nel credente attraverso il primo annuncio e trasmessa efficacemente mediante il battesimo. Essa, quindi, rappresenta un momento rilevante nell’ambito della formazione cristiana: il momento in cui si struttura la conversione a Cristo, in cui si pongono le fondamenta all’edificio della fede. Ed è perciò definita: «la fase dell’insegnamento e della maturazione, il tempo in cui il cristiano, avendo accettato mediante la fede la persona di Gesù Cristo come il solo Signore ed avendogli dato un’adesione globale mediante una sincera conversione del cuore, si sforza di conoscere meglio questo Gesù, al quale si è abbandonato: conoscere il suo “mistero”, il regno di Dio che egli annuncia, le esigenze e le promesse contenute nel suo messaggio evangelico, le vie che egli ha tracciato per chiunque lo voglia seguire». I compiti della catechesi Riprendendo tali principi, il Direttorio" delinea ampiamente i compiti fondamentali della catechesi, definendoli tutti necessari e strettamente interconnessi. — Essa deve innanzitutto favorire la conoscenza della fede, creando una menta- lità di fede. È naturale, infatti, che chi ha incontrato Gesù desideri conoscerlo il più possibile, e la catechesi deve aiutare a comprendere progressivamente tutta la verità del disegno di Dio che ci è stato rivelato in Gesù, attraverso la conoscenza della Sacra Scrittura e della Tradizione della Chiesa. Da qui la necessità — ribadita nei vari documenti — di una catechesi organica e sistematica, che si svolga secondo un programma preciso. — Ma, come sappiamo, il cristianesimo è inseparabilmente dottrina e vita. Dunque la catechesi non può essere solo trasmissione di conoscenze. Deve piuttosto diventare luogo privilegiato di una esperienza di crescita e di maturazione nella vita cristiana. 23 gen's 3-4/2008 - 79 — pag. 26 — Mad La rivelazione di Dio come Amore, attraverso la penetrazione del mistero di Cristo, non è dunque mai isolata dalla vita, ma illumina il senso ultimo dell’esistenza Attraverso la catechesi il battezzato viene perciò educato a vivere di fede, a dire cioè il suo ‘sì’ a Gesù. Questo implica una conversione, che significa adesione piena e sincera alla Sua persona e decisione di camminare alla Sua sequela. È farsi discepolo di Gesù. È fare l’esperienza della vita nuova della grazia. La catechesi aiuta quindi il cristiano a vivere da uomo nuovo, ad essere cioè «un altro Gesù» che significa pensare come lui, giudicare come lui, vivere come lui è vissuto!. E questo naturalmente un cammino che dura tutta la vita e conduce alla «pienezza della vita cristiana». — La comunione con Gesù, inoltre, porta a celebrare la sua presenza salvifica nei sacramenti e in particolare nell’Eucaristia. La catechesi deve quindi aprire il credente ad una vita liturgica e sacramentale piena, consapevole e attiva. — Un ulteriore compito della catechesi è promuovere la vita di preghiera: dimensione questa che tanto affascina l’uomo contemporaneo. A tali compiti, che corrispondono ai momenti classici di ogni catechesi: conoscere, celebrare, agire, pregare, il Direttorio aggiunge altre due finalità di innegabile rilevanza per l’identità cristiana oggi. — «La vita cristiana in comunità — afferma — non si improvvisa e bisogna educare con cura ad essa». La catechesi dunque deve educare alla vita comunitaria. E per attuare questo suo compito, sull’esempio di Gesù, essa deve favorire: «lo spirito di semplicità e di umiltà, la sollecitudine per i più piccoli, l’attenzione speciale verso coloro che si sono allontanati, la correzione fraterna, la preghiera in comune, il mutuo perdono»', deve, cioè, 80 - gen's 3-4/2008 fondamenti favorire quell’amore reciproco che concretizza e unifica tutti questi atteggiamenti. — La catechesi, infine, ha il compito di aiutare i credenti a testimoniare con la vita il loro essere cristiani nella società, nella vita professionale, culturale e sociale, ad essere cioè testimoni di quella novità di vita che Gesù ha portato. Catechizzare, quindi, significa promuovere una formazione cristiana integrale, aperta a tutti gli ambiti della vita cristiana: professione di fede, partecipazione ai sacramenti, vita morale, preghiera, vita comunitaria, testimonianza". Ceritro della catechesi: Gesù Ed è proprio attraverso l’attuazione di questi compiti che la catechesi consegue la sua finalità ultima: condurre il credente all’incontro personale e vitale con Cristo. «Lo scopo definitivo della catechesi — si legge nella Catechesi Tradendae — è di mettere qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo)? All’inizio dell’esistenza cristiana, dunque, c’è un incontro: «l’incontro con una Persona» che, come afferma Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, «dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»?!. È, infatti, nell’incontro personale con Gesù e nell’adesione piena a Lui che l’uomo vede colmate tutte le sue aspirazioni più profonde, trova ciò che da sempre ha cercato e lo trova in modo sovrabbondante?, Compito fondamentale della catechesi è allora presentare Cristo. Tutto il resto viene fatto in riferimento a Lui. È Lui la via che introduce nel mistero intimo di Dio, nella vita stessa della Trinità e, nello stesso tempo, è Lui che rivela all’uomo la sua vera identità. Gesù è quindi il centro della catechesi e ciò in duplice senso: è Gesù che viene insegnato — Gesù nel Suo mistero di incar- — pag. 27 — fondamenti nazione, morte e risurrezione —, ed è Gesù che insegna, è Lui l’unico Maestro, ed è la sua dottrina che deve essere trasmessa. Da questo si deduce che la costante preoccupazione di ogni catechista deve essere quella di lasciar passare, attraverso il proprio insegnamento e la propria vita, la dottrina e la vita di Gesù, essere cioè un “suo portavoce” consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua. «Ogni catechista — afferma la Catechesi Tradendae — dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”) (Gv 7, 16). È solo nella comunione con Gesù che i catechisti possono trovare quella luce e quella forza necessarie per svolgere il loro compito con sempre rinnovato impegno. È a Lui che essi devono guardare come proprio modello e alla Sua scuola lasciarsi formare. Gesù è stato un instancabile Maestro dei suoi discepoli e insieme un amico paziente e fedele. Nei loro confronti ha esercitato, attraverso tutta la sua vita e il suo stesso essere, un reale insegnamento ed essi hanno fatto l’esperienza diretta dei tratti fondamentali della sua “pedagogia”, tratti che il Direttorio sintetizza così: — l’accoglienza dell’altro, in particolare il povero, il piccolo, il peccatore, come persona amata e cercata da Dio; — l’annuncio genuino della Buona Novella; — l’amore delicato e, nello stesso tempo, forte che libera dal male e promuove la Vita; — l’invito pressante ad una condotta sostenuta dalla fede in Dio, dalla speranza nel Regno e dalla carità verso il prossimo; — l’impiego di tutte le risorse della comunicazione interpersonale: la parola, il silenzio, la metafora, l’immagine, l’esempio, ecc.; — l’invito a seguirLo in modo totalitario”. La pedagogia di Gesù così descritta è oggi più che mai attuale. Infatti il mondo secolarizzato, stanco di molte parole e più sensibile alla testimonianza personale, sembra essere particolarmente attento al linguaggio dell’amore, dell’accoglienza e della solidarietà. E la catechesi, oggi più che mai, non può non tener conto di tali istanze”. Fonte della catechesi: la Parola di Dio Come l’evangelizzazione, anche la catechesi ha un’unica fonte a cui attingere il contenuto del suo messaggio: la Parola di Dio, trasmessa nella Tradizione e nella Sacra Scrittura?9. Quest’unica fonte giunge a noi attraverso molteplici vie, che costituiscono altrettante “fonti” per la catechesi. La Parola di Dio, infatti, è meditata e compresa sempre più profondamente per mezzo della fede del popolo cristiano, sotto la guida del magistero che la insegna; è celebrata nella liturgia; risplende nella vita della Chiesa, soprattutto attraverso la testimonianza dei cristiani e in modo particolare dei santi; viene approfondita nella ricerca teologica, che aiuta i credenti a penetrare sempre più profondamente nei misteri della fede; si manifesta in quei valori religiosi e morali che sono come “semi della Parola” presenti nella società umana e nelle diverse culture”. La catechesi, quindi, attingendo ad essa, si nutre e vive di tutta la vita della Chiesa e contiene e trasmette la fede di tutto il popolo di Dio lungo il corso della storia. Nel comunicare il suo messaggio, essa è chiamata a portare la forza del Vangelo nel cuore della cultura e delle culture, arricchendole dei valori evangelici. È chiamata cioè a raggiungere gli uomini nella loro realtà concreta, in modo vitale e profondo?, rivelando loro tutta la potenza trasformatrice della Parola vissuta. 25 gen's 3-4/2008 - 81 — pag. 28 — 126 Infatti, «Il Vangelo, scrive Papa Benedetto XVI, non è soltanto comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita»y??. Nell’educare alla fede, inoltre, la catechesi deve adottare metodi e linguaggi adatti ai destinatari e all'ambiente nel quale si svolge, come segno della sua vitalità e della sua ricchezza. Questa inculturazione della fede è un processo profondo, globale, che deve avvenire con gradualità e che vede coinvolta l’intera comunità cristiana”. Perché esso sia fruttuoso occorre aver presenti alcuni criteri fondamentali. — Innanzitutto, salvaguardare l’integrità e l’autenticità del messaggio trasmesso, perché «colui che diventa discepolo ha il diritto di ricevere la “Parola della fede” non mutilata, né falsificata, né diminuita, ma completa e integrale»?". — È necessaria, poi, una capacità di discernimento: saper cioè assumere dalle diverse culture tutte quelle ricchezze che sono compatibili con la fede e, nello stesso tempo, aiutare a sanare e trasformare quei modi di pensare o stili di vita che non sono conformi al Vangelo”. Soggetto della catechesi: la comunità cristiana Vogliamo ora soffermarci sulla comunità cristiana quale “soggetto della catechesi” per comprendere più a fondo il ruolo che essa ha nella formazione alla fede. Leggiamo ancora nel Direttorio: «La catechesi è un atto essenzialmente ecclesiale. Il vero soggetto della catechesi è la Chiesa che, continuatrice della missione di Gesù Maestro e animata dallo Spirito Santo, è stata inviata per essere maestra di fede». La Chiesa attualizza nella storia questa sua missione mediante e nella comunità cristiana, in particolare attraverso quelle 82 - gen's 3-4/2008 fondamenti molteplici realtà che la compongono e l’arricchiscono quali la famiglia, la parrocchia, le associazioni e i movimenti, le comunità ecclesiali di base, ecc., realtà che costituiscono i “luoghi” della catechesi, in cui «i cristiani nascono alla fede, si educano ad essa e la vivono». Possiamo quindi dire che, nella catechesi, è la Chiesa intera che si fa presente in ogni comunità cristiana e ciascuna comunità connota «con tratti originali» l’unica catechesi ecclesiale”. Essendo la catechesi il processo di trasmissione del Vangelo, così come la Chiesa lo ha ricevuto, lo custodisce, lo celebra e lo vive, tra catechesi e comunità cristiana intercorrono legami profondi. «Soltanto una comunità vera — afferma Paolo VI —, che sappia dare testimonianza della propria fede, celebrandola con gioiosa convinzione nella liturgia ed esprimendola con coerenza coraggiosa nelle scelte concrete del vissuto quotidiano, può fare opera efficace di catechesi e creare le condizioni adatte al manifestarsi dei diversi carismi e ... al fiorire delle [diverse] vocazioni (...)»" . Ogni comunità cristiana, quindi, in quanto luogo della testimonianza vissuta, costituisce l’ambiente congeniale a quella formazione cristiana integrale che trova nella catechesi un momento privilegiato. Nello stesso tempo, la catechesi, in quanto azione ecclesiale, è volta ad alimentare la comunione, ad edificare e far crescere la Chiesa, mediante l’inserimento maturo e responsabile del credente nella vita della comunità cristiana e generando in lui la coscienza di appartenere ad una comunità più grande che non ha limiti né di spazio né di tempo. La catechesi deve perciò partire dalla comunione ecclesiale e ad essa tendere. Da qui la necessità di promuovere un'autentica ecclesiologia di comunione 0, meglio, quella spiritualità di comunione, che Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte propone a tutta la Chiesa, — pag. 29 — fondamenti «facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano», una spiritualità cioè capace di fare della Chiesa e di ogni comunità cristiana «la casa e la scuola della comunione». Carattere ecumenico della catechesi e sua apertura al dialogo interreligioso E adesso qualche breve cenno all’apertura ecumenica e al dialogo interreligioso. La Catechesi Tradendae, dopo aver affermato che la catechesi non può essere estranea a quel cammino verso l’unità dei cristiani intrapreso dalla Chiesa cattolica a partire dal Concilio Vaticano II, spiega cosa significa per la catechesi stessa avere una dimensione ecumenica: — anzitutto esporre con chiarezza tutta la dottrina della Chiesa cattolica, con un sincero rispetto verso le altre Chiese cristiane — poi favorire la conoscenza delle altre confessioni, evidenziando tutto ciò che abbiamo in comune — infine suscitare ed alimentare un vero desiderio dell’unità. In situazioni di pluralità religiosa si prevede, inoltre, la possibilità di collaborazione ecumenica nella catechesi”. Riguardo, poi, al dialogo interreligioso, che è parte della missione evangelizzatrice della Chiesa, viene sottolineata l’importanza per la catechesi di formare i credenti ad esso, mostrando loro il legame della Chiesa cattolica con le altre religioni, grazie a quei “semi del Verbo”, che Dio ha deposto in esse, a quei raggi della Verità che illumina tutti gli uomini che sono presenti nelle persone e nelle tradizioni religiose dell’umanità. Conclusione Se la catechesi è sempre stata un dovere fondamentale della chiesa, oggi possiamo dire che lo è in modo del tutto partico- lare. Infatti, di fronte alle sfide di un mondo secolarizzato, ma che ha pur sempre una nostalgia delle cose di Dio, i credenti sono chiamati ad approfondire maggiormente la loro fede, a darne ragione con convinzione. La catechesi ha proprio il compito di rafforzare i credenti nella loro identità, consolidando, nutrendo e rendendo sempre più matura la loro fede, perché essi possano veramente essere “luce” e “sale” (cf Mt 5, 13-16) per l’umanità. E proprio per questo motivo essa «dovrebbe accompagnare tutta la vita del cristiano, in conformità alle diverse tappe di quella strada che è la vita, ai diversi compiti e impegni, alle molteplici situazioni attraverso cui tale strada si snoda. Si tratta — come auspicava Giovanni Paolo II — di far sì che la “Parola che esce dalla bocca di Dio” (cf Mt 4, 4) raggiunga costantemente l’uomo e “non rimanga senza effetto” (cf Is 55, 11), ma si riveli costantemente feconda nei vari aspetti della vita umana»?. de | 1) Giovanni Paolo II, Udienza generale, 5 dicembre 1984, in “La Traccia” 1984/11, p. 1383. 2) Cf Catechesi tradendae, n. 13: EV 6,1790. 3) Cf Congregazione per il Clero, Direttorio generale per la catechesi (DGC), Città del Vaticano 1997, pp. 11-19. 4) CT n. 14: EV 6, 1791. 5) Cf CT n. 2: EV 6, 1766. 6) Cf Christus Dominus (CD), n. 14: EV 1, 602-603. 7) Cf CD n. 44: EV 1, 701. 8) Cf CT n. 2: EV 6, 1766. 9) Cf Relatio finalis, Il B 4: EV9, 1797. 10) Cf Benedetto XVI, Motu Proprio, in Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, Libreria Ed. Vaticana — Ed. San Paolo 2005, p. 3. 11) CT n. 18: EV 6, 1799. 12) Evangelii Nuntiandi (EN), n. 18: EV 5, 1610. 13) Cf CT n. 18: EV n. 6, 1801. 14) CT n. 20: EV n. 6, 1806. 15) Cf DGC nn. 85-86: EV 16, 848-856. 16) Cf CT n. 22: EV 6, 1814. 17) Cf DGC n. 53: EV 16, 804. 18) Cf DGC n. 86: EV 16, 853. 19) Cf CT n. 21b: EV 6, 1809. 20) CT n. S: EV 6, 1773; cf Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) n. 426. 27 gen's 3-4/2008 - 83 — pag. 30 — p28 21) Deus Caritas Est, n. 1, in “La Traccia” 2006/1, p. TB 22) Cf AG n.13: EV 1, 1117. «La vita nel senso vero — afferma Benedetto XVI nella sua seconda enciclica Spe Salvi — (...) è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora “viviamo”». (n. 27, in “La Traccia” 2007/11, p. 1369). 23) Cf CT n. 6: EV 6, 1774. 24) Cf DGC n. 140: EV 16, 962. 25) Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Consiglio per la Catechesi, 28.9.90, in “La Traccia” 1990/9, p. 1044. 26) Cf CT n. 27: EV 6, 1825. 27) C£ DGC nn. 95-96: EV 16, 877-878. 28) Cf EN n. 20: EV 5, 1612. fondamenti 29) Spe Salvi n. 2, in “La Traccia” 2007/11, p. 1353. 30) Cf Redemptoris Missio n. 52: EV 12, 651-652. 31) CT n. 30: EV 6, 1838. 32) C£ DGC n. 109: EV 16, 908. 33) Cf DGC n. 78: EV 16, 840. 34) Cf DGC n. 254: EV 16,1088. Vi si legge inoltre: «La catechesi è sempre la stessa. Ma questi “luoghi” di catechizzazione, la connotano, ognuno con tratti originali». 35) Paolo VI, Udienza generale, 5 aprile 1978, in www.vatican.va. 36) NMI n. 43. 37) Cf CT nn. 32-33: EV 6, 1840-1848. 38) Cf NA n. 2: EV 1, 857. 39) Udienza generale, 19 dicembre 1984, in “La Traccia” 1984/11, p. 1429. Catechesi e Sacra Scrittura Li catechesi deve preferibilmente avere le sue radici nella Rivelazione cristiana. Deve prendere come modello la pedagogia di Gesù nel cammino di Emmaus. Sulla strada di Emmaus, Gesù apre il cuore dei discepoli all’intelligenza delle Scritture (cf Le 24, 27). Il suo procedere mostra che la catechesi che affonda le sue radici nella Rivelazione cristiana suppone la spiegazione delle Scritture. Esso ci invita anche a raggiungere gli uomini di oggi per trasmettere loro il Vangelo della salvezza: — ai bambini più piccoli con un’attenzione particolare; — a quelli che hanno bisogno di una formazione più approfondita radicata nelle Scritture; — ai catecumeni che è necessario accompagnare nel loro cammino, mostrando loro il piano di Dio attraverso la lettura della Sacra Scrittura, preparandoli a incontrare il Signore nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, a impegnarsi nella comunità e a essere missionari. Il catecumenato prebattesimale va seguito da una mistagogia post-battesimale, una formazione continuata in cui la Sacra Scrittura e il Catechismo della Chiesa cattolica devono occupare il posto centrale. Proposizione 23 del Sinodo dei vescovi sulla Parola (ottobre 2008) 84 - gen's 3-4/2008 — pag. 31 — fondamenti La catechesi alla luce del carisma dell'unità pere di addentrarci nel cuore del nostro tema, ci sembra opportuno esaminare quali problematiche caratterizzano il mondo di oggi per poter meglio evidenziare il ruolo che la catechesi, illuminata dal carisma dell’unità, è chiamata a svolgere in questo contesto. L'ambiente in cui viviamo «Il tempo che stiamo vivendo — è Giovanni Paolo Il ad offrirne questa efficace descrizione —, con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d’animo. (...) Molti non riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell’esperienza quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiana viene continuamente sfidato e minacciato. (...) Si assiste a una diffusa frammentazione dell’esistenza; prevale una sensazione di solitudine; si moltiplicano le divisioni e le contrapposizioni. (...) La globalizzazione, invece di indirizzare verso una più grande unità del genere umano, rischia di seguire una logica che emargina i più deboli e accresce il numero dei poveri della terra. (...) Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo». L’attuale magistero pontificio, facendo propria questa analisi della situazione del mondo contemporaneo, ne mette a fuoco, in modo particolare, il suo diffuso relativismo. Si tratta — come è noto — del fenomeno che domina ogni settore della cultura e della vita, fino al punto di esercitare una specie di “dittatura”? sul pensiero, nelle sue molteplici valenze: filosofico, storico, scientifico, sociale e — non ultimo, o meglio onnicomprensivo delle precedenti — religioso. Alle radici di tale fenomeno c’è la negazione di ogni forma ‘di trascendenza. Si nega cioè anzitutto l’esistenza di Dio come creatore dell’uomo, dell’universo e di una legge morale. Si nega, inoltre, una 29 Alba SGARIGLIA L'autrice, membro del Centro internazionale e interdisciplinare di studio del Movimento dei focolari, partendo dalla situazione del mondo d'oggi, si sofferma sul contributo all’azione catechetica da parte del Movimento, che sin dall'inizio ha riscoperto il valore della Parola vissuta e comunicata. Emerge la profonda consonanza tra l’esperienza evangelizzatrice del Movimento e quanto la Chiesa chiede oggi a chi ha il compito di aprire alle nuove generazioni la via dell’incontro personale con Cristo con una catechesi che trasformi la vita. gen's 3-4/2008 - 85 — pag. 32 — 730 verità trascendente e assoluta alla quale l’intelligenza umana debba adeguarsi. Nel campo dell’agire, poi, si nega un bene assoluto a cui aderire con la volontà e poi tradurre nella pratica della vita. Alla base di ogni forma di relativismo vi è quindi — possiamo dire — la negazione di un Essere assoluto in sé e per sé e di conseguenza l’assolutizzazione dell’uomo. L’assoluto cioè non è più Dio, ma l’uomo che vive in un mondo e in una storia in perenne mutamento. In un contesto culturale come questo, in cui l’uomo è ritenuto come norma unica di riferimento e di comprensione del mondo, ogni credente si trova ad affrontare numerose problematiche che riguardano la sua crescita nella fede e lo costringono ad interrogarsi costantemente sulla sua identità cristiana, fondata e plasmata sull’evento Cristo. Uno dei gravi rischi, infatti, in cui si può incorrere è considerare la rivelazione di Dio in Gesù Cristo come un evento tra gli eventi, e non come un evento di salvezza assoluto, nuovo ed unico, che come tale trascende la storia e la stessa realtà umana. È in un contesto sociale secolarizzato come questo che il credente si trova a vivere: un contesto articolato non più attorno a valori radicati in una solida tradizione cristiana, ma piuttosto attorno a punti di riferimento che pongono l’accento sul soggetto, sulla sua libertà di scegliere se accedere alla fede o meno, e magari di operare tale scelta individualmente, sempre più da adulto, in età matura. Inoltre il credente è chiamato a misurarsi quotidianamente con molteplici universi culturali e visioni della vita legati al mondo globalizzato in cui è immerso. E ciò spesso mette in crisi la sua identità cristiana. Dare le ragioni della nostra fede Dunque, di fronte a questi innumerevoli “venti di dottrina” che travolgono la barca del cristiano di oggi — come dice 86 - gen's 3-4/2008 fondamenti Papa Benedetto XV —, più che mai forte e urgente si fa l’esigenza di mettere a fuoco la propria identità spirituale e di manifestare al mondo le ragioni della speranza che la fede cristiana racchiude in sé (cf Pt 3, 15) e che sono valide per ogni essere umano. Da qui l’esigenza di testimoniare, con sempre maggiore chiarezza, tutto il valore della visione cristiana dell’uomo e del mondo, di mettere in luce la credibilità della fede attraverso un impegno culturale e sociale fortemente visibile e propositivo. Da qui la forte necessità di ripuntare sul carattere sia interpersonale che comunitario della fede, di evidenziare cioè l’importanza di aprirsi anzitutto alla Persona in cui si crede: a Cristo, alla sua vita, al suo pensiero, alla sua parola; e di conseguenza di aprirsi alla comunità ecclesiale, a quel “noi ecclesiale” solo all’interno del quale la fede cristiana può vivere, progredire e svilupparsi. Sono questi, a parer nostro, gli obiettivi più urgenti e fondamentali per la catechesi del nostro tempo. Essa riteniamo debba impegnarsi sempre più verso uno sviluppo della fede dei credenti secondo tali esigenze. Ma come può la catechesi del terzo millennio rispondere al meglio a tali emergenti obiettivi? Quali contenuti e quali metodi privilegiare? E in che senso il carisma dell’unità indica una via percorribile a tali scopi? Cosa vuol dire fare catechesi? Come è noto il termine prende origine dal verbo greco catecheo che significa: riferire, comunicare, informare su qualcosa; o, ancora, istruire, impartire un’istruzione a qualcuno... Tra i vari significati, particolarmente suggestivo ci sembra quello contenuto nell’accezione originaria del termine che può essere così tradotto: risuonare dall’alto in basso provocando l’eco. Per catechesi si — pag. 33 — fondamenti intenderebbe cioè il riecheggiamento di una dottrina che viene da molto lontano. Ovvero: la fedeltà ad eventi, parole e insegnamenti che non è lecito alterare. Ovvero ancora: il fedele riecheggiamento di quella voce primordiale di Cristo e dei suoi primi annunciatori, gli Apostoli. Ed è proprio da questo significato originario del termine catechesi che prende spunto la nostra riflessione: riecheggiare fedelmente la voce di Gesù, la sua parola, la sua vita, i suoi insegnamenti, per suscitare una risposta altrettanto fedele, genuina, autentica, in coloro ai quali essa è rivolta. Questa finalità così espressa sembra essere in particolare consonanza con il carisma dell’unità, con quella speciale pedagogia adottata dallo Spirito Santo, attraverso un suo dono, per annunciare a Chiara Lubich e a quanti l’hanno seguita, un Ideale destinato nel nostro tempo a vivificare il messaggio cristiano fino a raggiungere, in breve, persone appartenenti a culture e lingue le più varie. La spiritualità dell'unità e la catechesi Cerchiamo quindi di ripercorrere alcune tappe fondamentali della spiritualità dell’unità evidenziando quella luce che da esse promana e che è appunto particolarmente significativa per la catechesi del nostro tempo. Uno degli obiettivi primari della catechesi è senza dubbio la riscoperta del nucleo centrale della fede cristiana. Tale nucleo ci viene ampiamente esplicitato da Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica: Deus caritas est. Dio è Amore L’amore è l’essere del Dio cristiano, il suo nome, la sua vera natura. Questa fondamentale scoperta, che Dio è Amore, è — come sappiamo — all’origine del nostro incontro con Cristo, incontro avvenuto per tutti noi, membri del Movimento dei focolari, attraverso l’Ideale. E stato incontrare una luce che ci ha attirati, coinvolti nel cuore e nella mente, ed ha trasformato la nostra vita operando una sorta di conversione. Ci ha aiutato a scoprire non più un Dio lontano, inaccessibile, ma vicino, paterno, presente dappertutto con il suo amore puntuale e tangibile e che ci invita a credere e a rispondere col nostro amore al suo amore (cf /Gv 4, 16). L’amore si è manifestato così anche come il senso più vero della nostra esistenza umana, come il nostro unico destino. Scrive Chiara: «Egli c’è sempre e ci spiega che tutto è amore: ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che siamo figli suoi ed Egli ci è Padre; che nulla sfugge al suo amore, nemmeno gli errori commessi; che il suo amore avvolge i cristiani come noi, la Chiesa, il mondo, l’universo»*. Dunque, se il primo compito richiesto alla catechesi è ricentrare il messaggio cristiano, ci sembra che il primo contenuto da esplicitare in un itinerario catechistico alla luce del carisma dell’unità non possa prescindere da questo punto della nostra spiritualità: Dio Amore. Tema che va sviluppato — crediamo — anzitutto partendo dalla propria personale esperienza, secondo quella metodologia vitale che caratterizza la nostra vita e che sappiamo essere senz'altro la più efficace. Se, infatti, vi è una priorità che emerge in modo rilevante dalla spiritualità del Movimento è proprio quella di essere fedeli testimoni di quanto si annuncia, di quanto si insegna. Essere testimoni Dunque ai catechisti viene chiesto innanzitutto di vivere con totalitarietà la propria vita cristiana, a partire dalla scelta di Dio scoperto come Amore. A questa priorità sollecita il Papa in un suo recente discorso: 31 gen's 3-4/2008 - 87 — pag. 34 — «Riguardo ai catechisti e agli animatori delle comunità — egli afferma —, è opportuno ricordare l’esigenza di accompagnare la trasmissione della retta dottrina con la testimonianza personale, con il fermo impegno di vivere secondo i mandati del Signore e con l’esperienza viva di essere membri fedeli e attivi della Chiesa. In effetti, questo esempio di vita è necessario affinché la loro istruzione non si riduca a una mera trasmissione di conoscenze storiche sui misteri di Dio, ma conduca ad adottare uno stile di vita cristiano». Ma per essere prima testimoni e poi maestri è necessario guardare a Colui che nella sua vita ha fatto dell’amore l’unico scopo: Gesù. Nella sua vita, infatti, Egli ha incarnato la sua dottrina rendendosi, in tal modo, più credibile di ogni altro maestro. Ne consegue allora che lo scopo fondamentale della catechesi è condurre alla conoscenza del mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, e alla conoscenza della sua opera, pieno svelamento dell’amore del Padre per l’umanità intera. Una conoscenza che deve farsi incontro personale con Lui (cf EN 25-28). È Gesù, infatti, il “luogo” in cui, in modo unico, il mistero di Dio e il senso dell’uomo si incontrano. E il “luogo” in cui si rivela e si dona in pienezza l’amore del Padre e dello Spirito e, al tempo stesso, vi è svelata in pienezza l’altissima vocazione dell’uomo, il senso fondamentale del suo esistere, il disegno d’amore tracciato da Dio fin dall’inizio su di lui (cf GS 22). In Gesù ogni uomo trova risposta ad ogni sua domanda; in Lui trova la via che lo conduce ad una totale novità di vita. In tal senso si fa imprescindibile, accanto all’insegnamento della dottrina sul mistero di Cristo, la riflessione sulla vita di fede ad essa conseguente: avendo conosciuto Gesù, fare di Lui il proprio modello di vita. Di più: diventare come Lui, essere altri Lui per portare nel mondo con slancio rinnovato (cf NMI 29) questa novità di 88 - gen’s 3-4/2008 fondamenti vita, facendo proprio il suo modo di agire, di pensare, di volere. «Gesù — scrive Chiara — è la Vita, la Vita completa. È 1’Uomo, l’uomo perfetto, che riassume in sé tutti gli uomini e ogni verità e spinta che essi possono sentire per elevarsi al proprio posto. E chi ha trovato questo uomo ha trovato la soluzione ad ogni problema umano e divino»*. Vivere la Parola Per attuare ciò è necessario conoscere bene l’intero messaggio di Gesù, occorre cioè conoscere e soprattutto vivere la sua Parola, nutrirsi di essa, rievangelizzare radicalmente il proprio essere e il proprio agire, fino a fare emergere in sé l’“uomo nuovo” (cf Ef4, 24) che nasce in quanti si pongono alla sua sequela. La Parola, se vissuta, opera davvero in noi una trasformazione profonda e si fa “luogo” di incontro con Gesù. Così Chiara scrive: «Noi possiamo essere, se viviamo la Parola, se siamo la Parola viva. Le Parole di Gesù, infatti, non sono semplicemente esortazioni, suggerimenti, indicazioni, direttive, ordini, comandi. Nella Parola di Gesù è presente Gesù stesso che parla, che ci parla. Le sue Parole sono egli stesso, Gesù stesso. E così noi, nella Parola, lo incontriamo. E accogliendo la Parola nel nostro cuore, come egli vuole che sia accolta (e cioè essendo pronti a tradurla in vita), siamo uno con lui ed egli nasce o cresce in noi, e così siamo. Ed ecco l’essere. (...) Vivere la Parola, farla nostra; annullare noi per essere lei; metterla in cima ai nostri pensieri, ai nostri affetti. (...) Per essa ci andiamo evangelizzando e irradiamo il Vangelo attorno a noi»?. Il Vangelo si va così scoprendo come libro contenente parole di vita uniche, universali, sperimentabili, vere, rispondenti alle attese dell’uomo di tutti i tempi perché in esso è contenuta la vita stessa di Dio calata nella vita dell’umanità?. — pag. 35 — fondamenti La prassi di vivere la Parola e comunicarla ad altri, si rivela di grande importanza formativa anche per quanti si riavvicinano dopo anni alla fede. Lo rileva Giovanni Paolo II in un brano dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa dove riconosce come contributo specifico offerto dai nuovi Movimenti e Comunità ecclesiali quello di aiutare i cristiani: a vivere più radicalmente secondo il Vangelo; a promuovere la vocazione dei laici e portarla ad esprimersi nei diversi ambiti della vita; a favorire la santità del popolo; ad essere annuncio ed esortazione per coloro che diversamente non incontrano la Chiesa; ad essere di grande aiuto nel diffondere vivacità e gioia nella Chiesa?. È quanto ci sembra di poter attestare anche alla luce della nostra esperienza: la testimonianza della Parola vissuta produce, in ciascuno e in tutti, una vera conversione fino a suscitare un’esigenza, sempre più profonda e manifesta, di conoscere bene tutto il patrimonio della fede. Del resto, in un terreno così preparato dalla vita della Parola, l'insegnamento del catechismo non può non risultare molto proficuo sia nell’apprendimento delle verità della fede sia nella loro applicazione. La vita della Parola risulta anzi un valido ed efficace percorso metodologico per la trasmissione di esse!’ La presenza del Risorto nella comunità La Parola — come abbiamo detto — costituisce una speciale opportunità di incontro personale con Gesù. Ma non solo: poiché la Parola vissuta non può non incidere nell’ambiente circostante, se comunicata essa contribuisce a edificare una comunità viva che ha il timbro vero di una famiglia, sull’esempio della prima comunità cristiana, così descritta negli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (4, 32). Una comunità così edificata sulla Parola è chiamata a fare esperienza di quella particolarissima presenza di Gesù da Lui stesso promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20): esperienza questa che già i Padri riconoscevano come privilegiata esperienza di Chiesa: «Dove tre (sono riuniti), anche se laici, lì è la Chiesa», scrive Tertulliano", e che Giovanni Paolo II, richiamando il versetto di Matteo, così conferma: «Quanto poco occorre perché la Chiesa cominci ad esistere tra gli uominil». Lo stupore della scoperta di questo immenso tesoro che è Gesù fra noi viene così descritta da Chiara: «Dio... Lo si adorava nei tabernacoli, lo si amava nel fratello, lo si contemplava al di là delle stelle, nell’immensità dell’uni- Verso. Ma un giorno fummo sorpresi dal pensiero che quel Dio, che ci era così presente col suo amore, ma tanto lontano con la sua maestà, era sceso vicino, fra noi uniti, stabilendovi la sua dimora. (...) Gesù in mezzo a noi, fratello tra i fratelli, maestro, guida, conforto, luce: nulla da invidiare a coloro che lo ebbero vicino in Palestina. Tutto da sperare da questa sua ultrastraordinaria presenza. Principio d’incendio divino nel mondo, dovunque Egli si trova: Lui che ha detto: “Fuoco sono venuto a portare sulla terra”. Abbiamo un immenso tesoro, abbiamo il tesoro»!. E noi possiamo testimoniare che, in una comunità che vive e si alimenta della presenza di Gesù, tutto prende vigore e luce. Anche il momento catechetico assume un significato sostanziale, inserendosi armonicamente nella vita della comunità cristiana. E Gesù presente il vero Maestro che con il suo Spirito illumina, sprona, infiamma e rende il suo insegnamento luce e vita. 33 gen's 3-4/2008 - 89 — pag. 36 — La riscoperta dei sacramenti Ciò vale pure per quei momenti in cui la comunità cristiana è chiamata ad attingere la vita di Dio dalle sue stesse fonti: i sacramenti e la liturgia. Fonti che la luce del carisma fa riscoprire in tutta la loro ricchezza e bellezza. È esperienza ricorrente, ad esempio, che la Messa diventa per tutti centro e culmine della giornata. In particolare, quando ci si dispone ad accogliere l'Eucaristia, avendo posto come premessa l’amore reciproco, si sperimenta che essa accresce l’unità con Cristo e fra tutti e suscita la prontezza a testimoniare il Risorto portando l’amore. Inoltre, questo incontro quotidiano con Lui, vissuto come “un’udienza con l’Onnipotente” si trasforma in occasione per affidargli i bisogni personali, della propria comunità ecclesiale e dell’umanità intera, per ringraziarlo dei doni ricevuti e adorarlo"*. Si riscoprono pure, in modo nuovissimo, i momenti di preghiera da vivere insieme nell’impegno di mantenere costantemente la presenza di Gesù in mezzo. Fra questi il consenserint (cf Mt 18, 19), tipica preghiera ecclesiale considerata l’anima, per così dire, di ogni preghiera liturgica proprio perché recitata insieme alla presenza di Gesù in mezzo. Ed è Lui, allora, a suggerire le richieste da rivolgere al Padre ed a farne sperimentare i frutti. In questo clima, quanti ancora si preparano a ricevere i sacramenti trovano il contesto più adeguato al loro percorso di iniziazione cristiana: scoprono cioè il “luogo” in cui entrare esistenzialmente in quel Mistero che è l’intimità stessa di Dio, attingerlo e tradurlo in vita fino a diventare, a loro volta, membra vive di quella porzione di Chiesa che riflette e contiene la Chiesa universale. È quanto efficacemente sottolinea Chiara con queste parole: «Quale ricchezza d’esperienza liturgica ci potremmo attendere da un popolo di Dio veramente unito! Il volto della Chiesa risulterebbe bello in tutto il suo splendore 90 - gen’s 3-4/2008 fondamenti e attirerebbe il mondo, come un giorno Gesù le folle». Per concludere ritorniamo alla suggestiva definizione di catechesi: riecheggiare fedelmente la voce di Gesù, la sua parola, la sua vita, i suoi insegnamenti, per suscitare una risposta altrettanto fedele, genuina, autentica in coloro ai quali essa è rivolta. Questa vocazione tutta propria della catechesi così esplicitata sembra più che mai rispondere alle attese del mondo di oggi che ha bisogno di un cristianesimo genuino, autentico, come quello annunciato dai primi discepoli di Gesù. In questa ottica — come abbiamo mostrato — il carisma dell’unità dà luce a contenuti e metodi di quei percorsi formativi necessari ad una riscoperta della identità cristiana. Identità che trova il suo “luogo” in Gesù: pienezza dell’amore del Padre, Parola dispiegata e totalmente donata; rivelazione del disegno di Dio sull’umanità; “luogo” destinato a dare vita al “noi ecclesiale”, a quella nuova comunità dei credenti uniti nel suo nome, in Lui Risorto vivente fra loro. sd 1) Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, nn. 7-9: EV 22, 419-423. 2) Cf Benedetto XVI, Pro eligendo Romano Pontifice, 18.4.2005. 3) Ibid. 4) C. Lubich, Una via nuova, Roma 2003, pp. 33-34. 5) Benedetto XVI, Ai vescovi di Costa Rica, in “L’Osservatore Romano”, 9.2.2008, p. 8. 6) C. Lubich, La dottrina spirituale, Milano 2001, p. 220. 7) C. Lubich, Santi insieme, Roma 1996, pp. 101-102. 8) Il Vangelo così riscoperto conduce i credenti, singolarmente e insieme, ad illuminare della sua luce i vari ambiti antropologici e culturali in cui essi si trovano ad operare. Così leggiamo nel Direttorio del 1997: «Il Vangelo sollecita una catechesi aperta, generosa e coraggiosa nel raggiungere le persone dove vivono, in particolare incontrando quegli snodi dell’esistenza dove avvengono gli scambi culturali elementari e fondamentali, come la famiglia, la scuola, l’ambiente di lavoro, il tempo libero». È pure importante per la catechesi saper discernere e penetrare in quegli ambiti antropologici nei quali le tendenze culturali hanno maggior impatto per la creazione o diffusione di modelli di vita come — pag. 37 — fondamenti il mondo urbano, il flusso turistico e migratorio, il pianeta giovani ed altri fenomeni socialmente rilevanti...». Infine, «sono altrettanti settori da illuminare con la luce del Vangelo (RM 37) quelle aree culturali che sono denominate “areopaghi moderni”, come l’area della comunicazione; l’area degli impegni civili per la pace, lo sviluppo, la liberazione dei popoli, la salvaguardia del creato; l’area di difesa dei diritti delle persone, soprattutto della minoranze, della donna e del bambino; l’area della ricerca scientifica e dei rapporti internazionali...) (DGC 211: EV 16, 1040). 35 9) Cf Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, nn. 7-9: EV 22, 432. 10) Come, infatti, esorta la Novo Millennio Ineunte: «Chi ha incontrato veramente Cristo non può tenerselo per sé, deve annunciarlo» (n. 40). 11) Tertulliano, De exhort. Cast. 7: PL 2, 971: «Dove tre (sono riuniti), anche se laici, lì è la Chiesa». 12) Giovanni Paolo II, Insegnamenti II/2 (1979), p. 5. 13) C. Lubich, Una via nuova, cit., p. 51. 14) Id., La dottrina spirituale, cit., p. 178. Catechesi e Omelia 9 apostolo Paolo ci ammonisce che «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10, 17). Dalla Chiesa esce la voce dell’araldo che a tutti propone il kérygma, ossia l’annunzio primario e fondamentale che Gesù stesso aveva proclamato agli esordi del suo ministero pubblico: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Me 1, 15). (...) Nella Chiesa risuona, poi, la catechesi: essa è destinata ad approfondire nel cristiano «il mistero di Cristo alla luce della Parola perché l’uomo intero sia irradiato da essa» (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae, 20). Ma il vertice della predicazione è nell’omelia che ancor oggi per molti cristiani è il momento capitale dell’incontro con la Parola di Dio. In questo atto il ministro dovrebbe trasformarsi anche in profeta. Egli, infatti, deve in un linguaggio nitido, incisivo e sostanzioso, non solo con autorevolezza «annunziare le mirabili opere di Dio nella storia della salvezza» (SC 35) — offerte prima attraverso una chiara e viva lettura del testo biblico proposto dalla liturgia — ma deve anche attualizzarle nei tempi e nei momenti vissuti dagli ascoltatori e far sbocciare nel loro cuore la domanda della conversione e dell'impegno vitale:-«Che cosa dobbiamo fare?» (At 2, 37). Annunzio, catechesi e omelia suppongono, quindi, un leggere e un comprendere, uno spiegare e un interpretare, un coinvolgimento della mente e del cuore. Nella predicazione si compie così un duplice movimento. Col primo si risale alla radice dei testi sacri, degli eventi, dei detti generatori della storia di salvezza, per comprenderli nel loro significato e nel loro messaggio. Col secondo movimento si ridiscende al presente, all’oggi vissuto da chi ascolta e legge, sempre alla luce del Cristo che è il filo luminoso destinato a unire le Scritture. E ciò che Gesù stesso aveva fatto — come si è già detto — nell’itinerario da Gerusalemme a Emmaus in compagnia di due suoi discepoli. E ciò che farà il diacono Filippo sulla strada da Gerusalemme a Gaza, quando col funzionario etiope intesserà quel dialogo emblematico: «Capisci quello che stai leggendo?... E come potrei capire se nessuno mi guida?» (At 8, 30-31). E la meta sarà l’incontro pieno con Cristo nel sacramento. Si presenta, così, la seconda colonna che regge la Chiesa, casa della parola divina. Messaggio del Sinodo dei vescovi sulla Parola (ottobre 2008, n. 7) gen’s 3-4/2008 - 91 — pag. 38 — mS6 Giuseppe Maria ZANGHI Il presente articolo è stato uno dei temi fondamentali del Congresso. Siccome l’autore l’ha svolto a braccio, abbiamo pensato di far cosa gradita ai nostri lettori attingendo la prima parte da un’opera dello stesso autore. appena uscita di stampa: «Gesù abbandonato maestro di pensiero)*. Per la seconda rinviamo invece alla rielaborazione della trascrizione del discorso alle pp. 39-42 di questo quaderno. * G. M. Zanghi, Gesù abbandonato maestro di pensiero, Città Nuova, Roma 2008, pp. 59-65. 92 - gen’s 3-4/2008 fondamenti Il «castello esteriore» mmersa nella vita trinitaria, Chiara Lubich è stata spinta a dar forma “trinitaria” a ogni realtà. Così è per la vita spirituale. Chiara ci ha fatto sperimentare un processo del cammino nello Spirito, inedito nella sua dispiegata consapevolezza. II «castello interiore» Teresa d’Avila, castigliana, ha simboleggiato la via nelle profondità di Dio in se stessa nella figura del castello. Una successione di stanze, “dimore”, che vanno dall’esterno all’interno, sino a quel centro, a quella “cella vinaria” nella quale l’anima si smarrisce nelle esalazioni del vino fermentante, nell’estasi dell’amore raggiunto: l’Amato nel cuore dell’amata. In questo cammino, come dirà Giovanni della Croce, se vuoi farti tutto devi passare per il nulla; se vuoi sapere, devi passare per il non sapere. Con una “torsione” delle spinte naturali verso l’“esterno” in un negarsi che fa emergere la nuda essenza dell’anima. Tutto questo — Chiara ce lo commentava — è assolutamente vero in un certo percorso spirituale affidato soprattutto al singolo nella sua solitudine, alle forme di vita ascetiche e monacali. Anche se non dobbiamo dimenticare che il pellegrino di Dio compie il suo cammino sempre nella e come Chiesa. Per questo, al culmine della sua grande esperienza mistica Teresa intese queste parole di Gesù: «Non affannarti per chiudere me in te, ma cerca di chiudere te in me»!. Ogni grande via spirituale raccoglie in sé tutte le esperienze vissute e, superandole nella sua novità, prepara in sé le nuove forme che a loro volta la trascenderanno: nuove penetrazioni nel cuore di Dio. Il «castello esteriore» Chiara, nella intensa e continua comunione-unità che caratterizza il suo messaggio spirituale, ci ha condotti a vivere una “mappa” diversa del cammino spirituale. Appunto, il castello esteriore. Il percorso spirituale aperto alla vita nella sua quotidianità: laico. — pag. 39 — fondamenti L’immagine delle “dimore” rimane, ma in un “esteriore” che non si oppone all’interiorità. Come? La risposta di Chiara è decisamente cristocentrica, e per questo intensamente umana. La proposta di un compiuto umanesimo dell’incarnazione e della risurrezione, nel quale più si fa duro, “spietato”, il nulla da raggiungere per essere, più l’umano viene condotto alla sua pienezza proprio in quanto umano. Io l'ho compresa così. Non puoi raggiungere l’intimità di Dio, chenosi d'Amore, se non nella chenosi della tua natura di creatura, e che è rivelata, così, amore. Tutti i grandi spirituali, anche non cristiani, lo hanno sempre saputo, per esperienza. Ma la via che suggerisce Chiara non è tanto quella della “torsione”, come ho detto, degli slanci verso “il fuori” del conoscere, del volere, del sentire, per farli nulla di sé e quindi, al di là di essi, fare incontrare l’essenza dell’anima, l’anima nuda, con la nuda essenza di Dio; è sempre quella del farli “nulla”, e non può essere diversamente, ma seguendoli nella loro vocazione naturale, nel lasciarli fluire, cioè, “verso l’esterno”, fino a perderne il possesso, il radicamento nell’io. Il nulladi-sé è raggiunto non in una sorta di violenza su di essi, ma nel seguirli nella loro tensione senza limiti e, perdendoli nel donarli agli altri, senza attendere ritorno, farli amore. In un exitus che non ha reditus ne/ suo punto di partenza. Il pensare come amore. Il volere come amore. Il sentire come amore. Ma quell’amore aperto e spiegato dal Crocifisso nell’abbandono. L'amore supera i “perché?”: l’amore è uscita radicale dall’io, ed è l’io dell’Adam che si interroga. Nell’abbandonarsi, dopo il “perché?’, a Chi non gli risponde, Gesù ci insegna la vera natura dell’amore: il senza “perché?”. Il “Figlio dell’uomo” ha chiesto, per insegnarci a non chiedere: ma ad amare. Amo perché amo. Dio ama perché ama. L’io è sciolto nelle acque trasparenti dell’amore. Ancora un passo in avanti Ma qui siamo ancora al “primo movimento” del cammino nel castello esteriore: “movimento” che vorrei definire fondamentalmente ascetico, ma di una ascesi che è già amore e, quindi, mistica. Se tutto si arrestasse qui, il non-essere-dellefacoltà perse nell’assenza del reditus, sarebbe il puro non-essere: ogni spinta verso l’esterno seguendo la spinta-chiamata della natura, approderebbe nel vuoto, senza più il “riparo” di un io, purificato ma sempre io, il noto-a-me. Penso che lo sbocco nichilistico della cultura dell'Europa, dell'Occidente in genere, sia dovuto proprio al non aver ancora condotto sino al termine la vocazione della natura umana rivelata nella luce dell’umanesimo del Cristo e chiamata a rispondere — e non riuscire a farlo — a questa vocazione, in unità di vita e di pensiero. Ma il comando proprio e nuovo di Gesù supera quello dell’amore del singolo, è quello dell’amore reciproco (cf Gv 13, 34). Ed è questo il “secondo movimento” per uscire da me ed entrare nel castello esteriore. All’uscita piena del Figlio da Sé, abbandonato, ma nello Spirito che è 1’ Amore, risponde l'accoglimento del Padre “rifattosi” presente, Amore, nello Spirito che è l'Amore. In un'ottica trinitaria, sul nostro piano esistenziale, è necessaria la risposta dell’altra creatura umana che mi sta di fronte nel mio uscire da me, in un medesimo uscire di sé da sé verso me in dono totale. Ella mi apre quel “vuoto-che-è-amore”, nel quale sentirmi accolto perché non mi smarrisca nel nulla senza volto del nonamore. Mentre anche io compio la medesima operazione, nell’accoglimento di lei vuotandomi, donandomi. Il non, come realtà vissuta nella solitudine, è cancellato nel sì del dono reciproco come realtà vissuta nella comunione. 37 gen's 3-4/2008 - 93 — pag. 40 — 138 Un'obiezione pertinente Prima di continuare in questa riflessione, devo rispondere ad una domanda che può nascere — e sovente mi è stata posta — dopo quanto sto dicendo. Se l’altra creatura umana non risponde al mio donarmi, non è inevitabile il nichilismo? La mia risposta è fondata sull’esperienza di anni di vita e soprattutto sull’esempio di Chiara. Sotto tutto quanto vado dicendo c’è intenzionalmente la tensione verso Dio. La mia uscita da me è originariamente — e sempre resta tale — verso Dio, non verso una qualsiasi socializzazione nella spinta di una debolezza che cerca comprensioni. L’altra creatura umana è come un “sacramento” che custodisce e mi dona la res (il contenuto) del rapporto con lei: res che è Dio stesso. E Dio non manca all’appuntamento. Egli mi chiede soltanto di dilatare la mia agàpe, il mio amore, in risposta al Suo, sulla misura del Logos crocifisso e abbandonato che mai mi lascia solo. Prima o dopo, la risposta, il pieno, arriva: forse da un altro cuore e non da quello pensato. Ma arriva. Bisogna abituarsi a vivere secondo i “tempi”, i kairòi di Dio, che non sono i nostri. E con Dio è tutta la Chiesa, il Corpo del Crocifisso Risorto, all’interno della quale ho, come cristiano, la vita, il movimento, l’essere: il pieno di grazia che ci sostiene nel vuoto che va attraversato. Torniamo al castello esteriore. Ma dov'è il «castello esteriore»? To esco da me, nella chiamata dell’amore; l’altra creatura umana esce da sé nella chiamata dell’amore. Queste due uscite, questi due non, dove si incontrano per essere un si? In me? Nell’altro? Sarebbe, questo, per i due, il ritorno in un io, certamente dilatato dalla presenza viva di un’alterità, ma senza quella radica- 94 - gen's 3-4/2008 fondamenti lità di annientamento d’amore che, il castello interiore e quello esteriore domandano. In fondo, non otterremmo una maggiore densità dell’io? dilatato, certo, dalla presenza dell’alterità, ma sempre io? D’altra parte, l’incontro deve accadere in uno spazio interiore, pena la esteriorizzazione — e distruzione — della vita interiore, ridotta a psicologismi dilatati o a socializzazioni dove il noi prenderebbe il posto dell’io, con tutti i limiti amplificati e moltiplicati. E qui l’umanesimo di Chiara fiorisce nella sua fortissima fede cristiana fedele all’oggi. L’esternità d’amore dei due che cercano Dio ha il suo spazio interiore nella interiorità stessa di Gesù, il Verbo incarnato e risorto. «Là dove due o tre si trovano riuniti nel mio nome, io sono in mezzo ad essi» (M? 18, 20). Nel mio Nome: nella mia Persona di Dio-uomo. La mia interiorità è condotta nella sua, diventa la sua: «noi abbiamo il pensiero del Cristo», scrive Paolo (/Cor 2,16). È quella mistica identificazione del discepolo con il Maestro, della creatura umana con il Dio nella carne del Cristo, cui tutti i grandi spirituali cristiani hanno sempre teso. Nell’ottica di Chiara, ciò accade grazie al fratello: e questo produce un “di più”, nel piano della sperimentazione. E, oso dire, dell’essere stesso. È solo con il fratello che l’io può veramente uscire da sé in quel Nulla-Amore che è il Cristo. Il fratello è quella “porta stretta” per la quale posso entrare — spogliato di me dal fratello, e il fratello con me — nel Cristo: che lasciandoci distinti per la chenoticità divina del suo amore, ci fa Sé in Lui. Così da poter chiamare in tutta verità il Dio cercato: Padre! L’amatevi l’un l’altro non è una variante del comandamento dell’amore, ma la dilatazione di esso nel respiro trinitario — l’accadimento della vita dell’uomo là dove essa sta oramai con il Cristo risorto: nella realtà trinitaria. | — pag. 41 — fondamenti II «castello esteriore» e la catechesi ll primo impegno di chi fa catechesi Pensando ai corsi di teologia, tante volte mi sono domandato: «Com’è possibile fare, ad esempio, un corso sulla Trinità senza che coloro che ne partecipano vivano a mo’ della Trinità?». Infatti si parla di Dio che è Padre, Figlio, Spirito, perché è Amore, ma se non si ama il prossimo sul serio, con tutte quelle caratteristiche che il Vangelo ci insegna, cominciando con quelli che fanno parte del corso, cosa si potrà capire delle affermazioni della fede e della teologia trinitaria e delle sue conseguenze per la vita personale e comunitaria, sociale, culturale? Lo dice chiaramente la prima Lettera di Giovanni, con quell’affermazione di immensa portata che Chiara Lubich ha chiamato il motto fondamentale per ogni teologo: «Chi ama... conosce Dio; chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (4, 7-8). Perciò Agostino poteva incalzare: «E tu, senza la carità, pretenderesti di penetrare i più alti misteri? Senza quella radice acchiappi le nuvole!» (Sermo 117, 10). Questo è decisivo anche per la catechesi, perché dobbiamo comprendere che le verità della fede non sono teoremi di filosofia, teoremi della logica, sono vita di Dio, e se chi le ascolta non entra in questa ottica, non capirà niente, anche se pensa di capire. Mi sembra che la prima cosa che dovrei curare come catechista — prima ancora di insegnare le meraviglie della fede: Dio Uno e Trino, la creazione, Gesù, la Chiesa, i sacramenti, ecc. — è fare in modo che le parole che dico sulla fede non restino flatus vocis. Altrimenti corro il rischio di perdere tempo e la catechesi produrrà ben poveri frutti. Ciò è vero a tutti i livelli della catechesi, da quella per gli adulti a quella dei bambini. San Tommaso d’Aquino ha un’espressione forte quando scrive che lo stesso Nuovo Testamento, se viene letto senza lo Spirito Santo, diventa lettera che uccide. Ma cosa vuol dire «senza lo Spirito Santo»? Lo Spirito Santo è il Dio-Amore, l’ipostasi dell’ Amore. Grandi teologi hanno detto che dei Tre della Trinità lo Spirito è l’unico che non ha RR RARA RARA RAR SSR LL 39 Giuseppe Maria ZANGHI L'autore, dopo aver svolto nel Convegno il tema di cui nell'articolo precedente, ha concluso il suo intervento con alcune indicazioni e riflessioni di fondo su cosa può significare, per il metodo e per i contenuti della catechesi, la prospettiva dell’unità trinitaria, descritta — seguendo l’originale espressione di Chiara Lubich, con il concetto di «castello esteriore». gen's 3-4/2008 - 95 — pag. 42 — 40 un nome proprio, perché il Padre è solo il Padre, il Figlio è solo il Figlio, ma Spirito è Dio, il Santo è Dio, per cui si chiama lo Spirito Santo, perché è l’amore puro, non ha neanche un nome proprio. Se lo Spirito Santo è lo Spirito dell’ Amore, come posso pensare di cominciare un corso di catechesi se prima non preparo le persone, abituandole a volersi bene fra loro e con me, a vedere che io voglio bene a loro sul serio? La pedagogia di Chiara Certo, non è qualcosa di facile né di scontato, ma è la strada maestra, la premessa di tutto. Così ci ha insegnato Chiara in quel centro di studi che è stato chiamato «Scuola Abbà», dove studiosi delle più svariate discipline c’incontravamo con lei per anni e anni per sviscerare la luce che il suo carisma e la sua spiritualità sprigionano sulle scienze e su tutti gli ambiti del sapere e dell’esistenza. Cominciavamo sempre — e continuiamo a farlo anche adesso — con il «Patto d’unità». Ognuno diceva dentro di sé: «Gesù, io ti prometto di farmi niente, perché quello che io cercherò di dire nasca dallo Spirito Santo in me e quello che ascolterò venga dallo Spirito Santo e mi penetri nel profondo del cuore senza trovare ostacoli in me che ascolto». Solo su questa base ci muovevamo e ci muoviamo per studiare le cose che dobbiamo studiare. Chiara ci ha insegnato a far questo, perché sapeva bene che se non si parte secondo la logica che il testo mi domanda, è tutto inutile. Ora la logica che il testo mi chiede è quella dell’amare. È questa la prima cosa che bisogna fare. Naturalmente non possiamo portare questo agli altri se non cominciamo noi per primi. Chiara, da giovane, era maestra nell’Istituto Serafico a Trento, e lo era veramente in questo senso. Dobbiamo cercare di portare coloro che abbiamo davanti, a seconda dell’età — ma si può fare con tutti — a volersi bene fra di loro, a capire che non sono degli estranei, che sono lì tutti insieme non per ascoltare delle cose che 96 - gen’s 3-4/2008 fondamenti poi alla fine magari non interessano. Bisogna riuscire a costituire insieme un soggetto originale, capace di accogliere la Parola di Dio che voi dovete seminare nei loro cuori, nella loro vita, con le loro circostanze ed ambienti. Ora siccome è Parola di Dio, solo Gesù presente in mezzo a noi, attraverso l’amore scambievole, la può accogliere pienamente. I catechisti devono imparare il meglio possibile quale didattica usare secondo l’età e l’ambiente, ma la meta fondamentale della catechesi è portare a capire l’amore, che è il centro del messaggio evangelico, il significato più profondo di tutto ciò che esiste, la realizzazione del disegno di Dio sull’umanità. Una grande piaga del mondo d’oggi è l’individualismo. Io ho curato per 7 anni i giovani del Movimento, i gen, sin dalla loro nascita. Erano i giovani del ‘68, gente abituata alla rivoluzione, alla lotta. Ricordo quando si fece la cosiddetta “formula gen”, si discusse a lungo se mettere «noi vogliamo la comunione del superfluo» o «la comunione piena dei beni». E loro vollero «la comunione piena dei beni». Fu una conquista. Chiara venne per dare lei la consegna della “formula” e disse loro: «Gen, vi siete crocifissi con le vostre mani, però mi avete dato una gioia grandissima, perché volete vivere il Vangelo con radicalità». . La situazione del nostro mondo Qualche anno dopo fui invitato a parlare ad un incontro di giovani e iniziai a fare il discorso sul dare evangelico. Un ragazzo alzò la mano e disse: «Scusa, ma se la roba è mia perché la devo dare?». Mi resi conto di colpo che non avevo avvertito che si era prodotto un salto generazionale. «Questa è mia, perché la devo dare? Me la tengo». Questa è la tragedia che stiamo vivendo. Qui si trova in radice il pericolo degli scontri di civiltà, degli scontri generazionali, degli scontri fra culture, perché ognuno prende come regola assoluta il proprio — pag. 43 — fondamenti interesse! Dovremmo andare incontro a Stati totalitari che c’impongono come fare ad andare d’accordo. Ma il rimedio in questo caso sarebbe peggiore del male che si vuole evitare. Voi catechisti avete davanti giovani e ragazzi che sono allo stesso tempo “figli e vittime” di una tale mentalità. Questo è il male della cultura occidentale in particolare, ma che si diffonde sempre di più nel mondo. To sono profondamente convinto che in questa direzione si trova la causa del grande contrasto che c’è fra il mondo occidentale e l’Islam. E vero che l’Islam in certi punti, in certi momenti può essere anche integralista — ma non tutti i Musulmani sono così. Anche in mezzo a loro ci sono tantissime persone con una grande sensibilità spirituale. Il motivo reale di un certo integralismo sapete qual è? Essi sentono nella cultura che l’Occidente esporta con la globalizzazione un attentato alla loro fede. Questo sentono, perché per loro Dio è al vertice dei pensieri, Dio è quello che regola tutto. Cosa vuol dire Muslim, Islam? Vuol dire consegna totale a Dio. Ora per l'Occidente, come ci ricordava Nietzsche, Dio è morto, se n’è andato, è emigrato, è scappato. E questo i Musulmani lo avvertono e cercano di preservarsi. Poi alcuni utilizzano la violenza e questo ovviamente supera i limiti e non lo possiamo accettare. Noi però non possiamo difenderci rispondendo a nostra volta con la violenza, ma dovremmo essere capaci — e non so se la cultura occidentale ne è capace — di fare un serio esame di coscienza e di comprendere dove noi abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare. Ora tanti di voi fate catechesi alle nuove generazioni. Bisogna aiutarle a fare un’esperienza di rapporti d’amore evangelico, di comunione, qualcosa alla quale non sono abituati. Raramente oggi la famiglia aiuta in questo senso, perché anche dentro le pareti domestiche spesso, nel rapporto tra i genitori, regna l’egoismo, perché le persone non sono state formate al vero amore: ad ascoltare, dialogare, fare comunione. La psicologia, e non solo, ci dice in tutti i modi che la realtà ci domanda di saper perderci negli altri per riuscire a ritrovarci. Ma dove il bambino impara a realizzarsi come persona? Lo può apprendere nel rapporto fra il padre e la madre. Ma se il padre e la madre passano i giorni a litigare, allora cosa impara? Spesso non ci si rende conto del trauma che è per un bambino il divorzio dei genitori. Non ci pensi, perché prevale il proprio interesse, prevale quello che a ognuno piace e gli fa comodo. La verità accade nella carità Tutto ciò non vale solo per i catechisti e gli altri educatori, riguarda un ampio progetto culturale che è necessario portare avanti. Questo tanti nella Chiesa lo avvertono, ma si deve essere capaci di farlo. Se non si riesce a realizzarlo, è perché ancora non abbiamo messo a fuoco l’importanza del comandamento dell’amore nella vita cristiana. Per esempio ci sono tanti teologi che difendono in maniera dura la Verità; va bene difendere la Verità, però se per difendere la Verità tu perdi la carità, hai perso anche la Verità, perché Dio è Amore. Questo è un processo nel quale la Chiesa, in tutti suoi ambiti, deve quotidianamente crescere, sia a livello di categorie teologiche e antropologiche che di esperienza, perché i due aspetti sono intimamente legati. E questa la conversione a cui lo Spirito ci sta spingendo oggi in mille modi, ma ancora bisognerà crescere tanto perché la Chiesa-comunione passi dagli enunciati alla pratica, alla vita delle comunità, alle strutture. Non per niente Giovanni Paolo II, nel discorso di chiusura del Sinodo della diocesi di Roma, diceva che abbiamo bisogno di «scuole di ecclesiologia di comunione». Ogni gruppo di catechesi, in tutti i posti, a tutti i livelli di età, dovrebbe costituire una di queste scuole di vita. 41 gen's 3-4/2008 - 97 — pag. 44 — 142 Educare all'amore concreto Bisogna che la nostra catechesi ci abitui a vivere il «castello esteriore»: a capire che la persona a cui faccio catechesi non è una figura che è lì chissà perché, ma è in que- sto momento quella realtà che devo amare. se voglio essere amore e mettere le condizioni perché possa capire quelle verità di fede che vengono offerte nella catechesi. Bisogna educare non ad amare adesso il padre e la madre che non sono qui, la propria ragazza o ragazzo che non è qui, ma amare quelli che ci sono accanto adesso. Amare cosa comporta? Comporta superamento, rinuncia, perché devo rinnegare me per amare l’altro. Se uno ti percuote una guancia offrigli l’altra, se uno ti chiede di fare un miglio fanne con lui due. Tutte quelle caratteristiche dell’amore che Gesù ci ha insegnato, dobbiamo imparare a viverle sempre meglio. All’interno di questa esperienza, la Parola di Dio si apre alla nostra comprensione e regola il nostro agire. Voi catechisti potete fare tanto per cominciare a formare persone che mettono'in atto la legge dell'amore con quella ricchezza e profondità che ci insegna il «castello esteriore», e che risponde a fondo alle esigenze del mondo contemporaneo. Solo un cristianesimo con questa caratteristica al suo centro potrà rendere possibile la fede nel mondo d’oggi e del futuro. 98 - gen’s 3-4/2008 fondamenti Il Papa nel 1982, in Spagna, durante una celebrazione in onore di san Giovanni della Croce, ha detto che cresce nell’umanità una notte oscura che acquista «dimensioni epocali e proporzioni collettive». Voi siete capaci di superare questa notte, perché avete avuto la grazia di conoscere e sperimentare il carisma dell’unità, la spiritualità di comunione, per cui in qualche misura siete esperti in questo campo. Oggi si dice correntemente negli studi specialistici e nei documenti del magistero che la catechesi sta passando da una comunicazione nozionistica delle verità della fede ad una trasmissione di uno stile di vita modellato sul Vangelo. Ma per riuscire a trasmetterlo bisogna che i catechisti, per primi, l’abbiano sperimentato. Questo vuol dire che la catechesi, pur dovendo costituire un vero insegnamento con i migliori strumenti pedagogici a disposizione, deve sempre più passare da una comprensione teorica ad una comunione reale con Dio nell’incontro con Cristo. Ma tale incontro avviene in modo privilegiato quando si ama Cristo nel fratello, quando la comunità diventa «un cuor solo e un’anima sola». Ciò permette a quella presenza del Risorto in mezzo a noi, a cui abbiamo accennato nella prima parte del nostro intervento, di manifestarsi con tutti i suoi frutti tipici, dando una ricchezza unica anche alla catechesi. a cura di Enrique Cambòn — pag. 45 — fondamenti «Mostraci il Padre» 1 titolo di questo mio inter- vento, diretto a voi, carissimi giovani, è un po’ enigmatico. Dice: «Mostraci il Padre» (Gv 14, 8). Che significa? «Mostraci il Padre» è la domanda posta dall’apostolo Filippo a Gesù. Il Maestro aveva sempre parlato del Padre, indirizzando tutti a Lui. Ora Filippo lo voleva conoscere. Siamo al terzo anno di preparazione al Grande Giubileo, il 1999, al quale Giovanni Paolo II ha dato come tema appunto: il Padre, Dio Padre. Il 1997 lo ha voluto dedicato a Gesù, il Figlio; mentre il 1998 allo Spirito Santo. Dovrei parlarvi, quindi, del Padre così come lo vediamo noi cristiani. Oggi, però, si ascoltano volentieri le esperienze di vita e le voci di persone che si credono possibili testimoni. Ed è stato chiesto a me di presentarlo così come l’ho in cuore. Per far ciò non posso prescindere dal narrarvi qualcosa di personale. La mia storia Ho sempre avuto, sin da piccola, fede in Dio e anche amore. Tuttavia una più profonda conoscenza di Lui, foriera di un nuovo amore, mi è arrivata più tardi, all’età vostra, di molti di voi. Come forse sapete, io appartengo ad uno di quei Movimenti moderni, il Movimento dei Focolari, ai quali, la vigilia dell’ultima Pentecoste ’98, in Piazza San Pietro, gremita forse da 400.000 persone, per lo più giovani, il Santo Padre assegnò il posto nella Chiesa. Essi — disse — sono espressioni del suo aspetto carismatico. Ma che significa ciò? Significa che dire Chiesa non vuol dire — come qualcuno ancora pensa — solo gerarchia e cioè il Papa, i vescovi, i sacerdoti, ma affermare anche che, accanto alla dimensione istituzionale, essenziale, ve n’è un’altra, coessenziale. Ed è tutta quella vasta realtà ecclesiale, formata dai nuovi Movimenti, anche se non solo. LO LLOTT CCC CCCCC0C0CCCC CTC CC0CC CC TCA CCC CCC CCCCCCCCCOCCILCACONCOLCAOOCOTT TATA TALIACACCCCCNCCACA00000 00000 tteteotenennononoono0oseora0s00e 43 Chiara LUBICH Il 12 giugno 1999 si verificò un fenomeno insolito in Germania: il duomo di Paderborn era letteramente assiepato da giovani accorsi da ogni dove per ascoltare la catechesi richiesta a Chiara Lubich, che avrebbe parlato del ruolo di Dio nella loro vita. Erano convenuti così numerosi perché sicuri di ascoltare non tanto una conferenza, ma una testimonianza di vita evangelica. Se ne è offerta la videoregistrazione al Convegno per esemplificare come si può trasmettere oggi ai giovani una fede attraente e convincente. gen's 3-4/2008 - 99 — pag. 46 — Questa realtà è effetto dei vari carismi che lo Spirito Santo ha donato alla sua Chiesa. Ciò riguarda anche il Movimento dei Focolari originato pur esso da un carisma. Qualcuno può chiedersi: come si manifesta un carisma? Un carisma porta nell’anima di chi è chiamato a fondare un’opera, un fondatore o una fondatrice, una nuova luce su quanto crede, sul patrimonio della fede che già possiede, e, in genere, su un particolare di essa pensato utile dallo Spirito Santo in una data epoca per la Chiesa e la società. Una luce così è arrivata un giorno anche a me, perché la comunicassi a molti. Il Signore voleva servirsi di me, come succede di altri, per far nascere uno di questi Movimenti. Ricordo che in quel periodo a Trento, negli anni ’40, ero felice della fede che possedevo. Contemporaneamente però, avvertivo alcune contraddizioni. Erano incongruenze che pure voi potreste notare osservando certi nostri ambienti cristiani o anche voi stessi. Come mai la vita di noi, che ci diciamo cristiani — pensavo — è ridotta spesso alla sola Messa domenicale, quando si va, o a qualche distratta preghiera, quando si fa, e comunque per lo più interessata? Non è Dio il Dio di tutti i giorni? E, se nella preghiera ci si rivolge a Dio, non è essa una cosa seria? E, nelle persone della Chiesa, che io tanto amavo, andavano forse bene — mi domandavo — quelle cantilene di preghiere senza anima, quei pacchetti ai poveri senza amore, quella disarmonia negli abbigliamenti e nelle case? Non era Dio, oltre che Bontà e Verità, anche Bellezza? E il suo Figlio non era il più bello fra i figli degli uomini? Non è troppo poca cosa — mi chiedevo ancora — quell’apostolato a cui noi cattolici dedicavamo un’ora sola in settimana, 100 - gen's 3-4/2008 fondamenti come un lavoro accanto agli altri lavori? Le cose di Dio non sono più importanti? E perché la parola “predica” era diventata sinonimo di discorso noioso e scostante? Non è strano poi che, visitando una città cristiana e un’altra senza la nostra fede, non vi si trovi grande differenza? Mentre queste incoerenze m’addoloravano, lo Spirito Santo un giorno si è manifestato. Non so esattamente quando. La sua luce sottile entrava e illuminava l’anima su tante verità del nostro cristianesimo. «Dio la ama immensamente» Ma ecco un fatto. Facevo scuola. Un sacerdote di passaggio, conosciuta forse la mia vita cristiana impegnata, bussa alla porta della classe e mi chiede di uscire per dirmi una parola. Mi domanda di offrire un’ora della mia giornata per le sue intenzioni. Poiché non ho mai dubitato che nel sacerdote vi sia l’uomo di Dio, rispondo: «Perché non tutta la giornata?» Colpito da questa generosità giovanile, mi fa inginocchiare, mi benedice e mi dice: «Si ricordi che Dio la ama immensamente». Ho preso quelle parole come venissero da Dio stesso. E sono state per me come una folgore. Come? Mi chiesi: Dio mi ama immensamente? Sì, Dio mi ama immensamente. Lo ripeto a me stessa e alle mie compagne: Dio mi ama immensamente. Dio ti ama immensamente. E, dal momento che ciò è stato chiaro per noi, abbiamo scorto Dio presente col suo amore dappertutto: nelle nostre giornate, nelle nostre notti, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi, scabrose, difficili, in quelle indifferenti. — pag. 47 — fondamenti Lui c’era sempre, c’era in ogni luogo e ci spiegava. Che cosa? Che nulla sfugge al suo amore; che tutto è amore: ciò che siamo e ciò che ci succede. Spiegava che il suo amore avvolgeva i cristiani come noi, la Chiesa, il mondo, l’universo. E ci apriva gli occhi su tutto e su tutti come altrettanti effetti del suo amore. La novità, portata da Gesù, era balenata luminosissima dinanzi alla nostra mente come per la prima volta: sapevamo chi era Dio. Dio era Amore! La conversione in me e in noi era avvenuta. Dio è Amore Oggi, carissimi giovani, può essere che anche a voi Dio voglia manifestarsi per quello che è. Se così fosse, siatene coscienti, convinti, persuasi fin nel più profondo, e riconoscenti. In tal modo tutto, anche nella vostra vita, cambierà come è stato per noi. Non solo nei fatti positivi ma anche nei disagi della guerra, pensavamo che dietro ad ogni avvenimento c’era sempre un preciso disegno d’amore di Dio. Egli, infatti, sapeva far confluire al bene sia quanto voleva, sia quanto permetteva. E il sorriso affiorava di continuo sulle nostre labbra. Questa grande, grandissima scoperta la gente, che ci circondava, non la sapeva. Noi credevamo al Suo amore. E questa è stata la nostra nuova vita. In questo stato d’animo si possono finalmente capire in profondità le parole presenti già nel Primo Testamento che esprimono l’amore di Dio per il suo popolo Israele. E chiaro, ad esempio, quando la Scrittura, con similitudini tipiche dello stile biblico, così lo esprime: «(...). Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimen- ticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (/s 49, 13-15). Perché Dio è Amore. L'amore del Padre Noi lo possiamo capire ancor meglio da molte parole di Gesù, riportate nel Nuovo Testamento: «Guardate — dice — gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?». Oppure: «(...) Perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro». (Mt? 6, 26-29). Ma dove possiamo scoprire, forse ancor meglio chi è il Padre, è nella parabola del figlio prodigo, che tutti conosciamo. Facciamo perciò solo due piccoli accenni. Il padre del figliol prodigo avrà avuto molto da fare: seguire la sua fattoria, i dipendenti, la famiglia, ma il suo principale atteggiamento era quello dell’attesa, dell’attesa del figlio partito. Saliva sulla torretta della sua casa e guardava lontano... Così è il Padre Celeste: immaginate, giovani, se potete, la sua divina, altissima e dinamica vita trinitaria, il suo impegno nel sorreggere la creazione, nel dare il posto a chi sale in Paradiso... Eppure Egli fa soprattutto una cosa: attende. Chi? Noi, me, voi, specie se ci trovassimo lontani da Lui. Un bel giorno quel figlio, che il padre terreno tanto amava, scialacquata ogni cosa, torna. Il padre lo abbraccia, lo ricopre di una veste preziosa, gli infila l’anello nel dito, fa preparare il vitello grasso per la festa... 45 gen's 3-4/2008 - 101 — pag. 48 — n46 Cosa dobbiamo pensare? Che Egli desidera vedere il suo figlio tutto nuovo, non vuole più ricordarlo come era prima; e, non solo lo vuole perdonare, ma arriva persino a dimenticare il suo passato. Questo è il suo amore per lui, nella parabola. Così è l’amore del Padre per noi nella vita: ci perdona e dimentica. Ho visto recentemente un documentario. Forse l’avete visto anche voi. Presentava ed esaminava nei particolari un famoso quadro di Rembrandt. Raffigura il padre della narrazione evangelica, che accoglie il figliolo tornato. È bellissimo in tutti i suoi dettagli. Ma ciò che colpisce di più sono le mani che il padre pone sulle spalle del figlio, inginocchiato di fronte a lui: una è mano di uomo, robusta, severa e l’altra di donna, più sottile, più gentile. Con esse il pittore ha voluto dire che l’amore del Padre è paterno e materno insieme. E così lo dobbiamo pensare anche noi. Il culmine dell'amore del Padre Ma in quale maniera il Padre ha mostrato a noi tutti il suo vero volto? Quando ha manifestato il culmine del suo amore? Quando è stato più che evidente che Egli è l’Amore? E che è tutto amore per noi? Lo ha fatto al momento in cui, in accordo con tutta la SS. Trinità, ha mandato il suo Figlio, il Verbo, sulla terra. Ed ecco Gesù. Gesù, il quale non è altro che l’immagine del Padre, la sua espressione, il suo splendore, la sua bellezza, la bellezza del suo amore. Egli, infatti, quando Filippo gli chiede: «Mostraci il Padre», risporide: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14, 8-9). E fin dove è arrivato l’amore di Gesù lo sappiamo: ha sofferto il patibile ed è morto per noi: per me, per voi, per te. Questo è il suo amore. E questa anche la misura dell’amore del Padre. 102 - gen's 3-4/2008 fondamenti Non solo. Gesù, dopo essere risuscitato ed essere salito in Cielo, ha voluto mostrare chi era il Padre anche disseminando il suo amore sulla terra. Gesù è rimasto con noi La sua venuta, infatti, tra noi ha cambiato il mondo perché Egli è rimasto. E rimasto in molti modi per ripeterci il suo amore e dare a noi la possibilità di amarLo. Nell'Eucaristia Continuando la mia esperienza, ricordo che, con le mie compagne, tutte prese dalla verità che Dio è Amore, camminando per le vie del mondo, non eravamo attratte da quello che vedevamo attorno, pur bello. Roma stessa, ad esempio, non valeva tanto per i meravigliosi monumenti, per le preziose opere d’arte che possiede. Chi ci attraeva era Gesù nei tabernacoli di ogni chiesa, scorta magari dal finestrino d’un treno, al quale potevamo esprimere il nostro amore. E ci sembrava che il mondo non fosse poi così brutto: Gesù Eucaristia, seminato dovunque, faceva di esso quasi uno sterminato convento e si offriva alla fame di divino che può sorgere in ognuno. In ogni fratello Non solo. Ma ogni fratello, la compagna di scuola, il mendicante, la donna del mercato, il deputato, il bambino, l’ammalato mutavano volto per noi, perché riconoscevamo ed amavamo Cristo in loro. Egli si nascondeva, infatti, dietro tutti. «L’hai fatto a me». dirà nel giudizio universale riguardo al bene o al male che facciamo ad ogni prossimo. E sperimentavamo che più si amava Cristo in tutti, più il cuore si riempiva di divino. Nei suoi rappresentanti C'erano poi delle persone nelle quali potevamo non soltanto amare Dio, ma — pag. 49 — fondamenti anche imparare da loro perché, in modo tutto speciale, rappresentavano Cristo. Egli aveva detto di loro: «Chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10, 16). Erano i nostri vescovi. E col tempo, comportandoci così con loro, sperimentavamo che il nostro cuore palpitava per la Chiesa, ed eravamo felici di partecipare alle sue lotte e vittorie. Nelle Sacre Scritture E Dio lo scoprivamo nelle Scritture, soprattutto nel Vangelo, miniera sterminata, in cui attinsero e attingeranno fino alla fine del mondo coloro che Lo vogliono amare, Scritture che pure Maria di Nazareth, la Madre nostra, meditava... In mezzo a noi uniti nel suo nome Dove poi trovavamo Cristo, in modo speciale, era quando mettevamo in pratica queste sue parole: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Ci amavamo e Gesù era fra noi. Ci sembrava che il Cielo ci avvolgesse, che il paradiso fosse fra le nostre persone. Gesù fra i cristiani ci appariva come un tempio, che poteva innalzare le sue colonne — i cuori dei suoi figli uniti — dappertutto, ed offrire il balsamo di un tabernacolo spirituale a molti, sia che ci trovassimo in una via rumorosa, così come nelle terre non cristiane o anche in un carcere di persecuzione. Dio, dunque, lo possiamo trovare nell’Eucaristia, amarlo nel fratello, ascoltarlo nei vescovi, goderlo spiritualmente presente fra noi, comprenderlo nelle Scritture. Dio, Dio, Dio. Dio presente nel mondo dovunque perché è Amore. La conferma della Chiesa A quei tempi eravamo solo noi a sottolineare Dio come Amore. La Chiesa confermava più tardi questa nostra riscoperta. Difatti Paolo VI, nel 68, commentando il Credo, aveva definito Dio così: «Egli è Colui che è, ... ed Egli è Amore». E fra le caratteristiche di Cristo aveva ricordato che: «Egli ci ha dato il suo comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato». Ora questa più esplicita definizione di chi è Dio e la conseguente fede in essa, poteva essere il la per l’avvio ad un completo rinnovamento dei nostri cuori e della Chiesa intera. Una cosa, infatti, è sapere che possiamo ricorrere ad un Essere che esiste, e un’altra è vivere e sentirsi al centro delle sue predilezioni. Quando una giovane sa d’esser amata, la vita cambia per lei: tutto attorno le sembra più bello ed ogni particolare acquista valore. Ella stessa è portata ad essere più buona e condiscendente verso gli altri. Infinitamente più forte è l’esperienza del cristiano quando acquista una più profonda comprensione della verità che Dio è Amore. L’esperienza dell’amore di Dio, di Dio Amore, la auguro oggi a tutti voi. Sì, carissimi giovani, ricordatelo: tutto è amore attorno e dentro di voi, anche se non sembra, anche se sembra il contrario. C’è un perché d’amore dietro a tutto ciò che avviene. Quando santa Teresa di Lisieux ebbe il primo sbocco di sangue, non disse: «Ecco un grave male», ma: «E arrivato lo Sposo». Aveva fatto esperienza e credeva che tutto è amore. Effetti in chi crede nell’Amore Ora — sempre continuando la mia testimonianza — vorrei dirvi qualcosa di ciò che ha portato in me questa relazione da figlia a Padre, che ho cercato di coltivare per tanti anni. 47 gen’s 3-4/2008 - 103 — pag. 50 — La preghiera Uno degli effetti è questo: la mattina, ad esempio, quando recito il Padre nostro... non posso spiegare cosa sia per me soprattutto nella sua prima parte. Dato il mio compito, ho, infatti, estrema necessità dell’aiuto del Padre per poter irradiare la sua luce nel mondo. Ho bisogno che Lui intervenga con le sue grazie... E allora: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome. (Col tuo aiuto, anche attraverso di me). Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà» ... Devo dirglielo perché Lui mi sorregga, per essere in due a lavorare: l’Onnipotente ed io povera creatura. Nella seconda parte del Padre nostro, poi, quando si chiede: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», sapendolo Padre di tutti, glielo domando non solo per me, per noi, ma per tutti gli affamati della terra. E poi Lo imploro che ci perdoni, che ci liberi dalle tentazioni... E magnifico il Padre nostro: è uno scrigno prezioso. Il «consenserint» E ancora, poiché nel Vangelo Gesù dice: «Se due di voi sopra la terra si accorderanno — consenserint —, per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (M? 18, 19), di fronte a qualsiasi necessità spirituale o materiale, prego frequentissimamente, insieme ai miei compagni, così: «Padre, uniti nel nome di Gesù, ti chiediamo...». E senza numero sono state e sono le grazie ottenute in questo modo tutti i giorni, di tutti i generi... Potrei raccontarvi milioni di esempi, anche di una certa consistenza. Vi basti questo. Nel 1991 sono stata in Brasile e avevo visto con i miei occhi la miseria delle infi- _ nite favelas, le catapecchie, che circondano San Paolo, una metropoli che pullulava di grattaceli. Mi si era stretto il cuore e, di fronte all’immensità di quel dramma, avevo confidato ai miei amici: «Cosa possiamo fare noi per riuscire a risolvere tutti questi problemi sociali? Bisognerebbe almeno aumentare la preghiera; le piccole cose le possiamo fare noi, ma le grandi le 104 - gen's 3-4/2008 fondamenti fa solo Lui». Abbiamo cominciato allora a rivolgerci a Dio con brevi parole e abbiamo trovato, mi sembra, qualcosa di utile. Ci è venuta l’idea di lanciare la cosiddetta Economia di Comunione, un progetto ispirato alla cultura del dare, quale antidoto alla cultura consumistica dell’avere. Questo progetto prevedeva la nascita di nuove aziende, portate avanti da persone capaci. In esse buona parte degli utili doveva essere destinata ai poveri, in attesa d’un loro possibile lavoro. Ebbene ora esistono circa 650 aziende, e non solo in Brasile. L'Economia di Comunione sta persino interessando atenei, economisti e sociologi, e si stanno delineando spunti per una nuova teoria economica che qualcuno spera addirittura alternativa a quella attuale. Una cosa grossa, no? Vedete cosa può fare la preghiera? Gettare in Lui ogni preoccupazione Importante poi e consolante è un’altra parola riguardante il Padre. L’apostolo Pietro invita a gettare in Lui ogni nostra preoccupazione perché il Padre ha cura di noi (cf /Pt 5, 7). Durante la giornata — penso anche alla vostra — passano a volte nell’anima preoccupazioni che ci allarmano o ci turbano. Ebbene: è l’ora di gettare nel Padre ogni ansietà, sicuri che Lui ci pensa. E posso testimoniare che non ricordo alcuna preoccupazione messa nel suo cuore della quale Egli non si sia preso cura. E incredibile come il Padre interviene nelle piccole e nelle grandi cose. Donare Gesù al Padre nella Messa Un’esigenza profonda in me è poi, per grazia di Dio, quella di donare al Padre ciò che di più prezioso ho nella vita: Gesù che muore e risorge nella santa Messa, insieme alla mia vita. Lo faccio come atto di adorazione, di lode, per amarlo, per chiedergli perdono, per chiedergli grazie. — pag. 51 — fondamenti Realizzare il testamento di Gesù E infine per me e per noi il Padre è speciale anche perché abbiamo come scopo realizzare il testamento di Gesù, il quale dice: «Che tutti siano uno». I teologi affermano che qui Gesù parla dei cristiani i quali devono essere tutti uniti nell’amore e nella verità. Però Gesù è morto per l’umanità intera e il Padre ama tutti. E allora, per poter lavorare alla fraternità universale, avvicinando anche coloro che seguono altre regioni come i buddisti, i musulmani e altri, o persone senza un preciso riferimento religioso, è necessario che puntiamo lo sguardo sempre nel Padre di questa famiglia. E perché abbiamo un Padre, l’umanità è una sola famiglia. Conclusione Grazie a Lui, Egli è, dunque, profondamente nel mio cuore e nel nostro. Abbiamo imparato a cogliere il suo amore e, con la sua grazia, a corrispondervi. Che sia così anche di voi secondo quanto vi suggerisce lo Spirito Santo in cuore. Carissimi giovani, è credendo al suo amore, è amando a nostra volta che possiamo veder rinverdire la Chiesa in noi e attorno a noi e, con essa, il mondo. Allora le nostre preghiere non saranno più una cantilena vuota, ma piene, sentite. Irradieremo Cristo attorno a noi tutto il giorno, sempre e non una volta alla settimana. Il mondo non ci giudicherà più come persone antiquate o beghine scostanti perché il nostro sorriso, che dice felicità, illuminerà i nostri volti e pian piano quelli degli altri. Sentiremo dai nostri sacerdoti parole interessanti e vivificanti, che tramanderanno il messaggio di Cristo illuminato dalle loro esperienze. Nelle nostre città — se così vivremo - s’accenderanno qua e là fuochi luminosi e ardenti, preludi della pacifica, ma irresistibile rivoluzione cristiana. Essa invaderà il mondo, facendo fiorire, con tutte le altre forze della Chiesa, la civiltà dell’amore tanto attesa. Diremo a tutti con i fatti che Dio è Amore, che Gesù è Amore ed Egli con noi li conquisterà. | 49 gen's 3-4/2008 - 105 — pag. 52 — n50 Un metodo evangelico Soprattutto oggi il mondo ha bisogno non tanto di persone colte, ma di sapienti, di gente piena di Spirito Santo, di uomini e donne veramente evangelici, dei quali Gesù possa ripetere: «Ti ringrazio, Padre, che hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mf 11, 25). (...) A questo punto qualcuno potrà chiedermi: «E che cosa ti ha insegnato Gesù durante tutti questi anni?». È logico che sarebbe impossibile dirlo in poche parole. Il fatto è che la luce della sua verità è stata così abbondante e così penetrante che è arrivata fino agli ultimi confini della terra, e continua ad affascinare e trascinare innumerevoli creature di tutte le razze e di tutte le mentalità. Se però si volesse tentare di dire in una parola che cosa Gesù ha insegnato a me e all'Opera di Maria, potrei dire: «Ecco, Egli mi ha dato una luce che tutte le contestazioni negative, tutte le eresie, tutte le deviazioni, non sono capaci di spegnere». Infatti, Egli ha detto che chi ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica — e qui è il punto — è simile ad una casa costruita sulla roccia: verranno venti, bufere, alluvioni, la casa non crolla. E che cosa sono le bufere, le alluvioni, se non tutte le varie dottrine più o meno giuste, più o meno equilibrate partorite dalla mente degli uomini di tutti i tempi che abbagliano, ingannano spesso i loro contemporanei con bagliori passeggeri, poi si spengono per lasciare il posto ad altre dottrine? Gesù Maestro mi ha insegnato che per capire la verità, per approfondirla, per possederla veramente, occorre non solo impararla bene, magari a memoria, ma metterla in pratica. Ebbene, questo metterla in pratica è un metodo evangelico. Che cosa ha prodotto questo metodo? Un’infinità di effetti. Esso illumina interiormente non solo la testa ma tutto l’essere, perché è luce e amore e vita insieme; cosicché, se ad un dato punto la mente fosse turbata da dubbi, che non risparmiano forse nessuno, e la bufera fosse, per esempio, nel campo dottrinale, lo spirito, il cuore e tutto l’essere reagirebbero: forse la mente vacillerebbe, ma tutto l’essere direbbe: «No». Oggi, in cui molti uomini sono travagliati dall’angoscia, Egli mi ha dato, ci ha dato, una pace che dice sua: «La mia pace», che è poi Lui stesso. E chi la sperimenta non può più dimenticarla, e se la perde non c’è pace del mondo che la possa sostituire. Egli poi, mi ha dato una gioia così piena, così grande, così esaltante, così divina, che se la bufera fosse nel campo morale, dove qualcuno vuole offrirti una vita di felicità con mezzi terreni come i divertimenti mondani, lo sbrigliamento dei sensi, la droga, ecc., tu sapresti a priori che mai raggiungeresti per quella via nemmeno i piedi della montagna di felicità su cui Egli ti ha fatto salire riempiendoti di beatitudine già da questa terra. Chiara Lubich Da: Vivere la Parola che rinnova, Città Nuova, Roma 2008, pp. 60-63. 106 - gen’s 3-4/2008 — pag. 53 — © a un O) — pag. 54 — esperienze Fare scoprire le fonti di Dio di Marlies BOLSIUS UL LOLLI ILL LILALLA LL LL DLL ALLA LALA LLL LL LO AGC A ACCCC 000000000000 0000002200000 00000 sons seresttntttt In Olanda, vicino a Rotterdam, una mamma di famiglia numerosa, insegnante nelle scuole elementari, ha ideato un metodo per preparare i bambini alla prima Comunione. Oggi questo metodo è adottato in dieci comunità. 108 - gen’s 3-4/2008 Mi chiamo Marlies Bolsius e vivo nella parrocchia di Masdon, vicino a Rotterdam. Per vent’anni ho insegnato nelle scuole elementari e oggi sono direttrice in una di queste. Ho sette figli e cinque nipotini. Sia in famiglia che in parrocchia, ho sempre cercato soluzioni nuove per dare ai bambini una formazione religiosa adeguata. Parecchio tempo fa, in occasione della preparazione alla prima Comunione di due dei miei figli, il parroco mi chiese di aiutare una suora, già anziana, che da anni si occupava di questi corsi. Così, per qualche anno ho collaborato con lei. Mi accorgevo però che i materiali e i metodi utilizzati non erano dei più moderni. Quando la suora lasciò quell’incarico, ho dovuto prenderne il posto ed ho cominciato a cercare metodi più aggiornati. Consultavo, per esempio, le novità editoriali, seguivo l’attività di vari istituti pastorali olandesi, sperimentavo nelle mie lezioni il materiale che mi sembrava più adatto, però non ero mai soddisfatta. I metodi, talvolta, erano superati, perché il linguaggio e la dose massiccia di dogmatica non potevano fare presa sui bambini, oppure erano così profani da sembrare più adatti ad una lezione di scienze naturali che alla trasmissione della fede. In una parola, da quei metodi e da quei testi era difficile far emergere qualcosa di più profondo. Nel frattempo ho conosciuto il Movimento parrocchiale dei focolari e sono stata affascinata da come si presenta e si vive in esso il Vangelo. Attorno agli anni ’80 ho sentito Chiara parlare della catechesi ai bambini sulle fonti di Dio'. Poi ho incontrato un parroco italiano, don Cosimino Fronzuto?. Anche lui aveva sentito ciò che Chiara aveva detto e mi mostrò un paio di semplici ciclostilati, che riportavano un disegno e una frase di commento di Chiara. Sembrava che custodisse un tesoro. Con poche parole ma con un fuoco che subito mi prese, egli mi disse: «Tutto quello che dobbiamo insegna- — pag. 55 — esperienze re ai bambini sta qui: aiutarli a incontrare Gesù. Dove? Guarda!». E mi pose davanti il primo foglio con scritto: «Le mie prime comunioni». Così chiamava lui i luoghi di incontro con Gesù. E cominciava a sfogliarli e leggerli ad uno ad uno: — Comunione con Gesù nel nostro cuore; — Comunione con Gesù nel fratello; — Comunione con Gesù nella sua Parola; — Comunione con Gesù nei ministri della Chiesa; — Comunione con Gesù nei dolori; — Comunione con Gesù nell’unione fraterna. — Comunione con Gesù nell’Eucaristia. Nel foglio di ciascuna comunione c’era un disegno che la illustrava e una breve spiegazione. Alla fine concludeva: «La prima Comunione non deve essere qualcosa come un rito magico che non ha niente a che fare con la vita di ogni giorno. No, i bambini devono già aver preso confidenza con Gesù, perché lo hanno conosciuto scoprendolo in queste fonti di Dio, vivendo l’amore scambievole». Poi mi diede una copia di quei fogli. Rimasi colpita per la semplicità, ma allo stesso tempo presa dalla incommensurabile profondità di quelle “fonti”. Le parole di Chiara Lubich e questo colloquio con don Cosimino sono stati per me, come educatrice e come insegnante, di enorme stimolo. Mi venne l’idea di formulare un progetto per la prima Comunione ispirandomi a quei ciclostilati e mi sono messa a scrivere dei testi per le mie lezioni con un linguaggio adatto ai bambini d’oggi. Mi sono accorta che i bambini si sentivano coinvolti quando scoprivamo insieme le parole di Gesù che svelano la sua presenza e quando le vivevamo insieme. 53 Io stessa rimanevo stupita della grande sensibilità che quei piccoli mostravano per la mistica del Vangelo. Un aiuto alle lezioni mi arrivò da uno dei miei figli, Cesco, che ha molto talento per il disegno. Già gli avevo chiesto parecchie volte di farmi qualche illustrazione per questo progetto, ma lui temeva che io volessi un’immagine troppo pia. Un giorno in cui nella stampa olandese si parlò molto di fumetti, si alzò dal suo tavolo da disegno e con occhi birichini mi disse: «Mamma, ho disegnato il tuo amico!» e mi mostrò un disegno di Gesù sulla croce, molto originale. Aspettava trepidante la mia reazione, nel timore che lo disapprovassi. Ma io fui colpita dalla soavità che quell’immagine emanava... Visto che mi piaceva continuò: «Se posso adottare questo stile, allora faccio volentieri un disegno per ogni lezione, dove torna la stessa figura di Gesù». Sono già un paio d’anni che usiamo questi testi e questi disegni e l’interesse cresce. AI momento dieci parrocchie lavorano con questo metodo. Nel frattempo ho scritto anche un manuale per i catechisti, completo di finalità didattiche per ogni lezione e di spunti creativi. Mi accorgo che i bambini si sentono molto coinvolti e spesso continuano a partecipare con entusiasmo anche alla catechesi dopo la prima Comunione. Constato che l’amore reciproco crea un legame di vera amicizia tra i ragazzi e la comunità attorno a Gesù nella sua Chiesa cresce. i 1) C. Lubich, Dio Amore e le sue fonti, Linee Gen3, Grottaferrata (RM), presso il Centro Gen3, pp. 3-11. 2) Un sacerdote focolarino della diocesi di Gaeta, partito per il Cielo nel luglio del 1989. Allora era parroco della parrocchia di San Paolo nella città di Gaeta ed era molto apprezzato per la santità di vita e per la sua catechesi. Cf F. Cardinali, Cosimino Fronzuto. Una vita per l’unità, Città Nuova., Roma 1992. gen'’s 3-4/2008 - 109 — pag. 56 — 54 | primi catechisti sono i genitori di Rosa BOSIO esperienze 100000000002 0000000092200000000902009022000020000 2000920400020 0022000020000 0000 0ss0esessserosto Nella diocesi di Brescia (Italia) è stato avviato un nuovo modello di catechesi per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Nel primo anno sono previsti solo incontri con i genitori, che poi negli anni seguenti accompagnano i figli nelle varie «tappe». Ecco l’esperienza raccontata da una catechista. 110 - gen’s 3-4/2008 (Gis è un Comune di circa 16 mila abitanti, che per la sua posizione è definito “porta ovest” di Brescia e “porta orientale” della Franciacorta, zona a sua volta famosa per la produzione di spumanti e vini doc. Lì, nella parrocchia di Santa Maria Assunta, abbiamo avviato un’interessante proposta di catechesi per i ragazzi che si preparano a ricevere la Prima Comunione e la Confermazione. Tui è nato dalla Lettera pastorale del nostro vescovo, Mons. Giulio Sanguinetti, con la quale egli, riferendosi appunto all’Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, chiedeva che tutta la diocesi nel giro di cinque anni studiasse il nuovo modello di catechesi proposto, lo facesse proprio e lo avviasse. Sottolineava in modo particolare come «il contributo dei genitori nell’iniziare i propri figli alla fede cristiana è un compito originario e originale [...] che non può mai essere delegato». In concreto, questo modello prevede che il primo anno siano i genitori, e non i ragazzi, a frequentare «gli incontri di catechismo». La novità più grande per la nostra parrocchia ci è sembrata proprio la possibilità di offrire ai genitori un itinerario di fede comunitario, perché la famiglia torni ad essere il luogo privilegiato dell’evangelizzazione e trasmissione della fede. Così si è deciso di seguire il percorso proposto dall'Ufficio Catechistico Diocesano che per il primo anno prevede incontri formativi per i genitori con momenti di festa e fraternità. I temi dei cinque incontri sono stati: — Perché comunicare la fede ai figli? — La nostra vita ha bisogno di una buona notizia? — Perché il Vangelo di Gesù è una lieta notizia? — Dove incontriamo la buona notizia? — Che cosa significa credere da adulti? L’obiettivo è di far sì che i genitori riscoprano o approfondiscano la conoscenza delle verità fondamentali della fede — pag. 57 — esperienze e ravvivino la loro vita cristiana per poterla trasmettere poi ai figli. Negli anni successivi gli incontri proseguono coinvolgendo genitori e figli: sono quattro-cinque appuntamenti che permettono a papà e mamma di accompagnare i figli nelle varie “tappe”. Per i bambini, invece, il cammino vero e proprio comincia dopo che i genitori hanno partecipato agli incontri del primo anno. Si inizia con il far conoscere Gesù, poi il Dio di Gesù, la storia della salvezza, la Chiesa, i sacramenti, e infine il cammino post cresima con l’iniziazione e la progressiva traduzione in vita del mistero pasquale. Quando nella primavera del 2005 il sacerdote che segue l’oratorio mi ha chiesto se potevo iniziare il nuovo cammino di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, diventando animatrice-catechista di un gruppo di genitori, sono rimasta dubbiosa e un po’ preoccupata. Era una novità assoluta per tutti. Qualche settimana dopo sono partita per Castel Gandolfo per un convegno di persone impegnate in parrocchia. Durante l’incontro ho avuto chiara in cuore la risposta: avrei provato a fare questa esperienza richiestami dal parroco. Sin dal primo anno, la collaborazione con gli altri catechisti è stata ottima. Ogni volta che ci trovavamo per preparare i successivi incontri con i genitori, c’era un arricchimento reciproco. Anche con i genitori l’esperienza è stata molto positiva: sono nati nuovi rapporti, alcune volte è stato bello raccogliere la loro voglia di “tornare” alla fede, oppure le loro perplessità, o il desiderio di trasmettere ai figli soltanto cose belle, e scoprire che la “cosa più bella” è proprio Dio. Mi sono resa conto che il mio “compito” tra quei genitori era soltanto quello di essere testimone autentica di Gesù, a volte “compromettendomi” nel donare la mia esperienza. Cerco di sfruttare ogni occasione per condividere con loro la bellezza del vivere la Parola, di fare le cose per voler bene ai fratelli, iniziando in famiglia. Più di una volta ho detto come cerco di fare ogni più piccola cosa per Gesù presente in ogni prossimo. Quando stiro posso farlo solo perché è nei miei compiti di moglie oppure per amore: allora devo stirare il meglio possibile ogni indumento per allietare chi l’indossa. A chi mi chiede cosa ci guadagno, rispondo: stiro con meno fatica e con più gioia! Quando ci siamo confrontati su dove trovare la “buona notizia”, è stato prezioso poter condividere con loro la scoperta che ogni parola del Vangelo può essere vissuta concretamente, in ogni momento della giornata. Certo, alcuni genitori si riavvicinavano alla fede dopo anni di “lontananza” e con loro è stato interessante condividere alcuni cambiamenti. Altri hanno iniziato a frequentare gli incontri perché “obbligati”, ma poi hanno continuato per convinzione e con entusiasmo. In altri ancora è nato il desiderio di rendersi disponibili in oratorio o in parrocchia. Una mamma si è offerta per fare catechismo e due genitori hanno scelto di mandare la bambina in chiesa la domenica anche se questo “compromette” la stagione sciistica, perché «il catechismo — hanno detto — è più importante che andare a sciare!». Lo scorso anno si sono uniti al gruppo dei catechisti altri due: Sonia e Aloisio, e abbiamo vissuto questo cammino con Gesù in mezzo a noi. A volte non è facile trasmettere agli altri le “perle preziose” del Vangelo, ma continuiamo, come Maria, silenziosamente a costruire i rapporti tra catechisti e con i genitori, sapendo che l’unità tra di noi è la nostra forza, il nostro coraggio. È davvero una divina avventura dar gloria a Dio con la nostra vita e vedere la gioia dei genitori che ritornano 0 scoprono la bellezza di essere parte viva di una comunità. L’arte di amare che Chiara ci ha insegnato è stata uno strumento fondamentale nell’andare verso queste persone. L’amare per prima, non giudicare, ascoltare e altro ancora, ha aperto il cuore di molti. de__| gen's 3-4/2008 55 - 111 — pag. 58 — m56 Catechesi a partire dalla famiglia a cura di Miguel Angel BLANCO 009000000000 00 0020002200002 LLOLTLLLOCLLKOALE FFC AOC" 00D020000000000000000s00e 000000 0s000 oso In una parrocchia alla periferia di Buenos Aires, in Argentina, un'esperienza di catechesi dei fanciulli attraverso la famiglia fa crescere la comunicazione e l’amore tra gli sposi, i figli e i parenti. E molti adulti scoprono la bellezza della vita cristiana e tornano a frequentare la Chiesa e a ricevere i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Il parroco, Miguel Angel Blanco, e una coppia di sposi, Susana e Omar Zazzeroni, ci raccontano la loro esperienza. 112 - gen’s 3-4/2008 Miguel Angel Blanco: Sono parroco in un quartiere povero della capitale argentina. Seguendo l’indirizzo della Conferenza episcopale del mio paese, abbiamo portato avanti con successo una particolare esperienza di catechesi, coinvolgendo in modo vitale le famiglie. Alla base del progetto, c’è una coppia-guida che incontra settimanalmente i genitori dei bambini che frequentano il catechismo in preparazione alla prima Comunione. Sono questi genitori poi che danno la catechesi ai propri figli. Inoltre una volta al mese vengono tutti in parrocchia con i loro bambini per “rafforzare” ciò che hanno ricevuto dai genitori. Questo metodo si è rivelato particolarmente utile per l’evangelizzazione anche degli adulti. Susana Zazzeroni: Quando siamo andati in parrocchia per iscrivere i nostri figli al catechismo per la preparazione alla prima comunione, ci hanno parlato di una nuova metodo- esperienze logia che consisteva nel prepararci noi genitori per poi essere noi stessi i catechisti dei nostri figli. Nonostante non capissimo bene cosa ciò significasse, abbiamo accettato. Man mano che si succedevano le settimane, ci rendevamo conto quanto ci giovassero quegli incontri, perché poco per volta vedevamo che la nostra vita cambiava. Omar Zazzeroni: Io, nonostante una certa sensibilità per Dio, non conoscevo tante cose della fede cristiana. Non sapevo neanche pregare. Lì ho incontrato persone che avevano un ideale di vita ispirato al Vangelo. Alla fine, anch’io, che ero andato solo per mio figlio, feci la prima comunione a 35 anni. È stato uno dei passi più importanti della mia vita. Susana Zazzeroni: La fede che ora condivido con mio marito e i miei figli è stato un dono immenso e molte cose sono cambiate nella nostra fa- miglia e in tante altre. Una delle realtà più significative vissute nel gruppo, frutto dei nuovi rapporti che si — pag. 59 — esperienze sono creati fra tutti, è la comunione dei beni. Un giorno arriva una signora del gruppo, mamma di famiglia molto povera, tutta sconsolata: i ladri erano entrati in casa rubando tutto. Subito abbiamo raccolto tra noi vestiti, materassi, qualche mobile, una bombola di gas... e persino una porta, dato che la sua era stata scassata. Un'altra volta siamo venuti a sapere dell’angustia di un papà da tempo disoccupato. Ci siamo preoccupati di condividere con lui gli alimenti, aiutandolo anche a trovare un lavoro. Questo gli ha fatto scoprire un Dio che è Amore e ha provocato dei passi importanti nella sua vita, instaurando anche un dialogo sincero con la moglie ed i figli. Lui stesso si sorprendeva per la pace ritrovata. Omar Zazzeroni: Dopo un po’ di tempo ci proposero di assumere il ruolo di “coppia-guida” nella catechesi. Ci ha incoraggiato ad accettare una frase di Chiara che dice in sintesi: «Tutti siamo chiamati a lavorare per l’unità, basta aderire a Dio con tutta la nostra volontà, disposti a dar la vita per gli altri». Questo sì, lo potevamo fare, potevamo amare gli altri genitori. Dopo Gesù ci avrebbe aiutati a mettere sulle nostre labbra le parole adeguate e nel nostro agire l’atteggiamento giusto. Riguardo alla nostra vita di coppia, capivamo che prima di andare agli incontri dovevamo dimenticarci della stanchezza, ricomporre un rapporto magari incrinato, perché l’unità fra noi doveva essere la base di quanto avremmo fatto e detto. A poco a poco nel gruppo avevamo imparato ad ascoltarci, a capirci, a volerci bene, senza giudizi negativi, a vivere gli uni per gli altri. Susana Zazzeroni: Uno degli effetti tipici di questa catechesi è il miglioramento delle situazioni familiari difficili: cresce l’amore e la comunicazione fra gli sposi e i loro figli. Anche dopo anni di inimicizia si riconciliano parenti, si sanano ferite e traumi di vario tipo. Si sviluppa spontaneamente la necessità di pregare e si sperimenta l’unione con Dio. E persone adulte tornano ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Sono cadute così le barriere che ci mantenevano lontani dalla Chiesa e ora la sentiamo vicina alle nostre necessità ed esigenze. Tanti hanno trovato la maniera di inserirsi nella comunità, arrivando ad essere coppie-guida ed animatori della stessa catechesi familiare o membri di vari movimenti ecclesiali. Naturalmente tutto questo torna a vantaggio dei figli che respirano in famiglia un ambiente cristiano sereno e crescono nella fede quasi per osmosi, assimilando spontaneamente comportamenti e mentalità ispirati al Vangelo. ss 57 gen's 3-4/2008 - 113 — pag. 60 — n58 La Parola di vita come base della catechesi di Jane Eliza MFALAMAGOHA In qualsiasi nazione il Vangelo vissuto crea la comunione. A Iringa, in Tanzania, con piccoli gesti quotidiani a scuola, in parrocchia e nei villaggi visitati, una religiosa dimostra che l’arte di amare! migliora la vita sua e di chi le sta accanto. La Parola di Vita, la testimonianza, l’ascolto e il sostegno delle persone aiutano tutti a «fare famiglia». 1) «In questo impegno (di vivere la Parola) è di grande aiuto quella che abbiamo chiamato “l’arte di amare”, colta dal Vangelo: amare tutti, amare per primi, amare il nemico, farsi uno col fratello, amare Gesù nel prossimo, amarsi a vicenda». (Dal discorso inedito di C. Lubich all'Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici del 21-23 settembre 2006). 114 - gen's 3-4/2008 sesso ppartengo alla Congrega- zione di Santa Teresa di Lisieux e vivo in Tanzania, a Iringa, città su un altopiano a circa 1660 metri in una zona abitata da circa 120 mila persone. Tempo fa ho conosciuto il Movimento dei focolari e da allora la mia vita è cambiata. Ero già religiosa, felice della scelta fatta, ma conoscere la spiritualità dell’unità è stata una sorprendente rivoluzione. Ho capito che la cosa importante era farmi santa, ma insieme con le altre religiose. Ho avuto la gioia di esercitarmi in questa nuova vita recandomi a Loppiano, dove ho trascorso tre anni per approfondire la spiritualità dell’unità. Qui l’inizio non è stato facile. Eravamo suore provenienti da diverse parti del mondo. Avevamo culture, lingue e tradizioni differenti. Ognuna era molto legata alla propria Congregazione. Per tutte è stata una scuola di vita. Alla fine, è rimasto soltanto Gesù. Io ho imparato come morire a me stessa per permettere a lui di esperienze essere presente in me e in mezzo a noi. Al ritorno in Tanzania sono stata nominata maestra delle novizie, un ruolo che mi ha resa consapevole che il vero Maestro è Gesù in mezzo alla comunità. Oltre a questo incarico, sono catechista nei villaggi della zona e insegno religione: una volta la settimana in tre scuole secondarie vicine e una volta al mese incontro le donne della parrocchia. Da quando ho iniziato a vivere la spiritualità dell’unità, il mio modo d’insegnare catechismo è differente da prima. Grazie a Dio abbiamo la “Parola di Vita”, che è la base del mio insegnamento, perché voglio aiutare i miei studenti a sperimentare nella loro vita che cosa significhi essere vero seguace di Gesù, comporsi come famiglia di Dio. All’inizio è stato un po” difficoltoso, perché gli studenti erano abituati ad un altro metodo: più intellettualistico e meno impegnativo nel concreto della vita. Per fortuna avevo imparato che bisogna amare — pag. 61 — esperienze per primi, e così ho cominciato a condividere con loro, gradualmente, come va vissuta in Africa la nostra vita di cristiani. Ricordo una quattordicenne che non riusciva a perdonare un insegnante che l’aveva molto offesa per un errore. Ci è voluto del tempo, ma alla fine ci è riuscita e ha ritrovato la serenità. Adesso è lei che mi aiuta a far capire agli altri studenti che c’è gioia nel perdonarsi a vicenda. In un’altra occasione, il vescovo di Iringa, mons. Tarcisius Ngalalekumtwa, si è recato a conoscere le novizie. Anche loro sono catechiste e svolgiamo insieme questo servizio. Esse, superando la naturale timidezza, hanno condiviso col vescovo le loro esperienze di vita e questi continuava a chiedere come mai erano così felici del loro lavoro e della formazione in generale. Una di loro ha risposto: «Cerchiamo di abbracciare ogni giorno Gesù crocifisso e abbandonato e Gesù risorto si fa presente in mezzo a noi. È Gesù abbandonato che ci dà Gesù in mezzo: da qui la nostra gioia». Il vescovo, molto contento, ha esclamato: «Prego che possiate tener sempre viva questa spiritualità. Ringrazio Dio per questo giorno in cui mi sono trovato in un posto come questo, dove si respira aria fresca». E ha raccomandato loro di donare questa spiritualità a tutti. L’unità tra noi ha contribuito a creare un clima di famiglia anche in parrocchia. Molti gruppi di donne hanno chiesto un incontro mensile per loro. Avvertiamo che hanno bisogno di essere ascoltate e anche se non sempre riusciamo a dare una soluzione ai loro problemi, loro continuano a partecipare e ci sentiamo più vicine a Dio. Poi l’amore reciproco fa nascere iniziative concrete. Ad esempio, per aiutare le famiglie, questo gruppo di donne ha dato vita a un piccolo asilo infantile in una delle loro case. I circa venti catechisti della parrocchia si incontrano una volta al mese per preparare il programma insieme con il parroco e con me. A tutti piace la Parola di Vita che li sostiene durante la missione nei villaggi. Il territorio della parrocchia è molto esteso: comprende anche sei villaggi con cappella che, nella stagione secca, essi riescono a visitare regolarmente. In genere si va in gruppetto: alcuni catechisti, due novizie e due o tre mamme del posto. Ci fermiamo sul luogo per due o tre giorni. La mattina insegniamo il catechismo nelle scuole elementari. Il pomeriggio andiamo casa per casa, senza differenza di religione, per aiutare le persone spiritualmente e per quanto possibile, materialmente. Incontriamo malati da curare, situazioni familiari difficili da risolvere... Le persone, sentendosi amate, ci accolgono con gioia e si confidano. La sera, poi, la casa che ci accoglie è sempre piena di gente, soprattutto di giovani, che vogliono pregare e cantare con noi, chiedono chiarimenti sulla loro vita morale, suggerimenti su come vivere il Vangelo di fronte alle attuali sfide del mondo... Sono assetati delle nostre esperienze di vita vissuta alla luce della Parola. Non a caso, quando torniamo, sono in tanti a venirci a trovare. Ai catechisti della zona, oltre alla preparazione teologica data loro dalla Scuola diocesana per catechisti, è di grande aiuto lo scambio delle esperienze, che dà luce e forza per andare avanti. Anzi, proprio a questa scuola diocesana ogni anno ci chiamano per presentare la nostra spiritualità e portare la nostra esperienza. Qualche volta le sorprese arrivano anche da persone che vengono dall'Europa per aiutarci. E qui, nella nostra comunità incontrano Gesù. Un uomo, non praticante, commosso, ci ha detto: «Qui ho trovato Dio. Vedo che c’è un futuro». Questi sono solo alcuni dei piccoligrandi frutti della vita secondo il Vangelo, frutti di quell'amore reciproco che cresce tra le suore, i catechisti, i membri della parrocchia e in tutto il villaggio. Per questo, a nome di tutti, ringrazio Chiara che ora dal Cielo ci aiuterà ancora di più. | 59 gen's 3-4/2008 - 115 — pag. 62 — 60 esperienze Tradurre le verità della fede nella vita di ogni giorno a cura di Paolo CANALE UO LILLA LLLALLL LALA LILLA LLL LIL LLC LLL LL LL LLOCLLA CALL LCLCCCCSCC000s 22022200002 0000 00009 00A00000000000 In alcune diocesi del Centro Italia si sta sperimentando con frutto che si può trasmettere la fede viva ai ragazzi e ai giovani, attraverso il carisma dell'unità, tipico del Movimento dei focolari. E una catechesi vitale che si basa sulla Parola vissuta e sulla comunione delle esperienze e che porta significativi frutti anche nel periodo post-cresimale. Ce ne parlano don Paolo Canale, Federico Marcaccio e Cristina Torresetti della diocesi di Fermo nelle Marche. 116 - gen's 3-4/2008 Paolo Canale: Vorremmo presentarvi la nostra esperienza con i giovani: non si tratta tanto di una catechesi sistematica, ma piuttosto di un contributo per approfondire con il carisma dell’unità le verità fondamentali della nostra fede tradotte in vita. Grazie a queste esperienze è nato il Movimento diocesano, diramazione del Movimento dei focolari, che opera nella nostra Chiesa locale a livello diocesano. Come base della formazione abbiamo posto la Parola di vita, che ha avuto e continua ad avere un’incidenza forte soprattutto nei giovani che man mano sono venuti a contatto con noi. Sono nati così nelle varie parrocchie gruppi giovanili che vivono la Parola e sono in grado di attrarre a sé altri per la forte presenza di Gesù in mezzo a loro. Federico Marcaccio: Ogni settimana, generalmente il sabato pomeriggio, un buon numero di ragazzi e ragazze dai 14 ai 18 anni vanno in parrocchia per continuare il loro cammino di fede dopo aver ricevuto il sacramento della Cresima. Sono tanti i motivi che inizialmente possono attrarli a questa esperienza: i rapporti di amicizia che si istaurano, il desiderio di fare esperienza di gruppo con altri giovani, la ricerca di qualcosa di nuovo... Senz’altro ciò che più li attrae è la vita d’unità che sperimentano nel gruppo parrocchiale, nelle attività che proponiamo durante l’anno e nei corsi estivi di formazione. La Messa domenicale è un appuntamento fisso, a cui si partecipa attivamente, animando i canti e dando la propria disponibilità per qualche servizio. Ma la fantasia suscita sempre nuove occasioni per fare famiglia, come ritrovarsi per una pizza insieme, una gita in montagna, o semplicemente giocare a casa di qualcuno del gruppo. Ci sono poi degli appuntamenti diocesani, durante l’anno, in genere ogni due mesi, — pag. 63 — esperienze che ci permettono di approfondire i punti fondamentali della spiritualità dell’unità, che sono anche i punti fondamentali della vita cristiana. Vengono presentati con piccoli temi e soprattutto con esperienze concrete dei giovani più grandi. Cerchiamo pure di toccare i punti più scottanti della vita dei giovani di oggi, andando controcorrente, per far emergere uno stile nuovo di stare insieme, ispirato al Vangelo. Questo ci porta a vivere in maniera diversa anche le occasioni per far festa, come il carnevale, i mini tornei di calcetto e di pallavolo per ragazzi e ragazze, in cui il premio più ambito è la coppa d’unità, che va alla squadra che ha dimostrato, in campo e fuori, di vivere l’unica regola che conta davvero, anche nello sport, quella dell’amore reciproco. Particolarmente significativa è stata negli ultimi anni la collaborazione con la pastorale giovanile della diocesi. Molto apprezzato è stato il contributo dato dai nostri giovani in occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù e della recente Agorà dei giovani italiani. Cristina Torresetti: L'appuntamento più atteso e importante dell’anno è senz’altro il corso estivo di formazione, detto anche camposcuola. Si tratta di una settimana vissuta insieme, generalmente in montagna, per approfondire la vita che poi durante l’anno ci impegniamo a portare nelle nostre parrocchie. Quest'anno vi hanno partecipato 95 giovani, tra cui alcuni del Movimento diocesano di Macerata. Si è partiti recandosi in un’antica abbazia cistercense. Qui ci siamo dichiarati pronti a vivere con un unico desiderio, quello di amare in modo evangelico e di vivere insieme una divina avventura. i Poi, ci siamo suddivisi in piccoli gruppi, con un perno responsabile, composti da persone di diversi paesi che prima non si conoscevano neppure. Questi gruppetti sono la base di tutta la vita del camposcuola, per mettere in pratica quanto meditiamo nei temi. Così, mentre un gruppetto riordina il locale per l’incontro, un altro prepara i tavoli nella sala da pranzo o riordina le stanze, c’è chi prepara un gioco, o chi fa le prove di canto per animare gli incontri o la Messa, e così via. Ogni giorno si comincia con la preghiera e viene letta una Parola di vita per quella giornata. C’è anche un tema scelto che fa da filo rosso a tutto il corso. Quest’anno, ispirandoci a Maria, il motto è stato: “Come un celeste piano inclinato”. Giorno per giorno si presentano i principali punti della spiritualità dell’unità e si trattano anche temi legati.alle problematiche giovanili. Il corso è caratterizzato pure da alcuni work-shop su sport, musica e arte. Bellissime le esperienze sulla vocazione al matrimonio e alla vita consacrata, donateci da una giovane impegnata in parrocchia e da un focolarino. Anche giochi, serate ricreative, caccia al tesoro, ecc... tutto è una scusa per crescere nell’amore. A sera la celebrazione della santa Messa: momento culmine della giornata. Paolo Canale: Molti i frutti e interessanti le impressioni dei giovani. Scrive Valentina: «Grazie a questo campo sono riuscita a ritrovare Dio, ho ricominciato a sperare e ad avere fiducia in Lui e nel prossimo. Ora voglio ricominciare e impegnarmi più di prima». E Stefano: «Questo corso di formazione è stato importante per me. Negli ultimi mesi mi erano crollate molte certezze, ma in questi giorni ho potuto riscoprire ciò che veramente conta: Dio che è Amore!». Il corso si è concluso con una festa insieme a genitori e amici, in cui è stata presentata la nostra vita. Così anch’essi hanno potuto sperimentare almeno un po” la presenza di Gesù in mezzo a noi. Molto contenti i parroci e il vescovo, che ci hanno incoraggiati a diffondere questo stile di vita in tutta la diocesi. | gen's 3-4/2008 61 - 117 — pag. 64 — 162 Il Vangelo vissuto rispetta e unisce le etnie a cura di Lorenzo BORTOLIN CITI TTT ZI TIZI TITTZI TITTI TTTTITI CITI TI TITI TTI T TTI TITTI TITTI CITI IC TOTI In Alto Adige o Siidtirol gli abitanti parlano italiano o tedesco e quindi le celebrazioni liturgiche e le catechesi sono svolte nelle due lingue. A Sinigo o Sinich, in periferia di Merano, due sacerdoti di diverse etnie vivono in piena comunione tra loro. Ponendo un accento sulla catechesi per gli adulti, utilizzano gli stessi testi. Grazie anche a un comitato comune, propongono insieme per le due etnie iniziative utili che diventano occasioni preziose per far crescere l’unità tra tutti. 118 - gen's 3-4/2008 Ila periferia della città di Merano nella parrocchia di San Giusto vivono circa 3.000 fedeli, due terzi dei quali sono di lingua italiana e un terzo di lingua tedesca, affidati rispettivamente a Salvatore Tonini e a Josef Gschnitzer. Da un anno i due sacerdoti svolgono il loro servizio anche nella parrocchia limitrofa dell’Esaltazione della S. Croce a Postal, nella cittadina confinante, anch’essa bilingue con circa 1.600 abitanti. In questa situazione — dove talora lingua, storia e tradizioni possono creare difficoltà anche nella comunione ecclesiale — don Salvatore e don Josef hanno deciso di lavorare in piena unità. Salvatore Tonini: Ben presto ci siamo resi conto che nelle due comunità la catechesi dei bambini e adolescenti è abbastanza regolare e sistematica, mentre quella degli adulti è piuttosto frammentaria e occasionale come, ad esempio, nella preparazione al matrimonio, durante le missioni o attraverso la predicazione... esperienze Abbiamo avvertito l’esigenza di iniziare anche per gli adulti una catechesi progressiva e continuata, sapendo che tanti hanno una religiosità per tradizione e che della fede conoscono più o meno solo quello che hanno imparato da bambini. Un’impresa non facile, conoscendo quanto l’indifferentismo invadente e la vita moderna con i suoi ritmi incalzanti siano di ostacolo a tale impegno. Nonostante tutto abbiamo lanciato la proposta. Ci siamo accordati di svolgere la catechesi per gli adulti nelle rispettive lingue, ma usando lo stesso testo: il “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI. In questi mesi abbiamo approfondito il capitolo sul Padre nostro. Vengono per ora circa una ventina di persone che partecipano regolarmente agli incontri mensili. Una quindicina ha pure comperato il libro. Noi sacerdoti introduciamo il tema e poi leggiamo assieme il testo, fermandoci a commen- — pag. 65 — esperienze tare le varie affermazioni. Ci stiamo sempre più rendendo conto quanto siano chiare, luminose e vitali le pagine di questo libro del Papa. Una signora affermava che meditando il Padre nostro ha trovato un rapporto nuovo con Dio: «La mattina quando mi alzo sento una grande gioia nel poter incominciare a pregare il Padre nostro». Troviamo pure in altri scritti del Papa, come nelle due ultime encicliche, insegnamenti molto validi e attuali da offrire ai nostri parrocchiani. Josef Gschnitzer: Sia nella parrocchia di Sinigo che di Postal stanno sempre più formandosi e mettendosi al lavoro vari gruppi, come quello degli anziani del Centro parrocchiale e gruppi giovanili con gli animatori. Nostro intento prioritario è quello di dare, specialmente alle persone del consiglio parrocchiale, una catechesi vitale. Una volta al mese ci troviamo con gli animatori dei vari gruppi e approfondiamo con buon frutto i punti fondamentali della spiritualità di comunione. Molti ci dicono che sentono come essenziali questi incontri, che li motivano e danno la carica per lavorare con fiducia e serenità. Lo abbiamo constatato, ad esempio, quando a Sinigo è sorto un nuovo Centro che ospita le attività dei due gruppi linguistici. Per coordinare il lavoro abbiamo costituito-un comitato responsabile composto da persone appartenenti ai due gruppi. Circa quattro anni fa, all’inizio della nostra esperienza di parrocchia, avevamo chiesto a Chiara Lubich una parola che ci fosse di luce per la nostra pastorale e lei ci aveva risposto: «... Mostrare l’unità nella distinzione come è nella Santissima Trinità». Abbiamo cercato di seguire questa linea. Di conseguenza anche il nostro Centro parrocchiale ha strutture che usiamo in comune, così i vari arredi e attrezzature. Naturalmente ci sono pure sedi riservate ai due gruppi linguistici, per esprimere la distinzione di costumi e di iniziative. Salvatore Tonini: Tutte le occasioni vanno colte per formare le persone ad una vita e ad una mentalità cristiana. Così è stato per il rinnovamento della decorazione della Chiesa che comprendeva fra l’altro, una statua della Madonna in bronzo dorato e un notevole bassorilievo raffigurante i tre santi patroni: San Giusto, Giovanni Paolo II che abbraccia i rappresentati delle varie religioni, e accanto a lui la beata madre Teresa di Calcutta. In questa iniziativa sono state coinvolte tante persone dei due gruppi etnici, offrendo loro l’opportunità di crescere nel rapporto vicendevole e nell’approfondimento della fede. La spiegazione del significato forte di queste opere d’arte è stata l’occasione per una catechesi incisiva e immediata. Josef Gschnitzer: La catechesi agli adulti non ci fa trascurare quella dei bambini. Anche per loro non ci accontentiamo dell’ora di catechismo, ma cerchiamo di rendere formativa ogni attività che si svolge in parrocchia. Un'esperienza valida in questo senso è l’iniziativa che attuiamo per i bambini e per i ragazzi il sabato pomeriggio a cui partecipano una cinquantina di ragazzi e una decina di animatori. Oltre alla catechesi vera e propria e ad altre iniziative, li prepariamo ad eseguire i canti della Messa della domenica dove partecipano con gioia ed entusiasmo. Alcuni genitori ci hanno confidato che ora sono i bambini a mettere loro fretta il mattino della domenica per poter essere puntuali a questo impegno. | 63 gen's 3-4/2008 - 119 — pag. 66 — r64 Aiutare i ragazzi a vivere la Parola di Loredana FRACCAROLI e Carla RUSPINI bi III TIZI ZI TITITTTITITTTT TITTI TILT TTI CCI CECI ICT TI, Il Vangelo vissuto trasforma la vita dei bambini e dei genitori. È l’esperienza che da alcuni anni viene portata avanti da Loredana Fraccaroli e Carla Ruspini in Svizzera. Questo stile vitale della loro catechesi sta dando ottimi frutti. 120 - gen's 3-4/2008 Loredana: Vivo a Croglio, un piccolo comune del Canton Ticino (Svizzera) di 900 abitanti e con un vasto territorio che comprende otto frazioni. Insieme a Carla, che mi aiuta nella catechesi, abitiamo nella frazione di Castelrotto dove si trova la chiesa parrocchiale. Tutto è iniziato dodici anni fa, quando é stata diagnosticata a mia mamma una malattia inguaribile e lei è venuta ad abitare nella mia casa. Ero già catechista, ma mi pareva che non avrei potuto continuare con questo impegno durante la settimana. Ne ho parlato col parroco e con Carla e insieme abbiamo visto che avremmo potuto preparare i bambini per la prima Comunione la domenica mattina prima della Messa. In quel momento i testi usuali non ci sembravano più adatti. Abbiamo deciso, d’accordo col sacerdote, di usare direttamente il Vangelo della domenica, convinte che la miglior preparazione a ricevere Gesù era quella di mettere in pratica le Sue parole. esperienze Per facilitare la comprensione della Parola di Dio raccontavamo esperienze nostre e soprattutto quelle di altri bambini e bambine che si adattavano al testo, prese dalla rivista Gen4 del Movimento dei focolari. Con nostra grande meraviglia dopo i primi incontri, i bambini hanno iniziato a narrare come loro vivevano la Parola di Dio. È nata così l’idea di scrivere su fogli colorati le loro esperienze. Erano così tante e varie da formare una specie di libro, che raccontava il loro cammino incontro a Gesù. In poco tempo con la loro semplicità e immediatezza riuscivano non solo a capire, ma anche ad “entrare” nel Vangelo. Carla: Ecco alcune loro esperienze: semplici, ma con la sapienza evangelica. Questa è di due gemelline: «Al corso di nuoto abbiamo pensato alle parole di Gesù “amerai il prossimo tuo come te stesso” ascoltate alla catechesi e ci siamo comportate bene con l’insegnante». — pag. 67 — esperienze Questa è di Diletta: «Chiara, una bambina, ogni venerdì viene a dormire da noi perché la sua mamma di notte va a lavorare. Era con noi anche Nathalie. Loro volevano giocare col computer, ma io avevo promesso a mio fratello che non l’avrei usato. Allora una delle due ha interrotto l’amicizia con me e a scuola ambedue fanno finta di non conoscermi. Malgrado ciò mi faccia soffrire, sento che nel mio cuore non c’è odio ma perdono». E poi Andrea: «Avevo dormito quasi fino a mezzogiorno. Subito dopo il pranzo la mamma mi chiede di mettere a letto il mio fratellino. Non avevo nessuna voglia di ritornare in camera. Poi ho ascoltato quella voce nel mio cuore che mi ricordava come Gesù era ubbidiente ai suoi genitori e ho portato Luca nel mio letto e sono stato con lui finché si è addormentato». Man mano anche le loro famiglie capivano che la sorgente della vita dei figlioli era il Vangelo vissuto e parecchi di loro si sono riavvicinati alla Chiesa. A poco a poco nasceva tra tutti un rapporto più fraterno, basato sull’amore reciproco. All’inizio di ogni incontro pregavamo, coscienti che, se siamo uniti nel nome di Gesù, Lui è in mezzo a noi. Infatti avevamo l’impressione che fosse Lui stesso a guidare queste catechesi. Loredana: Poi è cambiato il sacerdote ed è arrivato un altro parroco, che ha pensato di applicare un metodo diverso. L’incontro nostro coi bambini è stato sospeso e, pur con dolore, abbiamo accettato con serenità la nuova situazione. Intanto nel 2000, la Consultazione ecumenica per il futuro sociale ed economico della Svizzera lancia un appello a tutta la popolazione: quale futuro vogliamo costruire? Ci sembrava che l’esperienza viva dei nostri bambini e il riflesso sui loro genitori fosse una risposta a questo interrogativo. Abbiamo partecipato ad una serata informativa. Sentivamo dire quà e là «Bisognerebbe fare..., si dovrebbe fare...»). Abbiamo raccontato quello che avevamo fatto, presentando la nostra esperienza e mostrandone i frutti. I responsabili della serata, molto interessati, ci hanno chiesto di mandare tutto il materiale che avevamo alla loro sede centrale. Il gruppo di valutazione ha scelto la nostra esperienza insieme ad altre due da presentare il giorno della Festa federale di ringraziamento, invitandoci a raccontarla nella Cattedrale di Lugano. Davanti ad un folto pubblico abbiamo esposto in sintesi la nostra iniziativa, mostrando come la Parola di Dio vissuta suscita frutti sorprendenti nei ragazzi e nelle famiglie con un vero cambiamento di comportamento e di mentalità. In questa occasione i bambini hanno portato all’altare sette cartelloni dove erano applicati dei fogli che riportavano le loro esperienze. È stato un successo. I cartelloni sono poi rimasti esposti per un mese. Esperienza bella, ma del passato. Carla: Ma ecco un ulteriore avvicendamento in parrocchia: arriva un nuovo parroco, che ci comunica i suoi obiettivi nella catechesi e ci chiede come possiamo realizzarli. Abbiamo raccontato la nostra precedente esperienza e la sua risposta è stata: «Per me va benissimo». Avevamo un po’ di timore: erano trascorsi sei anni e dovevamo ricominciare da zero. Ora scopriamo con stupore che anche se i vari gruppi dei bambini sono molto diversi dai precedenti, tutti rispondono con entusiasmo nell’impegno di vivere il Vangelo. Lo scorso dicembre inviando gli auguri di buon Natale al nostro vescovo di Lugano gli abbiamo fatto dono del volumetto che conteneva le catechesi che abbiamo svolto quest'anno con le esperienze dei ragazzi. Egli ci ha risposto così: «Vi ringrazio di avermi inviato un interessante materiale, che ripercorre un prezioso cammino di catechesi compiuto alla luce del Vangelo. Vi sono grato per questo impegno e vi invito a proseguire con serenità, costanza e fiducia». — 65 gen's 3-4/2008 - 121 — pag. 68 — Fare incontrare Gesù esperienze vivendo l'unità tra noi di Hannelore BECKER e Christiane KRAMP CO IIOIIIIIOIOIIIIIIOIIIIIIdIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII Dalla Germania un'esperienza di catechesi ai fanciulli. Le catechiste cercano di vivere tra loro il messaggio evangelico che trasmettono ai ragazzi. Così li preparano prima alla comunione con la Parola e poi alla comunione con l’Eucaristia. Ce ne parlano Hannelore Becker e Christiane Kramp che operano nell’unità pastorale di St. Marien a Saarburg-Beurig, diocesi di Treviri. 122 - gen's 3-4/2008 Hannelore Becker: Fin dal 2005 tre parrocchie, fra cui la nostra, formano un’unità pastorale con un solo sacerdote. Ogni anno circa 50 bambini si preparano alla prima Comunione nelle loro rispettive parrocchie seguiti da una ventina di catechiste, che il parroco ha cura di preparare bene per poi affidare ad ogni coppia di catechiste un gruppo di 5-7 bambini. Noi da un paio d’anni avevamo aderito alla spiritualità dell’unità e il sacerdote ci ha coinvolte in questa attività, affidandoci la formazione delle catechiste, perché la catechesi fosse fatta con Gesù in mezzo a noi ed i bambini fossero aiutati a sperimentare la realtà viva della comunità cristiana: essere «un cuor solo ed un’anima sola». Christiane Kramp: Il nostro lavorare insieme è partito da questa domanda: «Cosa è importante per noi due, per le catechiste e per i bambini». Per noi la cosa più importante era che la catechesi fosse frutto non solo di studio, ma del- l’unità tra noi e con le catechiste. Dopo aver elaborato con questo spirito il programma nella sua globalità, abbiamo seguito le catechiste durante tutto il periodo, costruendo con loro il programma in varie tappe. Per i ragazzi si organizzava un weekend di 2-3 giorni insieme: avevamo capito che questa convivenza vale più che 20 lezioni piuttosto teoriche. Hannelore Becker: Abbiamo aiutato le catechiste e i bambini a trovare nei testi biblici le fonti dove conoscere e incontrare Gesù. Qualche esempio: 1) Gesù dentro di me — Vangelo di Zaccheo. Gesù disse a Zaccheo: «Voglio venire nella tua casa». Gesù vuole stare nella casa della nostra vita sin dal nostro battesimo. E qui si fa il ricordo del battesimo... 2) Gesù nella Parola — La casa sulla roccia. — pag. 69 — esperienze Se ho Gesù nel mio cuore, devo ascoltare la sua voce e fare la sua volontà. Riscopro l’ascolto della Parola nella Bibbia, specialmente nel Vangelo della domenica. 3) Gesù nella Eucaristia — «Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi». I bambini imparano così a riconoscere la presenza di Gesù che diventa per noi Pane eucaristico. Ogni anno ci venivano idee nuove. Coinvolgevamo i genitori, scrivendo delle lettere per informarli sulle catechesi e proponendo come vivere con i loro bambini un passo del Vangelo. Al termine delle catechesi si andava in chiesa, sia perché i bambini imparassero come muoversi in questo luogo sacro (segno di croce all’entrata, genuflessione davanti al tabernacolo), sia perché avessero delle spiegazioni sulle varie parti della Chiesa: il battistero, 1’ altare, l’ambone...., e per imparare a parlare personalmente e insieme con Dio. La catechesi era elaborata in modo integrale, così che tutti i sensi erano in azione: non c’era solo da ascoltare, ma anche da vedere, toccare, fare movimenti, cantare... Abbiamo fatto un corso di quattro o cinque incontri con le catechiste. Avevamo una cura speciale per creare l’atmosfera, preparare la sala ben ordinata e, prima che arrivassero, domandavamo a Gesù il suo Spirito ed il suo Amore. Per noi era importante accogliere le catechiste così come sono, con i loro problemi e le loro domande, e per riuscirci rinnovavamo ogni volta l’impegno di vivere l’unità tra noi. Christiane Kramp: Nelle nostre riunioni il parroco dava sempre il benvenuto e introduceva il tema. Noi spesso raccontavamo esperienze della nostra vita. Non era facile per noi aprirci in questo modo, perché non è usuale fare questa comunione. Poi spiegavamo la catechesi da fare ai bambini. In seguito veniva la parte organizzativa, per es. la presentazione dei bam- bini durante la liturgia, la preparazione alla confessione... Le catechiste potevano fare le loro domande come pure raccontare le loro esperienze vissute con i bambini. Hanno molto apprezzato queste serate. Una di loro diceva alla fine del corso: «Si sentiva veramente l’amore tra di voi. Così è stato possibile per noi trasmettere questo amore ai nostri bambini». Hannelore Becker: Il fine settimana serviva per dare la possibilità di fare un’esperienza di Gesù presente nella comuntà, vivendo insieme la vita cristiana nella sua pienezza. Con il “dado dell’amore” trovavamo il motto della giornata. Le ore erano riempite con giochi, lavori manuali, canzoni, passeggiate, meditazione e Messa. I bambini, lavorando in gruppi, ponevano su un grande quadro i loro dipinti e scritti dove raccontavano le loro esperienze di Vangelo vissuto. Si facevano anche lavori a mano: vassoi per l’acqua benedetta, dadi dell’amore, ecc. I bambini pregavano con le loro parole, ringraziando Gesù. La comunione tra le catechiste delle diverse parrocchie con noi responsabili è cresciuta molto. E anche il loro contatto con il parroco è diventato più frequente. Abbiamo guadagnato molti nuovi collaboratori per vari servizi nelle parrocchie, per es. persone che seguono i chierichetti, lettori, cooperatori per una liturgia ben fatta, membri per il consiglio pastorale. Christiane Kramp: Ora ogni anno i bambini sono invitati ad una settima biblica, tenuta da una ventina di collaboratori e dalle loro catechiste. Abbiamo fatto molte esperienze in questi anni con i bambini, con le catechiste e tra di noi. La maggior parte sono state esperienze gioiose, anche se le difficoltà non sono mancate. Le abbiamo superate bene, alla luce dell’evento pasquale, con l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato. | 67 gen’s 3-4/2008 - 123 — pag. 70 — Adolfo RAGGIO Alla fine del Convegno si sono evidenziate alcune caratteristiche di una catechesi svolta alla luce della spiritualità dell'unità, pur consci che è impossibile rendere con poche parole la ricchezza e la profondità di vita e di dottrina che erano emerse. Si tratta di principi di spiritualità più che di principi operativi, e quindi volti ad animare dal di dentro l’azione catechetica. A commento di ciascuna linea d’azione indicata segue una breve esplicitazione. 124 - gen’s 3-4/2008 IICITITITITI TICA TE CE TI TITTT TITTI TITTI TI TC T ITC TTI C TITTI TTI CRITICI TITTI IAT TT TITTI IAA TI AIA TI TATA TI IA ATI T TATTICI III TATA TITTI II IAA AI AI ATI III IAA Otto punti prospettive per una catechesi-vita pero dalla comunione con Dio, nella Chiesa, alla luce dell’ecclesiologia e della spiritualità di comunione. La base su cui poggia l’azione catechetica è l’unità, cioè la vita di comunione. Anzitutto la comunione con Dio, la scelta di Dio come unico Ideale della vita, la scoperta che Dio è Amore e che «ci ama immensamente». Solo se abbiamo un rapporto personale d’amore con Dio, con Gesù, possiamo trasmettere agli altri questa verità fondamentale. Comunione con Dio che si traduce immediatamente in comunione nella Chiesa, che — come afferma il Vaticano II — «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Da qui l’importanza di coltivare una “spiritualità di comunione”, come l’ha raccomandata Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (n. 43). Si tratta di farla fruttificare nel campo della Chiesa in cui siamo chiamati ad operare. edere sempre Gesù nel- l’altro: «L’avete fatto a me» (Mt 25, 40). Amare in modo concreto. L’atteggiamento base nel far catechesi è quello della fede. Vedere Gesù nel prossimo: «L’avete fatto a me». È uno sguardo che coinvolge e modifica il nostro modo di trattare chi ci ascolta, ci spinge a mettere in atto nei confronti di chiunque “l’arte di amare”! con tutte le sfumature che essa richiede. ncentrare la catechesi sulla Parola vissuta e favorire la comunicazione delle esperienze fatte. Il cuore della catechesi è la Parola di Dio annunciata e vissuta: «Traboccare il Vangelo riscoperto». Partire dalla propria esperienza con Gesù: parlare di Lui, promuovere l’incontro con Lui, e favorire la comunicazione delle esperienze che si fanno mettendo in pratica la Parola. Fee uno, accogliendo e rispettando le diversità, adeguandosi alla mentalità, età e cultura di chi ascolta. — pag. 71 — prospettive Per poter trasmettere in modo opportuno ed efficace i contenuti della catechesi, occorre, ad immagine di Gesù, “farsi uno” con i destinatari. Questo esige fare il vuoto di fronte all’altro per cogliere i suoi valori, vivere l’altro. ae ed attuare l’amore reciproco: «Amatevi gli uni gli altri...» (Gv 15, 17), affinché si possa manifestare la presenza di Gesù in mezzo a noi, vero Maestro di verità e di vita (cf Mt 18, 20). Suscitare e attuare l’amore reciproco: è questo il clima che occorre cercare di creare fra tutti, sciogliendo nodi e contrasti che possono esistere. Avere come modello la comunione d’amore delle Persone della SS. Trinità. Far crescere questo amore fino ad arrivare, almeno intenzionalmente, a «dar la vita» per l’altro, in modo che si possa manifestare la presenza di Gesù, promessa a coloro che sono radunati nel suo nome. È Gesù presente nel gruppo della catechesi il vero Maestro che illumina, sprona, converte e genera nuova vita a livello personale, comunitario e sociale. Sepe e far scoprire in ogni difficoltà il volto di Gesù crocifisso e abbandonato. Nel campo della catechesi non mancano le difficoltà: irrequietezza dei ragazzi, mancanza di rapporto con i genitori, povertà di dialogo fra catechisti, inadeguatezza degli strumenti a disposizione, impreparazione, senso di solitudine che a volte si avverte, critiche della gente... Di fronte a questi ostacoli spesso nasce lo scoraggiamento. Noi possiamo aiutare a dare una lettura diversa e far vedere le difficoltà e la sofferenza come qualcosa di positivo: un incontro con Gesù crocifisso e abbandonato. Saperlo scoprire e amare innanzitutto in noi e poi aiutare gli altri a fare altrettanto. «Fare di ogni ostacolo una pedana di lancio» per generare nuovo amore e nuova vita. ( ostruire e tener viva la comunione fra catechisti, famiglie e comunità. Il nostro ruolo è essere costruttori d’unità fra tutti, tenendo viva la comunione con gli altri catechisti, con le famiglie e con la comunità intera. Oggi si punta di più al rapporto con la famiglia, a coinvolgerla nella catechesi, anche perché spesso i genitori hanno bisogno loro stessi di essere sostenuti nella fede e nella vita cristiana. È importante inoltre essere inseriti nella comunità e aiutare gli altri a diventare parte viva di essa, dove tutti dovrebbero scoprire Cristo, il suo Corpo mistico vivo. Come ha detto Bonhoeffer: «Cristo esistente come comunità». prire le persone al dialogo con tutti in vista del «che tutti siano uno» (Gv 17, 21). Tale dialogo è particolarmente necessario nel nostro tempo in cui ci troviamo sempre più a vivere in un mondo multireligioso e multiculturale. Un dialogo a 360 gradi. Preparare le persone ad avere rapporti fraterni con cristiani delle varie Chiese, a scoprire i semi del Verbo nelle altre Religioni, a collaborare con persone di convinzioni non religiose: vedere in tutti dei fratelli e sorelle, figli e figlie dell’unico Padre per i quali Gesù ha dato la vita. Aiutare a non giudicare, ma ad amare sempre, a mettere in luce il positivo negli altri, a riconoscere che ognuno è un dono per noi, come noi dobbiamo esserlo per loro. Allo stesso tempo essere pronti, se le circostanze lo permettono, ad un «rispettoso annuncio», partendo dalla nostra esperienza. La meta è «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17, 21), sapendo che tutti sono candidati all’unità. de, 1) C. Lubich, La dottrina spirituale, Città Nuova 2006, pp. 334-335. gen's 3-4/2008 - 69 125 — pag. 72 — PER I TRE CICLI DEL CATECHISMO Questo Progetto catechesi, edito da Città Nuova, è stato molto apprezzato dai partecipanti al nostro Convegno. Si tratta di uno strumento completo a sostegno dei Catechismi ufficiali della C.E.I. per la preparazione ai sacramenti della Comunione e della Cresima. In risposta a quanto ha auspicato Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte — «...la grande sfida che ci sta davanti è fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione» — questo progetto attinge alla spiritualità dell’unità e nasce dall’esperienza dei Centri Mondiali Gen 4 e Gen 3 e da un ricco scambio di idee e conoscenze con catechisti ed esperti nel campo della catechesi. 126 - gen’s 3-4/2008 L’obiettivo è quello di fare della preparazione ai sacramenti sempre più un itinerario di crescita nella fede, unendo la trasmissione di contenuti dottrinali alla comunicazione di esperienze di fede vissuta. Per questo un punto di forza di tale sussidio è l’invito a vivere le parole del Vangelo e allo scambio, durante le lezioni, di esperienze legate alla pratica della Parola di Dio, contributo essenziale alla costruzione della comunità. Sono di supporto ai catechismi: un compact disc musicale con le canzoni e basi di Daniele Ricci, Marco Lunardis e Chiara Grillo per aiutare i bambini attraverso il canto a vivere pienamente e in letizia le lezioni, i tempi forti e le feste liturgiche; un compact disc che offre la possibilità di costruire momenti di gioco, incontri di catechismo e incontri di formazione; il gioco Gesù compagno di viaggio pensato come un quiz in 20 tappe sulla vita di Gesù e della Chiesa di Gerusalemme. IO SONO CON VOI ‘ IL SEGRETO DELLA FELICITA riferito al Catechismo CEI "lo sono con voi". 1/1 Quaderno attivo 1/2 Quaderno attivo 1 Guida VENITE CON ME UN'AVVENTURA CON DIO riferito al Catechismo CEI "Venite con me". 2/1 Quaderno attivo 2/2 Quaderno attivo 2 Guida SARETE MIEI TESTIMONI LA VITA - UN VIAGGIO riferito al Catechismo CEI "Sarete miei testimoni". 3/1 Quaderno attivo 3/2 Quaderno attivo 3 Guida — pag. 73 — indice 71 muntroduzione 2 Saluto di Benedetto XVI ai partecipanti al Convegno La vera sfida della catechesi Enrique Cambòn mSguardo alla situazione 6 Alcuni flash sulla catechesi nel mondo a cura di Adolfo Raggio mFondamenti ] 6 La catechesi di Gesù Fabio Ciardi secosesosese 2 ] La catechesi nei documenti della Chiesa Maria Ricci 2 8 Catechesi e Sacra Scrittura Proposizione 23 del Sinodo dei vescovi 9 La catechesi alla luce del carisma dell’unità 2 Alba Sgariglia Catechesi e omelia 35 dal Messaggio al Popolo di Dio al termine del Sinodo sulla Parola (Ottobre 2008) Il «castello esteriore» 3 6 Giuseppe Maria Zanghì 39 Il «castello esteriore» e la catechesi Giuseppe Maria Zanghì 1000000000000 000e0000 4 3 «Mostraci il Padre» Chiara Lubich Un metodo evangelico 50 Chiara Lubich gen'’s 3-4/2008 - 127 — pag. 74 — cess0000cssso0seo c000000000000 000000000000 rronredt00 000000000000 0000000000 00000 s0ss00st 128 - gen's 3-4/2008 da 54 56 58 60 62 64 66 68 70 mEsperienze Fare scoprire le fonti di Dio Marlies Bolsius I primi catechisti sono i genitori Rosa Bosio Catechesi a partire dalla famiglia a cura di Miguelangel Blanco La Parola di Dio come base della catechesi Jane Eliza Mfalamagoha Tradurre le verità della fede nella vita di ogni giorno a cura di Paolo Canale Il Vangelo vissuto rispetta e unisce le etnie a cura di Lorenzo Bortolin Aiutare i ragazzi a vivere la Parola Loredana Fraccaroli e Carla Ruspini Fare incontrare Gesù vivendo l’unità Hannelore Becker e Christiane Kramp meProspettive Otto punti per una catechesi-vita Adolfo Raggio Viviamo il Vangelo. Progetto catechesi Uno strumento a sostegno dei catechismi della Conferenza Episcopale Italiana a cura della Redazione indice — pag. 75 — Ai sensi della legge n. 675/1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen 5 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 ens rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gens - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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