gen’s 2008/5-6 – Ecumenismo della vita Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2008-5-6-ecumenismo-della-vita/ — pag. 1 — Editoriale Ecumenismo efficace Card. Marc Quellet La testimonianza ‘ecumenica ‘Benedetto XVI Ricezione e futuro del dialogo ecumenico Fabio Ciardi La Parola luogo d'incontro ‘ecumenico Mons. Armando Boîtolaso "Tappa ecumenica a Beirut. Esperienze del Dialogo della vita Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento 3 anno XXXVIII I 7 Postale — D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 È ; È n.46) art. î comma 2 DCB- ROMA settembre - dicembre — pag. 2 — settembre - dicembre 2008 129 131 132 134 140 145 150 154 159 163 166 170 174 EDITORIALE DOCUMENTI MAGISTERO STUDIO RELAZIONE SPIRITUALITÀ ATTUALITÀ ECCLESIALE ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZ ESPERIENZA INDICE Ecumenismo efficace Enrique Cambon La testimonianza ecumenica Card. Mare Quellet Ricezione e futuro del dialogo ecumenico Discorso alla Plenaria del Pontifico Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani Benedetto XVI La Parola luogo di incontro ecumenico La Parola vissuta può aprire la via verso una comprensione comune delle Scritture Fabio Ciardi omi Il cammino ecumenico delle Chiese E necessario che l’ecumenismo sia portato avanti insieme dalle istituzioni e dai carismi Card. Walter Kasper Una spiritualità ecumenica Il mondo ecumenico alla ricerca di una spiritualità che generi unità Joan Patricia Back Tappa ecumenica a Beirut Convegno di vescovi di varie Chiese e riti Mons. Armando Bortolaso Vivere per l’unità Dialogo della vita nelle istituzioni e tra teologi Brendan Leahy Prove di «ecumenismo della vita» La fraternità costruisce ponti fra le Chiese Giorgio Paolini Amare la Chiesa altrui come la propria Sentire propri i bisogni delle altre Comunità Gaetano Pugliese Una diocesi a servizio dell’unità dei cristiani Trento, città simbolo per l’unità Antonio Sebastiani Unità ecumenica in famiglia Le diversità di Chiesa d’appartenenza possono maturare e arricchire l’amore nella famiglia Maria Andrea e Eduardo Farias Indice analitico del 2008 a cura della Redazione — pag. 3 — editoriale Ecumenismo efficace ensando a quanto, in questo momento di grave crisi, sia importante offrire al- l’umanità una testimonianza concorde della forza trasformatrice del Vangelo, appare oggi ancor più urgente il cammino verso l’unità dei seguaci di Colui che per questo ha dato la vita (cf Gv 11, 52). Da un punto di vista storico e sociologico non c’è da meravigliarsi se tale cammino di tanto in tanto subisce qualche battuta d’arresto. Basta pensare alle vicissitudini, passate e presenti, per acquisire la tolleranza, l'abolizione della schiavitù o del razzismo, la libertà di religione, l’uguaglianza della donna, il superamento della fame e della povertà, la pace, e tanto altro. I cristiani, anche per ciò che riguarda l’unità fra di loro, fanno parte di questo percorso dell’umanità, con le sue conquiste e i suoi fallimenti, con i suoi progressi e le sue lentezze, involuzioni, gradualità. Tra le difficoltà che a volte improvvisamente risorgono, vi sono pure motivi teologici, anche se molto si è fatto negli ultimi decenni per ricucire gli strappi della cristianità. Occorre proseguire con coraggio e decisione su questa via. Va ricordato, in ogni caso, come più volte si ripete negli articoli che compongono questo numero della rivista, che l’unità è un dono di Dio. Dono di Dio che ci giunge in maniera sorprendente attraverso i carismi dello Spirito che arrivano adeguati ad ogni tempo, grazie alla sensibilità e apertura di persone, gruppi, correnti storiche che li accolgono. Uno dei benefici dell’ecumenismo, tra i più preziosi, è che ci rende più attenti ad ascoltare «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2, 29). Ed evidentemente oggi si scopre, forse con una forza e universalità senza precedenti, che il cuore del messaggio evangelico è l’agàpe; che la comunione sino alla misura della “unitrinitarietà” — partecipazione per grazia alla stessa vita di Dio — è una sua conseguenza; che la croce trasformata in motivo di nuovo e più maturo amore è la chiave per arrivarci. Mi viene in mente a questo proposito la parola di un vescovo che mi ha molto colpito quando ero ancora seminarista: «E vero che solo con l’amore agapico non si risolvono tutti i problemi del mondo; ma è ugualmente vero che senza quest’amore non si risolvono mai del tutto». Così succede con l’ecumenismo. Agdpe, comunione trinitaria, giusto atteggiamento kenotico, con tutti i suoi effetti di capacità di ascolto, di accoglienza reciproca e fraternità vissuta, di un dialogo sincero che sappia recepire gli aspetti positivi dell’altro, del comune servizio all’umanità, di un ricominciare sempre sen- Gen's 5-6/2008 — pag. 4 — 130 editoriale za scoraggiarsi mai... non sono ancora l’unità visibile dei cristiani, perché i problemi sono tanti, seri, e vanno risolti. Ma ne sono il presupposto. L’unica realtà capace di ridarci speranza e aprire sempre nuove strade. A mostrarlo, crediamo che contribuisca ogni apporto di questo numero. Sia quelli di riflessione che quelli esperienziali. Non è possibile dire quali abbiano più valore e interesse, perché s’illuminano e si confermano a vicenda. In questo momento vorrei sottolineare l’importanza, nelle abbondanti esperienze riportate, dello spessore teoretico che esse riflettono e che le sorregge. Perché se è vero che «dietro ad ogni azione c’è un’idea che s’ignora» (M. De Certeau), dietro ognuna di quelle esperienze c’è ovviamente una visione della realtà, a livello antropologico, teologico, ecclesiologico, pastorale. Normalmente le prospettive si colgono meglio in controluce attraverso la vita che nella sola enunciazione dei principi. È quello che ci auguriamo anche in questo caso. E ci sembra che si tratti di una visione e uno stile di vita che non solo contribuiscono a che i cristiani possano più celermente crescere insieme «verso la verità tutta intera» (Gv 16, 13), ma che vanno pure incontro alle più sentite esigenze dell’umanità attuale, in tutti i suoi ambiti. E. C. Gen's 5-6/2008 — pag. 5 — sinodo dei vescovi 131 La testimonianza ecumenica AR dall’ingresso ufficiale della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico, i Papi hanno fatto della causa dell’unità dei cristiani una priorità. Peraltro, il riavvicinamento ecumenico ha permesso alle Chiese e alle Comunità ecclesiali di interrogarsi insieme sulla propria fedeltà alla Parola di Dio. Benché gli incontri e i dialoghi ecumenici abbiano suscitato frutti di fraternità, di riconciliazione e di aiuto reciproco, la situazione attuale è caratterizzata da un certo malessere che richiede una conversione più profonda a “l’ecumenismo spirituale”. «Questa conversione del cuore e questa santità di vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, devono essere considerate come l’anima di tutto il movimento ecumenico» (UR 8). Questo orientamento del Concilio conserva tutta la sua attualità come esorta il Santo Padre: «Ascoltare insieme la parola di Dio; praticare la lectio divina della Bibbia, cioè la lettura legata alla preghiera; lasciarsi sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si esaurisce, della parola di Dio; superare la nostra sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni; ascoltare e studiare, nella comunione dei credenti di tutti i tempi; tutto ciò costituisce un cammino da percorrere per raggiungere l’unità nella fede, come risposta all’ascolto della Parola»?. Tra le numerose testimonianze ecumeniche del nostro tempo, citiamo a titolo d’esempio il Movimento dei focolari fondato da Chiara Lubich, la cui spiritualità dell’unità pone l’accento su “l’amore reciproco” e l'obbedienza alla “Parola di vita”. La pedagogia di questo Movimento dà giustamente la priorità all’elemento dinamico dell’amore rispetto all’elemento noetico della Parola. Questa priorità richiede da parte di tutti i partners ecumenici una conversione sempre più profonda al disegno d’amore di Dio trinitario, che lo Spirito Santo cerca di portare a compimento con “gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). È significativo il fatto che questo movimento cattolico ed ecumenico — non dovremmo forse dire solo “cattolico”, cioè ecumenico? — porti il nome canonico di “Opera di Maria”. In esso vi confluiscono serenamente e armoniosamente — come d’altronde in altri movimenti? — il movimento biblico, il movimento ecumenico e il movimento mariano, grazie a una pratica risoluta della Parola di Dio, incarnata e condivisa‘. Questa testimonianza ricorda che l’unità dei cristiani e il suo impatto missionario non sono innanzitutto “opera nostra”, ma dello Spirito e di Maria!. Card. Marc Quellet N.B. Il testo è tratto dalla Relazione prima della discussione (n. III B 2), pronunciata dal card. Quellet al Sinodo dei vescovi il 6 ottobre 2008. Cf . 1) Cf UR e UUS; vedi anche W. Kasper, Manuel d'ocuménisme spirituel, Nouvelle Cité, Paris 2007, p. 96. (Ed. it. L’ecumenismo spirituale. Linee-guida per la sua attuazione, Città Nuova, Roma 2006). 2) Benedetto XVI, Omelia ai secondi vespri a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Roma 25.01.2007, in:.L’Osservatore Romano, 27.1.2007, pp. 4-5. 3) Specialmente le Comunità e Movimenti di Sant'Egidio, Taizé, ecc. 4) C. Lubich, Pensée et spiritualité, Nouvelle Cité, Paris 2003, p. 510. 5) M. Quellet, Marie et l’avenir de l’ocuménisme, in: Communio 28 (2003) 1, pp. 113-125; D.-I. Ciobotea - B. Sesboiié - J.-N. Peres, “Marie: L’oecuménisme à l’épreuve”, in L’actualité Religieuse dans le Monde, 1987, n. 46, pp. 17-24. Gen's 5-6/2008 — pag. 6 — 132 Ricezione e futuro del dialogo ecumenico Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI il 12 dicembre 2008 nel ricevere in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In quella occasione il Papa ha fatto il punto della situazione ecumenica, incoraggiando il proseguimento di un dialogo non solo teologico, ma anche vitale, alimentando «la crescita della fraternità ecclesiale». Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle! Un cordiale benvenuto rivolgo a voi tutti, che prendete parte alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In primo luogo, il mio saluto va al Cardinale Presidente, al quale sono riconoscente anche per le cortesi parole con cui ha illustrato il lavoro che avete svolto in questi giorni. Il mio saluto si estende al Segretario, e agli altri collaboratori del Pontificio Consiglio, come pure a quanti, provenienti da varie parti, hanno offerto il contributo della loro esperienza alla comune riflessione sul tema della vostra riunione: «Ricezione e futuro del dialogo ecumenico». Si tratta di un argomento di notevole interesse per il cammino verso l’unità piena tra i cristiani; un argomento che presenta due dimensioni essenziali: da un lato, il discernimento dell’itinerario percorso fino ad ora, e, dall’altro, l'individuazione di nuove vie per proseguirlo, cercando insieme come superare le divergenze che purtroppo ancora permangono nei rapporti tra i discepoli di Cristo. È indubbio che il dialogo teologico costituisce una componente essenziale per ristabilire quella piena comunione a cui tutti aneliamo, e, per questo, va sostenuto ed incoraggiato. Sempre più, questo dialogo si svolge nel contesto delle relazioni ecclesiali che, per grazia di Dio, si vanno estendendo e coinvolgono non solo i Pastori, ma tutte le varie componenti ed articolazioni del Popolo di Dio. Ringraziamo il Signore per i significativi passi in avanti compiuti, ad esempio, nei rapporti con le Chiese ortodosse e con le antiche Chiese ortodosse di Oriente sia per quanto concerne il dialogo teologico, sia per il consolidamento e la crescita della fraternità ecclesiale. L'ultimo documento della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sul tema Comunione Ecclesiale, conciliarità e autorità, a cui ha fatto esplicito accenno Sua Santità Bartolomeo I parlando alla recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi, apre sicuramente una prospettiva positiva di riflessione sulla relazione che esiste tra primato e sinodalità nella Chiesa, argomento questo di cruciale importanza nei rapporti con i fratelli ortodossi, e che sarà oggetto di approfondimento e di confronto in prossime riunioni. È consolante poi notare come un sincero spirito di amicizia fra cattolici e ortodossi sia andato crescendo in questi anni, e si sia manifestato anche nei Gen's 5-6/2008 — pag. 7 — magistero molteplici contatti intercorsi tra Responsabili della Curia Romana e vescovi della Chiesa cattolica con Responsabili delle diverse Chiese ortodosse, come pure nelle visite di alti esponenti ortodossi a Roma e a Chiese particolari cattoliche. Nella vostra Sessione Plenaria avete riflettuto, in modo speciale, sul cosiddetto Harvest Project: “Ecumenical consensus/convergence on some basic aspects of the Christian faith found in the reports of the first four international bilateral dialogues in which the Catholic Church has taken part since the Second Vatican Council” [Consenso/convergenza ecumenica su alcuni aspetti fondamentali della fede cristiana identificati nei rapporti dei primi quattro dialoghi bilaterali internazionali a cui ha partecipato la Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II]. Questo confronto vi ha condotto ad esaminare i risultati di quattro importanti dialoghi: quello con la Federazione Luterana Mondiale, quello con il Consiglio Mondiale Metodista, quello con la Comunione Anglicana e quello con l'Alleanza Riformata Mondiale. Se avete delineato quanto, con l’aiuto di Dio, si è riusciti già a raggiungere nella reciproca comprensione e nell’individuazione di elementi di convergenza, non avete però evitato, con grande onestà, di far emergere ciò che rimane ancora da compiere. Si potrebbe dire che ci troviamo in via, in una situazione intermedia, dove appare senz’altro utile ed opportuno un esame oggettivo dei risultati conseguiti. E sono certo che il lavoro di questa vostra sessione recherà un valido apporto per elaborare, in questa prospettiva, una riflessione più ampia, precisa e dettagliata. Cari fratelli e sorelle, in molte regioni la situazione ecumenica è oggi mutata e sta ulteriormente mutando, il che comporta lo sforzo di un franco confronto. Vanno emergendo nuove Comunità e gruppi, si vanno profilando inedite tendenze, e talvolta persino tensioni tra le comunità cristiane, ed è quindi importante il dialogo teologico, che va ad interessare l’ambito concreto della vita delle varie Chiese e Comunità ecclesiali. In questa luce si colloca il tema della vostra Plenaria, ed il discernimento indispensabile per delineare in modo concreto le prospettive dell'impegno ecumenico che la Chiesa cattolica intende proseguire ed intensificare con prudenza e saggezza pastorale. Risuonano nel nostro spirito il comando di Cristo, il mandatum novum, e la sua preghiera per l’unità «ut omnes unum sint... ut mundus credat quia tu me misisti» (Gv 17, 21). La carità aiuterà i cristiani a coltivare la “sete” della piena comunione nella verità e, seguendo docilmente le ispirazioni dello Spirito Santo, possiamo sperare di giungere presto all’auspicata unità, nel giorno in cui il Signore lo vorrà. Ecco perché l’ecumenismo ci sollecita a un fraterno e generoso scambio di doni, ben consci che la piena comunione nella fede, nei sacramenti e nel ministero rimane lo scopo e la meta dell’intero movimento ecumenico. Di tale vasta impresa, l’ecumenismo spirituale, come ebbe chiaramente ad affermare il Concilio Ecumenico Vaticano II, è il cuore pulsante. Stiamo vivendo i giorni dell’ Avvento, che ci prepara al Natale di Cristo. Questo tempo di vigile attesa tenga desta in noi la speranza del compimento del Regno di Dio, della Basileia tou Theou e Maria, Madre della Chiesa, ci accompagni e guidi nel non facile cammino verso l’unità. Con tali sentimenti, formulo voti augurali per le prossime feste natalizie e, mentre vi ringrazio nuovamente per il lavoro che avete svolto in questa assemblea, invoco su voi tutti e su ciascuno la benedizione di Dio. Benedetto XVI Gen's 5-6/2008 — pag. 8 — 134 studio La Parola vissuta può aprire la via verso una comprensione comune delle Scritture La Parola luogo d’incontro ecumenico di Fabio Ciardi omi Questo tema è stato uno degli interventi al convegno ecumenico dei vescovi organizzato annualmente dal Movimento dei focolari. L'autore mostra, con competenza, ma soprattutto in base all’esperienza, che è possibile superare il pessimismo di quel teologo che scriveva: «Di fronte alla Bibbia chiusa tutti i cristiani siamo d’accordo, però appena l’apriamo cominciano i nostri dissidi). ra il 1910 quando ad Edimburgo si riunì la Conferenza mondiale missionaria. Proprio nel campo missionario, dove le varie Chiese erano una fianco all’altra, si sperimentava maggiormente lo scandalo della divisione. Annunciavamo lo stesso Vangelo e nello stesso tempo presentavamo comunità cristiane che si opponevano l’una all’altra. Quello storico incontro di un secolo fa è considerato l’inizio del movimento ecumenico che, fin da allora, appariva strettamente legato al movimento di rinnovamento biblico. «Come mai — ci si domanda — abbiamo ascoltato una stessa Parola, abbiamo letto la stessa Scrittura e siamo arrivati alla disunione e alla divisione?». La risposta sta forse nel fatto che «abbiamo letto da soli e abbiamo ascoltato separatamente la Parola di Dio... ci siamo confrontati reciprocamente, ma ognuno si è chiuso nello scrigno della propria ere- Gen'’s 5-6/2008 dità, non arricchendoci, certo, ma impoverendoci)!. Vale anche per noi il rimprovero rivolto da Gesù agli scribi e ai farisei: spesso abbiamo annullato la Parola di Dio in nome della nostra tradizione (cf Mt 15, 3.6). Abbiamo abusato della Bibbia per farne uno strumento di difesa a oltranza delle nostre posizioni. Non è la Parola di Dio che ci divide. La Parola unifica. Siamo noi che non sappiamo accoglierla e viverla. Già nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale, cristiani di Chiese diverse, uniti dalla comune esperienza di persecuzione e di sofferenza, leggevano insieme la medesima Bibbia, senza guardare a quale “confessione” appartenessero gli uni e gli altri, trovando in essa forza per continuare a vivere in mezzo a quegli orrori. Un cappellano scozzese, reduce dalla prigionia, scrive che «la sua Bibbia passava di mano in mano dalla mattina alla sera e bisognava iscriversi in anticipo per prenotare la possibilità di averla in prestito e leggerla a una certa ora del giorno o della serata»?. La stessa cosa si verifica oggi nelle carceri di Cuba, come ho potuto conoscere nei miei recenti viaggi in quell’isola. Dio sa far scaturire il bene anche dal male delle nostre disunità. Le divisioni del passato, come ha scritto Giovanni Paolo II con l’ottimismo della speranza teologale, possono costituire «una via che ha condotto e conduce la Chiesa a scoprire le molteplici ric- — pag. 9 — studio 135 chezze contenute nel Vangelo di Cristo e nella redenzione da lui operata. Forse tali ricchezze non sarebbero potute venire alla luce diversamente...»?. Guardiamo allora alle ricchezze che si celano nelle nostre tradizioni cristiane riguardo alla Sacra Scrittura. Farò soltanto degli accenni cercando di accendere il desiderio di una comunione e di una conoscenza più profonde della centralità che possiede la Parola di Dio nelle nostre Chiese. La Parola nella tradizione ortodossa La centralità della Parola nella tradizione ortodossa è il frutto del suo essere erede diretta dell’esperienza dei Padri della Chiesa d’Oriente che vivevano, pensavano, parlavano mediante la Bibbia, tanto da identificare la loro vita con la sostanza biblica stessa. La Sacra Scrittura appariva loro come l’icona verbale del Cristo vivente, la via che consente di entrare in comunione con lui. Perché la Scrittura porti pienamente frutto e consenta l’incontro trasformante con Cristo, è fondamentale, per l’Ortodossia, che essa venga accolta e compresa all’interno della grande tradizione ecclesiale. Essa è data infatti alla Chiesa. E lei che la riceve fissandone il canone e la porta nel suo grembo come “Parola di Verità”. San Vartan e i suoi compagni, i soldati che morirono per la fede nella battaglia di Avarayr del 451 contro i Persiani, confessavano: «Noi riconosciamo come nostro padre il santo Vangelo e come nostra madre la Chiesa apostolica universale». Karekin I, Catholicos di tutti gli Armeni, commentando questa frase, amava ripetere che la Scrittura «va letta non come un libro storico, un testo filosofico o un’opera letteraria, ma per ciò che essa è veramente: la Parola di Dio, che deve essere tradotta in vita. (...) Ora, proprio il contesto spirituale della Chiesa, la sua esperienza millenaria ci aiuta a trovare questa applicazione della Parola alla vita. Il cristianesimo è prima di tutto vita comunitaria, vita ecclesiale nel senso etimolo- gico di quest’espressione. Il cristiano appartiene a una comunità»*. Questo stretto legame tra Parola di Dio, Chiesa e Tradizione, consente all’Ortodossia un approccio tutto particolare alla Sacra Scrittura: la liturgia. Qui la Parola diventa dossologia. «Nella Chiesa di Dio — scriveva Teofane il Recluso ad un suo corrispondente — la parola di Dio, che contiene la verità da lui rivelata, e i doni divini sacramentali, che comunicano la grazia, sono come pupille dei tuoi occhi»*. La Parola celebrata nella Santa Liturgia è poi scritta nuovamente nell’icona (l’icona, come è noto, non si “dipinge” ma si “scrive”), che diventa immagine della Parola. Dopo che il Verbo si è fatto visibile nella nostra natura umana, scrive Giovanni di Damasco”, abbiamo bisogno di “vedere” anche con gli occhi del corpo, oltre che con la fede. «Attraverso i libri udiamo le parole di Cristo. Così, allo stesso modo, attraverso la pittura delle immagini contempliamo l’effigie della sua figura corporea, dei suoi miracoli e delle sue sofferenze»?. L’icona è dunque inseparabile dal Libro. «Imprimi il Cristo là dove conviene, come colui che abita nel tuo cuore — scrive Teodoro Studita —, affinché, letto in un libro o visto su una icona, tu lo conosca per le due conoscenze sensibili. Che illumini doppiamente i tuoi pensieri e che tu impari a vedere con gli occhi ciò di cui sei stato istruito con la parola»8. «L’icona — leggiamo negli atti del Concilio Costantinopolitano IV —, attraverso i colori, ci annuncia e fa valere in noi quello che ci viene detto mediante le parole». La Parola nella tradizione della Riforma Se la centralità della Parola nella Chiesa ortodossa continua la tradizione dei Padri, nelle Chiese della Riforma essa nasce dal rifiuto di una teologia diventata arida e di una certa prassi ecclesiale antievangelica, e quindi da una forte esigenza di tornare alle pure sorgenti evangeliche. Gen's 5-6/2008 — pag. 10 — 136 studio Al dire di Lutero i teologi del suo tempo giungevano a dire: «Ma che Bibbia! La Bibbia? La Bibbia è un libro di eretici, bisogna leggere i Dottori!»?. Di qui la missione che egli avvertiva: riportare la Scrittura al centro della teologia e della vita. Si compiaceva di chiamarsi: «dottor Martin Lutero, indegno evangelista di Nostro Signore»!9. La Parola di Dio avrebbe dovuto costituire l’unica autorità, accanto alla quale ogni altra parola è soltanto parola umana, utile per l’ordinamento umano, ma senza forza per la salvezza. Di qui il bisogno di un accesso diretto, senza mediazioni, alla Parola di Dio, così come scaturisce dalla Bibbia. Essa viene prima della parola dei Concili e del Magistero, che sono da essa normati. In essa vi è l’immediato accesso alla viva Vox Dei. Per questo la monumentale traduzione di Lutero della Sacra Scrittura in tedesco, «... affinché — come scrive lui stesso — ognuno possa bere alla sorgente fresca» della Parola di Dio!!. Non possiamo tuttavia dimenticare che Lutero ha attinto dalla Tradizione più di quanto non sembri. Basta pensare all’importanza che hanno avuto per lui i Concili dei primi secoli, i Padri della Chiesa, primo fra tutti Agostino, e mistici come Bernardo di Chiaravalle o Giovanni Taulero. La Parola di Dio — ed è questo un altro grande apporto della Riforma — va intesa non soltanto come Parola scritta, ma anche come Parola annunciata, fatta risuonare viva nella Chiesa, e vissuta. «... Vangelo — scriveva Lutero — non significa altro che una predicazione di un grido della grazia e della misericordia di Dio, meritate ed acquistate dal Signore Gesù Cristo con la sua morte, e non è propriamente ciò che sta in libro o viene fissato in lettere, bensì piuttosto una predicazione orale, una parola viva ed una voce che risuona in tutto il mondo e viene emessa pubblicamente perché la si senta ovunque...))!2. Se non ci fosse la predicazione, non ci sarebbe nemmeno la Chiesa, null’altro essendo la predicazione che «la venuta di Cristo in mezzo a noi»!, di lui che ci costituisce in comunità. Gen's 5-6/2008 La Chiesa è l’insieme di quanti vengono radunati dalla Parola e sono da questa congiunti a Cristo, in Lui unificati ed accorpati. Lutero può, pertanto, trarne la conclusione che «la vita della Chiesa dipende tutta dalla Parola di Dio»!*. Afferma inoltre: «Quando fiorisce la Parola, tutto fiorisce nella Chiesa»!. La sessantaduesima delle famose novantacinque tesi attesta: «Il vero tesoro della Chiesa è il sacrosanto Evangelo della gloria e della grazia di Dio». Lapidaria anche la sentenza: «Tota vita et substantia Ecclesiae est în Verbo Dei». Martin Bucero (1491-1551), discepolo di Lutero e riformatore della chiesa di Strasburgo, ricordava che «la questione non è solo che la parola sia predicata fedelmente, ma soprattutto che la gente orienti la propria vita conformemente ad essa, perché non sono gli uditori della parola, ma i facitori di essa che saranno beati»!9. Di grande purezza la testimonianza di Calvino nella Lettera agli amanti di Gesù Cristo: «Senza l’Evangelo siamo tutti inutili e illusori, senza l’Evangelo non siamo Cristiani, senza l’Evangelo ogni ricchezza è povertà, la sapienza davanti a Dio è follia, la forza debolezza, ogni giustizia umana è condanna di Dio. Ma grazie alla conoscenza dell’Evangelo siamo resi figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, concittadini dei santi, abitatori del regno dei cieli, eredi di Dio con Gesù Cristo, grazie al quale i poveri sono resi ricchi, i deboli potenti, gli stolti sapienti, i peccatori giustificati, gli afflitti consolati, i dubbiosi rassicurati, gli asserviti affrancati. L’Evangelo è parola di vita e verità»!”. Dagli inizi della Riforma nel mondo protestante, soprattutto nella corrente pietistica delle Chiese evangeliche, la Bibbia è tornata in mano alla gente. L'immagine più familiare e comune è quella dell’intera famiglia riunita attorno al libro sacro, letto con fede e assiduità, costante punto di confronto per ogni situazione della vita, sorgente di preghiera e di ispirazione. — pag. 11 — studio 137 La Parola nella Comunione anglicana La medesima enfasi sulla centralità delle Scritture è affermata dalla Comunione anglicana. Lo afferma in maniera lapidaria il VI dei XXXIX Articoli, uno dei “formulari storici”, accanto al Book of Common Prayer, che la Chiesa d’Inghilterra riconosce come “una testimonianza alla fede”. Vi si afferma: «La Sacra Scrittura contiene tutto ciò che è necessario alla salvezza. A nessuno può essere domandato di credere un articolo di Fede che non sia letto in essa, né possa essere dimostrata sulla base di essa, né può essere considerato richiesto o necessario per la salvezza). La Bibbia, tradotta in inglese ed autorizzata nel 1537, divenne subito la base per la vita di tutti i membri della Chiesa d’Inghilterra. Ogni anno, durante il culto, veniva letto l’intero testo della Scrittura, punto di partenza per ogni sermone. Erano pochi gli anglicani che non leggevano ogni giorno un passo della Bibbia. Basterà andare all’ Esortazione alla lettura e alla conoscenza della Sacra Scrittura, la prima delle omelie (1539) raccolte nel Primo libro delle omelie (The First Book of Homilies), probabilmente dalla penna di Thomas Cranmer (1489-1556), arcivescovo di Canterbury, che la Chiesa d’Inghilterra ricorda come martire. «Per un cristiano non ci può essere nulla di più necessario o di più vantaggioso che la conoscenza della Sacra Scrittura, in quanto in essa è contenuta la vera parola di Dio, che rivela la sua gloria e anche il dovere della persona umana. (...) Pertanto (...) ascoltiamo e leggiamo con riverenza la Sacra Scrittura, che è il cibo dell’anima. (...). Perché nella Sacra Scrittura è pienamente contenuto ciò che dovremmo fare e non fare, credere e amare, e infine quello che dovremmo cercare dalle mani di Dio. Questi libri, pertanto, dovrebbero essere spesso nelle nostre mani, nei nostri occhi, nelle nostre orecchie, nelle nostre bocche, ma soprattutto nei nostri cuori. Perché la Scrittu- ra di Dio è la carne celeste delle nostre anime: ascoltarla e custodirla ci fa beati, ci santifica, ci fa santi; cambia le nostre anime; è una lanterna luminosa per i nostri passi (RA La successiva introduzione al Book of Homelies, pubblicata nel 1562, contiene il medesimo orientamento. In essa si mostra come la Parola di Dio dovesse essere il costante riferimento nella predicazione. Oggi come allora «la Bibbia rimane al cuore della vita religiosa Anglicana»"8. L’impulso del Concilio Vaticano Il Per quanto riguarda la Chiesa cattolica romana mi sarà sufficiente ricordare che — dopo un lungo periodo in cui, almeno nella coscienza di vasta parte del clero, le Sacre Scritture erano marginalizzate se non dimenticate — uno dei frutti più belli del Concilio Vaticano II è stato quello di aver riaffermato la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa. La Costituzione dogmatica Dei Verbum ricorda che la Chiesa, nata dalla Parola, trova in essa il sostentamento e la luce. In essa «è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale» (n. 21). Ora il Concilio ha rimesso la Bibbia in mano a tutto il Popolo di Dio, per tornare ad essere quello che era all’inizio della Chiesa. La Parola via all’unità Le Scritture sono il pane quotidiano di ogni Chiesa. Soltanto partendo da qui possiamo ritrovare l’unità piena chiesta da Gesù al Padre. Nonostante le diversità di interpretazioni, il Concilio Vaticano II afferma che la Scrittura, nel dialogo ecumenico, «costituisce l’eccellente strumento nella potente mano di Dio per il raggiungimento di quella unità, che il salvatore offre a tutti gli uomini»'8. «L’unità delle Chiese — si scrisse all’i- Gen's 5-6/2008 — pag. 12 — 138 studio nizio del dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese luterane — può essere solo un’unità nella verità del Vangelo»?°. Come si affermava già dai primi passi del cammino ecumenico nel secolo scorso, quanto più comprendiamo e viviamo il Vangelo, tanto più ci avviciniamo tra noi, perché allora diventiamo più simili a Cristo. Se la Parola fa la Chiesa, la condivisione della stessa Parola farà l’unità delle Chiese. Dobbiamo tornare al Vangelo insieme e con cuore aperto. Sarà la Parola vissuta che ci darà la sapienza di trovare quella lettura che unisce, nel rispetto delle legittime diversità. Una via «dritta» verso l’unità C’è una via dritta che può condurci tutti subito nel Vangelo? Sì, è Gesù abbandonato, chiave d’accesso all’unità. E la via che Dio ha svelato a Chiara Lubich. Tutta la vita di Gesù era stata una spiegazione, o meglio, un adempimento delle Scritture. Ma il vertice dello svelamento e del compimento è nel momento più alto della sua vita, nell’evento pasquale. Tutta la tradizione cristiana l’ha compreso. Ma c’è un momento tutto particolare, all’interno del mistero pasquale, nel quale la Parola si apre, si dice e si dona nella sua massima espressività: nel grido che verso le tre del pomeriggio si leva dalla croce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46; Mc 15, 34). E il culmine della Rivelazione e della Redenzione. Lì Gesù mostra il modo e la misura dell’amore, dell’unico amore che egli può vivere, ossia quello trinitario. Chiara aveva compreso profondamente, con fede carismatica, sapienziale e vitale, quanto la Scrittura è Parola di Dio. E siccome la sua prima grande esperienza era stata Dio come Amore, aveva anche compreso che ogni Parola, che ha come fonte Dio Amore, è amore. Aveva scoperto «sotto ogni Parola la carità». Ma non c’è amore più grande di chi dà la vita per gli amici (Gv 15, 13). Per questo Gesù Abbandonato le apparve come l’a- Gen's 5-6/2008 more più grande, la massima espressione dell’amore: il dolore più grande e quindi il più grande amore. Se ogni Parola è amore, Gesù Abbandonato, che è l’amore per eccellenza, è la Parola per eccellenza, quella che spiega l’amore, che spiega Dio che è Amore. In Lui si compie la rivelazione di Dio e Dio si dona totalmente: «Mai — ha scritto Chiara — Gesù è Parola più viva di quando là in croce grida: “Dio Mio, Dio mio...”. Là parla 1’ Amore, esprime l’ Amore, l'Amore che è Dio». Per questo, ella continua, «Gesù Abbandonato ci era apparso come la Parola per eccellenza, la Parola tutta spiegata, la Parola aperta completamente . (...) Chi punta l’occhio del cuore su di Lui trova (...) il Vangelo puro». Possiamo terminare leggendo in proposito alcuni brani di una sua pagina: «Se prendessimo in rilievo ogni esortazione di Gesù fatta nel Vangelo, vedremmo che Egli in quel momento le ha vissute tutte. Il Vangelo domanda che si ami Dio con tutto il cuore, la mente, le forze? Gesù abbandonato è il modello di coloro che lo amano così (...). Infatti Egli ama Dio persino quando si sente da Lui abbandonato. Si riabbandona in Dio che lo abbandona, con le parole: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46). Gesù abbandonato è il modello perfetto di ogni povero di spirito: è così povero che non ha, per così dire, nemmeno Dio, non lo sente più. Gesù abbandonato può ripetere in sé tutte le beatitudini. È lì soprattutto che si mostra sommamente misericordioso, che versa tutta la sua misericordia; che si mostra affamato e assetato di giustizia; è lì che appare perseguitato misteriosamente persino dal Cielo; dove lo ammiriamo mite e mansueto, staccato anche da ciò che ha di più sacro e divino. Gesù abbandonato è il modello del rinnegamento di sé e della mortificazione evangelica. Egli infatti non è solo mortificato in ogni senso esteriore, perché crocifisso, ma anche mortificato nell’anima: nell’anima rinuncia in certo modo a ciò che ha di più caro: la sua unione con Dio. (...) Gesù abbandonato, che, prima di morire, dopo aver la- — pag. 13 — studio 139 sciato agli altri la madre sulla terra, perde, per così dire, il Padre, rivive in sé nel modo più sublime: “Se uno non odia padre, madre... e persino la propria vita” (Lc 14, 26). Il Vangelo dice: “Se il chicco di grano non cade in terra e vi muore, resta solo; ma se muore porta molto frutto” (Gv 12, 24). Gesù è veramente la figura del chicco di grano che muore ma che non resta solo, perché porta come frutto il Popolo di Dio, la Chiesa...»?!. In lui convergono tutte le parole della Scrittura, tutte le nostre Chiese. In lui la chiave che fa possibile l’unità fra i cristiani. Fabio Ciardi omi 1) A. Ambresanio, La Parola di Dio e l’Ecumenismo, in AA.VV., La Parola di Dio e l’Ecumenismo, AVE, Roma 1972, p. 59. 2) B. Corsani, Rinnovamento biblico e movimento ecumenico. L'esperienza evangelica, in AA.VV., La Bibbia lacerata. L’interpretazione delle Scritture cammino di unione tra i cristiani, Ancora, Milano 2003, p. 75. 3) Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, p. 167. 4) Karekin I, Che cos'è la felicità? Dialoghi di Giovanni Guaita con il Catholicos di Tutti gli Armeni, Guerini e Associati, Milano 2001, pp. 101-107. 5) Cit. in: T. Spidlik, / grandi mistici russi. 6) Difesa delle immagini sacre, Primo discorso, 46, Città Nuova, Roma 1983, p. 71. 7) Ibid., Terzo discorso, 12, pp. 122-123. 8) Ep. 1, 36. Ibid., p. SI. 9) WA 30/III, 300. 10) WA 30/III, 336, 26. 11) WA 50, 657, 23s. 12) WA 12, 259. 13) WA 10/1-1, 8. 14) WA 6, 301. 15) WA 5, 131, 26. 16) La Riforma a Strasburgo. Le carenze e i difetti delle chiese: come porvi rimedio, a cura di E. Genre, Claudiana, Torino 1992, pp. 95-97. 17) Épitre a tous amateurs de Jésus-Christ (1535), Pischbacher, Paris 1929, pp. 48-49. 18) R.H. Moorman, The Anglican Spiritual Tradition, Darton, Longman and Todd, London 1983, p. 211. 19) Unitatis redintegratio, 21. 20) Il Vangelo e la chiesa. Rapporto di Malta, 1972, 14, Enchiridion Oecumenicum I, 1141. La stessa convinzione guida il dialogo delle Chiese luterane e riformate: la comune comprensione dell’evangelo appare necessaria per fondare la comunione ecclesiale (cf Concordia di Leuenberg, 1973, ibid., II, 324). 21) Cit. da A. Pelli, L'abbandono di Gesù e il mistero del Dio Uno e Trino. Un’interpretazione teologica del nuovo orizzonte di comprensione aperto da Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 1995, pp. 268-269. Gen's 5-6/2008 — pag. 14 — 140 relazione È necessario che l’ecumenismo sia portato avanti insieme dalle istituzioni e dai carismi Il cammino ecumenico delle Chiese del card. Walter Kasper L’autore, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, ha tenuto questa laudatio a Stoccarda il 15 novembre 2008 in occasione del conferimento del «Premio ecumenico 2008» al Comitato orientatore di «Insieme per l'Europa» da parte dell’«Iniziativa e fondazione “Unità dei cristiani”». La traduzione dall’originale tedesco e i titoletti sono della nostra redazione. Lo Spirito Santo all'opera I canti della Comunità Immanuel di Ravensburg hanno aperto l’incontro di oggi. [...] Questa Comunità è soltanto una delle nuove Comunità nate nella recente storia della Chiesa. Le radici di questo nuovo risveglio si trovano nel secolo scorso, tra le due guerre mondiali — basti pensare al Movimento liturgico, oppure al Movimento biblico, che hanno preparato il Concilio Vaticano II. Un altro risveglio è stato suscitato dalle esperienze dolorose della seconda guerra mondiale: per esempio i primi focolari attorno a Chiara Lubich, nella città distrutta di Trento, oppure la fondazione della Comunità di Taizé da parte di Roger Schutz, conosciuta oggi in tutto il mondo. Nella Chiesa evangelica sono nati molto presto delle associazioni e gruppi religiosi- Gen's 5-6/2008 sociali, come per esempio le varie diramazioni internazionali dell’ Ymca. La riscoperta della vita in comune ha fatto nascere nel mondo evangelico nuove Comunità, sia femminili che maschili, come per esempio le Marienschwestern di Darmstadt, oppure la Fraternità di vita comune e tante altre ancora. In seguito al Concilio Vaticano II gli anni ?60 sono stati anni di nuovi inizi — non soltanto nella Chiesa ma anche nella società, per esempio il movimento del °68 — quando sono nate nuove Comunità spirituali, come Sant'Egidio, Chemin Neuf, oppure il Rinnovamento Carismatico. Non facevano manifestazioni in piazza, ma cercavano e trovavano nuovi stimoli nella Bibbia. Si raccoglievano in gruppi di preghiera, scoprivano nuove vie di evangelizzazione, si impegnavano in azioni sociali e tutto con un’apertura ecumenica allora insolita. Questi risvegli sono frutto — nella scia della tradizione cristiana sul sangue dei martiri — anche degli innumerevoli nuovi martiri del XX secolo. Ricordo soltanto il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer e Max Joseph Metzger, che ha lottato per l’unità e la pace, e di cui è in corso la causa di canonizzazione. Entrambi, come tanti altri, sono stati giustiziati dai nazisti. Su tali testimoni di unità si fondano le nuove Comunità e ci poggiamo tutti noi. Alcuni di questi Movimenti e Comunità festeggiano quest’anno già alcuni anniversa- — pag. 15 — relazione 141 ri importanti, ne nomino soltanto alcuni: il Movimento Una-Sancta (70 anni), il Movimento dei focolari (65 anni), il Centro ecumenico di vita di Ottmaring (40 anni). Questi anniversari ci offrono l’occasione per festeggiare, ma soprattutto per riflettere sul significato che questi Movimenti e Comunità hanno per l’ecumenismo e per il suo futuro. Questo ci fa particolarmente bene in Germania. Perché purtroppo in Germania — al contrario dell’Italia e della Francia — le nuove Comunità sono ancora poco rappresentate, mentre invece sono uno stimolo importante di rinnovamento e di sviluppo per l’ecumenismo, ma che purtroppo non è stato accolto pienamente, e a nostro danno. «Insieme per l'Europa»: una comunione nella più grande diversità Per questo motivo sono particolarmente felice che Iniziativa e fondazione “Unità dei cristiani” abbia potuto invitare tanti loro rappresentanti di queste Comunità e che essi — innanzi tutto i membri del Comitato orientatore — abbiano accettato l’invito. A tutti voi esprimo il mio più cordiale benvenuto qui a Stoccarda. Stoccarda ha un significato speciale per la comunione tra i movimenti: “Insieme in cammino” è stato il motto del secondo grande congresso del 2007 a Stoccarda, che fece seguito al primo, svoltosi nel 2004 sempre a Stoccarda, dal tema Insieme per l’Europa. Ricordo bene l’atmosfera di questi due grandi incontri a Stoccarda: 10.000 partecipanti di 180 Movimenti la prima volta e 8.000 da più di 200 Comunità la seconda volta. La varietà delle Chiese a cui appartenevano non poteva essere più ampia: cattolici, evangelici, ortodossi, anglicani e membri delle Chiese libere; si sono incontrate persone di Movimenti e Comunità diversissimi, con tradizioni, espressioni di fede e fondamenti dottrinali diversi. Ci si può chiedere: cosa c’è dietro il convenire di così tante persone, peraltro soprattutto giovani? Certamente da una parte una scoperta reciproca e la gioia di conoscere la grande e multiforme ricchezza di un insieme nuovo che soltanto alcuni decenni fa era impensabile. Contemporaneamente si sono interrogati sulla strada futura da intraprendere e sullo scopo del loro cammino. Insieme in cammino è stato il loro motto! Volevano conoscersi meglio, ascoltarsi, scambiarsi le esperienze, condividere i doni ricevuti e camminare insieme da amici. Guardando oltre i grandi incontri di Stoccarda I e II, si osserva che dapprima ogni Comunità ha dovuto fare la propria strada per acquistare la propria identità, il proprio posto nella Chiesa, per maturare spiritualmente ed essere poi capace di guardare al di là del proprio ambito e scoprire altre Comunità. Dapprima i risvegli erano singoli, sia in ambito cattolico che evangelico e nelle Chiese libere. Sembra un piccolo miracolo che da ciò non siano nati individualismi, ma sia sorta una comunione nella più grande diversità. Già a partire dal 1969, nel mondo evangelico e delle Chiese libere esiste il Convegno di responsabili, dove si incontrano leaders di oltre 120 gruppi. Per il mondo cattolico l’incontro dei Movimenti cattolici con Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro nella Pentecoste del 1998 è stato davvero un evento pentecostale. Giovanni Paolo II ha visto nei Movimenti la risposta dello Spirito Santo alle sfide drammatiche dei nostri tempi. Durante la sua omelia disse: E molto bello e mi riempie di gioia vedere che le nuove Comunità e Movimenti sentono l’esigenza di andare gli uni verso gli altri e che si sforzano concretamente di farsi reciprocamente partecipi dei doni ricevuti, che si aiutano a vicenda e che collaborano per affrontare insieme le sfide della nuova evangelizzazione. È stato un evento ecumenico a suscitare questo avvicinamento reciproco: la firma della Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione il 31 ottobre 1999 a Augsburg. Dopo i festeggiamenti ufficiali i responsabili di alcuni Movimenti evangelici e cattolici si sono incontrati nel Centro ecumenico di vita di Ottmaring. Erano mossi dal desiderio di andare avanti insieme e di far seguire alla pietra miliare teologica raggiunta quel giorno dei passi concreti. Questo è un segno impor- Gen's 5-6/2008 — pag. 16 — 142 relazione tante per l’affinità che esiste tra consenso teologico e movimento spirituale. Entrambi nascono dalla promessa di Dio — potremmo dire dal sogno di Dio — che troviamo già nei profeti, di raccogliere e di unire il suo popolo per farlo diventare segno e strumento di pace in un mondo unito. Chiara Lubich l’ha espresso con le parole: «La partitura è scritta in Cielo». La base dell’ulteriore cammino di comunione tra i Movimenti e le Comunità diventa la testimonianza dell’esperienza di unità vissuta insieme. Questa testimonianza trova la sua espressione nel patto di amore scambievole. Chiara Lubich invitava alla pazienza, alla comprensione reciproca, al perdono, alla visione che la riconciliazione e l’amore sono presupposti essenziali per la comunione e che l’unità non è qualcosa da estorcere con la forza dell’uomo, non è un programma, ma è un dono di Dio che dobbiamo chiedere e al quale dobbiamo prepararci. La Chiesa ha bisogno dei Movimenti e i Movimenti della Chiesa La visione “Insieme — altrimenti come?” ha suscitato subito degli echi e si è diffusa velocemente, oltre il cerchio dei responsabili, tra i membri dei Movimenti. Soltanto due anni dopo, l’otto dicembre 2001, più di 5.000 persone si sono radunate nel duomo Liebfrauenkirche di Monaco, alla presenza del card.Wetter e del vescovo regionale Friedrich. Ancora una volta un segnale chiaro: vogliamo continuare a camminare insieme. Non solo: la Chiesa ha bisogno dei Movimenti e delle nuove Comunità e anche i Movimenti hanno bisogno della Chiesa, è necessario l’insieme delle istituzioni e dei carismi. Questo ha un significato: i Movimenti e le Comunità non sono soli; non vogliono e non possono assolutizzarsi e neppure vogliono essere un'istituzione para-ecclesiale. Hanno la loro autonomia, ma devono essere in comunione con la chiesa locale, essere visibili nelle parrocchie e nelle diocesi, arricchendole. Se sono fedeli al proprio carisma devono inserirsi in modo creativo nella vita della Gen's 5-6/2008 Chiesa ed esservi presenti. Occorre spesso incrementare ancora la fiducia reciproca, farà parte dell’esperienza di tanti di loro, ma questa necessità non impedisce di tentare e di riprovare sempre di nuovo. Il contributo dei Movimenti e delle Comunità all’ecumenismo Il contributo che i Movimenti e le Comunità possono portare all’ecumenismo mi sembra un concetto importante. Il Movimento ecumenico è ben più ampio e anche più antico di questi Movimenti e Comunità. I suoi prodromi risalgono al XVIII secolo in vari Movimenti e gruppi di preghiera, ancora prima che la Settimana di preghiera per l‘unità fosse assunta dai Papi e anche prima dell’ecumenismo istituzionale, il cui inizio è segnato dalla Conferenza Missionaria di Edimburgo nel 1910. Questo percorso ha avuto come conseguenza la fondazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese nel 1948, prima che la Chiesa cattolica si affiancasse a questo Movimento attraverso il Concilio Vaticano II. Da allora l’Ecumenismo si svolge a vari livelli: locale, regionale, nazionale e universale. Non c’è solo l’ecumenismo ufficiale fra i responsabili delle Chiese, tuttavia esiste anche questo. E ha portato più frutti di quanto si possa immaginare o ammettere. Un esempio ne è la soprannominata Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione, un altro la Carta Ecumenica Europea e il riconoscimento reciproco del battesimo. Negli ultimi mesi il Pontifico Consiglio per l’unità ha fatto un ampio bilancio sugli ultimi quaranta anni e oltre. Lo presenterà fra poche settimane perché sia discusso all’ Assemblea Plenaria del Consiglio per l’unità. Se questo porterà — come chiesto da tanti — alla pubblicazione di un documento è da vedere. Una cosa è chiara: anche se non abbiamo ancora raggiunto la meta, i risultati ottenuti finora sono notevoli. E avvenuto molto di più di quello che mezzo secolo fa si sarebbe potuto sognare. Abbiamo raggiunto una tappa intermedia importante che può e deve essere un punto di partenza per ulteriori passi. — pag. 17 — relazione 143 Un apporto speciale e originale: l'ecumenismo della vita D'altra parte lo dobbiamo ammettere: nell’ecumenismo ufficiale e nei dialoghi ufficiali — almeno con la Chiesa della Riforma — dopo la Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione, è sopraggiunta una certa disillusione. Come prima, anche ora succedono tante cose, ma non ci sono più quella lena e quell’entusiasmo degli inizi. Non si sono raggiunti nuovi sviluppi dirompenti e non se ne intravedono all’orizzonte. I motivi sono vari. Incolparsi reciprocamente sarebbe l’ultima cosa da fare. Ci vuole una spinta forte, un impulso nuovo, che può solo venire dalla dinamicità dello Spirito di Dio. A questo punto mi sembra importante l’apporto speciale e originale dei Movimenti e delle Comunità Spirituali. Non possono sostituire l’ecumenismo ufficiale o prenderlo in mano. E non è neanche loro intenzione. Essi danno un proprio contributo specifico e peculiare. In che cosa consiste? Cerco di dare una risposta. Nelle Comunità l’unità è prima di tutto un aspetto essenziale della propria vita. Non ci sono pretese verso gli altri, si comincia da se stessi. Queste Comunità vogliono essere modelli nella realtà concreta di quello che significa prendere sul serio il Vangelo e testimoniarlo insieme. Vivono la diversità riconciliata. Questo richiede il coraggio di un nuovo stile di vita comunitario nella preghiera e nel lavoro, nell’azione e nella contemplazione. Il contributo delle Comunità e dei Movimenti è un ecumenismo della vita messo in pratica e questo è possibile solo come ecumenismo spirituale. È l’ecumenismo spirituale il cuore dell’ecumenismo. Questo significa nient'altro che far propria la preghiera di Gesù, «che tutti siano uno», personalmente e comunitariamente, e di sillabarla insieme nella vita, come il padre dell’ecumenismo spirituale, 1’Abbè Paul Couturier (+1953) ha evidenziato. Questa prospettiva risale alle prime comunità cristiane di cui parlano gli Atti degli Apostoli: avevano tutto in comune. Così, oggi dobbiamo cominciare da capo, aperti e sensibili alle spinte dello Spirito Santo. Lui ci insegna a sillabare di nuovo il vangelo e ci dona una nuova comprensione, che colpisce e tocca il cuore, che cambia la vita. Dobbiamo diventare apprendisti. Questo richiede coraggio, perché guardandoci attorno ci accorgiamo che dobbiamo andare contro corrente e che infine siamo solo un piccolo gregge e una minoranza. Anche se i Movimenti spirituali visti nel loro insieme sono numericamente pochi, sono comunque portatori di speranza. Papa Benedetto XVI ha parlato di “minoranze creative” che portano un potenziale rivoluzionario. Ma tutto questo non si realizza senza una conversione e un rinnovamento interiore. Quello che mi fa sperare è il fatto che i Movimenti spirituali possono proporre degli esempi riusciti a coloro che non hanno che scrupoli e paure. Vivono una vita di fratellanza e costituiscono una rete che va al di là dei confini degli Stati e delle confessioni. Sono semi e spesso delle tenere piantine che però secondo il Vangelo possono crescere e diventare un grande albero e raggiungere così un’unità più grande. Le Comunità cercano di seguire una spiritualità fondata sulla Bibbia. E per la Bibbia che ci siamo separati e, come si è detto all’ultimo Sinodo dei vescovi, deve essere la Bibbia che ci aiuta a ritrovarci insieme. Il Movimento ecumenico ha cominciato con i gruppi di preghiera e di lettura della Bibbia: soltanto così avrà futuro anche nel XXI secolo. Dobbiamo ritornare agli inizi e trovare in essi nuova forza. Un contributo concreto e stimolante Quindi le nuove Comunità e i nuovi Movimenti possono dare il loro contributo in tanti modi e su tutti i livelli nella vita della Chiesa: in corporazioni ecclesiali, commissioni, sinodi, in grandi eventi ecclesiali (Kirchentage), in colloqui, in tavole rotonde, simposi ed altro. Questi momenti non dovrebbero essere soltanto occasione — ogni qualvolta è possibile — di partecipazione attiva, ma dovrebbero essere anche l’opportu- Gen's 5-6/2008 — pag. 18 — 144 relazione nità per esprimere la dimensione vitale e spirituale dell’ecumenismo, stimolando gli avvenimenti ecumenici attraverso una vita esemplare e accompagnandoli anche con la preghiera. Diverse grandi manifestazioni offriranno nei prossimi anni circostanze per farlo: l’anno di Calvino nel 2009, i festeggiamenti per il 10° anniversario della firma della Dichiarazione congiunta che si terranno a Augsburg e a Chicago; il Kirchentag ecumenico nel 2010 a Monaco, nello stesso anno i 100 anni della Conferenza missionaria di Edimburgo e la Decade di Lutero che ricorda i 500 anni della Riforma e il suo significato storico. In questi eventi i Movimenti — col loro modo di rapportarsi — possono dimostrare che non si deve seguire una logica di analisi su ciò che ci divide, ma che la storia, complessa e dolorosa delle divisioni delle nostre Chiese, può essere superata soltanto con uno scambio di doni che arricchiscono tutti noi vicendevolmente. L’ecumenismo non vuole toglierci qualcosa che appartiene alla nostra identità religiosa; non ci vuole impoverire, ma ci vuole arricchire nello scambio e nell’incontro con l’altro . Voi potete mostrare come i sette Sì del messaggio finale di Stoccarda II sono vissuti concretamente in “luoghi di speranza”, vissuti come $Sî? all’unione con Dio e alla comunione tra fratelli; sono Sì alla testimonianza comune in e per l'Europa e Sì ad una cultura della comunione e della solidarietà. Voi, carissimi fratelli e sorelle del Comitato orientatore internazionale di “Insieme per Gen's 5-6/2008 l’Europa”, avete fatto vostra questa sfida. Il vostro impegno coraggioso e instancabile ha convinto la Giuria a conferirvi il “Premio ecumenico 2008” dell’ “Unità dei Cristiani”. Vi esprimo le mie più cordiali congratulazioni. Questo premio vuole esprimere innanzitutto un riconoscimento e un ringraziamento per la strada percorsa e per l'importante contributo dato fino adesso. Ma vuole anche essere un incoraggiamento a non abbandonare la strada intrapresa ma a continuare con tenacia, anche se ci fossero degli ostacoli da superare. La strada verso la meta dell’ecumenismo, l’unità visibile dei cristiani, non ci risparmia la croce. È una strada di Pasqua, cioè un continuo passaggio dal venerdì santo alla Pasqua e che culminerà in una nuova Pentecoste. «Duc in altum! Andate avanti! Non abbiate paura!». Così vi direbbe anche oggi, per il cammino che vi aspetta, Giovanni Paolo II, il grande amico dei nuovi Movimenti spirituali. Il logo dell’associazione «Unità dei cristiani» è una navicella che rappresenta il Movimento ecumenico: la navicella è in alto mare, ma la vela è spiegata e fa navigare la barca. Lasciatevi e lasciamoci guidare e portare dallo Spirito di Dio e dalla sua dinamica. Così ci mettiamo in moto, così la direzione è giusta e non perdiamo il coraggio e soprattutto non perdiamo la speranza. E con l’aiuto di Dio arriveremo alla meta. Questo lo auguro a tutti voi e a tutti noi. Card. Walter Kasper — pag. 19 — spiritualità 145 Il mondo ecumenico è alla ricerca di una spiritualità che generi unità Una spiritualità ecumenica di Joan Patricia Back Conversazione offerta al recente convegno ecumenico di vescovi in Libano, di cui si rende notizia in questo stesso numero. Un contributo nel contesto della ricerca nel mondo ecumenico di una spiritualità per l’unità. L'autrice è ecumenista e recentemente è stata nominata corresponsabile del «Centro Uno», la segreteria ecumenica del Movimento dei focolari. er svolgere il tema che mi è stato affida- to, vorrei esaminare in un primo momento come il Movimento ecumenico consideri il termine “spiritualità”. Quindi, vorrei delineare le caratteristiche della spiritualità di comunione, sorta nel Movimento dei Focolari, e valutare se essa risponda alle esigenze del Movimento ecumenico attuale. Ricerca di una spiritualità ecumenica Prima di tutto consideriamo l’ecumenismo spirituale. Sin dagli inizi del Movimento ecu- . menico, quasi 100 anni fa, venne sottolineata l’importanza fondamentale della vita in Cristo che lega tutti i cristiani. «Che tutti siano uno» (cf Gv 17, 21), che tutti i discepoli di Cristo siano uno in Lui: questa fu ed è la me- ta del Movimento ecumenico. L’ecumenismo spirituale, e soprattutto la preghiera per l’unità, è sempre stato alla base di esso. Il Concilio Vaticano II, nel Decreto sull’ Ecumenismo, aveva già parlato dell’ecumenismo spirituale come il cuore e l’anima di tutto il Movimento ecumenico (cf UR 8). Negli ultimi vent'anni è cresciuto il consenso sulla necessità di una spiritualità ecumenica. Diversi ecumenisti suggeriscono che la via di una comune “spiritualità” debba essere la “nuova via ecumenica”!. Per dare un nuovo impulso e un’anima al movimento ecumenico, da tempo essi cercano questa spiritualità ecumenica, oppure, come dicono, «un modo di vivere la vita cristiana». Nel contesto del processo di riconfigurazione del movimento ecumenico, tema che è stato oggetto di dibattito nel Consiglio Ecumenico delle Chiese, il Rev. Samuel Kobia, attuale segretario generale, ha affermato: «Abbiamo bisogno di riscoprire la spiritualità come via primaria per elaborare l'agenda ecumenica»?. Diventa, insomma, imprescindibile la necessità di rimettere a fuoco una solida base spirituale in tutto quello che si fa nel campo ecumenico. Senza di essa, infatti, si rischierebbe di rallentare il cammino, di cadere in un attivismo, oppure, ancora peggio — vedendo l’impresa così ardua a causa di nuovi problemi che possono apparire insormontabili — si rischierebbe di far venir meno la speranza di giungere alla meta della piena comunione. Gen's 5-6/2008 — pag. 20 — 146 spiritualità Alcune date e luoghi significativi Alla IX Assemblea Generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che si è svolta a Porto Alegre nel febbraio 2006, il Catholicos Aram I, allora moderatore del Comitato centrale e grande ecumenista di fama mondiale, ha sottolineato l’importanza della spiritualità: «Le istituzioni non possono prendere il posto della spiritualità, e l’azione non può fungere da visione... Ciò di cui il movimento ecumenico ha bisogno è una nuova formulazione della sua spiritualità e della sua visione. La dimensione orizzontale del movimento ecumenico deve essere sottesa da una dimensione verticale, cioè da una spiritualità che faccia del movimento stesso una fonte di rinnovamento e di trasformazione»?. Nella stessa Assemblea, il Rev. Samuel Kobia ha parlato di un «movimento ecumenico radicato nella spiritualità» come «essenziale per la via verso l’unità»*. Recentemente anche dall’ Asia è sopraggiunta una richiesta simile. Nella consultazione Dare nuova vitalità al movimento ecumenico in Asia, tenutasi a Dacca (Bangladesh), si afferma che è necessario trovare «nuovi paradigmi e nuovi modelli per l’impegno ecumenico», in modo da contrastare «il malessere del movimento ecumenico in Asia»: la prima proposta è stata quella di rimettere la spiritualità al centro delle iniziative ecumenichei. L’anno scorso, la Federazione della Chiesa evangelica in Germania (EKD) ha pubblicato Vivere con impegno, un documento su Comunità e Movimenti spirituali. Nella prefazione il vescovo Wolfgang Huber nota che «la società di oggi cerca più che mai un orientamento spirituale. E augurabile che le Comunità e i Movimenti spirituali da un lato, e la Chiesa con le parrocchie dall’altro, condividano reciprocamente i doni e le grazie ricevute e li offrano al mondo». Egli accenna al cambiamento all’interno del protestantesimo dei pregiudizi sulle Comunità spirituali e il loro particolare modo di vivere il Vangelo e nota: «E cresciuta la percezione che anche la spiritualità evangelica ha bisogno di Comunità che si impegnano Gen's 5-6/2008 per una vita spirituale. Le Comunità e Movimenti spirituali portano una fede sulla presenza di Dio che fa riscoprire le radici cristiane. Loro sono un tesoro nella Chiesa evangelica che è da custodire e da sviluppareyS. Da notare il titolo di una tesi in una Facoltà teologica in Italia: La parola di Dio come fondamento della spiritualità ecumenica nell'epoca postmoderna. L’elaborato parla della «spiritualità ecumenica come vocazione della Parola nel postmoderno». L'autrice nella sua conclusione propone la spiritualità ecumenica come «partecipazione alla vita trinitaria ed escatologica». Dopo aver considerato alcune voci nel dibattito ecumenico, dobbiamo tenere conto di un altro fattore. Insieme alla ricerca e al consenso generale sulla necessità di una spiritualità ecumenica, emerge però anche una costatazione: non è chiaro cosa si intenda per “spiritualità” e in particolare per “spiritualità ecumenica”. Da più parti si richiede un chiarimento. Lo stesso Consiglio ecumenico delle Chiese afferma: «è necessario studiare cosa si intenda con la parola “spiritualità”»*. Bisogna anche ricordare che, fino a poco tempo fa, era una parola con la quale non tutte le Chiese si trovavano a proprio agio, in quanto non faceva parte del loro vocabolario ecclesiale, anche se la realtà a cui si riferiva questo termine era molto presente in esse. In questo sforzo di chiarimento si è inserito il card. W. Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che ha suggerito: «potremmo dire che spiritualità è uno stile di vita guidato dallo Spirito»®. Penso che in questa breve ma pregnante definizione tutti possano ritrovarsi. Spiritualità di comunione Dopo queste brevi considerazioni sulla ricerca di una definizione di “spiritualità ecumenica”, vorrei accennare al rapporto di essa con la spiritualità di comunione. — pag. 21 — spiritualità 147 «La spiritualità di comunione — ha detto Giovanni Paolo II ai vescovi amici del Movimento dei focolari — imprime un rinnovato slancio all’ecumenismo»!’. Il card. Kasper, commentando la Novo millennio ineunte, disse: «E di particolare importanza per noi sviluppare una “spiritualità di comunione” (NMI, n. 42), nella nostra propria Chiesa e tra le Chiese»!!. A partire dalla definizione di spiritualità proposta dal card. Kasper e alla luce di ulteriori riflessioni teologiche, vorrei suggerire la seguente definizione di “spiritualità”: uno stile di vita guidato dallo Spirito Santo, ove si vive una vita in Cristo, singolarmente e comunitariamente!. Ovviamente non bastano le definizioni, per precise esse siano; è solo una spiritualità vissuta che crea la comunione. In tale contesto s’inserisce l’esperienza di Vangelo vissuto nella spiritualità del Focolare, chiamata anche “spiritualità di comunione” o “spiritualità dell’unità”, perché — come mostra un’esperienza ormai pluridecennale — chi la vive diventa strumento di Dio per creare rapporti di unità in Cristo. Infatti, cristiani di diverse Chiese — nel Movimento si contano più di 350 Chiese diverse —, vivendo insieme questa spiritualità, hanno fatto emergere quello che ormai si chiama “il dialogo della vita”, come Chiara Lubich l’ha definito e in cui è stata maestra impareggiabile (cf Discorso tento a Londra il 16 novembre 1996). Questo dialogo si basa sul Vangelo vissuto, sulla comunicazione delle esperienze e su altri aspetti del patrimonio comune dei cristiani. Tale realtà coinvolge esponenti di tutto il popolo di Dio, dai vescovi ai laici, e dove è vissuta ridona nuova speranza al movimento ecumenico. E un dialogo che ha la sua radice nella vita di Chiara e delle sue prime compagne che vivevano frase dopo frase il Vangelo. Lei spesso diceva che era stata una grazia speciale dello Spirito Santo capire come le parole di Dio fossero parole da vivere. In quel periodo speciale del 1949 che Chiara definisce “illuminativo” per la spiritualità dell’unità, spiegava: «Con l’Ideale, specialmente con l’unità, noi abbiamo “bucato” il Vangelo come un terreno... Abbiamo capito le parole che esso conteneva e come fare a viverle. Lo abbiamo “bucato” con la vita e la vita ci ha dato la luce»!?, Una luce che le ha permesso di intuire come il Testamento di Gesù fosse la sintesi del Vangelo. Unità e Gesù abbandonato Ma che cosa costituisce una “spiritualità di comunione”? La spiritualità cristiana nata dall’esperienza del Movimento dei Focolari, è centrata sul Testamento di Gesù e si basa su due cardini principali: l’unità e Gesù abbandonato!3. L’unità è il punto focale: vivendo la parola di Gesù, «dove due o tre sono riuniti nel mio nome lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20), Gesù si rende presente tra di noi ed è Lui che ci fa uno. Dice san Paolo: «tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Ga/ 3, 28). In questa spiritualità la realtà del «che tutti siano uno» implica una vita in Cristo vissuta singolarmente e con Cristo in mezzo a noi. Essere così uniti, da sperimentare la presenza di Gesù fra noi, richiede una vita e un discepolato che segua i passi del Maestro. Comporta una vita di kenosis, domanda di amare la croce nella vita quotidiana, esige che ci svuotiamo di noi stessi, del nostro uomo vecchio come dice san Paolo, per avere l’uomo nuovo (cf Ef 4, 22-25), cioè per essere pieni di Dio. Ed è lo Spirito Santo in noi che ci dà la forza e il coraggio per affrontare tutte le difficoltà, le sofferenze, le divisioni. In questa spiritualità, il grido di Gesù sulla croce, «mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46 e Mc 15, 34), diventa la chiave di comprensione di ogni situazione dolorosa, che è un volto di Lui. Questa visione di Gesù crocifisso e abbandonato è stata oggetto di un sermone dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, in occasione dell’insediamento del nuovo direttore del Centro Anglicano di Roma nel 2008. Egli conosce la prospettiva di Chiara su Gesù abbandonato, avendo scritto la prefazione Gen's 5-6/2008 — pag. 22 — 148 spiritualità di Essential writings (London 2007), edizione inglese del suo libro La dottrina spirituale. Mettendo in pratica una tale spiritualità, anche noi possiamo dire che «Cristo vive in noi» ed è causa della nostra continua risurrezione alla vita nuova, perché, come ha fatto Lui dopo aver vissuto la croce, anche noi ci riabbandoniamo al Padre. L'unione con Dio che ne scaturisce, ci fa sperimentare i doni dello Spirito Santo. In questo modo, dice Chiara sinteticamente, «il Risorto in noi prende il posto dell’abbandonato»!!. Spiritualità di risurrezione In questo senso possiamo parlare anche di una «spiritualità di risurrezione»!5. Ignazio Hazim, l’attuale Patriarca greco ortodosso di Antiochia, già osservatore al Vaticano II, si chiede: «L’avvenimento pasquale, avvenuto una volta per sempre, come diventa nostro oggi?». E risponde: «Precisamente mediante Colui che ne è l’artefice fin dall’origine e nella pienezza del tempo: lo Spirito Santo». Egli parla dello Spirito come «la Presenza di Dio-con-noi»; tramite lo Spirito, «Gesù Cristo Signore Risorto è presente» e «la Chiesa significa la koinonia (comunione) trinitaria»!S. Hazim mette in guardia sul rischio che la potenza del Risorto rimanga rinchiusa nella Chiesa e afferma: «la novità della Resurrezione è introdurre nelle nostre strutture societarie un nuovo principio di comunità: la Comunione divina» che «è una Vita, la Vita trinitaria, che si diffonde per il contagio dello Spirito Santo»!”. È questa l’esperienza del Movimento dei focolari: mettendo in pratica il comandamento nuovo (cf Gv 15, 12) nasce una vita comunitaria nella quale si cerca di avere l’unità chiesta da Gesù. E la vita con Gesù in mezzo che consente di portare Dio nella società e di vedere l’azione dello Spirito Santo che con il suo amore illumina, lenisce le piaghe e unisce. Già negli anni ’60 nel mondo ortodosso si parlava della spiritualità ortodossa come spiritualità dell’unità. Il Metropolita Emilianos Gen's 5-6/2008 del Patriarcato Ecumenico, un grande ecumenista recentemente scomparso, la definì “unità pneumatologica”!8 e disse: «la vita dei fedeli è una vita carismatica, guidata e ispirata dallo Spirito Santo»!. In relazione al dialogo fra i cristiani di Chiese diverse, il Metropolita Emilianos scrive: «l’ecumenismo cammina e dipende in ampia misura da una spiritualità sana ed illuminata. Senza questa condizione, l’interesse all’ecumenismo diventerà una questione accademica senza ripercussioni fruttuose per il nostro avvenire». Egli (quindi) pone a continuazione l’accento sull’azione dello Spirito nel creare la comunione fra i cristiani. Perciò, in questa prospettiva, la spiritualità dell’unità del Movimento dei focolari mostra di avere quei requisiti che il mondo ecumenico cerca per illuminare il cammino ecumenico. Vivere con Gesù in mezzo ha una forte valenza ecumenica, perché Lui stesso ci fa uno, pur non potendo ancora accostarci insieme al sacramento dell’unità, l’Eucaristia. Lui in mezzo a noi è il fondamento del “dialogo della vita”, perché crea la Koinonia fra cristiani di Chiese diverse. La vita con Gesù in mezzo è di grande aiuto anche per i dialoghi teologici fra le Chiese, tra l’altro perché offre un metodo teologico che parte dalla vita e fa sperimentare più intensamente la luce dello Spirito Santo: vivendo le parole di Gesù e con Gesù fra noi, ci si mette nelle condizioni migliori per la comprensione della verità. Concludendo queste brevi riflessioni, possiamo dire che, attraverso Chiara Lubich, abbiamo ricevuto un dono adeguato ai tempi odierni, una spiritualità dell’unità che costruisce la koinonia fra cristiani di Chiese diverse e contribuisce al compimento del testamento di Gesù: «che tutti siano uno affinché il mondo creda» (Gv 17, 21). Joan Patricia Back 1) Cf. T. Vetrali, La spiritualità “Nuova via dell’ecumenismo”. Ma quale spiritualità?, in Quale spiritualità per il Terzo Millennio?, Quaderni di Studi Ecumenici 1, Istituto di Studi Ecumenici, Venezia 2000, pp. 87- 103. 2) Rev. S. Kobia, Claiming a common future, discorso alla XIX Assemblea del Consiglio Mondiale Metodi- — pag. 23 — spiritualità 149 sta, Seoul (Korea), luglio 2006. 3) Cf Report of moderator (DOC A01) in (traduzione mia). 4) Cf Report of moderator (DOC A02) in (traduzione mia). 5) NEV-Notizie Evangeliche 37 (10 settembre 2008) in . 6) Verbindlich Leben. Kommunittiten und Geistliche Gemeinschaften in der Evangelischen Kirche in Deutschland. Ein Votum des Rates der EKD zur Stàrkung evangelischer Spiritualitàit [Vivere con impegno. Comunità e Movimenti spirituali nella Chiesa evangelica della Germania. Un documento del Consiglio dell’EKD per rinforzare la spiritualità evangelica], EKD- Texte 88, Hannover gennaio 2007, pp. 5-6 (traduzione mia). 7) E. Mantovani in Vita dell'Istituto di Studi Ecumenici S. . Bernardino, Venezia, in “Studi Ecumenici” 1 (2008) 129-130. 8) Assemblea Generale di Porto Alegre, 2006. Relazione del Comitato per le priorità, in (traduzione mia). 9) W. Kasper all’Incontro Ecumenico, Barcellona 19-20 febbraio 2007, in . 10) Discorso ai vescovi amici del Movimento dei focolari, 13 febbraio 2003. Cf. www.vatican.va 11) W. Kasper, La situazione presente ed il futuro del movimento ecumenico, prolusione alla sessione plenaria 2001 del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani in . 12) Id, inedito cit. in J.P. Back, Mary in the Focolare Movement 3 spirituality of unity — some emerging insights, New Humanity Review (USA), Excerpts n. 8, January 2004, p. 20. Cf. Id., Parola di Vita, Città Nuova, Roma 1975, p. 76. Una sintesi delle intuizioni di quel tempo è stata pubblicata recentemente: C. Lubich, Paradiso ’49, in “Nuova Umanità” XXX/3 (2008) 285-296. 13) Cf C. Lubich, L'unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1984. 14) C. Lubich, L'unità e Gesù crocifisso e abbandonato, fondamenti per una spiritualità di comunione, in Il Dialogo è vita, Città Nuova, Roma 2007, p. 64. 15) CfO. Clement: «La spiritualità del terzo millennio sarà meno di rifiuto che di trasfigurazione — una spiritualità pasquale, una spiritualità di risurrezione!» in Roma altrimenti, Jaca Book, Milano 1998, p. 99. 16) I. Hazim, La Resurrezione e l'uomo d’oggi, Ave, Roma 1970, p. 25. 17) Ibid., p. 84. 18) E. Timiadis, La spiritualità ortodossa, Morcelliana, Brescia 1962, p. 90. 19) Ibid., p.93. 20) Ibid., 95. Gen's 5-6/2008 — pag. 24 — 150 attualità ecclesiale Convegno di vescovi di varie Chiese e riti, amici del Movimento dei focolari Una tappa ecumenica a Beirut di mons. Armando Bortolaso Dal 16 al 23 settembre si è svolto in alcune località del Libano e a Damasco un incontro straordinario che ha coinvolto 5 patriarchi e 67 vescovi di 15 Chiese e di 5 riti cattolici. Sulle orme di S. Paolo i convegnisti non solo hanno visitato i luoghi simbolo della conversione, del battesimo, della missione dell’Apostolo delle genti, ma hanno voluto approfondire un tema di particolare rilevanza ecumenica: «E la Parola si fece carne...». Incontrando le massime autorità religiose musulmane del Paese hanno pure dato un segno forte che il dialogo interreligioso è un obbligo per costruire la pace. Vescovi incontrano le massime autorità musulmane In questo periodo in cui i musulmani festeggiano il mese di Ramadan, un quadro insolito nella ormai rappacificata Beirut: un folto gruppo di vescovi che passa per le strade strette di un quartiere popolare per raggiungere la sede del vicepresidente del Consiglio superiore degli Shiiti del Paese, lo Sceicco Abdel Amir Kabalan e incontrarsi con questo anziano saggio che li riceve con alcuni dignitari nella sala più bella della sua residenza. Trova parole di calda accoglienza e resta profondamente ammirato nel vedere in fraterna comunione leaders cristiani, prove- Gen's 5-6/2008 nienti dai cinque Continenti e da tante Chiese e riti diversi, riconoscibili dai loro vestiti variegati. Rispondendo alle parole di saluto e augurio indirizzategli dal card. Miloslav VIk, arcivescovo di Praga, uno dei moderatori del Convegno, lo Sceicco Kabalan asserisce: «Ha proprio ragione di affermare che la credibilità di noi, credenti e leaders religiosi, è in gioco... Il Libano è un paese unico nel mondo in quanto a collaborazione e comprensione tra i suoi figli. In effetti è il paese dell’unità nazionale e della convivenza fraterna, della diversità tra le Chiese, il paese dei musulmani e dei cristiani che vivono nella concordia, nella serenità e nella pace, il paese dell’apertura verso il mondo. Siete venuti in questo paese per essere testimoni della vita dignitosa che vive ogni libanese con il suo fratello, senza discriminazione... Quanto avremmo desiderato che facesse parte del vostro gruppo un capo religioso musulmano per rafforzare maggiormente l'impatto di questo movimento. Siamo tutti un’unica mano, perché le religioni celesti chiamano all’unità, all’amore e alla collaborazione». Ed ha continuato: «Fratelli miei, capi religiosi, il Libano accoglie con gioia queste figure religiose venute per portare la pace e collaborare per il bene dell’uomo... Infatti la religione cristiana è quella dell’amore, della verità e del bene e l’Islam è quella della misericordia, della collaborazione e della giustizia...». — pag. 25 — attualità ecclesiale 151 Concludendo, Kabalan ha invitato la comunità internazionale e tutte le associazioni religiose e civili affinché si adoperino nel salvare l’uomo da povertà, malattia, ignoranza e regresso. Simile la scena presso il Muftì della Repubblica, sunnita, lo Sceicco Mohamed Rachid Kabbani, e ancora dallo Sceicco Akl Naim Hassan del Consiglio supremo della Comunità dei Drusi, sempre con una copertura mediatica eccezionale, cioè in presenza delle TV nazionali di ogni tendenza. E ovunque un’ospitalità squisita, un dialogo aperto che evidenzia valori comuni e diversità arricchenti. Lo Sceicco druso risponde così alla presentazione dei vescovi: «L’individuo è il valore da salvare. Tutto dipende dal modo in cui rispondiamo allo scontro delle civilizzazioni in atto. Faccio appello soprattutto alle donne che assicurano la salvaguardia di un’educazione etica e religiosa... Per quanto riguarda la questione della concordia tra le denominazioni e religioni, se non prendiamo come motto “Dio nel mio cuore, la patria nella mia coscienza, e l’uomo nel mio comportamento”, saremo sempre in debito». Intervistato dai giornali dopo la visita al Muftì Gabbani, il vescovo maronita della diocesi di Hermel Baalbek, mons. Simon Atallah, ha dichiarato in nome dei vescovi presenti: «Il nostro incontro con lo Sceicco aveva come scopo di informarlo del convegno ecumenico che raccoglie vescovi di varie Chiese, amici del Movimento dei focolari. Noi crediamo e viviamo per la fratellanza, non vogliamo divisioni, ma vogliamo costruire l’unità, e il Libano è una scuola e un terreno adatto». Tra le personalità musulmane incontrate in Libano spicca anche il Ministro di Stato per lo sviluppo amministrativo, Ibrahim Chamseddine, che si è preso il tempo di partecipare alla serata ricreativa offerta ai vescovi dalla Comunità dei focolari di Beirut e di onorarli con un articolato discorso in cui sottolineava la inderogabile necessità della collaborazione tra cristiani e musulmani. Con le Chiese in attesa della piena e visibile unità Altro scenario che resta impresso: nel deserto della Siria, dietro l’alta recinzione del monastero di S. Efrem si apre un giardino paradisiaco e un complesso di edifici moderni. Sua Beatitudine, Mor Ignatius Zakka I Iwas, Patriarca siro-ortodosso d’ Antiochia e di tutto l'Oriente che qui, a 1300 m. d’altezza, ha la sua residenza estiva e il centro teologico della sua Chiesa, invita i vescovi presenti alla celebrazione domenicale del Qurbono Kadisho, il “Santo sacrificio”, per intrattenersi poi con loro a lungo, nel desiderio di conoscere i segreti della koinonia già realizzata tra questi vescovi d’Oriente e d'Occidente e dichiarare il suo anelito all’unità. Incontri altrettanto cordiali e stimolanti sono avvenuti con il Catholicos armeno-apostolico di Cilicia, Sua Santità Aram I e con il Vicario Patriarcale di Sua Beatitudine Ignace IV Hazim, Patriarca greco-ortodosso d’Antiochia e di tutto l’Oriente che ha dovuto scusare la sua assenza per un viaggio all’estero. Importante anche l’incontro con i rappresentanti dei vari Riti cattolici: Sua Beatitudine Nasrallah Pierre Card. Sfeir, Patriarca di Antiochia dei Maroniti; Sua Beatitudine Nersès Bédros XIX Tarmouni, Patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici presentatosi col suo Sinodo; Sua Beatitudine Grégoire II Laham, Patriarca d’ Antiochia dei greco-melchiti cattolici. L’impressione che questi incontri hanno lasciato nei vescovi sono di grande stupore di fronte alla varietà di forme, colori, espressioni, di preghiere, liturgie, canti. Pensieri di una dimensione spirituale poco conosciuta dai più, spesso attinti dai Padri dei primi secoli cristiani, tutto sempre avvolto da una squisita ospitalità, offerta in semplicità fraterna. Momenti forti sono stati ancora la visita al monastero greco-ortodosso di Deir el Harf, situato su una montagna sperduta, con monaci ferventi che assieme ai vescovi hanno cantato i vespri solenni; la Celebrazione evangelica luterana nella chiesa del Pastore Sahyouni, testimone di una perseveranza straordina- Gen's 5-6/2008 — pag. 26 — 152 attualità ecclesiale ria in un ambiente tutt'altro che facile; la raccolta celebrazione anglicana con la predica del vescovo anglicano proveniente da Perth, Australia... Sono queste e molte altre le tappe significative che ha visto il Convegno ecumenico di vescovi, 27° nella serie ininterrotta di iniziative annuali intraprese su invito di Giovanni Paolo II nel 1982 da alcuni vescovi in stretta collaborazione con la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich. In questi Convegni i vescovi sperimentano il molto che già li unisce: l’amore cristiano, la preghiera in stretta comune, la Parola di Dio da mettere in pratica, il battesimo, il Credo niceno-costantinopolitano, la presenza del Risorto, lo Spirito Santo... Ne nasce un’esperienza piena di vitalità, testimonianza credibile anche per chi osserva dal di fuori il loro incontro, come hanno notato i giornalisti di quattro reti televisive apparsi alla conferenza stampa in apertura del Convegno. I vescovi infatti, convenendo di trovarsi in Medio Oriente, hanno voluto dare un segno della loro solidarietà e gratitudine ai cristiani del posto, ancora oggi provati da tensioni tra etnie e gruppi religiosi, per la loro fedeltà, a volte fino al martirio, con cui hanno custodito le tradizioni dei Padri della Chiesa comuni a tutti. D’altronde ricevono ammirati la testimonianza di una fede incrollabile: in due giornate aperte dell’incontro sono i membri del Movimento dei focolari del posto, soprattutto i giovani, a dare ai vescovi la certezza che, nonostante le difficoltà, la Chiesa di Cristo continuerà a vivere e a portare il lievito della sua presenza indispensabile nella società. Persuasi che la Parola di Dio è luogo di comune incontro tra loro, i vescovi delle diverse Chiese hanno riflettuto in vari momenti sull’inizio del Vangelo di Giovanni: «E la Parola si fece carne...» (Gv 1, 14). Attorno a questo tema hanno condiviso le loro esperienze e le ricchezze di luce e di grazia custodite dalle diverse Comunità. Ogni giorno una meditazione biblica, svolta da un vescovo di un’altra Chiesa, ha approfondito e reso più vissuta la Parola di Dio. Era la prima volta che i vescovi amici del Movimento dei focolari si sono riuniti, senza Gen's 5-6/2008 l’apporto diretto della fondatrice, Chiara Lubich, ma secondo il loro comune sentire il suo carisma ha continuato ad essere vivo e operante tra loro. Il frutto di questo indimenticabile Convegno, costellato di incontri con patriarchi, vescovi, pastori e il popolo di Chiese e riti diversi, era una koinonia più profonda tra i partecipanti, la certezza che la varietà dei doni del comune patrimonio cristiano costituirà sempre più una ricchezza per tutti, un nuovo impulso per progredire verso il giorno in cui l’unità sarà piena e visibile, e con essa sarà credibile la testimonianza davanti al mondo intero della verità del Vangelo. Questi giorni, a dire di molti di loro, hanno fatto sentire una nuova qualità di speranza e hanno trasmesso quello spirito di dialogo e di pace che Giovanni Paolo II ha chiamato il “messaggio del Libano“. L’esperienza si è conclusa in una grande serenità e gioia, quella gioia che il mondo non conosce. Alcune testimonianze Interessanti le espressioni dei vescovi alla fine di questi giorni a contatto con le ricchezze spirituali dell'Oriente. Un vescovo anglicano dell’Australia alla domanda, perché partecipa a questo Convegno di vescovi risponde: «Sono questi incontri che mi danno la possibilità di essere ciò che un vescovo dovrebbe essere: simbolo d’unita, non solo della diocesi, ma di tutta la Chiesa nel mondo». Un vescovo ortodosso degli Stati Uniti: «Ho incontrato poco fa il Patriarca ecumenico a Istanbul e mi ha detto che era molto contento che partecipo all’incontro dei vescovi amici del Movimento». Un vescovo luterano della Germania: «Quello che mi ha travolto è stato trovare nelle varie Chiese fratelli e sorelle e scoprire in Libano un modello di dialogo interreligioso carico di una grande speranza per il futuro. Dovremo riflettere in proposito su come portare quest'esperienza in Europa e negli Usa per fortificare l’unità fra quanti credono. — pag. 27 — attualità ecclesiale 153 Mi sento stimolato ad ulteriori riflessioni: dobbiamo creare un’alleanza mondiale tra tutti quelli che credono». Un arcivescovo siro-ortodosso della Siria, all’incontro col suo Patriarca ha affermato: «Quello che rende affidabile il Movimento dei focolari è che opera in unità con la Chiesa; opera in modo che ognuno rafforza il rapporto con la propria Chiesa. Dobbiamo tornare al Cenacolo, come gli Apostoli sono tornati a Gerusalemme dopo i loro viaggi apostolici, per diventare l’unica Chiesa come Gesù l’ha voluta». Il patriarca siro-ortodosso d’ Antiochia e di tutto l'Oriente, S. B. Mor Ignatius Zakka I Iwas, nella sua allocuzione di benvenuto ha detto fra l’altro: «Il mio cuore è pieno di gioia per la vostra visita. Vedo che lo Spirito Santo lavora in voi tutti, come ha operato nella fondatrice di questo movimento benedetto, Chiara Lubich. E la prima volta che vedo insieme tanti vescovi di varie Chiese. È Cristo stesso che ci unisce, e lui è l’amore. L’unità avverrà per mezzo del popolo, ma del popolo che vive l’amore». Un vescovo luterano della Germania: «Vedo nell’ecumenismo della vita l’unica possibilità di un progresso. La gerarchia tende a conservare lo stato attuale. L’ecumenismo della vita è una strada nuova. Ha avuto un precursore nel movimento pietista, il quale però spesso non è riuscito a vivere in unità con la gerarchia. Nell’ecumenismo di Chiara Lubich ognuno penetra più profondamente nella propria Chiesa o Tradizione, essendo nello stesso tempo unito agli altri. Il modo con cui Chiara parla di Maria è accettabile pienamente anche per noi evangelici». Un vescovo metodista del Brasile: «Questo momento della nostra comunione è un momento “sacramentale”, perché Cristo è tra di noi. Il sacramento più importante è il sacramento della vita: l’amore. L’amore conosce tante lingue. Possiamo trasmettere l’amore di Dio con un sorriso, con una parola». Un vescovo anglicano d’Inghilterra: «Per me è stato il più bell’incontro dei 15 ai quali ho partecipato. Mi ha impressionato l’incontro con i vescovi locali perché hanno dato una bellissima testimonianza di amore fraterno». Un chor-episcopus siro-ortodosso dell’India: «Tra le Chiese sperimentiamo spesso il dolore della divisione che ci ricorda Gesù crocifisso e abbandonato, ma facendo un patto d’amore reciproco abbiamo sperimentato l’unità, la presenza di Gesù in mezzo a noi. Questo mi ha dato grande gioia e tanta speranza). Un vescovo luterano ungherese: «Si dice: la luce viene dall’Oriente. Qui abbiamo ricevuto tanta luce dalle Chiese d’Oriente. Abbiamo sperimentato tanta unità. Ci vuole anche la dottrina, ma prima viene l’amore. È un bene per noi europei di aver potuto venire in questo paese, dove i cristiani sono una minoranza. I laici sono oggi gli apostoli. Sono grato al Movimento dei focolari proprio per il suo essere laico». Un metropolita siro-ortodosso dell’India: «In questo paese tormentato dalla violenza abbiamo incontrato tanta gente con una profonda fede, piena di felicità e ricca per la sua diversità vissuta nell’amore reciproco. E il patto rinnovato tra noi mi ha dato la certezza che tutto va avanti». Un vescovo cattolico di rito latino del Libano: «Nell’incontro con i vescovi del posto abbiamo fatto un’esperienza di Pentecoste. Si aveva l’impressione che lo Spirito Santo fosse sceso su tutti noi che ci siamo radunati. Chiara aveva raccomandato a tutto il Movimento di essere “sempre famiglia”. In questi giorni ho sperimentato che siamo veramente una famiglia. Sentivo una presenza continua dell’amore di Dio». Mons. Armando Bortolaso Gen's 5-6/2008 — pag. 28 — 154 esperienza Dialogo della vita nelle istituzioni e tra teologi Vivere per l’unità di Brendan Leahy Da vari anni il teologo irlandese Brendan Leahy è impegnato nel campo ecumenico a diversi livelli: segretario diocesano, segretario della Commissione ecumenica della Conferenza episcopale, membro dell’Irish Inter- Church Meeting (il forum ufficiale di dialogo fra i capi e rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali), membro del Consiglio delle Chiese a Dublino. Tali incarichi l’hanno portato a partecipare in diversi raduni ecumenici anche all’estero, tra cui nel 2007 alla III Assemblea ecumenica a Sibiu e recentemente al primo Forum europeo fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse in Europa. In quest’articolo offre alcuni spunti su ciò che ha imparato in questi anni da “ecumenista”. ome si sa, il rapporto fra cristiani in Ir- landa, non è senza problemi. Spesso nei giornali si legge della lotta fra cattolici e protestanti. Anche se sarebbe meglio non usare queste etichette religiose — poiché i veri motivi del travaglio sono storici, culturali e politici — nondimeno non possiamo negare la tragedia del fatto che cattolici e protestanti, fino a poco tempo fa, si trovavano comunque in una situazione di tensione forte. Per questo nell’Isola dei santi, dei discepoli di San Patrizio, il dialogo ecumenico Gen's 5-6/2008 non è tanto un desiderato dopo il Concilio Vaticano II quanto una necessità cruciale. Quanto a me, in seguito al mio incontro in Irlanda all’inizio degli anni ‘80, con la spiritualità dell’unità dei Focolari, l'impegno ecumenico è diventato una conseguenza logica di una chiamata a indirizzare tutta la mia vita all’unità con Dio e con i fratelli e le sorelle. Una delle prime volte che ho sentito parlare Chiara Lubich mi è rimasta scolpita dentro una sua frase: io vivo per la fraternità universale. E una frase audace che mi pare vada ripetuta spesso e che, in mezzo a tante distrazioni nella vita, rimette di continuo sulla via giusta. L’unità è un dono Mi è sempre stata di luce anche un’altra frase, detta da Chiara ad un mio amico di rito bizantino. Questi, incontrandola nella basilica di S. Pietro dopo una cerimonia, le aveva chiesto: «Come si fa l’unità?». Ella rispose semplicemente: «L’unità non si fa: è un dono». La risposta ci toccò tutti. Sì, spesso pensiamo di creare noi l’unità, ma sbagliamo perché nel “crearla” rischiamo di non rispettare l’altro come altro. Non posso, infatti, costringere nessuno all’unità. Non devo annullare l’alterità dell’altro per stabilire l’unità. L’unità vera arriva come dono per l’amore vissuto che porta nuova vita all’al- — pag. 29 — esperienza 155 tro: mettendo a morte l’uomo vecchio in noi, rigeneriamo a vita nuova l’altro. Per cui, la tensione verso l’unità parte da come io vivo in Dio e Lui-Amore può coinvolgere l’altro. Così l'impegno ecumenico inizia per me dalla vita stessa che vivo nella spiritualità di comunione con i fratelli della mia comunità. È questa scuola d’unità che mi forma. Quante volte ho sperimentato che una battuta detta magari in fretta o un’iniziativa presa nell’entusiasmo, ma non vista bene in comunione con gli altri, rompe l’unità. Cercando di custodire la fiamma dell’amore reciproco fra noi con tutto l’impegno che ciò richiede, diventiamo capaci di un autentico dialogo ecumenico “ufficiale” e teologico. La Parola San Paolo a Mileto, rivolgendosi ai presbiteri della Chiesa di Efeso, disse: «Io vi affido a Dio e alla sua Parola di grazia...» (At 20, 32). La Parola accolta e vissuta diventa protagonista e porta avanti l’impegno ecumenico. Un’esperienza al riguardo. Avendo condiviso col preside del Collegio metodista di Belfast, il rev. Dennis Cooke, la mia scoperta del carisma dell’unità e impegnandoci ambedue nel vivere la Parola di vita, è cresciuto fra noi un rapporto che è andato sempre più in profondità. Ad un certo punto è nata l’idea di cercare di coinvolgere i nostri due collegi nell’insegnamento comune di un programma universitario in teologia. Per dirla in breve, una trentina di studenti di tutte le principali Chiese si sono iscritti al corso che abbiamo proposto alla Queens University di Belfast. Tale programma veniva portato avanti in unità dai protestanti e dai cattolici. Oltre alla grande gioia che abbiamo sperimentato, ci sono stati molti echi positivi. Sono caduti numerosi pregiudizi. Così, per esempio, una signora che aveva lavorato per tanti anni in modo eroico in missione in Asia, ma che aveva sempre creduto che i cattolici fossero ignoranti della Scrittura, mi ha detto: «Non giudicherò mai più così la Chiesa cat- tolica, perché ho capito che anche voi avete un grande amore per la Scrittura». Ora, sono passati diversi anni e il progetto continua in un’altra forma, coinvolgendo un numero maggiore di studenti. Spesso nei raduni ecumenici ufficiali, si fa riferimento a questo nostro progetto. Saper perdere tempo Indubbiamente l’ecumenismo gira attorno ai rapporti costruiti giorno per giorno. Per questo si deve saper perdere tempo. Recentemente, per esempio, c’è stata una presentazione a Belfast di un nuovo libro di un mio amico riformato, capo di una comunità ecumenica molto conosciuta che si chiama The Corrymeela Community. Anche se da dove abito occorrono quasi tre ore per arrivare a Belfast, ho deciso di andare per il semplice motivo di rendere tangibile l’amore fraterno. Il mio amico è rimasto molto contento. A dire il vero, ormai la macchina arriva a Belfast quasi da sola, perché è un viaggio che faccio abbastanza spesso per andare a trovare persone o partecipare ai raduni. Belli, per esempio, sono stati i tanti momenti di preparazione per la giornata “Insieme per l’Europa” fra Movimenti di diverse Chiese. Occorre saper perdere tempo anche nelle cose più banali. Per esempio, dopo il raduno ufficiale fra i rappresentanti delle Chiese che si tiene alcune volte ogni anno, cerco sempre di rimanere per pranzare insieme. Sembra una cosa piccola, ma spesso è durante il pranzo che si ha più tempo per vivere nella semplicità il dialogo concreto. Chi è incaricato per l’ecumenismo sa che la vita diventa pienissima di incontri. Alle volte, si passano ore e ore in conferenze, simposi, sinodi, incontri di Consigli. Ebbene, emerge la tentazione di evitare questi appuntamenti. Non dico che riesco sempre a viverli con la disposizione giusta, però ho imparato dall’Ideale dell’unità di Chiara Lubich a vedere anche in questi incontri un’occasione per esprimere il mio amore a Gesù nei fratelli. Gen's 5-6/2008 — pag. 30 — 156 esperienza «Percorrere» il cammino ecumenico con Gesù fra noi L’ecumenismo è anche un gioco! Spesso abbiamo idee ben precise di come dovranno andare le cose ma, in fondo, dobbiamo stare al gioco e lasciare fare a Dio che ha una fantasia più grande. Così, per esempio, per diversi anni, mi è stato spiegato che a Dublino non era possibile che la Chiesa cattolica facesse parte del Consiglio delle Chiese, già esistente fra le altre Chiese. Me ne ero convinto anch’io. Però, quando il nuovo arcivescovo ha incontrato il Consiglio, è nata l’idea di iniziare un processo verso questo passo. Toccava a me lavorare insieme con altri sui documenti che ci mettessero d’accordo, ecc. Ho dovuto superarmi per capire che si trattava di “percorrere” questa nuova via, seguendo Gesù che apre le porte come e quando vuole. Grazie a Dio, nello scorso gennaio (100° aniversario della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani), la Chiesa cattolica è diventata membro del Consiglio delle Chiese a Dublino. L’arcivescovo ne è rimasto molto contento ed ha commentato: «E un passo visibile e positivo che rafforzerà la testimonianza comune. Così le Chiese di Dublino possono dare un messaggio che, alla luce di Gesù Cristo, contribuirà all’unità vera nell’umanità». Un'altra sopresa gradita è stata quando due anni fa la Conferenza episcopale irlandese è stata incaricata dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani di predisporre il testo per la Settimana di preghiera. Toccava a me formare un comitato di rappresentanti di diverse Chiese per scegliere un tema, preparare i diversi brani biblici come meditazioni, ecc. È stata una piccola avventura, perché si doveva fare tutto a breve scadenza. Sulla base dei rapporti già stabiliti, tutto è andato benissimo. Con mia grande gioia è emersa l’idea di proporre come tema: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). “Percorrere” il cammino ecumenico, attento a ciò che Gesù vuole insegnarci, implica la disposizione a voler imparare. Per me è sempre motivo di ammirazione partecipare ai Gen's 5-6/2008 raduni presieduti da protestanti. Ogni incontro comincia con una lettura biblica, un commento e una preghiera. Si sente il grande desiderio di non ritrovarsi semplicemente e casualmente, ma piuttosto di radunarci nel nome di Gesù. Questo vale. Ho partecipato qualche volta anche al Sinodo nazionale della Chiesa anglicana d’Irlanda. Pure lì ho potuto imparare molto da come viene articolata un’assemblea di circa 600 persone (vescovi, pastori, laici/laiche e giovani), ciascuno con il diritto di dare la propria opinione sulle questioni sotto discussione: dalle finanze alla pastorale. Pieno di buon senso pratico, il metodo sinodale, ormai in uso da loro da tanti anni, ha da insegnare qualcosa a noi cattolici nell’impegno di fare della nostra Chiesa una casa e una scuola di comunione. L’anno scorso sono stato al dialogo con un gruppo dell’Esercito della Salvezza. Mi hanno spiegato come funziona “il coperchio” nella loro Comunità. Il riferimento è al “coperchio” dell’arca dell’alleanza, simbolo della misericordia di Dio verso il suo popolo. Nelle loro riunioni, dopo l’ascolto e la meditazione sulla Parola, chi ne sente il bisogno va davanti all’assemblea e si mette in ginocchio per chiedere perdono a Dio dei propri peccati o per domandare aiuto per una situazione difficile nella quale si trova. Qualcuno della Comunità viene accanto a lui e, mettendo la mano sulla sua spalla, prega con lui e per lui. Con questo gesto si vuol rendere tangibile il fatto che non andiamo a Dio da soli. Sentendo questa spiegazione, non potevo non pensare al sacramento della riconciliazione nella nostra Chiesa. Oggi si parla dell’importanza di un’ecumenismo di “ricezione”, cioè lo scambio dei doni che possiamo condividere fra noi. Non è tanto la domanda: che cosa la mia Chiesa può insegnare agli altri, ma piuttosto che cosa posso imparare dagli altri. Ricordo un seminario su Maria che ho potuto realizzare insieme a rappresentanti di diverse tradizioni (anglicani, riformati, metodisti, ortodossi) ancor prima del documento di ARCIC (Comitato del dialogo ufficiale fra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana) su Maria. È — pag. 31 — esperienza 157 stato un momento profondo di scambio. Una signora riformata ci ha detto che era la prima volta che trovava il coraggio di riflettere su chi è Maria per lei. Quando un luterano, parlando con grande amore, ci ha spiegato che per lui era difficile comprendere come i cattolici possano trovare spazio per Maria nella vita spirituale, mi ha fatto capire quanto dobbiamo riscoprire e così spiegare quel “nulla d’amore” di Maria che non invade lo spazio interiore dell’unione con Dio, ma ne diventa il grembo dove accade l’evento della Parola che ci vive. Il Crocifisso ecumenico Per entrare profondamente nel rapporto di dialogo con altri bisogna sempre andare al di là di noi stessi. Non è mai un passo scontato, fatto una volta per sempre. Per questo trovo in Gesù Abbandonato il vero crocifisso ecumenico. Ricordo un esempio. Il preside del Collegio metodista, di cui ho parlato sopra, stava per andare in pensione. Per l’addio voleva che si celebrasse una cerimonia eucaristica metodista e mi ha invitato a tenere l’omelia. Certo, era un grande onore ma, avendone parlato col mio vescovo, ho capito che per diversi motivi non era il caso di accettare l’invito. Pur felice della volontà di Dio indicata dal vescovo, non nascondo il dolore che ho sentito nel dover dire di “no”, prevedendo il disappunto del mio amico. Per l’amore a Gesù abbandonato in me e nell’anima sua, gli ho communicato la mia decisione. Certo, è stato un colpo per lui con qualche momento di tensione fra noi. Ma, avendo io fatto il passo, anche lui ha fatto la sua parte e ci siamo ritrovati ambedue in una nuova situazione di luce. E emersa l’idea di fare non una celebrazione eucaristica, ma una cerminonia della Parola e potevo così accettare l’invito di fare la predica. Dopo questa esperienza la nostra amicizia si è approfondita. Inevitabilmente arrivano momenti di malintesi nel dialogo ecumenico. Ricordo gli in- contri avuti dopo la publicazione del documento Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della fede nel 2000 o prima ancora in Irlanda la publicazione di un documento sull’eucaristia nel 1998: tanto scalpore, tante critiche, tante parole di “accusa” verso di noi per la nostra mancanza di cortesia, per la nostra arroganza e per la nostra durezza di cuore. Non è comodo sentir dire queste cose della tua Chiesa che tanto ami. Anche qui l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato è la chiave. È andando in fondo al cuore e dichiarandogli: «Sei Tu, ti voglio bene», che egli ci dà la forza di continuare ad approfondire il rapporto. Nel 2000 ho dovuto partecipare ad un programma televisivo sul documento Dominus Iesus. Il vescovo di un’altra Chiesa ha detto di essersi sentito tanto ferito dal documento. Cosa potevo fare? Certo, non era il momento di entrare in battaglia! Anche lì, saper perdere, non avere successo. Il giorno dopo qualcuno ha commentato: «Certo, hai “perso”, ma ti abbiamo visto in pace: hai salvato la cortesia e hai conservato il sorriso nonostante tutto». Proprio per amore a Gesù abbandonato, scoperto nelle tensioni nate da questi documenti, ho parlato con un altro sacerdote del Movimento che lavora con me nell’ecumenismo e ci è venuta l’idea di proporre una giornata di studio sui documenti ecumenici bilaterali fra le Chiese che contengno risultati promettenti. Così l’anno scorso 50 studenti, cattolici e protestanti, insieme a vescovi e rappresentanti di diverse Chiese, si sono ritrovati per un aggiornamento sul cammino fin qui compiuto dalle Chiese in campo ecumenico, una sorta di “progetto di mietitura”, come si chiama ultimamente questo processo di valutazione. Alla conclusione della giornata, tutti sono partiti felici e lanciati, perché non conoscevano quanto progresso è stato già stato realizzato. Infatti, una delle sfide maggiori attuali è la così detta “recezione” dei dialoghi condotti finora. Ma per questo ci vuole un “dialogo della vita”. E la chiave è il Crocifisso ecumenico. Gen's 5-6/2008 — pag. 32 — 158 esperienza Ricominciare sempre Facilmente nella vita e perciò anche nei contatti con persone di diverse Chiese, veniamo feriti da parole o battute o commenti fatti con poca carità. È importante in simili frangenti saper perdonare e chiedere scusa. Recentemente, ad un incontro dove si rivedeva la struttura di un certo organismo ecumenico, si parlava di un progetto concreto. Veniva in luce che non lo si poteva approvare da un lato per mancanza di soldi. Nella discussione, poi, si criticava il progetto stesso. E toccato anche a me esprimere un parere. Successivamente ho capito che, pur avendo detto cose giuste, non avevo avuto in cuore quell’amore che ti fa dire interiormente: «Sono pronto a dire il mio pensiero per te». Mancando questo ingrediente essenziale, l’altro era rimasto male. Quella sera stessa, confrontandomi con un altro, ho deciso di telefonargli per chiedere scusa. Il giorno dopo, quando l’ho incontrato, non c’era la minima tensione fra noi. Conclusione Il card. Kasper ha notato che viviamo in un periodo transitorio dell’ecumenismo. Non siamo arrivati al traguardo dell’unione organica visibile, ma non siamo neppure così divisi come un tempo: si è ritrovata la fraternità. Bisogna riempire bene questo periodo transitorio con il dialogo della vita che pone l’ecumenismo spirituale alla base del dialogo ecumenico. Credo che la vita d’unità diventi uno stimolo continuo a non mollare in questo “impulso della grazia” che è l'impegno ecumenico. C’è ancora molto che possiamo vivere insieme. Brendan Leahy Il vero cuore dell’ecumenismo Una domanda al card. Walter Kasper: «Cosa è l’ecumenismo spirituale?» «Che l’ecumenismo spirituale sia il vero cuore dell’ecumenismo lo ha sottolineato il Concilio Vaticano II ed è anche mia personale convinzione. Perché l’unità nella Chiesa non è qualcosa che noi possiamo fare o organizzare a tavolino. L’unità nella Chiesa è un dono, un regalo che ci viene dall’ Alto. E perciò ecumenismo significa fare propria la preghiera di Gesù, affinché tutti siano una sola cosa. Ecumenismo significa chiedere questo dono nel nome di Gesù. Vuol dire pregare e celebrare insieme — se non l’eucaristia — certamente la Parola di Dio, anche nei tempi liturgici e nelle festività comuni. Significa che possiamo collaborare nella diakonia, cioè nel servizio agli altri in campo sociale ed educativo. Ci sono molte cose che possiamo fare insieme, ma soprattutto ora — dopo questo Sinodo sulla Parola di Dio — è molto importante leggere, meditare e pregare insieme la Bibbia. Sulla Parola di Dio ci siamo divisi e sulla Parola di Dio dobbiamo di nuovo riunirci. Il Sinodo sulla Parola di Dio mi è sembrato fondamentale per un ecumenismo realistico. È un ecumenismo in senso spirituale — ribadisco — perché tutte le iniziative che si possono e si devono fare daranno frutto soltanto se provengono da una più profonda realtà spirituale: l’unità con Cristo. Quanto più siamo riuniti con Cristo, tanto più saremo riuniti anche con gli altri»). In Paulus, n° 7, gennaio 2009. Gen's 5-6/2008 — pag. 33 — esperienza 159 La fraternità costruisce ponti fra le Chiese Prove di «ecumenismo della vita» di Giorgio Paolini Nella metropolia di Pesaro, Fano e Urbino (Italia) da circa 10 anni è in corso un originale cammino ecumenico che è impegnato a stabilire fra comunità cristiane di varie Chiese e in diverse parti d'Europa un legame vitale e un interscambio sulla base del Vangelo. Di particolare interesse una serie di gemellaggi ecumenici fra parrocchie di diversi paesi. Ne nasce una progressiva purificazione della fede e uno stimolo a intensificare la comunione a partire dalla propria comunità. Ce ne parla l’incaricato per l’ecumenismo nell’archidiocesi di Pesaro. Ài tempi dell’ Assemblea di Graz (1997), a cui non ho partecipato, ero già incaricato di promuovere l’ecumenismo nella mia diocesi. L’allora mio vescovo mi aveva detto: «Ho pensato a te per questo compito, perché vivi la spiritualità dell’unità». Devo riconoscere che avevo l'impressione di lavorare in un terreno piuttosto arido: un po’ di preghiera per l’unità dei cristiani, qualche simpatico contatto con gruppetti di alcune Comunità evangeliche, pochi addetti ai lavori sensibili, mentre la massa del popolo di Dio era assillata da problemi percepiti come ben più urgenti di quello ecumenico. A quella Assemblea invece ci era andato don Vincenzo, un sacerdote della vicina diocesi di Fano che mi scrisse una lettera inatte- sa: «Dopo Graz ho fatto un sogno: un’Europa rischiarata da 100, 1.000, 100.000 fuochi di parrocchie di varia denominazione cristiana, legate da un rapporto di fraternità stabile fra loro. Perché in vista del Giubileo del 2000 non proviamo a stendere un progetto di “Gemellaggi ecumenici” tra parrocchie, da presentare ai nostri vescovi?». Ecumenismo della vita Questa idea non avrebbe riscontrato la risonanza che ha avuto in me, se non fosse già stato depositato nel mio cuore il detonatore giusto: avevo già ricevuto, infatti, alcune informazioni sull’“ecumenismo di popolo” che Chiara Lubich aveva profeticamente lanciato un anno prima in Inghilterra e che era poi rimbalzato nell’ Assemblea di Graz. La prospettiva dei “Gemellaggi ecumenici tra parrocchie europee” apriva orizzonti nuovi perché andava oltre un’esperienza riservata agli addetti ai lavori o ai responsabili delle Chiese, e poteva coinvolgere anche i laici del popolo cristiano in un “ecumenismo della vita”. In breve le due paginette del progetto erano pronte. Ma andavano bene? Abbiamo pensato di farle leggere a mons. Aldo Giordano, allora segretario del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, e siamo andati a trovarlo a Castelgandolfo, dove stava partecipando ad un convegno sul Dialogo. «Non trovo nulla di stonato nel vostro pro- Gen's 5-6/2008 — pag. 34 — 160 esperienza getto — disse. Perché non cominciate subito? Ci sono dei sacerdoti ortodossi a questo convegno: presentate loro la vostra idea e sentite cosa vi dicono». Uno di questi, animato da spirito piuttosto pratico, ci ha invitato ad andare a trovarlo durante l’estate. Gemellaggi ecumenici di parrocchie Nel settembre di quell’anno anche il biglietto aereo era fatto, quando una febbre, che in nessun modo riuscivo a debellare, mi costrinse a rimandare tutto. Avevo capito: con le mie forze non sarei andato da nessuna parte; bisognava che mi lasciassi guidare da un Altro. Ancora un’altra luce mi si accendeva dentro: la via dell’unità passa attraverso la croce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). Dopo un mese finalmente si parte per Resita (Romania) con molto timore e tremore, ma con una chiarezza interiore: più facciamo nascere le cose dalla comunione, meno spazio ci sarà per il nostro io, e quindi più per Dio. Perciò ci siamo premurati di non andare dal sacerdote ortodosso senza prima esserci garantiti il coinvolgimento di Josef Pal, il sacerdote cattolico del luogo. Inoltre, con tutta evidenza sentivamo essenziale per noi la comunione anche con il vescovo ortodosso. Quelli del posto ci facevano notare che quella visita era prematura e che al massimo ne sarebbe venuta fuori una visita di cortesia di breve durata; e poi Caransebes, la sede del vescovo Laurentiu, era lontana. Ma partimmo. Dopo i primi minuti, sicuramente formali, e dopo aver letto il messaggio del mio vescovo, mons. Laurentiu accantona le questioni giuridiche, congeda il traduttore ufficiale e cerca in francese un rapporto più diretto con noi, attirato da questa idea di “ecumenismo pratico”, come lui dice. Alla fine esprime il desiderio che tutte le parrocchie della sua diocesi si gemellino con altrettante parrocchie italiane. Come se non bastasse ci invita a stare con lui il giorno seguente. L’indomani abbiamo capito perché: in una ricorrenza festiva presso un monastero femminile di nuova fondazione, si sarebbero ri- Gen's 5-6/2008 trovati diversi sacerdoti della sua diocesi. Lì ha voluto che raccontassimo a tutti, in un clima conviviale e di festa familiare, il motivo della nostra visita. Vittorio, un arguto laico del gruppo, ha osservato: «Abbiamo provato a seguire con la nostra mountain-bike un sentiero ecumenico, e ci siamo trovati all’imbocco di una superstrada». «Un vescovo non può non essere ecumenico» Ma il mio vescovo, allora mons. Angelo Bagnasco, come avrebbe reagito davanti ad una apertura tanto inaspettata? Il momento di verifica è venuto durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del gennaio 1999. Mons. Laurentiu ha accettato volentieri di guidare la delegazione ortodossa nella nostra provincia, e per una settimana si è immerso nella nostra vita ecclesiale, suscitando interesse e simpatia umana. Ma è chiaro che la cosa fondamentale era il rapporto fra i due vescovi. Non so decifrare cosa passa tra due confratelli nell’episcopato, che si sentono chiamati allo stesso compito di custodire e promuovere l’unità dell’unica Chiesa di nostro Signore Gesù Cristo; ma ricordo una frase che il mio vescovo, interpretando quanto stava succedendo in quei giorni nella sua diocesi, mi ha confidato. «Un vescovo non può non essere ecumenico. Penso che l’unica cosa... sì, l’unica cosa che deve fare un vescovo è di essere disponibile allo Spirito». Quando poi Mons. Laurentiu lo ha invitato a partecipare alla vicina Pasqua ortodossa, mi ha comunicato: «Andrò in Romania per la Pasqua ortodossa. Se puoi venire, sono’ contento. Altrimenti andrò da solo». Puntare su fraternità e condivisione Su questa base di unità, e cercando di essere pronti a trasformare ogni croce in nuovo “trampolino di lancio”, nei dieci anni successivi l’esperienza si è progressivamente approfondita e allargata, seguendo non tanto progetti e strategie studiate a tavolino quanto — pag. 35 — esperienza 161 la via della vita e dei rapporti personali. Da ciò emergono alcune tendenze che stanno caratterizzando la nostra esperienza. Più che puntare ai convegni, fondamentali ma non alla nostra portata, proviamo a incrementare la fraternità tra le persone, attraverso la accoglienza nelle reciproche case, la condivisione di momenti significativi della vita parrocchiale e la conoscenza delle specificità di ciascuna Chiesa. Dal matrimonio di uno del gruppo ecumenico con una danese è nato il gemellaggio con i luterani della parrocchia della Pace, in Aharus; da un gemellaggio laico con la città inglese di St. Albans, è nato il gemellaggio ecumenico tra alcune parrocchie delle rispettive diocesi. Così, seguendo la via della vita, si configura un’altra tendenza caratteristica della nostra esperienza: non rapporti solo bilaterali, ma globali. Tra noi ci diciamo che verso la piena e visibile comunione tra i cristiani ci stiamo incamminando ‘’con quattro gambe”: quella cattolica romana, quella ortodossa, quella anglicana e quella evangelica. Ora, solo nella piccola diocesi di Pesaro, sono 8 (su 54) le parrocchie che si sono aperte all’esperienza del gemellaggio ecumenico. Tendenzialmente l’esperienza scavalca la dimensione parrocchiale e coinvolge i vescovi con le loro diocesi. Proprio lo scorso gennaio, in occasione del centenario della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il nuovo vescovo di Pesaro, mons. Piero Coccia, in veste di metropolita anche delle diocesi di Fano e Urbino, è stato invitato dal vescovo di St. Albans, mons. Christopher Herbert, a pregare insieme per l’unità dei cristiani. E nella antica cattedrale gremita di migliaia di persone, i due vescovi hanno solennemente firmato un Documento di amicizia che, oltre a rendere continuativa la fraternità tra loro, rende possibile una collaborazione tra vari settori della vita diocesana. Poiché ci muoviamo nell’ambito dell’ecumenismo “spirituale”, come ama ripetere il card. Kasper citando il Vaticano II, i rapporti tendono a superare il livello dottrinale o giuridico, e coinvolgono la collaborazione tra i parrocchiani in aspetti vitali della spiritualità cristiana: preghiera reciproca costante, pelle- grinaggi ecumenici in Terra Santa o ad Assisi, corsi di spiritualità di comunione per famiglie, campi-scuola ecumenici per giovani. Coinvolti anche i giovani Accenno solo ad un’esperienza di collaborazione giovanile nata da un atto di carità. Un giovane cantore, che avevamo incontrato in una delle nostre visite alla cattedrale di Resita con cui la mia parrocchia è gemellata, mi telefona improvvisamente: «Ciao, sono a Pesaro; ho bisogno di aiuto». Stava vivendo una situazione personale e familiare pesante, e per non soccombere è “fuggito” in Italia. Ormai è una regola tra le nostre parrocchie la disponibilità ad ospitarci. Si è fermato per tre mesi presso una giovane coppia ed ha potuto condividere la vita della comunità parrocchiale, attirato soprattutto da come alcuni giovani vivevano il Vangelo e si rapportavano tra loro con l’amore evangelico. Quando ha ritrovato se stesso e le motivazioni per rifarsi una vita, è tornato in Romania, ha concluso gli studi di teologia e si è sposato. Ora è sacerdote ortodosso e insegna in una scuola. Nella Pasqua 2008 è venuto con 15 giovani della sua scuola per vivere con noi la Settimana santa. «Desidero che anche loro incontrino quello che ho sperimentato io», mi diceva. Ogni mattina ci consegnavamo una frase del Vangelo che ci aiutasse a vivere ”l’arte di amare”, convinti che alla fine non avremmo semplicemente celebrato la Pasqua, ma vissuto un vero “passaggio” verso la novità della vita con Gesù risorto. Alcuni stralci di impressioni dei ragazzi ci fanno intuire cosa è stato per loro: «Sono stati cinque giorni unici di amore secondo Gesù, attraverso l’incontro dell'amore dei vostri cuori con i nostri». «Ho partecipato a vari incontri con giovani di diverse città della Romania per cercare di avvicinarci di più a Gesù, ma nessuno è stato come questo». «Abbiamo visitato luoghi belli, ma questo si può fare in qualunque gita scolastica: ciò che ha reso unica questa esperienza è stato l’amore spirituale che abbiamo conquistato». «Qui in Gen's 5-6/2008 — pag. 36 — 162 esperienza Italia mi sono sentita a casa, e sono sicura che ciò non sarebbe stato possibile se non fossimo stati tutti uniti nell’ Amore di Dio». Tornando coi 15 dalla visita alla Santa Casa di Loreto, siamo passati al centro Giovanni Paolo II di Montorso, e siamo stati accolti dal responsabile don Francesco Pierpaoli. A lui, dopo aver ascoltato questi ragazzi, è nata l’idea di un meeting ecumenico di giovani europei a Montorso. Lo scorso agosto si è incontrato con alcuni animatori della pastorale giovanile di St. Albans, di Caransebes e di Sibiu, insieme ad animatori giovanili della metropolia di Pesaro, Fano e Urbino. Si sono dati appuntamento in quel luogo, dal 3 al 10 Agosto 2009, per una esperienza di fraternità ecumenica, che prevede la partecipazione di oltre 100 giovani, sul tema Eur-home: vivere e comunicare la Parola per un’Europa unita. L’unità ci arricchisce tutti Il nostro vescovo, periodicamente informato, benedice, convinto in particolare dalle ricadute — come lui dice — che questa espe- Gen's 5-6/2008 rienza ha sulla vita delle comunità parrocchiali coinvolte. Le ricadute che osserviamo sono: uno stimolo a vivere prima al proprio interno quella comunione che si tenta di stabilire con parrocchie di altre nazioni e una crescente sensibilità nei confronti di fratelli e sorelle di varie Chiese. Inoltre, di riflesso, anche con persone di altre religioni che vivono tra noi, mentre si incrementa il legame con persone di convinzioni non religiose. Non ultima, la collaborazione che si attiva tra i sacerdoti ed i laici delle parrocchie coinvolte nell’esperienza dei gemellaggi ecumenici. Guardando all’esperienza fatta fin qui, come a una strada, viene più da paragonarla ad un sentiero di montagna, lastricato di sassi e di buche: esperienza ancora iniziale e assai imperfetta. Ma più andiamo avanti e più si rafforza in noi la persuasione che al di fuori dell’unità non c’è un’altra via in grado di dare credibilità al nostro impegno di nuova evangelizzazione, e di tracciare un futuro degno per l’umanità. Giorgio Paolini — pag. 37 — esperienza 163 Sentire propri i bisogni delle altre Comunità Amare la Chiesa altrui come la propria di Gaetano Pugliese A Murmansk, nell’Artico, a sud del Polo Nord, vivono una piccola Comunità di cattolici, alcuni protestanti e una maggioranza di ortodossi. Per le leggi russe non si può celebrare messa in una casa e non hanno chiesa, per cui tutti i cristiani insieme si sono rivolti al governo affinché i cattolici potessero costruire la propria chiesa. Hanno ottenuto il permesso, hanno costruito la chiesa e l’hanno inaugurata con la presenza anche delle altre comunità cristiane con i loro cori, oltre che di musulmani e consoli di diversi Paesi nordici. Mai avrebbero potuto avere il tempio cattolico senza l’appoggio delle altre comunità cristiane. Alle volte invece, si dà il contrario, sono i cattolici che accolgono e vanno incontro alle necessità di altri cristiani, come nell’esperienza che qui si racconta. Cosa fare per i luterani? La nostra bella isola d’Ischia (Italia) vive di turismo, soprattutto tedesco, che ha generato negli anni addietro tanti matrimoni tra ragazze tedesche e giovani ischitani. Molte di queste donne tedesche sono luterane e i loro matrimoni sono “misti”. Vent’anni fa, don Raffaele Di Costanzo ed io, parroci di due parrocchie vicine, notando alcune di queste luterane frequentare le no- stre comunità, ci chiedemmo: cosa possiamo fare per loro? Cogliemmo l’occasione della Settima di preghiera per l’unità dei cristiani: le chiamammo e le invitammo a diffondere tra le loro amiche la proposta di un incontro di preghiera. Vennero, di varie nazionalità, di varie Chiese, e fu una celebrazione così nuova e gioiosa da far dire ai membri delle nostre comunità: «Quando siamo solo cattolici non è così». Una signora tedesca luterana, che conoscevamo già da tempo e aveva partecipato a qualche nostra attività comunitaria, esclamò: «Potessimo avere anche noi una celebrazione nostra!». In poco tempo riuscirono con i loro contatti ad arrivare al pastore luterano tedesco della Comunità di Napoli. Questi venne ad Ischia e grande fu la sua meraviglia nel constatare che qui le persone luterane erano più numerose che a Napoli. Allora decise di venire una volta al mese per celebrare la loro liturgia in una delle nostre chiese che, d’accordo con il nostro vescovo, mettemmo a loro disposizione. Lo stesso vescovo, vedendo questi fatti, affidò a don Raffaele e a me l’incarico dell’ecumenismo in diocesi. Formammo una commissione di laici chiedendo l’apporto dei Movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità presenti nell’isola. Gen's 5-6/2008 — pag. 38 — 164 esperienza Nasceva così la Comunità evangelica-luterana ad Ischia. Non solo, ma un’altra iniziativa si attuò: la presenza di un pastore luterano per l’assistenza spirituale dei turisti tedeschi. Realtà che continua oggi con l’attività annuale di un pastore o di un giovane assistente pastorale, futuro pastore. La diocesi ha messo una chiesa a loro disposizione. Anche nei riguardi degli ortodossi A fine settembre 2004 partecipai al congresso nazionale dei delegati diocesani italiani dell’ecumenismo, a Bari. Dopo la liturgia ecumenica nella Basilica di San Nicola, riprendendo i nostri mezzi di trasporto, notai nella piazza un sacerdote ortodosso da solo. Un pensiero: «Ma va, lascia stare, sali sul bus». Vinse un’altra spinta: «Ama!». Così lo salutai e mi presentai: «Sono don Gaetano di Ischia». . «Di Ischia? Ci sono 400 rumeni a Ischia!». Era padre Michele Driga, rumeno, da circa 20 anni a Bari. E continuò: «Ci sono i miei nipoti ad Ischia, fra cui un sacerdote, padre Stefan». AI mio rientro si presentarono in parrocchia padre Stefan e suo fratello. Felice di conoscerli e di creare una bella amicizia, mi misi a loro disposizione e li invitai a partecipare alle nostre attività giovanili diocesane. Ne parlai con il vescovo e anche in questo caso mettemmo a disposizione una chiesa per le loro liturgie. Era visibile, così, il seme della chiesa ortodossa ad Ischia. Ma padre Stefan dovette rientrare in Romania. Poteva finire tutto, ma l’amicizia con il fratello e con gli altri amici continuava. Anzi, una sorpresa. Eugen, il fratello, mi confida che anche lui ha fatto il seminario e terminato gli studi teologici: vorrebbe diventare prete. Gen's 5-6/2008 C’è anche un altro suo amico di seminario di nome Catalin: pure lui ancora con quel desiderio. La mia attenzione per loro diventa quindi più sentita e responsabile. Li vedo più di frequente. A gennaio partecipano attivamente, con un gruppo di amici rumeni ortodossi, alla preghiera ecumenica per l’unità: i loro canti danno nuovo tono alla celebrazione. Interessante e simpaticissima l’amicizia, libera e fraterna, nata tra loro, possibili preti ortodossi, e il giovane assistente luterano, prossimo pastore. Assieme a loro ci siamo anche incontrati con i nostri giovani orientati al sacerdozio. Faccio conoscere loro la spiritualità dei Focolari e i due ortodossi vengono con noi a visitare Loppiano, la prima delle cittadelle del Movimento dei focolari, nelle quali si cerca di sperimentare come sarebbe la società, se avesse come “legge” di fondo il Vangelo. Eugen è venuto con noi in un viaggio che abbiamo organizzato con delle parrocchie, e Catalin per un convegno a Pasqua. Questi si è liberato successivamente dal lavoro per poter partecipare con suo cugino Daniel alla Mariapoli (un incontro annuale che costituisce un’esperienza analoga a quella della cittadella di Loppiano per la durata di alcuni giorni). Dalla Romania padre Stefan ha continuato a mandarmi fraterni messaggini, invitandomi cordialmente ad andare in vacanza da lui. In quel Paese sono andato per 1’ Assemblea ecumenica europea di Sibiu, con tre donne della diocesi. Siamo stati accolti dall’amico Daniel che continua a lavorare a Ischia. Ospitalità eccezionale, nella semplicità di una piccola abitazione popolare. La storia va avanti guidata dalla Provvidenza. Finalmente arriva a Napoli un prete ortodosso rumeno stabile. Tramite i rumeni presenti nell’isola, l’abbiamo invitato a Ischia. Il rapporto è subito cordiale e fiducioso. — pag. 39 — esperienza 165 Con la comunità locale dei Focolari abbiamo vissuto insieme qui, con la partecipazione attiva del prete ortodosso e della pastora luterana, la Giornata di Stoccarda II, “Insieme per l’Europa” (a cui si fa riferimento in altri articoli di questo stesso numero). Abbiamo anche condiviso, in grande comunione, la Settimana di preghiera per l’unità. Ora pure il sacerdote ortodosso ha fissato una volta al mese una celebrazione liturgica a Ischia. Da alcuni mesi ho ricevuto in diocesi un nuovo incarico, lasciando quello dell’impegno diretto dell’ecumenismo e del dialogo. Pensando all’avventura ecumenica di questi anni, mi sono accorto che tante realtà nuove e interessanti sono nate da un semplice atto d’amore che tutti possono fare. Ho sperimentato che spesso da un rapporto generato dalla carità scaturiscono effetti impensati in noi e negli altri e persone diverse non solo riescono a convivere in pace, ma con stupore vedono nascere e crescere quell’armonia che è il Regno di Dio in mezzo a noi. Gaetano Pugliese Gen's 5-6/2008 — pag. 40 — 166 esperienza Trento, città simbolo per l’unità Una diocesi a servizio dell’unità dei cristiani di Antonio Sebastiani L’autore è delegato diocesano per l’ecumenismo nella diocesi di Trento. Alle altre esperienze pubblicate in questo numero aggiunge alcuni aspetti peculiari del cammino ecumenico, în sintonia con le caratteristiche proprie della città e della diocesi così emblematiche a cui appartiene. Funerale di Alessio Il Lo scorso 9 dicembre 2008 si sono svolti i solenni funerali di Sua Santità Alessio II, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Vi ho preso parte come delegato dell’arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan, che ha voluto testimoniare il legame di amicizia tra la diocesi di Trento e il Patriarcato ortodosso russo. Ho sperimentato con commozione quale livello di intensità abbiano raggiunto le relazioni tra esponenti di Chiese e Comunità ecclesiali che si sono ritrovati a partecipare al lutto della Chiesa ortodossa russa: dal cardinale Walter Kasper, presidente dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ai cardinali Roger Etchegaray e Jozef Glemp, al vescovo Vincenzo Paglia e altri vescovi in rappresentanza delle rispettive Conferenze episcopali, con una nutrita presenza di delegazioni della Comunione anglicana e delle Chiese evangeliche. Gen's 5-6/2008 Anche in questa circostanza il fatto di ritrovarsi tra fratelli di Chiese diverse manifestava il cammino verso l’unità visibile che lo Spirito ha suscitato a partire dal secolo scorso. Le relazioni fraterne fra i rappresentanti delle Chiese hanno creato un nuovo clima di comunione, frutto di quella «rete di amicizia ecumenica» auspicata dal cardinale Kasper in un suo recente significativo testo!. Una diocesi chiamata ad essere «porta» e ponte Dal 2001 sono delegato diocesano per l’ecumenismo nella diocesi di Trento, dove lavoro anche come parroco. Trento è famosa in tutto il mondo come la sede del Concilio, convocato in varie fasi dal 1545 al 1563, con l’intento di ricomporre la separazione in atto nella cristianità occidentale a seguito della Riforma protestante. La città e la diocesi di Trento portano i segni di quell’evento al quale Paolo VI ha voluto richiamarsi affidando ai trentini un particolare “mandato ecumenico” quando nel 1964, durante un’udienza con loro, ricordò che «la città di Trento era stata allora scelta per facilitare l’incontro, per fare da ponte, per offrire l’abbraccio della riconciliazione, dell’amicizia e ci invitò a tener vivo il desiderio dell’unità più di ogni altro nella Chiesa di Dio». Anzi a diventare «simbolo di questo — pag. 41 — esperienza 167 desiderio» mediante la preghiera.e l’azione ecumenica. La città di Trento — disse ancora — dovrà pertanto «non costituire un confine, ma aprire una porta; non chiudere un dialogo, ma tenerlo aperto; non rinfacciare errori, ma ricercare virtù, non attendere chi da quattro secoli non è venuto, ma andarlo fraternamente a cercare». Un bel programma che l’arcivescovo Alessandro M. Gottardi e i suoi successori hanno accolto con responsabilità e lungimiranza. L’attuale arcivescovo Luigi Bressan dal 1999 ad oggi ha dato un decisivo impulso all’ecumenismo sia a livello locale che internazionale, attraverso incontri, convegni, visite ad esponenti di altre Chiese cristiane. Vorrei mettere in luce qui alcune concretizzazioni, così come sono andate via via relizzandosi. Tessere rapporti ecumenici Cominciamo con i rapporti particolarmente intensi con il mondo ortodosso. Il collegamento con il patriarcato di Costantinopoli è fondato sulla memoria dei martiri anauniesi che arrivarono a Trento dalla Cappadocia e qui diedero la loro suprema testimonianza a Cristo nel 397. Mons. Luigi Bressan si è recato in visita sia al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I che al patriarca di Mosca Alessio II, e ha incontrato pure altri patriarchi e responsabili di Chiese. Già nel 1984, Riva del Garda è stata sede del III Incontro ecumenico europeo promosso dalla Conferenza delle Chiese europee anglicane, evangeliche e ortodosse (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali cattoliche d’Europa (CCEE). A conclusione era stato recitato nella cattedrale di Trento il simbolo di fede niceno-costantinopolitano, formulato al plurale: “Noi crediamo”, riproposto ogni anno nel sussidio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. L'allora presidente della KEK, André Appel, affermò: «Noi ameremmo che questo luogo divenisse ora un segno di speranza per l’insieme delle nostre Chiese e per l'Europa». Recentemente abbiamo poi avuto l’occasione di ospitare il primo Forum cattolico-ortodosso promosso dal CCEE e dai patriarcati ortodossi in Europa, svoltosi dall’ 11 al 14 dicembre 2008 sul tema “La famiglia: un bene per l’umanità”, che ha elaborato una dichiarazione condivisa sui valori cristiani della famiglia (a cui fa riferimento, in un’altra esperienza di questo stesso numero, il teologo ed ecumenista Brendan Leahy). Significativa è inoltre l'amicizia tra la nostra diocesi e il Centro ecumenico di Ottmaring, risalente alla sua fondazione nel 1968, quando l’arcivescovo Gottardi presenziò al primo “colpo di badile” della costruzione. Nel 2005 un folto gruppo del Centro stesso ha visitato Trento. L’anno seguente un pullman di trentini, con l'arcivescovo e con il vicesindaco della città, sono stati ospitati nel Centro di Ottmaring, incontrandosi con il vescovo evangelico Dr.. Ernst Oeffner e con il vescovo cattolico di Augsburg, Dr. Walter Mixa. Diventare simbolo dell’unità fra i cristiani Un apporto particolare all’ecumenismo nella nostra diocesi viene dal Movimento dei focolari. Trento, com’è noto, è la città natale di Chiara Lubich. Proprio là dove nel XVI secolo non si potè ricomporre l’unità, è nata una speranza, una sorgente, attraverso l’opera ecumenica di Chiara, quale servizio al più vasto movimento ecumenico. Dal 1986 nelle immediate vicinanze di Trento è attivo il Centro Mariapoli di Cadine, che il 24 gennaio 2009 sarà intitolato a Chiara Lubich. Ogni anno, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è diventata un appuntamento atteso la proposta ecumenica fatta dal Centro Mariapoli in collaborazione con l’Ufficio ecumenico diocesano. Chiara stessa ne ha delineato la vocazione ecumenica al momento dell’inaugurazione, con la significativa presenza di vescovi ed Gen's 5-6/2008 — pag. 42 — 168 esperienza esponenti di varie Chiese, affermando: «Trento — anche per mezzo nostro — deve diventare simbolo di quell’unità fra i cristiani che ha da essere ricercata con tutto l’impegno. Era giusto, perciò, che si edificasse qui un centro allo scopo di contribuirvi. Del resto anche i nostri centri di Londra in Inghilterra, di Ottmaring vicino ad Augsburg in Germania, e di Baar in Svizzera, aggiungono al fine della formazione dei membri dell’Opera, quello ecumenico»?. Nel Centro Mariapoli di Cadine, dal-10 al 16 novembre 1995, fu promosso dal Movimento dei focolari un convegno ecumenico di vescovi appartenenti a diverse Chiese, coordinato dal card. Miloslav VIk, arcivescovo di Praga e allora presidente del CCEE. Vi parteciparono 18 vescovi delle Chiese cattolica, ortodossa, siro-ortodossa, evangelicoluterana e anglicana. Come nei precedenti convegni ecumenici tenuti a Istanbul, Castel Gandolfo, Otmaring e Londra, i vescovi condivisero momenti di preghiera, di riflessione e di scambio fraterno. Sono frequenti i contatti ecumenici di questo Centro, con una ricaduta anche sulla vita diocesana. Degni di nota sono i gemellaggi sorti fra alcune parrocchie della nostra diocesi e le corrispettive parrocchie ortodosse russe della metropolia di San Pietroburgo e la diocesi di Murmansk, che hanno coinvolto comunità e giovani, attraverso lo scambio di visite e il sostegno a progetti. Ecumenismo come scambio di doni La nostra vita ecumenica sul posto è costantemente alimentata da quanto sta avvenendo a livello più universale. Sono da ricordare qui in particolare le Assemblee ecumeniche Europee promosse dal CCEE e dalla Conferenza delle Chiese Europee (KEK) a Basilea, Graz e nel 2007 a Sibiu in Romania. A questa terza Assemblea ho partecipato come delegato della Chiesa cattolica in Italia. Eravamo sullo stesso aereo insieme ai delegati della altre Chiese presenti in Italia. Abbiamo potuto prendere parte attiva alla ela- Gen's 5-6/2008 borazione del messaggio finale rivolto all’Europa: «La luce di Cristo illumina tutti». Nel suo intervento il card. W. Kasper affermava sapientemente che non basta più l’ecumenismo delle convergenze, ma che occorre saper far dono della propria ricchezza: «Possiamo imparare gli uni dagli altri. Invece di incontrarci al minimo comune denominatore, possiamo arricchirci vicendevolmente del patrimonio di cui ci è stato fatto dono». L’ecumenismo dei nuovi carismi e Movimenti Accanto all’ecumenismo più istituzionale, ho assistito al sorgere di iniziative che riuniscono vari Movimenti e Comunità che vogliono incontrarsi e mettersi a servizio delle rispettive Chiese, dando un contributo alla crescita dell’ “ecumenismo spirituale” che il Vaticano II afferma essere l’anima del movimento ecumenico. Affermava infatti a Sibiu il cardinale Kasper: «Dobbiamo essere coscienti di questo: noi non possiamo “costruire” l’unità; essa non può essere una nostra opera. Essa è un dono dello Spirito di Dio; egli solo può riconciliare i cuori. Per questo spirito di unità noi dobbiamo pregare. L’ecumenismo spirituale rappresenta il centro e il cuore dell’ecumenismo». In questa prospettiva ho potuto partecipare a Stoccarda (Germania)ai due incontri ecumenici “Insieme per l'Europa”, promossi da Movimenti e nuove Comunità appartenenti alle diverse Chiese del continente europeo, nel maggio 2004 e nel maggio 2007. Nel novembre 2008 ho preso parte al conferimento del Premio ecumenico consegnato a Stoccarda dall’ Associazione tedesca “Unità dei Cristiani” al Comitato direttivo di “Insieme per l'Europa”, per il contributo offerto da queste Comunità alla riscoperta delle radici cristiane dell'Europa e al rinnovamento della società. La /audatio, molto profonda e aperta alla speranza sul futuro dell’ecumenismo, pubblicata per intero in questo stesso numero della rivista, è stata tenuta dal card. Walter — pag. 43 — esperienza 169 Kasper il quale ha evidenziato l’apporto determinante che i carismi e le nuove Comunità danno al cammino dei cristiani verso la piena e visibile comunione. Un popolo tutto ecumenico L’incontro personale tra cristiani, tra pastori di Chiese diverse mi sembra decisivo per la prosecuzione del cammino ecumenico. Accanto ai teologi e ai pastori occorre che tutto il popolo cristiano percorra con fiducia le strade dell’unità, sperimentando la realtà della presenza di Gesù in mezzo ai suoi promessa a coloro che si amano come Lui ci ha amati. Lui potrà essere in questo modo anche luce per risolvere le divergenze che sussistono sul piano dottrinale e nelle scelte etiche. Se si reclama la necessità di una formazione ecumenica di tutto il popolo di Dio, è necessario che tale formazione sia fondata sulla vita e finalizzata ad essa, sapendo accogliere il meglio delle testimonianze concrete realizzate con l’impegno di tante persone e comunità che vivono, in modo fattivo e con sapienza fraterna, per l’unità voluta da Gesù. Antonio Sebastiani 1) L’ecumenismo spirituale. Linee-guida per la sua attuazione, Città Nuova, Roma 2006. 2) C. Lubich, Così deve rimanere: Parola viva, Parola di vita, in “Mariapoli” 3 (1986) [6] 11. Gen's 5-6/2008 — pag. 44 — 170 esperienza Le diversità di Chiesa d’appartenenza possono maturare e arricchire lamore nella famiglia Vita ecumenica in famiglia di Maria Andrea e Eduardo Farias «I matrimoni tra cattolici ed altri battezzati presentano, pur nella loro particolare fisionomia, numerosi elementi che è bene valorizzare e sviluppare, sia per il loro intrinseco valore, sia per l'apporto che possono dare al movimento ecumenico. Ciò è particolarmente vero quando ambedue i coniugi sono fedeli ai loro impegni religiosi. Il comune battesimo e il dinamismo della grazia forniscono agli sposi, in questi matrimoni, la base e la motivazione per esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e spirituali» (Familiaris consortio, 78). Ne è testimonianza questa esperienza di una coppia dell’Argentina. Innamorati ma appartenenti a Chiese diverse Quando ci siamo conosciuti, ci siamo subito innamorati l’uno dell’altra. Allo stesso tempo ci siamo detti che, per ognuno di noi, Dio avrebbe occupato il primo posto nella propria vita. Eravamo di due Chiese diverse, e questo ha portato ognuno ad accompagnare e conoscere ciò che l’altro credeva e amava, ciò che a lui sembrava che Dio gli chiedesse. Perciò, arrivato il momento del nostro matrimonio, volevamo che avvenisse d’accordo con le nostre rispettive Chiese. Abbiamo Gen's 5-6/2008 chiesto a un sacerdote. Dovevamo però trovare anche un pastore. Lo stesso sacerdote ci propose di andare insieme da un pastore evangelico, amico suo, col quale, insieme ad altri pastori e sacerdoti nell’ambito del Movimento dei focolari, avevano da anni un rapporto veramente fraterno e un dialogo schietto ma nella carità, senza ferite, molto arricchente. Quando siamo arrivati a casa sua, il pastore ci accoglie con grande affetto e cordialità. Ma quando presentiamo la nostra proposta ci ha sorpresi dicendo: «Io vi consiglierei di non sposarvi». Alla nostra domanda del perché di questo suggerimento, continua: «Come farete con le realtà di fede nelle quali non siete d’accordo, sopratutto quando arriverà il momento dell’educazione dei figli? Voi correte il rischio di seminre scandalo e confusione in loro». Premesse del nostro matrimonio Allora il nostro amico sacerdote è intervenuto dicendo che era comprensibile questa sua posizione, considerando le cose genericamente. Ma che in questo caso bisognava tener conto che tutti e due, grazie all’incontro con la spiritualità del Movimento dei focolari, desideravamo vivere l’amore reciproco come ce l’ha insegnato Gesù. Pertanto anche davanti alle diversità di convinzioni o di pratiche, avremmo vissuto il rispetto recipro- — pag. 45 — esperienza 171 co, la ricerca di comprensione dei motivi dell’altro, la pazienza di non pretendere di “convertire” l’altro alle proprie idee, il ricominciare sempre ogni volta che si fa uno sbaglio o si rompe l’unità per mancanza d’amore, ece. «I problemi non mancheranno sicuramente — ha aggiunto ancora —, in questo come negli altri ambiti dei rapporti; ma per il cristiano ogni sofferenza ha un senso ed è una chiamata a un amore più maturo e purificato... Quindi, questa ricerca di reciproco amore evangelico anche di fronte alle diversità, non può non diventare molto importante per la stessa formazione cristiana dei figli?». «Avete ragione — ha risposto il pastore —; qui c’è un’attegiamento di fondo convinto e sapiente, diverso da ciò che ho visto in altre coppie di Chiese diverse. In questo modo può funzionare... Anzi, può trasformarsi in una vera testimonianza cristiana». Quindi accettò di partecipare anche lui alla celebrazione. Insieme abbiamo scelto le letture bibliche che più ci sembravano adatte (tra le quali il cap. 13 della prima lettera ai Corinzi). Di comune accordo il matrimonio si sarebbe fatto in una chiesa cattolica. Il sacerdote avrebbe presieduto la celebrazione del rito del sacramento del nostro matrimonio e il pastore avrebbe spiegato la Parola di Dio. Una cerimonia indimenticabile Fu una cerimonia molto bella, per il clima di fraternità che si respirava in ogni gesto, in ogni parola che si pronunciava, nell’atteggiamento di tutti coloro che ci accompagnavano. Era qualcosa che si sentiva “nell’aria”, grazie alla presenza non soltanto delle nostre famiglie, ma anche di amici delle due Chiese e tra questi molti del Movimento dei focolari. Si avvertiva in tutti i presenti una gioia speciale. Molti familiari e amici si avvicinavano alla fine con espressioni stupende. Un’amica senza fede ci ha confidato: «Se questo è il cristianesimo, io voglio farmi cristiana». Così, in quest’orizzonte e con questo “programma”, cominciò la nostra vita di sposi. Sentivamo che Gesù ci faceva vivere particolarmente questa Parola: «Chi potrà separarci dall’amore di Cristo?» (Rm 8, 35). Sapevamo che, cercando di vivere nella Sua volontà, avremmo potuto essere uniti a Lui e tra noi. L’inizio di un’avventura che dura fino ad oggi Como base per construire la nostra famiglia, tanto il pastore come il sacerdote ci hanno consigliato di puntare a ciò che ci univa piuttosto che alle nostre differenze, nel rispetto della disciplina di ognuna delle nostre Chiese. Col desiderio di crescere insieme abbiamo trovato molta ricchezza nella Chiesa dell’altro, e il vero incontro e l’unità si realizzavano quando ciascuno era fedele al suo impegno personale e alla sua relazione con Dio. Ci rendevamo conto che Dio voleva che attraverso la nostra famiglia potessimo contribuire anche all’unità tra le nostre Chiese; per questo fino ad oggi, ciascuno collabora nelle azioni della Chiesa dell’altro. È molto bello per noi questo intercambio, così come le preghiere gli uni per gli altri tra le nostre Comunità, anche in momenti difficili. Ciò che ci aiuta ad andare avanti è sempre il cercare di accompagnare l’altro con l’amore di Gesù, e così sperimentiamo in ogni situazione la Sua grazia e la Sua luce. Cerchiamo di confrontare con la Parola di Dio ciò che facciamo, come le decisioni in famiglia riguardo ai figli o quelle economiche. Quando sulla stessa Parola biblica abbiamo interpretazioni diverse, raddoppiamo lo sforzo nell’amore agàpico per ascoltare ciò che lo Spirito Santo vuol dirci, mantenendo la fedeltà e l’obbedienza a ciò che ci dicono le nostre autorità spirituali. Ci rendiamo conto che queste circostanze, anche quando portano sofferenza, si trasformano in strumenti nelle mani di Dio per purificarci, per farci crescere nell’amore vero tra noi, in famiglia e con l’altra Chiesa. Gen's 5-6/2008 — pag. 46 — 172 esperienza Ciò ci permette di fare un’esperienza di rapporti “trinitari”, di vuoto totale dei nostri ragionamenti per lasciarci penetrare dall’amore di Dio. Sull’educazione dei figli Riguardo ai nostri figli, all’inizio pensavamo che per poter fare una scelta dovevano conoscere le due liturgie, le due catechesi, la scuola domenicale. Ad un certo momento, con molta saggezza, ci hanno detto gli stessi responsabili delle nostre Comunità che forse questo era troppo. Giacché si stavano formando le loro personalità, l'essenza del cristianesimo, la vita di Gesù, l’avrebbero ricevuto nella nostra casa, nel rispetto e nell’amore che potevano cogliere anche in mezzo alle diversità. Se Gesù sarà presente in mezzo a noi uniti nel Suo nome, Egli sarà luce anche per loro, per conoscerlo e per sapere come seguirlo. Così loro cominciarono a porsi le loro proprie domande riguardo alle due Chiese. E furono accompagnati con le risposte del pastore e del sacerdote delle nostre Comunità, con molta sapienza e libertà. Come frutto di questa esperienza di amore reciproco, uno dei nostri figli, Facundo, decise di seguire Gesù nella Chiesa cattolica, e Juan Ignacio nella Chiesa evangelica. Da quel momento abbiamo suggellato un patto di accompagnare i nostri figli senza condizionare la loro decisione. Lasciamo adesso la parola a uno di loro per narrarci un’esperienza che per lui è stata importante. Juan Ignacio racconta «Nel maggio 2008 ho vissuto una situazione abbastanza forte e difficile. Avevo l’opportunità di partecipare ad un incontro mondiale di giovani a Roma; ero pieno di gioia e tutti i miei sentimenti e pensieri erano presi da questo viaggio. Gen's 5-6/2008 Il conflitto cominciò quando il mio pastore e guida spirituale mi ha detto che, secondo lui, non era conveniente che lo facessi. In quel momento non ho potuto fare a meno di piangere, pensando a tutto quello che avrei perso, e mi domandavo perché il pastore opinava in questo modo. In me entrarono i dubbi, l’insicurezza, la tristezza, ma mi sono sforzato di mantenermi ancorato alla Parola di Dio. Man mano che il tempo trascorreva, mi sentivo sempre più pieno di preocuppazioni, di angoscia, di dolore. Fino al punto di cominciare a dubitare dell’amore di Dio per me. Era vero che egli aveva un piano per la mia vita? Sarei uscito da questa situazione così dolorosa? Per un po’ di tempo sono vissuto sotto una grande pressione, ma alla fine mi sono “arreso” al Signore: ho messo tutti i miei conflitti e preoccupazioni nelle sue mani e ho chiesto a lui la pace, quella pace che è al di sopra di ogni ragionamento. Il giorno seguente il suo amore e la sua pace fluivano nella mia mente e nel mio spirito. Lui mi aveva concesso ciò che gli avevo chiesto. Trovandomi in questa nuova condizione le porte cominciarono ad aprirsi. Ho avuto la forza di obbedire al mio responsabile della Comunità e accettare questa situazione, sapendo che anche se non fossi andato a Roma, l’avrei fatto per seguire il Signore e non i miei pensieri. Non ho fatto il viaggio, ma questa ricerca di obbedire a Dio nella fede, mi ha donato ciò che più desideravo in quel momento: ero felice di aver cercato di vivere la sua Parola, sentivo la pace dentro di me, Dio mi ha dato la sua serenità e non ho avuto più dubbi né rancore. Ho sperimentato quanto sia ‘vera l’affermazione biblica che tutto coopera al bene per coloro che amano Dio» (cf Rm 8, 28). Niente può impedire l’amore In conclusione, la nostra esperienza matrimoniale e di famiglia, ci fa costatare che Dio risponde alle sue promesse, e che lo sforzo di cercare l’unità ci colma di vita e ci rende — pag. 47 — esperienza 173 sempre più maturi con la possibilita di condividere queste esperienze con altre famiglie in situazioni simili. Sperimentiamo che la vita di famiglia vissuta in questo modo contribuisce a realizzare quell’unità che Gesù desidera per i cristiani (cf Gv 17, 21). E che tale esperienza è in certo modo profetica, perché sia che siamo bat- tezzati da grandi o da piccoli secondo la prassi delle nostre rispettive Chiese, sia che riceviamo la Santa Cena o l’Eucaristia, sia che non possiamo condividere pienamente qualsiasi altra realtà di fede, niente però ci può impedire di amarci secondo il Vangelo e sperimentare la presenza di Gesù tra noi. Maria Andrea e Eduardo Farias Gen's 5-6/2008 — pag. 48 — 174 indice INDICE ANALITICO 2008 Per la consultazione è da tener presente che, all’interno delle singole tematiche, gli autori appaiono in ordine alfabetico. All’autore, titolo e sottotitolo, seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo e infine della pagina. Alcuni titoli ricorrono sotto più voci. SPIRITUALITÀ La Parola di Dio LUBICH Chiara Gli effetti della Parola. Fonte di costante rinnovamento. 2008/1-2/16 Un metodo evangelico. 2008/3-4/106 Mostraci il Padre. Catechesi ai giovani nel duomo di Paderborn il 12/6/1999. 2008/3-4/99 ROSSÉ Gérard La pratica della «Parola di vita» in un'ottica biblica. 2008/1-2/12 VITA DELLA CHIESA Documenti BENEDETTO XVI Ricezione e futuro del dialogo ecumenico. Discorso alla Plenaria del Pontifico Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani. 2008/5-6/132 QUELLET card. Marc La testimonianza ecumenica. 2008/5-6/131 SINODO dei vescovi del 2008 Che la Parola diventi vita. 2008/1-2/3 Catechesi e Sacra Scrittura (Proposizione 23). 2008/3- 4/84 Gen's 5-6/2008 Catechesi e omelia. Dal Messaggio al Popolo di Dio. 2008/3-4/91 CONGREGAZIONE per gli Istituti di vita consacrata Innanzitutto Dio e la sua Parola. Dall’Istruzione «Il servizio dell’autorità e l'obbedienza». 2008/1-2/46 Seminari e vocazioni AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari. 2008/1-2/53 Vita religiosa CONGREGAZIONE per gli Istituti di vita consacrata Innanzitutto Dio e la sua Parola. Dall’Istruzione «Il servizio dell’autorità e l'obbedienza». 2008/1-2/46 VIE DELLA PASTORALE Catechesi BENEDETTO XVI Saluto ai partecipanti al Convegno. 2008/3-4/57 BECKER Hannelore e KRAMP Christiane Fare incontrare Gesù vivendo l’unità. 2008/3-4/122 BLANCO Miguelangel (a cura di) Catechesi a partire dalla famiglia. 2008/3-4/112 BOLSIUS Marlies Fare scoprire le fonti di Dio. 2008/3-4/108 BORTOLIN Lorenzo (a cura di) Il Vangelo vissuto rispetta e unisce le etnie. 2008/3- 4/118 BOSIO Rosa I primi catechisti sono i genitori. 2008/3-4/110. CAMBÒN Enrique La vera sfida della catechesi (Editoriale). 2008/3-4/59 CANALE Paolo (a cura di) Tradurre le verità della fede nella vita di ogni giorno. 2008/3-4/116 CIARDI Fabio omi La catechesi di Gesù. 2008/3-4/72 FRACCAROLI Loredana e RUSPINI Carla Aiutare i ragazzi a vivere la Parola. 2008/3-4/120 MFALAMAGONHA Jane Eliza La Parola di Dio come base della catechesi. 2008/3- 4/114 — pag. 49 — indice 175 RAGGIO Adolfo Alcuni flash sulla catechesi nel mondo. Sguardo alla situazione. 2008/3-4/62 Otto punti per una catechesi-vita. 2008/3-4/124 REDAZIONE (a cura della) Viviamo il Vangelo. Progetto catechesi. 2008/3-4/126 RICCI Maria La catechesi nei documenti della Chiesa. 2008/3-4/77 SGARIGLIA Alba La catechesi alla luce del carisma dell’unità. 2008/3- 4/85 SINODO dei vescovi. Proposizione 23 Catechesi e Sacra Scrittura. 2008/3-4/84 SINODO Catechesi e omelia. Dal Messaggio al Popolo di Dio. 2008/3-4/91 ZANGHÎ Giuseppe Maria Il «castello esteriore». Vita di unità e rapporti trinitari come luogo dell’esperienza di Dio. 2008/3-4/92 Il «castello esteriore» e la catechesi. Vivere rapporti trinitari per trasmetterli nella catechesi. 2008/3-4/95 Mondo della famiglia ZANZUCCHI Annamaria e Danilo Famiglie a confronto con il dono della Parola. Il Vangelo vissuto assicura solidità e felicità. 2008/1-2/34 Mondo giovanile CHATEL Francesco Una pedagogia per donare il Vangelo ai giovani. Condividere la Parola in un mondo scristianizzato. 2008/1- 2/39 XODO Nadia L’amore è nel DNA di tutti. Parola di Dio e mondo degli adolescenti. 2008/1-2/43 Pastorale parrocchiale GEMMA Enrico Un esempio di unità ecclesiale. La vita della Parola al cuore di una parrocchia. 2008/1-2/21 RAGGIO Adolfo Chiesa locale e vita della Parola. Il contributo del Movimento dei focolari in ambito parrocchiale e diocesano. 2008/1-2/27 Dialogo ecumenico BACK Joan Patricia Ecumenismo spirituale e spiritualità di comunione. It mondo ecumenico è alla ricerca di una spiritualità che generi unità. 2008/5-6/145 BENEDETTO XVI Ricezione e futuro del dialogo ecumenico. Discorso alla Plenaria del Pontifico Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani. 2008/5-6/132 BORTOLASO mons. Armando Tappa ecumenica a Beirut. Convegno di vescovi di varie Chiese e riti. 2008/5-6/150 CAMBÒON Enrique Ecumenismo efficace (Editoriale). 2008/5-6/129 CIARDI Fabio omi La Parola luogo di incontro ecumenico. La Parola vissuta può aprire la via verso una comprensione comune delle Scritture. 2008/5-6/134 KASPER card. Walter Il cammino ecumenico delle nostre Chiese. È necessario che l’ecumenismo sia portato avanti insieme dalle istituzioni e dai carismi. 2008/5-6/140 FARÎAS Maria Andrea e Eduardo Unità ecumenica in famiglia. Le diversità di fede possono maturare e arricchire l’amore nella famiglia. 2008/5-6/170 LEAHY Brendan Vivere per l’unità. Dialogo della vita nelle istituzioni e tra teologi. 2008/5-6/154 OQUELLET card. Marc La testimonianza ecumenica. 2008/5-6/131 PAOLINI Giorgio Prove di «ecumenismo della vita». La fraternità costruisce ponti fra le Chiese. 2008/5-6/159 PUGLIESE Gaetano Amare la Chiesa altrui come la propria. Sentire propri i bisogni delle altre Comunità. 2008/5-6/163 SEBASTIANI Antonio Una diocesi a servizio dell’unità dei cristiani. Trento, città simbolo per l’unità. 2008/5-6/166 TEOLOGIA E CULTURA Teologia biblica ROSSÉ Gérard Il dinamismo della Parola. La pratica della «Parola di vita» in un’ottica biblica. 2008/1-2/12 Gen's 5-6/2008 — pag. 50 — 176 indice Teologia spirituale RUBRICHE ZANGHÎ Giuseppe Maria Segnaliamo Il «castello esteriore». Vita di unità e rapporti trinitari CODA Piero e CIARDI Fabio omi come luogo dell'esperienza di Dio. 2008/3-4/92 Due recenti volumi di Chiara Lubich. 2008/1-2/49 Il «castello esteriore» e la catechesi. Vivere rapporti tri- REDAZIONE (a cura della) nitari per trasmetterli nella catechesi. 2008/3-4/95 Viviamo il Vangelo. Progetto catechesi. 2008/3-4/126 Gen's 5-6/2008 — pag. 51 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell’archivio della rivista Gens gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 eh1$s rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambén, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gens - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). 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