gen’s 2009/1-2 – Diaconato: servizio e comunione Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2009-1-2-diaconato-servizio-e-comunione/ — pag. 1 — Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale — D.L. 353/2003 (conv. in.L.27/02/2004 n..46) art. 1 comma 2 DCB - ROMA Editoriale Segno della diaconia della Chiesa Giovanni Paolo Il / GEI Ministero di servizio Commissione Teologica Internazionale Il diaconato: evoluzione e prospettive Thomas Joseph Norris Dalla diaconia di Gesù a quella dei diaconi di oggi Lorenzo Bortolin Come diventare diaconi Arsen Mihajlovic' Parabola di una vita Vincenzo Olivero La mia chiamata Luigi Vidoni «Essere per gli altri» Rocco Goldini Dare la vita per la propria gente Diego Mansutti «Buon samaritano» diacono anno XXXIX gennaio - aprile — pag. 2 — gennaio - 1 Il 12 18 23 23 29 35 41 009 EDITORIALE MAGISTERO STUDIO STUDIO SEGNALIAMO ESPERIENZE ESPERIENZE ESPERIE ESPERIENZE ESPERIENZE ESPERIENZE INTERVISTA MONDO DEI SEMINARI Segno della «diaconia» della Chiesa Enrico Pepe Ministero di servizio Giovanni Paolo Il e testi CEI Il diaconato: evoluzione e prospettive Commissione Teologica Internazionale Chi è il diacono nella Chiesa? Dalla diaconia di Gesù a quella dei diaconi oggi Thomas Joseph Norris «Il diacono. Chi è. Cosa fa. Come diventarlo» Un volume recente Lorenzo Bortolin Parabola di una vita Famiglia — esperienza professionale — ministero Arsen Mihajlovjc' La mia chiamata Il diaconato vissuto in una spiritualità di comunione Vincenzo Olivero Un nuovo sì a Dio e la vocazione di mio marito Testimonianza della moglie di un diacono Maria Elena Cassola Olivero «Essere per gli altri» Vita d’unità in famiglia, a sostegno del ministero Luigi e Chiara Vidoni Dare la vita per la propria gente Con la stola e il grembiule Rocco Goldini «Buon samaritano» diacono Di fronte alle emergenze di oggi Diego Mansutti «Ho formato alla vita di comunione» Preparazione dei candidati al diaconato Intervista a Vincenzo Chiarle Notizie dal mondo dei seminari — 51 a cura della segreteria internazionale del movimento gens — pag. 3 — editoriale Segno della diaconia della Chiesa C ome mai il ripristino del diaconato permanente nella Chiesa cattolica romana dopo l’entusiasmo iniziale non ha avuto quello sviluppo che tanti si attendevano? Eppure il Concilio e i documenti successivi su questo argomento dicono che la presenza dei diaconi completa e arricchisce assai l’intera realtà del sacramento dell’Ordine nella sua triplice espressione: episcopato, presbiterato e diaconato. Certamente le cause di questa mancata fioritura sono varie, a seconda della situazione storica delle diverse Chiese locali. Tuttavia credo che uno dei motivi sta nel fatto che dobbiamo riscoprire tutta la ricchezza della “diaconia” della Chiesa. Non cosa facile, se si pensa che Gesù stesso ha trovato molta resistenza — e non solo nei capi e nel popolo d’Israele, ma anche negli stessi apostoli — per far capire che il Figlio dell’uomo era venuto non per essere servito ma per servire. Mentre era in viaggio verso Gerusalemme e si preparava a morire crocifisso per compiere l’opera affidatagli dal Padre, i dodici discutevano su chi tra loro fosse il più grande. Solo dopo la risurrezione e la Pentecoste compresero appieno la missione di Gesù e quindi il loro posto in questa missione: il Regno di Dio si basa sull’amore, non sul dominio. Chissà quante volte avranno ricordato la lavanda dei piedi: il Figlio di Dio inginocchiato che lava i piedi a poveri esseri umani per farli diventare esseri “divini”. E nelle loro orecchie avranno sentito riecheggiare le parole del Maestro: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 15). La “diaconia” per amore è la caratteristica di tutti i cristiani, qualunque sia la loro vocazione, perché è l’attuazione concreta del comandamento nuovo. E se ogni cristiano deve essere “diacono”, cioè servo degli altri, questo servizio deve risplendere in maniera esemplare in coloro che nella Chiesa esercitano quello che giustamente non è chiamato “potere” come si intende comunemente, ma “ministero”, cioè servizio. Sin dall’inizio gli stessi apostoli seppero diversificare i vari compiti nella comunità, affidandoli a collaboratori, fra i quali col tempo si stagliarono i vescovi, i presbiteri e i diaconi. È importante però notare che questi non sono mai visti come individui isolati, ma sempre come un corpo animato dallo Spirito Santo che, secondo la nota espressione di Ignazio di Antiochia, è chiamato a muoversi in armonia come le corde di una cetra. E il ministro che canta fuori del coro seminando disunità non è considerato buon pastore, ma mercenario. Con il Concilio Vaticano II è stato rimesso in luce questo tratto essenzialmente comunionale del ministero. I vescovi hanno riscoperto la collegialità attorno al Papa e i sacerdoti e diaconi a loro volta stanno riscoprendo il presbiterio come corpo attorno al vescovo. Non basta perciò credere che il ministero è servizio, un servizio per amore, ma è necessario cambiare Gen's 1-2/2009 — pag. 4 — 2 editoriale stile di vita nel nostro operare. Dobbiamo agire in unità, in quella mutua e continua carità che assicura la presenza del Risorto in mezzo a noi. Solo così il corpo di sacerdoti e diaconi attorno al vescovo diventa credibile nella società moderna e le difficoltà dei rapporti tra sacerdoti e tra sacerdoti e diaconi si superano più facilmente, perché ognuno trova la gioia di poter mettere a servizio degli altri i doni che ha ricevuto da Dio. Quanto ai diaconi ciò è spiegato ampiamente nel “Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti”. Tralasciamo per ora quanto dice sulla diaconia della Parola e della Liturgia e citiamo solo un tratto riguardante la diaconia della carità. «Per il sacramento dell'Ordine il diacono, in comunione con il vescovo e il presbiterio della diocesi, partecipa anche delle stesse funzioni pastorali, ma le esercita in modo diverso, ser- - vendo e aiutando il vescovo e i presbiteri. Questa partecipazione, in quanto operata dal sacramento, fa sì che i diaconi servano il Popolo di Dio in nome di Cristo. Ma proprio per questo motivo devono esercitarla con umile carità e, secondo le parole di San Policarpo, devono mostrarsi sempre “misericordiosi, attivi, progredienti nella verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti”. La loro autorità, quindi, esercitata in comunione gerarchica con il vescovo e con i presbiteri, come lo esige la stessa unità di consacrazione e di missione, è servizio di carità e ha lo scopo di aiutare e di promuovere tutti i membri della Chiesa particolare, affinché possano partecipare, in spirito di comunione e secondo i loro carismi, alla vita e alla missione della Chiesa»!. In questo numero della nostra rivista, dopo aver sottolineato il pensiero del magistero sui diaconi, abbiamo dato ampio spazio a esperienze da loro vissute in stile comunionale. E.P. 1) Congregazione per il clero, Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, n. 37. Cf www.clerus.org Gen's 1-2/2009 — pag. 5 — spiritualità 3 Ministero di servizio C on l’ordinazione sacramentale, il diacono assume una singolare diaconia, che si esprime soprattutto nel servizio al Vangelo. Durante il rito, il vescovo consacrante pronuncia queste parole: “Ricevi il Vangelo di Cristo, di cui ora diventi araldo. Credi ciò che leggi, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni”. Ecco la vostra missione, cari fratelli: abbracciare il Vangelo, approfondirne nella fede il messaggio, amarlo e testimoniarlo con le parole e con le opere. L’opera della nuova evangelizzazione ha bisogno del vostro apporto fatto di coerenza e dedizione, di coraggio e generosità, nel quotidiano servizio della liturgia, della Parola e della carità. Vivete questa vostra missione gioiosamente e fedelmente, voi diaconi, chiamati con il celibato ad un’esistenza totalmente dedicata a Dio e al suo Regno. Vivetela voi, diaconi sposati, a cui Cristo chiede di essere modelli di vero amore all’interno della vita familiare. Gli uni e gli altri il Signore ha scelto come suoi collaboratori nell’opera della salvezza»!. I diaconi sono «consacrati e mandati al servizio della comunione ecclesiale, sotto la guida del vescovo con il suo presbiterio. Come il popolo di Dio al quale sono dedicati, i diaconi trovano la loro norma permanente e la loro identità fondamentale nella fedeltà al Vangelo e, illuminati dai segni dello Spirito, vivono e realizzano la loro missione in modalità che variano secondo il contesto storico concreto entro cui essa si svolge. Proprio attraverso questa disponibilità essi sono chiamati a esprimere, secondo la loro grazia specifica, la figura di Gesù Cristo servo, ricordando così anche ai presbiteri e ai vescovi la natura ministeriale del loro sacerdozio, e animando con essi mediante la Parola, i sacramenti e la testimonianza della carità, quella diaconia che è vocazione di ogni discepolo di Gesù e parte essenziale del culto spirituale della Chiesa»?. «Nella multiforme ricchezza del dono ricevuto, che li destina alle varie attività del servizio della Parola, del sacramento e della carità, il ministero di diaconi deve rimanere aperto alle sollecitazioni che dallo Spirito e dai segni dei tempi vengono alla Chiesa e alla sua missione. (...) Ai diaconi si chiede particolare cura per l'educazione dei giovani al Vangelo della carità, per il servizio sollecito ai poveri con quell’amore preferenziale che fece grandi san Lorenzo e tutti i santi diaconi della storia della Chiesa e che oggi reclama nuove e più audaci forme, nel contesto di una cultura della solidarietà evangelica, per l'educazione permanente dei cristiani alla necessaria presenza nel sociale e nel politico»?. 1) Giovanni Paolo II, Angelus per il giubileo dei diaconi, 20/02/2000. 2) CEI, / diaconi permanenti nella Chiesa in Italia, n. 8. 3) Ibidem, n. 40. Gen's 1-2/2009 — pag. 6 — Il diaconato: . evoluzione e prospettive Il 30 settembre 2002 la Commissione Teologica Internazionale approvò con voto unanime il documento “Il diaconato: evoluzione e prospettive”, sottoponendolo al suo presidente, l'allora card. J. Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il quale ne autorizzò la pubblicazione. Si tratta quindi di un documento autorevole, che tuttavia non vuole interrompere il lavoro dei teologi sull’argomento e riconosce che l’ultima parola spetta al discernimento magisteriale della Chiesa. Rinviando per il testo integrale a: “Il diaconato. Evoluzione e prospettive, Libreria Editrice Vaticana 2003”, ne trascriviamo qui la conclusione che ci sembra particolarmente utile e chiarificatrice. Dal punto di vista del suo significato teologico e del suo ruolo ecclesiale, il ministero del diaconato costituisce una sfida per la coscienza e la prassi della Chiesa, soprattutto per i problemi che solleva ancor oggi. A proposito dei diaconi, molti testimoni della Tradizione hanno ricordato che il Signore ha scelto gesti di umile servizio per esprimere e rendere presente la realtà della morphe doulou (Fil 2,7), che egli ha assunto in vista della missione della salvezza. Concretamente, il diaconato è nato come aiuto agli apostoli e ai loro successori, questi stessi intesi come servi alla sequela di Cristo. Se il diaconato è stato costituito come ministero permanente dal Concilio Vaticano II, è specialmente per rispondere a necessità concrete (cf LG 29b) o per concedere la grazia sacramentale a quelli che compiono già funzioni diaconali (AG 16f). Ma l’identificazione più chiara di queste necessità e di queste funzioni nelle comunità cristiane rimane da compiere, benché si disponga già della ricca esperienza delle Chiese particolari che, dopo il Concilio, hanno accolto nella loro pastorale il ministero permanente del diaconato. Nella coscienza attuale della Chiesa, c’è un solo sacramento dell’Ordine. Riprendendo l’insegnamento di Pio XII', il Concilio Vaticano II afferma tale unità, e vi riconosce incluso l’episcopato, il presbiterato e il diaconato. Secondo la decisione di Paolo VI, solamente questi tre ministeri ordinati costituiscono lo stato clericale?. Con prudenza tuttavia, per quanto riguarda il diaconato, il Concilio parla solamente di «grazia sacramentale». Dopo il Vaticano II, Paolo VP e il n. 1570 del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) insegnano che, con l’ordinazione, il diacono riceve il carattere del sacramento dell’ordine. Il can. 1008 del Codice di Diritto Canonico afferma che i tre ministeri ordinati sono esercitati in persona Christi Capitis*. Seguendo la LG 29, che attribuisce al diacono l’amministrazione solenne del battesimo (cf SC 68), il can. 861, 1, presenta ognuno dei tre ministri ordinati come ministri ordinari di questo sacramento; il can. 129 riconosce a tutti coloro che hanno ricevuto l'Ordine sacro la potestas regiminis®. Gen's 1-2/2009 — pag. 7 — magistero D'altra parte, è sottolineata anche la differenza tra i ministeri sacerdotali e il ministero diaconale. L'affermazione conciliare secondo la quale il diacono non è ordinato per il sacerdozio ma per il ministero è stata recepita dai diversi documenti del Magistero postconciliare. Nel modo più chiaro, il CCC (n. 1554) distingue all’interno di una stessa ordinatio il gradus participationis sacerdotalis dell’episcopato e del presbiterato e il gradus servitii del diaconato. Infatti, il diaconato, per il suo modo di partecipare all’unica missione di Cristo, realizza sacramentalmente questa missione come un servizio ausiliario. È «icona vivens Christi servi in Ecclesia», ma mantiene, proprio in quanto tale, un legame costitutivo con il ministero sacerdotale al quale presta il proprio servizio (cf LG 41). Non è un servizio qualsiasi che è attribuito al diacono nella Chiesa: il suo servizio appartiene al sacramento dell’ordine in quanto collaborazione stretta con il vescovo e con i presbiteri, nell’unità della medesima attualizzazione ministeriale della missione di Cristo. Il CCC (n. 1554) cita sant’Ignazio di Antiochia: «Tutti riveriscano i diaconi come Gesù Cristo, come pure il vescovo, che è l’immagine del Padre, e i presbiteri come il senato di Dio e come l’assemblea degli apostoli: senza di loro non si può parlare di Chiesay‘. Per quel che riguarda l’Ordinazione delle donne al diaconato, conviene notare due indicazioni importanti che emergono da quanto è stato sin qui esposto: 1) le diaconesse di cui si fa menzione nella Tradizione della Chiesa primitiva — secondo ciò che suggeriscono il rito di istituzione e le funzioni esercitate — non sono puramente e semplicemente assimilabili ai diaconi; 2) l’unità del sacramento dell’Ordine, nella chiara distinzione tra i ministeri del vescovo e dei presbiteri da una parte, e il ministero diaconale dall’altra, è fortemente sottolineata dalla Tradizione ecclesiale, soprattutto nella dottrina del Concilio Vaticano Il e nell’insegnamento postconciliare del Magistero. Alla luce di tali elementi posti in evidenza dalla presente ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento, che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa, pronunciarsi con autorità sulla questione. AI di là di tutti i problemi che solleva il diaconato, è bene ricordare che dopo il Concilio Vaticano II la presenza attiva di questo ministero nella vita della Chiesa suscita, in memoria dell’esempio di Cristo, una coscienza più viva del valore del servizio per la vita cristiana. 1) Constitutio apostolica Sacramentum ordinis, artt. 4-5 [Denz.-Schònm. 385-386]. Sull’imposizione delle mani e sulla preghiera di consacrazione cf pure Gregorio IX, Ep. Presbyter et diaconus ad episc. Olaf de Lund [Denz.- Schònm. 826; cf 1326]. 2) Paolo VI, Ministeria quaedam, in AAS 64 (1972) 531. 3) /d., Sacrum diaconatus, in AAS 59 (1967) 698. 4) È stato comunicato alla Commissione Teologica Internazionale che esiste ora un progetto di revisione di questo canone che mira a distinguere i ministeri sacerdotali dal ministero diaconale. 5) Cf P. Erdò, Der stindige Diakon. Theologisch-systematische und rechtliche Erwigungen, in AkathKR 166 (1997) 79-80. 6) Ignazio di Antiochia, Ad Trall. 3, 1. Gen's 1-2/2009 — pag. 8 — studio Dalla diaconia di Gesù a quella dei diaconi oggi Chi è il diacono nella Chiesa? di Thomas Joseph Norris L’autore, docente di teologia sistematica nella Pontificia Università di Maynooth (Irlanda) e membro della Commissione Teologica Internazionale, ha cooperato nella preparazione del documento di questo autorevole organismo sul diaconato permanente. In questo articolo egli espone con chiarezza e competenza il pensiero attuale della Chiesa cattolica su questo argomento. opo il Concilio Vaticano II è nata nella Chiesa cattolica la Commissione Teologica Internazionale (CTI) col compito di facilitare la cooperazione fra il magistero e il corpo dei teologi, verificatasi già ben visibilmente durante i lavori del Concilio. Si tratta da parte dei teologi di una vera diakonia offerta al magistero. Nell’anno 2003 questa Commissione, dopo anni di ricerca, ha pubblicato un documento sul diaconato permanente dal titolo Diaconato: evoluzione e prospettive. Dalla diakonia di Gesù alla diakonia degli Apostoli, di cui si riporta la conclusione alle pp. 4-5 di questo numero. Si tratta di un testo che cerca di mettere a fuoco l’insegnamento del Concilio e del magistero postconciliare riguardante appunto il diaconato permanente. Il documento parte dalla Lumen Gentium quale magna charta dell’intero Concilio. Come sappiamo, la LG propone una com- Gen’s 1-2/2009 prensione specifica della Chiesa, come ben testimonia già la sequenza dei capitoli. Chiesa dalla Trinità Il primo capitolo presenta la Chiesa come mistero, il secondo come Popolo di Dio e il terzo guarda alla sua struttura con particolare riferimento all’episcopato. Il Concilio, citando san Cipriano (PL 4, 53), sottolinea il fatto che la Chiesa è «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 4). La Chiesa allora non è primariamente un’organizzazione, ma una realtà vivente. Infatti Sant’Ireneo di Lione parla dell’«organismo antico della Chiesa». Nelle parole del teologo Klaus Hemmerle: «La Chiesa è la Santissima Trinità in esilio in terra, mentre la Trinità è la Chiesa a casa in cielo». Perciò la Chiesa è anche «in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). ‘ Nasce da qui la necessità urgente di avere delle categorie che siano in grado di esprimere una visione della Chiesa come comunione teandrica dell’umanità con la Santissima Trinità e in se stessa. Solo nel terzo capitolo si arriva alla struttura ministeriale della Chiesa-comunione. Emerge il tema unità-comunione nella dottrina sulla collegialità dei vescovi con il Papa quale successore di Pietro e perciò fonda- — pag. 9 — studio mento della loro unità visibile nel mondo. Ritorna anche qui il paradigma, a testimonianza del trinitario sigillo del Dio unitrino sulla Chiesa peregrinante in terra. Ed è proprio in questo contesto che incontriamo la dottrina conciliare sul diaconato. Non sorprende allora che, proprio nel numero precedente, il Concilio riprenda il tema dell’unità: «Siccome oggigiorno l’umanità va sempre più organizzandosi in una unità civile, economica e sociale, tanto più bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto all’unità della famiglia di Dio» (LG 28). È quasi una ripetizione dell’ouverture della Costituzione. I sacerdoti, e al medesimo modo i diaconi, devono essere sopratutto uomini di comunione e perciò operatori, con i loro vescovi, di quell’unità desiderata da Gesù. La diakonia cristiana In questa prospettiva c’è un’altra dimensione fondamentale, quella cristologica. Cristo ha portato in terra la vita del Dio unitrino. «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). E l’ha insegnata e mostrata con la propria esistenza: il suo amore fino alla croce (cf Gv 13, 1; Ga/ 2, 20; Ef 5, 2) mostra come vivere non solo secondo la nuova vita, ma anche nella e dalla nuova vita. Bisogna vivere l’altro: «Tu sei più importante di me» (cf Fi/ 2, 3). Gesù mostra un Dio che «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8, 32). E ci ha dato il suo comandamento: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). Questa prospettiva è sottolineata dal documento della CTI sin dall’inizio: «Con l’incarnazione del Verbo che è Dio e mediante il quale tutto è stato fatto (cf Gv 1, 1-18) si è realizzata la rivoluzione più inimmaginabile. Il Kyrios è il diakonos di tutti. Il Signore Dio viene incontro a noi nel suo Servo Gesù Cristo, Figlio unico di Dio (Rm 1, 3), che era nella morphe theou (forma divina); egli «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la morphe doulou (forma del servo) e divenenendo simile agli uomini [...], umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2 ,6-8). Il cristianesimo è “sovversivo”, perché il suo Fondatore è un rivoluzionario: diventa diakonos di tutti. Come dice il Padre apostolico Policarpo: «Il Signore si è fatto servo di tutti». Perciò c’è un timbro cristologico sulla vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni. E questo timbro svolge un ruolo sia informativo come anche “performativo”: il Figlio, che ha vissuto la Xenosi, rivelò che «Dio è amore». (/Gv 4, 8; 16). L'essenza del cristianesimo s’impara solamente dalla diakonia del Cristo. Altrimenti non si capisce più il Cristo che «spogliò se stesso» e «umiliò se stesso fino alla morte, e a una morte in croce». Ogni fratello che incontro è mio signore. Ed io? Sono suo diakonos. Solo chi cerca di vivere così è un cristiano. Ecco perché «... solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS 22). Ne segue che «solo nel dono generoso di se stesso l’uomo scopre se stesso». Amo, ergo sum è la verità dell’esistenza umana rivelataci in Gesu, il Figlio di Dio divenuto il Figlio dell’uomo. Perciò, come amavano dire i Padri della Chiesa, la cosa più stupenda che può capitare all’essere umano è diventare cristiano e vivere da cristiano. Leggendo i testi del Vaticano Il Per un approfondimento teologico del diaconato, il documento della CTI ci fornisce una precisa indicazione metodologica: «Un approccio teologico del diaconato nella linea del Vaticano II deve partire dai testi conciliari, esaminare come essi siano stati recepiti e poi come sono stati approfonditi nei documenti del Magistero, tenere conto del fatto che il ripristino del diaconato si è realizzato in modo disuguale nel periodo postconciliare e, soprattutto, prestare una particolare attenzione alle oscillazioni di tipo dottrinale che hanno accompagnato come un’ombra tenace Gen's 1-2/2009 — pag. 10 — studio le varie posizioni pastorali». (Inizio cap. VII. Perciò incominciamo con un’ampia lettura dei testi conciliari, seguendo il lavoro fatto dalla CTI. È necessario rendersi conto che essi sono numerosi (cf SC 35; LG 28, 29, 41; OE 17; CD 15; DV 25; AG 15, 16) e mostrano la crescente importanza del tema durante il Vaticano II. Questa importanza non è facile capirla. Il diaconato permanente era un’istituzione scomparsa da più di un millennio nella Chiesa. Perché mai questo interesse emergeva con vigore proprio durante il Concilio? Vi c'entrano sia l’esperienza della Chiesa nel dopoguerra sia le intenzioni del Concilio stesso. Bisogna ricordare che molti vescovi sentivano profondamente la mancanza di sacerdoti in determinate regioni. Il dibattito nel Concilio si svolgeva molto lentamente, più su un livello pastorale che dottrinale. I Padri conciliari vedevano nel diaconato una realtà che avrebbe dato nuova importanza al sacerdozio. Allora la ricerca della base teologica di questo servizio nella Chiesa prese un particolare rilievo. Alcuni Padri nel Concilio misero l’accento sul fatto che il diaconato faceva parte della costituzione della Chiesa sin dall’inizio (cf LG 28a). Il ripristino non sarebbe infatti un cambiamento, ma un ritorno ad una prassi già presente all’inizio, ma andata perduta lungo la storia. Altri Padri sottolineavano il fatto che il diaconato faceva parte del sacramento dell’ordine e che ciò costituiva un motivo in più per ripristinarlo. Ricordavano le parole di Sant’Ignazio di Antiochia che parla di vescovi, presbiteri e diaconi, che insieme portano avanti la vita della Chiesa. «La LG (n. 29), però — osserva la CTI — presenta ciò che si potrebbe chiamare la “ragione circostanziale” per il ripristino del diaconato permanente. Il Vaticano II prevede che i diaconi si debbano impegnare in compiti (munera) sommamente necessari per la vita della Chiesa (ad vitam ecclesiae summopere necessaria), ma che in alcuni luoghi Gen's 1-2/2009 sarebbero difficilmente attuati a motivo della disciplina corrente della Chiesa latina. Le difficoltà della situazione presente causate dalla mancanza di preti esigono una risposta. La cura dei fedeli (pro cura animarum) è il fattore determinante per ripristinare il diaconato permanente in una Chiesa locale. Il ristabilimento del diaconato permanente è dunque ritenuto rispondere a bisogni pastorali gravi e non soltanto periferici. Ciò spiega in parte perché spetta alla responsabilità delle Conferenze episcopali territoriali e non a quella del Papa determinare se sia opportuno ordinare tali diaconi, perché esse hanno una conoscenza più immediata delle necessità delle Chiese locali. I sacerdoti allora non sono costretti ad adempiere tutti i doveri necessari per la vita della Chiesa» (Doc. cit, cap. V). Il Decreto conciliare sulle missioni, Ad Gentes, sottolinea altri motivi per il ripristino del diaconato: ci sono nella vita della Chiesa uomini che esercitano di fatto un ministero diaconale senza essere ordinati. Ordinati diaconi per l’imposizione delle mani, essi sarebbero capaci di esercitare il loro ministero fortificati dalla grazia del sacramento. Come dice ancora la CTI: «Infine, è una conferma, un rafforzamento e una più completa incorporazione al ministero della Chiesa di coloro che esercitano già de facto il ministero di diaconi». La visione dottrinale del Concilio consiste sopratutto nell’insegnamento che «Cristo ha istituito i ministeri sacri per nutrire e far crescere il Popolo di Dio. Un potere sacro è conferito ai ministri per il servizio del Corpo di Cristo in modo che tutti possano ottenere la salvezza» (LG 18 a). Allo stesso modo degli altri ministri sacri, i diaconi devono dunque consacrarsi alla crescita della Chiesa e al perseguimento del suo disegno di salvezza. I vescovi, che possiedono la pienezza del sacerdozio, i presbiteri quali loro cooperatori nel sacerdozio ministeriale e i diaconi, esercitano un unico ministero ecclesiastico nella comunione ministeriale. — pag. 11 — studio Distinti secondo la volontà del Cristo, nel pensiero del Vaticano II la missione di tutti i ministri sacri è di nutrire il Popolo di Dio per la salvezza e renderlo strumento nelle mani di Dio per il bene di tutta l'umanità. L’esperienza del diaconato permanente dopo il Concilio AI tempo del Vaticano II il tema del diaconato permanente, come abbiamo visto, aveva un aspetto fortemente pastorale. Oggi viene ancor più in rilievo questo aspetto perché in parecchie Chiese locali le prospettive del Concilio sono state già messe in pratica. Dato il fatto che secondo il Concilio era compito dei vescovi, in unità con il Papa, decidere sul ripristino o meno del diaconato permanente nelle loro diocesi, la Chiesa ha imparato tanto nei decenni passati. Nello stesso tempo il sensus fidei del Popolo di Dio ha potuto ricercare più a fondo il senso della tradizione ecclesiale. Perciò conviene guardare all’esperienza vissuta dopo il Vaticano II, come fa il testo della CTI nel suo capitolo sesto. Si possono riconoscere due situazioni tipiche nell’esperienza del diaconato permanente. Quella delle Chiese locali dove i diaconi sono pochi, e quella delle Chiese locali con tanti diaconi. Le statistiche mostrano una grande diversità. Subito dopo il Concilio molti pensavano che il diaconato sarebbe la soluzione per tanti problemi pastorali in Africa e in Sud America. Invece è avvenuto il contrario: in questi continenti i diaconi sono pochi, mentre la grande maggioranza di essi si trova negli USA e in genere nell’Europa Occidentale. Come interpretare questo fatto, quando appena finito il Vaticano II ci si attendeva proprio il contrario? Una spiegazione è la seguente. Nelle Chiese giovani c’erano i catechisti che hanno svolto e svolgono una diakonia eccellente in mezzo alle comunità locali. In queste circostanze i vescovi non hanno sentito il bisogno di promuovere il diaconato permanente. Nell’Occidente invece, a motivo della diminuzione dei sacerdoti, i vescovi lo hanno promosso. In ambedue le situazioni le esigenze pastorali costituiscono le “ragioni circostanziali” per cui è stato promosso o meno il diaconato, pur se nel Concilio i Padri lo volevano rifondare per un motivo di fede, per mettere in luce cioè la forma originaria tripartita del ministero dato da Gesù Cristo alla sua Chiesa come segno della diaconia di tutti i membri del Corpo mistico. Orientamenti magisteriali dopo il Concilio La situazione concreta del diaconato permanente nell’oggi della Chiesa, dove esso può essere inteso solamente come una specie di ministero ausiliare ai sacerdoti, costituisce una nuova sfida per una vera comprensione e un’autentica dottrina sul diaconato. Questa sfida è il contesto, insieme necessario e rilevante, per leggere le linee principali dell’insegnamento del magistero postconciliare. Una prima linea riguarda la sacramentalità del diaconato. «Considerare il diaconato come una realtà sacramentale costituisce la dottrina più sicura e più coerente con la prassi ecclesiale» (CTI, doc.cit., cap VII). Questo infatti è il punto di partenza per lo studio degli altri elementi dottrinali. Questa sacramentalità trova la sua radice in Cristo, anche se non richiedesse che Cristo stesso l’abbia “istituito”. Anzi, «il linguaggio prudente del Concilio di Trento (divina ordinatione) e del Vaticano II (divinitus institutum [...] iam ab antiquo [...]) fa eco all’incapacità di identificare totalmente l’azione di Cristo e della Chiesa in rapporto ai sacramenti come pure alla complessità dei fatti storici» (/bid. VII, II, 1). Mentre il Concilio non menziona il carattere sacramentale del diaconato, quale parte integrante del sacramento dell’Ordine, il Sacrum diaconatus di Paolo VI lo menziona. Ma questo non risolve tutte le difficoltà teologiche. Per esempio resta la domanda di come distinguere il carattere sacramentale del diaconato da quello del presbiterato. Una seconda linea riguarda lo specifico del diaconato. Il vescovo e il presbitero agi- Gen's 1-2/2009 — pag. 12 — 10 studio scono in persona Christi capitis. Nei testi conciliari però non viene mai applicata questa frase al ministero diaconale. Questo linguaggio emerge nei documenti postconciliari. I teologi ne discutono con vigore senza aver raggiunto una visione unanime. In genere, lo specifico del diaconato deve essere distinto dallo specifico dell’episcopato e del presbiterato. Una possibile via sarebbe forse di riconoscere lo specifico del diacono nel fatto che agisce in persona Christi Servi. Il diacono sarebbe allora l’icona del Cristo quale Servo dell’umanità intera. Un chiarimento si trova nella LG 29a, dove si insegna che i diaconi ricevono l’imposizione delle mani «non per il sacerdozio, ma per il ministero». In genere si può dire che i vescovi e i sacerdoti hanno la «potestas conficiendi eucharistiam et absolvendi etc.». Identita del diaconato nel contesto dell’ecclesiologia di comunione Nell’ecclesiologia del Vaticano II incontriamo una maturità e una ricchezza straordinaria. Due delle quattro Costituzioni del Concilio presentano il mistero della Chiesa. L’ecclesiologia che ne deriva viene sempre più descritta come “ecclesiologia di comunione”, specie dopo il Sinodo dei vescovi del 1985. «Grazie a tale ecclesiologia, si precisa il significato della Chiesa in quanto “sacramento universale della salvezza” che trova nella comunione del Dio trinitario la fonte e il modello ecclesiale di ogni dinamismo salvifico. La diaconia ne costituisce la realizzazione storica. Si tratta ora di integrare nella diaconia, che compete a tutto il Popolo di Dio, la configurazione sacramentale che essa riveste nel ministero del diaconato» (/bid., IV). Secondo la tradizione antica della Chiesa, l’insegnamento del Vaticano II e il magistero postconciliare, il diaconato include una pluralità di funzioni escercitate secondo priorità varianti e variabili. Come possiamo arrivare ad una concentrazione sull’identità del diacono? Bisogna contestualizzarla nell’insieme della Chiesa-comunione, nella quale il diaco- Gen's 1-2/2009 no è chiamato ad essere un uomo di comunione vissuta. Si può vedere questa comunione specificata secondo i tria munera classici, poichè i diaconi «servono il popolo di Dio nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità» (LG 29a). Dal punto di vista esistenziale e spirituale, si traduce in una triplice comunione, costitutiva della vita diaconale: la comunione con Gesù nell’Eucaristia, nella Parola e nel prossimo. Il diacono incontra il Signore risorto nell’Eucaristia Infatti, «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56). Come «il sacramento dell’amore, il segno dell’unità e il vincolo della carità» l'Eucaristia fa dei tanti un solo corpo. Il corpo sacramentale costruisce il corpo mistico. Alla luce di questo mistero, il diacono, la cui diakonia viene adempiuta in modo particolare nell’ambito dell’Eucaristia, deve diventare sempre più “l’uomo della comunione” per essere coerente con ciò che fa nella liturgia. Il diacono vive e annuncia la Parola Prima però deve incontrare il Logos-fattouomo per gli uomini nella sua Parola, poichè la Parola è anch’essa presenza del Signore crocifisso e risorto. E Parola di vita divina (cf Fil 2, 16) che nutre la vita divina nel cuore del credente e a fortiori nel diacono. Prima di predicare la Parola ad altri deve essere colui che non solo ascolta la Parola, ma la mette in pratica (cf Gc 1, 22-25). Il diacono ama per primo Secondo la rivelazione Gesù è morto per noi (cf /Cor 8, 11) e vive in ogni persona umana. Questo fatto è un cardine della fede, per cui ciò che facciamo all’altro è fatto in realtà a Gesù (cf M? 25, 30-45). Dato che Gesù è in ciascuno, il diacono riceve il mandato di servire Gesù in tutti per amore. Gesù «ci ha amati per primo» (/Gv 4, 19), e così il — pag. 13 — studio 11 diacono si trova sotto il dolce imperativo d’imitarlo amando per primo. Questa triplice comunione — con Gesù nell’Eucaristia, con Gesù nella Parola e con Gesù nel fratello — aiuta il diacono ad essere «radicato e fondato nella carità» (£/ 3, 17). Così i diaconi — o meglio Gesù in loro — diventano col tempo sempre più adatti a svolgere la loro diakonia in mezzo al popolo di Dio: vivono costantemente come uomini di comunione, prima e mentre esercitano i tre munera che hanno appunto la finalità di costruire la Chiesa-comunione. Concludo con un’ultima considerazione: dato che il bisogno più urgente nel terzo millennio è di «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione» (NMI 43), la vocazione dei diaconi ha una bellezza particolare: vivendo come uomini di comunione, essi non solo collaborano nell’edificazione di una Chiesa dal volto attraente, ma con la loro presenza nel mondo rispondono anche agli aneliti più profondi e legittimi dell’umanità di oggi. Thomas Joseph Norris «Il diacono. Chi è. Cosa fa. Come diventarlo» È il titolo di un libro sul diaconato permanente che, come scrive nella presentazione il card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, «certamente servirà al bene della Chiesa». È stato pubblicato da poco dall’editrice Effatà (pp. 160, € 10). Lo stesso cardinale aggiunge: «Il ripristino del diaconato permanente, voluto dal Concilio Vaticano II, è stato un dono particolare di grazia a tutta la Chiesa. Nell’arcidiocesi di Torino inoltre ho potuto constatare personalmente quanto i 133 diaconi permanenti siano una grande risorsa, sia a livello diocesano, sia a livello delle Comunità parrocchiali, nelle quali prestano il loro servizio di evangelizzazione, di carità e di culto a Dio». Il diaconato permanente, infatti, nasce e si afferma nelle prime comunità cristiane: basta ricordare i santi Stefano e Lorenzo, ma a partire dal V secolo si riduce sino a scomparire di fatto. Si assiste a qualche ricomparsa sporadica, come in san Francesco d’Assisi. E il Concilio Vaticano II (1962-65) a rilanciarlo. Gli autori del libro — i diaconi permanenti Michele Bernardo, Lorenzo Bortolin e Benito Cutellè — delineano in modo divulgativo e nello stesso tempo documentato, i fondamenti biblici e patristici di questo ministero, oltre una breve storia dei documenti sul diaconato, dalle origini ai più recenti interventi papali. Presentano, poi, chi sono oggi i diaconi, quali attività svolgono e il loro percorso formativo, concludendo con un paragrafo dedicato al trentennale cammino diaconale a Torino. In appendice forniscono dati statistici e i profili degli oltre quaranta diaconi che la Chiesa cattolica nel corso dei secoli ha dichiarato santi. La pubblicazione, come ha scritto ancora il card. Poletto, aiuta non soltanto a conoscere questa particolare vocazione, ma può suscitare «anche risposte generose da parte di tanti uomini buoni e preparati, ai quali il Signore dona il carisma di questa chiamata». Lorenzo Bortolin Gen's 1-2/2009 — pag. 14 — 12. esperienza ’ Famiglia — esperienza professionale — ministero Parabola di una vita di Arsen Mihajlovic’ Un cammino interessante quello di questo diacono permanente che, da una testimonianza di fede che sa di eroismo in un paese comunista, passa ad un affievolimento a contatto con il consumismo occidentale. Ma incontrando la spiritualità dell’unità riscopre in modo nuovo tutta la bellezza del cristianesimo e si pone a servizio dei fratelli come diacono. Sposato con Maria Grazia, insegnante in pensione, Arsen Mihajlovic, è nato a Split (Croazia) nel 1941, da padre di nazionalità serba e di religione ortodossa e da madre croata, cattolica. Prima di sposarsi suo padre aveva chiesto di passare alla fede cattolica. Il tempo della persecuzione Ricordo che negli anni cinquanta il regime comunista del mio Paese obbligò tutte le persone in forza di lavoro a prendere la tessera del partito. Anche mio padre dovette iscriversi al partito comunista, pena la perdita del posto. Poco tempo dopo il segretario del partito chiese a mio padre di proibire a mia madre e a noi figli (mia sorella e me) di frequentare la chiesa la domenica. Mia madre rispose che questo era impossibile, e che lei con i figli sarebbe sempre andata in chiesa, fino all’ultimo suo respiro. Avrebbero potuto impedirglielo solo passando sopra il suo Gen's 1-2/2009 cadavere. Dopo queste parole il segretario dichiarò pubblicamente mio padre nemico del popolò e di conseguenza perdette subito il posto, senza potersi impiegare in nessuna azienda. Furono anni duri per la mia famiglia: per sopravvivere papà raccoglieva in giro il ferro vecchio e con quel poco che guadagnava dovevamo vivere. Ogni anno il giorno di Natale bisognava andare a scuola, ma io, lasciato libero di decidere da parte dei miei genitori, immancabilmente disertavo la scuola. Questo voleva dire essere deriso e schernito dagli insegnanti e da molti compagni durante tutto l’anno scolastico. A diciott’anni fui chiamato al servizio militare e mandato in Serbia centrale, vicino alla frontiera bulgaro-romena. Furono due anni duri, perché all’ora quotidiana di indottrinamento marxista-leninista si facevano sempre attacchi alla fede in Dio e soprattutto alla Chiesa cattolica. I miei commilitoni, per un terzo cattolici, per un terzo ortodossi e per un altro terzo musulmani, ma quasi tutti credenti, si rivolgevano a me per chiedermi di difendere la fede in Dio. Mi sentivo quasi in dovere di farlo: dentro tremavo, ma mi lanciavo misurando bene ogni parola. Fui minacciato diverse volte di processo per direttissima e la condanna poteva essere anche di dieci anni di prigione. Dopo cinquesei mesi mi proibirono di parlare in pubblico e in privato di argomenti di fede. Tante volte mi stupivo di me stesso e mi chiedevo da — pag. 15 — esperienza 13 dove mi venissero il coraggio e le parole. Fino all’ultimo giorno di congedo dal servizio militare non sapevo se avrei subito un processo. Non avevo paura della prigione ma delle torture, sotto le quali, annientata ogni volontà, avrei potuto rinnegare la mia fede. Dal comunismo al consumismo Nel 1965 venni in Italia in cerca di lavoro. Dopo pochi mesi lo trovai presso l’ospedale psichiatrico Fatebenefratelli in provincia di Torino. Cominciai a ricevere il mio stipendio mensile, avevo la mia libertà e la mia autonomia e senza rendermene conto a poco a poco, in mezzo a edonismo, consumismo e secolarizzazione, la mia fede si affievoliva. Andavo ancora quasi tutte le domeniche in chiesa, ma la messa era diventata una cosa e la vita un’altra. Ogni tanto mi accorgevo che sotto il comunismo ero stato capace di correre grossi rischi per la fede, mentre nel mondo del benessere quegli anni di fervore erano ormai un lontano ricordo. Nel 1977 sposai Maria Grazia, insegnante di lingue. Nacque il primo figlio Diego e tre anni e mezzo dopo il secondo, Ramon. Nella nostra famiglia c’era amore e concordia. Continuavo ad impegnarmi nel sindacato e poi mi misi nella politica, prima come amministratore di un piccolo ospedale comunale e poi nella politica attiva come consigliere comunale. Grazia scelse di essere catechista in parrocchia. Tre anni dopo con Grazia decidemmo di costruirci la casa. Io sognavo di lasciare l’impegno polittico e di dedicarmi solo alla famiglia, al lavoro, alla casa e al giardino coltivando le rose. Ma di lì a pochi mesi, l’anziano parroco una domenica diede l’annuncio che lasciava la parrocchia e che gli sarebbe succeduto un sacerdote che assomigliava molto a me. Io francamente non pensavo di andare all’ingresso del nuovo parroco, perché in quell’epoca un parroco valeva l’altro, ma a causa delle parole riferitemi da Grazia circa la somiglianza con me dissi che sarei andato solo per curiosità. Arrivati da poco in quella parrocchia, conoscevamo poche persone e il giorno dell’ingresso del nuovo parroco mi posizionai verso il fondo della chiesa. La messa iniziò alla presenza di tanta gente, venuta anche dall’ ex-parrocchia del neo parroco. Quando finalmente lo vidi, constatai che non mi assomigliava affatto, eccetto che per la barba. Appena iniziò la celebrazione avvertii subito un’atmosfera particolare, insolita, piena di gioia, una certa atmosfera di fratellanza, il tutto accompagnato da canti molto belli. La mia curiosità e attenzione si concentrarono sulla predica. Man mano che l’omelia si dipanava avvertii con tutto il mio essere la novità dei contenuti, il modo di esporli e le scoperte che essa mi faceva gustare. La prima scoperta fu la bellezza della Parola di Dio, la sua forza. Compresi in quegli istanti che essa produce quello che dice. Provai una gioia incontenibile. Quando il sacerdote parlò di Dio Amore feci un’altra grande scoperta e intanto le lacrime scendevano lungo il mio viso. Ero così incredulo, confuso, frastornato da tale abbondanza di emozioni che in quei momenti albergavano in me, che mi sembrò di essere in Paradiso. Man mano che la messa si celebrava, la mia commozione aumentava. Dovetti di nascosto asciugare le lacrime e mi chiedevo che cosa mi stesse capitando. Alla santa comunione dissi a Gesù: voglio conoscere la tua Parola e la voglio vivere, domani stesso andrò a trovare il parroco e gli chiederò di guidarmi su questa nuova strada. L’indomani, pensando alla promessa fatta, mi spaventai. Compresi che tante cose dovevano cambiare nella mia vita. Rimandai l’incontro. Però ogni domenica scrutavo attentamente don Osvaldo per vedere se quello che predicava, lo viveva davvero. Dopo Pasqua egli iniziò la benedizione pasquale nelle famiglie e io lo invitai a venire da noi a cena una sera. Accettò volentieri, ma mi pregò di attendere finché avesse terminato la visita a tutte le famiglie. Una chiamata impossibile Una sera, poi, il parroco venne da noi e nel bel mezzo della cena mi chiese se volevo Gen's 1-2/2009 — pag. 16 — 14 esperienza diventare diacono. Risposi prontamente che questo non sarebbe mai stato possibile. Egli di rimando: «E perché?». Risposi. «Perché non ne sono degno». E lui: «Ma sai, neanch’io sono degno di essere prete, ma è il Signore che chiama. Da adesso tu e tua moglie pregate lo Spirito Santo per capire se questa è la sua volontà». Promisi, ma più per educazione che per convinzione. Il giorno seguente andai all’ospedale e mentre ero in corsia arrivò il cappellano che dopo aver conversato insieme sul Concilio Vaticano II, d’improvviso mi disse: «Lei dovrebbe diventare diacono». Rimasi senza parola, non risposi, ma dentro sentivo che questo poteva essere un segno: digitus Dei est hic. Riferii a Grazia l’accaduto e dissi che avremmo dovuto pregare per capire. Dopo due settimane andai dal parroco per dare la mia disponibilità alla preparazione al diaconato. In quel periodo seppi che il nostro parroco era un sacerdote diocesano focolarino. Già in Croazia una persona mi aveva parlato molto vagamente del Focolare. In diverse occasioni chiesi a don Osvaldo di che cosa si trattava, ma stranamente non ricevetti mai una risposta. Finché un giorno mi propose di andare con la mia famiglia in un paesino, Vallo Torinese, dove si sarebbe tenuto un incontro di varie parrocchie e avrei potuto capire: «Ecco perché non ti ho spiegato chi sono, non è semplice spiegare, occorre vedere». Con una certa diffidenza andammo alla giornata. Ben presto mi resi conto che quella gente viveva il Vangelo sul serio. Durante la messa l’atmosfera era quasi identica a quella dell’ingresso di don Osvaldo in parrocchia. Nel pomeriggio ci fu proposto un video di Chiara Lubich e lì fui conquistato pienamente. Mi colpì molto quando diceva che nom possiamo essere rassegnati di fronte alle prove della vita, ma accoglierle, accettarle, amando ogni dolore con la stessa misura con cui lo fece Gesù abbandonato. Al termine del raduno dissi a Grazia: «Focolarini o non focolarini, questo è il cristianesimo che mi affascina. Questa è una grande novità». Raccontai questa esperienza a don Osvaldo. Di lì a pochi mesi partecipai al Centro Mariapoli Gen's 1-2/2009 di Rocca di Papa vicino a Roma a un raduno di persone di varie parrocchie. In quella occasione scrissi a Chiara una lettera nella quale dicevo che volevo capire quale strada potevo percorrere in questa nuova vita, che mi sembrava un’avventura umana e divina, una nuova primavera per me e per la mia famiglia. Mi suggerì di entrare in contatto col il focolare dei sacerdoti diocesani di Torino. Sempre più la nostra famiglia cresceva nel desiderio di vivere la Parola. Ricordo, nel mese di agosto, per mandato del parroco, tenevamo in casa nostra gli incontri per fidanzati. Durante uno di questi Ramon, il secondogenito, irruppe nel bel mezzo dell’ incontro piangendo e disse: «Mamma, papà, giocando al pallone il mio compagno mi ha dato un forte calcio. Mi ha fatto tanto male, ma io l’ho perdonato subito». Questa realtà della Parola vissuta coinvolgeva e impregnava tutta la comunità parrocchiale. Ci sforzavamo di vivere una frase della Scrittura ed essa plasmava ogni aspetto della vita familiare, parrocchiale e quella del nostro lavoro e dell’impegno sociale. Sei pazzo o innamorato? Un giorno mentre esplicavo alcune pratiche infermieristiche, due colleghi infermieri mi dissero: «Arsen, da un po’ di tempo sei cambiato. Ti sentiamo canticchiare. I casi sono due: o sei stato contaminato dal nostro ambiente psichiatrico o ti sei innamorato». Feci una risata di gusto e dissi di sì. Mi ero innamorato perdutamente. Pensavo in quel momento alla scoperta di Dio Amore. . ‘Prima di questa “conversione”, la mia pro- fessionalità di capo sala la esercitavo con autorità, molto attento al dovere, mentre le persone passavano in secondo piano. Mi resi conto che dovevo cambiare radicalmente il mio modo di rapportarmi con i colleghi, con i medici, ma soprattutto con i malati. Escogitai, tra le altre cose, di avere l’elenco dei compleanni e degli onomastici di tutti gli operatori del reparto per essere il primo a fare loro gli auguri. Inoltre, mi sforzavo di — pag. 17 — esperienza 15 amare ogni persona considerando che l’amare veniva prima del dovere. In famiglia cominciammo a sperimentare la Provvidenza divina. Avevamo ancora molti debiti a causa della nostra nuova casa. All’inizio della quaresima il parroco ci invitò a vivere nella condivisione quella quaresima di fraternità, sapendo rinunciare a qualcosa per darlo a chi era più bisognoso. Era verso la metà del mese e noi in casa avevamo in tutto 20.000 lire. Chiesi a Grazia che cosa potevamo dare noi e lei mi rispose che avremmo dato quelle 20.000 lire, perché avremmo dovuto chiedere comunque un prestito per arrivare alla fine del mese. Il giorno seguente venne a trovarci mia cognata e ci consegnò una busta, dicendo che con suo marito avevano pensato di farci questo piccolo dono avendo noi in quel periodo molte spese da affrontare. Nella busta c'erano 200.000 lire. Il Signore ci prendeva sul serio. Circa nello stesso periodo, il delegato vescovile per il diaconato disse a noi aspiranti diaconi che sarebbe opportuno procurarci i quattro volumi del breviario per incominciare a pregare le lodi, i vespri e la compieta. Il costo in lire era 106.000. Riferii a Grazia di questa richiesta ponendole la domanda: «Ma noi quando riusciremo a comperare i 4 volumi del breviario?». Lei mi disse: «Caro, esiste la Provvidenza!». All’indomani andando al lavoro il messo comunale mi notificava che mi spettava il compenso per aver fatto parte della commissione per l’assunzione dei nuovi vigili in comune. La cifra era di 212.000 lire. Avevo l’obbligo di versare nelle casse del partito il 50 %: mi rimanevano, non una lira in più e non una lira in meno i soldi per i quattro volumi. Ero commosso ed esterrefatto. Anche questo ci sembrò una risposta del Signore. Sempre in quel tempo una sera a cena Grazia portò a tavola delle arance. Dopo averne mangiata una brontolai dicendo che erano insipide. Lei mi ricordò che la settimana prima avevo brontolato perché erano troppo dolciastre e che perciò la prossima volta potevo andarle a comperarle di persona. Risposi, ancora risentito, che ci sarei andato. L’indomani invitai Diego (9 anni) a venire con me a fare una commissione. In macchina ad un certo punto mi disse molto serio: «Papà, tu ieri sera cercavi tutti i pretesti per litigare con mamma. Cosa credi, anche a me non piacevano quelle arance, ma non ho detto nulla». Gli chiesi scusa per il cattivo esempio che avevo dato e pensai tra me: con l’amore reciproco nella famiglia i ruoli sono a volte interscambiabili. Diego in quel momento, a modo del padre, mi faceva la correzione fraterna. Il piccolo chiede il Pane Nel 1985 nel mese di aprile, Diego ricevette la Prima Comunione. Suo fratello Ramon dopo la messa mi disse in macchina: «Papà, io mi sono commosso quando Diego ha ricevuto Gesù. Anch’io lo voglio ricevere». Grazia ed io gli spiegammo che non era possibile, perché occorreva fare un cammino con i compagni e dopo qualche anno avrebbe ricevuto anche lui Gesù Eucaristia. Non fu soddisfatto della nostra spiegazione e nei giorni seguenti insisteva nella sua idea. Alla fine presentai la cosa a don Osvaldo. Mi rispose che non poteva dargli la Prima Comunione a cinque anni e mezzo di età, solo perché il padre fra due mesi avrebbe ricevuto il sacramento del diaconato. Gli dissi che anch’io la pensavo come lui, però, essendo lui parroco aveva autorevolezza nel dissuadere il ragazzo. Don Osvaldo allora lo fece venire nel suo ufficio e gli parlò da solo. All’uscita Ramon non disse niente, ma in faccia si leggeva la delusione. Non ne parlammo più, ma quindici giorni prima della mia ordinazione il card. Ballestrero volle conoscere la nostra famiglia. Appena entrati dall’arcivescovo, Ramon corse subito da lui e gli disse: «Padre, io vorrei ricevere la Prima Comunione». Il cardinale lo guardò e gli disse: «E il tuo parroco, che cosa dice?». Ramon: «Don Osvaldo mi ha detto che devo ancora crescere». Il cardinale di rimando: «Di’ a don Osvaldo che è cattivo. Diglielo che te l’ho detto io. Comunque adesso ci penso e poi ti dirò». Dopo una settimana il segretario del- Gen's 1-2/2009 — pag. 18 — 16 esperienza l’arcivescovo ci disse per telefono di preparare Ramon alla Prima Comunione, perché durante la messa di ordinazione del papà il cardinale avrebbe dato a Ramon la Prima Comunione. Un dono inaspettato! Diacono per servire, come Maria Alla mia ordinazione, mentre il vescovo ‘ imponeva le mani sul mio capo invocando lo Spirito Santo, chiesi al Signore con tutto il mio essere di diventare un diacono mariano e di poter spendermi fino all’ultimo respiro per l’ut omnes, per il testamento di Gesù. Poco tempo dopo, la nostra famiglia partecipò al familyfest — un congresso internazio nale per famiglie organizzato dal Movimento dei focolari — con 7.000 persone nell’Aula Paolo VI, a Roma. In chiusura del raduno, al termine della messa presieduta da Giovanni Paolo II, riuscimmo a prendere posto lungo il passaggio del Papa. Ramon era seduto sulla transenna e io lo reggevo. Il Santo Padre con al fianco Chiara ci oltrepassò di sei-sette metri. A quel punto Ramon incominciò con tutta la forza della sua voce a chiamare: Papa, Papa, Papa! Il Santo Padre si voltò, individuò Ramon ed insieme a Chiara venne di fronte a lui, si chinò per baciargli la fronte e gli chiese qual era il suo nome. «Ramon», rispose pronto e poi si ricordò di quello che gli aveva detto il parroco: «Ramon, se vedi il Papa, salutalo da parte mia». Allora disse al Papa: «Ti saluta il mio parroco, don Osvaldo». Il mio ministero diaconale ebbe inizio sotto la guida sapiente di don Osvaldo. Tutti e due ci sforzavamo a vivere il nostro ministero in modo “mariano”, come fratelli in mezzo agli altri fratelli, con il costante desiderio di avere Gesù in mezzo a noi, attraverso l’amore reciproco. Sono immensamente grato al Signore per il dono dell’ Ideale dell’unità che Egli mi ha fatto tramite Chiara e non posso immaginare che cosa sarebbe stato il mio diaconato senza questo dono. In parrocchia, su invito di don Osvaldo, Grazia ed io formammo cinque gruppi di famiglie. Non imponendo a loro l’Ideale del- Gen's 1-2/2009 l’unità, esse spontaneamente lo fecero proprio perché affascinate da questo modo di essere cristiani. La comunità fece un salto di qualità, perché queste famiglie lievitavano altre famiglie. Le coppie di sposi erano molto attente all’accoglienza, soprattutto delle nuove famiglie che venivano ad abitare nel paese. Andando a trovarle portavano l’immagine del Patrono San Francesco d’ Assisi con “un benvenuto” scritto sul retro. Se poi qualcuno della comunità veniva a saper che la domenica successiva sarebbero venute a messa, don Osvaldo veniva subito informato e lui, prima di iniziare la messa, dall’altare le salutava a nome della comunità e le presentava. Nelle borgate del paese nacquero “le antenne dell’amore”, due, tre persone, che erano attente alle famiglie nella sofferenza o nel disagio. Nacquero anche gruppi della Parola di Vita in tutte le borgate. Le famiglie inoltre aiutavano l’associazione che si occupava delle ragazze madri. Nell’ambito dei gruppi fu presentata in Consiglio parrocchiale pastorale la proposta di salutare ogni nuova nascita nel paese con un solenne e festoso suono di campane, e di appendere un drappo sulla facciata della chiesa, rosa o azzurro, con il nome, la data di nascita e l’indirizzo. Fu accolta anche la proposta di andare a trovare i familiari in lutto, otto giorni dopo la sepoltura con un piccolo segno adeguato. Tutta la comunità era come in una gara di amore e di fraternità vissuta. Nel 1989 il direttore amministrativo dell’ospedale, Fra Pierluigi Marchesi, ex generale dell’Ordine “Fatebenefratelli”, in veste di priore della comunità religiosa, mi fece la proposta di unire la mia esperienza professionale di capo sala a quella del mio ministero diaconale: a loro spese potevo iscrivermi al biennio accademico dell’Istituto internazionale di teologia pastorale sanitaria a Roma, il Camillianum. Acquisito il diploma di specializzazione in teologia pastorale sanitaria, non avrei più fatto il capo sala, ma l’assistente religioso. Dopo il consenso della famiglia e dell’arcivescovo accettai la proposta. Mi diplomai nel giugno 1991 e da quel momento, per dieci anni, fino alla pensione, esercitai il ministero di assistente religioso. — pag. 19 — esperienza 17 All’epoca fui il primo diacono assunto in questo ruolo. Disponibile per dove Dio chiama Nel 1997 il vicario episcopale mi chiese di lasciare la mia parrocchia e di servire una parrocchia di 900 abitanti. Dissi subito il mio sì, facendo notare che l’avrei dovuto vedere anche in famiglia. Piansi per tutto il tragitto prima di arrivare a casa, perché lasciavo la parrocchia dove era cresciuta la mia fede ed ero stato generato al diaconato, una delle parrocchie più vive della diocesi. Mi chiedevo che cosa avrebbe detto Grazia. Dopo che le raccontai cosa mi si chiedeva, ella rimase un po’ in silenzio e poi mi disse: «Se questa è la volontà di Dio, devi andare fino in fondo». Per dieci anni sono stato animatore di quella comunità. Il parroco della parrocchia vicina era giuridicamente responsabile anche della mia, ma non poteva seguirle entrambe, perché gravemente ammalato. Tra noi c’era piena comunione e i parrocchiani erano edificati nel vederci così in sintonia. Punti fermi nell'impegno pastorale Il mio impegno era sforzarmi nell’amare tutti, sempre, con gioia e per primo. Tutti sapevano che con me si poteva sempre iniziare un rapporto nuovo. Prendevamo insieme le decisioni, consapevoli che, se tra noi c’era la carità, il Risorto presente in mezzo a noi avrebbe donato il suo Spirito per discernere e per decidere. Altro punto fermo era: «È meglio fare cose meno perfette ma nell’unità, perché lì c’è Dio, che fare cose che sembrano più perfette ma nella disunità, perché lì c’è lo zampino del maligno». Aiutati dall'amore reciproco la comunità cresceva nella vita evangelica. I sacerdoti che si alternavano a celebrare la messa domenicale dicevano al termine della celebrazione: «Siete una comunità viva. C’è clima di famiglia. Tutti siete coinvolti nel cantare, nel pregare. Vengo con piacere a celebrare con voi». Ci sforzavamo di vivere la frase del Vangelo: «Chi ascolta voi, ascolta me», riferita al nostro vescovo. Ogni volta che riuscivamo con la nostra poca fede a mettere in pratica le sue direttive, il Signore benediceva le nostre azioni. Dopo un mese dal mandato per la parrocchia, l’arcivescovo ne aggiunse un altro: quello di addetto all’ufficio diocesano della pastorale della salute. Questo servizio, svolto insieme al direttore dell’ufficio, ci ha avviati a una nuova e più mirata formazione dei ministri straordinari della Comunione, che in diocesi sono 3.000. Col direttore dell’ufficio, don Marco Brunetti, da 11 anni lavoriamo in perfetta sintonia. I partecipanti agli incontri formativi, pur non sapendo che mi ispiro al carisma di Chiara Lubich, sono sempre entusiasti e lo raccontano ai loro parroci, che non si lamentano più per gli otto incontri: i primi due tenuti dall’ufficio liturgico, un terzo dall’ufficio Caritas e cinque dal nostro ufficio. Per loro abbiamo fatto stampare appositi sussidi. Uno di questi è della casa editrice Effatà e contiene otto incontri tenuti per i ministri dell'Eucaristia. Uscirà anche in lingua ucraina e sarà il testo base per sacerdoti, seminaristi, religiosi e laici, che lavorano nella pastorale della salute in tutte e dodici le diocesi dell’Ucraina. Tre anni fa, infine, il vescovo mi ha chiesto di fare l’assistente spirituale all’Hospice, dove si praticano cure palliative a malati terminali. E il mese prossimo andrò a esercitare il ministero di assistente spirituale anche al presidio di riabilitazione. La mia avventura continua, perché tra non molti giorni farò l’ingresso in una nuova parrocchia, dove mi occuperò della pastorale battesimale. Arsen Mihajlovic’ Gen's 1-2/2009 — pag. 20 — 18 esperienza Il diaconato vissuto in una spiritualità di comunione La mia chiamata di Vincenzo Olivero Per il diaconato, come per il sacerdozio, occorre una particolare chiamata di Dio attraverso la Chiesa, ma si richiede anche la disponibiltà completa per chi riceve l’invito di impegnarsi seriamente in un cammino di santità non tanto di tipo individuale ma comunitario. Non di rado chi riceve questa chiamata trova un grande aiuto a contatto con una comunità viva, sia in parrocchia sia nell’ambito di qualche Movimento ecclesiale. TE pochi mesi compio settant’anni, sono sposato con Maria Elena da quasi quarantanove anni, abbiamo cinque figli e altrettanti nipoti. Ho ricoperto una posizione di responsabilità in un’azienda multinazionale fino al momento del pensionamento avvenuto una quindicina di anni fa. Sono diacono dal 1975. Ciò che mi accingo a narrare, essendo stato ordinato con il primo gruppetto di diaconi della nostra diocesi, non è solo la mia esperienza personale, ma anche in un certo senso un po” l’esperienza del diaconato nell’archidiocesi di Torino. Il cammino verso il diaconato è iniziato nel 1971/72 ed è stata un’esperienza che mi ha condotto dapprima all’ordinazione e in seguito, passo dopo passo, a realizzare ciò che la grazia del sacramento e l’obbedienza Gen's 1-2/2009 ai superiori mi hanno indicato come servizio a me richiesto nella Chiesa torinese di oggi. Dovendo però narrare quello che si potrebbe definire il mio incontro con Gesù e ciò che quest’incontro ha prodotto in me, devo necessariamente partire da un po’ più lontano che non dal 1972. Era questo il mio cristianesimo Sono nato e cresciuto in una famiglia benestante: papà artigiano con una piccola azienda, mamma casalinga, quattro figli. Educato nella fede cattolica tradizionale, per anni ho vissuto risolvendo i miei problemi esistenziali alla luce dei dieci comandamenti e dei precetti della Chiesa, adattandoli talvolta alla mentalità del mondo senza preoccuparmi troppo di approfondirli. La messa domenicale era sì un punto fermo nella mia fede, ma più perché comandato che per amore. A questa stregua era per me di nessuna importanza andare in una chiesa piuttosto che in un’altra: il santuario più vicino al percorso della gita domenicale o la parrocchia che più rispondeva alle mie esigenze di orario erano i luoghi di culto prescelti tanto da poter dire “a messa ci sono andato”. Il rapporto con i fratelli, la vita comunitaria erano lontani dal mio cuore e dai miei pensieri. Mi sposai. Pur essendo entrambi molto innamorati, le difficoltà non tardarono ad arrivare. Con il sopraggiungere dei figli (tre — pag. 21 — esperienza 19 nei primi cinque anni di matrimonio) Maria Elena si trovò sovraccarica di lavoro e di preoccupazioni. L'educazione ricevuta impediva a lei di chiedermi aiuto e a me di abbassarmi ai lavori domestici. Nel 1965 ci trasferimmo in un altro posto, sia perché necessitavamo di maggiore spazio, sia perché la nuova abitazione era molto più vicina all’officina di mio padre e ciò mi consentiva, con maggior facilità, di svolgere il secondo lavoro. Era infatti allora mia preoccupazione principale lavorare come un matto, convinto che, fatto ciò, avevo assolto i miei doveri verso la famiglia. Non mi accorgevo invece che questo modo, anziché avvicinarmi, mi allontanava da essa e, in particolare dalla mia sposa, i cui problemi non erano solo economici. Un incontro provvidenziale Avvenne però che accanto alla nostra nuova abitazione sorgesse in quello stesso anno una nuova chiesa. Il maggiore dei nostri figli iniziò il catechismo della prima comunione e per questo motivo sia io che Maria Elena cominciammo a frequentare la nascente parrocchia. Fummo ben presto colpiti dal modo con cui i due sacerdoti chiamati a guidare la comunità si rapportavano tra loro e con i parrocchiani. Un tipo di comportamento che non avevamo mai riscontrato prima di allora nell’ambiente ecclesiale e ancor meno fuori da esso. La loro disponibilità era davvero completa e verso tutti, sempre pronti a donare un sorriso. Pensare che di problemi pastorali ed economici ne avevano tanti! Fu così che cominciammo a inserirci sempre più e con maggiore interesse in questa comunità. Passarono tre o quattro anni in questo cammino di graduale coinvolgimento, quando un giorno Maria Elena, che aveva iniziato a partecipare agli incontri del mercoledì sulla Parola di Dio, mi confidò di esserne stata molto ben impressionata e mi propose di andarci insieme. Ero molto scettico. Lavoravo fino a tardi ogni sera e poi non c’era alcun precetto della Chiesa, mi dicevo, che richiedesse di partecipare ad incontri di quel tipo. Mia moglie, evidentemente molto toccata dal rapporto fraterno esistente tra i partecipanti — questo lo capii dopo — insistette a tal punto che mi lasciai convincere. Rimasi a dir.poco affascinato, tanto che continuai con grande entusiasmo. La ragazza che mi aprì la via Si giunse così al 1970. In quell’anno un avvenimento mi colpì profondamente: fu “la festa” del funerale di Maria Orsola. Tralascio di descrivere ciò che successe nel piccolo paese di Vallo, la moltitudine che giunse a dare l’ultimo saluto a quella ragazzina, l’atmosfera che si respirava: certo per me fu la goccia che fece traboccare il vaso. Ne parlai con i sacerdoti della mia comunità parrocchiale che mi invitarono dapprima alla Mariapoli estiva e successivamente agli incontri annuali del Movimento Parrocchiale. Fu in questi incontri che scoprii da dove proveniva la vita che si respirava nella parrocchia e la fonte dove Maria Orsola, ancora fanciulla, aveva imparato a farsi santa. Vissi questi momenti non solo pieno di entusiasmo ma anche con grande gioia: avevo scoperto la bellezza e la creatività della Parola di Dio, avevo soprattutto scoperto Gesù nel fratello. Avevo anche capito quanto fino ad allora era stato superficiale il mio rapporto con Dio e che, per rispondere al suo amore, dovevo essere anch’io amore per gli altri, fino a dar la vita. Avevo trovato la bellezza della comunità cristiana che vive alla presenza del Risorto, avevo riscoperto la famiglia, il matrimonio. Ricordo che, ritornando in treno da uno di questi incontri del Movimento Parrocchiale, lessi su un giornale la notizia dell’introduzione del diaconato permanente in Italia. Non ne conoscevo nulla di nulla, tant'è vero che chiesi chiarimenti al parroco che viaggiava con noi. Tutto sembrava finito lì, ma nel mio cuore sentivo che forse quella era la strada nella quale mi sarei potuto legare ancora più strettamente a Gesù e ai fratelli mettendo la mia vita “ufficialmente” a loro disposizione. Trattenni per me tutto questo per alcuni giorni, poi mi consultai con Maria Elena e dietro Gen's 1-2/2009 — pag. 22 — 20 esperienza suo consiglio, confidai tutto al parroco. Trascorsi pochi mesi, fu lui ad invitarmi a partecipare ai primi incontri organizzati dalla diocesi per gli aspiranti diaconi, dicendomi, pressappoco: «Se quella sarà la tua strada, lo si capirà cammin facendo». La preparazione: immersi nella spiritualità dell’unità Cominciammo il cammino, dico cominciammo, perché non solo c'erano candidati da numerose altre parrocchie, ma perché, della mia stessa parrocchia, con me iniziarono la preparazione Giuseppe Grasso, che di lì a poco il Signore avrebbe chiamato a sé, Gino Luppi e Luciano Pavan. Superando difficoltà non indifferenti, ogni sabato ci si trovava a Villa Lascaris di Pianezza dove insegnanti e formatori ci preparavano. Il clima a poco a poco divenne di vera comunione fraterna, proprio come si augurava l’indimenticabile cardinale Michele Pellegrino che, in uno dei suoi incontri con noi nel giardino della villa, ebbe a dirci: «Se non crescerete tra voi nella comunione, non vi ordinerò». Ricordo che ci si trovava con le mogli e i bambini, alcuni ancora nel passeggino, si ascoltavano con attenzione le lezioni, mentre i bambini giocavano tra loro in cortile. A sera la santa messa, per unire all’offerta di Gesù, in una spontanea condivisione, tutto ciò che nella giornata Egli stesso aveva operato in noi, e poi, a conclusione, la cena insieme. Si cresceva veramente in fraternità evangelica. La spiritualità dell’unità con la quale ero venuto a contatto attraverso la parrocchia, ebbi modo di ritrovarla e viverla in questo corpo diaconale che stava nascendo. Dopo tre anni di preparazione, nel dicembre 1975, nella chiesa parrocchiale venni ordinato diacono insieme a Gino Luppi, oggi già nella casa del Padre. Luciano Pavan dovette sospendere il cammino perché nella primavera di quell’anno era rimasto vedovo con tre bambini in tenera età. Gen's 1-2/2009 Fu per me uno dei momenti veramente dolorosi. Ci legava non solo il cammino diaconale, ma un rapporto spirituale profondo tra le nostre famiglie. Credo che la morte di Elsa, una donna vissuta e morta da santa, sia stata una delle monete più preziose pagate, perché il diaconato potesse “risorgere”. Lei dal cielo sicuramente ci ha sostenuti. Cominciai la mia esperienza di diacono nella stessa comunità dove ero stato ordinato. Con il passare del tempo la spiritualità dell’unità, unita alla grazia del sacramento dell’Ordine, mi illuminarono sempre più circa il significato di una scelta radicale di Dio. La predilezione per la povertà e per il distacco da tutto che Gesù ci manifestò sulla croce, divennero a poco a poco parte essenziale della mia vita e si trasmise a tutta la famiglia. Il trasferimento per servire una parrocchia Quando il vescovo volle conoscere la nostra disponibilità, mia e della famiglia, per un eventuale trasferimento, fu conseguente e quasi spontanea la nostra risposta positiva. Eravamo d’altronde anche certi che il suo comportamento non poteva essere diverso da quello di un padre che desidera il bene dei propri figli. Così, su richiesta del vescovo, nell’autunno del 1984, mi trasferii con la famiglia a Grange di Nole, un piccolo centro di circa 400 persone a 20 chilometri da Torino, per curare spiritualmente quella comunità che non aveva parroco residente. Dopo più di quindici anni lasciavo la comunità che mi _ aveva “generato” per riceverne un’altra che il Signore aveva scelto per me. Mi risuonarono nel cuore le parole di Gesù sulla croce: «Donna, ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre». Da quel momento sentii che per quelle persone avrei dovuto essere disposto a spendere tutto, affinché potessero anche loro scoprire l’amore di Dio. Il primo gesto concreto fu quello di recarmi immediatamente il giorno dopo in municipio per assumere la nuova residenza: volevo essere, con la mia famiglia, uno di loro anche civilmente. — pag. 23 — esperienza 21 Da quel 1° novembre 1984 mi ritrovai dunque a cercar di vivere nella concretezza quotidiana una realtà diaconale nuova per allora, ma neppur tanto comune oggi. Non essendoci il parroco residente, ero il punto di riferimento in loco della comunità cristiana. Pur operando in perfetta sintonia con i vari parroci avvicendatisi nel tempo, devo ammettere di essere visto dai Grangesi sempre più come la loro guida, il loro confidente spirituale. Detto questo non bisogna pensare che essi non abbiano a cuore il sacerdote: essendo io, diacono, accanto a loro quotidianamente, è comprensibile che si sia stabilito tra noi un rapporto di grande confidenza. La distanza dal capoluogo (6 km), non ha d’altronde mai consentito, pur dipendendo dalla stessa amministrazione comunale, di far sentire i Grangesi completamente integrati nel paese di Nole. Dal punto di vista storico, la chiesa del posto — S. Giovanni Battista — ha portato il titolo di parrocchia per più di duecento anni, fino al 1987, quando fu deciso di unirla alla parrocchia del capoluogo. Grazie a questi ultimi anni di collaborazione pastorale, forse si cominciano ad intravedere dei frutti, almeno a livello ecclesiale, ma è pur vero che in nome dell’organizzazione non si può privare una comunità delle proprie specificità e caratteristiche. Costruire la comunione Sento che come diacono sono chiamato a portare nel luogo in cui vivo, l’amore stesso che Dio ha riversato su ognuno. Così a Grange prima delle celebrazioni liturgiche che competono al diacono — battesimi, matrimoni, funerali — prima dell’organizzazione dei gruppi per le varie catechesi, tutte cose necessarie e indispensabili in ogni comunità, ho sempre dato priorità ai rapporti personali, con predilezione per coloro che sono ammalati e per coloro che sono definiti lontani. Questi ultimi in particolare vado a trovarli a casa, senza assolutamente far pesare loro l’assenza dalla chiesa, facendo sempre io il primo passo: in tutti ho voluto e voglio vedere Gesù. Mi è più facile così intrattenermi con loro senza aver fretta, senza secondi fini, senza giudicarli, ma semplicemente volendo loro bene. Così agendo, trovo in tutti il positivo, detto con altre parole, vedo in ognuno di loro il volto di Dio. Mi è di sprone in questo mio agire il trovare in ogni momento nella Parola di Dio la risposta a tutto: ai dubbi, alle incomprensioni, ai fallimenti, ma anche alle gioie, alla felicità. Posso veramente dire che è la Parola che mi ha insegnato e continua ad insegnarmi ad amare tutti, ad amare per primo, ad amare senza aspettarmi nulla in cambio. L’incontro poi con Eucarestia, conservata nel tabernacolo, e che periodicamente il parroco viene a celebrare, è per me il segno di questo amore infinito che Gesù ha trasfuso nei nostri cuori: lì trovo la forza per vivere ciò che Egli ci ha insegnato: amarci fino a dar la vita. In questo impegno pastorale non è sempre stato facile negli anni trascorsi conciliare le esigenze della famiglia e del lavoro, ma nell’amore a Gesù crocefisso ho trovato la molla per ricominciare anche quando l’entusiasmo veniva meno e l’uomo vecchio si faceva vivo. L’aiuto poi di una sposa che condivide questo ideale spirituale è stato determinante, perché la grazia del matrimonio non solo ci ha illuminato nelle grandi scelte, ma ci ha aiutati e sostenuti vicendevolmente nella quotidianità. Guardando indietro nella vita, mi accorgo sempre più che i sì di ogni giorno a Dio sono come i tasselli di un grande mosaico che, messi uno dopo l’altro al loro giusto posto, ci mostrano a poco a poco il Suo disegno su ognuno di noi, sulla famiglia, sulle nostre comunità. Così mi pare di poter dire anche di Grange di Nole. Accogliendo un diacono come ministro della Chiesa, ascoltandolo, rispettandolo, ma soprattutto volendogli bene, questa comunità ha saputo indicare ad altre piccole comunità la strada che permetterà loro di vivere pienamente inserite nelle strutture ecclesiali mantenendo la loro piena identità. Gen’s 1-2/2009 — pag. 24 — 22 esperienza Un ultimo tassello: nel tribunale ecclesiastico Nel 1993 raggiunta l’età del pensionamento, ho lasciato l'occupazione presso l'azienda in cui lavoravo. Il mese successivo mi fu richiesto dai superiori la disponibilità ad aggiungere all’impegno diaconale a Grange il servizio presso il Tribunale ecclesiastico regionale. Non bisogna proprio sorprendersi di ciò che il Signore ci chiede né tanto meno di dove ci porta. Mai e poi mai mi sarei aspettato una tale domada, ma è pur vero che il diacono è al servizio della Chiesa. Evidentemente se mi era stato richiesto dai superiori, la Chiesa aveva necessità, almeno in quel momento, di quel servizio. Con lo stesso spirito che mi aveva guidato fino ad allora, ho accettato. Le problematiche in tribunale si presentavano ben diverse da quelle che sorgono in una comunità. Però anche lì è indispensabile tessere rapporti di carità e fin da subito mi sono detto che solo questo valeva. Giudici, Gen's 1-2/2009 notai, avvocati, periti, parti in causa, testi, tutti sono persone e in tutti puoi trovare il positivo, in tutti riconoscere l’impronta di Dio. Dietro ad ogni pratica da seguire c’è sempre una persona da amare, una persona che in qualsiasi caso porta in sé il volto di Gesù. Se una pratica tarda, è Gesù che attende. Con questo in cuore è forte lo sprone a svolgere il proprio compito il più diligentemente e il più rapidamente possibile. Come in parrocchia, così in tribunale, la risposta sta nella motivazione. Non è certo nel tornaconto economico né in quello personale che, come diacono e come cristiano, io abbia trovato la risposta. La risposta l’ho avuta sempre nel cercar di incarnare in me la Parola di Dio, nel far vivere in me, con l’aiuto della sua grazia, Lui e non me stesso. Maria mi è sempre stata di esempio: lo è per tutti, anche per noi diaconi. Sperimento ogni giorno quanto sia vero che sul suo nulla Dio si è manifestato e sul suo silenzio Dio ha parlato. Vincenzo Olivero — pag. 25 — esperienza 23 Testimonianza della moglie di un diacono Un nuovo si a Dio e la vocazione di mio marito di Maria Elena Massola Olivero Prima di ordinare un candidato al diaconato la Chiesa chiede il consenso anche alla sposa. Non si tratta di una formalità o di una convenienza sociale, ma di un impegno che la moglie assume non solo per non essere di impedimento nel ministero del marito, ma per essere una presenza costruttiva, “mariana” accanto a lui. uando nel lontano 1971-72 Enzo, mio marito, mi parlò per la prima volta del diaconato non sapevo che cosa fosse e tanto meno che cosa comportasse, però gli dissi che, se sentiva nel diaconato la sua vocazione, era giusto che l’approfondisse. Come Maria Enzo iniziò così la scuola del diaconato. Avevamo allora quattro bambini e una in arrivo, però tutti i sabati lo accompagnavo a Pianezza, alternandomi con altre mamme, un po’ in sala e un po’ in giardino, a badare ai figli, ancora tutti piccoli. Erano lezioni di teologia che interpellavano la vita quotidiana di ogni cristiano e quindi erano molto utili anche per noi mogli. Furono anni belli, con tante scoperte interessanti e anche a volte con tante difficoltà. Una cosa era certa: non avrei mai impedito ad Enzo di rispondere alla sua chiamata, anche perché, se lo amavo veramente, dovevo aiutarlo a realizzare quello che Dio voleva da lui. Mi ricordo che una sera alla messa nella cappella di Villa Lascaris, durante le intenzioni di preghiera, mi sentii di pregare perché noi mogli non fossimo mai di impedimento, ma bensì di aiuto nel cammino diaconale dei nostri mariti. Venne poi l’ordinazione. Il vescovo, durante la celebrazione, chiese il mio consenso, e la mia risposta fu: «Sì, Padre, Enzo ed io ci siamo sempre voluti bene e in quindici anni di matrimonio abbiamo condiviso tutto. Ancor di più abbiamo condiviso questa scelta che non è solo sua, ma nostra e mi impegno di aiutarlo, specialmente nei momenti difficili, perché possa realizzare pienamente la sua vocazione». Non è stato sempre facile, ma sappiamo tutti che la strada verso la santità non è comoda per nessuno. In questi anni ho cercato di aiutarlo, non nel fare infinite cose, anzi poche a livello pastorale, ma supplendo in casa a tutte quelle attività necessarie affinché lui, sgravato di queste incombenze, potesse essere più libero per la Chiesa e potesse trovare, per quanto mi era possibile, un ambiente familiare sereno che lo sostenesse nel suo impegno diaconale. Ho sempre pensato che la moglie del diacono realizza la sua vocazione cristiana cercando di essere come Maria, che è vissuta nel nascondimento e nel silenzio, perché potesse parlare ed apparire, non lei, ma Gesù. Gen’s 1-2/2009 — pag. 26 — 24 esperienza Nove anni dopo l’ordinazione, ci fu chiesto la disponibilità a trasferirci in una piccola comunità senza parroco a venti chilometri da Torino. Non fu umanamente una scelta piacevole. Si prospettava, come poi avvenne, di lasciare a Torino i due figli maggiori, la casa e tutto quanto in quei ventiquattro anni di matrimonio aveva contribuito a renderla più confortevole. Ci si doveva allontanare dagli amici, dalla comunità e da tutti quei rapporti costruiti con loro negli anni. Avevo però ben fisso nella mente e nel cuore che, anni addietro, non avevo scelto la casa, gli amici, le comodità, ma avevo scelto Dio. Mi sembrò quindi naturale fare ciò che in quel momento era la sua volontà, espressa dal vescovo. Ci fidavamo d’altronde che Dio, se ci chiedeva quel passo, ci avrebbe donato anche la grazia per realizzarlo. La Provvidenza ci venne incontro La casa a Grange era vuota. Noi da Torino potevamo portare soltanto la nostra camera matrimoniale e la biancheria. I due figli maggiori, già lavorando, risultava necessario rimanessero a Torino, ma abbiamo avuto la prova che Dio non si lascia mai vincere in generosità. Con l’aiuto dei diaconi e delle famiglie del gruppo, che misero immediatamente a disposizione il tempo e ciò che avevano e che poteva esserci utile, in due soli mesi, la casa fu imbiancata e completamente arredata, compresi stoviglie, pentolame, quadri e cen- Gen's 1-2/2009 trini. La comunione dei beni rendeva possibile ciò che agli occhi del mondo sembrava impossibile. Mai avevamo posseduto una sala da pranzo: ci fu chi ce ne donò una quasi nuova avuta in eredità dalla zia. Da un amico ricevemmo un sofà, il cui colore era perfettamente intonato all’imbottitura delle sedie che già avevamo ricevute da un altro. Mi sento veramente di poter dire che il Signore non solo si dimostrò generoso, ma anche pieno di buon gusto. Sento che oggi siamo ancora e sempre nello stesso spirito di disponibilità per essere al servizio della Chiesa dove essa ci chiama. Ben tre volte ci fu prospettato un nuovo trasferimento, sempre abbiamo accettato, anche se successivamente non si concretizzò, perché parve ai responsabili diocesani che il volere di Dio fosse altro. La comunità nella quale ormai viviamo da più di venti anni è diventata, fin dal primo giorno, la nostra comunità. Forse anche per questo motivo in essa non solo siamo stati accolti, ma viviamo in buoni rapporti con tutti, oserei dire, volendoci bene reciprocamente. In diverse occasioni è stato dimostrato l’apprezzamento di tutti alla disponibilità di Enzo e all’opera pastorale che egli svolge. Di tutti questi anni ho colto nel cuore quale dono prezioso Dio mi abbia fatto mettendomi accanto ad Enzo e quanto questo mi abbia aiutata a maturare, a crescere e a scoprire l’amore che Dio ha per me. Maria Elena Massola Olivero — pag. 27 — esperienza 25 Vita d’unità in famiglia a sostegno del ministero «Essere per gli altri» Luigi e Chiara Vidoni A volte la chiamata al servizio pastorale viene preceduta da vari segni; altre volte arriva improvvisa e al di fuori di ogni previsione e con una tale luce che, pur rispettando la libertà umana, sembra irresistibile. In questa esperienza di un diacono permanente della diocesi di Trieste vediamo un cammino che per lui comincia da lontano e matura lentamente, coinvolgendo a un certo momento anche la moglie. Lei non dà un semplice consenso dal di fuori, ma si sente essa stessa chiamata a cooperare ad un piano voluto da Dio. orrei comunicarvi qualcosa della storia della mia vocazione al diaconato, scritta, per così dire, a due mani, da me e da mia moglie. La prima scintilla Ho sentito fin da giovane una forte attrattiva a dare la mia vita per la Chiesa, ma c’è stata una circostanza nella quale ho sentito chiaramente la chiamata al diaconato. Mi aveva sempre affascinato una visione di Chiesa in cui non veniva tanto in risalto la “struttura”, quanto piuttosto una comunità di fratelli e sorelle che vivono come una famiglia. Siamo nella metà degli anni 80. Con la mia famiglia abbiamo trascorso le vacanze estive in montagna. Ogni sera andavamo a messa nella chiesetta del paese che ci ospitava. Il parroco riuniva attorno all’altare diversi ragazzi e ragazze, mentre la gente si sistemava nella navata e tutti partecipavano alla celebrazione eucaristica con molta semplicità. Vedevo il sacerdote come un padre che raccoglieva attorno alla mensa la sua famiglia. E questo ambiente mi colpiva, mentre una forza interiore suscitava in me il desiderio di collaborare alla missione del sacerdote. Fu una sensazione forte, commovente. «Ecco — mi dissi — a questo mi sento chiamato: cooperare nel generare la comunità cristiana insieme a quel prete». Sembrava un sogno... e non capivo come si sarebbe potuto realizzare. Più tardi capii che questa chiamata si sarebbe concretizzata nel diaconato. Un ricordo giovanile Torno un momento indietro. Frequentavo il liceo e da poco avevo conosciuto la spiritualità dell’unità che anima i Focolari: ne ero rimasto affascinato, essa dava senso e corpo a tutte le idealità di quegli anni giovanili. In particolare, avevo visto una Chiesa giovane e bella che non si identificava solo con le persone che frequentavano la parrocchia, ma abbracciava tutti indistintamente, anche Gen's 1-2/2009 — pag. 28 — 26 esperienza quelli che non mettevano mai piede in chiesa. Ne parlavo con tutti, parenti e compagni di scuola. Ad uno di questi, che rimase quasi scandalizzato, dissi un giorno con un linguaggio tipicamente giovanile, quasi estremista: «Ho capito che per fare una comunità cristiana il prete non basta!». Vista la sua faccia sconcertata, gli spiegai che per me il prete ci voleva, ma non seppi dire di più. Sentivo che la dinamica dell’unità nella vita di famiglia doveva essere lo stile anche di ogni comunità ecclesiale e avrei voluto dare il mio contributo in tal senso. Compresi che avrei potuto farlo solo se avessi cercato di vivere così prima di tutto nella mia casa. Generare la comunità In questo contesto è maturata la mia vocazione al diaconato, ma ciò comportava il coinvolgimento in questa avventura di mia moglie Chiara e dei nostri due figli, senza forzature. Partecipando ai miei questa realtà e vivendola con loro, venivo a capire sempre di più la vocazione del diacono, il suo aspetto più bello e più vero, che va oltre le mansioni prettamente ministeriali. Man mano comprendevo la caratteristica bellezza della figura del diacono: egli, pur partecipando alla grazia del ministero, non ha “poteri” come quelli del presbitero e del vescovo. In fondo quasi tutto ciò che egli fa, lo può fare anche un laico... Egli però è chiamato in modo speciale ad essere “per” gli altri. Mi pareva una via affascinante: nella misura in cui “sono” diacono, cioè amore concreto, puro servizio verso gli altri, mi realizzo non solo come singola persona, ma anche collaboro nel costruire la comunità. Ma questo — lo capivo sempre più — comporta il “non essere per sé” ma “essere per gli altri”. Essere, in una parola, un nulla d’amore che, facendo da sfondo alla grazia del sacramento dell’ordine, contribuisce a generare la comunità. Gen's 1-2/2009 «Io sono per gli altri» è stato il pensiero dominante del periodo di formazione. Solo ora capisco nel senso più profondo quella frase che dissi al mio vescovo, in sacrestia, appena terminata la celebrazione dell’ordinazione, guardando la gente che stipava la chiesa: «Oggi ho capito il mio battesimo»: la grazia che mi accomuna a tutti. Tutto questo comportava — e comporta tuttora — fare i conti con i miei limiti e le mie infedeltà, un’ascetica che tiene conto più dell’Amore di Dio che delle mie capacità. Ed è una continua ginnastica che ha in particolare un suo campo d’azione in famiglia, dove — per la carità nei confronti di tutti — si tratta di vivere in maniera tale che nessuno si senta a disagio per causa mia e dei compiti che la Chiesa mi affida. Vissuta così, è la vita stessa di famiglia a sostenere giorno dopo giorno il mio essere diacono e quindi il mio essere per gli altri. Questo, lo confesso, non mi è stato sempre facile, ma vale la pena. Veramente l’impegno familiare diventa un volano per essere più impastati nella vita dell’umanità e diventare sempre più un tramite di grazia. Sorpresa, stupore e un pizzico di paura Chiara: Era un momento particolare quell’estate in montagna quando Gigi mi raccontò quello che da qualche tempo stava meditando nel suo cuore: rispondere di sì a Dio che lo chiamava a diventare diacono. Dapprima fui sorpresa e stupita, ma anche un po’ spaventata di fronte a questa novità. Gigi mi presentava la visione di una realtà bella e nuova nella Chiesa. Se da un lato ero affascinata da quanto mi diceva, dall’altro non riuscivo ad inquadrarmi in questa realtà: mi veniva da pensare che forse era una cosa che riguardava solo lui. All’improvviso, mentre stava ancora parlando, mi assalì un sentimento di forte paura; era come se in quel momento mi venisse chiesto se ero pronta a dare la vita per qualcosa che neanche conoscevo pienamente. Fu una frazione di secondi, ma il ricordo è ancora vivo... Sentivo — pag. 29 — esperienza 27 però che la cosa era troppo grande e bella per dire di no. Così ho detto di sì prima a Dio e poi anche a Gigi. Nella comunione la luce Abbiamo iniziato a vivere insieme questa nuova esperienza in una continua e attenta comunione tra di noi di quanto avveniva nel mio cuore e in quello di Gigi, che mi permetteva di entrare sempre più in una realtà che anche per me cominciava a dipanarsi. Pian piano, in questo modo, sentivo sempre più mia questa nuova prospettiva. E arriva il giorno dell’ordinazione, un momento molto bello per la vicinanza di un vescovo che ci è stato amico e padre, e di tante persone che ci hanno voluto bene concretamente, come i diaconi che sono venuti a far festa con noi da una città lontana. Questi “Piccoli-grandi” gesti, mi hanno fatto comprendere il senso del ministero che stava per essere donato a Gigi e mi hanno fatto sperimentare ciò che può essere una comunità quando è l’ Amore che unisce i suoi membri. Penso di aver compreso lì, nel momento dell’ordinazione, in un modo nuovo, il significato del matrimonio come sacramento. Capivo che nel disegno di Dio io, Chiara, non avevo senso senza Gigi, e viceversa, e avvertivo una spinta a vivere più pienamente il rapporto con lui. Ricordo di aver riconfermato il mio sì alla volontà di Dio su di me, e di aver chiesto allo Spirito Santo, che sentivo presentissimo, di aiutarmi a fare, qualora mi fosse stato richiesto, ciò a cui mi sentivo inadatta. «Cosa vuol dire per te essere moglie di un diacono?» In un viaggio che abbiamo fatto in Argentina alcuni anni fa, accompagnando un sacerdote, abbiamo avuto modo di incontrare alcuni diaconi con le loro mogli. Da una di esse mi sono sentita chiedere: «Cos’è per te essere moglie di un diacono?». Ho sentito di risponderle quello che in quel momento avevo in cuore e stavo vivendo: «Per me la moglie del diacono è la “serva” del “servizio” del marito». Appena ho pronunciato questa frase ho pensato che forse sarei stata fraintesa. Infatti, col termine “serva” non intendevo dire il negativo che solitamente racchiude questa parola, ma una persona, che partendo dal proprio “sì” detto a Dio, decide di farsi “serva” per costruire assieme al marito quel disegno che Dio ha messo loro in cuore. Sono rimasta stupita quando quella signora con le lacrime agli occhi ha esclamato: «Doveva venire una persona dall’Italia per confermarmi quello che anch’io sentivo da tempo!». Luigi e Chiara Vidoni Gen's 1-2/2009 — pag. 30 — 28 esperienza _ Grazie, Chiara! Voglio ringraziare dal più profondo del cuore colei che in tutti i sensi mi è stata madre e maestra, Chiara Lubich. Milioni di persone potrebbero testimoniare, con parole diverse, ma con convinzione profondissima di essere stati da lei amati come “figli unici”. Ne ho avuto la conferma, se ce n’era bisogno, quando, in una commozione intensissima, mi sono trovato con la mia famiglia assieme a tantissime altre persone a darle l’ultimo saluto prima che ci lasciasse. In quegl’istanti, davanti al suo letto, mi è passata davanti agli occhi tutta la mia vita, sperimentando come non mai il suo amore “personale”. Ero un giovane ventenne, pieno di ideali, desideroso di spendere la propria vita per qualcosa che valeva. L'incontro con il carisma di Chiara mi aiutò ad uscire dal mio “buonismo”, dall’essere una “brava persona”. Lei stessa mi ricordò le parole che il Padre misericordioso rivolge al figlio maggiore, rimasto sempre a casa: «...e tutto quello che io ho è tuo» (Lc 15, 31): io ti do tutto, lànciati, il mondo è tuo! Era l’invito ad uscire da me stesso e a guardare al mondo che aveva bisogno anche di me, a mettere Dio al primo posto, indicandomi uno stile di vita che mi richiamava il “nada” di san Giovanni della Croce, cioè: che sul nulla di me ci fosse solo Dio. Essere “nulla”, un nulla d’amore che dovevo incarnare di fronte ad ogni prossimo, facendomi vuoto di fronte a lui, con Gesù abbandonato come modello da seguire. Ora dopo tanti anni, comprendo quanto questo sia sempre attuale, quasi una profezia di come vivere il mio essere diacono... Incontrai mia moglie e formammo una famiglia che pensiamo bella, aiutati soprattutto dal carisma dell’unità che le ha dato forma, aprendola ad un amore grande per la Chiesa. Ricordo con gioia e gratitudine quando, in prossimità dell’ordinazione diaconale, Chiara ci indicò nell’unità in famiglia il modo migliore per vivere bene questo evento di grazia, invitandoci a fare nostre le parole di san Giovanni: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (/Gv 4, 12). E a Dio, ci sembra — come ne siamo stati capaci — abbiamo cercato di dare il meglio della nostra vita, facendo tutto per il Vangelo (cf /Cor 9, 23), impegnandoci sempre di più alla diffusione di quel Vangelo che ha il colore del servizio, della diaconia, vedendo anche nella nostra famiglia un contributo speciale per la Chiesa. Alcuni anni fa Chiara ce lo spiegò con una sua lettera personale, in risposta ad una nostra domanda su come lei vedesse la famiglia del diacono: «Sono famiglie come le altre», ma devono «essere anche al servizio del mondo sacerdotale», per la loro esperienza «di coppie speciali». Poche parole, ma dense di significato: in esse vediamo riflessa l’esperienza della Famiglia di Nazaret, in cui Maria diventa icona di quel “servizio vero” che dobbiamo offrire alla Chiesa e all’umanità. Grazie, Chiara! Luigi Vidoni Gen's 1-2/2009 — pag. 31 — esperienza 29 Con la stola e il grembiule Dare la vita per la propria gente di Rocco Goldini Il protagonista di questa esperienza, defunto mentre era in preparazione questo numero della rivista, era un vigile urbano del comune di Gela in Sicilia (Italia). Diacono da vari anni, svolgeva il ministero in un ambiente fortemente segnato dalla mafia con conseguenze così dolorose da spezzare il cuore. La sua azione evangelizzatrice, particolarmente incisiva, affondava le radici nella spiritualità di comunione che condivideva con parecchi membri della sua comunità parrocchiale. Riportiamo la sua testimonianza nell’immediatezza del racconto spontaneo che illustra il quotidiano della vita di un diacono in un posto di frontiera. Una domenica qualunque Oggi è domenica e sono stato con i bambini. La nostra parrocchia si trova in un quartiere a rischio e, pur avendo quasi 6000 abitanti, la domenica alla messa partecipano solo circa 18 bambini. Sapete perché? I genitori non li mandano o perché i padri sono in carcere oppure perché il padre o il fratello sono stati uccisi. Quei bambini che vengono sono “oro” per noi: sono immagine di Gesù sofferente. E io vado a fare festa con loro. Stamattina, poi, sono andato a portare la comunione ad una vecchietta che è sola e non può muoversi tanto: con lei c’è stata gioia grande, perché le ho portato Gesù Eucaristia. Adesso sono rientrato e sto preparando con mia moglie Rosa il pranzo. Oggi ho incontrato di nuovo uno dei bambini un po’ difficili... Appena mi ha visto, si è avvicinato ed io con tanta gioia l’ho salutato e lui pian piano si è messo a parlare come con un vecchio amico. L’altra settimana, durante la messa lo avevo richiamato in un modo un po” forte, perché per tutto il tempo aveva solo disturbato. Me ne ero andato a casa con un po” di tristezza, ma anche tranquillo perché mi sembrava aver fatto tutto per amore. E adesso la risposta: lui che mi viene a cercare. La giornata è buona, il garage dove si celebra la messa è proprio vicino al mare e così spontaneamente facciamo una passeggiata. E bello, perché egli finalmente mi parla di sé e viene fuori che vive una fanciullezza difficile; che a scuola è già ripetente di due anni e non riesce a seguire le lezioni. Ora, dopo il momento passato assieme, ha capito che qualcosa deve cambiare e mi ha detto: «Voglio iniziare proprio dalla santa messa. Oggi parteciperò cercando di fare pace con Gesù. Io conto sul tuo aiuto». Che meraviglia — mi sono detto — è proprio un miracolo! Ho offerto tutta la messa per lui ed egli ha vissuto la sua prima messa come un adulto, con un atteggiamento tutto nuovo. La domenica termina col funerale di Carmela, una vecchietta di 86 anni. Veniva nella nostra parrocchia perché da noi non ci sono scale e poteva facilmente entrare in chiesa, Gen’s 1-2/2009 — pag. 32 — 30 esperienza cioè nel nostro garage! Mi diceva spesso: «Dove posso trovare uno come te che mi aspetta e mi viene incontro per farmi festa?». Vivo con gioia la santa messa e torno a casa felice, perché Gesù è tutto per me. Abbiamo celebrato i suoi funerali con una comunità raccolta in preghiera. Carmela sembrava ringraziasse dal Cielo. Un momento intenso e commovente. Come è vissuta, così se ne è andata: semplicemente. Infine, siamo andati a mangiare da mamma, ammalata e immobile per via di due ictus, ma che lascia trasparire tutto il suo amore. E la domenica continua... Educazione stradale Sono ispettore della polizia municipale della mia città. Ultimamente sono stato incaricato di tenere alcune lezioni di educazione stradale ai bambini delle elementari. Questa mattina sono andato in una scuola della periferia, in una classe di 16 bambini. È stato molto bello, perché ho potuto trasmettere la forza che nasce quando cerchiamo di volerci bene. Se riusciamo a farlo, ci accorgiamo che tutti i problemi si possono risolvere, anche evitare l’incidente che potrebbe essere fatale per la nostra vita di pedoni. Amando gli altri come se stessi si riesce a evitare pericoli. I bambini mi hanno promesso che anche loro proveranno ad amare così, incominciando da subito in classe e poi continuando in famiglia; e anche in mezzo alla strada, facendo più attenzione a tutto quello che li circonda, anche alle indicazioni dei vigili urbani. Il giorno seguente sono stato in un’altra classe: un’esperienza unica, perché con i bambini ho cercato di immedesimarmi profondamente con loro. Alla fine della lezione hanno scritto: «La lezione di oggi è stata fantastica, con un professore pure fantastico! Dobbiamo saper dire di no alle ingiustizie, alla mafia e ai soprusi. Noi bambini, il dire di no lo esprimiamo in fatti concreti, a cominciare dal dire di sì alla nostra mamma, quando ci dice di mettere le immondizie nei cassonetti! A dire di sì al nostro maestro Gen's 1-2/2009 quando ci raccomanda di studiare il pomeriggio! A dire di sì a tutti quei piccoli accorgimenti, come la sicurezza della bicicletta perché altrimenti è meglio non usarla, o portare il casco che ci protegge da eventuali cadute nelle quali ci possiamo fare male sul serio. È così che collaboriamo per rendere il mondo un po’ migliore da come l’abbiamo trovato. AI Sindaco chiediamo una pista ciclabile e un parco per bambini, dove possiamo giocare sicuri! Faremo contenti tanti bambini, ma soprattutto tanti genitori che finalmente non dovranno sgridare i loro ragazzi che giocano in mezzo a tanti pericoli». Sono felice perché nel cuore di questi ragazzi entra una risposta concreta all’emergenza educativa ed essi incominciano a partecipare in maniera giusta al mondo che appartiene a loro. «Morire per la propria gente» «Morire per la propria gente» è un motto e un’esperienza che ha segnato me e mia moglie nel profondo. Abbiamo scelto di condividere la situazione delle persone più disagiate della nostra città, andando ad abitare con la famiglia in uno dei quartieri di nuova formazione. Qui la parrocchia aveva la sua sede in un garage di pochi metri quadri e tutto si presentava come un deserto: strade di terra, senza illuminazione pubblica, senza rete idrica né fognaria. Di servizi sociali e trasporti pubblici neanche parlarne. Sono stati dieci anni di vita difficile, ma ora si cominciano a vedere dei frutti. Abbiamo cercato di creare con ciascuna famiglia del quartiere un rapporto di conoscenza e di dialogo, tentando di ricucire lo strappo tra i cittadini e l’amministrazione pubblica. Pian piano i circa tremila abitanti del quartiere sono diventati soggetti attivi nel rapporto con le istituzioni pubbliche attraverso un comitato creato appositamente. Si è giunti ad ottenere dall’amministrazione regionale lo stanziamento pubblico di una somma consistente per il risanamento del posto, diventato ora un quartiere-pilota, che ha dato vita ad attività formative per i rap- — pag. 33 — esperienza 31 presentanti di tutti gli altri comitati di quartiere della città. Da alcune domeniche ci siamo trasferiti nei nuovi locali parrocchiali che la Regione siciliana ha costruito: un primo lotto con i locali pastorali e la canonica. È venuto il vescovo per la benedizione e c’è stata grande festa per questo evento che aspettavamo da anni. Giustizia nella carità Qualche esperienza. «Piangere con chi piange...». Mi si stringeva il cuore perché, mentre a livello istituzionale insieme con altri colleghi dovevo provvedere ad uno sgombero da una casa abitata abusivamente, dall’altro pregavo la Madre di Dio perché questa famiglia potesse trovare un ricovero idoneo al più presto. Sì al mio lavoro e amore ai poveri: un insieme non facile. Alla conclusione della mattina un mio collega ha esclamato: «Sei stato determinante». Ed ha spiegato: «Il colloquio improvvisato che tu hai avuto con quella persona ha ridato la calma a tutta la mattinata di lavoro. Entrare di forza in un appartamento è stato spiacevole per tutti e tutti avremmo voluto scappare, ma è il nostro lavoro. Meno male che poi c’è Rocco che provvede a far ritornare la calma. E come? Con la forza dell’amore, che è ancora più grande di tutto quello che prima si era consumato. Sì, perché il suo amore per la gente è tale che le situazioni si capovolgono! Infatti, appena ho visto che nel nostro gruppo c’era lui, ho capito che oggi sarebbe stato diverso da altri giorni. E dire che il termometro era alto: una famiglia dentro casa chiusa con i lucchetti e un’ordinanza di sfratto del sindaco che si doveva eseguire. Come dire: da una parte la carità e dall’altra la giustizia». A parlare così è un mio collega che alla fine ha tirato un lungo sospiro di sollievo per come sono andate le cose. Qui a Gela si continua a vivere nell’emergenza: un povero da sloggiare in cambio di un altro povero che ha vinto la graduatoria delle case popolari. Storie di umana miseria. E sono tali e tante le povertà che nessuno vorrebbe vederle e neanche raccontarle. Annunciare il Vangelo con la vita Il mio desiderio più sentito è quello di creare rapporti con ogni prossimo che incontro e testimoniare l’amore di Dio per ciascuno. Una sera il parroco mi chiede di preparare un uomo di 33 anni, sposato con un figlio, a ricevere il sacramento della cresima. Ormai la giornata è finita e mi aspettano a casa, ma mi viene in mente un pensiero che avevo in animo tutto il giorno: vivere nella pace la volontà di Dio dell’attimo presente. Allora mi sono fermato con questa persona. Ho cercato di amarla fino in fondo secondo il Vangelo e le ho raccontato come ho incontrato Dio Amore. «Sono figlio di un ambulante — le ho detto. Mio padre vendeva olio e ad un certo punto, non riuscendo a guadagnare il necessario per la famiglia, ha dovuto fare le valigie e partire per la Germania. La tristezza per questo fatto mi colpì a tal punto che volevo farla finita. Ma Dio, che è grande nella sua misericordia, mi fece incontrare alcune persone che mi hanno impressionato, perché cercavano di incarnare il Vangelo nella loro vita. Mi hanno invitato a degli incontri assieme ad altri giovani ed alla fine ho capito una verità molto semplice: “Quello che vorresti che gli altri facciano a te, incomincia tu a farlo agli altri”. Ho iniziato così a prendermi cura di un anziano che viveva solo: la mattina prima di andare a scuola andavo a casa sua, svuotavo il pappagallo, gli preparavo la colazione, aprivo la finestra, lo mettevo a sedere e poi, di corsa, andavo a scuola. Questa esperienza è durata per tre anni, fino a quando questo anziano è partito per il Cielo. Così ho incominciato a capire che Dio è Amore. Da allora sono passati 40 anni e ancora sono qui in una chiesa e sono felice. Ecco, se vuoi, adesso anche tu puoi iniziare, e così saremo in due». Gen's 1-2/2009 — pag. 34 — 32 esperienza Mi ha ascoltato con un interesse che non mi aspettavo, mi ha ringraziato e ci siamo dati appuntamento per la settimana seguente. Per me è stata una occasione per “gridare anche dai tetti” tutto l’amore che ho ricevuto. Benedizione delle famiglie: occasione per stabilire rapporti veri Subito dopo Pasqua il parroco e io iniziamo la benedizione delle famiglie. Un’azione pastorale che ci introduce nell’intimità delle case dei parrocchiani. Mi dispongo interiormente in modo da vedere in ogni persona che incontro Gesù da amare, sapendo che con ognuno posso rinnovare il rapporto o stabilirlo ex novo. Le persone che avviciniamo fanno parte di una popolazione che già ha sofferto parecchio e che, non possedendo una casa e avendo un basso reddito, è stata ammessa nelle case popolari. Qui si ritrovano sia quelli offesi per mafia, sia quelli che hanno offeso per mafia. Comunque un popolo in ricerca, in ricerca di Dio, sia gli uni che gli altri, anche se non lo sanno. Cè ancora molta gente in mezzo a noi che soffre la fame e manca delle cose più elementari. Bussando a una porta mi risponde una signora con sette figli: mi spiega che due sono del primo marito, ammazzato per omonimia, gli altri sono nati dall’attuale convivente (qui non ci si sposa di nuovo per paura, e allora si convive...). Le “leggi sull’onore” si rispettano. Ma come? Con la paura e la mortificazione. E poi ti chiedi: e la parità? Quale parità? Il bisogno prevale su tutto, anche sull’etica, se ce n’è una. Questa signora ha una splendida figlia di 20 anni, che vuole uscire dal bunker dove è stata posta per via di quel padre ucciso e che lei non ha conosciuto. È molto arrabbiata, perché suo papà era un onesto lavoratore e glielo hanno ingiustamente ammazzato, scambiandolo con un altro. Storie di mafia, che qui diventano storia sacra! Storia di una ventenne che crede, che ha incontrato un giorno Dio Amore e che adesso sta incominciando a fare Gen's 1-2/2009 la sua esperienza, iniziando proprio nella sua famiglia. La madre racconta: «Mia figlia ha pagato più di tutti per questa esperienza di mio marito ammazzato ed è quella che più di tutti soffre per il riscatto dei suoi fratelli. Cosa non farebbe per non farli cadere nella trappola della mafia e cosa non fa per aiutarli! Solo Dio lo sa». Fin qui il racconto, che continua con l’elenco dei vari bisogni, che sono tanti. Davanti a tutto questo ho presente nel cuore una sola Persona: Gesù Crocifisso che incontro per le strade di questa città, tentando di asciugare qualche lacrima. Capisco ciò che viene chiesto a me, diacono di questa parrocchia, che busso a quella porta, che passo per questa via, che cerco di donarmi a tutti. E mi chiedo: «Non è forse questa la mia gente? Il popolo che Egli ama? Che Egli preferisce più degli altri? Non viene chiesto a me di credere a tutto questo? Qual è la mia fede? E se passasse Gesù per questa via, si sporcherebbe le mani?». Per rispondere a tutte queste domande non hai solo un secondo, perché non puoi perdere tempo. Devi fare in modo che la carità trionfi sempre, quella carità che è al di sopra di tutto, che è Dio, quel Dio appeso a due legni incrociati. Queste persone in questo luogo e in questo momento ne sono una continuazione; non puoi scappare, se sei cristiano. Ed io vorrei esserlo. Un desiderio mi prende: seguire lui nelle vie del mio quartiere, in questo condominio e portare la sua festa, l’accoglienza del suo amore. Così un momento di dolore, di sconforto diventa un suo momento, un momento di gioia: «Hai tramutato il mio lamento in danza!». Nella scala dei bisogni si dà una priorità e pian piano si cerca di capire da dove iniziare. La donna che ho di fronte intuisce che qui c’è il dito di Dio che si è fermato a casa sua, e ne gioisce insieme a me. Pian piano torna il sereno con la forza di continuare a vivere. É fortemente provata, «ma adesso — esclama — con l’aiuto di Dio e della parrocchia tutto sarà più facile, soprattutto continuare a sperare!». Poi chiede: «Chi ti ha mandato? Il — pag. 35 — esperienza 33 Signore!». Per me una sola considerazione: tutto vince l’amore! Versare nel calice il dolore incontrato Ascoltare i fratelli è caricarsi dei loro pesi, condividere le fatiche e aiutarci nel cammino. Bussare alla porta delle case per la benedizione delle famiglie è una fatica, ma con il sapore del divino. Significa accogliere il dolore, il peso, la malattia, la tristezza, la povertà, la lontananza da Dio: è morire con la tua gente, versare il sangue... Quel Sangue di cui tu sei “ministro”. È vivere la speranza con chi non ha più speranza. Così anche oggi ho bussato alla porta di una famiglia. Mi accoglie la madre e mi fa accomodare. Non mi lascia più andar via, perché il suo cuore è oppresso, tanto che esclama: «Ho bisogno che qualcuno mi ascolti, perché non so a chi dire tutte le mie cose». E così inizia il suo racconto: «Siamo poveri e con me vive mia figlia. Mio marito è in carcere da tre anni per un reato commesso e ne avrà almeno altri tre. Mia figlia ha altri due figli e io non posso buttare fuori lei e i suoi piccoli. Così le condizioni economiche a casa mia si sono fatte difficili. Come se non bastasse, da una settimana hanno arrestato anche mio figlio, per una cosa commessa quando era minorenne. Ora i pentiti lo hanno accusato ed è stato arrestato. Lui ci aiutava a portare avanti la casa, ma adesso le cose sono precipitate. Tra avvocati, visite al carcere, di soldi ce n’è bisogno parecchio. Come fare? Noi non siamo gente di Chiesa: siamo persone che si vergognano e non usciamo nemmeno da casa. L’altro giorno siamo stati a chiedere un aiuto in una parrocchia, ma la cosa ci ha ulteriormente mortificati: un parroco cosa può offrire con tanti bisognosi che ci sono? E poi di lavoro non ce n’è. Con il marito in galera, come fai a cercare Dio? Dov’è questo Dio che lei dice che mi ama?». Volti diversi, ma tutte storie sacre. Mi affiora nell’anima una parola di Chiara Lubich: «Signore, dammi tutti i soli»: i poveri, gli abbandonati, perché li possa soccorrere, aiu- tare, incoraggiare. Così passo da un condominio all’altro. Ma dopo questa storia anch’io mi fermo ad aspettare. Come essere la Parola che dà speranza? Come servire la Parola fatta carne? La mia è una testimonianza carica di tutto il limite legato alla mia umanità, ma con piena confidenza in Gesù, fonte della nostra diaconia. A quella mamma alla fine ho detto: «Perché non viene in chiesa? Gesù l’aspetta». E lei: «Sì, debbo venire!». Alla messa, che di lì a poco si celebra, verso nel calice tutto il dolore incontrato e dico con tutto il cuore: «Sei tu, Signore, l’unico mio bene! Soccorri quella tua famiglia, quella che mi hai fatto incontrare pocanzi e manda il tuo Spirito, manda la speranza e fa tornare il sereno. Anche oggi, Signore, ti ho riconosciuto abbandonato, solo, povero, offeso, carcerato. A _me hai fatto un dono, quello di essere come una spugna: andare per i condomini della mia parrocchia e asciugare le lacrime che incontro, perché Tu, Signore, sei il Risorto, il Dio con noi, il compagno di viaggio. Io credo e spero in te! Continuerò a bussare... e se mi dovessi anche stancare o mi ammazzassero per il tuo nome, tu hai già preparato per tutti noi un banchetto nel Cielo. Voglio condividere questo momento solenne con questa mia gente, privata di tutto, ma non del tuo Amore». La mia supplica Si è dovuto procedere all’arresto, per resistenza, minacce e offese a pubblico ufficiale di un papà di cinque figli che aveva occupato abusivamentedurante una casa popolare. «I poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi» (Paolo VI). «Quello che a voi sopravanza è quello che manca ai poveri» (S.Vincenzo De Paoli). Il perché non ha nessuna ragionevolezza, ma l’urlo dei giusti sarà sempre ascoltato dal Signore. Sgorga dal mio cuore una preghiera: «Dammi, o Dio, di poter credere ancora, rafforza la mia fede. A volte sono stanco e sfinito e non vedo altro che tristezza! Soprat- Gen's 1-2/2009 — pag. 36 — 34 esperienza tutto quando i media si mettono a parlare, a disquisire su cos’è la mafia e ognuno dalla parte della pancia piena si mette a dire... Ma cosa c’è da dire davanti a tanti bambini innocenti? Che colpa hanno loro se i genitori si sono macchiati di crimini e li hanno relegati in situazioni di fame? Che colpa hanno, se la società è cieca e si nasconde dietro a un perbenismo che fa male e non riesce a vedere al di là del proprio naso? Dammi, Signore, tutti i poveri... Dammi tutti i perché... tutti i carcerati..., dammi... E dove non posso arrivare... manda sempre me! Aspettami però un po’, perché riprenda fiato e sappia ritornare subito da Te! Ho bisogno d’incontrarti perché l’ultimo caso è proprio disperato. Ma non è disperato il tuo Grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Anche se l’hai lanciato al Cielo duemila anni fa, non sei stato tu ad emetterlo in quel giovane disperato, senza casa, disoccupato, con il carcere duro: il 416 bis? Ma che colpa hanno i cinque figli che gridano impauriti alla presenza dei vigili urbani? e perché dobbiamo togliere loro la Gen's 1-2/2009 casa, quando già lui è povero e non ha nulla? Perché? E ad entrare c’è un altro povero, forse ancora più povero... Ma chi è il povero, chi è il senza Dio? Perché questi non hanno avuto la possibilità di conoscerti? Forse, Signore, ti devo chiedere scusa, perché per troppo tempo sono stato fermo, chiuso nel mio io, non pensando che fuori di me c'erano fratelli e sorelle che stavano ad aspettarti, che avevano bisogno d’incontrarti... ed io non ho fatto tutta la mia parte. Ti chiedo perdono, Signore, per l’amore che Tu mi hai donato e che io ho nascosto e non ho fatto vedere. Certamente questo mio prossimo adesso sta soffrendo perché forse anch’io ho le mie responsabilità. Pago anch’io per tutto quello che non ho fatto per loro; togli a me e da’ a loro; da’ soprattutto l’amore di cui necessitano. Chi colmerà il loro debito? Chi restituirà loro la pace, il lavoro, la sicurezza, l’amore? Perdonami, Signore! Ho bisogno veramente di cambiare il mio cuore!». Rocco Goldini — pag. 37 — esperienza 35 Di fronte alle emergenze di oggi «Buon samaritano» diacono di Diego Mansutti L'autore di questo articolo è un diacono permanente che abbiamo invitato a raccontarci esperienze concrete nel campo caritativo, che ogni cristiano è chiamato a vivere, ma che sono anche tipiche del servizio diaconale sin dai primi tempi del cristianesimo. Sono attività svolte in momenti e luoghi particolarmente difficili; sono piccole grandi avventure, che gli hanno dato l'opportunità di approfondire vitalmente la ricchezza del messaggio di Gesù con la parabola del buon samaritano. Persone che mi sorprendono Nel 1976, al tempo del terremoto nel Friuli, ero vicesindaco a Povoletto, un comune alla periferia di Udine. In quell’occasione, fra i tanti arrivati da ogni dove per aiutarci, conobbi delle persone particolarmente generose, con un cuore grande e con un sorriso che ti scuoteva l’anima. Ma chi erano questi e cosa volevano col loro dare che sembrava un donare senza aspettarsi nulla di ritorno? Chi li aveva mandati in questa miseria provocata dal terremoto nel nostro martoriato Friuli? Mi venne da pensare che fossero i discepoli di Gesù calati nel nostro tempo, come dal Vangelo di Luca: «Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa... È vicino il regno di Dio». Ma che senso aveva annunziare la Parola, pur con l'impegno personale e gratuito, in questo momento “apocalittico” come era quello del terremoto, in cui le persone nulla vedevano se non il castigo di Dio o semplicemente una sfortuna? Eppure in queste persone così solari e aperte c’era un impegno sereno e coraggioso. Mi sembravano un bel ritratto della Chiesa missionaria, una Chiesa col cuore di carne per i fratelli e le sorelle bisognosi. L'amore per i terremotati ben presto ha fatto loro mettere da parte “borse e bisacce”. Il loro non era lo stile del lupo rapace, ma dell’agnello che si dona. In queste persone, che tutto davano senza nulla chiedere in cambio, ho visto l’amore disinteressato verso il prossimo. Ma chi era questo prossimo? I terremotati, noi amministratori, giovani, donne, bambini, anziani, laici e preti: tutti noi, disorientati, spauriti, incapaci di reagire, di vedere un futuro. Ma questi samaritani ebbero compassione di noi, ci presero per mano, ci guidarono e ci consolarono nel nome di Cristo. Scoprii in seguito che per loro tutti eravamo veri figli di Dio, chiamati a formare una sola famiglia: «Padre, che tutti siano uno». Cominciai a capire che nel prossimo anch’io dovevo servire Gesù Gen's 1-2/2009 — pag. 38 — 36 esperienza Tutto questo mi fece riflettere, e poi mi fece innamorare del loro stile di vita. Quanto lontani eravamo, quanta nebbia da dissipare davanti a noi, quanto poco avevamo capito della parabola narrata da Luca in cui lo scriba chiedeva a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». E Gesù non rispose direttamente, ma rilanciò una domanda: «Chi è stato il prossimo per colui che è incappato nei briganti?». È qui il significato ultimo dello stupendo racconto del buon samaritano. La prima domanda, infatti, cercava di definire oggettivamente e freddamente la categoria “prossi- 0”, esterna a chi si interroga. La domanda di Gesù, invece, ricorda che, anziché defini- e “chi sia il prossimo”, bisogna diventare, agire, “essere prossimo” dell’altro. E il mettersi dalla parte di chi ha bisogno che fa capire come si diventi veramente prossimo. Gli anni passarono e in me rimase sempre il dubbio: cosa voleva dire “essere prossimo”? Il penetrare sempre più intensamente nella spiritualità dell’unità mi fece capire come farmi prossimo. Cercai allora di non evitare più il diverso, colui che aspettava da me un aiuto, di non farmi più sfuggire l’occasione di essere fratello di chiunque, di andare incontro a tutti coloro che si sentivano diversi, emarginati, giovani in cerca di lavoro e, a volte, incapaci di realizzarsi, famiglie in difficoltà. Andavo a cercare chi per amor proprio mi schivava, chi era stato mio amico, ma per casi della vita mi sfuggiva perché non si sentiva più uomo. Volevo assolutamente superare queste distanze e far sì che tutti ci sentissimo fratelli. L’esperienza con i ragazzi disabili, ad esempio, mi fece cambiare vita, prima nella mia azienda, poi nella cooperativa; capii che diventare prossimo era veramente fare la volontà di Dio, rispondere alla domanda che Gesù fece a Pietro: «Mi ami tu?». Come non rispondere: «Signore, tu lo sai...». Di fronte a tante incomprensioni, giudizi, amarezze, queste parole di Gesù mi diedero la forza di pormi in un atteggiamento di amore, anche se la mia fragilità troppo spesso mi limitava e mi condizionava. Gen's 1-2/2009 Un’avventura inattesa Il Signore Gesù volle insegnarmi ad amarlo concretamente nei fratelli che conoscevo e in quelli che non conoscevo. E in questa avventura coinvolse anche mia moglie Serina. Così nel pomeriggio del 12 gennaio 1992 una persona amica telefonò chiedendo se ero disponibile a fare una visita in Yugoslavia nelle vicinanze di Zagabria, dove allora si era ancora in piena guerra, per vedere la possibilità di poter dare una mano. Mi diede un numero telefonico, dicendomi: «Rivolgiti sul posto a questo numero e vedi tu». Cosa voleva dire quel “vedi tu”? In quel momento mia moglie ed io capimmo che voleva dire: andare e non restare a guardare, perché a Zagabria c’erano dei prossimi che avevano bisogno. Mi ricordai in quel momento le parole del vangelo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente ... Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Le 10, 27). Dimenticai la guerra e alle quattro del mattino del 13 gennaio, assieme a mia moglie Serina, partimmo alla volta di Zagabria. Non sapevamo nulla di cosa ci aspettasse, ma eravamo certi che c’era gente che aveva bisogno di noi. È per il fratello che si passa di continuo da una vita vuota e insignificante alla vita piena: «Siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (/Gv 3, 14). Dopo varie peripezie di posti di blocco e cavalli di Frisia, con le strade deserte, alle dieci siamo arrivati a Zagabria. Non c’era anima viva, ma solo desolazione, mentre qua e là si elevavano colonne di fumo. Al primo posto telefonico tentammo di chiamare il fatidico numero, ma a gesti ci fecero capire che la sera prima la città era stata bombardata e i telefoni non funzionavano. Che fare? Ci affidammo alla Madonna — durante il viaggio avevamo recitato diversi rosari — e ci venne in mente di trovare un tassista a cui affidammo il prezioso numero telefonico. Egli con i suoi congegni via radio — pag. 39 — esperienza 37 ci fece capire che il titolare di quel numero si trovava a 10 km di distanza, nella parte opposta della città. Gli offrii una lauta mancia e lui contentissimo si mise davanti a noi e ci guidò velocemente presso l’abitazione a cui corrispondeva il numero telefonico. Con grande mia sorpresa fummo accolti calorosamente: era un mio carissimo amico di cui avevo perso le tracce da tempo, uno di quei “discepoli di Gesù” mandati nel Friuli al tempo del terremoto. Nella città di Krizevci Dopo i primi convenevoli ci disse che in città c’era una coppia di sposi che ci aspettava, così siamo stati ospiti di quella famiglia, che allora era responsabile di un gruppo di volontari che operavano nel Sud Est Europeo. Subito entrammo nel vivo del perché della chiamata che avevamo ricevuto: a sessanta chilometri dalla capitale della Croazia si trova una cittadina di nome Krizevci, antica sede del vescovo grecocattolico dell’allora Yugoslavia. Questi aveva messo la sua cattedrale con diverse case annesse, il convento e una ventina di ettari di terreno a disposizione del Movimento dei focolari. Da poco era iniziata la guerra e si sentiva un grosso problema: come ospitare, in quella struttura, delle famiglie profughe provenienti dalla Vojvodina e dalla Bosnia? Mi avevano chiamato per predisporre la coltivazione del terreno, dato che quasi tutte quelle famiglie provenivano dal mondo agricolo. Bisognava programmare culture intensive onde far lavorare molte persone. Già si intravedeva infatti che la guerra avrebbe avuto un epilogo lungo e doloroso. Dopo esserci rifocillati partimmo alla volta di Krizevci. Visitammo, incuriositi e increduli, questa realtà: strutture obsolete e in parte diroccate. Ci voleva fantasia per immaginare qualcosa di nuovo in quel complesso semiabbandonato. Subito capimmo cosa serviva e quale poteva essere il nostro ruolo in questa nuova avventura, alla quale Gesù ci aveva chiamati. Ci organizzammo chiedendo l’aiuto dell’eterno Padre e mettendo tutto nelle sue mani. Mi ripromisi di pensare un qualcosa di concreto e ci avviammo di ritorno a casa. La settimana seguente ero di nuovo sul posto per vedere con i responsabili un programma di massima da attuare con le forze umane che avevamo a disposizione. Feci in modo che alcuni profughi che dovevano essere i responsabili del progetto che ci eravamo proposto, potessero visitare, in Friuli e fuori, diverse mostre agricole specializzate. Iniziammo a mettere a coltura diversi terreni, dando loro la possibilità di sentirsi persone attive anche per dimenticare un po’ il dolore che provavano nell’essere stati sradicati dalle loro terre. Il tutto era possibile con l’aiuto di qualche volontario che mi dava la possibilità di acquistare semi o altri prodotti che servivano per portare avanti il nostro progetto. Lungo l’anno ospitai da noi alcuni giovani per farli uscire dall’ingabbiamento vissuto sotto il regime comunista e dar loro una formazione nuova. Non tutto fu facile, tanto che, al ritorno dalle visite, che periodicamente facevo al progetto, parecchie volte avevo gli occhi gonfi di lacrime per non essere riuscito a ottenere quanto ci eravamo proposto. Sembrava una corsa su scale oscure rosicchiate dal tempo e dai topi, vecchie e pericolanti, in un’oscurità quasi completa, in una desolazione che faceva male al mio credere di poter aiutare chi pareva non volere o non poter essere aiutato e non capiva che ero lì per essere fratello. Si facevano programmi concordati, si voleva risolvere il loro problema più intimo, superando quello che il comunismo passo dopo passo per tanti decenni aveva in loro logorato: l’essere persone libere, capaci di decidere e agire. Gen's 1-2/2009 — pag. 40 — 38 esperienza To, piccolo uomo, volevo risolvere questo problema sociale: che illusione, che impotenza, che presunzione! In quei momenti di sconforto e di amarezza mi buttavo nelle mani del Signore, e tutti i ritorni a casa li trascorrevo “pregando” e proprio allora Dio mi faceva vedere le cose in altro modo, mi prendeva per mano e mi spingeva a non mollare: sì, il problema era senz’altro aiutare i poveri profughi a uscire dalle tenebre, ma Dio evidentemente aveva altri programmi e mi incoraggiava a continuare. Nuova emergenza, nuove iniziative Verso l’autunno la comunità dei Focolari era chiamata a sostenere con aiuti umanitari le persone del Movimento sparse in ogni parte dell’ex Yugoslavia dilaniata da una guerra fratricida senza precedenti. Anch'io fui chiamato a collaborare in questo nuovo progetto: mi misi in contatto con il mio responsabile, che subito attivò una rete per la raccolta di quanto serviva nell’emergenza che si era creata. A Mossa di Gorizia fu allestito un primo magazzino e proprio da lì iniziammo i nostri grandi viaggi nell’incognita della guerra. Il cuore grande e generoso di Mario Tassin, mio fratello nella vita spirituale, si spalancò e rispose “eccomi”. Prima trovammo un nostro amico camionista che si mise a disposizione e partimmo con il primo TIR. Non si conoscevano le regole per attraversare le frontiere che si improvvisavano' ai confini di ogni piccolo staterello che voleva la sua autonomia: Slovenia, Croazia, Bosnia, Kossovo. Macedonia, Voivodina, ecc. Ma la voglia di essere a disposizione di Dio Padre nell’aiutare chi si trovava nel bisogno ci faceva continuamente aguzzare l’ingegno e tutto si risolveva. Problemi grossi: controlli sempre più intensi alle dogane, continui posti di blocco, burocrazia che cambiava ad ogni viaggio, polizia e militari che volevano sempre qualcosa per loro, rotture ai Gen's 1-2/2009 camion, incidente e successivo processo per direttissima, cauzioni sempre più onerose, sparatorie e nascondimenti in cantine tremolanti per i bombardamenti, perquisizioni sempre più fastidiose, deviazioni improvvise di strade chiuse o bombardate, giornate intere alle frontiere senza sapere il perché, ecc. Capivamo però che sopra di noi c’era chi tesseva il filo d’oro della nostra vita. In quegli anni di guerra abbiamo fatto oltre 150 viaggi nell’ex Yugoslavia, portando aiuti ai fratelli e alle sorelle provate dalla guerra, con tanti frutti materiali e spirituali per loro e per noi. Ancora un altro fronte: il mondo dei carcerati Torniamo in Italia. Da nove anni opero nel settore della detenzione, insegnando nella Casa circondariale di Tolmezzo e ultimamente anche a Udine nei corsi di aggiornamento. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di entrare in problematiche complesse che richiedono una profusione di risorse e di attenzioni e una molteplicità di interventi che — pur differenziandosi nell’approccio, nei metodi e nell’assunzione di ruoli — tendono alla riabilitazione umana e alla promozione sociale degli emarginati. Ho compreso quanto sia importante la disponibilità ad ascoltare immedesimandosi nelle situazioni altrui per comprenderne i disagi personali e aiutare i detenuti a superarli. Fin dal primo momento ho cercato di istaurare un rapporto diretto con loro ed essi hanno corrisposto, aprendo il loro cuore. Il carcere come funzione sociale ha un compito imposto e si dibatte tra alcune contraddizioni che sembrerebbero ineliminabili. Da una parte per tranquillizzare l’opinione pubblica si propone di: — assicurare la segregazione di chi è stato riconosciuto colpevole e adottare allo scopo misure di sicurezza che limitano la libertà personale; — pag. 41 — esperienza 39 — gestire i periodi di vita del detenuto imponendo perentoriamente tempi, modalità e forzosi adattamenti che si avvertono come punitivi; — assumere compiti e responsabilità che vengono espropriati alla persona detenuta; — esprimere nella struttura architettonica del carcere, nell’organizzazione della vita interna, nell’imposizione delle caratteristiche ambientali, un linguaggio, una nomenclatura che lo evidenzi e configuri come luogo di pena, di emarginazione e di castigo. Allo stesso tempo, si vuole: — conciliare la segregazione, la pena, la detenzione con la riabilitazione e la risocializzazione; — sollecitare la persona detenuta ad acqui- Stare autoconsapevolezza, autodeterminazione e autonomia. Nei miei contatti con i detenuti ho cercato di mettere a frutto l’esperienza di fede acquisita nel vivere quotidiano in mezzo agli handicappati, agli emarginati, ai lavoratori extracomunitari, a persone a rischio. Mi sono sforzato di vivere con questi prossimi le parole del Vangelo di Giovanni: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. (...) Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni e gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (15, 9. 12- 13). Azioni concrete Tramite varie azioni umanitarie spesso sono riuscito a far arrivare lo stretto necessario a tanti. La nostra corrispondenza è molto fitta, alleviando così la sofferenza di chi si sente escluso, senza valore, non amato. Ultimamente ho fatto da padrino alla confermazione di un detenuto che quasi quotidianamente mi scarica tutte le sue frustrazioni e le problematiche della sua difficile esistenza. Diversi alla fine della pena sono stati inseriti nel mondo del lavoro, con l’aiuto di amici imprenditori che vivono la spiritualità di Comunione e Liberazione. Un caso significativo. Un giorno uscendo dal carcere, trovo un mio allievo sotto una pioggia scrosciante con sulla schiena un sacco nero dove aveva riposto alcuni indumenti personali. Chiesi se aveva dove andare, mi disse che doveva andare a Praga a casa sua., Gli domandai se aveva i soldi per il viaggio e mi disse che ne era sprovvisto. Lo feci salire sulla mia macchina e lo portai dai miei amici imprenditori per vedere insieme il da farsi. La moglie di uno di questi si preoccupò subito di rifocillarlo e gli preparò una bella valigia piena di indumenti personali, gli operai della fabbrica, tutti extracomunitari, fecero una colletta e l’imprenditore gli diede un contratto di lavoro. Dopo lo mettemmo sul treno per la Cechia. Circa un mese dopo arrivò tutto contento con i documenti in regola per poter lavorare. Oggi è uno dei migliori operai della ditta e si prepara per tornare nel suo Paese e diventare egli stesso il piccolo imprenditore con l’aiuto dell’azienda dove attualmente è inserito. Dalle tante bellissime lettere ricevute da queste persone, vorrei dare almeno due saggi. «Ultimamente con tutte le cose che mi sono capitate, mi sono chiuso in me Stesso, non mi veniva neanche la voglia di uscire dalla cella e volevo farla finita: avevo perso la speranza, ma la tua bellissima lettera e le tue parole mi hanno ridato il coraggio di vivere». «Comincio con i miei ringraziamenti che non hanno né inizio né fine. Ultimamente stavo davvero con il cuore ferito, ma lei mi ha dato una carezza che ha fatto rinascere in me la speranza». Con sofferenza ho vissuto l’indulto del nostro governo, perché i miei allievi extracomunitari — a diversi di questi avevo potuto assicurare l’inserimento lavorativo a fine pena — sono stati tutti estradati ai loro paesi Gen's 1-2/2009 — pag. 42 — 40 esperienza d’origine. Quante lettere e telefonate di disperazione da queste persone, che hanno visto svanire i loro sogni di un futuro migliore: Viviamo in una società dove chi sbaglia è dannato dentro e fuori le sbarre e sembra destinato a rimanere sempre prigioniero dei suoi errori, un malvagio da emarginare. L’ultimo corso di ortofloricoltura che si è svolto presso la Casa circondariale di Tolmezzo ha riscosso molto interesse. Questi ragazzi, pur trovandosi in un luogo dove tutto sembra finalizzato alla privazione della libertà, frequentando il nostro corso hanno sentito nascere in loro una domanda di verità di sé e hanno iniziato un percorso di riconquista dell’umano. Una quindicina di loro si sono messi in discussione e hanno affrontato il corso con un impegno inimmaginabile anche per gli Gen's 1-2/2009 addetti ai lavori, hanno prodotto varie essenze orticole e 3.500 steli di crisantemi e circa 200 vasi messi poi in commercio. Il corso ha fatto toccare con mano l’alto livello qualitativo dello studio-lavoro che ha reso questi detenuti capaci di dar prova della professionalità acquisita. La direzione del carcere di Tolmezzo in questo modo ha arricchito la personalità dei carcerati, dando loro la possibilità di passare dal fallimento alla possibile elevazione umana, mettendo in evidenza la Costituzione del nostro paese che vuole la detenzione come un percorso di redenzione: “vigilando redimere”. Aiutando coloro che hanno sbagliato a riprendere il giusto cammino, non solo li promuoviamo, ma miglioriamo anche la società in cui tutti viviamo. Diego Mansutti — pag. 43 — intervista 41 Preparazione dei candidati al diaconato «Ho formato alla vita di comunione» intervista a Vincenzo Chiarle Un'esperienza ben riuscita di formazione dei diaconi nell’archidiocesi di Torino. Don Aldo Bertinetti ha intervistato don Vincenzo Chiarle, il sacerdote che ha lavorato in questo campo per più di trent’anni. Naama 1972 sei stato incaricato della formazione spirituale dei diaconi dell’archidiocesi di Torino. Si trattava per te di una cosa nuova. Come hai reagito? Fu una cosa nuova per me e in quel tempo lo era anche per tutti nella Chiesa. Ho subito letto un libro di don Altana, che era appena uscito, e mi sono confrontato con mons. Pignata, che era stato incaricato come delegato del cardinale nella nostra diocesi. Avendo capito che un punto essenziale di questo “nuovo” ministero era proprio il saper “vivere e creare comunione”, mi appassionai subito. Pensai che un’importante fonte per questo lavoro potesse essere la spiritualità dell’unità, tipica del Movimento dei focolari, anche perché l’esperienza della mia parrocchia, Vallo Torinese, era così impostata e stava dando notevoli frutti. L’ideale dell’unità restò poi sempre il punto di riferimento di tutto il mio agire coi diaconi. Mons. Pignata si stupiva che ogni volta offrivo cose nuove: non sapeva che nella maggior parte dei casi attingevo proprio dalla “Parola di Vita”: una frase a senso com- piuto della Scrittura con relativo commento che i membri del Movimento dei focolari si impegnano a vivere mese per mese. «Ordinerò solo uomini di comunione» Il vostro vescovo di allora, il card. Michele Pellegrino, aveva chiesto ai candidati al diaconato di lasciarsi formare in una spiritualità di comunione, altrimenti non li avrebbe ordinati. Potresti raccontarci come è stata data questa direttiva e come l’hanno presa i candidati al diaconato? Fu proprio all’inizio del primo corso di formazione, nel *72 appunto, a Pianezza, sede del diaconato, che il cardinale, rilevando che sovente i preti formati fino allora avevano una spiritualità piuttosto individualistica, affermò con molta chiarezza che chiedeva a coloro che volevano iniziare il corso per il diaconato di avere già subito un’apertura alla visione comunitaria portata dal Concilio Vaticano II. Disse testualmente: «O sarete uomini con spirito comunitario, o non vi ordinerò». Furono parole chiare, anche se pronunziate con tanto garbo, come era suo costume. Questi primi aspiranti furono certamente un po’ sorpresi, dato che tale discorso era nuovo nella Chiesa, ma accettarono di buon grado questa raccomandazione, forse con un Gen's 1-2/2009 — pag. 44 — 42 intervista po’ curiosità di sperimentare qualcosa che gli stessi preti ancora non avevano. Come avete iniziato e poi portato avanti tale raccomandazione del vostro vescovo? Il modello che io avevo davanti, attenendomi alle indicazioni del mio vescovo e consultando altri sacerdoti, e che stavo già vivendo, come accennato prima, mi veniva dalla spiritualità del Focolare. Ovviamente non si chiedeva ai futuri diaconi di far parte del Movimento, ma si offriva loro la possibilità di far tesoro del carisma dell’unità che nella Chiesa era a disposizione di tutti. I futuri diaconi accettarono ben volentieri questa proposta di una spiritualità di comunione, perché la trovavano rispondente alle esigenze della Chiesa e del mondo di oggi e ben adatta alla loro vocazione. Una solida base: la spiritualità dell’unità Tu hai formato tanti diaconi a Torino e sembra con successo. Potresti descrivere un po’ più ampiamente la linea che hai seguito? Mi sono basato sempre sui documenti della Chiesa (soprattutto quelli del Concilio), e anche sugli scritti dei Padri, che sono ricchissimi di stimoli alla comunione ecclesiale. In questo modo sono riuscito a far conoscere vitalmente le principali tematiche per una spiritualità di comunione — tra cui: Dio come Amore, la volontà di Dio, la Parola di Dio, la presenza di Gesù in ogni prossimo, il comandamento nuovo, il mistero di Gesù crocifisso e risorto, lo Spirito santo, Maria, ecc. Attraverso la Parola vissuta e poi la conseguente comunione delle esperienze si entrava man mano nella vita quotidiana e loro scoprivano i vari aspetti concreti nei quali la Parola di Dio si incarna: come la comunione dei beni spirituali e materiali, l’evangelizzazione cioè l’irradiazione con la testimonianza della propria vita, l’unione continua con Dio, la cura della salute fisca e spirituale nostra e degli altri, l'armonia nel vestito, nella casa e nei rapporti sociali, lo studio che diventa sapienza e, per ultimo, la Gen's 1-2/2009 circolazione delle notizie e delle esperienze evangeliche a servizio della comunione fra tutti. Per i diaconi questa scuola di vita fu una meravigliosa avventura, un vero incontro con un volto avvincente del cristianesimo. Molti diaconi di allora ricordano ancora bene tutte queste scoperte piene di luce. Proprio per questo, man mano che la nostra esperienza veniva conosciuta, soprattutto in Italia, fui chiamato a tenere incontri e conferenze in tante regioni del nostro Paese, dove potei seminare a larghe mani questo metodo. Il primato del servizio per amore I diaconi sono essenzialmente uomini della diaconia della Chiesa, a servizio delle comunità cristiane e dell'umanità. Come li hai formati in questa linea? La sottolineatura principale fin dall’inizio fu proprio il servizio, mettendo in guardia i candidati dal diventare dei “manichini sacri”, evitando un’esagerata tendenza al servizio liturgico visto come fine a se stesso. Di conseguenza si insistette sempre nella vita di comunione tra di loro e con i presbiteri della diocesi. In questa dimensione, ad esempio, il regolamento che si è scritto per la nostra diocesi — forse unico a questo riguardo — prescrive che i diaconi attuino una forma di cassa comune, cosa che la maggior parte di loro fanno tuttora. Quindi emerse il primato della carità, vissuto in parrocchia, cercando di non cedere a nessuna tentazione di “potere” e distaccandosi in ogni modo dai compensi, dai soldi... A molti diaconi per questo ancora oggi viene affidato, sia in parrocchia che nelle diocesi, il servizio della Caritas. Naturalmente la figura che emerse subito come riferimento ideale fu quella di Maria imitata nelle sue caratteristiche tipiche: accoglienza, ascolto, azioni concrete, ecc. Quando fui consultato sulla bozza di quello che doveva diventare il «Direttorio per il — pag. 45 — intervista 43 ministero e la vita dei diaconi permanenti» per la Chiesa universale, che uscì ad opera della Congregazione del Clero nel ‘98, diedi i miei suggerimenti anche su questo punto. Ebbi la sorpresa di veder riportato letteralmente un brano proprio su Maria. Dice: «A Maria guarderà con venerazione e affetto profondo ogni diacono: Infatti la Vergine Madre è stata la creatura che più di tutte ha vissuto la piena verità della vocazione, perché nessuno come Lei ha risposto con un amore così grande all'amore immenso di Dio. Questo amore particolare alla Vergine, Serva del Signore, nato dalla Parola e tutto radicato nella Parola, si farà imitazione della sua vita. Sarà questo un modo per introdurre nella Chiesa quella dimensione mariana che molto si addice alla vocazione del diacono» (n. 57, $ 3). Su mio consiglio fu aggiunta inoltre la frase: «I diaconi, provenienti da associazioni o movimenti ecclesiali, non siano privati delle ricchezze spirituali di tali aggregazioni, nelle quali possono continuare a trovare aiuto e sostegno per la loro missione a servizio della Chiesa particolare» (n. 11). Tali suggerimenti li avevo spediti anche direttamente all’allora card. Ratzinger, che mi rispose con una bellissima lettera. Evangelizzare testimoniando con la vita I diaconi sono chiamati ad evangelizzare. Come li hai preparati a questo aspetto così specifico e centrale del loro ministero? La sottolineatura qui è sempre stata quella di vivere la Parola prima di annunziarla, in modo che fosse proprio una Parola “di vita”, come san Paolo stesso dice. Per questo si dava molto spazio alla condivisione delle esperienze sulla Parola, sia nei ritiri che nelle convivenze. E si insegnava che, nella predicazione e nella catechesi che i diaconi sarebbero stati chiamati a fare, era importante portare sempre la propria esperienza e quindi non limitarsi ad offrire idee e principi, ma donare le proprie esperienze fatte alla luce della Parola di Dio, anche perché oggi — secondo la nota espressione di Paolo VI — più che i maestri si ascoltano i testimoni. A volte i rapporti tra i diaconi e i parroci sono un po’ difficili. Cosa avete fatto per superare queste difficoltà? Il problema esiste tuttora. Basti pensare che in Italia sono una ventina le diocesi che avevano instaurato il diaconato e poi successivamente l’hanno sospeso, proprio per i problemi sorti nei rapporti con i parroci. Da noi abbiamo puntato fin dall’inizio alla comunione da attuare prima di tutto nella famiglia e sul posto di lavoro e poi col presbitero con cui si collaborava, senza nascondere che per far questo è necessario saper “morire a se stessi e alle proprie idee” secondo quel motto così specificamente evengelico: «E meglio il meno perfetto in unità che il più perfetto in disunità». È stato di grande aiuto in questo senso l’amore a Gesù nel fratello e a Gesù crocifisso e abbandonato, cardine dell’amore autentico. E questo li faceva diventare capaci di creare comunione anche fra le varie componenti della parrocchia come gruppi, associazioni varie e movimenti, “facendo da ponte” pure tra vescovi, sacerdoti e laici. Una conferma al riguardo ci venne dalle parole di Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo dei diaconi (20/2/2002): «Il vostro servizio della carità, come coerente conseguenza del mistero eucaristico, vi porti a vincere l’affaticamento, la frustrazione e l’incomprensione di molti. Vivendo pienamente la comunione ecclesiale e la fraternità diaconale nella vostra diocesi, Gesù vi ristorerà: non perdetevi di coraggio!». In effetti in tutti questi anni nella nostra diocesi, pur nelle inevitabili difficoltà, non si sono mai creati degli scontri o rotture gravi. E di questo danno atto tutti, per primi i nostri vescovi. Ovviamente anche i parroci sono stimolati a fare questo stesso cammino, essendo tutti chiamati a vivere il cuore del messaggio evangelico, cioè la carità che porta alla più profonda e fraterna comunione. Gen's 1-2/2009 — pag. 46 — 44 intervista Il ruolo delle mogli dei diaconi Abbiamo saputo che nella formazione dei diaconi alla vita di comunione hai tenuto presenti anche le loro mogli. Cosa hai fatto di speciale per loro? Abbiamo sempre avuto ben chiaro che il sacramento dell'Ordine riguarda solo i mariti, ma la vocazione a questo servizio nella Chiesa coinvolge anche le rispettive famiglie e in primo luogo le mogli. Queste, perfettamente consce dei’ sacrifici che comporta avere un marito diacono, non solo permettono ad essi di accettare il diaconato, ma si dispongono a collaborare con una vita autenticamente evangelica nella famiglia e nella comunità cristiana. Ciò costituisce un fecondo retroterra per la vita e l’azione dei diaconi. Anche qui la formula giusta, che ha dato sempre tanto equilibrio e luce, è stata la crescita della vita di comunione nella coppia. Per questo, almeno da noi, le mogli accompagnano la formazione dei mariti, partecipando ai ritiri e alle convivenze estive, e talvolta a qualche incontro o corso di esercizi Gen's 1-2/2009 fatto apposta per loro. Nel primo biennio è previsto anche un corso di spiritualità familiare tenuto da una persona esperta in questo ambito. Nel cammino formativo le spose riscoprono la figura di Maria, che vive la Parola e diventa la discepola per eccellenza e il sostegno degli apostoli. È vero che tra i diaconi torinesi già partiti per il Cielo alcuni hanno lasciato segni di santità? Parlare di santità in forma ufficiale forse è un po’ forte o quanto meno prematuro... Chissà! Certo tra i diaconi defunti — sono già parecchi in tanti anni — spiccano alcune figure di grande levatura spirituale, soprattutto come esempi di carità vissuta, anche per aver creato comunità di accoglienza e cose simili. Abbiamo fatto una fondazione per l’aiuto alle famiglie diaconali che ha preso il nome proprio da due di questi diaconi esemplari: Gasca e Ferrero. a cura di Aldo Bertinetti — pag. 47 — | rai tanti timori che frenano i giovani a donarsi a Dio nella vita sacerdotale, certamente vi è la prospettiva di una vita SE ! solitaria, lontano dagli affetti della famiglia, nucleo fondamentale per ogni persona. Difficoltà che talvolta è capace di tarpare le ali e di ingabbiare quel desiderio di “Infinito” di chi è chiamato ad aprire i propri orizzonti e donare la sua vita a tutti. Un giovane sacerdote svizzero che lavora in un ambiente molto secolarizzato racconta di un’esperienza vissuta insieme ad un altro sacerdote e un gruppo di giovani. «Avevo in programma una settimana di vacanze con un mio amico sacerdote, per riposarci e conoscere un nuovo ambiente, ma soprattutto per stare insieme da veri fratelli, amandoci come Gesù ci ama. È nata l’idea di offrire ai giovani la possibilità di stare con noi. Sono venuti in 10, ragazzi e ragazze, delle nostre due parrocchie, quasi tutti non praticanti, ma nostri veri amici. Quasi automaticamente hanno cominciato a vivere come noi: l’uno per l’altro e nessuno per se stesso. Superando con facilità, quasi senza accorgersene, i propri limiti e i propri gusti, ognuno era spontaneamente disponibile per l’altro. Ed è avvenuto ciò che avevamo desiderato: hanno potuto vedere, toccare Gesù. Un giovane che poche settimane prima affermava di non riuscire ad immaginarsi che Dio potesse esistere, diceva: “Mi sembrava che qualcuno, penso Gesù, si aggiungesse al nostro gruppo dicendo: ci sto anch’io nel dare la vita per voi”. In seguito, l’amore come ce lo propone Gesù nel Vangelo è diventato sempre più l’ideale e la vita di questi giovani che, con sorpresa, si sono ritrovati cristiani vivi, parte della Chiesa. Col tempo si sono aggiunti altri, compagni di scuola e amici, portando sempre una nuova ricchezza. di idee e dando vita ad iniziative varie non solo per i giovani ma anche per i bambini. A questo punto scoprivano la spiritualità dell’unità come una sorgente di luce per andare in profondità e tradurre il Vangelo in vita e nasceva tra noi una vera comunione. Vedevo fiorire un pezzo di Chiesa viva per la presenza del Risorto tra noi». Anche fra i seminaristi si sente forte questo bisogno, che trasformato in vita, fa nascere il desiderio di costruire in seminario insieme agli altri un ambiente di famiglia. Nel recente Congresso internazionale a Castel Gandolfo “C’è una via... La sfida dei rapporti”, sperimentando gli effetti della presenza di Gesù in mezzo, ci siamo impegnati a vivere nei nostri seminari l'Arte di amare: amando tutti, amando per primi, amando negli altri Gesù, amando i nemici. L’arte, potremmo dire, di creare quella famiglia che, pur immersa nel mondo, vive con Dio presente in mezzo ai fratelli. Notizie. dal mondo dei seminari - 51 a cura della segreteria internazionale del movimento gens UNA SOLA FAMIGLIA Gen's 1-2/2009 - 45 — pag. 48 — "arte amare vissuta Amando tutti Italia. «Dopo pranzo, nel mio corso è consutudine fermarci un po” in una sala comune. Un giorno ero lì con alcuni compagni, quelli con cui mi trovo più a mio agio. Dopo un po’ si iniziò a parlar male di un ragazzo della nostra comunità che non era presente. Subito mi venne in mente l’arte d’amare che ci esorta ad amare tutti, anche le persone non presenti, e cercai di cambiare argomento. Nonostante diversi tentativi non riuscii, e decisi allora, di andarmene in camera. Qualche minuto dopo uno di loro mi venne a trovare chiedendo il motivo della mia “fuga” ed io, cercando il coraggio in Dio, gli dissi con fermezza che non condividevo quel modo di fare. Sembrò stupito per questo mio modo di agire, ma da quel giorno, ogni volta che siamo in gruppo e si inizia a parlare male di qualcuno, questo mio compagno mi aiuta a cambiare discorso». (C.M.) La giusta opportunità Brasile. «Ogni mattina, dopo la preghiera, ci proponiamo di vivere durante la giornata un punto dell’arte d’amare. Un giorno mentre andavo all’università ho incontrato una signora che mi chiedeva aiuto. Voleva alcune informazioni e si notava in lei una certa inquietudine. Era l’occasione per vivere concretamente il proposito di quel giorno, che era “Amare tutti”. Ho subito preso la sua valigia per accompagnarla alla stazione della metro. Lei era molto contenta di questo gesto e mi diceva: “Ancora si trovano persone che desiderano fare del bene agli altri”. Nella metropolitana cominciava a parlarmi di sé con Gen's 1-2/2009 - 46 grande apertura d’anima. Poi mi ha chiesto da dove vengo e tante altre cose. Quando le ho detto che volevo diventare sacerdote è rimasta sorpresa. E mi rispondeva: “E vero, si vede che tu hai una grazia speciale, che sei diverso dagli altri, nel modo come mi guardi, mi ascolti, mi parli; veramente si vede Gesù sul tuo viso”. Alla fine di questo dialogo lei aveva cambiato aspetto, era nella pace e non più nell’agitazione e nella preoccupazione». (E.S.) Amato per primo Italia. «L'altra mattina nella meditazione ci eravamo lasciati con la Parola da vivere: “Amare per primo”, ricordando la frase di Paolo nella Lettera ai Romani San Paolo dice: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. Avevamo preso coscienza del fatto che l’amore soprannaturale ama non per interesse o per pura amicizia 0 altro. Spinge ad avere sempre l’iniziativa, senza attendere di essere amati. E così che nel pomeriggio, prima di riprendere il lavoro, affacciandomi alla finestra ho notato che cominciava a piovere e che gli indumenti dei miei compagni, ormai quasi asciugati, si bagnavano di nuovo. Mi sono ricordato della meditazione del mattino e sono corso per andare a toglierli. Scendendo in lavanderia per stenderli, ho visto che c’erano sulle corde dei vestiti già asciutti. Ho iniziato raccoglierli e poi a piegarli per bene e a riporli nell’armadio. Facendo quel lavoro con amore, sentivo che ogni camicia o maglia che piegavo era per far dono ai miei fratelli di casa, e mi si riempiva l’anima di gioia! Ma questa spinta nasceva dall’essermi sentito tante volte amato per primo. Molte volte, infatti, quel gesto compiuto quel pomeriggio qualcuno lo aveva fatto a me. Questo faceva scaturire in me il desiderio di far sentire amati anche gli altri». (G.D.) L’unità conquista Brasile. «Nel nostro seminario, pur tra le incomprensioni di tanti seminaristi che non condividono il nostro modo di vivere la Parola di vita, siamo in due a vivere la spiritualità dell’unità. Ogni sera ci ritroviamo nella stanza di uno di noi per meditare e condividere le esperienze sulla Parola vissuta. — pag. 49 — a carità è virtù importantissima, è tutto. Sarà bene, quindi, impegnarsi fin da È subito a viverla un po’meglio. E per farlo, occorre conoscere quali sono le cose che la rendono speciale. Dice un pensatore: «Amare è bene; saper amare è tutto». Sì, saper amare, perché l’amore cristiano è un'arte e occorre conoscere quest'arte. Ha detto un grande psicologo del nostro tempo: «La nostra civiltà molto raramente cerca d’imparare l’arte di amare e, nonostante la disperata ricerca di amore, tutto il resto è considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere. Quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi e quasi nessuna per conoscere l’arte di amare». La vera arte di amare emerge tutta dal Vangelo di Cristo. E metterla in pratica è il primo imprescindibile passo da compiere per poter scatenare quella rivoluzione pacifica, ma così incisiva e radicale che cambia ogni cosa. Tocca non solo l’ambito spirituale, ma anche quello umano, rinnovandone ogni espressione: culturale, filosofica, politica, economica, educativa, scientifica, ecc. E il segreto di quella rivoluzione che ha permesso ai primi cristiani di invadere il mondo allora conosciuto. Arte impegnativa, con forti esigenze... È un'arte che vuole si superi il ristretto orizzonte dell'amore semplicemente naturale diretto spesso quasi unicamente alla famiglia, agli amici. Qui l’amore va indirizzato a tutti; al simpatico e all’antipatico, al bello e al brutto, a quello della mia patria e allo straniero, della mia o di un'altra religione, della mia o di un’altra cultura, amico 0 avversario 0 nemico che sia. Occorre amare tutti come fa il Padre del Cielo che manda sole e pioggia sui buoni e sui cattivi. (...) . Testo integrale: Chiara Lubich, L'arte di amare, Roma 2005, pp. 23-24 Ma ora una bella novità. Diversi seminaristi, specialmente quelli del corso di filosofia, cominciano interessarsi e a partecipare ai nostri incontri. Ora, anche alcuni che prima non condividevano questa vita di unità, hanno chiesto di parteciparvi. E allora cerchiamo di vivere insieme, pur con qualche difficoltà, l’amore reciproco, aiutandoci nelle piccole cose». (J.P.) Una settimana di piccole opere d'Arte Austria. «Nel mese di febbraio insieme a due sacerdoti e tre giovani del seminario minore, abbiamo trascorso una settimana di vacanza in montagna. Vivendo insieme abbiamo sperimentato fortemente la presenza di Gesù fra noi. I seminaristi vedevano la bellezza del nostro modo di vivere, sempre nell’attenzione a mantenerci nell’unità e nell’amore reciproco. Tutte le mattine dopo le lodi meditavamo su un punto dell’ Arte d’amare cercando durante il giorno le occasioni per metterla in pratica: sciando, incontrando la gente, aiutando qualcuno che cadeva, creando tanti bei rapporti con le persone che incontravamo. Cercavamo di amare il personale dell’alloggio e l’autista del pullman che incontravamo ogni giorno e col quale è nata subito un amicizia sincera. Anche con alcune ragazze, attratte dal nostro modo gioioso di stare insieme, si è creato un rapporto costruttivo. Sono rimaste Gen's 1-2/2009 - 47 — pag. 50 — molto sorprese e contente quando hanno scoperto che eravamo sacerdoti e seminaristi. Una volta uno di noi era un po” triste e voleva stare da solo. Siamo partiti per sciare, ma dopo un po” uno dei seminaristi, nonostante indossasse le scarpe da sci e il cammino fosse molto lungo, ha deciso di tornare indietro per restare con lui. Ognuno si impegnava ad ‘amare concretamente: cucinando, apparecchiando, andando al supermercato, sopportando le difficoltà. Ogni giorno dopo la messa, in un clima di famiglia ci raccontavamo le esperienze fatte durante la giornata. Era bello stare insieme mentre alcuni di noi preparavano la cena. Anche lì sperimentavamo la gioia che scaturiva dal vivere l’arte di amare: la cena preparata con amore era molto più buona!». (A.M.) ella scia dell’ultimo sinodo dei vescovi, la Commissione cultura ed ecumenismo dell’ Almo Collegio Capranica, che storicamente rappresenta una delle più antiche istitu- zioni ecclesiastiche di Roma, sta portando avanti una serie di appuntamenti su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Sono in programma quattro incontri, che vedranno la presenza di altrettanti esponenti dei movimenti e delle nuove comunità naristi — Incontro al Collegio Capranica c. p. 21, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 1-2/2009 - 48 sorte nella Chiesa. Martedì 21 aprile si è svolto l’incontro con Maria Voce, la nuova presidente del Movimento dei focolari, che ha parlato sul tema: La Parola di Vita nell’Opera di Maria. Alla conferenza erano presenti il vicerettore don Luca Mastrangelo e circa cinquanta tra sacerdoti e seminaristi provenienti da diversi paesi. Dopo una breve presentazione Maria Voce, che porta anche il nome di Emmaus, ha sviluppato il tema sulla Parola cominciando dagli inizi del movimento fino ad oggi. Poi ha invitato due seminaristi che vivono la spiritualità dell’unità a condividere con i presenti le loro esperienze sulla Parola. Ha risposto ad alcune domande sulla realtà dell'Opera oggi, dando alcuni suggerimenti su come vivere concretamente il Vangelo nel quotidiano. La serata è terminata con un caloroso e prolungato applauso. Alcune impressioni: «L'incontro con la presidente del Movimento dei focolari è stato, tra i momenti organizzati dalla Commissione cultura, uno che mi ha particolarmente impressionato. Raramente, in questi anni, si è creata un’atmosfera così calda e familiare come questa sera». «Quello che mi ha colpito di più delle parole di Maria Voce e dei due semiafferma Nicolas — è che parlavano della vita cristiana sulla base del Vangelo, con tutta la sua semplicità e con tutta la sua profondità, mettendo nel centro la carità». «Ciò che di più mi ha interessato — scrive Piero Gallo — è stata la semplicità della modalità con cui la Parola di Dio viene proposta quale modello concreto di vita e di esistenza. Questa semplicità le permette di agire come strumento efficace e diretto, in grado di sottolineare come sia possibile incarnare il vivere cristiano nella quotidianità». «Mi pare di poter dire — ha concluso il moderatore, Salvatore Purcaro — che stasera con lei abbiamo fatto l’esperienza di Emmaus, nome a lei tanto caro, con Gesù in mezzo a noi che ci spiegava la Parola. Ora tocca a noi andare ad annunciarlo per le strade del mondo». — pag. 51 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen 3 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell'invio della predetta rivista. 9 cen's rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) - Approvazione ecclesiastica: Frascati (Roma). Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, c/o Brendan Leahy, Focolare Centre, Prosperous. Co. Kildare, Irlanda. Gens, c/o Georg Pfender, P.O. Box 328, Ayala Alabang Village Post Office, 1799 Muntinlupa, Metro Manila, Filippine. Gens, c/o Prakash Kiran, St. Pius Complex, Aarey Road, Goregaon East, Mumbai, 400 063 India. Bilingue Inglese/Cinese: Being One, c/o Fr. Peter Leung, Chinese Martyrs Catholic Church, 2755 Denison Street, Markham, Ontario L3S 243, Canada. Lingua Spagnola: Gens, c/o Carlos Becaria, Apdo. Agreo 340203, Av. 68 No. 100-51 Un. 2 Ap. 410, Bogotà, Colombia. Gens, c/o Jorge Frigerio, Curia episcopal, Espania 421, 5280 Cruz del Eje (Cordoba), Argentina. Lingua Portoghese: Perspectivas de Comunhào, Cx. Postal 18, 06730-970 Vargem Grande Paulista - SP, Brasile. Lingua Tedesca: Das Prisma, Verlag Neue Stadt, Miinchener Str, 2, D-85667 Oberpframmern, Germania. Lingua Polacca: Gen è, ul. Przyklinga 12, 40-551 Katowice, Polonia. Lingua Coreana: 461-4 Seogyo Dong, Mapo Ku, 121-210 Seoul, Corea del Sud gen’s su internet: Per accedere ai numeri della nostra rivista già consultabili in internet: entrare nel sito /Atp:/Avwm.indaco-torino.net e cliccare su: RIVISTA GENS. Ringraziamo per l'ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. — pag. 52 — bimestrale