gen’s 2010/1-2 – «Carità nella verità» Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2010-1-2-carita-nella-verita/ — pag. 1 — «Carità nella verità» Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale — D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB —- ROMA rivista di vita ecclesiale Editoriale Cristianesimo e società Benedetto XVI Una vera «rivoluzione d’amore» Chiara Lubich Economia di comunione Enrique Cambén Trinità e sviluppo sociale Aldo Giordano Sviluppo: questione culturale Juan E. Belderrain Una diversa logica economica A. Vincenzo Zani Dimensione educativa della CV Marco Fatuzzo Scuole per politici “nuovi” | Mario Benedini Il Vangelo e la trasformazione sociale Renzo Beghini Impegno per la giustizia Antonio Bacelar Poveri: protagonisti del proprio sviluppo E 1/2 SL — pag. 2 — gennaio - aprile 2010 14 22 25 30 35 38 41 44 45 EDITORIALE SPIRITUALITÀ FONDAMENTI STUDIO RIFLESSIONE RIFLESSIONE STUDIO INTERVISTA ESPERIENZA ESPERIENZA ESPERIENZA BIBLIOGRAFIA MONDO DEI SEMINARI Cristianesimo e società Enrique Cambon Una vera «rivoluzione dell’amore» Benedetto XVI Economia di comunione nella libertà Idee e principi per una nuova economia Chiara Lubich Comunione trinitaria e sviluppo sociale Chiave di lettura della «Caritas in veritate» Enrique Cambòn Sviluppo: questione radicalmente culturale Sguardo sull’enciclca CV a partire dall’ Europa Aldo Giordano Una diversa logica economica Contributo originale della CV vista dai Paesi poveri Juan E. Belderrain Dimensione educativa della Caritas in veritate Lo sviluppo integrale come amore sociale A. Vincenzo Zani Scuole per politici «nuovi» «Anche la politica ha bisogno di persone aperte all’amore reciproco» (CV 39) Marco Fatuzzo Il Vangelo: «codice» della trasformazione sociale È possibile una pastorale sociale senza essere strumentalizzati politicamente? Mario Benedini Valore teologale dell'impegno per la giustizia La carità nella verità: fonte di creatività e progettualità condivisa Renzo Beghini I poveri: protagonisti del proprio sviluppo «Ero straniero...»: un fenomeno epocale sempre più ampio, affrontato dalla CV Antonio Bacelar Libri sull’Economia di Comunione a cura della Redazione Notizie dal mondo dei seminari — 52 a cura della segreteria internazionale del movimento gens — pag. 3 — editoriale Cristianesimo e società 1 Vangelo contiene dei valori sociali che i cristiani non possono esimersi di “gridare dai tetti”: non solo perché hanno a che vedere con il centro del messaggio evangelico, e quindi con la sua credibilità e rilevanza, ma anche perché si tratta di realtà dove si gioca il futuro dell’umanità. Se è vero, com’è stato simpaticamente detto nella conferenza stampa di presentazione della Caritas in veritate (CV), che “si tratta di un’enciclica non di un’enciclopedia”, per cui non si può pretendere che analizzi e offra risposta a tutti i problemi umani, allo stesso tempo è innegabile che essa affronta con coraggio uno spettro enorme di realtà sociali che travagliano il mondo. Il nucleo dell’enciclica si trova in una tematica particolarmente cara all’attuale Pontefice: l’articolazione tra Logos e Agape, tra verità e amore come dice appunto il titolo medesimo. Per il primo dei due aspetti, cioè il Logos, chi ha letto precedenti pubblicazioni e interventi del teologo Ratzinger sarà d’accordo nel riconoscere l’importanza che ad esso attribuisce e la profondità con cui l’affronta'. Allo stesso tempo, per rilevare la centralità che assegna alla carità, basterebbe ricordare quella che è stata la sua prima enciclica: Deus caritas est. Un uomo di cultura commentava che questo Papa propone costantemente ai cristiani e al mondo una “spiritualità aletheica” (aletheia in greco: verità), fondamentale e necessaria specialmente per la nostra epoca dove crollano le certezze, si smarriscono i punti di riferimento valoriali e il significato trascendente dell’esistenza’. Insieme a ciò e inseparabilmente — come non potrebbe essere altrimenti dal punto di vista cristiano —, si rinviene nel suo pensiero una “spiritualità agapica”. Una frase per tutte della CV che riflette e sintetizza il nesso tra queste due dimensioni: «Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore. (...) Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco d'intelligenza e l’intelligenza piena di amore» (n. 30). Non potendo ovviamente commentare tutti gli argomenti affrontati dall’enciclica, abbiamo scelto alcune tematiche fondanti, pur nei limiti di spazio e con le caratteristiche non specialistiche della nostra rivista. Offriamo, di seguito, una sintetica presentazione dei vari contributi. Considerare la persona come centro della vita sociale è una realtà ben presente nella dottrina sociale della Chiesa, che la nuova enciclica reitera: «L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale» (CV 25; GS 63). Eppure c’è in questo documento un’angolazione per certi versi nuova e originale: afferma chiaramente un’antropologia trinitaria. A mostrare questo asse portante, questa chiave di lettura della CV — pur senza negare altre idee-forza? — è stato dedicato uno degli articoli di fondo. Se non si percepisce questa prospettiva Gen's 1-2/2010 — pag. 4 — 2 editoriale di una socialità comunionale-trinitaria, si rischia di attribuire all’enciclica una valenza piuttosto “spirituale”, fondata in atteggiamenti ideali ma tutto sommato inoffensivi, senza cogliere fino in fondo l’importanza e la portata “sovversiva” della dinamica sociale che essa propone. Nello stesso senso, non poteva mancare nel nostro approccio all’enciclica il rilievo degli aspetti singolari della “logica economica” che essa presenta. Si direbbe una sorta di rifondazione economica (basata sul dono, la gratuità, la fraternità, la reciprocità, in profonda solidarietà con gli ultimi...), riferita non soltanto al terzo settore, al non profit, al volontariato, ma a tutta la società, e non solo a livello micro o locale, ma globalizzato, mondiale‘. Al fine di offrire una visione di più ampio respiro abbiamo affrontato questo aspetto in due articoli diversi: uno a partire dall'Europa e l’altro dall’ottica dei Paesi poveri del mondo. Particolarmente significativo il raffronto di questa tematica con l'Economia di Comunione lanciata da Chiara Lubich, di cui presentiamo alcuni tratti fondamentali attraverso frammenti del suo discorso tenuto in occasione della Laurea honoris causa in economia e commercio, conferitale dall'Università Cattolica di Milano. Dopo un saggio sui risvolti pedagogici del documento, che vanno ben al di là dei riferimenti espliciti a questa disciplina, la seconda parte del numero che presentiamo, una buona metà, è dedicata a concrete esperienze di vita attinenti a diversi aspetti dell’enciclica. Seguiamo con ciò lo stile permanente della nostra rivista, dove si vuole che studio e sperimentazione, teoria e prassi, camminino sempre insieme in modo proporzionale. In pochi altri campi ciò è così importante come in quello sociale. Perché se da una parte, com’è stato detto, la dottrina sociale potrà diventare sempre più audace e propositiva nella misura in cui sia sostenuta e stimolata dall’esperienza autenticamente evangelica dei cristiani, è questa a sua volta che può illuminare e far apparire non utopistici né irrealizzabili i grandi principi e valori enunciati. E. C. 1) Vedi ad es. i suoi dialoghi con J. Habermas (Ragione e fede in dialogo, Marsilio, Venezia 2005), e con P. Flores D’Arcais (Dio esiste?, supplemento a “MicroMega” 2 [2005]). 2) Significativa la descrizione di ciò che si avverte sempre di più nel mondo d’oggi, del sociologo A. Touraine, il quale nell’introduzione alla sua opera “La globalizzazione e la fine del sociale” (Il Saggiatore, Milano 2008) dice: «abbiamo l’impressione che il vecchio mondo stia andando in frantumi e niente possa sostituirlo», per cui abbiamo bisogno di sottrarci «alla sensazione angosciante della totale perdita di significato». 3) J. Moran, Riflessioni sulla Caritas in veritate. I fondamenti antropologici, in “Nuova Umanità” XXXI (2009/6) 186, pp. 727-736; V. Araùjo, Caritas in veritate: lo sviluppo è radicalmente “questione antropologica”, ivi, pp. 715-726; Forum: La Caritas in veritate di Benedetto XVI, in “Sophia” 2 (2009), pp. 194- 245; Aa.Vv., Amore e verità. Commento e guida alla lettura dell'Enciclica Caritas in veritate, Paoline, Milano 2009; G. Campanini (a cura di), Linee guida per la lettura della Caritas in Veritate, Dehoniane, Bologna 2009; La speranza dei popoli. Lo sviluppo nella carità e nella verità. L'enciclica sociale di Benedetto XVI letta e commentata da Mario Toso, LAS, Roma 2009. 4) Cf S. Zamagni, Economia ed etica. La crisi e la sfida dell'economia civile (intervista di N. Curci), La Scuola, Brescia 2009 (spec. il primo cap.: «Fraternità, dono, reciprocità nella Caritas în Veritate»). Gen's 1-2/2010 — pag. 5 — spiritualità 3 Una vera «rivoluzione d'amore» S petta ai fedeli laici mostrare concretamente nella vita personale e familiare, nella vita sociale, culturale e politica, che la fede permette di leggere in modo nuovo e profondo la realtà e di trasformarla; che la speranza cristiana allarga l’orizzonte limitato dell’uomo e lo proietta verso la vera altezza del suo essere, verso Dio; che la carità nella verità è la forza più efficace in grado di cambiare il mondo; che il Vangelo è garanzia di libertà e messaggio di liberazione; che i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa — quali la dignità della persona umana, la sussidiarietà e la solidarietà — sono di grande attualità e valore per la promozione di nuove vie di sviluppo al servizio di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Compete ancora ai fedeli laici partecipare attivamente alla vita politica, in modo sempre coerente con gli insegnamenti della Chiesa, condividendo ragioni ben fondate e grandi ideali nella dialettica democratica e nella ricerca di un largo consenso con tutti coloro che hanno a cuore la difesa della vita e della libertà, la custodia della verità e del bene della famiglia, la solidarietà con i bisognosi e la ricerca necessaria del bene comune. I cristiani non cercano l’egemonia politica 0 culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana. (...) L'esercizio della carità richiama i cristiani a un forte impegno per la cittadinanza, per la costruzione di una vita buona nelle nazioni, come pure ad una presenza efficace nelle sedi e nei programmi della comunità internazionale. C’è bisogno di politici autenticamente cristiani, ma prima ancora di fedeli laici che siano testimoni di Cristo e del Vangelo nella comunità civile e politica. Questa esigenza dev'essere ben presente negli itinerari educativi delle comunità ecclesiali e richiede nuove forme di accompagnamento e di sostegno da parte dei Pastori. L'appartenenza dei cristiani alle associazioni dei fedeli, ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, può essere una buona scuola per questi discepoli e testimoni, sostenuti dalla ricchezza carismatica, comunitaria, educativa e missionaria propria di queste realtà. (...) I tempi che stiamo vivendo ci pongono davanti a grandi e complessi problemi, e la questione sociale è diventata, allo stesso tempo, questione antropologica. Sono crollati i paradigmi ideologici che pretendevano, in un passato recente, di essere risposta “scientifica” a tale questione. Il diffondersi di un confuso relativismo culturale e di un individualismo utilitaristico ed edonista indebolisce la democrazia e favorisce il dominio dei poteri forti. Bisogna recuperare e rinvigorire un’autentica sapienza politica; essere esigenti in ciò che riguarda la propria competenza; servirsi criticamente delle indagini delle scienze umane; affrontare la realtà in tutti i suoi aspetti, andando oltre ogni riduzionismo ideologico o pretesa utopica; mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi, ma senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione. E necessaria una vera “rivoluzione dell’amore”. Le nuove generazioni hanno davanti a sé grandi esigenze e sfide nella vita personale e sociale. Benedetto XVI Dal Discorso ai partecipanti all'Assemblea generale del Pontificio Consiglio per i Laici, 21/5/2010. Gen's 1-2/2010 — pag. 6 — 4 fondamenti Idee e principi per una nuova economia Economia di comunione nella libertà di Chiara Lubich In occasione del conferimento della “laurea honoris causa” da parte dell’Università cattolica di Milano, sede di Piacenza, il 29 gennaio 1999, Chiara Lubich nella sua prolusione, dopo una presentazione generale del Movimento dei focolari ne descrive brevemente la sua dimensione culturale e il suo aspetto sociale, concludendo con la presentazione dell'Economia di comunione che trascriviamo a continuazione. ipica del nostro Movimento è la cosid- detta “economia di comunione nella libertà”, una particolare esperienza di economia solidale. Essa, autentica espressione della spiritualità dell’unità nella vita economica, può essere compresa nella sua interezza e complessità solo se inserita all’interno della visione che tale spiritualità ha dell’uomo e dei rapporti sociali. Nascita e prime idee È nata in Brasile nel 1991. Il Movimento, presente in quella nazione sin dal ‘58, si era diffuso in ogni suo Stato, attraendo persone di tutte le categorie sociali. Da qualche anno però, nonostante la comunione dei beni, mi ero resa conto che, data la crescita del Movimento — in Brasile siamo circa 250.000 persone —, non si riusciva a coprire neanche i più Gen's 1-2/2010 urgenti bisogni di certi nostri membri. Mi era sembrato, allora, che Dio chiamasse il nostro Movimento a qualcosa di più e di nuovo. Pur non essendo esperta in problemi economici, ho pensato che si potevano far nascere fra i nostri delle aziende, in modo da impegnare le capacità e le risorse di tutti per produrre insieme ricchezza a favore di chi si trovava nella necessità. La loro gestione doveva essere affidata a persone competenti, in grado di farle funzionare efficacemente e ricavarne degli utili. Questi dovevano essere liberamente messi in comune. E cioè in parte essere usati per gli scopi stessi della prima comunità cristiana: aiutare i poveri e dar loro da vivere, finché abbiano trovato un posto di lavoro; un’altra parte per sviluppare strutture di formazione per “uomini nuovi” — come li chiama l’apostolo Paolo —, cioè persone formate e animate dall’amore, atte a quella che chiamiamo la “cultura del dare”; un’ultima parte, certo, per incrementare l’azienda. In tal modo, nelle nostre cittadelle di testimonianza — ne abbiamo una ventina nel mondo — che si presentano come moderne convivenze con tutte le espressioni della vita moderna ed esigono quindi anche la presenza di aziende accanto alle scuole di formazione, alle case per famiglie, alla chiesa, all’artigianato e altre opere sorte per il mantenimento degli abitanti, accanto a tutto questo sarebbe dovuto sorgere anche un vero polo produttivo. — pag. 7 — fondamenti L’idea è stata accolta con entusiasmo non solo in Brasile e nell’ America Latina, ma in Europa e in altre parti del mondo. Molte aziende sono nate e molte già esistenti hanno aderito al progetto modificando il proprio stile di gestione aziendale. A questo progetto oggi aderiscono circa 654 aziende e 91 attività produttive minori. Esso, questo progetto, coinvolge imprese operanti nei diversi settori economici, in più di trenta Paesi: 164 operano nel commercio, 189 sono imprese industriali e 301 operano in altri servizi. Le sue «regole di gioco» L'esperienza dell’economia di comunione, con le sue particolarità che le derivano dalla spiritualità da cui nasce, si pone a fianco delle numerose iniziative individuali e collettive che hanno cercato e cercano di “umanizzare l'economia”, e ai molti imprenditori e lavoratori, spesso poco conosciuti, che concepiscono e vivono la loro attività economica come qualche cosa di più e di diverso dalla pura ricerca di un vantaggio materiale. Infatti, come in tante altre realtà economiche permeate da motivazioni ideali, gli aderenti al progetto — imprenditori, dirigenti, lavoratori ed altre figure aziendali —, si impegnano in primo luogo a porre al centro dell’attenzione, in tutti gli aspetti della loro attività, le esigenze e le aspirazioni della persona e le istanze del bene comune. In particolare essi cercano di: instaurare rapporti leali e rispettosi, animati da sincero spirito di servizio e di collaborazione, nei confronti di clienti, fornitori, pubblica amministrazione e anche verso i concorrenti; valorizzare i dipendenti, informandoli e coinvolgendoli in varia misura nella gestione; mantenere una linea di conduzione dell’impresa ispirata alla cultura della legalità; riservare grande attenzione all’ambiente di lavoro ed al rispetto della natura, anche affrontando investimenti ad alto costo; cooperare con altre realtà aziendali e sociali presenti nel territorio, con uno sguardo anche alla comunità internazionale, con la quale si sentono solidali. Il progetto di Economia di comunione presenta poi altre caratteristiche, per noi molto significative perché più direttamente legate alla visione del mondo che nasce dalla nostra spiritualità. Eccone alcune. Quattro caratteristiche fondamentali 1) Gli attori delle imprese dell’Economia di comunione cercano di seguire, seppure nelle forme richieste dal contesto di un’organizzazione produttiva, lo stesso stile di comportamento che vivono in tutti gli ambiti della vita. Siamo infatti convinti che occorra informare dei valori in cui si crede ogni momento della vita sociale e quindi anche economica, che così diventa anch’essa luogo di crescita umana e spirituale. 2) L’Economia di comunione propone dei comportamenti ispirati a gratuità, a solidarietà e attenzione agli ultimi — comportamenti che normalmente si considerano tipici delle organizzazioni senza scopo di lucro — anche ad imprese a cui è connaturale la ricerca del profitto. L'Economia di comunione, quindi, non si presenta tanto come una nuova forma di impresa alternativa a quelle già esistenti, piuttosto essa intende trasformare dal di dentro le usuali strutture d’impresa, siano esse società per azioni, cooperative, od altro, impostando tutti i rapporti intra ed extra aziendali alla luce di uno stile di vita di comunione; il tutto nel pieno rispetto degli autentici valori dell’impresa e del mercato, quelli evidenziati dalla dottrina sociale della Chiesa, e in particolare da Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus. 3) Coloro che si trovano in difficoltà economica, i destinatari di una parte degli utili, non sono visti semplicemente come “assistiti” o “beneficiari” dell’impresa; essi sono invece membri essenziali del progetto, all’interno del quale essi fanno dono agli altri delle loro necessità. Vivono anch’essi la cultura del dare. Infatti molti di essi rinunciano all’aiuto che ricevono, non appena recuperano un minimo di indipendenza economica, e non di rado condividono con altri il poco che hanno. Tutto ciò è espressione del fatto che Gen's 1-2/2010 — pag. 8 — fondamenti nell’Economia di comunione, che pur sottolinea la cultura del dare, l’enfasi non è posta sulla filantropia da parte di alcuni, ma piuttosto sulla condivisione, dove ciascuno dà e riceve con pari dignità, nell’ambito di una relazione di sostanziale reciprocità. Quarto: le imprese di Economia di comunione, oltre a poggiare su una profonda intesa tra i promotori di ciascuna di esse, si sentono parte di una realtà più vasta. Si mettono in comune gli utili, perché si vive già un’esperienza di comunione. Per questo motivo le imprese — come ho già accennato — si sviluppano all’interno di piccoli, almeno per ora, “poli industriali” in prossimità delle cittadelle del Movimento e, se geograficamente lontani, si “collegano” idealmente ad esse. Qualche altro «segreto» Molti si chiedono come possano sopravvivere nel mercato delle imprese così attente alle esigenze di tutti i soggetti con cui trattano e al bene dell’intera società. Certamente lo spirito che le anima le aiuta a superare tanti di quei contrasti interni che ostacolano e in certi casi paralizzano tutte le organizzazione umane. Inoltre il loro modo di operare attira la fiducia e la benevolenza dei clienti e fornitori e finanziatori. Non bisogna tuttavia dimenticare un altro elemento essenziale: la Provvidenza, che ha Gen's 1-2/2010 accompagnato costantemente lo sviluppo dell'Economia di comunione in questi anni. Nelle imprese di Economia di comunione si lascia spazio all’intervento di Dio, anche nel concreto operare economico; e si sperimenta che dopo ogni scelta controcorrente, che l’usuale prassi degli affari sconsiglierebbe, egli non fa mancare, Dio non fa mancare, quel centuplo che Gesù ha promesso: un introito inatteso, un’opportunità insperata, l’offerta di una nuova collaborazione, l’idea di un nuovo prodotto di successo. Questa è in breve l'Economia di comunione. Nel proporla non avevo certo in mente una teoria. Vedo tuttavia che essa ha attirato l’attenzione di economisti, sociologi, filosofi e studiosi di altre discipline, che trovano in questa nuova esperienza e nelle idee e categorie ad essa sottostanti, dei motivi di interesse che vanno al di là del Movimento in cui storicamente si è sviluppata. In particolare, nella visione trinitaria dei rapporti interpersonali e sociali che sta alla base dell’Economia di comunione alcuni intravedono una nuova chiave di lettura che potrebbe arricchire anche la comprensione delle interazioni economiche e quindi contribuire ad andare oltre l’impostazione individualista che prevale oggi nella scienza economica. Chiara Lubich — pag. 9 — studio Il modello trinitario: chiave di lettura della Caritas in veritate Comunione trinitaria e sviluppo sociale di Enrique Cambòén L'intento dell’autore è di mostrare l’antropologia trinitaria quale asse portante fondamentale che percorre l’enciclica, senza la cui comprensione non si riesce a cogliere l’importanza innovativa e le “rivoluzionarie” conseguenze teoriche e pratiche contenute nel documento. Questione sociale: questione antropologica Quando fu pubblicata Caritas in veritate (CV) ero in Argentina e lì ho fatto una prima lettura. Tornando in Europa l’ho letta ancora e mi ha suscitato delle risonanze diverse: nell’America Latina mi veniva più in rilievo l’importanza sociale dell’enciclica, mentre in Europa coglievo maggiormente i risvolti culturali del documento. É stata un’ennesima constatazione di quanto può cambiare la comprensione di un testo, secondo il contesto culturale e sociale nel quale lo si legge. Tuttavia, nell’uno e nell’altro caso, una domanda di fondo mi ritornava: «Quanto sarà capito questo documento?». L’interrogativo mi sorgeva riguardo a quello che mi appariva un suo asse portante, una sua chiave fondamentale di comprensione: il suo peculiare approccio antropologico. L’enciclica è stata ricevuta positivamente dai più svariati ambienti, spesso apprezzando o mettendo in rilievo l’uno o l’altro dei temi trattati, secondo la competenza o il punto di vista di chi la recepiva. Ma c’è un aspetto sul quale concordano tutti i commentatori, anche quelli che hanno mosso delle critiche: l’importanza dell’antropologia teologica che la sottende. Infatti la CV afferma che «oggi la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (n. 75). Perciò risulta decisivo capire a quale visione antropologica si fa riferimento nel trattare le molteplici tematiche che il documento affronta. «Nella concorrenza tra le varie visioni dell’uomo, che vengono proposte nella società di oggi (...), la visione cristiana ha la peculiarità di affermare e giustificare il valore incondizionato della persona umana e il senso della sua crescita. La vocazione cristiana allo sviluppo aiuta a perseguire la promozione di tutti gli uomini e di tutto l’uomo» (n. 18). Un’antropologia... «trinitaria» Il documento non si ferma però a quest’ordine di affermazioni — classico perché molto presente nella dottrina sociale cristiana —, ma trova l’ultimo fondamento di ciò in una prospettiva che in qualche misura costituisce una novità: fa riferimento ad un’antropologia chiaramente “trinitaria”. «Il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana (...). Questa prospettiva trova un’illu- Gen's 1-2/2010 — pag. 10 — studio minazione decisiva nel rapporto tra le Persone della Trinità» (n. 54). Anzi, l’enciclica non esita ad indicare la Trinità come “modello” della vita sociale: «le relazioni tra gli uomini lungo la storia non hanno che da trarre vantaggio dal riferimento a questo divino Modello» (/4.). Ciò implica delle conseguenze determinanti per la storia umana, dato che «Dio vuole associare anche noi a questa realtà di comunione: ‘perché siano come noi una cosa sola’ (Gv 17, 22)» (Z4.). Se questo può avere degli esiti ecclesiologici fondamentali, dal momento che «di questa unità la Chiesa è segno e strumento (LG 1)» (4.), ha di certo ricadute che possono diventare capovolgenti, in questo senso “sovversive””, a livello antropologico: «La rivelazione cristiana sull’unità del genere umano presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale» (n. 55). «Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. (...) La creatura umana (...) si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale» (n. 53). Da questo tipo di affermazioni si avverte che l’impostazione trinitaria è presente non soltanto nei passaggi dove la si nomina esplicitamente (ad es. lì dove dice che la scaturigine della carità «è l’amore sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo», n. 5), ma si tratta piuttosto di una logica e una dinamica che in qualche misura sottostà a tutte le risposte che il documento cerca di offrire alle grandi problematiche e sfide che assillano l’umanità, e che si può denominare “relazionalità unitrinitaria”. Cosa significa relazionalità «unitrinitaria»? Per cogliere questa chiave ermeneutica dell’enciclica, bisognerebbe descrivere il più ampiamente possibile che cosa significa comunione trinitaria, quali caratteristiche fanno sì che una dinamica di rapporti possa Gen's 1-2/2010 dirsi unitrinitaria. Qui siamo costretti a farlo attraverso pochi cenni?, e tuttavia basilari per capire quanto sia significativa una tale chiave per capire a fondo l’enciclica. Il concetto cardine, la “parola magica” per nominare la dinamica unitrinitaria che costi tuisce la vita di Dio è pericoresi. È un termine greco che ha usato per la prima volta già nei primi secoli del cristianesimo san Giovanni Damasceno, e significa che due o più realtà sono l’una nell’altra «senza confusione e senza divisione», essendo cioè una sola realtà pur conservando — anzi promovendo in questo modo — le rispettive identità. La vita divina, proprio perché «Dio è Amore» (/Gv 4, 8.16), “si apre” in unitrinitarietà, deve cioè contenere in sé, nella più assoluta unità, contemporaneamente pluralità, relazioni reciproche, donazione totale, accoglienza nella piena “restituzione”, la più alta unicità e uguaglianza nella più radicale diversità. Perciò un Uno che può dire “siamo” (Gv 10, 30; 17, 21.23), nel quale cioè si trovano “tre Reali” (1° Amante, 1’ Amato e l’Amore) ognuno dei quali è pienamente e “totalmente” Dio. Questo apparente paradosso, questa fede in un Dio allo stesso tempo Uno e Trino, costituisce «il mistero centrale della fede e della vita cristiana». Anzi, si trova qui il nucleo della novità che Gesù ha portato all’umanità‘. Solo così, con tutto ciò che ne consegue teologicamente e nella pratica, si riesce a presentare non solo un Dio più vicino al Dio vero e quindi più divino, ma anche più adeguato alle esigenze dell’umanità di oggi. Se le cose stanno così, bisogna riconoscere due cose. La prima che conoscere un tale Dio non può essere una realtà complicatissima, fatta solo per intelligenze eccezionali, ma in qualche modo alla portata di tutti. Si comincia a trovare “il bandolo della matassa” nella comprensione dell’unitrinità di Dio, quando s’intuisce che questa dottrina è il modo, per certi versi inevitabilmente difficile (dato che Dio è sempre “di più” e al di là delle nostre capacità di comprensione e di linguaggio), con cui esprimiamo il semplice fatto che Dio è Amore!5. Nella misura in cui si penetra in questa realtà, dispiegando in — pag. 11 — studio modo esperienziale e intellettuale le sue conseguenze, il mistero diventa «non soltanto esperibile, ma anche interamente comprensibile senza tuttavia cessare di essere un mistero»°. Un secondo aspetto da rilevare è che oggi sempre più correntemente si parla della Trinità come Archetipo, prototipo, “modello” dei rapporti umani e della vita sociale in tutte le sue espressioni. Si afferma con coerenza che la vita trinitaria dev’essere la realtà più gravida di conseguenze per l’esistenza umana; si riconosce che in essa devono trovarsi le risposte ad una serie di problematiche che altrimenti non avrebbero soluzione. Ma difficilmente si trova chi spieghi cosa ciò significhi concretamente, quale sia la novità di una tale impostazione, quali possano essere le caratteristiche tipiche di un tale stile di vita. Una tale “lacuna” fa ancora più prezioso il fatto che la CV scenda al concreto muovendosi in questa direzione. Alcuni cenni per «spiegare» l’ineffabile La dinamica che costituisce la vita di Dio la si può esprimere in moltissimi modi. Uno è quello usato da A. Manaranche: essa consiste nel «dono di sé, quale unica modalità di Essere-sé»”. Dio, nel suo eterno Amore fontale, si dona completamente (non esiste infatti amore senza donazione) e con ciò genera “all’interno” di se stesso, senza addizione né moltiplicazione (perciò non si parla di triade, ma di trinità, di triunità), “un altro se stesso”; quella sorgente eterna dell'Amore è quello che da Gesù è stato vissuto e presentato come Abba, Padre. Colui che nella vita intima di Dio è generato ridonandosi pienamente a sua volta nel più totale ritorno e reciprocità, è la realtà che nella rivelazione cristiana è stato chiamato Figlio/Verbo. Il rapporto fra di essi come Amore straripante, è la realtà che conosciamo come Spirito Santo. Ognuno dei tre non esiste senza gli altri due, ognuno dei tre è l’unico Dio, secondo il suo modo proprio. Il monoteismo cristiano è unitrinitario: in questo fulcro è riconosciuta oggi la frontiera più ardita ma più feconda, non solo per la teologia, ma per la vitalità del cristianesimo e il futuro dell’umanità. C’è quindi vita unitrinitaria quando ciascuno è se stesso facendo essere l’altro, quando ciascuno ama l’altro come sé nella reciprocità: «ciascuno è sé nell’altro tanto in quanto l’altro ritorna a lui nell’amore»*. Per dirla con K. Hemmerle, «Dio è questo e null’altro: è Padre, Figlio e Spirito che si relazionano reciprocamente, si donano reciprocamente e giocano l’uno con l’altro. Ed essi sono la realtà della reciprocità del darsi: nient'altro oltre, prima, al di fuori o dopo il loro reciproco darsi)”. Si tratta di un rapportarsi e di un “darsi” in quell’amore agapico che non solo costituisce la vita di Dio, ma come conseguenza il cuore del Vangelo, con tutto il suo spessore teologico e antropologico. È questo tipo di “darsi” che permetteva a Chiara Lubich di ripetere instancabilmente ai giovani e a tutti: “solo ciò che si dona si ha, solo quando ci doniamo siamo”, e di proporre, come programma spirituale e sociale: dobbiamo «realizzare l’unità a mo” della SS. Trinità, ossia instaurare un rapporto tra le persone in cui la diversità è ricchezza, e l’individualità di ciascuno fiorisce nell’apertura e nel dono all’altro»"°. Questa comunione trinitaria, in cui è innestata la creazione, imprime quindi un suo stile tipico e inconfondibile a tutto ciò in cui si esprime. A questa dinamica, con delle qualità e particolarità precise ma di una ricchezza inesauribile, tutto l’universo e in modo specifico tutta la storia dell’umanità sono chiamati a partecipare («tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi», Gv 17, 21). E su questa convinzione che la CV può fare, come vedremo, delle affermazioni pericoretiche chiare e audaci riguardanti i più svariati ambiti sociali: dai rapporti intersoggettivi o fra le varie discipline scientifiche a quelli con la natura, dal rapporto fra popoli e culture a quelli economici e politici, e via discorrendo. Bisogna fare un chiarimento per rispondere a una certa perplessità o incomprensione che può suscitare l’elenco che offriremo a continuazione. Scorrendo le varie afferma- Gen's 1-2/2010 — pag. 12 — 10 studio zioni dell’enciclica che riporteremo, ci si potrebbe domandare: in che senso si tratta di espressioni di “unitrinitarietà”? L’interrogativo può essere suscitato dal fatto che, come vedremo, in quei testi si parla semplicemente di carità, di fraternità, di relazione fra culture rispettando l’identità dei vari soggetti, di rapporti economici solidari che facciano diventare anche la parte più debole vera protagonista senza paternalismi, d’interdisciplinarietà tra le varie scienze per affrontare in modo più adeguato e integrale le varie problematiche dello sviluppo, e così via. Ebbene, una conquista che si sta realizzando nel cristianesimo (e man mano, nell’umanità) di oggi, è che bisogna arrivare a scoprire che quando si parla di ognuna di queste tematiche, ci si riferisce a una relazione, fraternità, reciprocità, solidarietà, sussidiarietà, interdisciplinarietà, rapporto interculturale o commerciale o fra partiti politici... basati su un amore che “si esplicita” in unitrinità. Fondati cioè su una carità che soltanto arriva alla sua misura massima, alla sua manifestazione piena, più intelligente, creativa e risolutiva, quando si esprime in modo pericoretico. Tutto va declinato «pericoreticamente» Ecco allora un elenco di tali affermazioni, lette da un’ottica “unitrinitaria”, pericoretica, e che solo attraverso questa cifra è possibile comprendere in tutta la loro portata e consequenzialità, sia interpersonale che sociale. Ovviamente si tratta di una direzione di tendenza, giacché nelle analisi puntuali e nelle mediazioni istituzionali e progettuali tutto può essere perfettibile. Come mostrano i numeri corrispondenti abbiamo preso questi testi da tutta l’enciclica, per rilevare che si tratta effettivamente di un messaggio che la percorre praticamente per intero (le sottolineature sono della stessa enciclica). — «La carità nella verità, (...) è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (n. 1). Gen's 1-2/2010 — «Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. (...). La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (Cf Rm 12, 21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà» (n. 9). — «L’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità» (n. 13). — «La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (n. 19). — «Oggi le possibilità di interazione tra le culture sono notevolmente aumentate dando spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l’intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori» (n. 26). — «Ci si impegni per far interagire i diversi livelli del sapere umano in vista della promozione di un vero sviluppo dei popoli. (...) Considerata la complessità dei problemi, è ovvio che le varie discipline debbano collaborare mediante una interdisciplinarità ordinata. La carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno. Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e ad esperimento, ma se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il “sale” della carità. Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore. Infatti, “colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente” (PP 75). (...) ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore. (...) la carità deve animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di unità e di distinzione» (nn. 30-31). — pag. 13 — studio Il — «La novità principale è stata l’esplosione dell’interdipendenza planetaria, ormai comunemente nota come globalizzazione. (...) Si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella “civiltà dell’amore” il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura» (n. 33). — «La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. L'essere umano è fatto per il dono» (n. 34). — «La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica» (n. 36). — «Un’economia della gratuità e della fraternità (...). Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l’aspetto della reciprocità fraterna» (n. 38). — «L'umanità che diviene sempre più interconnessa (...). La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall’unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene. Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria» (n. 42). — «Vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione» (n. 42). — «Il potenziamento delle diverse tipologie di imprese e, in particolare, di quelle capaci di concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e delle società, deve essere perseguito anche nei Paesi che soffrono di esclusione o di emarginazione dai circuiti dell’economia globale, dove è molto impor- tante procedere con progetti di sussidiarietà opportunamente concepita e gestita che tendano a potenziare i diritti, prevedendo però sempre anche l’assunzione di corrispettive responsabilità. Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità della persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo. (...) I programmi di sviluppo, per poter essere adattati alle singole situazioni, devono avere caratteristiche di flessibilità; e le persone beneficiarie dovrebbero essere coinvolte direttamente nella loro progettazione e rese protagoniste della loro attuazione. (...) “Artefici del loro proprio sviluppo, i popoli ne sono i primi responsabili. Ma non potranno realizzarlo nell’isolamento” (PP 77). (...) Le soluzioni vanno calibrate sulla vita dei popoli e delle persone concrete, sulla base di una valutazione prudenziale di ogni situazione. Accanto ai macroprogetti servono i microprogetti e, soprattutto, serve la mobilitazione fattiva di tutti i soggetti della società civile, tanto delle persone giuridiche quanto delle persone fisiche. La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto» (n. 47). — «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. (...) Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali» (n. 51). — «Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine» (n. 53) — «La ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, (...) ma la valorizza ulteriormente perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto» (n. 53). — «L'unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, Gen's 1-2/2010 — pag. 14 — 12 studio ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità» (n. 53). — «Riconoscendo nella reciprocità l’intima costituzione dell’essere umano, la sussidiarietà è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista» (n. 57). — «La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica; essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano» (n. 59). — «Esiste non solo “interconnessione mondiale” (n. 66), ma “interdipendenza mondiale» (n. 67). — «Lo sviluppo dei popoli è legato intimamente a quello dello sviluppo di ogni singolo uomo» (n. 68). — «Lo sviluppo della persona si degrada, se essa pretende di essere l’unica produttrice di se stessa» (n. 68). — «Promuovere l’incontro tra i popoli e (...) favorire lo sviluppo partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca» (n. 72). — «I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana» (n. 73). Affermazioni idealistiche? Questo tipo di affermazioni possono apparire a qualcuno “fideistiche”, “spiritualistiche”, piene di buone intenzioni ma senza aggancio con la realtà e soprattutto senza quella efficacia necessaria per risolvere la vastità e complessità dei problemi del mondo. Solo la concreta esperienza a tutti i livelli, culturale, ambientale, tecnico, scientifico, politico, economico, può dimostrarne la pertinenza (o almeno la plausibilità) e l’enorme rilevanza. È questo il motivo di fondo per cui il documento è stato considerato da diversi commentari all’enciclica non solo dono ma anche compito per la Chiesa. Perché da una parte la dottrina sociale cristiana può diventare sempre più ardita, sapiente e profetica Gen's 1-2/2010 nelle sue proposte, se è stimolata da un’esperienza che la precede e sostiene". Ma allo stesso tempo è nella pratica, a cominciare dalle stesse comunità cristiane, dove si vedrà la fattibilità e importanza di tali proposte per l’avvenire umano. Perciò l’enciclica non poteva nascondersi che «l’amore nella verità — caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa» (n. 9). Prima di tutto al suo interno, perché non potrebbe proporre all’umanità ciò che non cercasse di vivere in se stessa. In continuità con intuizioni precedenti Si conoscono i nomi dei principali collaboratori nell’estensione dell’enciclica'?. Eppure non si tratta di una semplice “assunzione” da parte di Benedetto XVI, ma di una notevole continuità nel suo pensiero, a partire ovviamente dal teologo Ratzinger. Basterebbe rileggere le pagine dedicate alla fede trinitaria nella sua Introduzione al cristianesimo", dove oltre ad affermare che la relazionalità trinitaria contiene una «rivoluzione dell’immagine cristiana del mondo e di Dio», così conclude il capitolo dedicato alla Fede nel Dio Uno e Trino": «La dottrina sulla Trinità non arriva a capire il mistero, possiamo però constatare come, grazie ad essa, affiori una nuova comprensione della realtà, un nuovo modo di comprendere chi sia l’uomo e chi sia Dio. Proprio quando sembra si navighi nel campo della più estrema teoria, affiora invece ciò che è più concreto; parlando di Dio si intravede chi sia l’uomo; ciò che è più paradossale è al contempo ciò che è più chiaro e più di aiuto»'°. Tale visione è stata reiteratamente confermata nel suo pontificato. È rimasto storico il suo “grido” nella Giornata mondiale della gioventù in Germania: «Solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo»! Ma proprio perché si tratta di un Dio che è Amore, più volte il Papa ritorna, concretamente, non solo sulle conseguenze ecclesiali", ma anche su quelle sociali del volto unitrinitario di Dio: «Come cambiereb- — pag. 15 — studio 13 be il mondo se (...) i rapporti fossero vissuti seguendo sempre l'esempio delle tre Persone divine, in cui ognuna vive non solo con l’altra, ma per l’altra e nell’altra!»!?. Tutta l’enciclica può essere letta come un’estensione, un’applicazione di questa convinzione, alla ricerca di risposte sempre più adeguate sia ai drammi che alle più profonde e legittime esigenze della nostra epoca. Enrique Cambén 1) Cf M. Toso, A servizio di un umanesimo degno dell’amore: la rivoluzione della Trinità nella storia, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa, LAS, Roma 2005, pp. 23-36. 2) Rimando ad altri testi dove ho avuto occasione di descrivere con maggiore ampiezza le caratteristiche tipiche di una dinamica interpersonale e sociale impostata secondo una comunione “‘trinitaria”; cf soprattutto Valore sociologico dei racconti di vita, in “Nuova Umanità” XXVII/162 (2005) spec. pp. 877-880; 7rinità modello sociale, Città Nuova, Roma 2009’, spec. pp. 39-74. 3) Catechismo della Chiesa Cattolica, 234, 261. 4) «...il Nome di Dio è detto al singolare, perché Dio è Uno, ma al tempo stesso... Egli dispiega distintamente il suo Essere che è Amore come Padre, Figlio e Spirito Santo. È questa la novità della rivelazione che si è compiuta in Gesù» (P. Coda, Dio che dice Amore. Lezioni di teologia, Città Nuova, Roma 2007°, p. 96). «La rivelazione cristiana dischiude l’orizzonte dell’essere come Agàpe, e cioè come libero e gratuito dono di sé. È questo il novum della rivelazione ebraica, che giunge a inaspettato compimento in Cristo». (Id., voce “Trinità. C. Prospettive”, in J.-Y. Lacoste, Dizionario critico di teologia [ediz. ital. a cura di P. Coda], Borla/Città Nuova, Roma 2005, p. 1414); cf /d., Dio Uno e Trino. Rivelazione, esperienza e teologia del Dio dei cristiani. Paoline, Cinisello Balsamo 1993. 5) CfE. Jiingel, Che cosa significa dire: Dio è amore?, in “Protestantesimo” 56 (2001). 6) Ibid., pp. 160-161. 7) Il monoteismo cristiano, Queriniana, Brescia 1988, p. 210. 8) G. M. Zanghi, “Vivere in Cristo la vita trinitaria per trasformare la storia”: Per un nuovo paradigma culturale (NMI 29), in “Path” 1 (2005), p. 136; Cf Zd., Dio che è Amore. Trinità e vita in Cristo, Città Nuova, Roma 20043; /d., Notte della cultura europea. Agonia della terra del tramonto?, Città Nuova, Roma 2007%; Id., Occidente, la mia terra. Storia, società, politica alla luce del paradigma trinitario, Città Nuova, Roma 2008. 9) Preludio alla teologia, Città Nuova, Roma 2003, p. 142; cf /d., Partire dall’unità. La Trinità come stile di vita e forma di pensiero, Città Nuova, Roma 1998.; /d., Tesi di ontologia trinitaria. Per un rinnovamento del pensiero cristiano, Città Nuova, Roma 1996 (2a. ediz. rinnovata e ampliata). 10) C. Lubich, Una cultura nuova per una nuova società, (ad uso interno del Mov. dei focolari), Città Nuova, Roma 2002, p. 92. Si tratta di un tema e una realtà fondamentale nella spiritualità e nel pensiero che questa grande carismatica propone al nostro tempo: vedi tra l’altro M. Cerini, Dio Amore nell’esperienza e nel pensiero di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 2010°. 11) CfP. Foresi, Colloqui. Domande e risposte sulla spiritualità dell’unità, Città Nuova, Roma 2009, p. 116. 12) Cf “Il Regno — Attualità”, LIV/14 (2009), p. 434. 13) Da alcuni considerato il suo capolavoro, l’originale tedesco è del 1969, tradotto in 17 lingue, arrivato in italiano ormai alla 16 ediz.: Queriniana, Brescia 2008. 14) Ibid., p. 296. 15) /bid., pp. 152 ss. (per il nostro tema, particolarmente indicativo l’analisi del pensiero giovanneo, pp. 174 ss., dove si mostra quanto “la dottrina sulla Trinità si tramuti in affermazione sull’esistenza”). 16) /bid., p. 180. 17) Benedetto XVI, La rivoluzione di Dio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano — San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, p. 65. 18) Cfad es. la magnifica catechesi di mercoledì 29 marzo 2006, sulla Chiesa «come mistero di comunione, nel quale si rispecchia in qualche misura la stessa comunione trinitaria». 19) Sulla Trinità come modello dei rapporti umani, nella catechesi di mercoledì 25 novembre 2009. Gen's 1-2/2010 — pag. 16 — 14 riflessione Sguardo sull’enciclica CV a partire dall'Europa Sviluppo: questione radicalmente culturale di Aldo Giordano L'autore, sacerdote della diocesi di Cuneo (Italia), è stato dal 1995 al 2008 Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE). Il 1° settembre 2008 ha iniziato il suo nuovo compito come Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo. Docente di filosofia e uomo di pensiero, analizza le linee fondamentali dell’enciclica attingendo dal suo ampio tesoro di esperienze in campo europeo a partire dal suo privilegiato luogo d'osservazione. o letto con interesse la nuova Enciclica di Benedetto XVI, Caritas în Veritate, anche alla luce del mio servizio alla Chiesa in Europa. Diverse persone mi chiedono cosa ho visto succedere in questi anni. In modo molto sintetico potrei dire che ho notato soprattutto due grandi fenomeni. L’«avvicinarsi» crea nuovi problemi e chances Il primo fenomeno che avverto è costituito dall’accelerazione della riduzione dello spazio. Un tempo il mondo era grande e lo spazio era molto ampio, mentre ora il mondo diventa sempre più piccolo e lo spazio si riduce velocemente. Sono lo sviluppo tecni- Gen's 1-2/2010 co, le comunicazioni, i fenomeni migratori che riducono lo spazio. Questa riduzione crea una situazione di tipo paradossale: quando il mondo era molto grande, le differenze tra culture e popoli esistevano, però non facevano paura, perché erano lontane, non si incontravano fra loro e c’era spazio per tutti. Le differenze apparivano “piccole”. In un tempo passato la maggioranza degli europei non sapeva neppure che la Cina esistesse, quindi la Cina non costituiva un problema. Oggi i mercati e i politici sanno molto bene che la Cina esiste, perché il mondo è diventato piccolo e quindi la Cina gioca a casa nostra o noi giochiamo in casa della Cina. Se i musulmani abitassero lontano, non creerebbero domande, invece oggi abitiamo nella stessa casa, siamo “vicini” e così scopriamo quanto siamo “lontani”, cioè diversi. Il paradosso sta proprio nel fatto che l’essere molto vicini fa vedere quanto siamo lontani, diversi. Per questo la sfida della fraternità oggi è diventata molto più urgente di ieri. In un mondo molto grande potevamo essere anche meno fratelli, oggi abbiamo l’urgenza assoluta storica di fare una nuova scoperta della fraternità, altrimenti corriamo dei rischi enormi. Sono i rischi del terrorismo, dello scontro di civiltà, delle catastrofi belliche, della fame, della crisi energetica, del monopolio dell’acqua... La riduzione dello spazio a livello globale ha anche favorito lo sgretolamento di spazi — pag. 17 — riflessione 15 locali che costituivano la propria casa e la propria polis: famiglia, parrocchia, associazione, paese, patria, sistema di valori condivisi, tradizione identificata... Abbiamo bisogno di una fraternità universale che sappia concretizzarsi in una fraternità locale. Cambiamenti sempre più veloci L’altro fenomeno enorme è l’accelerazione della riduzione del tempo. Questo fatto appare ancor più determinante di quello relativo allo spazio. I cambiamenti sono sempre più veloci. Sono soprattutto le scienze e la tecnica che impongono con rapidità incredibile nuove situazioni e nuovi problemi. Quando ho iniziato nel 1995 il servizio in Europa pochissime Conferenze episcopali avevano una commissione di esperti di bioetica per discutere di embrioni, cellule staminali, clonazione... Ora è una priorità per ogni Conferenza, dato che i temi in gioco toccano la stessa visione della persona umana e il suo futuro. La velocità artificiale dei cambiamenti ha portato a perdere i ritmi che scandivano il tempo, ereditati dalla tradizione e legati alle vicende della natura: dell’anno, delle stagioni, delle settimane. E indicativa la crisi della domenica. Più in profondità ancora il tempo si € ridotto perché si sono sgretolate le stesse dimensioni del tempo. Il passato è entrato in crisi soprattutto con il ‘68 che ha contestato la tradizione, i valori, le verità, le istituzioni del passato. In realtà tendiamo a obliare il passato perché il passato ci mostra che tutto, anche ciò che è più sacro, passa e cade inesorabilmente nel nulla. Il futuro é entrato in crisi davanti al problema ambientale, la crisi finanziaria, l’annebbiarsi del senso. Ma anche l’oblio del futuro è legato alla coscienza che l’unico futuro certo è quello della morte. Ci resta il presente, ma esso è “fuggente” e in fondo non esiste, in quanto è solo passaggio dal futuro al passato: il tentativo di fermare il presente è fallimentare. Sull’europeo di oggi sembra che il cielo si sia chiuso. Siamo costretti ai limiti del terrestre, a speranze “corte”. E la questione del tempo e dell’Eterno. L’enciclica affronta queste sfide Benedetto XVI si colloca in questo contesto e ascolta queste sfide. Il primo contributo dell’enciclica mi sembra proprio quello di aprire davanti a noi l’orizzonte in cui situare i temi e i problemi sociali con cui siamo confrontati. Spesso davanti ad un problema abbiamo questo atteggiamento: studiamo il problema, discutiamo il problema, vogliamo risolverlo... e in questo modo il problema si avvicina sempre più ai nostri occhi e si ingigantisce sempre più, fino a coprire tutto l’orizzonte del nostro sguardo. Il problema diviene l’unica cosa esistente. L'orizzonte si chiude e viene meno la luce. Se invece sappiamo allontanare il problema dai nostri occhi per collocarlo all’interno dell’orizzonte, il problema innanzitutto si rimpicciolisce e si relativizza, situandosi nella rete a cui appartiene. In questo modo il nostro sguardo non è bloccato esclusivamente dal problema e resta libero per vedere dove stanno veramente le radici del problema e dove siano le soluzioni possibili. Spesso le radici non sono dentro il problema, ma sono altrove nella rete e là occorre intervenire. Soprattutto lo sguardo può ancora vedere i volti delle altre persone che possono concorrere a risolvere la questione, sradicandoci dalla solitudine. Chi non ha un orizzonte sopravvaluta e ingigantisce ciò che gli sta più vicino. Caritas in Veritate mostra che l’orizzonte oggi in gioco per i problemi storici sociali che dobbiamo affrontare è il mondo che vive la riduzione dello spazio e del tempo, è la fraternità universale, ma è anche la questione antropologica, l’etica, il senso del nostro esistere e del nostro agire e soprattutto la trascendenza. Dalla frammentazione ad uno sviluppo integrale Il tema del documento pontificio è ereditato direttamente dalla Populorum Progressio di Paolo VI, ma in modo allargato: lo sviluppo umano integrale. L’accento è chiaramente posto sull’aggettivo integrale. Gen's 1-2/2010 — pag. 18 — 16 riflessione Una pagina di Friedrich Nietzsche, contenuta nel suo Così parlò Zarathustra, mi sembra esprimere in modo emblematico il problema serio con cui il Papa si confronta. Zarathustra, fondatore dell’antica religione, che Nietzsche rimette in scena, è circondato da una turba di storpi, handicappati e mendicanti che gli chiedono di essere guariti, ma egli replica che la sua esperienza gli ha insegnato che non è la cosa peggiore il fatto che ad uno manchi un occhio ad un altro un orecchio o qualcos'altro ed afferma: «Io vedo e ho visto ben di peggio...: uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo — uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un grande ventre o qualcos’altro di grande, — costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: “questo è un orecchio! un orecchio grande quanto un uomo!”. Guardai meglio: e, realmente, sotto l’orecchio si muoveva una coserella piccola e misera e stentata da far pietà. In verità, l’orecchio mostruoso poggiava su di un piccolo esile stelo, — ma lo stelo era un uomo! ... In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l’uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello... Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell’avvenire: di quell’avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità». Questa pagina mi ha sempre impressionato. La più radicale tentazione dell’umanità nasce sempre dal frammentare il volto dell’essere umano in pezzi per poi sceglierne un frammento, una parte, e ingigantirla “ideologicamente” fino a farla diventare il tutto. Il risultato è mostruoso: è sparita l'armonia, la bellezza, l’umanità. Questo è anche violenza, perché quando una parte (come l’occhio) — Gen's 1-2/2010 che in sé è vera e bella come contributo per la bellezza del tutto — pretende di essere il tutto, deve fuoriuscire dal suo campo, occupare tutto lo spazio e quindi eliminare le altre dimensioni che sono altrettanto umane e importanti. Questo grave rischio è presente innanzitutto nelle visioni antropologiche che riducono l’essere umano o solo a materia, o solo a corpo, 0 solo a spirito, o solo a lavoro, o solo a sessualità, o solo a ragione, o solo a tecnica, etc.... È presente tra le scienze, quando una scienza pretende di dire l’intera verità sull’uomo. Caritas in Veritate si confronta in particolare con la neurologia, le biotecnologie, la bioetica (nn. 74-76). Ma il rischio è anche presente nelle politiche dove un duce, un gruppo, un partito, un’etnia, una razza, pretende di essere tutta la realtà e quindi, ovviamente, deve eliminare in modo totalitario ogni alterità e differenza. Anche l’economia rischia questa deriva. Sistemi economici basati solo sul profitto, solo sulla finanza, solo sulla tecnica, hanno creato dei “vincenti” della modernità, ma anche dei “perdenti”: le persone più deboli, gli “inutili”, gli emarginati... D’altra parte nella storia recente abbiamo assistito allo spegnimento delle capacità creative per opera di sistemi che hanno imposto unilateralmente il collettivo. Caritas in Veritate spinge ad andare oltre ogni posizione ideologica, unilaterale, frammentata, per ritrovare l’unità, la ricchezza integrale dell'umano. La sfida più alta per l’agire sociale-economico è quella di considerare la persona umana come soggetto e fine dello sviluppo, di servire lo sviluppo «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (n. 18). Oltre il relativismo L’enciclica è una sfida a pensare. Dalle osservazioni precedenti, risulta che lo sviluppo è anche radicalmente questione culturale. La nostra cultura appare oggi tentata in particolare dal relativismo, l’ideologia che sostiene che non esiste nulla che abbia il carattere di assolutezza e di immutabilità, ma che tutto — pag. 19 — riflessione 17 è “relativo” alle persone, al tempo, ai luoghi, alle concrete situazioni. Cioè: non ci sono un vero e un falso, un buono e un cattivo, validi universalmente e assolutamente, ma il vero e il buono, il falso e il cattivo possono mutare o essere diversi in quanto dipendono dalle epoche, dalle circostanze e in particolare dalla libera decisione dell’individuo o dal suo sentire. In realtà siamo tutti ben coscienti che una gran parte delle azioni umane e delle realtà della vita, ad un certo livello, sono “relative”, cioè dipendenti dalle diverse epoche, dalle culture e dalle circostanze, ma il problema del relativismo è l’affermazione che “nulla” è assoluto, che non esiste alcuna dimensione di assolutezza e di universalità. «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie»?. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere, una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che ha diversi volti. Un primo ambito dove emerge la questione del relativismo è quello della morale o dell’etica. Il bene e il male sono realtà oggettive, assolute, non mutabili, oppure sono “relative” ai cambiamenti della storia, alla nostra libertà e decisione? Quando in Europa discutiamo dei valori ci troviamo abbastanza d’accordo nello stendere la lista di essi, nel farne l’elenco. Anche nel Trattato costituzionale dell’Unione europea (Lisbona) si parla di «rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani». Possiamo essere contenti di un’Europa che vuole fondarsi su questi valori. Ma la questione non è così semplice. Il problema grave per il capitolo dei valori è il fatto che rischiamo una vuota retorica, cioè abbiamo un consenso sulle parole, sui nomi dei valori, ma non sul loro contenuto, sul loro fondamento e sulla loro interpretazione. Nel nome dello stesso valore in Europa si possono sostenere posizioni del tutto contrarie: per esempio, la dignità umana viene citata sia contro l’aborto e l’eutanasia, sia a favore dell’aborto e dell’eutanasia. Cosa significa allora dignità umana? Se passiamo all’ambito del vivere sociale e della politica, si pone la domanda: i diritti e i doveri che sono alla base della convivenza, hanno un fondamento oggettivo, assoluto, razionale, oppure il loro contenuto si perde nell’anarchia delle interpretazioni perché è “relativo” alle diverse religioni, culture, filosofie, ideologie, economie? I diritti e doveri sono solo relativi all’esigenza pragmatica che hanno gli esseri umani di mettersi d’accordo su delle regole condivise per rendere il viaggio della vita sopportabile, con meno incidenti possibili? I diritti e i doveri hanno un valore in se stessi oppure sono relativi alla decisione dei legislatori? Su cosa si potrebbe fondare un organismo universale come VPONU o il Consiglio d’Europa se non ci fossero valori, diritti e principi stabili e universali che hanno il medesimo contenuto per tutta l’umanità? Come possiamo procedere nella costruzione dell’unità europea se non abbiamo valori, diritti e principi validi per tutti i paesi europei? Come trovare un fondamento che obblighi l'Europa all’assunzione di responsabilità per le grandi sfide planetarie come l’ambiente, la pace, la fame? Anche la domanda sul senso dell’esistenza umana può dissolversi nel relativismo. Oggi in Europa sono nuovamente e chiaramente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso oggettivo, stabile, assoluto al vivere e alla storia, oppure non esiste “il senso della vita”, ma esistono piuttosto vari, piccoli e brevi sensi, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle emozioni, alla fortuna, al destino? C”è un vero, un bene, un bello a cui posso affidare la mia vita in grado di rispondere al mio assoluto desiderio di vita, di felicità, di festa, di affetto e di eternità, oppure devo accontentarmi dei brevi, passeggeri, relativi, momenti di felicità e di amore che la vita può riservare? Il dolore e la morte sono l’ultima parola per l’essere umano e come tali la relativizzazione di ogni mio desiderio, in quanto mostrano il finale non senso della vita? Non dobbiamo dimenticarci che ogni anno in Europa muoiono circa 50.000 persone per suicidio e che in una quindicina di paesi europei la più alta Gen's 1-2/2010 — pag. 20 — 18 riflessione percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio. Se il senso della vita è “relati- vo”, merita ancora vivere, quando la vita mostra la sua durezza? Il relativismo pone anche una domanda radicale al mondo del sapere e del conoscere. La ragione umana è capace di cogliere la verità della realtà, di conoscere le cose come esse sono veramente e oggettivamente, oppure la conoscenza del reale è esclusivamente relativa al punto di vista degli individui, dei soggetti, delle interpretazioni, delle sensazioni, delle correnti di pensiero? Ancora più radicalmente: la verità delle cose è relativa ad una singola scienza che pretende di dire tutta la verità della realtà? Un campo evidente del regno del relativismo è quello dei media. Esistono oggettivamente i fatti, la realtà, i valori, la verità, oppure i fatti, la realtà, i valori, la verità, sono relativi ai media, in quanto sono creati dai media? I media sono a servizio dei fatti, oppure i creatori dei fatti? Caritas în Veritate affronta tutti questi capitoli e apre un cammino per andare oltre il relativismo. Amore e Verità Per aprire l'orizzonte, indicare il cammino dello sviluppo integrale, superare il relativismo, occorre partire da un riferimento assoluto che è anche l’“inizio” della dottrina sociale della Chiesa e quindi della nuova enciclica: 1’ Amore e la Verità. Il primo pericoloso dualismo che occorre superare è quello tra Amore e Verità. In Dio essi coincidono: Dio è «insieme Agape e Logos: Carità e Verità, Amore e Parola» (n. 3). «La carità nella verità... è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (n. 1). Per la Rivelazione cristiana la carità è “tutto”, «la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa», «la sintesi di tutta la Legge», «il dono più grande» (n. 2). Ma se si separa la Carità dalla Verità, si rischia di cadere in una comprensione povera della Carità, riducendola a sentimentalismo, Gen's 1-2/2010 guscio vuoto, preda delle emozioni e delle opinioni contingenti (cf n. 3). In questo modo essa viene facilmente considerata irrilevante «in ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico» (n. 2) e così lasciata ai margini. La verità dà luce, senso, valore, contenuto, all’amore (cf n. 3). La verità in particolare dona all’amore l’universalità, la rilevanza pubblica, la capacità di comunicazione: «La verità, infatti, è “/ogos” che crea “dialogos” e quindi comunicazione e comunione» (n. 4). «Caritas in Veritate è il principio attorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa» (n. 6). La dottrina sociale è aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, e vuole comporre «in unità i frammenti in cui spesso la ritrova» (n. 9). Soggetto e fine dello sviluppo La Caritas in Veritate afferma innanzitutto il valore incondizionato della persona umana e della sua dignità (cf n. 18). L'essere umano è autore, centro e fine di tutta la vita economica-sociale e di ogni sviluppo (cf n. 24) e la questione sociale diventa sempre più una questione antropologica (cf n. 75). Occorre avere il coraggio di interrogarsi seriamente sulla essenza e natura dell’essere umano come questione decisiva, per scoprirne la vocazione (cf n. 16), la verità (cf n. 18), la libertà (cf n. 17), la responsabilità (cf n. 70), la natura (cf n. 61). Davanti alle nuove sfide occorre un nuovo umanesimo (cf n. 19) che affermi la centralità della persona umana (cf n. 47) e il suo primato sulla tecnica (cf n. 14), sul profitto (cf n. 25), sulla natura (cf n. 48), sulle strutture... L’essere umano è sempre il primo capitale da salvare (cf n. 25). Occorre dare alla pace, allo sviluppo, all’ecologia, ai media... un senso profondamente umano (cf nn. 71-72). Un aspetto che ha interpellato i commentatori dell’enciclica è stata la chiarezza con cui il Papa ha indicato l’esigenza di considerare come interdipendenti e in unità le dimensioni dell’esistere e dell’agire umani. Non si possono più considerare in modo separato le questioni del lavoro, dell’economia, della politica, della vita, della demogra- — pag. 21 — riflessione 19 fia, della salute, della famiglia, della religione, della tecnica, dell’ambiente, delle scienze... Occorre una “fraternità” tra le dimensioni dell’esistere umano, come tra i saperi. La sorpresa è stata il trovare in un enciclica sociale capitoli dedicati alla bioetica, alla sessualità, alla famiglia... Già Paolo VI aveva considerate legate fra loro le encicliche sociali e l’ Humanae vitae e lEvangelii nuntiandi, cosciente della correlazione irrinunciabile tra etica sociale ed etica della vita, tra l’evangelizzazione e la promozione umana (n. 15). L’agire umano va considerato in modo unitario nella sua complessità e ricchezza. Lo sviluppo non è solo questione economica e tecnologica, ma è intrinsecamente legato a tutte le dimensioni dell’esistere. La mancanza di apertura alla vita e la visione povera della sessualità costituiscono un problema sociale grave, basta pensare alla crisi demografica dell’Occidente (n. 43). La crisi della famiglia corrode la prima cellula della società (n. 43). Lo sviluppo richiede la libertà religiosa (n. 29), la responsabilità per l’ambiente (n. 48), la cura dell’educazione (n. 61), l’uso dei media finalizzato all’umanizzazione (n. 73). La dottrina sociale della Chiesa ha come base un’antropologia che considera e rispetta tutte le dimensioni della persona umana, senza riduzioni, impoverimenti, frammentazioni. La minaccia allo sviluppo che il Papa considera in particolare è quella che viene oggi dall’ideologia tecnologica e scientifica che tende a negare la dimensione spirituale e la libertà (n. 76). Nella critica all’ideologia scientista il Papa ha avuto autorevoli predecessori, forse poco ascoltati. Husserl, in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, critica la pretesa per cui la verità scientifica è l’unica verità valida ed il mondo descritto dalle scienze è l’unico mondo e la vera realtà: «Nella miseria della nostra vita... questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude per principio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino: i problemi del senso e del non senso dell’esistenza umana nel suo complesso»). Anche per il Wittgenstein del Tractatus il senso del mondo deve trovarsi oltre le scienze: «Noi sentiamo che se pure tutte le domande possibili della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati»)*. Le scienze sono un contributo essenziale, ma non conoscono tutto il reale, in particolare non sanno istituire il problema veritativo. La sfida nei confronti della concezione dell’essere umano viene oggi in particolare dalle neuroscienze che studiano il funzionamento del cervello umano e spiegano il cervello come un insieme di processi neuronali. In realtà non c’è nessun problema nel fatto: che queste scienze spieghino in questo modo il cervello, anzi esse offrono un contributo importante per conoscere la persona umana dal punto di vista biologico. Il problema nasce quando queste scienze non accettano di essere uno dei contributi per la conoscenza della persona umana, lasciando spazio per altri ambiti del conoscere, ma pretendono di dire loro tutto sulla persona umana. In questo modo le neuroscienze diventano una neurofilosofia o anche una neuroteologia che pretende di dire la verità totale dell’essere umano e anche indicare la sua salvezza! È questa neurofilosofia che, riducendo il cervello e la persona a meri processi biologici, vuole persuadere sulla visione solo naturalistica e materialistica della persona umana, sulla non esistenza di alcun io, sulla negazione di ogni trascendenza del soggetto, sulla “misurabilità” e “manipolabilità” dell’essere umano. Esso è una macchina che funziona così perché è fatta così. In questa visione la libertà, la colpa, la responsabilità “divengono pura illusione. Soprattutto davan- ti a queste sfide si parla di una “nuova questione antropologica”: l’essere umano in se stesso è messo in questione (Cf cap. VI). Diventa essenziale raggiungere una interazione e unità tra i saperi (n. 30). La frammentazione dei saperi costituisce oggi un problema deleterio. Occorre ricuperare una ragione con un ampio orizzonte per essere in Gen's 1-2/2010 — pag. 22 — 20 riflessione grado di conoscere l’ampiezza e la profondità del reale, senza pericolose semplificazioni. Occorre una nuova collaborazione tra scienze e fede-teologia, tra scienze e morale, tra scienze e metafisica (cf nn. 30-33). In sintesi, per evitare le unilateralità è decisivo rilanciare il dialogo tra fede e ragione (cf n. 74), tra sapere e saggezza: la carità è intrinseca al sapere (n. 30). La globalizzazione La mondializzazione o globalizzazione fa esplodere l’interdipendenza planetaria (cf n. 33); crea nuovi confini tra povertà e ricchezza (cf n. 22); fa emergere nuovi regioni nel gioco politico economico mondiale (cf n. 23); costringe a ripensare il ruolo dei poteri politici (cf n. 24); crea interrogativi al mercato mondiale (cf n. 25); mette in crisi reti tradizionali di solidarietà (cf n. 25)... Nuovi problemi globali esigono una nuova responsabilità globale (n. 50) e nuovi protagonisti della globalizzazione (cf n. 42) per realizzare una solidarietà universale (n. 43), in particolare tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo (cf n. 49). Protagonisti devono essere le politiche che hanno la responsabilità di realizzare una governanza mondiale (cf n. 57), ma altrettanto responsabili sono i credenti delle varie religioni (cf n. 55), i credenti e i non credenti (cf n. 57), la finanza (cf n. 65), i mezzi di comunicazione sociale (cf n. 73), i sindacati (cf n. 64), i migranti (cf n. 62), gli operatori del turismo (cf n. 61). La situazione storica esige l’orizzonte della fraternità universale. La categoria teologica della fraternità è introdotta da Benedetto XVI come centrale nella sua enciclica e come capace di rispondere alle grandi sfide di un mondo globalizzato. Essa è entrata nel titolo del terzo capitolo del documento. Scrive Benedetto XVI: «La globalizzazione è fenomeno multidimensionale o polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell’unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere e orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione» (n. 42). Il concetto Gen's 1-2/2010 di fraternità è caro alla teologia di Ratzinger che già nel 1960 aveva pubblicato un lavoro con il titolo: Die christliche Briderlichkeif. Il mondo ha urgenza di fraternità (n. 20); l’umanità va vista come famiglia (n. 53), occorre una metafisica della relazionalità (n. 55). Ma di che tipo di fraternità abbiamo bisogno? Cerco di ridire la tesi di Caritas in Veritate (n. 57), attraverso un racconto classico. È una pagina del famoso autore greco Eschilo, tratta dall’opera / Persiani. È il sogno della regina Atossa. Ella vede due donne, alte di statura, molto belle, sorelle di sangue, ma in lotta fra loro. Una ha abiti dorici, europei, l’altra ha abiti persiani, asiatici. Il gran re Serse cerca invano di porre termine alla lotta fra le due sorelle, soggiogandole al suo carro per farlo tirare. La sorella con abiti persiani (1’ Asia) accetta volentieri il giogo e tira il carro del re, l’altra, con abiti dorici (l'Europa) non accetta le briglie e il giogo e si attiva per sbalzare il re dal carro. L’Europa non accetta le briglie e tenta la via della libertà, della differenza, delle distinzioni, della democrazia, cioè la via dell’affermazione dell’unicità dei singoli volti, delle singole culture. L'Asia invece accetta il giogo del gran re, cioè accetta la legge del tutto, dell’assoluto, dell’indistinto. Purché viva il tutto, l’io può anche essere sacrificato. Eschilo commenta: in fondo “dormono”, cioè sbagliano, sia l'Europa che l’Asia. Sbaglia l'Asia perché rinunciando alla libertà e alle differenze, cadrà inesorabilmente in un sistema totalitario che spegnerà i singoli . volti. Ma ha problemi anche l’ Europa, perché la via unilaterale delle distinzioni, delle libertà, la porterà all’anarchia, alla lotta fratricida: le differenze di popoli e di cultura entreranno in lotta fra di loro. Abbiamo bisogno di una fraternità che da una parte sia capace di fare di noi una convivenza, una polis, una città unica, ma dall’altra sia capace di costruire una polis non totalitaria, cioè una città dove l’io sia rispettato, dove l’io sia libero e il volto di ciascuno possa realizzarsi. — pag. 23 — riflessione 2I Allargare il concetto di sviluppo La categoria della fraternità richiede un allargamento dell’orizzonte dello sviluppo sociale-economico, perché possa essere a servizio della realizzazione umana «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (n. 18). Anche a questo livello occorre ritrovare una nuova correlazione e unità tra economia, coesione sociale, democrazia, sistema costituzionale, stato di diritto, diritti umani (cf n. 31); tra mercato, stato e società civile, secondo il principio di sussidiarietà; tra i protagonisti dell’impresa (cf n. 40); tra mercato, finanza, microfinanza, sindacati, consumo... (cf n. 65) e soprattutto tra mercato, fiducia, trasparenza, onestà, bene comune, coscienza morale, responsabilità, rapporti umani, amicizia, solidarietà. Per l’ambito sociale-economico Benedetto XVI introduce la straordinaria novità della categoria del dono e della gratuità: «Nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità» (n. 36); «Nell’epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori» (n. 38). Conseguenza della categoria del dono e della gratuità è il rilievo dato dal Papa al ruolo della società civile. Il solo dualismo tra Stato e mercato, corrode la socialità (cf n. 39), ma anche il concetto di società civile va allargato perché diventi spazio per le nuove esperienze di economia di comunione (cf nn. 39.46) e imprese con scopi mutualistici e sociali (cf nn. 38-39), opere marcate dallo spirito del dono (cf n. 37). L’orizzonte teologico Quale allora la sorgente di una fraternità che risponda all’enorme sfida della economia e della politica del mondo di oggi e non ricada nelle tragedie violente sempre speri- mentate nella storia? In conclusione è importante ridire che l’interesse principale di Benedetto XVI è quello di restituire Dio al mondo. È Dio la sorgente della fraternità. È la luce del Vangelo che guida ogni pagina di Caritas in Veritate. La realtà sociale ed economica è guardata in ultimo con gli occhi della fede. L’eclisse di Dio è l’eclisse del bene dell’essere umano (cf n. 18). L’intenzione di Benedetto XVI è quella di riaprire il Cielo sul mondo, l’orizzonte della Trascendenza (cf n. 29). Dio abbia un posto anche nella sfera pubblica (n. 56), perché è il garante del vero sviluppo (cf n. 29). Non c’è un umanesimo vero senza apertura all’ Assoluto che dona l’idea vera della vita umana (cf n. 16). È il Cristo che manifesta pienamente l’uomo a se stesso (cf n. 18). Questo è il plus che la Chiesa può offrire al mondo (cf n. 77). La realtà è vista nell’enciclica con gli occhi di Dio: l’essere umano è immagine di Dio (cf n. 45); la natura è creazione (cf n. 48); la famiglia umana trova il suo ultimo fondamento nella Trinità stessa (n. 54); la causa ultima del male sociale è il peccato; l’orizzonte ultimo dello sviluppo è la vita eterna (cf n. 11). Vedere la realtà con gli occhi della fede, significa vedere la vita come vocazione e scoprire che il primato è sempre il dono da ricevere. L'amore, la verità, la fraternità sono doni gratuiti da invocare: «Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera» (n. 79). Caritas in Veritate è un testo teologico; la dottrina sociale è annuncio e testimonianza della fede e del Vangelo; la fede cristiana ha un ruolo fondamentale nell’agenda internazionale. Aldo Giordano 1) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Della redenzione, Adelphi, Milano 1996, pp. 160-162. 2) J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Romano Pontefice, 18 aprile 2005. 3) E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 1961, p. 35. 4) L. Wittgenstein, Yractatus Logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1964, prop.6. 5) Cf R. Gibellini, “Caritas in Veritate”. L'Enciclica della fraternità universale, in “L'Osservatore Romano”, 1 novembre 2009, p. 1. Gen's 1-2/2010 — pag. 24 — 22 riflessione Il contributo originale della CV vista dai Paesi poveri Una diversa logica economica di Juan Esteban Belderrain L'autore, filosofo e scientista politico argentino, in questo momento residente in Brasile e con ampia esperienza dell’America Latina, fa alcune considerazioni importanti sulla crisi finanziaria internazionale che ha scosso la sicurezza di coloro che credevano di avere tutte le risposte e le ricette per lo sviluppo. In questo contesto mostra come la “Caritas in Veritate” è un invito a rivedere con umiltà e serietà i modelli di sviluppo finora vigenti, riconoscendone certi lati positivi, ma anche le gravi lacune e gl’insuccessi persistenti che fanno più pregnanti e importanti le proposte innovative dell’enciclica. Disuguaglianza sociale L’America Latina è ancora segnata da scandalosi livelli di povertà e miseria. Dal 40% al 45% delle persone si trovano in grave situazione di povertà (più di 200 milioni). È interessante osservare che nei primi anni della decada del 1990 come anche il primo periodo degli anni 2000, nei quali hanno dominato ricette economiche differenti, sono stati anni di crescita economica in buona parte dei paesi della regione, ma gli indici di povertà cambiarono ben poco o restarono inalterati. Molti studi mostrano che il ritmo della riduzione della povertà nella regione non è esattamente legato al modello economico Gen's 1-2/2010 adottato, ma al livello di crescita economica globale e, fondamentalmente, all’influenza diretta che questa crescita ha nel reddito dei poveri. Nelle società disuguali è più facile che i settori più potenti si approprino dei benefici della crescita. Per questo, la distribuzione iniziale dei redditi e il modo di come questa distribuzione avviene lungo il tempo, condizionano il ritmo dell’eliminazione della povertà. Arriviamo così al nodo della questione. Se la crescita dell’ America Latina è stata minore di quella di altre regioni del pianeta, se nelle ultime decadi questa crescita si è fermata e se i suoi benefici non hanno portato ad una maggior riduzione della povertà, in buona parte lo si deve alla profonda disuguaglianza che c’è nella regione. È la disuguaglianza che ostacola la riduzione della povertà e ritarda la crescita e lo sviluppo. Principio della gratuità L’America Latina è ancora la regione con maggiore disuguaglianza nel pianeta. È l’esempio più chiaro dello scandalo delle “disparità che feriscono” su cui il Papa ha parlato nella Caritas in Veritate (CV). Il 10% dei più ricchi della popolazione detengono 84 volte più risorse che il 10% dei più poveri. In Italia, paese che registra la maggiore disparità sociale in Europa, i ricchi hanno in mano 12 volte più risorse che i — pag. 25 — riflessione 23 poveri. Nell’ America Latina il 20% dei più poveri della popolazione hanno in mano soltanto 3,3% dei rediti, invece il 20% dei più ricchi hanno in mano il 57,9%. Questo risponde alla domanda del perché il livello di povertà non dipende dall’applicazione dell’uno o dell’altro modello economico e perché bisogna cambiare la logica per affrontare le cause profonde di questo problema. Forse è qui il maggiore contributo che la nuova enciclica può dare per capire la realtà latino-americana e non solo, e trasformarla: Benedetto XVI ci invita a superare la discussione sui modelli economici pensando di più agli attori sociali reali e alla logica che sta dietro ai loro atteggiamenti e condotte. «La grande sfida che abbiamo davanti a noi — fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più evidente dalla crisi economico-finanziaria — è mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti di mercato il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto dentro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità» (CV n. 36). La questione non è soltanto di diminuire il peso dello Stato e del mercato nell’ orientamento dell'economia, ma di rivedere come questi attori si comportano. È già chiaro che il fatto di aver lasciato, nel passato, il destino dell’economia al libero gioco dei capitali non ha prodotto un maggiore beneficio in termini sociali. Ma lo stesso succede oggi là dove c'è una maggiore presenza dello Stato nel controllo dell’economia. Molti governi spendono più risorse per assicurarsi la permanenza nel potere che per produrre i cambiamenti sociali necessari. Nell’enciclica, il Papa scrive: «La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione. Il binomio esclusivo mercato- Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità. Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco» (CV n. 39). Una logica diversa I cambiamenti necessari richiedono un cambiamento di logica e non soltanto di un trasferimento del dominio del mercato allo Stato o viceversa. È necessaria una logica di azione economica e un’altra per l’azione politica. Vuol dire sostituire i principi di massimizzazione dei profitti o di potere che operano in modo predominante sugli attori economici o politici, con principi di carità, quindi di giustizia fraterna e solidale, che aiutino a superare il grave problema della disuguaglianza. Nel capitolo dedicato all’economia, il Papa approfondisce la sua analisi. «Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l’aspetto della reciprocità fraterna. Nell’epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarietà è anzi tutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la: gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Gen's 1-2/2010 — pag. 26 — 24 riflessione Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia. Carità nella verità, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso» (CV n. 38). Lo stesso potremmo sperare dalla politica, anche se questo tema non é stato affrontato per esteso dal Pontefice. Prevale nella letteratura sulle politiche economiche un consenso su due condizioni basiche per lo sviluppo: il capitale istituzionale — il funzionamento delle istituzioni politiche ed economiche — e il capitale sociale, inteso come la fiducia scambievole tra membri di una comunità. In fondo, una delle pietre più pesanti da rimuovere nel camino dello sviluppo dell’ America Latina è la mancanza di attuazione della democrazia in tutta la sua pienezza, non solo quella ristretta all'ambito politico e fatta come sistema di governo, ma anche come espressione di valori etici estesi su tutti gli ambiti dell’attività umana. Anche l’attività politica, se desidera contribuire per «lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (CV n. 34). Se, nel campo economico, la comunione implica la donazione libera di profitti, nel campo politico la fraternità significa la donazione libera di quote di potere in beneficio del cittadino, specie dei più deboli. La democrazia partecipativa e la delega di potere (empowrement') al cittadino, trovano nuove chiavi di significato nel principio di fraternità. Gen's 1-2/2010 Comunione e fraternità, nomi nuovi per superare le gravi ingiustizie che attraversano l’America Latina come tanti altri angoli del nostro pianeta, sommersi in una povertà indegna dell’essere umano. Sono nomi nuovi per suscitare speranze di sviluppo «integrale, il che vuol dire rivolto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (CY n. 18). Juan Esteban Belderrain 1) «Tra le parole straniere ormai di uso corrente, empowerment è una delle poche a non avere un corrispettivo nella lingua italiana. (...) In politica, l’empowerment è la capacità di ripensare la vita sociale di gruppi e di singoli attraverso la formazione e l’informazione, per favorire l’accesso alle risorse da parte dei gruppi oppressi, aumentando la loro partecipazione attiva alla vita politica e la capacità di dominare gli eventi, permettendo l'assunzione di responsabilità e ampliando la possibilità di incidere sul dibattito decisionale. (...) di fronte alla concentrazione in poche mani del potere economico e politico in ambito planetario, se ne auspica la delega e il trasferimento; a fronte della concentrazione e della privatizzazione dei saperi, si lavora per lo sviluppo delle potenzialità e l’aumento delle capacità delle popolazioni del Sud del mondo; a fronte dell’erosione degli spazi di democrazia, si lotta per la valorizzazione del contributo di tutti; contro una globalizzazione basata unicamente sulla legge del più forte, [si promuove] la responsabilità della partecipazione politica in prima persona» (G. BURGIO, in: http://www.aggiornamentisociali.it/(0302lessico.html). — pag. 27 — studio 25 Lo sviluppo integrale come esplicitazione dell’«amore sociale» Dimensione educativa della «Caritas in veritate» di Angelo Vincenzo Zani L'autore, sottosegretario del Pontificio Consiglio per l'Educazione Cattolica, dopo aver mostrato gli elementi di continuità e di novità presenti nell’enciclica nei riguardi della Dottrina sociale della Chiesa, e il serio dialogo che questo documento stabilisce con le scienze sociali, descrive i suoi contenuti educativi, che vanno ben al di là dei riferimenti espliciti all’educazione in quanto disciplina pedagogica. on la Caritas in veritate, terza enciclica di Benedetto XVI, abbiamo un nuovo strumento per prendere coscienza, da cristiani, attraverso uno sguardo a 360 gradi su “tutto l’uomo e su tutti gli uomini”, della realtà che stiamo vivendo nella nostra epoca. Benedetto XVI delinea con precisione l’intento del nuovo documento: a oltre quarant’anni dalla Populorum progressio (26 marzo 1967), con la quale «Paolo VI ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave della carità di Cristo [...], intendo rendere omaggio [...], riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente» (n. 8). La finalità dell’enciclica è resa ancora più evidente se è posta in relazione con la Deus caritas est (25 dicembre 2005) e la Spe salvi (30 novembre 2007). Infatti, anche le prime due encicliche di Papa Ratzinger contenevano importanti elementi di teologia sociale, se non intere sezioni dedicate esplicitamente alla dottrina sociale della Chiesa'. Perciò, i legami che accomunano questi tre documenti? evidenziano il tentativo coerente di creare uno sfondo teologico al pensiero sociale cristiano. Con il presente contributo, mi prefiggo di illustrare in sintesi tre aspetti della Caritas in veritate: collocarla nel contesto della dottrina sociale della Chiesa per coglierne gli elementi di continuità e di novità; indicare la sfida che essa lancia alle scienze sociali; proporne la lettura secondo la chiave interpretativa dell’educazione. Nel contesto della dottrina sociale della Chiesa La dottrina sociale rappresenta una forma eloquente e matura dell’impegno e della preoccupazione che la Chiesa da sempre ha avuto nei confronti della società, elaborando progressivamente — sempre sulla base della rivelazione cristiana — un corpo di principi che abbraccia i problemi fondamentali, quali: la dignità della persona, il ruolo della famiglia, la funzione dello Stato, gli aspetti sociali della proprietà privata, i principi riguardanti il lavoro, la giustizia, ecc. Gen's 1-2/2010 — pag. 28 — 26 studio Come ogni intervento del Magistero sociale, a partire dalla Rerum novarum del 1891, ha messo a fuoco principi e contenuti, approfondendone anche l’epistemologia, così la Caritas in veritate conferma in pieno questa regola. In essa, Benedetto XVI ribadisce questo specifico corpus dottrinale gradualmente elaborato, ma allo stesso tempo dischiude ulteriori prospettive. Tra gli altri elementi di continuità, rispetto alle precedenti encicliche sociali, riscontriamo lo stile di dialogo con cui, a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha affrontato l’avvento del mondo moderno, analizzando i problemi, cogliendo le speranze e le aspirazioni della società in evoluzione, ma anche ovviamente le sue contraddizioni, i guasti e le minacce incombenti. Tutti i documenti pubblicati in seguito dai pontefici sono stati influenzati dall’approccio conciliare ai problemi sociali, economici, culturali e internazionali*. Il metodo caratterizzato da una riflessione incentrata sulla teologia e sul ricorso all’analisi induttiva è già presente nella Populorum progressio e viene ridefinito dalla Caritas in veritate. E così, la prospettiva dello “sviluppo dei popoli”, indicata dalla Populorum progressio e ripresa dalla Caritas in veritate, diventa ora la questione dello “sviluppo integrale dell’uomo nella carità e nella verità”. Pertanto la “questione sociale” assume una dimensione più dilatata e la dottrina sociale si identifica con la questione relativa al rapporto tra la Chiesa e il mondo. Accanto a questi elementi di continuità, acquistano rilevanza due apporti metodologici nuovi, forniti dall’enciclica: a. il luogo teologico della fede apostolica; b. la collocazione della dottrina sociale della Chiesa nel contesto della Tradizione. a. Nel lungo dibattito epistemologico sulla natura della dottrina sociale della Chiesa, che ha segnato gli scorsi decenni, alcune posizioni sostenevano la necessità di affrontare le relative questioni prevalentemente secondo il metodo induttivo proprio delle scienze sociali, a partire dalla storia e dalla concretezza delle situazioni, fuori dalle quali lo stesso annuncio diventa incomprensibile. Gen's 1-2/2010 Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI non nega questo approccio ma allo stesso tempo riprende e sviluppa l'insegnamento da lui impartito nel Discorso alla Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano', indicando che il punto di vista in cui porsi non sono solo le situazioni sociologicamente intese, ma analizzate alla luce della fede apostolica. Questo approccio non comporta una qualche forma di deduttivismo, ma permette di illuminare convenientemente anche le situazioni empiriche che la storia via via propone. La verità della fede apostolica entra, così, in dialogo con tutti gli altri livelli di verità, contribuendo a confermarli, nel loro ambito specifico, a purificarli e ad indirizzarli verso un loro pieno sviluppo. La dottrina sociale della Chiesa riceve, pertanto, un chiarimento circa la propria collocazione nell’ambito del sapere. Essa sta «nel punto in cui la fede dialoga con la ragione, ove il messaggio di Cristo viene annunciato al mondo e da questo viene accolto nella misura in cui il mondo lo ri-conosce come proprio e in esso si ritrova pienamente, confermato nelle sue autentiche aspirazioni umane»'. b. Il secondo aspetto concerne la collocazione della dottrina sociale all’interno della Tradizione della Chiesa. Nella linea di quanto era già stato espresso dal Magistero precedente, Benedetto XVI rende più esplicito il concetto secondo il quale la fede in Gesù Cristo, tramandata dagli apostoli fino a noi, costituisce la Tradizione. Si tratta di un concetto sul quale il Papa ritorna spesso, come ha fatto nel suo volume su Gesù e nell’intervento a braccio durante l’ultimo Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio°. La Tradizione non consiste in una invenzione costruita dalla prima comunità cristiana, ma è verità fondata su fatti accaduti e sulla logica della testimonianza; inoltre, essa illumina quei fatti, ne conferma il senso, lo purifica e lo sviluppa. Il Cristo della fede non contraddice né oscura il Gesù della storia. Il senso storico-letterale delle Scritture non è sufficiente; esso si rivela veramente utile se inserito dentro una lettura di ordine spirituale fondata sulla fede della Chiesa, ossia sulla — pag. 29 — studio 27 Tradizione apostolica’. Pertanto la lettura dei problemi sociali condotta alla luce della Tradizione apostolica assume piena dignità conoscitiva e orientativa e rivendica pieno diritto di porsi come serio e corretto approccio di analisi e di studio dei fenomeni storici. La conseguenza di questi due aspetti è che dalla fede cristiana trasmessa mediante la Tradizione deriva una coerenza di visione dei problemi umani e sociali, una sapienza unitaria e orientante che va mantenuta nella sua integralità, senza riduzionismi o amputazioni. In altri termini, non è possibile proiettare sullo sviluppo storico della dottrina sociale della Chiesa uno schema di lettura fatto di suddivisioni astratte o ideologiche. La Caritas in veritate chiarisce che vi è un’unica Tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma che allo stesso tempo essa evolve (cf. quanto detto da Benedetto XVI sulla corretta interpretazione del Concilio"). In questa prospettiva, la Caritas in veritate va oltre la sua natura di enciclica sociale: essa intende compiere un’operazione ecclesiologica ed interpretare, in tale senso, il pontificato di Paolo VI. Papa Montini, sostiene l’enciclica, ha contribuito in modo significativo ad impostare la visione della dottrina sociale sulla scia della Gaudium et spes e della tradizione precedente, creando le basi sulle quali si è potuto inserire Giovanni Paolo II (cf nn. 11-12). Infatti, egli ha strettamente collegato la dottrina sociale della Chiesa con l’evangelizzazione (come risulta dalla Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dell’otto dicembre 1975) ed ha previsto l’importanza centrale che avrebbero assunto nelle problematiche sociali i temi etici, come quello legato alla procreazione (nell’enciclica Humanae vitae del 25 luglio 1968) (cf n. 15). Una sfida per le scienze sociali La Caritas in veritate non è un’enciclica destinata solo al teologo, ma rappresenta un dialogo aperto con gli scienziati sociali’. Negli ultimi vent'anni gli scambi tra la Santa Sede e gli scienziati sociali, avviati da Gio- vanni Paolo II, fondatore nel 1994 della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, sono aumentati considerevolmente e sono stati incoraggiati anche dall’attuale Pontefice, il quale nel dialogo con J. Habermas — decano dei teorici sociali — ha messo in luce l’impegno ad aprirsi «alla verità, da qualunque parte essa venga» (n. 9). L'elemento di novità che la Caritas in veritate propone è il “paradigma relazionale”, che si pone in continuità creativa con i quattro pilastri della dottrina sociale cristiana: dignità umana, sussidiarietà, solidarietà e bene comune. Lo «sviluppo umano integrale» è il concetto fondamentale di tutta l’enciclica, usato ben ventidue volte per amplificare il tradizionale concetto di «dignità umana». Ma oggi è il significato di essere “umani” che è cambiato; al centro di questa nuova interpretazione c’è la “relazionalità”, il riconoscimento della nostra socialità intrinsecamente umana e delle sue conseguenze. L’enciclica cerca di definire quali siano le condizioni per lo «sviluppo dell’uomo nella sua interezza e di tutti gli uomini» (n. 79), ritenendo che ciò debba basarsi su «una valutazione più profondamente critica della categoria di relazione» (n. 53). Questa enfasi sulle relazioni umane — cardine dell’unità globale — è sancita dal paragone diretto con la Trinità, che è «unità assoluta fino al punto in cui le tre persone divine sono pura relazionalità» (n. 53). Ora tale concetto è ben lontano dalle altre forme di relazionalità nell’ambito delle scienze sociali. Per esempio, l’homo oeconomicus è un solitario sottosocializzato che si pone la prevalente priorità di aumentare la propria ricchezza; mentre l’homo sociologicus (più noto come l’“uomo dell’organizzazione”) è sovra-socializzato, in quanto tutto ciò che ha gli viene dalla società e, per questo, si rende “flessibile” nei confronti delle circostanze sociali per potervisi adattare (quindi è un relativista). L’homo veconomicus è antropocentrico e l’homo sociologicus sociocentrico; in entrambi non c’è spazio per la dimensione della trascendenza, perciò l’homo relatus, su cui invece l’enciclica richiama l’attenzione, si distanzia da questi due modelli. Gen's 1-2/2010 — pag. 30 — 28 studio La Caritas in veritate afferma che «una delle più gravi forme di povertà che l’individuo possa sperimentare è l’isolamento» (n. 53), cioè la mancanza di relazione. Per questo, essa invita a rendere sacro ogni incontro umano mediante la “fraternità” ed estenderlo all’umanità intera, costruendo una famiglia globale mediante l’«inclusione relazionale» (n. 54). La relazionalità produce “beni relazionali”; essi sono indivisibili, nel senso che qualsiasi tentativo di dividerli distruggerebbe le stesse relazioni sociali che li genera. È in questo contesto sociale che si colloca anche l’esperienza dell’economia di comunione. Ogni “bene relazionale” continua a esistere solamente perché coloro che sono coinvolti vi attribuiscono importanza e operano per sostenere le relazioni che lo generano. L’atteggiamento sociale della “fraternità” è ciò che Giovanni Paolo II fa definito “amore sociale” (Redemptor hominis, n. 16) e che, sufficientemente esteso, contribuisce a costruire quella “civiltà dell’amore” verso cui indirizza anche la Caritas in veritate. La chiave educativa Apparentemente il tema sociale affrontato nell’enciclica non riguarda, almeno direttamente, il problema educativo; ma se il suo oggetto è lo «sviluppo umano integrale nella carità e nella verità», in esso sta un rapporto stretto tra questione sociale e questione educativa'°. In uno dei pochi passi in cui si parla esplicitamente di educazione, Benedetto XVI afferma che «con il termine “educazione” non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona» (n. 61). “Formazione completa” e “sviluppo integrale” possono essere considerati sinonimi. L'educazione ha questa finalità fondamentale e perciò il lavoro educativo va considerato come condizione principale per promuovere l’autentico sviluppo delle persone e dei popoli. E l’impegno di coniugare carità e verità costituisce la via maestra per poterlo raggiungere. Ricordando la Populorum progressio di Paolo VI, l’enciclica indica un punto Gen's 1-2/2010 chiave che fa da filo rosso a tutto il documento: «Egli ha affermato che l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo e ci ha lasciato la consegna di camminare sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra intelligenza, vale a dire con l’ardore della carità e la sapienza della verità» (n. 8); e ancora: «Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo» (n. 18). La vita come vocazione Così si può dire che la proposta educativa offerta dalla Chiesa trova nella persona di Cristo e nella concezione della vita come vocazione il suo riferimento essenziale. «Non vi è dunque umanesimo vero — afferma Paolo VI — se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana» (n. 16). In Cristo sta il principio di quella visione autentica dell’uomo senza la quale non si dà educazione. Per questo fin dall’inizio dell’enciclica di Benedetto XVI si afferma la via maestra di ogni compito educativo e prima ancora dell’impegno di ognuno con la propria vita: «Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui» (n. 1). Il principio di gratuità: conoscere e amare Il contenuto e la valenza educativa, che consistono nella coniugazione di carità e verità, scaturiscono da quello che l’enciclica chiama il «principio di gratuità» (n. 34), cioè dono di un Altro, Dio Amore e Verità. «Conoscere non è un atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c’è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell’amore che riceviamo c’è sempre qualcosa che ci sorprende» (n. 77). Questa uguale natura di dono di carità e verità richiede sempre la loro unione, pena la riduzione della carità a sentimento vuoto e della verità a sterile intellettualismo. — pag. 31 — studio 29 Unire verità e carità La verità è dono perché nel rapporto fecondo tra ragione e fede apre orizzonti che da solo l’essere umano non potrebbe raggiungere ed è forza che unifica creando comunicazione e comunione tra le persone. «La verità, infatti, è “logos” che crea “dialogos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose» (n. 4). D’altra parte la verità è inscindibilmente legata alla carità che promuove e anima il sapere dall’interno, il quale non è mai solo opera dell’intelligenza, ma è mosso dall’amore. «Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. [...] Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore» (n. 30). Educazione e nuova comunità Se il primo effetto della presenza in noi della carità unita alla verità è lo svelamento della nostra autocoscienza, nello stesso tempo «perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore» (n. 34). Compito primario di ogni vero educatore cristiano è quello di costruire insieme agli altri educatori un luogo comunitario, attingendo al dono dell’unità che viene dall’accoglienza della verità di Cristo, presente sempre dove due o tre si riuniscono nel suo nome. All’interno di una vera esperienza comunitaria, la persona non viene mai mortificata bensi aiutata a sviluppare tutte le sue dimensioni a partire da quella religiosa e morale. Anche lo sviluppo sociale ha bisogno di persone capaci di coniugare carità e verità, di “allargare la ragione e dilatare il cuore”. Non si affrontano e nemmeno si risolvono i complessi problemi dello sviluppo personale e sociale se non si educano persone dotate di mentalità aperta a tutte le dimensioni della realtà umana e capaci di donare nella condivisione dei bisogni materiali e spirituali di ogni persona. Una nuova cultura animata dal dialogo fecondo e sapiente tra ragione e fede, e un nuovo impegno di solidarietà fraterna aperto alle dimensioni del mondo, sono le esigenze più grandi del nostro tempo. Angelo Vincenzo Zani 1) Vedi, ad esempio, il paragrafo 28 della Deus caritas est. 2) C£G. Crepaldi, Su//a strada della carità nella verità, in Benedetto XVI, Caritas in veritate, Cantagalli, Siena 2009, pp. 9-42. 3) Cf H Carrier, Dottrina sociale. Nuovo approccio all'insegnamento sociale della Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, pp. 57-64. 4) Cf Benedetto XVI, Discorso alla sessione inaugurale dei lavori della V Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (13 maggio 2007), in Insegnamenti III, 1 (2007), pp. 854-870. 5) G. Crepaldi, Sulla strada della carità nella verità, op. cit., p. 28. 6) Cf Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007; «Intervento di Benedetto XVI al Sinodo dei Vescovi», in “L'Osservatore Romano” (19 ottobre 2008), p. 1. 7) Cf Ibid., p. 29. 8) Cf Benedetto XVI, Discorso di auguri alla Curia Romana in occasione del Natale, in “L'Osservatore Romano”, 22 dicembre 2005. 9) CfM. Archer, L’enciclica di Benedetto provoca la teoria sociale, in “Vita e Pensiero”, 5 (2009), pp. 52-56. 10) Cf L. Feré, Temi educativi nella “Caritas in veritate”, in “Cultura oggi”, 4 (2009), pp. 10-18. Gen's 1-2/2010 — pag. 32 — 30 esperienza «Anche la politica ha bisogno di persone aperte al dono reciproco» (CV. 39) Scuole per politici «nuovi» Intervista a Marco Fatuzzo Nella presente intervista, l’attuale presidente internazionale del Movimento politico per l’unità (Mppu), diramazione del Movimento dei focolari, presenta le “Scuole di politica” che vanno nascendo nel mondo, rivolte ai giovani, mostrando tra l’altro le notevoli coincidenze con istanze fondamentali della Caritas in veritate. Scuole di fraternità e di dialogo Cosa offrono le Scuole di politica portate avanti dal Mppu? Quello che ha ispirato il progetto del Movimento politico per l’unità riguardo alle Scuole di formazione politica per i giovani, è la convinzione che l’evoluzione e la tenuta di ogni democrazia non dipendono mai soltanto da riforme istituzionali; ma sono legate anche all’educazione delle persone che nell’immediato futuro di questa democrazia saranno protagoniste e responsabili. Per poter formare queste persone con una nuova mentalità, capaci di promuovere una società fondata — secondo la coraggiosa proposta appena rinnovata nella CV — sul dono, la fraternità, la reciprocità “trinitaria”, ecc., un aspetto specifico delle nostre Scuole è cercare di costruire una vera e propria “comunità educante”, in cui il tipo di relazione che si stabilisce tra i vari soggetti (docen- Gen's 1-2/2010 ti, tutor, studenti) riveste un ruolo fondamentale. Uno degli aspetti di queste nostre Scuole è il dialogo tra generazioni, che costituisce un modo privilegiato per coltivare ideali democratici. E questo uno dei punti fermi del “Progetto Scuole” del Mppu. Queste Scuole intendono prioritariamente educare al dialogo, nel più vasto senso della parola. Quali altri aspetti fondamentali vi si trovano, sia a livello di contenuti che di metodo? Tutte queste Scuole condividono un medesimo obiettivo, rispettose delle specificità locali e attente alle domande del contesto in cui sono inserite: approfondire e praticare la politica come amore, come servizio all’unità della famiglia umana; intendono essere un luogo di dialogo, di studio, di sperimentazione, aperto a tutti i giovani che vogliono vivere il presente della propria società in modo attivo, responsabile e generoso. La proposta formativa si rivolge a giovani dai 18 ai 30 anni, dura due anni e si struttura in cinque moduli per ciascuna annualità; la metodologia integra attività d’aula e laboratori di azione nel territorio, mirati alla città con l’orizzonte della mondialità. Lo studio tocca i principali nodi del sistema politico a livello locale, nazionale e internazionale (economia, diritto, geopolitica, comunicazione, fondamenti etico-antropologici; cultura politica della fraternità); la — pag. 33 — esperienza 31 matrice culturale è il patrimonio di spiritualità e di prassi del Movimento politico per l’unità. Inoltre appositi siti web, presenti nei vari Paesi, offrono una piattaforma didattica inte- rattiva, favorendo lo scambio degli studenti fra loro e con i docenti ed i tutor. Diamo speciale attenzione alla formazione dei tutor, che ovviamente sono fondamentali per creare quel clima e quel tipo di rapporti che siano veramente formativi, in modo che i partecipanti non ricevano soltanto delle belle teorie fondate nella nostra concezione valoriale della politica, ma possano farne un’esperienza concreta già a partire dalle stesse Scuole. In Argentina, nella cittadella di O°Higgins, si è tenuto nell’aprile 2009 il Seminario formativo annuale per i tutor delle 15 scuole esistenti in quel Paese. Nel novembre dello stesso anno, a Castel Gandolfo, abbiamo svolto il secondo Seminario di formazione per i tutor delle Scuole italiane, con la presenza di 50 partecipanti provenienti dalle più svariate città. In gennaio, presso la cittadella del Movimento dei focolari di Vargem Grande Paulista (Sao Paulo — Brasile), abbiamo tenuto una settimana di formazione per i tutor delle 10 Scuole brasiliane. Un appuntamento è ancora programmato in Corea del sud, dove dal prossimo settembre partirà una prima scuola. Esistono, ad esempio in Italia da tanti anni, nelle varie chiese locali, Scuole diocesane di formazione alla politica. Avete dei rapporti con esse? Certamente, abbiamo un’intensa collaborazione e scambio con Scuole diocesane di formazione politica, con Uffici diocesani per la pastorale sociale e con Associazioni ONLUS in collaborazione con le locali Università. Siamo stati chiamati, sempre più frequentemente, da varie diocesi a condividere la nostra esperienza, a presentare il tipo di formazione che si offre nelle nostre Scuole che — ci dicono — appare loro emblematicamente innovativo. In questi contatti si stabilisce un profondo dialogo reciprocamente arricchente. Recentemente siamo stati nella Scuola del Patriarcato di Venezia che ha ormai più di 20 anni di vita, e nella diocesi di Ascoli; in precedenza eravamo stati invitati a Siracusa, Albano, Benevento, e un altro appuntamento è già previsto a Viterbo e in altre diocesi italiane. Un po?’ di storia È ben noto quanto sia importante conoscere la genesi delle realtà sociali e spirituali, perché come afferma la sociologia, “nell’inizio c’è già tutto”, seppure in germe. Qual è stata la storia delle vostre “Scuole di politica” fino al giorno d'oggi? La prima esperienza in seno al Movimento dei focolari, di una Scuola di formazione politica per i giovani (la “Scuola Bucaneve”), risale ai primi anni ’90, a Trento, per iniziativa di Lucia Fronza Crepaz, che all’epoca era parlamentare e che successivamente assumerà la presidenza internazionale del Movimento politico per l’unità. Una significativa esperienza di Scuole di formazione politica per i giovani prenderà poi l’avvio per iniziativa di Antonio Maria Baggio: un progetto organico che darà vita, a partire dal 1994, ad una rete di 14 Scuole, federate tra loro sotto il nome di “Res Nova” sotto l’egida di una Fondazione. Sono state, per molti anni, una presenza vitale ed emblematica nell’ambito della formazione giovanile all’impegno socio-politico in Italia. Dopo la nascita del Movimento politico per l’unità, pressoché tutte queste Scuole decideranno di divenire “Scuole del Mppu”, ovvero di voler fare riferimento al movimento culturale e vitale in ambito politico cui la fondatrice dei Focolari aveva dato origine. Di grande valenza, non solo simbolica, è anche una scuola, collegata alla rete delle “Res Nova”, nata ad Haiti. E intitolata a Toussaint Louverture, l’iniziatore della ribellione degli schiavi, la “rivoluzione nera” del 1791, che portò l’ex colonia francese del mar dei Caraibi ad essere una delle prime nazioni Gen’s 1-2/2010 — pag. 34 — 32 esperienza delle Americhe a dichiarare la propria indipendenza. Nel novembre del 2001, ad Innsbruck, durante il Convegno “Mille città per l’Europa”, il sindaco di Napoli chiederà a Chiara Lubich — che in quella circostanza aveva pronunciato un discorso di portata storica (quello in cui definiva la politica come “l’amore degli amori”) —, di far nascere una Scuola di formazione politica per i giovani nella sua città. Chiara coglierà questo appello come una richiesta accorata che le proveniva dal mondo politico, alla quale non poteva sottrarsi. E darà mandato al Centro internazionale del Mppu di elaborare un nuovo progetto di Scuole di politica che rispondesse all’esigenza che promanava dalle città italiane (molte delle quali esprimevano questo bisogno attraverso riconoscimenti civili di varia natura che conferivano a Chiara, quali cittadinanze onorarie od altre benemerenze). Nel frattempo, anche in diversi Paesi dell’America latina (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) questa medesima esigenza si faceva pressante e, quando i tempi apparvero maturi e le condizioni lo resero possibile, a partire dal 2004 presero avvio delle Scuole di formazione socio-politica anche in quelle nazioni. Nel giugno del 2008 (pochi mesi dopo la partenza di Chiara per il Paradiso) il nuovo progetto di Scuole per l’Italia venne definito ed approvato, e dopo un primo Seminario di formazione per i tutor, nell’autunno dello stesso anno partiva il primo ciclo formativo in cinque città (Spoleto, Prato, Genova, Catania, Palermo). Nel 2009 hanno preso l’avvio altre Scuole (Torino, Fossano-Cuneo, Trento), ed altre si preparano a partire (Cagliari, Carpi, Incisa, Crema,...), affiancando la rete delle Scuole italiane alle reti esistenti in Argentina (15 Scuole, giunte al terzo ciclo biennale) e in Brasile (10 Scuole, che iniziano il secondo ciclo). Chiara Lubich, i giovani e la politica Naturalmente è decisivo cogliere come ha concepito la formazione alla politica colei Gen's 1-2/2010 che è stata lo strumento di Dio per un nuovo carisma nella Chiesa. Potrebbe dirci qualcosa sul pensiero di Chiara a riguardo? Chiara Lubich ha sempre tenuto in grande considerazione il dialogo tra la prima e la seconda generazione di quanti hanno condiviso l’ideale dell’unità, nato dal suo carisma. E Maria Voce, la nuova presidente del Movimento dei focolari, ha ribadito recentemente la priorità dell’obiettivo di ricercare il rapporto fra gli adulti e le nuove generazioni. A Berna, il 4 settembre 2004, Chiara affermava: «Per dare al mondo la fraternità che genera un’unità spirituale, garanzia dell’unità politica, economica, sociale, culturale, non mancano gli strumenti, basta saperli individuare. Uno, la cui efficacia non è ancora del tutto scoperta, è quello dell’apparire nel mondo cristiano, dopo i primi decenni del 900, di decine e decine di Movimenti che come tante reti collegano i popoli, le culture e le diversità: quasi un segno che il mondo potrebbe diventare una casa delle nazioni, perché esso lo è già attraverso queste realtà, pur se ancora a livello di laboratorio». «Questi Movimenti — continua Chiara — poiché fondati o prevalentemente composti da laici, veicolano un sentito e profondo interesse per il vivere umano con ricadute nel campo civile, cui offrono concrete realizzazioni politiche, economiche, e così via. E sottolinea: “Una loro particolarità è la presenza in essi di moltissimi giovani, garanzia del futuro, che, meno condizionati degli adulti da deludenti esperienze del passato, sanno credere con maggior entusiasmo a ideali veri e ai più grandi ideali». E più oltre, specifica ancora un’indicazione concreta fondamentale che riguarda proprio le nostre “scuole di politica” pensate per i giovani: «Noi facciamo delle scuole nel mondo, (...) e facendo queste scuole cerchiamo di metter dentro tutta la verità cristiana. (...) C’è un’aspirazione, che è nuova, questa fratellanza universale, questa unità globale. I nostri giovani, per esempio, il loro Movimento lo chiamano “Giovani per un mondo unito”, loro o vedono così o non vedono. È una cosa stupenda! Non riescono a vedere più le cose soltanto frazionate. Per esempio, — pag. 35 — esperienza 33 non so, uno svizzero che fosse nel Movimento nostro, un giovane, lui sa che per arrivare al mondo unito deve amare l’altro, cioè l’altra patria come sé, come la sua (...). Lui fa bella la Svizzera, continua a tirar fuori le belle cose che la Svizzera significa, questa democrazia unica che esiste al mondo. Questo fanno: amano, non si fermano al sé, amano l’altro, anche l’altra patria come sé. È questo il miracolo anche del Vangelo: che prende dentro l’Ut omnes». La «Caritas in veritate» Avete trovato nella CV degli elementi concettuali e assiologici, oltre che delle indicazioni pratiche, che vi confermano e incoraggiano in questo senso? Niente meglio di questa enciclica di Benedetto XVI rende le motivazioni profonde che sottendono l’impegno politico, quelle che nelle Scuole del Mppu si vorrebbero proporre come ideali ai giovani che le frequentano. Ne riporto soltanto alcuni brani significativi, fra tanti altri possibili, che nel loro insieme potrebbero costituire legittimamente il “manifesto” ideale di queste Scuole. «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. (...) Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macrorelazioni: rapporti sociali, economici, politici» (n. 2). «Perché piena di verità, la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è /6gos che crea did-logos e quindi comunicazione e comunione. (...) Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale» (n. 4). «L'azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio» (n. 7). «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro. Paolo VI notava che “il mondo soffre per mancanza di pensiero”. L'affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione» (n. 54). L'esperienza delle Scuole del Mppu Potremmo concludere, purtroppo sempre molto brevemente per questione di spazio, con qualche impressione di “alunni” di queste Scuole nel mondo? Certo, potrebbero essere numerosissime. Riporto in primo luogo un paio dall’Italia. Una giovane di Catania, praticante-avvocato: «Il ciclo di lezioni cui ho partecipato è stato molto interessante e mi ha “aperto la mente” su alcune cose che in tutta onestà non conoscevo. Una cosa che molto ho apprezzato è il dialogo che permette il confronto tra le diverse posizioni. Aspetto con impazienza il nuovo ciclo di lezioni nella consapevolezza che saranno altrettanto interessanti!». Gen's 1-2/2010 — pag. 36 — 34 esperienza E un altro studente di Palermo: «La Scuola di partecipazione a me è servita, serve e, spero, servirà moltissimo. L'esperienza che mi avete dato di fare mi ha aperto un nuovo mondo: è come se vivessi in un’altra vita (dal punto di vista politico): vissuta più pienamente e con maggiore partecipazione». Concludo, in rappresentazione di tutte le Scuole che si svolgono in altri punti del mondo, raccogliendo il parere di Gabriella, dall’ Argentina: «Ho ventidue anni e studio a Buenos Aires. Dopo la grande crisi del dicembre 2001, come tanti giovani argentini, di fronte al crollo del sistema politico anch’io mi sono sentita derubata del futuro. Appena raggiunta la maggior età, in possesso dei miei tanto attesi diritti di cittadinanza, mi chiedevo: è questa la democrazia? Di chi dobbiamo avere fiducia? Che tipo di rapporto è questo tra società civile e potere pubblico? In queste circostanze, tanti dei miei amici hanno chiuso con la politica. Da parte mia, ho avuto la possibilità di avvicinarmi al Movimento politico per l’unità, che si era costituito da poco tempo in Argentina. Il coraggio di presentare la fraternità universale come categoria politica per la costruzione di un nuovo progetto di convivenza, mi affascinava sempre di più. Quando ho sentito che cominciavano una Scuola vera e propria di formazione politica, mi sono iscritta. È un percorso di due anni di studio, in cui approfondiamo il sistema politico, culturale Gen's 1-2/2010 ed economico del nostro Paese, in una prospettiva ampia che guarda all’intera famiglia umana come comunità politica fondamentale, e ciò dà significato anche all’esercizio della cittadinanza nel territorio locale. I moduli di studio nascono nel nostro contesto, quello argentino, ma non si chiudono lì, perché ci rendiamo conto che la storia del nostro popolo è legata a quella di tutta 1’ America Latina e ci sono relazioni di interdipendenza fortissime che ci chiamano a tessere un progetto di fraternità planetario. Vogliamo imparare a riflettere criticamente sui valori e gli ideali che, intorno a noi, muovono l’azione sociale e politica, e da parte nostra sperimentare la metodologia che nasce dalla fraternità universale. Le diverse comunità di formazione sono il nucleo portante della Scuola, perché sono lo spazio dove poter applicare quei valori e quelle attitudini che vogliamo proporre: rispetto reciproco, ascolto attento, dialogo senza pregiudizi, disponibilità all’impegno in prima persona, condivisione. Nel mio gruppo, dato che siamo veramente diversi, anche ideologicamente, cerchiamo di ascoltare fino in fondo l’opinione dell’altro: comprendere la sua convinzione è una possibilità che ho di arricchire la mia, perché ognuno di noi ha un contributo da dare al bene di tutti. E se fra noi è possibile, potrà esserlo anche nella vita politica nel nostro Comune, nei partiti, in Parlamento...). a cura della Redazione — pag. 37 — esperienza 35 È possibile una pastorale sociale senza essere strumentalizzati politicamente? Il Vangelo «codice» della trasformazione sociale di Mario Benedini L’autore è responsabile diocesano della pastorale sociale. La sua esperienza mostra, tra l’altro, quanto sia vera l’affermazione della Caritas in Veritate: «L'amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande» (n. 78). o avuto un sussulto, quando nel marzo 2007, il vescovo mi propone di lasciare la parrocchia, per dirigere l’ufficio diocesano di pastorale sociale. Sono prete da 36 anni, ho vissuto sempre in parrocchia, non ho titoli di studio. Da sei anni vivo in profonda comunione con altri due sacerdoti. Che devo fare? I sentimenti sono contrastanti. Come posso comprendere meglio la volontà di Dio, al di là delle paure? Mi confronto con gli altri due sacerdoti e con quella luce che viene dall’unità e il loro incoraggiamento accetto. Così comincia l’avventura. Ci ridiciamo insieme che la cosa più importante è essere uomini di comunione, proprio là dove le spaccature, le contraddizioni, le divergenze sono la normalità, magari l’aria che si respira. E giacché la misura, la più grande lezione di cosa sia l’amore, si trova nell’abbandono vissuto da Cristo in croce, sapendo le difficoltà di ogni tipo che troverò non posso non ripetermi come programma di vita per il mio impegno: «Ciò che mi fa male è mio, mio il dolore che mi sfiora nel presente, mio tutto quello che non è bello, amabile...». Una sfida difficile: la politica dei partiti La politica, ad esempio, richiama da vicino il volto di Gesù crocifisso e abbandonato, la più alta vetta dell'amore. Come dovrebbe essere, secondo Paolo VI, anche la politica: vetta di carità. Inizio infatti il mio servizio pastorale nel momento in cui, nella mia città, si stanno preparando le elezioni amministrative. Il vescovo mi chiede, nell’immediato, di predisporre un intervento per le elezioni e di pensare a una scuola “alta” di politica per i giovani. Mi sento un po’ come se camminassi sulle acque del lago di Tiberiade. Come Pietro sono andato verso Gesù, ma sotto i piedi sento un ribollire di atteggiamenti non proprio limpidi, che cercano di tirare a destra e a manca la comunità cristiana. Gen's 1-2/2010 — pag. 38 — 36 esperienza Ma mi sono impegnato a non camminare da solo, tanto meno sull’acqua turbolenta. Mi ritrovo a stendere un documento e lo confronto una, due, tre volte con i sacerdoti amici, con alcuni laici competenti e cristianamente vicini. Il vescovo chiede due volte di rifare tutto. Mi trovo a scegliere di ridare una prospettiva di speranza ai cristiani della città, che vedo amareggiati dalle spaccature interne al mondo politico, dalla paura dei tempi difficili. Il vescovo approva e ogni volta che entro in una sala parrocchiale per presentare il documento, so che non sarà facile far cogliere come la certezza dell’ Amore del Padre è motivo di un cammino sereno, capace di dialogo e di rispetto, con tutti. Un certo gruppo politico mi guarda con ossequiosa distanza, l’altro (battuto nelle urne) mormora per incolpare me e il mio superiore del fallimento elettorale. «Mio il dolore che mi sfiora nel presente». Sconcertante, questo mondo cattolico, in cui l’appartenenza al partito è ben più importante della fraternità battesimale. Formare protagonisti «nuovi» Secondo momento: la scuola di formazione alla politica. Come elemento base si pone la condizione che nasca dall’impegno dei Movimenti ecclesiali. Il vescovo ne è più che felice. Ma quali Movimenti? Mi accorgo ben presto che, nonostante gli inviti trovo ancora l’ossequiosa distanza accennata, che diventa sempre più marcata. Capisco fin troppo bene, che sono stato politicamente etichettato. Che vi è sempre chi, anche tra i confratelli, rema contro verso sponde diverse. Ancora una volta: cerco di “fare da ponte”, andando oltre i dati sconfortanti, chiedendo a Gesù la luce della sua verità. Non dimenticherò mai l’invito dei responsabili di un partito perché parlassi in una loro assemblea, molto lontana dall’esperienza cristiana. Ci vado serenamente, con l’unità degli amici sacerdoti, dando quanto mi era richiesto: il senso del bene comune. E parlo Gen's 1-2/2010 della fraternità universale che sa farsi concreta “in re sociali”. Il giorno dopo arrivano telefonate di dissenso: con “quelli” non si deve parlare. La solita spaccatura. Mi convinco sempre di più quanto ha ragione Benedetto XVI, quando chiede “uomini nuovi, cristiani nuovi” per l’impegno politico. E intanto prende corpo la scuola di politica. A sei giorni dall’inizio vi sono iscritti appena nove giovani! Chiedo al vescovo che fare: i costi, le persone coinvolte nella docenza... mi pare convenga rinviare. Il vescovo mi invita a continuare. Credo alla “grazia di stato” del vescovo e continuo avanti sulla fede, in comunione con lui. Dopo una settimana si parte... con centodiciotto tra ragazzi e ragazze, con la presenza anche di immigrati. Fondamentale è il gruppo di giovani collaboratori con i quali per mesi, settimana dopo settimana, abbiamo progettato, fatto e rifatto il cammino di questa scuola. È una piccola scuola di comunione fraterna, tra credenti di esperienze ecclesiali diverse. I partecipanti al corso sono ragazzi e ragazze puliti, estremamente interessati anche nei momenti di lezioni intense. Con i collaboratori decidiamo che fondamentale è tessere rapporti, farli sentire in famiglia, non tanto a scuola. Riporto due domande fatte al vescovo a conclusione del primo anno, nel giugno scorso. Un venticinquenne, a cui è stato proposta la candidatura a sindaco, manifesta davanti a tutti la richiesta di un cammino serio di fede, oltre quello culturale: «Aiutateci — dice — a fare in modo che non sia il fare politica l’ideale della vita, aiutateci a essere cristiani perché non vorremmo diventare dei potenti». Un secondo corsista, neo laureato in giurisprudenza: «Chiedo se è possibile, facendo politica, realizzare il nostro battesimo, diventare santi come Gesù ci vuole». E il vescovo, gioioso, esprime in modo intenso e spiritualmente alto il suo essere “pastore”, con indicazioni che creano serenità e commozione. — pag. 39 — esperienza 37 La scuola prosegue e i ragazzi sono costruttori di ogni scelta che li riguarda. E non pochi adulti guardano con stupore e gioia questo gruppo. In tutti i risvolti della quotidianità Credo si capisca che sto delineando i momenti emergenti della mia attività pastorale, ma esiste la quotidianità che chiede accoglienza, intuizioni d’amore e di sapere. Quella quotidianità che talvolta mi da nostalgia della vita parrocchiale, ma che mi permette di fare la volontà di Dio per strade che non avrei immaginato. Specie in questi mesi in cui la crisi economica marchia col dolore e la necessità tanti nuclei famigliari. Nasce anche comunione con gli amici direttori degli altri settori pastorali: diventa normale trovarci insieme a pranzo, sentirci di più senza baipassare nessuno, essere attenti ai compleanni o a momenti personali sofferti. Ogni mattina li raggiungo col passaparola (una frase quotidiana per aiutarci a vivere il Vangelo): anche in curia ci si può aiutare ad amare il Signore. Un’altra piccola esperienza. Devo prendere la parola in una associazione di lavoratori cristiani di cui sono accompagnatore spirituale. La situazione interna non è facile. Nel volgere della mattinata assembleare mi accorgo che nessuno affronta le cose chiamandole col nome giusto. Straccio nella tasca l’intervento che avevo pensato, prego intensamente chiedendo luce al Padre. Quando tocca a me, prendo la parola con pacatezza, affrontando da sacerdote i punti importanti, anche se potranno far soffrire. E termino nella tranquillità, che non viene da me. Era quanto serviva all’associazione che riprende il proprio cammino con fiducia. In questo cammino sento come dono essenziale la possibilità di confrontarmi con alcuni laici, appartenenti al Movimento dei focolari: davvero la comunione è un contributo fondamentale affinché sia possibile «fare la carità nella verità». È un’esperienza profonda, laboriosa, essenziale. I cammini di Dio sono sempre nuovi e straordinari, anche per chi lavora in curia. Mario Benedini Gen's 1-2/2010 — pag. 40 — 38 esperienza La carità nella verità: fonte di creatività e progettualità condivisa Valore teologale dell'impegno per la giustizia di Renzo Beghini Chi condivide con noi questa ricca esperienza è stato per dodici anni responsabile dell’ufficio di pastorale sociale della diocesi di Verona. Da pochi mesi si trova a Roma per un dottorato di ricerca in morale sociale. Inizi non facili Quando il vescovo mi ha affidato l’ufficio di pastorale sociale della diocesi, inizialmente non sapevo bene che cosa comportasse questo incarico. Ma lo studio della Dottrina sociale, la condivisione e il reciproco amore evangelico con alcuni fratelli, il rapporto con cristiani che vivono la fede come dono e responsabilità negli ambienti di lavoro, nell’impegno sociale, sindacale e politico, mi ha aiutato e appassionato molto. Inoltre la pubblicazione delle encicliche sociali e il susseguirsi di riflessioni del Magistero in questi ambiti, culminate con la Caritas în veritate, non solo ha progressivamente illuminato il senso dell’annuncio di Gesù in campo sociale e la pertinenza del discorso pubblico della Chiesa, ma ha anche confermato e chiarito sempre più che la storia, il lavoro, l’impegno sociopolitico, per il cristiano non sono luoghi nonostante i quali vivere la propria fede, ma luoghi attraverso i quali diventare santi. Gen's 1-2/2010 Il mondo dei lavoratori Nell'ambito del lavoro una delle fortune che ha il cappellano è quella di entrare in azienda. Naturalmente non si tratta di limitarsi a facili e banali esortazioni di impegno, neppure di prendere il posto del sindacato, bensì di condividere la fede e di discernere alla luce dello Spirito che cosa significa vivere il Vangelo in quell’ambiente. Per fortuna non sono solo, ma per tradizione la mia diocesi ha un gruppo di preti che si occupa di pastorale del lavoro con cui ci troviamo abbastanza regolarmente. Si coordinano le iniziative, si fa comunione e ci si raccontano esperienze soprattutto quelle legate ai gruppi di lavoratori che cerchiamo di suscitare per vivere insieme il Vangelo. Un giorno stavo tornando da un convegno con due giovani sindacalisti cristiani che lavorano in una grossa e importante azienda dolciaria della provincia. Sono due giovani che conosco da tempo, con cui si cerca di vivere la spiritualità dell’unità, e insieme portiamo avanti alcuni problemi legati al loro ambiente di lavoro. È un azienda che conta su personale soprattutto femminile. I turni distesi su una giornata sono tre, e il periodo di lavoro notturno soprattutto per una donna che ha figli, è impegnativo e spesso è causa di problemi nella gestione familiare. Sapevo di alcune difficoltà con la direzione nell’affrontare la questione. Mi illustrano una proposta che volevano portare avanti — pag. 41 — esperienza 39 nella prossima assemblea sindacale e poi rivolgere alla direzione. Assumendosi la responsabilità di verifica da parte dell’azienda, sono riusciti a modificare l’orario di lavoro passando dai tre a due turni lavorativi. Naturalmente hanno chiesto un po’ di coraggio a tutti i dipendenti, ossia di mantenere la stessa quantità e qualità di produzione dei tre turni, ma con l’indubbio vantaggio di salvaguardare i tempi delle persone. Incontrando il proprietario dell’azienda mi confidava la soddisfazione per la riuscita del progetto e di un clima migliorato in azienda. È proprio vero ciò che dice la CV: «Il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’essere umano, la persona, nella sua integrità: “L'uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”’» I due giovani sindacalisti sono inoltre riusciti ad inserire una ventina di disabili e «non ti dico la soddisfazione — mi dicevano — quando vedi queste persone che con dignità si guadagnano il rispetto e l’attenzione della direzione». Per fare questo però mi confidavano che bisogna avere sia un’esperienza spirituale solida, sia una comunità, una famiglia spirituale con cui poter condividere e soffrire insieme i problemi, per riuscire a trovare una creatività e delle proposte concrete spendibili, non solo pensate ma anche esposte con la carità. Nella piaga della disoccupazione Una mattina sono stato in un’azienda di servizi pubblici della mia città per il mio solito «giro». Vado dal direttore del personale con cui si condivide il Vangelo e che conosco ormai molto bene. Con lui si condivide un po’ di tutto, dall'azienda alla parrocchia, alla sua famiglia. Mi parla di due situazioni che si sarebbero concluse con il licenziamento (in precedenza non c’erano mai stati licenziamenti in quell’azienda), che di fatto però non avevano motivi veri, oggettivi o come vengono chiamate per «giusta causa». Conoscendo la loro storia mi pone di fronte la questione familiare dei due. Uno di loro inoltre ha fatto causa all’azienda. Abbiamo parlato parecchio e il problema di fondo ci pareva fosse la mancanza di criteri per la selezione, la formazione e la valutazione del personale. Legati a questi fattori ci sono difficoltà di relazioni aziendali, una conflittualità permanente tra competenze diverse soprattutto negli uffici. L’amministratore generale aveva incaricato il direttore di pensare ad un corso di formazione per tutto il personale. Con alcuni docenti universitari e formatori cristiani decidiamo di mettere in piedi una commissione per studiare il caso e progettare dei percorsi formativi di inserimento e avviamento. Dopo un periodo di studio e confronto tra noi si presenta la proposta al presidente e al direttore che è stata accolta molto bene sia per la professionalità del percorso sia per la centralità che la persona ha nel progetto. Dopo opportune garanzie di formazione e verifica siamo riusciti a far rientrare il pericolo di licenziamento. Benedetto XVI nella CV afferma che «la carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno. Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza. Se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il “sale” della carità. Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità». Ci è sembrato che questa via di «guadagnarsi gli spazi formativi» nel lavoro, centrato sulla persona, e quindi sulle relazioni, sul riconoscimento delle competenze, sul patto di fiducia aziendale, fosse uno dei possibili modi ‘nuovi’ per i cristiani di testimoniare una chiesa «esperta in umanità». Cominciare dal cambiamento dentro di noi Una sera a fine giornata lavorativa sono andato a celebrare la messa in occasione del Gen's 1-2/2010 — pag. 42 — 40 esperienza Natale in un’azienda di periferia. C’erano parecchie tensioni per il cambio di proprietà che stava avvenendo in quei giorni. L’azienda stava passando di mano ad una multinazionale francese con le logiche preoccupazioni legate alla stabilità del lavoro. Mi sembrava importante fare l’annuncio di un Dio appassionato dell’essere umano e che a partire da questa esperienza della fedeltà di Dio, è possibile dare risposte diverse alle tensioni e recriminazioni che ciascuno si porta dentro. L’annuncio non cambia le situazioni ma cambia la vita e la collocazione personale di fronte alle situazioni. Mi sembrava importante sottolineare che il Natale dice la possibilità di salvare l’amore. Il giorno dopo mi telefona un dipendente che mi fa gli auguri e mi confida che gli ha fatto bene sentire quelle parole. Dice: «E proprio vero che le cose cambiano non per le garanzie che ricevi dall’azienda di fronte alle paure e preoccupazioni per il posto di lavoro, ma se cambio io. Ti accorgi allora che la tua vita è nelle mani di Dio e mi sembra che questo sia il dono più bello del Natale». Formazione all’impegno politico p Un’attività particolarmente importante per l’ufficio è anche la scuola di formazione all’impegno sociale e politico. Si tratta di un percorso di formazione per persone che sono già impegnate o hanno intenzione di impegnarsi in ambito politico e amministrativo. Naturalmente la scuola è centrata sulla Dottrina sociale della Chiesa, e fin dall’inizio ha voluto caratterizzarsi come uno spazio di incontro il più ampio possibile, sostenuta dall’idea che l’eccedenza del bene praticabile, tipico del Vangelo e del giudizio di Dio su noi dato in Gesù, permette e promuove condivisione e confronto, fra percorsi politici anche molto diversi. Quindi la scuola si presenta certamente come luogo di comunicazione e di formazione di competenze, del sapere e del saper fare, ma soprattutto vuole essere una rivisitazione del saper essere. Una delle esperienza più comuni che rimbalza fra i partecipanti, infatti, è la fraternità anche fra persone che hanno Gen's 1-2/2010 sensibilità e percorsi di partecipazione politica diversi. Ciò è dovuto non tanto al fatto di aver creato un luogo asettico, fosse anche genuinamente etico, ma teorico e perciò neutrale. Ma di aver dato l’opportunità e di aver risposto ad una domanda formativa non solo attraverso dei contenuti, ma attraverso la «ferita» dell’altro. Ognuno dei partecipanti infatti viene con le proprie idee, le proprie scelte e una certa quantità di buone ragioni con cui difendere le proprie convinzioni, che peraltro non intendiamo mettere in discussione. Come scuola chiediamo però di sospendere per un attimo la campagna elettorale, che le armi della propaganda vengano lasciate fuori, che non si cerchi la conferma o la difesa delle proprie convinzioni, ma si sperimenti la fragilità dell’esporsi all’altro, del lasciarsi interrogare, mettere in questione. La CV direbbe così: «Il dono — e potremmo aggiungere il bene tipicamente politico — per sua natura oltrepassa il merito e il bisogno, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La verità come l’amore, non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano» (n. 34). In questo senso una formazione e un confronto politico vero, richiede che ciascuno si esponga all’eccedenza del bene e alla «ferita» che è l’altro. Il giudizio più appropriato sulla Scuola viene dall’esperienza confermata da molti corsisti che una volta rientrati nell’impegno politico attivo dicono di trovare la propria vita caratterizzata da una maggiore disponibilità e capacità di dialogo, da una efficace competenza nel confronto e nel raggiungere accordi condivisi. Renzo Beghini — pag. 43 — esperienza 4l «Ero straniero...»: un fenomeno epocale sempre più ampio, affrontato nella Caritas in Veritate I poveri: protagonisti del proprio sviluppo di Antonio Bacelar La presente esperienza può costituire una conferma di una reiterata affermazione della CV riguardante le persone e i popoli poveri: «La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto» (n. 47). uando, venti anni fa, mi è stato affidato il compito di coordinare la pastorale universitaria nella mia diocesi di Porto (Portogallo), mi si sono subito stagliate due priorità: creare la comunione e stabilire rapporti autentici. La comunione la sperimentavo subito con il vescovo che mi diceva: «Non sappiamo cosa fare, ma insieme ce la faremo» e, successivamente, anche con congregazioni religiose, movimenti ecclesiali, associazioni, tutti interessati a percorrere insieme questo cammino. L’attenzione ai rapporti in una Accademia di oltre 60.000 studenti, sparsi in tutta la città, la potevo costruire solo vivendo quanto lo stesso vescovo mi ricordava, citando le parole di Gesù a Natanaele: «Ti ho visto sotto il fico»: dare cioè un’attenzione personale ad ognuno. Un fondo di solidarietà... Assicurata l’unità con tutti coloro con cui condividevo questa attività, ho cercato di immergermi tra gli studenti e i docenti, andando al loro incontro nelle facoltà, nelle mense, nelle residenze... E da tanti di questi incontri sono nate spesso numerose iniziative. Sin dall’inizio avevo ben presente che lo sguardo di Gesù privilegia sempre i più bisognosi. Hanno attirato la mia particolare attenzione i tanti studenti provenienti, nella quasi totalità, dai cinque paesi africani che hanno adottato come lingua ufficiale il portoghese. Essi beneficiavano di borse di studio, ma la violenza dei mutamenti climatici, accademici, sociali e culturali a cui erano esposti, e l’assenza del necessario equilibrio familiare, spesso li portava all’insuccesso scolastico con la conseguente perdita del diritto alla borsa. La gravità di alcune situazioni ci ha fatto capire che non potevamo rimanere indifferenti. Nell’equipe di coordinamento ci siamo chiesti cosa fare. Riflettendo insieme al vescovo ausiliare che ci accompagnava, ci è venuta l’idea di creare un apposito fondo. Ne abbiamo parlato con alcuni di questi studenti africani e sono nate le principali linee di un regolamento ancora in vigore: ogni aiuto viene studiato insieme allo studente bisognoso, tenendo conto sia delle sue reali necessità (e non solo delle nostre possibilità), sia in base ad un progetto portato avanti insieme in modo che l’interessato Gen's 1-2/2010 — pag. 44 — 42 esperienza possa uscire al più presto da quella situazione di precarietà. Inoltre la risposta ad ogni richiesta non deve mai essere data da qualcuno di noi isolatamente, ma deve essere decisa sempre collegialmente. Inoltre, a vendo come scopo la soluzione di una situazione precaria, non si può aiutare una persona più di una volta, salvo rare eccezioni. ... alimentato dalla Provvidenza Ma come “alimentare” questo fondo di solidarietà? Esclusivamente con la provvidenza del Padre celeste ispirata all’evangelico «date e vi sarà dato», «cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù»... Non sono mancati subito i primi segni. Mi ricordo, ad esempio, come una delle prime richieste sia stata per pagare un viaggio in Africa a motivo di un funerale. Personalmente non mi sembrava fosse il caso, ma essendomi consultato con gli altri, mi sono reso conto dell’importanza per la cultura africana di questa presenza al funerale di una persona cara e abbiamo detto di sì all’aiuto. Il giorno dopo una professoressa ci donava un’offerta: era esattamente la somma necessaria. Tante storie simili costellano la nostra vita di questi anni, e non solo con gli studenti africani, perché ormai ogni studente universitario in situazione di bisogno è candidato a questo contributo o condivisione. Finora circa 700 casi sono stati risolti spendendo più di 200.000 euro, frutto della provvidenza! Non solo aiuti materiali, ma uno scambio di doni Le difficoltà nell’accompagnare le materie di studio, ad esempio, hanno fatto nascere un servizio in cui gli studenti più esperti aiutano quelli più giovani in alcune materie. Siamo arrivati a più di venti ore alla settimana e abbiamo constatato notevoli progressi non solo in quelli che erano aiutati ma anche in quelli che aiutavano. Ho presente, fra tanti casi, quello di una studentessa di matematica con tanti problemi di autostima che ha ritro- Gen's 1-2/2010 vato la serenità grazie al successo del suo “allievo”! Man mano che si sono intessuti questi rapporti nuovi, abbiamo scoperto le enormi ricchezze di culture, tradizioni, lingue, arte, che altrimenti non avrebbero trovato possibilità di espressione. Ed è stato spontaneo allora organizzare con loro delle feste, pasti con piatti tipici da loro stessi preparati, mostre artistiche, momenti musicali... E pian piano gli studenti mostravano la loro soddisfazione nel vedersi apprezzati e nel “sentirsi a casa” con noi. La nostra convivenza era un punto di gradevole e arricchente incontro tra le culture europee e quelle africane ed anche tra le stesse culture africane, che spesso tra di loro non si conoscono. Questa attenzione ha fatto scoprire sempre nuove possibilità di convivenze festose, creando iniziative come in occasione delle feste di Natale. È stato molto interessante vederli preparare la cena natalizia in un clima di vera famiglia. Con la nascita e la crescita di Associazioni studentesche per ogni paese e il bisogno di mettersi insieme nell’affrontare alcune sfide comuni è stato spontaneo per la nostra Pastorale universitaria prendere il posto di una piattaforma di incontro tra tutti. E così sono nate anche iniziative di riflessione e di impegno per problematiche concrete del continente africano come quella del debito estero, dello sviluppo, della pace. Erano problematiche molto vive che spesso venivano affrontate con l’aiuto di professori o di esperti in quelle materie che coinvolgevano le competenze degli stessi studenti. Sono tutti tentativi fatti per sensibilizzare a “dare la vita per la propria gente”, preparandoli al ritorno nei propri paesi. Per rispettare l’opzione personale, non domandiamo mai la loro appartenenza religiosa, ma non è stato difficile capire come la stragrande maggioranza ha in qualche modo questo respiro o esperienza religiosa. Siamo così venuti a contatto con fratelli musulmani, che in questo modo hanno potuto farsi conoscere pubblicamente. Con altri cristiani di chiese non cattoliche siamo arrivati anche a promuovere delle belle iniziative ecumeniche. — pag. 45 — esperienza 43 Nascono comunità Nel 2003 alcuni studenti africani cattolici hanno espresso il desiderio di potersi trovare una volta al mese per partecipare insieme alla celebrazione dell’Eucaristia con canti nelle loro lingue. È nato così l’Africanto, gruppo corale di studenti universitari africani, che dal 2004 animano mensilmente la messa in una parrocchia della città. L'ultima domenica del mese è diventata per tanti di loro un punto di ritrovo, spesso prolungato in un pasto comune e in una testimonianza tanto apprezzata dai parrocchiani. Come ogni attività ispirata al Vangelo, anche questa è segnata alle volte dal dolore: la dispersione anche geografica di questa popolazione, la sfida di un continuo ricominciare, la durezza di una semina che spesso sembra non dare i frutti sperati. Sappiamo però che senza questa “moneta” trasformata in nuovo amore verso tutti, non è possibile costruire qualcosa di positivo nell’umanità né far crescere i valori del Regno di Dio, senza deludersi né scoraggiarsi. Qualche mese fa mi sono trovato per un paio di settimane in Angola. Avevo, tra gli altri impegni, l’incontro con due famiglie di ex-studenti e con tanti altri. Ho capito ancora una volta quanto valga la pena questo servizio di semina cercando di farlo in modo disinteressato, non per proselitismo ma per sincero amore “agapico”. Senza che io l’avessi suggerito, gli ex-studenti hanno dato corpo a incontri regolari, chiedendomi addirittura che ogni tanto potessi andare a trovarli, «perché — dicevano, — nella pastorale universitaria abbiamo trovato la casa che ora vogliamo continuare a costruire impegnandoci a vivere più direttamente per il nostro popolo e cercando tra noi le vie concrete per farlo». Antonio Bacelar Gen's 1-2/2010 — pag. 46 — 44 bibliografia Libri sull’Economia di PElE alcuni titoli riferiti all’Economia di Comunione, iniziativa a livello internazionale e in piena sintonia con l’enciclica “Caritas in veritate”. Per ulteriori bibliografie, tesi di laurea, informazioni generali, notizie su eventi passati e futuri, vedi: Bruni L., Zamagni S. (a cura di), Dizionario di Economia Civile. La dimensione civile dell’economia in cui il mercato è luogo aperto alla reciprocità e alla solidarietà, Città Nuova, Roma 2009 (pp. 832, € 65,00). Attraverso tre direttrici - voci teoriche, esperienze e personaggi (studiosi, operatori e imprenditori) -, il Dizionario intende dare “voce” alla dimensione civile dell’economia. Partendo dalla convinzione che il mercato, l’impresa e l’economico sono in sé luoghi anche di gratuità e fraternità, l’economia civile propone un umanesimo a più dimensioni, in cui il mercato non è combattuto, ma vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e di solidarietà e perciò capace di costruire la città. Una scienza e prassi economica che fanno posto al principio del dono dentro la teoria economica e non a latere. Bruni L., L’ethos del mercato. Un’introduzione ai fondamenti antropologici e relazionali dell’economia, Bruno Mondadori, Milano 2010 (pp. 240, € 18,00). Il capitalismo ha raggiunto negli ultimi due secoli risultati economici, tecnologici e civili straordinari, svolgendo un ruolo importante nella trasformazione della società. Ha perso, però, sul terreno della fraternità. Gen's 1-2/2010 Anche per questo, oggi, il capitalismo è divenuto obsoleto. Le crisi di questo inizio di terzo millennio (dal terrorismo all’ambiente, dalla finanza all’energia), mostrano con straordinaria forza che l’economia di mercato sta esaurendo ogni forza di cambiamento sociale e di incivilimento, perché stiamo pagando le conquiste sul terreno della libertà individuale con la moneta dell’ambiente e con quella delle relazioni sociali. Baggio A., Bruni L., Coda P., La crisi economica — appello a una nuova responsabilità, Città Nuova, Roma 2009 (pp. 96, € 6,00). La crisi che stiamo vivendo non è soltanto economica 0 finanziaria. Investe il modello di sviluppo che abbiamo seguito negli ultimi due secoli, spingendoci ad una nuova e radicale riflessione sul capitalismo. Da diversi ambiti disciplinari — economico, politico e teologico — gli Autori tracciano un percorso di lettura delle ragioni profonde della crisi. Pur riconoscendo la bontà dei valori del mercato, nei loro contributi individuano nel superamento della cultura economica fondata sulla centralità dell’individuo e del profitto al di fuori delle regole, e nel ritorno a un’economia dell’etica e dei valori di gratuità e reciprocità, la via d’uscita dalla situazione attuale. Smerilli A., Bruni L., Benedetta economia. Benedetto di Norcia e Francesco d'Assisi nella storia economica europea, Città Nuova, Roma 2008 (pp. 118, € 10,00). L’economia e i carismi; il mondo disincantato della società comunione di mercato fatto di profitto, ricerca di tornaconto e di denaro, e la dimensione ricca di spiritualità, di gratuità e ideali dei carismi. Sembrano a prima vista due realtà distanti. Ma non è così. È quanto d:mostrano gli Autori del volume. Pelligra V. (ed.), Imprese Sociali: Scelte Individuali e Interessi comuni, Bruno Mondadori, Milano 2008 (pp.208, € 19,00). L’impresa sociale è un'impresa "speciale", che rappresenta per molti una contraddizione in termini: un'impresa privata che persegue finalità pubbliche. Bruni L., La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento 2007 (pp. 212, € 14,00). Il mercato può diventare luogo di vero incontro con l’altro, purché si apra alla gratuità, purché non fugga dalla ferita dell’altro. Segnaliamo inoltre i seguenti libri che presentano l’origine e le basi fondamentali dell’Economia di comunione: Lubich C., L'economia di comunione. Storia e profezia, Città Nuova, Roma 2001 (pp.80, € 5,00). AA.VV., Economia come impegno civile. Relazionalità, ben essere ed Economia di comunione, Città Nuova, Roma 2002 (pp.396, € 18,00). AA. VV., Per un'economia di comunione. un approccio multidisciplinare, Città Nuova, Roma 2004 (pp.292, € 19,00). a cura della Redazione — pag. 47 — PERCHÈ TUTTI SIANO U n gruppo di seminaristi dei collegi romani è andato in una parrocchia nel nord dell’Italia per un’esperienza pastorale. Sin dall’inizio sono rimasti colpiti dall’accoglienza e dall’amore concreto da parte del parroco e dei parrocchiani. L’impatto con questa comunità viva ha fatto prendere coscienza della mancanza di vita comunitaria tra loro. Uno di essi ha detto: «Mi sono reso conto che non sono abituato a vivere nella comunione. Nel nostro seminario siamo tanto tempo da soli nella stanza per studiare e trascuriamo la vita tra di noi». Alla fine di quei giorni tutti erano concordi: «Questo noi vogliamo, così deve essere la nostra vita. Amare, amare, amare)». Questa esperienza ci ha fatto pensare al legame stretto che ci deve essere fra lo studio e la vita del Vangelo. Uno dei professori che insegna Antico Testamento all’Università salesiana, prima degli esami ha detto: «Nessuno dei fedeli delle parrocchie nelle quali sarete mandati vi chiederà con quale voto avete superato l’esame. Invece si aspetteranno da voi che mettiate in pratica quello che avete imparato. Perciò non studiate per i voti, ma per la vita». Nella vita di ogni giorno abbiamo bisogno della sapienza. E questa non si acquista solo studiando. Infatti, Gesù ha detto: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». (M? 11, 25) La sapienza è soprattutto dono di Dio, appartiene a Dio (cf Dr 2, 20; Sir 1, 7) e Dio la dona a quanti lo amano (cf Sir 1, 7). Giovanni Paolo II diceva che la sapienza è la radice «di una conoscenza permeata di carità, grazie alla quale l’anima acquista, per così dire, dimestichezza con le cose divine e ne prova gusto» (Giovanni Paolo II, La Sapienza primo dono dello Spirito, in “L’osservatore romano”, 10-11.4, 1989, p. 5). Il periodo degli esami è sempre una sfida, perché con lo studio delle dispense e dei libri universitari non venga a mancare la vita del Vangelo: la comunione con Dio e con i fratelli. . \ ) Notizie dal mondo dei seminari - 52 a cura della segreteria internazionale del movimento gens Studio e Sapienza Gen's 1-2/2010 - 45 — pag. 48 — UNA VITA IN RAPPORTO Essere dono per i nostri formatori Italia. Una domenica sera il nostro vicerettore è tornato in seminario molto deluso da una parrocchia dove è andato per aiutare nel lavoro pastorale. Durante la cena ha detto che ha sperimentato un atteggiamento freddo e negativo da parte di alcune persone. Cercavo di prendere il suo dolore come mio, anche con alcune battute, per tirarlo su. Poco dopo la cena è venuto da me con un grande sorriso dicendomi: «Voglio ringraziarti di cuore per quel sostegno che ho sentito da te nelle difficoltà che ho vissuto. Sei veramente un dono per il nostro seminario». (C.C.) Quello che avete fatto ad uno di questi miei fratelli, l'avete fatto a me... Polonia. All’inizio dell’anno scolastico sono arrivato in seminario fra i primi. Mi hanno mostrato la mia stanza. Erano lì tre letti, di cui uno mi sembrava già un po” vecchio. Visitando la stanza vicina, ancora vuota, ho visto che là si trovavano tre letti nuovi, più belli dei nostri. Volevo cambiare uno di quei letti, ma dal profondo della mia anima mi sono risuonate le parole dell’arte d’amare: «Amare tutti» e «amare l’altro come se stesso». E quindi era chiaro che Gen's 1-2/2010 - 46 dovevo desiderare per gli altri quello che avrei desiderato per me, in questo caso, di lasciare per loro i letti nuovi. Due giorni dopo ho visitato i seminaristi nell’altra stanza. Uno di loro mi ha detto: «Meno male che sono in questa stanza, perché qui c’è il letto più lungo di tutte le altre stanze» (lui è alto 196 cm). «Questo letto è proprio adatto a me». Era il letto che prima volevo cambiare. Così ho sperimentato che, facendo questo piccolo gesto d’amore, ho collaborato con la provvidenza divina che pensa al bene di tutti. (P.P.) Dare la precedenza giusta Italia. Il semestre scorso, stavo preparando un esame abbastanza difficile. Il giorno prima pensavo di rivedere tutto per bene per memorizzare la materia. A una certa ora del pomeriggio è venuta la nostra vicina di casa, una signora anziana che abita da sola. Ha cominciato a parlare e la cosa andava per le lunghe. Pensavo di interromperla, ma mi è venuto da pensare che anche in lei c’era Gesù e mi chiedeva un po’ del mio tempo per ascoltare i suoi problemi. Alla fine siamo rimasti a parlare per quasi due ore. Non ho potuto rivedere il mio studio come avevo previsto, ma il giorno dopo avevo nell’anima una grande pace e l’esame è andato molto bene. (A.N.) L'angelo custode Italia. Nell’università dove studio, abbiamo un gruppo della Parola di vita. Cerchiamo di incontrarci regolarmente per scambiarci le nostre esperienze, per condividere gioie, dolori e sfide, ma soprattutto per aiutarci a mettere in pratica la Parola di Dio. Un giorno sono andato nella biblioteca della facoltà per comprare un libro che mi serviva per l’esame, ma in quel momento non l’avevano. La — pag. 49 — «LL o studio non vale niente per noi se non è frutto del nostro amore (...). Ebbene, perché noi vogliamo studiare? Perché noi non vogliamo mai smettere di studiare? Perché amiamo Dio e, quando si ama qualcuno e se n'è innamorati, si vuol sape- re di questo qualcuno tutto quello che si può sapere. Noi vogliamo sapere tutto quanto possiamo sapere su Dio per poterci innamorare sempre più di Dio. Allora i libri non saranno un ingombro nella nostra anima, ma saranno come paglia sul fuoco: lo faranno sempre più grande.» Chiara Lubich, Come un arcobaleno, Roma 2000, p. 533. settimana seguente non potevo frequentare le ultime lezioni, perché mi sono ammalato. Gli esami erano imminenti e avevo urgente bisogno di quel libro. Ho chiesto ad un amico del gruppo della Parola di vita se poteva comprarmelo. Lo ha fatto e, attraverso un altro amico che tornava dall’università, me l’ha mandato. Ero molto toccato da questo suo gesto di generosità. Quando sono tornato all’università, ho incontrato per caso questo amico prima dell’inizio delle lezioni. Ci siamo salutati e l'ho ringraziato. Naturalmente volevo dargli la somma che aveva speso per il mio libro. Ho cominciato a cercare nella borsa il mio portafoglio. Stranamente non riuscivo a trovarlo. Mi veniva l’angoscia. Dopo due tre minuti di ricerca nella borsa e nelle tasche, si è avvicinato uno studente che io non conoscevo e mi ha domandato: «Stai cercando qualcosa?». Ho detto: «Si». Ed egli: «Non è forse un portafoglio di colore nero?». Ho detto di sì e mi è passata un’idea chiara di averlo perso nel bagno. Ho detto questa mia idea. Non avevo nemmeno finito che egli confermava: «Sì, l’abbiamo trovato proprio nel bagno e l’abbiamo portato nella segreteria generale, perché dentro non c’era nessun documento». Era chiaro che si trattava del mio portafoglio. Questo studente congolese che prima non conoscevo e che studia in un’altra facoltà mi è parso come un angelo custode. Dopo che lui è andato via, il mio amico mi ha detto: «Questo è veramente un miracolo dell’angelo custode». Sembrava proprio vero: il corridoio era pieno di gente che discuteva o passava ed era difficile accorgersi che qualcuno stesse cercando un portafoglio. Eppure in tanto trambusto un fratello che neanche conoscevo ha visto che cercavo qualcosa. Non sarà stato Gesù presente in mezzo a noi che ha attirato l’attenzione di questo “mio angelo congolese”? (J.M.). Gen's 1-2/2010 - 47 — pag. 50 — San Giovanni Maria Vianney «La croce è il libro più sapiente che si possa leggere. Coloro che non conoscono questo libro sono ignoranti, anche se conoscono tutti gli altri libri. I veri sapienti sono soltanto coloro che lo amano, lo consultano, l’approfondiscono ... Quanto più si è alla sua scuola, tanto più si vuole rimanervi. Il tempo vi passa senza noia. Si sa tutto quello che si vuole sapere, e non si è mai sazi di ciò che vi si gusta.» Primavera nell’anima. 100 pagine del Curato d’Ars, Città Nuova, Roma 2006, p. 9 Settanta volte sette Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 31, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria internazionale del Movimento gens, Gen's 1-2/2010 - 48 INI ella scuola dove faccio l’anno pastorale, un giorno nella settimana è dedicato alla pulizia dell’edificio scolastico. Uno di quei giorni anch’io aiutavo. Avevamo appena lavato un corridoio e una scalinata, quando dalla segreteria è venuta una persona dicendomi che c’era per me una telefonata. Volendo arrivare velocemente, ho dimenticato che la scala era ancora bagnata. Sull’ultimo gradino sono scivolato e mi sono trovato sdraiato per terra. Siccome sono alto e abbastanza pesante, la mia caduta è stata accompagnata da una sonora risata degli studenti. Soprattutto tre di loro continuavano a ridere anche dopo che mi ero alzato. Sentivo un dolore alla mano destra ma, nonostante ciò, ho dovuto finire i lavori da solo, perché tutti erano andati via. Ero un po’ arrabbiato specialmente con coloro che si erano divertiti per la mia caduta. Due giorni dopo sono venuti da me due studenti per chiedermi di andare con loro a comprare nuove tazze da caffè, perché non ne avevano abbastanza per la colazione. Guardandoli in faccia, mi sono ricordato che erano proprio quelli che avevano riso tanto per la mia scivolata. «Adesso è il momento della vendetta», pensavo dentro di me e ho risposto che non volevo andare con loro e li ho lasciati andare via tristi. Ero contento, perché così avevano ricevuto una lezione: che non è bene ridere della sfortuna degli altri. Entrando nella stanza ho guardato le e-mail che mi erano arrivate. Ho stampato una pagina che mi era stata inoltrata: era la Parola di vita inviatami dal focolare. Ho cominciato a leggerla. Mi sono fermato sul punto dove sta scritto che l’amore scambievole è la chiave con la quale si può portare la presenza di Dio nel mondo. La frase continuava con la citazione della prima lettera di san Giovanni apostolo: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi». (/Gv 4,12). Queste parole hanno provocato subito in me un cambiamento nell’atteggiamento verso quegli studenti. Li ho chiamati e mi sono offerto ad andare con loro a comprare le tazze. Mi hanno chiesto perché avevo cambiato decisione. Ho risposto che era frutto della Parola di vita. Mi hanno domandato che cosa fosse la Parola di vita e ho spiegato brevemente di Chiara Lubich e del Movimento dei Focolari. Hanno voluto sapere maggiori informazioni e ho indicato loro il sito del Movimento e anch’essi hanno cominciato a “vivere” la Parola di vita. — pag. 51 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen 3 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 9 e1n1$s rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, c/o Brendan Leahy, Focolare Centre, Prosperous, Co. 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