gen’s 2010/3-4 – Sacerdoti oggi Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2010-3-4-sacerdoti-oggi/ — pag. 1 — rivista di vita ecclesiale Nel contesto delle manifestazioni per la conclusione dell'Anno sacerdotale, 4.000 presbiteri sono convenuti per un pomeriggio di testimonianze e contributi artistici che ha delineato un triplice profilo della vita dei presbiteri nel tempo di oggi: «Uomini di Dio: icone di Cristo», «Fratelli tra i fratelli: nell'unico Popolo», «Profeti di un mondo nuovo». Sacerdoti oggi Città del Vaticano, 9 giugno 20710 Poste Italiane SpA. Spedizione in abbonamento anno XL 20 1 (0) postale — D. L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46 art. 1 comma 2 DCB — ROMA maggio ni E e[oKilo) — pag. 2 — Nel contesto delle manifestazioni per la conclusione dell'Anno sacerdotale, 4.000 presbiteri sono convenuti per un pomeriggio di testimonianze e contributi artistici che ha delineato un triplice profilo della vita dei presbiteri nel tempo di oggi: «Uomini di Dio: icone di Cristo», «Fratelli tra i fratelli: nell'unico Popolo», «Profeti di un mondo nuovo». Aula Paolo VI, Città del Vaticano, 9 giugno 2010 Sacerdoti oggi UN CONTRIBUTO ALLA CONCLUSIONE DELL'ANNO SACERDOTALE — pag. 3 — — pag. 4 — editoriale 3 Sacerdoti per l'umanità di oggi di Enrique CAMBÒN e Marco SCHROTT ono sotto gli occhi di tutti le enor- mi sfide che la nostra epoca pone alla fede cristiana e in specie alla Chiesa e ai suoi pastori. Ciò rappresenta senz’altro uno dei motivi di fondo per cui Benedetto XVI ha indetto l'Anno sacerdotale, con lo scopo di «promuovere l’impegno di rinnovamento interiore di tutti i sacerdoti per una loro più incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Quando nel giugno 2010 1’ Anno sacerdotale volgeva al termine, fu detto in tutti i modi che si trattava non di una fine ma di un inizio. Ora ci attende, infatti, il compito di sviluppare nella vita, nel pensiero, nelle strutture ecclesiali e sociali, quanto di positivo quel periodo ha voluto promuovere. È in questa direzione che vorremmo offrire un contributo con gli Atti che presentiamo. Essi raccolgono i contenuti di un evento che si è inserito tra le iniziative a conclusione dell’Anno sacerdotale: il pomeriggio svolto nell’Aula Paolo VI il 9 giugno, organizzato da diversi Movimenti ecclesiali, in pieno accordo con la Congregazione del Clero che l’ha patrocinato. Promotori dell’iniziativa sono stati i sacerdoti del Movimento dei Focolari e del Movimento di Schoenstatt in collaborazione con l’Icers (Rinnovamento Carismatico Cattolico Internazionale), Cangào Nova, la Comunità Shalom, la Fraternità Cattolica delle Comunità e Associazioni Carismatiche di Alleanza, il Movimento per un Mondo Migliore, il Rinnovamento nello Spirito Santo e 1’ Unione Apostolica del Clero. anno partecipato a questo incon- tro circa 4.000 sacerdoti, diaconi e seminaristi assieme ad un migliaio di religiosi, religiose e laici, provenienti da 70 nazioni dei cinque continenti, oltre a migliaia di persone di tutto il mondo che l’hanno seguito attraverso la trasmissione televisiva e altri mezzi di comunicazione. Il programma proponeva una carrellata di espressioni artistiche — coreografie, poesie, canzoni —, coordinate dal gruppo musicale femminile “Gen Verde”. Tali performances, oltre a veicolare già in sé un messaggio “alto”, facevano da cornice a brevi approfondimenti teologici e pastorali proposti da diversi vescovi e alle toccanti testimonianze di sacerdoti di tutto il mondo che si sussegui- gen's 3-4/2010 - 51 — pag. 5 — pr vano sul palco, in sintonia con le parole videoregistrate del Papa che introducevano ognuna delle sessioni del convegno. All’insegna del titolo “Sacerdoti oggi”, la serata affrontava, in altrettante sessioni, tre dimensioni fondamentali per un ministero all’altezza dei tempi: Uomini di Dio: icone di Cristo; Fratelli tra i fratelli: nell’unico popolo; Profeti di un mondo nuovo. 1 convegno costituiva un’espressione e una conferma di quanto la testimonianza di coerenza evangelica e la vita di comunione in ambito sacerdotale, suscitata attraverso i carismi presenti nella Chiesa, in particolare i “nuovi” carismi, possano diventare un dono per l’oggi della Chiesa e del mondo. Tutte le esperienze narrate nascevano, come si vedrà dalla lettura, dall’impegno di affrontare le situazioni della propria vita e le spesso inedite sfide del nostro tempo con la concretezza e creatività del Vangelo, potenziate da quell’unità che fa sperimentare la presenza del Cristo Risorto. Solo un tale atteggiamento è in grado di realizzare la missione che il Papa aveva pochi giorni prima affidato a ciascuna comunità ecclesiale: «ogni situazione di indebolimento e di morte, mediante la forza dello Spirito Santo sia trasformata in occasione di crescita e di vita» (ai sacerdo- 52 - gen’s 3-4/2010 editoriale ti, seminaristi e Fatima, 12.5.2010). Momenti importanti sono stati gli interventi incoraggianti e pregni di speranza del Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, e del card. Claudio Hummes, allora Prefetto della Congregazione per il Clero, del quale abbiamo raccolto non solo il testo da lui preparato in anticipo ma anche le parole spontanee formulate sul momento. religiosi, Lî numerosissime impressioni scritte raccolte al termine del convegno tra i sacerdoti e laici presenti, di cui trascriviamo una sintesi alla fine del numero, testimoniano la certezza che l’“autoriforma della Chiesa”, che il Vaticano II auspicava e di cui oggi si sente fortemente l’esigenza, può diventare realtà per una nuova primavera ecclesiale, a servizio di un mondo sempre più umano perché più in linea con il progetto di Dio. Abbiamo completato il quaderno con le risposte del Papa alle domande dei sacerdoti durante la Veglia in Piazza S. Pietro (10 giugno) e la sua Omelia durante la Concelebrazione con cui, sempre in Piazza S. Pietro, si è concluso l’ Anno sacerdotale (11 giugno). Era nostro desiderio offrirle assieme a questi Atti, non soltanto come segno di comunione, ma anche per la profondità e attualità dei loro contenuti e la loro dimensione programmatica. | — pag. 6 — saluto Carissimi sacerdoti, carissimi amici, il primo scopo della mia venuta fra voi è quello di portarvi il saluto, l’affetto e la benedizione del Santo Padre Benedetto XVI. Nei giorni scorsi abbiamo parlato di questo incontro, che si inserisce come una gemma nelle iniziative per la conclusione dell’ Anno sacerdotale, ed egli ha manifestato il suo apprezzamento verso i Movimenti ecclesiali, che hanno voluto questo convegno nel segno dell’unità e della fraternità. Vengo, dunque, per dirvi che il Papa vi è particolarmente vicino. Domani, durante la grande Veglia di preghiera con i sacerdoti in Piazza San Pietro, avrete modo di vederlo di persona. Egli sarà presente anche fisicamente e risponderà alle domande che i sacerdoti gli rivolgeranno. Questo incontro porta il titolo “Sacerdoti oggi”. “Sacerdoti” e non “sacerdote”: per dire che la nostra vita si declina al plurale. Il sacerdote è l’uomo della comunione, e mi piace sottolineare che il respiro della comunione è un elemento fondamentale per la salute del corpo della Chiesa. Leggendo il programma del vostro convegno, ho potuto scorgere, attraverso le diverse tappe che lo compongono, il percorso di una vita sacerdotale robusta e generosa, improntata ad «una radicale forma comunitaria», secondo la ricca espressione dell’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis, che fa del sacerdote un tutt’uno con il vescovo e il presbiterio e che si trova in rapporto di corresponsabilità con i fedeli laici. Non lo si dirà mai abbastanza che il sacerdote è un uomo di Dio, icona di Cristo, e questo non solo quando prega o celebra i sacramenti, ma in tutta la sua vita egli è immagine di Dio che è Amore — Deus Caritas est —, della sua misericordia, dell’ Amore crocifisso. I sacerdoti, inoltre, sono essenzialmente fratelli tra i fratelli nei quali ravvisano il volto di Cristo (cf M? 25). Fratelli di ogni persona umana, degli uomini e delle donne, da amare e da servire con totale dedizione, senza nessun attaccamento, senza ricerca del proprio interesse. Allora si comprende l’attualità e la bellezza del celibato. E in voi questa bellezza risplende di quell’amore incondizionato che è sempre stato tenuto in grande considerazione nella Chiesa, come segno e stimolo della carità e come una speciale sorgente di fecondità nel mondo. La Chiesa e l’umanità hanno bisogno di sacerdoti di questa tempra, di autentici “profeti d’un mondo nuovo”; quel mondo iniziato con la venuta di Cristo, in continuo divenire, in continua formazione. Sacerdoti, uomini di comunione Saluto del Card. Tarcisio BERTONE Segretario di Stato gen's 3-4/2010 - 53 — pag. 7 — 6 Cari amici sacerdoti! In questo tempo, ci siamo dovuti far carico del dolore per le infedeltà, a volte anche gravi, di alcuni membri del clero, che hanno inciso così negativamente sulla credibilità della Chiesa, per cui il Papa rispondendo ai giornalisti durante il recente viaggio in Portogallo, ha parlato di una “persecuzione” che nasce dall’interno stesso della Chiesa. Da questo dolore scaturisce una presa di coscienza provvidenziale: occorre vivere «una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale», seguire «con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione», «trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa», come ci ha invitato a fare Benedetto XVI con la sua Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda (19 marzo 2010). Sin dall’indizione dell’ Anno sacerdotale, il Papa ci ha orientati, inoltre, a «cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità» (Lettera di indizione, 16 giugno 2009). Siatene certi, soprattutto voi che trovate la linfa 54 - gen’s 3-4/2010 saluto vitale per la vostra santità sacerdotale proprio nell’ambito di alcuni di questi Movimenti ecclesiali. Vivete nell’ardente carità e nella gioiosa speranza che dona lo Spirito Santo, affinché la Chiesa testimoni sempre più la sua santità, attraverso il dinamismo di comunione e di unità che le è proprio. Non posso concludere queste mie brevi parole senza ricordare a me stesso e a voi, amici sacerdoti, che nessuno come Maria SS.ma ha vissuto in profonda comunione con Dio e, di conseguenza, in profonda comunione con i fratelli nella Chiesa. Una comunione che si proietta sul mondo, dove la Vergine SS.ma accompagna la missione di ogni sacerdote. E stato detto molto opportunamente che «La Vergine appare quale grembo benedetto di Cristo, donna di fede unita ai misteri del Figlio nel rispetto della sua trascendenza, figlia di Sion che riunisce nel tempio di Cristo i dispersi figli di Dio». In spirituale unione con Maria noi sapremo trovare la strada per riunire nella vera comunione di Cristo, tutta la Chiesa e con essa l’intera famiglia umana. se| — pag. 8 — uomini di Dio: icone di Cristo, «[...] non è tanto importante che cosa fai, ma è importante che cosa sei nel nostro impegno sacerdotale. Senza dubbio dobbiamo fare tante cose e non cedere alla pigrizia, ma tutto il nostro impegno porta frutto soltanto se è espressione di quanto siamo, se appare nei nostri fatti il nostro essere profondamente uniti con Cristo: essere strumenti di Cristo, bocca per la quale parla Cristo, mano attraverso la quale agisce Cristo. L'essere convince e il fare convince solo in quanto è realmente frutto ed espressione dell'essere». BENEDETTO XVI AI clero della diocesi di Aosta, 25.7.2005 — pag. 9 — uomini di Dio «Martiri della fraternità» di P. MANIRAMBONA, I. NIYONGABO e M. BIGIRINDAVYI Testimonianza di coraggio, di fraternità e di perdono, nel seminario minore di Buta (Burundi), che rimanda la memoria all’epoca dei martiri e fa apprezzare la perenne vitalità del Vangelo. 56 - gen’s 3-4/2010 Pasteur Manirambona: Sono entrato in seminario all’età di 13 anni. Eravamo nel 1992. Poco dopo nel nostro Paese è scoppiata la guerra civile. Hutu e tutsi si affrontavano. Anche in seminario eravamo delle due etnie. Sentivamo cose brutte che succedevano dappertutto nel Paese ma questo non ci ha scoraggiati. Aiutati dai nostri educatori e dallo Spirito di Dio, cercavamo di vivere nell’unità e nella fraternità. Leggevamo il Vangelo e lo mettevamo in pratica. Così il seminario minore di Buta è rimasto un piccolo paradiso. Il 29 aprile 1997 i ribelli avanzavano verso la nostra casa. Come comportarci nel caso di un attacco? «Insieme», ci siamo detti: «Rimarremo uniti». La mattina dopo, alle 5, hanno fatto irruzione nel nostro dormitorio. Hanno cominciato a sparare senza controllo, gridando: «Gli hutu da una parte e i tutsi dall’altra!». Abbiamo rifiutato di dividerci. Siamo rimasti insieme. Ildephonse Nivongabo: Io sono stato colpito subito da una pallottola alla gamba destra. Sono finito sotto il letto. Improvvisamente una grande esplosione: avevano lanciato una granata in mezzo a noi. Sono morti di colpo più di 30 ragazzi. Hanno continuato a sparare anche tra i morti e io sono stato colpito da altre pallottole. In mezzo a questo inferno, i miei compagni morivano, dicendo: «Dio, nostro Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Alcuni, tra cui Pasteur, si sono messi a fasciare le ferite degli altri, rischiando la morte. Non dimenticherò mai quello che mi ha detto uno dei 40 ragazzi uccisi, Niyonkuru Protais, due minuti prima di morire: «Dobbiamo rimanere uniti!». Ancora oggi questa frase è per me come un testamento. Sette anni dopo ho rivisto questi ribelli nella parrocchia in cui facevo esperienza pastorale. Il Signore mi ha donato la — pag. 10 — icone di Cristo grazia di perdonare coloro che avevano sparato su di noi. Marc Bigirindavyi. Quando avvenne l’attacco al seminario, io ero nell’edificio dei professori. Sono scampato dalla morte solo per miracolo. Non ero sacerdote, ma insegnante laico. Alla fine del liceo, avevo chiesto al vescovo di ammettermi al seminario maggiore. Ma il giorno in cui dovevo iniziare, si era scatenata in me una grande battaglia: «Questa via è troppo alta per te — mi dicevo — anche all’università puoi essere un buon cristiano e servire Dio». Così ho cominciato a studiare geografia. Per fortuna, all’università ho incontrato un gruppo di cristiani impegnati. Ci aiu- tavamo a mettere in pratica la Parola di Dio. Ho cominciato ad andare all’Eucaristia ogni mattina. Alla fine degli studi, il rettore mi ha chiamato al Seminario di Buta per insegnare geografia. Ero vissuto con quei ragazzi e avevo condiviso con loro la vita del Vangelo. Vedere come sono rimasti fedeli a Dio al costo della vita mi ha cambiato. Ho ringraziato Dio per questi “martiri della fraternità” e gli ho chiesto di fare anche di me un apostolo dell’amore e dell’unità. Quello stesso anno sono entrato nel Seminario maggiore e nel luglio 2004 sono diventato sacerdote. | gen's 3-4/2010 - 57 — pag. 11 — uomini di Dio Ben più che operatori sociali di Mons. Joseph GRECH Il vescovo di Sandhurst (Australia) parla del segreto più profondo della vita sacerdotale: l’azione dello Spirito che fa di poveri esseri umani strumenti di Dio. 58 - gen’s 3-4/2010 Ringrazio sempre Dio per il mio primo parroco, che un giorno, non molto tempo dopo il mio arrivo in parrocchia, pregò su di me. La sua preghiera chiedeva che io potessi sperimentare, fin dall’inizio del mio ministero sacerdotale, una nuova discesa dello Spirito Santo in modo da diventare un testimone vero di Cristo Risorto. Come effetto di quella preghiera, ora so che Gesù Cristo è vivo, non solo perché ho letto ed ho sentito parlare di lui, ma perché ho sperimentato, nel profondo del cuore, il suo tocco e la sua presenza. Ma c’è di più: continuo a sperimentare questa incredibile realtà anche oggi, persino in questo momento in cui vi sto parlando. Come risultato di quella preghiera tutto il mio ministero pastorale ha avuto un solo obiettivo: aiutare la gente ad avere un rapporto stretto e profondo con Gesù Cristo. Ho capito veramente bene che, come preti, la nostra vocazione e la nostra chiamata consisto- no nel portare la Sposa, la sua Chiesa, non a noi, ma a Gesù Cristo, il nostro Dio che è innamorato di noi in modo appassionato. Infatti, nel profondo del mio cuore, so bene che Gesù Cristo è presente in tutto quanto faccio e tocca quanti incontro, proprio come faceva nel tempo in cui passava sulle strade di Israele. Come è potente il nostro Dio! Basta guardare quanto la gente si trasforma e fiorisce, sperimentando il tocco del Dio vivente. È questa una realtà che si ripercuote anche nel mio modo di predicare. So bene che molti fra noi sacerdoti sono spesso preoccupati e carichi d’ansia su come possiamo davvero proclamare il messaggio di Gesù Cristo in modo potente e significativo, cosicché la nostra gente possa sperimentare la realtà di Dio nella propria vita. Non dobbiamo mai dare per scontato il nostro modo di predicare. Dobbiamo studiare e leggere. È necessario essere ben informati, ma soprattutto dobbiamo parlare del nostro — pag. 12 — icone di Cristo rapporto personale e intimo con Gesù Cristo. E qui la mia preghiera personale quotidiana diventa decisiva. Prego costantemente che, quando le persone mi sentono parlare di Gesù e quando vedono come mi rapporto con loro, possano sperimentare che Gesù Cristo in quel momento li guarisce, li incoraggia, li ama e li perdona. Prego di poter diventare sempre più un segno pieno d’amore di ciò che Paolo esprime in Ga/ 2, 20: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». In tutto questo, pur in mezzo a difficoltà, ansie e paure, trovo la forza per perseverare con speranza nella mia chiamata come prete. Non ci si può lasciar prendere dal panico e nemmeno sentirsi degli sconfitti. Sappiamo bene che nulla è impossibile a Dio (cf Lc 1, 37). Questo significa che per Dio tutto è possibile. Qui sta la mia identità di battezzato e di prete. Continuo il mio cammino con la gente che Dio ha affidato alle mie cure di pastore con lo sguardo fisso in Gesù Cristo (cf Eb 12, 1- 2), sapendo bene che, come Paolo afferma nella Lettera ai Filippesi: «Tutto posso in Cristo che mi dà forza» (cf Fil 4, 13). «Signore Gesù Cristo, aiuta noi sacerdoti e il tuo popolo a vivere ed esercitare la nostra vocazione con questa mentalità vincente». 11 gen's 3-4/2010 - 59 — pag. 13 — uomini di Dio «Gesù mi chiedeva: mi ami?» di Brendan PURCELL Un sacerdote dell'Irlanda condivide come sia riuscito a superare un periodo ricco ma sofferto di crisi affettiva ed è giunto a una nuova e più profonda scelta del celibato. 60 - gen's 3-4/2010 Sono stato ordinato sacerdote nel 1967. Dei miei trenta compagni dieci hanno lasciato il ministero nell’arco dei primi cinque anni. Cominciarono a vacillare anche le mie fondamenta. Avevo 28 anni. Durante un corso di tedesco a Berlino Est, mi sono innamorato di una ragazza, ex leader comunista, molto in gamba. In questo racconto la chiamerò Marta. È nata un’amicizia profonda. Senza volerlo, mi sono trovato in un rapporto emotivamente per me molto coinvolgente, anche se è rimasto un rapporto che non si è mai espresso in gesti di tenerezza 0 altro. Ma ci scrivevamo molto e ci incontravamo. Ho impiegato tre anni — e devo dire col grande aiuto di Marta — ad accettare di dover interrompere questa relazione. Quando abbiamo deciso di non vederci più, le ho domandato: «Qual è il segreto della tua vita?». Semplicemente mi ha risposto: «Amo Gesù, specialmente quando Gesù si è fatto ateo!». Io che pensavo di sapere tutto, non avevo mai sentito un’affermazione del genere. Marta mi ha raccontato che i suoi genitori avevano divorziato quando lei aveva 15 anni. Da allora si domandava «Perché? Perché il dolore nel mondo, nella mia vita?». Una collega all’università, le aveva detto: «Il nome del nostro Dio è “perché?”». Subito Marta esclamò: «Se il nome del tuo Dio è “perché”, egli è Quello che sto cercando da anni». Col tempo scoprì che Gesù sulla croce aveva gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù, 1’ Uomo-Dio, si era sentito “senza Dio” per essere vicino a lei. In questa luce, mi ha spiegato che, perdendoci l’un l’altro, saremmo stati più profondamente uniti: proprio come Gesù, che fu più profondamente unito al Padre, quando ebbe l'impressione di “perdere” il rapporto col Padre. Così Marta mi aiutò a fare una seconda scelta di Dio. Gesù mi chiedeva: «Mi ami?». Da allora, ho capito che essere — pag. 14 — icone di Cristo sacerdote vuol dire soprattutto amare, essere trasparente, non poggiare su uno status o una posizione sociale. In questi anni così difficili per la Chiesa in Irlanda, mi viene chiesto spesso di parlare alla televisione. Prima di ogni intervista, mi dico: «Non devo vincere. Devo solo amare». Quando qualche tempo fa è uscito il primo rapporto del governo sugli abusi sessuali dei preti e religiosi, mi è stato chiesto di intervenire in un programma radio molto seguito. Ho cercato di mettermi nei panni dei bambini abusati. Invece di dire: «Guardate, io non ho fatto nulla di male, tutto questo non mi riguarda», ho parlato della vergogna e dello sgomento, prendendo su di me la colpa degli altri. Una delle vittime partecipava a quello stesso programma. Il conduttore le ha chiesto il suo parere. Aspettavo un duro attacco contro di me. Dopo una lunga pausa, lei ha detto: «Fa bene sentire un sacerdote parlare così». | 13 gen's 3-4/2010 - 61 — pag. 15 — uomini di Dio «Perché la notte era così lunga?» di Helmut KAPPES Un sacerdote tedesco narra come, sorretto dall’aiuto della sua comunità, ha potuto liberarsi, dopo decenni di sofferenza, dalla dipendenza dall’alcol. 62 - gen’s 3-4/2010 Cominciai a bere nei primi anni di sacerdozio. Avevo la sensazione che l’alcool, a piccole dosi, mi aiutasse ad affrontare meglio circostanze difficili. In seguito queste situazioni di stress aumentarono: non riuscivo a reggere il peso del troppo lavoro. Tutti si aspettavano molto da me, e io, con un senso del dovere talvolta esagerato, finivo in preda a delusioni e solitudine. Sempre più il mio problema divenne manifesto anche in parrocchia. Nel gennaio 1996 la mia domestica chiese aiuto a chi in diocesi si occupava di gente come me: persone con problemi di dipendenza. Nel colloquio con questo incaricato, negai con forza di avere difficoltà con l’alcol e dissi che volevo arrangiarmi da solo. Mi venne concesso, ma sotto controllo. Dopo due settimane dovetti riconoscere di aver nuovamente bevuto. Non c’era altra via che una terapia. Ne informai innanzi tutto il Consiglio pastorale. Mi dissero: «Conta su di noi, siamo con te in questo cammino. Ti sosterremo anche davanti alla Comunità». Lo dissi ai fedeli durante la Messa. «Soffro di alcoolismo», confessai. «Ho deciso di intraprendere una terapia. Vi chiedo di accompagnarmi con la vostra preghiera». La gente si mostrò sorpresa, ma reagì con stima. Nelle settimane successive imparai ad accettare la mia situazione e a saperla gestire. Diversi colloqui mi fecero capire quanto fosse importante ascoltare quello che c’è nel profondo della mia anima. Soprattutto imparai ad aver fiducia, fiducia di quel Dio che mi dice: «Io pongo la mia legge nel tuo cuore. Ama il prossimo tuo come te stesso». Dopo otto settimane la terapia era conclusa. Da allora riesco a vivere senza alcol. È stato il dono di una nuova vita. Lavoro a tempo pieno nella pastorale e mi sento sostenuto dalla Comunità. Insieme siamo molto cresciuti. Oggi mi domando: «Perché non ho avuto il coraggio di fare questo passo già molto tempo prima?». O come dice il gesuita Aimé Duval: «Perché la notte era così lunga?». — pag. 16 — icone di Cristo Il sogno della mia vita era diventare un grande scrittore e pittore. A un certo punto però ho avvertito la vocazione al sacerdozio: Dio mi chiamava a cose più grandi. I primi tempi in seminario erano segnati dall’entusiasmo. Mi sentivo chiamato a testimoniare un volto nuovo di Chiesa, gioioso e coerente. Dopo un anno, si sono presentati i segni di una malattia. Diagnosi: sclerosi multipla. Ho vissuto un momento di grande confusione: per difficoltà di salute avrei dovuto perdere una vocazione così bella. Grazie all’aiuto di un sacerdote e di alcuni laici, questa esperienza si è trasformata in un incontro con Gesù. Scegliere Dio solo come ideale: era la mia nuova chiamata. Non avevo tempo da perdere. Ho cercato di vivere ogni momento con intensità, cominciando ad amare gli altri come mai prima. Vivevo perché i miei compagni potessero realizzare quella vocazione che io stavo perdendo. 15 «La tua piccola scintilla accenderà un grande fuoco» di Christian DIAS YEPES Fortunatamente, la salute è migliorata. L’arcivescovo e i formatori sono stati d’accordo che rimanessi in seminario. Non sono mancati altri momenti difficili. Una volta ho sentito forti disturbi agli occhi che non mi permettevano più di leggere. Ho provato spavento, ma poi un pensiero: «Di che cosa hai paura?». Ho rinnovato la mia scelta e ho cominciato a sperimentare un’unione più profonda con Dio. Poco dopo l’ordinazione diaconale, ancora un riaccendersi della malattia, che mi ha reso impossibile qualsiasi attività. Unito a Gesù Crocifisso ritrovavo il punto chiave dell’esistenza sacerdotale: staccarmi da tutto, per vivere in libertà la volontà di Dio attimo dopo attimo. Ordinato sacerdote, ho cercato in ogni momento di privilegiare questa relazione di unità profonda con Gesù nel suo abbandono. Mi convinco sempre più che la mia sicurezza non può essere altra che Lui solo. Per un seminarista del Venezuela, ora sacerdote, la scoperta di una grave malattia diventa l’occasione di una nuova e più profonda scelta di Dio. La testimonianza si conclude con una poesia: “Si la tormenta se levanta”. gen's 3-4/2010 - 63 — pag. 17 — 16 Nel 2003 ho voluto esprimere in arte quello che vivo. E nato un lungo poema, pubblicato dalla Casa Nazionale della Letteratura del mio Paese. Ve ne offro un brano, che canta a Gesù crocifisso e abbandonato: Se la tempesta si scatena e rimani fermo al timone Se con la calma dei saggi riconosci che è ora di ammainar le vele e lasciarsi portare dalle acque che il soffio di Dio conduce Se sai dar calma a quelli che vedono affondar le proprie navi e non ti amareggi per il tuo naufragio Se contro il vento che tradisce e contro ogni corrente di paura e di dolore Se contro la notte con il suo gelo e le sue ombre, in piedi stai Se sai mantenerti dritto davanti al timone 64 - gen’s 3-4/2010 uomini di Dio Se comprendi il cammino che tracciano le stelle dell’unico cielo E lasci tu una scia Se ti tocca inabissar con la barca e la pesca in fondo al mar E rimani attento al torrente di dentro, Allora avrai vinto La perdita sarà guadagno e la tua piccola scintilla accenderà un gran fuoco: il calore del cielo tra le onde che si alzerà come faro nelle notti di ghiaccio che trascinerà dietro di sé ogni barca e ogni pesca Avrai trionfato Anche quando sembra naufragio ma sarai rimasto fermo nella fiamma inestinguibile Sarai arrivato al porto sperato Starà in te con tutte le tue voci calmate e la luce serena del torrente senza fine. — pag. 18 — icone di Cristo 17 La mia anima è ammalata gravemente. Ieri, appena tornato da Roma, ho sentito solo varie storie difficili: il problema del seminario, il problema della Congregazione dei Martiri, ecc., e ho avuto mal di testa. Mi è venuto in mente che non sono io il vero vescovo di questa diocesi, ma il vero vescovo è Gesù. I 1| vero Siccome lui mi ha dato i problemi, lui mi darà anche la soluzione. i \V@SCOVO Certamente anch’io devo fare tutta la mia parte. è Gesù Devo essere strumento della sua verità, bontà ed amore. La sera, ho rinnovato con decisione del Card. il proposito di tendere alla santità. Stefano KIM Non devo rilassarmi nella vita di preghiera così come faccio. Devo veramente morire ogni giorno. Devo morire ogni giorno con Cristo. Se faccio questo proposito e lo metto in pratica, i problemi si semplificheranno. Fede e amore del card. Kim Sou Hwan / 2, Seoul 1997, p. 289 gen's 3-4/2010 - 65 — pag. 19 — Tutto crolla oggi? di Silvano COLA 66 - gen's 3-4/2010 uomini di Dio H° capito in verità cos’è il sacerdozio, perché è proprio con l’abbandono e la morte in croce che Gesù ha generato la Chiesa, assumendo in sé il peccato e il dolore universale. E mi sono detto: mia è dunque la lacerazione tra le Chiese cristiane, mio il disorientamento dottrinale, mia l’incomunicabilità tra prete e vescovo, tra prete e prete, tra prete e laico, mia l’incomprensione del celibato, mia la tentazione razionalista, mia la menzogna esistenziale tra il predicato e il vissuto, mia la solitudine dei preti... Ma tutto questo dolore è Gesù, è il suo dolore, è proprio quel dolore sacerdotale che, se accettato e amato, genera la Chiesa! [...] Ma bisogna essere come lui che, pur essendo Dio, s’è messo a lavare i piedi agli apostoli; che pur parlando con autorità, non ha accettato nessuna forma di potere né sociale né spirituale. Non ha preteso diritti se non quello di mediatore, che gli spettava di natura: come figlio obbedire al Padre fino alla morte, morire per gli uomini come loro fratello. Tutto crolla, oggi? No. Se vogliamo, questa è l’alba che annuncia il Risorto. Dall’intervento alla Giornata “Il sacerdote oggi — il religioso oggi”, Aula Paolo VI — 30 aprile 1982 — pag. 20 — icone di Cristo 19 Nel deserto dell’esilio e fra le spine Quando il male pesa e il mondo sembra nero Resta lì per tutti a dire Che non è lontano e non è chiuso il cielo Che per tutti l’infinito ha una carezza Che ci stringe al cuore e asciuga il nostro pianto Resta lì per tutti a dire Che nessuno mai sarà dimenticato Apri come il pellicano Le tue ali all'infinito Come in croce nell'abbraccio Che s'’allarga sul creato Lascia come il pellicano Che il tuo cuore sia squarciato Nella sua la tua ferita Sia sorgente della vita Come il Pellicano Lascia che ne venga il sangue del perdono L’acqua viva e l'Eterno fatto pane L’olio sopra le ferite Fuoco e sale di parole mai udite E poi lascia che ti vedano in ginocchio A lavare i piedi carichi di piaghe Resta lì per tutti a dire Questo amore immenso che si può toccare Canzone del Gruppo musicale GEN VERDE Apri come il pellicano Le tue ali all'infinito Come in croce nell'abbraccio Che s’allarga sul creato Lascia come il pellicano Che il tuo cuore sia squarciato Nella sua la tua ferita Sia sorgente della vita Testo: Paola Stradi Musica: M. Thérèse Henderson e Nancy Uelmen gen's 3-4/2010 - 67 — pag. 21 — — pag. 22 — fratelli tra i fratelli: nell'unico popolo, «[...] occorre capire che la fede essenzialmente crea assemblea, unisce. È proprio questa essenza della fede che ci libera dall’isolamento dell’io e ci unisce in una grande comunità, una comunità molto completa — in parrocchia, nell'assemblea domenicale — ed universale nella quale io divento un parente di tutti nel mondo. [...] E questo si dovrebbe capire dall’inizio, che mai sarò più solo nella vita. La fede mi redime dalla solitudine. Sarò sempre portato da una comunità, ma nel contempo devo essere io portatore della comunità [...] E, dunque, è importante avere intorno a sé la realtà del presbiterio, della comunità di sacerdoti che si aiutano, che stanno insieme in un cammino comune, in una solidarietà nella fede comune. Anche questo mi sembra importante perché se i giovani vedono sacerdoti molto isolati, tristi, stanchi, pensano: se questo è il mio futuro allora non ce la faccio. Si deve creare realmente questa comunione di vita che dimostra ai giovani: sì, questo può essere un futuro anche per me, così si può vivere». BENEDETTO XVI AI clero della diocesi di Aosta, 25.7.2005 — pag. 23 — 22 Mons. Ignazio SANNA Il contributo teologico con cui l'arcivescovo di Oristano (Sardegna) ha introdotto la seconda tematica dell'incontro, sottolinea la dimensione essenzialmente comunitaria dell’esistenza e del ministero dei presbiteri. 70 - gen's 3-4/2010 L'identità dei presbiteri: fratelli tra i fratelli molteplice trama di rapporti La Pastores dabo vobis descrive alcune appartenenze molto importanti per concepire e vivere l’identità del sacerdote: Gesù, Chiesa, comunione. Alla luce di queste appartenenze, la natura e la missione del sacerdozio ministeriale si definiscono in «una molteplice trama di rapporti che sgorgano dalla Santissima Trinità e si prolungano nella comunione della Chiesa, come segno e strumento, in Cristo, dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 12). Il sacerdozio, perciò, ha una radicale forma comunitaria (cf n. 17) e può essere assolto solo con uno spirito di comunione. Se il sacerdote vive questo spirito di comunione con umiltà e lealtà, crea sentimenti di corresponsabilità tra fedeli laici e sacerdoti, perché tutti si riconoscono uniti dallo stesso ideale di rendere presente l’opera di grazia di Gesù e di annunciare il suo Vangelo. Benedetto XVI, nel proporre l’esempio del Curato D’Ars, ha ribadito che è doveroso estendere sempre di più gli spazi di collaborazione ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano «per condurre tutti all’unità della carità, ‘“amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza” (Rm 12, 10)» (Presbyterorum Ordinis, 9). In ultima analisi, il sacerdote non è ordinato solo per il suo bene spirituale, ma per quello della comunità dove svolge il suo ministero di verità e di carità. Infatti, «ogni sommo sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5, 1). È molto significativo che l’espressione “l’ordine dei presbiteri”, che dà il titolo al Decreto conciliare sui sacerdoti, metta in risalto soprattutto la prospettiva comunitaria in cui il sacerdote si deve collocare per vivere in maniera giusta e fedele il ministero. Non è certamente casuale che il Decreto conciliare parli dei sacerdoti quasi sempre al plurale. Non solo. Ma fin dall’inizio i presbiteri sono presentati come i collaboratori dell’ordine dei vescovi, legati gli uni — pag. 24 — nell'unico popolo agli altri nell’ordine del presbiterato. «I presbiteri — precisa il Concilio — costituiti nell’ordine del presbiterato mediante l’ordinazione, sono tutti tra loro uniti da un’intima fraternità “sacramentale”, formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati. [...] Ciascuno è unito agli altri membri del presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (Presbyterorum Ordinis, 8). In quanto membri dell’“ordine dei presbiteri”, questi ultimi hanno un legame intimo e sacramentale che tocca profonda- 23 mente tutta la loro personalità, struttura la loro vita e trasforma la loro esistenza. Proprio perché all’interno della vita della Chiesa è l’uomo della comunione, il presbitero è chiamato a intessere rapporti di fraternità, di servizio, di comune ricerca della verità, con i propri fratelli e con tutti gli uomini di buona volontà. Ogni suo gesto di comunione trova origine e compimento nel cuore stesso della Trinità. | gen's 3-4/2010 - 71 — pag. 25 — 124 Pietra su pietra: la forza della comunione di Mério SPAKI fratelli tra i fratelli Il rapporto fra il vescovo e i presbiteri e fra i presbiteri e i laici è diventata la via perché, dopo 25 anni di attesa, si è riusciti a completare la cattedrale della diocesi di Ponta Grossa (Brasile). L'autore del racconto, oltre a ricoprire vari incarichi in diocesi, è segretario della Commissione presbiterale nazionale. 72 - gen's 3-4/2010 Vi invito a venire con me in Brasile, nella diocesi di Ponta Grossa. Trent'anni fa si è iniziata la costruzione della nuova cattedrale, ma è rimasta incompiuta. Mancano 460.000 dollari. Il nuovo vescovo ci dice il suo dolore. Chiede di presentargli delle proposte. Tornando a casa, ci viene l’idea di dar vita a un progetto di evangelizzazione che susciti una comunione mensile di beni. Vorremmo raggiungere tutte le famiglie, scoprire assieme a loro quello che siamo grazie all’Eucaristia: un sol corpo. Ne parliamo col vescovo, poi con i preti. Sono dapprima scettici, ma si convincono. «Questa idea viene dallo Spirito Santo», commenta un anziano sacerdote. A gruppi di due o tre visitiamo le 43 parrocchie. Parliamo della Chiesa-comunione. Chiediamo ai laici chi di loro è pronto a visitare i propri vicini, per proporre di mettere da parte i soldi che avrebbero speso in cose superflue, come contributo per la cattedrale. La somma può essere anche minima, affinché pure i più poveri possano partecipare. In concreto, si tratta di portare un depliant e di spiegare il senso di questa iniziativa, ma soprattutto di creare rapporti nuovi. L’accoglienza va oltre ogni previsione. Da marzo a dicembre più di 6.000 laici vanno ogni mese dai loro vicini per portare avanti un dialogo e raccogliere i contributi, frutto del “risparmio evangelico”. Il messaggio della comunione arriva a chi abita nel 20° piano di un grattacielo e a chi sta a venti chilometri da un telefono. Migliaia e migliaia di cattolici si ravvivano. «In ogni famiglia — confida una signora — ho trascorso circa 40 minuti. C’è tanto bisogno nella gente di essere ascoltata e noi dobbiamo saper ascoltare... Che gioia per me conoscere i miei vicini!». Dappertutto si nota entusiasmo, ardore, al punto che la diocesi non è più la stessa. «Più che i soldi — dice il vescovo — vale questa comunione!)». In appena dieci mesi racco- — pag. 26 — nell'unico popolo gliamo quasi 500.000 dollari. L'azione si conclude con la consacrazione della cattedrale. È gremita all’inverosimile, mentre fuori una moltitudine segue la celebrazione attraverso un maxischermo. «Dio è pas- 25 sato in mezzo a noi», dice la gente. E un sacerdote: «E la prima volta che la cattedrale si è riempita di poveri!». per" gen's 3-4/2010 - 73 — pag. 27 — Senza famiglia? Intervista a Imre KISS e Istvàn KOPASZ Dopo il crollo del comunismo, in Ungheria come in altri Paesi dell’Est, si profila la sfida dell’individualismo e non solo nella società ma anche nella Chiesa e tra i sacerdoti; eppure ci sono segnali di cambiamento e di superamento. 74 - gen’s 3-4/2010 Imre Kiss, Lei è vicario generale e parroco nella diocesi di Szeged-Csandd. Come è la situazione del clero in Ungheria? Imre Kiss: Complessa. Dopo il crollo del comunismo c’è stato un grande rilancio della pastorale: coi giovani, con le famiglie, nelle scuole. Ma non eravamo abituati a lavorare insieme. C’è un certo individualismo quindi, mancanza di fiducia, di aiuto reciproco. Incide anche il sovraccarico di lavoro. La rinascita degli ordini religiosi e anche lo sviluppo dei Movimenti ecclesiali hanno portato un nuovo stile, nuovi metodi, un nuovo spirito. Ma c’è anche l’influsso della società consumista. Mancano le vocazioni e non sempre sono solide. Parecchi, dopo uno, due, tre anni, lasciano il ministero. Istvin Kopasz, Lei è stato parroco e anche formatore in seminario. Voi sacerdoti di mezza età, come ve la cavate in questa situazione? fratelli tra i fratelli Istvan Kopasz: Per la verità, dopo alcuni anni ero molto deluso e tentato anch’io di abbandonare il ministero. Per fortuna mi sono trovato a fianco altri sacerdoti con cui è nato un rapporto profondo. Se uno di noi è in difficoltà, ci aiutiamo da veri fratelli, anche economicamente. Facciamo insieme le vacanze, in gruppi di 10- 15. Non è solo riposo, ma un momento che ci porta più in Dio. Vediamo tanti nostri confratelli che passano un momento duro: nel rapporto con il vescovo, per conflitti in parrocchia o perché nasce qualche legame affettivo. Cerchiamo di essere vicini a loro e in questo modo si sono risolti tanti problemi. Qualche iniziativa particolarmente significativa? Imre Kiss: La domenica sera, come si sa, è un momento cruciale. Dopo esserci donati tutto il giorno, torniamo stanchi nelle nostre case parrocchiali, spesso vuote, e si sente di più la solitudine. «Far famiglia!», ha detto quindici anni fa un nostro amico sacer- — pag. 28 — nell'unico popolo dote a Budapest. E ha iniziato a invitare per la cena della domenica i sacerdoti delle parrocchie vicine. Dapprima erano in quattro. Via via si sono aggiunti altri. Ormai sono una ventina e sono i parrocchiani a provvedere al cibo. L'esempio ha fatto scuola e anche in altre città hanno inco- 27 minciato a ritrovarsi. Cenano, recitano insieme i vespri, condividono esperienze gioiose e dolorose, si raccontano dove hanno sperimentato la presenza di Dio. Diversi di quei sacerdoti che erano in crisi, oggi sono contenti e anzi veri missionari. e _| gen's 3-4/2010 - 75 — pag. 29 — 128 «Far casa» ai sacerdoti fratelli tra i fratelli Intervista a Dante SEMENTILLI e Franco QUATTROCIOCCHI La testimonianza di due sacerdoti del Lazio sulla necessità e la possibilità della comunione e dell'accoglienza reciproca fra sacerdoti. Una via per ritrovare il vero senso della vita e della vocazione. 76 - gen’s 3-4/2010 Don Dante e don Franco, voi venite da Frosinone, vicino Roma. Don Dante, che cosa ricorda degli anni della formazione? Dante Sementilli: Siamo stati preparati a stare in piedi ciascuno da solo nella sua parrocchia. Ma c’era disorientamento: Beatles, minigonne, secolarismo; tra i sacerdoti, continue defezioni dal celibato, litigi per questioni di soldi... Terminati gli studi, ho preferito attendere più di un anno prima dell’ordinazione. Alla fine si è fatto ordinare. Come le è andata? Dante Sementilli. Dopo nove mesi senza alcun incarico, il vescovo mi ha chiamato per dirmi che non sapeva cosa farmi fare. Sono corso in chiesa. Dopo un’ora di adorazione, ho scritto su un foglio: «Anche se non potrò mai esercitare il ministero, non mi importa nulla. Ho scelto Dio e questo mi basta». Don Franco, a un certo punto vi siete trovati in una stessa parrocchia. Franco Quattrociocchi: Era il 1975. Arriva Dante e mi propone di tentare una vita comunitaria tra sacerdoti. Mi ero appena sistemato un appartamentino... La mattina seguente a messa il Vangelo diceva: «Chi non lascia padre, madre, ... non può essere mio discepolo». Siamo stati insieme sette anni, con la possibilità di affinare i nostri rapporti, i nostri caratteri, così diversi. Eravamo avvolti dall’ Amore di Dio. Si sono avvicinati giovani che poi hanno scelto la via del sacerdozio. E abbiamo ospitato tanti seminaristi e sacerdoti studenti a Roma. E dopo quei sette anni? Dante Sementelli: Ci sono stati diversi trasferimenti, finché, nel 2002, ci siamo trovati di nuovo insieme. Si è aggiunto don Natale, un sacerdote anziano, solo. Desiderava terminare i suoi giorni vivendo — pag. 30 — nell'unico popolo con noi. Lo abbiamo accolto e valorizzato il più possibile. Alla fine, per un anno ho dormito in un lettino accanto al suo, per accompagnarlo ai servizi, lavarlo, anche alle tre di notte, mentre negli stessi mesi 29 mia madre veniva curata in una casa per anziane. Ora ambedue sono in Cielo, ma per noi l’avventura continua. | gen's 3-4/2010 - 77 — pag. 31 — 130 fratelli tra i fratelli Cellule vive che testimoniano Dio Intervista a Lészi6 POSA Dalla Serbia, l'esempio di una comunità parrocchiale in cui sacerdoti e laici collaborano in piena corresponsabilità per tradurre în vita l’ecclesiologia di comunione. 78 - gen's 3-4/2010 Lei viene dal Nord della Serbia, dove metà degli abitanti è d'origine serba e di fede ortodossa, mentre altri sono cattolici, di provenienza ungherese, croata, slovacca, rutena, ceca e tedesca. Come fa a tenere unite in parrocchia persone così diverse? Sin da giovane sacerdote ho avuto un grande anelito: far sperimentare la Chiesa viva, così come l’ha pensata il Concilio, cioè come segno e strumento d’unità. Per questo cerco di suscitare soprattutto piccole cellule che irradiano il Vangelo. Non seguo metodi particolari. Mi sforzo di accogliere ed ascoltare profondamente le persone, di vedere e amare Gesù in loro. Può fare qualche esempio? Un giorno mi chiama una giovane coppia. Hanno litigato seriamente. Per un’ora ascolto le loro accuse vicendevoli. Per un’altra ora racconto le mie esperienze di Vangelo vissuto. Sono tornati a sorridere. «Stasera lei ha salvato un matrimonio», mi dice la moglie. «Nella stanza qui a fianco sono già pronte le valigie, ma ora resto». Da loro è nato un gruppo che vive la Parola di Dio. Si dedicano alla pastorale famigliare e hanno salvato vari matrimoni. Un’altra volta si presenta una signora: «Vorrei fare qualcosa per le persone con handicap mentale!». «Ti assicuro tutto il mio sostegno!», le rispondo. Comincia con cinque persone, poi diventano dieci e poi venti. Nel corso degli anni si forma una bella comunità di “Fede e Luce” con grande irradiazione in diocesi. Una signora non praticante è in preda alla depressione: ha il marito disoccupato, la madre anziana gravemente malata, due figli adolescenti svogliati. Le consiglio di far parte della comunità neocatecumenale. In breve tempo la Parola di Dio la trasforma in una persona raggiante, coraggiosa, inventiva. Oggi è responsabile della comunità, si prende cura degli altri e ha trovato soluzioni per le difficoltà in famiglia. — pag. 32 — nell'unico popolo Come riesce e a seguire tutti questi rapporti? Non sono da solo. Siamo una rete di persone. All’inizio d’ogni mese vediamo come portar avanti l’evangelizzazione: come sostenere i gruppi già esistenti (sono una ventina), come formare nuovi gruppi, come aprire vie verso le famiglie e i giovani. Tutto nasce da persone che hanno iniziato a vivere intensamente il Vangelo. Le persone più varie sono attratte da questi piccoli gruppi nei quali si sperimenta la presenza viva di Gesù. Alcuni li cerchiamo noi, altri vengono spontaneamente, portati dallo Spirito, come nella prima comunità di Gerusalemme: «il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (Af 2, 48). Se dovessi dirlo in una parola: nella fatica di creare le comunità attraverso l’amore evangelico vissuto tra tutti, è Gesù a fare la Chiesa. ee | 31 gen's 3-4/2010 - 79 — pag. 33 — — pag. 34 — profeti di un mondo nuovo, «Il Signore parla del seminatore che semina nel campo del mondo. E il seme sembra come la sua Parola, come quelle guarigioni, una cosa veramente piccola in confronto con la realtà storica e politica. Come il seme è piccolo, trascurabile, così anche la Parola. Tuttavia, dice, nel seme è presente il futuro perché il seme porta in sé il pane di domani, la vita di domani. Il seme appare quasi niente, tuttavia il seme è la presenza del futuro, è promessa già presente oggi. E così con questa parabola dice: siamo nel tempo della seminagione, la Parola di Dio sembra solo parola, quasi niente. Ma abbiate coraggio, questa Parola porta in sé la vita! E porta frutto! [...] Io penso alla parabola del Signore circa il grano di senape così piccolo che poi diventa un albero così grande che anche gli uccelli del cielo vi trovano posto. E direi che questi uccelli possono essere le persone che non si convertono ancora, ma almeno si posano sull'albero della Chiesa». BENEDETTO XVI Al clero della diocesi di Aosta, 25.7.2005 — pag. 35 — 34 Portare Dio a chi non lo conosce di Chiara LUBICH 82 - gen’s 3-4/2010 profeti di un mondo nuovo N è costato poco al Figlio di Dio il farsi, per amore, « uno con noi. Egli sì che ha “vissuto l’altro”. Ed eccolo uomo: Gesù, che nasce come noi, ebreo fra gli Ebrei, con la cultura ebraica, che vive, lavora, piange, è stanco, soffre nel corpo e nell’anima; offre a Dio anche la tremenda sensazione d’essere abbandonato da lui; è annientato, muore. E così è disceso lungo tutti i gradini in cui è posta l’umanità, per raccoglierla tutta nel suo cuore e portarla al Padre. È a lui che noi, e i sacerdoti che sono i primi apostoli e i primi missionari, guardiamo per sapere come portare Dio a chi ancora non lo conosce o crede di conoscerne altri. “Farsi uno” con loro, assumere le diverse culture spesso così ricche, le tradizioni a volte millenarie, ed in quelle far germogliare la buona novella. E poi gli uomini tutti del mondo: atei, materialisti, violenti, terroristi, peccatori, drogati, ladri, omicidi... Gesù crocifisso, nel suo grido d’abbandono, ricorda tutte queste creature. È l’amore per lui che dà un nuovo slancio al sacerdote per sapere come e in che cosa dialogare con essi: Gesù è venuto medico per gli ammalati». Dall’intervento alla Giornata “Il sacerdote oggi — il religioso oggi”, Aula Paolo VI — 30 aprile 1982 — pag. 36 — profeti di un mondo nuovo < ta entamente si stagliano all’orizzonte, chiaramente riconoscibili, le grandi linee portanti di un nuovo ordine mondiale; un mondo vecchio sta bruciando». Dalla prigione di Koblenz, Capodanno 1942 «Senza dubbio, nel mio linguaggio e nella mia attività privata e pubblica, occupa ampio spazio il tipo di sacerdote profetico, a differenza di quello borghese e impiegatizio. Con zelo infrangibile ho cercato di annunciare e realizzare questo tipo profetico, ovunque si offriva l'occasione. Si noti però che si tratta sempre solo di un profetismo nel senso lato della parola, cioè di un tipo che si contraddistingue per il suo essere afferrato da Dio e dagli uomini, dalle vicende del proprio tempo e dalla propria missione; un tipo che ha rotto con uno stile di vita e di lavoro borghese e autosufficiente o unicamente orientato a salvaguardare la forma e i doveri». Dall’esilio a Milwaukee — USA, Lettera del 1958 35 Presbiteri per un mondo nuovo di padre Josef KENTENICH gen's 3-4/2010 - 83 — pag. 37 — 136 Card. Francisco Javier ERRAZURIZ L’arcivescovo di Santiago del Cile presenta l'approccio profetico della V Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (Brasile), che egli ha guidato nel 2007. Cercando di discernere nella realtà vissuta il disegno di Dio per quel Continente, i vescovi hanno tracciato profeticamente il cammino della Chiesa verso il futuro. 84 - gen’s 3-4/2010 profeti di un mondo nuovo Discepoli e missionari parecida è stato un tempo di grazie ed è un immenso dono di Dio per la Chiesa in America Latina e nei Caraibi. Abbiamo voluto far nostro questo dono con l’apertura di chi accoglie i piani di Dio, che si manifestano nelle voci dei tempi, ed è invitato a concorrere alla loro realizzazione con tutte le proprie forze e tutto il cuore, seguendo i passi della Madonna che si è associata a Gesù nell’opera della redenzione. Chi vive la dimensione profetica del suo sacerdozio è cosciente del compito di trasformare la realtà materiale e il mondo spirituale, perché siano sempre più compenetrati di Cristo e del suo Vangelo. Perciò sentirà l’impatto esteriore e interiore del tempo, considererà il campo seminato in cui crescono le spighe e la zizzania, come casa sua, come l’atmosfera che respira, come un testo scritto da tante mani, in cui si tratta di scoprire la calligrafia di Dio, e come un compito impegnativo, quello di collaborare nella costruzione del Regno. Chi vuol vivere come profeta, sa che il Vangelo deve essere fermento dell’u- manità e non un semplice condimento. Aparecida ci invita a essere profeti, percorrendo questa strada. In continuità con le Conferenze Generali precedenti, ha utilizzato il metodo “vedere — giudicare — agire” come modo di porsi davanti alla realtà nella sua interezza e di comprenderla, come espressione di responsabilità per il mondo e come decisione fiduciosa di far propri i piani del Signore della storia e di collaborare con lui (cf DA 19). Questo modo di procedere si era deteriorato col passare del tempo. Per vedere gli avvenimenti della storia, in tante parti si usavano soltanto mediazioni sociologiche, economiche e politiche. D'altra parte, dove si erano indebolite la conoscenza della Parola di Dio e la luce della fede, il giudizio sulla realtà è risultato superficiale e parziale; di conseguenza, l’azione è stata unilaterale e attivista. Siccome il procedimento si era ridotto ad alcune delle sue dimensioni naturali, aveva perso la sua visione profetica e la sua forza profetica, che possono venire solo da Dio. — pag. 38 — profeti di un mondo nuovo Aparecida ha ripreso l’intuizione originaria. Chi “guarda” non può prescindere da Dio. Il suo sguardo nasce dalla fede. Per questo — come diceva Papa Benedetto XVI ad Aparecida — nei fatti riscontra la realtà fondante, Dio stesso, e allo stesso tempo ciò che producono le mani umane, sia che collaborino con lui o che lottino per distruggere il suo Regno. La fede è questo occhio dello spirito che percepisce la mano ed il volto di Dio ed anche quelli degli uomini, senza negare l’azione del “principe delle tenebre”. Aparecida non si accontenta col giudicare quello che ha visto. Esige da noi un profondo discernimento, in modo che, nella vita quotidiana, dopo aver visto la realtà alla luce della Provvidenza, valorizziamo i suoi germogli di vita e scopriamo il Signore che lavora e ci invita a piantare e a costruire con lui. Ma esige anche che giudichiamo secondo Gesù Cristo, Logos eterno e Creatore, e Via, Verità e Vita, per vincere i segni della morte e i collaboratori del “Capo della distruzione”, la menzogna e l’odio. La carità nella verità ci spinge ad agire, a contemplare e a intervenire nella storia. Contempliamo con meraviglia la sapienza e la bellezza dell’ Autore della Vita e dei Suoi piani d'amore, come anche la dignità dell’essere umano e delle sue opere. E sentiamo la chiamata di Cristo che ci invita a intervenire con lui nella storia, apprezzando i doni e carismi che lo Spirito ci elargisce, e lavorando perché tutti abbiano vita in Cristo: i popoli, le famiglie e le persone, specialmente quelle che sono afflitte o oppresse o mancano dei beni spirituali e materiali per vivere con dignità. In loro è Cristo che ci chiama al Suo servizio. Così le nostre opere avranno la fecondità di Dio e saranno un’alba del domani. Deciso a rispondere alla voce dei tempi, Padre Josef Kentenich, fondatore del Movimento Apostolico di Schoenstatt, ci proponeva di vivere e lavorare «con la mano sul polso del tempo e l’orecchio nel cuore di Dio». Raccomandiamo questo compito alla Vergine Maria, che conservava e meditava nel suo cuore quanto succedeva attorno a Gesù, imparando così a collaborare con lui alla nascita del Popolo della Nuova Alleanza e di una nuova umanità. gen's 3-4/2010 - 85 — pag. 39 — 1 38 profeti di un mondo nuovo «L'agire di Dio nella nostra comunità» di Kurt FAULHABER Tappa dopo tappa, un gruppo di sacerdoti in Germania prende coscienza dell’azione di Dio nelle loro comunità. Storia della salvezza anche nel loro piccolo mondo, con volti conosciuti e storie vissute. 86 - gen’s 3-4/2010 Qualcosa sfiora la mia mano. E si nasconde. Una bambina di tre anni. Delia. Chiede una messa per i bambini. Ben presto sua madre si mette in moto assieme ad altre famiglie. Per anni animano messe per le famiglie. Cresce il rapporto tra loro e crescono nella fede. Fra lacrime e paura di morte provocate da un tumore al seno. Abbiamo potuto festeggiare la guarigione. Quanto eravamo grati a Dio! Il piccolo granello di senape, del quale ha parlato Papa Benedetto, in questo caso è stato il ditino di una bambina. Tramite esso, Dio ha mosso molte cose. Persone di tutte le età si sono unite a quelle famiglie e al centro erano i bambini. Insieme sono fonte d’irradiazione in mezzo agli altri. Prendono iniziative, assumono responsabilità. Sono il semenzaio di Dio nella nostra comunità. Noi — alcuni sacerdoti — abbiamo raccolto criteri per individuare la vita che nasce da Dio. Dove Dio fa crescere qualcosa? Quando ci incon- triamo, ciascuno ne riferisce. Come negli Arti degli Apostoli: «Riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro» (15, 4). La vita, quando è autentica, cresce sempre impercettibilmente e lentamente. Come seguire le tracce di Dio? Le abbiamo messe bianco su nero: parole, simboli, nomi, date come tracce. E si è delineato un cammino. Guardandolo insieme, sempre di più abbiamo costatato: episodi di vita si ripetono, si trasmettono, si potenziano. E si intravede una guida nascosta. Il cammino fin qui percorso svela i prossimi passi. Da episodi di vita diventano processi di vita, da processi di vita una corrente di vita. Quando ci ritroviamo per la condivisione fraterna, ciascuno porta con sé il proprio foglio arrotolato. Un giorno uno di noi esclama: «Ma questo è un rotolo della Scrittural». Non solo per l’aspetto esterno ma molto di più per il contenuto. Un po’ come nei Vangeli, come nei Profeti. Sto- — pag. 40 — profeti di un mondo nuovo ria della salvezza nel nostro piccolo mondo, oggi; con volti conosciuti e storie da noi vissute. Con nomi di persone della nostra comunità. Per due volte Dio ha scritto parole fortemente in controtendenza. Avevamo un nostro programma per l’ Anno Paolino. Ma Dio permise che si accendesse il dibattito sul Concilio (cf At 15, 2) e così ci ha raccolti attorno a Paolo e al suo aggiornamento proiettato verso la cultura del mondo pagano. Similmente Dio ci ha portati alle radici dell'Anno sacerdotale. Settimana per settimana ci ha messi davanti gli abusi. E in tal modo esige e delinea anche qui ed ora un profondo e duraturo rinnovamento dei sacerdoti. Il rotolo della Scrittura aiuta a decifrare quello che Dio va scrivendo nei nostri cuori (cf 2Cor 3, 2-3). | gen's 3-4/2010 - 87 — pag. 41 — 140 profeti di un mondo nuovo «E voi tutti siete fratelli...» di Ruedi BECK Una parrocchia nella città di Basilea (Svizzera), risponde con coerenza evangelica e creatività a una nuova sfida: l'attuale contesto socio-culturale pluralista, multietnico e interreligioso, affrontato non senza rischi ma con frutti sorprendenti. 88 - gen’s 3-4/2010 Da giovane sacerdote ero affascinato dall’ideale di Gesù: un solo Padre... e tutti fratelli (cf M? 23, 8-9). Oggi sono parroco nella City di Basilea, in un quartiere dove vivono persone di oltre 150 nazioni, fra loro più di mille rifugiati clandestini. Durante l’inverno del 2005, giorno dopo giorno, bussavano alla porta della casa parrocchiale, affamati e infreddoliti. Poco prima lo Stato svizzero aveva emanato una legge molto rigida sull’immigrazione. Che fare? Gesù aveva detto: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare...» (cf Mt 25). Insieme alle mie collaboratrici e ai miei collaboratori abbiamo preparato pasti caldi per loro e predisposto un alloggio per i più svantaggiati. Ben presto ci siamo trovati in aperto contrasto con la legge. Sono seguiti mesi difficili in cui abbiamo rischiato anche il carcere. Finalmente il tribunale ci ha dato ragione e la legge è stata un po’ mitigata. In quei mesi è nata una vera comunità fra i rifugiati; e con l’amministrazione della città si è instaurata un’ottima collaborazione. Sempre più i nostri parrocchiani svizzeri hanno aperto il loro cuore alle persone di altre nazionalità. Ma la fantasia di Dio è infinita. Durante la Giornata Mondiale della Gioventù del 2005, conosciamo davanti al duomo di Colonia un padre carmelitano dell’India. In seguito nasce da noi un piccolo Carmelo con tre padri indiani. Ormai la nostra équipe pastorale è internazionale: alcuni svizzeri, una tedesca, tre indiani, una religiosa italo-australiana, un bosniaco, una signora giamaicana e fra poco arriverà un sacerdote nigeriano. Grazie all’unità fra tutti, l’impossibile diventa possibile: ogni domenica abbiamo la messa anche in inglese e un pranzo con circa 100 rifugiati; nel 2008 abbiamo fatto un pellegrinaggio in Terra Santa con 160 persone di 20 nazioni, tra cui 40 bambini; in piccole comunità cristiane ogni due — pag. 42 — profeti di un mondo nuovo 41 settimane si radunano medici, disoccupati, rifugiati, ecc.; alla distribuzione settimanale di viveri per i più poveri collaborano anche musulmani. Molti considerano la nostra parrocchia come un esempio per l’integrazione fra le varie nazionalità. Ma la cosa più bella è che in essa si sperimenta la Chiesa come Famiglia di Dio. e | gen's 3-4/2010 - 89 — pag. 43 — (42 Una città si trasforma a cura di Mario CATALDI e Alessandro CAPPELLA profeti di un mondo nuovo Ad Ascoli Piceno, capoluogo di provincia (del Centro-Italia) e sede episcopale, una numerosa comunità che vive la Parola, promuove rapporti fraterni fra tutti con profonda incidenza anche in ambito civile. 90 - gen’s 3-4/2010 Noi veniamo da Ascoli Piceno, città del Centro-Italia con forte tradizione cristiana, ma anche in grande trasformazione, alle prese con la modernità. Da vari decenni, in diocesi c’è un nuovo fermento, grazie ai Movimenti ecclesiali. Via via si sono formati centinaia di giovani e ragazzi che oggi rivestono i più vari compiti negli organismi ecclesiali, oltre che in tanti ambienti della vita professionale e civica. Circa quattro anni fa nasce ad Ascoli il progetto “Amo-lamia-città”. Iniziamo a sognare la nostra come una città fraterna, guardiamo innanzitutto le relazioni che la animano, il bene che vi circola: ne restiamo meravigliati. Cerchiamo allora di tessere una rete di relazioni tra persone, tra istituzioni laiche e religiose, associazioni, Movimenti, mettendo in luce lo specifico contributo di ciascuno per il bene comune. La città diventa laboratorio di fraternità. Come si può immaginare questa piccola storia è costellata di numerose iniziative: — Dalle “Settimane Mondo Unito”, settimane full immersion dei giovani nelle quali si concentrano le iniziative più varie per costruire la fraternità a ogni livello. — Alle “Fiere primavera”, mercatini dei ragazzi finalizzati a diffondere una cultura del dare e a raccogliere fondi per finanziare borse di studio per ragazzi svantaggiati. — Alla “Festa della fantasia”, un modo nuovo di pensare il carnevale molto sentito in città. — A “Città sul palco”, manifestazioni con i ragazzi che, valorizzando il contributo di tutte le scuole artistiche, mettono in luce il valore dell’arte e della bellezza per la costruzione della città. — Alle vacanze sulla neve “insieme è meglio”, particolarmente dedicate ai piccoli nelle quali lo sport diventa mezzo potente per la costruzione della fraternità. — All’iniziativa che abbiamo chiamato “Fili-amo-ascoli” nella quale le comunità ita- — pag. 44 — profeti di un mondo nuovo liana e filippina hanno lavorato insieme, durante 1’“Emergenza Manila”. — Al progetto “E per scuola... la città”, nel quale attraverso convegni, laboratori, azioni, si prova a dare una riposta all’emergenza educativa. — Al “Capodanno di tutti”, forse una vera icona di tutto il progetto. Il 31 dicembre si ritrovano poveri e ricchi; sani e malati; giovani e anziani; comunitari e extracomunitari; istituzioni civiche e Movimenti ecclesiali, associazioni di volontariato; sindaco e vescovo... E ci sono ancora operai e imprenditori, medici e studenti, avvocati e sportivi, famiglie e artisti... Insomma, nel capodanno vediamo la città fraterna che vorremmo, caratterizzata dal senso di famiglia che rende vicine le distanze; lontane le paure; belle le diversità. Questa ci sembra la chiave di lettura della vita di questi ultimi tre anni: la fraternità assunta a paradigma del pensare e del vivere applicata ai più vari ambiti della vita della città. Il 12 dicembre 2009 l’associazione “Città per la fraternità” ha deciso di conferire il premio “Chiara Lubich per la fraternità” ad Ascoli Piceno per il progetto “Amo-la-mia-città”. Alcuni giorni dopo, il consiglio comunale approva all’unanimità l’adesione all’associazione “Città per la fraternità” e propone Ascoli come città ospitante per la prossima assegnazione del premio. Il Consiglio, negli interventi di esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione, esprime il desiderio che l’adesione non sia solo formale ma che segni un nuovo modo di lavorare per la città, una “compromissione” delle posizioni personali e di partito in vista del bene comune. Per concludere possiamo dire che la fraternità, assunta come visione della vita cristiana e sociale, determina una sorta di salto di coscienza innanzitutto in noi stessi: ci si sente realmente parte di un corpo, partecipi e responsabili di tutto anche semplicemente in quanto cittadini. Si aprono nuove prospettive per l’evangelizzazione e la pastorale. Si articolano istituzioni e strutture di ogni tipo, energie e risorse personali e di gruppo per il bene comune: i beni spirituali e materiali, le professionalità, la fantasia, i pensieri, la generosità, il tempo... Fino a sperimentare concretamente la visione della fraternità universale, della quale la città, come diceva La Pira, è “misura e sacramento”. | 43 gen's 3-4/2010 - 91 — pag. 45 — 44 Send Us Forth Gruppo musicale GEN VERDE 92 - gen's 3-4/2010 seccosceseececeneesecceseee cosssesessene profeti di un mondo nuovo We will walk through towns and valleys As your Spirit leads us on With your Word of Life to bind us In your cross the roots of love You the vine and we the branches Bearing fruit as we move on We will walk the road together In our midst the Risen One Send us forth, two by two in your name Everywhere we'll discover your deep hidden presence Send us forth to be fountains of light and of grace Bringing all to their home in the shadow of God Send us, send us forth Moving forward as one people Send us forth In our midst the Risen One Send us forth, two by two in your name Everywhere we'Il discover your deep hidden presence Send us forth to be fountains of light and of grace Bringing all to their home in the shadow of God You the vine and we the branches Bearing fruit as we move on Send us, send us forth Send us forth, two by two in your name Everywhere we'Il discover your deep hidden presence Send us forth to be fountains of light and of grace Bringing all to their home in the shadow of God Testo ispirato a pensieri di P. Josef Kentenich: Paola Stradi Musica: M. Thérèse Henderson e Nancy Uelmen — pag. 46 — profeti di un mondo nuovo 45 Traduzione letterale: Cammineremo per le città e le valli Mentre il tuo Spirito ci guida Con la tua Parola di Vita che ci lega Nella tua croce le radici dell’amore Tu la vite e noi i tralci Portando frutto mentre avanziamo Cammineremo sulla strada insieme Il Risorto in mezzo a noi Mandaci, a due a due nel tuo nome Ovunque noi scopriremo la tua nascosta presenza Mandaci per essere fonti di luce e di grazia Portando tutti a casa nell'ombra di Dio Mandaci, mandaci come un solo popolo Mandaci Il Risorto in mezzo a noi Mandaci, a due a due nel tuo nome Ovunque noi scopriremo la tua nascosta presenza Mandaci per essere fonti di luce e di grazia Portando tutti a casa nell’ombra di Dio Tu la vite e noi i tralci Portando frutto mentre avanziamo Mandaci, mandaci Mandaci, a due a due nel tuo nome Ovunque noi scopriremo la tua nascosta presenza Mandaci per essere fonti di luce e di grazia Portando tutti a casa nell’ombra di Dio gen's 3-4/2010 - 93 — pag. 47 — — pag. 48 — retrospettiva. — pag. 49 — 48 Card. Claudio HUMMES Omelia ai vespri dell'allora Prefetto della Congregazione per il Clero. Riportiamo anche le sue parole introduttive, dette spontaneamente prima di leggere il testo preparato. 96 - gen’s 3-4/2010 retrospettiva Per una rinnovata Pentecoste ocolarini, Schoenstatt, Carismatici e altri hanno collaborato per questa manifestazione. Tante grazie a tutti voi! Nella preparazione di questi giorni di chiusura dell’ Anno sacerdotale, ci siamo tante volte riuniti per pensare a tutte queste celebrazioni liturgiche e altre iniziative per i sacerdoti. I tre Movimenti sono venuti da noi per parlarci di questo pomeriggio. Io ero molto contento perché ero sicuro che sarebbe stata una cosa molto buona, qualcosa che veramente ci ringiovanisce, ci rinnova, ci dà la gioia di essere sacerdoti, di essere sacerdoti in questo tempo, in questo mondo di oggi, in questa cultura di oggi. Alle volte è un po” difficile senz’altro, ma è possibile evangelizzare tutte le culture. Tutte le culture hanno del bene, del vero, e portano nel loro seno i semi di Dio, della sua Parola e della sua azione nel mondo. Ciò mi fa pensare sempre alle parole di Gesù: «Io non sono venuto per condannare ma per salvare il mondo». Così anche noi non vogliamo condannare il mon- do, la cultura, ma vogliamo salvarla. Viene da ricordare quanto diceva Giovanni Paolo II, nella memorabile vigilia della Pentecoste, subito prima del Giubileo del 2000, nel grande incontro con i Movimenti ecclesiali in Piazza San Pietro. Ero lì anch’io. È stato veramente un avvenimento grandioso, importantissimo. Il Papa diceva: «Voi siete la risposta a questo mondo che cerca la luce, che cerca anche non sapendo dove trovarla, ma che cerca un senso per la storia, un senso per la vita. E voi siete per questi tempi veramente una luce». E questo ripeto io oggi. Sono qui per ringraziarvi e dirvi quanto è stato buono questo pomeriggio. Se mi permettete, le testimonianze mi hanno toccato personalmente molto nel profondo, tutte le testimonianze. Ma voglio menzionarne in modo particolare una: quella dei tre sacerdoti del Burundi che hanno vissuto così fortemente il martirio insieme a quelli che sono morti. — pag. 50 — retrospettiva Ed ora vi leggo il testo che ho preparato per questa occasione. Fratelli e Sorelle, Per la conclusione dell’ Anno sacerdotale, lo Spirito del Signore ci ha congregati a Roma in questi giorni e ci invita ad una rinnovata Pentecoste, anzitutto i presbiteri. La Pentecoste, come è scritto nel libro degli Atti degli Apostoli, è avvenuta dopo l’Ascensione di Cristo, durante giorni di intensa preghiera degli stessi apostoli nel Cenacolo, insieme con Maria, la Madre di Gesù. E una preziosa indicazione sullo spirito con il quale voi, cari sacerdoti, dovreste vivere questi giorni dell’Incontro Internazionale dei Sacerdoti con il Papa. Cioè, vivere la preghiera, insieme con Maria, per ricevere ancora una volta, in modo intenso, il dono dello Spirito Santo per la vostra vita presbiterale e per la missione che il Signore vi ha affidato: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15). «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20). L’Apostolo Paolo, nel brano della Lettera ai Romani, appena letto, insegna che la Chiesa è come un corpo con «molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione». Il sacerdozio ministeriale, di cui voi, sacerdoti, siete stati insigniti sacramentalmente, vi ha configurati a Cristo, Capo e Pastore del Popolo di Dio. Con tutte le altre membra del Corpo, siate discepoli di Gesù. Ciò è determinante, perché così siete entrati nella strada della salvezza. Eppure, per l’ordinazione presbiterale siete non soltanto discepoli, ma anche Capi e Pastori della comunità dei discepoli. Capi non nel senso mondano, ma piuttosto come servitori del Popolo di Dio. Sant’ Agostino lo disse alla sua comunità: «Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo». In conseguenza, il presbitero è sempre pastore, 24 ore al giorno, e bisogna assumere questa identità e questo ministero con lo stesso amore che Gesù richiese da Pietro: «Tu mi ami?», e Pietro: «Signore, tu sai che ti amo»; e Gesù: «Pasci le mie pecorelle» (cf Gv 21, 15-18). Ciò vuol dire che amare il Signore e amare il Suo gregge come lui stesso lo ha amato e lo ama, è la richiesta fondamentale di Gesù ai suoi pastori. Si tratta della carità pastorale, indispensabile caratteristica del pastore. Fedeltà di Cristo, fedeltà dei sacerdoti. Come Cristo ha fedelmente amato il Suo gregge sino alla fine, così anche i sacerdoti devono amare fedelmente il gregge di Cristo. Paolo parla al contempo di tanti altri carismi, che lo Spirito dà a chi vuole, per il bene comune della Chiesa. Nel clima pentecostale del dopo-Concilio, questi carismi sono stati effusi in forma rinnovata e molteplice sui fedeli, in modo particolare nei cosiddetti nuovi Movimenti ecclesiali. Molti sacerdoti si sono associati a tali Movimenti. Gli ultimi Papi hanno approvato tali Movimenti e riconosciuto che possono essere anche un arricchimento spirituale per i presbiteri in essi associati, purché si armonizzino con la spiritualità propria dei presbiteri, la quale per loro deve essere centrale e determinante (cf Pastores dabo vobis, 68). Proseguiamo ora la nostra preghiera liturgica, per tutta la Chiesa e per il mondo e, insieme con Maria, innalziamo una preghiera fervente allo Spirito Santo, affinché egli venga su di noi, ci illumini, ci santifichi e riaccenda in noi lo slancio missionario così urgente nei tempi odierni. Amen. prc 49 gen's 3-4/2010 - 97 — pag. 51 — 50 “Sacerdoti oggi” Una sintesi di impressioni dei partecipanti a cura di Hubertus Blaumeiser - Tonino Gandolfo - Enrico Pepe C on la Congregazione per il Clero avevamo concordato di dar vita, in collaborazione fra il Movimento dei Focolari, il Movimento di Schoenstatt, il Rinnovamento Carismatico Cattolico Internazionale e altre realtà ecclesiali, a un pomeriggio di testimonianze e di contributi artistici sulla vita dei sacerdoti “oggi” che si incastonasse nell’insieme delle giornate conclusive dell’Anno sacerdotale. Un momento che, guardando in faccia le sfide della vita sacerdotale nella Chiesa e nel mondo attuali, si prefiggeva di evidenziare quelle vie nuove che lo Spirito va aprendo attraverso il magistero del Papa e i carismi del nostro tempo; un incontro che parlasse al cuore e all’intelligenza dei presenti, ma anche al pubblico televisivo e di internet, con il linguaggio della vita e della bellezza. Per tre ore e mezzo, 4.000 sacerdoti e un migliaio di altri partecipanti hanno vissuto un percorso che a più riprese ha coinvolto tutti i presenti in prima persona, attraverso interviste in platea e momenti di condivisione. Alla fine molti hanno lasciato la loro impressione. Foglietti vergati a matita o a penna, a volte con poche parole, spesso anche più articolati, in parte firmati, in parte senza nome. 98 - gen’s 3-4/2010 retrospettiva Sin dalla prima lettura emerge una forte nota di speranza: «Credo di aver ritrovato il vero senso di essere prete», scrive un sacerdote del Sudafrica. Similmente un partecipante dell’Austria: «Sono ora deciso a prendere la mia vocazione sacerdotale più fedelmente e seriamente». «Di rado nella mia vita di sacerdote mi sono sentito tanto amato. Ora posso dire grazie per tutto quello che verrà», ha confidato un sacerdote che da poco sa di essere malato di Parkinson. Qualcuno ricorre a un’efficace immagine: «Grazie per aver donato coraggio a noi sacerdoti che — come un tempo gli apostoli — viviamo un momento di tempesta sul mare della vita. Abbiamo sperimentato che lo Spirito del Risorto sta soffiando nelle vele della barca di Pietro». PS molti questo incontro ha significato una rinnovata scelta: «Ero venuto con tante domande. Quello che ci è stato dato mi rimette in piedi». «Passavo un momento di tentazione. Non trovavo la forza per andare avanti. Ho capito che il Signore non ritira le sue scelte e che questa prova è una chiamata dentro la chiamata». «Mi avete aiutato a riprendere con coraggio il mio ministero. Vale la pena dare la vita per il Vangelo». «Il messaggio che ricevo da questo incontro è di non — pag. 52 — retrospettiva mollare mai, di perseverare fino alla morte scegliendo e riscegliendo solo Gesù, e cercare la comunione con altri sacerdoti e formare famiglia con i laici in parrocchia». «Non dimenticherò mai la frase: “Ho scelto Dio solo e questo mi basta!” S ono state particolarmente apprezzate le numerose testimonianze, definite “umili e forti”. «E apparso un sacerdozio non clericale, che parte dal Vangelo e si dona agli altri». «Un’expo del fascino di Gesù sacerdote oggi». «Mi è piaciuto il coraggio di parlare delle difficoltà e indicare cammini per essere in Dio, guardare a Gesù, vivere la comunione, la fraternità, essere profeti, discepoli e missionari», dice un sacerdote. Gli fa da eco un laico: «Ho visto tanta maturità che ti fa donare e condividere delle verità anche dolorose. Ho apprezzato la sincerità: non resta la fragilità dell’uomo ma la grandezza di Dio». Altro pilastro portante dell’incontro è stato il linguaggio dell’arte, come hanno rilevato parecchie impressioni: «La bellezza, l’armonia, le esperienze, tutto ti portava a Dio». «Parole dal Cielo», si è azzardato ad affermare qualcuno. «Il Vangelo fonte incessante di bellezza e di creatività», così un sacerdote spagnolo. E un altro: «Ho sentito la vitalità, la genialità e l’eterna giovinezza della Chiesa. Dio è amore e la Chiesa è bella!». o sottolineano numerose espressioni dei laici presenti. «Oggi ho visto la Chiesa di domani, quella che accompagnerà e crescerà i miei figli», afferma una giovane fidanzata. Convinzione che torna in altri: «La fede presentata così non diventa solo più vivibile, ma anche più credibile». «Questa è la Chiesa che ci aspettiamo». Assieme a un significativo ringraziamento: «Grazie perché non avete avuto paura di dire che la Chiesa è bella, pura e santa anche quando in essa emerge il peccato». «La vittoria della grazia nella nostra vita in qualunque circostanza», ha scritto un vescovo della Spagna. E sottolinea la dimensione comunitaria: «Il bisogno assoluto di un’esperienza di comunità fra i sacerdoti e con i fedeli: la Chiesa come famiglia». «È stato un impulso molto forte al dono di sé, all’unità della Chiesa-comunione», dice ancora un sacerdote. E qualcuno passa subito al concreto: «Sento nel mio cuore il bisogno di chiedere perdono al mio parroco per tutte le volte che nel nostro presbiterio non c’è stata la comunione». Testimonianza di comunione è stato anche il contributo del Coro della Facoltà di teologia ortodossa di Cluj- Napoca (Romania), apprezzato come «segnale ecumenico degno di una giornata sacerdotale». S picca l’impatto vocazionale: «Sono un giovane di 23 anni in cammino per capire la mia chiamata. La mondialità, l’unità della Chiesa che ho trovato, ha fatto centro nel mio cuore. L’umanità di sacerdoti di diversa età e di diversa storia, le loro difficoltà, la loro capacità di servizio mi sono arrivate con tutta la loro verità e umiltà nella quale ho potuto trovare Dio». «La mia ordinazione sacerdotale arriva l’anno prossimo. Ero scoraggiato. Torno a casa rinvigorito e deciso di dare a Dio il mio sì. Chi crede non è mai solo». Ai partecipanti non è sfuggito che il pomeriggio vissuto insieme attingeva a larghe mani ai carismi che Dio offre alla Chiesa del nostro tempo. «Oggi ho capito l’importanza dei Movimenti». «Un riconoscimento pubblico della validità dei carismi per la vita dei presbiteri che apre una tappa nuova», osserva un sacerdote argentino, riferendosi agli interventi dei cardinali Bertone e Hummes. «Colpisce la maturità, l’unità e la profonda comunione tra i Movimenti», scrive un sacerdote dell’ Asia. Lo stile era quello della discrezione, del servizio gratuito, della comunione ecclesiale. Come del resto si era augurato, alla vigilia della conclusione dell’ Anno sacerdotale, l’allora Segretario della Congregazione per il Clero, Mons. Mauro Piacenza, parlando di una “testimonianza corale”. Proprio così i Movimenti ecclesia- 51 gen's 3-4/2010 - 99 — pag. 53 — 52 li comparivano — come hanno rilevato vari partecipanti — «nel cuore della Chiesa come chiave per un rinnovamento». Da tutto il mondo, migliaia di persone hanno seguito il programma via TV e internet e hanno fatto arrivare la loro eco. Come questa famiglia dell’India: «A ogni sacerdote in qualsiasi angolo della terra 100 - gen's 3-4/2010 retrospettiva possiamo dire soltanto: “GRAZIE!”. Non siete mai soli. Noi siamo con voi». E un giovane del Centro-Italia: «Finora la Chiesa era per me mettere tutto sulle spalle dei sacerdoti; ora sento che la Chiesa sono io, che il dolore e le gioie della Chiesa sono mie». | — pag. 54 — con il Papa in Piazza s. Pietro, — pag. 55 — | 54 BENEDETTO XVI Risposte alle domande dei sacerdoti, durante la Veglia del 10 giugno 2010 in Piazza S. Pietro. 102 - gen's 3-4/2010 con il Papa «Dove andare Santità? In quale direzione?» America D. — Beatissimo Padre, sono don José Eduardo Oliveira e Silva e vengo dall’America, precisamente dal Brasile. La maggior parte di noi qui presenti è impegnata nella pastorale diretta, in parrocchia, e non solo con una comunità, ma a volte siamo ormai parroci di più parrocchie, o di comunità particolarmente estese. Con tutta la buona volontà cerchiamo di sopperire alle necessità di una società molto cambiata, non più interamente cristiana, ma ci accorgiamo che il nostro “fare” non basta. Dove andare Santità? In quale direzione? R. — Cari amici, innanzitutto vorrei esprimere la mia grande gioia perché qui sono riuniti sacerdoti di tutte le parti del mondo, nella gioia della nostra vocazione e nella disponibilità a servire con tutte le nostre forze il Signore, in questo nostro tempo. In merito alla domanda: sono ben consapevole che oggi è molto difficile essere parroco, anche e soprattutto nei Paesi di antica cristianità; le parrocchie diventano sempre più estese, unità pastorali... è impossibile conoscere tutti, è impossibile fare tutti i lavori che ci si aspetterebbe da un parroco. E così, realmente, ci domandiamo dove andare, come lei ha detto. Ma vorrei innanzitutto dire: so che ci sono tanti parroci nel mondo che danno realmente tutta la loro forza per l’evangelizzazione, per la presenza del Signore e dei suoi Sacramenti, e a questi fedeli parroci, che operano con tutte le forze della loro vita, del nostro essere appassionati per Cristo, vorrei dire un grande “grazie”, in questo momento. Ho detto che non è possibile fare tutto quello che si desidera, che forse si dovrebbe fare, perché le nostre forze sono limitate e le situazioni sono difficili in una società sempre più diversificata, più complicata. Io penso che, soprattutto, sia importante che i fedeli possano vedere che questo sacerdote non fa solo un job, ore di lavoro, e poi è libero e vive solo per se stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se i fedeli vedono che è pieno — pag. 56 — con il Papa della gioia del Signore, capiscono anche che non può far tutto, accettano i limiti, e aiutano il parroco. Questo mi sembra il punto più importante: che si possa vedere e sentire che il parroco realmente si sente un chiamato dal Signore; è pieno di amore del Signore e dei suoi. Se questo c’è, si capisce e si può anche vedere l’impossibilità di fare tutto. Quindi, essere pieni della gioia del Vangelo con tutto il nostro essere è la prima condizione. Poi si devono fare le scelte, avere le priorità, vedere quanto è possibile e quanto è impossibile. Direi che le tre priorità fondamentali le conosciamo: sono le tre colonne del nostro essere sacerdoti. Prima, l’Eucaristia, i Sacramenti: rendere possibile e presente l’Eucaristia, soprattutto domenicale, per quanto possibile, per tutti, e celebrarla in modo che diventi realmente il visibile atto d’amore del Signore per noi. Poi, l’annuncio della Parola in tutte le dimensioni: dal dialogo personale fino all’omelia. Il terzo punto è la caritas, l’amore di Cristo: essere presenti per i sofferenti, per i piccoli, per i bambini, per le persone in difficoltà, per gli emarginati; rendere realmente presente l’amore del Buon Pastore. E poi, una priorità molto importante è anche la relazione personale con Cristo. Nel Breviario, il 4 novembre, leggiamo un bel testo di san Carlo Borromeo, grande pastore, che ha dato veramente tutto se stesso, e che dice a noi, a tutti i sacerdoti: «Non trascurare la tua propria anima: se la tua propria anima è trascurata, anche agli altri non puoi dare quanto dovresti dare. Quindi, anche per te stesso, per la tua anima, devi avere tempo», 0, in altre parole, la relazione con Cristo, il colloquio personale con Cristo è una priorità pastorale fondamentale, è condizione per il nostro lavoro per gli altri! E la preghiera non è una cosa marginale: è proprio “professione” del sacerdote pregare, anche come rappresentante della gente che non sa pregare o non trova il tempo di pregare. La preghiera personale, soprattutto la Preghiera delle Ore, è nutrimento fondamentale per la nostra anima, per tutta la nostra azione. E, infine, riconoscere i nostri limiti, aprirci anche a questa umiltà. Ricordiamo una scena di Marco, capitolo 6, dove i discepoli sono “stressati”, vogliono fare tutto, e il Signore dice: «Andiamo via; riposate un po» (cf Mc 6, 31). Anche questo è lavoro — direi — pastorale: trovare e avere l’umiltà, il coraggio di riposare. Quindi, penso, che la passione per il Signore, l’amore del Signore, ci mostra le priorità, le scelte, ci aiuta a trovare la strada. Il Signore ci aiuterà. Grazie a tutti voi! Africa D. — Santità, sono Mathias Agnero e vengo dall’Africa, precisamente dalla Costa d'Avorio. Lei è un Papa-teologo, mentre noi, quando riusciamo, leggiamo appena qualche libro di teologia per la formazione. Ci pare, tuttavia, che si sia creata una frattura tra teologia e dottrina e, ancor più, tra teologia e spiritualità. Si sente la necessità che lo studio non sia tutto accademico ma alimenti la nostra spiritualità. Ne sentiamo il bisogno nello stesso ministero pastorale. Talvolta la teologia non sembra avere Dio al centro e Gesù Cristo come primo “luogo teologico”, ma abbia invece i gusti e le tendenze diffuse; e la conseguenza è il proliferare di opinioni soggettive che permettono l’introdursi, anche nella Chiesa, di un pensiero non cattolico. Come non disorientarci nella nostra vita e nel nostro ministero, quando è il mondo che giudica la fede e non viceversa? Ci sentiamo “scentrati”! R. — Grazie. Lei tocca un problema molto difficile e doloroso. C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà vitale, la presenza di Dio, la sua presenza tra di noi, il suo parlare oggi, non solo nel passato. Già san Bonaventura ha distinto due forme di teologia, nel suo tempo; ha detto: «C’è una teologia che viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, fa passare Dio da 55 gen's 3-4/2010 - 103 — pag. 57 — _ 56 soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere soggetto che ci parla e ci guida». C'è realmente questo abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è una teologia che vuole conoscere di più per amore dell’amato, è stimolata dall’amore e guidata dall’amore, vuole conoscere di più 1°amato. E questa è la vera teologia, che viene dall’amore di Dio, di Cristo e vuole entrare più profondamente in comunione con Cristo. In realtà, le tentazioni, oggi, sono grandi; soprattutto, si impone la cosiddetta “visione moderna del mondo” (Bultmann, modernes Weltbild), che diventa il criterio di quanto sarebbe possibile o impossibile. E così, proprio con questo criterio che tutto è come sempre, che tutti gli avvenimenti storici sono dello stesso genere, si esclude proprio la novità del Vangelo, si esclude l’irruzione di Dio, la vera novità che è la gioia della nostra fede. Che cosa fare? Io direi prima di tutto ai teologi: abbiate coraggio. E vorrei dire un grande grazie anche ai tanti teologi che fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo sappiamo, ma in tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che vivono veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione, vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la fede sia presente nel nostro oggi. A questi teologi vorrei dire un grande “grazie”. E direi ai teologi in generale: «Non abbiate paura di questo fantasma della scientificità!». Io seguo la teologia dal ‘46; ho incominciato a studiare la teologia nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre generazioni di teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel tempo, e poi negli anni Sessanta e Ottanta erano le più nuove, assolutamente scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi ridicole. Quindi, avere il coraggio di resistere all’apparente scientificità, di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, ma pensare realmente a partire dalla grande 104 - gen's 3-4/2010 con il Papa fede della Chiesa, che è presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità. Soprattutto, anche, non pensare che la ragione positivistica, che esclude il trascendente — che non può essere accessibile — sia la vera ragione! Questa ragione debole, che presenta solo le cose sperimentabili, è realmente una ragione insufficiente. Noi teologi dobbiamo usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il positivismo alla questione delle radici dell’essere. Questo mi sembra di grande importanza. Quindi, occorre avere il coraggio della grande, ampia ragione, avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi. Non c’è una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo orientarci! Poi, ai seminaristi e ai sacerdoti dico lo stesso: pensate che la Sacra Scrittura non è un Libro isolato: è vivente nella comunità vivente della Chiesa, che è lo stesso soggetto in tutti i secoli e garantisce la presenza della Parola di Dio. Il Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in questo Magistero permanente della comunione dei Vescovi con il Papa, che ci rappresenta la presenza della Parola. E poi, abbiamo anche fiducia nella vita della Chiesa e, soprattutto, dobbiamo essere critici. Certamente la formazione teologica — questo vorrei dire ai seminaristi — è molto importante. Nel nostro tempo dobbiamo conoscere bene la Sacra Scrittura, anche proprio contro gli attacchi delle sette; dobbiamo essere realmente amici della Parola. Dobbiamo conoscere anche le correnti del nostro tempo per poter rispondere ragionevolmente, per poter dare — come dice San Pietro — “ragione della nostra fede”. La formazione è molto importante. — pag. 58 — con il Papa Ma dobbiamo essere anche critici: il criterio della fede è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie. Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un criterio assolutamente sicuro nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente il criterio per vedere dove va una teologia accettabile o non accettabile. Quindi, raccomando la lettura, lo studio di questo testo, e così possiamo andare avanti con una teologia critica nel senso positivo, cioè critica contro le tendenze della moda e aperta alle vere novità, alla profondità inesauribile della Parola di Dio, che si rivela nuova in tutti i tempi, anche nel nostro tempo. Europa D. — Padre Santo, sono don Karol Miklosko e vengo dall’Europa, precisamente dalla Slovacchia, e sono missionario in Russia. Quando celebro la Santa Messa trovo me stesso e capisco che lì incontro la mia identità e la radice e l’energia del mio ministero. Il sacrificio della Croce mi svela il Buon Pastore che dà tutto per il gregge, per ciascuna pecora, e quando dico: «Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue» dato e versato in sacrificio per voi, allora capisco la bellezza del celibato e dell’obbedienza, che ho liberamente promesso al momento dell’ordinazione. Pur con le naturali difficoltà, il celibato mi sembra ovvio, guardando Cristo, ma mi trovo frastornato nel leggere tante critiche mondane a questo dono. Le chiedo umilmente, Padre Santo, di illuminarci sulla profondità e sul senso autentico del celibato ecclesiastico. R. — Grazie per le due parti della sua domanda. La prima, dove mostra il fondamento permanente e vitale del nostro celibato; la seconda che mostra tutte le difficoltà nelle quali ci troviamo nel nostro tempo. Importante è la prima parte, cioè: centro della nostra vita deve realmente essere la celebrazione quotidiana della Santa Euca- ristia; e qui sono centrali le parole della consacrazione: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue»; cioè: parliamo in persona Christi. Cristo ci permette di usare il suo “io”, parliamo nell’“io” di Cristo, Cristo ci “tira in sé” e ci permette di unirci, ci unisce con il suo “io”. E così, tramite questa azione, questo fatto che egli ci “tira” in se stesso, in modo che il nostro “io” diventa unito al suo, realizza la permanenza, l’unicità del suo Sacerdozio; così lui è realmente sempre l’unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo, perché “tira” noi in se stesso e così rende presente la sua missione sacerdotale. Questo vuol dire che siamo “tirati” nel Dio di Cristo: è questa unione con il suo “io” che si realizza nelle parole della consacrazione. Anche nell’“io ti assolvo” — perché nessuno di noi potrebbe assolvere dai peccati — è l’“io” di Cristo, di Dio, che solo può assolvere. Questa unificazione del suo “io” con il nostro implica che siamo “tirati” anche nella sua realtà di Risorto, andiamo avanti verso la vita piena della risurrezione, della quale Gesù parla ai Sadducei in Matteo, capitolo 22: è una vita “nuova”, nella quale già siamo oltre il matrimonio (cf Mt 22, 23-32). È importante che ci lasciamo sempre di nuovo penetrare da questa identificazione dell’“io” di Cristo con noi, da questo essere “tirati fuori” verso il mondo della risurrezione. In questo senso, il celibato è un’anticipazione. Trascendiamo questo tempo e andiamo avanti, e così “tiriamo” noi stessi e il nostro tempo verso il mondo della risurrezione, verso la novità di Cristo, verso la nuova e vera vita. Quindi, il celibato è un’anticipazione resa possibile dalla grazia del Signore che ci “tira” a sé verso il mondo della risurrezione; ci invita sempre di nuovo a trascendere noi stessi, questo presente, verso il vero presente del futuro, che diventa presente oggi. E qui siamo ad un punto molto importante. Un grande problema della cristianità del mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere 57 gen's 3-4/2010 - 105 — pag. 59 — 8 solo questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente. Vivere, quindi, così in una testimonianza della fede: crediamo realmente che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura. E conosciamo adesso le critiche mondane delle quali lei ha parlato. E vero che per il mondo agnostico, il mondo in cui Dio non c'entra, il celibato è un grande scandalo, perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà. Con la vita escatologica del celibato, il mondo futuro di Dio entra nelle realtà del nostro tempo. E questo dovrebbe scomparire! In un certo senso, può sorprendere questa critica permanente contro il celibato, in un tempo nel quale diventa sempre più di moda non sposarsi. Ma questo non-sposarsi è una cosa totalmente, fondamentalmente diversa dal celibato, perché il non-sposarsi è basato sulla volontà di vivere solo per se stessi, di non accettare alcun vincolo definitivo, di avere la vita in ogni momento in una piena autonomia, decidere in ogni momento come fare, cosa prendere dalla vita; è quindi un “no” al vincolo, un “no” alla definitività, un avere la vita solo per se stessi. Mentre il celibato è proprio il contrario: è un “sì” definitivo, è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del Signore, nel suo “io”, e quindi è un atto di fedeltà e di fiducia, un atto che suppone anche la fedeltà del matrimonio; è proprio il contrario di questo “no”, di questa autonomia che non vuole obbligarsi, che non vuole entrare in un vincolo; è proprio il “sì” definitivo che suppone, conferma il “sì” definitivo del matrimonio. E questo matrimonio è la forma biblica, la forma naturale dell’essere uomo e donna, fondamento della grande cultura cristiana, di grandi culture del mondo. E se 106 - gen's 3-4/2010 con il Papa scompare questo, andrà distrutta la radice della nostra cultura. Perciò il celibato conferma il “sì” del matrimonio con il suo “sì” al mondo futuro, e così vogliamo andare avanti e rendere presente questo scandalo di una fede che pone tutta l’esistenza su Dio. Sappiamo che accanto a questo grande scandalo, che il mondo non vuole vedere, ci sono anche gli scandali secondari delle nostre insufficienze, dei nostri peccati, che oscurano il vero e grande scandalo, e fanno pensare: «Ma, non vivono realmente sul fondamento di Dio!». Ma c’è tanta fedeltà! Il celibato, proprio le critiche lo mostrano, è un grande segno della fede, della presenza di Dio nel mondo. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a renderci liberi dagli scandali secondari, perché renda presente il grande scandalo della nostra fede: la fiducia, la forza della nostra vita, che si fonda in Dio e in Cristo Gesù! Asia D. — Santo Padre, sono don Atsushi Yamashita e vengo dall'Asia, precisamente dal Giappone. Il modello sacerdotale che Vostra Santità ci ha proposto in quest’Anno, il Curato d’Ars, vede al centro dell’esistenza e del ministero l'Eucaristia, la Penitenza sacramentale e personale e l’amore al culto, degnamente celebrato. Ho negli occhi i segni dell’austera povertà di san Giovanni Maria Vianney ed insieme della sua passione per le cose preziose per il culto. Come vivere queste dimensioni fondamentali della nostra esistenza sacerdotale, senza cadere nel clericalismo o in un’estraneità alla realtà, che il mondo oggi non ci consente? R.- Grazie. Quindi, la domanda è come vivere la centralità dell’Eucaristia senza perdersi in una vita puramente cultuale, estranei alla vita di ogni giorno delle altre persone. Sappiamo che il clericalismo è una tentazione dei sacerdoti in tutti i secoli, anche oggi; tanto più importante è trovare il modo vero di vivere l’Eucaristia, — pag. 60 — con il Papa che non è una chiusura al mondo, ma proprio l’apertura ai bisogni del mondo. Dobbiamo tenere presente che nell’Eucaristia si realizza questo grande dramma di Dio che esce da se stesso, lascia — come dice la Lettera ai Filippesi — la sua propria gloria, esce e scende fino ad essere uno di noi e scende fino alla morte sulla Croce (cf Fil 2). L'avventura dell’amore di Dio, che lascia, abbandona se stesso per essere con noi — e questo diventa presente nell’ Eucaristia; il grande atto, la grande avventura dell’amore di Dio è l’umiltà di Dio che si dona a noi. In questo senso l’Eucaristia è da considerare come l’entrare in questo cammino di Dio. Sant’ Agostino dice, nel De Civitate Dei, libro X: «Hoc est sacrificium Christianorum: multi unum corpus in Christo», cioè: sacrificio dei cristiani è l’essere uniti dall'amore di Cristo nell’unità dell’unico corpo di Cristo. Il sacrificio consiste proprio nell’uscire da noi, nel lasciarsi attirare nella comunione dell’unico pane, dell’unico Corpo, e così entrare nella grande avventura dell’amore di Dio. Così dobbiamo celebrare, vivere, meditare sempre l’Eucaristia, come questa scuola della liberazione dal mio “io”: entrare nell’unico pane, che è pane di tutti, che ci unisce nell’unico Corpo di Cristo. E quindi, l’Eucaristia è, di per sé, un atto di amore, ci obbliga a questa realtà dell’amore per gli altri: che il sacrificio di Cristo è la comunione di tutti nel suo Corpo. E quindi, in questo modo dobbiamo imparare l'Eucaristia, che poi è proprio il contrario del clericalismo, della chiusura in se stessi. Pensiamo anche a Madre Teresa, veramente l’esempio grande in questo secolo, in questo tempo, di un amore che lascia se stesso, che lascia ogni tipo di clericalismo, di estraneità al mondo, che va ai più emarginati, ai più poveri, alle persone vicine alla morte e si dà totalmente all’amore per i poveri, per gli emarginati. Ma Madre Teresa che ci ha donato questo esempio, la comunità che segue le sue tracce supponeva sempre come prima condizione di una sua fondazione la presenza di un taberna- colo. Senza la presenza dell’amore di Dio che si dà non sarebbe stato possibile realizzare quell’apostolato, non sarebbe stato possibile vivere in quell’abbandono di se stessi; solo inserendosi in questo abbandono di sé in Dio, in questa avventura di Dio, in questa umiltà di Dio, potevano e possono compiere oggi questo grande atto di amore, questa apertura a tutti. In questo senso, direi: vivere l’Eucaristia nel suo senso originario, nella sua vera profondità, è una scuola di vita, è la più sicura protezione contro ogni tentazione di clericalismo. Oceania D. — Beatissimo Padre, sono don Anthony Denton e vengo dall’Oceania, dall’Australia. Questa sera qui siamo in tantissimi sacerdoti. Sappiamo però che i nostri seminari non sono pieni e che, nel futuro, in varie parti del mondo, ci attende un calo, anche brusco. Cosa fare di davvero efficace per le vocazioni? Come proporre la nostra vita, in ciò che di grande e bello c’è in essa, ad un giovane del nostro tempo? R. — Grazie. Realmente lei tocca di nuovo un problema grande e doloroso del nostro tempo: la mancanza di vocazioni, a causa della quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire, perché manca la Parola di vita, manca la presenza del sacramento dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. Cosa fare? La tentazione è grande: di prendere noi stessi in mano la cosa, di trasformare il sacerdozio — il sacramento di Cristo, l’essere eletto da Lui — in una normale professione, in un job che ha le sue ore, e per il resto uno appartiene solo a se stesso; e così rendendolo come una qualunque altra vocazione: renderlo accessibile e facile. Ma è una tentazione, questa, che non risolve il problema. Mi fa pensare alla storia di Saul, il re di Israele, che prima della battaglia contro i Filistei aspetta Samuele per il necessario 59 gen's 3-4/2010 - 107 — pag. 61 — mo sacrificio a Dio. E quando Samuele, nel momento atteso, non viene, lui stesso compie il sacrificio, pur non essendo sacerdote (cf /Sam 13); pensa di risolvere così il problema, che naturalmente non risolve, perché se prende in mano lui stesso quanto non può fare, si fa lui stesso Dio, o quasi, e non può aspettarsi che le cose vadano realmente nel modo di Dio. Così, anche noi, se svolgessimo solo una professione come altri, rinunciando alla sacralità, alla novità, alla diversità del sacramento che dà solo Dio, che può venire soltanto dalla sua vocazione e non dal nostro “fare”, non risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo — come ci invita il Signore — pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio, affinché ci dia le vocazioni; pregare con grande insistenza, con grande determinazione, con grande convinzione anche, perché Dio non si chiude ad una preghiera insistente, permanente, fiduciosa, anche se lascia fare, aspettare, come Saul, oltre i tempi che noi abbiamo previsto. Questo mi sembra il primo punto: incoraggiare i fedeli ad avere questa umiltà, questa fiducia, questo coraggio di pregare con insistenza per le vocazioni, di bussare al cuore di Dio perché ci dia dei sacerdoti. Oltre a questo direi forse tre punti. Il primo: ognuno di noi dovrebbe fare il possibile per vivere il proprio sacerdozio in maniera tale da risultare convincente, in maniera tale che i giovani possano dire: questa è una vera vocazione, così si può vivere, così si fa una cosa essenziale per il 108 - gen's 3-4/2010 con il Papa mondo. Penso che nessuno di noi sarebbe diventato sacerdote se non avesse conosciuto sacerdoti convincenti nei quali ardeva il fuoco dell’amore di Cristo. Quindi, questo è il primo punto: cerchiamo di essere noi stessi sacerdoti convincenti. Il secondo punto è che dobbiamo invitare, come ho già detto, all’iniziativa della preghiera, ad avere questa umiltà, questa fiducia di parlare con Dio con forza, con decisione. Il terzo punto: avere il coraggio di parlare con i giovani se possono pensare che Dio li chiami, perché spesso una parola umana è necessaria per aprire l’ascolto alla vocazione divina; parlare con i giovani e soprattutto aiutarli a trovare un contesto vitale in cui possano vivere. Il mondo di oggi è tale che quasi appare esclusa la maturazione di una vocazione sacerdotale; i giovani hanno bisogno di ambienti in cui si vive la fede, in cui appare la bellezza della fede, in cui appare che questo è un modello di vita, “il” modello di vita, e quindi aiutarli a trovare Movimenti, o la parrocchia — la comunità in parrocchia — 0 altri contesti dove realmente siano circondati dalla fede, dall’amore di Dio, e possano quindi essere aperti affinché la vocazione di Dio arrivi e li aiuti. Del resto, ringraziamo il Signore per tutti i seminaristi del nostro tempo, per i giovani sacerdoti, e preghiamo. Il Signore ci aiuterà! Grazie a voi tutti | — pag. 62 — con il Papa «Non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato la via» Cari confratelli nel ministero sacerdotale, Cari fratelli e sorelle, L’Anno sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione, parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua, questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”. Che Dio ci ritenga capaci di questo; che egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest'anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che egli si affidi alla nostra debolezza; che egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste, anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». Insieme alla Chiesa volevamo 61 BENEDETTO XVI Omelia durante la Concelebrazione dell’11 giugno in Piazza S. Pietro. gen's 3-4/2010 - 109 — pag. 63 — 62 nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al “nemico” questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde in vasi di creta e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. 110 - gen's 3-4/2010 con il Papa La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt? 11, 29). Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo 23 (22) “Il Signore è il mio pastore”, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita. «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla»: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: «Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ez 34, 11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo e in una società davanti a cui si rimane sempre — pag. 64 — con il Papa più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di lui. egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l'essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell'amicizia di Dio. Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: «Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire lui, questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: «Sì, vivere è stata una cosa buona». Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché egli nei Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Sa/mo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. 63 gen's 3-4/2010 - 111 — pag. 65 — 64 Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta della vita. C'è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. «Se scendo negli inferi, eccoti», dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Sa/mo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce. «Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza»: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale 112 - gen's 3-4/2010 con il Papa protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore. Alla fine del Sa/mo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Sa/mo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Sa/mo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell'Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo, come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di lui? Come non essere lieti del fatto che egli ci ha comandato: «Fate questo in memoria di me»? Lieti perché egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Sa/mo: «Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (23 [22], 6). — pag. 66 — con il Papa Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: «Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua» (Gv 19, 34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il Battesimo e l'Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e nell’Eucaristia. La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: «Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva» (cf Gv 7, 375). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen. | 65 gen's 3-4/2010 - 113 — pag. 67 — Preti in un mondo che cambia Recensione a cura di Enrique CAMBON 114 - gen's 3-4/2010 Più volte l’allora card. Ratzinger ha trattato del sacerdozio ministeriale in termini di unità tra Antico e Nuovo Testamento, rilevando da un lato la novità e al contempo la continuità tra il sacerdozio dell’una e dell’altra Alleanza: «Il Nuovo Testamento rappresenta sostanzialmente un taglio netto col passato oppure un adempimento, nel quale tutto, anche se trasformato, è ripreso e proprio nel rinnovarsi conservato? [...] dobbiamo dire, senza vergogna né richiesta di scuse, ma con grande decisione e gioia: Sì, il sacerdozio della Chiesa è continuazione e ripresa proprio in quella novità radicale e trasformante»!. Allo stesso tempo è innegabile che, di fatto, «l’applicazione del linguaggio sacerdotale al ministero ordinato — e cioè frutto del sacramento dell’ordine sacro — ha comportato, col tempo, il trasferimento in esso di concetti specifici del sacerdozio antico, che hanno finito con l’accentuarne l’aspetto cultuale-rituale rispetto a quello apostolico e con l’innescare un processo di sopravvalutazione dello stato clericale a scapito del sacerdozio universale dei fedeli»?. Basterebbero questi cenni per cogliere la portata delle realtà che sono in gioco nell’affrontare il tema del sacerdozio. Si potrebbe dire che confrontarsi oggi con la realtà del ministero sacerdotale, costituisce una cartina tornasole che obbliga a riflettere più chiaramente sul disegno di Dio sulla Chiesa in tanti suoi aspetti, di fondo e strutturali, teologici e quindi pastorali, al suo segnaliamo interno e nei suoi rapporti con la vita dell’umanità. Perciò questo piccolo libro, che raccoglie gli atti di un Seminario di studio che radunò 48 studiosi di 21 nazioni, è importante. Chi si addentra nella sua lettura troverà infatti un ventaglio di temi di cocente attualità. Dalla conferenza di Chiara Lubich del 1982 nell’Aula Paolo VI (per la prima volta una laica e donna parla nella sala d’udienze del Papa, di fronte a 7.000 preti arrivati da tutto il mondo, e lo fa sulla spiritualità e la figura del sacerdote), a una diagnosi sulle sfide che la cultura attuale soprattutto in Occidente pone all’identità e all’azione presbiterale (Carlos Garcia Andrade cmf); dall’immagine di Chiesa che offre il Vaticano II rispondendo alla domanda “quale prete per quale Chiesa?’ (Brendan Leahy), alla prospettiva ecumenica presentata da un sacerdote anglicano che fa parte del centro studi “Scuola Abbà” del Movimento dei focolari (Callan Slipper); dai tratti distintivi che possono configurare una spiritualità per i presbiteri diocesani (Hubertus Blaumeiser), a una riflessione acuta e stimolante sul rapporto tra i presbiteri e i nuovi carismi ecclesiali (Fabio Ciardi omi); dalla domanda “Quale pastorale e quale esercizio del ministero in una Chiesa che cambia?” (Christian Hennecke), all’importanza di scoprire come misura del proprio ministero 1’ Abbandono di Cristo in croce che risponde ai tanti “perché” della storia (Silvano Cola, ancora in quello storico incontro del 1982). Chiude il libro — pag. 68 — segnaliamo una postfazione scritta da tre specialisti su diverse tematiche che sono d’urgente interesse: le vocazioni al ministero presbiterale, la circolarità tra i vari stati di vita, quale progetto può essere più adeguato alle necessità della formazione presbiterale oggi, il rapporto tra formazione permanente e fraternità sacerdotale, così come tra sinodalità e discernimento comunitario. Nel contesto di una tale panoramica, ho voluto intenzionalmente menzionare solo alla fine, dedicandogli un paragrafo a parte, l’apporto che a mio parere costituisce il fulcro di tutto il discorso: l’intervento del presidente dell’ Associazione Teologica Italiana, Piero Coda, dal titolo “Il ministero presbiterale nella Chiesa Popolo di Dio e in relazione al sacerdozio di Cristo”. Avendo partecipato personalmente al simposio ho potuto avvertire che è stato il punto più alto, innovativo e stimolante, attorno a cui hanno ruotato gran parte dei dialoghi e delle riflessioni che si sono susseguite in quei giorni. Tuttavia, vedendo adesso lo scritto (a voce il Coda aveva illustrato e ampliato i suoi appunti), ho constatato che è molto sintetico e di una densità che fa sì che ad un primo approccio possa risultare di non immediata e totale comprensione. Solo ad una seconda e più ancora ad una terza lettura sono riuscito a individuare e cogliere con maggiore chiarezza le idee veicolate da questo scritto. Ho voluto condividere questa mia esperienza con chi legge questo contributo, affinché sappia che presumibilmente dovrà farlo non solo con interesse, ma con accortezza e attenzione — meglio ancora, dopo aver letto l’introduzione al volume, scritta dallo stesso autore assieme all’altro curatore — per cogliere l’importanza delle sue proposte teologiche e pratiche. La posta in gioco e lo spessore di ciò che viene offerto ben valgono lo sforzo. Finendo la lettura di un libro così ricco pur nella sua brevità, si ha la chiara impressione di aver a che fare con contributi che porgono elementi validi e per certi versi originali. Fatto con un’onestà che non si nasconde le difficoltà, da persone che hanno sensibilità moderna e persino simpatia (che non guasta), ma che soprattutto “hanno qualcosa da dire”, con una serietà e apertura teologica, spirituale e propositiva, che apre ampi orizzonti di speranza. Non è un luogo comune — lo avvertirà ogni lettore — se diciamo che si tratta non di un discorso completo e concluso ma proprio di un inizio, che chiama continuità, successive esplicitazioni e approfondimenti teorici e operativi. Sarebbe molto auspicabile che non tardino ad arrivare. P. CODA - B. LEAHY (edd.), Preti in un mondo che cambia, Città Nuova, Roma 2010. | 1) 2! ministero e la vita dei presbiteri, in: “Sacrum Ministerium” II/1 (1996) 20-21; per altri suoi scritti a riguardo, prima e durante il suo pontificato, cf Servitori della vostra gioia. Meditazioni sulla spiritualità sacerdotale, Ancora, Milano 2002?, spec. 124 ss.; Natura del sacerdozio, in: La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Paoline, Cinisello Balsamo 2008; BENEDETTO XVI, Pensieri sul sacerdozio, Libreria Editrice Vaticana 2009. 2) P. CODA, Sacerdote/Sacerdozio, in: P. CODA — G. FILORAMO, Dizionario del cristianesimo, vol. II, Utet, Torino 2006, 964-965 (cf anche le voci Clero e Ministero). 67 gen's 3-4/2010 - 115 — pag. 69 — 116 - gen's 3-4/2010 7 8 10 12 14 15 17 18 indice Sacerdoti per l’umanità di oggi Enrique Cambòn — Marco Schrott Sacerdoti, uomini di comunione Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato mUomini di Dio: icone di Cristo È importante che cosa sei, non tanto che cosa fai Dal discorso ai sacerdoti della diocesi di Aosta (25 luglio 2005) Benedetto XVI «Martiri della fraternità» Testimonianza di tre sopravissuti, ora sacerdoti Pasteur Manirambona — Ildephonse Nivongabo — Marc Bigirindavyi Ben più che operatori sociali L’azione dello Spirito nella vita presbiterale Mons. Joseph Grech «Gesù mi chiedeva: mi ami?» Nuova e più profonda scelta del celibato Brendan Purcell «Perché la notte era così lunga» Con l’aiuto della sua comunità, un sacerdote supera l’alcoolismo Helmut Kappes «La tua piccola scintilla accenderà un grande fuoco» Dio scelto al di sopra di tutto, al cospetto della malattia Christian Dias Yepes «Il vero vescovo è Gesù» Un vescovo di fronte ai mille problemi da affrontare Card. Stefano Kim Tutto crolla oggi? Una lettura delle sfide ecclesiali alla luce del mistero pasquale Silvano Cola — pag. 70 — indice 19 69 Come il Pellicano Canzone composta per l’incontro Gruppo musicale Gen Verde mFratelli tra i fratelli: nell'unico popolo 21 22 24 26 28 30 La fede libera dalla solitudine e unisce Dal discorso ai sacerdoti della diocesi di Aosta Benedetto XVI L’identità dei presbiteri: una molteplice trama di rapporti Contributo teologico Mons. Ignazio Sanna Pietra su pietra: la forza della comunione La sfida di completare la cattedrale, occasione per evangelizzare Mario Spaki Senza famiglia? Dopo il comunismo la sfida dell’individualismo Imre Kiss e Istvan Kopasz «Far casa» ai sacerdoti Tasselli di fraternità vissuta Dante Sementilli e Franco Quattrociocchi Cellule vive che testimoniano Dio Sacerdoti e laici in parrocchia: corresponsabili Laszlò Posa gen's 3-4/2010 - 117 — pag. 71 — 170 indice — Profeti di un mondo nuovo 3 3 Nel seme è presente il futuro Dal discorso ai sacerdoti della diocesi di Aosta Benedetto XVI 3 4 Portare Dio a chi non lo conosce Con la misura d’amore di Gesù nel suo abbandono Chiara Lubich 3 5 Presbiteri per un mondo nuovo Il tipo profetico del sacerdote Josef Kentenich 3 6 Discepoli e missionari Testimonianza teologica Card. Francisco Javier Errazuriz 3 8 L’agire di Dio nella nostra comunità Una parrocchia documenta la sua esperienza con Dio Kurt Faulhaber 40 «E voi tutti siete fratelli...» Pastorale con l’audacia del Vangelo in contesto multietnico Ruedi Beck 42 Una città si trasforma Il Vangelo come fermento di fraternità a cura di Mario Cataldi e Alessandro Cappella 44 «Send us forth» Canzone ispirata a pensieri di P. Josef Kentenich Gruppo musicale Gen Verde 118 - gen's 3-4/2010 — pag. 72 — indice 71 Retrospettiva 4 8 Per una rinnovata Pentecoste Risposta a questo mondo che cerca un senso Card. Claudio Hummes 5 0 «Sacerdoti oggi» Una sintesi di impressioni dei partecipanti A cura di Hubertus Blaumeiser — Tonino Gandolfo — Enrico Pepe — Con il Papa, in Piazza S. Pietro 5 ZI «Dove andare Santità? In quale direzione?» Risposte alle domande dei sacerdoti, durante la Veglia in Piazza S. Pietro (10 giugno) Benedetto XVI 6 ] «Non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato la via» Omelia durante la Concelebrazione in Piazza S. Pietro (11 giugno) Benedetto XVI mSegnaliamo «Preti in un mondo che cambia» 6 6 Atti di un Seminario di studio sull’identità del sacerdozio ministeriale Enrique Cambòn gen's 3-4/2010 - 119 — pag. 73 — — pag. 74 — 73 gen's 3-4/2008 -<#> — pag. 75 — Ai sensi della legge n. 675 / 1996 per la tutela dei dati personali, comunichiamo che gli indirizzi di quanti ricevono questa rivista fanno parte dell'archivio della rivista Gen 3 gestito da PAMOM esclusivamente per la finalità dell’invio della predetta rivista. 9 e1n1$s rivista di vita ecclesiale Editore: Enrico Pepe Direttore responsabile: Giuseppe Garagnani Comitato di redazione: Enrico Pepe, Enrique Cambòn, Lino D’Armi, Hubertus Blaumeiser Direzione, amministrazione e redazione: Via della Pedica, 28 - 00046 Grottaferrata (Roma) - tel. 06-94315553 - fax 06-94315917 - Inviare offerte per stampa e spedizione al Conto Corrente Postale n. 3632 0000 intestato a: PAMOM Periodico Gen's - Casella postale 21 - 00046 Grottaferrata (Roma) - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 13.802 dell’11 marzo 1971 - Stampato dalla Tipografica Palozzi s.n.c. - Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) Edizioni estere: Lingua Inglese: Being one, c/o Brendan Leahy, Focolare Centre, Prosperous, Co. Kildare, Irlanda. Gens, clo Georg Pfender, P.O. Box 328, Ayala Alabang Village Post Office, 1799 Muntinlupa, Metro Manila, Filippine. Gens, c/o Prakash Kiran, St. Pius Complex. Aarey Road, Goregaon East, Mumbai, 400 063 India. Bilingue Inglese/Cinese: Being One, clo Fr. Peter Leung, Chinese Martyrs Catholic Church, 2755 Denison Street, Markham, Ontario L3S 2J3, Canada. Lingua Spagnola: Gen, c/o Carlos Becaria, Apdo. Aéreo 340203, Av. 68 No. 100-51 Un. 2 Ap. 410, Bogota, Colombia. Gens, c/o Jorge Frigerio, Curia episcopal, Espania 421, 5280 Cruz del Eje (Cordoba), Argentina. Lingua Portoghese: Perspectivas de Comunhào, Cx. Postal 18, 06730-970 Vargem Grande Paulista - SP, Brasile. Lingua Tedesca: Das Prisma, Verlag Neue Stadt, Miinchener Str. 2, D-85667 Oberpframmern, Germania. Lingua Polacca: Gen, ul. Przyklinga 12, 40-551 Katowice, Polonia. Lingua Coreana: 461-4 Seogyo Dong, Mapo Ku, 121-210 Seoul, Corea del Sud gen’s su internet: Per accedere ai numeri della nostra rivista già consultabili in internet: entrare nel sito /t1p://www.indaco-torino.net e cliccare su: RIVISTA GEN'S. Ringraziamo per l’ospitalità e la collaborazione di d. Marco Varello. — pag. 76 — bimestrale