gen’s 2010/5-6 – «Realizzarsi nella volontà di Dio» Fonte: https://it.ekklesiaonline.org/gens-2010-5-6-realizzarsi-nella-volonta-di-dio/ — pag. 1 — e11°S «Realizzarsi rivista di vita ecclesiale Editoriale Onnipotenza d’amore Silvano Cola Semi di civiltà trinitaria Maria Voce La volontà di Dio nel pensiero e nella vita di Chiara Lubich Piero Coda Elezione e grazia Wilfried Hagemann Klaus Hemmerle: un vescovo «come Dio vuole» Eraldo Carpanese Una storia di luce Enrique Cruz Barrientos E la volontà di Dio che ci fa santi Enrique Cambén - Tommaso Danovaro Come discernere la volontà di Dio? Enrico Pepe Il «Cortile dei gentili» nella volontà di Dio» Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale — D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB — ROMA anno XL 2010 settembre - dicembre LILA — pag. 2 — settembre - dicembre 2010 121 EDITORIALE Onnipotenza d’amore Enrique Cambòn 123 spPIRITUALITÀ Semi di civiltà trinitaria Silvano Cola 124 FONDAMENTI La volontà di Dio nel pensiero e nella vita di Chiara Lubich Un approfondimento della spiritualità dell’unità Maria Voce 13 1 STUDIO Elezione e grazia La prossimità di Dio e l’esercizio della libertà Piero Coda 138 RIFLESSIONE Klaus Hemmerle: un vescovo «come Dio vuole» Vivere nella quotidianità «il mio cibo è fare la volontà del Padre» Wilfried Hagemann 143 ESPERIENZA Una storia di luce Anche le malattie rientrano nel disegno di Dio sull’umanità Eraldo Carpanese 146 EsPERIENZA È la volontà di Dio che ci fa santi Un cammino possibile a tutti Enrique Cruz Barrientos 149 FLASH DI VITA Come discernere la volontà di Dio? Enrique Cambòn / Tommaso Danovaro 151 vira ECCLESIALE Il «Cortile dei gentili» a cura di Enrico Pepe 153 Monpo DEI SEMINARI Notizie dal mondo dei seminari a cura del movimento gens 157 SEGNALIAMO Perché vinca l’amore Prepararsi alla Pasqua (G. Petrocchi) a cura di Enrico Pepe 158 inpice Indice analitico del 2010 — pag. 3 — editoriale 121 Onnipotenza d'amore L_fsgintevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la «CL_volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). Tutta la Scrittura ci chiama a cercare la volontà di Dio, che era il “cibo” quotidiano di Gesù. Tuttavia molteplici domande si accalcano in tanti credenti, spesso in modo non formulato, altre volte con lucidità e consapevolezza. Come conoscere chiaramente la volontà di Dio? Perché trovarla è spesso così complesso e carico di ambivalenza, e così condizionato dalle conoscenze e dalle culture di ogni epoca? Come concepire la volontà di Dio in modo tale che non sia strumentalizzata da parte di coloro che hanno potere per sottomettere gli altri? E ancora. Come considerare “volontà di Dio” tutti i dolori, le tragedie, gli orrori, che costellano la storia umana? In un romanzo del premio nobel Isaac Singer, il protagonista principale si rivolge a Dio esclamando: «Per quanto tempo tacerai, onnipotente sadico?». In queste poche parole sono sintetizzati tre grandi argomenti dell’ateismo: un Dio che “tace” non manifestandosi in modo inconfondibile e inconfutabile; un Dio che se è onnipotente e non interviene non è buono, e se è buono e non interviene non è onnipotente; un Dio che sembra avere necessità d’essere “pagato” e appagato dalla nostra sofferenza per elargire i suoi doni. L’essere umano vuole essere autenticamente libero, protagonista del proprio destino, non comandato come una marionetta, o come se dovesse limitarsi a eseguire qualcosa che in realtà è già “scritto” da sempre. Come combinare una tale legittima esigenza con il disegno di Dio, con il suo “progetto” d’amore sull’umanità? Com'è possibile salvare la realtà dell'intervento di Dio nella storia, senza però sopraffare o schiacciare la soggettività e dignità umana? Sono tutti interrogativi che hanno profondamente a che vedere con la possibilità e il modo di ‘fare la volontà di Dio”. Oggi la teologia affronta reiteratamente queste tematiche. Paul Ricoeur in un’intervista offre queste due brevi ma incisive risposte: «Dio non è onnipotente?». «Il problema è che il modello di onnipotenza che abbiamo è un modello politico, quello del tiranno che può ottenere tutto ciò che vuole». «Bisogna allora rinunciare completamente all’idea di onnipotenza?». «No, ma bisogna riformularla in termini di amore. Da onni-potente Dio diventa l’“onniamante”). Solo in questa direzione è possibile trovare delle risposte sensate, oltre che cristianamente sapienti, a quegli interrogativi che accennavamo. Quella di Dio può essere soltanto un’onnipotenza d’ Amore. E non c’è amore senza uguaglianza tra i partner. L'amore rende libero l’altro perché possa a sua volta diventare sempre più capace d’amare, accompagnandolo e sostenendolo senza sostituirsi a lui, suggerendo o proponendo con delicatezza, ma anche lasciando spazio e attendendo con pazienza la sua decisione, la sua maturazione, le sue conquiste, la sua crescita frutto di sempre nuove esperienze e comprensioni... pur con tutti i rischi e sofferenze inevitabili che ciò comporta. Gen's 5-6/2010 — pag. 4 — 122 editoriale Questo può far intuire il perché del non paternalismo e non interventismo di Dio, del suo non ricattarci con l’evidenza della sua Gloria, del suo “silenzio che parla”, della sua “presenza nell’assenza”: è conseguenza necessaria del suo rispetto verso di noi, del suo prendere sul serio la storia umana, senza farci violenza, senza costringerci, senza imporsi, mai. Il Dio che Gesù ci ha rivelato non può agire altrimenti: è un’esigenza del fatto che “è Amore” (cf /Gv4, 8.16). Dio non può “volere” la nostra sofferenza, ma assumerla come necessità della nostra autonomia e possibilità di amare. Lui non “mi manda” il cancro, che è dovuto a cause genetiche, ambientali, nutritive, persino psicologiche. Eppure il mio cancro — come ogni altra realtà —, non può essere estraneo al suo Amore, dev'essere accolto nel suo disegno su di me, nella sua Provvidenza. Dice infatti la Scrittura che lui ci ha scelti e pensati da sempre (cf E/1, 4-5). Non possiamo però concepire la conoscenza di Dio come fatta da una successione temporale, com’è in noi; l’eternità deve necessariamente essere tutta presente a lui. Per cui nella sua “idea” di noi devono essere già tenute in conto tutte le circostanze che troveremo nella nostra vita: i fenomeni naturali, i nostri errori, le convergenze e gli eventuali incidenti frutto di coincidenze o dell’azzardo... È soltanto in questa distinzione, in questa “distanza senza distanza” che Dio può essere “più intimo a noi di noi stessi”, che può accompagnarci con premura e tenerezza infinite, ispirarci, attenderci, sollevarci, confortarci. Tutta la nostra vita può diventare uno scoprire e percepire il suo Amore all’opera in noi, in ogni essere umano, in tutta la storia, anche là dove potrebbe sembrare più “mancante”. In questo senso risulta coerente con la fede cristiana, la frase di Chiara Luce Badano che, diciottenne, sulla scia di Chiara Lubich arrivava a dire di fronte alla malattia incurabile e mortale che avanzava: «Lo vuoi tu, lo voglio anch'io». Ancora un aspetto fondamentale, implicito in quanto veniamo dicendo. Proprio perché Dio è Amore, è comunione trinitaria. Ebbene, c’è un’affermazione di Chiara Lubich, “la libertà è la Trinità” (cit. da P. Coda, Dio e il suo avvento, Roma 2003, p. 445), che come tanti altri suoi insegnamenti analoghi apre orizzonti sterminati. Ha a che vedere non solo con la libertà in e di Dio, ma anche con il fatto che le relazioni unitrinitarie d’ Amore che costituiscono la Sua vita, sono il fondamento, il “modello” e la condizione di possibilità della nostra libertà. L’esperienza mostra che una comunione dove si vive anche nei legami umani una dinamica “unitrinitaria”, cioè di mutua interiorità agapica, è lo spazio privilegiato per trovare una sintonia sempre più grande con la volontà di Dio e poter far incontrare in reciproca pienezza la nostra libertà con la sua. Nella misura in cui ciò succede, produce in noi effetti divinizzanti, ma proprio per questo e contemporaneamente umanizzanti, liberanti. Non quindi solo a livello “spirituale”, ma antropologico, sociale, con riflessi sulle stesse strutture ecclesiali e civili che non sono altro che cristallizzazioni istituzionali dei rapporti umani. È su questo humus culturale ed esperienziale che acquistano tutta la loro rilevanza le riflessioni e i racconti di vita che presentiamo in questo numero della rivista, dedicato all’amore con cui vogliamo rispondere a quell’ Amore di Dio, che è la sua volontà per ognuno di noi e per tutta la famiglia umana. E. C. Gen's 5-6/2010 — pag. 5 — spiritualità 123 Semi di civiltà trinitaria C’è un fatto storicamente importante che il carisma di Chiara ha portato nella Chiesa: la vita di perfezione, che si era ritirata dalle strade e dalla vita quotidiana per rifugiarsi nei conventi, con la spiritualità dell’unità è ritornata nelle case e nelle strade, in mezzo al mondo, non solo come possibilità di santificazione individuale, che si può raggiungere vivendo ogni attimo la volontà di Dio, ma soprattutto come possibilità di santificazione collettiva, di santificarci come “popolo di Dio”, appunto grazie all’attuazione di quella volontà di Dio particolare che è il comandamento dell’amore scambievole, il quale, se vissuto, porta sulla terra la civiltà del Cielo. Ognuno può santificarsi nella propria condizione umana e professionale facendo l’operaio o l’impiegato o la casalinga o il prete. [...]. Siamo chiamati ad essere come Dio, ossia ad amare. E allora è evidente che ogni professione e ogni mestiere non sono che l’ambito umano in cui posso e devo esercitare l’amore per stabilire con i miei prossimi rapporti divini. E quando questi rapporti diventano reciproci, Gesù si rende presente e la vita del Cielo si trasferisce sulla terra, in una famiglia, in una parrocchia, in una scuola, in un ospedale... E un seme di civiltà trinitaria che, innestato nella società umana, la trasforma a immagine e somiglianza di Dio. Silvano Cola Da uno scritto della metà degli anni 1980. Gen's 5-6/2010 — pag. 6 — 124 fondamenti Un approfondimento della spiritualità dell’unità La volontà di Dio nel pensiero e nella vita di Chiara Lubich di Maria Voce Riportiamo qui il tema di riflessione annuale che la presidente del Movimento dei focolari ha svolto nell'incontro dei responsabili del Movimento dei cinque continenti, il 27 settembre 2010. Abbiamo rispettato il testo integrale così com'è stato letto, consapevoli che al di là dei riferimenti specifici ad aspetti interni allo stesso Movimento dei focolari, i concetti e l’esperienza di fondo che si propongono hanno una valenza universale. La nostra risposta d’amore È passato un anno da quando ci siamo impegnati a scoprire tutte le meraviglie che il carisma dell’unità, donato da Dio a Chiara, può offrire alla nostra vita, cominciando a ripercorrere, punto per punto la nostra spiritualità. Questo momento vuole essere in continuità con le premesse che avevamo fatto l’anno scorso, con quella stessa anima. E per questo motivo vorrei cominciare il tema sulla volontà di Dio, che ci accompagnerà nel nuovo anno, richiamando le parole di Chiara con cui avevo concluso la mia riflessione su Dio Amore: «Sento la mia impotenza, ma l’abbandono a Dio. Tutto fondo su una fede che non crolla: [...] credo che Dio mi ama e, in nome di questo Amore, domando alla mia vita e alla vita di coloro che camminano nel mio ideale, Gen's 5-6/2010 cose grandi, degne di chi sa di essere amato da Dio». Queste aspirazioni di Chiara risalgono al 1946. Anni più tardi, Chiara stessa, guardando allo sviluppo successivo del Movimento, aveva affermato: «Noi non avremmo avuto senso nel mondo se non fossimo state una piccola fiamma di questo infinito braciere: amore che risponde all’Amore»?. In questa risposta c’è già tutto, c’è anche il concentrato di quanto possiamo dire e vivere della volontà di Dio: su ciascuno di noi, su tutto il Movimento, sull’umanità intera. Come dicono i nostri Statuti: «Le persone che fanno parte del Movimento dei focolari [...] per amare Dio Amore fanno propria la sua volontà»?. Tuttavia, proprio per vivere sempre meglio la nostra risposta d’amore all’amore di Dio, quest'anno vorremmo approfondire la volontà di Dio secondo gli infiniti toni in cui essa si manifesta. Amare Dio consiste prima di tutto «nell’adempiere il suo volere», cioè nel «vivere quel rapporto d’amore di figlio col Padre che si attua nel fare la volontà sua»*. Ed è Gesù stesso a ricordare che «Non chi dice Signore, Signore, [...] ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel regno dei cieli» (Mt 7, 21). — pag. 7 — fondamenti 125 Una trama d’oro che tesse la nostra vita Ma che cos’è la volontà di Dio? Chiara ha sviscerato questo tema tantissime volte, e tutte le volte che ce ne ha parlato ce ne ha fatto innamorare, comunicandoci quella nuova comprensione della volontà di Dio che lo Spirito Santo le aveva dato. La volontà di Dio — dice Chiara — è «un filo 0, meglio, una trama d’oro divina che tesse tutta la nostra vita terrena e oltre»; è il modo attraverso cui Dio ci esprime il suo amore, «amore che chiede una risposta perché egli possa adempiere nella nostra vita le sue meraviglie», nella nostra vita e nella vita di ogni uomo vivente sulla terra. In questi giorni ho avuto l’occasione di leggere un pensiero di Bonhoeffer, che mi sembra sottolinei molto bene il fare, l'agire dell’uomo, attraverso cui Dio realizza il suo volere. Lui dice: «Il senso di tutto il comandamento etico di Gesù è piuttosto di dire all’uomo: tu stai al cospetto del volto di Dio, la grazia di Dio ha potere su di te, ma d’altra parte tu sei nel mondo, devi agire e operare, per cui mentre agisci ricordati che agisci sotto gli occhi di Dio, che egli ha una sua volontà che vuole sia fatta. Quale sia il suo contenuto te lo dirà il momento; ciò che importa è soltanto di aver ben chiaro che la nostra volontà deve essere ogni volta costretta a entrare nella volontà di Dio, che dobbiamo rinunciare alla nostra volontà se deve essere realizzata quella divina; e dunque poiché all’uomo, nell’agire davanti agli occhi di Dio, si richiede una completa rinuncia a pretese personali, l’agire etico del cristiano può essere definito come amore»S. La volontà di Dio è «/a voce di Dio che ci parla continuamente — dice Chiara — e ci invita». E imparando ad ascoltare “quella voce” che ci parla nell’intimo della coscienza, e aderendo a quanto ci dice, sperimentiamo che il suo “disegno” «è /a nostra stessa vita» ed è «la nostra libertà», «ci rende liberi di essere veramente noi stessi)”. Dunque, la nostra risposta d’amore ci realizza prima di tutto come persone. Infatti «è proprio nel vivere ciò che Egli ha pensato e pensa di noi che sta lo sviluppo della nostra personalità»*. La volontà di Dio — scrive ancora Chiara — è «il nostro dover essere, il nostro vero essere, la nostra piena realizzazione»®. Ed è quanto viene confermato anche da Benedetto XVI. Egli ha affermato: «Vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell'amore di Dio, è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio, è l’avventura straordinaria della nostra vita cristiana»!°. E indicandoci nella partecipazione ai sacramenti e nell’ascolto della Parola di Dio una via sicura attraverso cui «ha realmente la volontà, la legge divina entra nella nostra volontà», Papa Benedetto XVI non indugia a sottolinearne gli effetti: la nostra volontà si identifica con la volontà di Dio, «diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità»!!. Biglietto d’accesso alla santità Guardando alla vita di Chiara possiamo comprendere cosa ha significato per lei attuare la volontà di Dio. Un episodio emblematico molto noto, ma fondamentale proprio perché nella strada da lei tracciata e nelle sue esperienze c’è tutto il DNA su cui si fonda l’Opera che siamo chiamati a continuare a edificare. E il Natale del ’43. Sono passati pochi giorni dalla sua consacrazione totale a Dio. Durante la Messa di mezzanotte, Chiara avverte in cuore la richiesta di Gesù a dargli tutto. Così lo ricorda lei stessa parlando con un gruppo di vescovi nell’81: «Per “tutto” non potevo non intendere se non quello che allora ordinariamente si pensava: oltre la verginità, il dono della mia volontà con l’obbedienza; di tutto quanto poteva essere mio con la povertà; della mia famiglia, di quanto c’era di bello nel mondo, Gen's 5-6/2010 — pag. 8 — 126 fondamenti con la clausura e la più stretta. Dissi di sì a Dio, pur fra le lacrime e nello strazio per un qualcosa che si ribellava dentro di me. Il giorno dopo andai dal mio confessore e questi, conoscendo quello che stava fiorendo attorno a me, le mie prime compagne, disse decisamente: no, questa non è per te volontà di Dio»"?. È un momento di luce. Chiara capisce che ci sono «stati di vita più o meno perfetti, ma la perfezione si raggiunge solo facendo la volontà di Dio». «Ci fu molto chiaro allora — scrive — che se noi, come molti altri nel mondo, avevamo ritenuto la via alla santità difficilissima a trovarsi, c'era invece una strada buona per tutti, vergini e madri, sacerdoti e operai, bambini e vecchi, religiosi e governanti. Essa si chiamava: volontà di Dio. E a questa semplice idea l’anima nostra era in festa, perché avevamo l’impressione di aver in mano un biglietto d’accesso alla santità da poter offrire a tutti quelli che avremmo conosciuto lungo il nostro cammino, anche alla gran massa del popolo»"*. Se guardiamo alla storia dell’Opera alla luce di queste profetiche parole di Chiara, ci rendiamo conto con commozione che questa intuizione ha veramente spalancato una nuova via di santità che ha affascinato noi e tante, tante persone nel mondo. Incamminandoci, infatti, per la strada della volontà di Dio, Lui ha veramente guidato attimo dopo attimo non solo Chiara ma l’Opera tutta (dietro a lei e in lei) lungo i sentieri «pensati dal suo amore, inventati dalla sua fantasia, suggeriti dalla sua provvidenza, che si cura dei singoli e della collettività. [...] Egli — aveva intuito Chiara fin da quei primi tempi — ci avrebbe trascinate in una meravigliosa divina avventura, a noi sconosciuta. E la nostra vita quale sorte avrebbe avuto? Non sarebbe finita nel silenzio, ma sarebbe rimasta a illuminare tanti, come quella dei santi»!S. Chiara, e tanti, tanti fra i nostri che hanno lasciato questa vita, tra cui Chiara Luce, Igino Giordani (Foco) e altri, sono nell’oggi dell’Opera una palpabile dimostrazione di Gen's.5-6/2010 questa «meravigliosa divina avventura» perfettamente portata a compimento. Pur così diversi fra di loro e proprio perché così diversi, nella loro caratteristica bellezza esprimono disegni pienamente realizzati, quei “raggi” che hanno avuto il coraggio di perdersi completamente nel “sole”. Il sole e i suoi raggi Ricordava Chiara: «Guarda il sole e i suoi raggi. Il sole è simbolo della volontà divina, che è lo stesso Dio. I raggi sono questa divina volontà su ciascuno. Cammina verso il sole nella luce del tuo raggio, diverso e distinto da tutti gli altri, e compi il meraviglioso, particolare disegno che Dio vuole da tey!. Innestarci nel raggio della volontà di Dio è, fin dagli inizi della nostra storia, “la norma” che lega tutti (laici e religiosi, uomini e donne, ricchi e poveri, vecchi e giovani, ecc.) «in fraternità con Gesù ed in figliolanza col Padre»!. «Infinito numero di raggi, tutti provenienti dallo stesso sole: unica volontà particolare su ciascuno — scrive ancora Chiara —. / raggi, quanto più si avvicinano al sole, tanto più si avvicinano fra loro. Anche noi [...] quanto più ci avviciniamo a Dio, con l’adempimento sempre più perfetto della divina volontà, tanto più ci avviciniamo fra noi... finché saremo tutti uno»"8. Sotto questa prospettiva, quindi, la volontà di Dio diventa addirittura la strada che ci fa realizzare il fine stesso per cui siamo nati: «Che tutti siano uno». Chiara coglie nella volontà di Dio «una spiccata dimensione collettiva» (comunitaria), un “di più” rispetto a quanto succede nelle altre spiritualità, dove in genere è il singolo cristiano che può raggiungere l’unione con Dio compiendo sempre più perfettamente la Sua Volontà. Il carisma dell’unità dà a Chiara una luce nuova. Le fa capire che per ogni cristiano “fare la volontà di Dio” significa prima di tutto “vivere come Gesù”. — pag. 9 — fondamenti 127 E Gesù può e vuole «introdurci nel suo stesso rapporto col Padre [...], nei rapporti stessi della Trinità; e desidera che questa realtà si comunichi ai rapporti tra gli uomini». Qui sta «/a realizzazione massima dell’uomo, dell’umanità», la sua «divinizzazione»!9. Realizzazione, quindi, non solo del focolarino, o in senso più generale del cristiano, ma dell’uomo in quanto tale. Entrare nella verità del nostro essere Come sottolinea efficacemente Benedetto XVI, la volontà di Dio «non è una volontà tirannica, non è una volontà che sta fuori del nostro essere, ma è proprio la volontà creatrice, è proprio il luogo dove troviamo la nostra vera identità. Dio ci ha creati e siamo noi stessi se siamo conformi con la sua volontà; solo così entriamo nella verità del nostro essere e non siamo alienati. Al contrario — continua il Papa —, l'alienazione si attua proprio uscendo dalla volontà di Dio, perché in questo modo usciamo dal disegno del nostro essere, non siamo più noi stessi e cadiamo nel vuoto». Lo Spirito Santo — afferma Chiara — «ci ha subito suggerito il modo perfetto di attuarla». Si tratta di «volere la volontà di Dio, dire propria la volontà di Dio». Perciò «Noi non dobbiamo tanto salire la montagna della perfezione, quanto piuttosto, stando già in alto, camminare lungo lo spartiacque delle montagne fino al sole che è Dio, il Cielo. Questa è la nostra linea»?!. Un diamante a sette facce Guardando alla nostra vita, tutta colorata dei sette aspetti, che indicano e riassumono gli infiniti modi in cui la carità si manifesta, si concretizza nell’impegno quotidiano, Chiara ha paragonato la volontà di Dio a «uno splendido raggio a sette colori o un diamante a sette facce luminose», che «si deve vivere poggiandola su una imprescindi- bile premessa: l’amore reciproco prima di tutto, l’unità fra noi)”. Su questa “premessa” ogni giorno la volontà di Dio ci chiama, per esempio, «ad adempiere con perfezione il nostro lavoro quotidiano». Per noi, chiamati a vivere in mezzo al mondo, ciò significa vivere anche il lavoro in perfetto spirito di servizio come atto d’amore per la collettività: in ufficio, in famiglia, in azienda, a scuola, attraverso una pratica da svolgere, o in Parlamento... La volontà di Dio ci chiama ancora a lanciarci con zelo e ardore nell’irradiazione del nostro Ideale; ad approfondire con momenti di preghiera personale o in comune la nostra unione con Dio; a curare con amore anche la vita fisica; a rivolgere la dovuta attenzione alla casa, all’ambiente che ci circonda; a dedicarci con passione allo studio e a quelle attività che permettono di rimanere in contatto specie con chi ci è particolarmente affidato. «Come un viaggiatore sul treno» Ma quale il segreto per non scostarci mai dalla volontà di Dio? È la domanda che Chiara stessa, con le sue prime compagne, si era posta fin dagli inizi e che anche oggi può comparire all’orizzonte, soprattutto quando numerose occupazioni rischiano di riempire il nostro cuore. Ed ecco che anche qui la sua esperienza diventa per noi paradigmatica. Dio subito le ha fatto capire come fare: «Fammi fermare il tempo!» aveva pregato una volta. Ed ecco la risposta di Dio: «Vivi l’attimo presente bene, con tutto il cuore, tutta l’anima e le forze, perdendo tutto, tutto, tutto. Non esiste nulla per te, tu sii la volontà di Dio viva. Fa’ quella data cosa così bene da fare di essa un pacchetto ben confezionato, bellissimo, presentabile agli angeli e a Dio»*. Lo sottolinea anche Bonhoeffer: «C'è sempre e soltanto il momento decisivo, e cioè ogni momento che può diventare eticamente importante. Ma ieri non può diventare Gen's 5-6/2010 — pag. 10 — 128 fondamenti decisivo per il mio agire morale di oggi. Si deve piuttosto cercare sempre di nuovo il rapporto diretto con la volontà di Dio e non pensare: rifaccio oggi di nuovo una cosa perché ieri mi è sembrata buona, bensì: la rifaccio perché anche oggi la volontà di Dio mi mette su questa strada»??. Essere dunque nel presente, «come un viaggiatore sul treno», suggerisce Chiara con un’altra bella immagine, che ricordiamo fin dai primi giorni in cui abbiamo conosciuto l’Ideale. Il viaggiatore non può accelerare l’arrivo andando avanti e indietro sul treno, ma, stando fermo al suo posto, si lascia portare dal treno. E così succede anche all’anima nostra: «Per arrivare a Dio deve compiere la Sua volontà con interezza, nel momento presente, perché il tempo cammina da sé». «Fare la volontà di Dio, solo quella e non altro. E ciò significa fare bene, per intero, ogni momento, quell’azione che Dio ci chiede. Essere tutti lì in quell’opera, eliminando ogni altra cosa, perdendo pensieri, desideri, ricordi, azioni... che riguardano altro. Parlare, telefonare, ascoltare, aiutare, studiare, pregare, mangiare, dormire, senza curarci di nient'altro; fare azioni intere, pulite, con tutto il cuore, la mente e le forze. E questo il modo di amare Dio»?. Perfetti come il Padre In una luminosa pagina inedita, tratta dal 49, spiegando quali sono le conseguenze dell’essere «/a volontà di Dio in atto nell’attimo presente», Chiara annota ancora che significa «esser Dio. E vivere Gesù Abbandonato e cioè il vuoto di sé per esser Dio». E in un altro punto precisa che «chiunque è Gesù, è la volontà di Dio vivente in quell’attimo, è perfetto come il Padre». È chiaro che questa è anche la via che tutto il Movimento è chiamato a percorrere. Infatti scrive Chiara: «Anche l’Opera di Maria, nella sua storia, dopo aver conosciuto [...] Dio che è Amore, è stata chiamata a rispondere con un sì alla sua volontà»?8. Ma come può farlo ora? Come essere que- Gen's.5-6/2010 sta realtà viva ora che non possiamo più attingere dalla viva voce della fondatrice quella ispirazione sempre nuova che ha accompagnato ogni nostro passo? Tante volte nei numerosi indimenticabili, incontri con lei, le abbiamo confidato questo interrogativo e ci ha sempre esortati a non preoccuparci, perché ci sarebbe bastato attingere agli scritti, alle bobine, ai video che ci avrebbe lasciato e in particolare agli Statuti; Statuti che riguardano l’intera Opera di Maria con tutte le sue vocazioni, religiose e laiche. È negli Statuti prima di tutto che Chiara ha espresso il disegno di Dio sul Movimento così come lo Spirito Santo glielo ha suggerito e la Chiesa lo ha confermato, approvato. Lì è descritto il nostro cammino, la precisa volontà di Dio su di noi, ed è lì, quindi, che dobbiamo continuamente attingere per realizzarlo nell’oggi. Gli Statuti — ci ha detto — sono «il “Verbo” del Movimento, la parola del Movimento, quello che il Movimento esprime». Sono «una cosa sacra». Perciò siamo chiamati a viverli così come sono, «...senza toccare il bambino», come diceva Chiara, per salvaguardare per l’eternità l’identità di questa creatura nata dalla sua ispirazione. Negli Statuti c’è quanto Dio vuole da noi, l’unità prima di tutto, come premessa di ogni altra sua volontà, «come norma di ogni norma, come regola da attuare prima di ogni altra regola»*'. «Noi non abbiamo significato nella vita se non in questa parola, dove tutto prende senso: ogni nostro atto, ogni preghiera, ogni respiro. E, se saremo concentrati su questa parola, se la vivremo meglio che possiamo, tutto sarà certamente salvo per noi: salvi noi e salva quella porzione di Opera che ci è stata affidata»*°. Siamo infatti come tasselli di «un magnifico mosaico»: è questa una bellissima immagine con cui Chiara ha rappresentato l'Opera. In esso — lei ci ha detto — «ognuno di noi è come una piastrella viva, che comprende, capisce il proprio posto, conosce quello degli altri, ed è cosciente anche del — pag. 11 — fondamenti 129 significato di se stessa nell’insieme. Anzi, vede con evidenza che essa ha valore soltanto nell'insieme. Nello stesso tempo però le è chiaro che, se mancasse, il mosaico risulterebbe incompleto»*. Compiendo il meglio possibile ciò che Dio ci affida, siamo tasselli vivi nella nostra Opera, tutti collegati fra noi e ognuno partecipe del tutto. Queste parole rispecchiano tutta la bellezza dell'Opera nella sua diversità di vocazioni ed espressioni: i focolari, i nuclei, le unità gen, le comunità, i movimenti a largo raggio...; in tutti gli aspetti della vita; nei dialoghi che le permettono di penetrare le fibre più intime della società. Si aggiungono così, giorno dopo giorno, nuove pennellate al disegno che Dio ha su ciascuno di noi e su tutto il Movimento. «La nostra piccola storia diventa, ora dopo ora, quasi storia sacra»**. Tensione alla santità Nel raccogliere e nel meditare questi spunti sulla volontà di Dio, scegliendo quasi a fatica fra il vastissimo materiale che Chiara ci ha lasciato su questo argomento e che certamente nutrirà per tutto l’anno e non solo per quest'anno la nostra vita, mi sono trovata a chiedermi quale ne dovrebbe essere il frutto per noi nell’oggi dell'Opera. E mi sembrava quasi di vedere due direttrici. Primo: tensione alla santità, che Dio ci sottolinea in modo speciale facendoci iniziare quest'anno con la proclamazione solenne della santità raggiunta da una giovinetta figlia del carisma: Chiara Luce. Per questo mi risuona particolarmente forte l’invito che Chiara fin dal ’46 rivolgeva alle sue prime compagne: «Sì, Sì, Sì virile, fortissimo, totalitario, attivissimo alla volontà di Dio! [...] Diciamo con tutto l’ardore del nostro cuore sì! [...] Sì. V'assicuro che, se lo diremo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, Gesù rivivrà in noi e noi tutte saremo altre Lui, Lui che ripassa sulla terra “facendo il bene”. E non è questo il nostro Sogno?» . In fondo è quanto è stato suggellato anche ultimamente dal Papa Benedetto XVI nell’udienza che ho avuto con lui il 23 aprile scorso, quando, dopo aver definito il «carisma dei focolarini» come quello «che costruisce ponti, che fa unità», ci ha sollecitati a «continuare così, nella vita del nostro carisma, in un rapporto di amore profondo e personale con Dio, da cui deriva ogni altro amore in una sempre viva tensione alla santità»?°. Realizzazione del testamento di Gesù Secondo: realizzazione del disegno di Dio sull’Opera, quindi unità, testamento di Gesù realizzato. Diceva Chiara: «Se tutte faremo la volontà di Dio, saremo prestissimo quella perfetta unità che Gesù vuole in terra come nel Cielo!»?. «Questo vi invito a fare, tutte. Perché su tutte Dio ha posto una magnifica stella, la sua particolare volontà su ciascuna di noi, seguendo la quale arriveremo unite în Paradiso e vedremo dietro la nostra luce camminare molte stelle!» «Quando [...] la volontà di Dio sarà fatta in terra come in Cielo, il Testamento di Gesù avrà il suo compimento»?. Ma queste due direttrici si fondono in una: la tensione alla santità per noi non può attuarsi che nel carisma, quindi nell’unità. E l’unità vissuta il treno che ci porta fino alla mèta: la santità, santità personale e collettiva, la santità dell’Opera. E solo così l’Opera sarà, per la Chiesa e per l’umanità, quella “Parola” che da sempre Dio ha pensato per lei: unità. E la mia riflessione continuava: se Dio, nell’anno che abbiamo voluto dedicare alla riscoperta del suo amore, ci ha infinite volte sorpresi e colmati di gioia con la sua magnificenza, e tutti ne siamo testimoni di aver visto quanto Dio ci ha amato, perché non sperare che quest’anno, in cui con la sua grazia vogliamo rispondere al suo amore facendo la sua volontà, possiamo essere noi causa di gioia per lui? Gen's 5-6/2010 — pag. 12 — 130 fondamenti E da questa profonda reciprocità fra cielo e terra nasceranno certamente frutti che ora non possiamo immaginare, e che arricchiranno la nostra comunione l’anno venturo. Maria Voce 1) C. LUBICH, «Il perché della mia vita», in: Lettere dei primi tempi, Roma 2010, p. 44. 2) In., Una via nuova, Roma 2002, p. 35. 3) Statuti Generali dell’Opera di Maria, Parte I, Cap. III, art. 8, 2, p. 16. 4) Cf C. LUBICH, // sì dell’uomo a Dio, in: Scritti Spirituali/4. Dio è vicino, Roma 1981, pp. 231, 238. 5) D. BonHoerFER, Scritti Scelti (1918-1933), Brescia 2008, II, pp. 2575. 6) C. LuBicH, Santi insieme, Roma 1994, p. 98. 7) In., Santità di popolo, Roma 2001, p. 98. 8) Cf ibid. 9) In., Santi insieme, cit., p. 98. 10) Benedetto XVI, Al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 20 febbraio 2009, in «La Traccia», 2009/2. pp. 207-209. 11) Ibid. 12) Cf C. LUBICH, // sì dell’uomo a Dio, in: Scritti Spirituali/4. Dio è vicino, cit., p. 239. 13) Cf ibid., p. 240. 14) In., La volontà di Dio, in: Scritti Spirituali/3, Roma 1979, p. 31. Cf anche C. LUBICH, Cercando le cose di lassù, Roma 1992, p. 25. 15) In., // sì dell’uomo a Dio, in: Scritti Spirituali/4, cit., p. 241. 16) In., Scritto, 27.10.1947, in: Una via nuova, cit., p. 35. 17) C. LUBICH - I. GIORDANI, Erano i tempi di guerra..., Gen's.5-6/2010 Roma 2007, p. 6. 18) Cf C. LuBICH, Scritto, 27.10.1947, in Una via nuova, cit., p. 35. 19) Cf Ip., La pienezza della Legge, in «Gen’s», 1994/1, p. 3. 20) Benedetto XVI, Incontro con i parroci della diocesi di Roma, Giovedì 18 febbraio 2010, in «La Traccia», 20102, pp. 191-192. 21) C£C. LuBIcH, Santi insieme, cit., pp. 41-42. 22) Ip., Santità di popolo, cit., p. 98. 23) Ibid. 24) C. LUBICH, // tempo mi sfugge veloce, in «Unità e Carismi» 1993/2, p. 18. Cf C. LUBICH, La volontà di Dio, in: Scritti Spirituali/3, Roma 1979, p. 33. 25) Cf D. BONHOEFFER, cit. 26) C. LuBicH, La volontà di Dio, in: Scritti Spirituali/3, cit., p. 34. 27) In., Ogni momento è un dono, Roma 2001, p. 69. 28) CfIp., Cercando le cose di lassù, Roma 1992, pp. 147- 148. 29) In., Discorso sugli Statuti (stralcio), 25 settembre 1990. 30) Cf ibid. 31) CfIp., Cercando le cose di lassù, cit., p. 156. 32) Cf ibid. pp. 156-157. 33) In., Santità di popolo, cit., p. 68. 34) CfIp., Cercando le cose di lassù, cit., p. 147. 35) Ip., «Sì virile, attivissimo, alla volontà di Dio», in: Lertere dei primi tempi, Roma 2010, p. 124. 36) Cf MARIA VOCE, Lettera alle/ai Delegate/i dell’Opera di Maria, Rocca di Papa, 23 aprile 2010, in «Mariapoli» 2010/3-4, pp. 4-5. 37) C. LUBICH, «Si virile, attivissimo, alla volontà di Dio», in: Lettere dei primi tempi, Roma 2010, p. 124. 38) CfIp., Una via nuova, cit., p. 36. — pag. 13 — studio 131 La prossimità di Dio e l’esercizio della libertà Elezione e grazia di Piero Coda Pubblichiamo questa lezione magistrale (svolta in piazza!) pronunziata nel Festival della Filosofia di Modena, che nel 2010 è stato dedicato al tema della “Fortuna”. Si tratta dell’ultima riflessione, in ordine cronologico, sul rapporto tra la libertà di Dio e la libertà umana che l’Autore, consapevole di quanto sia un tema decisivo per il mondo d'oggi e per il futuro del cristianesimo, viene sviluppando da anni attraverso numerosi suoi saggi.* Fortuna o grazia? È senz'altro suggestivo e dà molto a pensare l’accostamento tra “fortuna” e “grazia”, tyche e charis: due parole gravide di risonanze, di umana — felice o tragica — esperienza, e di collettiva — piagata o trasfigurata — vicenda della storia. Sì, certo, si potrebbe a tutta prima e con dovizia di svolgimenti, sondare e illustrare il nesso tra le due. La fortuna, tyche, essendo ciò che inaspettatamente e senza merito personalmente mi tocca, tra mille altri; ed essendo la grazia, chris, ciò che proprio così mi è concesso: un dono, un di più, in virtù del quale l’esistenza è salvata e si apre a nuove e gratificanti espressioni. La grazia, dunque, può esser vista come la ragione (immotivata) e il frutto (inatteso) della fortuna. Ma appesa a che cosa e da che cosa originata e, nella sua assoluta imprevedibilità, da che cosa regolata? Non a caso, la mitologia, nella sua versione popolare, raffigura tyche sotto la sembianze di quella dea bendata che, senza vedere: e cioè senza voluta intenzione e senza ponderato discernimento, distribuisce a destra e a manca, secondo un criterio che resta nascosto e tale ha da restare, i tocchi della sua grazia. Con ciò rimarcando la gratuità indecifrabile del destino a ciascuno assegnato. La tyche, in verità, risvegliando l’uomo ad afferrare, pronto e deciso, la buona sorte o a conformarsi, rassegnato e impassibile, alla cattiva, vincola la sua libertà all’esecuzione di un percorso che resta avvolto nell’abisso di quello che è già da sempre e per sempre de-ciso, e cioè separato e distaccato dalla origine, ma solo per ritornarvi dopo breve e pre-determinato tragitto. «Volentem ducunt fata, nolentem trahunt»: i fati guidano chi si sottomette e invece trascinano chi non lo fa — sentenzia lapidaria la sapienza classica. Uno spiraglio, nel mistero compatto e indecifrabile della grazia che decide della fortuna, si apre nell’esperienza condotta prima da Israele e poi da Gesù. Tanto da dischiudere, poco a poco e poi tutto d’un tratto, un orizzonte imprevedibile, entro il quale viene riscritta da cima a fondo la dialettica di fortuna e grazia, di destino e libertà. In forma né pacificata né pacificante, è chiaro: ma senz’altro intensa, rischiarante e provocante. Gen's 5-6/2010 — pag. 14 — 132 studio È la traccia di questo spiraglio che intendo sondare, sollecitato dal tema che mi è stato proposto — “elezione e grazia” — e dal contesto entro il quale si colloca. Un’affermazione — anch’essa concernente l’esperienza del vedere, com'è nell’immagine della dea bendata — condensa in una figura l’esperienza biblica. E Dio, il Signore, che parla e dice all’uomo: «Ti custodirò come la pupilla dei miei occhi» (cf. Dt 32, 10). L’occhio del Divino, in questa figura, non è più bendato nel distribuire il bene e il male, la buona e la cattiva sorte; ma guarda all’uomo per custodirlo come ciò che ha di più intimo e prezioso: come quando, per proteggere la pupilla dalla ferita della luce abbagliante del sole o da quella imprevista di un corpo contundente, si calano le palpebre sugli occhi. Ma cosa c’è dietro e cosa si offre dentro quest'esperienza di avvertirsi e sapersi così guardati e custoditi? Di quale “elezione” si tratta e che cosa diventa “grazia” in questo orizzonte? e che ne è, in esso, del destino e della libertà dell’uomo? Destino o libertà? Il nostro pensiero corre subito all’apostolo Paolo e a quel formidabile testo che è la /ettera ai Romani, sul quale si è concentrata — a ragione — l’attenzione di tanti, lungo la storia: da Agostino a Lutero a Karl Barth. E in questa lettera, infatti, che è tracciato a lettere indelebili il manifesto della grazia, a partire dall’evento di Gesù il Cristo, crocifisso e risorto. Ma per arrivarci e intenderne il significato, occorre prima, sia pur rapidamente, dare uno sguardo a ciò che precede propiziando quell’esplosione dell’esperienza della grazia in Cristo, di cui Paolo è testimone e annunciatore. Ritorniamo, perciò, almeno per un attimo, al versetto del Sa/mo prima richiamato. Tutto prende il via dal fatto che l’antico Israele sperimenta lo sguardo benevolente (ed esigente) di Dio, il Signore. Dal momento in cui egli, il Signore, ode il grido di dolore a lui rivolto da Israele in terra d'Egitto e “scende” per liberarlo. Certamente, vi è un’elezione gratuita e immotivata, all’origine di ciò, ele- Gen's.5-6/2010 zione che Egli, il Signore, ha fatto del suo popolo e che verrà sigillata con un patto sul monte Oreb (cf Dt 4, 32-40). Si tratta di un atto gratuito di elezione, ma al tempo stesso di un atto dimostrativo che vuol risvegliare ed educare alla coscienza condivisa, al di là delle frontiere etniche e religiose, d’esser tutti guardati da questo sguardo. Così si esprime il Sa/mo 32: «Dal luogo della sua dimora il Signore scruta tutti gli abitanti della terra, lui che, solo, ha plasmato il loro cuore e comprende tutte le loro opere». La Bibbia ebraica privilegia un termine per evocare questo peculiare atteggiamento di Dio nei riguardi dell’uomo: Xen, che la versione greca dei LXX traduce appunto, per lo più, con chdris, grazia. Di che si tratta? Soprattutto due sono i contenuti che intende veicolare: da un lato, e originariamente, benevolenza, nel significato sorgivo di voler il bene dell’altro guardando a lui con simpatia e senz’invidia; dall’altro, in seconda battuta, misericordia, capacità cioè di avere un cuore tenero che sa comprendere e perdonare. Nel nugolo di vocaboli che cercano di esprimere l’esperienza della benevolenza e della misericordia divina ve n’è poi un altro estremamente suggestivo e pregnante: rahamim. Deriva da rehem, grembo, utero. Ha perciò una connotazione femminile e materna e allude al rapporto viscerale che una madre ha con il frutto del suo grembo. Tanto che la traduzione che in lingua italiana rende l’ebraico rahamin è quel “viscere di misericordia” che ascoltiamo nella celebrazione della liturgia e che rimanda, insieme, all’atteggiamento di benevolenza e di perdono e alla sua radice e ragione: l’amore viscerale, appunto, di una madre per il proprio figlio. Appurato ciò, dobbiamo però fissare almeno due considerazioni. a) La prima. La percezione e la semantica ebraica della grazia in sé include una polarità originaria e quasi inestricabile, almeno a prima vista: perché misericordia vuol dire qualcosa di diverso da benevolenza. — pag. 15 — studio 133 Benevolenza, infatti, come abbiamo detto, indica il voler il bene dell’altro ed è qualcosa che connota per sé l’identità e l’agire del Dio il cui nome è Signore: e cioè «/o sono e sarò con te». Egli, dunque, vuole il bene, e solo il bene dell’altro. Ciò risuona nella maniera più chiara e maestosa nella prima pagina della Bibbia, quella della creazione. Il «sia la luce», con tutto ciò che ne segue, pronunciato da Dio, è un atto libero, gratuito, benevolo che trova riscontro nella costatazione che Dio fa a proposito dell’effetto del suo agire: «E Dio vide che era cosa buona», costatazione che dice insieme stupore e compiacimento e che diventa, nel caso della creazione dell’uomo e della donna: «E Dio vide che era cosa molto buona». La misericordia indica, invece, da parte di Dio, l’ostinata volontà di andare al di là del ritardo e della parzialità della risposta dell’uomo alla sua benevolenza, anzi di ricominciare per propria iniziativa il rapporto quand’esso è interrotto o tradito o rifiutato. In altri termini, la misericordia intensifica l’intenzionalità gratuita e relazionale della benevolenza — il per-dono rivela l’inesauribilità libera e prodiga del dono. Nel perdono e per mezzo del perdono, addirittura, Dio dona più di quanto aveva dato e promesso. La misericordia, in una parola, rende tangibile, da un lato, quello di Dio, l’eccesso che è promesso nella benevolenza, e, dall’altro, quello dell’uomo, la misura di libertà responsoriale e responsabile che ciò correlativamente implica e promuove. b) La seconda considerazione che s’impone concerne un’altra, formidabile antinomia che l’esperienza e la semantica ebraica della grazia per sé esibisce e provoca: quella che s’instaura, nel prodursi stesso dell’evento di grazia accolto da Israele, tra /a particolarità dell'elezione e l’universalità dello sguardo di Dio, espresso, ad esempio, nella formidabile pagina genesiaca della creazione prima ricordata. Questa antinomia, che non può non creare delle acute tensioni, è tuttavia progressivamente percepita come insuperabile: nel senso che i due poli della particolarità e dell’universalità della grazia vanno sempre tenuti insieme, costi quel che costi, per non adulterare rovinosamente il significato di imperdibile novità che l’irruzione di Dio provoca nell’esperienza e nella storia degli uomini. Così, ad esempio, se l’idea dell’elezione viene a costituire, nel libro del Deuteronomio, il principio insindacabile cui è appesa la grazia mostrata da Dio nei confronti di Israele, i profeti —- da Amos a Geremia — non amano parlare di elezione, perché temono che questa idea venga intesa come «garanzia automatica di salvezza» (V. Fusco) provocando il rinchiudersi nel cerchio di quell’esclusività che implica l’esclusione di altri. Gratuità di Dio in Gesù È con questa senz'altro ricca, ma internamente persino antinomica eredità, che fa i conti la teologia dell’apostolo Paolo. Il concetto di chdris — che è assente nei vangeli sinottici, se si eccettua qualche ricorrenza in Luca, mentre nel vangelo di Giovanni è presente soltanto nel prologo (1, 14-17) — è in Paolo decisamente centrale, venendo ad esprimere al meglio il significato e la dinamica dell’evento di salvezza che, da Dio, si è gratuitamente e paradossalmente prodotto in Gesù Cristo a favore degli uomini (così H. Conzelmann). Il fatto sul quale occorre dunque concentrare l’attenzione è precisamente la percezione e l’interpretazione che Paolo offre, nella logica della grazia e dell’elezione, dell’evento di Gesù, crocifisso e risorto, riconosciuto nella fede come Cristo e Signore. Da qui attingeranno a piene mani la teologia e la spiritualità cristiana, nelle loro molteplici e anche tra loro aspramente dialettiche espressioni. E per questo motivo che mi pare essenziale soffermarmi sulla dottrina paolina, eventualmente evidenziandone la virtualità e le tensioni che saranno successivamente dispiegate dalla pluralità della tradizione cristiana. Ma, prima di eseguire questo compito, è necessario porsi una domanda pregiudiziale: la dottrina paolina sulla grazia in Gesù Cristo quale riscontro ha nel Kerigma e nel ministero di Gesù stesso? La questione è discrimi- Gen's 5-6/2010 — pag. 16 — 134 studio nante e chiederebbe adeguato svolgimento. Mi limito, per necessità, a una considerazione che mi pare fondamentale. Il lessico ebraico tradizionale, a lui anteriore, che descrive la grazia del Signore, e cioè la sua benevolenza e la sua misericordia, è senz’altro presente nella predicazione e nella prassi di Gesù. Basti pensare al modo di riferire in forma esclusiva l’attributo della bontà a Dio e a Dio soltanto che è tipico di Gesù: «Perché mi chiami buono? — egli risponde a quel tale che gli corre incontro, per domandargli la via da seguire per avere la vita eterna —. Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10, 18). O all’incondizionata elargizione di perdono, a nome e per autorità di Dio, di cui egli si fa interprete in mille incontri e situazioni del suo ministero («Ti sono perdonati i peccati...», Mc 2, 5). Ma la cosa decisiva è che Gesù interpreta se stesso e la sua missione nei termini dell’avvento escatologico della grazia di Dio per gli uomini. Ciò si rende palese, all’esame dell’attestazione prettamente gesuana della tradizione evangelica, nei due simboli in cui Gesù condensa la portata e il significato decisivo delle sue parole e della sua missione. Si tratta, in prima battuta e in riferimento al primo segmento del suo ministero che unanimemente la tradizione evangelica colloca in terra di Galilea, dell'avvento del Regno di Dio. Tale kerigma, e cioè tale proclamazione pubblica e solenne pur nella ferialità del suo accadere, è così condensata in Marco, il più antico dei vangeli: «I! tempo giusto è compiuto, il Regno di Dio sta venendo: cambiate il modo di giudicare le cose e affidatevi a questo annuncio» (Mc 1, 14-15). Due tratti salienti, come si evince dal contesto della narrazione, connotano il Kerigma gesuano e lo specificano rispetto alla predicazione di Giovanni il Battista, che lo precede e lo prepara. In primo luogo, l’urgenza escatologica che risuona nel kerigma di Gesù e che la prassi che lo accompagna conferma. Il Kairòs, il tempo promesso e atteso, sta infine accadendo. In secondo luogo, questo kairòs, che consiste nel prodursi della signoria efficace di Dio, ha una connotazione eminentemente positiva: non è annuncio di giu- Gen's.5-6/2010 dizio e di condanna, ma è ewanghélion, annuncio buono di gioia, annuncio di grazia. Il vangelo di Luca mette in scena questo tratto decisivo del Kerigma gesuano quando, in esordio del suo ministero nella sinagoga di Nazaret, Gesù legge dal rotolo del profeta Isaia il famoso passo messianico: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Le 4, 18-19; cf /Zs 61, 1-2). Letto questo passo, Gesù sentenzia: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). La parola e l’azione di Gesù sono pertanto posti inequivocabilmente sotto il segno dell’adempimento, in lui e per mezzo di lui, dell’«anno di grazia del Signore». Questa, sin dall’inizio, è la chiave interpretativa discriminante del ministero di Gesù in tutte le sue espressioni e nell’intero suo percorso. Nel secondo segmento della vicenda di Gesù, quello che si snoda — nel racconto stilizzato di Marco — dalla confessione di Cesarea di Filippo («la gente chi dice che io sia?... voi chi dite che io sia?»), lungo il viaggio verso Gerusalemme, sino alle vicende decisive che hanno per teatro la città santa, il simbolo dell’avvento del Regno è personalizzato e concentrato nella figura e nel destino di Gesù stesso. È allora, infatti, che Gesù si presenta come il «Figlio dell’uomo» «venuto non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto antì pollòn, per i molti (espressione che, nel lessico ebraico, significa “per tutti”!)) (Mc 10, 45). D'altra parte, la gratuità e l’universalità della grazia di Dio che in Gesù accade, mediante l’evento paradossale della sua morte di croce e di risurrezione, è coerente con la parola esplicativa di Gesù a proposito della sua prassi sconcertante (per i benpensanti) di convivialità con chi è emarginato a — pag. 17 — studio 135 livello sociale e religioso: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2, 17). Tutto nasce dalla gratuità benevolente e misericordiosa di quel Dio che la parabola di Gesù raffigura come il padrone che prende a giornata dei lavoratori per la sua vigna e, pur assumendoli a varie ore del giorno, alla fine inaspettatamente li paga tutti con lo stesso compenso, rispondendo a chi gli obbietta nonostante abbia ricevuto il compenso concordato: «Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle cose mie quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20, 1- 16). Il dono agapico di Dio... Quanto sin qui detto per sottolineare la continuità tra il ministero di Gesù e la dottrina di Paolo. Tra i due, certo, vi è l’interruzione scandalosa della crocifissione di Gesù, con la quale l’ebreo di scuola farisaica Saulo dovrà fare i conti in modo addirittura lancinante. Ma saranno proprio la debolezza e la stoltezza della croce che diventeranno per lui via di accesso alla potenza e alla sapienza della grazia di Dio nascosta nella croce per essere manifestata nel dono sovrabbondante dello Spirito di giustificazione e di libertà. Non mancano i dati, nel Nuovo Testamento, diretti e indiretti, per cogliere qualcosa di essenziale circa la genesi della dottrina paolina della grazia, che è frutto, in prima e radicale istanza, dell’incontro sconvolgente con il Cristo, crocifisso e risorto. Il nucleo incandescente della dottrina paolina della grazia si sprigiona di qui: dal fatto che in Gesù è risuonato al mondo il “sì” (cf 2 Cor 1, 19-20) definitivo e irrevocabile dell’amore di Dio — l’agdpe. Questa è la grazia di Cristo, la grazia che è — per Paolo — Cristo stesso, Cristo presente e operante nei credenti mediante il suo Spirito. E questa la conclusione cui Paolo giunge a partire dall’incontro con Gesù risorto. Nel suo evento, Paolo rinviene la chiave di lettura del disegno nascosto da secoli nella preconoscenza di Dio e infine realizzato nella pienezza dei tempi. È dunque guardando alle cose da questo focus che Paolo argomenta il suo discorso sulla grazia con tenacia, passione e irruenza: perché lo giudica dirimente nell’annuncio del vangelo di Gesù Cristo. Nella serrata argomentazione della /ettera ai Romani, infatti, l’interpretazione della charis di Dio in Gesù Cristo consente a Paolo di riproporre in forma nuova le due antinomie che abbiamo visto connotare l’esperienza e l’intelligenza della grazia nel Primo Testamento: quella tra dono e per-dono e quella tra particolarità e universalità. Non per allentare rovinosamente i due poli di queste ineludibili tensioni, ma per esibirne l’intrinseca dinamica ed efficacia. ...lmplica l’universalità... a) Cominciamo dalla seconda antinomia, come del resto fa Paolo. Gesù Cristo, per lui, rappresenta quella singolarità dell’evento della grazia da Dio che, resa possibile dalla particolarità del rapporto d’elezione di Israele, la apre dall’interno, sul legno della croce, all’universalità delle genti. E ciò perché, in Gesù Cristo, è esibita e attestata davanti a tutti, giudei e pagani, l’inequivocabile offerta di grazia di Dio. Nessuno può accampare pretese né meriti. L'iniziativa di Dio è assoluta, gratuita e universale. Dunque, non sono l’appartenenza al popolo d’Israele né le opere derivanti dall’osservanza della Legge data a Mosè che rendono giusti davanti a Dio. «Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede» — esclama Paolo (Rm 3, 29-30). È questo il fatto centrale, il vangelo della grazia: «Non c’è differenza — incalza Paolo —, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente (doreàn, per puro dono) per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Gen's 5-6/2010 — pag. 18 — 136 studio Cristo Gesù» (Rm 3, 22b-24). La fede è l’apertura incondizionata a questa grazia. Essa “giustifica”, e cioè rende giusti davanti a Dio, perché è l’accoglienza del dono e del per-dono di Dio in Gesù Cristo. E Dio, dunque, che per grazia ci fa giusti, e cioè nuovi e capaci di camminare di qui innanzi nella giustizia, in conformità alla grazia ricevuta e accolta. La grazia, in realtà, giustifica e rende liberi dal peccato (che è chiusura in sé, sino all’implosione, rispetto a Dio e agli altri) per l’amore: perché la grazia altro non è se non la sconvolgente attestazione, in Gesù Cristo, che Dio è Abba, Padre, e che noi siamo figli. La realtà, la consapevolezza e l’esercizio di ciò sono appunto grazia, e cioè dono gratuito, non solo nel senso che sono a noi oggettivamente elargiti da e in Gesù Cristo; ma anche nel senso che la loro accoglienza în noi è frutto dello Spirito, e cioè della presenza dell’amore stesso di Dio come soffio di vita della nostra libertà. «Voi — spiega Paolo — non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8, 15-16). In questa logica, la grazia è principio di libertà: l’accende, la promuove, la esige. ...2 il perdono b) Da questo focus riceve anche nuova luce l’altra antinomia, costitutiva della grazia, che a suo tempo abbiamo evidenziato: quella tra dono e per-dono. È chiaro, infatti, che il frutto primo ed evidente della grazia è il per-dono. Ma l’esperienza del per-dono altro non è che la porta per cogliere l’abissale gratuità di Dio, a cui tutto è appeso: e cioè il suo essere ed agire nel regime del dono, portato alla sua massima espressione nel dono-di-sé per costituire l’altro da sé nella capacità d’essere anch’egli se stesso nel dono di sé. La grazia rivela, dunque, per Paolo, la stupefacente /egge dell’eccedenza e della sovrabbondanza che regola, con la misura senza misura della gratuità e dell’amore, l’essere e l’agire di Dio ed è chiamata a rego- Gen's.5-6/2010 lare, come sua immagine e somiglianza, l’essere e l’agire dell’uomo. Di qui, infine, si fa decisamente strada, nell’intuizione teologica di Paolo, una comprensione dell’elezione che è anch’essa misurata da cima a fondo dall’esperienza e dall’intelligenza della grazia in Gesù Cristo. Non è l’elargizione della grazia a essere commisurata da un’elezione che ne predetermini i destinatari e la qualità; ma è, piuttosto, l’elezione che va commisurata sulla misura di grazia senza misura che accade in Gesù Cristo. Il principio, derivato dall’evento di Gesù Cristo, è chiaramente posto nella /ettera ai Romani, soprattutto là dove Paolo, al cap. 8, parla di «coloro che sono stati chiamati secondo il disegno di Dio»: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 28-29). L’essere prestabiliti o predestinati, riconosciuto per coloro che amano Dio, non va inteso nel senso di una separazione di essi da coloro che Dio eventualmente non avrebbe prestabilito e predestinato — come sarà tentata di fare una certa linea interpretativa che acquisterà non poco peso nella successiva tradizione teologica. No. I chiamati — precisa Heinrich Schlier — vengono qualificati come predestinati «perché balzi evidente come Dio ha prevenuto coloro che lo amano»; Egli, infatti, «sin dal principio ha predestinato gli uomini — e ciò risulta palese in coloro che amano Dio, che hanno risposto e rispondono alla chiamata di Dio — a divenire partecipi dell’essere di Cristo». Così che, sottolinea J. Huby : «Questi termini esprimono l’assoluta sovranità di Dio, la trascendenza della sua bontà che non potrebbe subordinarsi ad alcuna delle sue creature, né ad alcuno dei loro atti. Nell’ordine della salvezza egli è l’Amore, l'Amore preveniente che ha la sua fonte in se stesso, non una risposta, ma uno slancio». L’elezione del Padre è «prima della creazione del mondo» (Ef 1, 4), e dunque antecede radicalmente ogni considerazione della — pag. 19 — studio 137 responsabilità umana, buona o cattiva che sia, nella storia. Ma passa per la redenzione di tutti nel «sangue di Cristo» (Ef 1, 7). In lui la grazia di Dio è concessa «a caro prezzo» — per dirlo con D. Bonhoeffer —, senza alcun risparmio di sé da parte di Dio. E perciò chiede, all’uomo, un’accoglienza disarmata, certo, ma seria, attiva e responsabile. La grazia non è meritata dalle opere, ma si fa operante nella fede mediante la carità (cf. Ga/ 5, 6). Del resto, sarà questa la linea interpretativa della mens di Paolo che si esprimerà nelle lettere che, appartenendo al corpus paulinum, sono da ascriversi alla tradizione che, già all’interno del Nuovo Testamento, continua e s’ispira alla dottrina di Paolo piuttosto che a Paolo stesso. Mi riferisco, in particolare, da un lato, alla prima lettera a Timoteo, là dove si afferma a chiare lettere, in una ponderata sintesi: «Dio, nostro Salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (2, 4-62); e, dall’altro, alla lettera agli Efesini, «(In Cristo) Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata în abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (1, 4-10). L’elezione coincide con la grazia nella libertà L’elezione — per concludere tornando al titolo proposto alla nostra riflessione — coincide dunque con la grazia: ne è l’espressione. Mentre la grazia è dell’elezione il principio e insieme la risoluzione. Non è quindi il caso, disposto con occhi chiusi dalla “fortuna”, ma il dono, voluto dall’amore di Dio per tutti e consegnato alla libertà di ciascuno, la grazia che ci raggiunge e che siamo chiamati ad accogliere e a vivere. Certo, l’accogliere nell’esistenza e nell’intelligenza la grazia, con le sue inaggirabili antinomie, chiamate a dilatare all’infinito gli orizzonti della nostra libertà e del nostro amore, chiede qualcosa di radicale e di paradossale che è significato nella croce di Cristo. Simone Weil, con la sua inimitabile e lancinante parola, lo dice così: «La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è la grazia a farlo». Piero Coda * Rinviamo qui soltanto a un suo testo che può essere considerato una sintesi su questa tematica, svolta con rara chiarezza, profondità e originalità: «L’Avvento di Dio come libertà», postfazione a C. CiccHESE — P. Cona -— L. ZAK, Dio e il suo avvento. Luoghi momenti figure, Città Nuova, Roma 2003, pp. 445-462. 1) «L'espressione indeterminata “i molti” comprende una generalità che come negli scritti di Qumran designa una comunità delimitata, il nuovo popolo di Dio, la comunità, ma che può essere interpretata anche in senso universale e essere estesa al mondo delle genti. L'orientamento universale è consigliabile per la dipendenza da /s 53. Esso viene suffragato da /Tm 2,6 (hyper panton)» (J. GNILKA, Marco, Cittadella Editrice, Assisi 1991, p. 575). 2) Citato in H. SCHLIER, La lettera ai Romani, tr. it., Paideia Editrice, Brescia 1982, p. 450. Gen's 5-6/2010 — pag. 20 — 138 riflessione Vivere nella quotidianità «il mio cibo è fare la volontà del Padre» Klaus Hemmerle: un vescovo «come Dio vuole» Wilfried Hagemann L'autore dell’articolo è stato intimo amico e collaboratore di Klaus Hemmerle (1929- 1994), già da quando questi fu sacerdote e teologo e poi vescovo di Aquisgrana (Germania). Hemmerle, persona di grande levatura e intelligenza, ha però affascinato per la sua semplicità e per il suo stile di vita agapico. Qui ci viene svelato qualcosa del “segreto” di tutto ciò. Un argomento arduo Non sono in pochi ad aver paura della volontà di Dio. Molti infatti portano in sé un’immagine di Dio oscura e unilaterale. Quando pregano «Signore, sia fatta la tua volontà» vi associano il pensiero che presto accadrà una disgrazia. Nella paura della volontà di Dio si esprime la paura di Dio. Dio appare inquietante. Alla radice di tutto ciò troviamo esperienze negative, anche nella Chiesa, anche negli Ordini e nelle Comunità religiose. Il parlare della volontà di Dio è tante volte carico di questi pesi. Ne nascono spesso la mancanza di gioia, un senso di costrizione e una ristrettezza mentale. Quando si vive così la volontà di Dio, alla fine si fa forzatamente ciò che ci viene presentato come tale. Ma in fondo ci si sente schiavi, spogliati del proprio volere. Gen's 5-6/2010 Esperienza originaria nella vita con Hemmerle Ho avuto la possibilità di sperimentare da vicino come Klaus Hemmerle cercava e viveva questa dimensione fondamentale del cristianesimo. Se parliamo della volontà di Dio, andiamo dritti al suo cuore. Egli se n’è occupato teologicamente e l’ha esplorata esistenzialmente. Nel riconoscere e fare la volontà di Dio stava per lui il legame tra contemplatio e actio. Un'esperienza fatta con lui. Durante le nostre vacanze ad Alghero in Sardegna, le previsioni meteorologiche parlano di pioggia. Usciamo sul balcone. «Che facciamo oggi?», chiede Klaus Hemmerle. Vale a dire: «Quale è la volontà di Dio? Dove vuole condurci Dio?». E conclude: «Dio vuole portarci là dove ci sono meno nuvole possibile, perché Lui vuole che ci riposiamo e facciamo gite. A nord non ci sono nuvole, quindi andiamo verso nord». Il giorno dopo le nuvole sono invece a nord e quindi andiamo verso sud. Così l’ho visto agire sempre: in vacanza, durante uno sciopero dei piloti all’aeroporto o mentre preparava un discorso. La sua domanda ricorrente era: Che cosa vuole Dio adesso? Per lui questa domanda non esprimeva una riflessione astratta ma il suo desiderio di sperimentare qui e ora la vicinanza di Dio. Osava così di porre la domanda più profondamente umana che ci possa essere. Essere persona significava per — pag. 21 — riflessione 139 lui essere in rapporto con Dio. «Scoprire questa volontà di Dio per noi personalmente e, al tempo stesso, insieme con gli altri, per questo mondo, per questa umanità: questo è il compito più urgente del nostro tempo»'. Le domande dell’uomo moderno erano assolutamente familiari per Klaus Hemmerle. Egli poneva la volontà di Dio sempre in relazione con la libera ricerca dell’essere umano e con la sua libera risposta. Esperienze fondanti Hemmerle aveva una fiducia spontanea in Dio, acquisita nei periodi difficili della guerra e nelle sofferenze del dopoguerra. Era debitore in ciò a suo padre e sua madre. La famiglia era vissuta in condizioni poverissime perché il padre come pittore cristiano in quegli anni riusciva a tirare avanti solo a stento. Nonostante fosse stato messo a bando da parte dei nazisti (non era iscritto al partito) e nonostante la Chiesa ignorasse la sua arte, i genitori avevano un’infinita fiducia nella bontà di Dio. In queste circostanze avverse Hemmerle imparò che Dio è Padre ed è sempre proteso verso di noi. Come studente e poi dottorando in teologia, mise ulteriormente a fuoco l’immagine di Dio che corrisponde alla rivelazione biblica: il Buono, il Vero, il Bello, l’Uno per eccellenza. Concetti che forse possono sembrare un po” astratti a noi, ma che per lui erano importanti. La sua immagine di Dio evolve ulteriormente quando verso la fine degli anni ’50 viene a contatto con il Movimento dei focolari. Iddio, fin qui per lui soprattutto oggetto di pensiero e di profonda riflessione teologica, ad un tratto si manifesta a lui come Persona. Egli è là dove ci amiamo reciprocamente. L’occasione di questa percezione fu per Lui la “Mariapoli” del nascente Movimento dei focolari, un periodo di vacanze sulle Dolomiti che aveva attirato centinaia di persone e che faceva sperimentare come sarebbe la società se fosse tutta informata dal Vangelo. Qui Hemmerle si ritrovò in un ambiente di reciproco amore evangelico che lo travolse e gli dette una nuova comprensione della fede. La vita e il pensiero di Klaus Hemmerle ci fanno comprendere che il modo di intendere la volontà di Dio dipende dall’immagine che ognuno ha di Dio. Ne parla ancora nell’ultima sua intervista, a dieci giorni dalla morte. Durante la Mariapoli del 1958 — spiega — ha sperimentato che Dio è Trinità, communio, relatio, missio. Nei rapporti vissuti dai partecipanti sperimenta il Dio Trinitario. Impara che un rapporto ‘a immagine e somiglianza” del Padre significa dare, donare, prodigarsi per l’altro. Essere “Figlio” significa ricevere, accogliere, abbandonarsi, affidarsi. La realtà dello Spirito si esprime nell’essere in relazione, uniti da un amore che si sprigiona dall’amore del Padre e del Figlio e che è vissuto fra noi. È così che in Hemmerle si fa strada una dimensione della volontà di Dio che egli prima non aveva percepito. Essa non è realtà statica, un comando che proviene dall’esterno e ci induce a una determinata azione, ma è dinamica. La volontà di Dio significa dare, donare, condividere, ricevere, accogliere, partecipare; Amore, Speranza, Fede. La volontà di Dio, accolta e messa concretamente in pratica, fa entrare la persona umana nella dimensione del Divino. Essa si mostra come invito a partecipare di Dio. Fu questo che il giovane teologo capì nella Mariapoli del 1958. Comprensione sempre più profonda La comprensione della Volontà di Dio si approfondì sempre più in lui e divenne un tema centrale della sua vita spirituale. Così come durante un’impegnativa camminata in montagna ad ogni passo si aprono nuovi paesaggi e si conquistano via via nuove vette, così la volontà di Dio va cercata con sforzo tenace e quotidiano e ne derivano sorprendenti conoscenze. Nel libro Vie per l’unità? egli parla di altri momenti decisivi che gli aprirono nuove prospettive sulla volontà di Dio. Gen's 5-6/2010 — pag. 22 — 140 riflessione «Non potrò mai dimenticare un viaggio che ho fatto alcuni anni fa in macchina da Bogotà ad Armenia in Colombia. Uno dei momenti più commoventi è stato quando, arrivato în cima ad un passo, si presentò al mio sguardo l’intera catena delle Ande, nella sua inaspettata bellezza. Una cosa simile mi era accaduta, quando conobbi, nelle Mariapoli del ’58 e del ’59 a Fiera di Primiero, la vita del Focolare. Non si trattò per me solo di una spiritualità che mi poteva aiutare a condurre una vita di preghiera più profonda, ad affrontare meglio, spiritualmente, i miei compiti e doveri. E stato per me come il dischiudersi di una catena di montagne. Nei punti di questa spiritualità ho scoperto tutto il Vangelo in modo nuovo: come un insieme vitale che si manifesta sempre di più nella vita e questa vita mi è apparsa non stare accanto all'intelligenza ma essere la via per una comprensione più profonda del Vangelo stesso. E ancora, il “paesaggio” che guardavo mi sembrava lo spazio in cui possono vivere tutti gli uomini, e specialmente tutti gli uomini di oggi. “Che tutti siano uno come tu, Padre, sei in me ed io sono in te, affinché il mondo creda” — questa frase era per così dire la cima di quel passo, cioè il punto dal quale mi si dispiegò l’intero Vangelo. Ora, qualche tempo fa, ho fatto un'esperienza simile, ma è un’esperienza che non toglie nulla a quella precedente: la colloca invece în una luce nuova. La “cima del passo” dalla quale mi appare ora il Vangelo in una prospettiva nuova, si chiama: la volontà di Dio. Fin dagli inizi la volontà di Dio ha avuto un ruolo decisivo nella spiritualità del Focolare. La volontà di Dio, come pure il Vangelo stesso non sono soltanto un punto nella spiritualità del Focolare; in quale misura essa sia un nuovo accesso al tutto, come dia origine ad una nuova visione globale, mi è apparso chiaro leggendo le riflessioni e le espressioni contenute nel libro di Chiara Lubich, Il sì dell’uomo a Dio»?. Gen's.5-6/2010 A quel punto diventa evidente per Klaus Hemmerle che Gesù stesso è la volontà di Dio. Noi siamo chiamati a diventare figli in Gesù, a diventare colui nel quale Dio svela il suo tutto. Ecco come Hemmerle esprime questa comprensione: «Guardiamo allora a Gesù stesso, volontà di Dio viva, divina, che è al tempo stesso volontà di Dio vissuta, compiuta umanamente, incarnata perfettamente in una volontà umana»*. «Dio vuole dall'uomo che egli viva con Gesù, fino al punto che Gesù stesso viva in lui, divenga vita della sua vita». Quindi la volontà di Dio diventa argomento della sua quotidianità: tentare sempre di cogliere la volontà di Dio, cercarla in ogni circostanza per capirla. Grazie a questo avvicinarsi cresce in lui nuova sicurezza e libertà. Cercare la volontà di Dio diventa per lui un “gioco”. La volontà di Dio — un «gioco» «Chi si abbandona a Dio, si abbandona ad un’avventura, il credente può dire: al gioco dei giochi. Tutti gli interessi pensabili possono essere intesi come gioco. Un gioco si svela solo dal di dentro, giocando [...]. Ciò che succede durante il gioco è sorprendente, unico — e lo stesso svolgimento di esso è aperto, vorrei dire: appartiene all’identità stessa del gioco, il fatto che in esso accada del nuovo e dell’imprevisto. Così però giocare diventa il contrario di produrre [...]. Nel gioco regnano unità e ordine come una sorpresa, nel gioco mi impegno al massimo eppure il fatto decisivo è dono». A questo punto mi viene inevitabilmente alla mente il proverbiale umorismo con il quale Hemmerle sapeva portare le persone ad uscire dalla riserva. Ricordo i suoi acuti e creativi giochi di parole, con i quali rasserenava le situazioni e scioglieva tensioni, e delle caricature che disegnava durante riunioni noiose per non distrarsi interiormente e per rimanere “nel gioco”. — pag. 23 — riflessione 141 Così, anche per quanto riguarda la volontà di Dio, per lui si trattava di non dileguarsi, ma di stare al gioco con Dio. Quando ci siamo fatti attenti a cercare Dio e quando Dio si è manifestato a noi nel suo chiarore e nel suo essere-luce, ogni giorno si riapre questo gioco divino. Si tratta della gioia di mettersi in gioco con Dio e allo stesso tempo di accettare il gioco di Dio. Ho sperimentato molto chiaramente questo atteggiamento di Hemmerle in occasione della morte di Paolo VI. Eravamo in viaggio verso le vacanze e passavamo la notte a Friburgo, nell’ Accademia Cattolica della sua città natale, quando il 6 agosto 1978 ci raggiunse la notizia della morte del Papa. Subito dettò una lettera pastorale a tutta la diocesi — non c’erano ancora né il fax né l’internet. Fu chiaro che la volontà di Dio per lui significasse tornare in diocesi e celebrare insieme ai sacerdoti e al capitolo del duomo una messa per il Papa. Così tornammo insieme ad Aquisgrana e ci fermammo lì per alcuni giorni. Fui commosso dalla chiarezza con la quale aveva preso questa decisione, dalla sua gioia di fare la volontà di Dio e la leggerezza con la quale riusciva a staccarsi da ciò che aveva già programmato, in questo caso le vacanze di cui aveva tanto bisogno. Si metteva in gioco con la volontà di Dio, sempre. Domandarsi quale fosse la volontà di Dio diventava un suo esercizio quotidiano, per poi abbandonarsi ad essa, stare al gioco e infine prendere una decisione. La volontà di Dio nel contesto giusto Un anelito profondo di Klaus Hemmerle era riuscire a suscitare in altri questa sensibilità per la volontà di Dio. Per lui la volontà di Dio era quanto di più bello e più grande potesse esistere. Il primo e più importante contesto per un confronto con la volontà di Dio era per lui la libertà umana. Aveva colto che la volontà di Dio è un’offerta, una chiamata, un invito nel Regno di Dio, a partecipare della vita in comunione con Dio che vuole vivere in mezzo agli uomini. Solo ponendosi allo stesso livello con Dio, l’uomo può accogliere liberamente la volontà di Dio. «La volontà di Dio non è altro che il suo amore. E amore all'uomo e quindi amore alla sua libertà. Poiché se non fossimo liberi, non saremo immagini e partner di Dio. Il suo amore per noi consiste proprio nel fatto che Egli ci vuole come esseri liberi, capaci di rispondere [...]. Solo se consentiamo liberamente alla sua volontà per noi, solo se ci troviamo in sintonia con la sua volontà, allora può agire il suo amore per noi)”. Facendo la volontà di Dio l'essere umano ne diventa il partner, l’immagine, l’essere in risposta. Senza un’accoglienza libera della sua volontà non può accadere niente di buono. Se facciamo la volontà di Dio, diventiamo “il tu di Dio”, partecipiamo alla creazione, diventiamo creativamente attivi nel mondo, e così la nostra vita lascia orme nel futuro. Un altro contesto per capire la volontà di Dio è la comunità di fede che Klaus Hemmerle ha chiamato “comunione in cammino”. Non riusciamo da soli a riconoscere con pienezza la volontà di Dio. Solo coinvolti nella comunità della Chiesa, in una comunità di cammino e di fede vissuta concretamente, si può aprire uno spazio nel quale riconoscere più chiaramente e vivere la volontà di Dio. Essere d’aiuto agli altri nella ricerca della volontà di Dio Certamente la ricerca della volontà di Dio è prima di tutto compito della singola persona. Ognuno è responsabile per sé, ma anche nei confronti del prossimo. Come fratello, sacerdote e vescovo, Klaus Hemmerle sentiva la responsabilità di aiutare gli altri nella loro ricerca. La volontà di Dio è amore, nei confronti della nostra libertà e anche di quella altrui. Chi vuol aiutare altri con il suo consiglio, deve essere in questo amore di Dio e avere lo stesso amore di Dio per la libertà dell’altro. Se insieme ad un altro mi metto alla ricerca di ciò che Dio vuole per lui e da lui, è impor- Gen's 5-6/2010 — pag. 24 — 142 riflessione tante lasciarlo libero e ascoltare profondamente. Ci vuole tempo e pazienza. Tutto lo sforzo orientato al bene dell’altro non può esonerarlo dalla responsabilità per il suo agire né togliergli la responsabilità di decidere. Ciò era particolarmente evidente in Hemmerle quando parlava con artisti o anche con studenti e dottorandi. Rispettava la vita dell’altro anche se questa aveva delle fragilità. In tale contesto riconosceva quanto fosse importante educare la coscienza dei singoli. La coscienza è il luogo originario per riconoscere la volontà di Dio. Se voglio aiutare qualcuno a riconoscere che cosa Dio vuole da lui, devo entrare insieme a lui nella stanza più intima della sua coscienza, riconoscere i suoi valori, i suoi punti forti, quelli deboli e le sue mete. Hemmerle era diventato profondamente consapevole di quanto la coscienza è come un radar che scruta l’orizzonte alla ricerca di valori, esperienze personali, indicazioni della propria ragione, ma anche di dichiarazioni del magistero della Chiesa e delle Parole della Scrittura. Proprio così sviluppò un rispetto particolare per ogni essere umano e per ogni realtà e situazione. Non scavalcava nessuno, ma stimolava il bene che riconosceva nell’altro. I riflessi di ciò Gen's.5-6/2010 arrivavano fino ai rapporti tra le Chiese, all’ecumenismo, al dialogo interreligioso e con persone di convinzioni non religiose. Ci sarebbe tanto da raccontare anche sulla sua azione come vescovo, dal punto di vista della ricerca della volontà di Dio: nei riguardi dei progetti pastorali, del suo rapporto con tutti i settori, le associazioni, i carismi presenti nella sua diocesi, e ancora — direi con cura speciale — nel suo rapporto con il presbiterio e con ogni sacerdote personalmente. Ma questo è tutto un altro capitolo che merita un trattamento a parte e magari potrà essere sviluppato in futuro. Wilfried Hagemann 1) K. HEMMERLE, Vie per l’unità. Tracce di un cammino teologico e spirituale, Roma 1985, p. 80. 2) Ibid., pp. 75s. 3) Cf Dio è vicino, Scritti spirituali/IV, Roma 1981, pp. 221-281. 4) Vie per l’unità, cit., p. 81. 5) Ibid., p. 85. 6) Cf K. HemMERLE, Vorspiel zur Theologie, Freiburg 1976, p. 17 (trad. ital.: Preludio alla teologia, Roma 2003). 7) Cf Vie per l’unità, cit., p. 80. — pag. 25 — esperienza 143 Anche le malattie rientrano nel disegno di Dio sull’umanità Una storia di luce di Eraldo Carpanese «Io ho costantemente un amico dentro di me, che ha due nomi: Parkinson e Gesù. Devo chiamarlo con il nome giusto, perché se lo vedo solo come malattia la vita diventa molto difficile; se lo vedo come Gesù, la cosa è diversa». Così ci diceva — con parole che citiamo a memoria ma il concetto era quello — don Eraldo Carpanese della diocesi di Piacenza, quando gli abbiamo telefonato chiedendogli se poteva donarci una breve narrazione di questo momento della sua vita. La sua toccante esperienza può aiutarci a guardare i misteriosi ma sempre meravigliosi disegni di Dio su ogni sua creatura. Misteriosi disegni che nella comunione scopriamo quali tocchi amorosi del Divino Artista che fa di ognuno di noi un suo capolavoro. Un’infanzia felice Mi preparavo alla prima Comunione. Il parroco ci raccontava tante cose interessanti: che Dio aveva creato ogni cosa, aveva liberato un popolo dalla schiavitù... Era il mese di maggio del 1944. La natura era splendida sulla mia montagna rivestita di fiori, di colori, di luce. Sapendo ora che tutto era creato da Dio, dono di Dio, ogni cosa prendeva ai miei occhi una bellezza nuova. Alla sera, coricandomi, mi fermavo a guardare dalla finestra il cielo carico di stel- le e la mia fantasia si perdeva nell’immensità di Dio. Il racconto, poi, dell’ultima Cena, della Comunione che dona l’immortalità, la vita eterna, entrò nella mia anima come un abisso di luce che esprimerei con queste parole: «Se il pane può diventare Gesù, io posso diventare Gesù, tutto può diventare Gesù...». Tentavo di dire questi pensieri al parroco, lui però mi disse di non disturbare, di stare zitto. Ma questa luce è rimasta dentro di me... Il viaggio nella volontà di Dio! Passarono gli anni. Un giorno, durante un incontro al Centro Mariapoli di Rocca di Papa (Roma), lo scienziato e focolarino Piero Pasolini in un suo discorso mi fece ricordare questa esperienza che avevo fatto da ragazzo. Lui diceva pressappoco queste cose: «Se vogliamo continuare ad esistere, dobbiamo diventare insieme Gesù. Diventare questa realtà in cui, pur restando noi stessi, non siamo più noi stessi, ma questa realtà che si chiama Gesù: come l’idrogeno e l’ossigeno, pur rimanendo idrogeno e ossigeno, unendosi diventano acqua. E questo il principio fondamentale dell’evoluzione». Diventare insieme Gesù. Come si diventa Gesù lo sappiamo (almeno in teoria, ma poi deve diventare pratica): Gen's 5-6/2010 — pag. 26 — 144 esperienza si diventa Gesù vivendo la Parola, amandoci scambievolmente come Lui ci ha amati, facendo la volontà di Dio... E così, per fare la divina volontà, sono andato a lavorare pastoralmente in diversi posti. Dopo una settimana che ero “missionario” a Stoccolma mi sono detto: «Ma qui non si può vivere!». Ero solito giocare col Signore e così ho buttato in aria una monetina. Se veniva croce, dovevo restare; se veniva testa, potevo partire. Ho provato per tre volte ed è sempre venuto croce. E così sono rimasto 19 anni a Stoccolma e ho capito poi che quello che il Signore vuole è veramente la cosa migliore. Nel 2000 il mio vescovo mi ha chiesto di trasferirmi come parroco a S. Stefano d’Aveto, mio paese natio. Ho accolto con gioia l’invito. Finalmente, dopo tanti anni, ritornavo a casa. Speravo anche di trovare un po’ di riposo e già nei primi contatti con la popolazione ho sentito che poteva nascere qualcosa di bello. Ma la volontà di Dio si è manifestata subito diversa. La divina avventura si colora di rosso Sono iniziati disturbi di salute. Da una visita neurologica mi è stata diagnosticata la malattia che ora mi accompagna giorno e notte: il morbo di Parkinson. Rigidità, tremore, disturbi di equilibrio, difficoltà a scrivere, ad alzarmi, a parlare, a pronunciare bene le parole; perdita della voce, non poter più suonare la chitarra e davanti la prospettiva di dover dipendere in tutto dagli altri. Partendo nel viaggio della vita, Dio ci consegna un grande pacco che contiene tanti altri piccoli pacchi da aprire nei giorni della nostra esistenza. Aprendoli troviamo il pacco dell’amicizia, della gioia... E così quando uno ci dice: «Sono felice!», se anch’io ho fatto la stessa esperienza, posso capire cosa mi sta dicendo. Tra i tanti pacchi c’è anche quello della malattia, della solitudine. Aprendo il pacco Gen's.5-6/2010 della malattia faccio l’esperienza della malattia. Una cosa è conoscere la malattia un’altra è viverla. Solo soffrendo posso capire veramente chi soffre e che cosa è il soffrire. Tra i miei pacchi ho aperto il pacco del Parkinson: ho sentito spegnersi in me ogni “luce” e spalancarsi davanti a me come una voragine. Conoscevo questa malattia vista in altri, ma una cosa è conoscerla e un’altra viverla. La preghiera in quel momento si è fatta “silenzio di Dio e mio”. Quando ho condiviso questo “buio” con i sacerdoti del mio focolare, ho potuto ripetere come preghiera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Si è accesa in me una “luce nuova” che non conoscevo. Vedo di spiegarmi con una pagina del vescovo e teologo Klaus Hemmerle. «Una volta, durante una passeggiata, mi parve che il sole fosse caduto nella valle. Immergeva di luce il paesaggio non più da sopra e da fuori, ma come da sotto, da dentro. Monti, strade, acque, rosseggiavano del sole che era in loro». La “luce” ora era entrata dentro di me. Ero luce. Il 20 aprile 2006 don Silvano Cola — sacerdote che non finirò mai di ringraziare per l’importanza che ha avuto nella mia vita e nella vita di tanti sacerdoti del mondo — diceva in un suo discorso: «Sulla croce, l’ultima parola di Gesù è stata un grido: sentirsi abbandonato dal Padre e, malgrado ciò, con supremo atto d’amore, riabbandonarsi al Padre. Chi capisce che questa è la chiave dell’essere, dell’essere cristiano, dell’essere Gesù, capisce perché il sacerdote deve essere sacerdote-vittima per prosciugare con Lui il negativo del mondo e poter dire in sincerità con Chiara Lubich: “Ho un solo sposo sulla terra, Gesù crocifisso e abbandonato; non ho altro Dio all’infuori di Lui...”». Sappiamo che Beethoven ha scritto la musica più bella da “sordo”. Un giorno tornando a casa, dopo aver assistito una persona ammalata per due giorni e — pag. 27 — esperienza 145 una notte senza dormire, mi sono addormentato in macchina e una buca nell’asfalto mi ha salvato svegliandomi e impedendo così di precipitare nel fiume. Ho capito che anche le buche (il dolore) sono importanti. Chiara Lubich nel 1965 mi ha dato come Parola di vita: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 10). Solo ora inizio a capire queste parole, a comprendere che le strade del Signore non sono le nostre strade, quelle che noi pensiamo e vogliamo. Credevo di essere importante come prete col mio lavoro. Ora intuisco che c’è qualcosa di più da accogliere per “essere” Gesù. E sono arrivato ad accettare e ad amare me stesso come membro sofferente di Cristo. Nelle mani del divino scultore In questa resa, in questo crollo della mia malattia si fa sempre più chiara questa luce: la cosa migliore è che la mia vita sia nelle mani di Dio, perché le Sue mani sono sempre le più sicure. La Pietà di Michelangelo è una profonda preghiera. L’artista, perché nascesse quel meraviglioso capolavoro, ha dovuto togliere col suo scalpello scaglia dopo scaglia dal blocco di marmo. Noi siamo nelle mani del più grande Artista. Fino adesso la malattia non mi ha impedito di continuare a dipingere. Ultimamente ho dipinto due quadretti dal titolo “mattutino” e “compieta”. Nel quadretto “mattutino” ho dipinto un ragazzo che al sorgere del sole parte con un cesto pieno di doni che dovrà distribuire nella giornata, e nel quadretto “compieta” si vede il ragazzo che al chiaro di luna (segno della fine della giornata, della vita) è seduto felice accanto al cesto ormai vuoto. Aveva compiuto la sua missione. Anni fa ho sognato di essere morto e di arrivare davanti al giudizio di Dio. E Dio mi ha detto che dovevo andare all’inferno. Sì, non ero stato troppo bravo... ma mi pareva che proprio all’inferno...! Mentre andavo all’inferno mi sono ricordato che quella era al momento la volontà di Dio per me e che Dio voleva il mio bene e non il male. E mi sono sentito felice! Allora era un sogno. Oggi devo aggiungere che finalmente ho il tempo per un dialogo continuo con Gesù crocifisso e per contemplare Maria desolata in silenzio ai piedi della croce. E il mio Paradiso. Eraldo Carpanese Gen's 5-6/2010 — pag. 28 — 146 esperienza Un cammino possibile a tutti È la volontà di Dio che ci fa santi di Enrique Cruz Barrientos Quest’esperienza di un sacerdote spagnolo traduce in vita una dimensione importante che auspicava il Concilio Vaticano II nel Decreto Presbyterorum Ordinis: «I presbiteri, immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con l’azione esterna. Ed effettivamente, per ottenere questa unità di vita, non bastano né l’ordine puramente esterno delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L'unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di Colui che lo aveva inviato» (n. 14). Una strada buona anche per me Durante i miei primi anni di sacerdozio ho avuto la possibilità di fare, nel Centro di formazione alla spiritualità di comunione per sacerdoti diocesani, inserito nella cittadella del Movimento dei focolari a Loppiano, un’esperienza di unità bella e originale che sarebbe diventata decisiva per il futuro di tutta la mia vita. Eravamo 62 sacerdoti e seminaristi provenienti da 26 nazioni dei cinque continenti. Siccome ancora non conoscevo bene la lingua italiana, uno di loro mi consigliò di leg- Gen's 5-6/2010 gere dei libri in italiano. Subito andai in biblioteca e trovai un testo sulla vita di san Pietro di Alcantara, grande santo spagnolo che aveva aiutato santa Teresa d’Avila nella riforma del Carmelo e che raggiunse la santità attraverso dure penitenze. Quel testo mi aiutò effettivamente a migliorare la lingua italiana, ma a dire il vero allo stesso tempo mi suscitò una profonda inquietudine: se per diventare santi bisognava praticare tutte quelle penitenze, certamente quello non era il mio cammino! Per cui ho chiesto a Gesù di “cancellarmi” dall’elenco dei santi; per quella strada io non sarei riuscito a diventarlo nemmeno per sogno. Alcuni giorni dopo, ascoltando una meditazione di Chiara Lubich dal titolo «Una via di santità per tutti», mi è arrivata quella che ho avvertito come una risposta da parte di Gesù. Quello scritto proponeva di vivere l’attimo presente concretamente come via alla santità. Sentii una gioia immensa... A ciò non potevo dire di no: anch’io potevo percorrere questa strada ed ero chiamato a farlo. Gesù mi aveva preso sul serio. Le esperienze non si sono fatte attendere. Ve ne racconto qualcuna che mi è rimasta particolarmente nel cuore. I cambiamenti di programma Vicini alla Festa del Natale, i responsabili del Corso ci avevano distribuiti a piccoli — pag. 29 — esperienza 147 gruppi per fare alcuni giorni di riposo in diverse parrocchie, i cui parroci erano sacerdoti che condividevano la stessa spiritualità di comunione che cercavamo di approfondire e sperimentare nel nostro Centro. A me era toccato andare al Nord di Italia, in Folgaria, nelle Alpi, dove c’era tanta neve. Questa proposta mi piaceva tantissimo; sono del sud della Spagna, dove le temperature sono alte, per cui era la prima volta in vita mia che andavo a celebrare il Natale circondato dalla neve... e in più assieme ad altri sacerdoti amici. Invece pochi giorni prima di partire trovo in uno dei corridoi il responsabile del Centro, il quale con un bel sorriso mi domanda: «Enrique, sei pronto a tutto?». Io, convinto interiormente, risposi: «Certo!». Volevo infatti fare fino in fondo quell’esperienza che stavamo cercando di vivere. Mi propone allora un cambio di programma: non sarei più andato nelle Alpi come previsto. Addio “settimana bianca”! Mi hanno chiesto invece di aiutare in cucina perché doveva venire un gruppo grande a passare il Natale con noi per conoscere la nostra vita, ed era necessario che alcuni rimanessero per accoglierli e servirli. Quante volte durante quei giorni mi sono detto, sbucciando le patate, mettendo sul fuoco la pasta, «è proprio con questi piccoli servizi che mi faccio santo». Le difficoltà possono aiutare Ogni giorno era occasione per nuove esperienze. Ricordo ad esempio che appena finito il tempo di Natale abbiamo ripreso i lavori con cui coprivamo tutte le necessità della comunità. Essi facevano parte della formazione, affinché non ci fermassimo alle “teorie”. Io ho incominciato a lavorare nella segreteria. Umanamente parlando, quel lavoro non era attraente per me; consisteva nel trascrivere testi, preparare delle buste, scrivere nomi, in lingue che non conoscevo, con parole magari con cinque consonanti di seguito... Incredibile. Scrivere senza sapere cosa. Si può immaginare quanti errori commettevo. Ancora si usavano le macchine da scrivere, e ogni volta che sbagliavo cercavo subito di correggere anche se era faticoso, pensando a quelli che avrebbero dovuto leggerlo dopo. Magari prima queste piccolezze potevano sembrarmi delle banalità. Ma tutti sappiamo quanto la vita di tutti i giorni è zeppa di queste realtà. E abbiamo bisogno di fare bene le piccole cose se vogliamo riuscire a affrontare in sintonia con l’Amore di Dio quelle grandi. Del resto, come diceva Chiara in uno dei suoi famosi “detti” per i giovani (ma che servono a tutti), “niente è piccolo di ciò che si fa per amore”. Così tutto quel periodo è stato per me una scuola di vita per imparare ad andare avanti nel concreto amore evangelico, momento per momento, facendo con tutta la perfezione possibile ciò che Dio mi chiedeva attraverso le circostanze. Anche il ministero si trasforma Fino al giorno d’oggi, questo cercare di vivere bene l’attimo presente nella volontà di Dio per amore, mi aiuta a dare la stessa importanza a tutto ciò che faccio da sacerdote: accogliere le persone in parrocchia, preparare un raduno, celebrare un sacramento... tutto acquista valore, dignità, persino nuova fecondità, se fatto nella volontà di Dio del momento presente. Questo modo di agire mi ha portato tra l’altro ad acquisire l’equilibrio nel saper relativizzare le cose, dando a ognuna il suo giusto peso. Ad esempio negli anni scorsi in Diocesi sono stato nominato vicario episcopale. Mi sono messo a fare quel servizio con tutto l’amore possibile, che significava tra l’altro svolgerlo con disponibilità e semplicità fraterne. Erano in tanti a congratularsi con questo modo di fare. Ma io cercavo sempre di non considerarmi “importante”. Quando è finito quel periodo, alcuni mi facevano notare che avrei sofferto dovendo lasciare questo posto di rilievo: «La vita è fatta di scale, c’è chi sale e c’è chi scende. Però sempre costa scendere», mi dicevano ad Gen's 5-6/2010 — pag. 30 — 148 esperienza esempio. Devo dire francamente che con l’aiuto di Dio non ho avuto nessun problema nel cambiare posto: nella sua volontà non ci sono cose ‘meno importanti”. Veramente si sperimenta che cercare solo la volontà di Dio ci rende liberi e realizzati, al di là degli incarichi e degli eventuali successi o insuccessi. In questo momento sto vivendo un’ultima esperienza che riguarda una possibilità sempre presente nella nostra esistenza, ma che in genere si concretizza in modo imprevisto, non programmato: difficoltà nella salute. Da qualche tempo soffro di diabete. Il medico mi Gen's.5-6/2010 ha spiegato con precisione come devo comportarmi per andare avanti con la maggiore normalità possibile: tenere una dieta adeguata, fare esercizi fisici, mangiare sobriamente cinque volte al giorno. Pure in questo campo è bello vivere la volontà di Dio. Ogni volta che faccio, ad esempio, gli esercizi con la cyclette, mi dico che anche questo può aiutarmi a cercare di realizzare l’esortazione evangelica: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (/ 7$ 4, 3). Enrique Cruz Barrientos — pag. 31 — esperienze 149 Flash di vita od Come discernere la volontà di Dio? Tanti anni fa ho domandato a un amico molto più esperto nelle cose di Dio: «Perché alle volte costa tanto o è così incerto trovare la volontà di Dio?». Mi ha risposto: «Affinché non ci appoggiamo a nessuna sicurezza. Perché la misura del nostro amore è quella di Gesù nel suo abbandono...». Voleva continuare a dirmi altre cose, ma gli ho detto che non c’era bisogno, perché mi bastava quella frase, tanto mi aveva illuminato dentro. E questa risposta è rimasta come “programma” nella mia vita fino ad oggi. Allo stesso tempo, si sperimenta che delle “strade preferenziali” per cercare la volontà di Dio ce ne sono. Una di esse è Dio che agisce e “parla” dentro di noi. “Dobbiamo essere persone guidate dallo Spirito Santo”, dicono i santi. Nel senso di diventare sempre più sensibili nel cogliere e seguire le sue ispirazioni. Pur senza mai assolutizzare, si percepisce che è possibile crescere in questo “ascolto”. E nella misura in cui esso si affina, si avvertono i frutti caratteristici dello Spirito. Impariamo a muoverci nella vita facendo dei passi sempre più giusti nei rapporti che stabiliamo, nelle parole e nei consigli che offriamo, nelle attività che intraprendiamo. Gli altri ci ripetono con sempre maggiore frequenza: “Come fai tu ad arrivare sempre al momento giusto?”, magari con una telefonata, un messaggio, una visita, un’iniziativa... Ciò vale anche ad esempio per le letture che facciamo, in mezzo alle mille sollecitazioni, al poco tempo di cui disponiamo, alla marea di pub- blicazioni che si moltiplicano e tra le quali è difficile orientarsi nello scegliere quelle più adeguate per noi. Quando si segue l’ispirazione dello Spirito anche nei riguardi di una lettura, si avverte che era quella giusta per gli effetti moltiplicatori che produce, perché ci dà la possibilità di consigliarla ad altri che ne hanno bisogno proprio in quel momento, o ci permette di trovare la risposta adatta a una domanda che ci fanno o a una situazione difficile che si affronta... Un altro canale privilegiato per trovare la volontà di Dio, lo sappiamo, è la vita di comunione. Infatti, se ci amiamo come Gesù ci ha insegnato, la presenza da lui promessa quando ci troviamo “nel suo nome” si manifesta più esplicitamente, con i suoi doni tipici. Uno di questi effetti è che si coglie più facilmente cosa Dio sembra chiederci nella nostra vita, globalmente e di fronte a decisioni puntuali che dobbiamo prendere. E la cosa più bella è che troviamo il coraggio e le forze per fare “quel” determinato passo necessario, anche quando si presenta difficile o addirittura eroico. Una cosa però che è stata una sorpresa per me a misura che andavo avanti in questo stile comunionale di vita, è che alle volte, di fronte a una situazione, pur cercando di confrontarci e trovare la strada più adatta “con Gesù in mezzo” a noi, non si vedeva chiaramente come muoversi. Ho constatato che in genere ciò succedeva perché c’era qualche “attaccamento”, qualche desiderio nostro non proprio evangelico (magari di prestigio, o di guadagno, o di rivalsa), che era più forte di “quella voce” di Dio e che non ce la lasciava ascoltare chiaramente. E fin qui è comprensibile. Però altre volte — è questo soprattutto che ha destato il mio stupore —, pur se pare- Gen's 5-6/2010 — pag. 32 — 150 esperienze vano esserci tutte le condizioni favorevoli, la miglior predisposizione da parte di tutti, non si riusciva a discernere quale poteva essere la volontà di Dio. Ho sperimentato che magari da parte di Dio ciò può significare che non è arrivato il momento maturo per fare certe scelte. Oppure in quei momenti costituisce una chiamata a una pazienza attiva e attenta nell'amore finché arrivi il Kairos, cioè il momento e la luce giusti per andare avanti. Tutto insomma può diventare occasione di quel “gioco d’amore” tra Dio e noi, per il quale costituisc è fatta la vita. In quei casi dove appunto si deve prendere una decisione e non si capisce quale può essere la direzione che va maggiormente nel senso del piano di Dio, qualche santo ha consigliato addirittura di cominciare prendendo quella strada che più ci costa («così almeno siamo sicuri di non fare la nostra volontà»). Un consiglio che dava Chiara quando ci troviamo di fronte a un bivio e non capiamo quale strada scegliere, è di dire: Signore, io mi avvio optando per questa direzione... Se non è giusta, fammelo vedere e prendo l’altra». L'ho applicata in qualche episodio della mia vita, con buoni risultati. Enrique Cambén «Chi ascolta voi ascolta me». A quali condizioni? Oggi sono ormai felicemente sacerdote da diversi anni. Quando ero seminarista la spiritualità dell’unità del Movimento dei focolari è stata decisiva per la mia vocazione. Sentivo sempre più forte il bisogno di conoscerla meglio, e trattandosi di una vita per tanti versi nuova ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata frequentare per un anno il centro di formazione alla spiritualità di comunione per seminaristi, che funziona nella cittadella del Movimento a Loppiano, Gen's.5-6/2010 nei pressi di Firenze. Ma per farlo dovevo avere il benestare del vescovo. Ne parlo con i responsabili del seminario che restano un po’ scettici: «Ti dirà di no, ma se vuoi scrivigli». Così faccio. Aspetto una risposta con tantissima ansia. Se questo carisma, che sento come un dono grande di Dio per me, è il carisma dell’unità, io devo fare unità anzitutto con il mio vescovo, qualunque sia la sua risposta. L’attesa è come una morte dentro di me. Solo mi dà un po’ di luce il fatto che, come dice Gesù, «chi ascolta voi, ascolta me». Dunque sarà lui a parlarmi attraverso il mio VESscovo. Il giorno che ci incontriamo mi dà una risposta che in parte appariva negativa, ma allo stesso tempo era bellissima ed è risultata importante per il mio futuro. Più o meno mi dice così: «Per ora non posso lasciarti un anno per fare quell’esperienza formativa, perché ci sono troppe necessità in diocesi, e poi tra un anno vi ordino sacerdoti; in questo tempo voglio avervi vicino. Ma tu continua a vivere questo ideale, sfrutta i tempi liberi per incontrarti con gli altri che lo vivono». E mi spiega perché: «Vedi, per i preti l’unità è fondamentale. Un prete isolato non esiste, il prete diocesano esiste solo inserito in una comunità di sacerdoti raccolti attorno al loro vescovo, come ha affermato il Vaticano II e oggi si reitera nella Chiesa a tutti i livelli. Questa unità è per tutti i sacerdoti, ma il Movimento dei focolari ti insegna a viverla in modo concreto, ti dà la grazia per contribuire a far sì che magari anche altri sacerdoti colgano meglio come va vissuta. E un dono che hai ricevuto non per te stesso, ma per la Chiesa». Tommaso Danovaro — pag. 33 — vita ecclesiale 151 La Chiesa nel mondo od “Cortile dei gentili” È stata creata una sezione speciale del Pontificio Consiglio della Cultura intitolata “Il cortile dei gentili”. Con questo nome gli israeliti indicavano lo spazio del tempio di Gerusalemme, dove potevano accedere non solo gli israeliti, ma tutti coloro che desideravano pregare il Dio a loro sconosciuto. Cosa vuol dire la Chiesa oggi con questa iniziativa? Lo ha spiegato molto bene Benedetto XVI il 21 dicembre 2009 rivolgendosi alla Curia Romana: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. AI dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto». In seguito il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in una delle diverse interviste rilasciate a riguardo, ha commentato: «Mi viene in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cf /s 56, 7; Me 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari este- riori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio». Tra le finalità di questa nuova fondazione, ha aggiunto il cardinale, si trovano il «creare una rete di persone agnostiche o atee che accettino il dialogo», «studiare lo spazio della spiritualità dei senza Dio su cui aveva già indagato la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano», «sviluppare i temi del rapporto tra religione, società, pace e natura». Vuole essere — ha precisato ancora — «lo spazio di un vero dialogo nell’amicizia». Le speranze del Papa «Considero importante soprattutto il fatto che anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti. [...] Quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà. Ma la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure per loro, anche se non possono credere al carattere concreto della sua attenzione per noi. Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere Gen's 5-6/2010 — pag. 34 — 152 vita ecclesiale una casa di preghiera per tutti i popoli (cf /s 56, 7; Mc 11, 17)». Come portare avanti questo dialogo? La presentazione di questo nuovo cammino si farà il 12 febbraio 2011 nell'Aula Magna dell’Università di Bologna. Ma la sua manifestazione più solenne si avrà a Parigi il 24 e 25 marzo 2011. Si tratterà, secondo lo stesso card. Ravasi, di «un evento particolarmente complesso, vasto, perché sono coinvolte le presenze più alte della cultura francese. [...] I momenti fondamentali saranno quattro: il primo sarà alla Sorbona e vedrà un dialogo tra intellettuali; il secondo momento si terrà all’Unesco, dove verrà invece affrontata più la dimensione socio-politico-culturale; il terzo momento sarà rappresentato da un luogo esclusivo, dove saranno per eccellenza i membri ad essere interlocutori e cioè 1’ Accademia di Francia, la celebre Coupole; nel quarto momento, infine, abbiamo voluto Gen's.5-6/2010 allargare questo Cortile ed entrare in un cortile spaziale, l'immensa piazza che si trova davanti alla Basilica di Notre-Dame, dove saranno convocati i giovani, che assisteranno certamente ad uno spettacolo, ma che avranno anche l’occasione per poter varcare — forse — questo Cortile ed entrare — se lo vogliono — credenti e non credenti, all’interno del Tempio, dove la comunità di Taizé preparerà un modulo di preghiera per mostrare anche ai non credenti come il credente invoca il suo Dio». Gli incontri di Bologna e di Parigi saranno solo i primi di una serie di eventi internazionali. Sono infatti già in preparazione progetti per Tirana e Stoccolma e, secondo il cardinale, «si pensa di varcare l’Oceano e di andare in Paesi più remoti, partendo dagli Stati Uniti, dove c’è già un interesse a Chicago e a Washington; e poi ancora in Paesi dove il cattolicesimo non è presente in maniera significativa, ma dove è presente una religiosità di altro genere: pensiamo all’ Asia». a cura di Enrico Pepe — pag. 35 — PERCHE ( (0 I Notizie dal mondo dei seminari - 53 Um | SIANO | | «Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre “la comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa». Così si esprime Benedetto XVI nell’introduzione alla sua lettera del 18 ottobre 2010, indirizzata ai seminaristi all'indomani dell’ Anno sacerdotale. Come risposta, la Segreteria internazionale del Movimento gens, a nome dei numerosi seminaristi diocesani aderenti al Movimento dei focolari, ha scritto al Papa: «Desideriamo ringraziarLa per la sua lettera. L’abbiamo meditata a fondo e ne è seguita una ricchissima condivisione. Desideriamo dirLe tutta la nostra gratitudine per le parole così personali con cui ha voluto illuminarci su tanti temi della nostra formazione, dal senso profondo dell’ Eucaristia alla passione per lo studio. L’Anno sacerdotale appena trascorso ci ha dato l’occasione di conoscere con una luce nuova la vita che ci aspetta nel contesto culturale in cui viviamo: le sue gioie ma anche le difficoltà. In tali condizioni, è motivo di conforto sapere che il Papa ci accompagna con la sua preghiera e con la sua paterna attenzione e l’affetto. Facciamo sempre, seppur nelle piccole cose, l’esperienza di quanto sia difficile incamminarci da soli con radicalità alla sequela di Gesù. Grazie di averci ricordato che il seminario è una “comunità” e che, come tale, dobbiamo vivere l’un per l’altro. E grazie pure per l’apprezzamento e l’amore che Lei ha espresso nei confronti dei Movimenti ecclesiali. Facciamo nostro tutto quanto ci ha detto per essere sin d’ora veri uomini di Dio, “ben preparati per ogni opera buona”. RingraziandoLa ancora una volta di cuore, Le assicuriamo la nostra preghiera, assieme alla ferma decisione di vivere per la comunione fra tutti i seminaristi, nella volontà di Dio e sulla via della santità». a cura della segreteria internazionale del movimento gens Benedetto XVI i seminaristi Gen's 5-6/2010 - 153 — pag. 36 — Vangelo vissuto La gioia del perdonare Ucraina. «Quando siamo arrivati alla frontiera di un Paese vicino, ho chiesto al doganiere il bollettino che bisogna compilare per poter entrare. Lui mi ha risposto duramente e in maniera sgarbata. Iniziavo a sentire molta rabbia, ma subito mi sono ricordato delle parole del Vangelo che ci chiedono di perdonare sempre: “fino a settanta volte sette” (M? 18, 22). Ho compiuto un passo dentro di me e ho perdonato quell’uomo. Subito ho sperimentato una gioia grande. Ho capito così che quando ci lasciamo guidare da Gesù, dalle sue parole, siamo capaci di superare non solo le difficoltà esterne ma anche le debolezze del nostro carattere». (A.K.) Saper perdere Argentina. «Nella parrocchia dove faccio apostolato ogni fine settimana, seguo un gruppo di Azione Cattolica. Dovevamo metterci d’accordo sulla possibilità di vivere una giornata insieme ed è sorta la proposta di fissarla per il 3 luglio. Dentro di me pensavo alla preparazione degli esami e anche alla partita di calcio della Nazionale che si disputava proprio in quel giorno, ma le parole di Gesù “chi perderà la propria vita... la salverà” (Mc 8, 35) mi hanno spinto ad accettare la proposta. Quando sono tornato in seminario e pensavo alla mia agenda per segnare quella giornata, mi è arrivata una telefonata in cui mi si diceva che Gen's 5-6/2010 - 154 l’incontro era stato spostato al giorno 10. Ho gioito nel vedere realizzarsi la Parola di Dio anche in questo piccolo avvenimento e così ho potuto prepararmi all’incontro con più tempo». (C.A.) Nella comunione la libertà Brasile. «Sono arrivato al Centro di spiritualità di comunione “Vinea mea” a Loppiano, nei pressi di Firenze, nel gennaio 2010. Durante i primi due giorni ero un po’ teso, perchè prima di partire dal Brasile avevo rotto il mio orologio, e non avevo fatto in tempo a farlo riparare. La preoccupazione era grande, perchè sono stato sempre guidato dalla precisione negli orari. C’era anche la questione del fuso orario tra il Brasile e l’Italia, che era di cinque ore. Fortunatamente un mio compagno di stanza, avvertendo la mia preoccupazione, mi ha donato uno dei suoi due orologi. Il giorno dopo però l’orologio che gli era rimasto è caduto e il vetro si è frantumato. Dispiaciuto volevo restituirgli quello che mi aveva dato, ma lui mi ha detto: “Questo orologio è tuo, non è più mio, quindi non preoccuparti”. Una settimana dopo ho capito che anch’io dovevo staccarmi da quello che credevo fosse mio. Così gli ho detto parlando del mio portatile: “Questo computer è nostro; quando avrai bisogno, prendilo, pure senza chiedere il permesso!”. La prima settimana è stata difficile, perchè quando desideravo utilizzare il computer, lui l’aveva già preso. Ma è stata una bella esperienza quella di saper perdere, per guadagnare la libertà». (G.S.) Fiducia piena in Dio Romania. «Ho l’incarico di curare il giornalino del nostro seminario. Recentemente è capitato che le cose si sono rallentate al punto che siamo arrivati vicini alla scadenza per consegnare il lavoro. Inoltre, all’ultimo momento, si stava tirando — pag. 37 — Chiara Lubich Ascoltare la voce di Dio VA uoi imparare ad amare? Ad amare Dio, ad amare i fratelli per Lui? Non attendere un istante, non pensare troppo, non fermarti a desiderare di amare, ma ama subito nel momento presente. Ed amare significa fare subito, ora, adesso, în questo minuto, la volontà di Dio, non la tua. La vita non è fatta che di attimi presenti e valgono quelli per chi vuol operare qualcosa. È il presente che conta, il momento che fugge, che per me, per te, per noi, deve esser colto al volo e vissuto bene, fino in fondo, facendo in quello ciò che Dio vuole da noi: studiare, camminare, mangiare, soffrire, godere, giocare... Impara ad ascoltare nel profondo della tua anima la voce di Dio, la voce della coscienza: essa ti dirà ciò che Dio vuole da te in ogni momento. Te la prendi col tuo prossimo? «Attenzione — ti dice la coscienza —, devi amare tutti, persino i nemici...). Hai voglia di saltare nell’ora dello studio? «Attenzione — ti dice la coscienza —, giocherai con più gioia dopo, se ora farai perfettamente il tuo dovere». E così via... Viviamo bene ciò che Dio vuole nel momento presente; e come un punto accanto a un punto fa la retta, momento accanto a momento fa la vita. Da: Ogni momento è un dono. Riflessioni sul vivere nel presente, Città Nuova, Roma 2010, pp. 87-88. per le lunghe un lavoro che si sarebbe potuto fare in pochi minuti. L'atmosfera diventava tesa e stressante. Per un istante è passata per la mia mente la frase del Vangelo “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Ho ripreso la speranza e sono riuscito a mettere tutto nelle sue mani. Dopo aver finito, ho sentito una grande soddisfazione e la gioia d’aver imparato molto da quest'esperienza». (I.B.) La mia vocazione e Chiara Luce Badano Slovenia. «Dopo il liceo mi sono iscritto al corso di teologia. Durante quel periodo ho riflettuto a lungo sull’entrata o no in seminario, poi sono venute le vacanze estive e non ho voluto più pensarci. Ho parlato con tutti i miei compagni che mi dicevano: “Se diventerai sacerdote, non avrai prospettiva, successo...”. Davanti a tanti dubbi, avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse a capire se dovevo compiere questo passo. Assieme ad altri giovani siamo andati alla beatificazione di Chiara Luce Badano il 25 settembre scorso. Sentendo raccontare la sua vita sono rimasto molto colpito da come lei in quei venticinque minuti (Cf Michele Zanzucchi, Io ho tutto. I 18 anni di Chiara Luce, Città Nuova, Roma 2010, p.33) ha detto il suo sì. Accettando la morte per Gen's 5-6/2010 - 155 — pag. 38 — vivere, si è spenta per vivere in Gesù. Mi facendo resistenza? Ho pensato che potevo sono chiesto: com'è riuscita così in fretta, in fare questo passo con Chiara Luce e mi appena 25 minuti, a scegliere di donarsi sono deciso a entrare in seminario». tutta a Dio, mentre io già da mesi sto (T.P.) 66 L'importante è fare la volontà di Dio: io magari avevo altri piani su di me, ma Dio ha pensato a questo... Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Magari potrei restare su questo letto ancora per anni... non lo so. A me interessa solo la volontà di Dio, far bene quella, nell’attimo presente, stare al gioco di Dio 99 Notizie flash Se vuoi comunicarci tue impressioni, esperienze, domande, puoi indirizzarle a: c. p. 31, 00046 Grottaferrata (Roma), Italia. E-mail: gens@focolare.org Segreteria intermazionale del Movimento gens, Gen's 5-6/2010 - 156 Chiara Luce Badano Da: inserto della rivista gen, nn. 10-12, ottobre 2010. Tra la fine dei mesi di novembre e dicembre si sono svolti vari incontri di seminaristi per fomentare la vita di comunione e del Vangelo vissuto. Africa dell'Est. Per iniziativa del Centro di spiritualità di comunione della cittadella del Movimento dei focolari in Nairobi, si sono organizzati due corsi. Il primo, nel sud della Tanzania, dove si sono incontrati 15 seminaristi e due giovani religiosi per riflettere insieme su come discernere meglio la volontà di Dio; a conclusione era chiaro per loro che Dio si aspetta prima di tutto una vita fraterna concreta. Il secondo, in Kenya a Nairobi; hanno partecipato 14 seminaristi provenienti da quattro seminari. In una delle serate hanno visto il videodocumentario su Chiara Luce Badano e uno di loro ha commentato: «Voglio fare della vita di Chiara Luce una sfida per tutta la mia vita. E vero che è possibile diventare santi alla nostra età». (L.S.) Polonia. Nel Centro di spiritualità di comunione per sacerdoti e seminaristi diocesani “Giovanni Paolo II°’, nella cittadella del Movimento dei focolari vicino Varsavia, si sono trovati per quattro giorni 16 seminaristi di sette seminari. Un percorso fatto di condivisione, di approfondimenti, di momenti vissuti insieme. Sorprendente la prontezza nel servire anche nelle piccole cose: lavare i piatti, sbucciare le patate, fare pulizia, ecc. Alcuni hanno commentato: «Dopo questi giorni mi sono accorto che i rapporti con i compagni di seminario sono molto deboli. Ciò prima non mi disturbava. Adesso ho capito che devo fare qualcosa per migliorarli»; «Mi sono innamorato di Chiara Luce Badano, mi attira questa persona, la sua spiritualità espressa nell’amore semplice». (Z.W.) Svizzera. Alla fine dell’anno, 50 sacerdoti e 6 seminaristi si sono ritrovati insieme per vivere tre giorni di riposo e di ritiro: «Tutti erano entusiasti per il clima bellissimo di comunione fra seminaristi e sacerdoti giovani e anziani». (R.B.) — pag. 39 — segnaliamo 157 Perché vinca l’amore Prepararsi alla Pasqua Un testo breve ma bello e coinvolgente. Non si tratta di semplici esortazioni, ma di un dialogo che l’autore, vescovo di Latina-Terracina-Sezze- Priverno, ha cercato di intessere con i suoi diocesani in occasione delle feste pasquali. Il linguaggio è volutamente semplice, ma il contenuto è profondo e apre la via a chi vuol vivere un cristianesimo autentico nel mondo di oggi. L’autore, oltre che pastore, è anche psicologo e teologo ma, pur mettendo a frutto questi doni della sua cultura, non ne fa sfoggio. Per questo la lettura è attraente, il pensiero profondo ma comprensibile, e spontaneamente nasce il vivo desiderio di andare dietro a Gesù. L’invito a salire con lui il Calvario non spaventa, ma fa intravedere nel mistero pasquale la nostra piena realizzazione come individui e come comunità. Anche solo scorrendo i titoli dei 10 capitoletti ci si rende conto del cammino pasquale che il lettore è invitato a percorrere, affrontando con lucidità e sapienza i problemi concreti della vita quotidiana, come la libertà, il dolore, la gioia, l’amicizia autentica che nasce dal Vangelo vissuto. Non è un libro pietistico, ma lo definirei un “moderno trattatello sapienziale”. Chi lo legge scopre i tesori depositati nel cuore della Chiesa dai carismi più moderni, spesso sconosciuti. La riscoperta delle possibilità concrete di poter tradurre in vita il Vangelo negli ambienti dove si svolge la nostra vita quotidiana, apre i cuori alla speranza di poter contribuire alla nascita di un mondo nuovo. In tutto il testo c’è una nota di particolare attualità: la scoperta di poter fare il cammino della vita mai da soli, ma insieme ai fratelli e alle sorelle che Dio ci pone quotidianamente accanto. Allora anche le persone che spesso possono sembrarci di ostacolo, si rivelano preziosi doni di Dio, anzi “la nostra fortuna”. È la scoperta della Chiesa viva, fatta di santi e peccatori che, dandosi la mano, si purificano e si aiutano attualizzando in continuazione la parabola del figliol prodigo. A un dato punto l’autore racconta: «Un bravo sacerdote, nella mia città di origine, raccoglieva questa spiritualità evangelica in una frase-sintesi che amava ripetere spesso. Mi è rimasta molto impressa e, a mia volta, l’ho adottata e diffusa. Essa suona così: “Prima Dio, poi tu, poi io...”. Questa formula così semplice e profonda, racchiude un programma di autentica vita cristiana, e, proprio per questo, contiene il segreto della vera gioia e di una serena fraternità. Tuttavia, per essere efficace e portare frutti di comunione, richiede di essere prati- cata integralmente, rispettando la “successione delle precedenze” e le dovute modalità». È questo il cammino che l’autore ci invita a percorrere sulle orme di Gesù per la felicità nostra e altrui. Enrico Pepe PETROCCHI GIUSEPPE Perché vinca l’amore — Prepararsi alla Pasqua Città Nuova, Roma 2011, 92 pp., € 7,00. Gen's 5-6/2010 — pag. 40 — 158 INDICE ANALITICO 2010 Per la consultazione è da tener presente che, all’interno delle singole tematiche, gli autori appaiono in ordine alfabetico. All’autore, titolo e sottotitolo, seguono il numero dell’anno, quello del fascicolo e infine quello della pagina. Alcuni titoli ricorrono sotto più voci. SPIRITUALITÀ La volontà di Dio e la santità VOCE Maria La volontà di Dio nel pensiero e nella vita di Chiara Lubich. Un approfondimento della spiritualità dell’unità. 2010/5-6/124 Gesù abbandonato COLA Silvano Tutto crolla oggi? Una lettura delle sfide ecclesiali alla luce del mistero pasquale. 2010/3-4/66 ASPETTI DELLA VITA CRISTIANA Spiritualità e vita di preghiera CAMBÒN Enrique Onnipotenza d’amore. Editoriale. 2010/5-6/121 COLA Silvano Semi di civiltà trinitaria. 2010/5-6/123 Natura e vita fisica CARPANESE Eraldo Una storia di luce. Anche le malattie rientrano nel disegno di Dio sull’umanità. 2010/5-6/143 CRUZ BARRIENTOS Enrique È la volontà di Dio che ci fa santi. Un cammino possibile a tutti. 2010/5-6/146 Gen's 5-6/2010 indice DIAS YEPES Christian «La tua piccola scintilla accenderà un grande fuoco». Dio scelto al di sopra di tutto, al cospetto della malattia. 2010/3-4/63 VITA DELLA CHIESA Documenti BENEDETTO XVI Una vera «rivoluzione dell’amore» 2010/1-2/3 Sacerdoti BENEDETTO XVI È importante che cosa sei, non tanto che cosa fai. Dal discorso ai sacerdoti di Diocesi di Aosta. 2010/3-4/55 La fede libera dalla solitudine e unisce. Dal discorso ai sacerdoti di Aosta. 2010/3-4/69 Nel seme è presente il futuro. Dal discorso ai sacerdoti di Aosta. 2010/3-4/81 Dove andiamo, Santità? In quale direzione? Risposte alle domende dei sacerdoti, durante la veglia in Piazza S. Pietro (10 giugno 2010). 2010/3-4/101 «Non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato la via». Omelia durante la Concelebrazione in Piazza S. Pietro (11 giugno 2010). 2010/3-4/109 BECK Ruedi «E voi tutti siete fratelli...». Pastorale con l’audacia del Vangelo in contesto multietnico. 2010/3-4/88 BERTONE Card. Tarcisio Sacerdoti, uomini di comunione. 2010/3-4/53 BLAUMEISER H., GANDOLFO T,, PEPE E. (a cura di) «Sacerdoti oggi». Una sintesi di impressioni dei partecipanti. 2010/3-4/98 CAMBÒN Enrique e SCHROTT Marco Sacerdoti per l’umanità di oggi. Editoriale. 2010/3-4/51 CAMBÒN Enrique «Preti in un mondo che cambia». Atti di un Seminario di studio sull’identità del sacerdozio ministeriale. 2010/3-4/114 CARPANESE Eraldo Una storia di luce. Anche le malattie rientrano nel disegno di Dio sull’umanità. 2010/5-6/143 DANOVARO Tommaso «Chi ascolta voi ascolta me». A quali condizioni?. 2010/5-6/150 — pag. 41 — indice 159 DIAS YEPES Christian «La tua piccola scintilla accenderà un grande fuoco». Dio scelto al di sopra di tutto, al cospetto della malattia. 2010/3-4/63 ERRAZURIZ Card. Francisco Javier Discepoli e missionari. Testimonianza teologica. 2010/3-4/84 FAULHABER Kurt L’agire di Dio nella nostra comunità. Una parrocchia documenta la sua esperienza con Dio. 2010/3-4/86 HAGEMANN Wilfried Klaus Hemmerle: Un vescovo «come Dio vuole». Vivere nella quotidianità «il mio cibo è fare la volontà del Padre». 2010/5-6/138 GRECH Mons. Joseph Ben più che operatori sociali. L'azione dello Spirito nella vita presbiterale. 2010/3-4/58 HUMMES Card. Claudio Per una rinnovata Pentecoste. Prospettive innovative 2010/3-4/96 KAPPES Helmut «Perché la notte era così lunga? ». Con l’aiuto della sua comunità, un sacerdote supera l’alcoolismo. 2010/3- 4/62 KENTENICH Josef Presbiteri per un mondo nuovo. Il tipo profetico del sacerdote. 2010/3-4/83 LUBICH Chiara Portare Dio a chi non lo conosce. Con la misura d’amore di Gesù abbandonato. 2010/3-4/82 KIM Card. Stefano «Il vero vescovo della mia diocesi è Gesù». Un vescovo di fronte ai mille problemi da affrontare. 2010/3- 4/63 KISS Imre e KOPASZ Istvàn Senza famiglia? Dopo il comunismo la sfida dell’individualismo. 2010/3-4/74 NIYONGABO, MANIRAMBONA, BIGIRINDAVYI Martiri della fraternità. Testimonianza di tre sopravissuti, ora sacerdoti. 2010/3-4/56 PÒSA Laszlé Cellule vive che testimoniano Dio. Sacerdoti e laici in parrocchia: corresponsabili. 2010/3-4/78 PURCELL Brendan «Gesù mi chiedeva: mi ami?». Nuova e più profonda scelta del celibato. 2010/3-4/60 SANNA Mons. Ignazio L'identità dei presbiteri: una molteplice trama di rapporti. Contributo teologico. 2010/3-4/70 SEMENTILLI Dante e QUATTROCIOCCHI Franco «Far casa» ai sacerdoti. Tasselli di fraternità vissuta. 2010/3-4/76 SPAKI Mario Pietra su pietra: la forza della comunione. Finire la cattedrale, occasione per evangelizzare. 2010/3-4/72 Seminari e vocazioni AA. VV. Notizie dal mondo dei seminari — 52. 2010/1-2/45 Notizie dal mondo dei seminari — 53. 2010/5-6/155 Testimonianze CAMBÒN Enrique Come discernere la volontà di Dio? Flash di vita. 2010/5-6/146 VIE DELLA PASTORALE Impegno socio-politico BACELAR Antonio I poveri: protagonisti del proprio sviluppo. «Ero straniero...»): un fenomeno epocale sempre più ampio, affrontato dalla Caritas in Veritate. 2010/1-2/38 BEGHINI Renzo Valore teologale dell’impegno per la giustizia. La carità nella verità: fonte di creatività e progettualità condivisa. 2010/1-2/38 BELDERRAIN Juan E. Una diversa logica economica. Contributo originale della Caritas in Veritate vista dai Paesi poveri. 2010/1- 2/22 BENEDINI Mario Il Vangelo: «codice» della trasformazione sociale. È possibile una pastorale sociale senza essere strumentalizzati politicamente? 2010/1-2/35 CAMBÒN Enrique Cristianesimo e società. Editoriale. 2010/1-2/1 Comunione trinitaria e sviluppo sociale. Chiave di lettura della Caritas in Veritate. 2010/1-2/7 CATALDI Mario e CAPPELLA Alessandro (a cura di) Una città si trasforma. Il Vangelo come fermento di fraternità. 2010/3-4/90 FATUZZO Marco Scuole per politici «nuovi». «Anche la politica ha bisogno di persone aperte all’amore reciproco» (CV 39). 2010/1-2/30 Gen's 5-6/2010 — pag. 42 — 160 indice GIORDANO Aldo Sviluppo: questione radicalmente culturale. Sguardo sull’enciclica Caritas in Veritate a partire dall'Europa. 2010/1-2/14 LUBICH Chiara Economia di comunione nella libertà. Idee e principi per una nuova economia. 2010/1-2/4 ZANI Vincenzo Dimensione educativa della Caritas în Veritate. Lo sviluppo integrale come amore sociale. 2010/1-2/25 Dialogo col mondo contemporaneo PEPE Enrico (a cura di) Il “Cortile dei gentili”. Vita ecclesiale. 2010/5-6/151 TEOLOGIA E CULTURA Antropologia e morale CODA Piero Elezione e grazia. La prossimità di Dio e l’esercizio della libertà. 2010/5-6/131 ZANI Vincenzo Dimensione educativa della Caritas în Veritate. Lo sviluppo integrale come amore sociale. 2010/1-2/25 Dottrina sociale BELDERRAIN Juan E. Una diversa logica economica. Contributo originale della Caritas in Veritate vista dai Paesi poveri. 2010/1- 2/22 Gen's.5-6/2010 CAMBÒN Enrique Cristianesimo e società. Editoriale. 2010/1-2/1 Comunione trinitaria e sviluppo sociale. Chiave di lettura della Caritas in Veritate. 2010/1-2/7 GIORDANO Aldo Sviluppo: questione radicalmente culturale. Sguardo sull’enciclica Caritas in Veritate a partire dall'Europa. 2010/1-2/14 LUBICH Chiara Economia di comunione nella libertà. Idee e principi per una nuova economia. 2010/1-2/4 Mondo dell’arte GEN VERDE (Gruppo musicale) Come il Pellicano. Canzone composta per l’incontro “Sacerdoti oggi”. 2010/3-4/67 Send us forth. Canzone ispirata a pensieri di P. Josef Kentenich. 2010/3-4/92 RUBRICHE Segnaliamo CAMBÒN Enrique «Preti in un mondo che cambia». Atti di un seminario di studio sull’identità del sacerdozio ministeriale. 2010/3- 4/114 PEPE Enrico Perché vinca l’amore. Prepararsi alla Pasqua. (G. Petrocchi). 2010/5-6/153 REDAZIONE (a cura della) Libri sull’economia di comunione. 2010/1-2/44 — pag. 43 — testatina 161 Gen's 5-6/2010 — pag. 44 — 162 testatina Gen's.5-6/2010 — pag. 45 — testatina 163 Gen's 5-6/2010 — pag. 46 — 164 testatina Gen's.5-6/2010 — pag. 47 — testatina 165 Gen's 5-6/2010 — pag. 48 — 166 testatina Gen's.5-6/2010 — pag. 49 — bimestrale