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«Quegli anni puoi dimenticarli!»

Flash di vita · Gen's 5/2003, pp. 131–132

Tarcisio Piccolin

Da giovane sono andato sempre alla ricerca di qualcosa di spiritualmente profondo. Ho frequentato assiduamente la comunità dei Trappisti alle Tre Fontane a Roma. Unica condizione per essere accolto fra loro era la benedizione del vescovo, che non è mai arrivata.

E oggi gli sono profondamente grato, perché riconosco che la sua decisione è stata dettata dallo Spirito.

Ho cercato anche l’Istituto sacerdotale del Beato Alberione, ma erano poche le occasioni di incontro.

Sentivo un grande bisogno di spiritualità e di comunione, ma gli anni passavano, le cose mi sembravano andassero di male in peggio e la mia vita mi pareva un fallimento.

Un giorno, nel 1967, una suora della parrocchia venne per qualche giorno in vacanza e per l'occasione fece visita a me, parroco. Mi raccontò della Mariapoli. Ascoltai in silenzio, a lungo, come mai avevo fatto prima. Mi aveva incuriosito e subito decisi d’andare a vedere di persona. Andai e fu un momento di Dio.

Per la prima volta, in maniera forte e seria, compresi che Dio è Amore, che essere cristiani significa amare. E pian piano il mio atteggiamento cominciò a cambiare, senza sforzi, senza pose, senza scopi particolari, quasi senza avvedermene.

Cambiarono i miei rapporti con i più vicini: con i confratelli nel sacerdozio. Riscoprivo la bellezza e la profondità della preghiera sacerdotale di Gesù, fatta prima di tutto per noi: «Padre, che siano una cosa sola come io e te siamo una cosa sola». Da allora ho cercato di mantenere sempre vivo fra noi un rapporto “trinitario”, sapendo che siamo un dono l'uno per l’altro per poter realizzare concretamente l’unità.

La presenza di Gesù nella fraternità presbiterale è stata la mia guida in questi anni. È sono molto contento di poterne dare testimonianza, perché è un dono che abbiamo ricevuto gratuitamente e gratuitamente dobbiamo partecipare a quanti sono contenti di accoglierlo per camminare insieme.

Uno dei vescovi succedutisi in questi anni, in una recente conversazione con i superiori del seminario, ha detto: «L'unità voluta da Gesù non è funzionale a niente», facendoci notare che non dobbiamo cercarla perché fa bene, per lavorare meglio, per produrre di più anche sul piano pastorale, per poter meglio ordinare il lavoro ecc. “Essere uno” è una grazia che vale per se stessa, l’unità è la realizzazione del sogno di Gesù, perché è la presenza del Signore fra i suoi.

Che poi questa presenza porti i frutti dello Spirito (gioia, pace, armonia, serenità, conversioni) e rinnovi le strutture ecclesiali, è una conseguenza logica e sperimentata.

Dopo l’incontro con la spiritualità dell’unità è cominciato per me un periodo nuovo. Non è che mi sentissi chissà chi, anche perché i fallimenti non mancavano così come non mancano tuttora, ma qualcosa di profondo era penetrato dentro di me. Ho cominciato a capire che anche da me prete l’unica cosa che Dio voleva era: «Questo é il mio comandamento: amatevi come io ho amato voi».

Prima spesso soffrivo e magari reagivo male in chiesa quando contavo quelli che c'erano, per lamentarmi di quelli che non c'erano. Poi cominciai ad amare quelli che c'erano e a considerare quelli che non erano venuti come fratelli da amare ancora di più.

Ricordo la gioia di un uomo che non veniva mai a messa e che vedevo spesso al lavoro nei campi nei giorni festivi lungo la strada che percorrevo per andare a celebrare in una frazione. Cominciai a salutarlo con un cenno della mano o del capo. Fu l’inizio di un rapporto che mi diede la possibilità di assisterlo nel momento più importante della sua vita.

O quando mi vidi morire fra le braccia un uomo che non frequentava la Chiesa, ma mi aveva fatto chiamare in ospedale durante la notte, perché gli fossi vicino. E questo proprio per un rapporto ricucito, frutto di questo nuovo stile di vita.

Un giorno, due anni dopo questo mio cambiamento di rotta, entrando in un bar insieme ad un amico di altre convinzioni, questi mi chiese: «Quanti anni sono che sei in questa parrocchia?». «Dodici», gli risposi. E la signora del bar che ci preparava il caffè intervenne: «Dica due, perché gli altri può dimenticarli!». Eppure anche i precedenti erano stati anni di impegno, di preghiera, di zelo, ma forse con poco amore.

Un signore, ricordando l'intransigenza con la quale l'avevo trattato in occasione del suo matrimonio, non aveva più messo piede in chiesa. Ora in un locale pubblico, quasi piangendo, mi ha ringraziato per il modo nuovo con cui si sentiva da tempo trattato, salutato e rispettato.

E un altro: «Lei sa che io non sono credente, ma mia moglie (divorziata da un precedente matrimonio) si chiede perché non può fare la comunione». E nato un dialogo aperto, nella verità, ma soprattutto nella carità. Da allora, molto spesso accompagna la figlioletta alla messa. «Vengo volentieri — commenta — non solo per accompagnare Silvia, ma perché mi piace sentire quello che dice, suona nuovo rispetto a prima».

Pochi mesi fa ho avuto un incontro importante con un signore un po' anziano, ma costretto ancora a lavorare. La moglie sudafricana è protestante. Gli ha portato in dote una figlia, ma poi ci sono altri 3-4 figli adottivi e ancora un nipotino da crescere. Sono sorti problemi di droga, furti, prigione. L'aver accolto il nipotino gratuitamente nella scuola materna, averlo aiutato a pagare la bolletta della luce in una circostanza particolare, la mia visita alla sua famiglia, lo hanno toccato e mi dice fra le lacrime: «Se questo è il Vangelo, allora ho capito e sento forte il bisogno di incontrare questo Dio».

Cosa vorrà il Signore da tanti e tanti altri ancora, non lo so e non me lo chiedo: lo sa Dio. Quello che mi dà pace ed anche gioia nei miei rapporti con i cosiddetti “lontani” — ma poi chi è “lontano”? — è di amarli senza secondi fini.

Con questa luce, anche se spesso non ci sto dentro per la mia mancanza di docilità al Vangelo, posso dire: «Grazie, Signore, di questo bel mondo, dove anch'io posso partecipare all'avventura della tua storia d'amore per noi».

Tarcisio Piccolin

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Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).

Sommario di Gen's 5/2003 – La comunione nei nostri presbiteri
  1. 105Istituzione vs. comunione?Enrique Cambòn
  2. 107L’Eucaristia e l’unitàIgino Giordani
  3. 108La via della comunioneHubertus Blaumeiser
  4. 116«Il sacerdote: l’uomo dei rapporti profondi»Enrique Cambòn
  5. 122Perle sconosciuteRedazione (a cura della)
  6. 124La «Via Mariae» e i sacerdotiGino Galante
  7. 126Vivere con Gesù in mezzo a noiGiuseppe Bernardi e Francesco Soccol
  8. 130Amare tutti, amare per primoDaniele Rinaldi
  9. 131«Quegli anni puoi dimenticarli!»Tarcisio Piccolin
  10. 133Notizie dal mondo dei seminari — 37AA.VV.

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