Per una Chiesa in cammino insieme ai migranti e agli sfollati
di Amaya Valcárcel
Il presente articolo offre la visione della Chiesa riguardo ai migranti e rifugiati e parla dell’impegno di diverse realtà ecclesiali nel mondo per rispondere, con atti concreti, all’appello di Gesù nel Vangelo e alle indicazioni della dottrina sociale della Chiesa. Amaya Valcárcel, avvocato di nazionalità spagnola, è ricercatrice al Dipartimento ricerca e riflessione del Dicastero per lo sviluppo umano integrale. Lavora al Jesuit Refugee Service e insegna diritto internazionale delle migrazioni presso l’Università pontificia Comillas in Spagna.
La speranza è il messaggio centrale del Giubileo. Papa Francesco ci ricorda nella bolla d’indizione «Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé» (Spes non confundit, 1).
Spostiamoci nello Stato del Nilo Blu, in Sudan. Da lì, Aamira e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali aveva un anno e sei mesi, sono fuggiti quando è scoppiata la guerra civile nel 2012. Sono partiti con i soli vestiti che avevano addosso e hanno trascorso nove giorni nella boscaglia senza cibo, acqua o medicine prima di raggiungere un villaggio al confine con il Sudan. Lì sono rimasti per un anno, prima di trasferirsi nel campo profughi di Gendarussa a Maban, in Sud Sudan, dove vivono tuttora.
La vita in un campo profughi è dura, ma Aamira, costretta a sposarsi all’età di 14 anni e ad abbandonare la scuola, ha deciso di inseguire il sogno della sua vita: diventare insegnante. Si è iscritta a un programma quadriennale di formazione per insegnanti gestito dal Servizio dei Gesuiti per i rifugiati (Jrs) e ha ottenuto un certificato in educazione dall’Università di Juba. Ora insegna in due scuole primarie del campo. «Per me l’istruzione è tutto», dice.
Aamira è un esempio concreto di chi non si è arreso al pessimismo e invece rianima la speranza; mette in atto l’appello di Francesco: «Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza» (ibid.).
Rifugiati e sfollati interni: le cause
Il numero di persone sfollate forzatamente a causa di guerre, conflitti armati, persecuzioni e violenze come Aamira ha raggiunto i 120 milioni alla fine del 2024 e continua a crescere. Secondo le Nazioni Unite, questa cifra comprende 71 milioni di sfollati interni, 37 milioni di rifugiati e 7 milioni di richiedenti asilo oltre a tante persone apolidi. I Paesi a basso e medio reddito ospitano il 75 per cento degli sfollati forzati e detengono una quota sproporzionata della popolazione mondiale sfollata rispetto alle dimensioni della loro popolazione e alle risorse disponibili.
Le cause più comuni della migrazione forzata sono:
– povertà e disuguaglianza, esacerbate da fattori quali la corruzione e la mancanza di infrastrutture;
– conflitti armati, come in Myanmar, Iraq o Sudan, il Paese dal quale è fuggita Aamira e dove oggi sono circa 12 milioni e 400 mila gli sfollati forzati, con l’aggravante di carenze di governance e di lotte di potere regionali;
– la crisi climatica, con l’innalzamento del livello del mare, eventi meteorologici estremi e la siccità, che costringono le persone a spostarsi;
– le violazioni dei diritti umani, tra cui lo sfollamento forzato o le violenze sessuali come strategie di guerra;
– il commercio delle armi, che esacerbano i conflitti e l’insicurezza;
– l’accesso alle risorse naturali, sfruttate da aziende occidentali e non, come uno dei principali fattori di conflitto che perpetua la violenza e le violazioni dei diritti umani da parte di élite corrotte e gruppi armati, come avviene, per esempio, nella Repubblica Democratica del Congo;
– l’accesso all’acqua, diventato una fonte di tensione globale, resa più grave dalla crisi climatica e dall’aumento della domanda;
– le dispute sulla terra e l’accaparramento delle terre che portano alla povertà estrema e, combinate con l’inefficienza del governo, alimentano la criminalità organizzata quale il traffico di droga, l’estorsione e la tratta di esseri umani.
Migrazioni: un’opportunità per lo sviluppo dei popoli
Oltre i 120 milioni di migranti forzati, le Nazioni Unite stimano che ci siano nel mondo circa 281 milioni di migranti internazionali che – secondo i dati del Rapporto mondiale sulle migrazioni 2024 dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni – rappresentano il 3,6 per cento della popolazione globale.
Va tenuto presente che la migrazione internazionale rimane un motore dello sviluppo umano e della crescita economica, come dimostra l’aumento di oltre il 650 per cento delle rimesse internazionali – cioè dei trasferimenti di denaro o beni che lavoratori e lavoratrici espatriati inviano nel proprio Paese d’origine – passate da 128 miliardi di dollari nel 2000 a 831 miliardi nel 2022. Di questi 831 miliardi, 647 sono stati inviati dai migranti in Paesi a basso e medio reddito dove possono costituire una parte significativa del Pil, superando, a livello globale, gli investimenti diretti esteri in quei Paesi.
Verso le soluzioni: il Giubileo come invito a diventare segni di speranza
Nella maggior parte dei casi, le cause sopra indicate sono interconnesse. Per affrontarle è necessario un impegno politico e socio-economico per promuovere la pace, la giustizia e lo sviluppo integrale di tutti, secondo le linee indicate dal magistero della Chiesa nelle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.
Facendo eco alla parola antica dei profeti, il Giubileo ricorda che i beni della terra non sono destinati a pochi privilegiati, ma a tutti. Francesco invita quindi le nazioni più benestanti a risanare «i debiti iniqui e insolvibili» di Paesi che mai potrebbero ripagarli e rinnova l’appello a impiegare il denaro che a oggi si spende nelle armi e in altre spese militari favorendo invece la costituzione di «un Fondo mondiale per eliminare la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa»(Spes non confundit, 16; FT 262).
Quanto ai migranti, Francesco incoraggia tutti i cattolici e le persone di buona volontà a rispondere con coraggio alle sfide, in linea con il Vangelo di Gesù e il magistero della Chiesa, attraverso la cultura dell’incontro mettendo in atto una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare.
La risposta dei cristiani, agenti di speranza accanto agli sfollati
Si possono distinguere quattro tappe dell’esperienza migratoria: il momento della partenza dal luogo di origine, il transito in un territorio determinato, l’arrivo, cui segue il processo d’integrazione e, infine, il ritorno in patria, per chi decide o è costretto a farlo. I cristiani, presenti in ogni angolo del pianeta e radicati nelle realtà che la gente vive, sono attori in prima linea nella protezione e nell’assistenza agli sfollati in ognuna di queste tappe.
Nei luoghi più remoti e nascosti possiamo incontrare religiose di diverse Congregazioni che svolgono un lavoro silenzioso, come ad esempio nelle rotte migratorie che partono dai Paesi del Sudamerica e Centroamerica verso il Messico e gli Stati Uniti. Lì, tante suore aiutano donne intrappolate nelle reti della tratta ed entrano coraggiosamente in contatto con le reti criminali.
Organizzazioni e associazioni cattoliche come la Caritas, gli Scalabriniani, il Jesuit Refugee Service (Jrs), Franciscans International o la Comunità di Sant’Egidio intervengono sia a livello locale che internazionale. Ciò fa sì che possano amplificare con credibilità la voce dei migranti nei luoghi decisionali delle Nazioni Unite a Ginevra o a New York, dei singoli governi e delle istituzioni regionali. Difendono i diritti dei migranti, come quello all’istruzione, all’asilo, a non essere incarcerati per il semplice fatto di essere migranti. Ad esempio, gli Scalabriniani offrono sia un servizio diretto ai migranti e ai rifugiati in tanti Paesi, sia analisi approfondite sulla realtà e le sfide migratorie attraverso i loro numerosi centri di ricerca. Jrs è presente in più di 50 Paesi e la sua priorità è l’educazione di qualità, sia dei bambini che degli adulti che, come Aamira, vogliono essere istruite durante gli anni in esilio. Sant’Egidio, insieme alla Chiesa evangelica e alla Chiesa valdese, da anni ha messo in atto i corridoi umanitari, offrendo un’alternativa di arrivo sicuro e legale a migliaia di rifugiati vulnerabili che altrimenti rischierebbero la vita nel Mediterraneo percorrendo rotte pericolose.
Per dare risposte efficaci, queste realtà ecclesiali sono chiamate a lavorare insieme e a coordinarsi. Anni fa, auspicata dall’Unione delle superiore maggiori (Uisg), si è creata un’efficace rete contro la tratta – Talitha Kum – che unisce la conoscenza profonda delle sfide e dei sogni delle vittime della tratta con il lavoro di advocacy e comunicazione per porre fine a questa nuova forma di schiavitù.
Grazie al lavoro delle Chiese locali, le Conferenze episcopali e le diocesi hanno sviluppato con gli anni una grande esperienza nell’articolare risposte pastorali adattate alla realtà e al contesto locale. Inoltre, ci sono tante parrocchie, movimenti ed associazioni di laici che proteggono e assistono i migranti. Tutti possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo, anche solo creando legami di amicizia con i migranti che vivono nei nostri quartieri.
Al servizio delle Chiese locali:
il Dicastero per lo sviluppo umano integrale
L’accompagnamento pastorale della Chiesa verso gli sfollati è una delle aree prioritarie affidate al Dicastero che accompagna e ascolta da vicino le diverse realtà ecclesiali, promuovendo il dialogo e il lavoro congiunto fra i vescovi che condividono simili sfide. Grazie ai contatti fra le Chiese, vengono in rilievo riflessioni e buone pratiche utili ad altre regioni, come recentemente la Carta pastorale sui migranti pubblicata dal Celam sulle sfide migratorie in America Latina. Diventa possibile così elaborare orientamenti pastorali da offrire alle Chiese locali cui riferirsi nello sviluppo di programmi adatti, di iniziative di formazione e della comunicazione attraverso i media. Tutto ciò è supportato dai Messaggi del Santo Padre in occasione delle Giornate mondiali dei migranti e dei rifugiati che il Dicastero condivide e diffonde. I loro titoli fanno ben capire la visione di Francesco: Verso un noi sempre più grande (2021); Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati (2022); Liberi di scegliere se migrare o restare (2023); Dio cammina con il suo popolo (2024).
Leggiamo nel Messaggio per la Giornata del 2024: «Dio non solo cammina con il suo popolo, ma anche nel suo popolo, nel senso che si identifica con gli uomini e le donne in cammino attraverso la storia – in particolare con gli ultimi, i poveri, gli emarginati – […]. Allora ogni incontro, lungo il cammino, rappresenta un’occasione per incontrare il Signore; ed è un’occasione carica di salvezza, perché nella sorella o nel fratello bisognoso del nostro aiuto è presente Gesù. In questo senso, i poveri ci salvano, perché ci permettono di incontrare il volto del Signore»1.
Animati da questa speranza camminiamo, insieme ad Aamira e ai suoi dieci figli, verso un mondo dove tutti viviamo veramente come fratelli e sorelle.
1 Papa Francesco, Dio cammina con il suo popolo, Messaggio per la 110ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2024, 29 settembre 2024.