La Chiesa nel mondo · Gen's 2/2002, p. 68
Giovanni Paolo II
«Ci auguriamo che la nostra presenza qui possa contribuire a realizzare il suo scopo e aprire una nuova era d’amore e di collaborazione efficace tra le nostre due Chiese». Dalle parole del capo-delegazione della Chiesa ortodossa di Grecia, il metropolita Panteleimon, si coglie la dimensione “storica” di questa visita, la prima della Chiesa ortodossa di Grecia, alla Santa Sede.
L'indirizzo rivolto al Papa rivela la gratitudine per questo invito e ricorda l'emozione del pellegrinaggio del Papa ad Atene lo scorso anno. Non tace la travagliata storia di questi 10 secoli di separazione «caratterizzati da molti errori e sofferenze» che hanno provocato «non senza ragione in gran parte del popolo, del clero e soprattutto tra i monaci, un clima di sfiducia e di sospetto verso la cristianità d’occidente».
Ma all’alba del XXI secolo — afferma il metropolita «è nostro dovere ritornare al cammino comune dei primi secoli». «Ora — ha aggiunto — dobbiamo inaugurare una collaborazione su questioni pratiche, di ordine morale e sociale, una collaborazione che si rivelerà più facile ed efficace del dialogo teologico», anzi, «lo faciliterà».
Gli stessi sentimenti di gioia e gratitudine sono stati espressi dal Papa: «Nel quadro dell’evoluzione che caratterizza attualmente il nostro continente l’ora della collaborazione è scoccata!» Giovanni Paolo II parla della «necessità della nuova evangelizzazione dell’Europa che le permetterà di ritrovare pienamente le sue radici cristiane», che affondano nelle «tradizioni orientale e occidentale».
Il Papa, sottolineando la grande ed unica tradizione cristiana e apostolica, indica come ispirazione comune il carisma luminoso di Massimo il confessore, grande teologo, contemplativo e martire d’Oriente che nel VI secolo, anche a costo di persecuzioni, seppe far da ponte tra le due tradizioni.
«I cristiani — ha aggiunto — debbono ora cercare insieme di trovare un rimedio ai gravi problemi etici che pongono le scienze e la tendenza di ignorare ogni riferimento alla dimensione trascendente dell’uomo o persino negarla».
E qui il Papa ha sottolineato il dovere «di fare tutto ciò che è in nostro potere perché le radici cristiane dell’Europa e l’anima cristiana possano rimanere intatte». Ed ha ricordato l’eredità della fede e della vita cristiana custodita dalla Chiesa ortodossa di Grecia: «Il nome della Grecia risuona dappertutto dove il Vangelo è proclamato… Dall’era apostolica sino ai nostri giorni, la Chiesa ortodossa di Grecia costituisce una ricca sorgente a cui la Chiesa d’Occidente ha attinto la sua liturgia, la sua spiritualità e il diritto».
Il Papa ha ribadito che l’ecumenismo «non significa né assorbimento, né fusione, ma un incontro nella verità e nell’amore». «Dobbiamo approfondire — ha detto — la nostra collaborazione per far risuonare con forza la voce del Vangelo in questa nostra Europa, dove le radici cristiane dei popoli devono riprendere vita».
In occasione della visita della delegazione sua Beatitudine Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, ha inviato al Papa un messaggio in cui esprime la gioia per questo incontro tra le «Chiese apostoliche di Roma e di Grecia che si incontrano per la prima volta nella storia» presso la sede di Pietro.
L'invio della delegazione — scrive ancora l’arcivescovo Christodoulos — «mira a creare un ponte di comunicazione, di riconciliazione e di fiducia tra noi nell'Unione europea, affinché la nostra testimonianza di cristiani sia più intensa, più credibile e più efficace in una società che sta per perdere i valori tradizionali della fede in Cristo Redentore».
La delegazione della Chiesa ortodossa di Grecia è giunta a Roma venerdì 8 marzo scorso ed ha svolto un fitto programma di colloqui e visite a vari dicasteri vaticani e con soste di preghiera nelle basiliche romane e alle catacombe.
a cura della redazione uello della comunione non è un tema indolore. Tutti, in linea di principio, sono d’accordo che essa rappresenti una priorità nella vita della Chiesa oggi, e tanto più dei seminari. Tuttavia, proprio a questa istanza sono legate tanta delusione e rassegnazione. La comunione, sembra, è un bel valore, una bella parola, ma quando si tratta della sua effettiva realizzazione, tanti, pur con rammarico, si fanno scettici. Si potrà stabilire un rapporto d’amicizia con l’uno o con l’altro, si potrà anche trovare la maniera di comportarsi correttamente con tutti, ma creare un vero rapporto di comunione fra tutti sembra un ideale quasi utopico.
Eppure, spesso basta che ci sia qualcuno che ci creda per davvero. Come X., in un seminario della Germania. Con dispiacere egli si rendeva conto che, durante i momenti di condivisione nei gruppi in cui si articola il seminario, difficilmente si parlava della propria esperienza. Egli si propose quindi di cogliere quelle occasioni per “non parlare di altri, ma di se stesso”.
Al primo tentativo, il risultato non era proprio confortante. Durante un incontro con il suo gruppo, il padre spirituale espose un determinato punto della regola di vita. Silenzio. X. raccoglie allora tutto il proprio coraggio e dice come egli cerca di vivere questo punto. Nuovamente silenzio.
Viene il periodo dell'Avvento. Per X. è l’opportunità di andare soprattutto verso coloro che in qualche modo vengono lasciati ai margini della comunità. Si stabilisce così un rapporto con vari studenti. A volte essi si ritrovano e si realizza tra loro una bella condivisione. Ne nasce poi un’idea: quando tutta la comunità si riunisce prima del Natale, si inizia con una mezz'ora di scambio. Per la prima volta si riesce a parlare seriamente di quello che vivono i singoli studenti. Anche se non tutti intervengono, il “muro del silenzio” è crollato.
Il fatto è che la comunione è realtà pasquale. Perché nasca, c’è sempre un prezzo più o meno grande da pagare: un rischio da correre, un primo passo da fare, una mano da tendere, un’idea o un progetto da posporre per “fare spazio al fratello”. Ne ha parlato lucidamente Giovanni Paolo II, quando ancora un anno fa ha ricordato che con la Novo millennio ineunte ha voluto invitare “l’intero popolo cristiano a fissare lo sguardo sul volto di Cristo crocifisso e risorto” per “approfondire il mistero di dolore e di amore da cui nasce e si rinnova costantemente la Chiesa-comunione”, ed ha sottolineato che “1’amore al Crocifisso, contemplato nel momento culminante della sofferenza e dell’abbandono, costituisce la via maestra (…) per rendere sempre più effettiva la comunione a tutti i livelli della compagine ecclesiale”.
Quando si parte da lì, l’utopia si fa realtà.
Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).
Sommario di Gen's 2/2002 – La nuova Evangelizzazione
- 41Annuncio rispettosoEnrico Pepe
- 43Come comunicare la ParolaKlaus Hemmerle
- 44Un’autentica e profonda spiritualità di comunioneGiovanni Paolo II
- 46La nuova evangelizzazioneChiara Lubich
- 52Evangelizzare la nostra cultura: un progetto della Chiesa in ItaliaVincenzo Zani
- 56L’Operazione “Roma-Amor”Maria Cristina Russo e Giancarlo Faletti
- 61Tanto amore e un pizzico di fantasiaMariano Cocco Lasta
- 65La parola del PapaGiovanni Paolo II, Redazione (a cura della)
- 66A Comunione e LiberazioneGiovanni Paolo II
- 68In dialogo con la Chiesa Ortodossa di GreciaGiovanni Paolo II
- 69Notizie dal mondo dei seminari — 33AA.VV.







