La Missione Somos Um in Brasile riunisce leader cattolici
ed evangelici con esperienza carismatica-pentecostale
di Mayara Pazeto
Una giovane donna rilegge le sofferenze del proprio passato facendone, su invito di un suo docente, oggetto di riflessione teologica. Da qui la comprensione che la disunità, così come provoca lacerazioni e sofferenze in una famiglia, crea dolore anche tra Chiese separate. Alla luce dell’esperienza personale l’autrice racconta della Missione Somos Um, che si spende per il dialogo tra la Chiesa pentecostale e la Chiesa cattolica. Attraverso quattro passaggi siamo portati a riflettere sulle similitudini che passano tra la storia di ogni cristiano e la storia della cristianità: errori, incomprensioni e divisioni ma che non possono spegnere la speranza.
Per rispondere al tema, devo prima mettere delle fondamenta: Che cos’è un segno? e che cos’è la speranza? Mi piace il modo in cui il Vangelo secondo Giovanni elabora l’idea del segno, usando il concetto centrale di signum:indicare una realtà più grande di ciò che rappresenta. La prospettiva paolina di Rm 5, 3-5 favorisce la comprensione della speranza: «E non solo, ma noi ci gloriamo anche nelle tribolazioni;sapendo che la tribolazione produce la pazienza.E la pazienza produce esperienza, e l’esperienza speranza.E la speranza non lascia confusi, perché l’amore di Dio è effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato»1.
In questo contesto, intravedere la speranza presuppone un cammino di tribolazione da abbracciare. Chi non abbraccia la tribolazione insita alla sequela di Gesù non può veramente gustare la speranza che egli dona. Questo abbraccio, però, è ciò che genera in noi la pazienza e ci fa capire che le cose e le persone non sono sotto il nostro controllo, ponendoci di fronte a quello che io chiamo il dilemma della speranza: la misura della pazienza si riflette nell’esperienza, e da questo dipende se essa sarà buona o negativa.
Più avanti, Rm 8, 24-25 conclude il ragionamento: «Ma la speranza che si vede non è speranza; perché ciò che si vede come lo si potrebbe ancora sperare? Ma se speriamo in quello che non vediamo, lo attendiamo con pazienza». Anche in questo caso, la pazienza è legata alla speranza, con un’aggravante: bisogna aspettare quello che non si vede. Questa è la speranza: l’ardente attesa di ciò che non abbiamo ancora contemplato, in mezzo alla tribolazione che deve essere vissuta in un’esperienza di pazienza. Detto questo, propongo un cammino che ogni Pellegrino della speranza dev’essere disposto a percorrere, diventando così un segno: tribolazione, pazienza, esperienza e speranza. Questi sono stati i passi che mi hanno portato a conoscere il lavoro della Missione Somos Um.
Primo passo: tribolazione(θλίψις)
L’atto della pressatura che ha come significato metaforico l’oppressione e l’angoscia.
Questo passo è iniziato nella mia infanzia, da un contesto familiare di divisione. Sono nata da un adulterio di mio padre e sono rimasta a lungo un segreto, sperimentando da bambina un temporaneo abbandono da parte di mio padre. Nella famiglia di mio padre nessuno sapeva della mia esistenza e nella famiglia di mia madre nessuno sapeva chi fosse mio padre. Per questo motivo, la mia storia era per me oscura e mi appariva una grande bugia. Quello che non immaginavo era che Gesù avrebbe iniziato un processo di conversione radicale nella vita di mio padre che lo avrebbe portato a diventare pastore pentecostale. Per quanto riguarda me, ancora nell’infanzia ho iniziato a frequentare la Chiesa cattolica, di mia spontanea volontà. Nessuno mi invitava. Comunque, dentro di me qualcosa di molto forte mi diceva che lì c’era una famiglia, ma non ancora la mia casa.
Secondo passo: pazienza(ὑπομονή)
Letteralmente, la capacità di essere stabili, costanti e tolleranti. Questo è ciò che significa agire con pazienza.
Per dieci anni ho incarnato questa verità, aspettando il giorno in cui avrei incontrato mio padre. A questo punto della sua vita era già diventato un pastore evangelico che continuava a custodire il grande segreto che riguardava il suo passato. Questo, senza dubbio, poteva essere per me un ottimo motivo per allontanarmi in qualche modo dalla Chiesa. Tuttavia, non è stato così.
Di fronte all’esperienza dell’abbandono, non potevo non interrogarmi su quell’Amore che, pur di fronte al dolore di una figlia, aveva raggiunto mio padre. A volte mi chiedevo: «Che tipo di amore è questo capace di oltrepassare il dolore che provo?». All’età di 16 anni l’ho trovato. Durante una crociera per il diploma di scuola, ho avuto una grande esperienza con Dio. Una delle notti, seduta sulla parte superiore della nave, la voce del Signore ha parlato chiaramente al mio cuore: «Tu non sei nata per fare quello che fanno i tuoi amici, Mayara, tu sei mia». In seguito a quanto lì era iniziato, divenni una giovane pentecostale convinta.
Terzo passo: esperienza (δοκιμή)
Il significato di questa parola può essere tradotto come prova, apprendimento attraverso difficoltà o l’esperienza che porta ad avere un carattere temprato.
Il terzo passo è stato davvero decisivo. All’età di 19 anni sono entrata nella Pontificia Università cattolica di São Paulo per studiare teologia. In una storia miracolosa, di quelle che solo lo Spirito è capace di costruire, sono diventata presidente del Centro accademico e della Commissione degli studenti di teologia di tutto lo Stato di São Paulo. Sono diventata molto amica dei seminaristi, ho avuto contatti con molte diocesi, Ordini religiosi e, a casa mia, è diventata comune la presenza di sacerdoti. All’inizio, mia madre scherzava dicendo: «Non avrei mai immaginato che ci sarebbero stati tanti preti in casa mia, Mayara». Beh, non ci avrei pensato nemmeno io.
Nel 2019 ho ricevuto un messaggio a nome di papa Francesco, che concedeva una Benedizione apostolica per uno dei congressi teologici che stavo organizzando. Confesso che ho trovato molto strano quanto facilmente le cose accadessero. Allo stesso tempo, ho ricevuto molti inviti a predicare ritiri e a dare una formazione biblica su Maria, un’altra cosa molto atipica per la mia condizione di pentecostale. Alla luce di ciò, i preti dell’università sono stati i primi a dirmi che percepivano un dono molto chiaro nella mia vita.
A causa di questa esperienza, ho deciso di scrivere la mia tesi finale sull’unità dei cristiani. Quando ho iniziato a pensarci, sono successe molte cose che mi hanno portato a riflettere sulla storia della mia famiglia. Ho attraversato un profondo processo di perdono e di riconciliazione. Succedeva così: mentre perdonavo, scrivevo. In ogni momento la mia memoria mi ricordava quanto una famiglia divisa potesse far soffrire, ma è stato in quegli stessi momenti che il Signore mi ha chiesto: «E la mia famiglia, la Chiesa?». Era necessario unire il mio abbandono a quello di Gesù.
In questo contesto, il mio relatore mi ha detto: «Fai della tua vita della teologia, Mayara». Un ottimo ma impegnativo consiglio, dopotutto… Fare una teologia della storia è facile, è però difficile fare della tua storia della teologia. Partendo dal patrimonio comune della Sacra Scrittura, ho concluso questa dolorosa tappa scrivendo sul tema: Lo Spirito e la Sposa dicono: vieni! La figura della Sposa come risposta profetica all’unità della Chiesa. È stato questo passo che mi ha portato al dialogo cattolico-pentecostale: alla Commissione per l’unità del Movimento del Rinnovamento carismatico cattolico di São Paulo e alla Missione Somos Um.
Quarto passo: speranza (ἐλπίς)
L’aspettativa del bene è ciò che la Missione Somos Um rappresenta nel mio cammino. Fondata da laici nel contesto di una comunità cattolica (Coração Novo presso Rio de Janeiro), si basa su una lettera firmata da leader cattolici ed evangelici che perseguono un comune intento. Questa lettera poggia su quattro pilastri che esprimono l’essenza di ciò in cui crediamo: il rispetto delle identità confessionali, l’ecclesialità, il non proselitismo e l’unità come dono dello Spirito Santo. Lo sviluppo di questi princìpi ha finito per generare una legge a Rio de Janeiro; ossia, c’è una settimana nel calendario ufficiale della città, intitolata Settimana Somos Um. Per questo motivo abbiamo ricevuto con sorpresa il riconoscimento di Patrimonio culturale e immateriale.
Praticamente, la Missione Somos Um riunisce leader cattolici ed evangelici con esperienza carismatico-pentecostale, con uno scopo comune: annunciare l’unità dei cristiani. Per questo annuncio, però, sono stati necessari alcuni discernimenti: l’amicizia come base costitutiva di ogni azione; i Consigli fraterni locali, nazionali e internazionali; un lavoro con i giovani e un dialogo teologico che rispondesse pastoralmente alle nostre esigenze. Per quanto riguarda i Consigli fraterni, essi sono composti da fratelli sensibili, pronti a discernere in un clima fraterno le mozioni dello Spirito circa l’unità.
Con la costituzione di un Gruppo di lavoro cattolico-pentecostale a livello nazionale si è aperta la via per un dialogo teologico che si propone di riflettere teologicamente e pastoralmente sull’esperienza carismatico-pentecostale, aiutando la comprensione e il discernimento delle esperienze e delle iniziative specifiche delle Chiese e delle Comunità, a partire dalla realtà latinoamericana. Di recente abbiamo pubblicato il primo rapporto, frutto dei nostri incontri, che ha come tema i doni dello Spirito Santo. Il discernimento più recente arriva nel 2022, con la Missione Giovani Somos Um, un gruppo che impegna tutto il mio cuore e il mio servizio.
Per queste ragioni, considero la Missione Somos Um come un segno di speranza. In primo luogo, per tutta la comunione vissuta, in secondo luogo, perché la mia storia personale si intreccia indubbiamente con essa. Tuttavia, a partire dal “fondamento della speranza”, questo segno non si manifesta in ciò che abbiamo già realizzato, in quanto ciò che è visibile non può più essere soggetto di speranza. Anzi, ecco la chiave: la speranza non è agire su ciò che abbiamo già costruito, ma su ciò che deve ancora venire come grazia dello Spirito.
Chiamati a essere “Pellegrini della speranza”, vorrei concludere questa condivisione, con una cosa che dice mio padre quando racconta la storia della nostra famiglia. Ripete innumerevoli volte che essa è stata generata tra dolori e ferite, ma inondata dall’amore infinito di Dio: «La tribolazione si è fatta vocazione». Quando egli intravede questa realtà, conclude sempre citando Rm 5, 20: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia di Dio». Parafrasando questo testo biblico, nell’anno in cui commemoriamo il 1700° anniversario di Nicea, ho il coraggio di pensare che in mezzo a tante e abbondanti piaghe lungo la storia della Chiesa, Dio fa certamente abbondare la sua speranza.
1 Abbiamo tradotto letteralmente dal testo dell’autrice che si basa sulla versione della Bibbia da lei usata (Almeida Revista e Corrigida). Da tener presente che la traduzione del testo paolino fatta dalla CEI usa in parte parole diverse: «E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».