di Chiara Lubich
«Ho il sogno – ribadiva Martin Luther King –: che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli».
È quanto ha ribadito Chiara Lubich nel discorso tenuto il 19 giugno 2004 a Londra nella Westminster Central Hall, di cui riportiamo qui alcuni stralci particolarmente attinenti al focus di questo numero. Testo tratto da: C. Lubich, Discorsi in ambito civile ed ecclesiale, a cura di V. Araújo, Città Nuova, pp. 566 e 573-575.
In questi ultimi anni, le nostre società europee vengono percorse da importanti correnti migratorie, dall’Est all’Ovest, dal Sud al Nord. Questo fenomeno sta incidendo profondamente sulla fisionomia del nostro continente, rendendo le sue città sempre più variegate. Lo si vede camminando per le strade, lo si nota, ad esempio, nel fiorire di moschee, ma anche di templi, molti templi in Paesi che fino a poco tempo fa erano ancora quasi esclusivamente di religione cristiana.
Contemporaneamente i moderni mezzi di comunicazione rendono presenti gli uni agli altri persone e popoli materialmente lontanissimi […]. Nessuno ci è più estraneo perché lo “vediamo”, perché sappiamo di lui. Inoltre, la globalizzazione economica e finanziaria ha intrecciato tutti i nostri interessi, che non sono più separati tra di loro. Molti problemi attuali riguardano l’umanità nel suo insieme e nessun popolo può affrontarli separatamente dagli altri. […]
E per questo occorre diffondere fra più gente possibile l’idea e la pratica della fraternità, e, data la vastità del problema, di una fraternità universale. I fratelli sanno pensare ai fratelli, sanno come aiutarli, sanno condividere quanto hanno.
E per rispondere a questa sfida, senza precedenti, il contributo delle religioni è decisivo. Da chi, se non dalle grandi tradizioni religiose, potrebbe partire quella strategia della fraternità capace di segnare una svolta persino nei rapporti internazionali?
[…] la nostra esperienza ci dice che per chi si accinge oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità, il movente essenziale della propria vita. […]
Quale futuro, dunque, per una società multiculturale, multietnica, multireligiosa? Quello dell’umanità composta in famiglia di fratelli e sorelle, che si amano sotto lo sguardo d’un unico Padre. O, per chi non Lo conoscesse, in nome di quella voce di verità che parla forte in ogni coscienza umana.
Non c’è alternativa se non quella di vedere ripiombare il nostro pianeta in un mare di guai, di paure, di odi, di guerre.