Una riflessione sulle divisioni fra i cristiani, al cospetto dell’umanità di oggi
di Callan Slipper
L’ecumenismo è tutt’altro che un’attività di “nicchia”, tocca piuttosto il cuore stesso del compito della Chiesa in seno all’umanità: far sperimentare la “nuova creazione” inaugurata da Cristo, essere segno e strumento di un mondo riconciliato; compito più che mai urgente negli attuali scenari globali. È la tesi di quest’articolo che invita a una presa di coscienza. L’autore è sacerdote anglicano, teologo e scrittore. Dopo essere stato per vari anni responsabile delle relazioni ecumeniche della Chiesa d’Inghilterra, attualmente coordina a livello nazionale l’organismo Churches Together in England e la Società per gli studi ecumenici.
Il mondo ha un disperato bisogno di ecumenismo. Questa affermazione potrebbe sembrare esagerata, ma mi pare che sia assolutamente vera. L’unità dei cristiani è una questione di vitale importanza per l’intera umanità.
Mi spiego meglio. Guardiamo la realtà che ci circonda: sembra che il mondo stia andando a pezzi. Ciò accade periodicamente nella storia e, nonostante il dolore, non ho dubbi che Dio sia con noi anche in questo percorso. Tuttavia, guerre, criminalità, fallimenti istituzionali e decisioni discutibili ai massimi livelli sono evidenti ovunque. L’equilibrio di potere globale si sta spostando, rendendo il mondo un luogo più pericoloso.
Il problema centrale, tuttavia, è semplice. È la logica della forza, cioè un modo di pensare che decreta che io devo, o il mio Paese deve, o il mio gruppo deve dominare e distruggere chiunque rappresenti una minaccia. In questa logica, il bene deriva dall’annientamento dei nemici e dallo sfruttamento dei deboli, in altre parole, dall’essere il più grande.
Questa visione si presenta come l’unica maniera realistica di affrontare la realtà. Ma l’unica pace che può produrre è quella del cimitero, un silenzio che regna dopo che tutti sono esausti o morti.
Di fronte alla marea di violenza
È facile sentirsi impotenti di fronte alla marea di violenza e divisione scatenata da questo falso realismo. L’ho provato io stesso. Ma non siamo impotenti.
Ovviamente, per chi crede, si può pregare. Ma, per grazia di Dio, possiamo fare di più, perché anche se la preghiera è potente, possiamo applicare una logica diversa e costruire una cultura in cui la pace nasca dalle relazioni, dall’incontro tra le persone, dalla riconciliazione e dal perdono che va sempre insieme alla riconciliazione. Possiamo affrontare il problema alle radici.
Possiamo iniziare qui e ora con le persone che abbiamo intorno a noi. Possiamo vivere una risposta contraria alla logica della forza che porta al conflitto e abbracciare una logica di unità tra le persone che porta alla pace. Sebbene questo approccio abbia tutta l’apparente debolezza dell’amore nella sua tenerezza, nella sua cura, nel suo cedere all’altro, esso è forte. Infatti, quando lo portiamo al suo massimo e il dialogo si radica nell’amore reciproco, non solo entriamo in relazioni che guariscono i problemi dell’umanità ma – cosa straordinaria – secondo la visione e l’esperienza cristiana, Dio stesso si fa presente in mezzo a noi. È un’affermazione della portata politica di quello che i cristiani chiamano il regno di Dio.
La Chiesa: strumento di riconciliazione
È qui che entra in gioco l’ecumenismo. Dio ha il suo strumento scelto per promuovere relazioni d’amore, uno strumento per il quale egli stesso abita in mezzo all’umanità. È la Chiesa, e cioè tutti noi, la comunità in continuità con l’antico popolo di Israele, fondata da Dio stesso fatto carne: da Gesù. Come dice l’apostolo Paolo: «Dio era in Cristo per riconciliare il mondo a sé» (2Cor 5, 19) e la Chiesa vive e annuncia questa riconciliazione.
La riconciliazione con Dio ci porta ad essere una cosa sola con lui e di conseguenza tra di noi. Quando viviamo questa unità, si inizia un mondo nuovo, una nuova creazione, come dice ancora Paolo poco prima nella stessa lettera (2Cor 5, 17).
E qui sta la tragedia. La Chiesa, nella concretezza della storia dei seguaci di Cristo, non è in grado di vivere ciò che è chiamata ad essere, perché è divisa. Le conseguenze sono incalcolabili. Abbiamo frantumato la nuova creazione nella sua espressione storica concreta, rendendo debole il nostro impatto per il progetto di Dio nel mondo. Con le nostre divisioni, non possiamo avere l’effetto benefico che siamo chiamati a produrre.
Se vogliamo rispondere alle esigenze del nostro tempo, l’unità dei cristiani è vitale. Il corpo riconciliato di Cristo è capace di presentare il regno di Dio perché è anticipazione, segno e strumento della nuova creazione. Vivendo in unità nell’attimo presente, sperimentiamo la gioia del regno e la mostriamo al mondo; siamo testimoni e segno del regno, sua presenza reale; condividiamo la missione di Dio, raggiungendo gli altri con il suo amore e portando la sua presenza nella creazione. Chiaramente, perché tutto questo avvenga con un impatto reale, dobbiamo superare le nostre divisioni.
L’anelito di Dio
Questo lavoro per l’ecumenismo, va sottolineato, non risponde però solo ai problemi del nostro tempo. C’è qualcosa di ancor più meraviglioso, a cui abbiamo già accennato e che guida ogni sforzo per costruire l’unità dei cristiani. Per capirlo meglio, dobbiamo fare un passo indietro. Ricordiamo che Dio, nel suo infinito amore, desidera abitare con noi e condividere con noi la bellezza del suo essere. Anche senza problemi da risolvere, questo è il suo obiettivo. La prima vocazione della Chiesa, quindi, è essere un luogo unico in cui la gioia e la bellezza di Dio toccano il cosmo. Ma sempre a una condizione: la Chiesa, ricevendo il dono della grazia, deve vivere la sua essenza, essere unita, essere la casa dove abita l’autentico amore dell’uno per l’altro. La comunità concreta della Chiesa è incredibilmente speciale. È quella parte dell’umanità che ha accettato il meraviglioso dono di Dio in Gesù, e in questa comunità Dio è presente con noi.
Un ecumenismo che rivoluzioni il modo di fare tutte le cose
La sfida è vivere un ecumenismo che rivoluzioni il nostro modo di fare tutte le cose, recuperando una comprensione più profonda di ciò che Gesù è venuto a portare. Troppo spesso ci siamo accontentati di seguire Gesù solo attraverso il culto e una spruzzata di gentilezza nella vita quotidiana. Abbiamo ridotto la sua nuova creazione a una semplice religione. Certo, è anche una religione, ma la religione di Gesù è la rifondazione dell’umanità, che tocca ogni aspetto della nostra vita come individui e come società. Questa è la missione di Dio alla quale la Chiesa è chiamata a partecipare. Non è rinchiudere Gesù nei nostri luoghi di culto.
È inconcepibile, quindi, che il cristianesimo si riduca a uno svago per i devoti o ad un sistema di pratiche devozionali. Non è questo l’insegnamento di Gesù. Per lui, le relazioni con gli altri sono al primo posto. Gesù citava il profeta Osea quando disse ai farisei: «Andate e imparate cosa significhi: misericordia voglio e non sacrifici» (Mt 9, 13). In Osea, la citazione è ancor più esplicita: «Misericordia voglio e non sacrifici, la conoscenza di Dio piuttosto che gli olocausti» (Os 6, 6). Il nostro culto, per quanto prezioso, è secondario rispetto al modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri. Lo stesso concetto viene ribadito da Gesù nel Discorso della Montagna: «Quando offrirai il tuo dono all’altare, se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono lì e vai a riconciliarti con lui, poi torna e offri il tuo dono» (Mt 5, 23-24).
Relazioni umane: luogo d’incontro con Dio
Quanto è sconvolgente questo. Significa che le nostre relazioni umane sono il luogo del nostro incontro con Dio. L’abbiamo mai preso veramente sul serio nella storia della spiritualità cristiana? Abbiamo ascoltato cosa intendeva Gesù quando, alla vigilia della sua morte, pregava che fossimo uniti come lui è uno con il Padre (Gv 17, 11, 21-23)? Chiedeva che, insieme, fossimo avvolti con lui nel seno del Padre. Chiedeva che esseri umani fragili, spesso peccatori e limitati, partecipassero insieme alla vita e al modo di essere di Dio stesso, che il finito e il decaduto partecipassero all’infinito e al tutto santo.
Questa enfasi sulle relazioni non nega i molti modi in cui Dio viene a noi: in noi stessi, negli altri, nella sua Parola, nei sacramenti, per nominarne alcuni. Ma essa afferma la dignità e l’incredibile opportunità delle nostre interazioni personali. Quando mettiamo piede in questo campo, camminiamo su terreno sacro. L’ecumenismo, riparando le nostre interazioni personali all’interno della comunità dei cristiani, permette alla Chiesa di essere sé stessa. La riconciliazione che serve all’umanità serve pertanto anche a noi. Senza di essa diminuisce la nostra salute spirituale, così come ogni altra dimensione della vita umana non può raggiungere il suo compimento senza il dono di Gesù, sia a livello politico, sociale, economico, ambientale o psicologico.
La Chiesa: come un grande rosone…
È come se la Chiesa fosse un grande rosone, una di quelle finestre scintillanti di vetri multicolori inserite nella facciata di certe chiese, straordinariamente belle quando illuminate dal sole. Con le nostre divisioni, quel rosone è infranto e i suoi frammenti sono sparsi per terra. Ogni pezzo è ancora bello, ogni comunità cristiana è bella, ma tutte mancano dello splendore che avrebbero se fossero unite e ricollocate al loro posto, dove la luce può risplendere attraverso di esse.
Noi, insieme all’umanità con tutto il suo attuale travaglio, abbiamo bisogno che venga restaurata quella finestra, affinché possiamo essere illuminati e infiammati dalla bellezza scintillante che ci appartiene. Tutti noi, come Chiesa e come umanità, abbiamo bisogno di Cristo, la Luce del mondo.