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La comunione come scuola di vita

J.A. Tosi Marques). La vita d’unità ha preparato un giovane sacerdote brasiliano alla responsabilità di pastore nella Chiesa

Intervista · Gen's 4/2001, pp. 113–120

Ferenc Tomka (a cura di)

Si avverte sempre più nella Chiesa l’esigenza che i sacerdoti chiamati al servizio episcopale siano già formati ad una vita di comunione, capaci quindi di vivere una collegialità affettiva ed effettiva. È molto significativo, infatti, che la “Novo millennio ineunte” chieda di “promuovere una spiritualità di comunione… dove si educano i ministri dell’altare” (n. 43). Su questo argomento abbiamo rivolto alcune domande ad un nostro amico, mons. José Antonio Tosi Marques, arcivescovo di Fortaleza nel Nordest del Brasile. Egli ci ha risposto con la sua esperienza semplice ma significativa, raccontandoci come un carisma moderno ha contribuito nel formarlo alla comunione.

Non pensavo di diventare prete

GENS: Come mai lei ha scelto il sacerdozio in un periodo nel quale i seminari si svuotavano e tanti preti non avevano la forza di portare avanti il loro ministero?

A dire il vero non ho mai scelto il sacerdozio e per spiegarmi devo raccontare qualcosa della mia infanzia. Quand’ero ancora ragazzo ho sperimentato una luce ed ho capito che Dio mi amava e che la mia vita avrebbe avuto senso solo se fosse stata un dono per gli altri. Non so dire di più, se non che questa realtà era entrata nella parte più intima della mia persona. Non pensavo neanche lontanamente al sacerdozio; volevo essere soltanto un cristiano che ama il prossimo. Forse per questo ad un certo momento avevo accettato l’incarico di catechista.

Un giorno il parroco mi rivolse questa domanda: «Non ti piacerebbe diventare prete?». Al momento risposi deciso che volevo essere semplicemente un cristiano. Poi quella domanda cominciò a lavorarmi dentro e pian piano mi divenne chiaro che avrei potuto amare Dio e il prossimo anche diventando sacerdote.

Quando sono entrato in seminario, nel 1966, avevo 17 anni ed ho iniziato subito il corso filosofico. Allora nella Chiesa si respirava l’atmosfera del post-Concilio e tutto parlava di novità, mentre nella società civile del nostro Paese era l’epoca della rivoluzione militare con la conseguente repressione: dovunque ti giravi c’era divisione e non poca confusione. In seminario il mio entusiasmo e le mie attese un po’ ingenue si scontrarono ben presto con una realtà abbastanza dura.

GENS: Era il tempo della contestazione e si sentiva l’esigenza di cambiamenti, ma a volte si arrivava a delle esagerazioni… Lei come ha reagito?

Mi sono posto delle domande. Dove mi sono cacciato? Perché non tornare al mio primo progetto di semplice cristiano? In fondo in parrocchia il Vangelo lo si viveva meglio che in seminario.

Ma proprio in questo momento il rettore propose che una rappresentanza di seminaristi partecipasse ad una Mariapoli del Movimento dei focolari ed io ero uno dei cinque prescelti. Non conoscevo affatto i focolarini, ma accettai volentieri.

Alla conclusione della Mariapoli mi risuonavano nel cuore frasi come queste: «Se vuoi amare Gesù, devi amare anche la sua Chiesa; non fuggire la croce, ma abbraccia questa situazione di dolore e torna in seminario per amare i formatori e i compagni; anche lì si può costruire una Chiesa che sia famiglia». Durante la Mariapoli, nella convivenza fraterna di tante persone, avevo constato che era possibile vivere il Vangelo oggi, e questo poteva avvenire anche in seminario.

Stavamo muovendo i primi passi in questo nuovo stile di vita, quando terminai il corso di filosofia e cominciai lo studio della teologia.

Una vera scuola di comunione

Se la spiritualità dell’unità, conosciuta in Mariapoli, mi aveva sostenuto in quegli anni, ora cominciava per noi seminaristi del sud del Brasile un periodo nuovo, perché alcuni sacerdoti diocesani, che vivevano questa spiritualità, presero a cuore la nostra formazione, organizzando incontri per noi nell’allora nascente Mariapoli Araceli (oggi Mariapoli Ginetta), vicino alla città di San Paolo.

Due cose ricordo di quel periodo. Innanzitutto siamo venuti a contatto con i vari punti della spiritualità, come Dio-amore, la Parola di vita, l’unità, Gesù crocifisso e abbandonato, Maria, ecc… Era una continua scoperta dei cardini del cristianesimo in una luce crescente. Conseguentemente anche lo studio della teologia s’illuminava.

Mentre i professori, in quel periodo di grandi cambiamenti, spesso non sapevano cosa insegnare, per noi le verità della fede si rivestivano di luce. Non saprei spiegarlo. Può sembrare esagerato, ma io attribuisco la mia formazione teologica a questa scuola nella spiritualità dell’unità.

Ricordo che nei nostri incontri c’era una comunione profonda tra noi seminaristi e con i sacerdoti: potevamo parlare di Vangelo vissuto e intravedevamo il nostro futuro molto interessante.

La comunità cristiana degli Atti degli Apostoli non era un’utopia o un avvenimento ormai sorpassato, ma una realtà che sperimentavamo e un giorno avremmo potuto promuovere nelle nostre parrocchie, perché Dio ci stava donando gli strumenti per farlo.

Nei seminari a volte non mancavano le critiche nei nostri riguardi, dovute spesso alla non conoscenza della funzione dei carismi nella Chiesa. Questo, però, non c’impediva di andare avanti e di creare rapporti di amicizia con tutti. Non di rado i formatori e i nostri colleghi, stupiti della nostra serenità e dell’impegno nel creare un clima di fraternità, ce ne domandavano il perché, dandoci la possibilità di raccontare qualcosa della nostra scoperta. E il numero dei seminaristi che ci seguivano nella via dell’unità aumentava. Forse per questo gli anni di seminario li ricordo come un periodo di luce.

GEN'’S: Divenuto prete, ha potuto continuare questa vita di comunione?

Appena ordinato sacerdote, il vescovo mi pose come direttore spirituale del seminario diocesano, mentre un mio compagno di studi era nominato rettore. Sia il vescovo che noi due eravamo stati toccati dal carisma dell’unità e non fu difficile l’intesa tra noi. Questo facilitava un clima di fraternità nel seminario e, mentre altre regioni lamentavano la mancanza di vocazioni, noi ne avevamo a sufficienza.

La vita d’unità, che cercavamo di vivere in seminario, andava avanti anche fuori, perché c’erano sacerdoti di altre diocesi con i quali c’incontravamo regolarmente. Il contatto poi con i laici del Movimento, impegnati nel vivere con radicalità il Vangelo, era di stimolo per noi. Gli aggiornamenti, che ci venivaparte del mondo, davano un respiro ampio su tutte le realtà della Chiesa. E questo avveniva senza disturbare minimamente la nostra realtà di preti diocesani, anzi la illuminava, dando maggior fecondità al nostro ministero.

Penso stia qui uno dei motivi per cui non pochi di questi miei colleghi di quel periodo sono stati scelti come formatori nei seminari e poi come vescovi.

Scuola che continua

GEN'’S: E anche lei è stato chiamato al ministero episcopale. Come è avvenuto?

Fu una sorpresa che in un primo momento mi lasciò sconcertato. Ero spaventato pensando alla mia piccolezza davanti a tanta responsabilità, senza dire del salto che ero chiamato a fare.

Fino a quel momento avevo lavorato prima in seminario, poi in parrocchia e nel coordinamento della pastorale diocesana ma in un ambiente prevalentemente agricolo e tradizionalmente cristiano; avevo collaborato con un vescovo che mi voleva bene e con un clero ben disposto e a me ben noto. Ora mi si chiedeva di andare a lavorare nell’archidiocesi di Salvador da Bahia come vescovo ausiliare di un cardinale che non conoscevo, in un ambiente cittadino che si diceva fosse particolarmente problematico per la difficile situazione sociale e per la fortissima presenza di tradizioni religiose sincretiste.

Fidandomi della parola incoraggiante del mio vescovo e dell’appoggio che mi veniva dai sacerdoti con i quali condividevo questa vita di comunione sin da seminarista (alcuni di questi erano già vescovi), dissi il mio sì.

Andai a Salvador per continuare lo stesso stile di vita in profonda comunione col cardinale Lucas Moreira Neves. Nello stesso tempo mantenevo vivi i contatti, insieme ad altri vescovi, con la fonte del carisma dell’unità, come avevo fatto da prete.

A Salvador mi vennero affidati la formazione permanente del clero, la cura del seminario, il coordinamento della pastorale diocesana e quello dei Movimenti laici, ed altro ancora. Furono otto anni di lavoro intenso, ma anche fecondo. Attribuisco questo al fatto che mi sforzavo di ascoltare le persone fino in fondo, di promuovere il positivo di ognuno, di stabilire rapporti di unità con tutti.

GENS: Lei ora da due anni è arcivescovo di Fortaleza. Come sta vivendo la comunione nel ministero episcopale?

Quando il Nunzio mi ha comunicato la designazione pontificia, mi ha messo nelle mani un dossier su questa archidiocesi. L'ho letto ed ho avuto paura, perché Fortaleza, dal punto di vista ecclesiale e civile, è una realtà molto complessa.

I miei predecessori erano personalità di grande valore ed io mi sentivo una nullità. Ho manifestato le mie perplessità, ma poi ho detto di sì, confidando nell’aiuto di Dio e dei fratelli.

In questi due anni ho percorso l’intera arcidiocesi, ho stabilito una relazione personale con tutti i sacerdoti, ho visitato tutte le parrocchie e le comunità religiose. Ed ho sperimentato che, cercando di vivere il comandamento nuovo, anche le situazioni più difficili si aprono alla speranza.

In fondo tutti, dai preti alle autorità civili, dagli adulti ai bambini, vogliono essere accolti e trovare ascolto nel vescovo. Ho incontrato molte problematiche e spesso non avevo alcuna soluzione nella manica, ma almeno potevo condividere le gioie e i dolori altrui.

Tante volte, dopo aver stabilito un rapporto di fiducia, veniva anche la luce per risolvere i problemi concreti o almeno per affrontarli insieme senza sentirsene schiacciati. Penso che è qui il fondamento di ogni pastorale.

In fondo la vita del Vangelo è di una semplicità straordinaria, ma con frutti sorprendenti.

Collegialità affettiva e poi effettiva

GEN'S: Come ha cercato di vivere la collegialità episcopale durante questi anni?

La mentalità ancora corrente vede nel vescovo il responsabile di tutto e da lui ci si aspetta tutto. Ho cercato di migliorare quest'immagine. Per l’esperienza vissuta fin da giovane ho visto che chi riveste un ruolo di autorità deve mettersi a servizio degli altri, creando un clima di famiglia, muovendosi non come “padrone” ma come perno d’unità.

Non ho mai visto la collegialità come spartizione di poteri, ma come comunione fraterna. La condivisione delle responsabilità avviene di conseguenza e nell’armonia dell’insieme.

Anche da vescovo sento il bisogno di continuare la mia formazione a questa vita di comunione e il carisma dell’unità mi ha aiutato molto. Se da prete mi ritrovavo regolarmente con altri sacerdoti, perché non farlo anche da vescovo? E vero che noi vescovi viviamo lontani gli uni dagli altri, ma abbiamo tante occasioni per incontrarci.

Quest'anno, per esempio, un bel gruppo di vescovi abbiamo passato le vacanze insieme in una località tranquilla della mia arcidiocesi. La convivenza fuori dell’ambiente di lavoro ha favorito la preghiera, ha permesso lo scambio di esperienze in conversazioni informali e, soprattutto, ci ha fatti sentire fratelli. Abbiamo avuto la sensazione di rivivere, secondo la misura della nostra piccolezza, l’esperienza degli apostoli attorno a Gesù. E in questo ambiente che mette radici la collegialità affettiva per poi diventare anche effettiva. Prima l’essere, poi il fare.

È vero che ogni vescovo si confronta col suo presbiterio, ma lì egli è visto più come colui che fa la parte del Maestro; invece in questi incontri informali tra noi soli, siamo tutti fratelli e l’unico Maestro è Gesù. La sua presenza dà gioia, ma anche purifica, raddrizza e soprattutto armonizza l’insieme. E ogni vescovo torna a casa arricchito da questa esperienza di comunione.

GEN'’S: Ma questi incontri avvengono solo tra vescovi che condividono questo stile di vita. Non c’è il pericolo di chiudersi in un circolo ristretto di amici?

Come accennato sopra, quando ero prete mi trovavo con altri sacerdoti per approfondire la spiritualità dell’unità e quella convivenza, anche se di pochi giorni, ci rinnovava. Poi ognuno di noi tornava nella sua diocesi con nuovo slancio, pronto ad amare tutti, a portar bene la propria croce, a costruire ponti…

La stessa cosa sta avvenendo adesso tra noi vescovi. Ci ritroviamo insieme, quando possiamo, per approfondire non tanto teoricamente ma in modo concreto la spiritualità di comunione. Questo non ci chiude tra noi, ma ci allena e ci rende più disponibili verso tutti, facilitando i rapporti con gli altri fratelli vescovi nella Conferenza episcopale regionale e nazionale. E questo lo stiamo già sperimentando, perché la spiritualità di comunione non tende alla chiusura ma alla realizzazione della preghiera sacerdotale di Cristo: “che tutti siano uno”.

D'altra parte il Papa nella Novo millennio ineunte avverte di non farci «illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (n. 43).

a cura di Enrico Pepe

Il tenace impegno di alcuni sacerdoti ungheresi per tessere la comunione ecclesiale nella società post-comunista

Parrocchie vive nonostante tutto a cura di Ferenc Tomka

Alcuni sacerdoti ungheresi, leggendo la “Novo millennio ineunte”, hanno steso attraverso uno di loro queste interessanti riflessioni sulla storia della loro Chiesa. Essi, grazie alla spiritualità di comunione del Movimento dei focolari, sono riusciti a mentenere viva la fede durante i tempi duri della persecuzione ed ora stanno suscitando comunità parrocchiali vive nonostante l’eredità ateista lasciata dal comunismo e l’invadenza sempre più capillare del consumismo.

Pî noi è stata veramente una gioia e una conferma leggere la Novo Millenio ineunte, perché essa mette in rilievo degli aspetti che sono stati fondamentali per la nostra vita, sia durante la persecuzione comunista, sia adesso che ci troviamo sempre più immersi nel consumismo.

Ne ricordo alcuni: la tensione alla santità (nn. 30-34, 38), una profonda spiritualità di comunione (nn. 43-46), l’unità all’interno della nostra Chiesa e con gli altri cristiani (n. 48), la nostra vita radicata nel mistero pasquale, in Gesù abbandonato e risorto (nn. 25-28).

Questi pilastri della vita cristiana, già accennati nel Concilio Vaticano II e in altri documenti come, per esempio, la Christifideles laici e la Salvifici doloris, noi li avevamo assimilati durante il tempo della persecuzione attraverso l’incontro provvidenziale con la spiritualità del Movimento dei focolari.

I focolarini non solo ce li facevano conoscere, ma ci aiutavano a metterli in pratica, nonostante — ma potremmo dire anche grazie — alle situazioni particolarmente difficili in cui ci trovavamo.

Possiamo testimoniare, perciò, con la nostra esperienza che è proprio vero quanto afferma il Papa nella sua Lettera: che la spiritualità di comunione, basata sull’amore a Gesù crocifisso-abbandonato e risorto, è il futuro della Chiesa.

Al tempo della persecuzione

Il regime comunista sapeva che la comunità è per se stessa una grande forza. Per questo ostacolava con ogni mezzo l’esistenza di qualsiasi comunità ecclesiale ed ha sciolto gli ordini religiosi e tutte le associazioni laicali o sacerdotali. Ai sacerdoti era lecito incontrarsi solo nei convegni ufficiali organizzati dai vescovi o dal movimento “Preti per la pace”, perché controllati dal regime. Ogni altro incontro, specialmente se avveniva con una certa regolarità, poteva essere punito col carcere. Molti religiosi, dopo la dissoluzione dei loro Ordini, sono stati incarcerati per questo motivo. E molti altri sacerdoti e religiosi in tali circostanze sono rimasti completamente isolati.

Il Movimento dei focolari, usando sempre molta prudenza, ci comunicava la sua spiritualità e noi sperimentavamo una tale luce e gioia nel trovarci insieme da farci pensare che nessuna polizia avrebbe potuto ostacolarci. Ovviamente i nostri incontri erano sempre segreti come facevano anche altri Movimenti ed Ordini religiosi. Ma, mentre questi sono stati scoperti più volte dalla polizia segreta, noi siamo passati quasi inosservati, forse perché ci incontravamo mescolandoci con i laici, con le loro famiglie durante i fine settimana o nelle vacanze.

In questo periodo particolarmente difficile la nostra vita di comunione — che ci faceva sperimentare la presenza di Gesù tra noi sacerdoti e fra noi e i laici (Mt 18, 20) — ci dava un sostegno forte. E mentre anche negli incontri ecclesiali ufficiali spesso si avvertiva un certo pessimismo e tanti sacerdoti cercavano rifugio nei Paesi occidentali, noi avevamo la certezza che il futuro sarebbe stato migliore e siamo rimasti al nostro posto.

Per anni i nostri incontri a molti sembravano non solo un rischio troppo grande — e forse lo erano — ma anche un lusso. Spesso ci chiedevano come poteva un sacerdote, con tante cose da fare, trovare ogni settimana un giorno intero libero da trascorrere insieme ad altri. Poi, però, col passare del tempo scoprivano sempre più i frutti di questa vita di comunione.

Ai nostri incontri invitavamo altri sacerdoti, anche alcuni che attraversavano profonde crisi spirituali. Tanti di questi hanno ritrovato la pace, rimanendo fedeli alla loro vocazione.

Oggi è ancora più importante

Ora quei tempi tragici sono passati, ma ne sono sopraggiunti altri sotto certi aspetti più difficili: al comunismo, infatti, è subentrata la secolarizzazione con l’attrattiva allettante del consumismo; e se prima i sacerdoti erano perseguitati, ora spesso sono emarginati.

Predicare le beatitudini evangeliche e costruire un’autentica comunità cristiana è un compito particolarmente laborioso. Per riuscirvi non basta predicare, bisogna mostrare un modello concreto. Notiamo che il nostro stile di vita, basato sulla comunione che il Vangelo richiede nel quotidiano, riesce ancora oggi ad impressionare tante persone. Vari vescovi e superiori di seminario c’invitano a farlo conoscere agli altri. Non è raro che sacerdoti e seminaristi, che stanno attraversando un periodo difficile, riescano a superarlo convivendo per un certo tempo nelle nostre case.

Oggi non è più proibito organizzare incontri e noi lo facciamo regolarmente, offrendo ai sacerdoti la possibilità di ritrovarsi tra loro in piccoli o in grandi gruppi. Per esempio, dopo le feste natalizie, diamo la possibilità di riposarsi in un clima di comunione fraterna. Nell'ultimo di questi incontri un giovane sacerdote ci ha scritto: «Mi ha toccato la franchezza e l'amicizia fra di voi. Non avevo mai avuto la possibilità di vedere dei sacerdoti che si ascoltano così profondamente. Quest’incontro mi ha ridato tanta speranza per la mia vita. Vorrei far parte anch’io della vostra comunità».

Da anni ci sentiamo responsabili per i seminaristi, perché sono il futuro della nostra Chiesa. Li visitiamo regolarmente nei seminari e per loro organizziamo incontri estivi, dove cerchiamo di mostrare con la nostra vita la bellezza di una spiritualità di comunione. Essi osservano con interesse come ci rapportiamo tra noi e con i parrocchiani. Anche in queste occasioni ci arrivano echi di questo tipo: «Ho ritrovato la bellezza della mia vocazione: voglio vivere il sacerdozio come lo vivete voi».

Oggi i responsabili dei seminari sono molto contenti delle nostre visite e dei nostri incontri, perché sentono la necessità di offrire ai seminaristi la possibilità non solo di conoscere, ma anche di sperimentare la comunione.

Così costruiamo le comunità parrocchiali

Può sembrare strano, ma la persecuzione comunista in qualche modo consolidava l’unità dei cristiani convinti e le parrocchie, anche se più povere di membri, erano più unite. Dopo la caduta del comunismo l’individualismo e la “cultura” consumista stanno sgretolando le comunità ecclesiali ancora esistenti. Oggi la domanda che più spesso si pone da noi nel campo pastorale é come trasformare la parrocchia in comunità cristiana.

La spiritualità di comunione, vissuta secondo lo stile del Movimento dei focolari, ha costituito da sempre la base fondamentale della nostra attività pastorale: invitavamo i cristiani a vivere insieme l’essenza del Vangelo: l’amore fraterno. Per noi oggi è di grande consolazione leggere nella Novo millennio ineunte queste parole: «Spiritualità della comunione significa capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque come uno che mi appartiene, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, …per vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, …respingendo le tentazioni egoistiche, le diffidenze, le gelosie» (n. 43).

E se tutto questo é difficile, il Papa ci mostra il “volto dolente”: Gesù crocifisso e abbandonato (nn. 25-27). Egli, che ha portato tutti i dolori e tutti i peccati dell’umanità, ci dà l'esempio e la forza per amare sempre l’altro.

Con questo “stile” nacquero da noi delle belle comunità nelle città e nei villaggi. Abbiamo esperienze interessanti al riguardo, dove spesso tutto è cominciato con l’unità fra due sacerdoti impegnati a vivere così, in modo che Gesù fosse presente in mezzo a loro. E questa loro unità ha trasformato lentamente la parrocchia in comunità viva.

Alcuni di noi vivono in quartieri nuovi, dove prima della svolta politica non si poteva costituire una parrocchia, né costruire una chiesa. Qui è cresciuta per anni una popolazione giovane educata all’ateismo. E proprio in questi ambienti abbiamo sperimentato in modo speciale la forza della spiritualità di comunione.

All’inizio della costituzione di nuove parrocchie in questi quartieri i parrocchiani erano pochissimi e per lo più anziani. Pian piano anche i giovani si sono avvicinati, attratti dal nostro stile di vita. Il numero dei parrocchiani ha cominciato a crescere rapidamente e abbiamo assistito anche a conversioni grosse e profonde.

La Conferenza episcopale d’ Ungheria nel 1999 ha introdotto il catecumenato, perché dopo la svolta politica tanta gente, che prima si diceva atea, chiedeva il battesimo o altri sacramenti. Le parrocchie animate dai Movimenti ecclesiali hanno avuto un ruolo decisivo nell’introduzione del catecumenato. Cercando di vivere una spiritualità di comunione, non solo suscitano molte conversioni, ma sono capaci di accogliere i catecumeni e di portarli fino alla maturità di una vita veramente cristiana.

Anche nei villaggi più piccoli, dove é più difficile operare una svolta da uno stile di vita individualista ad uno comunitario, con la spiritualità del Movimento dei focolari — introducendo la Parola vissuta in comunità e lo scambio delle esperienze sulla stessa — abbiamo potuto creare piccole comunità vive. Con questo metodo siamo riusciti a portare a buon termine un’esperienza di catecumenato anche fra gli zingari.

Alcune parrocchie nostre e altre, portate avanti da Movimenti ecclesiali, sono additate oggi come “modelli” di pastorale comunitaria. Molti chiedono qual è il nostro “segreto”. Agenti di pastorale — sacerdoti, seminaristi e laici — spesso vengono a visitarci per conoscere come si fa a trasmettere in maniera pratica e viva una spiritualità di comunione. In molti incontri pastorali siamo invitati a presentare la nostra esperienza.

Il nostro ecumenismo

La popolazione ungherese fino agli anni 80° per il 70% era battezzata nella Chiesa cattolica, per il 23% nelle Chiese protestanti e altri pochi in quella ortodossa. Il comunismo applicava il suo metodo di divide et impera anche in campo ecumenico, frenando ogni sviluppo, anzi cercando di creare tensioni fra le Chiese.

Dopo la svolta le comunità cristiane e i loro responsabili hanno fatto dei passi in avanti, ma anche da noi — come dice il Papa — c'è «ancora tanto cammino da fare».

Il Papa nella Novo millennio ineunte ci ripete l’invito, già formulato dal Concilio, «di promuovere la comunione nel delicato ambito dell’impegno ecumenico» (n. 48). In tutti questi anni, vivendo la spiritualità del Movimento, era cresciuto in noi l’anelito verso l’unità e il bisogno di stabilire rapporti con tutti i fratelli cristiani.

Nel maggio scorso abbiamo organizzato un incontro ecumenico per sacerdoti e pastori su come possiamo portare avanti l’unità dei cristiani. Durante la preparazione ci siamo resi conto che quasi tutti i sacerdoti del Movimento dei focolari, che vivono in territori “misti”, hanno contatti costruttivi con i pastori del posto e s'incontrano regolarmente per colloqui e preghiere. Un fatto questo non facile e, perciò, un po’ raro in Ungheria. Molti di questi pastori e alcuni sacerdoti ortodossi hanno accettato l’invito a quest’incontro organizzato da noi, per cercare insieme le vie dell’unità, attraverso un ecumenismo basato sull’impegno di vivere più intensamente il Vangelo: un ecumenismo della vita. E stato questo il primo incontro nazionale con la partecipazione di un gran numero di pastori di diverse Chiese.

Gesù abbandonato e la risurrezione

Abbiamo accennato sopra alla spiritualità di comunione e ai suoi frutti nella nostra vita e nella vita della Chiesa ungherese. Non possiamo però omettere che il fondamento della comunione é sempre l’amore a Gesù crocifisso e abbandonato.

Quest’amore — che è al centro della vita del focolare — è stato ed è fondamentale non solo per la nostra vita personale, ma anche per la fecondità nell’evangelizzazione.

L'amore all’ Abbandonato ha dato forza a tanti sacerdoti nel sopportare la persecuzione dello stato comunista e, a volte, anche l’incomprensione di confratelli e di alcuni superiori. Sotto la pressione dello Stato, che si adombrava nel vedere delle comunità cristiane vive, più volte siamo stati trasferiti dalle parrocchie dove era rifiorita la vita in posti lontani, dove le comunità erano spente. Abbiamo capito che anche questo in fondo era provvidenziale, perché ci permetteva di ravvivare il cristianesimo in altri luoghi dove spontaneamente non saremmo andati.

L’amore a Gesù nel suo abbandono ci ha spinti a creare la comunità in ogni ambiente e nelle situazioni più difficili, ovunque la Provvidenza ci metteva.

Un'ultima cosa. Nonostante i buoni propositi e la luce che proviene da una spiritualità di comunione, tante volte abbiamo sperimentato le difficoltà nel viverla tra noi. L’amore a Gesù crocifisso e abbandonato, rinnovato ogni mattino al nostro risveglio, ci ha permesso in tutti questi anni di superare le difficoltà provenienti dalle diversità di carattere e di vedute o anche dagli sbagli commessi da noi o dagli altri. Possiamo testimoniare che chiedersi perdono e ricominciare a vivere in piena comunione è stato sempre motivo di gioia e di un’unità nuova e più profonda tra noi, e ha dato maggiore credibilità alla nostra attività pastorale.

a cura di Ferenc Tomka

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Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).

Sommario di Gen's 4/2001 – Novo millennio ineunte
  1. 97Scuola di comunioneHubertus Blaumeiser
  2. 99Vuoi la comunione?Eugenio Borrotti
  3. 100Lettera ai vescovi amici del Movimento dei focolariGiovanni Paolo II
  4. 102Gesù crocifisso e abbandonato: radice della ChiesacomunioneChiara Lubich
  5. 108Chiesa per il terzo millennioPiero Coda
  6. 113La comunione come scuola di vitaFerenc Tomka (a cura di)
  7. 121L’unità tra i Movimenti ecclesialiMons. Frantisek Radkovsky
  8. 125Movimenti ecclesiali in parrocchiaGiorgio Pugliese
  9. 131La diocesi del Papa a convegnoRedazione (a cura della)
  10. 133Seminari e spiritualità di comunioneAA.VV.

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