Magistero · Gen's 3-4/2007, p. 43
Giovanni Paolo II
1 grido di Gesù sulla croce non tradisce l’angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell’amore, per la salvezza di tutti. Mentre si identifica col nostro peccato, “abbandonato” dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre. I suoi occhi restano fissi sul Padre. Proprio per la conoscenza e l’esperienza che solo lui ha di Dio, anche in questo momento di oscurità egli vede limpidamente la gravità del peccato e soffre per esso. Solo lui, che vede il Padre e ne gioisce pienamente, misura fino in fondo che cosa significhi resistere col peccato al suo amore. Prima ancora, e ben più che nel corpo, la sua passione è sofferenza atroce dell’anima.
La tradizione teologica non ha evitato di chiedersi come potesse, Gesù, vivere insieme l’unione profonda col Padre, di sua natura fonte di gioia e di beatitudine, e l’agonia fino al grido dell’abbandono. La compresenza di queste due dimensioni apparentemente inconciliabili è in realtà radicata nella profondità insondabile dell’unione ipostatica.
Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è /a “teologia vissuta” dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come «notte oscura». Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore.
Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: «E l’anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l’unione e per l’affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l’immacolato A gnello, l’Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente». Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: «Nostro Signore nell’orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa». È una testimonianza illuminante! Del resto, la stessa narrazione degli Evangelisti dà fondamento a questa percezione ecclesiale della coscienza di Cristo, quando ricorda che, pur nel suo abisso di dolore, egli muore implorando il perdono per i suoi carnefici (cf Lc 23, 34) ed esprimendo al Padre il suo estremo abbandono filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46).
Giovanni Paolo Il
Novo millennio ineunte, 26-27.
Per una «cultura della risurrezione»
Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).
Sommario di Gen's 3-4/2007 – Per una cultura della resurrezione
- 41«Difendiamo la gioia»Enrique Cambòn
- 43Il grido dell’ AbbandonatoGiovanni Paolo II
- 44Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturaleChiara Lubich
- 49Il Dio del nostro tempoPiero Coda
- 56L’amore esigente di DioSebastián Carrera Mendoza
- 61Narrare la propria fedeGiuseppe Zanon
- 66Olanda: primi albori dopo la notteMichel Vandeleene, Callan Slipper
- 70Verso la III Assemblea Ecumenica Europea a SibiuJoan Patricia Back
- 74È stata una scuola di comunioneAlberto Taveira
- 75Una risposta alla notte del nostro tempoGiuseppe Maria Zanghì
- 77Notizie dal mondo dei seminariSegreteria internazionale del movimento gens (a cura della)







