Una testimonianza dall’arcidiocesi di Brasilia
di Edilson Santos
Il processo sinodale, fortemente incoraggiato dal recente magistero della Chiesa, non rappresenta un semplice metodo pastorale del momento, ma invita a una vera e propria conversione ecclesiologica e spirituale. In ambito parrocchiale, si esprime come un cammino di valorizzazione del laicato, radicato nell’ascolto reciproco, nel discernimento comunitario e in una sana decentralizzazione del ruolo del sacerdote. Alla luce della Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, l’autore propone una riflessione teologica e pastorale sull’attuazione dello spirito sinodale in parrocchia, analizzandone i fondamenti, le sfide e le implicazioni per la vita quotidiana delle comunità.
La parrocchia come luogo
privilegiato della sinodalità
Due anni fa sono stato nominato parroco della parrocchia Maria Imaculada, situata nel Guará, una città nel Distretto federale del Brasile che conta più di 120 mila abitanti. Oltre a questa comunità, il cardinale di Brasilia, Dom Paulo Cezar, mi ha affidato anche una cappella dedicata a San Giovanni Paolo II, situata in un quartiere di 15 mila abitanti e destinata a diventare parrocchia.
Fin dall’inizio, ho compreso che la strada da percorrere senza paura era quella sinodale. Nella recente Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro papa Leone XIV ricorda, infatti, che «la sfida della sinodalità – che non elimina le differenze, ma le valorizza – rimane una delle opportunità principali per i sacerdoti del futuro» (n. 22). Queste parole mi sono servite per rileggere un percorso di comunione, in atto già da qualche tempo, con il popolo che Dio mi ha affidato. La parrocchia, in effetti, resta il luogo ordinario in cui la maggioranza dei fedeli vive la propria fede e, per questo, rappresenta il contesto naturale per una reale pratica sinodale. Potevo quindi contare sul sostegno di un gruppo di laici che mi hanno aiutato a costituire dei gruppi di dialogo e di sviluppo delle varie attività.
In quella comunità, destinata a diventare parrocchia, ho cominciato a pensare innanzi tutto al sacerdote che un domani avrebbe preso il mio posto, nella certezza che il sacerdote passa, mentre la comunità rimane. Mi sono quindi sentito chiamato da Dio a formare «un popolo ben disposto» (cf. Lc 1, 17), non centrato sulla mia persona, ma su Cristo Gesù, vero punto di partenza e di arrivo del cammino sinodale.
Un ulteriore elemento è stata la fraternità sacerdotale. Nell’arcidiocesi esistono gruppi di presbiteri che si riuniscono mensilmente per pregare, dialogare e aiutarsi a vicenda nel ministero. Come ricorda papa Leone XIV nella Lettera apostolica, rifacendosi al Concilio Vaticano II: «insieme contribuiscano “a una medesima opera” e svolgano “un unico ministero”, lavorando tutti “per la stessa causa” anche se si occupano di mansioni differenti» (n. 20; cf. Presbyterorum Ordinis, 8). Questo spirito di fraternità ha reso possibile la trasformazione della cappella San Giovanni Paolo II in una nuova parrocchia.
Una parrocchia sinodale:
servire e moltiplicare i talenti
Sempre nella Lettera apostolica, papa Leone XIV si sofferma anche sul rapporto con i fedeli laici, «in mezzo ai quali i presbiteri, con il loro specifico compito, sono fratelli tra i fratelli, condividendo l’uguale dignità battesimale, unendo “i loro sforzi a quelli dei fedeli laici” e giovandosi “della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi”. Anziché primeggiare o concentrare tutti i compiti in sé stessi, “essi devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici”» (n. 20; cf. Presbyterorum Ordinis, 9). Vedo tale unione come una chiamata a moltiplicare i talenti (cf. Mt 25, 14-30). Gesù ci chiama infatti a moltiplicare, non a sotterrare. Il primo effetto di questa operazione è stata la gioia e l’entusiasmo che hanno coinvolto tutti, generando un forte senso di appartenenza. La comunità si è rafforzata ed è cresciuta con l’arrivo di nuovi fedeli che attratti da questo stile di vita hanno sentito di inserirsi e di impegnarsi nei vari gruppi esistenti.
In questo processo di crescita non c’erano né sfiducia né insicurezza: alla paura di aprirsi alla partecipazione della comunità nelle decisioni sono subentrate una fede vissuta intensamente e virtù praticate con una spiritualità viva, radicata nell’amore per Cristo e per la Chiesa.
La sinodalità si fonda sacramentalmente sul Battesimo: tutti i fedeli partecipano al triplice munus di Cristo come sacerdote, profeta e re, e sono soggetti attivi della missione ecclesiale. Per dare concretezza a questo principio e creare spazi reali di fiducia e di corresponsabilità, abbiamo costituito tre gruppi di servizio:
Il Gruppo delle varie attività pastorali e dei Movimenti. Composto da due coppie di sposi, ha visitato tutti i gruppi nelle case dei fedeli. Questo ha trasformato la comunità in una famiglia e ha rafforzato i legami di comunione. Da questo lavoro di ascolto sono emerse le priorità pastorali e sono nati, tra l’altro, tre nuovi gruppi: la recita del Rosario per gli uomini, un gruppo giovanile e la pastorale dell’accoglienza.
Il Gruppo per la gestione parrocchiale. È responsabile della cura delle risorse umane, materiali, finanziarie e organizzative della futura parrocchia, in stretta comunione con il parroco, per garantire uno sviluppo equilibrato.
Il Gruppo della pastorale della decima. Ha ascoltato la comunità per comprendere come rafforzare la corresponsabilità attraverso la decima, da intendere non solo come raccolta di fondi, ma come formazione spirituale che porta a una conversione del cuore ed educa alla gratitudine e alla missione. Ciò ha portato a un aumento del 30 per cento della decima.
Ho compreso in questo percorso che affidare responsabilità ai laici non è una concessione pragmatica dovuta alla scarsità di clero, ma un’esigenza teologica. Il Concilio Vaticano II ricorda che lo Spirito Santo distribuisce fra tutti i suoi doni per l’edificazione del Corpo di Cristo. Riconoscendo e valorizzando i carismi dei laici, la prassi della sinodalità aiuta a superare una visione clericale della Chiesa, nella quale il sacerdote appare come unico protagonista e prendiamo invece coscienza del fatto che il vero protagonista è lo Spirito Santo e che tutti sono importanti: sacerdoti e fedeli, insieme, impiegano i loro dono per il bene di tutti.
Nella parrocchia, questa fiducia si concretizza quando i laici non sono solo esecutori di compiti, ma veri e propri partecipanti ai processi di riflessione, decisione e valutazione pastorale. Consigli pastorali efficaci, gruppi di discernimento, ministeri affidati con chiarezza e accompagnamento sono distintivi di una comunità che crede nella maturità spirituale dei suoi fedeli.
L’ascolto: anima
del processo sinodale
L’ascolto è il cuore del cammino sinodale. Non si tratta solo di raccogliere opinioni, ma di riconoscere la voce dello Spirito attraverso il Popolo di Dio. Ciò richiede tempo, pazienza e conversione interiore; significa ascoltare i praticanti, ma anche i lontani, i feriti, i poveri, i giovani e gli anziani. Da un punto di vista teologico, l’ascolto è inseparabile dall’umiltà, virtù fondamentale per essere sacerdoti a immagine di Gesù. La Chiesa ascolta perché riconosce di non avere tutte le risposte e sa che il Signore continua a guidarla nella storia verso la verità tutta intera.
Pastoralmente ciò domanda di creare un ambiente in cui i fedeli possano parlare liberamente senza la paura di venir giudicati. Era questo il clima delle nostre riunioni pastorali. Un laico, membro dei consigli di comunità, ha proposto di avere momenti di adorazione eucaristica come aiuto indispensabile per la crescita della comunità fino a diventare parrocchia. Ho accettato subito, e abbiamo vissuto momenti indimenticabili, tutti come pecore ai piedi del Buon Pastore.
Un rischio del percorso sinodale è ridurre il discernimento a meccanismi sociologici, come votazioni, o a una semplice ricerca del consenso. Il discernimento comunitario è invece un atto spirituale che richiede preghiera, ascolto della Parola di Dio, confronto con la tradizione viva della Chiesa e attenzione ai segni dei tempi. Discernere insieme significa chiedersi: cosa sta dicendo lo Spirito Santo alla nostra comunità qui e ora? In questo il presbitero ha un ruolo insostituibile, non come “padrone” della decisione, ma come garante della comunione e della fedeltà ecclesiale.
Conversione del ministero
e frutti per la Chiesa
Parlare di decentralizzazione non significa relativizzare il ministero ordinato, ma purificarlo. Il presbitero rimane quello che è – pastore, maestro e santificatore – ma si libera dalla tentazione di essere il centro di tutto. La sinodalità lo invita ad assumere un ruolo di coordinamento, di animazione spirituale e di accompagnamento – e non di controllo. Questa decentralizzazione è, prima di tutto, una conversione interiore del sacerdote stesso, chiamato a fidarsi, a delegare e a camminare con il popolo. Si tratta di passare da una logica del “fare tutto” a una logica del “fare con” e, spesso, del “lasciar fare”. Tale cambiamento non è esente da conflitti, ma è fecondo se vissuto alla luce del Vangelo.
Una nuova parrocchia
Dopo due anni di cammino, il frutto più evidente è stata la creazione della nuova Parrocchia San Giovanni Paolo II, inaugurata il 7 febbraio scorso: un popolo ben disposto, pronto a prendersi cura dell’opera di Dio insieme al sacerdote. È stata per me come una corsa a staffetta: compiuta la mia parte, ho consegnato il testimone a un altro parroco. Noi presbiteri passiamo; abbiamo bisogno di fedeltà nel presente, senza perdere di vista la fedeltà al futuro, seminando oggi perché altri raccolgano domani.
Conclusione
Il sinodo in parrocchia non è un progetto opzionale, ma un cammino di fedeltà allo Spirito che guida oggi la Chiesa. Investendo nell’ascolto, nel discernimento comunitario e nella corresponsabilità laicale, la parrocchia diventa uno spazio di comunione viva e missione condivisa. La decentralizzazione del sacerdote non è una perdita, ma un guadagno spirituale: il ministero ordinato trova la sua verità quando genera comunione, fiducia e maturità nel Popolo di Dio.