Considerazioni sulla Chiesa nel cambiamento d’epoca
di Manuel Maria Bru Alonso
Cosa è richiesto alle comunità cristiane in questo tempo di profondo cambiamento? In particolare, come porsi davanti alla secolarizzazione interna ed esterna alla Chiesa che sta sempre più dilagando? L’autore di questo articolo è delegato episcopale per la catechesi nell’arcidiocesi di Madrid. La sua tesi: occorrono comunità aperte, che siano, anche se piccole, spazi familiari di accoglienza, di accompagnamento e di compagnia, di ascolto, di preghiera che trasmetta pace, di celebrazione festosa e di iniziazione alla fede. Attingiamo questo contributo dalla rivista Ekklesía Spagna.
«Viviamo in un cambiamento d’epoca e non in un’epoca di cambiamenti», ha ribadito papa Francesco. Benché questa affermazione sia ormai un luogo comune tanto da rischiare di essere intesa in modo semplicistico o banale, di fatto è questo il contesto in cui vivono oggi vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, e ovviamente la maggior parte dei cristiani.
Con questo cambiamento aumentano senza dubbio le sfide per la missione della Chiesa nel mondo in cui ci troviamo e non in un ipotetico futuro, sia esso utopico o distopico, né nella nostalgia di altri tempi che fa rimpiangere scenari socioculturali del passato che – ammettiamolo – sono sempre stati artificiosi1.
Per il cardinale José Cobo, arcivescovo di Madrid, trovarci in un cambiamento di epoca significa che, da un lato, «dovremo cambiare linguaggio e adeguare le formule pastorali a questo momento. Non funzionano più le modalità consuete. Il cambiamento d’epoca ci chiede questo passo per annunciare il fascino del Vangelo a una città, a popolazioni e a persone che ne sono assetate». D’altra parte, vuol dire che «ci troviamo davanti alla sfida di stimolare comunità, parrocchie e realtà ecclesiali di ogni tipo nel campo della missione. Comunità aperte, familiari e, soprattutto, che rimandino a Dio. Che proclamino con opere, parole e celebrazioni la forza avvincente del Vangelo»2.
Rinascere dalle ceneri con un volto nuovo
Ciò ha a che vedere in qualche modo con le “comunità creative” di cui parlava già mezzo secolo fa il cardinale Joseph Ratzinger? Fu lui a coniare questa espressione per definire la Chiesa del futuro, formata da minoranze costituite dalle comunità cristiane di base, nelle parrocchie, nei gruppi carismatici, in diverse istituzioni, nei Movimenti ecclesiali, ecc. Per molti fu scandaloso. Alcuni lo interpretarono, addirittura, come un segnale di allarme profondamente pessimista di fronte all’avanzare della secolarizzazione, mentre per lui era un’opportunità provvidenziale perché la Chiesa rinascesse dalle ceneri della profonda crisi sia della cultura occidentale tradizionale che della modernità con un volto nuovo e un nuovo impulso missionario. Da papa, Benedetto XVI ha ripetuto più volte che «normalmente sono le minoranze creative a determinare il futuro e, in questo senso, la Chiesa cattolica deve essere intesa come una minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono qualcosa del passato, ma una realtà molto viva e attuale»3.
In concomitanza con l’apertura del Concilio Vaticano II, un altro grande teologo gettò le basi della riflessione sulle “comunità creative”. Fu il domenicano francese Yves Congar, nella sua opera Per una Chiesa serva e povera, a proporre una Chiesa che cerchi di servire e non di dominare. Che abbia soprattutto parole di accoglienza e non di condanna. Che apra le porte non solo ai credenti ma a tutta l’umanità. Perché la Chiesa non è altro che questo, fin dal suo inizio, da quando Gesù predicò la povertà apostolica e sperimentò il “fallimento” della sua azione missionaria, poiché molti, come il giovane ricco (cf. Mt 19, 16-30), gli voltarono le spalle. Alcuni perché dicevano: «Questo modo di parlare è duro, chi può dargli ascolto?». Per questo «molti dei suoi discepoli si ritirarono e non andarono più con lui». E i pochi che lo seguirono, quelli che confessavano come Pietro che «solo tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 60-68), mostrarono a loro volta, come gruppo umano, una grande povertà apostolica4.
Tutt’altro che la fine di un cammino
Non dobbiamo quindi spaventarci se in questo momento della storia della Chiesa stiamo vivendo un periodo caratterizzato da situazioni di “secolarizzazione interna ed esterna” (san Paolo VI), di “apostasia silenziosa” (san Giovanni Paolo II), di “eclissi di Dio” e di “indifferenza religiosa” (Benedetto XVI) e di “assenza di fede” (Francesco), perché il “fallimento” nella missione, inteso secondo le categorie mondane, è insito nel Dna dell’avventura evangelizzatrice. Non deve spaventarci nemmeno riconoscere che la comunità cristiana riproduca quel “resto d’Israele” (Sof 3, 12-14), come nuovo “resto del Popolo di Dio”, che ricorda quei sopravvissuti deportati del Popolo dell’Alleanza, «salvati come promessa di futuro, come segno sostenuto e fecondo della mano di Dio nella storia». L’importante, come sottolinea il cardinale Ricardo Blázquez, è che sia “resto” e non “residuo”, cioè «ciò che rimane dopo successive diminuzioni fino ad arrivare alla segregazione»5.
Non possiamo ignorare che, in fondo, questa prospettiva ci spaventa un po’ e, come tanti profeti di sventura, potremmo cadere nella tentazione, di pensare che possa trattarsi di una “fuga spirituale” per sopportare meglio la perdita di presenza quantitativa (che difficilmente può andare di pari passo con la presenza qualitativa), per non parlare della perdita di influenza sociale che, in fin dei conti, nei parametri del mondo, si identifica con il potere sociale. Questa percezione, inoltre, è normalmente accompagnata da vedute piuttosto corte.
Ci è quindi difficile pensare – come dice Pablo D’Ors – che il cristianesimo stia nascendo e che «il passato non è mai una ragione per opporsi al presente e al futuro della nostra fede»6. Guardato in questo modo, il trovarci in fondo alla parabola della modernità e della postmodernità in termini di secolarizzazione, dovrebbe sembrarci tutt’altro che la fine di un percorso. Non sarà invece che tutto questo costituisca proprio un nuovo inizio, dopo una fase di evangelizzazione durata appena duemila anni, in cui siamo passati per la prova (se non addirittura la tentazione) di una cristianità passeggera che non ha nulla a che vedere con un cristianesimo veramente incarnato e radicato nel mondo? Non voleva forse dirci qualcosa di simile san Giovanni Paolo II quando ci spiegava che «uno sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio»?7
“Comunità”: in che senso?
Per comprendere meglio questo concetto di “comunità creative” è opportuno dire qualcosa su ciascuna delle due parole che lo compongono: di che tipo di comunità stiamo parlando quando parliamo di comunità creative? E in cosa consiste questa “creatività” come concetto legato alla loro condizione di comunità minoritarie?
Cominciamo dalla prima domanda: si tratta di piccole comunità in contesti sociali di non credenza o di altre credenze, dove la presenza cristiana può essere decisamente minoritaria, anche se la società post-secolarista non deve necessariamente essere una società senza religione. Ma si tratta anche di comunità creative, capaci cioè di avviare processi di evangelizzazione inediti e capaci di risultare, per la loro testimonianza, significative nel proprio contesto socioculturale. Si tratta di spazi di autentica comunione, perché coltivano la spiritualità di comunione proposta da san Giovanni Paolo II8, che le rende capaci di evangelizzare con la sola loro presenza, come ci aveva avvertito già il Maestro: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Inoltre, come afferma il teologo portoghese José Cardoso: «meno è evidente la vita di comunione, meno evangelizziamo e, al contrario, più testimoniamo la communio (koinonía), più si verificano i frutti della nuova evangelizzazione, a cominciare dalla gioia, dalla speranza, dallo zelo, dall’ardore missionario e dalla forza nelle avversità»9.
Ma si tratta anche di comunità che, mettendo in pratica questa spiritualità, si addentrano in una vera esperienza di partecipazione che rende effettiva la comunione e che si dispongono quindi a vivere l’esperienza ecclesiale come una vera esperienza sinodale. Papa Francesco non ha inventato l’aggettivo “sinodale” per la Chiesa. Non lo ha nemmeno richiamato. Piuttosto ha richiamato il fatto che non si tratta di un aggettivo ma di un sostantivo. La Chiesa non è altro che questo: dal Concilio di Gerusalemme in epoca apostolica fino ai giorni nostri, si è guardata allo specchio degli Atti degli Apostoli che la descrivono come il «gruppo dei credenti» che «aveva un solo cuore e un’anima sola» (Atti 4, 32)10.
La vita si gioca nella capacità
di essere fermento
Passiamo alla seconda domanda: in cosa consiste la “creatività” legata alla loro condizione di comunità minoritarie?
Papa Francesco ci diceva che la vera creatività nasce dall’ardore evangelizzatore, poiché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale»11. Ma si tratta sempre di una creatività che nasce dalla carità, perché «la carità non può essere neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale! La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cf. 1 Cor 13). La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili»12.
E perché non rinunciare ad essere comunità minoritarie? Per il cardinale De Kesel, arcivescovo di Bruxelles13, la chiave sta nel rapporto della Chiesa con il mondo: quando il cristianesimo era una religione culturale, il mondo e la Chiesa coincidevano. Ci illudevamo di vivere in un mondo cristiano. In una cultura secolarizzata, ciò non è più così. Il mondo è infinitamente più grande della Chiesa. La Chiesa non è il mondo, ma vive nel mondo. E la missione non può essere confusa con la restaurazione di una civiltà cristiana omogenea. La Chiesa non è chiamata a conquistare gradualmente il mondo. La coincidenza tra Chiesa e mondo non è una realtà che si realizza nella storia ma alla fine dei tempi. Finché durerà il mondo, la Chiesa vivrà in diaspora.
Per argomentare la sua tesi, De Kesel ricorda un’affermazione di papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Marocco: «il problema non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cf. Mt 5, 13-15). Penso che la preoccupazione sorge quando noi cristiani siamo assillati dal pensiero di poter essere significativi solo se siamo la massa e se occupiamo tutti gli spazi. Voi sapete bene che la vita si gioca con la capacità che abbiamo di “lievitare” lì dove ci troviamo e con chi ci troviamo. Anche se questo può non portare apparentemente benefici tangibili o immediati»14.
Nella comunità cristiana un anticipo di Cieli nuovi e terra nuova
Potremmo dire che il fine ultimo (escatologico) dell’evangelizzazione non consiste solo nel fatto che, lungo i secoli, più persone possibile possano alla fine della loro vita riconoscere Gesù perché hanno avuto modo di accogliere l’annuncio esplicito della Buona Novella, ma anche nel fatto che possano giungere a riconoscerlo perché, velatamente, già prima lo hanno conosciuto implicitamente nella testimonianza dei cristiani nonché nella comunità cristiana (nelle diverse comunità creative) e hanno potuto conoscere un anticipo dei Cieli nuovi e della terra nuova.
Arrivando alla realtà pastorale concreta, viene da dire che l’importante non è l’esistenza di parrocchie fantastiche con sempre più gruppi, più iniziative, più attività e più persone che partecipano a tutto ciò (e con un’offerta di franchising come se si trattasse di un centro commerciale), ma che siano, anche se piccole, spazi attraenti di accoglienza, di accompagnamento e di compagnia, di ascolto, di preghiera che trasmette pace, di celebrazione festosa e di iniziazione alla fede. Così come non è importante che ci siano movimenti apostolici con laici preparati al massimo e nelle più alte cariche della vita pubblica (politica, economica, educativa e mediatica) e con i mezzi più sofisticati per la missione ma movimenti e comunità ecclesiali che offrano ascolto, legami di comunione, spazi di amore reciproco e di testimonianza evangelizzatrice. Ciò che conta è che a partire da queste comunità possiamo offrire ciò che la mistica e serva di Dio Chiara Lubich ha definito “l’attrattiva del tempo moderno”: «fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie»15.
1 La riflessione contenuta in questo articolo è ampiamente argomentata in M.M. Bru Alonso, ¿Ha fracasado la Nueva Evangelización? El desafío misionero de la acogida a cercanos, alejados y lejanos de la fe cristiana, Editorial San Pablo, Madrid 2024, 688 pp. Su questo argomento: pp. 436-453.
2 Card. J. Cobo, Omelia pronunciata durante la celebrazione dell’inizio del suo ministero episcopale come arcivescovo di Madrid, 8 luglio 2023.
3 Benedetto XVI, Incontro con i giornalisti durante il volo verso la Repubblica Ceca, 26 settembre 2009.
4 Cf. Yves M.-J. Congar, Per una Chiesa serva e povera, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2014.
5 Card. R. Blázquez, Vivere la fede nel mondo di oggi, Discorso in occasione della cerimonia in onore del card. Carlos Osoro, Università ecclesiastica San Dámaso, 26 ottobre 2023.
6 P. D’Ors, Le nuvole passano, il cielo rimane, in «Vida Nueva» n. 3338 (28.10-3.11.2023) p. 50.
7 San Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio (7 dicembre 1990) n. 1.
8 Cf. id., Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte (6 gennaio 2001) n. 43.
9 J. Cardoso de Almeida, Comunità evangelizzatrice nella prospettiva di San Giovanni Paolo II, in L.M. Figueiredo Rodrigues (ed.), Proponer la fe en una pluralidad de caminos, PPC Ed., Madrid 2021, pp. 65-66.
10 Cf. M.M. Bru Alonso, ¿Qué es el Sínodo sobre la Sinodalidad?, Ciudad Nueva (dicembre 2021) pp. 8-9.
11 Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013) n. 11.
12 Francesco, Omelia nella santa messa con i nuovi cardinali e il Collegio cardinalizio, 15 febbraio 2015.
13 Card. Joseph De Kesel, Il rapporto tra cristianesimo e secolarizzazione nell’era postmoderna, Conferenza al Congresso dell’Équipe Europea di catechesi a Bruxelles, 2 giugno 2022.
14 Francesco, Discorso all’incontro con i sacerdoti, i religiosi, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese, Cattedrale di Rabat, 31 marzo 2019.
15 C. Lubich, Meditazioni, Città Nuova, Roma 202029, p. 82.