Chiara Lubich
«Niente è più urgente nel mondo di una potente corrente d’amore», ha osservato Chiara Lubich il 29 novembre 1998 nel suo intervento alla Preghiera ecumenica nella storica chiesa evangelica di Sant’Anna ad Augsburg in occasione di un convegno ecumenico di vescovi, alla presenza di 800 fedeli. Non si immaginava certo, in quel momento, che luterani e cattolici in quello stesso luogo un anno dopo avrebbero firmato la storica Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (31 ottobre 1999). Riportiamo qui la parte del discorso che si riferisce più specificamente al cammino delle Chiese verso l’unità. Da: C. Lubich, La Chiesa, Città Nuova, Roma 2018, pp. 134-137.
Se noi cristiani diamo uno sguardo alla nostra storia di 2000 anni ed in particolare a quella del secondo millennio, non possiamo non rimanere ancora addolorati nel costatare come essa è stata spesso un susseguirsi di incomprensioni, di liti, di lotte. Colpa certamente di circostanze storiche, culturali, politiche, geografiche, sociali…; ma anche del venir meno fra i cristiani di quell’elemento unificatore loro tipico: l’amore.
E allora, per poter tentare oggi di rimediare a così grave male, dobbiamo tener presente il principio della nostra comune fede: Dio. Egli, perché Amore, chiama pure noi ad amare. […]
Alla luce di Dio che è Amore
In questi tempi mi sembra che è proprio lui, Dio Amore, che, in certo modo, deve nuovamente tornare a rivelarsi non solo a noi singoli cristiani, ma anche alle Chiese che componiamo. Ed egli ama le Chiese per quanto si sono comportate nella storia secondo il disegno che Dio aveva su di loro; ma anche – e qui è la meraviglia della misericordia di Dio – le ama pure se non vi hanno corrisposto, permettendo la divisione, solo però nel caso che ora ricerchino la piena comunione con le altre Chiese.
E questa consolantissima convinzione emerge da un testo di Giovanni Paolo II, che ha fiducia in Colui che trae il bene dal male. Alla domanda: «Perché lo Spirito Santo ha permesso tutte queste divisioni?», pur ammettendo che può essere stato per i nostri peccati, ha aggiunto: «Non potrebbe essere (…) che le divisioni siano state (…) una via che ha condotto e conduce la Chiesa a scoprire le molteplici ricchezze contenute nel Vangelo di Cristo (…)? Forse – continua il Papa – tali ricchezze non sarebbero potute venire alla luce diversamente…»1.
Dobbiamo dunque credere che Dio è Amore anche per le Chiese.
Amore reciproco fra le Chiese
Ma, se Dio ci ama, noi non possiamo certo rimanere inerti di fronte a tanta divina benevolenza; da veri figli e figlie dobbiamo contraccambiare il suo amore anche come Chiesa.
Ogni Chiesa nei secoli si è, in certo modo, pietrificata in se stessa per le ondate di indifferenza, di incomprensioni, se non di odio reciproco. Occorre perciò per ognuna un supplemento di amore. Amore, dunque, verso le altre Chiese e amore reciproco fra le Chiese, quell’amore che porta ad essere ognuna dono alle altre, poiché si può prevedere che nella Chiesa del futuro una ed una sola sarà la verità, ma espressa in maniere diverse, osservata da varie angolazioni, abbellita da molte interpretazioni.
Gesù abbandonato, stella del cammino ecumenico
Amore reciproco però che è veramente evangelico, e quindi valido, se praticato nella misura voluta da Gesù: amatevi gli uni gli altri – egli ha detto –, come io vi ho amato. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri fratelli» (cf. Gv 15, 13). E lui ha dato la vita per noi, nella sua passione e morte, dove ha sofferto con l’agonia nell’orto, con la flagellazione, l’incoronazione di spine, la crocifissione, ma anche con quel culmine del suo dolore che ha espresso nel grido: «Dio mio, Dio mio, perché anche tu mi hai abbandonato?» (cf. Mt 27, 46). […]
Ma, se le cose stanno così, non sarà difficile vedere in lui, proprio in lui, Gesù abbandonato, la stella più luminosa che deve illuminare il nostro cammino ecumenico.
Sembra che un lavoro ecumenico sarà veramente fecondo in proporzione di quanto chi vi si dedica vedrà in Cristo crocifisso e abbandonato che si riabbandona al Padre, la chiave per capire ogni disunità e per ricomporre l’unità. Chi fa così trova in lui la luce e la forza per non fermarsi nel trauma, nello spacco della divisione, ma per andare sempre al di là e trovarvi rimedio, tutto il rimedio possibile.
Gesù fra cristiani di diverse Chiese
L’amore reciproco con questa misura porta così ad attuare l’unità. E l’unità vissuta ha un effetto, che è pure esso, per così dire, un pezzo forte per un ecumenismo vivo. Si tratta della presenza di Gesù fra più persone, nella comunità. «Dove due o tre – ha detto Gesù – sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Gesù fra un cattolico ed un evangelico che si amano, fra anglicani e ortodossi, fra un’armena e una riformata che si amano. Quanta pace sin d’ora, quanta luce per un retto cammino ecumenico!
Gesù in mezzo a noi è un dono, fra il resto, che rende meno penosa l’attesa del tempo in cui sarà condiviso da tutti noi sotto le specie eucaristiche.
E necessita ancora un grande amore per lo Spirito Santo, Amore fatto Persona. Egli lega in unità le Persone della Santissima Trinità, ed è vincolo fra le membra del Corpo mistico.
So, anche per esperienza, che, se noi tutti vivremo così, ci saranno frutti eccezionali, si avrà soprattutto un particolare effetto: vivendo assieme questi diversi aspetti del nostro cristianesimo avvertiremo di formare, sin d’ora, in certo modo, un solo popolo cristiano che potrà essere un lievito per la piena comunione tra le Chiese.
1 Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, p.167.