Flash di vita · Gen's 2/2004, pp. 59–60
Michele Fusco
Non sempre un cambiamento di parrocchia è indolore. Di fronte ad una decisione difficile è bene confrontarsi con il fratello.
Nell’agosto scorso il vescovo mi ha chiamato per affidarmi una nuova parrocchia: una comunità con tanti operatori pastorali, vari gruppi vivi, una bella casa canonica, una parrocchia ben avviata sotto tanti aspetti. Questa proposta, sebbene mi comportasse dei problemi per altri impegni — tre giorni alla settimana sono in seminario come Padre Spirituale — l’avevo accolta volentieri.
Il 19 settembre sono andato dal vescovo per definire questo trasferimento e abbiamo parlato per un bel po” di tempo. Con mia sorpresa egli mi ha domandato se ero disposto ad andare in una parrocchia diversa da quella prospettata in precedenza, poiché non aveva trovato disponibilità in altri sacerdoti. Quella parrocchia, infatti, è alquanto disagiata: le celebrazioni avvengono in un prefabbricato a causa dell’ultimo terremoto, non c’è casa canonica e da circa un anno e mezzo la comunità è senza parroco. Questi si era trovato in difficoltà col vescovo per una questione pastorale e la comunità ne aveva sofferto.
In quel momento non ho avuto la forza di dare alcuna risposta pur vedendo che il vescovo era molto preoccupato per quella situazione. A sera le sue parole mi riecheggiavano nella mente e, sebbene dicessi a me stesso che volevo fare la volontà di Dio ad ogni costo, mi sembrava proprio che egli mi chiedesse troppo. Numerose domande si affollavano nella mia mente: «Sarò capace di sanare le divisioni che troverò? Dovrò cercare una casa? Potrò dedicare il tempo necessario ai quattromila abitanti di questa città con gli altri impegni da seguire?». Capivo che era bene cercare l’aiuto dei fratelli.
Al mattino per prima cosa ho chiamato al telefono un sacerdote amico, gli ho raccontato quello che era avvenuto e gli ho detto che desideravo capire con la luce di Gesù tra noi quale risposta dare al vescovo. Egli non ha avuto alcuna esitazione: era bere tornare dal vescovo e dirgli che ero pronto ad accogliere questa sua seconda proposta.
Dopo la telefonata, mi tornavano alla memoria le parole di una celebre meditazione di Chiara Lubich: «Ho un solo sposo sulla terra, Gesù crocifisso e abbandonato…». E una logica che va al di là della visione ordinaria degli uomini, perché basata sulla fede, quindi più vera. Così, poche ore dopo, salivo le scale per andare in episcopio, e ho comunicato serenamente la mia adesione.
Tutto ciò era accaduto il sabato. La domenica mattina, mentre andavo a celebrare la messa, ripetevo a me stesso: «Sei Tu, Signore, l’unico mio bene, nessun altro, anche quando dentro di me sento la desolazione». Le circostanze mi chiamavano a non ripiegarmi su me stesso, ma a buttarmi fuori, per consolare quella persona, dire una parola buona all’altra, accogliere quel vambino.
La pace dentro di me e nella comunità
Dopo la messa, con mia sorpresa, una pace mai provata, una immensa tranquillità d’animo. Sul mio nulla, per l’amore ai fratelli, germinava un’unione con Dio particolare, un vero dono dall’alto. Ho pensato a Maria ai piedi della croce: perdere tutto per avere il Tutto. Avevo accettato il volto del Crocifisso nella situazione della nuova parrocchia ed ora per l’amore a lui e ai fratell: sperimentavo il dono della sua presenza, del suo amore. Veniva da pensare al titolo della parrocchia: Santa Maria del Rovo. Questa comunità è nata, infatti, intorno ad una icona di Maria adagiata su di un rovo: una pianta piena di spine.
Ed è arrivato il 31 ottobre, giorno in cui il vescovo ha presieduto la cerimonia di consegna della parrocchia. Trovandomi in difficoltà nel dover dire due parole, per la situazione alquanto delicata della comunità parrocchiale, ho preferito evitare i soliti ringraziamenti e dare un messaggio di speranza.
Il vangelo del giorno era quello delle beatitudini: si concludeva l’anno del rosario e si celebrava la liturgia della festa di tutti i santi.
Ho parlato del Regno dei Cieli, che tutti possiamo sperimentare fin da adesso, se mettiamo in pratica il comandamento nuovo dell’amore scambievole. Scoprendo il Cielo nascosto nel cuore di ogni fratello, diventeremo, come Madre Teresa di Calcutta, mendicanti di Cielo, persone che sanno scorgere nelle piaghe nascoste nei dolori quotidiani, nelle divisioni, le feritoie da cui traspare il Cielo. E avremo così la gioia di vedere un mondo dove tutti sanno di avere un Padre e di essere fratelli fra loro.
Ho quindi affidato a Santa Maria del Rovo il cammino della comunità parrocchiale con questa preghiera di Chiara Lubich:
«E se qualche volta, intonando il Rosario, una colata di Cielo ci circonda e tutto il mondo, per quanto bello sia, si appanna a quell’incanto, che sarà incontrarti in cielo Maria?».
Alla fine come mio dono personale ho consegnato a tutti una card che da un lato riportava la Parola di vita del mese e dall’altro l’immagine di Madre Teresa di Calcutta con la scritta: “Mendicanti di Cielo”.
Molti sono stati gli echi e ancora oggi incontro persone che mi ringraziano e mi assicurano di condividere quanto ho proposto e offrono la loro disponibilità per i bisogni della comunità.
Ora la riconciliazione è in atto e la comunità ha ripreso il suo cammino nella pace.
Michele Fusco
PERCHÉ TUTTI SIANO
O uanto bene fa un sì detto per sempre! Vivendo in una società in cui dappertutto regna il “forse”, mi rendo conto che un sì totale ha una forza gigantesca». E l’augurio che recentemente è arrivato a due nostri amici in occasione della loro ordinazione diaconale. A formularlo, un sacerdote sulla quarantina d’anni che con queste parole esprime la sua esperienza. Ci sono, in effetti, svariati modi per rilanciare nel tempo di oggi la vocazione al sacerdozio ministeriale. E senz’altro importante mettere a fuoco l’identità del sacerdote. E non meno necessario è intraprendere utili iniziative di pastorale vocazionale. Ma ciò che forse più urge è far risplendere la vita di chi è incamminato per questa strada, far trasparire che diventare sacerdoti, prima ancora che assumere un particolare compito nella Chiesa, significa lanciarsi in un’avventura che si consuma nella libertà più assoluta: nella scelta di Dio solo. «Dio come Ideale e amare tutti», è un motto che sta rinnovando la vita di migliaia di seminaristi nei cinque continenti e che conferisce alla loro vita nuova attrattiva. Come è successo a un giovane austriaco. “Una sera, dopo un incontro per gli studenti laici della facoltà di teologia — racconta —, c’era ancora un momento di incontro informale. Sarei voluto andare verso quelli che conosco bene e con i quali si instaura facilmente un rapporto. Ma uno studente veniva verso di me e voleva parlarmi. L’avevo conosciuto di sfuggita e sapevo che era una persona un po” difficile e che, a causa dei suoi modi di fare, non era preso molto sul serio dagli altri. Mi sono proposto di amare in lui Gesù. Quello che ho ricevuto di ritorno, è stato stupendo: egli non solo mi ha comunicato la storia sofferta della sua vita, sì da aiutarmi a comprenderlo meglio, ma mi ha confidato pure che stava studiando teologia da laico con il solo pensiero di diventare sacerdote. Ha voluto quindi sapere tante cose del seminario e come io mi ci trovavo. Diceva poi che doveva fare ancora tanti passi e che questa sua scelta doveva maturare, ma ribadiva che era questa la sua meta. La stessa sera, poco prima, un collega di studio con cui c’è da qualche tempo un rapporto amichevole, mi ha preso da parte e mi ha comunicato che stava pensando anch’egli di entrare in seminario. Mi ha detto che era rimasto colpito dalla mia vita, dalla mia gioia…». Significativo pure questo episodio vissuto da un giovane in Brasile cui è toccato, ancor da seminarista, tenere corsi di teologia per laici: «Ho visto le montagne, le foreste, i laghi, gli uccelli, le piogge, le cascate; ho visto i fiori, le margherite; ho visto i campi, gli animali — gli ha scritto al termine di un ciclo di lezioni uno studente — ma tu hai visto l’uomo Gesù».
Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).
Sommario di Gen's 2/2004 – La via del fratello
- 33Chiamati a santificarci insiemeGiuseppe Petrocchi
- 35L’uomo: nostra via a DioKlaus Hemmerle
- 36L'unione con DioChiara Lubich
- 43L’unione con Dio nell’esperienza di Igino GiordaniTommaso Sorgi
- 50Gesù abbandonato chiave dell’unità con i fratelliPaul Schruers
- 53Un cammino di santitàNatale Monza
- 58A Dio attraverso i fratelli?Andrea Querzè
- 59Vuoi ascoltare Gesù?Michele Fusco
- 61Notizie dal mondo dei seminari — 39AA.VV.







