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L’Abbandonato: volto di Dio-Amore e via per l’umanità

Approccio biblico sull’abbandono di Gesù in croce

Meditazione · Gen's 2/2006, pp. 44–50

Michel Vandeleene e Gérard Rosse”

Questa meditazione sul significato biblico dell’abbandono sofferto da Gesù sulla croce è stata presentata ad un gruppo di vescovi amici del Movimento dei focolari durante il loro convegno annuale a Castel Gandolfo nel febbraio di quest'anno.

La meditazione che segue vuole approfondire il significato del grido d’abbandono nel contesto della passione, e l’importanza che esso ha avuto per la Chiesa primitiva nella comprensione di Dio Amore.

Come si sa, negli anni ‘40, quando Chiara Lubich e le sue prime compagne hanno preso in rilievo il grido di Gesù in croce, questo particolare della passione non era stato ancora oggetto di studio dell’esegesi e della teologia. E stato solo anni dopo che teologi come von Balthasar, Moltmann, Bulgakov ed altri hanno cominciato a prenderlo in considerazione sempre di più.

Il significato della morte di Gesù per crocifissione

Il grido — «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonat0?» — è riportato nel Vangelo di Marco (15, 34) e al suo seguito in quello di Matteo (27,

46). In questi due Vangeli è l’unica parola pronunciata da Gesù in croce, e gli esegeti ritengono che essa fosse già presente nell’antico racconto della passione, che Marco riprende nel suo Vangelo.

Per capire bene l’importanza e il significato di questo grido, occorre innanzitutto tenere presente il significato che una morte per crocifissione aveva a quell’epoca. Gesù infatti non è morto decapitato come Giovanni Battista o lapidato come Stefano, ma in croce.

Nell’impero romano, come è noto, la crocifissione era il supplizio riservato agli schiavi ribelli, ai grandi banditi e ai criminali politici. Essa aveva un carattere pubblico: il condannato doveva portare egli stesso, sotto gli scherni della folla e attraverso le vie della città, la trave trasversale alla quale andava poi appeso.

La crocifissione avveniva lungo le strade o su colline, sempre alla vista di tutti, e fuori delle città. La morte per crocifissione non implicava quindi soltanto atroci torture, vergogna e fallimento personale, ma anche esclusione dalla società con tutte le conseguenze dolorose che tale scomunica comportava.

Gesù è stato condannato dal governatore romano, su richiesta di rappresentanti dell’autorità religiosa ebraica, i quali non avevano il diritto di infliggere la pena capitale.

Nel giudaismo dell’epoca la morte per crocifissione voluta dall’autorità pditica aveva acquistato, con molta probabilità anche un significato religioso.

AI crocifisso poteva essere applicata la terribile sentenza: «l’appeso al legno è una maledizione di Dio» (cf Dt 21, 22-23). Come “maledizione” la croce poteva essere interpretata quale esclusione dall’alleanza di Dio, quindi lontananza da Dio e dal suo popolo.

Nella lettera ai Galati, Paolo conferma questa interpretazione della morte in croce: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: “Maledetto chi pende dal legno”» (Gal 3, 13).

Difficilmente Gesù poteva ignorare tale significato. Da quando ebbe la certezza di essere condannato alla morte di croce, egli dovette entrare in una notte tremenda, nella notte del silenzio di Dio. Tale notte lo ha accompagnato durante tutta la sua passione.

Questa è segnata da un crescendo di abbandoni: i discepoli dormono nell’orto del Getsemani, poi fuggono; il popolo, prima favorevole, ora lo schernisce assieme all’autorità religiosa e perfino i malfattori si aggiungono al coro. Anche il cosmo — con le tenebre descritte plasticamente dal Vangelo — partecipa al dramma.

Gesù è spogliato dalle sue vesti, prova vergogna. Poi, sperimenta la solitudine delle solitudini: l’assenza di Dio. Viene crocifisso sul calvario, fuori dalle mura di Gerusalemme. Muore fuori dalla città santa, fuori dalla comunità di Dio, dall’ambito consacrato al Signore (cf Eb 13, 12), dove soltanto l’uomo religioso può stare. Egli appare come un empio, un senza-Dio.

Con la sua passione Gesù attraversa dunque tutta la scala dell'angoscia umana, e vive la morte stessa sotto il segno dell’assenza e del silenzio di Dio. Il suo grido è l’espressione massima di questa notte che lo assale e lo travolge. Il Dio che Gesù annunciava vicino ora gli appare assente e incomprensibile nel suo agire.

Gli esegeti, pertanto, rilevano che non si può limitare la tremenda esperienza dell’essere “respinto da Dio”, “abbandonato”, a qualche istante passeggero vissuto da Gesù in croce. Il grido d’abbandono non è soltanto l’eventuale ricordo storico di un grido da lui emesso prima di morire, esso esprime anche e soprattutto il significato primitivo e più profondo di tutta la sua passione e della sua morte stessa in quanto morte in croce.

Mostrando a Chiara Lubich, già agli albori del Movimento dei Focolari, la misteriosa piaga spirituale che si nasconde in questo grido, il Signore l’ha concentrata sin dall’inizio sul vertice dei suoi dolori, attirando l’attenzione sull’aspetto più intimo e doloroso della sua passione. Era una grazia non comune — ce ne rendiamo meglio conto ora — pertinente ai fini dell'Opera che doveva nascere e che ha per scopo l’unità. In questa piaga infatti era celata la più profonda ed appagante risposta alle “notti” dell’umanità attuale, passata e futura.

Il motivo del giusto sofferente

La Chiesa, nata dall’incontro con il Risorto non poteva parlare della morte di Gesù per crocifissione senza far capire che essa, nonostante le sue apparenze contrarie, era in realtà conforme alle Sacre Scritture e per questo ai disegni di Dio.

Il racconto della passione è di fatto colmo di reminiscenze bibliche, tratte in particolare dai canti del servo del Signore in Isaia e dai salmi di lamentazione del giusto sofferente. Come sappiamo, lo stesso grido d’abbandono è l’inizio del salmo 22.

Nel racconto della passione, Gesù riceve così i tratti del giusto innocente che viene condannato a morte. Gli evangelisti suggeriscono che il suo destino è simile a quello di tanti giusti del Primo Testamento, che hanno subito persecuzione per la loro fedeltà a Dio. Come nei racconti di martiri (per esempio nel secondo libro dei Maccabei o nel libro della Sapienza), Gesù rinuncia a giustificarsi e non aspetta un intervento di Dio nell’immediato, ma nella Vita dopo la morte.

Il crocifisso non è dunque in realtà un maledetto, ma si iscrive nella schiera dei giusti del Primo Testamento che venivano condannati, pur essendo innocenti.

È da tener presente un fatto: Gesù che ha lasciato intendere nella sua predicazione di essere lo stesso Messia atteso da Israele, viene respinto da una maggioranza delle autorità religiose. Non viene condannato da empi, da nemici della legge di Mosè, ma dagli stessi suoi custodi. Essi mettono in dubbio e contestano questa sua identità messianica e la sua relazione con Dio: «Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo» (Mc 15, 32).

La sua morte acquista allora una ulteriore drammaticità: non intervenendo, Dio sembra desolidarizzarsi da colui che si presentava come il Suo Inviato ultimo e proclamava la Sua vicinanza definitiva.

Gesù non capisce più l’agire del Padre suo, non ne avverte più la presenza e muore gridando l’abbandono.

Il Vangelo di Marco riporta questo grido come parola di Gesù stesso e non come una citazione del Salmo. Alcuni esegeti ritengono che non è a caso. Il Salmo infatti si conclude nella lode e nel ringraziamento a Dio, mentre l’evangelista suggerirebbe che il grido di Gesù è da prendere alla lettera. In ogni caso esso rivela l’intimo strazio, la tremenda “notte di Dio” nella quale egli è entrato con la sua passione e che lo ha accompagnato fino alla morte. Gesù, infatti, non ha avuto nessuna consolazione prima di morire, ha vissuto tutta la sua passione nella fede pura. La risposta del Padre è certamente venuta, ma nella morte stessa, con la risurrezione.

L’identità filiale di Gesù

Sotto il dramma fatto di solitudine, di dolore e di notte interiore vissuto da Gesù in croce, esiste però un’altra storia, la storia d’amore tra il Cristo e il suo Dio, il rapporto del tutto particolare che egli aveva con Dio, che chiamava “Abbà”.

Durante tutta la sua esistenza Gesù ha vissuto nell'amore totale verso Dio, il Padre suo, e verso di noi. In questo suo rapporto con Dio, egli ha sempre trovato se stesso, la propria identità di Figlio. È questo rapporto vissuto che lo rendeva così diverso e unico fra tutti: vero Figlio di Dio fatto uomo.

Anche all’inizio della passione, l’evangelista Marco tiene a sottolineare l'obbedienza di Gesù, nella sua caratteristica filiale di relazione al Padre: «Abbà… non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14, 36).

Ora però quel Dio che egli, durante la sua vita pubblica, aveva proclamato vicino e vicino soprattutto all’emarginato, lo sperimenta lontano.

Eppure Gesù continua a fidarsi del Padre suo che non sente più, continua ad aggrapparsi a lui, anche se il Padre ora rimane in silenzio. Nell’estrema esperienza dell’abbandono, grida “Dio mio”, prega ancora Dio come l’Unico dal quale aspetta una risposta, dopo che tutti l’hanno abbandonato.

Il suo grido lo svela completamente derelitto, annientato, eppure, nonostante tutto, sempre proteso verso Dio, in attesa di ricevere ancora tutto se stesso da Colui che con confidenza straordinaria aveva chiamato “Abbà”.

La sua passione che culmina nell’abbandono è dunque il momento della massima espressione della sua adesione a Dio, il vertice del suo amore e della sua unità con il Padre. Proprio per questo è la più chiara manifestazione della sua identità di Figlio.

Rimettendosi totalmente a Dio nel momento stesso in cui non lo avverte più come suo Padre, egli realizza pienamente e rende manifesto nella sua umanità ciò che egli è da sempre: il Figlio eterno.

Il Vangelo di Marco annota che il centurione che stava ai piedi della croce «vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15, 39). Con questa espressione, l’evangelista invita tutti a guardare come Gesù muore, per riconoscere nell’ Abbandonato, totalmente dipendente dal Padre e totalmente aperto e fedele a lui, il Figlio di Dio.

Gli esegeti fanno notare come il silenzio di Dio sperimentato da Gesù sulla croce è paradossalmente il momento in cui il Padre lo sta portando al compimento del suo disegno di Salvatore e lo sta generando pienamente come Figlio di Dio anche nella sua umanità.

Il Padre, che ci vuole salvi, lascia che colui che egli aveva mandato per noi venga consegnato nelle nostre mani e crocifisso. Al culmine dei suoi dolori, egli permette che il Figlio fatto uomo sperimenti in se stesso la separazione da Dio che l’umanità si era procurata con il peccato. Solo così infatti essi non saranno mai più abbandonati e lo Spirito sarà dato loro senza misura.

Con la sua piena adesione alla volontà del Padre che egli ama, Gesù compie la redenzione e partecipa, nella sua carne, alla glorificazione dell’umanità che il Padre sta operando in lui, alla sua generazione a Figlio di Dio risorto.

«Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato», dice il versetto del Salmo 2 che gli Atti degli ‘apostoli riferiscono alla risurrezione (cf At 13,33).

L’abbandono vissuto da Gesù in croce si rivela così come l’altra faccia della risurrezione, il momento mediante il quale, totalmente rapportato col Padre, Gesù esprime pienamente nella sua umanità solidale con la nostra (cf Rm 8, 3) la sua realtà filiale, e assolve così la sua missione: aprire ad ogni essere umano il Seno del Padre.

«Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 26, 24) dice il Risorto ai discepoli di Emmaus. Ciò era infatti necessario (cf Lc 13, 33; 17, 25), necessario per via del peccato, ma anche e soprattutto per via del grande amore del Padre e del Figlio per noi.

Gesù crocifisso in san Paolo

San Paolo è un testimone di primo piano della riflessione della Chiesa primitiva su Gesù crocifisso. Egli sa, alla luce del suo incontro personale con il Risorto e della sua fede in lui, che il Crocifisso, diventato maledizione per noi (cf Gal 3, 13) e trattato da peccato in nostro favore (cf 2Cor 5, 21), è in realtà il Figlio unigenito di Dio.

Che il Messia, anzi lo stesso Figlio di Dio fatto uomo, potesse morire crocifisso, apparentemente maledetto e abbandonato da Dio stesso, era, per l’ebreo dell’epoca, il colmo del paradosso. Come poteva, infatti, Dio, l’Onnipotente, essere in qualche modo presente e solidale con un uomo crocifisso?

Paolo ha avuto la grazia di sviscerare il significato di questo paradosso. Nello scandalo della croce egli ha visto la rivelazione piena e definitiva di Dio, la dimostrazione chiara e inconfutabile del suo sconfinato amore per l’umanità.

Gesù crocifisso è diventato così il centro della sua predicazione: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (/Cor 2, 2), scrive ai Corinzi. Nell’aggettivo “crocifisso” usato da Paolo è presente — come abbiamo già visto — anche la dimensione dell’abbandono, che Chiara Lubich ai nostri giorni ha maggiormente penetrato ed evidenziato.

Gesù crocifisso-abbandonato che alla mente umana appare come debolezza e quindi scandalo e stoltezza, è in realtà, nell’ottica della fede, «potenza di Dio e sapienza di Dio» (/Cor 1, 24).

In lui si manifesta tutta la sapienza dell’amore infinito di Dio per l’umanità. La croce è, infatti, paradossalmente, la via migliore che Dio abbia potuto scegliere per salvarci e portarci alla pienezza dell’unione con lui.

Con l’Incarnazione, il Figlio, mandato dal Padre, annienta se stesso e assume la condizione di servo, diventando in tutto simile a noi, fuorché nel peccato. Sulla croce, fattosi obbediente fino alla morte, egli condivide la nostra situazione segnata dal soffrire e dal morire e prova in se stesso l’assenza di Dio conseguente al peccato.

Facendosi così del tutto uno con noi, egli attua e rivela il mistero nascosto da secoli: l’immenso amore di Dio che non risparmia nulla di sé pur di rendersi vicino a noi e offrirci tutto il suo amore.

In questo modo Gesù crocifisso raggiunge l’umanità lontana da Dio e la rinnova dal di dentro: ogni situazione di assenza di Dio viene da lui assunta e trasformata dalla sua presenza in occasione di comunione piena con Dio.

Gesù crocifisso-abbandonato risulta così potenza di Dio: potenza di un amore senza limiti, che si abbassa fino allo scandalo, fino ad apparire debole e stolto.

Immedesimandosi con l’essere umano peccatore Gesù condivide a tale punto il suo stato di separazione da Dio da apparire lui stesso un maledetto.

In lui Dio si rivela totalmente diverso da come lo concepiamo noi, e al contempo si mostra come il Dio più vicino che si possa pensare.

Dinanzi a questa vera “pazzia” o sovrabbondanza dell’amore di Dio che rifulge nel Crocifisso Paolo esulta convinto: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39).

Con la sua scoperta dell’abbandono di Gesù in croce, Chiara ha avuto la grazia di cogliere, sin dai primissimi tempi del Movimento, questo amore di Dio che Paolo aveva ravvisato in Gesù crocifisso. Scriveva ancora nel 1944: «Ama il Crocifisso! É tutto lì, tutto l’Amore di un Dio: non poteva donarci di più» (7.6.44).

E c’è veramente da rimanere stupiti di fronte alla comprensione che lei ha avuto della misura infinita del suo amore, che si manifesta nel grido d’abbandono. Scriveva di avere fiducia «nel valore del Suo Dolore (…), e soprattutto nell’immenso valore del

Suo Dolore d’Abbandono, che misurando l’apice della sua donazione “ha smisuratamente aperto il grembo della Sua Divinità”» (senza data).

E ancora: «Che poteva darci di più un Dio che, per amore, si dimentica d’esser Dio?» (8.12.44); «Ed è Dio! Anche se grida. Appunto perché grida: Bellissimo Dio di Amore che dona al mondo un dono grande come Dio» (15.6.48).

Gesù abbandonato-risorto: presenza universale di Dio

Nella sua obbedienza al disegno di Dio su di lui e sull’umanità, fino alla morte vissuta come abbandono, Gesù ha portato la presenza del Padre nelle profondità della condizione umana segnata dalla finitezza e dal peccato.

L’evangelista Marco lega direttamente alla morte di Gesù la menzione, piena di simbolismo, del velo squarciato del tempio di Gerusalemme (cf Mc 15, 38), nella cui parte più interna poteva entrare solo il sommo sacerdote, e una sola volta all’anno. È come se la presenza di Dio lasciasse questo luogo sacro che è il tempio e prendesse dimora nel Crocifisso-Risorto. Egli è ormai il luogo per eccellenza della presenza di Dio per il cosmo intero.

Egli abbandonato, totalmente dato, aperto, è il nuovo tempio «non fatto da mani d’uomo» (cf Mc 14, 48; ma vedi anche At 3, 1; 21, 26-30). La presenza divina si concentra ora e definitivamente in lui crocifisso e risorto che, poiché annoverato tra gli empi, abbraccia tutti.

Il Vangelo di Giovanni lo esplicita in questi termini: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). Gesù muore per radunare insieme i figli di Dio dispersi (cf Gv 11, 52). In lui l’amore di Dio supera ogni barriera e raggiunge tutti, rendendo così manifesto il disegno di salvezza che da sempre lo abita: realizzare l’unità della famiglia umana.

Con la risurrezione il Padre risponde al Figlio che si è completamente rimesso a lui nell’abbandono. Il Padre interviene nella morte stessa e si rende definitivamente presente nell’estrema solitudine e assenza di Dio che Gesù ha assunto e di cui la morte è il segno più vistoso.

Il Figlio, l’Uomo-Dio, viene trasfigurato, glorificato, e il suo corpo, diventato tutto amore e pienamente ricettivo all’azione di Dio, è reso atto a salire alla destra del Padre.

È la “nuova creazione” mediante la quale l’umanità, nella persona del Figlio, ha accesso al Padre e viene introdotta nel suo Seno. Essa segna l’inaugurazione del mondo futuro al quale l’umanità intera è chiamata e che può già germogliare nella condizione imperfetta del presente.

Di conseguenza ogni situazione negativa può rovesciarsi e diventare preludio di quella pienezza di gioia, di luce, di vita che sarà definitiva nel giorno della risurrezione finale. Ogni “perché?” di ogni uomo e donna che soffre, che non capisce, che vive nella notte, può diventare preghiera e momento di comunione con Dio.

Con la morte e la risurrezione di Gesù, Dio dona veramente ad ognuno la possibilità di un nuovo inizio.

Gesù abbandonato: chiave per la missione della Chiesa

In Gesù crocifisso, diventato maledizione per noi, Dio si è reso vicino ad ognuno di noi per salvarci. Questo è il Vangelo che Paolo annuncia e che coerentemente egli — e la Chiesa primitiva — vive in prima persona. In esso è il fondamento del mandato che egli ha ricevuto da Cristo risorto ad essere apostolo delle nazioni, cioè dei “lontani”.

Paolo, infatti, si rende solidale con tutti senza discriminazione alcuna perché conforma il proprio comportamento su quello di Gesù crocifisso e abbandonato.

Nella prima lettera ai Corinzi, egli espone chiaramente questo suo modo di agire: «Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero: mi sono fatto giudeo con i giudei per guadagnare i giudei (…). Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti» (/Cor 9, 19-22).

La legge di Paolo è quella di Cristo, e cioè di Gesù crocifisso-abbandonato. Perché segue Cristo, Paolo è pronto, per farsi uno con i non-giudei, a perdere il rapporto con Dio che gli viene assicurato dalla legge di Mosè. Come Gesù crocifisso ha raggiunto ogni lontano da Dio diventando maledizione per noi, così Paolo trova in Cristo la libertà di farsi tutto a tutti.

Egli si immedesima con il cammino di Cristo che «da ricco che era, si è fatto povero, perché per mezzo della sua povertà diventassimo ricchi» (cf 2Cor 8, 9). Facendosi uno con tutti in tutto fuorché nel peccato, egli porta ed edifica ovunque l’unità.

Conformare il proprio comportamento su quello di Gesù crocifisso non si riduce tuttavia per Paolo ad andare verso i “lontani”, significa anche dare spazio nella propria “debolezza” alla vita divina e filiale del Cristo risorto. Per lui l’apostolato consiste essenzialmente nel lasciare Dio stesso agire nella propria persona.

Di qui l’importanza che egli attribuisce a situazioni apparentemente negative, perché è proprio rivivendo in esse la morte di Gesù, che egli ne sperimenta anche il frutto: l’emergere della vita divina, l’irruzione dello Spirito Santo effuso dal Crocifisso-Risorto.

Scrive ai Corinzi: «Dico di sì alle mie infermità, agli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 10).

Nella sua missione di evangelizzazione Paolo non fa dunque affidamento sui mezzi umani come possono essere l’eloquenza o la logica della ragione. Per l’efficacia del suo apostolato egli confida piuttosto nella morte a sé, che chiama “debolezza” e che consiste anche nelle sue poche qualità oratorie.

Scrive ancora ai Corinzi: «Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (/Cor 2, 1-5).

Egli sa che è solo sul suo nulla amato e vissuto che si può manifestare pienamente lo Spirito Santo che conquista i cuori. In questo modo, con la propria “morte”, egli ci “genera” alla vita di risurrezione o, meglio ancora, egli consente allo Spirito San® di farlo.

Scrive: «Noi abbiamo questo tesoro (la realtà di Gesù risorto) in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. (…) Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2Cor 4, 7.11-12).

Ricorda questo suo contributo di dolore in un testo commovente, rivolgendosi ai Galati che sono sul punto di tradire il Vangelo: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19).

Presenza di Dio dove c’è silenzio di Dio

Il grido d’abbandono rivela dunque l’autentica e più profonda comprensione della morte di Gesù in croce e del suo frutto. In Gesù abbandonato si manifesta l’infinito amore di Dio che viene messo dal Padre nel cuore dei credenti per realizzare fin d’ora il suo disegno sull’umanità: l’unità.

“Amare Gesù abbandonato” significa allora rivivere in noi la sua Pasqua, il passaggio continuo, per noi ancora in cammino, dalla morte alla vita, dalla sensazione dell’assenza di Dio alla sua presenza totale ovunque, che caratterizza l’esistenza cristiana.

Non si tratta di rassegnarsi o di voler soffrire come Gesù ha sofferto, ma piuttosto di ripercorrere la strada da lui aperta e di riconoscere — al di là delle apparenze — la sua presenza attiva in tutto ciò che non è Dio in noi e attorno a noi. È un dire di Sì a lui e come lui di modo che lo Spirito Santo possa irrompere nel nostro nulla voluto ed espandervi il dono dell’agape divina che ci apre alla vita futura, eterna, e ce ne rende partecipi già da questa vita.

Gesù abbandonato, al contempo, ci fa andare incontro all’umanità, proprio là dove essa maggiormente soffre e vive nell’oscurità. Gesù abbandonato abbracciato e amato mette così amore dove c’è odio, vita dove c’è morte, comunione e unità dove c’è divisione.

“Amare Gesù abbandonato” è quindi speranza contro ogni speranza, vicinanza di Dio dove sembra non esserci, presenza di Dio dove c’è il silenzio di Dio. E questa speranza è certezza di un mondo e di una storia umana che non si chiudono su se stesse, ma si aprono al sempre nuovo incontro con Dio e, in lui, si aprono al sempre nuovo incontro degli esseri umani tra di loro, in una comunione fraterna dalle dimensioni universali.

Michel Vandeleene e Gérard Rossé

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Testo ricavato dalla scansione della rivista: può contenere qualche errore. Per citazioni fa fede la rivista stampata («Leggi sulla rivista»).

Sommario di Gen's 2/2006 – Gesù crocifisso e abbandonato/2
  1. 41«Nel suo grido tutti possono riconoscersi»Enrique Cambòn
  2. 43Nel cuore trafitto sulla croce la fonte originaria dell'amoreBenedetto XVI
  3. 44L’Abbandonato: volto di Dio-Amore e via per l’umanitàMichel Vandeleene e Gérard Rosse”
  4. 51Gesù abbandonato e la Chiesa: mistero-comunion-missioneHubertus Blaumeiser
  5. 57In Gesù abbandonato la nostra feconditàAletta Salizzoni
  6. 61Puntare sempre alla comunioneJulio Rodriguez
  7. 64Il disagio dell’essere umano oggiRoberto Marchioro
  8. 69Notizie dal mondo dei seminari — 47AA.VV.

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