Written by • 2:32 pm• 2025/4: Nei luoghi e nei tempi di oggi, Riflessioni

Pozzo anziché recinto


La Chiesa nel mondo di oggi: far calcolo dell’imprevedibile

Christian Hennecke


Ai nostri giorni, la Chiesa non può più contare sull’appartenenza ovvia alla parrocchia, tipica del passato. Viviamo in una società mobile, dove la fede non è più “scontata”, ma nasce dall’incontro personale con Cristo. Occorre pertanto ripensare le modalità dell’essere Chiesa: non recinti che delimitano, ma pozzi che dissetano, luoghi di relazione e di vita. Il recente Sinodo ha parlato di una Chiesa “radicata e pellegrina”, capace di accompagnare, accogliere e generare comunità attorno alla sorgente viva del Vangelo. Una sfida che trasforma la parrocchia in segno sacramentale e spazio di missione. Christian Hennecke è noto autore di numerose pubblicazioni sul cammino della Chiesa oggi. 

Le immagini dorate del passato delineano un quadro di riferimento chiaro: dal battesimo al funerale, i cristiani fanno parte di una comunità parrocchiale. Vi si ambientano lentamente, grazie a un patto religioso intergenerazionale, un’appartenenza ovvia e un curriculum cattolico che porta quasi naturalmente all’assunzione di compiti di responsabilità, dal servizio come chierichetto a quello di presidente di un consiglio pastorale.

Questo stato delle cose era legato alla naturalezza delle relazioni locali nel villaggio o nel quartiere della città. Ma questa condizione appartiene da tempo al passato. Laddove è possibile, in questo nostro mondo caratterizzato dalla mobilità, le persone scelgono liberamente i luoghi in cui trascorrere la vita e le relazioni da coltivare. Un fatto culturale che si estende a tutte le generazioni. 

E con ciò cambia tutto. Poiché è mutato e continua a mutare il quadro di riferimento culturale e sociale, anche la fede cristiana non è più parte integrante naturale dei legami e degli obblighi sociali. Ma proprio questo si ripercuote sulla fede stessa. Se in passato era possibile semplicemente credere e trovarsi coinvolti nel cammino – volontariamente o per convenzione sociale –, nell’odierna società fluida e mobile ciò non è più concepibile. La fede, che un tempo faceva parte dell’aria che si respirava e semplicemente c’era come un dato di fatto, sta mutando e va concepita e ritrovata in modo nuovo. Cambiano con ciò anche la comprensione dell’appartenenza alla Chiesa e il modo in cui vive e si configura la Chiesa.

  Ciò che veramente conta: radicarsi in Cristo

Se mi domando perché oggi sono cristiano (e per di più sacerdote), riesco a rintracciare nella mia vita con chiarezza la trasformazione appena descritta. Era ovvio per me andare la domenica in chiesa – cosa che già negli anni ’60 del secolo scorso in Germania non era scontata – e partecipavo volentieri alle attività della parrocchia. Ma già allora non riuscivo ad accontentarmi di rapporti amichevoli e regolari celebrazioni. Ero alla ricerca, senza sapere esattamente di che cosa, finché non ho trovato: trovato Dio. Non l’ho trovato, però, a casa né in parrocchia, bensì – inaspettatamente – durante un incontro di un movimento di rinnovamento ecclesiale e – altrettanto inaspettatamente – durante incontri spirituali dei giovani della nostra diocesi. Si sono istaurati così rapporti con persone che non avevo scelto, ma con le quali mi legava un profondo rapporto nella fede, una fede che non consisteva in dogmi e tradizioni, ma nell’esperienza della presenza del Risorto. Dietro il modo di presentarsi e di celebrare, attraverso i modi di stare insieme – che a volte mi apparivano anche stranamente sconosciuti – risplendeva questa presenza. Ciò che mi attirava non era quindi una parrocchia né una comunità o un movimento, ma un’esperienza interiore nel mio cuore.

  L’accadere dell’“evento Chiesa”

La Parte IV del Documento finale del Sinodo, intitolata “Radicati e pellegrin”, tratta proprio di questo genere di esperienze che oggi sono comuni: mia madre, a 95 anni, segue esattamente la stessa dinamica come i giovani. Non l’appartenenza prestabilita a una determinata conformazione sociale, ma il radicamento in un’esperienza interiore conduce a una nuova conformazione dell’essere Chiesa. Il Sinodo lo afferma con la dovuta chiarezza: «L’annuncio del Vangelo, risvegliando la fede nei cuori degli uomini e delle donne, porta alla fondazione di una Chiesa in un luogo particolare» (n. 110). 

La “fondazione” della Chiesa non consiste allora solo nella fondazione di nuove comunità bensì nell’accadere dell’“evento Chiesa”, che ha la sua radice comune nella presenza di Cristo. Sarebbe meglio dire: la Chiesa affonda le radici in questa presenza e così evolve in nuove forme.

  Dal recinto al pozzo

Un amico mi ha magnificamente illustrato questo cambiamento con un’immagine: mentre in Europa i pascoli degli animali sono spesso recintati, nelle grandi praterie degli Stati Uniti non si costruiscono recinti, ma si installano pozzi: condotti dalla sete, gli animali vi si recano da sé. Non si tratta quindi di riunire i cristiani pellegrini in parrocchie concepite come “recinti”, ma si tratta piuttosto di aiutare le persone a trovare il pozzo a cui anelano e dove poi crescerà la Chiesa. Il Documento finale lo esprime così: «Questi sviluppi sociali e culturali chiedono alla Chiesa di ripensare il significato della sua dimensione “locale” e di mettere in discussione le sue forme organizzative, al fine di servire meglio la sua missione. Pur riconoscendo il valore del radicamento in contesti geografici e culturali concreti, è indispensabile comprendere il “luogo” come la realtà storica in cui l’esperienza umana prende forma. È lì, nella trama delle relazioni che vi si instaurano, che la Chiesa è chiamata a esprimere la propria sacramentalità (cf. LG 1) e a svolgere la propria missione» (n. 114).

  Esperienze dal Monastero delle Carmelitane

Da qualche tempo ho l’onore di presiedere ogni domenica l’Eucaristia in un monastero di Carmelitane ad Hannover. Vi incontro, oltre alla comunità delle monache, una comunità ad hoc di circa cento persone. Ogni domenica vi si riuniscono giovani e anziani, cristiani provenienti dalle più variegate culture di tutti i continenti, per fortuna non sempre tutti, altrimenti la piccola chiesa scoppierebbe. Nessuno è obbligato a venire, tutti scelgono questo luogo perché vi trovano nutrimento spirituale, “atmosfera” e relazioni. La maggior parte di loro è anche legata alle proprie parrocchie, altri no. Ovviamente vengono, perché vi trovano radici e comunione. E così vi cresce la Chiesa in loco: persone che non si conoscono si riuniscono attorno a un punto di gravità interiore e sperimentano il divenire e “l’accadere” della Chiesa.

  Un nuovo ruolo per la parrocchia

Chi cerca una sorgente, in genere non ricorre alla parrocchia. Me ne sono reso conto di recente, mentre ascoltavo incantato la storia di fede di un adulto appena battezzato. Lungo dieci anni si era man mano avvicinato alla fede cristiana, seguendo il proprio anelito interiore. A portarlo alla decisione di diventare cattolico sono stati i libri che ha letto, video YouTube di noti influencer cristiani e altre fonti digitali. A quel punto si è chiesto con chi parlare del suo desiderio di essere battezzato. Fino a quel momento non si era interessato dell’istituzione Chiesa né della parrocchia, e forse tuttora non vi si interessa. Naturalmente ama liturgie pregne di significato, naturalmente partecipa alla celebrazione dell’Eucaristia, ovviamente cerca luoghi in cui poter crescere nella fede. Ma non sono le coordinate locali che lo guidano, bensì la sete interiore della sorgente. 

Lo osserva anche il Documento finale del Sinodo: «Una delle principali articolazioni della Chiesa locale che la storia ci consegna è la Parrocchia. […] I cambiamenti nella concezione e nel modo di vivere il rapporto con il territorio chiedono di ricomprenderne la configurazione» (n. 117).

Che anche la comunità parrocchiale possa essere un luogo privilegiato dell’esperienza di Cristo è dovuto al fatto che vi si può sperimentare la sacramentalità della Chiesa nella celebrazione dell’Eucaristia. Essa raduna le persone e le unisce: «È lì, nella trama delle relazioni che vi si instaurano, che la Chiesa è chiamata a esprimere la propria sacramentalità (cf. LG 1) e a svolgere la propria missione» (n. 114). È quindi il luogo in cui diventa visibile la radice e dove, allo stesso tempo, si crea una comunità viva.

  Una prospettiva diversa

Se da un lato la parrocchia può essere quindi uno spazio di incontro in cui convengono le persone e vi possono sperimentare una comunione che ha per sorgente la forza di Cristo, dall’altro è chiaro che laddove non funziona più la classica socializzazione religiosa nel passaggio da una generazione all’altra – e questo nel mio contesto socioculturale è la norma – è necessario cercare e sperimentare nuove vie. Il Sinodo afferma giustamente: «Per rispondere alle nuove esigenze della missione [la parrocchia] è chiamata ad aprirsi a forme inedite di azione pastorale che tengano conto della mobilità delle persone e del “territorio esistenziale” in cui si sviluppa la loro vita» (n. 117).

Cosa succede allora se – come avviene nel contesto della Germania – la missione del Vangelo si realizza per esempio negli asili della Chiesa cattolica seguendo, con bambini e genitori di varie culture e religioni, i periodi dell’anno liturgico? Se asili nido e scuole cattoliche  diventano, per persone che altrimenti non hanno a che fare con la Chiesa, luoghi dell’annuncio al punto da far germogliare in loro il desiderio del battesimo, della cresima e dell’Eucaristia, ciò avviene ovviamente sempre nel contesto geografico di una parrocchia, ma allo stesso tempo offre loro l’opportunità di incontrare Cristo nel loro “territorio esistenziale”. Anche l’insegnamento della religione, come pure iniziative caritative e altre iniziative pastorali conducono oggi le persone alla sorgente, al pozzo – ma in tutti questi casi ciò non è legato necessariamente a una determinata forma concreta: non la parrocchia è il nucleo, il fulcro e l’obiettivo della missione ecclesiale, bensì la questione se le persone vi possono trovare Cristo.

  Nel giardino di Godehard e altrove

A due passi dalla basilica romanica di San Godehard, nella mia città episcopale di Hildesheim, si trovano la canonica e il giardino dell’omonima parrocchia. Poche persone vi celebrano regolarmente la messa domenicale, ma la musica sacra raduna un coro straordinario. Nel centro di Hildesheim non si trovano quasi più gruppi in senso classico, così almeno sembra a prima vista. Eppure, il giardino di Godehard è diventato negli ultimi anni un luogo di incontro per il quartiere. Vi si ritrovano classi delle scuole vicine e famiglie con i loro bambini. Germoglia vita e le persone iniziano a parlare di fede. 

A 200 metri di distanza, le suore vincenziane, che fanno parte di questa parrocchia, hanno creato un luogo dove distribuiscono pasti, accompagnano i senzatetto e i poveri e aiutano molte persone, che scoprono in questo modo la fede cristiana in una luce nuova. 

Iniziative come queste qui brevemente descritte non sono rare e mi fanno prendere coscienza che non si tratta tanto di sviluppare una nuova tecnica pastorale per raccogliere le persone, quanto piuttosto di rafforzare delle persone nella loro fede, affinché con i loro carismi e doni si mettano in moto e dischiudano ad altri la via che conduce alla sorgente della fede.

  Una visuale nuova

Affinché ciò possa avvenire, è necessario però un nuovo modo di pensare, che non è scontato nel contesto classico della Chiesa di popolo. Ci si deve domandare, infatti, se gli asili e le scuole, le varie iniziative e i nuovi luoghi non servano unicamente a estendere lo spazio relazionale della parrocchia, secondo una visione ecclesiocentrica. Si tratta invece di aprire e portar avanti in tutti questi luoghi dei percorsi, affinché le persone seguano sempre più il loro anelito profondo e possa germogliare in questo modo eventualmente la realtà della Chiesa. 

Perché ciò avvenga ci sono due condizioni: da un lato, occorre che ci siano persone che testimonino la loro fede nella vita quotidiana e che facciano calcolo del fatto che altri, condotti dallo Spirito di Dio, potranno mettersi a loro volta in ricerca. Dall’altro lato, ci vuole poi un accompagnamento affinché le persone, nella loro fragile ricerca, possano sperimentare e approfondire nuove esperienze di fede.

Mi sembra che questo non sia semplicemente un programma pastorale né un approccio nuovo. Vedo che tutto questo sta già avvenendo in molti luoghi. Va tenuto presente, però, che questo tipo di pastorale è caratterizzato da una “impotenza” legata alla grazia: non si può “produrre” la fede, piuttosto lo Spirito opera in modo incontrollabile per le vie più diverse. È importante, perciò, non cadere nel pericolo di un nuovo ecclesiocentrismo o parrocchialismo, ma vivere la propria missione nella consapevolezza che Dio è già all’opera in molte persone.

  Una messa domenicale

Recentemente ero ospite in una grande parrocchia e vi ho potuto presiedere la messa domenicale. L’ambiente è secolare, caratterizzato da notevoli sfide sociali. Bremerhaven, sul Mare del Nord, è la città più povera della Germania. Con grande sorpresa dei responsabili della parrocchia, la chiesa non solo era gremita, ma era anche piena di giovani. «Molti di loro non li conosco», ha detto il parroco. L’atmosfera era meravigliosa e molte persone hanno partecipato ai cori e ai vari servizi, per bambini e giovani. È stata una festa. Non è forse proprio questo il ruolo della parrocchia oggi, menzionato anche nel documento sinodale? In quel luogo non si riuniscono solo i fedeli di sempre, ma – inaspettatamente – persone provenienti letteralmente da tutti i popoli e da tutte le nazioni. 

Ciò richiede un nuovo atteggiamento pastorale: quando si sa che in una comunità eucaristica non esistono “ospiti” e “stranieri”, ma l’unità in Cristo costituisce una famiglia, l’ospitalità diventa una sfida decisiva. Al contempo, occorre apertura verso l’ampiezza e la varietà delle diverse culture ecclesiali: una “comunità parrocchiale tedesca” non è un’offerta di integrazione per diventare tedeschi, bensì “cattolici”. 

  Oltre il romanticismo di gruppo

Dopo la messa non rimane alcun romanticismo di gruppo. È in gioco la missione. Le persone che riscoprono la fede a partire dalla radice non cercano nella comunità parrocchiale innanzitutto una vita associativa, ma sostegno, accompagnamento e opportunità di crescita per la loro fede. È quindi logico che, anche in questo caso, non sia in primo piano la vita associativa, ma una richiesta: come vengo messo nelle condizioni di vivere la mia missione? Una nuova tipologia di cristiani pone proprio questa domanda. Osserva giustamente il Documento finale: «Promuovendo in modo particolare l’Iniziazione Cristiana e offrendo accompagnamento e formazione, [la comunità parrocchiale] sarà capace di sostenere le persone nelle diverse fasi della vita e nel compimento della loro missione nel mondo. Apparirà così più chiaramente che la Parrocchia non è centrata su sé stessa, ma orientata alla missione e chiamata a sostenere l’impegno di tante persone che in modi diversi vivono e testimoniano la loro fede nella professione e nell’attività sociale, culturale, politica» (n. 117). 

  Essere Chiesa eccentrica

Con tutto ciò il programma “vieni da noi” della comunità parrocchiale non cede semplicemente il passo a una struttura dell’“andare verso”, ma assume un profilo molto più cristocentrico. La Chiesa non è fine a sé stessa, ma è il luogo sacramentale in cui i cristiani incontrano Cristo e traggono forza per la missione – niente di più e nulla di meno: ciò che poi accade nell’entusiasmo per la missione dipende dall’attrattiva di uno stile di vita in mezzo al mondo. E allora là dove si vive e si opera nascono nuove “chiese” esistenziali che nella loro semplicità non hanno bisogno di altro che della presenza del Risorto, che unisce le persone e illumina dall’interno le professioni, gli ambiti di vita e le competenze.

In tal modo la Chiesa diventa e rimane un’avventura imprevedibile dello Spirito. E con questo riorientamento si staglia chiaramente ciò che è assolutamente necessario e viene giustamente atteso dalla parrocchia: essa deve essere un “pozzo” che rende accessibile la Sorgente viva.

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